Partito Comunista Internazionale Indice - Numero precedente - Numero successivo
"COMUNISMO" n. 8 - ottobre 1981-gennaio 1982
[Presentazione]
Il partito della rivoluzione comunista è unico e internazionale: Dottrina e Partito politico - Due periodi storici - L’invarianza della dottrina si legge nel processo storico - L’opportunismo come politica del revisionismo - La Terza Internazionale - Questioni centrali - Dal 2° Congresso dell’IC (1920) alle Tesi della Sinistra del secondo dopoguerra - Intransigenza consapevole - Attorno al piccolo ma grande Partito.
La nazionalizzazione della terra nel programma agrario del partito bolscevico.
Stato proletario e organismi di classe (IV) [RG21] [ - 1 - 2 - 3 - 4 - 5 -]
La crisi del capitalismo si acuisce [RG21]
Appunti per la Storia della Sinistra [RG21]: Il ricorso del PSI al terzo congresso dell’Internazionale - Il verdetto di Mosca - La "conquista della maggioranza".
Dall’Archivio della Sinistra:
   - La tattica dell’IC. (da "Ordine Nuovo", 12 gennaio 1922).

 
 

Si incrinano in modo sempre più evidente i miti dell’universo capitalistico, ad Ovest come ad Est. Buon segno per noi comunisti rivoluzionari; né ci lasciamo intimidire dalla atmosfera di paura quando non di apocalisse con cui il capitale e le sue centrali ideologiche e politiche tentano di terrorizzare minacciando guerra o lancio di bombe di avvertimento; né tanto meno solleticare dalle marcelonghe della pace attraverso le quali l’opportunismo ufficiale cerca di sondare e di tastare il polso per trovare diversivi ad ogni possibile tentativo di organizzazione distinta e classista del proletariato.

Quasi per incanto, mentre per lunghi decenni ci avevano propinato promesse di benessere a buon prezzo, si presenta l’incubo della guerra; tutti sembrano avere riscoperto il pericolo e, una volta trasmesso il tam-tam, vorrebbero dar a credere che con manifestazioni e marce varie sarà possibile convincere i "potenti" a rinunciare alla resa dei conti.

Noi proseguiamo nella nostra strada maestra: non abbiamo mai accettato la dorata immagine di un proletariato integrato e felice tra le grinfie del capitale, abbiamo denunciato la guerra quando questa dilaniava le "periferie" del mondo e sembrava lontana, comunque non riguardante le metropoli tutte dedite a sfornare merci per la "felicità" del genere umano.

La pace sociale mantenuta con tutti i mezzi in oltre trent’anni di dominazione capitalistica è oramai ufficialmente infranta, la corsa agli armamenti degli Stati sta raggiungendo cifre impressionanti, il mito della Russia socialista sta dimostrandosi una turlupinatura agli occhi di quelli stessi che vi giurarono sopra scientemente in funzione antiproletaria e che oggi non hanno il coraggio di trarre le conseguenze delle loro timide ammissioni del fallimento.

Per la rivoluzione comunista non sono sufficienti le tardive ammissioni che non varcheranno mai la soglia delle manovre diplomatiche valide al massimo per guadagnare tempo, per proporsi come pacieri e mediatori tra le opposte avidità imperialistiche. È necessario che il proletariato, scosso e spinto dalla crisi economica, dai falsi rimedi impasticciati dall’opportunismo, si dia nuovi potenti strumenti di difesa e di offesa, rialzi la testa con vasti schieramenti di classe e riconosca la guida del suo partito storico e formale.

Le centrali imperialistiche ad Ovest e ad Est stanno combattendo la loro guerra preventiva contro queste inevitabili prospettive, stringono i patti che li legano nei diversi schieramenti, cercano di influenzare le forze dei "non allineati" perchè accettino la loro guida, ma non potranno evitare la resa dei conti senza ricorrere alla forza: non è possibile opporre alla concentrazione sempre più spietata delle forze del capitale l’ondeggiamento imbelle e variegato del neutralismo e del pacifismo. Il proletariato respinga le sirene opportunistiche che deviano il suo sforzo per l’organizzazione di classe verso le oceaniche carnevalate nelle quali si smorzano le energie, si svuotano le spinte al combattimento.

