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"COMUNISMO" n. 7 - giugno-settembre 1981
– [Presentazione].
Corso dell’Imperialismo - Prima parte [RG19]: Premessa - Lo "spirito di Yalta" - Guerra fredda e distensione: due facce dell’equilibrio imperiale - L’area del dollaro sostituisce quella della sterlina - La guerra fredda non raffredda quella calda - L’ombrello atomico ripara solo i vincitori - Il riarmo degli sconfitti - La “normalizzazione” russa dell’Europa orientale - I paesi sottosviluppati rimangono zone di conquiste - Il Medio Oriente mette in crisi le alleanze - Anche in Africa la prudenza e subordinazione russa - Ognuno intende l’Unione Europea come gli accomoda - I missili cubani spaventano più la Russia dell’America - Dalla guerra fredda alla distensione in preparazione della Terza Guerra - Corso dell’Imperialismo. Seconda parte [RG20]: Nelle diverse aree - Europa - America Latina - Asia - Medio Oriente - La generale crisi economica del 1975 e le prospettive di una terza guerra - Un test: reazioni all’intervento in Afghanistan.
Stato Proletario e organismi di classe [RG19-20] (III)[ - 1 - 2 - 3 - 4 - ].
Appunti per la storia della Sinistra Comunista: Il Congresso di Livorno [RG18].
Dall’Archivio della Sinistra:
  - Il Problema del potere (Il Comunista,13 febbraio 1921) [ È qui ]
  - Gli unitari non sono comunisti (Il Comunista, 26 dicembre 1920) [ È qui ]
  - Gli astensionisti e la frazione - Il valore della disciplina (Il Comunista, 28 novembre 1920) [ È qui ].

 
 
 


Con l’approfondirsi dei motivi di conflitto tra le opposte frazioni del capitale mondiale, stanno rialzando la testa i mai sopiti nazionalismi, i regionalismi, espressioni proprie dell’infame modo di produzione vigente. Noi comunisti rivoluzionari sosteniamo dal “Manifesto” del 1848 che l’epoca delle nazioni e degli Stati è finita con la maturazione della lotta di classe, la sola capace di spingere le contraddizioni sociali fino a partorire una società al di sopra dei vecchi e irrisolti antagonismi di razza, nazione e appartenenza territoriale.

Nell’analisi delle situazioni storiche non abbiamo mai sottovalutato la funzione delle lotte nazionali, la loro possibilità di esprimere un potenziale progressivo e sconvolgente in alleanza con il proletariato rivoluzionario, in rapporto però alle specifiche aree geografiche e politiche interessate dalle contraddizioni inter-imperialistiche.

Abbiamo anche sostenuto che la società borghese non può liberarsi delle contraddizioni inerenti al problema nazionale: da una parte infatti le forze produttive del capitalismo mondiale tendono a forzare i confini nazionali in nome della libertà di commercio e della "solidarietà fra gli Stati", dall’altra a rafforzare i dispositivi di protezione dei confini territoriali per difendere i propri interessi in concorrenza spietata sul mercato mondiale. Così le intese fra gli Stati, che hanno partorito la società delle Nazioni e dopo le Nazioni Unite ed altre formule d’unità sovranazionale più limitate, come la CEE e il Comecon, non sono state che spartizioni ed accordi fra predoni per garantire dei precari status quo.

Unico grande assente nelle più recenti lotte per i nuovi assetti sociali e statali il proletariato. Al tempo della Prima Guerra mondiale non fu in grado di opporsi al conflitto fra nazioni per il tradimento della socialdemocrazia, ma ciò non impedì che sorgesse l’Internazionale Comunista sull’onda della vittoriosa rivoluzione russa. Nel groviglio degli interessi inter-imperialistici e nazionali nelle più disparate aree geopolitiche i comunisti seppero non perdere la testa, ponendo all’ordine del giorno la rivoluzione internazionale del proletariato.

La sconfitta di questo potente movimento storico, con l’avvento del fascismo in Italia e della reazione bianca nell’occidente europeo e lo stravolgimento dei fini e delle funzioni dell’Internazionale Comunista ad opera dello Stato e del partito russo, prepararono il ventennio della rivincita borghese alla scala mondiale, fino al secondo conflitto mondiale nel corso del quale il proletariato fu trascinato, in modo più grave ed infame che nel primo, a morire sui campi di battaglia per una nuova spartizione delle zone d’influenza.

I nazionalismi sembravano vinti dalle nuove prospettive del capitale che rinasceva dalle sue ceneri. Per decenni gli europei hanno sentito parlare di Stati Uniti d’Europa. Nell’Europa dell’Est si creavano le premesse del blocco "socialista", unione di Stati contro "l’idra imperialista", mentre i popoli ex-coloniali lottavano per la loro emancipazione, più formale che reale, subendo la spietata repressione imperialista.

In questo clima avvelenato - contrassegnato dal perdurare di una relativa pace sociale imposta dai vincitori nelle aree di capitalismo ultra-maturo o dall’estendersi di guerre locali nelle aree ex-coloniali, in Africa, in Asia, in America Latina, senza che ci sia la possibilità di un accordo definitivo perché inattuabile in regime capitalistico - si stanno preparando le condizioni generali di una nuova violenta spartizione del mondo, delle zone di influenza, incrinate ormai con evidenza le vecchie alleanze e le tacite intese.

In questo clima sempre più pesante i blocchi contrapposti di alleanze e interessi stanno preparando anche l’atmosfera ideologica e politica che potrà giustificare, presentato un qualunque casusbelli, l’appello ai popoli e al proletariato. Che cosa di meglio per il capitale mondiale e per gli opposti imperialismi, al fine di preparare le motivazioni più generali e ideologiche per il conflitto generalizzato, che riesumare le più antiche crociate, perfino religiose, arrivando, per mascherare gli interessi imperialistici, a mettere i cristiani d’occidente contro gli infedeli dell’Islam?

Mentre tutti i raggruppamenti politici, Chiese e potentati, celebrano congressi e tramano all’ombra dei loro governi occulti, il proletariato non ha da opporre che la sua potenziale enorme forza materiale.

Il Partito comunista alle degradanti manovre del capitale e dell’opportunismo deve opporre il suo storico ed invariante programma, che nessun potere segreto o congresso può manomettere in nessuna sua parte, pena la fine del partito stesso. Chi infatti, nel corso della sua storia, mafiosamente ha tentato di farlo, in nome dell’aggiornamento o dell’arricchimento o dell’adeguamento ai compiti contingenti o alle mutevoli circostanze, ha portato solo farina al mulino del nemico di classe. Le grandi mafie dell’opportunismo di destra e di sinistra, che hanno preteso di introdurre accorgimenti tattici in contrasto con i principi, hanno finito per fare strame del programma.

Soltanto il partito comunista della rivoluzione mondiale ha continuato a proclamare alto e chiaro il suo compito nonché le sue finalità, senza censure o adattamenti: la sua condizione legale o illegale non è mai stata una questione di scelta morale, ma di reali rapporti di forza; la vocazione dell’esoterismo o al comando geloso, caporalesco e clientelare è la negazione del principio stesso del comunismo. Secondo l’icastica affermazione di Trotzki, la verità, prima ancora che una questione morale, è una questione di intelligenza politica. Miope e insensata è dunque la pretesa di realizzare nel partito una effettiva ed efficace disciplina con accorgimenti ed espedienti burocratici che non siano in linea con il programma storico a tutti noto, con i moduli di vita interna che tutti legano e tutti rendono militanti a pieno titolo.

L’atmosfera ed il clima da logge avvelenano gli stessi rapporti interni alla classe borghese, come è inevitabile e giusto che sia così; per questo sono l’esatto opposto dell’organizzazione e del metodo comunista.
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Corso dell’Imperialismo
(Prima parte)
Riunione a Firenze, 3-4 gennaio 1981 [RG19]
 

Premessa

I più recenti rapporti inter-imperialistici indicano ormai chiaramente che siamo entrati nella fase preparatoria della terza guerra mondiale. Almeno dal 1975, con la lotta per il controllo dell’Africa e in particolare per quello dell’Angola e del Corno d’Africa, abbiamo assistito ad un crescendo di tensioni internazionali: dall’Africa, al Medio Oriente, al Golfo Persico, al Sud Est asiatico e perfino all’Europa. Non a caso questa nuova fase dei rapporti internazionali è stata preceduta dalla grave crisi economica mondiale che appunto può farsi risalire alla fine del 1974 e al 1975.

Secondo i risultati dei nostri studi economici tale crisi, che era stata ampiamente prevista dagli studi precedenti, segna una tappa decisiva nella traiettoria catastrofica del capitalismo. I motivi più acuti e contingenti della crisi di allora sono stati sì superati, ma alcune caratteristiche come la profondità e la velocità della caduta della produzione industriale e soprattutto la simultaneità dei fenomeni registrati ci fecero concludere che eravamo entrati nella fase di verticale discesa del saggio di profitto medio. Questo può anche momentaneamente risalire, come è risalito, per l’effetto delle note controtendenze e certo non possiamo prevedere quanto durerà l’attuale intermezzo, ma una cosa è certa: esso prepara una nuova e più verticale discesa del saggio di profitto medio alla scala mondiale.

Di qui l’inevitabilità del terzo conflitto imperialistico e di qui le vicende diplomatiche e militari che vanno inevitabilmente verso la formazione di nuovi blocchi pronti al nuovo e più micidiale scontro. Se quella economica è la base materiale dei rapporti internazionali, nondimeno la fase attuale di preparazione delle nuove alleanze di guerra risulta chiaramente, anche se non meccanicamente, dallo studio della evoluzione delle relazioni diplomatiche. Lo scopo specifico di questo studio è appunto quello di dimostrare che l’alleanza totale stabilita a Yalta ha permeato i rapporti tra Occidente e Oriente non solo durante la "distensione", ma durante la "guerra fredda", che si sono dimostrate solo due facce del medesimo equilibrio imperialistico. La rilettura, secondo la nostra chiave esclusiva, degli episodi più importanti da Yalta in poi ci permette inoltre di valutare con maggior chiarezza l’intricata tela degli attuali interessi imperialistici, che, senza la nostra bussola, possono apparire del tutto irrazionali e contraddittori, ma che viceversa si svolgono secondo linee ben precise che porteranno alla formazione di due nuovi blocchi contrapposti.
 
 

Lo "spirito di Yalta"
 

L’incontro a Yalta fra Stalin, Roosevelt e Churchill del febbraio-marzo 1945 rappresenta veramente una tappa storica nei rapporti inter-statali di questo secolo. Rappresenta la fine ufficiale dell’isolamento russo attraverso il riconoscimento della Russia come principale potenza imperialista, ottenuta prima di tutto sul campo di battaglia. Non fu cosa di poco conto se gli altri Stati pretesero come premessa indispensabile lo scioglimento anche formale di ciò che restava della Terza Internazionale.

L’idea originaria di una Conferenza tra i grandi (USA, URSS e Gran Bretagna), con lo scopo di decidere l’organizzazione mondiale post-bellica, fu di Roosevelt e già l’aveva espressa nell’incontro di Teheran alla fine del 1943 in perfetto stile wilsoniano. Fu accolta con diffidenza (almeno inizialmente) sia da Stalin sia da Churchill, ancora favorevoli alla vecchia e più realistica politica diplomatica delle zone di influenza. Fu poi in particolare Stalin che sollecitò lo svolgersi della Conferenza, non a caso tenutasi in Crimea, quando si rese conto che poteva ottenere molto, in particolare in Europa (Polonia, riparazioni tedesche), ed anche in Giappone accettando le insistenti richieste USA di intervenire militarmente in quella zona del conflitto. Gli esperti militari Usa calcolavano infatti che ci sarebbero voluti almeno altri 18 mesi dopo la resa della Germania per ottenere anche la resa totale del Giappone. In seguito avrebbe teso anche a contenere l’avanzata dell’Armata russa in Europa.

Le questioni più importanti affrontate e decise a Yalta furono: 1) occupazione militare, smembramento e riparazioni tedesche; 2) questione polacca; 3) questione del futuro assetto mondiale; 4) intervento militare russo contro il Giappone. Quest’ultima questione premeva soprattutto a Roosevelt e fu anche all’origine dell’impressione che si diffuse negli Stati Uniti subito dopo Yalta di un eccessivo cedimento di Roosevelt verso le pretese di Stalin.

Sulla questione del trattamento della Germania almeno a Yalta ci fu un accordo pressoché totale, solo Churchill espresse qualche perplessità anticipando l’atteggiamento successivo non solo della Gran Bretagna ma anche degli Usa. In una lettera al Segretario agli Esteri del 4 gennaio 1945, rilevabile dalle sue Memorie, aveva scritto: «Sono bene al corrente degli argomenti sull’opportunità di non avere una comunità avvelenata nel cuore dell’Europa».

Le preoccupazioni di Churchill sulla stabilità sociale del cuore dell’Europa, memore del primo dopoguerra, erano più che giustificate. Basta vedere il tenore del Comunicato dell’11 febbraio 1945 che ben riflette "l’idealismo" roosveltiano ed il "cinismo" staliniano, perfetti rappresentanti dei due modi di essere delle due principali potenze imperialistiche. Questo il comunicato sulla "occupazione e controllo della Germania":

     «Ci siamo accordati sulla politica comune e sui piani comuni da adottare per assicurare l’applicazione dei termini della capitolazione incondizionata che imporremo alla Germania nazista, quando la resistenza armata germanica sarà stata definitivamente schiacciata. Queste condizioni saranno pubblicate quando sarà completata la disfatta della Germania.
     «Esse riguardano il coordinamento dell’amministrazione di controllo costituita dai comandanti in capo delle tre potenze, con sede a Berlino (...) Siamo inflessibilmente risoluti ad annientare il militarismo ed il nazismo tedesco ed a fare in modo che la Germania non possa mai più turbare la pace mondiale. Siamo decisi a disarmare e congedare tutte le forze armate tedesche; a sciogliere definitivamente lo Stato Maggiore generale tedesco; a sopprimere o controllare l’industria tedesca che potrebbe venire utilizzata per produzioni di guerra; ad infliggere a tutti i criminali di guerra una giusta, immediata punizione e ad esigere l’esatta riparazione, in natura, delle distruzioni causate dai tedeschi».
Come è noto, poco più di un anno dopo l’atteggiamento USA nei confronti della Germania cambierà radicalmente, come cambierà anche nei confronti della Russia. Cambia la situazione e cambiano conseguentemente le "opinioni" dei cosiddetti "grandi" della politica mondiale, confermando di non essere che marionette al servizio degli interessi dell’imperialismo mondiale. Finita la guerra guerreggiata infatti appare in primo piano la nuova situazione materiale che si è creata, al di là e nonostante ogni intenzione: in Occidente i veri e gli unici vincitori della guerra sono gli USA, che inevitabilmente sostituiranno la Gran Bretagna e la Francia nel loro dominio imperialistico; in Oriente la sola nazione ed il solo esercito nazionale che è in grado di opporsi allo strapotere americano è l’URSS.

Ciò naturalmente non cancella le enormi differenze qualitative e quantitative esistenti tra le due maggiori nazioni capitalistiche e imperialistiche ed in primo luogo il fatto che gli USA sono già una grandissima potenza finanziaria, mentre l’URSS è ancora un giovane capitalismo. I due massimi predoni mondiali non possono dunque che comportarsi diversamente: il primo, per sua natura, non può che predare attraverso enormi esportazioni di capitali, il secondo preferisce materiali rapine di mezzi (soprattutto strumentali) alla maniera dei vecchi colonialismi europei. Di conseguenza e molto presto gli Usa abbandonano ogni "idealismo" e cessano lo smantellamento delle industrie tedesche, mentre solo l’URSS lo continua nella sua zona, naturalmente in nome del "socialismo".

Nello stesso modo è l’evoluzione dei fatti a determinare un sostanziale cambiamento di atteggiamento degli USA verso l’URSS. Per i gazzettieri esso è l’effetto della morte di Roosevelt e delle diverse "opinioni" del suo successore Truman; ma dimenticano che gli "aiuti" del piano Marshall vengono offerti anche all’URSS, ed è essa a rifiutarli, dimostrando così di essere in grado di costituire, pur nella sua arretratezza, un polo almeno potenzialmente concorrente con gli USA nello sfruttamento imperialistico del mondo. Ne possiede infatti la forza e l’onore per aver contribuito in maniera determinante alla sconfitta del comune nemico. L’onore, si sa, serve solo a coprire i volgari interessi di bottega.

Altra questione di primo piano a Yalta fu la questione polacca. Il modo con cui fu affrontata e risolta è indicativo di ciò che gli accordi di Yalta hanno rappresentato in quel preciso momento storico e per il periodo di "pace" che si apriva. Anche in questo caso la soluzione era imposta dai fatti, ed in primo luogo dagli avvenimenti militari. Nonostante tutte le questioni di "onore", l’Armata Rossa occupava il territorio polacco, dunque l’opinione russa sull’assetto della Polonia non poteva non essere accolta. Tutte le discussioni che si fecero durante la Conferenza – ed una parte notevole del tempo fu dedicata proprio alla soluzione della questione polacca – avvenivano non a causa di reali controversie (problema delle frontiere e problema del governo), ma esclusivamente nell’intento di salvare la faccia, in particolar modo da parte della Gran Bretagna. Nella sostanza le tesi russe furono e non potevano non essere accolte.

La tesi russa che la frontiera orientale della Polonia, al confine con la Russia, dovesse essere costituita almeno dalla Linea Curzon, stabilita durante la Prima Guerra mondiale, e che semmai la Polonia fosse compensata ad occidente a spese della Germania fino a raggiungere il fiume Neisse, includendo anche le città baltiche di Danzica e Stettino, non ebbe alcuna opposizione di rilievo. Si fece notare che accettando questo principio si sarebbe creato un problema in più per la futura Germania: dalla Prussia orientale sarebbero immigrati in Germania almeno sei o sette milioni di tedeschi. Stalin osservò, senza incontrare alcuna resistenza, che da quelle zone ormai i tedeschi erano tutti fuggiti e che semmai era bene prolungare ancora per un po’ la guerra per ucciderne «un altro milione o due».

Maggiori difficoltà emersero per la soluzione del problema del governo rappresentativo della Polonia: c’era la questione del governo-fantoccio (russo) di Lublino – poi detto di Varsavia dopo la "liberazione" ad opera dell’Armata Rossa – opposto a quello altrettanto fantoccio (inglese) di Londra. Quest’ultimo era ferocemente antirusso ed anticomunista e ovviamente la Gran Bretagna non poteva improvvisamente togliergli il suo riconoscimento. Qui era in gioco non solo l’onore ma la rispettabilità dei sacri principi di rappresentanza democratica, e tutti sapevano quanto fossero antirussi i polacchi. Ma ancora una volta i fatti prevalsero e, nonostante che in primo luogo la Gran Bretagna avesse a cuore l’indipendenza e la sovranità della Polonia – per il difenderne l’integrità la Gran Bretagna era entrata in guerra contro Hitler, in maniera del tutto disinteressata, come ricordò l’abile Churchill – ci si dovette accontentare della promessa solenne di Stalin di tenere entro un mese libere e "pulite" elezioni. Promessa evidentemente mai mantenuta. Si dovette accettare la tesi russa, che i sentimenti antisovietici dei polacchi erano venuti meno con la liberazione dai tedeschi ad opera dell’Armata Rossa e che il governo di Lublino era amato da tutti i polacchi. Al massimo poteva essere integrato con qualche elemento "democratico" del governo di Londra per preparare le elezioni.

La questione concernente l’intervento militare russo contro il Giappone, pur coinvolgendo anche la Gran Bretagna, fu trattata esclusivamente tra Roosevelt e Stalin. Stalin si impegnava ad entrare in guerra contro il Giappone entro due o tre mesi dalla fine delle ostilità in Europa in cambio di pure e semplici rivendicazioni territoriali.

Le trattative per l’organizzazione futura della "pace" e dell’ONU furono forse l’aspetto più caratteristico e importante, tanto da generare l’appellativo di "storico spirito di Yalta". Nonostante che di lì a pochi anni esplodessero nuovamente motivi di contrasto, si ha la sensazione che la volontà di tutti i partecipanti, riflesso dell’annientamento militare della Germania, fosse rivolta alla creazione di un sistema per il "pacifico" sfruttamento del mondo: in concorrenza, ma "in pace". Oggi si può dire che le forme della concorrenza tra i nuovi blocchi possono essere state diverse a seconda delle circostanze, ma a Yalta si volle veramente elaborare un meccanismo in grado di "salvare la pace" per tutto un periodo storico. La Dichiarazione sull’Europa liberata, contenuta nel Comunicato Ufficiale citato sopra, afferma:

     «Il ritorno dell’ordine in Europa e la ricostruzione della vita economica nazionale dovranno essere raggiunti con metodi che consentano ai popoli liberati di controllare le ultime vestigia del nazismo e del fascismo e di crearsi istituzioni democratiche secondo la propria scelta. Uno dei principi della carta Atlantica è che tutti i popoli hanno il diritto di scegliersi la forma di governo sotto la quale intendono vivere e che i diritti sovrani di autonomia, di cui erano stati spogliati con la forza dai paesi aggressori, devono venir loro restituiti.
     «Allo scopo di favorire le condizioni nelle quali i popoli liberati potranno esercitare questi diritti, i tre governi presteranno insieme il loro aiuto ai popoli degli Stati liberati dell’Europa o a quelli già satelliti dell’Asse, ogni volta che sia necessario e a seconda della situazione.
     «1) Per assicurare la pace interna del Paese
     «2) Prendere misure urgenti per sollevare la popolazione dalla miseria
     «3) Insediare governi provvisori in cui saranno largamente rappresentati tutti gli elementi democratici della popolazione che dovranno, per mezzo di libere elezioni, formare il più presto possibile governi rispondenti alla volontà popolare ed infine facilitare, se ve ne sarà bisogno, tali elezioni.
«I tre governi consulteranno le altre Nazioni Unite ed i governi provvisori od altri in Europa quando si tratterà di esaminare questioni, che li interessano direttamente.
     «Allorché, secondo il parere dei tre governi, la situazione in uno Stato europeo liberato o in un vecchio Stato satellite dell’Asse in Europa, lo esigerà, si consulteranno immediatamente sulle misure da prendere per assolvere le responsabilità comuni esposte nella presente dichiarazione.
     «Riaffermiamo qui la nostra fiducia nei principi della Carta Atlantica, confermiamo gli impegni assunti da noi nella dichiarazione delle Nazioni Unite e la risoluzione di costruire, insieme alle altre nazioni pacifiste, un ordine mondiale retto dal diritto e consacrato all’interesse della pace, della sicurezza, della libertà e della prosperità comune».
Se il linguaggio ufficiale è esplicito, il linguaggio meno ufficiale dei brindisi e delle dichiarazioni dei singoli Capi di Stato è ancora più permeato dello "spirito di pace" che aleggia a Yalta, conquistato sui sanguinanti campi di battaglia. Una fonte ampia ed anche attendibile sono le memorie di Churchill. Stalin dichiarò durante la riunione del 6 febbraio:
     «Tutti noi vogliamo assicurare la pace per almeno cinquant’anni. Il massimo pericolo è un conflitto tra di noi, mentre se rimaniamo uniti la minaccia tedesca non è molto importante. Perciò dobbiamo ora pensare al modo di assicurare la nostra unità d’intenti per l’avvenire e di garantire che le Tre Grandi Potenze (e possibilmente la Cina e la Francia) sembrino un fronte unito. Bisogna pure elaborare qualche sistema per impedire il conflitto tra le principali Grandi Potenze».
La sera dell’8 febbraio ci fu una cena comune, e si sa, dopo aver bevuto, si dicono cose che altrimenti non si direbbero. Churchill disse:
     «Non è un’esagerazione o complimento fiorito da parte mia il dire che consideriamo la vita del maresciallo Stalin preziosissima alle speranze ed ai cuori di tutti noi (...) Spero sinceramente che il Maresciallo possa essere conservato al popolo dell’Unione Sovietica e aiutarci tutti a procedere verso un’epoca meno infelice (...) Io cammino per il mondo con maggiore coraggio e speranza quando mi trovo in rapporto di amicizia e di intimità con questo grand’uomo».
Da parte sua Stalin rispose in termini non meno lusinghieri:
     «Propongo un brindisi al Capo dell’Impero Britannico, al più coraggioso di tutti i Primi Ministri del mondo, modello di esperienza politica unita alle virtù del condottiero militare, il quale allorché tutta l’Europa era pronta a prostrarsi davanti a Hitler [si era dimenticato che anche Stalin si era prostrato] disse che la Gran Bretagna sarebbe rimasta in piedi e avrebbe combattuta da sola (...) Alla salute dell’uomo che nasce una volta ogni cent’anni (...) Ho detto quello che sento, quello che ho in cuore, e di cui sono consapevole».
Yalta ha dunque aperto una fase storica. Nella sua sostanza più profonda non è stata che un intermezzo tra i fronti di guerra chiusi con la fine della Seconda Guerra mondiale e quelli che si formeranno con la Terza. Ed è stato – nonostante tutto – un intermezzo non pacifico, prima di tutto per effetto della potente ondata di rivoluzioni nazionali ed anticoloniali che scoppiò negli anni ’50 e che costituì la vera base materiale del cosiddetto periodo della guerra fredda. Ma, nonostante la guerra fredda e tutte le crisi anche acute sul piano militare avvenute durante la "distensione", lo "spirito di Yalta" – cioè l’alleanza totale contro il militarismo tedesco-giapponese – ha retto. Ogni Stato ha dichiarato e dichiara tuttora di dover combattere, quando vi sia costretto, per assicurare la pace e la democrazia al mondo intero contro la barbarie fascista. Di conseguenza la nuova guerra non potrà che avvenire per la difesa di questa pace e di questi principi.

Si fecero perfino grandi discussioni per elaborare un meccanismo di funzionamento della futura organizzazione mondiale (ONU) che fosse in grado di assicurare automaticamente la pace. Esso non è stato che un organismo vuoto dal punto di vista di effettivo ed autonomo potere ed in realtà, dal punto di vista della sua funzione economica e militare, è stato un organismo al servizio esclusivo dell’imperialismo più forte: quello americano. Fin dalle prime avvisaglie di crisi gli effettivi poteri dell’ONU come organismo sovranazionale si sono dimostrati del tutto inesistenti. La prossima ed irreversibile crisi mondiale sarà preceduta ed annunciata ancora una volta dall’abbandono e dalla chiusura di questo super-baraccone di chiacchiere mondiali.
 
 

Guerra fredda e distensione: due facce dell’equilibrio imperiale
 

Subito dopo Yalta i rapporti tra USA e URSS cominciarono a deteriorarsi. I primi disaccordi furono sull’assetto da dare alla Polonia a guerra finita, sulla politica russa nei territori occupati durante l’avanzata verso Berlino, sulle riparazioni di guerra e sull’assetto politico da dare alla Germania dopo la resa.

Fu la Conferenza di San Francisco, dalla quale ebbe origine l’ONU, che sancì la divisione del mondo in due blocchi e furono proprio gli americani a spingere in questo senso per salvaguardare la loro influenza nelle due Americhe, nonostante che precedentemente avessero più volte espresso idee favorevoli all’abolizione, in teoria, della politica delle zone di influenza.
 

- L’area del dollaro sostituisce quella della sterlina

Durante e subito dopo la fine della guerra gli USA presero una serie di provvedimenti in modo da porsi in breve tempo come supremi arbitri del destino dell’Europa. Mettendo da parte il protezionismo che li aveva contraddistinti fino ad allora, iniziarono a scardinare l’egemonia della Gran Bretagna nel mondo. La concessione di credito illimitata alla Gran Bretagna fin dalla firma della Carta Atlantica (1941) se da una parte aveva salvato l’Inghilterra dalla disfatta, dall’altra aveva dato origine a quel processo che avrebbe visto la Gran Bretagna sempre più in subordine rispetto alla potenza economica americana.

Ad ulteriore conferma dello strapotere imperiale americano a Bretton Woods, nel 1944, furono poste le basi della nuova politica finanziaria occidentale: si fissarono i valori dei cambi ed il rapporto fra dollaro e oro; venne creato il Fondo Monetario Internazionale, ove gli USA ottennero i maggiori benefici, ed il dollaro divenne la moneta principale degli scambi internazionali. Poi si dette inizio al piano internazionale di ricostruzione. Nell’immediato dopoguerra si ebbero i prestiti USA all’Europa distrutta: il Piano Affitti e Prestiti ed il piano Marshall sancirono l’asservimento economico dell’Europa all’America, quello politico era evidente.

I rapporti tra USA e Gran Bretagna subito dopo la fine della guerra furono caratterizzati dalla cosiddetta "politica dei rapporti speciali" ma, nonostante ciò, gli USA tendevano a scalzare i privilegi coloniali inglesi. La storia seguiva il deterministico svolgersi dei fatti economici. Gli USA avevano interesse al libero accesso e al controllo delle materie prime dei paesi sottosviluppati, mentre il governo laburista inglese era costretto ad attuare una politica di disimpegno coloniale a causa del forte indebitamento con gli USA stessi. A malincuore, ma frettolosamente, gli inglesi dovettero ridimensionare il loro Impero. Nel gennaio del 1947 la Gran Bretagna demandò agli USA l’amministrazione della propria zona di occupazione in Germania; nel febbraio 1947 la Gran Bretagna affidò all’ONU la soluzione del problema palestinese; sempre nel febbraio 1947 sospese gli aiuti militari alla Grecia; nell’agosto 1947 abbandonò l’occupazione militare dell’India e annunciò la concessione dell’indipendenza entro la fine del 1948.
 

- La guerra fredda non raffredda quella calda

In genere i commentatori fanno risalire al periodo immediatamente successivo alla Conferenza di Potsdam (1946) l’inizio della cosiddetta guerra fredda, il cui termine sta ad indicare un periodo di acceso scontro economico, propagandistico e diplomatico, mai militare, tra l’URSS e gli USA per la contesa di quelle aree che erano state al di fuori del teatro delle operazioni belliche e perciò non "contrattate" a Yalta. Uno dei primi atti da guerra fredda fu l’irrigidimento USA verso l’URSS che tentava di estendere la propria influenza verso l’Iran e lo Stretto dei Dardanelli, che ebbe l’effetto voluto anche in considerazione del terrore suscitato dallo scoppio della bomba atomica di Hiroshima.

