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Il Primo Maggio è la giornata in cui il proletariato mondiale riafferma la propria identità di classe internazionale, nemico storico del capitale, solidale al di sopra di ogni frontiera nazionale. Mentre il capitalismo – dopo aver promesso pace e progresso – sta trascinando l’umanità verso una nuova catastrofica guerra, noi riaffermiamo che la sola guerra che il proletariato ha da combattere è quella degli sfruttati contro gli sfruttatori.
Perché il proletariato di tutti i paesi non trae alcun vantaggio dallo schierarsi in difesa della Patria e degli interessi nazionali della propria borghesia e del proprio Stato, sia esso Ucraino o Russo, Iraniano o Statunitense, Israeliano o un illusorio Stato palestinese.
Le guerre ormai non sono più per addivenire a sistemazioni statali nazionali e a regimi moderni, ma mostruose convulsioni di un capitalismo nella sua scomposta storica agonia, che non trova più sbocchi per le sue merci, nella crisi delle produzioni e dei profitti.
Questa necessità delle distruzioni belliche viene recepita dai vari Stati imperialisti, che si gettano nell’abisso non per i motivi ideali, nazionali o religiosi, con cui giustificano lo sterminio di popoli interi, ma per i loro egoistici interessi materiali, la conquista di posizioni strategiche, l’accaparrare materie prime, petrolio, terre rare. Oltre che per l’enorme affarismo nella produzione e smercio di bombe, missili, aerei, carri armati...
Queste vere ragioni delle guerre sono nascoste alla classe operaia per trascinarla al fronte, col terrorismo ideologico e la demente e brutale propaganda militarista. Il “nemico” è disumanizzato per giustificare stragi e massacri. Perché le guerre moderne, sempre più distruttive, hanno lo scopo di falciare vite di proletari a ritmo industriale. Già infatti si prevede – nei paesi in cui era stato sospeso – la reintroduzione del servizio militare obbligatorio. Alla guerra borghese è immolata la classe operaia. Oggi il riarmo degli Stati è subìto dai lavoratori con peggioramento dei salari, imposizione di disciplina sociale, riduzione dei servizi sanitari, scuola, ecc.
Il pacifismo borghese, nell’illudere sulla possibilità di un placido capitalismo, regolato dal diritto e da istituzioni internazionali, distogliendo la classe operaia dalla sua funzione sovversiva, viene a costituire una quinta colonna del militarismo.
Uguale pericolo per il sano indirizzo del proletariato sono i partiti falsamente comunisti che lo vorrebbero schierare da un lato o dall’altro del mutevole fronte d’urto fra gli imperialismi, in atteggiamenti partigiani, resistenziali, col pretesto di dover difendere presunti aggrediti o emancipazioni nazionali. Tutti gli imperialismi sono ad un tempo aggressori ed aggrediti. Nel mondo non vi sono più questioni nazionali che possano avere una funzione sociale progressiva e non invece strumenti della guerra imperialista, cioè del supremo strumento reazionario.
Il capitalismo ormai non è altro che un meccanismo di distruzione che genera ciclicamente crisi, guerre e carestie, sia che venga gestito da governi che si richiamano alla democrazia e al liberalismo, sia da regimi apertamente dittatoriali, totalitari, teocratici o falsamente “comunisti”. La necessità impellente dei capitalisti del mondo intero è rimandare la catastrofe del loro modo di produzione fondato sulla produzione di merci e sul lavoro salariato, sempre più assurdo, irrazionale, arcaico.
Il capitalismo è oggettivamente incalzato dal Comunismo, necessità che non nasce da un ideale morale ma da una realtà storicamente matura.
Quindi il suo comune unico nemico, al di sopra dei passati e futuri contrapposti fronti di guerra, è, in ultima istanza, la classe operaia, portatrice in sé – anche se incosciente – del Comunismo, e della Rivoluzione politica che ne apre la strada. Solo il proletariato è la forza che può dare alla crisi di guerra una soluzione progressiva e non reazionaria.
La internazionale e potente classe operaia potrà fermare la guerra, capovolgerla in guerra tra le classi per instaurare il Comunismo, lungo una strada che inizia lottando in difesa del salario e delle proprie condizioni di vita e di lavoro e culmina nella rivoluzione, volgendo le armi che la borghesia metterà in mano ai lavoratori, per mandarli al macello nella guerra imperialista, non più contro i fratelli proletari di un altro paese ma contro il proprio regime borghese, secondo le parole d’ordine comuniste di sempre:
- Il nemico dei lavoratori è nel proprio paese!
- I proletari non hanno patria!
- Proletari di tutti i paesi unitevi!
La guerra di classe dei proletari è contro la propria borghesia che gli chiede sacrifici e la vita stessa in nome della Patria, che altro non è che la patria del capitale.
In ogni paese oggi ciò implica da un lato lottare per liberare la classe operaia dal controllo dei sindacati di regime che la dividono, la disorganizzano, ne impediscono la lotta, ricostruendo potenti sindacati di classe; dall’altro militare nel partito della rivoluzione comunista internazionale. Per esprimere la sua grande forza, la classe lavoratrice deve dotarsi delle sue fondamentali armi di battaglia: il Sindacato di classe, che la unisca e organizzi, e il Partito rivoluzionario, che la illumini e diriga.
Nel comunismo, una società mondiale dove la produzione è pianificata per i bisogni umani e non per il profitto, il lavoro – superato il salariato – cesserà di essere merce e sfruttamento e l’armonia sociale soppianterà l’anarchia produttiva, le miserie e gli orrori del capitalismo.
PER LA RIPRESA DELLA LOTTA DI CLASSE!
VIVA IL PRIMO MAGGIO ROSSO!
La guerra in Iran è una tappa ulteriore di un processo destinato a sfociare in una terza guerra mondiale. Le strategie dei vari imperialismi non sono sempre chiare, nemmeno per gli stessi capitalisti.
Gli imperialismi cinese e russo sono in difficoltà: non hanno la forza di opporsi al più forte, militarmente, imperialismo statunitense, per cui al momento sembrano non fare nulla, al di là delle dichiarazioni di circostanza. Naturalmente continueranno ad armare l’Iran e ad aiutarlo con le informazioni fornite dai loro satelliti: l’Iran è troppo importante per Cina e Russia, economicamente, militarmente e strategicamente. Lasciare tale Paese nelle mani dell’imperialismo concorrente sarebbe un duro colpo per entrambi. La difficoltà sta nel fare ciò senza sbilanciarsi troppo. Certo non hanno dimenticato quanto successe durante la guerra degli Stati Uniti, e della NATO, contro la Serbia nel 1999: la Cina forniva alla Serbia informazioni sui movimenti delle truppe NATO, ed ecco che “per errore” l’ambasciata cinese a Belgrado fu colpita da tre missili statunitensi.
Anche l’imperialismo militarmente più forte, quello USA, ha comunque i suoi problemi: se dovesse condurre due o tre guerre contemporaneamente avrebbe notevoli difficoltà. Sembra che il Pentagono non sia affatto entusiasta della guerra all’Iran poiché, se dovesse durare a lungo, i missili e la varia attrezzatura militare diverrebbero insufficienti a sostenere una eventuale nuova guerra.
I vari Stati europei sono tentati dal portare avanti una propria politica imperialistica ma, non avendone la forza, oscillano tra il servire il padrone di sempre, gli USA, e il prenderne timidamente le distanze: sanno che rischiano, come l’Arlecchino servitore di due padroni, di prendere le legnate dal vecchio e dal nuovo, che sia la Cina o chi altro. Mascherano quindi la propria impotenza con le parole di “democrazia” e di “diritto internazionale”.
La strategia dell’attuale amministrazione americana ha però i suoi vincoli: non è l’iniziativa di un pazzo, come viene dipinta dalle stordite borghesie europee. I capitalisti americani vorrebbero replicare quanto fatto in Venezuela, appoggiare un potere, nuovo o vecchio, che obbedisca ai loro ordini e che, tra le altre cose, venda o non venda il petrolio a seconda dei loro interessi. È presumibile che ciò non sarà facile.
Intanto potrebbero armare alcune minoranze etniche e religiose, come i curdi, i beluci, gli arabi, e forse anche gli azeri. Un simile tentativo sembra già in corso con i curdi, che forse si ricordano di come sono stati utilizzati e poi scaricati dagli USA in Siria, quando non gli sono stati più utili. Non è detto che tale tentativo fallisca: i dirigenti borghesi curdi si sono sempre venduti alle borghesie di altri Paesi, per combattere il proprio Stato ospite o i gruppi curdi rivali, comportandosi di fatto come delle milizie mercenarie. Ma oggi, probabilmente, il tradimento americano è troppo recente per essere ignorato.
Questa strategia sarebbe comunque utile per gli USA: l’Iran non sarebbe distrutto ma di fatto, anche se non formalmente, diviso in varie zone di influenza, come già avvenuto in Iraq e in Siria, costretto ad abdicare alle pretese di imperialismo regionale.
Lo Stato di Israele, per conto degli americani, controllerebbe l’intero vicino e medio Oriente. La propaganda sulla “Grande Israele” e simili esaltazioni religiose e di suprematismo ebraico sono funzionali alle mire dell’imperialismo americano, di cui quello israeliano è solo il più importante vassallo e fedele esecutore di ordini. È l’erede di Eichmann e non dei milioni di ebrei sterminati dal nazismo.
Con il controllo del Medio Oriente i capitalisti d’America muoverebbero da posizioni di forza contro il loro principale nemico, che è la Cina: la guerra all’Iran è innanzitutto una guerra contro la Cina.
È anche una guerra contro la Russia e contro gli Stati europei, che finirebbero tutti indeboliti: sarebbe il trionfo dell’imperialismo americano. Può darsi che vada così, e che gli USA escano ancora dominatori dal prossimo conflitto mondiale, anche se non possiamo escludere che sia la Cina a prevalere.
Ma tutte queste strategie, più o meno realistiche, dell’imperialismo, che è fase suprema del capitalismo e non una categoria morale, hanno un punto debole che consiste nell’apparizione di quel “convitato di pietra” che è il proletariato. Fino a che questo è quasi immobile, pietrificato, il capitalismo può compiere tutte le guerre e le stragi che vuole, come tutti vediamo. Quando il “convitato di pietra” si muove e si presenta davanti al potere della borghesia, come nella storia è già avvenuto ed ancora avverrà, questa è spacciata.
Ovviamente perché la borghesia sia spacciata occorre che il proletariato non
si presenti disorganizzato, massa di individui, ma inquadrato nel suo sindacato
di classe, e diretto dal suo Partito Comunista. Questa è l’unica possibilità di
evitare una guerra mondiale, e il proletariato non potrà fare a meno di
perseguirla.
Ribadiamo quindi le nostre parole d’ordine di sempre: Pane e pace - Guerra o
rivoluzione - I proletari non hanno patria - Il nemico è in casa propria.
Guerra e fascismo non sono un incidente storico frutto di capi, partiti e ideologie folli e crudeli ma il prodotto inevitabile del corso storico del capitalismo, l’espressione più autentica della natura di questo modo di produzione.
Il potere politico non è dei Trump, Putin, Khamenei, Netanyahu, Xi Jinping ma di apparati al servizio delle gigantesche concentrazioni industriali e finanziarie del capitale. Questi apparati dirigono le macchine statali nazionali borghesi.
La guerra in Iran solo apparentemente – e nelle frottole della sinistra liberal-borghese e di quella opportunista – danneggia l’economia capitalistica, anche se, come in ogni affare, c’è chi guadagna e c’è chi perde.
L’innalzamento dei prezzi del petrolio entro certi limiti giova alla borghesia degli USA, che dal 2015 sono primo produttore mondiale di greggio e dal 2019 uno dei principali esportatori; giova alla borghesia russa; giova anche alla borghesia iraniana, che – nonostante il conflitto – non solo continua a esportare attraverso Hormuz il suo petrolio alla Cina, ma, per decisione dello stesso imperialismo USA, può ora vendere 140 milioni di barili (circa 70 giorni di esportazioni) a prezzo pieno a tutti i paesi – USA inclusi – in virtù della sospensione delle sanzioni.
L’aumento dell’inflazione entro certi limiti conseguente all’innalzamento del prezzo del petrolio non danneggia le imprese, che reagiscono aumentando i prezzi dei loro prodotti. Danneggia invece i proletari, i salariati, gli unici che non possono decidere autonomamente di alzare il prezzo di vendita della loro merce – la forza lavoro – ma che per farlo devono lottare con la borghesia, cioè scioperare. Se l’aumento dell’inflazione non è eccessivo – tale da non comprimere troppo i consumi, che sono comunque in contrazione da decenni – fa bene ai profitti, perché coincide con una riduzione di fatto dei salari.
La guerra all’Iran è negli interessi della borghesia USA, oltre che per i maggiori proventi petroliferi, perché alimenta il gigantesco apparato industriale militare del primo imperialismo mondiale, perché rafforza il dominio finanziario del dollaro e con ciò puntella il debito pubblico di Washington. Lo è a tal punto che il regime borghese statunitense l’ha intrapresa nonostante il parere fortemente contrario dei vertici militari.
La guerra all’Iran è chiaramente anche una guerra per l’egemonia e la spartizione del mercato mondiale, degli USA contro, innanzitutto, l’imperialismo cinese – il loro principale rivale – e poi anche contro gli imperialismi europei che, grandi importatori di petrolio e gas, dovranno innalzare i prezzi delle loro merci, rese con ciò meno competitive sui mercati internazionali. La borghesia tedesca e quella italiana, che già hanno pagato il prezzo della guerra in Ucraina, ora pagheranno quello della guerra in Medio Oriente.
Ma anche le borghesie europee sono follemente innamorate della guerra: tutte si sono gettate in un faraonico piano di riarmo con cui dare ossigeno alla loro asfittiche manifatture; le industrie tedesche di autovetture si convertono a fabbricare armi; due droni caduti a Cipro sono bastati a giustificare da parte dei paesi europei (anche dal governo Sanchez) l’invio di navi militari; già tramano e trattano affari per la ricostruzione in Iran, Ucraina, Libano... Lo stesso vale per il regime capitalista di Pechino – la via cinese alla falsificazione (ormai evidente) del socialismo – che vanta ormai la seconda spesa militare al mondo, in continua crescita.
Tutte le borghesie nazionali anelano disperatamente alla guerra quale unica loro salvezza dalla crisi di sovrapproduzione che avanza portando inesorabilmente al crollo catastrofico dell’economia capitalistica mondiale.
L’intreccio degli affari fra gli imperialismi è la conferma di come le contrapposizioni fra gli Stati borghesi non siano affatto assolute anche se – come nelle guerre fra clan mafiosi – vengono uccisi capi e gregari: la borghesia russa trae vantaggio dalla guerra di USA e Israele all’Iran, paese con cui solo un anno addietro ha stretto un “trattato di partenariato strategico”; la Cina ha nel regime iraniano un fondamentale alleato, da cui acquista il 90% delle esportazioni petrolifere, ma è anche il primo partner commerciale di Israele e a entrambi – Israele e Iran – vende i sistemi di controllo per massacrare gli uni i palestinesi, gli altri i rivoltosi iraniani.
Quel che conta per la borghesia internazionale e i suoi regimi politici nazionali, più che vincere nella spartizione, è che la guerra sia combattuta: che divori vite città fabbriche e merci in eccesso, per ridare fiato all’asfittica accumulazione del capitale. La guerra imperialista, più e oltre che una guerra fra bande di Stati capitalisti, è una guerra della borghesia contro il proletariato mondiale, è una guerra di classe.
Ne sono ulteriore dimostrazione le risibili declamazioni a “difesa dei popoli oppressi” da parte dell’imperialismo USA quanto il menzognero “anti-imperialismo” dei regimi capitalisti avversari di Washington, cui solo i reduci nostalgici dell’impostura del falso socialismo dell’URSS possono credere. I proclami di USA e Israele a sostegno dei rivoltosi iraniani durante le manifestazioni di gennaio sono stati utili solo al regime iraniano, che meglio ha potuto additarli di intelligenza con forze straniere e massacrarli. I bombardamenti dal 28 febbraio – giunti per altro a massacro compiuto da due mesi – compattano le forze di opposizione attorno al nazionalismo e quindi al regime, che può ulteriormente indurire la repressione interna. E infatti con la guerra ogni manifestazione è cessata. Le borghesie statunitense e iraniana guadagnano dal petrolio più di prima. Il cambio di regime invocato dagli USA è un cambio di direzione del flusso dei proventi del petrolio mantenendo intatto l’apparato borghese – fondato in Iran su pasdaran e clero sciita – che opprime il proletariato, esattamente come avvenuto in Venezuela.
Tutti gli Stati borghesi del mondo, in primis quelli che si ergono a paladini della democrazia, hanno interesse a che il proletariato iraniano resti oppresso e sfruttato perché la sua rivolta incendierebbe la lotta di classe dalla Turchia, al Maghreb passando per il Medio Oriente, ivi compresa Israele, al cui regime borghese verrebbe a mancare lo spauracchio con cui incatena la classe lavoratrice al carro degli interessi capitalistici nazionali.
Gli imperialismi europei in veste democratica – quello italiano fra i primi – hanno fatto affari per mezzo secolo col regime borghese iraniano in vestaglia da Ayatollah e continueranno a farli, in barba a ogni sermone democratico recitato all’occorrenza da papaveri politici e vertici istituzionali borghesi. Il cinismo assassino delle democrazie europee e americana mostrano come la democrazia sia la veste con cui questi regimi coprono la loro natura borghese, per cui il Profitto viene prima di tutto: sotto la maschera democratica la realtà sociale e politica è quella della Dittatura del Capitale.
Le libertà politiche, sindacali, sociali sono concesse nella misura in cui non ledono gli interessi fondamentali del grande Capitale: con l’avanzare della crisi di sovrapproduzione e della guerra imperialista debbono essere compresse o del tutto revocate, per impedire che ostacolino l’aumento dello sfruttamento e il militarismo.
I partiti della sinistra liberal-borghese, che in Europa come negli USA si presentano quale alternativa e baluardo alla destra e al fascismo, non fanno altro invece che spianargli la strada: quando vanno al governo le loro politiche non possono che eseguire i dettami del grande Capitale. Illudono i lavoratori che la soluzione sia sul piano elettorale, all’interno del presente quadro politico capitalistico, li disorganizzano e li disarmano, consegnandoli agli strati più arretrati che cadono negli inganni populisti del fascismo e si accodano alla piccola-borghesia.
I partiti della sinistra opportunista, che non credono nella rivoluzione e nel comunismo, anche quando si dichiarano radicali o rivoluzionari, di fronte al disvelarsi del fascismo dei regimi borghesi, fanno fronte comune con la sinistra borghese in “difesa della democrazia”, andando con essi verso il fallimento.
Al regime borghese basta promuovere una destra sempre più reazionaria, spietata, fascista, per far abbracciare alla sinistra borghese politiche di destra. La logica è analoga a quella con cui ai lavoratori sono fatti ingoiare i rinnovi contrattuali peggiorativi dai sindacati di regime: “poteva andare peggio!” Al fascismo la sinistra liberal-borghese non ha da contrapporre alcun programma politico, se non quello – comune alla destra – di gestire e difendere il capitalismo, in marcia verso crollo economico e guerra imperialista.
In una nota immagine tanti piccoli pesci, braccati da un grande predatore, si uniscono a formare un pesce ancora più grande, ribaltando i rapporti di forza. Questa è la lotta proletaria con una parte consistente dei lavoratori organizzata nel sindacato di classe diretto dall’indirizzo sindacale e politico del partito comunista rivoluzionario. In democrazia il disegno è diverso: due pesci grossi (destra e sinistra borghesi) ruotano attorno ai pesci piccoli (i proletari) emettendo grandi bolle (propaganda) e rinchiudendoli in esse; il terzo pesce grosso – la borghesia – dal basso risale e si mangia i pesci piccoli.
A salvare la classe lavoratrice da guerra e fascismo non sarà la “difesa della democrazia”, il fronte unico politico dei partiti “antifascisti”, ma la lotta di classe in difesa di salari e condizioni di vita e di lavoro, con un fronte unico sindacale di classe che guidi scioperi sempre più estesi e duraturi, fino alla rivoluzione e alla dittatura proletaria.
L’alternativa
non è fra democrazia e fascismo, fra destra e sinistra, ma fra
capitalismo e comunismo, fra guerra e rivoluzione.
- Contro la guerra tra gli Stati per la guerra tra le classi!
- Per l’internazionalismo proletario!
- Per la rivoluzione comunista!
PAGINA 2
Sentiamo ripetere all’infinito che lo Stato d’Israele sta trascinando l’America nel conflitto,che Netanyahu manipola Washington, che l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) ha comprato il Congresso, che questa è la guerra di Israele e l’America è trascinata al seguito. Questa spiegazione è ovunque: nella stampa liberale, nel movimento contro la guerra, e in alcuni settori della “sinistra”.
Ma è fondamentalmente sbagliata. Non perché la lobby sia immaginaria o Netanyahu
manchi di obiettivi. È sbagliata perché confonde lo strumento con l’artefice.
Permette a Washington di nascondersi dietro Tel Aviv.
Occorre iniziare non dall’ideologia, ma dall’economia, dal movimento del
capitale.