Ormai non c’è più "locomotiva" capace di ridar lena di lungo periodo alla economia mondiale. All’interno dei singoli paesi i conti delle aziende segnano rosso ed i fallimenti costringono alla disoccupazione masse sterminate di proletari, le illusioni di un neo-liberalismo si stanno incagliando negli Stati Uniti, patria dell’arroganza e della protervia. Tra gli stessi alleati europei il clima di fiducia verso il salvatore dell’Occidente si sta velocemente tramutando in sospetti e paura. La vecchia Europa si illude di stringere i suoi rapporti interni: la retorica non regge di fronte alle invidie che si riattizzano e agli egoismi intrinsechi alla logica degli Stati. Il timore di un accordo tra le due superpotenze sulla sua testa sta inesorabilmente mettendo in discussione le tradizionali alleanze; gli equilibri di Yalta vanno saltando, le crisi da periferiche si stanno sempre più stringendo alle vecchie metropoli. In questo quadro di incertezza il capitale non può più nascondere il volto truculento dietro ai sorrisi e non può proporre ombrelli, né atomici, né diplomatici.

Alla frenetica attività delle centrali statali e militari ogni ritardo di organizzazione autonoma e classista del proletariato sarà pagato a duro prezzo. Le responsabilità del tradimento socialdemocratico e staliniano sono incalcolabili e la classe operaia a sua volta si trova di fronte ad una via obbligatoria da noi incessantemente indicata: centralizzazione di ogni sforzo, centralizzazione d’ogni possibilità organizzativa, unità di combattimento, unico partito mondiale.

Sappiamo bene che tutto questo oggi è soltanto embrionale e quasi invisibile. È pure l’unica possibilità, che si esalterà nella ripresa su vasta scala della lotta proletaria, passando da quella più modesta ed elementare, ma intransigente, della vita di tutti i giorni, alla intelligente politica militare contro il nemico.

Per questo è necessario che ciascun proletariato rifiuti di collaborare con le mezze classi ed i suoi esponenti politici, che respinga la mano tesa e benedicente della propria borghesia nazionale, che diffidi d’ogni richiamo alla difesa della mitica e fantomatica indipendenza della propria patria. Come nel 1848, rimane solo una divisa: "proletari di tutti i paesi unitevi!"
 
 
 
 
 
 
 


Il Partito della rivoluzione comunista è unico e internazionale
 

Dopo un secolo e mezzo dalla pubblicazione del Manifesto del partito comunista, col quale veniva lanciata la sfida al capitalismo col grido di battaglia Proletari di tutti i paesi unitevi! e da cui prendeva le mosse la edificazione del Partito Comunista Mondiale, sembra oggi che l’antica aspirazione sia crollata.

Allora Marx scopriva le caratteristiche che fanno del proletariato una classe storica, sebbene in quei primordi i proletari fossero in numero esiguo, in pochi paesi dell’Europa occidentale, ma prevedendo che lo sviluppo economico avrebbe trascinato nel girone d’inferno del capitalismo moderno tutti i paesi e proletarizzato la gran massa dei cittadini di tutti i continenti.

L’inarrestabile marcia verso la proletarizzazione ha fatto passi da gigante. Col Manifesto Marx svelava al proletariato di essere non popolo, ma classe distinta dalle altre classi del popolo, con interessi storici suoi propri.