La guerra fredda ebbe il suo punto culminante con la guerra di Corea. Gli USA intervennero in Corea "senza alcun appiglio legale", solo per contenere il "comunismo". Entro la metà del 1949 erano state ritirate dalla Corea sia le truppe russe sia quelle americane: la divisione al 38° parallelo era già stata istituita di comune accordo nel 1947 solo per permettere ai vincitori la resa giapponese. Gli accordi stabilivano che si sarebbe dovuto procedere ad una consultazione elettorale per eleggere il nuovo governo, ma il Nord, sotto influenza russa, era meno popolato del Sud, influenzato dagli americani, così non si arrivò alle elezioni. Si formarono due parlamenti e due governi, uno riconosciuto dall’URSS e l’altro dagli USA.

Presto scoppiarono le ostilità. Gli USA, servendosi dell’ONU, fecero dichiarare la Corea del Nord paese aggressore e furono solleciti ad inviare ingenti aiuti militari alla Corea del Sud, mentre l’URSS non intervenne mai in prima persona. Truman, presidente americano, non era favorevole all’estensione del conflitto in Corea perché era convinto che la Russia volesse impegnare l’America in Asia per avere mano libera in Europa. Francia e Inghilterra erano favorevoli ad un’immediata cessazione delle ostilità, timorose che un eccessivo impegno USA pregiudicasse gli aiuti loro promessi. Molteplici furono i contraccolpi interni all’America causati da questa guerra. In particolare lo scatenarsi delle teorie e delle pratiche anticomuniste, che aumentarono con l’intervento militare della Cina; era l’epoca del cosiddetto "maccartismo". Nonostante la propaganda e nonostante non mancassero fautori di una nuova generalizzazione del conflitto, la guerra di Corea non durò molto. C’era chi sosteneva di dover usare nuovamente la bomba atomica, ma poi, con la liquidazione del generale Mac Arthur, si iniziarono subito i colloqui di pace (1951).
 

- L’ombrello atomico ripara solo i vincitori

L’amorevole connubio tra USA e Europa occidentale finì non appena la ricostruzione economica fu portata a termine. Forte del proprio rapido sviluppo l’Europa non poteva non entrare in competizione con gli USA, che pure avevano contribuito in prima persona alla sua ricostruzione.

I primi contrasti sorsero sulla strategia di difesa dell’intero occidente ("ombrello atomico"), che gli USA si arrogavano come unica loro prerogativa. La Massive Retaliation (rappresaglia massiccia) era una strategia di difesa che prevedeva, come risposta ad un eventuale attacco russo, una rappresaglia con uso di bombe atomiche, tale da «eliminare per sempre il problema comunista dalla faccia della terra». Gli europei obiettavano che tale rappresaglia sarebbe avvenuta sulle ceneri dell’Europa e non potevano essere d’accordo. D’altra parte essi accettarono, anche se a malincuore, un notevole incremento del proprio riarmo, che nelle intenzioni della strategia NATO avrebbe dovuto contenere la prima eventuale ondata di attacco; sarebbe poi stata l’aviazione USA con i suoi bombardieri atomici a portare a termine la rappresaglia definitiva.

In seguito, verso il 1956, si passò alla strategia della Graduated Deterrence (Risposta graduale), che secondo Dulles, Segretario di Stato USA, doveva essere in grado di fornire «una risposta massiccia al fine di scoraggiare ogni forma di aggressione, ma il suo uso doveva essere relativo e addetto alle circostanze». Infine, dopo l’elezione di Kennedy (1960), l’ennesima svolta: si passò alla Flexible Response (Risposta flessibile). Secondo quest’ultima l’Europa avrebbe dovuto riarmarsi ulteriormente dal punto di vista convenzionale, permettendo così all’Occidente di avvalersi di una rosa di eventualità tattiche, che andavano dal solo intervento convenzionale alla distruzione atomica totale. Gli USA giustificavano tale scelta sostenendo che avrebbe permesso una pausa nelle operazioni militari successive al primo eventuale attacco atomico nemico; tale pausa avrebbe potuto indurre l’aggressore a riconsiderare le conseguenze delle proprie azioni e a ricercare una soluzione politica. L’Europa, invece, si sentì abbandonata, obiettando che, così facendo, si invitava il nemico ad attaccare. Sotto questo aspetto gli europei incominciarono a rimpiangere la strategia della rappresaglia massiccia la quale, se non altro, garantiva loro un potenziale d’ammonimento maggiore nei confronti dell’Est.
 
 

Il riarmo degli sconfitti
 

Ancora alla firma del Patto Atlantico (inizi del 1949) l’eventualità del riarmo dei paesi vinti era formalmente scartata, confermando così gli accordi di Potsdam. Ma già Le Monde del 6 aprile 1949 notava che «il riarmo della Germania è contenuto nel Patto Atlantico come l’embrione nell’uovo».

Nel 1945 gli USA avevano proposto di disarmare la Germania per venticinque anni e di neutralizzarla, magari unificata, proposta che fu rifiutata dall’URSS. È curioso che dopo la guerra di Corea le parti si invertirono, poiché sarà l’URSS a rifare quella proposta e sarà ora l’America a rifiutarla. Il motivo è ovviamente da ricercare nella volontà USA di utilizzare le innegabili capacità militari tedesche in funzione antirussa. Tra l’altro negli USA si era ormai diffusa la psicosi di una invasione russa in Germania, come in Corea. Si tentò così di creare una forza inter-europea di difesa (CED – Comunità Europea di Difesa), voluta dagli USA in funzione di cuscinetto antirusso, che prevedeva la creazione di un esercito internazionale unico tra i paesi europei; fallì per la mancata adesione della Francia, che non volle fondere il proprio esercito con quello tedesco. Si ricorse allora al compromesso della entrata della RFT nel Patto Atlantico. Così questo, dopo l’entrata di Grecia e Turchia nel 1952), nel 1955 veniva ad essere composto da quindici paesi. In questa occasione la Francia non mancò di esternare la propria insoddisfazione, e la sua adesione avvenne di malavoglia. Nascevano i primi malcontenti fra Francia e USA, che portarono in seguito al ridimensionamento della presenza francese nella NATO.
 
 

La “normalizzazione” russa dell’Europa orientale
 

Nell’Europa dell’Est la sostituzione dell’influenza del capitale tedesco con quello russo cominciò con la sconfitta sul campo di battaglia dell’esercito tedesco. La situazione rimase incerta solo in Austria, Jugoslavia e Grecia, ma in tutte e tre queste aree la Russia dovette cedere l’influenza agli USA. Del resto a Yalta la Grecia era stata letteralmente svenduta da Stalin all’Inghilterra.

Il Patto di Varsavia, firmato subito dopo l’adesione della Repubblica Federale Tedesca alla NATO (1955), ebbe proprio la funzione di legare a doppio filo i paesi dell’Est al carro russo.

Dopo il XX Congresso del PCUS si ebbe una sterzata in senso autoritario da parte del gruppo dirigente sovietico, per non rischiare di perdere il controllo dei paesi dell’Europa orientale, confermando che il controllo dell’URSS su questi paesi era imposto e non gradito, in quanto veniva a gravare su nazioni abbastanza sviluppate dal punto di vista economico. In particolare Polonia, Germania orientale, Cecoslovacchia e Ungheria avrebbero voluto avere relazioni commerciali con l’Occidente. Le sommosse operaie partirono sempre da rivendicazioni di natura economica per essere deviate contro l’egemonia russa: si lottò in definitiva per la conquista della "democrazia", regime al momento più congeniale per il grado di sviluppo economico di quei paesi. Ma ogni tentativo in tal senso fu represso violentemente dall’URSS. Ad esempio, nel 1956, il governo Nagy, reo di essersi troppo spinto nella sua apertura all’Occidente, fu travolto, insieme alla resistenza popolare ungherese, dai carri armati russi. L’URSS riconfermava così il diritto a depredare i suoi "satelliti", a smantellare le loro industrie e ad imporre esosi tributi.
 
 

I paesi sottosviluppati rimangono zone di conquiste
 

L’era delle rivoluzioni nazionali, che si aprì negli anni ’50 nel terzo mondo, vide lo scontro tra le due maggiori potenze, ma anche l’allargamento dell’influenza in queste zone da parte di ambedue i concorrenti. L’URSS rafforzò i propri legami con India, Birmania, Afghanistan, Nord Vietnam, Laos, Cambogia e Egitto; gli USA formarono la SEATO con Gran Bretagna, Iran, Turchia e Pakistan; si ebbero inoltre speciali patti tra USA e Giappone e tra USA e Formosa «per arginare l’avanzata comunista».

In Medio Oriente, subito dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, iniziarono i conflitti tra arabi e israeliani; in particolare gli israeliani non riconoscevano l’autorità francese ed inglese. Naturalmente gli USA erano prontissimi a "tappare i buchi" lasciati aperti. Un primo intervento si ebbe da parte della CIA in Iran nel 1951 in occasione della nazionalizzazione dell’Anglo Iranian Oil Company; gli USA intervennero a favore dello Scià facendo fuori il movimento democratico di Mossadeq. Nella crisi mediorientale la Russia in un primo momento avrebbe voluto sostenere la parte degli israeliani, ma quando quest’ultimi trovarono più congeniale l’alleanza con gli USA, non ebbe esitazioni a proclamarsi «difensore dei diritti del popolo arabo». Anche in Vietnam gli USA si comportavano da bravi pesce-cani. Attesero la disfatta francese senza muovere un dito, poi non riconobbero i trattati di Ginevra del 1956, "addossandosi" così il controllo della parte Sud del paese.
 
 

Il Medio Oriente mette in crisi le alleanze
 

Nel 1956 ci fu l’invasione della zona di Suez da parte di truppe anglo-francesi. La crisi fu determinata dal rifiuto degli USA di finanziare la costruzione della diga di Assuan. L’Egitto rispose con la nazionalizzazione del canale di Suez, fino ad allora sotto il controllo dell’imperialismo anglo-francese, e con la richiesta di aiuti ai russi.

Israele non si lasciò sfuggire l’occasione, interpretando l’estrema irritazione di Francia ed Inghilterra come un aperto invito a giocare con le armi la partita nei confronti dell’Egitto; del resto conduceva già a Parigi consultazioni ed accordi segreti per l’invasione dell’Egitto. Intanto negli USA si tenevano le elezioni presidenziali. Eisenhower invitò immediatamente alla cessazione del fuoco. All’ONU il 5 novembre 1956 il delegato russo Sobolev invitò Francia e Inghilterra a ritirare le loro truppe e si rivolse agli USA per un’azione comune in appoggio alla Repubblica egiziana, proposta che il delegato americano non accolse, soprattutto per la brutta figura fatta dall’URSS in Ungheria. Il 6 novembre la Russia chiedeva alla Turchia l’autorizzazione per il transito di navi da guerra attraverso gli stretti. Washington offrì al Primo Ministro inglese Eden un prestito di un miliardo di dollari all’Inghilterra se avesse ordinato il cessate il fuoco prima della mezzanotte. Così si, fece telefonando anche a Parigi. Eisenhower la sera stessa venne eletto nuovamente presidente degli USA, mentre Gran Bretagna e Francia sgombravano il Canale, avvallando così l’arbitrato americano nella zona mediorientale.
 
 

Anche in Africa la prudenza e subordinazione russa
 

Nello svolgersi della situazione e dei rapporti fra USA e URSS lo status del continente africano ha rappresentato un elemento di primaria importanza. Fino al 1957 l’azione russa in Africa si limitava alla richiesta di far passare sotto la tutela dell’ONU tutti i territori dipendenti dai vecchi Imperi. Non ottenne nemmeno la tutela della Tripolitania, che era stata tolta all’Italia. Gli USA, invece, già durante la Seconda Guerra mondiale avevano inviato "missioni" di ogni tipo al seguito di ingenti finanziamenti.

L’arruolamento per la guerra di Indocina di molti africani, in primo luogo algerini, fu un fattore importante nella guerra d’Algeria, che fu una vera e propria guerra anticoloniale. Si era in presenza dello sfaldamento dell’Impero francese: nel 1954 la sconfitta in Indocina; nel 1955 il ritorno di re Mohamed V in Marocco; nel 1956 l’indipendenza alla Tunisia. Non esisteva un movimento proletario di una qualche consistenza in Occidente, perciò il senso politico ed ideologico della rivoluzione algerina non poté che essere rappresentato dal cosiddetto "movimento afroasiatico", che culminò con la conferenza di Bandung del 1955 e la proclamazione del diritto di ogni popolo all’autodeterminazione. Era un movimento tanto poco rivoluzionario che lo "anticolonialismo" degli USA era considerato, invece che concorrente (per di più vincente) del colonialismo inglese e francese, addirittura un alleato.

L’atteggiamento dell’URSS – e del PCF – di fronte alla rivoluzione nazionale d’Algeria fu veramente carognesco. Nel maggio del 1956 Kruscev ricevette in visita ufficiale a Mosca Guy Mollet, presidente del Consiglio dei ministri della Francia, al quale espresse la sua speranza che la Francia avrebbe saputo essere nella questione algerina all’altezza delle proprie tradizioni liberali e democratiche; da parte sua il PCF votò i pieni poteri a Guy Mollet nel marzo del 1956. Solo nel 1962, dopo gli accordi ufficiali di Evian tra il governo algerino e il nuovo presidente De Gaulle, l’URSS riconobbe ufficialmente l’esistenza del governo rivoluzionario algerino.

Anche nel Congo in occasione della rivolta antibelga del 1960 la Russia disattese le speranze e le richieste dei movimenti nazionalisti più avanzati. Lumumba, infatti, non esitò a chiedere ai russi l’intervento armato, ma Kruscev fece di tutto (pur dichiarando: «giù le mani dal Congo») per ritardare gli arrivi del materiale militare e non esitò a farsi complice dell’assassinio dello stesso Lumumba, con la consegna del Congo-Katanga di Tchombè agli interessi economici delle multinazionali americane nelle miniere.
 
 

Ognuno intende l’Unione Europea come gli accomoda
 

RFT, Francia, Belgio, Italia, Lussemburgo e Olanda dettero origine nel 1955 alla CEE; nel 1958 entravano effettivamente in vigore i trattati per la libera circolazione delle merci fra i Sei, abolendo alcune tariffe doganali e fissando tariffe comuni per i paesi terzi. Poiché la Gran Bretagna non aderì alla CEE, non potendo ancora rinunciare ai propri privilegi nel Commonwealth, si costituì un’altra zona "di libero scambio", denominata EFTA, al di fuori della quale ciascun membro era libero di praticare proprie tariffe privilegiate, formata oltre alla Gran Bretagna da Svizzera, Austria, Portogallo, Svezia, Norvegia e Danimarca.

Finita la ricostruzione si cercava in Europa di creare le condizioni di un accelerato sviluppo capitalistico. Se tutto ciò all’immediato non ostacolava gli interessi dei due maggiori imperialismi, non mancavano già allora spiccate richieste d’autonomia. Dopo il ritorno al potere De Gaulle iniziò una politica tesa a contrastare il predominio americano. Propose agli USA e alla Gran Bretagna di creare un "direttorio atlantico" che avrebbe dovuto portare ad una collaborazione nucleare dei tre paesi; avutone un rifiuto scelse la politica dell’autodecisione: nel 1959 la Francia ritirò la flotta dalla NATO, così come alcune unità dell’esercito, nello stesso tempo bandì dal proprio territorio le postazioni militari e le basi missilistiche americane. Non a caso durante una visita di Kennedy in Francia De Gaulle rilasciò una dichiarazione in cui si diceva convinto che gli USA avrebbero usato le bombe atomiche solo se fossero stati minacciati direttamente sul proprio territorio, ragion per cui era convinto che la Francia avrebbe dovuto avere un proprio armamento nucleare. Conseguentemente, nel 1960 esplose nel Sahara la prima bomba atomica francese; nel 1963 la Francia si rifiutò di firmare l’accordo sulla cessazione degli esperimenti nucleari nell’atmosfera ratificato fra i "grandi"; infine nel 1964 il parlamento francese approvò un imponente piano quinquennale di riarmo, che comprendeva lo sviluppo dell’arsenale atomico e dei mezzi necessari al trasporto delle bombe, aerei supersonici, missili terra-aria e sottomarini atomici.

Ancora disaccordi impedirono di dare un senso alla politica della Unione Europea. Il fatto che gli USA dalla fine della Seconda Guerra mondiale considerassero l’Europa occidentale come proprio "territorio di caccia" cozzava con l’interesse francese di creare un’Europa unita capace di prendere le distanze sia dall’America sia dalla Russia. E se era la Francia la punta dello schieramento autonomista europeo, pur sempre nel rispetto della NATO, la Germania, ormai tornata una delle economie più solide del pianeta, era matura per camminare con le proprie gambe anche in politica estera.
 
 

Berlino e la volontà di tenere divisa la Germania
 

Il 1958 fu l’anno della prima grave crisi di Berlino. L’esistenza stessa di Berlino Ovest ostacolava i piani della Germania Orientale. La Russia si diceva pronta a firmare il trattato di pace complessivo con la Germania, ma gli occidentali vedevano in tale mossa l’intenzione di liquidare il problema Berlino, nel senso del suo completo riassorbimento nella RDT. Non a caso proprio alla fine dell’anno Kruscev aveva pronunciato la sua decisione di trasferire alla Repubblica Democratica Tedesca le funzioni amministrative ed il controllo di Berlino, proponendo nello stesso tempo la creazione di una città «libera e demilitarizzata».

Nel maggio del 1959 si apriva a Ginevra la periodica Conferenza delle quattro potenze, incentrata totalmente sulla questione di Berlino. Il blocco occidentale proponeva: la riunificazione di Berlino attraverso libere elezioni, primo passo verso la riunificazione tedesca; la formazione di un comitato di venticinque membri della RFT e di dieci della RDT per la creazione di una legge elettorale di riunificazione; entro due anni libere elezioni; formazione di una Costituente e disarmo progressivo; libertà per la Germania riunificata di aderire ad uno dei due Patti. Il blocco orientale, invece, proponeva: la riunione confederale delle due Germanie, durante la quale Berlino sarebbe stata trasformata in città libera e smilitarizzata; l’impossibilità per la Germania di partecipare ad alleanze di cui le quattro potenze non fossero membri; l’impedimento alla Germania di avere un esercito superiore alle necessità della propria difesa e impedimento a produrre o ad acquistare bombe atomiche, missili, aerei da bombardamento e sottomarini.

Impossibile conciliare le posizioni, perché era impossibile conciliare gli interessi dei due imperi: gli USA volevano una Germania "libera" di aderire alla propria sfera, e ben armata con funzione di tampone al Patto di Varsavia. L’URSS voleva creare una "zona franca", un cuscinetto smilitarizzato fra i suoi satelliti e l’Occidente; rimaneva poi in essa sempre la paura che la Germania riunificata riprendesse la sua tradizionale politica egemonica.

Il pretesto per accantonare l’ennesima farsa pacifista fu un episodio spionistico. Nel maggio 1960 fu abbattuto in territorio russo un aereo spia U-2, che gli americani credevano irraggiungibile dai missili russi perché volava a quota 24.000 metri. Nella sarabanda di accuse e giustificazioni Kruscev pensò bene di congelare la questione di Berlino. Se ne riparlerà solo l’anno successivo a Vienna dove Kruscev dichiarò che assolutamente entro l’anno sarebbe stata inclusa anche una unilaterale regolamentazione di Berlino, che gli occidentali assolutamente non volevano. Kennedy ammonì Kruscev a non toccare Berlino e a non trasformare la frontiera di Berlino in un pretesto di guerra.

Dal 1° al 10 agosto ben 15.000 berlinesi avevano varcato la frontiera: se l’emorragia fosse continuata tutti i piani della Germania di Ulbricht sarebbero saltati. Il 14 agosto perciò la decisione della costruzione del muro. Non era certo quell’azione che Kennedy temeva, se mai lo turbava di più la minacciata annessione completa di Berlino Ovest alla RDT. Ad un accenno di protesta e di rivolta dei berlinesi fu lo stesso Brandt a scoraggiare ogni movimento e perfino il cancelliere Adenauer. Il 19 settembre a Mosca arrivò il ministro degli esteri belga Spaak al quale Kruscev non esitò a dire: «Credetemi: Berlino non è poi un gran problema per me, cosa sono due milioni di abitanti in mezzo a un miliardo di comunisti?». Ed infine scoprì le carte della consapevole inferiorità russa narrandogli un aneddoto: «In Russia stavano processando un pescatore, che aveva tolto dei bulloni alle rotaie. Il pescatore aveva risposto che voleva solo dei pesi per le reti e che aveva fatto attenzione che di bulloni ne restassero tanti da non far deragliare il treno».
 
 

I missili cubani spaventano più la Russia dell’America
 

L’elezione di Kennedy, al di là della propaganda "liberal" sull’aiuto al Terzo Mondo e sulla scoperta di "nuove frontiere", portò ben pochi cambiamenti alla politica imperialista americana, se non nel senso dell’accentuazione degli aspetti più repressivi. Si fecero così più frequenti gli interventi militari diretti, come l’accresciuta presenza militare nel Laos, l’aiuto a Tchombè in Congo contro l’ala democratica del movimento anticoloniale, lo sbarco dei marines nella Repubblica Dominicana a sostegno del boia Cabral, il crescente impegno nel Sud-Est asiatico che porterà alla guerra del Vietnam. Ma l’episodio più famoso rimane quello di Cuba. Castro, giunto al potere nel 1959, non aveva nascosto le simpatie russe in funzione anti-USA, i quali fino ad allora avevano controllato la vita politica dell’isola. A parte l’aspetto dell’esportazione della rivoluzione nell’America latina, che gli USA hanno sempre considerato sotto la propria insindacabile "tutela", Cuba rappresentava l’esempio evidente della possibilità di opporsi al protettorato americano. Ecco perché la CIA organizzava e finanziava i fuorusciti cubani, tentando di rovesciare il governo di Castro. Si ebbe così il famoso episodio del tentativo di sbarco nella Baia dei Porci, che fu respinto dall’esercito cubano, anche perché gli USA non vollero intervenire né con i marines, né con l’aviazione. Indubbiamente ciò rafforzò il governo di Castro, avvicinandolo sempre di più all’URSS, tanto dal punto di vista economico (vendita di zucchero), quanto da quello militare.

Furono proprio le installazioni militari, soprattutto quelle missilistiche, a portare alla crisi di Cuba del 1962. In quell’anno ricognizioni aeree americane provarono la presenza sull’isola di missili russi a medio raggio; la cosa non poteva non turbare e indispettire gli USA, che non potevano tollerare una minaccia, potenzialmente anche atomico, a soli 150 chilometri dalle proprie coste. Si pensò anche ad un bombardamento delle basi missilistiche cubane e ad uno sbarco, ma poi venne scelto il blocco navale intorno all’isola, con la diffida all’URSS di fornire armi e la consegna di smantellare le postazioni esistenti. Le navi russe in rotta verso Cuba venivano fermate e perquisite, alcune, forse cariche di armi, fecero dietro-front. La conclusione fu che Kruscev fece smantellare le basi e ritirare i missili. Ancora una volta il manovratore faceva attenzione che il treno non deragliasse! Il tono stesso con cui Kruscev rispose a Kennedy comunicando la decisione era indicativo di un atteggiamento decisamente subalterno:

     «Capisco perfettamente le Vostre preoccupazioni. Per procedere al più presto alla liquidazione di un conflitto assai pericoloso e tranquillizzare il popolo americano (...) il governo sovietico, a completamento delle indicazioni già fornite in precedenza circa la sospensione dei lavori di costruzione di piattaforme per l’installazione di armi, ha impartito di nuovo l’ordine che l’armamento da Voi definito offensivo venga smantellato e riportato in URSS».

 

Dalla guerra fredda alla distensione in preparazione della Terza Guerra
 

Chiusa la crisi di Cuba i rapporti tra le superpotenze entrano nella cosiddetta fase della “distensione”, di fronte alla quale il giudizio storico del partito non cambia: non siamo ancora nella fase pre-bellica, ma non si crede nemmeno per un attimo che l’enorme potenza delle armi abbia reso evitabile lo scontro, come dichiarano tutti e in particolare i russi: le risultanze del nostro studio sulle condizioni dell’economia capitalistica mondiale allora ancora escludevano l’ipotesi dell’avvicinarsi della grande crisi catastrofica.

La “guerra fredda” aveva favorito la completa degenerazione dei partiti legati a Mosca. Alla lotta di classe era stata stabilmente e definitivamente sostituita la lotta per l’appoggio alla politica estera dello Stato russo. La “distensione” non era, ne è, l’alternativa alla guerra. Unica, insostituibile alternativa alla guerra è la rivoluzione e la dittatura proletaria. Ma preparazione della guerra e preparazione della rivoluzione proletaria seguono due linee e due traiettorie non necessariamente parallele. La guerra è effetto di necessità economiche per il mantenimento del modo di produzione capitalistico, indipendenti, nella loro essenza, dall’acutezza della lotta di classe ed in particolare della lotta di classe del proletariato delle metropoli imperiali.

Tuttavia il giudizio sulla non imminenza della preparazione bellica non ci ha mai fatto dimenticare il principio fondamentale della sua inevitabilità. Anzi abbiamo sempre sostenuto apertamente che la preparazione della nuova e più micidiale guerra era preparata appunto dalla “distensione”: «Non la guerra fredda, ma propriola distensione prepara la futura guerra mondiale». Questo il giudizio del partito negli anni dello “scoppio della distensione”.

Oggi ben possiamo confermare l’esattezza di questo giudizio. La “distensione” è stata favorita da alcuni fatti fondamentali, in primo luogo dall’esaurirsi dell’ondata delle rivoluzioni anticoloniali. La ripresa dei contatti diretti USA-URSS si ha nell’estate del 1959 con i viaggi di Nixon a Mosca e di Kruscev in Usa. In quel momento in Asia la rivoluzione nazionale in Cina era ormai consolidata. Alla alleanza russo-cinese si opponeva la SEATO ed il patto Giappone-USA, mentre restavano neutrali India, Indonesia e Cambogia: si era cioè formato un certo equilibrio delle zone di influenza. Così nel Medio-Oriente, dopo la rivoluzione nazional-democratica in Egitto del 1958 e la cacciata della monarchia, l’influenza dei due blocchi poteva dirsi compensata: sconfitta degli anglo-francesi, loro sostituzione con gli americani ed influenza russa tramite Egitto ed Iraq. Perfino nell’America Latina, tradizionale terreno esclusivo di caccia degli USA, con la vittoria di Castro a Cuba si ha un certo equilibrio, in quanto, dopo l’altolà del 1962, gli appetiti della diplomazia russa possono dirsi appagati. In Africa, invece, è ancora immutato il quadro degli interessi imperiali: è sempre l’europeo predominante sugli stessi USA, mentre l’URSS non ha ancora potuto stabilirvi una benché minima influenza.

Altro decisivo fattore caratteristico del periodo della “distensione” fu l’affermarsi della Russia come nascente potenza finanziaria. La sua avvenuta “occidentalizzazione” è dimostrata in particolare dalla decentralizzazione delle direzioni delle aziende, dalla abolizione delle Stazioni Macchine e Trattori e attribuzione delle loro funzioni direttamente ai Colcos, dall’allargarsi del commercio interno ed estero. La Russia di Kruscev ha esasperato quella “occidentalizzazione” già cercata all’epoca di Stalin. La liquidazione voluta da Kruscev nel 1957 della opposizione, ancora “stalinista”, di Molotov ha accelerato quel processo. Lo “anti-stalinismo” del kruscevismo è stato, da un lato in perfetta continuità con lo stalinismo stesso, dall’altro ne ha rifiutato l’aspetto meno deteriore, cioè la preconcetta ostilità verso l’Occidente, il che ci ha fatto più volte affermare che il kruscevismo è stato peggiore dello stalinismo. In una serie di articoli sul nostro periodico di allora Il ProgrammaComunista (nn. 1/6 del 1960) abbiamo così valutato il kruscevismo e niente abbiamo da modificare alla luce degli accadimenti successivi:

     «Ciò che rende la Russia krusceviana socialmente più vicina al modello capitalistico borghese, se confrontata alla Russia staliniana, è appunto la “coscienza mondiale” dei dirigenti russi. Se si studia la formazione delle potenze capitalistiche di occidente, si trova che la borghesia nazionale, ad un certo punto della sua evoluzione, scopre in se stessa una tale coscienza. Contemporaneamente, la classe borghese dominante mitiga i metodi drastici di sfruttamento della manodopera fin allora spietatamente impiegati (vedi l’Inghilterra dell’epoca del movimento cartista) e concede regimi liberal-democratici. Tale trapasso si situa nel periodo in cui la costruzione della macchina industriale è ormai compiuta, uno strato di “aristocrazia operaia” si è enucleato dalle masse lavoratrici, il ceto medio si è pecorescamente lasciato inquadrare dal grande capitale, la burocrazia statale ha avuto tutto il tempo di trasformarsi in una casta inamovibile. Orbene tutto ciò si è sostanzialmente ripetuto in Russia sotto i nostri occhi. Non altra differenza è possibile cogliere storicamente tra lo stalinismo e il kruscevismo».
Dal punto di vista della sottostruttura economica ciò dimostra l’inarrestabile maturare anche nell’URSS dei fenomeni tipici del capitalismo finanziario. Da Kruscev in poi la forza della politica estera russa ha incominciato ad essere rappresentata, oltre che dalle armi, da sua maestà il Denaro, seppure in maniera subordinata agli USA almeno per tutto il periodo che gli storici chiamano della “distensione”, né più né meno come era avvenuto in quello della “guerra fredda”.