Gli Stati Uniti forniscono aiuti militari allo Stato d’Israele dal 1949, ma somme modeste fino alla guerra del 1973, quando gli aiuti aumentarono di un ordine di grandezza e si stabilirono a circa tre miliardi di dollari all’anno, cifra che è rimasta invariata da allora. Nel 2009 praticamente tutti gli aiuti erano militari e quelli civili completamente eliminati. Gli Stati Uniti non stanno finanziando la società israeliana. Stanno acquistando una funzione militare nella regione.
Ma gli aiuti non sono denaro. Sono buoni spendibili solo presso i produttori di armi americani: Lockheed Martin, Raytheon, Boeing, General Dynamics. Lo Stato d’Israele è tenuto a spendere gli aiuti negli Stati Uniti. Ogni dollaro torna al capitale americano delle armi. Anche le uniformi e le razioni da combattimento che potrebbero essere prodotte in Israele sono acquistate da aziende americane perché lì i buoni devono essere spesi. Quindi, quando sentiamo dire che il governo americano dà tre miliardi all’anno a Israele dobbiamo intendere: dà tre miliardi all’anno alla propria industria degli armamenti e spedisce il prodotto a uno Stato cliente. In termini reali, al netto dell’inflazione, gli aiuti hanno raggiunto il picco nel 1979 e nel 2010 erano scesi a circa un quinto. L’America paga meno mentre esige di più.
Nel 2016 l’amministrazione Obama firmò con lo Stato d’Israele un accordo decennale che concedeva il privilegio di spendere una parte degli aiuti con la propria industria militare, privilegio di cui nessun altro paese ha mai goduto. L’accordo però impediva allo Stato d’Israele di richiedere ulteriori sovvenzioni al Congresso per tutta la sua durata. Israele firmò, ma non in un rapporto tra pari, i termini sono di subordinazione.
Subordinazione molte volte provata. Negli anni ’80 Israele tentò di costruire un proprio jet da combattimento – il Lavi – un diretto concorrente degli aerei americani: un tentativo di indipendenza militare-industriale. Gli Stati Uniti affossarono il progetto. Ritardarono le licenze tecnologiche, commissionarono un rapporto del Pentagono che gonfiava le stime dei costi del quaranta per cento, insistettero sul diritto di veto sulle vendite a terzi, infine offrirono gratuitamente sistemi americani concorrenti sotto forma di ”aiuti”. Il progetto fallì. Migliaia di lavoratori persero il posto. E l’intera industria degli armamenti israeliana fu ristrutturata attorno a una nuova divisione del lavoro: gli Stati Uniti monopolizzano le piattaforme da combattimento — carri armati, jet, navi da guerra — mentre Israele produce solo componenti complementari. Display per caschi per l’F-15. Sistemi di navigazione per l’F-16. Ottiche di puntamento. Parti che si inseriscono nelle attrezzature americane e non competono con nessuno.
Né l’AIPAC né i neoconservatori hanno salvato il Lavi. Quando gli interessi del capitale israeliano si sono scontrati realmente con quelli del capitale americano, Israele ha ceduto. Ogni volta.
Esclusa dalla competizione sull’armamento di base, Israele si è ritagliato una nicchia: la tecnologia della repressione. Sistemi di sorveglianza, identificazione biometrica, automazione dei posti di blocco, difesa perimetrale, controllo delle rivolte – tutto sviluppato attraverso decenni di occupazione militare, testato su una popolazione palestinese prigioniera, poi commercializzato a livello globale come “collaudato in combattimento”. Dopo l’11 settembre questa nicchia è esplosa.
Netanyahu ha detto che gli attacchi erano “un bene per Israele” – perché la guerra globale al terrorismo ha aperto un mercato enorme proprio per i prodotti che le aziende israeliane già vendevano. L’80% della produzione di armi israeliana è destinato all’esportazione, quattro volte la percentuale americana. Nel 2012 quasi il 5% della forza lavoro israeliana dipendeva dall’industria degli armamenti – un terzo del settore industriale. L’occupazione militare del territorio palestinese non è separata dall’economia israeliana. È il motore del suo settore più redditizio. Ogni campagna di bombardamenti è una dimostrazione di prodotto. Ogni guerra è una fiera commerciale.
L’occupazione stessa costa allo Stato israeliano più di quanto riceva in aiuti americani – quella soglia è stata superata intorno al 1999. I costi per la sicurezza, alimentati dalla resistenza palestinese, sono quasi il triplo dei sussidi ai coloni. La povertà israeliana è in aumento, le scuole sono in declino, i servizi sociali sono smantellati. Ma le aziende produttrici di armi sono in forte espansione. I costi sono socializzati, distribuiti sulle classi lavoratrici israeliana e americana. I profitti sono privatizzati nel capitale delle armi, nelle società di sicurezza e nei circuiti più ampi della finanza internazionale. È stato dimostrato che le guerre in Medio Oriente aumentano drasticamente le rendite delle compagnie petrolifere e delle aziende produttrici di armi a livello globale – non solo di quelle israeliane.
L’occupazione genera instabilità permanente. L’instabilità fa salire i prezzi del petrolio. L’instabilità fa aumentare la domanda di armi. La questione palestinese rimane irrisolta non perché nessuno possa risolverla, ma perché la sua irrisolvibilità è redditizia.
Questa è la struttura. E all’interno di questa struttura, la lobby svolge una funzione reale ma secondaria. Non neghiamo il potere dell’AIPAC. Può mobilitare settanta firme al Senato in un giorno. Canalizza i fondi per le campagne elettorali attraverso dozzine di “Comitati di Azione Politica”. Modella le opinioni e mette a tacere i critici. Tutto documentato. Ma l’affermazione secondo cui la lobby determina la politica americana anziché servirla inverte causa ed effetto. La lobby ha successo perché la sua agenda è in linea con ciò che i principali settori del capitale americano già richiedono. L’argomento secondo cui Israele è una “passività strategica” regge solo se ci si chiede: passività per chi? Per i produttori di armi, per le compagnie petrolifere, per il settore della sicurezza interna, il rapporto è enormemente redditizio. La passività ricade sui lavoratori e sui contribuenti americani — ma i loro interessi non sono mai stati quelli che la politica estera borghese serve. Questa non è una distorsione dell’interesse nazionale. È il normale funzionamento dell’imperialismo, dove i costi sono socializzati e i profitti privatizzati.
E notiamo che coloro che sostengono più a gran voce la tesi della lobby, quando vengono messi alle strette su ciò che propongono effettivamente non chiedono di porre fine al dominio americano sul Medio Oriente. Chiedono ciò che definiscono “equilibrio estero”: controllare il petrolio del Golfo Persico con meno truppe sul campo. Un imperialismo più efficiente.
Deve anche essere chiaro che rifiutiamo ogni lettura cospirativa. L’analisi del nostro partito sulla “questione ebraica” è sempre stata chiara: ci sono sempre stati ebrei ricchi ed ebrei poveri, proprio come ci sono borghesi e proletari di ogni nazionalità. La generalizzazione arbitraria che attribuisce a un intero popolo le caratteristiche della sua classe dominante – o peggio, di una cricca oscura che dirige gli eventi mondiali – è il più antico espediente dell’ideologia reazionaria. È stato usato contro gli ebrei per secoli. Oggi viene usato contro gli arabi, contro i musulmani, contro ogni popolazione che l’imperialismo ha bisogno di demonizzare. Non combattiamo questa generalizzazione con appelli sentimentali o moralismi liberali. La combattiamo con l’analisi di classe. La borghesia israeliana sfrutta i lavoratori israeliani. La borghesia palestinese, che indossi il distintivo di Fatah o di Hamas, sfrutta i lavoratori palestinesi. Il capitale americano li sfrutta tutti. La questione non riguarda i popoli, le razze o le religioni. La questione è, come sempre, di classe.
Verifichiamo questo nella guerra attuale. Gli Stati Uniti non stanno bombardando l’Iran perché lo ha chiesto Netanyahu. Gli Stati Uniti stanno bombardando l’Iran perché l’Iran è l’ultimo grande ostacolo all’egemonia americana incontrastata sul corridoio energetico del Golfo Persico, attraverso il quale passa un quinto del petrolio mondiale. Perché il petrolio del Golfo tolto dal mercato fa salire i prezzi al livello ideale per i produttori americani. Perché questa guerra ha già portato alla costruzione della prima nuova raffineria americana in mezzo secolo.
Quando Netanyahu sembra guidare – quando Israele colpisce per primo, quando i servizi segreti israeliani indicano i bersagli – ciò che vediamo è il braccio esecutivo sub-imperiale che svolge la sua funzione con entusiasmo. Non il servitore che comanda il padrone, ma il servitore che dimostra la sua utilità affinché la paga continui ad arrivare.
Ogni volta che qualcuno punta il dito contro Netanyahu e dice che sta trascinando l’America in questa guerra rende un servizio al capitale americano. Permette a Washington di nascondersi dietro il proprio strumento. Permette agli artefici della guerra di sfuggire alla riprovazione e condanna.
Questa confusione non è teorica. Si sta verificando proprio ora, nel bel mezzo di questa guerra. Tre settimane fa, Joe Kent — il direttore del Centro nazionale antiterrorismo di Trump, un Berretto Verde con undici missioni di combattimento alle spalle, marito di una Gold Star, conosciuta fedele MAGA — si è dimesso in segno di protesta. Nella sua lettera di dimissioni ha affermato che l’Iran non rappresentava una minaccia imminente, che la guerra era stata iniziata «a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana», e che Israele aveva usato «la stessa tattica» che aveva usato per trascinare l’America in Iraq. Tucker Carlson, che raggiunge decine di milioni di persone, ha definito la guerra «assolutamente disgustosa e malvagia» e l’ha dichiarata «la guerra di Israele, non quella degli Stati Uniti». Megyn Kelly ha dato la colpa agli «Israel firsters». Candace Owens, Marjorie Taylor Greene e altri si sono uniti al coro. Nella destra americana si sta affermando una nuova narrativa, del «colpo alle spalle»: il presidente è stato ingannato da una potenza straniera per tradire l’America First.
Una cosa manca in ognuna di queste critiche, nessuna si chiede chi abbia tratto profitto dall’impennata del prezzo del petrolio, che i produttori di scisto avevano bisogno di prezzi superiori ai 65 dollari al barile per rimanere redditizi e li hanno ottenuti. Il quadro di Kent protegge interamente il capitale americano: sostiene che il problema sia la manipolazione straniera e che la soluzione sia un nazionalismo più puro. Se si elimina l’influenza di Israele, la politica estera americana diventa razionale, pacifica, benigna.
Questo è falso. L’imperialismo non ha bisogno di essere spinto con l’inganno alla guerra. La fa di suo. La guerra è il modo in cui resiste alla sovrapproduzione, si assicura i mercati energetici, disciplina i rivali e genera profitti per i settori delle armi e del petrolio, i cui interessi guidano la politica. La borghesia israeliana è uno strumento in questo processo – uno strumento disponibile ed entusiasta – ma distruggere lo strumento non fermerebbe la mano che lo brandisce.
Abbiamo verificato questa sottomissione nel corso di decenni. La via nazionale è stata provata in modo esaustivo. Nel 1970 la Giordania massacrò i palestinesi mentre l’OLP si rifiutava di organizzare le masse giordane. Nel 1976 le truppe siriane assediarono Tell El Zaatar per cinquantadue giorni mentre le navi israeliane bloccavano via mare e l’OLP stava a guardare per preservare la propria posizione diplomatica. Nel 1982 a Beirut l’OLP difese la città ma non armò mai la popolazione, evacuò quando arrivò la forza multinazionale, e seguirono Sabra e Chatila. Nel 1993 Oslo rese permanente l’accordo: l’OLP divenne l’Autorità Palestinese, un subappaltatore dell’occupazione, una forza di polizia che manteneva l’ordine in cambio di affari all’ombra di Israele. Ogni volta, i lavoratori hanno pagato con la vita e la borghesia ha raccolto i frutti diplomatici.
Non chiediamo una migliore politica internazionale. Non chiediamo di riforme o l’elezione di politici migliori o di controbilanciare in modo più efficiente il potere degli imperialismi. Queste sono le ricette dei critici della stessa borghesia — che vogliono che l’imperialismo funzioni in modo più economico, più silenzioso, con meno imbarazzi. Chiediamo la distruzione del sistema che produce queste guerre. I comunisti si schierano dietro il programma che è stato confermato da un secolo di controrivoluzione: nessun sostegno a nessuno Stato borghese, nessun sostegno a nessun falso movimento nazionale che incateni il proletariato ai suoi sfruttatori, nessun fronte patriottico, nessuna unione sacra, nessun “male minore”. Disfattismo rivoluzionario in ogni paese in guerra. Trasformare la guerra imperialista in guerra di classe.
Occorre l’organizzazione indipendente della classe operaia per la difesa solo dei suoi interessi, in sindacati liberati dagli apparati del regime, sotto la direzione del proprio partito – il partito della rivoluzione comunista, che non vacilla al variare delle mode politiche e non insegue i movimenti, ma si prepara, con ferrea disciplina e chiarezza teorica, al momento in cui la crisi del capitale proietterà la lotta di classe sulla scena della storia.
La via nazionale araba si è dimostrata chiusa. Lo conferma il 1967, sigillato nel sangue nel 1970, 1976, 1982, 1993. Né il nazionalismo iraniano, né il nazionalismo palestinese, né il nazionalismo israeliano indicano la via del futuro. Ormai tutti richiedono solo che i lavoratori muoiano per la conservazione di un mondo morente.
Rimane bene aperta solo la strada della emancipazione internazionale della classe operaia. L’organizzazione indipendente del proletariato oltre ogni confine, contro ogni Stato, contro ogni borghesia. Palestinesi, israeliani, iraniani, europei, americani, asiatici: tutti condividono un nemico comune.
Lo abbiamo detto nel 1967 e lo ripetiamo: o i proletari del Medio Oriente combatteranno insieme per abbattere il potere delle loro borghesie – con i proletari delle metropoli imperialiste a dare l’esempio di una battaglia che non conosce frontiere di razza, Stato o religione – oppure ci sarà di nuovo la guerra. Lì e ovunque. Oggi e domani.
Ma il sistema che impone questa guerra arma anche i becchini che le porranno
fine. Il nostro compito di comunisti è essere pronti.
Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez, in apparente contrasto con i principali leader europei, si è opposto all’operazione Epic Fury del 28 novembre di Usa e Israele contro l’Iran: «No alla guerra. È possibile essere contrari al regime odioso di Teheran e allo stesso tempo a un intervento militare ingiustificato e rischioso per la stabilità globale». Ha quindi negato agli Usa l’utilizzo delle basi militari di Rota e di Moron.
Anche in Italia tutti i partiti di “opposizione” e di “sinistra” si sono sprecati in unanime plauso e tripudio.
Ma è solo retorica populista e demagogica, che imbambola l’elettore in attesa del nuovo Messia, o Duce, che risolva la crisi del capitale ed eviti la sua guerra.
Anti-militarismo ?
Lo scorso giugno, dopo aver rifiutato la richiesta di Trump di raggiungere, insieme agli altri paesi Nato, una spesa militare del 5% del Pil, la Spagna, in un vertice con il segretario generale Mark Rutte, si è impegnata ad aumentare la spesa dal 1,3% del 2024 al 2,1% per la fine del 2025 e con una brusca accelerazione ad aprile con l’incremento di 10,5 miliardi più 2 miliardi nel gennaio 2026. La Nato ha accettato il compromesso, considerando l’affidabilità in guerra del leader spagnolo, ormai al suo terzo mandato dal 2018, e il raddoppio della spesa militare nel decennio 2014-2024, da 9,5 a 19,7 miliardi. Per altro il 5% deve essere raggiunto solo entro il 2035: con l’attuale tendenza spagnola quanto meno alla scadenza ci sarà.
Inoltre, il PSOE, il partito “socialista” guidato da Sanchez, a marzo ha votato
a Bruxelles a favore del piano Rearm Europe, che mobilita 800 miliardi di euro
entro il 2030 per ridurre la dipendenza di difesa dagli Usa da parte dell’UE,
diminuendo gravemente le risorse da destinare allo stato sociale. Parte della
coalizione di governo strizza l’occhio alla Russia, tenendo di scorta un cambio
di alleanza sullo scacchiere internazionale.
Da ottobre 2023 fino al settembre scorso, con già 70.000 morti a Gaza, la
Spagna ha intrattenuto stretti rapporti commerciali con Israele per acquisto e
vendita di armi per oltre un miliardo. Nonostante il decreto di embargo sulle
armi contro Israele, neanche tre mesi dopo, a dicembre, il governo spagnolo ha
autorizzato l’ennesimo scambio di materiale bellico, sfruttando la clausola
“per questioni di eccezionalità”. Un embargo dunque che non deve danneggiare i
profitti dell’industria bellica, seppure allineati alla politica europea e
ottenere consensi elettorali!
Non è mancato neppure l’appoggio alla “resistenza ucraina”, in armonia con il fronte guerrafondaio europeo che, tagliato fuori da Usa e Russia sulla spartizione delle terre rare e da possibili futuri accordi, mira alla continuazione di un conflitto disastroso per i lavoratori ucraini tra perdite di vite umane e arruolamenti forzati. Dopo “aiuti” per 1,1 miliardi nel 2024 e 817 milioni nel 2025, ne è stato annunciato uno da 1 miliardo il 18 marzo 2026, in occasione della visita di Zelensky a Madrid. “Niente può farci dimenticare l’Ucraina” ha annunciato Sanchez, che, tradotto nel nostro vocabolario, significa “la guerra per gli interessi borghesi contro il proletariato può continuare”.
Difesa dei lavoratori ?
Il recente aumento di salario minimo da 736 euro del 2018 a 1.221 nel 2026 ha suscitato un entusiasmo ingiustificato. Nel 2024 il salario medio in Spagna ammontava a 33.700 euro rispetto a 33.523 in Italia. Il salario mediano è invece più espressivo del livello dei salari, in quanto non gonfiato dai salari più alti: Eurostat dà il reddito mediano netto di 19.307 euro per la Spagna nel 2024, 20.605 per l’Italia. I salari spagnoli sono inferiori persino a quelli italiani, notoriamente i peggiori nelle grandi economie europee e gli unici che tra il 1990 e il 2020 sono diminuiti.
Secondo l’Istitudo Nacional de Estadistica uno spagnolo su quattro è a rischio povertà, mentre i borghesi con reddito superiore a 30 milioni nel 2025 hanno aumentato la loro ricchezza del 13,6%, mentre il valore dei salari perdeva il 6%.
Inoltre la Spagna ha la più alta disoccupazione dell’intera Ue: 11%, 27% quella giovanile.
Accoglie gli immigrati ?
La politica migratoria è correlata alla cooperazione con il governo marocchino,
dopo che nel 2022 la Spagna ha cambiato la sua posizione precedente appoggiando
il piano di autonomia del Marocco nel Sahara Occidentale.
La repressione e il contenimento nel giugno 2022 trovarono il culmine nella
strage nella città spagnola autonoma di Melilla, in Marocco: duemila migranti
provenienti dal Sudan e dal Ciad che tentavano di oltrepassare il confine
recintato, furono brutalmente repressi dalla polizia sia marocchina sia
spagnola, che fece diverse decine di morti, centinaia di feriti e decine di
condanne. Nell’occasione Sanchez espresse solidarietà «allo straordinario lavoro
svolto dal governo marocchino in coordinamento con le forze di sicurezza
spagnole per far fronte e risolvere un’aggressione violenta», come avrebbe
potuto vomitare un qualsiasi leghista in Italia.
In Mauritania ad ottobre sono stati costruiti due centri di detenzione con il contributo spagnolo di mezzo miliardo di euro. La Mauritania ospita centinaia di migliaia di rifugiati del Mali ed è il principale transito dell’emigrazione africana verso la Spagna, con decine di migliaia di arrivi ogni anno. Il governo spagnolo ha inviato in Mauritania attrezzature di polizia e 80 agenti per controllare la rotta delle Canarie, rendendosi complice di arresti e persecuzioni di profughi in fuga dalla guerra come dal Mali e dal Niger.
Questa la “politica di integrazione” del governo Sanchez, di fatto perfettamente allineata a quella degli altri leader europei, Meloni compresa. Anche la regolarizzazione di 500.000 immigrati non risponde che alle esigenze dei capitalisti agrari bisognosi di manodopera a basso costo.
Riformismo redento ?
Si conferma che le “politiche di sinistra” sono solo propaganda per illudere i
lavoratori che una via pacifica e riformista possa contenere l’irrisolvibile
crisi strutturale del capitalismo, che ormai sopravvive a sé stesso.
La realtà economica e le pose dei politicanti dimostrano che il riformismo ha
chiuso definitivamente il suo ciclo sotto i colpi di una nuova ed estesa crisi
di sovrapproduzione mondiale che flagella l’economia capitalistica già da
decenni. Nessun governo ha potuto evitare politiche di immiserimento contro i
lavoratori ed ogni governo futuro, di qualsiasi colore, sarà peggiore del
precedente.
Nessun “paladino di riforme” potrà deviare la rotta dalla povertà crescente, dalla crisi economica, dalle guerre commerciali e militari, ogni governo di destra o di “sinistra” sarà chiamato a gestire un’economia in caduta libera, a tutelare i profitti dei grandi gruppi industriali e finanziari, in concorrenza sempre più agguerrita tra loro.