A così forte distanza di tempo, i falsi partiti operai vorrebbero ricacciare la classe operaia là donde è venuta, e si è distinta enucleando una sua dottrina generale e strutturandosi in uno speciale partito rivoluzionario. Essi vorrebbero di nuovo confondere il proletariato nel popolo informe e indecifrabile, imprigionandolo nei ghetti nazionali e aziendali, privarlo del comunismo liberatore, piegato alla democrazia mistificatrice. I "moderni", gli "innovatori" propongono ai lavoratori di ritornare indietro nella storia, al punto di partenza.

Questa volontà contraria al senso della storia è in tutti coloro che, stanchi di scavare nelle viscere dei rapporti sociali e di produzione con gli strumenti della scienza di classe, rincorrono provvisorie e comode soluzioni per vivacchiare alla giornata, preferendo spezzare utensili forgiati e affinati da secolari lotte di classe piuttosto che faticare, anonimi sconosciuti, nella indispensabile opera quotidiana di lottatori della rivoluzione comunista.

Così si vorrebbe di nuovo piegare il partito politico di classe alle pratiche ignobili della democrazia, ribattezzata per pudore "proletaria", prospettandone la rinascita con la sommatoria di ibridi innesti, tenuti assieme da precari dosaggi di false critiche maggioritarie e burocratiche, in un risibile arengario di scelte gerarchiche della chiacchiera e dell’arrivismo. Chi cerca la salvezza dal riflusso temporaneo dell’onda rivoluzionaria in questa sentina di bassezze e oscenità non è solo fuori del campo della Sinistra, ma anche da quello più vasto della classe.

È in questo campo di natura piccolo borghese e aristocratico-operaia che vengono seminate a piene mani dal nemico di classe le teorie più distorte, le prospettive più appetitose per gli arrivisti.
 

DOTTRINA E PARTITO POLITICO

«Io credo che la prossima Internazionale – dopo che i libri di Marx avranno esercitata la loro influenza per alcuni anni – sarà puramente comunista e propagherà direttamente i nostri principi» (Lettera di Engels a Sorge del 12 settembre 1874).

L’Internazionale di cui parla Engels è la Prima, disciolta dopo tre anni dal sacrificio della Comune parigina. Il 6 marzo 1895 Engels, nella sua introduzione a Le lotte di classe in Francia di Marx, scriveva, esaminando la storia del movimento operaio e con particolare riferimento al 1848, che «Allora, i numerosi e oscuri evangeli delle sette con le loro panacee; oggi, l’unica teoria di Marx universalmente riconosciuta, d’una chiarezza trasparente, e che formula con precisione gli obiettivi finali della lotta».

La battaglia del marxismo nel campo della selezione teorica ebbe inizio attorno al 1840 con le note polemiche verso i "giovani hegeliani" e proseguì fin verso la fine del decennio contro il proudhonismo. Durante gli anni sessanta l’analisi critica delle posizioni che si erano manifestate nel rivoluzionario 1848, si accompagnò allo sforzo colossale che Marx andava facendo nel campo della teoria economica e generale con Il Capitale, che non è soltanto un testo di economia ma una trattazione sistematica, sebbene non completato il progetto originario, delle questioni economiche in relazione a quelle sociali e politiche. Durante questo periodo e precisamente nel 1848 col Manifesto del Partito Comunista vengono gettate le basi della dottrina marxista, che non a caso assumono la forma di "programma" di partito. Engels dirà più volte, anche dopo la morte di Marx, nell’ultimo decennio del secolo, che il Manifesto è sempre "attuale".