Il capitalismo americano non ha manifestato quella trasformazione in generale avutasi negli altri capitalismi nazionali nell’assoggettamento delle colonie, dal puro colonialismo all’imperialismo finanziario: il capitalismo americano ha cominciato a dominare il mondo come potenza già imperialista attraverso la potentissima arma dell’indebitamento. Già la Prima Guerra mondiale si era conclusa con la trasformazione delle principali potenze europee in grandi debitrici degli USA. La potenza, “anticolonialista” per antonomasia, degli USA aveva colonizzato nientemeno che le grandi potenze coloniali. Come nel primo dopoguerra, il secondo è stato caratterizzato dallo strapotere dell’imperialismo americano. Tuttavia, attraverso i famosi “aiuti”, ha ottenuto non l’effetto voluto, rendere le economie dei paesi assistiti complementari con la propria, ma quello non gradito di risollevare le condizioni economiche dei paesi, che, pur se salassati, inevitabilmente si ripropongono come concorrenti e potenziali nuovi nemici. Di qui la necessaria ed inevitabile evoluzione dei rapporti interstatali verso un nuovo scontro totale, a meno che la ripresa del movimento rivoluzionario del proletariato mondiale non sappia soffocare “neonata” la Terza Guerra Imperialista.
 
 
 
 

Corso dell’Imperialismo - seconda parte
Riunione a Firenze, 2-3 maggio 1981 [RG20]
 

Trotzki, nel suo rapporto sulla crisi economica mondiale e sui nuovi compiti dell’Internazionale tenuto al Terzo Congresso dell’Internazionale Comunista nel 1921, dovette constatare, insieme alla sua ciclica crisi, anche la imprevista vitalità del capitalismo. L’esistenza stessa della crisi, notava Trotzki, dimostra che non abbiamo a che fare con un cadavere. Tuttavia valuta la situazione non sfavorevole alla rivoluzione, giudicando “astratta” la previsione di un nuovo lungo periodo di sviluppo capitalistico, fondato su di un riequilibrio degli interessi imperialistici esclusivamente a favore degli USA, il che avrebbe dovuto supporre che «il proletariato abbia cessato di lottare». La prospettiva rivoluzionaria viene confermata in quanto i fattori materiali che la determinavano non erano venuti meno. Erano così riassunti schematicamente:
     1) Declino inevitabile dell’Europa come esito della guerra, tendenza che poteva essere arrestata solo dalla rivoluzione proletaria;
     2) Sviluppo accelerato dell’economia degli USA, che inevitabilmente prepara un nuovo crollo altrettanto fragoroso;
     3) Lotte antimperialistiche dei popoli sottosviluppati che dovranno intensificarsi.

La prospettiva di Trotzki voleva generosamente tenere ancorati i partiti dell’Internazionale ad un programma rivoluzionario, sapendo che solo così il loro carattere comunista poteva essere mantenuto: solo se il fuoco della Rivoluzione d’Ottobre fosse continuato a bruciare era possibile far assolvere ai partiti comunisti dell’Occidente la funzione di guida rivoluzionaria. Ecco perché il programma massimo rivoluzionario si vuole rinviato solo per poco tempo. Naturalmente Trotzki basava la sua interpretazione della fase storica sui solidi princìpi del marxismo, confermata del resto dall’esplodere della nuova e più grave crisi capitalistica di lì a pochi anni: il 1929. Nel suo rapporto affermava:

     «Nei periodi di declino capitalistico [e la guerra aveva dato inizio ad uno di questi periodi e si sperava a quello conclusivo] le crisi sono di carattere prolungato, mentre i boom sono limitati, superficiali e speculativi».
Non lasciamoci ingannare dall’apparente ripresa – diceva in sostanza Trotzki – dobbiamo essere consapevoli che si tratta solo di una breve parentesi che prelude ad un nuovo crollo: prepariamoci quindi ad assolvere i nostri compiti rivoluzionari senza abdicare ad alcuno dei nostri postulati. Non poteva certo prevedere che il morbo dell’opportunismo, che pur sapeva presente da sempre nei partiti occidentali, avrebbe addirittura di lì a pochi anni distrutto la stessa Internazionale, e proprio attraverso la degenerazione del partito bolscevico stalinizzato, che non poteva rientrare in nessun schema interpretativo dell’evolversi della situazione e di conseguenza dei compiti dell’Internazionale. Questo era il giudizio di Trotzki sulla funzione dell’opportunismo contenuto nel suo rapporto:
     «Le forze che meno sono state sconvolte dalla guerra sono l’aristocrazia operaia, la burocrazia sindacale e di partito e i parlamentari. I capitalisti in tutti i paesi hanno riservato la massima attenzione e sollecitudine a questa sovrastruttura comprendendo perfettamente che senza di essa non sarebbe stato possibile mantenere sottomessa la classe operaia durante gli anni del bagno di sangue».
Anche Lenin, dalla tribuna del Secondo Congresso del 1920, aveva ben messo in evidenza il pericolo dell’opportunismo all’interno della stessa Internazionale, collegandolo proprio alla temuta incapacità dei partiti comunisti dell’Occidente ad assolvere interamente i loro compiti rivoluzionari.
     «[Sbagliano coloro che considerano l’attuale crisi capitalistica senza sbocco]. Il regime borghese attraversa una crisi rivoluzionaria molto grave. Bisogna dimostrare con la pratica dei partiti rivoluzionari che questi partiti sono tanto coscienti, risoluti ed abili da sfruttare la crisi ai fini della vittoria rivoluzionaria (...) Sappiamo che dopo la fondazione della Terza Internazionale si sono conseguiti successi molto cospicui (...) Tuttavia l’epurazione dei partiti operai, dei partiti rivoluzionari di tutto il mondo dalla influenza borghese e dagli opportunisti infiltratisi nelle proprie file è ancora tutt’altro che conclusa».
Risalta così più decisamente e chiaramente la funzione storica della Sinistra, che, nel disfacimento e nell’abbandono generale di questi princìpi, centrando la sua battaglia nell’Internazionale per la conservazione dei punti-cardine del Partito, ha permesso la continuità anche organizzativa di almeno un nucleo di partito, che nelle più avverse vicende storiche ha saputo opporsi allo strapotere dell’avversario di classe.

In realtà le capacità dimostrate dall’Imperialismo mondiale di saldare i suoi interessi con una parte consistente di aristocrazie operaie, sia nei paesi occidentali sia nel blocco russo, è andata ben oltre i timori di Lenin e di Trotzki nel 1920-21. Il risultato della eroica e solitaria battaglia della Sinistra può sembrare irrisorio da un punto di vista esclusivamente quantitativo, ma il fatto che almeno un pugno di militanti abbia saputo resistere sulle posizioni del comunismo rivoluzionario è un enorme risultato qualitativo, che sicuramente avrà un peso determinante nell’indirizzare sulla giusta via rivoluzionaria il proletariato fin dai primi segni di rinascita di organizzazioni classiste. E ciò rappresenta l’unica garanzia per non ripetere vecchi errori e per trovare più facilmente la via della pur difficile vittoria.

Che il capitalismo abbia saputo vincere in quegli anni cruciali (1921-1926) nella stessa Russia dei Soviet, addirittura sotto la bandiera del Comunismo, rappresenta in effetti la più subdola e totale delle vittorie e lo dimostra il fatto che il proletariato mondiale si sia sottomesso ad una seconda carneficina senza minimamente ritrovare la propria via rivoluzionaria. E in parte lo si deve proprio alle capacità di mistificazione che l’URSS di Stalin non poteva non avere.

Oggi l’URSS dimostra minore capacità di mistificare, sempre più scopertamente costretta a giocare le sue carte esclusivamente su di un terreno di potenza, ma senza poterle escludere specialmente nei confronti dei popoli del Terzo Mondo.

L’opposto risultato, che il proletariato ritrovi la via rivoluzionaria nell’approssimarsi della terza carneficina lo si dovrà in primo luogo alla chiarezza del programma comunista. Che questo sia fatto proprio dal proletariato sarà indispensabile per la vittoria ed in ciò sta la funzione determinante, quale organo della rivoluzione proletaria mondiale, del Partito di Classe, abilitato a svolgerla da una pluridecennale lotta senza quartiere contro le mille facce dell’opportunismo, lotta ormai sicuro ed esclusivo patrimonio della Sinistra.

I tempi dell’avvicinarsi di una nuova crisi generale del Capitalismo e dunque di una nuova guerra mondiale si stanno ormai avvicinando. Tutti i fattori che stavano alla base della “distensione” hanno esaurito o stanno per esaurire la loro funzione, dimostrando con ciò che si sta chiudendo un periodo storico. Se la “distensione” era contenuta nella “guerra fredda”, il cerchio oggi si chiude e con esso tutta una fase storica: quella iniziata con la totale sconfitta militare dell’imperialismo tedesco-nipponico e della conseguente alleanza totale di Yalta.

Anche la crisi economica del 1975 ha messo in movimento tendenze che, da un punto di vista strettamente economico, si situano agli antipodi di tutto il periodo storico cosiddetto interventista, quello cioè “keynesiano” di gonfiamento della spesa pubblica. L’inversione di tendenza, iniziata in Gran Bretagna e di recente e con maggior decisione, a quanto sembra, attuata negli USA con il tentativo di ritornare a schemi di capitalismo liberista e neutrale, tendenze che stanno ripercuotendosi anche nei paesi europei, è un’inversione non accidentale, ma che contraddice tutto un periodo storico di sviluppo del capitalismo mondiale, quello che ha reso possibile l’assorbimento della grande crisi del 1929.

Se nel 1921 la constatazione della ripresa ciclica dimostrava agli occhi di Trotzki la vitalità del Capitale, uscito non cadavere dalla guerra, la profonda crisi del 1929 per converso fu alla origine della nuova guerra, così come quella del 1975 si dimostra sempre più insuperabile definitivamente senza un’altra guerra mondiale. Le riprese successive infatti sono state del tipo notato da Trotzki: effimere e sostanzialmente speculative, segno che siamo entrati in un periodo lungo di declino profondo dell’economia capitalistica.

L’illusione degli economisti borghesi è di poter controllare a loro piacimento le grandezze economiche e, tramite esse, i fatti sociali. Non conoscendone la reale natura sono solo apprendisti stregoni che saranno sommersi dalle loro stesse misure inevitabilmente approssimative ed improducenti: ed allora avranno di fronte solo la strada obbligata della guerra generalizzata e della repressione violenta degli inevitabili moti proletari.

In questa chiave di lettura dunque la “distensione” non si differenzia dalla “guerra fredda”: come si sono verificati incontri al vertice ed accordi anche importanti nel periodo della cosiddetta “guerra fredda”, così si sono avute guerre e scontri violenti anche nel periodo della “distensione”. In realtà questi due periodi sono stati caratterizzati dai seguenti fatti che li accomunano:
     1) Declino successivo alla Seconda Guerra mondiale del potenziale economico e soprattutto finanziario dei paesi europei e del Giappone e successivamente ricostruzione con conseguente rinascita degli antagonismi di interesse entro gli stessi paesi europei e tra questi con gli USA e il Giappone.
     2) Permanenza del divario, nel blocco URSS, tra la potenza militare e la struttura economica e sociale, che resta simile a quella dei paesi sottosviluppati, con conseguente minore capacità di controllo di eventuali movimenti sociali e specie proletari. Di qui l’estrema facilità a voler risolvere eventuali difficoltà di tenuta interna con l’ideologia nazionalista del superamento dell’altro blocco: e quando consapevoli che non sarà possibile sul terreno economico, non resta che quello militare.

Nel periodo classico krusceviano il gruppo dirigente russo sperava veramente di battere gli USA sul terreno della competizione pacifica (Cuba fu un incidente non cercato e non gradito). Ma i fatti sono ostinati, il fallimento in questa direzione fu fatale e anche all’origine della necessità di trovare un “capro espiatorio”: chi meglio di Kruscev stesso? Con estrema faciloneria il piano settennale (1959-1965) si era riproposto lo scopo del superamento del valore globale della produzione USA e quello quindicennale (1959-1973) di superarla anche nel pro-capite.

Ma, secondo i dati di Mondo Economico (n. 14 del 9 aprile 1966), le imprese russe con meno di 200 addetti erano ancora 28.620, ben il 63,6% di tutte le imprese, occupavano ancora il 13,1% della forza-lavoro, producevano il 15% del valore della produzione ed impiegavano il 10,7% del capitale fisso di tutta la Russia. Di riscontro le imprese con più di 10.000 addetti erano solo 90, cioè lo 0,2% di tutte le imprese, occupavano solo il 10,2% della forza-lavoro, producevano solo il 9,4% del valore della produzione ed impiegavano solo il 12,7% del capitale fisso nazionale. Il grosso del sistema industriale russo era costituito da imprese con addetti compreso tra 201 e 1.000, che producevano oltre il 39% del valore della produzione ed impiegavano il 28,4% del capitale fisso nazionale. Con una tale struttura industriale era perfettamente illusorio, dato che in agricoltura le cose andavano anche peggio, raggiungere i valori indicati dai piani krusceviani.

Nel 1964 una congiura di palazzo spodestò Kruscev: rappresentante della burocrazia russa e, tramite essa, gerente dello Stato capitalistico russo, dovette cadere proprio per un colpo di mano della stessa burocrazia. Kruscev infatti, specialmente negli ultimi tempi, non dandosi pace per il fallimento dei piani economici, non trovava di meglio che attribuirlo all’inefficienza della burocrazia, di cui non lasciava perdere occasione per metterne in risalto i difetti e, soprattutto, quelli inerenti alla rigidità di applicazione delle disposizioni in materia economica, difetti che in definitiva finiva per imputare all’eredità staliniana. Gli economisti preferiti da Kruscev avevano scoperto, in questo periodo, l’importanza delle leggi del mercato ed in particolare del libero movimento dei prezzi per determinare il rapporto tra domanda ed offerta globale. Di qui l’inevitabile riscoperta delle autonomie locali, prima delle unità produttive e poi dell’apparato burocratico-amministrativo.

Nonostante le riforme dall’alto in direzione della libera iniziativa, il 1964 fu proprio un anno disgraziato: di fronte ad un aumento della produzione industriale fissato dal piano nell’ordine del 13% si dovette registrare un aumento solo del 7%. Fu anche l’anno dei primi contrasti interni al Comecon, dopo la clamorosa rottura con la Cina avvenuta l’anno precedente con gli scontri sull’Ussuri. All’interno del Comecon infatti in particolare la Romania si opponeva al piano di integrazione economica proposto dall’URSS, che la voleva ridotta a paese quasi esclusivamente agricolo.

La rivolta di palazzo contro Kruscev, capeggiata dalla triade Breznev-Kossighin-Podgorny, sostenuta dall’”ideologo” Suslov, deve essere perciò intesa come il recupero graduale, ma sempre più manifesto, del terreno militare di un possibile scontro col blocco concorrente, cosa che del resto per oltre un trentennio lo stalinismo aveva proclamato. Nel 1969 il bilancio della difesa dell’URSS aumentò di ben il 25% inaugurando una tendenza costante fino ai giorni nostri.

Kruscev si era messo in un vicolo cieco: predicava la superiorità della economia collettivista e la sicurezza che la competizione sarebbe stata vinta esclusivamente su tale terreno, mentre i risultati economici erano tutt’altro che soddisfacenti. Non gli restava che confessare che il “comunismo” era un fallimento e che gli era superiore il sistema della economia occidentale. L’altolà del 1964 fu, in definitiva, ad una evoluzione accelerata in questa ultima direzione.

Il buffo è che, mentre si rivalutava la possibilità dello scontro militare (comunque rinviato il più possibile nel tempo, consapevoli della propria inferiorità anche e soprattutto su questo terreno) e si bloccava l’antistalinismo di Kruscev (nel 1966 si riprese anche il vezzo dei processi contro i dissidenti: gli “intellettuali” di turno erano Siniavsky e Daniel), si destituì Kruscev accusandolo proprio di “stalinismo”: alle tendenze krusceviane di ripristino del “culto della personalità”, si oppose la supremazia della direzione collegiale. Quale prova migliore che i personaggi cosiddetti “storici” sono intercambiabili e non sono le pensate di nessuno a fare la storia ma, da un lato le esigenze del Capitale, e dall’altro quelle del suo antagonista storico, del proletariato mondiale?

La nuova direzione brezneviana si affrettò infatti a dichiarare che non intendeva affatto rinnegare la politica krusceviana né sul piano interno né su quello internazionale. In economia le nuove misure cercarono di conciliare l’interesse della burocrazia statale e soprattutto centrale, che aveva temuto di perderne il controllo e di conseguenza i suoi privilegi, e l’esigenza sempre più sentita di concessioni autonomistiche alle imprese. Si decise così di istituire, dopo l’abolizione degli organismi burocratico-amministrativi locali voluti da Kruscev, 9 ministeri centrali per l’industria pesante ed altri 11 per gli altri settori produttivi, con il compito di controllare centralmente tutta l’attività produttiva. Ma fu accordata alle imprese (cosa che Kruscev stesso aveva sempre rifiutato) la possibilità di usare i profitti conseguiti sia per i programmi di autofinanziamento sia a scopi di incentivazione salariale. Le intenzioni erano di salvare capra e cavoli: mantenere l’autorità e i privilegi della burocrazia e nello stesso tempo aumentare la produttività di tutto il sistema.

Nonostante gli sforzi sul terreno della competizione economica, tutti i dati, anche recenti, dimostrano l’impossibilità non solo del superamento ma perfino del raggiungimento del livello degli USA. Anche all’ultimo congresso del PCUS Breznev ha dovuto constatare che uno dei problemi più importanti dell’economia russa è ancora, addirittura, quello alimentare.

I dirigenti russi devono ormai essersi resi conto che il problema del “superamento” non dipende solo dalla produttività interna, che pure ha la sua importanza, ma dal fatto che gli USA sfruttano, direttamente o indirettamente, tutte le risorse economiche mondiali. Così il problema della competizione economica diventa, anche nella coscienza dei dirigenti del Cremlino, quello della contesa imperialista per lo sfruttamento del mondo; di conseguenza la competizione non può essere limitata al terreno economico, ma diventa importante, prioritario, quello militare.

Nemmeno in politica estera con la destituzione di Kruscev ci fu all’immediato, né ci poteva essere, alcuna inversione di tendenze: le dichiarazioni “distensive” dei capi del Cremlino si sprecarono in tutto questo periodo e nella contesa dell’influenza americana nel mondo, se la competizione economica non veniva più vista come l’esclusivo terreno su cui misurarsi, lo scontro militare continuò ad essere escluso, nonostante si affermi la legittimità dell’aiuto anche militare ai movimenti di liberazione nazionale. Dal 1969 in poi i bilanci militari dell’URSS favoriscono sempre più la ricerca di una capacità militare se non superiore almeno uguale a quella USA, per l’armamento non solo convenzionale ma anche atomico.

Il decennio che si apre con la caduta di Kruscev non è caratterizzato dunque da nessuna novità di rilievo nella politica internazionale: è continuata la contesa fra i blocchi per l’estensione del loro controllo sul mondo. L’aiuto, anche militare, dell’URSS ai paesi sottosviluppati per sostituire la sua influenza a quella degli USA è stato da questi subito nella misura in cui non minacciava troppo il loro predominio e prestigio globale.

Questo se si esclude la vicenda del Vietnam, dove la sollevazione di tutto un popolo, cementato da quasi un secolo di lotte per l’indipendenza ed allenato a dure battaglie con le armi, ha costretto gli USA ad una sconfitta clamorosa.
 
 

Nelle diverse aree
 

Il fatto che caratterizza gli anni più recenti è la crisi non solo economica ma anche militare degli stessi USA. Senza alcuna pretesa di completezza, lo dimostrano alcune significative vicende nelle diverse aree geopolitiche. Le questioni economiche e sociali sono determinanti per la comprensione di ciò che accade, ma qui mettiamo in evidenza delle linee di tendenza nello scontro diplomatico e militare fra gli opposti imperialismi.
 

- Europa

La fine della Seconda Guerra mondiale aveva visto l’Europa totalmente succube degli USA da un punto di vista economico e soprattutto finanziario. Il controllo americano era totale, ben maggiore rispetto a dopo la Prima Guerra. Non era limitato solo alla sfera finanziaria, peraltro molto invasiva (tutti i paesi europei, compresi i vincitori, erano indebitati con gli USA soprattutto dopo il varo dei piani di “aiuto”), ma si estendeva perfino a quella militare, cosa del tutto nuova rispetto al primo dopoguerra: basi militari USA erano presenti sul territorio di tutti i paesi europei che avevano aderito all’Alleanza Atlantica. Tuttavia effetto inevitabile di tale assoggettamento fu la ricostruzione economica dell’Europa stessa, che, fondandosi su di una base produttiva ormai consolidatasi da secoli, ben presto si risollevò talmente da diventare di nuovo concorrente degli stessi USA almeno sul terreno commerciale, cominciando a mal sopportarne la totale dipendenza finanziaria. È degna di rilievo una delle prime prese di posizione in tal senso della UNICE (Unione delle Industrie della Comunità Europea): è del 1967 ed evidenzia chiaramente un certo disagio del Capitale europeo nei confronti dei dilaganti investimenti USA:

     «Gli investimenti americani non dovranno assumere un valore smisurato, in modo che l’economia di alcuni paesi europei, o alcuni importanti settori d’attività, non finiscano per subire decisioni rispondenti essenzialmente a imperativi della politica economica USA o della gestione di imprese americane».
I dati sulla concentrazione capitalistica in Europa di quel periodo sono espliciti ed indicano che, nel momento stesso in cui l’economia europea si risolleva, pone la sua candidatura a diventare concorrente agli USA. Alcuni dati tratti da Il Sole 24 Ore del 30 gennaio, del 3 marzo e del 7 marzo 1969 rivelano soprattutto che il capitale tedesco mal sopporta la soggezione agli USA: nel settore siderurgico un accordo tra due importanti società private ed il gruppo statale Salzgitter dà vita alla società Nordhstahl, che diventa la seconda del mondo dopo una americana. Nel settore chimico le maggiori imprese tedesche si fondono nel gruppo I.G.Farben, che produce il 50% della produzione chimica tedesca, anch’esso secondo solo ad una impresa USA; la fusione seguita immediatamente da un’altra tra la Nobel-Bozel e la Hoechst, che diventa subito in grado di costituire in Francia una consociata: la Nobel-Bozel Chemie. Nel settore automobilistico Volkswagen ed NSU dettero via al gruppo Audi-NSU.

I disaccordi anche recenti tra USA e Germania Federale sull’indirizzo da seguire nella politica internazionale hanno origini lontane e non sono economicamente immotivate. Nella misura in cui il Capitale tedesco si risolleva dalla soggezione nei confronti degli USA, imposta dalla sconfitta totale nell’ultima guerra, tende a dissociarsi dall’interesse degli USA ad una maggiore contrapposizione con l’URSS.

Espressione di questo è l’affermarsi nella Repubblica Federale Tedesca della cosiddetta Ostpolitik, che raggiunge il suo punto culminante con la formazione il 22 ottobre 1969, per la prima volta dal dopoguerra, di un governo di coalizione liberal-socialdemocratico, che non sarà più messa in minoranza. Sotto gli auspici del cancelliere Brandt, ex borgomastro di Berlino ed attualmente presidente dell’Internazionale Socialista, già nell’agosto del 1970 viene firmato a Mosca un trattato tra l’URSS e la RFT di rinuncia all’uso della forza nei rapporti reciproci. Il 7 dicembre 1970 la RFT firma un altro trattato con la Polonia, che implica il riconoscimento delle frontiere attuali della Germania così come sono uscite dalla guerra. Il 14 ottobre 1972 sono stabiliti normali rapporti diplomatici tra RFT e Cuba ed il 18 ottobre è firmato un importante accordo tra le due Germanie per la regolamentazione del traffico terrestre e fluviale, primo passo verso la firma del cosiddetto “trattato fondamentale”, che regola tutti i rapporti tra le due Germanie, firmato il 7 novembre e ratificato molto speditamente dalle due assemblee legislative, come se si volesse chiudere un’epoca non gradita da nessuna delle due parti.

Si tratta di atti di primissima importanza, che sono anche dei risultati fondamentali per la diplomazia sovietica, tutta tesa in questi anni, come in quelli successivi, a staccare dalla NATO almeno alcuni Stati europei, ed in primo luogo proprio la RFT di cui si cerca la neutralità. Il 6 maggio 1974 Brandt fu costretto a dimettersi travolto da uno scandalo legato allo spionaggio della RDT, ma il suo successore Schmidt non ha cambiato politica, soprattutto in quella estera. L’atteggiamento della Germania di fronte all’evoluzione dello scontro tra i due maggiori blocchi imperialistici sarà determinante ai fini del risultato.

Per il resto, nonostante gli sforzi dei due blocchi di mantenere inalterato il controllo sulle rispettive zone, nel decennio 1965/1975 non si è potuto evitare, da una parte il fallimento della cosiddetta integrazione economica e maggiormente politica dell’Europa (inizialmente formata da 6 membri, dal 1970 da 9 con l’adesione della Gran Bretagna, Danimarca e Irlanda, e recentemente formata da 10 membri con l’adesione anche della Grecia, depurata dai colonnelli), dall’altra l’impossibilità dello sganciamento dal controllo russo di alcuni paesi del Patto di Varsavia, come la Cecoslovacchia e recentemente la Polonia, senza il rischio dell’intervento militare russo come “ultima ratio”.

Il fallimento della CEE può essere favorevole agli USA poiché un’Europa più unita potrebbe darsi una posizione autonoma nello scacchiere internazionale e magari anche assumere una posizione neutrale nello scontro USA-URSS, il che è il risultato sperato dalla diplomazia russa. Gli USA vorrebbero un’Europa unita, ma schierata compatta sul fronte antirusso, speranza che sia la pettegola “grandeur” francese, sia la più consistente vocazione autonoma del capitale tedesco hanno abbondantemente vanificato, facendo intravvedere la più probabile eventualità che sui nuovi fronti di guerra gli Stati europei staranno nuovamente divisi.

In Europa orientale, dopo la “normalizzazione” ungherese del 1956, abbiamo avuto anche quella cecoslovacca dell’agosto 1968, confermando che l’imperialismo russo conosce solo lo strumento dei carri armati per mantenere legati ai propri interessi non soltanto paesi sottosviluppati ma paesi economicamente perfino più avanzati della Russia stessa. La Cecoslovacchia infatti, come del resto la Polonia attualmente, punta dello schieramento antirusso all’interno del Patto di Varsavia, aveva ereditato dalla guerra un apparato produttivo altamente sviluppato.

In Cecoslovacchia nel corso del 1967 bastarono alcune riforme in senso liberale da parte del governo rigidamente filorusso di Novotny, che pur faceva parte dell’ala “stalinista” del Partito Comunista, intese a stimolare la cosiddetta produttività del lavoro, a scatenare le forze interne al regime favorevoli ad uno sganciamento dal blocco sovietico per potenziare i legami commerciali, ed inevitabilmente politici, col blocco occidentale e prima di tutto con la RFT. Ben presto economisti di stampo tipicamente capitalistico (uno dei più famosi era Ota Sik) sottolinearono a più riprese la necessità di riscoprire l’importanza del mercato e del libero gioco della domanda e dell’offerta. Novotny tentò di fare macchina indietro, ma ormai il meccanismo era innescato: al congresso straordinario del partito fu abbondantemente superato dall’ala riformista di Dubcek, che sosteneva apertamente la necessità di ripristinare tutti i valori della democrazia, tanto in economia quanto in politica. I teorici elaborarono il “nuovo corso” del “socialismo cecoslovacco”, si costrinse Novotny recalcitrante alle dimissioni, affermando questi indiscutibili “diritti del popolo” cecoslovacco: 1) separazione dei poteri del partito da quelli del governo del paese; 2) libertà assoluta di critica e di stampa; 3) autonomia dei sindacati e delle organizzazioni culturali; 4) diritto per tutti i cittadini al passaporto.

L’epilogo della cosiddetta “primavera di Praga” al suono dei carri armati “fraterni” sta a dimostrare che novità del genere sono considerate intollerabili dalla cricca al potere nel blocco russo, timorosa di essere travolta dal contagio. Inoltre tali “novità” politiche nascondono, sotto l’etichetta delle “aperture culturali”, l’interesse del Capitale occidentale a fare i propri affari anche nel “campo socialista”, cosa che alla fine provocherebbe la destabilizzazione dell’ordine su cui quelle cricche di potere campano.

Nelle zone europee più marginali gli avvenimenti degni di rilievo in questo decennio sono la fine dei regimi parafascisti in Portogallo, Grecia e Spagna.

In Grecia il regime dei colonnelli, nonostante avesse sollecitamente riconosciuto la Cina popolare fin dal 5 giugno 1972, sperando così di fare buoni affari e di accontentare le opposizioni, fu liquidato da un colpo di Stato militare del generale Gizikis il 29 luglio 1973, in seguito ad agitazioni studentesche che reclamavano il ritorno alla democrazia.

Il nuovo regime tentò un’avventura di prestigio a Cipro sostenendo, con l’impiego diretto dell’esercito, un colpo di Stato militare contro l’arcivescovo Makarios, garante degli interessi della minoranza turca. L’avventura si risolse sostanzialmente in un insuccesso e provocò l’invio di truppe turche nell’isola, ancora oggi non totalmente evacuate, ma anche il ritorno sotto l’egida dell’ONU di Makarios, consacrato da un referendum popolare vinto in maniera quasi plebiscitaria.

In seguito allo scacco subito a Cipro fu deciso il ripristino della democrazia per decreto del generale Gizikis che, per rimediare all’insuccesso, non trovò di meglio che richiamare dall’esilio parigino l’ex-primo ministro Karamanlis, esule fin dal colpo di Stato dei colonnelli del 1963. La democrazia era indispensabile alla Grecia il riconoscimento internazionale ed europeo e per un ruolo militare col rientro nella CEE e nella NATO.

Altra dittatura che cede il posto alla democrazia con un colpo di Stato militare, sostenuto da un chiaro tentativo di influenzamento russo, è quello del Portogallo, il cui dittatore Salazar era morto fin dal 25 luglio 1970. Il 25 aprile 1974 il regime, fino ad allora retto sulla tradizione salazariana, è rovesciato da un colpo di Stato militare. Il Portogallo è una pedina importante della NATO, soprattutto finché ne resta estranea la Spagna. È anche per questo che gli interessi dei due blocchi non possono non avere avuto un peso importante negli avvenimenti, con ripercussione nell’Impero portoghese dell’Africa centrale. La giunta militare che va al potere esprime infatti apertamente la volontà di decolonizzare. Uno dei primi atti del nuovo governo, sostenuto dal Partito Socialista e dal Partito Comunista, è di stabilire normali relazioni diplomatiche con l’URSS e il 6 gennaio 1975 con la Cina.