La classe lavoratrice, con l’avanzare della crisi, con la lotta sindacale
autonoma, sempre più combattiva e in collegamento al suo partito rivoluzionario,
lottando per difendere le proprie condizioni di vita, imparerà a smascherare
tanto i suoi nemici quanto, e soprattutto, i finti amici, staccandosi dalle
pulsioni della piccola borghesia e dai sindacati e dai partiti che si pongono
alla testa del movimento per contenerlo, arginarlo, sedarlo e sviarlo verso
posizioni reazionarie compatibili con gli interessi delle proprie borghesie
sfruttatrici. Dimostrerà così di essere l’unica classe che può deviare il corso
della storia dal baratro verso cui il capitalismo a passi veloci la sta
sprofonando.
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Pagina di impostazione programmatica e di battaglia del Partito Comunista Internazionale |
Un nuovo grave attacco alla libertà di sciopero, arma vitale del sindacalismo di
classe, è condotto in questi mesi dal regime borghese in Italia dal governo di
destra, in perfetta continuità e complicità coi precedenti governi di sinistra.
Si svolge su due fronti convergenti nel colpire il movimento di lotte operaie
sviluppatosi nella logistica a partire dal 2010.
Contro picchetti e scioperi
Il primo fronte dell’offensiva è un’azione direttamente governativa, ossia le modifiche apportate al Testo Unico sulle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS) – un Regio Decreto del 1931 (inizia con la dicitura “Per grazia di Dio e per volontà della Nazione”) – con l’ennesimo Decreto Sicurezza, entrato in vigore il 24 febbraio scorso.
Per inciso notiamo come, pur con modifiche intervenute lungo tutto il secondo dopoguerra, il troncone delle leggi sulla pubblica sicurezza del fascismo sia stato accolto nella repubblica democratica antifascista seconda una logica che potremmo descrivere con la massima – contro cui la sinistra borghese, moderata e radicale, finge sempre di indignarsi a parole, riconoscendola nei fatti – “il fascismo ha fatto anche delle cose buone”.
La modifica – relativa all’articolo 18 del TULPS, apportata dall’articolo 9 del Decreto Sicurezza (D.L.n.23) – riguarda le manifestazioni pubbliche. La legge fascista del 1926, accolta nel TULPS del 1931 e perfettamente in vigore nell’ordinamento democratico, impone l’obbligo di comunicare con almeno 3 giorni di anticipo la manifestazione alla questura. La violazione della norma prevedeva l’arresto fino a 6 mesi e una sanzione fino a 413 euro. Il problema però si poneva coi picchetti operai, metodo di lotta fondamentale dello sciopero, che non vengono preavvisati per evitare che la questura avvisi l’azienda, indebolendo con ciò lo sciopero in quanto privato del fattore sorpresa.
L’effettiva applicazione di una legge contro i lavoratori è espressione della
realtà sociale e materiale della lotta di classe, per cui la suddetta norma –
l’arresto fino a 6 mesi – non era applicata per i picchetti, non considerati
alla stregua di una manifestazione pubblica, in quanto ciò avrebbe avuto effetto
opposto a quello desiderato di ostacolare la lotta operaia, scatenando invece
una reazione della classe e del movimento sindacale.
La modifica oggi introdotta rende la norma applicabile ai picchetti e assai più
efficace nel suo obiettivo di reprimere la lotta operaia. Infatti, se da un lato
viene eliminato l’arresto, dall’altro è elevata la sanzione da un minimo di
1.000 euro a un massimo di 10.000. Il passaggio da pena a sanzione rende la sua
applicazione assai più semplice, anche perché elimina tutta la parte processuale
legata all’arresto, colpendo il sindacalismo di classe in maniera tanto più
subdola quanto più efficace: con multe in serie da migliaia di euro sarà facile
costringere i sindacati a desistere dal dispiegare picchetti ai cancelli che
impediscano l’accesso e l’uscita delle merci, e in tal modo diverranno più
deboli gli scioperi. Un adeguato alto grado di sfruttamento dei lavoratori è
così garantito ai borghesi.
Il governo aveva già ben dimostrato di avere le idee chiarissime su quale fosse il suo principale obiettivo coi reiterati Disegni Sicurezza: sconfiggere il sindacalismo di classe nella logistica, laddove più aveva rialzato la testa, dal 2011 al 2018, e che poi, pur indebolito, non poteva certo ancora dirsi sconfitto. Nella sua risposta alla interrogazione parlamentare alla Camera dei Deputati il 25 settembre 2024 il ministro degli interni Piantedosi aveva detto a chiare lettere che l’obiettivo del Disegno di Legge Sicurezza, entrato in vigore poi l’11 aprile del 2025, era impedire gli scioperi del sindacalismo di base: «le dinamiche sindacali del comparto della logistica sono da tempo egemonizzate dalle sigle più oltranziste del sindacalismo di base (...) con manifestazioni (...) senza preavviso, nelle quali i partecipanti sono soliti porre in essere azioni che impediscono l’ingresso e l’uscita dei mezzi utilizzati per il trasporto merci, nonché forme di picchettaggio (...) Dal primo gennaio [2024, ndr] ad oggi nel settore della logistica si sono registrati (...) 183 (...) episodi di blocco delle merci (...) Nel disegno di legge in materia di sicurezza pubblica appena approvato da questa Camera è stato previsto che colui che impedisca, anche solo con il proprio corpo, la libera circolazione su strada ordinaria o ferrata, come avviene nei casi di specie, commette un delitto – e non più un illecito amministrativo – punito con la reclusione fino a un mese o la multa fino a 300 euro. In caso di reato commesso da parte di più persone la reclusione è da 6 mesi a 2 anni».
Un anno dopo il governo ha arricchito e affinato i suoi strumenti contro le lotte operaie: sanzioni di migliaia di euro appaiono meno “antidemocratiche” degli arresti, e per questo assai più applicabili ed efficaci. Ciò non toglie che, in un contesto sociale diverso, di aperta repressione antiproletaria, la detenzione per blocco stradale verrà comminata, naturalmente nel pieno rispetto dell’ordinamento democratico.
Le sanzioni stabilite dall’ultimo Decreto Sicurezza vengono comminate dalla
Prefettura e a oggi sono già state usate contro 4 militanti sindacali del SI
Cobas – per scioperi in provincia di Alessandria al magazzino logistico Arcese
di Tortona e a quello Coop di Serravalle Scrivia – e uno dell’Usb. Nel verbale
consegnato ai lavoratori del SI Cobas si afferma che il mancato preavviso della
manifestazione – cioè del picchetto – sarebbe servito a “causare danno
all’azienda”, cioè null’altro che lo scopo di uno sciopero, che è un’arma della
lotta fra le classi non una manifestazione d’opinione né l’esercizio di un “diritto”.
La delibera della Commissione di Garanzia
L’altro fronte dell’offensiva contro la libertà di sciopero è stata la delibera n.26/88 dell’11 marzo scorso della Commissione di Garanzia sugli Scioperi (CGS) con cui ha preteso estendere il campo di applicazione della legge anti-sciopero – L.146/1990 – all’intero settore della logistica.
In questo caso la manovra non è direttamente – per quanto certamente d’ispirazione – governativa, essendo la CGS di nomina non governativa e di durata maggiore della singola legislatura (6 anni). C’è continuità fra i governi della destra e della sinistra borghesi nel perseguire la concussione della libertà di sciopero e nel combattere il sindacalismo di classe. È necessaria a tal scopo una ricapitolazione storica.
Giuseppe Di Vittorio, il primo segretario generale della Cgil ricostituita “dall’alto”
col “Patto di Roma” del 9 giugno 1945 – già interventista durante la Prima
Guerra mondiale, al pari del compare Togliatti – in veste di deputato del PCI,
da quasi 20 anni ormai saldamente controrivoluzionario, alla Assemblea
Costituente, così si espresse: «Dato il fatto che lo sciopero in un servizio
pubblico può danneggiare un gran numero di persone estranee alla vertenza,
occorre una remora che ne freni l’uso e ne eviti gli abusi (...) L’efficacia di
queste remore libere e spontanee è comprovata dal fatto che la Confederazione
Generale Italiana del Lavoro ha sancito spontaneamente nel proprio statuto
sociale (...) il principio che lo sciopero nei servizi pubblici sia da evitare
in tutta la misura del possibile» (Relazione del deputato Di Vittorio sul
diritto di associazione e sull’ordinamento sindacale, 6 settembre 1946).
In altro punto della stessa relazione, Di Vittorio rincarava la dose, per chi si
fingesse sordo: «L’arbitrato facoltativo (...) è un mezzo al quale è anche
desiderabile che si faccia ricorso il più possibile, per prevenire ed evitare
agitazioni e scioperi che, in linea generale, non sono mai eventi auspicabili» (ibidem).
Affermazioni che sottoscriverebbe un qualsivoglia segretario della CISL o della UGL, e che palesano la confusione e l’opportunismo regnanti in dirigenze dello stesso sindacalismo di base, che identificano in quel bonzo sindacale un faro per il sindacalismo di classe.
Da quelle premesse scaturì la nota formulazione dell’art.40 della Costituzione: «Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano», sottoscritta dal PCI, a ulteriore conferma dell’essersi spostato quel partito su posizioni controrivoluzionarie, a destra dello stesso PSI da cui, nel gennaio 1921, ci si era divisi formando il Partito Comunista d’Italia: Turati, sebbene capo storico del riformismo in Italia, considerava infatti «una bestemmia giuridica» ritenere lo sciopero come un diritto da normare, temendo che in tal modo esso sarebbe stato «addomesticato», perdendo così la propria efficacia.
Col sopravvento dell’opportunismo centrista di Stalin-Togliatti – a partire dal 1926 nel partito comunista di Russia e in quello d’Italia – il principio che vede la storia come lotta di classi e l’azione diretta del proletariato metodo cardine della sua azione politica, erano stati sostituiti dalla più vieta ideologia e pratica borghese, che sottomette gli interessi della classe operaia a quelli della Nazione, cioè del capitalismo.
Esemplificativo un altro passaggio della relazione di Di Vittorio: «I consigli di gestione si propongono di utilizzare l’esperienza diretta, lo spirito d’iniziativa e la capacità creatrice dei tecnici e delle maestranze per suggerire nuove forme di organizzazione del lavoro (...) allo scopo di migliorare costantemente la qualità della produzione (...) e di aumentarne la quantità, nell’interesse comune dell’azienda e del personale, in perfetta coincidenza con gli interessi generali della Nazione». Sì, “Nazione”, come piace alla Meloni, e pure con la maiuscola!
È nella seconda metà degli anni ‘70 che maturano le condizioni materiali che portarono alla crisi il sindacalismo di regime, espresso dalla dirigenza Cgil fin dal 1945 e che mostrarono a sempre più lavoratori il tradimento del PCI e della Cgil.
Col primo manifestarsi della crisi di sovrapproduzione nei capitalismi nazionali senili d’occidente, nel 1973-74 – cioè con la fine del cosiddetto boom economico frutto delle distruzioni della Seconda Guerra imperialista mondiale – il riformismo dovette cambiare registro: abbandonare le “riforme progressive” e iniziare a sostenere la necessità dei “sacrifici” di cui la classe operaia avrebbe dovuto farsi carico per difendere sempre i soliti “interessi generali della Nazione” e la Democrazia.
In un periodo storico di ancora robusta combattività operaia, a partire dalla seconda metà degli anni ‘70 iniziarono a verificarsi importanti movimenti di sciopero fuori dal controllo della Cgil, e contro i quali essa svolse un’aperta opera di sabotaggio: i ferrovieri nel 1975; gli ospedalieri e gli assistenti di volo nel 1978. Vennero meno cioè quelle “remore libere e spontanee” di cui parlava Di Vittorio, che di “libero e spontaneo” non avevano nulla essendo invece espressione del controllo di quel partito controrivoluzionario sulla classe operaia, ottenuto tenendo in pugno la direzione della Cgil.
La contromisura di Cgil, Cisl e Uil alla situazione venuta a maturare in quegli anni – oltre denigrare e calunniare gli scioperanti accusandoli di corporativismo, irresponsabilità verso la “democrazia” e perfino di “fascismo”, gettando in tal modo una parte di quei lavoratori combattivi nelle braccia del sindacalismo autonomo – fu la promozione dei cosiddetti Codici di Autoregolamentazione dello sciopero nei servizi pubblici. D’intesa col padronato statale, i sindacati di regime imposero per via pattizia limiti all’esecuzione degli scioperi nei servizi pubblici.
Riportavamo nel n.77, gennaio 1981, di questo giornale, nell’articolo “Autoregolamentazione a piccoli passi verso... il fascismo”, da “Rinascita” n.5 di quell’anno: «È partita non facile, ma da giocare con fermezza e decisione, anche perché si tratta, in certa misura, dell’ultima spiaggia. Al di là resterebbero solo gli interventi legislativi e amministrativi, con quel rilevante margine di pericolosità e di rischio di ulteriori tensioni». I nazionalcomunisti indicavano il senso politico dell’autoregolamentazione: schierati senza se e senza ma contro i lavoratori in lotta.
Questa fu la prima barriera contro gli scioperi alzata dalla Cgil, in combutta con Cisl e Uil. Ma si trattava di un accordo fra le parti, il cui mancato rispetto poteva comportare al più l’espulsione dalla Cgil e dagli altri sindacati che li avevano sottoscritti.
Il regime borghese compì un primo passo legislativo in aiuto ai sindacati a esso fedeli nel marzo 1983, col quinto governo Fanfani, promulgando la “legge quadro sul pubblico impiego” (n.93/1983), la quale limitava il diritto di partecipare alle trattative per il rinnovo dei contatti collettivi nazionali nel settore pubblico solo ai sindacati che riconoscevano i codici di autoregolamentazione. Cosa che per altro le giovani Rappresentanze Sindacali di Base (RdB), il troncone principale da cui nel 2010 nacque USB, finirono per fare.
Tuttavia la nascita e lo svilupparsi dei sindacati di base, a partire dai primi anni ‘80, in vari settori – scuola, ospedalieri, ferrovieri, autoferrotranvieri, aeroportuali, vigili del fuoco, Inps – fu tale da palesare la fragilità di questa prima barriera eretta contro la lotta di classe. Crescenti reparti combattivi della classe salariata tendevano a organizzarsi “fuori e contro” i sindacati di regime rendendo inefficaci quei codici anti-sciopero. I ferrovieri del Comu e del Comitato Nazionale Personale Viaggiante furono fra le principali spine nel fianco del sindacalismo tricolore. Sicché nel 1990 il sesto governo Andreotti fece dei Codici di autoregolamentazione una legge, la 146 del 1990, i cui padri ispiratori non possono essere indicati che nella Cgil e negli inseparabili compari Cisl e Uil.
Inequivocabile è che i partiti parlamentari che votarono la legge nel giugno 1990 furono DC, PSI e... PCI. Il più grande falso partito comunista d’Europa si congedò con questa ultima infamia antioperaia prima di sciogliersi 8 mesi dopo.
La legge 146 del 1990 – che andrebbe chiamata “Legge PCI-PD-CGIL” – istituì per la sua applicazione la Commissione di Garanzia dello Sciopero. È davvero assai improbo attribuire la politica contro la libertà di sciopero e il sindacalismo di classe alla sola “destra” negando la perfetta continuità, complementarità e complicità con essa della sinistra borghese.
Gli anni successivi confermano ulteriormente questa asserzione: nel 2000 la legge antisciopero fu indurita dal Governo D’Alema, a guida DS, con la legge 83. Altra modifica peggiorativa fu ancora una volta opera del centro-sinistra, nel 2015, col governo Renzi: a seguito di uno sciopero di tre ore con assemblea dei lavoratori ai Fori Imperiali di Roma, il ministro della cultura Franceschini – oggi sostenitore della “sinistra” della segretaria Schlein dentro il PD – promosse l’estensione della legge 146/1990 ai musei e ai luoghi di cultura considerati “servizi essenziali”! Il provvedimento fu preso per decreto perché “c’erano i presupposti di urgenza... disagi per i turisti e c’è un danno di immagine per l’Italia”.
* * *
Arriviamo ai giorni nostri, con l’ulteriore estensione alla logistica della Legge 146 deliberata l’11 marzo dalla Commissione di Garanzia.
Soli due giorni dopo, il 13, il Comitato Europeo dei Diritti Sociali (CEDS) ha
reso pubblica la sua valutazione circa un ricorso presentato nel 2022 dal
sindacato di base USB contro la legge 146/1990.
Il CEDS è un organismo del Consiglio d’Europa. Quest’ultimo è un ente
internazionale con sede a Strasburgo che nel 1961 ha adottato a suo fondamento
la “Carta sociale europea”. Non è parte dell’Unione Europea e non va confuso col
Consiglio dell’Unione. I pareri espressi dagli organismi del Consiglio d’Europa
– come il CEDS – non sono quindi vincolanti sul piano giuridico all’interno dei
paesi membri. Si tratta di uno dei tanti organi internazionali con cui i regimi
borghesi in veste democratica alimentano l’inganno della veste ideologica con
cui coprono la dittatura del capitale, per calpestarne le regole a ogni
occasione in cui tali “fonti d’ispirazione” dei “valori democratici” intralcino
la cosiddetta ragion di Stato, ossia nulla più che gli sporchi interessi
borghesi nazionali. Caso recente emblematico quello del generale libico Al Masri,
condannato per crimini di guerra e contro l’umanità dalla Corte Penale
Internazionale, altro organismo di cui l’Italia è paese fondatore, e che il
governo italiano invece di arrestare ha accompagnato su volo di Stato in Libia,
per timore di vedere compromessi gli interessi petroliferi e militari nella ex
colonia.
È nondimeno interessante conoscere come tale organismo – il CEDS – si sia espresso nel merito di una legge atta a limitare la libertà di sciopero in Italia, voluta dalla Cgil, votata dal PCI, cui prima i DS e poi il Partito Democratico hanno dato ulteriori “giri di vite” per i quali, trattandosi di colpire lavoratori, nessuno ha gridato alla “deriva autoritaria”.
Il CEDS ha espresso parere contrario a parti fondamentali della legge 146/1990, e, implicitamente, agli interventi legislativi successivi (83/2000 e 182/2015) e alla sua applicazione sempre più estensiva da parte della Commissione di Garanzia. Ha definito fuori dall’insieme dei servizi pubblici essenziali settori che coinvolgono nel loro complesso milioni di lavoratori, che vi sono stati fatti rientrare fin dal giugno del 1990, a cui da allora è impedito di scioperare in modo efficace. Fra questi: i trasporti (autoferrotranvieri, piloti di linea, ferrovieri), i servizi postali, i servizi di raccolta dei rifiuti, servizi alberghieri, di sicurezza privata, aeroporti (a eccezione del controllo del traffico aereo).
Il CEDS si è espresso in senso contrario anche all’obbligo di indicazione anticipata della durata dello sciopero, a cui la legge PCI-PD-CGIL impone un tetto massimo di 24 ore e spesso anche inferiore. In Francia, notoriamente, gli scioperi in tutti questi servizi pubblici, non considerati essenziali dalla CEDS, possono durare diversi giorni.
Non a dispetto, quindi, bensì in virtù della presenza del più forte falso partito comunista d’Europa e della sua sicura presa sulla Cgil, nonché delle sue degne successive formazioni politiche (PDS, DS, PD), in Italia è potuta essere promulgata una delle peggiori leggi antioperaie contro gli scioperi e il sindacalismo di classe.
L’intervento del CEDS dà la misura di quanto valgono le prese di posizione contro la “svolta autoritaria” del governo di destra da parte della Cgil e dei partiti della sinistra borghese moderata e radicale. Declamazioni con scopo meramente elettorale e che non riguardano ciò che colpisce la classe salariata. Mai e poi mai quei partiti e il sindacato che dirigono saranno disposti a indebolire la gabbia legislativa contro gli scioperi che essi per primi hanno voluto, costruito e rafforzato. Al di là dei proclami, anch’essi elettorali, contro il ministro dei trasporti e la applicazione della legge, essa non sarà mai intaccata da quei partiti borghesi nella sua essenziale funzione.
La Cgil, ad esempio, non ha mosso un dito contro la recente estensione da parte della CGS della legge 146 al settore delle manutenzioni ferroviarie, dove da 3 anni si è sviluppato un movimento di lotta fuori e contro i sindacati di regime, strutturatosi nella Assemblea Nazionale Lavoratori Manutenzioni (ANLM) e dove è radicata anche la presenza dell’USB (purtroppo al solito su un piano di contrapposizione e concorrenza fra le due organizzazioni sindacali conflittuali). Gli scioperi dei manutentori di RFI non hanno mai fermato la circolazione ferroviaria ma, a fronte dello sviluppo del sindacalismo di base in questo settore, la CGS lo ha prontamente incluso nei servizi pubblici essenziali.
Lo stesso accade nella logistica: se gli interventi complementari del governo col Decreto Sicurezza e della CGS riusciranno a stroncare il movimento di lotta operaia che è stato tanto vitale in questo settore, ciò sarà di giovamento alla CGIL, che per anni è stata surclassata dallo sviluppo del sindacalismo di base, possibile grazie all’ondata di scioperi con picchetti e blocco del passaggio dei camion. Nella logistica vi sono gli interessi capitalistici enormi del settore delle cosiddette cooperative rosse, legate a doppio filo alla Cgil e alla sinistra borghese, come si è evidenziato negli anni con lo schierarsi delle amministrazioni locali “di sinistra” in Emilia-Romagna contro gli scioperi degli operai della logistica.