È in questa simbiosi tra teoria e programma, tra dottrina e partito la peculiarità principale del marxismo. La teoria si cristallizza in programma storico di azione classista, è posta a fondamento della lotta emancipatrice del proletariato. È in questa saldatura che il proletariato esce dal magma indifferenziato del "popolo" ed assume la dignità di classe, con dottrina, programma e organizzazione originali, esclusivi, separati da quelli delle altre classi. Da qui parte il lungo processo, durante il quale, tra successi e sconfitte, il proletariato tende a riconoscersi come classe nel partito comunista, e i comunisti si adoprano per guidare la classe lungo tutte le vicissitudini storiche nel modo così ben descritto dal Manifesto stesso:

«I comunisti sono la parte più risoluta dei partiti operai di tutti i paesi, quella che sempre spinge avanti; dal punto di vista teorico, hanno un vantaggio sulla restante massa del proletariato, per il fatto che conoscono le condizioni, l’andamento e i risultati generali del movimento proletario».
È in tal modo che il marxismo è riconosciuto come la più alta autorità nel campo proletario. Cosicché sarebbe impossibile tracciare la storia delle lotte di classe senza nel contempo tracciare quella della battaglia contro le altre teorie condotta dal partito comunista. Non per questo può dirsi che ormai il comunismo marxista è alla testa del proletariato mondiale e che ne ha conquistato le coscienze. La storia non procede per armonica evoluzione verso forme superiori dell’assetto sociale. A periodi gloriosi e densi di significato storico, s’alternano periodi oscuri e flaccidi, nei quali tutti i passi avanti dei periodi precedenti sembrano svanire nel nulla.
 

DUE PERIODI STORICI

Per quanto riguarda il formarsi del partito marxista ci sembra opportuno distinguere due fasi distinte nel tempo: una che va dal 1848 al 1890, e l’altra dal 1890 ai giorni nostri. Durante il primo periodo, il marxismo deve scontrarsi con teorie che pur rifacendosi alla lotta di classe, non ne danno sicura interpretazione né si fondono in milizia politica di classe. Nel secondo, invece, il marxismo deve scontrarsi strenuamente contro teorie che pretendono interpretare il marxismo in modo tale da sconvolgerne completamente il contenuto rivoluzionario. Il primo periodo si distingue dal secondo per il sorgere della Prima Internazionale operaia, che non è marxista, mentre nel secondo periodo si afferma il marxismo nel grande partito socialdemocratico tedesco, che ispira la Seconda Internazionale e al quale tutti i partiti socialisti guardano come ad una guida sicura, sino ad arrivare alla Terza Internazionale di conclamata dottrina marxista.

La prima fase storica è quella della emancipazione del proletariato dalle sette e quindi dalle fallaci teorie che le sostenevano, con lo scopo essenziale di darsi una organizzazione separata dal popolo e dalla democrazia borghese. Durante questo percorso, nel quale i comunisti si battono in prima fila sulle barricate proletarie del giugno ’48, che varranno loro il processo a Colonia e le condanne, si rafforza e si realizza la separazione dei proletari dagli altri partiti e si giunge alla fondazione dell’Associazione Internazionale Operaia, la Prima Internazionale. Engels commenta:

«Essa aveva per scopo di fondare in un solo grande esercito la classe operaia combattiva d’Europa e d’America. Non poteva quindi prendere le mosse dai principi esposti nel Manifesto. Doveva avere un programma che non chiudesse la porta alle Trade Unions inglesi, ai proudhoniani francesi, belgi, italiani e spagnoli e ai lassalliani tedeschi. Questo programma – che fa da premessa agli Statuti della Internazionale – fu abbozzato da Marx con maestria riconosciuta persino da Bakunin e dagli anarchici. Per la vittoria finale delle tesi enunciate nel Manifesto Marx confidava unicamente ed esclusivamente in quello sviluppo intellettuale della classe operaia, che doveva necessariamente scaturire dalla azione comune e dalla discussione. Gli eventi e le vicende della lotta contro il capitalismo, le sconfitte più ancora che i successi, non potevano fare a meno di dimostrare ai combattenti l’insufficienza delle panacee in uso fino allora, e rendere più accessibili alle loro menti le vere condizioni della emancipazione operaia. E Marx aveva ragione» (dalla Prefazione all’edizione tedesca del Manifesto dell’1 maggio 1890).
Nei nove anni di esistenza dell’Internazionale (1864-1874) il proudhonismo e il lassallismo erano agonizzanti, l’anarchismo viveva ai margini del movimento operaio, e persino le Trade Unions "arciconservatrici" dovettero ammettere che «il socialismo continentale ha cessato d’essere per noi uno spauracchio». Engels commenta le ammissioni delle Trade Unions inglesi: «Ma questo socialismo continentale già nel 1887 era quasi esclusivamente la teoria proclamata nel Manifesto».