Il dissidio tra l’ala “moderata” del generale Spinola e quella “radicale” di Gonçalves esplose molto presto: in un primo momento sembrò avere partita vinta l’ala “radicale”, appoggiata da un partito comunista rigidamente allineato sulle posizioni filorusse e sordo ad ogni allettamento “eurocomunista”; ma alla fine sarà la parte “moderata” che si consoliderà al potere. Dopo un nuovo fallito tentativo di colpo di Stato di destra capeggiato dal “moderato” Spinola, viene formato il Consiglio della Rivoluzione con compiti legislativi ed esecutivi: è il massimo di potere raggiunto dall’ala radicale della “Rivoluzione dei garofani”, pilotata dall’esercito. Ma dall’interno del Consiglio i nuovi “moderati”, facenti capo al Partito Socialista sempre più orientato in senso filo-occidentale, prendono nuovamente il sopravvento eliminando gli esponenti più radicali ed in particolare la tendenza “anarcoide” del generale De Carvalho, che poi il 24 novembre 1975 tenterà perfino un nuovo colpo di Stato, inevitabilmente destinato al fallimento.

Per la Russia si tratta di un buon risultato: è riuscita ad avere un forte Partito Comunista, fedelmente obbediente ai suoi ordini, importante seppure non nel governo, in uno Stato chiave della NATO, prima rigidamente escluso ad ogni sua influenza diretta ed indiretta.

Anche la Spagna, un paese strategico che si affaccia sul Mediterraneo e l’Atlantico, continuerà a restare estranea alla NATO.

In Spagna il passaggio dal franchismo alla democrazia è avvenuto in maniera ancora più indolore: Franco muore il 20 novembre 1975 e la successione del re Juan Carlos di Borbone, decisa dalle Cortes spagnole fin dal 22 luglio 1969, avviene senza incidenti: i vari partiti sono riammessi alla vita pubblica, ma di fatto c’erano già molto tempo prima. Il Partito Comunista è il primo, nel quadro del suo acceso eurocomunismo antirusso, a giurare fedeltà alla Corona, recentemente distintasi per aver sventato un tentativo di nuovo colpo di Stato fascista. C’è solo da notare che la situazione politica spagnola, al di là del cronico problema dell’indipendentismo basco, potrà eventualmente conoscere nuove “destabilizzazioni” in relazione alla sua eventuale adesione alla NATO.

In Iugoslavia la successione di Tito è avvenuta senza agitazioni di rilievo come in un primo momento si temeva: fin dal 22 luglio 1971 era stata emendata la costituzione allo scopo di diminuire i contrasti tra le varie nazionalità e di favorire un organismo collegiale di direzione dopo la morte di Tito. I contrasti tra le nazionalità, mai realmente risolti, potranno nuovamente esplodere quando l’uno o l’altro blocco tenteranno di attirarla più saldamente nell’ambito del proprio controllo.
 

- America Latina

Tutta l’America Latina, come dimostrano anche i più recenti avvenimenti, è una zona sempre più aspramente contesa dai due blocchi, per la sua posizione strategica e per la ricchezza di materie prime.

In America Latina, in maniera veramente emblematica, si riassumono sia l’evoluzione dei rapporti USA-URSS nel decennio 1965/75, sia in generale la natura complessiva del rapporto Imperialismo-Sottosviluppo. A questo proposito non sarà mai messa in evidenza a sufficienza l’idiozia della posizione “terzomondista”, che si fonda su due assunti ambedue inconsistenti teoricamente e smentiti a più riprese proprio dagli avvenimenti di questi ultimi anni nelle zone sottosviluppate.

Il primo è che il Capitale imperialistico impedirebbe assolutamente lo sviluppo dei paesi del cosiddetto Terzo Mondo: di qui la loro teoria che lo “spirito rivoluzionario” si sarebbe spostato storicamente dal proletariato mondiale ai popoli sottosviluppati. La funzione del Capitale imperialistico non viene valutata per quello che è materialmente: è sì bestiale sfruttamento, ma insieme anche acceleratore del dissolvimento delle vecchie forme di proprietà e degli arcaici rapporti di produzione su quelle fondati. Viene giudicato moralisticamente: da una parte lo “Sviluppo”, il “Bene Universale”, dall’altra l’Imperialismo, il “Male Universale”, che ostacola lo “Sviluppo” stesso. Si finisce così per non comprendere né lo sviluppo, né che lo sviluppo dei paesi arretrati è sviluppo capitalistico, come ben dimostra l’evoluzione di tutti gli Stati dell’America Latina a cominciare proprio da Cuba, campione per questi aggiornatori del marxismo della lotta per lo “Sviluppo del Sottosviluppo”.

L’altro assunto di questi signori è che ogni eventuale sconfitta di un blocco imperialista (in definitiva il blocco USA, perché l’altro blocco non si è ancora giunti a ben definirlo) implichi un necessario indebolimento generale dell’Imperialismo. Al contrario, l’imperialismo, come sistema mondiale di potere, ne esce sempre rafforzato, fino a che non si scatenerà la guerra di classe alla scala mondiale, come ben dimostra l’impiego mercenario delle truppe cubane nell’Africa nera per conto dell’imperialismo russo. Solo con la ripresa della lotta proletaria nelle metropoli la connessione tra le lotte dei popoli sottosviluppati e le lotte operaie nel cuore dell’imperialismo potrà prevalere.

Il carattere del rapporto Imperialismo-Sottosviluppo è del resto ben evidenziato dai dati ufficiali OCDE, dai quali risulta evidente lo sfruttamento del mondo (non solo dei paesi sottosviluppati, ma anche della stessa Europa) da parte dell’imperialismo USA, soprattutto attraverso l’arma dell’indebitamento, ma anche il tentativo di reinvestire nel luogo di origine i profitti ottenuti (in Europa ne vengono reinvestiti una notevole parte). Nei paesi sottosviluppati è raffrenato non dalla cattiva volontà degli USA, ma dalle ristrettezze di quei mercati, che tuttavia si va inesorabilmente estendendo.

I seguenti sintetici dati, di origine OCDE, sono più che sufficienti per dimostrare i nostri assunti. Le due guerre mondiali hanno di fatto unificato il mercato finanziario mondiale, in cui gli USA, soprattutto dopo la Seconda Guerra, hanno sempre imposto il loro predominio: gli investimenti privati USA nel mondo sono passati dall’8% del totale degli investimenti esteri nel 1914 al 52,5% nel 1962. In particolare l’aumento si è verificato dal 1938, quando erano ancora solo dell’11,6%, mettendo in risalto la funzione svolta dalla guerra. In paragone gli investimenti inglesi nello stesso periodo (1938-1962) sono passati dal 22,7% al 16% e quelli francesi dal 3,7% al 3%.

I rapporti generali tra paesi sviluppati e paesi sottosviluppati nel ventennio che va dal 1950 al 1970 si sono così modificati:

Come media annuale gli investimenti nel decennio 50-60 erano 2.052 milioni di dollari costituiti da investimenti pubblici e 1.112 da investimenti privati. Negli anni dal 1960 al 1970 queste cifre sono diventate, sempre in media annuale, per i capitali pubblici 6.103 e per quelli privati 3.742.

Il debito dei paesi sottosviluppati è in continuo aumento di anno in anno. Nel 1968 (dati forniti dalla Banca Mondiale per lo Sviluppo) le quote di restituzione dei debiti contratti dai paesi sottosviluppati in percentuale sulle rispettive esportazioni erano le seguenti: andavano da un minimo del 10-15% di paesi come il Ghana, il Costarica, il Cile, il Perù, ad un massimo superiore al 25% di paesi come il Brasile, l’Indonesia, perfino l’Argentina.

Altro dato significativo, riferito sempre allo stesso anno, è la quota di prestiti destinati al rimborso di prestiti precedenti concessi dai paesi imperialisti ai sottosviluppati, distinti per aree. Il dato, fornito ancora dalla Banca Mondiale per lo Sviluppo, ci dà la misura dell’incatenamento dei paesi sottosviluppati alle esigenze del profitto ed extraprofitto imperialistico: l’America Latina l’87%, l’Africa il 73%, l’Asia orientale il 52%, il Medio Oriente il 40%. Gli stessi dati in proiezione prevedevano per il decennio successivo (ma sicuramente la previsione va presa per difetto) rispettivamente: 130%, 121%, 134%, 97%.

Infine i profitti in milioni di dollari rimpatriati in USA nello stesso anno erano: dall’Europa 3.748 contro 8.571 di nuovi investimenti, dall’Africa 657 contro 1.071, dall’America Latina 5.297 contro 1.251, dall’Asia 6.528 contro 1.374.

Possiamo dunque confermare l’assunto fondamentale della posizione comunista di fronte al fenomeno dello sfruttamento imperialistico: il giogo dei paesi imperialisti è di tal natura che nessun movimento, per quanto audace ma limitato ad un paese sottosviluppato, potrà sbarazzarsene; può, semmai, cadere dalla padella nella brace, dalle grinfie degli USA a quelle, sotto certi aspetti peggiori, dell’URSS.

Lo stesso esempio di Cuba è più che significativo. A Cuba il problema sociale principale era l’agrario ed in particolar modo quello dei latifondi di canna da zucchero in cui erano impiegati per circa 4 mesi all’anno (per il resto erano disoccupati) oltre 500.000 degli 800.000 salariati agricoli, su di una popolazione attiva di poco più di 2 milioni. Nata da una rivolta popolare contro l’odioso regime di Batista sul finire degli anni ’50, seppure imbrigliata nel costituzionalismo democratico del movimento castrista del “26 Luglio”, che tanto non voleva avere niente a che fare con il comunismo da meritare gli elogi della stampa francese come “rivoluzione rispettosa della proprietà privata” (Cahieurs Internationaux, dicembre 1959, che magari sognava di sostituire l’imperialismo gallico a quello Yankee), Cuba apparì come guida per le masse oppresse dell’America Latina nel periodo “eroico” del Che Guevara, che ne rappresentò l’espressione più radicale e generosa, anche se ben lontana dalla corretta visione marxista della lotta antimperialista.

Ma ha dovuto poi appiattirsi a esecutrice degli ordini del Cremlino. Nel febbraio 1974 Breznev stesso si recò all’Avana a sanzionare questa evoluzione dichiarando pubblicamente che «i comunisti non sono partigiani dell’esportazione della rivoluzione», togliendo qualunque illusione a chi avesse ancora ricordi “guevariani”, nello stesso momento in cui si gettarono le basi del mercenarismo cubano. Per ironia della storia, nello stesso momento in cui si voleva Cuba – sicuramente più adatta di qualunque altro alleato – avanguardia della esportazione degli interessi del blocco imperialista russo contrabbandati come “interessi del socialismo”, specialmente in Africa, si dovette stroncare ogni velleità di porsi come ruolo guida delle inevitabili rivolte popolari dell’America Latina, preferendo che ogni iniziativa fosse controllata attraverso le maglie più sicure dello Stato e dell’esercito cubano, a sua volta rigidamente controllato per mille fili dallo Stato e dall’esercito russo.

Lo stesso “peronismo” in Argentina ha rappresentato in una diversa epoca storica il tentativo di scuotersi di dosso il giogo dell’imperialismo USA. L’Argentina presenta viceversa e caratteristiche diverse da quelle tipiche dei paesi sottosviluppati. Non esiste uno specifico problema agrario poiché l’agricoltura e l’allevamento si sono sviluppati su basi capitalistiche approfittando del periodo particolarmente vantaggioso 1940-50, quando la borghesia argentina ha potuto arricchirsi fornendo prodotti alimentari ai paesi belligeranti a prezzi molto alti. Nel 1972 gli attivi in agricoltura sono il 13,2% del totale e le esportazioni non contano solo prodotti alimentari, prodotti peraltro su scala capitalistica, ma anche macchinari ed elettrodomestici: si tratta dunque di un paese con una forte componente operaia non dissimile dai cosiddetti paesi in via di sviluppo, come ce ne sono anche in Europa pienamente capitalistici dal punto di vista delle forme di proprietà e dei conseguenti rapporti di produzione. Tuttavia con la fine della guerra e del conseguente crollo dei prezzi agricoli sul mercato internazionale, l’Argentina deve aprirsi al Capitale imperialistico USA, nonostante tutte le resistenze del nazionalista Peron, e da allora il suo debito aumenterà costantemente fino a raggiungere la cifra record nel 1975 di 7.500 milioni di dollari.

Il “peronismo” nacque come movimento nazionalista, esprimendo, sebbene in forma demagogica, anche velleità antimperialistiche e perfino socialisteggianti: si seguivano nell’organizzazione statale modelli nazi-fascisti come esempi di capacità di affermazione dell’autonomia nazionale. Dopo il 1943, nel periodo favorevole all’accumulazione del Capitale argentino come riflesso della buona congiuntura relativa ai prezzi agricoli, il peronismo cerca perfino di attuare provvedimenti filo-operai forte dell’arricchimento alimentare: aumenti del salario reale disposti dall’alto, introduzione per legge della 13a mensilità, riduzione generalizzate di orario di lavoro. Da allora in Argentina il peronismo rappresenta l’unica ideologia in grado di assicurare il controllo della classe operaia.

Quando lo Stato non ha più potuto fare assegnamento sul peronismo ha avuto come unica alternativa l’esercito. In ciò consiste anche la debolezza dell’Argentina, in quanto non può affidarsi per periodi di tempo eccessivamente lunghi solo all’uso della forza militare, senza correre il rischio di vedere esplodere la lotta operaia, come in effetti è accaduto più volte. Tanto nel 1966, dopo il marasma dell’esperimento democratico, quanto nel 1975, dopo quello provocato dalla cricca Isabella Peron - Lopez Rega ministro-stregone, la borghesia argentina è costretta a ricorrere alla sicurezza dell’esercito, anche se controvoglia soprattutto dopo il 1975.

Ma né Peron né la democrazia né l’esercito hanno potuto emancipare l’Argentina dalla tutela dell’imperialismo USA, dimostrando ancora una volta che un tale risultato sarebbe possibile solo passando sotto la tutela dell’imperialismo URSS, strada che evidentemente la borghesia argentina almeno finora è ben lontana dal voler intraprendere, mentre da parte sua il proletariato argentino ha di fronte a sé l’unica strada della rivoluzione comunista e della dittatura proletaria, né più né meno come il proletariato delle metropoli imperialistiche.

Altro tentativo di emancipazione dal giogo imperialistico USA è stato quello cileno, condotto all’insegna del “socialismo riformista”. Gli avvenimenti sono noti: il 24 ottobre 1970 Unitad Popular vince le elezioni presidenziali con Allende, che prende la prima indispensabile misura per procedere sulla strada dell’autonomia nazionale: quella della nazionalizzazione delle miniere di rame, dando contemporaneamente l’avvio ad alcune riforme sociali soprattutto in agricoltura. Colpisce soprattutto l’imperialismo USA la nazionalizzazione delle miniere di rame, dove importanti società USA avevano interessi diretti. È a partire da questo momento (fine 1972) che comincia l’affamamento del Cile attraverso forti pressioni speculative sui cambi monetari e quindi sul costo delle importazioni e soprattutto di quelle alimentari. All’interno le tensioni sociali sono sempre più acuite da scioperi di tutte le categorie ed in particolare degli autotrasportatori, categoria importantissima per i collegamenti, data la particolare conformazione territoriale del paese.

È nota la corresponsabilità dello stesso governo Allende che non solo disarma gli operai, ma decide addirittura l’impiego della polizia contro uno sciopero di minatori che avevano rifiutato un accordo il 16 giugno 1973. Non volendo e non potendo fondare la sua forza su quella degli operai, il governo Allende è in balia delle forze che attraverso mille legami sono manovrate dagli USA. Avrà buon gioco Pinochet, generale di fiducia di Allende, nel realizzare il colpo di Stato l’11 settembre. Gli USA sono i primi a riconoscere il nuovo regime, il 25 settembre, e ne hanno i loro buoni motivi: il 25 luglio 1974, meno di un anno dopo, non solo le miniere di rame saranno riconsegnate alle espropriate società a capitale americano “Anaconda” e “Kennecott”, ma verrà anche decisa una congrua ricompensa per i danni subiti.

Castro stesso si era recato a Santiago il 3 novembre 1971 per sollecitare il Cile ad allearsi con l’URSS, passando cioè da un imperialismo all’altro. Le violente proteste degli oppositori e l’indecisione stessa del governo provocarono probabilmente il fallimento delle trattative, ma costituirono anche la base per il futuro colpo di Stato.

Nel 1969 anche in Bolivia un colpo di Stato militare aveva portato al potere, paradossalmente dopo l’insuccesso del “Che”, un governo anti-USA. Si erano stabilite relazioni diplomatiche con l’URSS e nazionalizzata l’importante società petrolifera Gulf Oil Company. Nell’agosto del 1971 però un nuovo colpo di Stato militare, guidato dal generale Banzer su commissione USA, riporta la Bolivia nell’orbita americana.

Attualmente la partita tra i due imperialismi si sta giocando nell’America Centrale, in special modo in Salvador, dopo l’epilogo delle vicende nicaraguegne, naturalmente sulla pelle di milioni di proletari, che potranno sperare di sollevarsi definitivamente dal giogo imperialistico solo quando il proletariato delle metropoli occidentali ritroverà la sua via rivoluzionaria.
 

- Asia - Medio Oriente

Il motivo che caratterizza l’area mediorientale dalla metà degli anni ’60 in poi è che la Rivoluzione borghese allora si poteva dire ormai compiuta nel senso che il potere statale era più o meno nelle mani delle varie borghesie locali e il suo ulteriore “completamento” trovava i più formidabili ostacoli nell’intrigo degli interessi imperialistici. Di qui il fallimento tanto degli iniziali sogni militari arabi, quanto dei numerosi tentativi federalistici (R.A.U.) sperimentati dai regimi borghesi oligarchici di questi paesi, soprattutto dopo la fine della Seconda Guerra mondiale.

Altro aspetto della questione mediorientale è la concorrenza dei vari predoni capitalistici, cioè la loro lotta aperta o mascherata, che si confonde con le lotte locali al punto di esserne al tempo stesso la causa e l’effetto. La sostituzione dei vecchi imperialismi di Francia e di Inghilterra, colà dominanti nel periodo tra le due guerre mondiali, con quelli più forti di America e Russia non si poteva verificare senza scontri sanguinosi, di cui furono i proletari arabi a fare le terribili spese.

Un breve excursus sulla situazione dei principali Stati dell’area può permettere una miglior comprensione dello scontro tra USA e URSS in Medio Oriente.

Per l’Egitto, nella seconda metà degli anni ’60, due erano gli elementi da inquadrare per comprenderne la struttura economica e sociale: in primo luogo la maggioranza della terra era nelle mani di poche famiglie di proprietari fondiari, in secondo luogo la borghesia nazionale non era in grado di esprimere un movimento tale da contrapporsi al colonialismo. Per questi due motivi spettava allo Stato, espressione degli interessi della finanza internazionale, del capitale fondiario e della borghesia nazionale, farsi carico dell’industrializzazione dell’Egitto. La storica incapacità della borghesia egiziana era spiegabile anche dal fatto che aveva evidenti legami con i proprietari fondiari, i quali non avevano uno specifico interesse a porsi sulle stesse linee di tendenza del progresso capitalistico.

Nonostante ciò l’Egitto era un paese in evidente sviluppo dove gli investimenti tendevano sempre più ad orientarsi verso l’industria. Da ciò la netta propensione dello Stato egiziano a proporsi come leader dell’area mediorientale, sia nello scontro con la borghesia direttamente concorrente, “il nemico sionista”, sia contro Stati “fratelli” come l’Arabia Saudita, con la quale teneva in sospeso un contenzioso in particolare per l’assetto dello Yemen e per il controllo della parte Sud della penisola arabica. Il tutto era condito dalla politica socialisteggiante di Nasser e dei suoi continuatori che, agitando la spettro della guerra santa contro Israele, aveva come unico scopo quello di tenere unita una nazione scossa da forze centrifughe, liberate dal crescente peso sociale della produzione capitalistica.

Allo stesso modo che i regimi arabi facevano dello Stato di Israele il capro espiatorio delle frustrazioni delle popolazioni miserabili sulle cui spalle scaricavano il pesante fardello della loro soggezione ai vari imperialismi, la classe dirigente di Israele agitava lo spettro dell’invasione araba come valvola di sfogo al rancore di un proletariato che, fin dalla sua nascita, è stato sottoposto all’implacabile disciplina del capitalismo moderno.

Se tre successive guerre permisero di estendere quella unità di produzione capitalistica, d’altronde non vitale perché troppo piccola, che era lo Stato d’Israele, esse servirono nello stesso tempo a placare contingentemente il malessere sociale in un paese in cui negli anni ’60 la disoccupazione (accentuata dalla massiccia importazione di manodopera ebraica da tutto il mondo) raggiungeva il 10% della popolazione attiva, in cui l’onere fiscale schiacciante (il debito pro-capite era il più forte del mondo e il 50% del bilancio era consacrato alla guerra), la crisi acuta degli alloggi e la continua inflazione (80% annuo) creavano una situazione esplosiva. Non a caso la guerra “dei 6 giorni” fu preceduta da un’ondata di scioperi (nell’edilizia, nei trasporti e fra gli scaricatori di porto) ed indubbiamente ebbe la funzione di cementare gli animi nello sforzo della nazione contro il “nemico arabo”.

Trasformati gli imanati e gli sceiccati in un reame, sempre più centralizzato sotto la dinastia saudiana, L’Arabia Saudita, non ancora del tutto coinvolta dallo sviluppo del capitalismo in Medio Oriente, ma sicuramente collegata strettamente e controllata dall’imperialismo occidentale che ne sfruttava le immense risorse petrolifere, si ergeva al ruolo di roccaforte della fede musulmana ortodossa grazie alle sue città “sante” de La Mecca e di Medina. Allo stesso tempo l’indirizzo politico della monarchia saudiana non poteva non essere strettamente allineato che con l’imperialismo, specialmente di marca USA: era dal 1957 che l’Arabia Saudita aveva accettato la dottrina di Eisenhower del mantenimento dello status quo in Medio Oriente e alla fine degli anni ’60 aveva rinnovato agli USA i contratti di affitto delle sue basi aeree e navali.

La qual cosa non si poteva certo dire per la Giordania, la quale, per la sua conformazione geopolitica, appariva continuamente pencolante tra di due blocchi. I giri di valzer di re Hussein non si limitavano a quelli intrapresi con Arabia Saudita ed Egitto, ma si allargavano fino a Washington e Mosca. È questo il destino di tutti i paesi a strutture deboli: vivere, o meglio sopravvivere, all’ombra di una potenza o dell’altra, di questo o quell’imperialismo. Il monarca giordano, sempre alle prese con lotte intestine e rivoluzioni di palazzo, si riforniva di armi ora dagli USA e dalla Gran Bretagna ora dall’URSS; ora era costretto ad accettare sui propri territori i palestinesi, ora era in grado di cacciarli e sterminarli, a seconda verso chi pendeva l’ago della bilancia dello scontro tra i blocchi.

Dello stesso tipo erano i problemi della Siria, anche se il pencolamento appariva meno evidente. Certo che l’entrata e poi l’uscita dalla RAU (1961), gli scontri all’interno del partito Baath durante tutti gli anni ’60 tra l’ala “moderata” (filo-occidentale) e l’ala “estremista” (filorussa), che si risolse col prevalere di quest’ultima, sono un evidente termometro di instabilità nella scelta del blocco politico a cui si voleva far capo. Instabilità che rifletteva la gracilità dell’economia e la difficoltà del suo decollo, anche se, una volta risolti i suoi problemi di conduzione politica lo Stato siriano, si dimostrerà uno degli Stati mediorientali in cui la borghesia indigena aveva raggiunto una certa coesione e consistenza.

Anche Iraq e Libano non sfuggivano alla regola dell’instabilità dell’area, pur se ciò avveniva per motivi differenti. La situazione irachena non differiva di molto da quella siriana e giordana: retta da una gerarchia militare, unica forza centralizzatrice del paese ove le tribù beduine scorrazzavano ancora impunemente, in continua oscillazione tra Est e Ovest, con una borghesia nazionale incapace di affrancarsi dai retaggi dei proprietari fondiari e dell’imperialismo franco-inglese, se non nel caso di gettarsi fra le braccia di quello USA o URSS, continuamente scombussolata da colpi di Stato militari.

Il Libano, punto di incontro di traffici internazionali specialmente finanziari e speculativi, con la sua borghesia succhiona voleva rappresentare un fattore di moderazione e di equidistanza: si parlava della “Svizzera mediorientale”. Appariva evidente la sua sudditanza ai voleri dell’imperialismo, specialmente occidentale, a cui doveva la possibilità di sopravvivere, ma nello stesso tempo subiva l’incapacità di agire in modo indipendente e combattivo; e sarà proprio questa sua fragilità interna, riflesso anche della sua instabilità organica, la causa dello sbandamento dello Stato libanese; sarà l’unico ad uscire veramente con le ossa rotte dalle guerre tra arabi e israeliani.

Le tre guerre tra Egitto, i suoi alleati e Israele, così come la pace che verrà poi firmata a Camp David (1979), sono anche il riflesso dello scontro tra i due maggiori imperialismi per il controllo delle vie del petrolio.

È la cosiddetta “Guerra dei 6 giorni” (5-10 giugno 1967) che evidenzia l’impossibilità di coesistenza tra due Stati così diversi nelle loro scelte di blocco imperialistico: l’Egitto è nell’orbita russa, Israele dipende dagli USA e ambedue mirano all’egemonia del settore. In una travolgente avanzata Israele, dopo aver dichiarato guerra ad Egitto, Siria e Giordania, occupa prima la parte vecchia di Gerusalemme e tutta la Cisgiordania, in seguito la striscia di Gaza a Sud e le alture del Golan a Nord ed infine sfonda il fronte dell’esercito egiziano occupando tutta la penisola del Sinai, fino al canale di Suez.

Al di là dello scontro tra i due schieramenti, peraltro molto importante, si ha proprio in questa occasione il decisivo aggravarsi della situazione dei palestinesi: cacciati dalla Cisgiordania, occupata dall’esercito ebraico, i palestinesi si rifugiano in Giordania, dove vengono accolti come cittadini a tutti gli effetti, anche se in pratica sono raccolti in campi profughi nell’Ovest del paese.

Ma rifugiandosi in Giordania i palestinesi si portavano appresso tutti i problemi per i quali erano stati cacciati dall’avanzata israeliana. In effetti i palestinesi rappresentavano la parte più moderna del popolo arabo, fossero essi contadini, artigiani o operai specializzati; una volta cacciati dalla loro terra e concentrati in campi profughi, precipitati cioè nello stato di proletari senza riserve, riuscirono a darsi una coesione sorretta da notevole combattività, e, quel che alla lunga risultò insopportabile per la borghesia giordana, erano armati e si organizzavano in unità di combattimento. Non poteva certo la Giordania, in nome di un mai precisato “aiuto fraterno” ad un popolo arabo, permettersi il lusso di allevarsi una tale serpe in seno, anche perché, man mano che si territorializzavano in Giordania, i palestinesi tendevano sempre più ad accomunare come loro nemici la monarchia hascemita allo Stato di Israele.

La situazione precipitò nel “Settembre nero” del 1970. I combattimenti tra palestinesi ed esercito giordano in pochi giorni si allargarono da Amman a tutto il Paese: la Giordania impose la legge marziale, esigendo al contempo il disarmo delle formazioni di guerriglieri palestinesi. Gli scontri continuarono con la sistematica repressione o disarmo dei palestinesi, i quali vennero letteralmente cacciati nel Sud del Libano, ove entro breve tempo avrebbero ricreato le condizioni per cui Israele e Giordania erano così sanguinosamente intervenuti.

È nel 1972 che avviene un episodio rivelatosi in seguito decisivo per l’assetto attuale del Medio Oriente: l’Egitto chiede a Mosca il ritiro di 20.000 consiglieri militari e inizia un progressivo spostamento verso Washington. In questo senso la successiva guerra vedrà lo scontro tra due paesi orbitanti nello stesso blocco. Nell’ottobre del 1973 Egitto e Siria attaccarono Israele, parteciparono alla guerra anche unità palestinesi, irachene e marocchine, ma lo scontro principale avvenne intorno al Canale di Suez fra gli eserciti egiziano ed israeliano. Fu la “Guerra del Kippur” nella quale l’iniziale successo egiziano, la riconquista di una parte del Sinai, fu bilanciata dallo sbarco israeliano in Egitto. L’11 novembre, al centunesimo chilometro della statale Cairo-Suez, iniziarono i colloqui di armistizio, con i due eserciti attestati sulle posizioni antecedenti alla guerra; in seguito verrà firmato anche con la Siria un accordo per il ritiro delle truppe dal Golan, peraltro mai attuato. Iniziarono così tra Egitto e Israele quei rapporti bilaterali che sotto l’egida dell’imperialismo americano portarono all’attuale pace separata di Camp David, la quale, benché avversata dagli altri paesi arabi, sancirà un ulteriore duro colpo alle mire russe nell’area.

Ma il Medio Oriente ha sempre almeno un problema insoluto: fra il 1975 e il 1976 il Libano è squassato dalla guerra civile. La borghesia libanese è incapace di fare fronte al “problema palestinese”, si formarono fazioni ed eserciti, che videro palestinesi e musulmano-libanesi da una parte e cristiano-maroniti dall’altra. Anche Siria ed Israele intervennero, ma solo per picchiare in testa ai palestinesi, i quali stavano prendendo il sopravvento. Il primo giugno 1976, la Siria intervenne mistificandosi come “forza araba di dissuasione”, appoggiando la destra maronita e reprimendo in prima persona i palestinesi, che verranno ulteriormente rinchiusi nei campi profughi del Sud del Libano fra l’incudine dei maroniti, riorganizzati dai siriani e foraggiati dagli israeliani, e il martello di Israele, che da allora in poi si incaricherà di bombardare sistematicamente le posizioni palestinesi.
 