Un recente intervento del segretario nazionale della Filt Cgil sul tema ha completamente ignorato l’argomento di come opporsi al tentativo di includere la logistica nel campo di applicazione della legge 146/1990, mostrando quale sua unica preoccupazione la possibilità della sua estensione ai porti, dove la Cgil ha ancora un suo punto di forza relativa. Probabilmente la preoccupazione del segretario nazionale Filt è la stessa di quella sopra citata di “Rinascita” nel 1981 circa il “rilevante margine di pericolosità e di rischio di ulteriori tensioni” degli interventi legislativi per limitare la libertà di sciopero: non sarà facile imporre la legge anti-sciopero in un settore tanto vasto, ad alto tasso di sfruttamento e ribollente come la logistica, e includervi i porti aggraverà il problema. Il rischio è che gli scioperi esplodano ponendosi direttamente su un terreno fuori dalla legge: in tali condizioni il sindacalismo collaborazionista della Cgil diverrebbe superato e inutile, ottenendosi l’effetto opposto a quello desiderato di colpire il sindacalismo di base, che nel frattempo ha sviluppato una presenza organizzata anche fra i portuali.
Non è un caso che un simile attacco alla classe operaia, e alla sua principale arma di lotta, lo sciopero, sia venuto concretandosi nei primi mesi di quest’anno, dopo gli scioperi generali contro la guerra a Gaza del 22 settembre e del 3 ottobre, che hanno rischiato di segnare uno spartiacque nei rapporti di forza fra sindacalismo di classe e di regime in Italia.
In quelle settimane la Cgil è stata per la prima volta superata nei rapporti di forza delle mobilitazioni generali dai sindacati di base. Prima si è trovata nella infelice condizione di fallire miseramente nel tentativo di sabotare lo sciopero di lunedì 22 settembre, proclamandone uno separato per venerdì 19 (il giorno lavorativo prima) e con ciò suscitando una rilevante reazione entro le sua file – principalmente fra i lavoratori della scuola, delle funzioni centrali e non solo – che in massa, delegati compresi, hanno scioperato insieme ai sindacati di base.
Poi, per rimediare, la segreteria confederale Cgil ha accettato di compiere il
primo sciopero generale unitario col sindacalismo di base, il 3 ottobre, nonché
il primo sciopero generale al di fuori delle regole imposte dalla legge
146/1990, nonché il primo sciopero generale dalla fine della seconda guerra
mondiale a compiersi a soli 10 giorni da una analoga mobilitazione (22 settembre).
L’iniziativa dello sciopero generale unitario sindacati di base-Cgil è stata in
parte non irrilevante condizionata dall’azione dei portuali di Genova dell’Usb
e dalle segreterie dell’Usb e della Cgil di Genova, città da cui, per voce di
un portuale dell’Usb, era stato lanciato lo sciopero generale al termine della
grande manifestazione cittadina di sabato 30 agosto e in cui, in una assemblea
svoltasti nel Circolo dell’Autorità Portuale (CAP) pochi giorni dopo, era stata
definita la data del 22 settembre.
Questi fatti hanno avuto ripercussione dentro la Cgil. La piccola area di alternativa/opposizione interna denominata “Le Radici del Sindacato” ha chiaramente salutato con favore l’unità nello sciopero coi sindacati di base, proponendo di ripeterla nello sciopero generale d’autunno contro la manovra di bilancio. Tutte le altre aree e correnti hanno agito affinché ciò non accadesse e l’unità d’azione fra Cgil e sindacati di base fosse relegata a caso eccezionale, relativo alla situazione di Gaza.
In tal senso hanno agito con forza le Camere del Lavoro e le dirigenze nazionali di categoria più a destra nella Cgil, legate al PD, come ad esempio la Filt Cgil, ribadendo l’inconciliabilità col sindacalismo di base e la necessità di non rompere l’unità del sindacalismo di regime con Cisl e Uil. Stesso contegno ha avuto l’area “Lavoro e Società”, sostenitrice dell’attuale segreteria confederale di Maurizio Landini, che rientra in quella che un tempo era detta "“sinistra sindacale”. Anche i dirigenti sindacali del partitino borghese più a sinistra nel parlamento, AVS, si sono espressi in senso contrario all’unità d’azione Cgil-sindacati di base. Più “a sinistra”, dirigenti e delegati sindacali dei partiti opportunisti hanno avallato questo rientro nei ranghi operato dalle correnti di destra e di "sinistra" fingendo d’ignorare il problema, come nel caso dell’area “Le giornate di marzo” (frazione sindacale di un gruppo cosiddetto trozkista) e di Lotta Comunista, che già aveva assecondato il tentativo di sabotare lo sciopero del 22 settembre con quello separato di tre giorni prima.
Tutti d’accordo, dunque, nella consapevolezza, ovviamente ben taciuta, che
ripetere e perpetuare l’unità di sciopero fra Cgil e sindacati di base avrebbe
da un lato rafforzato il sindacalismo di classe e dall’altro spezzato l’unità
del sindacalismo collaborazionista e, con ciò, la stessa Cgil, la cui struttura
e maggioranza mai avrebbe accettato un simile destino, legata com’è mani e piedi
al regime borghese.
In questa operazione il sindacalismo di regime delle correnti largamente
maggioritarie in Cgil è stato aiutato non solo dai gruppi sindacali dei partiti
opportunisti appena citati, che non hanno appoggiato la coraggiosa presa di
posizione dell’area Radici del Sindacato, ma anche dall’opportunismo del gruppo
dirigente del maggiore sindacato di base, che si è schierato in modo chiaro e
netto contro un nuovo sciopero unitario “come il 3 ottobre”. Sicché si è giunti
allo sciopero generale di tutti i sindacati di base del 28 novembre e a quello
della sola Cgil del 12 dicembre.
Nel frattempo, e qui ci ricongiungiamo al tema di questo articolo, sono stati avviati e comunicati all’Usb e alla Cgil i procedimenti sanzionatori per lo sciopero generale del 3 ottobre, svoltosi, come ammonito dalla CGS, fuori dalle regole della legge 146/1990.
A fronte di un procedimento repressivo compiuto in ritorsione a uno sciopero generale unitario, fra Cgil e sindacati di base si sarebbe dovuto reagire con una nuova azione unitaria. Ma dominando i partiti borghesi in seno alla Cgil e opportunisti in seno al sindacalismo di base, di questa ovvia constatazione è stata fatta dai gruppi sindacali dirigenti una pezza da piedi.
La Cgil, da par suo, già a febbraio ha avviato incontri con Cisl, Uil e Confindustria sul tema della rappresentanza, argomento sempre utile per rinsaldare l’unità sindacale tricolore e collaborazionista contro il sindacalismo conflittuale.
Visti gli scioperi separati contro la finanziaria, vista la mancata reazione unitaria ai procedimenti sanzionatori avviati in ritorsione allo sciopero del 3 ottobre, vista la scontata quanto attesa conferma che la Cgil si imbarcava nel carrozzone di una trattativa per un ennesimo accordo su rappresentanza e modello contrattuale con Cisl Uil e industriali, il governo ha considerato avere strada sgombra per l’offensiva contro il sindacalismo di base e il movimento operaio nella logistica.
In ciò ha potuto godere anche dell’effetto diversivo apportato del referendum sulla giustizia del 22-23 marzo: mentre tutta la sinistra opportunista – inclusa la maggioranza dei gruppi dirigenti del sindacalismo di base – correva dietro alla sinistra borghese, moderata e radicale, sostenendo la sua battaglia strumentale contro la riforma della giustizia e la "svolta autoritaria" che avrebbe implicato, il governo e la CGS compivano i veri autentici atti repressivi, non antidemocratici: antiproletari. Mentre la sinistra borghese e opportunista festeggiavano la “vittoria” referendaria, il sindacalismo conflittuale e la classe lavoratrice subivano una nuova sconfitta.
La reazione del sindacalismo di base al Decreto Sicurezza e alla delibera della CGS è stata l’ultimo sigillo dell’opportunismo dei gruppi dirigenti: ciascuno per sé! Il SI Cobas ha organizzato due manifestazioni, una a Roma e una ad Alessandria. L’Usb un ciclo di conferenze con al centro la delibera della CEDS e come essa dovrebbe servire a impedire una nuova estensione dell’applicazione della legge anti-sciopero.
La divisione nella lotta di USB e SI Cobas è stato uno dei fattori che ha contribuito al declino di quel grande movimento di lotta operaia che si era sviluppato dal 2010, crescendo almeno fino al 2016, in cui tanti militanti del sindacalismo di classe avevano giustamente riposto grandi speranze di riscossa. Le due dirigenze, invece di costruire un fronte unico sindacale di classe, hanno incastrato i rispettivi sindacati in due fronti di gruppi politici contrapposti, dividendo così il movimento operaio.
Nel giugno del 2021, a seguito dell’investimento mortale di un operaio militante del SI Cobas da parte di un camionista padroncino per sfondare il picchetto durante uno sciopero presso il magazzino logistico della Lidl a Biandrate (Novara), si era avuta la vigorosa risposta di uno sciopero nazionale unitario di categoria di tutti i sindacati di base. Quello sciopero avviò una breve stagione unitaria, che naufragò definitivamente il 3 dicembre 2022, alla manifestazione nazionale romana in cui USB e SI Cobas spezzarono il corteo degli operai per le misere lotte fra le due dirigenze. Oggi, di fronte all’attacco in corso, i due sindacati non sono stati in grado di chiamare a uno sciopero nazionale della logistica, come per anni è stato fatto con successo dal SI Cobas insieme all’Adl Cobas.
La classe operaia è infiltrata da nemici. I sindacati di regime sono diretti da partiti apertamente borghesi, “agenti borghesi in seno alla classe operaia”, come spiegava Lenin. Non chiamano all’unità d’azione coi sindacati di base per sabotare ogni genuino movimento di lotta operaia che, necessariamente, si sviluppa fuori e contro i sindacati di regime. I dirigenti dei sindacati di base usano le organizzazioni sindacali come strumenti dei loro gruppi politici opportunisti, dividendo le lotte dei lavoratori in una vergognosa guerra fra sigle.
Quando i lavoratori lottano istintivamente si scontrano con questi nemici, nei
fatti ben prima che nelle idee, che sono le ultime a chiarirsi. Affinché questa
vitale lotta entro il movimento sindacale per l’affermarsi del sindacalismo
di classe, tassello essenziale per la vittoria rivoluzionaria contro il
capitalismo, sia vincente è necessario l’autentico partito comunista che
spieghi in modo ordinato e coerente il corretto indirizzo di lotta sindacale,
facendo riconoscere ai lavoratori i loro nemici nascosti sotto infiniti
travestimenti.
Mentre i proletari di tutto il mondo soffrono a causa dell’ordine capitalista, che li sfrutta senza pietà e attualmente si prepara ad offrirli in sacrificio nella guerra interimperialista, ovunque gli opportunisti lavorano a incanalare la decisa rivolta della classe operaia nei chiusi canali delle proteste pacifiche e della partecipazione elettorale.
Negli Stati Uniti una di queste covate di “amanti della democrazia” è la coalizione May Day Strong. Predicando un programma di “accessibilità economica” e di “giustizia fiscale”, per l’imminente Primo Maggio si sono dati a organizzare una giornata “niente lavoro, niente scuola, niente shopping”.
Intesa inizialmente come uno sciopero generale, la formulazione è stata in gran parte rimossa dalla loro propaganda. Per altro i sindacati costituiscono una esigua minoranza tra la coalizione dei promotori. Delle 205 organizzazioni elencate, meno di 20 sono i sindacati. Ma neppure questi, come l’American Federation of Teachers e i Communication Workers of America, probabilmente promuoveranno uno vero sciopero, violando i contratti collettivi che hanno sottoscritto, e incoraggeranno gli iscritti a partecipare a titolo individuale, come hanno fatto a Minneapolis il 30 gennaio. Lo scopo è disperdere lo sciopero in atti di protesta individuali e inefficaci per puntare, in ultima analisi, alla “soluzione” elettorale.
Il loro programma di “accessibilità economica”, quasi una copia “sinistra” del “Progetto 2025” dei repubblicani, promette di “riportare tutti alla bella vita”, attraverso un aumento del salario minimo federale ed edilizia pubblica. In realtà ben pochi lavoratori in America si ricordano di aver mai avuto una “bella vita”. È vero, le precedenti generazioni di proletari americani hanno beneficiato di alcune concessioni per ammansirli, sul trionfo della controrivoluzione mondiale, rese possibili dal massiccio arricchirsi del capitale durante l’espansione del dopoguerra, ma elargite solo ad alcuni lavoratori, e bianchi. Intanto la borghesia americana diventava una delle più grandi saccheggiatrici del mondo. Come l’appello a “Rendere di nuovo grande l’America”, “Riportare alla bella vita” può essere inteso solo come vile demagogia.
Le riforme proposte non funzioneranno. Sono una falsa speranza di una vita migliore, un ostacolo alla lotta di classe e una conferma dello sfruttamento. I veri beneficiari della “accessibilità economica”, se mai sarà attuata, potrebbero essere i piccoli imprenditori e i professionisti, la piccola borghesia, le cui organizzazioni sono la maggioranza nella coalizione, la quale attualmente teme che la prossima crisi di sovrapproduzione la faccia scivolare nelle file sempre più ampie del proletariato.
Conforta il fatto che, per la maggior parte, i proletari non si sono lasciati ingannare da questi falsi amici. Con simili “organizzatori” certamente questo Primo Maggio per milioni di lavoratori salariati sarà il solito giorno di lavoro di sempre. I coalizzati di May Day Strong si daranno allora una pacca sulla spalla, pubblicheranno sui loro account social qualche filmato di gente che sventola cartelli e... inizieranno a pianificare la loro prossima esibizione.
Ma si annunciano grandi sconvolgimenti e un forte calo del tenore di vita. Il
gigante addormentato del proletariato si risveglierà dal suo lungo letargo. Il
Partito Comunista Internazionale sarà lì a guidarlo nella sua lotta finale
contro il capitale, la rivoluzione comunista mondiale.
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Molti gruppi e partiti che intervengono nel movimento operaio venezuelano pretendono che esso faccia proprio lo slogan “Contro il saccheggio e la cessione delle nostre risorse energetiche e minerarie alle potenze imperialiste!” e si mobiliti in difesa della patria e della sovranità nazionale. Questo indirizzo è del tutto reazionario e allontana il movimento operaio sia dalle lotte rivendicative immediate sia dalla rivoluzione volta a porre fine al capitalismo.
La menzogna che “il petrolio (o il gas, l’oro, il ferro, la bauxite, ecc.) è nostro” è una delle bandiere degli opportunisti di ogni colore. I salariati sono proprietari solo della loro forza lavoro e i capitalisti si appropriano di una parte sempre più grande dei prodotti del lavoro, sia nei servizi e nella pubblica amministrazione sia nell’attività privata nei diversi settori. Nessun governo della democrazia borghese, nessuna legge, cambierà mai il regime di sfruttamento del lavoro salariato.
Ai lavoratori non interessa se la composizione azionaria delle imprese che sfruttano e commercializzano petrolio, gas, oro, ferro, bauxite, carbone, ecc. sia prevalentemente privata e transnazionale o nazionale e statale: i lavoratori devono esigere aumenti dei salari e delle pensioni per far fronte al costo della vita, la riduzione dell’orario di lavoro, l’eliminazione degli straordinari, il pagamento di un salario ai disoccupati, l’igiene e la sicurezza sul posto di lavoro, ecc.
Ciò che in Venezuela ricevono i lavoratori, salari più bonus, nel migliore dei casi copre appena il 30% del paniere alimentare e il 15% del paniere di base. E per chi ha un lavoro regolare; molto peggio per gli autonomi, gli informali, i disoccupati e i pensionati. La miseria affligge anche le famiglie che in passato si sentivano “classe media”, con salari migliori grazie alla loro professione o specializzazione. La maggior parte dei salari è costituita dai buoni, lo stipendio nominale rimasto congelato a un importo che tende a zero se confrontato con l’equivalente in dollari.
Di questo si arricchiscono i capitalisti. Il governo li ha favoriti con decreti
e mettendo i tribunali al loro servizio. Sul saccheggio dei salari sono state
accumulate grandi fortune, all’interno e all’esterno del paese.
Le centrali e le federazioni sindacali, sia quella filogovernativa, la CBST, sia
quelle che si autodefiniscono “autonome”, sono complici del governo e dei
padroni, nascoste dietro discorsi demagogici mantengono i lavoratori
smobilitati e divisi.
I lavoratori venezuelani devono mobilitarsi in tutto il Paese, unendosi a livello di base, indipendentemente dal sindacato a cui sono affiliati. La lotta deve avanzare fino a sfociare in uno sciopero generale per l’aumento salariale e l’organizzazione deve evolversi verso la costituzione di un Fronte Unico Sindacale di Classe, fondato su assemblee locali e regionali di lavoratori formali, informali, disoccupati e pensionati.
Ma questo movimento non potrà avanzare se si distrae con slogan che invocano la difesa della patria, della sovranità o contro la privatizzazione delle imprese statali. Il movimento dei lavoratori deve concentrarsi sulle sue richieste di classe. I lavoratori sindacalizzati devono organizzare assemblee e fare pressione sulle direzioni dei sindacati affinché assumano la lotta e promuovano il Fronte Unico Sindacale di Classe.
Nessun governo concederà ai lavoratori ciò di cui hanno bisogno se non
sottoposto alla pressione della mobilitazione e dello sciopero.
Nessuna amnistia
per la classe operaia
In Venezuela il Parlamento ha approvato una Legge di Amnistia che ha liberato molti detenuti o annullato misure cautelari nel quadro dello scontro tra borghesi per il controllo del governo e degli affari. Ma già prima il governo aveva liberato noti capi dell’opposizione. Per contro, i familiari dei semplici lavoratori sono rimasti giorno e notte appostati alle porte delle carceri, da dove, uno ad uno, uscivano solo alcuni di questi poveracci. Pochi sono stati liberati dei sindacalisti e semplici lavoratori, molti di loro con condanne superiori ai 10 anni, condannati in forza della Legge contro l’odio e di quella Contro il terrorismo. Lungo è l’elenco dei lavoratori in carcere, in particolare siderurgici e delle imprese di base di Guayana e petrolieri dell’est e di Falcón.
Il regime oggi si fa bello con l’amnistia, ma nello stesso tempo terrorizza i lavoratori sul posto di lavoro: sono licenziati senza spiegazioni, chiusi in ambienti malsani e stressanti, costretti a lunghi turni e privati di un salario che soddisfi i bisogni primari.
Intanto gli opportunisti distraggono i lavoratori invitandoli a difendere “la sovranità nazionale, la Costituzione e la democrazia” mentre invece la lotta rivendicativa per migliorare i salari, le pensioni e le condizioni di lavoro conduce direttamente a innalzare le bandiere dello sciopero generale. Lo sciopero, forma di lotta dei lavoratori per eccellenza, sarà sempre qualificato dai borghesi come azione contraria alla sana convivenza civile e la classe operaia sarà sempre perseguitata come criminale per aver avanzato le sue rivendicazioni. Per questo non ci sarà mai amnistia né perdono per il movimento operaio che intraprenderà le sue lotte.
Ma la borghesia e il suo regime di sfruttamento non sono invincibili,
nonostante il potere e la forza militare-poliziesca-giudiziaria di cui oggi
dispongono. Il proletariato riprenderà la sua lotta di classe, moltiplicherà e
unificherà le sue lotte, e si compirà il suo destino di becchino del capitalismo.
Tra i primi fondatori del Board of Peace, insieme agli Usa e ormai in strettissimi legami commerciali con questi, è lo Stato già “antimperialista” del Vietnam. 60 anni fa la sua guerra di liberazione nazionale ebbe una funzione storicamente progressiva, anche per la classe contadina e operaia, ma non aveva alcun carattere proletario né socialista: aprì allo sviluppo impetuoso di un capitalismo e di una borghesia nazionale. I dati economici parlano da soli: nel 2024 il commercio bilaterale con gli Usa ha raggiunto i 150 miliardi di dollari, quello con Pechino 260.
Il segretario del partito “comunista” Tô Lâm, che oggi si accoda a Trump, ci offre l’ennesima dimostrazione, non solo di quanto siano bugiarde le “vie nazionali al socialismo”, ma quanto sia fuorviante anche parlare di Stati “antimperialisti”, in un mondo ormai in cui tutti sono “imperialisti”, o ambiscono ad esserlo, tutti borghesi e a capitalismo maturo.
Un capitalismo relativamente giovane quello vietnamita, come altre nazioni
dell’area asiatica, ancora in crescita grazie allo sfruttamento di manodopera a
basso costo, ma che inizia a sentire i colpi della crisi globale, minacciata
anche dai dazi Usa al 20%, con incertezza per il futuro già in calo e
invecchiamento demografico.
Il 12 e 13 aprile alcune centinaia di operai cinesi impiegati nella raffineria
di Komsomolsk-on-Amur, importante polo industriale nell’estremo oriente russo,
hanno marciato in corteo dalla fabbrica fino al centro cittadino.