Già un secolo fa il socialismo scientifico, come dottrina, il programma comunista del Manifesto e il partito internazionale dell’Associazione Operaia, caratterizzano il processo di emancipazione di classe del proletariato mondiale. Le linee direttrici del processo storico per la vittoria del proletariato sono già tracciate. Il grande ideale degli operai non è più una utopia affidata a profeti ed eroi, ma certezza scientifica e scontro storico tra classi contrapposte, unione organizzata di tutti i lavoratori del mondo.

Per perseguire questo risultato, era stato necessario combattere le teorie non scientifiche del socialismo "reazionario", "feudale", "piccolo-borghese", "conservatore o borghese", secondo l’elenco sommario che riportiamo dal Manifesto. Fu necessario anche, e soprattutto, lottare contro le conseguenze pratiche di queste teorie. Sono memorabili, ormai, le polemiche come quella che gli apologeti del capitalismo chiamano "dittatura personale di Marx" sull’Internazionale, il centralismo dispotico del Consiglio Generale di Londra, la lotta contro l’individualismo anarchico e il federalismo democratico.
 

L’INVARIANZA DELLA DOTTRINA SI LEGGE NEL PROCESSO STORICO

Nel Manifesto del 1848 si svolgono tutti gli elementi essenziali del programma, della tattica, i principi e le finalità del comunismo militante. Da questa base partono tutti i raccordi dello sviluppo successivo della lotta di classe e dell’indirizzo pratico del partito comunista. Nel terzo capitolo, intitolato "Letteratura socialista e comunista", si prende ad esaminare le dottrine e l’azione pratica dei vari socialismi. C’è una stretta analogia tra i "socialismi" di allora e i "marxismi" di oggi. Nel prosieguo apparirà chiaro il riferimento.

I vari "socialismi" non erano soltanto erronee concezioni teoriche, ma si traducevano puntualmente in indicazioni pratiche al proletariato di non combattere per sé o al massimo di lottare solo per le apparenze. Il "socialismo feudale" agli operai indicava la borghesia come una nuova classe di padroni, sotto il cui potere sarebbero caduti; ed alla borghesia rimproverava «non tanto di produrre un proletariato in generale, quanto di produrre un proletariato rivoluzionario». Il "socialismo piccolo-borghese" piglia «partito per gli operai dal punto di vista della piccola borghesia».

A queste varianti del "socialismo reazionario" Marx aggiunge il "socialismo conservatore o borghese", che consiste per la borghesia «di portar rimedio ai mali della società per assicurare l’esistenza della società borghese». Marx cita come esempio di queste "teorie" la Filosofia della miseria di Proudhon. Rileggiamo quello che Marx dice del "socialismo borghese", per sentirne la forte attualità: «I borghesi socialisti vogliono le condizioni di vita della società moderna senza le lotte e i pericoli che necessariamente ne risultano. Vogliono la società attuale senza gli elementi che la rivoluzionano e la dissolvono. Vogliono la borghesia senza il proletariato».

E ancora, con preveggenza geniale: «Una seconda forma di questo socialismo, meno sistematica ma più pratica, ha cercato di distogliere la classe operaia da ogni moto rivoluzionario, dimostrando che ciò che le può giovare non è questo o quel cambiamento politico, ma soltanto un cambiamento delle condizioni materiali di vita, dei rapporti economici. Questo socialismo però non intende menomamente per cambiamento delle condizioni materiali di vita l’abolizione dei rapporti di produzione borghesi, che può conseguirsi soltanto per via rivoluzionaria, ma dei miglioramenti amministrativi realizzati sul terreno di questi rapporti di produzione, che cioè non cambino affatto il rapporto tra capitale e lavoro salariato, ma, nel migliore dei casi, diminuiscano alla borghesia le spese del suo dominio e semplifichino l’assetto della sua finanza statale».