- Cina–India

Fino al 1956/58 la Cina è alleata della Russia.

Sarà il fallimento, alla fine degli anni ’50, del cosiddetto “Grande balzo in avanti”, nonostante gli aiuti russi, a mettere in discussione tale alleanza. La produzione agricola in Cina dal 1958 al 1960 passò da 250 milioni di tonnellate a 160, tanto che fu necessario razionare il riso ed acquistarlo all’estero. Si dovette tornare indietro precipitosamente: negli anni 1961-62 dalle comuni agricole si tornò alle cooperative fondate su gruppi di produzione di una cinquantina di famiglie. Si dovette dare nuovamente la priorità allo sviluppo agricolo, liquidando anche i piccoli altiforni per la produzione di acciaio installati nelle campagne.

Già dal luglio 1960 i russi avevano ritirato i consiglieri accusando i cinesi di avventurismo economico ed annullarono ben 364 contratti per lo sviluppo industriale della Cina stessa. Le critiche al gruppo dirigente di Mao non mancarono in tutta la Cina e nemmeno all’interno del PCC. Di qui il contraccolpo della “Rivoluzione culturale”, che rifletteva lo scontro tra la linea dello sviluppo industriale e quella del prioritario sviluppo agricolo, e che permise al gruppo maoista di riaffermare la propria egemonia.

Negli stessi anni era esplosa la polemica russo-cinese sul terreno “ideologico” e Kruscev era giunto perfino ad accusare di “trotzkismo” Mao, poiché aveva criticato la sua politica del dialogo con gli USA, affermando pallidamente che incontri con l’imperialismo non possono evitare le guerre. Nel 1959, di fronte al primo scontro Cina-India per la frontiera tibetana, l’URSS non esitò a dichiararsi neutrale.

Chou-En-Lai fu l’ultimo delegato cinese che partecipò ad un congresso del PCUS nell’ottobre del 1961 (XXII Congresso) ed ebbe modo di schierarsi a favore dell’Albania, accusata da Kruscev di stalinismo. Questa in fondo è sempre stata la più coerente giungendo anche a rompere le relazioni diplomatiche con l’URSS fin dal 10 dicembre 1961. Il dissidio e la polemica russo-cinese da allora in poi sono andati divenendo più aspri; si giunse persino a veri e propri scontri militari nel 1963 e soprattutto nel ’69 sul fiume Ussuri per questioni di frontiera, mai risolte.

Prima di poter esprimere una sua linea politica in campo internazionale la Cina doveva ricostituire l’autorità interna: “la Rivoluzione culturale” e “l’anti-rivoluzione” contro la “Banda dei quattro” otterranno questo scopo. Ma già sussiste lo scontro ricorrente con l’India e i diversi atteggiamenti coi russi.

Fin dal 1959 l’India è considerata dalla Cina un pericoloso strumento della politica russa, perciò ha tentato da allora di favorire la formazione di un partito comunista indiano filo-cinese, ha appoggiato il Pakistan contro l’India a proposito del controllo del Kashmir nel 1965; si è nuovamente scontrata militarmente con l’India nel 1969. L’effetto di questa politica è stato il continuo rafforzamento dell’alleanza russo-indiana fino alla firma proprio in quell’anno di un vero e proprio patto di amicizia.

L’India infatti non avere la forza per opporsi come Stato autonomo alla politica cinese. Durante la sua lotta di liberazione la mancanza di radicalismo rivoluzionario e dell’uso della violenza erano stati la causa sia della divisione di un territorio che avrebbe dovuto formare una sola nazione, sia della necessità di appoggiarsi al blocco russo. La guerra contro il Pakistan, al di là del paravento ideologico del conflitto religioso fra indù e musulmani, rifletteva lo scontro tra i due blocchi imperialisti. Questo scontro avrà i suoi culmini nella guerra del 1965 e in quella del dicembre 1971 per il controllo del Bangladesh, il quale, fino ad allora facente parte dello Stato pakistano, acquistava un’indipendenza fittizia sotto il controllo indo-russo. Era la inevitabile conclusione di una rivoluzione nazionale avvenuta sotto la cappa di piombo della controrivoluzione mondiale.

Da parte sua la Cina nella misura in cui si allontanava dal blocco russo non poteva non avvicinarsi a quello americano. I primi contatti tra Cina e USA si datano alla fine del 1968 con colloqui diplomatici a Varsavia. Nell’aprile del 1971 la clamorosa politica kissingeriana del ping-pong porta ad un primo disgelo; la “normalizzazione” tra Cina e USA si risolve nell’entrata della Cina nell’ONU il 25 ottobre 1971 addirittura con potere di veto dovutole dalla sua appartenenza al Consiglio di Sicurezza. La successiva visita di Nixon in Cina nel febbraio 1972 completerà il processo di “distensione” tra Washington e Pechino.
 

- Indocina

La trentacinquennale guerra fra partigiani vietnamiti e gli imperialisti di turno, siano essi giapponesi, francesi o americani, è uno degli episodi fondamentali di questi ultimi anni. In particolare la vittoria di Dien Bien Phu (1954) fu una diretta conseguenza del decreto agrario emanato dai Vietminh nel 1953. Esso non differiva molto da quelli del 1945 e del ’49, che prevedevano la riduzione degli affitti, dell’interesse sull’anticipo dei capitali, e la spartizione delle terre dei coloni francesi da cacciare. Tuttavia, in questo caso, l’esecuzione veniva affidata, a differenza che nelle precedenti, non all’apparato amministrativo locale, dominato dai proprietari terrieri, ma alle Unioni Contadine locali e ai Comitati agricoli di villaggio, cioè agli stessi contadini che si organizzavano nella lotta anticoloniale.

Gli accordi di Ginevra (1954) rappresentarono una vera e propria svendita degli interessi dell’esercito contadino. Sancirono la ritirata dei Vietminh a Nord del 17° parallelo e contenevano le promesse di libere elezioni nella parte Sud del paese prima del 1956, che se fossero state indette forse avrebbero visto la vittoria del partito contadino, ma che non si tennero mai. Gli accordi di Ginevra, alla cui violazione tutti fanno risalire le cause della successiva guerra, contenevano già in sé le premesse della nuova guerra. Con essi si interruppe il conflitto in una fase di schiacciante superiorità vietnamita, così che i francesi poterono recuperare le loro divisioni accerchiate nel delta del fiume Rosso e assicurarsi il ritiro dal Sud di 100.000 uomini dell’esercito vietnamita, lasciando i contadini del Sud, che avevano appena iniziato a spartirsi le terre, praticamente indifesi ed in balia di feroci repressioni.

Fu così perduta un’occasione storica per riunificare tutto il Vietnam. La nascente borghesia indigena si dimostrò incapace di trattare ad armi pari con l’imperialismo. Si dovettero così attendere altri 20 anni di guerre per ottenere quello che già era nei fatti.

Subito dopo la firma (che non avvenne mai!) degli accordi di Ginevra i contadini cominciarono a riorganizzarsi per cacciare l’imperialismo americano, che nel frattempo aveva sostituito quello francese, ma solo nel 1960 verrà fondato il Fronte di Liberazione Nazionale, che aveva un programma agrario analogo a quello del 1953.

Lo stesso cinismo con il quale fu creato dagli americani, subito dopo Ginevra, un governo fantoccio presieduto da Diem, si usò da parte della CIA per la sua liquidazione (1963), quando ormai tale governo appariva troppo compromesso. Per tutto il 1964 si succedettero colpi e contraccolpi di Stato tra le varie bande di funzionari statali, indice che la guerriglia stava sempre più assumendo forme difficilmente controllabili. Fu in questo periodo che gli USA, autentici gendarmi dell’imperialismo mondiale, optarono per l’intervento diretto. In un primo tempo Johnson propose ad Hanoi trattative senza condizioni e aggiungendo l’offerta di un miliardo di dollari. Ma il Nord Vietnam fino ad allora si era ben guardato dall’organizzare la guerriglia nel Sud, né poteva garantire la cessazione di un movimento che non controllava. Per estrema ironia della storia la scusa che gli americani addussero per iniziare la loro “escalation” in Indocina fu che i nordvietnamiti stavano attaccando lo Stato sovrano del Sud.

Nel 1965 iniziarono i bombardamenti americani. Non avevano solo obiettivi militari: venivano usate bombe speciali (esplodenti a mitraglia e napalm) studiate appositamente non tanto per distruggere fabbricati, ponti, ecc., quanto per fare il maggior numero di vittime e terrorizzare la popolazione. Mentre la furia distruttrice dei gangsters americani cresceva ogni giorno di più, Russia e Cina, superpotenze sedicenti socialiste, non trovavano di meglio che accusandosi a vicenda di aver promesso aiuti ai guerriglieri e di non aver dato che chiacchiere, continuando ad offrire “volontari... nel caso che fossero richiesti da Hanoi”.

Nel 1968 il FLN ottenne una brillante vittoria nella cosiddetta “offensiva del Tet”. Il contraccolpo fu l’inizio dei negoziati di pace a Parigi (1969) fra USA e Vietnam del Nord. Sempre nello stesso anno venne costituito nel Sud il Governo Rivoluzionario Provvisorio, espressione dei guerriglieri contadini. Nel 1970 in Cambogia il regime di Sihanuk, neutrale, fu abbattuto da un colpo di Stato filoamericano. Sihanuk si rifugiò a Pechino costituendo un governo in esilio. Nello stesso periodo la guerra si estese a tutta la regione: nel 1970 gli USA lanciarono un’offensiva in Thailandia e in Cambogia, ma ben presto si rivelò un fallimento; nel 1971 gli USA lanciarono una medesima offensiva nel Laos, con lo stesso risultato. Si costituirono formazioni militari di guerriglieri per respingere l’escalation americana: formazioni filo vietnamite agivano in Laos; in Cambogia Khmer rossi e partigiani di Sihanuk distrussero l’intera aviazione governativa appoggiata dagli USA.

Nel dicembre 1972 gli USA incominciarono a prendere atto della loro sconfitta: Nixon ordinò la cessazione dei bombardamenti aerei su tutta l’area indocinese. Nel gennaio 1973 a Parigi fu firmato fra Kissinger, segretario di Stato USA, e Le-Duc-Tho, ministro degli esteri nordvietnamita, un armistizio che entrò in vigore alla fine di febbraio. Nel marzo 1973 gli eserciti USA abbandonarono tutta l’area, lasciando i loro protetti in balia dell’avanzata dei guerriglieri.

È in questa fase che viene messa in evidenza la natura “bismarckiana” del Vietnam del Nord. Forte della vittoria sul campo di battaglia contro il principale degli imperialismi e dell’alleanza con i contadini, in particolare quelli medi, che maggiormente si avvantaggiarono dalla riforma agraria, il Nord Vietnam si pose come potenza egemone di tutta la penisola indocinese. È certo che gli USA furono disposti ad andarsene solo a condizione di lasciare al loro posto uno Stato forte in grado di controllare le contraddizioni che la rivoluzione contadina avrebbe potuto far esplodere nelle campagne. Ed ecco che, come il “cancelliere di ferro” seppe costringere con la forza del crescente peso militare i proprietari fondiari e i contadini tedeschi ad agganciarsi al carro della nascente borghesia prussiana, così il governo vietnamita con lo stesso potere delle armi si riproponeva, e si ripropone tuttora, di iniziare dall’alto una fase di controllo e di sviluppo capitalistico, tramite il quale meritarsi con pieno diritto il titolo di “neogendarme indocinese”.

Ma sarebbe un errore non rilevare l’impossibilità per le nascenti borghesie nazionali di emanciparsi totalmente dall’imperialismo. Nonostante le vittorie militari il Nord Vietnam non sfuggiva alla regola della divisione del mondo in due blocchi. Il “patto di amicizia” russo-vietnamita, che sarà firmato nel 1978 a Mosca, sarà la logica conclusione di questo processo. Esso equiparerà il Vietnam a tutti i paesi del Patto di Varsavia sotto il profilo economico, politico e militare. Nel frattempo, subito dopo la sconfitta americana, forte dell’amicizia russa, Hanoi allargava la propria egemonia nell’area indocinese, conformandosi ai piani generali dell’imperialismo di Mosca. Così nel 1973 tra governo laotiano e guerriglieri del Pathet Lao (controllati dai nordvietnamiti) è firmato un accordo e si ha un governo di coalizione. Nel 1974, l’esercito cambogiano è costretto a cedere sotto la pressione dei Khmer rossi, espressione di una rivoluzione di contadini poveri e senza terra e pertanto alla lunga pericolosi in quanto destabilizzatori dell’area: non a caso una volta sistemati i loro problemi interni (unificazione nazionale) i vietnamiti penseranno bene di reprimere violentemente un movimento tanto radicale.

Il 16 aprile 1975, di fronte all’avanzata delle truppe vietnamite e dei vari FLN verso Saigon e in tutta l’Indocina, Ford, succeduto al defenestrato Nixon, ordina l’evacuazione totale di tutto il personale americano. Alla fine dello stesso mese Saigon, capitale del Sud Vietnam, è conquistata. Due giorni prima era stata occupata anche la capitale della Cambogia, Phom Pen. Nell’agosto 1975 nel Laos viene rotta l’alleanza e il potere viene assunto dal Pathet Lao, che decreta l’abolizione della monarchia. In seguito verrà sistemata anche la questione cambogiana (1979) con una massiccia repressione dei Khmer rossi, che torneranno a rifugiarsi nelle foreste e sulle montagne, e con la creazione di un governo filo vietnamita.
 

- Africa

In seguito allo sgretolarsi dell’Impero portoghese (1974-1975), l’URSS, fino ad allora, ed a maggior ragione dopo la cacciata dall’Egitto, esclusa quasi totalmente dalla suddivisione del bottino africano, mostra una maggiore aggressività che nel passato per sostituirsi ai vecchi imperialismi europei, approfittando anche delle citate difficoltà interne degli USA.

Il suo intervento, attraverso le truppe mercenarie cubane e i consiglieri militari della Germania dell’Est e della stessa Russia, è particolarmente efficace in Angola, paese prescelto in quanto importante da un punto di vista strategico nonché ricco di materie prime fra cui perfino petrolio. Nel gennaio 1975 i tre movimenti di liberazione dell’Angola, l’MPLA, l’FLNA e l’UNITA firmano un accordo in base al quale è formato un governo di coalizione, con l’esercito portoghese di 24.000 soldati che continua ancora a controllare il territorio per “mantenere l’ordine”. Dei tre movimenti di liberazione nazionale quello che gode maggior prestigio e che ha effettivamente un’adesione spontanea popolare è l’MPLA guidato da A. Neto, mentre gli altri due hanno l’appoggio degli occidentali ed in particolare degli USA e del Sud Africa.

Nel gennaio del 1976 le truppe portoghesi sono costrette al completo ritiro, anche per le vicende interne al Portogallo; inevitabile la guerra civile tra gli opposti movimenti di liberazione e, mentre il Sud Africa cerca di intervenire direttamente con proprie truppe, si ha la mossa vincente dell’URSS che decide il sostegno diretto dell’MPLA, nel momento stesso in cui gli USA decidono di limitare il loro aiuto agli altri due movimenti. La vittoria dell’MPLA è assicurata già nel marzo del 1976. Lo smarrimento degli USA in questa circostanza è evidente: perfino durante una seduta delle Nazioni Unite del 9 luglio 1978 l’allora ambasciatore degli USA A. Young, poi silurato dallo stesso Carter, dirà addirittura che i cubani avevano svolto una preziosa opera stabilizzatrice in Angola. Recentemente la nuova amministrazione Reagan ha dichiarato che è intenzionata a riprendere gli aiuti militari ai movimenti di opposizione al regime instaurato in Angola che non hanno mai cessato di combattere.

Altro intervento vincente dell’URSS in Africa si ha in Etiopia, dove un colpo di Stato militare tra il 1974 e il 1975 dichiara decaduta la monarchia, impone una nuova costituzione varando anche una vasta riforma agraria, peraltro limitata alla distribuzione della terra, ma non dei mezzi di produzione e delle pertinenze. Pur attuando l’esproprio senza indennizzo dei vecchi proprietari fondiari e annullando i debiti dei contadini ai quali la terra è distribuita in lotti non superiori a 10 ha e dichiarata non più oggetto di compravendita, nella sua attuazione pratica, non prevede anche la distribuzione dei necessari mezzi di lavoro, materie prime e concimi.

Lo scopo è illudere i contadini poveri per coinvolgerli nella difesa nazionalista della “patria”, che l’ala più radicale di Menghistu intraprenderà contro i movimenti indipendentisti dell’Eritrea e dell’Ogaden.

Eritrea ed Etiopia erano state unite in Federazione da una decisione dell’ONU del 1950. In Eritrea fin dal 1958 si era costituito un movimento di liberazione nazionale contro il regime oppressivo del Negus, che nel 1962 ne aveva deciso l’annessione dichiarandola la 14a provincia dell’Etiopia stessa. Il nuovo regime etiopico mostra di non comportarsi diversamente dal Negus e nega l’autonomia dell’Eritrea e alla popolazione dell’Ogaden, in maggioranza di nazionalità somala. È a questo punto, dimostrando spregiudicatezza e lungimiranza, che l’URSS abbandona la Somalia, nonostante fosse uno Stato “socialista” suo alleato fin dal colpo di Stato del 1969, per offrire il proprio aiuto all’Etiopia sicuramente più congeniale ai suoi programmi di controllo di quella zona importantissima in Africa centrale, fra l’Oceano Atlantico e l’Indiano, il Medio Oriente e il Golfo Persico. Dopo alterne vicende la vittoria è assicurata all’Etiopia, anche in seguito ad una brillante operazione militare, sembra diretta proprio da un generale russo, tra la fine del 1977 e l’inizio del ’78.

La penetrazione africana dell’URSS era destinata sicuramente a continuare soprattutto di fronte ad una certa impotenza ed incertezza degli USA. Ma una sollevazione di ex kantanghesi nello Shaba, con il sicuro appoggio dei cubani, è bloccata dai paracadutisti belgi e francesi a Kolwesi nel maggio del 1978. L’intervento militare della Francia impone all’URSS la necessità di rivedere la sua strategia sul terreno diplomatico e non è un caso se da questo momento in poi la Francia viene sempre più attirata nell’orbita russa.

Se in Africa l’imperialismo russo consegue innegabilmente notevoli e solidi successi, non è da meno l’americano in Medio Oriente con il “gioiello” della pace di Camp David tra Egitto e Israele, che, pur incontrando grosse difficoltà di integrale attuazione per il problema palestinese, ha rappresentato e tuttora rappresenta lo strumento principale della politica estera americana in Medio Oriente e nel Golfo Persico. Viceversa, dopo la cacciata dall’Egitto, la pace di Camp David rappresenta la peggior sconfitta degli interessi russi, in parte compensata con il ventennale “Patto di amicizia” con la Siria del 10 ottobre 1980. Dopo vari contatti bilaterali nel corso del 1978, nel marzo del 1979 Begin e Sadat, ospiti di Carter a Camp David, firmano l’accordo di pace sembra addirittura sotto la minaccia di un pesante ricatto del presidente americano. Sia Egitto sia Israele ottengono vantaggi e svantaggi dal trattato e più di una volta hanno dovuto fare i conti con opposizioni interne molto agguerrite.

Sono gli USA che, sotto la falsa abnegazione di Carter, in cerca di popolarità per il “bene dell’umanità e della pace”, ottengono il maggior vantaggio imperialistico, in quanto, garanti della pace, hanno il riconoscimento internazionale per un eventuale intervento militare contro chiunque attenti alla pace stessa. Nel memorandum d’accordo tra USA e Israele firmato a Washington il 28 marzo 1979 si dice testualmente: «Nel caso che gli USA siano venuti a constatare una infrazione o che una minaccia di infrazione al trattato di pace sia stata commessa, gli USA prenderanno le misure che riterranno appropriate, che potranno essere d’ordine diplomatico, economico e militare».

In applicazione del trattato una larga fascia del deserto del Sinai è tornata sotto la giurisdizione civile dell’Egitto. Qui, come è noto, nel corso del 1979 e del 1980 sono state fatte ripetutamente esercitazioni comuni USA/Egitto per l’approntamento di una speciale forza di intervento nelle cosiddette zone di emergenza giudicate vitali agli interessi dell’Occidente e degli USA in particolare. Tuttavia che i paesi europei abbiano gli stessi interessi degli USA è molto dubbio, soprattutto in questa zona: infatti Francia e Germania Federale hanno più volte manifestato la loro contrarietà a partecipare all’allestimento della speciale forza di intervento, differenziandosi anche dalla logica complessiva di Camp David.
 
 

La generale crisi economica del 1975 e le prospettive di una terza guerra
 

La grave crisi economica che nel 1975 colpisce simultaneamente tutti i principali paesi imperialisti occidentali dimostra ai russi che può essere alla loro portata, per la prima volta, il tanto sperato superamento dell’Occidente anche sul piano economico, nella falsa convinzione che il sistema russo sia inattaccabile dal morbo della crisi e soprattutto che sia immune dal contraccolpo della stessa crisi occidentale. Sicuramente il 1975 dimostra che uno degli elementi più importanti della crisi occidentale è dato dal problema energetico. La dipendenza, a volte totale in ogni caso di estrema importanza per il funzionamento dell’economia di tutti i paesi occidentali, dal rifornimento petrolifero dai paesi mediorientali e dal Golfo persico, convinse i russi della possibilità di poter controllare essi stessi l’economia occidentale attraverso il predominio politico e militare della zona. È da questo momento che l’interesse dell’URSS all’accerchiamento africano si fa più insistente. Si tratta anche di un interesse diretto, in quanto l’URSS stessa comincia a non essere più autosufficiente e ad avere bisogno del petrolio arabo.

Anche sul piano militare il blocco occidentale e specialmente gli USA attraversano nello stesso periodo una notevole crisi determinata non solo dalla sconfitta del Vietnam, ma anche dalle vicende interne agli USA ed in primo luogo dalla crisi politica dovuta allo scandalo del Watergate.

Si afferma in questi anni la tesi della cosiddetta “finestra di vulnerabilità” del blocco occidentale almeno fino al 1968. Questa tesi riposa su una doppia considerazione: i Minuteman americani sono vulnerabili almeno fino alla loro sostituzione con gli Mx, che avverrà però a partire dal 1986; gli SS20 e i Backfire russi, dispiegati in 50 unità i primi e 30 i secondi, non saranno contrastati che dal 1984 dai nuovi missili americani a media portata da installarsi in Europa; infine la modernizzazione delle forze convenzionali della NATO in Europa è in ritardo rispetto allo stesso sforzo del Patto di Varsavia che dura almeno dal 1968. È possibile, come sostengono almeno ufficialmente i russi, che si tratti solo di propaganda americana per pretendere maggiori finanziamenti all’industria militare. Ma se vi è almeno una parte di verità, non vorranno i russi approfittarne almeno per ottenere notevoli vantaggi prima che il potenziamento voluto dagli USA diventi effettivo? C’è da considerare infine che sono le stesse fonti occidentali ad affermare che, una volta installati, gli Mx renderanno vulnerabili i missili russi basati a terra, che compongono i tre quarti dell’arsenale nucleare russo e quindi una proporzione ben più grande di quella che rappresentano i Minuteman per gli USA.

Non vogliamo certo sostenere che, date queste premesse, sicuramente entro il 1986 il blocco russo scatenerà la terza guerra mondiale. Il marxismo non è mai stato profezia. La giudichiamo solo una eventualità molto probabile, senza per questo accodarci alla canea di tutti coloro che già da oggi sono in prima fila a denunciare nell’URSS l’aggressore di turno, al quale attribuire la responsabilità unica della guerra.

Abbiamo da sempre affermato che la denuncia dell’aggressore serve solo ad ingannare il proletariato e a convincerlo ad aderire ai vari fronti di guerra: la campagna della lotta contro l’aggressore è stata caratteristica della Prima e della Seconda Guerra mondiale. Non mancherà di appestare il proletariato anche in preparazione della Terza, e contro di essa i comunisti non si stancheranno di ripetere che l’unico vero aggressore è il capitalismo e l’imperialismo, sia esso di marca Est o Ovest, contro il quale è necessario opporre la Rivoluzione Comunista.

Anche se lo giudichiamo improbabile, vista la situazione delle attuali relazioni politiche tra gli Stati imperialisti, e soprattutto alla luce della perdurante crisi economica e sociale del mondo intero, non possiamo tuttavia escludere un nuovo lurido accordo tra i due blocchi che sia in grado di rinviare ancora per un certo periodo la crisi generale del mondo capitalista. Sarebbe il peggio dal punto di vista della ripresa del movimento di classe, in quanto si dovrebbe basare sulla possibilità di inchiodare il proletariato mondiale alle esigenze capitalistiche e su un totale controllo poliziesco alla scala mondiale delle inevitabili lotte di classe.

Solo così sarà possibile rinviare l’esplosione mondiale degli opposti interessi che inevitabilmente dovrà prendere la forma di una nuova e più micidiale guerra generalizzata, altrimenti non ci sarà certo da aspettare un altro decennio!

In Asia gli ultimi anni sono stati caratterizzati da sostanziali cambiamenti della politica estera di molti Stati e da un conseguente scontro diplomatico-militare, che per il momento si è manifestato nella tendenza espansionistica del Vietnam, adeguatamente sostenuto dall’URSS, e dalla “lezione” inflittagli dalla Cina nel febbraio del 1979. La Cina ha ormai percorso completamente la parabola che l’ha vista passare dal blocco russo a quello americano. Proprio nel 1978/79, con la liquidazione dell’ala radicale del Partito Comunista Cinese, la collaborazione internazionale della Cina può dirsi giunta ad una vera e propria alleanza con gli USA anche sul piano militare. Tale approdo è avvenuto attraverso i seguenti principali atti diplomatici: nell’agosto del 1978 la Cina, con il suo leader Deng Xiaoping, firmò clamorosamente il trattato di pace con il Giappone, giudicato a Mosca dalla “Tass” come un “complotto militare antisovietico”. Contemporaneamente il presidente cinese Hua Kuofeng visitò tutte le capitali europee, compreso anche Bucarest e Belgrado, in funzione esplicitamente antirussa. Infine il riuscito viaggio di Deng negli USA nel gennaio 1979 suggellò la scelta di campo in questa fase storica, a meno di eventi imprevedibili. Sicuramente in quel viaggio Deng preparò anche la “lezione” al Vietnam che aveva osato invadere la Cambogia, il cui governo era alleato della Cina stessa.

Il Giappone nel frattempo è in pieno sviluppo commerciale, creditore della stessa CEE nel 1979 per ben 7 miliardi di dollari che, secondo stime di Le Monde del 28 ottobre 1980, in quell’anno avrebbero raggiunto la cifra di 9 miliardi, sembra non avere per il momento problemi di schieramento. La necessità anche per il Giappone di riarmare, soprattutto la marina, ridotta fino a pochi anni fa a semplice guardia costiera, deriva dalla sua assoluta necessità di proteggere i propri rifornimenti petroliferi e quindi la sicurezza dei trasporti marittimi. La sua attuale politica internazionale è quindi rivolta alla ricerca della più assoluta neutralità, che gli assicura quei rifornimenti petroliferi di cui ha assolutamente bisogno anche nel caso di guerra, che tuttavia non lo veda diretta parte in causa.
 
 

Un test: reazioni all’intervento in Afghanistan
 

Il passaggio della Cina nel blocco USA ha sicuramente più che compensato la grave sconfitta subìta dagli USA in questa zona di primaria importanza strategica. Per l’URSS invece, quando il dissidio con una Cina politicamente e militarmente isolata non le creava gravi problemi di sicurezza, l’alleanza USA-Cina rappresenta una diminuzione della sicurezza delle sue frontiere.

È anche questo uno dei motivi della decisione russa di invadere l’Afghanistan, sul quale già pesava la sua ipoteca almeno dal 1976. Il controllo dell’Afghanistan era infatti ritenuto indispensabile proprio per opporsi alle tendenze accerchianti dell’altro blocco: la Cina stava già chiaramente orientandosi verso l’alleanza con gli USA e nel 1975/76 tentò perfino di stipulare un trattato di amicizia con l’India. Il tentativo cinese però non è andato in porto visto che l’India ha trovato parole di comprensione per la Russia dopo l’invasione dell’Afghanistan e l’amicizia russo-indiana è stata confermata.

Non è ancora possibile accertare interamente i motivi alla base dell’invasione dell’Afghanistan. Le dichiarazioni ufficiali russe sono alquanto sconcertanti in quanto il motivo addotto è palesemente inconsistente. Breznev il 13 gennaio 1980 ha dichiarato alla Pravda: «Non ci è stato facile prendere la decisione. Il C.C. del PCUS l’ha fatto cosciente delle proprie responsabilità. I contingenti sovietici hanno da svolgere un unico compito: quello di aiutare gli afghani a respingere l’aggressione straniera». È difficile interpretare l’azione russa in Afghanistan se non come base militare per ulteriori avanzamenti.

Queste le reazioni più importanti all’invasione russa. Si tratta di dichiarazioni particolarmente significative, in quanto fatte di fronte ad una azione di uno dei due blocchi, e quindi indicative delle tendenze alla formazione dei nuovi fronti di guerra.

Il 4 febbraio 1980 Carter dichiarava: «Questa invasione rappresenta un pericolo estremamente grave per la pace, poiché è anche una minaccia di una nuova espansione sovietica nei paesi vicini del Sud-Est asiatico». Una dichiarazione congiunta Francia-Germania diceva il 5 febbraio 1980: «Prendiamo atto del fatto che in conseguenza degli avvenimenti afghani la distensione è diventata più difficile e che di conseguenza è necessario il ritiro delle truppe straniere dall’Afghanistan». Una cauta dichiarazione: a Berlino si sostiene apertamente che «Berlino è più importante di Kabul».