L’impianto petrolchimico è di proprietà della Rosneft, la più grande compagnia
petrolifera russa, di proprietà statale, nonché una delle più grandi al mondo.
Gli operai sono assunti dalla Petro-Haihua, filiale russa del gruppo
industriale cinese Haihua, che lavorava in appalto per la Rosneft.
Secondo i funzionari russi, la Rosneft ha risolto l’accordo contrattuale con la Petro-Hehua adducendo motivi quali “scadenze non rispettate” e “lavoro di scarsa qualità”. Nel 2025 Rosneft ha avuto un calo del 73% dell’utile netto, confermando le difficoltà del gigante capitalistico di Stato.
A seguito della risoluzione del contratto di appalto, Petro-Hehua ha smesso di pagare i salari agli operai, abbandonandoli in Russia, bloccati nelle loro baracche. Dopo alcuni giorni gli operai hanno rotto gli indugi e in corteo sono usciti dal campo. La manifestazione è stata pacifica e gli operai portavano alcuni cartelli con scritte in russo e in cinese “Niente soldi”, “Putin, aiutaci”.
Evidentemente gli operai – privi di un sindacato che promuovesse la solidarietà degli altri lavoratori della fabbrica e della città, in un paese in guerra – con quegli slogan cercavano di non aggredire le autorità. Ma nel novembre 2021 un piccolo numero di lavoratori cinesi per lo stesso motivo avevano organizzato una dimostrazione, più violenta, prendendo d’assalto gli uffici locali della Rosneft.
Ma l’“aiuto” da parte dello Stato borghese russo è arrivato nella forma di un vasto schieramento di forze dell’OMON, l’Unità Mobile Speciale della Guardia Nazionale, che ha circondato il campo impedendone l’uscita. Cinque operai capi della protesta sono stati arrestati, accusati di aver violato un articolo del Codice Amministrativo, ovvero di «aver organizzato un raduno di massa in un luogo pubblico». Due di loro hanno ricevuto multe rispettivamente di 10.000 e 50.000 rubli, mentre la sorte dei restanti tre rimane sconosciuta. Le autorità hanno minimizzato affermando che i lavoratori cinesi stavano “celebrando la Pasqua”.
Il sindaco di Komsomolsk-on-Amur, che aveva scritto sui social media di essere impegnato in trattative coi lavoratori e i dirigenti della raffineria, ha poi cancellato il post. Le autorità regionali hanno espresso la volontà di rimpatriare i lavoratori in Cina, a condizione che Petro-Hehua avviasse la procedura.
Bell’esempio questa piccola lotta operaia, di come borghesi russi e cinesi, presentati dai residui rottami politici dell’opportunismo staliniano come migliori dei borghesi d’Occidente, ne siano del tutto identici. Non è questione di culture, vesti ideologiche usate per abbellire i regimi nazionali del capitale, religioni: a ogni latitudine e meridiano è questione di interessi economici, cioè di classe, per cui la borghesia opprime e sfrutta la classe lavoratrice.
Gli operai cinesi sono stati prima sfruttati dal gruppo industriale di “casa
loro” e dall’azienda di Stato russa, poi abbandonati da entrambi e repressi
dallo Stato borghese russo. Gli operai non hanno patria perché tutti i regimi
nazionali sono contro di loro. La liberazione dal capitalismo inizia con la
conquista del potere politico per via rivoluzionaria, quindi necessariamente
all’interno di un paese. Ma si compie solo con la rivoluzione internazionale
e la nascita di repubblica socialista che superi e abbatta i confini delle
galere nazionali borghesi.
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Le prime fasi della guerra in Iran hanno seguito già lo schema economico dei conflitti imperialisti moderni: immense spese statali e debito pubblico crescente, oltre che i profitti dei capitalisti. Gli Stati Uniti solo nei primi due giorni di attacchi hanno speso 5,6 miliardi di dollari in munizioni. Si stima che la guerra sia costata oltre 11 miliardi nei primi sei giorni, con il Congresso che appena una settimana dopo preparava richieste di finanziamenti supplementari per quasi 50 miliardi necessari a sostenere le operazioni e ricostituire le scorte. Oggi, a un mese dall’inizio della guerra, anche il Pentagono si prepara a richiedere 200 miliardi per le operazioni nella regione.
Tali guerre generano guadagni inaspettati per le società energetiche e della difesa, ma aumentando al contempo il deficit e il debito pubblico. Ma lo Stato non può indebitarsi all’infinito senza aumentare il rischio di una crisi economica catastrofica.
La dinamica non è nuova. La crisi finanziaria del 2008 mise a nudo la contraddizione tra le massicce spese distruttive della guerra imperiale e la capacità sempre più ridotta dell’economia di sostenerle. Per anni la borghesia americana aveva finanziato l’occupazione dell’Iraq attraverso il debito, spacciando il conflitto come una difesa della sicurezza nazionale. Ma quando il sistema finanziario entrò in crisi, con il crollo delle banche, il congelamento del credito e in milioni che persero il lavoro e la casa, il costo della guerra apparve sotto una luce diversa e tra i borghesi venne meno il sostegno alla prosecuzione delle campagne militari.
Le guerre contemporanee si basano su sistemi estremamente costosi e complessi –
munizioni a guida di precisione, velivoli avanzati, droni e puntamento
satellitare – che in un combattimento prolungato vengono consumati molto più
rapidamente di quanto possano essere sostituiti. Nella guerra in Ucraina, ad
esempio, prima del 2022 gli Stati Uniti producevano solo circa 14.000 proiettili
di artiglieria da 155 mm al mese mentre le forze ucraine ne sparavano
6.000-8.000 al giorno: espandere la produzione a 70.000-100.000 al mese potrebbe
richiedere anni. Allo stesso modo, le scorte di armi avanzate, come i missili
anticarro Javelin e i sistemi di difesa aerea Stinger, si sono esaurite, con le
linee di produzione che hanno dovuto essere riavviate o ampliate dopo anni di
produzione limitata, evidenziando lo squilibrio tra la capacità produttiva in
tempo di pace e la domanda in tempo di guerra.
Il costo e la complessità dei sistemi moderni ne rallentano significativamente
la sostituzione: i missili avanzati possono costare da centinaia di migliaia a
diversi milioni di dollari ciascuno, mentre piattaforme come l’F-35 Lightning II
richiedono lunghi tempi di produzione e catene di approvvigionamento altamente
specializzate, oltre che un aumento dei finanziamenti.
La guerra oggi è molto più ad alta intensità di capitale rispetto al passato. Durante la Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti produssero oltre 300.000 aerei e decine di migliaia di carri armati, a costi unitari relativamente bassi: il bombardiere B-24 costava circa 300.000 dollari, 5-6 milioni di oggi. I sistemi moderni comportano costi molto più elevati: un F-35 costa 80-100 milioni, le portaerei superano i 13 miliardi, missili a guida di precisione 1-4 milioni. Costi che nelle recenti guerre in Iraq e Afghanistan hanno raggiunto i 2-3 milioni per soldato all’anno.
Come osservò Friedrich Engels, «nulla dipende dalle condizioni economiche più dell’esercito e della marina», e in questo caso il carattere altamente indebitato e speculativo dell’economia statunitense si riflette in un esercito straordinariamente costoso, tecnologicamente avanzato e dipendente da flussi continui di capitale. Una forza del genere, pur essendo immensamente distruttiva, è anche strutturalmente gravata dalle stesse contraddizioni dell’economia che la produce, il che suggerisce che, quando si trovasse di fronte a una crisi sociale profonda e a una potenziale opposizione di massa, accuserebbe i limiti e le instabilità del sistema.
Storicamente, quando gli arsenali tecnologicamente avanzati si esauriscono o sono limitati, la guerra tende a tornare a forme a più alta intensità di manodopera, facendo affidamento su un numero maggiore di truppe sul campo. Il carattere altamente capitalistico delle forze armate moderne trova un limite: quando il costo e la scarsità dei sistemi si scontrano con le esigenze di una guerra prolungata gli Stati potrebbero essere costretti a tornare alla coscrizione generale dei proletari. Sotto la superficie della guerra high-tech torna ad imporsi la realtà sociale, la ricomparsa degli eserciti di massa, e potenzialmente la classe dominante ancora una volta minacciata dallo scontro diretto con una forza proletaria armata.
Sebbene la guerra in Iran non abbia finora visto il dispiegare in grande di truppe statunitensi, come avvenne in Iraq, e Trump affermi di escludere la possibilità di una leva obbligatoria, e sebbene una estesa invasione terrestre dell’Iran appaia ancora improbabile, diverrà necessaria se gli Stati Uniti si troveranno coinvolti in una lunga guerra convenzionale.
Il legame tra spesa bellica, crisi economica e sconvolgimenti sociali in un contesto di coscrizione di massa ha precedenti storici. La guerra del Vietnam contribuì in modo significativo all’instabilità fiscale e monetaria della fine degli anni ’60, poiché le spese militari aumentarono mentre la tassazione rimaneva indietro, alimentando l’inflazione e contribuendo a destabilizzare il sistema monetario internazionale prima del crollo dell’ordine di Bretton Woods nel 1971. Nei secoli precedenti pressioni simili contribuirono a crisi rivoluzionarie. Gli enormi debiti accumulati dalla monarchia francese durante la Guerra dei Sette Anni e la Guerra d’Indipendenza americana paralizzarono le finanze dello Stato e contribuirono a provocare la sollevazione del 1789. Il caso più recente è quello della Rivoluzione russa del 1917, emersa dalla catastrofe della Prima Guerra Mondiale, quando la spesa militare, il collasso economico e l’enorme numero di vittime avevano minato il regime zarista e radicalizzato i lavoratori e i soldati.
La guerra inizialmente disciplina la società sotto l’autorità dello Stato, ma genera anche una pericolosa contraddizione per le classi dominanti: che armano e addestrano proprio quella popolazione che in seguito le potrebbe rivoltarsi contro.
Durante la Seconda Guerra Mondiale la borghesia americana riuscì a mantenere una relativa coesione ideologica presentando il conflitto come crociata collettiva contro il fascismo. Al contrario la guerra del Vietnam apparve sempre più come un intervento coloniale combattuto per ottenere un vantaggio geopolitico piuttosto che per la difesa della società nel suo complesso. Con l’aumentare dei caduti e il ristagno del tenore di vita, le contraddizioni di classe portarono a un’opposizione aperta, sia nella società sia all’interno delle stesse forze armate. Migliaia di diserzioni, rifiuto degli ordini e uccisione di ufficiali rivelarono la demoralizzazione e le contraddizioni di classe nella truppa. L’esperienza convinse la classe dominante americana ad abbandonare la leva obbligatoria e a sostituirla con l’esercito professionale di volontari che esiste oggi.
Oggi la decadente borghesia statunitense si presenta così arrogante da non fare
alcuno sforzo per giustificare i propri conflitti davanti all’intera società.
Ma è questa arroganza e la falsa certezza del permanente stato di sconfitta del
proletariato che un giorno contribuiranno alla sua rovina, quando le masse
lavoratrici si risveglieranno dal loro lungo torpore.
Il becchino del capitalismo
L’attuale guerra in Iran è quindi l’espressione delle contraddizioni sempre più profonde del capitalismo globale, radicate nella sovrapproduzione, nella esasperata concorrenza, nel tasso di profitto in calo. La lotta per il petrolio, lo smercio delle produzioni, gli snodi nevralgici del trasporto marittimo, come lo Stretto di Hormuz, l’accesso ai mercati asiatici, sono diventati centrali nelle rivalità interimperialiste. Il conflitto riflette non solo queste contese geopolitiche ma il tentativo del capitalismo di risolvere la stagnazione economica attraverso la violenta ridistribuzione dei mercati e delle risorse.
Allo stesso tempo, la guerra si svolge sullo sfondo di un debito sovrano crescente in tutti gli Stati del mondo, con le spese militari che generano profitti per i monopoli mentre costringono gli Stati capitalisti a ridurre i finanziamenti per i programmi sociali e ad aumentare gli attacchi alla classe operaia, intensificando così le contraddizioni che porteranno inevitabilmente al risollevarsi in grande della generale lotta di classe.
Storicamente il capitalismo ha cercato di superare le crisi attraverso la guerra, ma ciò ha sempre richiesto un’enorme espansione finanziaria. Durante la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti sono stati in grado di sostenere livelli di spesa senza precedenti attraverso un massiccio accumulo di debito, emissione di prestiti di guerra e una mobilitazione economica diretta dallo Stato, mentre l’ordine postbellico è stato stabilizzato attraverso la creazione del sistema di Bretton Woods, che ha riorganizzato la finanza globale attorno al dollaro e al credito statunitense. Questo apparato ha sostenuto decenni di espansione, consentendo al sistema bancario internazionale di assorbire e far circolare masse crescenti di debito. È questo sistema che mostra ora segni di esaurimento: i meccanismi che un tempo consentivano la ripresa sono diventati fonti di tensione, poiché il debito si accumula senza una corrispondente crescita produttiva e l’architettura finanziaria del capitalismo globale è sempre più tesa al limite.
Oggi le condizioni che un tempo rendevano in tempo di guerra l’espansione su larga scala finanziariamente e materialmente fattibile si sono fondamentalmente erose. Durante la Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti furono in grado di sostenere un enorme sforzo bellico attraverso un sistema coordinato di vendita di titoli di guerra, tassazione di massa, spesa in deficit e sostegno monetario diretto da parte della Federal Reserve, il tutto in condizioni di piena mobilitazione economica. I soli titoli di guerra finanziarono circa il 40-50% dei costi totali, mentre misure come il Revenue Act del 1942 trasformarono l’imposta sul reddito in una tassa di massa e portarono le aliquote marginali massime oltre il 90%. La spesa federale passò da circa il 10% del PIL nel 1940 a oltre il 40% nel 1945, e il debito totale salì da circa il 40% al 120% del PIL.
Fondamentalmente ciò fu reso possibile da specifiche condizioni storiche: capacità industriale inutilizzata risalente alla Grande Depressione, un elevato tasso di risparmio interno che poteva essere reindirizzato verso il debito pubblico, un rigoroso razionamento e controlli sui prezzi per contenere l’inflazione, e una base manifatturiera in grado di convertire rapidamente la produzione civile in produzione militare.
Il sistema di Bretton Woods che seguì istituzionalizzò questo modello a livello internazionale, consolidando il dominio finanziario degli Stati Uniti e consentendo l’espansione globale del credito nel dopoguerra. Al contrario, gli Stati contemporanei entrano in nuovi conflitti da una posizione molto più debole. Gli Stati Uniti oggi, in tempo di pace, hanno già un debito uguale o superiore al 100% del PIL, il che significa che un aumento comparabile in tempo di guerra spingerebbe il debito a livelli senza precedenti. L’economia è fortemente indebitata a livello di famiglie, società e governo, lasciando molto meno spazio all’espansione attraverso l’emissione di titoli di guerra. A differenza del periodo della Seconda Guerra Mondiale, quando il debito totale degli Stati Uniti tra famiglie, società e governo era di circa il 100-120% del PIL, oggi supera approssimativamente il 250-300%, l’intera economia è già fortemente indebitata e ha una capacità molto minore di sostenere ulteriori prestiti su larga scala senza rischiare l’instabilità finanziaria.
Gran parte del debito pubblico giungerà a scadenza nei prossimi anni, ma i governi sono già costretti a rifinanziarsi a tassi attuali molto più elevati delle obbligazioni originariamente emesse a tassi di interesse estremamente bassi, aumentando drasticamente il costo del loro indebitamento. Secondo recenti dati sul debito globale, circa il 40-50% del debito sovrano nelle economie avanzate e in via di sviluppo giungerà a scadenza entro il 2027, il che significa che trilioni di dollari dovranno essere rifinanziati in un contesto finanziario molto più costoso. Allo stesso tempo, molte delle principali economie registrano già deficit persistenti, quindi l’aumento degli interessi passivi, che ora assorbono decine o addirittura centinaia di miliardi all’anno, viene finanziato attraverso ulteriori prestiti piuttosto che con le entrate. Ciò crea un effetto cumulativo: i governi emettono sempre più debito non per investire o stimolare la crescita, ma semplicemente per pagare gli interessi sugli obblighi esistenti.
Man mano che i livelli di debito aumentano e i costi di rifinanziamento crescono, i finanziatori iniziano a richiedere rendimenti più elevati per compensare il rischio, aumentando ulteriormente i costi di finanziamento. A loro volta, tassi di interesse più elevati peggiorano i saldi di bilancio, costringendo a contrarre ancora più prestiti. Questo circolo vizioso, spesso descritto come la “spirale mortale del debito”, può raggiungere un punto in cui i mercati iniziano a dubitare della capacità di un paese di rimborsare, rendendo il rifinanziamento proibitivamente costoso o del tutto indisponibile. A quel punto, anche le economie capitalistiche avanzate possono trovarsi ad affrontare condizioni storicamente associate a gravi collassi sistemici.
Sono condizioni osservate in crisi precedenti come la crisi del debito successiva alla Prima Guerra Mondiale, l’iperinflazione della Repubblica di Weimar o i diffusi default e crolli valutari della Grande Depressione. In quei periodi i governi che dovevano affrontare oneri del debito insostenibili e costi di finanziamento in aumento furono costretti a una brutale austerità, subirono una rapida svalutazione della moneta o entrarono in default totale sui propri obblighi.
Ciò che un tempo era considerato una caratteristica delle fasi capitalistiche “meno sviluppate” o superate, il fallimento dello Stato, il crollo del credito e gravi sconvolgimenti sociali, riemergono come una possibilità concreta anche per le economie avanzate quando le dinamiche del debito sfuggono al controllo.
A un livello più profondo, la svolta verso la guerra riflette l’incapacità del capitale di risolvere la propria crisi attraverso investimenti produttivi. La sovracapacità in settori chiave, tra cui l’energia, e la debole domanda effettiva limitano l’espansione redditizia, portando il capitale a cercare sbocchi alternativi nella speculazione finanziaria e, in ultima analisi, nel militarismo. La guerra in Iran, interrompendo la produzione e aumentando i prezzi, allevia temporaneamente le pressioni competitive all’interno del mercato petrolifero, ma lo fa a costo di destabilizzare ulteriormente l’economia globale. Piuttosto che superare le contraddizioni della sovrapproduzione, la guerra può contribuire a intensificarle in determinati contesti, dirottando risorse verso la distruzione e ampliando al contempo l’onere del debito che grava sull’accumulazione futura.
Oggi, la dimensione sociale della crisi è già visibile. Il crescente malcontento tra il proletariato iraniano prima della guerra anticipa il futuro disfattismo proletario. Man mano che la pressione economica aumenta e gli Stati trasferiscono i costi della crisi sulla classe operaia, attraverso l’austerità, l’inflazione e la repressione aperta, si creano le condizioni per nuove ondate di lotta di classe in futuro. Come Friedrich Engels avvertì con lungimiranza prima della Prima Guerra Mondiale, «Una guerra mondiale porterà alla bancarotta degli Stati e a un tale esaurimento generale che si creeranno le condizioni per la vittoria definitiva della classe operaia».
L’attuale traiettoria del conflitto imperialista – imposto dalla
sovrapproduzione e finanziato attraverso un debito insostenibile — non punta
quindi verso la stabilizzazione ma verso una convergenza crescente di crisi
economica e scontro di classe su scala globale. L’attuale intensificarsi delle
rivalità interimperialisiche non potrà che generare contraddizioni economiche e
sociali sempre più acute. Nonostante tutto l’enorme potere distruttivo del
capitale, nonostante il suo apparato statale totalitario in continuo enfiarsi,
non può evitare di diffondere i semi della propria distruzione. La borghesia,
mobilitando il proletariato per la sua guerra – che il partito comunista
condanna come maledetta e reazionaria – mentre le economie mondiali
precipitano nel caos, può aprire una breccia per la ripresa della lotta
rivoluzionaria di classe.
La storia dell’umanità, come hanno scoperto Marx ed Engels, è storia di lotte di classe. Oggi in Argentina questo si manifesta nella forma più cruda e cinica. Il governo di Javier Milei, come delegato dagli imprenditori e dalle multinazionali, il 27 febbraio ha consolidato la sua vittoria facendo approvare la “Legge di modernizzazione del lavoro”.
Questa riforma, approvata con 42 voti a favore contro 28 contrari grazie alla
complicità di settori dell’UCR e dei governatori provinciali, non è che un
meccanismo di ingegneria sociale per intensificare l’estrazione del plusvalore.
Il capitale ha un “istinto vitale” a succhiare ogni goccia di sopra-lavoro, e
questa legge gli accresce gli strumenti legali per farlo.
Libero sfruttamento
La riforma ha eliminato i limiti legali alle riduzioni salariali e ai pagamenti in natura. Con l’eufemismo della “banca delle ore” sono legalizzate giornate lavorative fino a 12 ore. È soppresso il pagamento maggiorato degli straordinari (al 50% o al 100%). Se in una settimana c’è molta produzione lavori 60 ore; le 20 in più semplicemente le recuperi la settimana successiva.