Marx già conosceva i traditori odierni, ma forse non poteva immaginarsi che avrebbero tradito la rivoluzione comunista in nome di Marx!

Lenin in Marxismo e revisionismo del 1908, così sintetizza il revisionismo:

«Nel campo della filosofia il revisionismo si è messo a rimorchio della "scienza" borghese professionale. I professori "ritornano" a Kant (...) e i revisionisti si cacciano dietro a loro nel pantano dell’avvilimento filosofico della scienza, sostituendo alla dialettica "sottile" (e rivoluzionaria) la "semplice" (e pacifica) "evoluzione" (...) I revisionisti si schierano al loro fianco, cercando di fare della religione un "affare privato", non rispetto allo Stato moderno, ma rispetto al partito della classe d’avanguardia».
Il "marxismo" dei traditori odierni rimastica queste giaculatorie vecchie come Kant, i neo-kantiani, i "revisionisti" di fine secolo! Revisione del marxismo con gli argomenti presi a prestito dagli ideologi dell’idealismo più deteriore e pacchiano. Che bella novità!

Lenin continua:

«Passando all’economia politica (...) si è cercato d’agire sul pubblico coi "nuovi dati dello sviluppo economico" [Oggi l’imbroglio dei "nuovi dati dello sviluppo economico" prende nome "neocapitalismo"!]. Si è preteso che la concentrazione della produzione e l’eliminazione della piccola produzione da parte della grande non si verificano nella agricoltura, e che nel commercio e nell’industria si verificano con estrema lentezza. Si è preteso che le crisi si farebbero oggi più rare, meno acute e che probabilmente i cartelli e trust offriranno al capitale la possibilità di eliminarle del tutto. Si è preteso che la "teoria del crollo" verso il quale marcia il capitalismo sarebbe una teoria inconsistente, perché le contraddizioni di classe tenderebbero ad attutirsi, ad attenuarsi. Si è preteso infine che non sarebbe male correggere la teoria del valore di Marx secondo gli insegnamenti di Böhm-Bawerk».
Non sembra che occorrano commenti speciali: dopo sei anni, nel 1914, scoppia la Prima grande Guerra mondiale, dopo altri tre anni, la prima grande rivoluzione socialista vittoriosa, e dopo altri tre un’altra crisi economica così acuta e profonda che tra alti e bassi, tra cui la celebre del 1929-30, si scioglierà in una altra guerra mondiale catastrofica, quella del 1939-45. Ci scusino i signori revisionisti di oggi, tanto per non eccedere nel termine più appropriato di traditori, se è poco, e se sia arciconfermata la previsione teorica con dati di fatto tanto inconfutabili, che ancor oggi mutilati e vedove di guerra circolano per le strade di tutto il mondo.
«Nel campo della politica il revisionismo ha tentato di rivedere di fatto il principio della lotta di classe».
Prendete fiato, lettori, stropicciatevi gli occhi: è Lenin del 1908, settant’anni fa:
«La libertà politica, la democrazia, il suffragio universale distruggono le basi della lotta di classe – ci si è detto (cioè dicono i revisionisti) – e tolgono valore al vecchio principio del Manifesto del Partito Comunista: gli operai non hanno patria. In regime democratico, poiché è la "volontà della maggioranza" che regna, non è più possibile vedere nello Stato un organo di dominio di classe, né sottrarsi ad alleanze con la borghesia progressiva socialriformista contro i reazionari».
È con queste stesse parole che i Carrillo, i Marchais, i Berlinguer e C. di oggi giustificano la loro prosternazione all’ordine capitalistico internazionale. Con parole e opinioni che già settant’anni fa cozzavano contro il socialismo scientifico, contro il marxismo. Con questi vecchi ritornelli, i falsi partiti comunisti non solo revisionano la dottrina che giurano di voler rispettare, ma soprattutto dirottano le energie di classe nel campo della sottomissione del proletariato al regime capitalistico.