La Romania si è parzialmente dissociata dal coro unanime del blocco russo e nella dichiarazione del suo ambasciatore all’ONU nella seduta del 18 dicembre 1980 ha dichiarato che «la situazione dell’Afghanistan è molto pericolosa per la pace del mondo e la distensione». La Jugoslavia, in una dichiarazione del suo ministro degli esteri il 20 febbraio 1980, ha espresso «la profonda inquietudine» per gli avvenimenti afghani. In Asia, dall’Iran ai Paesi dell’ASEAN, compresi tutti i paesi islamici, alla conferenza islamica di Islamabad del 29 gennaio 1980, tutti hanno condannato l’URSS. Si è dissociata l’India, il cui ministro degli esteri il 23 febbraio 1980 ha indicato nelle grandi potenze la responsabilità degli avvenimenti afghani dicendo che «L’India ha relazioni strette ed amichevoli con il popolo afghano ed auspica la sicurezza, l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale del vicino paese amico; pensa che il governo e il popolo afghano hanno tutti i diritti di assicurarsi la loro salvaguardia». Ma particolarmente violenta è stata la dichiarazione del governo cinese: «Il governo cinese condanna con veemenza le aggressioni egemoniche dell’URSS ed esige energicamente da quest’ultima che metta fine al suo intervento in Afghanistan e che ritiri da questo paese tutte le sue forze militari». Il Giappone non ha preso posizioni degne di rilievo.
 
 

La vicenda degli “euromissili”
 

Le vicende internazionali successive al 1975 hanno confermato le precedenti tendenze di crisi interna ai due blocchi. La situazione dei rapporti internazionali è in continua evoluzione ed è difficile operare delle sintesi. La vicenda degli euromissili è emblematica dell’attuale instabile equilibrio all’interno dell’Alleanza Atlantica, con la Francia e la Germania sempre più orientate a costituire in Europa un polo comune con posizioni differenziate rispetto agli altri partners, e specialmente rispetto all’Inghilterra e agli USA, che, viceversa, marciano strettamente legati. Durante il 1979 un’accurata campagna propagandistica americana permette agli USA di chiedere ai loro alleati europei di aumentare le spese militari e di accettare l’installazione sul territorio europeo di nuovi e più moderni missili americani, che dovrebbero neutralizzare i già installati SS20 russi.

Nonostante il discorso di Breznev a Berlino nell’ottobre 1979 che, dosando abilmente minacce e proposte di buoni affari, invitava soprattutto la Germania a non accettare i nuovi missili americani, solo Belgio e Olanda li hanno rifiutati, mentre gli altri paesi della NATO hanno preso nel dicembre del 1979 una decisione favorevole alla loro installazione, che comunque dovrebbe iniziare non prima del 1983. Tuttavia nella stessa riunione fu presa una doppia decisione: sì agli euromissili, ma contemporanea apertura delle trattative con Mosca. Le trattative non sono mai iniziate: l’invasione dell’Afghanistan prima e la questione polacca poi sono stati pretesti per rinviarle sine die. È interessante notare che, avvicinandosi i tempi per l’installazione dei missili, all’interno della Germania ed anche all’interno della SPD e perfino in dichiarazioni di Schmidt nei suoi recenti viaggi a Mosca, si fa sempre più pressante la richiesta tedesca di attuazione di entrambe le decisioni del dicembre ’79 e di iniziare subito le trattative, il che coincide con le posizioni russe. È una richiesta che la nuova amministrazione USA finora non ha inteso prendere in considerazione, in quanto è orientata ad affermare il cosiddetto principio del “linkage”, il principio cioè che non è ammissibile isolare una questione, ma eventuali trattative devono prevedere tutte le questioni internazionali aperte, cosa che evidentemente i russi sono ben lontani da accettare.

Anche la Francia, dopo l’intervento militare a Kolwesi nel maggio del ’78, ha sempre più orientato la sua politica estera verso il mantenimento del dialogo con l’URSS. Dopo l’invasione dell’Afghanistan il ministro degli esteri francese, di cui la Pravda lodò il “realismo”, fu il primo a visitare Mosca il 21 gennaio 1980. E alla metà di maggio dello stesso anno – proprio durante il primo incontro tra il nuovo segretario di Stato USA Muskie e il ministro degli esteri russo Gromiko – ci fu a sorpresa a Varsavia un incontro al vertice tra Breznev e Giscard, che rafforzò molto la posizione diplomatica della Russia dopo l’Afghanistan. Anche nella questione del Medio Oriente, Francia e Germania non sembrano allineate con gli USA, trincerati dietro la pace di Camp David; in particolare si è distinta la Francia con le dichiarazioni di Giscard, in visita negli emirati arabi nel marzo ’80, favorevoli al riconoscimento internazionale dell’OLP e all’autodeterminazione del popolo palestinese.

All’interno del blocco russo il paese tradizionalmente meno allineato e che tenta ripetutamente una politica di sganciamento dagli obblighi del Patto di Varsavia è la Romania, che potrà avere un ruolo nella eventuale esplosione di una crisi in Iugoslavia.

Attualmente la questione più grave interna al Patto di Varsavia è quella polacca. La Polonia è immersa in una profonda crisi economica e sociale, di cui sicuramente il blocco USA tenta e tenterà di approfittare. L’URSS è sempre più costretta tra due fuochi: lasciare libera espressione al rinnovamento polacco, di cui teme sia il contagio sia l’eventuale approdo della Polonia a posizioni neutrali o addirittura filo-occidentali, oppure decidere “l’aiuto fraterno” dei propri carri armati, sfida che ben difficilmente gli americani potrebbero non raccogliere. Ma soprattutto quasi sicuramente vedrebbe ricomporsi l’unità della NATO, che in una riunione dell’11 dicembre 1980 ha deciso, “mostrando unità e risolutezza”, secondo le dichiarazioni di Muskie, pesanti ritorsioni nell’eventualità dell’invasione. La crisi polacca si dimostra sempre più insolubile nel quadro del mantenimento degli attuali equilibri imperialistici.

Un ulteriore ed importante elemento di perturbazione, tuttora in evoluzione, è stato ed è l’Iran con la sua “rivoluzione islamica”. Dopo la cacciata dello Scià e le sue azioni in politica internazionale, a volte clamorose come la cattura degli ostaggi USA, non ci permettono ancora di collocare l’Iran in uno dei due blocchi. Le trattative relative agli ostaggi USA, che hanno visto Khomeini e i suoi preti rimanere con un pugno di mosche in mano, e la successiva invasione da parte dell’Iraq, con tutta probabilità su commissione dell’imperialismo USA, hanno molto ridimensionato le pretese autonomistiche dell’Iran, tuttavia indubbiamente esso si trova al centro di un’area sicuramente tra le più contese dai due blocchi.

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In definitiva l’equilibrio mondiale mai come in questi anni è stato in condizioni di così estrema precarietà. Il 9 gennaio ’81 il nuovo segretario di Stato USA, il generale Haig, ex comandante della NATO, ha fatto al Senato americano, prima di essere ufficialmente investito della carica, le seguenti dichiarazioni che non hanno bisogno di commento: «I prossimi anni saranno insolitamente pericolosi. Le prove di tali pericoli sono dappertutto: in Europa, in Medio Oriente, nel Golfo Persico, in Asia, in Africa, nel Sud-Est asiatico, nell’America Latina, nei Caraibi (...) La crescita delle capacità militari dell’URSS ha prodotto il più completo rovesciamento dei rapporti di potenza globale mai visto in tempi di relativa pace (...) Ci sono cose per le quali bisogna essere pronti a batterci».

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Concludiamo qui il quadro degli attuali rapporti di forza interimperialistici, ribadendo che non abbiamo pretese di “reinventare” la storia degli ultimi cinquanta anni sotto l’angolo visuale della diplomazia internazionale, ma, più modestamente, ricordare che la diplomazia degli Stati imperialisti è un’importante forza materiale che concorre alla determinazione degli avvenimenti storici, tuttavia riconducibili in ultima analisi all’evoluzione dei rapporti economici. Abbiamo ripercorso le vicende mondiali più importanti per rintracciarvi le linee di tendenza generali della politica imperialista, il che ci permette di leggere l’attuale intricato gioco degli interessi e la sua presumibile evoluzione futura.

Compito irrinunciabile del Partito è quello di prepararsi e di preparare il proletariato mondiale ad opporre all’inevitabile scontro generale tra gli imperialismi la sua guerra di classe in modo da risultare finalmente vincitore, inaugurando così i più intensi ed entusiasmanti anni della realizzazione umana.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Stato Proletario e organismi di classe
Capitoli esposti alle riunioni del gennaio e del maggio 1981 [RG19-20]

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Se è estranea alla concezione comunista la conquista del potere per via democratica parlamentare e ogni forma di ministerialismo opportunista e socialdemocratico, tanto più aberrante e controrivoluzionaria si configura ogni illusione anarcosindacalista o autogestionaria che fa capo alla “democrazia proletaria”, al “governo dei produttori”, di cui l’ordinovismo fu l’elaborazione teorica più tipica ed emblematica.

Citiamo dal nostro testo fondamentale Partito e classe a proposito di Dittaturaproletaria e partito di classe:

     «La nozione marxista di sostituzione dei corpi parlamentari con organi di lavoro non ci riconduce neppure ad una “democrazia economica” che adatti gli organi dello Stato ai luoghi di lavoro, alle unità produttive o commerciali ecc., eliminando da ogni funzione rappresentativa i padroni sopravvissuti e gli individui economici che ancora dispongono di una proprietà.
     «La soppressione del padrone e del proprietario non definisce che la metà del socialismo; l’altra metà, e la più espressiva, consiste nell’eliminazione dell’anarchia economica capitalistica (Marx).
     «Quando la nuova organizzazione socialista sorgerà e ingrandirà, il partito e lo Stato rivoluzionario essendo in primo piano, non si limiterà a colpire soltanto i padroni ed i loro contromastri di un tempo, ma soprattutto si ridistribuiranno in modo affatto originale e nuovo i compiti e gli oneri sociali degli individui.
     «La rete di imprese e di servizi, così come sarà ereditata dall’ambiente capitalista, non potrà quindi essere posta a base di un apparato di cosiddetta “sovranità” di delegazione di poteri nello Stato e fino ai suoi organi centrali.
     «È appunto la presenza di uno Stato uniclassista, e del partito solidamente e qualitativamente unitario e omogeneo, ad offrire il massimo di condizioni favorevoli al riordinamento della macchina sociale, guidato il meno possibile dalla pressione degli interessi limitati dei piccoli gruppi ed il più possibile dai dati generali e dal loro studio scientifico applicato al benessere collettivo.
     «I cambiamenti dell’ingranaggio produttivo saranno enormi, basti pensare al programma di reversione dei rapporti tra città e campagna sul quale Marx ed Engels hanno tanto insistito e che è in perfetta antitesi con la tendenza attuale in tutti i paesi conosciuti.
     «La rete aderente ai luoghi di lavoro è dunque una espressione insufficiente che ricalca le antiche posizioni proudhoniane e lassalliane che il marxismo si è gettato da molto tempo alle spalle».
Se questo è il programma comunista riferito alla fase di dittatura proletaria, a maggiore ragione false e assolutamente nemiche sono le prefigurazioni di economicismo e di “democrazia operaia” che pullulano in piena fase di potere borghese, democratico o autoritario non importa.

Eppure, partendo dalla lettura riduttiva e fuorviante della teoria marxista che, prendendo le mosse dalla struttura economica, interpreta gli antagonismi sociali e politici come il prodotto delle contraddizioni economiche di fondo tra nullatenenti e proprietari degli strumenti di produzione, queste deviazioni piccolo-borghesi attecchiscono nella fase di crisi generale del modo di produzione capitalistico: dopo le illusioni di prendere la scorciatoia per la conquista del potere politico a base di “potere operaio”, di “immaginazione al potere” e simili slogan, oggi è lo Stato borghese stesso a chiamare i proletari alla “partecipazione”, a condividere oneri e sacrifici, “necessari” per il superamento delle difficoltà.

Per questo i comunisti si trovano a ribadire i punti cardinali della dottrina marxista, che esclude tassativamente facili vie traverse che eludono la questione dello Stato, del suo abbattimento con la violenza di classe, la sua sostituzione con la dittatura proletaria sotto la guida del Partito Comunista.

Mai come nelle fasi di marasma economico e politico, quando la borghesia pretende di “pianificare” e di “programmare”, emerge la natura anarchica dell’economia capitalista; allora congeniali appaiono le formule anarcoidi e democratoidi di apportare “correttivi”, attraverso la collaborazione dei raggruppamenti politici, pseudo-partiti e partiti opportunisti, all’interno della logica del capitale.

I marxisti rivoluzionari hanno sempre respinto l’idea di attribuire alla “tirannide intrinseca del macchinismo e dell’industrialismo” le nequizie della società borghese, ne hanno anzi preso risolutamente atto per cogliere in esse la violenza dei reali rapporti sociali; per questo mai si sono confusi con formazioni politiche, anche richiamantesi al movimento operaio, che hanno creduto di apportare miglioramenti a questa tirannide sia con la semplice istintiva opposizione all’introduzione delle macchine (luddismo), sia proponendo “umanizzazioni” più o meno ambigue del lavoro di fabbrica:

     «L’autòmato meccanico d’una grande fabbrica è molto più tiranno di quanto lo siano i piccoli capitalisti che impiegano operai. Se l’uomo con la scienza e il genio inventivo sottomise le forze della natura, queste si vendicano su di lui sottomettendolo, nel mentre ch’egli le impiega, ad un vero dispotismo indipendente da ogni organizzazione sociale. Volere abolire l’autorità della grande industria – concludeva Engels – è voler abolire l’industria stessa, distruggere la filatura a vapore per ritornare alla conocchia».
Per questo, di fronte all’orgia di promesse anche recenti che hanno inneggiato ad “un nuovo modello di sviluppo”, ad un “nuovo modo di produrre in fabbrica”, a “isole produttive” più o meno felici, abbiamo sempre opposto la necessità e la durezza del nostro programma politico.

Stabilito quindi che è destinata al fallimento ogni pretesa di vincere ad un tempo anarchia e tirannide della produzione capitalistica attraverso l’aderenza piatta alle condizioni reali della vita economica, ai luoghi di lavoro ed ai problemi che contingentemente emergono, il partito comunista si è storicamente preoccupato di legare in un unico e organico piano politico la necessità di resistere e di opporsi alla pressione del capitale nella vita di tutti i giorni con compiti storici che travalicano le generazioni e le situazioni e si identificano nella lotta politica per il comunismo, attraverso l’individuazione di passaggi obbligati e ineludibili che vi portano, cioè la presa del potere politico, l’affermazione dello Stato proletario, l’esercizio della dittatura di classe fino al socialismo superiore.

Questi passaggi obbligati non sono il prodotto inventato dell’autoritarismo dei marxisti, come si sono sempre lamentati gli anarchici ed i democratici, ma necessità scritte in caratteri inequivocabili dalla esperienza del movimento operaio.

Come sarebbe illusorio vincere la tirannide del regime produttivo della grande industria attraverso il ritorno alla conocchia, così è tanto più illusorio teorizzare la transizione al socialismo attraverso la conocchia della democrazia proletaria, dell’adesione “democratica” al socialismo, attraverso la conta delle teste o la presa di coscienza individuale o di gruppo.

Ma come legare, nell’organizzazione della classe operaia, il doppio problema di resistere e contrattaccare di fronte alla pressione del regime di fabbrica e del regime politico borghese? Questo è il problema che si la Associazione Internazionale degli operai si pose fin dal Primo Congresso a Ginevra, nel 1866. Lenin scrisse:

     «Quando si costituì l’Associazione Internazionale dei Lavoratori venne sollevata la questione della importanza dei sindacati operai e della lotta economica. La risoluzione di quel congresso indicava esattamente l’importanza della lotta economica, mettendo in guardia i socialisti e gli operai, da una parte contro l’esagerazione (che si notava allora tra gli operai inglesi) e dall’altra contro la sottovalutazione (che si riscontrava tra i francesi e i tedeschi, specialmente tra i lassalliani) dell’importanza di questa lotta. La risoluzione riconosceva che i sindacati operai sono un fenomeno non solo normale, ma necessario in regime capitalistico; si sottolineava la loro grandissima importanza per l’organizzazione della classe operaia nella sua lotta quotidiana contro il capitale e per l’abolizione del lavoro salariato. Essa riconosceva che i sindacati operai non devono occuparsi esclusivamente della “lotta immediata contro il capitale” e tenersi lontani dal movimento politico e sociale generale della classe operaia; i loro scopi non devono essere ristretti, ma tendere all’emancipazione generale di milioni e milioni di lavoratori oppressi (...) Una lotta di classe unica deve necessariamente unire la lotta politica e la lotta economica, la socialdemocrazia internazionale ce l’ha ormai nel sangue».
Contro l’atteggiamento degli “economicisti”, niente affatto chiaro ed uniforme, Lenin sosteneva che: 1) il partito doveva certamente basare la sua attività, tra l’altro, sugli interessi economici immediati degli operai; 2) che quegli interessi costituivano la base assolutamente insufficiente per la politica del partito nel suo complesso:
     «Per il socialista la lotta economica serve come base per organizzare gli operai in un partito rivoluzionario, per unificare e sviluppare la loro lotta di classe contro tutto l’ordinamento capitalistico.
     «Se si concepisce invece la lotta economica come fine a se stessa, in essa non c’è nulla di socialista e l’esperienza di tutti i paesi europei ci mostra numerosi esempi di sindacati non solo socialisti, ma anche antisocialisti.
     «È compito del politico borghese quello di “contribuire” alla lotta economica del proletariato (questo era ciò che volevano gli “economicisti”); compito del socialista è di contribuire a fondere indissolubilmente la lotta economica e la lotta politica, sì da ottenere una lotta di classe unitaria delle masse operaie socialiste».
I rapporti reciproci tra organizzazioni economiche di classe e partito sono dunque nettamente chiari alla tradizione di sinistra del marxismo da sempre.

È compito specifico del partito di classe unificare il proletariato in vista della realizzazione del suo interesse collettivo e permanente: rovesciare il capitalismo e instaurare il socialismo. A questo obiettivo il partito deve subordinare gli interessi settoriali e transitori della classe operaia. È connaturale invece alle organizzazioni economiche la funzione di dedicare le proprie energie alla realizzazione di vantaggi settoriali e transitori.

L’altra nozione che il marxismo rivoluzionario non ha mai dimenticato di chiarire a se stesso e di ribadire in ogni occasione è quella di riconoscere che il rapporto tra partito e classe assume caratteristiche di discontinuità secondo il tenore e la tensione delle contraddizioni di fondo del regime borghese. In periodo di reazione o di lento sviluppo sociale il partito si può trovare in condizione di isolamento rispetto alla classe operaia. Ma nel processo della rivoluzione esso dovrà assumere la direzione effettiva delle più larghe masse del popolo lavoratore. Per questo il partito di classe si costituisce in una organizzazione distinta dalle organizzazioni economiche di vario genere, essendo suo compito primordiale quello di non cedere allo sconforto nelle condizioni sfavorevoli e di saper preservare nella sua funzione in vista dell’immancabile ripresa favorevole al movimento di classe.

Nel corso storico che va dalla Prima alla Seconda alla Terza Internazionale le correnti di sinistra del marxismo, certamente non in modo astratto ma nella lotta politica contro il regime borghese, sono culminate nella costituzione del partito unico e mondiale ed hanno concluso in modo inequivocabile e definitivo che il partito comunista governerà da solo e non abbandonerà il potere senza combattere materialmente. Questa dichiarazione coraggiosa di non credere all’inganno delle cifre (democrazia operaia e formule similari) e di non farne uso, aiuterà a lottare contro la degenerazione controrivoluzionaria.

Nello stesso tempo veniva acquistata la nozione secondo la quale:

     «I sindacati si svuoteranno della loro ragione d’essere nello stadio superiore del comunismo, non mercantile, non monetario, non uni-nazionale, stadio che vedrà d’altronde la morte dello Stato. Il partito come organizzazione di combattimento sarà necessario finché esisteranno nel mondo resti di capitalismo. Potrà, inoltre, aver sempre il compito di depositario e propulsore della dottrina sociale, visione generale dello sviluppo dei rapporti tra la società umana e la natura materiale».
Queste definizioni non sono il risultato di alcun tipo di apriorismo, ma il condensato teorico di esperienze brucianti ed appassionate che il partito ha fatto nel vivo della sua lotta per il socialismo.

Esempio emblematico ne è la grande opera del partito bolscevico prima e dopo la presa del potere in Russia. Il grande dibattito che si sviluppò nello Stato dei Soviet su tutti i temi che la presa del potere aveva posto ci offre un punto di riferimento che non si esaurisce nella contingenza di quella concorrenza di eventi, ma è valido dialetticamente per tutta un’epoca storica, fino all’affermazione del comunismo mondiale.

La pratica difficile della dittatura proletaria comportava non una semplice enunciazione dottrinaria delle nozioni fondamentali sui rapporti tra partito, Stato sovietico e classe nella lotta politica contro le forze nemiche della controrivoluzione russa e internazionale, ma l’applicazione corretta e tempestiva di tutte le misure, gli accorgimenti e le capacità per volgere gli eventi nella direzione favorevole al socialismo.

I bolscevichi, restauratori con Lenin di tutta la tradizione marxista, non erano certo nuovi alle tesi fondamentali sul rapporto tra il partito, lo Stato e la classe, eppure essi stessi, e con quale livello di intelligenza e stile interno di vita partitica, dovettero cimentarsi a viso aperto con la pratica, come sempre spinosa.

Il grande dibattito sui sindacati dimostrò come la teoria rivoluzionaria, potente e necessaria guidaper l’azione, può essere in ogni circostanza dispersa se non sono saldamente e vitalmente presenti alcune condizioni basilari: 1) un partito forte e disciplinato; 2) una direzione organica ferma sulle basi di principio e di tattica; 3) un tenore di regole interne fondate sull’adesione senza riserve alla causa comunista, che nessun rispetto formalistico di statuti può salvaguardare né provocare.

Anche nel grande dibattito sulla funzione dei sindacati in rapporto ai compiti dello Stato dei Soviet, alla produzione, alla grande impresa del gettare le basi del socialismo non mancarono attriti e franche lavate di capo, ma mai furono l’occasione per interventi di esclusione o manifestazioni di terrorismo ideologico.

A dimostrazione che, nella pratica della lotta di classe, i problemi che il partito ha affrontato nella sua storia non si ripetono mai in modo piatto e meccanico, sta tutta la grande opera di chiarificazione e di restaurazione svolta da Lenin e compagni fin dai primi del Novecento. Non è sufficiente sapere - e già non è poca cosa, in un’epoca storica come la nostra, dopo il buio di oltre 50 anni di controrivoluzione - che non è da confondere l’organizzazione politica del proletariato con altre organizzazioni sue proprie, di diverso tenore e contenuto: il problema è sapere riconoscere nella lotta concreta, nelle condizioni reali di questa lotta stessa, le forze in campo, la loro natura, la loro dinamica.

Le discontinuità proprie del modo di produzione capitalistico comportano un diverso modo di presentarsi delle forze sociali, dei loro rapporti reciproci, del loro antagonismo e portata delle loro contraddizioni. Ma la diversità delle opposizioni storiche e delle aree geopolitiche non può mettere in discussione la gerarchia e l’autorità delle distinte organizzazioni della classe:

     «La socialdemocrazia rivoluzionaria ha sempre compreso e continua a comprendere nella propria azione la lotta per le riforme, ma approfitta della agitazione “economica” non soltanto per presentare al governo rivendicazioni di ogni genere, ma anche (e innanzi tutto) per rivendicare la soppressione del regime autocratico (...) Insomma essa subordina la lotta per le riforme alla lotta rivoluzionaria per la libertà e il socialismo, come la parte è subordinata al tutto» (Lenin).
Questa “subordinazione”, traduzione nella pratica dei corretti princìpi, pur non essendo mai agevole, ed avendo anzi comportato diversità di interpretazione e obiettive difficoltà di applicazione, non ha mai impedito ai comunisti di ribadire l’ordine tra le diverse organizzazioni operaie. Una risoluzione del comitato centrale bolscevico, approvata poco prima della Rivoluzione d’Ottobre, fissava il seguente schema per il “controllo operaio”, da non assimilarsi mai ai “comitati misti di produzione” inglesi:
     «Per realizzare questo controllo è necessario:
     «1) che in tutte le maggiori aziende sia garantita agli operai una maggioranza non inferiore ai ¾ di tutti i voti. È tuttavia obbligatorio far partecipare al controllo gli industriali che non hanno abbandonato l’attività e i quadri tecnici e scientifici;
     «2) che i comitati di fabbrica, i consigli centrali e locali dei delegati degli operai, contadini e soldati, e i sindacati ottengano il diritto di partecipare al controllo di tutti i registri contabili, siano loro accessibili i conti bancari e sia loro obbligatoriamente fornita tutta la documentazione;
     «3) che i rappresentanti di tutti i principali partiti democratici e socialisti abbiano gli stessi diritti».
Nel campo economico dunque la piramide, partendo dal basso, è questa: comitato di fabbrica, nel quale si costituisce la frazione comunista, sindacati, soviet, partito.

Alcune settimane dopo l’insurrezione i Comitati di fabbrica fecero il tentativo di dar vita ad una propria organizzazione nazionale che assicurasse loro virtualmente la dittatura sull’economia. I bolscevichi fecero appello ai Sindacati perché rendessero un servizio al nascente Stato sovietico e sottomettessero alla loro disciplina i Comitati di fabbrica. I Sindacati intervennero con fermezza contro i tentativi dei Comitati di fabbrica chiedendo la loro totale subordinazione. Il problema era impedire azioni locali o non coordinate a scala nazionale.

Evidenti erano tra i bolscevichi e le correnti anarchiche i diversi modi di intendere la funzione dei comitati di fabbrica e dei sindacati. I primi si preoccupavano costantemente di legare le azioni locali in una organizzazione generale, i secondi, come sempre nella loro storia, temevano lo snaturamento delle esperienze di lotta locali quando sottomesse ad organizzazioni “burocratiche” o generali. Un oratore anarchico intervenendo alla Prima Conferenza pan-russa dei Comitati di Fabbrica nel gennaio 1918 sostenne:

     «I sindacati vogliono divorare i comitati di fabbrica. Non esiste malcontento popolare verso i comitati di fabbrica, esiste malcontento verso i sindacati. Il comitato di fabbrica è più vicino a loro. Gli anarchici pensano che essi debbono svilupparsi e costituire le cellule della futura società. Saranno essi, e non lo Stato, ad amministrare».
Ma il problema che doveva essere impostato e dibattuto al Primo Congresso dei Sindacati consisteva in questo: se i sindacati si dovessero sottomettere al governo sovietico oppure restare organi indipendenti della lotta economica di classe.

La risposta del comunista Tomskj fu questa:

     «Già prima della rivoluzione d’Ottobre la situazione generale dell’industria aveva costretto i sindacati a rinunciare all’azione di sciopero (...) Ora che il proletariato ha assunto la guida politica ed economica del paese e allontanato la borghesia dalla gestione dell’industria, la lotta dei lavoratori per il miglioramento delle loro condizioni deve naturalmente assumere nuove forme, le forme di un’azione organizzata attraverso i sindacati e attraverso altri strumenti d’intervento nella politica economica della classe operaia nel suo insieme. Gli interessi settoriali di gruppi di lavoro devono essere subordinati agli interessi dell’intera classe».
I menscevichi sostennero l’indipendenza dei sindacati; così la espose Mojskj:
     «Sebbene altre opinioni siano oggi diffuse tra molti lavoratori, noi pensiamo ancora che la nostra rivoluzione rimane, come usavamo dire, una rivoluzione borghese, ed i sindacati debbono di conseguenza continuare ad adempiere i loro normali compiti (...) Io credo che il capitalismo sfortunatamente si riaffermerà molto presto in tutta la sua potenza. Penso perciò che se il capitalismo resta integro, i compiti che spettano ai sindacati sotto il capitalismo restano parimenti in vigore».
È evidente che la diversità di giudizio tra i bolscevichi e i menscevichi sulla questione dei sindacati partiva da un presupposto politico: che tipo di rivoluzione era stata compiuta, di fronte a quale potere siamo, che tipo di Stato era quello sovietico? Da ciò emerge ancora una volta la giusta posizione comunista, secondo la quale in mancanza dalla capacità dell’organo partito di interpretare le questioni generali è senza senso ogni giudizio sulle questioni particolari.

Sappiamo come il pessimismo dei menscevichi sul potere sovietico e il loro meccanicismo nel valutare gli eventi sono stati presi in prestito dall’opportunismo odierno per considerare l’azione dei bolscevichi forzature velleitarie e destinate al fallimento. Le conclusioni più o meno ambigue sulla natura dell’attuale realtà russa, la negazione dell’esistenza del socialismo, non ha niente a che fare con l’analisi del nostro partito di quella complessa dialettica storica.

Ma indirettamente mette in rilievo la nostra tesi di sempre: anche gli avversari del socialismo non possono pretendere di dare giudizi politici particolari senza affermare la superiorità della teoria. Gli stessi anarchici che, oggi come sempre, si ergono a difensori della base operaia, della gestione diretta delle lotte e della democrazia proletaria contro i vertici sindacali o partitici, non possono giustificare i loro giudizi se non partendo dalla loro angusta teoria politica, individualistica ed incapace di riconoscere né la natura dell’autoritarismo di fabbrica, né dell’autoritarismo sociale.

Dunque i bolscevichi, partendo dalla necessità generale dell’affermazione della dittatura proletaria, non avevano dubbi: i sindacati dovevano essere subordinati al governo sovietico in quanto erano essi stessi parte attiva dell’amministrazione. Zinoviev, a nome del partito, pose al Congresso questa precisa domanda:

     «Vi chiedo, perché e da chi volete la indipendenza? Dal nostro governo? I sindacati hanno già emanato decreti di requisizione e su una quantità di altre materie di primaria importanza, decreti che sono emanati soltanto da una amministrazione statale».
È interesse precipuo del partito attenersi alla esperienza storica concreta di sviluppo del capitalismo nelle diverse aree geografiche e politiche: in particolare la lezione del potere bolscevico in Russia, dall’unica nostra esperienza concreta di misure prese da un potere statale proletario dopo la vittoria. Questo non significa che siano patrimonio significativo del partito mondiale della rivoluzione solo le positive vittorie, si tratta di riconoscere che finalmente siamo di fronte ad azioni ed interventi non soltanto teoricamente previsti, ma alla prova sperimentale, in cui il programma comunista si misura con le forze esterne alla classe, con il grado di sviluppo e con la maturità delle forze proprie della classe.