Con la nuova legge il Salario Minimo, Vitale e Mobile (SMVM) diventa il massimo, sebbene sia al di sotto della soglia di indigenza. È però introdotto il “salario dinamico”, subordinandolo alla produttività o al merito individuali, stabiliti dall’azienda. Il capitalista non paga il tempo, ma un lavoro estenuante affinché il lavoratore aggiunga al magro salario bonus e “incentivi”. Inoltre si autorizza il pagamento in natura, in generi alimentari o in qualsiasi valuta estera, permettendo al capitale di trarre vantaggio dai contesti inflazionistici.
Inoltre, i bonus, i premi e le indennità di trasferta sono esclusi dal calcolo delle pensioni, delle tredicesime e delle indennità.
La nuova legge elimina il rinnovo automatico dei contratti collettivi di lavoro scaduti. Ciò consente alle aziende di prender tempo mentre sono annullate le condizioni precedenti. La riforma stabilisce che il contratto aziendale prevale su quello di nazionale di categoria, anche se più vantaggioso per il lavoratore. Ciò stimola la divisione del movimento operaio nella lotta rivendicativa, spingendola verso l’isolamento a livello aziendale, per altro pratica già seguita dagli opportunisti alla direzione dei sindacati.
La legge rende più economico il licenziamento facilitando al padrone i ricatti e il ricambio del personale. Inoltre limita i congedi e i permessi retribuiti. Maternità: la donna può lavorare fino a 10 giorni prima del parto. Malattia e infortuni: per le lesioni dovute ad attività “volontarie”, provocate fuori dal lavoro, il padrone può ridurre la retribuzione al 75%. Ferie: possono essere frazionate in periodi di 7 giorni, se la produzione lo richiede.
La legislazione argentina impone agli scioperi la garanzia di “servizi
essenziali” con presenze del 75%.
Il falso sciopero
Giovedì 19 febbraio la classe operaia argentina ha vissuto una giornata che ha messo a nudo il fallimento della dirigenza sindacale, filo-padronale e traditrice, che per decenni ha operato al servizio del capitale, anche se dichiara il contrario. Sebbene l’adesione dei lavoratori sia stata massiccia – dimostrando il loro grande malcontento e la loro volontà di lotta – la direzione della CGT e delle altre centrali si è concentrata nel frenare la mobilitazione e l’estensione dello sciopero.
È stato un falso sciopero: un’astensione festaiola, mediatica e teatrale. La CGT ha impedito ai lavoratori di marciare verso il Congresso, permettendo alla polizia di circondare il Parlamento mentre i “rappresentanti del popolo” riaffermavano i loro privilegi. L’opportunismo dei partiti parlamentari “del dialogo” serve solo a dare una patina di legalità al furto di rivendicazioni storiche.
Questo comportamento delle centrali sindacali argentine non è nuovo ed è stato una costante durante il governo di Milei. Gli scioperi generali nazionali indetti dalla CGT non solo non hanno contemplato la mobilitazione operaia, ma sono stati innocui per il capitale poiché col rispetto dei servizi minimi e non protratti oltre poche ore. Inoltre la CGT ha fatto in modo che le azioni di lotta si svolgessero separatamente, non concentrate in un unico movimento di lotta del proletariato. Non ha nemmeno programmato azioni contemporanee e ha fatto in modo che il movimento non si riunisse in assemblee, che avrebbero consentito ai lavoratori di partecipare dalla base alla direzione delle azioni.
Quindi il 19 febbraio non è stato diverso: un altro falso sciopero, inoffensivo
per il capitale. Solo alcuni gruppi di lavoratori hanno cercato di dargli un
carattere più combattivo con picchetti e blocchi stradali.
Mentre i “rappresentanti del popolo” discutevano in Parlamento il Ministero
della Sicurezza applicava il “Protocollo Anti-Picchetti”: gas al peperoncino,
idranti e proiettili di gomma contro i settori combattivi. Infatti l’altra
faccia della riforma è un piano generale di diretta repressione. Si sono avuti
decine di arresti, tra cui delegati sindacali e militanti di sinistra. Il
governo ha istituito “zone di lavoro” per i giornalisti, avvertendo che chi le
avesse lasciate avrebbe dovuto affrontare la forza pubblica.
La via da seguire
L’approvazione di questa legge anti-operaia esige anche in Argentina una profonda riorganizzazione del movimento operaio dal basso.
1. Programma rivendicativo di classe: i lavoratori devono stringersi attorno a rivendicazioni che si distacchino da quelle del nazionalismo, della difesa della patria, dell’economia nazionale, dell’elettoralismo, del parlamentarismo.
2. Convergenza in un Fronte Unico Sindacale di Classe: superare la divisione imposta dalle cupole traditrici delle centrali sindacali, integrando i lavoratori indipendentemente dalla loro affiliazione sindacale. Lavoratori occupati, disoccupati e precari, pensionati, devono unire le forze. Invece di limitare l’organizzazione ai confini delle fabbriche, promuovere l’organizzazione locale che integri l’intera classe dei salariati. Il Fronte Unico Sindacale di Classe dovrà essere anche uno spazio per la lotta contro l’opportunismo e il tradimento presenti nel movimento operaio e nella direzione delle attuali centrali sindacali.
3. Sciopero generale a tempo indeterminato, senza servizi minimi e esteso a tutti i settori dell’economia. L’unico linguaggio che il capitale capisce è il blocco totale della produzione. La legislazione argentina impone i “servizi essenziali” che richiedono turni minimi del 75%.
4. Abbandono dell’illusione parlamentare: Sia il Parlamento che la presidenza sono istituzioni borghesi che difendono il capitale.
L’emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori stessi!
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La questione agraria: Il capitalismo
A questa riunione è proseguita l’esposizione del secondo capitolo del lavoro: abbiamo parlato dell’agricoltura mercantile. Dai nostri Fili del tempo, raccolti oggi in Comunismo n.51, si sono letti alcuni passaggi fondamentali, fra cui, all’inizio dell’esposizione: «La forma data dal capitalismo all’agricoltura è quella di mercato, dopo aver schiodato dalla terra da una parte il lavoratore reso “libero” e dall’altra il barone feudale, sopprimendo l’inalienabilità del feudo e concedendolo ai borghesi suoi creditori, o concorrenti alle aste, in parte vendendolo in lotti al piccolo e medio contadino».
Questo processo storico vede il sorgere di svariate forme di esercizio della
produzione agricola, tuttora viventi, accompagnate dalla possente
industrializzazione moderna nella produzione di manufatti e servizi vari.
Dallo studio “Proprietà e capitale” in Prometeo: «Ricorderemo come la borghesia
rimpiazzò i vecchi codici e investiture feudali con una applicazione piena del “diritto
romano” alla privata proprietà del suolo, nella sua tutela e nella sua
trasmissione sia ereditaria che contrattuale. Non ripeteremo come uno stesso
meccanismo di articoli vale per lo strappo dalla terra della famigliola
contadina e per la proprietà di migliaia di ettari, e quale sia il senso di
questo dispositivo».
Proseguendo: «Da Blanqui (Storia dell’economia politica, 1839) Marx riporta questa definizione dell’agricoltura borghese (tanto brillante quanto la sua famosa: il capitalismo fece della terra un articolo di commercio). La proprietà fondiaria uscì per la prima volta dallo stato di torpore in cui l’aveva mantenuta così a lungo il sistema feudale. Questo fu un vero risveglio per l’agricoltura… Essa (la terra) passava ora dal regime della manomorta a quello della circolazione».
Più avanti nell’esposizione troviamo: «La terra coltivata si divide prima in possessi, di cui ognuno può comprendere una sola o più imprese od aziende, mentre soltanto per rara eccezione può avvenire l’opposto (proprietà minori, azienda maggiore). Intendesi per possesso o predio l’assieme di terreni prossimi o non molto discosti tra loro, appartenenti a una sola persona fisica o giuridica; e per impresa agraria, podere o unità colturale, quanto di terra coltivata è gestita da un solo imprenditore: proprietario, enfiteuta, affittuario o mezzadro che sia».
Dunque la questione della piccola o grande coltura va riferita alla grandezza dell’azienda, non alla grandezza del possesso, a quello che Lenin chiama monopolio di azienda e non al monopolio di proprietà della terra. Abolire il secondo può essere un programma borghese, che vorrebbe dire, dopo aver messa la terra in circolazione, svincolata dai diritti di feudale signoria, toglierla dal mercato e attribuirla al demanio dello Stato. Ma abolire il monopolio di proprietà non si può che per la terra, quello di azienda è invece compito rivoluzionario e comunista.
Proseguendo dal capitolo: “Lui, Lei e L’altro (La terra, il denaro e il capitale)” ripetevamo:
«Tutta la ricerca del comunismo critico è volta a stabilire la causa e le leggi dell’appropriazione di lavoro altrui, del rapporto sociale per cui determinati uomini e aggruppamenti di uomini nelle successive società storiche prestano la loro opera e lavoravano, mentre vi sono altri uomini e altri gruppi che vivono non prestando lavoro e consumando in vari modi ciò che non hanno prodotto (...) Tutto il marxismo è teoria del plusvalore e in senso più generale del sopralavoro, estesa a tutte le epoche e non solo a quella capitalista, e delle forme anche future di prestazione di sopralavoro per “tutta” la società umana» (Il Programma Comunista, “Il programma della rivoluzione proletaria”).
«Nella definizione sommaria di ricerca delle cause del sopralavoro si può, qualora si trascuri il metodo storico, incorrere in equivoco considerando che tutto il sistema derivi da una condanna dello “sfruttamento dell’uomo sull’uomo”, quasi si trattasse di una posizione di ordine morale, che colpisce quel rapporto come un delitto, in ogni luogo e in ogni tempo, per la sua essenza qualificata e senza riguardo alla sua estensione in quantità (...) Il comunismo impedirà che un singolo o anche una parte della società o anche lo Stato possa dire al prestatore d’opera: non potrai nutrirti se la parte di lavoro pagata il giusto prezzo (lavoro necessario) non la presti quando e dove ti sarà detto, per ivi cristallizzare il tuo sopralavoro (...)
«La storia delle teorie, che Marx ha fatto prima di costruire la propria, la nostra, è esposta dopo di essa e passo per passo è costellata di luminose spiegazioni della nostra propria interpretazione di tutte le forme di sopralavoro e di più, come nelle altre parti del Capitale, da squarci potenti che illustrano il programma rivoluzionario e la forma sociale comunista.
«Il concetto più antico è quello della resa del suolo coltivato, in quanto i primi suoi teorici erano lontani dal poter vedere che anche in questa si utilizza, come abbiamo visto, non “gratuita” forza naturale, ma sempre lavoro di uomini, che in tanto lo prestano in quanto vivono e in tanto vivono in quanto si alimentano».
Il capitolo prosegue con un approfondimento esaustivo e cristallino del binomio
frutti e sfruttamento, nella rendita fondiaria capitalizzata, «la prima
celebrazione delle nozze tra madamigella Terra e messer Denaro».
In questa parte si sottolinea: «Ma la buona coltivazione della terra agraria è
quella che la fa fruttare, non la sfrutta, ossia non ne intacca a fondo o
distrugge la fertilità avvenire: cosa che riducendo mano mano la rendita
toglierebbe a quella terra il suo valore “in comune commercio” o lo ridurrebbe
di molto. La nostra parola italiana sfruttamento, che in tempo moderno
applichiamo al profitto dell’imprenditore a danno dei salariati, mostra che
ogni teoria del sopralavoro parte dalla soluzione del problema della rendita
fondiaria».
Seguiva la lettura dei vari passaggi della rendita fondiaria citando Marx: «Secondo i fisiocratici la rendita fondiaria continua ad essere l’unico reddito della nazione; la natura soltanto la nutrisce e Dio soltanto la crea. Salario e interessi non fanno che trasferire da una mano all’altra, sempre in altre mani, ciò che la natura ha dato sotto forma di rendita fondiaria [...] Il patrimonio della nazione è la capacità del suolo di fornire annualmente questa rendita fondiaria.
«Tutte le cose che hanno un valore, se si risale alle componenti e ai fondamenti del loro valore – intendiamo però parlare del valore di scambio – sono semplicemente prodotti della natura. Sebbene il lavoro abbia dato una nuova forma a queste cose, e abbia quindi accresciuto il loro valore, tuttavia questo valore consiste unicamente nella somma dei valori di tutti i prodotti della natura che sono stati distrutti per creare questo valore dalla nuova forma, cioè sono stati consumati dall’operaio o impiegati in un modo qualsiasi».
E ancora: «Questo lavoro [nell’agricoltura vera e propria] è dunque reale ed esso solo è produttivo, perché crea corpi organici indipendenti. I lavori di trasformazione non fanno che modificare meccanicamente o chimicamente corpi esistenti».
Si concludeva che invece, nel marxismo: «Per stabilire i termini della questione agraria va affermato che nel tempo capitalista la rendita della terra è una parte prelevata sul sopralavoro sociale come compenso del monopolio della terra da parte dei suoi proprietari.
«All’inizio del ciclo capitalista i proprietari fondiari pretendono porsi alla testa della società, alla sua fine ne possono venire, dopo essere stati posti in sottordine, anche eliminati, senza che la vita del modo capitalista e salariale di produzione sia ancora terminata».
Filippine
Un maturo capitalismo
Il rapporto – qui un primo capitolo – intende fornire una essenziale descrizione
del Paese e delle numerose sfide che la classe operaia vi deve affrontare.
Geografia
Le Filippine sono un arcipelago composto da più di 7.600 isole e isolotti, divisi in tre gruppi principali: Luzon, Visayas e Mindanao, con una superficie totale di 300.000 chilometri quadrati. Confina, oltre i mari, con il Giappone e Taiwan a nord, la Cina a nord-ovest, il Vietnam a ovest, la Malesia a sud-ovest, l’Indonesia a sud, Palau a sud-est.
La geologia delle Filippine è caratterizzata dalla sua posizione all’estremità occidentale della cintura di fuoco del Pacifico. Il territorio è un insieme accidentato di montagne, colline e pianure, con una serie di vulcani attivi e inattivi. Le pianure costiere e interne forniscono i prodotti agricoli di base delle Filippine, in particolare riso, mais e cocco.
La circondano vie marittime di importanza strategica che ne influenzano
l’economia e la politica globale. A nord fra le Filippine e l’isola di Taiwan,
si trova lo stretto di Luzon, il principale passaggio per le navi, civili e
militari, che entrano ed escono dall’Oceano Pacifico. A ovest si trova il Mar
Cinese Meridionale, ricco di vaste risorse sottomarine di gas naturale e
petrolio greggio.
Storia
Le Filippine sono strette tra gli interessi di due delle principali potenze imperialiste mondiali: la Cina e gli Stati Uniti.
Dalla fine della Seconda Guerra mondiale, in conformità con i termini della resa dell’Impero giapponese, la Cina ha rivendicato come parte integrante del proprio territorio nazionale l’intero Mar Cinese Meridionale, con tutte le isole e risorse. Dal 1994 i cinesi hanno fatto valere la loro rivendicazione con l’installazione segreta di siti e basi militari in gruppi di isolotti e scogli del Mar Cinese Meridionale, le Spratly e le Paracel. All’inizio degli anni 2010 hanno occupato le isole contese costringendo le guarnigioni filippine ivi di stanza ad abbandonarle.
In risposta il governo borghese del defunto ex presidente Benigno S. Aquino III presentò un ricorso dinanzi alla Corte Permanente di Arbitrato dell’Aja contro il governo della Cina. Nel 2016 la CPA si è pronunciata a favore delle Filippine, sentenza che la Cina ha respinto e rifiutato di rispettare. Sotto il successore, l’ex presidente Rodrigo R. Duterte, le Filippine hanno adottato una posizione filo-cinese, rinnegando tutti gli accordi militari e commerciali con gli Stati Uniti e consentendo alla Cina mano libera nel Mar Cinese Meridionale. Con il mandato del presidente Ferdinand “Bongbong” R. Marcos Jr. nel 2022, tuttavia, il governo della borghesia filippina ha nuovamente capovolto l’orientamento in politica estera verso gli Stati Uniti, provocando un’altra serie di aggressioni cinesi contro le forze navali e contro i pescatori filippini.
La Spagna cedette le Filippine agli Stati Uniti per 20 milioni di dollari con il Trattato di Parigi del 1898, dopo la guerra ispano-americana. Gli Stati Uniti, già potenza coloniale delle Filippine dal 1901 al 1946, sono oggi il suo “migliore amico” e “alleato naturale”. Ma, da quando è stata “concessa” l’indipendenza nel 1946, gli Stati Uniti hanno continuato a esercitare una grande influenza, manipolando le elezioni e conducendo operazioni di sabotaggio e spionaggio per allontanare e destabilizzare i governi ostili.
Il Trattato di Mutua Difesa, dell’era della Guerra Fredda, era volto a proteggere le Filippine, e gli interessi americani, dall’aggressione cinese nello Stretto di Taiwan, oltre a dare agli Stati Uniti la possibilità di intervenire nella ribellione “comunista” allora in corso nelle regioni montuose del Paese.
L’Accordo sulle Forze in Visita, Visiting Forces Agreement, è molto più recente, in sostituzione delle basi militari permanenti degli Stati Uniti, istituite durante il periodo coloniale americano. Esso prevede lo svolgimento annuale di esercitazioni militari congiunte.
Oltre che con gli Stati Uniti, le Filippine stanno lavorando anche a accordi
simili con Australia, Canada, Francia, Gran Bretagna e altri Paesi occidentali
sotto la sfera d’influenza americana.
Il governo dell’ex presidente Duterte per la prima volta nella storia
contemporanea è riuscito ad allontanare le Filippine dagli Stati Uniti. Solo il
cambio di governo nel 2022 ha aperto agli imperialisti americani l’opportunità
di recuperare la loro precedente posizione di potere.
Il governo borghese del presidente Marcos Jr., desideroso invece di combattere l’aggressività cinese, ha ripristinato lo Enhanced Defense Cooperation Agreement (Accordo di cooperazione di difesa rafforzata, EDCA) tra le Filippine e gli Stati Uniti. L’EDCA ha permesso a questi di stabilire installazioni militari nell’arcipelago, impegnandosi a pagare le spese e a finanziare lo sviluppo economico attorno alle aree occupate. Dopo il rinnovo e la ripresa dell’EDCA gli Stati Uniti non hanno perso tempo e hanno costruito installazioni in quattro località chiave nell’isola settentrionale di Luzon, tutte rivolte contro la Cina.
Storicamente per Washington le Filippine erano e continuano ad essere parte
della “prima catena di isole”, allineate lungo la costa orientale e meridionale
del Continente, subordinate all’imperialismo americano per contenere la
proiezione marittima della Cina. Le altre nazioni rivierasche, il Giappone, la
Corea del Sud e il Vietnam, insieme agli Stati Uniti, si sono presto mosse per
contendere alla Cina il controllo del Mar Cinese Meridionale. Anche l’Australia
svolge un ruolo cruciale nella disputa avendo persino firmato un patto con le
Filippine, di concerto con Gran Bretagna, Francia e altre potenze occidentali,
per pattugliamenti congiunti nell’area. Ovviamente le forze imperialiste
mondiali continueranno a esercitare pressioni sui governi borghesi filippini e
lo scenario potrebbe cambiare nuovamente in futuro.
Politica borghese
In base alla Costituzione del 1987 la Repubblica delle Filippine è di tipo presidenziale. Il presidente è il capo dello Stato e del governo e ha il comando delle forze armate. È eletto con voto popolare diretto per un mandato non rinnovabile di sei anni. Il potere legislativo è esercitato da un Congresso composto da due camere: il Senato (camera alta) e la Camera dei rappresentanti (camera bassa).
La politica borghese interna è polarizzata tra quattro principali coalizioni di partiti: i marcosisti, i dutertisti, l’opposizione liberale e l’opposizione di sinistra.
Il campo dei marcosisti, chiamato dei “lealisti”, raggruppa i partiti della stragrande maggioranza delle dinastie politiche.
I dutertisti, noti anche come “Duterte Diehard Supporters” o “DDS”, sono guidati dalla vicepresidente Sara Duterte e dai suoi fratelli, il deputato Pulong Duterte e il sindaco di Davao City Baste Duterte. Il principale partito politico del campo dutertista è il Partido Demokratiko Pilipino, il partito dell’ex presidente Duterte.
I dutertisti hanno generalmente un atteggiamento filo-cinese, mostrando disinteresse nei confronti della disputa sul Mar Cinese Meridionale, sostenendo che le rivendicazioni delle Filippine, prive di fondamento, sono state fomentate dagli Stati Uniti e che sarebbe meglio per il Paese semplicemente cedere gli isolotti alla Cina e ripristinare normali relazioni diplomatiche.
I liberali fanno risalire le loro radici ideologiche e istituzionali alle figure e alle forze che hanno guidato la rivolta del 1986 che rovesciò la dittatura di Marcos. Non si schierano ufficialmente né con la Cina né con gli Stati Uniti, ma storicamente e attualmente propendono per questi ultimi, soprattutto sulla contesa sul Mar Cinese Meridionale.
L’opposizione di sinistra, in particolare i socialisti e i democratici nazionali,
condanna entrambe le potenze imperialiste e sostiene una posizione
ultranazionalista e isolazionista, ovviamente borghese e anti-operaia.
Duterte ha visto la sua influenza diminuire assai e crollare la sua popolarità
tra l’elettorato. I liberali si sono posizionati come i principali nemici dei
dutertisti, con le loro consuete richieste di “responsabilità”, “giustizia“ e
protezione dei “diritti umani”.