In linea molto generale noi sosteniamo che il partito rivoluzionario nell’azione economica riconosce che si possono avere, storicamente,

     «le congiunture più svariate nel modificarsi, dissolversi, ricostituirsi di associazioni a tipo sindacale, di tutte quelle associazioni che ci si presentano nei vari paesi, sia collegate alle organizzazioni tradizionali che dichiaravano fondarsi sul metodo della lotta di classe, sia più o meno collegate ai più diversi metodi e indirizzi sociali anche conservatori» (Partito rivoluzionario e azione economica).
Questo significa che nel corso dello sviluppo della lotta di classe le vicende delle organizzazioni di classe a contenuto economico sono state alterne e complesse: l’unico organo che il comunismo rivoluzionario e la Sinistra Comunista hanno rivendicato come non autorizzato ad adottare princìpi e dottrina a seconda delle circostanze e delle contingenze più disparate è il partito.

Le organizzazioni di classe a contenuto economico hanno storicamente rappresentato le diverse forme attraverso le quali il lavoro salariato è stato in grado di opporsi alla pressione del capitale. Nell’analisi di queste concrete forme organizzate è necessario riconoscere i materiali rapporti di forza che si sono determinati nelle diverse congiunture storiche. Le forme di resistenza economica che il proletariato industriale moderno ha opposto al potere politico ed economico borghese risentono soltanto in un secondo tempo dell’impulso del partito di classe: all’inizio sono il prodotto della tendenza istintiva del lavoro salariato ad organizzarsi contro il nemico di classe, che all’inizio impediva in nome delle libertà individuali ogni forma di associazione operaia (legge Dallarde e Le Chapelier durante la rivoluzione francese ad esempio).

Questo dimostra, come noi sosteniamo da sempre, che il partito di classe non nasce dalle organizzazioni economiche del proletariato, ma parallelamente ed all’esterno di esse; ciò comporta la immodificabile nozione secondo la quale, non identificandosi mai il partito con le organizzazioni economiche di classe, non sottostà mai alle iniziative e al movimento di esse, ma si sforza di intervenire attivamente in esse per orientarle, influenzarle e dirigerle, mai per seguirle, nemmeno quando si può avere l’impressione che la classe “per sé” stia realizzando direttamente i suoi compiti.

La difficile esperienza della dittatura proletaria in Russia è stato il primo esempio storico durante il quale i reciproci rapporti tra partito e classe, oltre che naturalmente tra partito e nemici del potere sovietico, si misurarono concretamente sotto l’azione e la guida dispotica del partito rivoluzionario.

Le forme concrete che si confrontavano e che si realizzarono per tradurre in pratica il potere sovietico e i rapporti tra sindacati, soviet e partito non furono di facile e semplice individuazione. Il modulo di questi rapporti non poté essere sciolto che dal partito che, senza la pretesa, specialmente in Lenin, di considerare agevole ciò che è difficile, pote venire a capo dei problemi solo nella riaffermazione delle prospettive del partito e della sua funzione primaria di guidare, definire e risolvere le questioni. Non fu nelle schematiche contrapposizioni o nelle tesi preconcette su sindacati-soviet-partito che il partito riuscì ad affrontare i suoi compiti storici, ma nel riconoscere che, di fronte alla durezza della pratica, solo il provare e riprovare, se necessario mille volte, poteva comportare l’individuazione del giusto modo di affrontare i conflitti e le difficoltà obiettive.

Non era un generico sperimentalismo, sotto la vigorosa guida del partito. Per guida del partito intendiamo l’adesione totale e incondizionata al principio secondo il quale i rivoluzionari di professione non si confondono con interessi di diverse classi, nemmeno con interessi di particolari strati della classe, e per questo non sono portatori di punti di vista politicamente divergenti; il dibattito che si sviluppa sui effettivi problemi non può poggiare sulla lotta politica all’interno delpartito, e la tribuna per esprimere il proprio contributo di scienza e di azione non si conquista con colpi di mano o con forzature degli statuti, ma con l’autorità dell’impegno e della dottrina comune.

Abbiamo dovuto soffermarci su questi problemi generali, abbandonando per un poco la presentazione degli eventi e delle scelte fondamentali dopo la presa del potere in Russia, poiché generalmente la teorica opportunistico-socialdemocratica e poi staliniana ancora oggi si richiamano ai difficili problemi e rapporti che si determinarono tra sindacati, soviet e partito per sostenere la relatività e il soggettivismo, per inneggiare magari al “genio” di Lenin, ma in tutt’altra direzione da quella che noi abbiamo sempre sostenuto, per prostrarsi in adorazione nei confronti della capacità manovriera e machiavellica del primo dei bolscevichi, piuttosto che per riconoscere la sua indefettibile adesione ai princìpi fondamentali del comunismo.

Ci riferiamo ai grandi temi della “statizzazione” o meno dei sindacati, alla militarizzazione o meno del lavoro operaio, alle funzioni da assegnare alle organizzazioni sindacali nell’ambito dello Stato sovietico, grandi temi che comportarono anche asprezze e coraggio di grandi scelte, che dimostrarono tutto l’opposto dello spirito di “democrazia” e di generica libertà d’opinione, come pretendono i democratici dei nostri tempi, così pure tutto l’opposto dello spirito di sopraffazione e di dispotismo a buon mercato, come sostengono i negatori dell’autorità del partito e del programma storico della rivoluzione.
     1. In questa prima fase del potere sovietico, la tesi ufficiale bolscevica era quella che i sindacati dovevano essere subordinati al governo in quanto erano essi stessi parte attiva dell’amministrazione.
     2. Ma questo doveva significare che i sindacati dovevano essere assorbiti dall’amministrazione, che dovevano essere “statizzati”?
     3. I soviet pretendevano che i sindacati si sottoponessero ai loro ordini.
     4. Il consiglio centrale pan-russo dei sindacati contestava questa pretesa e imponeva alle sue sezioni di non sottomettersi ai soviet e di non permettere loro di interferire nella direzione della lotta economica.
     5. Lozovskj replicava alle tesi di Zinoviev sui sindacati “come organi del partito governativo”:

     «I sindacati ci rimetterebbero molto (...) che senso può avere per essi divenire “organi del potere statale”? Ciò avrebbe significherebbe che le decisioni dei sindacati sarebbero realizzate su un piano coercitivo (...) essi perderebbero i loro legami con l’attività delle masse operaie».
La coercizione – continuava Lozovskj – avrebbe preso il posto della solidarietà spontanea di classe. Nel socialismo compiuto la statizzazione sarebbe giustificata, ma la Russia - economicamente ancora del tutto capitalistica - sarebbe diventata socialista soltanto dopo che la rivoluzione si fosse affermata in occidente, e fino ad allora i sindacati non potevano permettersi di essere assorbiti dallo Stato.

La risoluzione del Congresso rifletteva questo contrasto di valutazione, ma respingeva la neutralità politica dei sindacati come “concetto borghese”, perché:

«non c’è e non può esserci neutralità tra il socialismo rivoluzionario ed i suoi nemici».
I sindacati si impegnavano a sostenere il governo su tutti i problemi fondamentali:
«Il centro di gravità del lavoro sindacale deve ora spostarsi alla sfera della organizzazione economica (...) I sindacati dovrebbero assumersi il compito principale nella organizzazione della produzione e nella riattivazione delle sconvolte forze produttive del paese. I loro compiti più urgenti consistono nella partecipazione dinamica a tutti gli organismi centrali che hanno il compito di regolare la produzione, nella organizzazione del controllo operaio, nel reperimento e ridistribuzione della forza lavoro, nella organizzazione dello scambio tra città e campagna, nella più attiva partecipazione alla conversione dell’industria, nella lotta contro il sabotaggio e nell’imporre gli obblighi generali in tema di lavoro e così via».
I bolscevichi ed i comunisti rivoluzionari degli altri paesi, in particolare la Sinistra Comunista, non si nascondevano le difficoltà nella ricerca della pratica attuazione della dittatura proletaria, che allora si esprimeva anche nell’asprezza del dibattito per la definizione della giusta collaborazione dei sindacati alla vita dello Stato proletario.

Per il momento emerse una netta linea di demarcazione nei confronti di ogni forza politica estranea al partito: “non può esserci neutralità tra il socialismo rivoluzionario ed i suoi nemici”. Anche quando il dibattito sulla funzione dei sindacati si farà più caldo e decisivo, in particolare a proposito delle reazioni suscitate dall’opuscolo di Trotzki dal titolo Funzioni e compiti dei sindacati, all’interno del partito non fu più messo in discussione quel principio, ma i modi pratici della sua attuazione.

Chi allora, menscevichi in particolare, ma anche anarchici e socialisti rivoluzionari, volle speculare sui contrasti interni al partito bolscevico, e chi oggi si rifà a quelle appassionate contrapposizioni per sostenere il principio della neutralità o autonomia dei sindacati da qualsiasi Stato, sia esso borghese o proletario, sa di attaccarsi ad espedienti, poiché nell’imperialismo, epoca storica di scontro di organizzazioni sempre più complesse, è illusorio, oltre che elusivo, non rispondere sinceramente e spietatamente al quesito: con chi stanno le organizzazioni dei lavoratori, con o contro lo Stato borghese, con o contro lo Stato proletario?

È indispensabile ricordare questo aspetto fondamentale del problema, poiché la pratica attuazione del principio secondo il quale le organizzazioni operaie nell’epoca imperialistica non possono illudersi di chiudersi in una presunta neutralità professionale o corporativa, è diversa e comporta diverse soluzioni a seconda del grado di sviluppo delle forze produttive, del grado di separazione tra i detentori degli strumenti di produzione e i proletari nullatenenti.

Abbiamo scritto nel nostro testo fondamentale Partito rivoluzionario e Azione economica:

«[Nell’epoca più recente] queste radicali modificazioni del rapporto sindacale ovviamente non risalgono solo alla strategia politica delle classi in contrasto e dei loro partiti e governi, ma sono anche in rapporto profondo al mutato carattere della relazione economica che passa fra datore di lavoro e operaio salariato. Nelle prime lotte sindacali, con cui i lavoratori cercavano di opporre al monopolio dei mezzi di produzione quello della forza di lavoro, l’asprezza del contrasto derivava dal fatto che il proletariato, spogliato da tempo di ogni riserva di consumo, non aveva assolutamente altra risorsa che il quotidiano salario, ed ogni lotta contingente lo conduceva ad un conflitto per la vita e per la morte. È indubitabile che mentre la teoria marxista della crescente miseria si conferma per il continuo aumento numerico dei puri proletari e per l’incalzante espropriazione delle ultime riserve di strati sociali proletari e medi, centuplicata da guerre, distruzioni, inflazione monetaria, ecc., e mentre in molti paesi raggiunge cifre enormi la disoccupazione e lo stesso massacro dei proletari, laddove la produzione industriale fiorisce, per gli operai occupati tutta la gamma delle misure riformiste di assistenza e previdenza per il salariato crea un nuovo tipo di riserva economica che rappresenta una piccola garanzia patrimoniale da perdere, in certo senso analoga a quella dell’artigiano e del piccolo contadino; il salariato ha dunque qualche cosa da rischiare, e questo (fenomeno d’altra parte già visto da Marx, Engels e Lenin per le cosiddette aristocrazie operaie) lo rende esitante ed anche opportunista al momento della lotta sindacale e peggio dello sciopero e della rivolta».
Soltanto il partito, che vede i rapporti tra le classi alla scala mondiale, e individua nella lotta tra gli Stati e le nazioni il sottostante antagonismo sociale tra proprietari e salariati, è in grado di proclamare che il teorema della miseria crescente in senso relativo è confermato, contro tutti i partiti opportunisti che a parole professano “l’internazionalismo proletario” ma che in sostanza sono ormai complessivamente chiusi nella logica degli interessi nazionali e affermano il fallimento della teoria marxista in nome delle insospettabili e praticamente “infinite” risorse del capitale.

Ormai è chiaro anche ad essi che le riserve, attraverso le quali nei paesi metropolitani è stata castrata la lotta di classe e sono state conquistate alla fedeltà alla patria le aristocrazie operaie, stanno miseramente scemando: di qui la spietata politica antioperaia che mira a mettere frange della classe in contrasto con altre, la pratica del corporativismo e della concorrenza che impedisce l’effettiva unità sindacale.

Tornando all’esperienza della dittatura sovietica, esclusa la possibilità della neutralità delle organizzazioni sindacali, si trattava di ribadire, come faceva Lozovskj, che la statizzazione sarebbe giustificata nel socialismo compiuto, quando la Russia fosse diventata socialista, solo dopo l’affermazione della rivoluzione in occidente. Ma era tuttavia necessario che la classe operaia, sotto la guida del partito, non si considerasse neutrale in questa fase di transizione, che non si estraniasse dalla lotta per gettare le fondamenta del socialismo in Russia.

La grande dialettica di Lenin avrà ragione della passione e del rigore schematico di Trotzki, ricordando come lo Stato sovietico non è completamente operaio, ma operaio e contadino, comportando questo giudizio squisitamente politico una grande determinazione, ma anche una grande cautela nello stabilire le forme di integrazione dei sindacati nella nuova amministrazione.

Per questo al Primo Congresso dei sindacati la loro statizzazione fu presentata in termini generici e condizionali: i sindacati avrebbero dovuto diventare, nel processo della rivoluzione socialista in corso, organi di potere socialista e perciò lavorare in modo coordinato e subordinato agli altri organismi, allo scopo di realizzare nei fatti i nuovi princìpi.

Il Congresso era convinto che per effetto del processo previsto i sindacati si sarebbero trasformati inevitabilmente in organi dello Stato socialista e che per coloro che lavoravano nell’industria la partecipazione ai sindacati fosse un dovere verso lo Stato.

Questo in relazione alle questioni generali. Per quanto riguardava la pratica delle organizzazioni sindacali, cioè il ricorso alla lotta e allo sciopero, una mozione presentata da Tsyperovic, autorevole sindacalista bolscevico, che dava al quesito una risposta affermativa, fu respinta.

In realtà c’è da dire che le funzioni di Stato, come le definì Lenin, attribuite ai sindacati con un decreto del dicembre 1917, consistevano nella gestione di tutti i programmi di assicurazione sociale, e spesso si assisteva alla sovrapposizione tra il Commissariato al Lavoro e i sindacati.

Sebbene la natura dello Stato operaio-contadino non potesse escludere conflitti di interessi tra gli associati alle organizzazioni operaie e le altre forze sociali, nemmeno, pur nella cautela e nella grande capacità dialettica di affrontare la questione, era possibile teorizzare che la funzione primaria del sindacato continuasse ad essere quella tradizionale.

Lo sforzo del partito comunista per influenzare la classe con la giusta politica è un problema costante, ma diventa insolubile quando si sono perdute le nozioni essenziali. L’opera dello Stato sovietico è emblematica a questo riguardo e rimane l’unica esperienza reale di dittatura proletaria che non si limita a esatte impostazioni teoriche, ma si misura nella pratica lotta contro le classi nemiche, avendo nelle proprie mani le leve del potere in forma dispotica.

La borghesia, durante il lungo periodo che intercorre dalla Comune di Parigi del 1871 al 1917, aveva compreso che era inevitabile il porsi della “questione sociale” e appunto per scongiurare la situazione rivoluzionaria in quasi tutti i paesi europei tollerò e legalizzò i sindacati operai, riconoscendo la loro azione e le loro rivendicazioni. Durante questo periodo il lavoro nei sindacati fu elemento principalissimo per la formazione di forti partiti socialisti operai e fu palese che questi potevano determinare grandi movimenti soprattutto col maneggio delle leve sindacali. Il crollo della Seconda Internazionale dimostrò che la borghesia si era procurata influenze decisive su una gran parte della classe operaia attraverso i suoi rapporti e compromessi con i capi sindacali e parlamentari, i quali quasi dappertutto dominavano l’apparato dei partiti.

La peculiare realtà russa, che non conosceva alla stessa maniera occidentale la fitta rete di organizzazioni economiche e sindacali, non per questo può essere considerata estranea alle contraddizioni che angustiano lo sviluppo dell’imperialismo. Nella particolare esperienza che vedeva i bolscevichi battersi nella doppia rivoluzione contro lo zarismo e contro la borghesia nazionale, sicuramente rifulse e si affermò il primato del partito e della lotta cospirativa e insurrezionale con una evidenza ed una necessità ignota ai partiti occidentali. Ma questo non significa affatto, come si tende a sostenere nel campo opportunista, che i comunisti rivoluzionari non si occupassero e non ottenessero il consenso delle masse, degli operai organizzati delle grandi città, da Pietroburgo a Mosca, alla sterminata massa di salariati e contadini senza partito e senza organizzazione economica.

Le aspre difficoltà cui andarono incontro i comunisti russi nel trovare il giusto atteggiamento dopo la presa del potere nei confronti della classe operaia, delle sue organizzazioni e delle grandi masse di sfruttati, provocò discussioni sul modo di intendere la funzione dei sindacati e dei soviet nella struttura del potere sovietico, e non furono certo mere esercitazioni accademiche.

Mai fu messa in discussione la funzione di organo dirigente del partito, per la sua specifica funzione e natura, e questo costituì allora e costituisce per noi oggi un patrimonio di dottrina sul quale non si torna sopra.

Riconosciuto che non era possibile che i sindacati in regime sovietico potessero pretendere totale indipendenza dallo Stato e dal governo, restava da approfondire in quali forme concrete la classe operaia ed il lavoro umano in generale dovessero svolgere l’enorme opera che comporta il gettar le basi del socialismo.

Come abbiamo detto, in questa fase immediatamente successiva alla presa del potere politico la tesi ufficiale bolscevica era che i sindacati dovevano essere subordinati al governo in quanto parte attiva dell’amministrazione. Questo doveva significare statizzazione? In che modo un organismo che contava tre milioni di iscritti poteva essere integrato nella macchina statale? I soviet pretendevano che i sindacati si sottoponessero ai loro ordini. Il Consiglio Centrale pan-russo dei sindacati lo contestava e non permetteva che le sezioni dei soviet interferissero nella direzione della lotta economica.

Erano problemi scottanti da risolvere, in una situazione politica generale delicatissima, quale è quella delle prime prove del potere sovietico, nel fuoco della guerra contro le armate controrivoluzionarie, quando i rapporti tra le classi sono ancora roventi, dal momento che l’instaurazione dello Stato proletario non comporta ipso facto l’eliminazione dei duri contrasti il cui tenore deve essere misurato alla scala generale internazionale.

I soviet erano, realizzavano, il potere sovietico territoriale, che faceva capo al potere centrale e centralizzato. La stessa questione aritmetica della assegnazione dei seggi nel Comitato Centrale dei Soviet, massimo organo legislativo ed esecutivo, provocò discussioni. I comunisti non fanno della democrazia un feticcio, ma la rappresentatività o meno nei soviet delle forze sindacali non è una semplice questione di numeri, è un problema di forze, appunto.

Lozovskj lamentò che per mancanza di quadri il Consiglio Centrale dei Sindacati si trovava spesso nella condizione di non potere accettare l’invito a coprire quei seggi.

Ma sostenne che i sindacati ci avrebbero rimesso molto a divenire “organi del potere governativo”. In ogni caso tutt’altra cosa delle attuali preoccupazioni e vergogne a proposito di “autonomia del sindacato”, in versione opportunistica-socialdemocratica, da tutti invocata a sostanziale difesa dell’economia nazionale, o di “sindacato libero”, tipo situazione polacca, ambigue formule che mascherano l’incapacità e il rifiuto di definire la natura di classe dello Stato e che candidano il movimento operaio ad assumersi il peso dell’economia in crisi.

L’opera del governo dei soviet escludeva ogni passività di fronte al quadro economico determinatosi dopo la presa del potere e nel vivo della lotta politica e militare contro i nemici di classe: la riattivazione del processo produttivo doveva tenere presente il quadro generale della rivoluzione a livello mondiale. Il compito veramente internazionalista consiste da parte di ogni movimento operaio nazionale nel combattere senza esclusione di colpi il proprio nemico interno: non saranno i proletari dell’Europa occidentale a combattere i nemici interni dei bolscevichi, sarà l’unità dei proletari di tutti i paesi a facilitare in ogni congiuntura nazionale la pratica solidarietà con gli operai di tutto il mondo. La favola opportunistica della impossibilità di “esportare la rivoluzione” è un escamotage di chi nega la lotta senza quartiere della classe operaia anche contro il proprio Stato. In realtà l’obbiettivo unico della lotta e il suo sbocco naturale è la rivoluzione mondiale.

La risoluzione del Primo Congresso pan-russo dei Sindacati respingeva quindi la neutralità politica dei sindacati e li impegnava a sostenere il governo su tutti i problemi fondamentali.

A proposito della questione della statizzazione si sosteneva:

«Quando siano sviluppati i sindacati dovrebbero, nel processo della rivoluzione socialista in corso, diventare organi di potere socialista e perciò lavorare in modo coordinato e subordinato agli altri organismi allo scopo di realizzare nei fatti i nuovi princìpi».
Una chiara lezione ai sostenitori attuali della politica al primo posto, non solo dell’area opportunistica classica ma della presunta “area internazionalista” e “rivoluzionaria”, che considera la lotta e la necessità dell’organizzazione della lotta economica come una questione di bassa cucina, indegna dei grandi destini che incombono sui rivoluzionari formato 1980. I bolscevichi, addirittura dopo la presa del potere, non si illusero di affrontare le questioni politiche essenziali fuori dei reali rapporti fra le classi, né di estinguere le grandi e pesanti eredità del dominio autocratico e borghese-capitalistico con semplici decreti. Con la presa del potere politico, secondo la nostra concezione, inizia il vero periodo delle grandi riforme che portano al socialismo e al comunismo.

Per questo, contro le speculazioni degli avversari, le incertezze e le difficoltà obbiettive nella giusta effettuazione dei rapporti tra partito, Stato sovietico e organizzazioni dei lavoratori, senza pretendere di averli risolti a priori, richiesero un alto lavoro di ricerca teorico-pratica in applicazione dei nostri schemi e principi fondamentali.

L’opportunismo socialdemocratico rinfaccia al comunismo rivoluzionario la cosiddetta “sindrome di Kronstadt”, cioè la paura della “democrazia operaia”, che avrebbe portato alla deviazione del burocratismo e dello stalinismo. Tutt’altro: la documentazione storica di quella ampia ricerca della giusta politica nei rapporti tra partito e classe dopo la presa del potere stanno a dimostrare la saldezza dei princìpi e la grande intelligenza dello Stato proletario nel mantenere ferma la rotta verso il comunismo.

La distruzione delle forze produttive determinata dalla guerra imperialistica e dalla guerra di classe imponeva le misure prese dallo Stato proletario per risollevare l’economia in qualche modo, e la coscienza del partito di dover gettare le basi del socialismo si traduceva in piani di ripresa economica che non potranno essere la chiave immediata per il passaggio al socialismo.

Questa la valutazione realistica delle forze sociali presenti allora in Russia, nel magistrale schema di Lenin suddivise in ben cinque scalini: 1. l’economia patriarcale, cioè in parte considerevole economia naturale; 2. la piccola produzione mercantile; 3. il capitalismo privato; 4. il capitalismo di Stato; 5 il socialismo. Le condizioni dell’economia e della società russa presentavano quindi una eccezionale varietà di contraddizioni, tanto che, se “facile” fu la presa del potere, estremamente difficile era nel preventivo della teoria marxista il mantenimento e l’opera dello Stato per il socialismo.

I bolscevichi, dopo la lezione della Comune di Parigi, avevano ben presente la necessità della distruzione completa della macchina statale autocratico-borghese del vecchio Stato russo e dovevano mettere mano all’approntamento, per la prima volta nella storia, di una nuova macchina statale, proletaria, impresa con molti rischi e molte incognite. Di qui i problemi politici e tecnici delle competenze e del migliore modo di dare vita ad organi statali efficienti, capaci di evitare le sovrapposizioni e i conflitti, gli sprechi di energie ed i punti morti.

Col decreto del dicembre 1917, ad esempio, che investì i sindacati della gestione di tutti i programmi di assicurazione sociale, si pose il problema di evitare sovrapposizioni col Commissariato al Lavoro: infatti in un secondo tempo queste questioni passarono al Commissariato stesso. Smidt, capo del Commissariato, nominato su proposta dei sindacati, era egli stesso sindacalista.

La giusta misura del rapporto fra gli intersecantisi piani verticali ed orizzontali poteva essere suggerita solo dalla prova pratica. I sindacati formarono delle “commissioni generali di controllo” per esercitare la supervisione diretta e indiretta sull’industria, attraverso delle commissioni locali elette dai lavoratori nei luoghi di lavoro. Il criterio del governo centralizzato dell’economia non escludeva affatto il controllo locale da parte degli organismi che agivano sulle singole industrie: nello Stato sovietico, se la democrazia non è un feticcio, non lo è neppure la gerarchia, che svolge la funzione della riconduzione all’unità e all’armonia i varie provvedimenti presi nei diversi campi della vita sociale.

Nella guerra civile le “funzioni di Stato” dei sindacati si allargarono. C’è da tener presente che la schematizzazione per tappe dell’azione dello Stato proletario del tipo 1. insurrezione, 2. guerra civile, 3. NEP e simili, ha un valore solo interpretativo ed esclude che le singole fasi siano da considerare astratte dal processo complessivo della rivoluzione comunista. La guerra civile non è una fase estranea ai compiti dello Stato sovietico e alle previsioni della teoria marxista: al contrario le funzioni dei vari organi dello Stato proletario fanno la loro prova cardinale proprio in questo sforzo enorme che è militare e politico, organizzativo e amministrativo, economico e sociale. Come ogni Stato in guerra anche quello sovietico doveva far ricorso a tutte le energie mobilitabili, chiedere il coraggio e l’eroismo dei lavoratori per il cui appoggio e per i cui interessi aveva avuto successo l’insurrezione contro il precedente regime.

Il Secondo Congresso approvò le misure attraverso cui i sindacati erano diventati uffici di reclutamento militare, servizi di rifornimento, organi disciplinari ecc. Tomskj non ebbe esitazione nell’affermare:

«In questo momento, in cui i sindacati determinano i salari e le condizioni di lavoro, in cui dal nostro congresso dipende anche la nomina del Commissario al Lavoro, non possono aversi scioperi nella Russia sovietica».
Lo stesso Lenin parlò di inevitabile statizzazione dei sindacati annunciando la costituzione di un Consiglio Superiore dell’economia nazionale, soprattutto sotto l’impulso dei sindacati, per dirigere l’intera economia della Repubblica dei Soviet:
     «Non basta limitarci a proclamare la dittatura del proletariato (...) La fusione [dei sindacati] con gli organi dello Stato è inevitabile, il trasferimento dell’intera edificazione della grande produzione nelle loro mani è inevitabile».
Bisognava evitare però di effettuarla «in un sol colpo». Non gli sfuggiva sia che lo Stato proletario doveva ancora essere organizzato, ed in questo momento eravamo nella fase dell’approntamento della macchina statale sovietica, sia che lo Stato proletario è destinato ad estinguersi. Dunque la natura dello Stato proletario è quello di essere aperto, non chiuso, come lo Stato di classe della borghesia. Per questo i sindacati non possono essere solo gli organi che disciplinano il lavoro, con gli ordini e la gerarchia, ma che conducono le masse lavoratrici all’arte dell’amministrazione, fino a che qualsiasi operaio, “qualsiasi cuoca”, sappia governare in modo da eliminare la necessità di un apparato speciale di burocrati.

Nel frattempo le necessità della riorganizzazione dell’economia ponevano inevitabili questioni di efficacia e di competenze, specie nel rapporto tra sindacati, Consiglio Superiore dell’economia nazionale e Commissariato al Lavoro. Mentre il Consiglio Superiore riteneva giustamente che i sindacati dovessero essere i coadiutori e collaboratori, molti sindacalisti pensavano che l’effettiva direzione dell’industria fosse una prerogativa del sindacato.

In realtà anche lo Stato sovietico, essendo una macchina, non può rinunciare al principio secondo il quale al centro delle decisioni deve esserci una visione generale dell’economia (di qui il Consiglio Superiore nazionale), capace di curare l’integrazione più completa e organica possibile del lavoro sociale.

Ma, mentre il Consiglio era un organo di recente costituzione, i sindacati avevano una loro tradizione, prima di lotta ed ora di organizzazione costruttiva. Specie quando il Consiglio Superiore si assicurò la collaborazione di un certo numero di specialisti tecnici e amministratori economici del precedente regime, molti sindacalisti, ed è comprensibile, espressero diffidenza e sospetto.

La lucida dialettica di Lenin, e del partito nel suo insieme, aveva previsto ed ora applicava la necessaria distinzione tra Stato proletario, partito e sindacati. Come sostenne Trotzki, i rapporti nel partito sono “tra eguali” (noi della Sinistra, che sappiamo cosa “voleva dire” Trotzki, diciamo più esattamente “organici”), mentre nell’ambito dello Stato i rapporti sono gerarchici. Nulla vietava dunque, era anzi necessaria l’opera del personale tecnico anche proveniente dal vecchio regime, sotto il controllo politico del governo sovietico.

Il potere proletario può e deve finalmente mettere ordine nei rapporti tra lavoro sociale e ambiente naturale. Nella realtà russa il processo in questa direzione era agli inizi, estremamente arduo tenuto conto dei disastri provocati dalla guerra, dalla rivoluzione armata e considerata la contraddittorietà e il basso tenore dell’economia nel periodo zarista.

Il programma del 1919 del Partito Comunista al suo VIII Congresso nella parte economica stabiliva che:

     «L’apparato organizzativo dell’industria socialista dovrebbe fondarsi in prima istanza sui sindacati. Questi dovrebbero gradualmente superare ogni ristrettezza corporativa e trasformarsi in varie associazioni basate sulla produzione e comprendenti la maggioranza dei lavoratori in ogni branca d’industria».
Partecipando già, secondo le leggi della Repubblica Sovietica e la pratica corrente, a tutti gli organi centrali e locali dell’amministrazione industriale i sindacati avrebbero dovuto proporsi di effettivamente concentrare su di sé tutta l’amministrazione dell’intera economia nazionale. La partecipazione dei sindacati alla gestione economica costituirebbe anche il principale mezzo contro la burocratizzazione dell’apparato economico.

L’indicazione della gradualità e della partecipazione è perfettamente intonata al principio già ricordato secondo il quale solo dopo la presa del potere politico possono veramente aver inizio, nelle condizioni date dei singoli paesi, in raccordo con i processi di socialismo avviati in altre parti del mondo, le riforme capaci di affermare il governo degli uomini sulla natura, secondo un piano generale favorevole alla specie.

Tutt’altra cosa dal richiamo alla gradualità e alla partecipazione che pretende di seguire l’opportunismo nell’ambito ristretto e contraddittorio della anarchia capitalistica e dei tentativi borghesi di porre ordine e freno agli antagonismi di classe.

Si è parlato, a proposito di questo documento, di sdrucciolone “sindacalista” dei capi bolscevichi, cedimento ai sindacati in compenso del lavoro da essi compiuto durante la guerra civile. Invece l’organizzazione della produzione da parte dei lavoratori, fatta salva la guida generale degli organi statali, si inserisce nella tendenza alla estinzione dello Stato sostituito dell’organizzazione sociale.

Poiché però nella concezione marxista e nella tradizione della Sinistra rivoluzionaria non si è mai concesso che le organizzazioni sindacali possano andare oltre una “coscienza tradunionista”, è per noi naturale che nelle decisioni dello Stato proletario all’opera negli anni successivi alla presa del potere, gli organismi economici abbiano dei limiti in rapporto al potere del governo centrale e dei Soviet:

     «Il governo sovietico ha stabilito nel Codice delle Leggi sul Lavoro (...) la partecipazione delle organizzazioni del lavoro alla soluzione dei problemi dell’impiego e delle cessazione del lavoro (...) Ha stabilito salari regolati dallo Stato sulla base di tariffe elaborate dai sindacati e organismi per l’accertamento e la distribuzione della forza lavoro, organi che sono ammessi ai soviet e ai sindacati e che sono tenuti a dare lavoro ai disoccupati».
Nessuna meraviglia dunque, come mostrano gli opportunisti di ieri e di oggi, della superiorità degli organi politici territoriali e centrali dello Stato proletario nelle decisioni fondamentali, comprese quelle riguardanti il campo economico e la politica rivolta alla massima utilizzazione della forza lavoro disponibile. Tanto più in una realtà di doppia rivoluzione: non si insisterà mai abbastanza su questa dialettica necessità della Russia.

Nel punto 8 del programma del partito del 1919 si spingevano i sindacati a convincere i lavoratori della necessità di lavorare con tecnici e specialisti borghesi e imparare da questi, superando lo spirito “ultra-radicale” di sfiducia nei loro confronti. Si aggiungeva che i lavoratori non avrebbero potuto costruire il socialismo senza un periodo di apprendimento presso l’intelligenza borghese. Altro che “estremismo” inconsulto, proprio della tradizione anarco-sindacalista.

L’opera del partito, che ha la nozione storica del suo compito, ha da educare le masse e nulla concedere alla facile demagogia, senza deflettere dal programma. Sarà senza dubbio più facile impostare questi problemi nei paesi a capitalismo strafradicio, dopo la presa del potere, come nell’occidente europeo, poiché lì sarà immediata l’integrazione delle organizzazioni dei puri salariati nella organizzazione dello Stato di classe. Ciò non toglie che le lezioni delle difficoltà primo Stato proletario, risolte nella loro lucidità storica, saranno ancora utili in futuro.

La specifica situazione russa comportò disposizioni nel campo delle retribuzioni salariali che, fuori dalla dialettica materialistica, appaiono un assurdo, una pura e semplice applicazione della logica borghese:

     «Pur proponendo l’uguaglianza di retribuzione per ogni tipo di lavoro e pur avendo come fine il comunismo completo, il governo sovietico non può proporsi di realizzare questa uguaglianza ora, immediatamente, essendo stati fatti solo i primi passi nella transizione al comunismo».
Lenin spiega che il pagamento di alti salari e la corresponsione di premi agli specialisti borghesi erano il prezzo che il giovane Stato proletario doveva pagare per servizi di cui non poteva fare a meno.

Non venivano trascurate, insieme a queste linee generali di grande respiro storico, le più minuziose misure organizzative:
     A) Ovunque tre o più membri del partito appartenessero ad un sindacato, avrebbero dovuto formare una cellula (frazione) che avrebbe ricevuto gli ordini dal corrispondente comitato regionale o locale di partito, esterno al sindacato.
     B) Se all’interno di un sindacato i membri del partito formavano un gruppo convenientemente largo, la loro frazione eleggeva un ufficio di direzione su cui gravava l’intero lavoro di partito all’interno del sindacato.
     C) La frazione era autonoma nei confronti della gerarchia di partito per quel che riguardava i suoi problemi interni, ma in caso di conflitto col comitato di partito esterno al sindacato, l’ultima parola spettava a questo (altro che teorie situazioniste e autogestionarie, per le quali conoscerebbe meglio la situazione chi la vive dall’interno!). Il comitato di partito aveva anche il diritto illimitato di nomina e di destituzione; poteva mandare un qualsiasi comunista, anche se non era membro del sindacato, a lavorare nella frazione comunista all’interno del sindacato e poteva imporre a qualsiasi comunista di dimettersi dalla carica sindacale alla quale era stato eletto (altro che feticcio della democrazia operaia!).
     D) La frazione proponeva i suoi candidati alle cariche sindacali in accordo col comitato locale regionale o centrale del partito.
     E) La frazione o il suo ufficio di direzione discuteva o prendeva decisioni anticipate su qualsiasi problema che si supponeva fosse posto all’ordine del giorno dell’organismo sindacale. I sindacalisti comunisti erano obbligati a votare all’unanimità nelle riunioni generali dei sindacati in conformità con le decisioni prese all’interno della frazione, ma essi erano liberi di opporsi a quelle decisioni durante le discussioni preliminari all’interno della frazione.
 

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Appunti per la storia della Sinistra Comunista
Riunione del 4-5 ottobre 1980 [RG18]
 
 

Il Congresso di Livorno
 

Nel numero precedente di questa rivista abbiamo riportato il rapporto-programma della Frazione Comunista al XVII Congresso del PSI (Livorno 1921). Esso dimostrava in modo inequivocabile la spaccatura che il primo conflitto imperialistico e la vittoria del bolscevismo in Russia avevano prodotto all’interno dei vecchi partiti socialdemocratici appartenenti alla Seconda Internazionale.

Non fu certamente colpa individuale di certi capi del movimento del proletariato se negli ultimi decenni che avevano preceduto il 1914 la quasi totalità dei partiti socialisti aveva assunto un carattere che travisava la dottrina marxista e la sua prassi rivoluzionaria: lo furono i caratteri stessi dello sviluppo del capitalismo. Quel lungo periodo di sviluppo “pacifico” del capitalismo aveva fatto sì che la teoria catastrofica marxista venisse via via abbandonata mentre si sostituiva ad essa l’illusione della possibilità di una evoluzione pacifica e graduale verso il socialismo, fino a negare sia la guerra di classe, sia la guerra fra Stati capitalistici. Anziché strumento del rovesciamento del regime borghese, i partiti della Seconda Internazionale erano divenuti coefficienti di stabilità, e conservarono questa loro funzione anche quando gli avvenimenti storici dimostrarono la fallacia della dottrina socialdemocratica.

Se così non fosse stato, se il riformismo fosse stato solo un errore di interpretazione del marxismo, al momento dello scoppio della guerra avrebbe dovuto essere pronto a ritornare sui propri passi, cioè all’antico metodo rivoluzionario, rifiutando di seguire la borghesia nella sua guerra, accettando le armi che essa porgeva al proletariato ma solo per usarle in senso rivoluzionario. Ma quel meccanismo che, per anni e anni, si era basato su continuo contatto, discussione, possibilismo, accordi nell’amministrazione, fino ad interventi dei rappresentanti del proletariato nel meccanismo di potere del governo borghese, non poté troncare la sua collaborazione, ed i partiti socialisti e le organizzazioni proletarie divennero i migliori strumenti del capitalismo per condurre la masse proletarie sui vari fronti di guerra.

Se la guerra aveva dimostrato la natura conservatrice e filo-borghese della socialdemocrazia, la rivoluzione russa ed i moti insurrezionali proletari svelarono nel modo più completo la sua funzione di boia ed affossatrice dell’emancipazione proletaria. Di fronte al pericolo dell’assalto proletario la socialdemocrazia non esitò a rinnegare la propria filosofia democratica e pacifista, divenendo essa stessa - sia in governi di coalizione con i borghesi, sia in governi solo “socialisti” - violenta, dittatoriale e terroristica nei confronti della classe operaia e dei comunisti.

Se fino allo scoppio della guerra imperialistica riformisti e rivoluzionari avevano potuto convivere all’interno dello stesso partito, con il passaggio palese della socialdemocrazia nei ranghi borghesi i rivoluzionari dovettero assolvere il compito storico di ricreare nuovi partiti e la nuova Internazionale su basi strettamente marxiste rivoluzionarie,  preservati dall’infezione opportunista.

In Italia il PSI, per la sua costituzione e funzione, non era assolutamente in grado di porsi alla testa della rivoluzione proletaria e, nella fase decisiva della lotta di classe, dalla conciliazione di un verbalismo programmatico marxista con una pratica opportunista nell’azione politica, sarebbe passato ad una aperta posizione controrivoluzionaria. Formidabili azioni proletarie di lotta di classe ponevano al partito il compito della preparazione alla presa del potere. Per raggiungere tale scopo era indispensabile una unità di dottrina e di disciplina dell’organismo proletario.

A livello mondiale il Secondo Congresso dell’Internazionale, 1920, si incaricò di stabilire precise condizioni di ammissione all’Internazionale Comunista. L’esito dei lavori furono le 21 Condizioni all’elaborazione delle quali la Frazione Astensionista Italiana contribuì fattivamente proponendo e facendo approvare il Punto 21°.

Il Primo Congresso mondiale, 1919, non aveva posto condizioni precise per l’ammissione all’Internazionale Comunista. A quella data, fatta eccezione della Russia, nella maggior parte dei paesi esistevano solo tendenze e gruppi comunisti. «Al tempo del nostro Primo Congresso – dirà Lenin nel 1920 – non eravamo che dei propagandisti, non facevamo che lanciare ai proletari del mondo intero le idee fondamentali, l’appello al combattimento e ci chiedevamo soltanto quali fossero gli uomini capaci di seguire la nostra strada». Con il Secondo Congresso l’Internazionale si propose di diventare una «organizzazione di lotta», un «unico partito comunista del mondo intero a tutti gli effetti. I partiti che operano nei vari paesi non devono essere altro che le sue diverse sezioni».

Problema fondamentale era quello di salvaguardare la nuova organizzazione internazionale dal pericolo opportunista sempre in agguato. Moltissimi erano i partiti e i gruppi che chiedevano di entrare a far parte del Comintern senza per questo avere definitivamente ed effettivamente abbandonato i programmi ed i metodi propri della Seconda Internazionale.

     «I partiti intermedi ed i gruppi di “centro”, i quali vedono come alla Seconda Internazionale manchi ormai qualsiasi possibilità di vita, tentano di appoggiarsi all’internazionale Comunista, che sta diventando sempre più forte. Sperano però di serbare anche per l’avvenire una tale autonomia che garantisca loro la possibilità di attuare quella vecchia politica opportunistica o centrista» (Zinoviev).
L’esempio ungherese, dove la fusione dei comunisti con i socialdemocratici di sinistra aveva dato alla borghesia la possibilità di annegare nel sangue la rivoluzione magiara era presente agli occhi dei comunisti del mondo intero.

Le 21 Condizioni furono poste per sbarrare la strada all’opportunismo. I partiti che avessero voluto aderire all’Internazionale Comunista dovevano definitivamente rompere con la socialdemocrazia ed il “massimalismo” centrista, «bollare a fuoco sistematicamente non solo la borghesia, ma anche i suoi complici, i riformisti di ogni sfumatura» (Punto 1° delle Condizioni di ammissione). L’ultimo dei 21 punti non lasciava dubbi in proposito: «Quei membri del partito che respingono per principio le condizioni e le tesi formulate dalla Internazionale Comunista, debbono essere espulsi dal partito». Di fronte al programma, infatti, non vi può essere disciplina: o lo si accetta o lo si respinge, e in questo caso si esce dal partito. Il programma deve essere un patrimonio comune a tutti e non qualche cosa di presentato dalla maggioranza dei componenti del partito.

I comunisti italiani non vollero, perché non poterono, a meno di rinnegare se stessi, continuare nella anacronistica “unità” del partito e volentieri ruppero con i cosiddetti “comunisti unitari” serratiani e C.

Nel 1919, al congresso di Bologna, era stato modificato il vecchio programma di Genova, 1892, che, anche interpretato in modo intransigente, non poteva più garantire una impostazione rivoluzionaria; ma si continuò a tollerare nel partito la presenza dei denigratori del programma rinnovato. Si aderì alla Terza Internazionale ma si fece in modo che il PSI rimanesse, nella sostanza, quello che era prima della guerra, seguitando la sua politica riformista ed elettoralistica. I cosiddetti massimalisti da noi definiti centristi, non avevano un briciolo di preparazione rivoluzionaria.

     «Che cosa ne sapeva la maggioranza di Bologna delle posizioni di principio e di tattica dell’Internazionale Comunista? Meno di niente. I più non distinguevano il concetto di conquista del potere da quello di espropriazione capitalistica, non avevano idee sul problema dell’azione sindacale né su alcuna altra questione. L’imminenza della lotta elettorale ottenebrò tutto il resto e soffocò uno sviluppo originale del dissidio maturantesi fatalmente sotto la superficie e che nella tattica da tenere in pratica durante la guerra si era delineato. Quindi fu possibile la formazione di quel blocco serratiano che non aveva omogeneità alcuna e che una migliore diffusione di coscienza comunista, insieme alle dolorose esperienze nel campo dell’azione, doveva spezzare» (Rassegna Comunista, n. 5, 30 giugno 1921).
La completa mancanza di preparazione del partito di fatto permetteva il sabotaggio dei destri. La loro funzione sabotatrice si palesò apertamente quando la profonda crisi economica e finanziaria abbattutasi in Italia spinse il proletariato alla lotta rivoluzionaria, che raggiunse il suo scopo più alto nell’occupazione delle fabbriche e dei latifondi da parte dei lavoratori. In quel momento il partito avrebbe dovuto indirizzare e collegare le lotte verso la conquista del potere politico. Ma nel Consiglio Nazionale, composta di rappresentanti del partito e dei sindacati, convocato nel vivo della lotta, i riformisti riuscirono a far prevalere il concetto che la lotta stessa avesse un semplice scopo economico e non carattere politico, e che perciò ne spettava la direzione ai sindacati anziché al partito. Il governo non osò servirsi delle forze armate per stroncare il moto operaio, ma i riformisti gli vennero in aiuto con aprire trattative sulla base di pure rivendicazioni economiche, e, posto su questo piano, non si poteva che arrivare alla riconsegna delle fabbriche ed alla liquidazione del movimento.

Perché la lotta di classe potesse raggiungere i suoi obiettivi occorreva eliminare dal partito l’ideologia riformista, sia quella apertamente dichiarata sia quella camuffata. In questo senso si era sempre mossa la Frazione Astensionista, certa che la “purificazione” del partito tramite l’espulsione di alcuni individui non fosse possibile e che, al contrario, occorresse la scissione da cui doveva uscire l’organizzazione di un altro partito. Il partito socialista sostanzialmente rimaneva quello che era stato prima della guerra, ossia un partito un po’ migliore degli altri partiti della Seconda Internazionale, ma non un partito comunista capace di opera rivoluzionaria secondo le direttive dell’Internazionale di Mosca.

Nella sua sostanza non era per nulla dissimile dagli altri partiti socialdemocratici naufragati nel socialpatriottismo. Il congresso di Bologna, con il nuovo programma, tollerando all’interno del partito i riformisti, aveva solo dato una verniciatura rivoluzionaria ad un organismo antirivoluzionario.

     «Ogni meccanismo ha una sua legge funzionale che non ammette violazioni. Una tesi somigliante a quella che dimostra l’impossibilità di prendere l’apparato dello Stato borghese e volgerlo ai fini della classe proletaria e della costruzione socialista prova, fra le conferme molteplici della realtà, che la struttura dei partiti socialdemocratici dell’ante-guerra con le sue funzionalità parlamentaristiche e sindacali non può trasformarsi in struttura di partito rivoluzionario di classe, organo della conquista della dittatura. L’etichetta massimalistica è poca cosa e l’esperienza italiana questo insegna, col fatto che la naturale evoluzione del partito è stata paralizzata del “bisogno funzionale” di precipitarsi nel torneo elettorale e dai fatali legami con l’operaismo opportunista che ha recato trionfalmente suo prigioniero il “sinistro” Serrati, minaccioso intimatore, in altri tempi, di tutte le sanzioni contro i caporioni parlamentari e sindacali».
La Frazione Astensionista Italiana dalla tribuna del Secondo Congresso dell’Internazionale sostenne che la critica comunista non dovesse colpire soltanto il riformismo di Turati e D’Aragona, ma il falso massimalismo gerente di una politica disastrosa per le sorti della rivoluzione.

Il 1920 fu l’anno del travaglio interno del PSI che vide anche gruppi e singoli militanti, che a Bologna avevano seguito l’indefinito massimalismo, collocarsi sulle linee di principio e di tattica dell’Internazionale comunista, della quale unica portavoce in Italia era stata la Frazione Astensionista. Finalmente per la tenace opera della Frazione Astensionista, si costituì ad Imola nel novembre 1920 la Frazione Comunista.

Il cavallo di battaglia dei vecchi e nuovi denigratori del comunismo, il primo di essi fu Serrati, è sempre stato quello di presentare la Frazione Comunista Italiana come un gruppuscolo di settari che a Livorno, approfittando della buona fede degli inviati del C.E. del Comintern riuscì a giocare l’Internazionale di Lenin facendo trionfare il proprio schematismo antidialettico. Torniamo a precisare invece, e i documenti lo dimostrano, che fummo in perfetto accordo con l’Internazionale allora e sempre restammo ancorati a quei principi; e che, anche quando divergenze sorsero tra noi e l’Internazionale, fummo gli unici ad accettare con la massima disciplina gli ordini.

In una lettera del 23 ottobre 1920 Zinoviev riconosce alla Frazione Comunista Italiana il pieno consenso dell’Internazionale dichiarando che il suo programma è «l’unico serio appoggio all’Internazionale Comunista in Italia». Esaminando la posizione dei massimalisti (“comunisti unitari”) dichiarava che l’unico modo con il quale essi potevano dimostrare il loro comunismo doveva essere l’adesione alla frazione comunista: «O col comunismo, o col riformismo. Non esiste un terzo intermedio» (Avanti!, Ed. torinese, 23 novembre 1920).

In una lettera precedente Zinoviev aveva definito «una sfida» all’Internazionale l’organizzazione dei massimalisti in “Frazione Comunista Unitaria” ed aveva ammonito: «Non possiamo ammettere nessuna doppiezza, nessun equivoco, nessuna concessione» (Avanti!, Ed. milanese, 4 novembre 1920).

Il Comitato Esecutivo del Comintern, in un appello a tutti i membri del PSI, (novembre 1920) dichiarava:

     «In Italia, recentemente, sono saltati fuori fautori dell’unità d’ogni sorta, a spaventarvi e a convincervi che una rottura con i riformisti ci avrebbe indebolito. È una assurdità. La scissione dagli agenti del capitale per noi non è un danno ma un vantaggio (...) La nostra controversia con i riformisti ed i semiriformisti non verte sulla necessità o meno di accettare le 21 Condizioni, o di accettarne 18, o 2 e mezzo. Il nostro scontro con i riformisti verte sulla questione se il nostro partito debba essere l’avanguardia militante del proletariato nella sua lotta per il comunismo, o se invece debba rimanere, come pensano i riformisti, un balocco nelle mani dei rappezzatori piccolo–borghesi del regime capitalistico».
Né l’Internazionale né Lenin, e del resto nemmeno la Frazione Comunista Italiana, prospettavano l’espulsione dal partito dei massimalisti. I deliberati dell’I.C. ed i 21 Punti di Mosca parlavano di epurare i partiti dalle tendenze opportunistiche che rifiutavano per principio il programma comunista rivoluzionario. Ma ciò non toglie che lo stesso Lenin suggerisse che dalla Direzione del partito fossero momentaneamente rimossi i firmatari della mozione Baratono del 28 settembre 1920 (Serrati, Bacci, Giacomini, Zannerini) che dichiarava di accettare con riserva le 21 Condizioni. Tenendo presente l’esempio delle esitazioni di Zinoviev, Kamenev ed altri alla vigilia della rivoluzione bolscevica, ed il loro successivo rientro a posti di grande responsabilità nel partito, Lenin pensava che anche i membri oscillanti della Direzione del PSI avrebbero potuto, in seguito, tornare a ricoprire cariche di dirigenza. Quanto detto sopra dimostra che Lenin e l’Internazionale considerassero i cosiddetti “comunisti unitari” dei compagni recuperabili, ma sui quali al momento non si sarebbe potuto fare affidamento; unico punto di riferimento veniva considerata la Frazione Comunista.

Nel messaggio inviato dall’Internazionale al XVII Congresso del PSI, firmato da Lenin, Zinoviev, Bukarin, Trotsky, ecc. si legge:

     «In nome dell’unità con i riformisti i capi degli unitari sono di fatto pronti a separarsi dai comunisti e quindi anche dall’Internazionale comunista (...) L’Italia attraversa attualmente un periodo rivoluzionario e da ciò dipende il fatto che i riformisti ed i centristi di questo paese sembrano più a sinistra di quelli degli altri paesi. A noi di giorno in giorno appare più chiaramente che la frazione costituita dal compagno Serrati è in realtà una frazione centrista a cui soltanto le circostanze rivoluzionarie generali danno l’apparenza esteriore di essere più a sinistra dei centristi degli altri paesi (...) Prima di sapere quale sarà la maggioranza che si costituirà nel vostro congresso, il C.E. dichiara ufficialmente, e in modo assolutamente categorico, al congresso stesso: le decisioni del Secondo Congresso mondiale dell’Internazionale Comunista obbligano ogni partito, aderente a questa Internazionale, a rompere con i riformisti; chi si rifiuta di effettuare questa scissione viola una deliberazione essenziale dell’Internazionale Comunista e con questo solo atto di pone fuori dalle file dell’Internazionale. Coloro che vogliono fare entrare i riformisti nell’Internazionale vogliono, in realtà, la morte della rivoluzione proletaria. Costoro non saranno mai dei nostri».
Nel suo primo intervento al congresso di Livorno Kabakčiev dichiarava:
     «Oggi i nemici più pericolosi della rivoluzione proletaria sono i centristi perché essi, mentre a parole si dichiarano nemici dei riformisti, di fatto ne continuano la politica (...) La rivoluzione proletaria ha diviso il mondo in due campi: non vi è posto per un centro nella rivoluzione».
A Mosca Serrati non aveva fatto altro che ripetere a Lenin che i riformisti italiani, i Turati, i Treves, di D’Aragona ecc. non erano in alcun modo paragonabili ai menscevichi russi, gli italiani si sarebbero disciplinati al partito e non sarebbero mai stati dei sabotatori della rivoluzione. A tale riguardo è particolarmente interessante un articolo apparso su La Giustizia, organo della “Frazione di concentrazione”, il 24 dicembre 1920: nel numero era pubblicata una relazione del C.C. del partito menscevico, adottata il 12 maggio 1920, in merito alla ricostruzione dell’Internazionale. La Giustizia dichiarava di sottoscrivere «la maggior parte delle affermazioni teoriche fatte dai menscevichi» con una sola riserva sulla proposta di costituzione della Quarta Internazionale:
     «Bisogna invece entrare nelle Terza – sosteneva La Giustizia – e lavorare concordi perché le decisioni prese nel Secondo Congresso di Mosca vengano modificate, permettendo all’Internazionale di raccogliere tutte le forze socialiste in un sol fatto».
L’opportunismo non avrebbe potuto essere più onesto nell’enunciare il proprio programma: penetrare all’interno della Terza Internazionale per toglierle il suo vero carattere e contenuto storico, cioè la severa selezione delle “forze socialiste”.

I riformisti, a Reggio Emilia (10-11 ottobre 1920), avevano costituito la Frazione concentrazionista, e nella loro mozione, presentata poi al congresso di Livorno, anche se con tutte le dovute riserve interpretative e secondo le ”condizioni di ogni paese” (le stesse riserve dei massimalisti), dichiaravano di accettare le 21 Condizioni di Mosca, la dittatura del proletariato, come ”necessità transitoria”, e perfino, in determinate situazioni, l’uso della violenza per la conquista del potere. Dichiaravano inoltre di sottomettersi ad una «rigida disciplina nell’azione deliberata dalla maggioranza del partito o dai suoi organi competenti». Lo scopo di queste dichiarazioni era evidente: riuscire a penetrare all’interno dell’I.C. e svolgervi quell’opera di sabotaggio annunciata da La Giustizia. Al contrario, queste affermazioni venivano usate da Serrati per dimostrare che in Italia non esisteva riformismo, che le ultime tendenze opportunistiche erano state espulse dal partito nel lontano 1912; ora, al più si sarebbe trattato di espellere qualche individuo, e in momenti più idonei. Serrati volutamente ignorava che i destri costituivano una frazione omogenea, con un loro giornale, un loro Comitato Direttivo, che si presentavano al Congresso con una loro mozione, che dal congresso di Bologna in poi avevano sempre sabotato ogni azione della stessa Direzione massimalista del PSI.

A Serrati, in difesa della “unità del partito” non rimaneva quindi che usare le armi della polemica spicciola dichiarando che i veri opportunisti si trovavano all’interno dell’I.C., che il PC francese e tedesco erano pieni di ex fautori della guerra, massoni, ecc., non disdegnando nemmeno di attingere argomenti dal repertorio usato dalla borghesia per denigrare la Russia sovietica. Noi per primi avremmo preferito che l’Internazionale adottasse delle condizioni di adesione più rigide e ci stupì l’eccessiva elasticità con cui si permise l’ingresso nei PC ad elementi con passato notoriamente controrivoluzionario e centrista. Ma, da parte nostra, non si trattava certo di combattere il pericolo opportunista aprendo le porte all’opportunismo, alla maniera di Serrati, bensì di condurre all’interno dell’I.C. quella tenace battaglia in difesa dei principi del marxismo rivoluzionario, che solo la Sinistra comunista italiana portò avanti.

L’unità del partito non era infatti che una maschera dietro la quale tentava di nascondersi l’ala sinistra dell’opportunismo. I massimalisti infatti in nome dell’unità preferirono accodarsi ai 14.000 socialdemocratici e staccarsi dai 58.000 comunisti e dall’Internazionale. Il vero problema era un altro, i massimalisti non potevano aderire all’Internazionale perché il loro programma era in netto contrasto con quello dell’Internazionale.

Al congresso di Livorno Turati, nel suo intervento, fece un discorso di principi difendendo in modo coerente ed onesto il riformismo, provando che il riformismo in Italia non era una invenzione – come pretendevano gli unitari – ma una teoria ed una pratica che era nel partito. L’intervento di Serrati, al contrario, non fu programmatico, non venne enunciata nessuna “dottrina massimalista”, ma fu un astioso pettegolezzo contro l’Internazionale. Serrati non fece nessun discorso-programma perché non aveva bisogno di farlo, per lui aveva già parlato Turati. Infatti, benché gli “unitari” ripetessero di divergere dai comunisti solo per valutazioni secondarie, ma di essere sullo stesso “tronco programmatico”, la verità era che la destra faceva la sua politica attraverso di loro. Non vi era un taglio netto tra i riformisti ed unitari. Tutta la loro argomentazione nel dibattito che precedette Livorno fu quasi comune. Gli unitari difesero ovunque la politica della frazione di destra e sopratutto quella della CGdL, e non è strano che fosse così.

     «Come la borghesia delega la sua difesa nei momenti critici al riformismo, così il riformismo, quando perde terreno tra le masse, si sforza di delegare la sua funzione controrivoluzionaria a quel centrismo etichettato da comunismo di destra che vediamo all’opera in tutti i paesi. La sensazione che si ha oggi assistendo alle assemblee ed ai congressi di partito è che sono proprio i comunisti e gli unitari che si separeranno per sempre, quelli la cui convivenza è diventata impossibile» (“Verso il Partito Comunista”, Avanti!, 23 dicembre 1920).
 La frazione degli unitari non si poneva affatto come una tendenza di destra all’interno del campo comunista, ma come l’ala sinistra della socialdemocrazia. Ciò fu quanto il congresso di Livorno dimostrò e l’Internazionale Comunista ebbe a ratificare immediatamente sottoscrivendo la mozione proposta dalla frazione comunista, «che risponde ai principi ed alla tattica della Terza Internazionale e rappresenta l’unica soluzione con la quale questo congresso possa accettare ed applicare le condizioni e le tesi del Secondo Congresso mondiale comunista» (Dichiarazione della Terza Internazionale letta a conclusione del congresso di Livorno).
 
 
 
 
 
 
 


Dall’archivio della Sinistra Comunista

Il Problema del potere
Il Comunista,13 febbraio 1921
[ È qui ]
 

Gli unitari non sono comunisti
Il Comunista, 26 dicembre 1920
[ È qui ]
 

Gli astensionisti e la frazione - Il valore della disciplina
Il Comunista, 28 novembre 1920
[ È qui ]