Nelle Filippine le dispute per il potere all’interno della classe dominante sono
affari sporchi, sanguinosi e caotici. A livello locale le elezioni sono delle
finzioni poiché i rampolli delle dinastie politiche si limitano a scambiarsi i
posti nei rispettivi governi locali. Per manovrare gli elettori utilizzano un
sistema di corruzione con pacchetti di aiuti, noti come “ayudas”, in denaro o in
natura, distribuiti alla popolazione, il più delle volte con i nomi e i volti
dei politici sopra, prima e dopo i periodi elettorali. Chi ha il coraggio di
sfidare le dinastie nel loro territorio è intimidito o addirittura eliminato,
impedendo così l’emergere di qualsiasi opposizione al loro dominio. Le alleanze
elettorali e le fedeltà ai partiti sono fluide e in continua evoluzione.
Economia e industria
L’economia delle Filippine è basata principalmente sui servizi e
sull’agricoltura, mentre l’industria ha un ruolo minore. Gran parte della
produzione agricola è esportata. Il riso è il raccolto principale, oltre a
frutta e ortaggi.
Le Filippine sono etichettate come un “paese di recente industrializzazione”.
L’industria più grande e redditizia è l’elettronica, che nel 2024 rappresentava
almeno la metà delle esportazioni. Altre industrie importanti sono
l’automobilistica, la mineraria e metallurgica, la trasformazione alimentare e
la farmaceutica, tra le altre.
Nell’ultimo anno, l’industria si è orientata verso prodotti a più alto valore
aggiunto, cercando di competere con Vietnam e Thailandia non solo sui costi
del lavoro, ma anche sulla specializzazione.
L’industria contribuisce per circa il 25-30% al PIL nazionale.
Le Filippine sono uno dei maggiori produttori mondiali di nichel (essenziale
per le batterie dei veicoli elettrici), un settore che si è espanso rapidamente
negli ultimi tre anni grazie alla domanda globale.
Dal punto di vista economico le Filippine sono in gran parte subordinate agli
Stati Uniti, principale partner commerciale del Paese. Con l’ancoraggio del
peso filippino al dollaro statunitense, la forza della valuta nazionale dipende
interamente dal biglietto verde.
Le Filippine mantengono anche una stretta partnership economica con i Paesi
dell’ASEAN e con l’Unione Europea.
Le classi
La struttura sociale e di classe delle Filippine è complessa e riflette un’economia in transizione, in cui la modernizzazione tecnologica coesiste con un sistema agricolo che in alcune zone rimane quasi feudale.
Molti sono costretti a lavorare lontano dalle famiglie, soprattutto chi non ha completato gli studi.
Ecco la ripartizione basata sugli ultimi dati disponibili dalla Philippine Statistics Authority.
La forza lavoro attiva nelle Filippine ammonta a 50-52 milioni. I salariati ne rappresentano il 62-63% (32 milioni). Oltre il 60% è occupata nei servizi (alle aziende, vendita al dettaglio, turismo) e nell’industria (manifatturiera, elettronica). Si tratta di una classe molto eterogenea, che va dagli operai delle fabbriche nelle zone economiche speciali (PEZA) ai dipendenti dei call center. Lavoratori autonomi/informali sono il 26-28% (venditori ambulanti, tassisti, piccoli artigiani), un segmento di “precariato urbano”.
L’agricoltura impiega il 22-24% della forza lavoro, 11-12 milioni di occupati.
All’interno di questi esiste una netta distinzione tra coloro che posseggono la terra e coloro che la lavorano:
Si stima che 3-4 milioni di agricoltori posseggano un piccolo appezzamento di terreno. Si tratta per lo più di appezzamenti di meno di 2-3 ettari. Molti sono beneficiari della riforma agraria (CARP), ma spesso non dispongono del capitale necessario per modernizzarsi e vivono in un’economia di sussistenza.
I salariati agricoli (contadini senza terra) sono 5-6 milioni. Braccianti giornalieri, lavorano spesso in grandi piantagioni (haciendas) di zucchero, cocco o banane (soprattutto a Mindanao e Negros). Rappresentano il segmento più povero della popolazione.
I mezzadri e gli affittuari sono 1,5-2 milioni. Lavorano terreni che non sono di loro proprietà e ripagano il proprietario con una parte del raccolto (spesso il 50% o più). Questo sistema persiste nonostante decenni di tentativi di riforma.
Tra i salariati esistono ovviamente diversi tipi di retribuzione a seconda del
settore di attività. Esiste una disparità, in generale, tra la classe operaia
urbana e quella delle zone rurali.
Il tasso di disoccupazione nelle Filippine è attualmente piuttosto basso
rispetto al passato attestandosi intorno al 4,4% a novembre 2025: 2,25 milioni.
Tuttavia dobbiamo aggiungerci i sotto-occupati: critico nelle Filippine non è
il numero di disoccupati, ma di coloro che hanno un salario insufficiente per
vivere. Si stima che almeno 5 milioni di lavoratori siano costretti a integrare
il proprio reddito insufficiente con un secondo lavoro. Questo è tipico nei
settori agricolo e del commercio informale.
La classe dominante è una piccola percentuale della popolazione. Tuttavia
esercita collettivamente un controllo assoluto sull’apparato statale e sui suoi
mezzi di produzione. La maggior parte può far risalire la propria discendenza a
famiglie di spicco che hanno acquisito potere durante il periodo coloniale
spagnolo. Il passaggio dal controllo imperialista spagnolo a quello americano
non ha minimamente diminuito la loro influenza, anzi, l’ha rafforzata poiché il
nuovo governo coloniale le ha elevate al ruolo di sorveglianti locali e di
principali lobbisti dei propri interessi nelle isole. Anche dopo che gli Stati
Uniti hanno “concesso” l’indipendenza nel 1946, queste famiglie, ora
soprannominate “dinastie politiche”, hanno mantenuto il monopolio di fatto sul
governo, trasmettendo le loro posizioni di padre in figlio e di parentela. Non è
un caso che ancora nel 2026 la stragrande maggioranza di tutte le province,
città, comuni e persino barangay (quartiere, villaggio) delle Filippine è
governata da una dinastia politica.
Le forze armate
Le forze armate sono composte da 150 mila soldati in servizio attivo e 1,5 milioni di riservisti. Sono sostenute e attrezzate principalmente dagli Stati Uniti e dai loro alleati in Asia orientale. Il Giappone e la Corea del Sud forniscono la maggior parte delle navi della Marina e della Guardia Costiera. Le forze armate, com’è inevitabile, sono sempre state al servizio della classe dominante. Fin dalla loro istituzione sono state coinvolte in una serie di brutali conflitti contro i ribelli comunisti (autoproclamati), oltre che contro i movimenti secessionisti a Mindanao e nella regione della Cordillera, tanto in contesti urbani quanto rurali. Le formazioni e le organizzazioni affiliate alla sinistra parlamentare ed extraparlamentare sono costantemente minacciate e sottoposte a persecuzioni da parte di agenti delle forze armate.
Il capitalismo tedesco
Forza e fragilità
La Germania occupa una posizione centrale nell’ordine economico europeo e globale. Prima potenza industriale del Continente, nonostante la crisi strutturale che sta attraversando, esercita un’influenza decisiva sulle politiche economiche dell’Unione Europea, facendo del capitalismo tedesco uno dei pilastri del sistema occidentale, ed è rilevante, ma non determinante, sul mercato mondiale e sulle catene di approvvigionamento.
Parallelamente negli ultimi anni il ruolo militare della Germania ha registrato una crescita significativa. Il riarmo post-2022, il famoso Zeitenwende, “svolta epocale”, e la partecipazione più attiva alle missioni NATO – in Lituania, nel Mediterraneo, nel Kosovo, e grandi esercitazioni nel Baltico e in Polonia – indicano un rafforzamento del suo peso all’interno dell’Alleanza. Tuttavia, pur emergendo come attore militare di rilievo, la Germania rimane vincolata al comando statunitense e dai limiti storici della propria autonomia strategica.
Tale evoluzione non è una risposta contingente all’intervento russo in Ucraina,
ma si inscrive in una ampia dinamica legata alla crisi globale del capitalismo
e alla conseguente riacutizzazione delle rivalità, di cui la guerra in Ucraina è
solo una delle manifestazioni. Il riarmo tedesco è parte di una generale
militarizzazione delle relazioni internazionali tra colossi statali, esplosione
delle contraddizioni storiche del capitalismo.
Il capitolo esposto a questa riunione tratta del duplice volto della Germania
contemporanea: da un lato una potenza economica centrale, ma attraversata da
una crisi del proprio modello produttivo, dall’altro un attore militare in
espansione.
Negli ultimi anni la Germania ha avviato un rafforzamento della Bundeswehr, definito dal governo “la riforma militare più ambiziosa dal dopoguerra”. Il bilancio previsto per il 2026 è di 108 miliardi di euro, in aumento significativo dal 2025, equivalente al 2,8% del PIL, in crescita rispetto al 2,4% del 2025, con l’obiettivo di raggiungere il 3,5% entro il 2029. Il programma prevede investimenti mirati a modernizzare le capacità terrestri, aeree, navali e cibernetiche, e in particolare nello spazio e nella difesa integrata. Gran parte della spesa sarà assorbita dall’industria nazionale, con aziende come Rheinmetall e Diehl Defence in prima linea. Permangono tuttavia limiti operativi e di personale, che impediscono alla Bundeswehr di colmare gli standard NATO in tutte le unità terrestri e logistiche.
Sul piano politico-militare, il rafforzamento della Bundeswehr mira a consolidare il ruolo della Germania all’interno della NATO e della “sicurezza europea”, o, per meglio dire, garantire la difesa dei propri interessi imperialistici. Ma permane una dipendenza tecnologica e strategica dagli Stati Uniti. Il capitalismo tedesco, come i compari continentali, è alla ricerca di una propria autonomia strategica, in una tensione che andrà ad accentuare la rivalità con gli imperialismi più forti. Tale dinamica è osservabile nelle crescenti dispute geopolitiche nell’Artico e nelle regioni strategiche come la Groenlandia.
La Germania è infatti un imperialismo senza impero. Il riarmo della Bundeswehr quindi non serve tanto alla difesa, ma è parte di una “strategia europea più ampia volta a garantire autonomia e peso sulla scena globale”, rispetto alle superpotenze, la necessità della borghesia tedesca, ed europee, di non rimanere definitivamente schiacciata nella tenaglia dei concorrenti maggiori imperialismi.
L’industria nazionale della difesa, sostenuta da sostanziose commesse al settore privato, oltre ad ammodernare l’esercito, viene a creare una capacità industriale e tecnologica in grado di competere sul redditizio mercato degli armamenti.
La crescita della spesa militare e la pianificazione di infrastrutture
strategiche, mostrano come la borghesia tedesca si stia approntando a
scenari di futuri conflitti nei quali l’urto militare diverrà inevitabile.
Tuttavia limitazioni operative – unità terrestri non pienamente efficienti,
carenze logistiche e personale insufficiente – rendono questa autonomia parziale
e vincolata agli Stati Uniti e ai loro sistemi tecnologici e di comando.
La dimensione diplomatica conferma questa debolezza. L’annullamento da parte
cinese della visita del ministro tedesco degli Esteri in Cina il 24 ottobre è
significativo. Il disaccordo sui semiconduttori, sulle terre rare e
l’atteggiamento cinese nei confronti della Russia trovano un capitalismo tedesco
sì integrato nei flussi finanziari e commerciali mondiali, ma privo di strumenti
coercitivi equivalenti a quelli di Washington o di Pechino. Questa debolezza –
militare, tecnologica e diplomatica – spinge gli imperialismi europei, ciascuno
per proprio conto, a rafforzare le forze interne, preparandosi sullo scacchiere
globale a entrare non del tutto disarmati nei conflitti imperialisti futuri.
Altro esempio di mancanza di forza autonoma è la contesa sulla Groenlandia che ha ulteriormente messo in luce l’impotenza europea all’interno della cosiddetta pax americana. Il territorio artico, formalmente parte del Regno di Danimarca ma dotato di ampia autonomia, riveste un’importanza strategica per la presenza di risorse minerarie critiche e per il controllo delle nuove rotte artiche rese accessibili dallo scioglimento dei ghiacci. Di fronte alle pretese statunitensi l’Unione Europea e la Germania hanno reagito esclusivamente appellandosi all’ormai sepolto e da sempre mitico diritto internazionale. Ogni presenza militare europea nell’Artico si prospetta all’interno del perimetro NATO, cioè sotto il tallone statunitense.
La borghesia tedesca, come quella di tutti i vecchi capitalismi, vorrebbe resuscitare la perduta energia del suo apparato economico e industriale. Ma l’arco dell’evoluzione storica di una nazione non può descriversi a ritroso. Infatti negli ultimi anni si è consolidata la tendenza anche tra le imprese industriali tedesche a delocalizzare produzioni e investimenti. Una quota crescente di aziende sposta la produzione all’estero, ove trova minori costi, meno regole ed oneri per rendite varie che nella socialmente decrepita e parassitaria Europa. Nel 2024 il 37% delle imprese industriali ha dichiarato di considerare tagli alla produzione o il suo trasferimento all’estero, in crescita rispetto al 32% nel 2023 e al 21% nel 2022. La percentuale raggiunge il 45% tra le aziende più energivore. Questo fenomeno presenta maggiore intensità tra le imprese con oltre 500 dipendenti. Gli investimenti si dirigono in Asia, in America settentrionale, nell’Europa orientale.
La perdita di capacità produttiva in comparti civili ad alta intensità energetica e la delocalizzazione di parte della manifattura rappresentano il complemento strutturale dello Zeitenwende: mentre il capitale tende a spostare produzione e investimenti verso contesti più favorevoli, lo Stato concentra risorse fiscali e politiche nei settori militari, tecnologici e “dual-use”, garantendo le condizioni di riproduzione del potere economico e politico della classe borghese. La contraddizione tra riarmo e deindustrializzazione non può essere risolta, ma gestita e istituzionalizzata, riflettendo una trasformazione delle forme attraverso cui la borghesia cerca di forzare l’accumulazione del capitale e difendere la propria posizione egemonica nel sistema europeo e mondiale.
FINE DEL RESOCONTO DELLA RIUNIONE
Introduzione
Benvenuti compagni,
Il nostro Partito Comunista Internazionale, pur essendo oggi molto piccolo, è antico e con profonde radici. E per esso la questione della guerra imperialista è sempre stata un tema centrale.
Le nostre origini risalgono alla corrente rivoluzionaria emersa durante la crisi della Prima Guerra Mondiale, quando il crollo della Seconda Internazionale rivelò il fallimento della socialdemocrazia opportunista. Nel 1914, mentre i partiti della Seconda Internazionale tradivano la classe operaia votando nei parlamenti a favore dei crediti di guerra e allineandosi con le rispettive borghesie nazionali, la Sinistra comunista – guidata dagli insegnamenti di Lenin – sostenne l’unica posizione proletaria coerente: l’opposizione alla guerra imperialista e l’appello al disfattismo rivoluzionario.
Lenin insisteva che la guerra non era un caso, ma il risultato inevitabile del capitalismo nella sua fase imperialista, e che il compito del proletariato non era difendere la nazione, ma trasformare la guerra in una guerra civile contro la propria classe dominante. Questa difesa incrollabile del marxismo rivoluzionario ortodosso, mantenuta di fronte a una capitolazione quasi universale, trovò conferma man mano che la guerra si trasformava in una catastrofe sociale. Mentre le condizioni peggioravano, milioni di lavoratori e soldati in Russia ruppero con i partiti sciovinisti e si schierarono con i bolscevichi, la cui crescita da minoranza perseguitata a forza rivoluzionaria di massa culminò nel rovesciamento dello Stato borghese e nell’instaurazione della prima, e ancora ultima, dittatura proletaria dai tempi della Comune di Parigi.
Questa posizione fu ulteriormente chiarita dall’esperienza della controrivoluzione che ne seguì. La corrente di Sinistra – inizialmente organizzata all’interno prima del Partito Socialista Italiano, poi nel Partito Comunista d’Italia, sezione della Terza Internazionale, e che avrebbe nel secondo dopoguerra formato il Partito Comunista Internazionale – sosteneva che l’imperialismo non è una politica, che può essere riformata, ma lo stadio più alto del capitalismo stesso. Man mano che il capitalismo si sviluppa, produce monopoli il cui capitale industriale si fonde con il capitale bancario per formare il capitale finanziario, e tra capitali finanziari rivali il mondo viene suddiviso tra le potenze statali militarizzate, in competizione tra loro per risorse e mercati, rendendo inevitabile la guerra.
L’ascesa del fascismo in Italia non fu un’aberrazione, ma una risposta del capitale alla crisi e alla minaccia rivoluzionaria proletaria, proprio come la democrazia serve lo stesso sistema economico in condizioni diverse. In entrambi i casi, la funzione rimane la stessa: mobilitare e disciplinare la classe operaia nell’interesse del capitale, legandola a obiettivi nazionali che mascherano l’unità sottostante del dominio borghese. Il fascismo non è altro che la forma politica assunta dall’imperialismo in crisi, mentre il capitale si prepara alla guerra e mobilita lo Stato per disciplinare il proletariato in patria e affrontare i suoi rivali all’estero.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, questa analisi guidò l’opposizione incrollabile del partito a tutte le parti in conflitto. Il Partito Comunista Internazionale respinse sia il campo dell’Asse che quello degli Alleati, denunciando la guerra come una lotta interimperialista in cui la classe operaia non aveva alcun interesse. Mentre altri partiti subordinarono i lavoratori alla resistenza nazionale o ai fronti democratici, la Sinistra comunista mantenne la linea del disfattismo proletario, invocando la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile contro la borghesia. Questa posizione si espresse in attività concrete: agitazione tra i lavoratori, sostegno agli scioperi e opposizione a tutte le forme di collaborazione di classe, anche in condizioni di occupazione e di fascismo in atto.
Oggi il Partito Comunista Internazionale continua ad aderire a questa posizione immutabile. L’imperialismo rimane il sistema globale di dominio capitalista, e la guerra una delle sue espressioni necessarie. La classe capitalista tenterà di convincere il proletariato a combattere nella prossima grande guerra. Presentandola, come sempre, come difesa della democrazia, della liberazione nazionale o di una presunta resistenza antifascista, è compito dei comunisti smascherare tutte queste nobili cause fittizie. Il disfattismo proletario non è una tattica contingente, ma l’unica posizione rivoluzionaria coerente di fronte alle chiamate alle armi: opporsi alla propria borghesia in ogni conflitto, rifiutare tutte le divisioni nazionali e riconoscere che il vero nemico non si trova all’estero ma in patria.
Solo attraverso la ricostituzione di un sindacalismo di classe combattivo, organizzato in difesa dei salari dei lavoratori e contro le richieste di sacrifici in nome della nazione, guidato da un unico Partito Comunista Internazionale centralizzato e saldamente radicato nelle direttive programmatiche già ben definite e immutabili del marxismo rivoluzionario, il ciclo della guerra imperialista potrà essere spezzato e trasformato in una lotta per l’abolizione del capitalismo stesso.
Queste sono le dure lezioni programmatiche apprese dal movimento comunista negli ultimi oltre cento anni che il nostro Partito ha continuato a difendere in previsione della futura rinascita del movimento rivoluzionario.
Un incontro per presentare il partito ai nuovi compagni
Al fine di aiutare i giovani militanti ad integrarsi attivamente all’interno del vivente organismo internazionale del partito, in un incontro sabato 4 aprile abbiamo esposto un resoconto per un primo orientamento schematico su cos’è il nostro Partito e cosa lo contraddistingue nel lavoro concreto che attualmente svolge.
Il Partito non è una semplice associazione di individui, tenuto insieme da una somma di opinioni personali. È la concretizzazione della continuità storica e programmatica del movimento comunista. Il Partito esiste non in quanto organizzazione, ma perché ereditiamo e trasmettiamo un programma plasmato dalle lotte passate e dall’evoluzione oggettiva della lotta di classe. Ciò che contraddistingue il nostro Partito è il metodo con cui funziona e il programma storico che difende.
Il Partito è governato dal centralismo organico. È la forma della unità centralizzata di azione che scaturisce naturalmente da un programma condiviso – visibile a tutti, comprensibile a tutti – e non da alcun tipo di meccanismo democratico formale o comando burocratico. Laddove il centralismo democratico dipende da parlamenti interni, votazioni e competizione di opinioni, il centralismo organico si fonda sull’accettazione indiscussa del programma – la nostra dottrina, quella scritta dalla storia della lotta di classe moderna con il sangue dei proletari, dalle lezioni apprese da molteplici controrivoluzioni e che nel laboratorio sperimentale della storia si è dimostrata immutabile – il quale programma guida il Partito, non il centro, non la base.
L’unità d’azione emerge organicamente dall’adesione comune a una linea politica storicamente radicata, e le posizioni e le responsabilità non derivano da alcun conteggio di voti, ma dalle esigenze del Partito e dalle capacità dei compagni. In questo senso, nessuno guida e tutti sono guidati, guidati dalla dottrina marxista immutabile.
Il partito non è una scuola, un circolo o un gruppo di lettura. È un organismo vivente e pulsante. Un’unità indivisibile le cui parti si sviluppano secondo le necessità oggettive determinate dalla lotta di classe e dalla maturazione collettiva dei suoi militanti.
Per questo rifiutiamo ogni forma di culturalismo e di educazionismo. Ai nuovi compagni non è richiesto di superare alcun esame, di dimostrare una certa conoscenza del marxismo o di ostentare le proprie letture. Ciò che conta è l’adesione al programma e la partecipazione attiva al lavoro collettivo.
Il Partito comunista non è un organo internamente indifferenziato e ha le sue gerarchie. Ma queste si fondano non su un prestabilito ruolo assegnato, scaturiscono dal riconoscimento delle capacità e della disponibilità al lavoro dei singoli compagni, e non hanno nulla di fisso. I compagni, sulla evidenza pratica del lavoro comune e del suo concrescere, si affiancano e si alternano nei diversi compiti, giovani e vecchi, nel tempo e nello spazio, senza la necessità di alcuna ratifica dall’alto o dal basso.
Il partito non è una sorta di circolo per “cultori di marxismo” al quale degli intellettuali apportino la propria “preparazione”. Il partito è un impegno collettivo disciplinato, che si misura in anni e decenni, una fatica di cui alcuni di noi, forse anche tutti, non potremo vedere i frutti nel corso della nostra vita, affidando la continuazione della battaglia alle future generazioni di comunisti. Il carattere disciplinato e impersonale del nostro metodo non ci fa scoraggiare dalla nostra esigua consistenza numerica e dalla attuale scarsa influenza sulla classe. Il partito è un nucleo compatto di compagni che comprendono che la lotta non è facile né dà visibili risultati immediati, ma è opera di necessaria difesa e diffusione nel mondo della deflagrante dottrina marxista.
Nell’attuale stato di disorientamento della lotta di classe, il lavoro del partito tende ad adempiere a tutte le sue funzioni, quantitativamente in proporzione alle sue dimensioni.
Partito internazionale, uno dei suoi compiti centrali è la traduzione, la revisione e la pubblicazione dei nostri testi in tutte le lingue parlate dal proletariato. Solo nella sezione in lingua inglese, in Nord America e nel Regno Unito, nell’ultimo anno sono stati tradotti più di 80 testi. Il responsabile di questo lavoro tiene traccia, registra e impagina le traduzioni per la pubblicazione a stampa e sul sito web.
Il nostro lavoro procede con l’intervento nei sindacati – e in tutte le organizzazioni di massa a cui possono partecipare solo i proletari e che non discriminano in base a credenze religiose, convinzioni politiche ecc., ma esclusivamente in base al fatto di essere lavoratori salariati – ai fini di presentare alla classe l’indirizzo di lotta immediata dei comunisti, di diffondere la linea del Partito, e di estendere la nostra influenza tra le masse dei lavoratori organizzati. I militanti del partito all’interno dei sindacati formano frazioni comuniste, radunando attorno a sé i lavoratori più attivi e combattivi. Nei sindacati il nostro compito è rovesciare la burocrazia sindacale reazionaria e stabilirvi la direzione del partito.
Questo è determinato dalla forza ed estensione della lotta di classe, e non può ottenersi semplicemente con la nostra volontà. Importante, tuttavia, è che la voce del partito sia presente in tutte le vicissitudini della lotta di classe, con la frazione sindacale – quello del partito che la maggioranza dei lavoratori conosce – che rimanga una stella polare per la classe.
Dobbiamo dimostrare come le tattiche della burocrazia sindacale falliscono o non sono sufficienti, mostrando nella pratica, non solo predicando in astratto, quale sarebbe la linea corretta da seguire. Così i lavoratori porranno fiducia nelle tattiche del Partito e, di conseguenza, nel suo programma politico.
Per quanto riguarda il lavoro che malamente diciamo teorico, al momento abbiamo una serie di gruppi attivi. I compagni vi si possono aggregare per collaborare agli studi del partito. Ma è possibile svolgere un lavoro su qualsiasi argomento che interessi un compagno.
Ovviamente ogni contributo e ogni attività sono esaminati collettivamente dal Partito per assicurarsi che sia in linea con la dottrina e il nostro impianto tattico, ormai ben collaudato.
Nel nostro piccolo ma grande partito risiede in embrione la continuità vivente della lotta proletaria. È scritto nei nostri testi che il partito è la prefigurazione della società comunista: il suo compito è prevedere, anticipare la classe. La classe politicamente non esiste, come classe per sé, senza il suo partito politico. Nel partito risiede la coscienza del proletariato, l’intera storia della lotta di classe tra capitale e lavoro condensata in testi, tesi, tattiche, programma, dottrina.
Essere un militante del partito significa ripudiare ogni aspetto di questa putrida e morente società borghese.
Avanti compagni. Abbiamo un mondo da conquistare!
PAGINA 8
La Frazione Comunista Astensionista aveva ben compreso la natura del sindacalismo rivoluzionario. Nella nostra “Storia della Sinistra comunista” (1964) leggiamo: «Questo non era se non un nuovo tipo di gradualismo dalle pose rivoluzionarie, che con i suoi decisi avversari del tempo (riformisti) aveva in comune di rendere graduale quella sola cosa che graduale non può essere, ossia il salto violento nel maneggio dello Stato, arma che l’umanità, per buttarla via, deve aver impugnata in direzione rovesciata. Lo stesso errore sta alle basi del gramscismo, che vede una serie pragmatica nel controllo dei consigli operai di azienda, nella loro gestione, e in un loro progressivo sostituirsi allo Stato capitalistico, concezione che ha fatto ricadere i suoi epigoni nello stesso errore comune ai due contendenti del 1906, e infine in forme indegnamente inferiori a quelle della destra di allora».
Sul nostro “Natura, funzione e tattica del partito rivoluzionario della classe operaia” (1945) leggiamo: «Non meno volontaristica (di quella riformista), anche per la dichiarata adesione a più recenti filosofie borghesi, era la scuola sindacalista, che parlava bensì di aperto conflitto di classe e di svuotamento e abolizione di quel meccanismo statale borghese che i riformisti volevano permeare di socialismo, ma in realtà, localizzando la lotta e la trasformazione sociale a singole aziende della produzione, pensava parimenti che i proletari potessero successivamente stabilire con la lotta sindacale tante posizioni vittoriose in isolotti del mondo capitalistico. Una derivazione del concetto sindacalistico, in cui l’unità internazionale e storica del movimento di classe e della trasformazione sociale è frammentata in tante successive prese di posizione negli elementi dell’economia produttiva, in nome di una impostazione concreta e analitica dell’azione, si ebbe nella teoria dei consigli di fabbrica propria del movimento italiano dell’Ordine Nuovo».
Il socialista e rivoluzionario Mussolini, che da segretario del partito si era comportato molto bene nel 1912 espellendo la destra dei riformisti e i massoni, nell’ottobre del 1914 diviene interventista; il mese seguente è espulso dal partito. Il 5 ottobre del 1914 nasce il “Fascio rivoluzionario d’azione internazionalista” a sostegno dell’intervento in guerra: del suo comitato promotore fanno parte sindacalisti rivoluzionari, nazionalisti e anche un anarchico individualista. L’11 dicembre il Fascio si fonde con i “Fasci autonomi di azione rivoluzionaria” fondati da Mussolini, dando luogo ai “Fasci di azione rivoluzionaria interventista”. Con la guerra tali associazioni si dissolsero avendo ottenuto il loro scopo. Molti degli aderenti confluirono nei “Fasci italiani di combattimento”.
Il giornale di Mussolini, il “Popolo d’Italia”, il 1° agosto 1918 cambiò il sottotitolo da “giornale socialista” a “giornale dei combattenti e dei produttori”. La guerra, con i comitati di mobilitazione industriale affidati ai militari, e la propagandata sottomissione degli interessi particolari all’interesse generale, fu per tutti costoro un esempio di collaborazione di classe nell’ottica corporativista.
La UIL: il sindacalismo nazionale dei produttori
Su queste basi nel giugno 1918, ad opera dei sindacalisti rivoluzionari usciti dall’USI, nacque la UIL, Unione Italiana del Lavoro. All’interno c’erano due tendenze: quella di Edmondo Rossoni, che rivendicava un sindacalismo apolitico e apartitico, e quella di Alceste De Ambris, per cui i sindacati dovevano «svolgere la loro attività all’interno dello Stato, e, come parte di esso, in convivenza con gli altri istituti». Prevalse il “sindacalismo integrale” di Rossoni, concezione in cui il sindacato avrebbe dovuto gradualmente assumere tutte le funzioni dello Stato fino a sostituirlo.
Il sindacalismo e il corporativismo fascisti trassero origine dalla UIL, e in particolare dalle posizioni di De Ambris. Quest’ultimo partecipò all’elaborazione del programma dei “Fasci di combattimento” nel 1919, che vennero da lui definiti «l’unico movimento politico italiano che contrasti con efficacia e con energia la gretta incapacità delle classi dirigenti e il demagogismo socialneutralista». De Ambris fu poi stretto collaboratore di D’Annunzio a Fiume, dove elaborò la Carta del Carnaro, ispirata ai principi del corporativismo. Dopo la marcia su Roma si stabilì a Parigi prendendo le distanze dal fascismo. Ciò fu dovuto anche al mancato appoggio di quest’ultimo all’impresa fiumana, vista da De Ambris come esempio di una sorta di “repubblica sindacalista” da esportare in Italia. Il principale ispiratore del corporativismo fascista divenne quindi un campione dell’antifascismo.
La UIL si proclamò indipendente da qualsiasi partito politico e avente per scopo il graduale trasferimento alla classe lavoratrice organizzata della gestione della produzione e della distribuzione della ricchezza. Il suo organo, dal titolo “L’Italia nostra”, aveva per motto “La patria non si nega, si conquista“. Del suo programma facevano parte l’espropriazione delle terre non coltivate direttamente dai proprietari, il controllo della produzione e dei profitti (eterna utopia borghese), e l’unità sindacale, che in questa ottica era solo il travestimento di un’unità politica e patriottica.
Su “L’Italia nostra” del 23 dicembre 1918 leggiamo che il programma della UIL prevedeva «la riorganizzazione del sistema della produzione sulla base associativa e la diretta partecipazione di tutti gli elementi del lavoro intellettuale, tecnico e manuale: la terra affidata per la coltivazione ai contadini associati; la gestione delle industrie, dei trasporti e dei servizi pubblici ai Sindacati dei tecnici e dei lavoratori».
Su “L’Idea nazionale” del 6 luglio 1918, il nazionalista Corradini parlava di «un nuovo regime in cui la lotta delle classi sia lotta leale fra avversari leali, intesa non più a reciproca distruzione socialista, ma consapevolmente mirante a una reciproca propulsione verso sempre maggior produzione. Il sindacato è l’istituto del nuovo regime. Il sindacato, organismo omogeneo, prenderà il posto della inorganica e confusa distinzione delle classi (...) Questo è importante nella storia di questi giorni: i sindacati e i sindacalisti hanno mostrato di riconoscere il principio nazionale».
Su “Battaglie dell’Unione Italiana del Lavoro” del 31 maggio 1919, De Ambris scrive: «L’espropriazione della fabbrica non potrebbe essere fatta che a beneficio dello Stato, il quale dovrebbe poi gestirla direttamente ovvero affidarla alle organizzazioni operaie. Ma noi sappiamo troppo bene (...) quale e quanta sia l’incapacità dello Stato nella gestione delle industrie. La gestione diretta dello Stato vorrebbe dire in brevissimo tempo la disorganizzazione dell’industria e il fallimento nazionale, con una prospettiva di cruda miseria per tutti. A loro volta le organizzazioni operaie sono ancora ben lontane dall’avere quella capacità tecnica e quella consapevolezza morale che diano affidamento di una gestione della fabbrica più produttiva della gestione privata. Ed allora, dovremo noi rassegnarci a lasciare le cose come sono, costituendo agli industriali un particolare privilegio? No (...) In luogo di espropriare il capitale industriale, si dovrà espropriare il profitto. Ed in luogo di eliminare l’industriale (...) si dovrà associargli la maestranza e lo Stato, in modo da non inceppare la sua attività, pur sottoponendola al controllo degli interessi della classe operaia e della Nazione (...) Con questo sistema si lascerà all’industria tutta la sua capacità di sviluppo e di rendimento (...) si metteranno gli operai in grado di apprendere i segreti tecnici e amministrativi della fabbrica, in modo da prepararli alla gestione diretta della fabbrica stessa e si assicureranno allo Stato e agli enti locali forti entrate senza dover ricorrere a mezzi fiscali vessatori e burocratici».
Il consiglismo ordinovista ha un evidente debito nei confronti di queste posizioni. Sulla rivista della UIL “Il Rinnovamento” del 15 marzo 1919, il sindacalista rivoluzionario Sergio Panunzio scriveva di «stringere in un medesimo vincolo sindacale gli operai e gli ingegneri, i contadini e gli agronomi, il muscolo insomma e il cervello».
Anche i riformisti guardavano benevolmente al corporativismo, in quanto ispirato alla collaborazione tra le classi. Filippo Turati, trovando ospitalità su “L’Italia nostra” del 17 agosto 1918, anche a nome di Rinaldo Rigola, parla del «valore rapidamente crescente che assumono (...) i Corpi ed i Consigli tecnici e consultivi (nella fattispecie, la prevista Commissione per i problemi del dopoguerra), di fronte ai Parlamenti genericamente politici, sempre più inadatti – dato il tecnicizzarsi progressivo della amministrazione e della vita – a legiferare concretamente in modo consapevole e di propria iniziativa, e a controllare veramente la sempre più complessa economia nazionale».
In altre parole i riformisti, come il resto della borghesia, si rendevano conto che il Parlamento e la democrazia non erano più sufficienti alla difesa e all’offesa della propria classe nei confronti del proletariato. Esemplari quanto a collaborazione di classe sono anche le parole di D’Aragona quando, il 25 luglio 1923, andando con altri rappresentanti della CGL a colloquio con Mussolini, gli propone di collaborare «per la prosperità sempre più grande della nazione di cui tutti – socialisti e fascisti, rossi e bianchi – siamo viva e palpitante espressione».
Inoltre i riformisti considerarono un grande progresso l’attuazione del sindacato unico legalmente riconosciuto. Sulla rivista “Problemi del Lavoro”, nata dopo lo scioglimento della CGL nel gennaio 1927, Rigola scrive: «Il proletariato è stato battuto ma non spogliato. Nulla è stato mutato in ordine alla politica sociale e alle garanzie operaie, ed anzi la Carta del Lavoro – tuttoché contenga qualche disposizione meno accettabile – è stata un passo ardito sulla via delle riforme, in quanto serve ad integrare e generalizzare quelle conquiste di classe che, nel disinteressamento dello Stato, il sindacalismo libero non riusciva ad assicurare se non ad un numero ristretto di lavoratori». Il riformista e dirigente sindacale Rigola ammette la continuità tra sindacalismo riformista e sindacalismo fascista.
Il già citato testo di Furiozzi sul sindacalismo rivoluzionario italiano, riguardo alla UIL dice che «intervenne poi col peso della propria organizzazione all’agitazione che sfociò nell’occupazione delle fabbriche. Importante fu la risoluzione approvata al IV Congresso (Parma, 23-25 settembre 1921). In materia di rapporti internazionali confermò la sua non adesione ad alcuna delle diverse Internazionali esistenti, riscontrando nelle medesime “l’asservimento ad egoismi nazionali capitalistici”, oppure “la difesa e l’impostazione di applicazioni settarie di principi e di sistemi basati su ideologie inaccettabili per il sindacalismo operaio”. Circa le direttive dell’organizzazione, confermò che queste dovevano mirare a conseguire: l’assoluta autonomia della classe operaia da ogni partito o ideologia; l’azione diretta della classe produttrice verso i poteri pubblici; la rappresentanza delle categorie economiche negli organi elettivi; l’assoluta autonomia comunale; l’autonomia politica e amministrativa della regione; l’eliminazione progressiva delle funzioni dello Stato centralistico».
Nonostante le caratteristiche di tale organizzazione, tra i proletari che ne facevano parte a volte emergevano sprazzi di posizioni di classe, anche se immerse in una enorme confusione. Nello scritto “Alle origini del corporativismo fascista” dello storico Matteo Pasetti, leggiamo: «Già a metà del 1919, tra i quadri sindacali della UIL prevalse allora un discorso (...) permeato da un linguaggio ormai lontano dalla retorica nazional-patriottica del periodo bellico, poiché i precetti anticlassisti e collaborazionisti del “sindacalismo nazionale” non divennero mai familiari e condivisi tra gli strati popolari. La base rimase cioè ancorata a una logica classista della tutela sindacale, avversando in particolare proprio quelle proposte che sembravano ispirate a suggestioni corporative, e infine condizionando l’indirizzo stesso del movimento».
Queste parole sono l’ennesima conferma della giustezza della nostra parola d’ordine del fronte unico sindacale. L’Alleanza del lavoro tra CGL, SFI, USI e UIL fu proposta dal Partito Comunista. Sapevamo che le dirigenze di quei sindacati avrebbero fatto tutto il possibile per sabotarla; ma il fatto che l’avessero accettata, a causa della pressione dei loro iscritti, stava a significare che era possibile unire tutti i proletari su una linea di classe. Ciò li avrebbe poi dovuti portare allo scontro definitivo con la borghesia, fascista o non, sotto la direzione dell’unico partito che ne rappresenta gli interessi storici, e anche immediati, e cioè il Partito Comunista. Persino la UIL, sindacato affine a quello fascista, anche se non di Stato, fece quindi parte dell’Alleanza del lavoro.
Nel novembre 1920 ci fu una scissione nella UIL che portò alla fondazione della Confederazione Italiana dei Sindacati Economici guidata da Rossoni, già primo segretario della UIL, sempre in nome della apoliticità e apartiticità del sindacato.
Mussolini, che inizialmente aveva guardato con favore alla UIL di De Ambris, ora ritenne più utile la “apoliticità” dei sindacati, nel tentativo di staccarli dai rispettivi partiti e farne un proprio strumento. Sappiamo che questo non è poi avvenuto e il fascismo ha creato i suoi sindacati, licenziando i dirigenti della CGL, che fino all’ultimo avevano tentato di accreditarsi presso i nuovi padroni. La Confederazione dei Sindacati Economici di Rossoni nel gennaio 1922 cambiò nome in Confederazione Nazionale delle Corporazioni Sindacali: la nascita ufficiale dei sindacati fascisti.
Rossoni trovò più conveniente abbandonare le sue concezioni di “autonomia sindacale” per il corporativismo fascista.
Già il 10 gennaio 1922, al Congresso provinciale dei Fasci di Milano, il segretario politico Guido Ciarroca disse che «bisognava finalmente decidersi ad assumere una precisa fisionomia in materia di organizzazione operaia ed agricola. Bisognava creare i sindacati fascisti, essendo vieta menzogna l’organizzazione apolitica. Ai sindacati fascisti devono naturalmente poter partecipare anche quegli elementi operai che non sono iscritti alla organizzazione politica: ma i sindacati devono seguire le direttive e la disciplina fasciste, anche perché noi non vogliamo fare la lotta di classe, ed in tal senso dobbiamo pure organizzare i datori di lavoro».
Intorno al 1920, dunque, anche la UIL passa nel campo antifascista, dopo essere stata mollata da Mussolini in nome dei sindacati economici, e dopo la fine dell’impresa fiumana di D’Annunzio, di cui erano stati entusiasti sostenitori. Gli storici borghesi hanno trovato difficoltà nella definizione delle vicende fiumane e della “Reggenza del Carnaro”, opponendo “aspetti di sinistra” ad “aspetti di destra”. A Fiume con D’Annunzio c’erano nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari, anarchici, ed anche qualche generico “ammiratore” della rivoluzione bolscevica. Nulla di strano. È una caratteristica delle mezze classi quella di oscillare tra borghesia e proletariato, per poi schierarsi dalla parte del vincitore. Nel momento in cui sembrava possibile la rivoluzione proletaria, la piccola borghesia era disposta ad accodarsi ad essa. Quando si rese conto che in Italia il proletariato sarebbe stato sconfitto, si mise sotto l’ala protettrice della grande borghesia.
L’Unione Socialista Italiana
Nel maggio 1918 era stata fondata l’Unione Socialista Italiana da alcuni sindacalisti rivoluzionari, alcuni riformisti, e alcuni gruppi socialisti separatisi dal P.S.I.: denominatore comune era il nazionalismo. A capo era Alceste De Ambris.
Furiozzi, nel testo citato, scrive: «L’Unione si presentò alle elezioni del 1919 su una linea di opposizione al governo e con un programma di riforme radicali: socializzazione delle terre incolte, della casa e di numerose industrie, nazionalizzazione dei servizi pubblici, integrazione della rappresentanza politica con quella delle arti, dei mestieri e delle professioni, trasformazione istituzionale. Ottenne dodici deputati, tra cui Arturo Labriola, che vi aveva aderito nell’ottobre del ’19 vedendovi, disse, “un partito socialista che concepisce i problemi del proletariato nella loro interdipendenza con le questioni nazionali”. Entrata rapidamente in crisi per profondi contrasti fra partito e gruppo parlamentare, l’Unione Socialista Italiana tenne il suo ultimo Congresso nel settembre 1920».
(continua al prossimo numero)