La radice del revisionismo della fine del secolo scorso è la stessa di quella dei "socialismi" del primo periodo e dei "marxismi" odierni: gli interessi della piccola borghesia. Così Lenin sintetizza: «Che cosa rende inevitabile il revisionismo nella società capitalistica? Perché in ogni paese capitalista esistono sempre, accanto al proletariato, larghi strati di piccola borghesia, di piccoli proprietari. Il capitalismo è nato e nasce continuamente dalla piccola produzione. Nuovi e numerosi "strati medi" vengono continuamente creati dal capitalismo (appendici della fabbrica, lavoro a domicilio, piccoli laboratori che sorgono in tutto il paese per sovvenire alle necessità della grande industria, come quella di biciclette e dell’automobile, per esempio). Questi nuovi piccoli produttori sono essi pure in modo inevitabile respinti nuovamente di continuo nelle file del proletariato. È del tutto naturale che debba essere così, e sarà così sempre, sino allo sviluppo della rivoluzione proletaria, perché sarebbe un grave errore pensare che per compiere questa rivoluzione sia necessaria la proletarizzazione "completa" della maggioranza della popolazione».

Questi strati "medi" si illudono di contemperare gli interessi del grande capitale con quelli dei proletari, per consentire loro di non essere periodicamente schiacciati dalla morsa delle due classi principali. Sin dai tempi di Proudhon è stata sempre questa la massima aspirazione della piccola borghesia. Marx nel suo testo Filosofia della miseria rileva questa attitudine degli strati intermedi e riconosce in Proudhon il filosofo e l’economista della piccola borghesia.

Il revisionismo tedesco, seguito a ruota da quello francese e italiano, dette inizio a questa operazione chirurgica di trapianto della filosofia, dell’economia, della politica della piccola borghesia, formulata in nome del proletariato e del socialismo, nel corpo dottrinario del marxismo.
 

L’OPPORTUNISMO COME POLITICA DEL REVISIONISMO

In sintesi tutta l’opera del revisionismo parte dalla "correzione" della dottrina di Marx nel campo della teoria, dell’economia e della tattica per puntare allo stravolgimento completo delle conclusioni pratiche, del contenuto storico di classe del marxismo, cioè il suo carattere rivoluzionario congeniale alla sola classe proletaria. Il revisionismo nel campo della teoria si traduce in opportunismo nel campo della politica di partito.

Questa operazione fu compiuta nel periodo della Seconda Internazionale nella quale si fronteggiarono due ali, una riformista ed una rivoluzionaria. Quella riformista poté avvantaggiarsi per le condizioni di relativo sviluppo pacifico del capitalismo, durante il quale si passò dalla proibizione delle coalizioni e dei partiti operai alla loro tolleranza. I governi capitalistici si resero conto che sarebbe stato estremamente pericoloso, per l’incolumità del regime borghese, affrontare direttamente la classe operaia, soprattutto da quando il partito tedesco, con saggia politica, aveva saputo sfruttare la legalità per potenziare la sua organizzazione e la sua influenza nel paese. Senza il soccorso del revisionismo il regime non avrebbe potuto sgonfiare la carica rivoluzionaria del partito.

Il revisionismo trasformò la lotta per le riforme in fine a se stessa, la legalità in legalitarismo, l’equilibrio instabile tra le classi in pacifismo tra le classi. Insomma piegò il partito a pratiche in direzione opposta a quella assegnata da Marx. Fu così che il partito fu impregnato dalla revisione socialdemocratica, si adattò alla "realtà" del capitalismo, che giunse fino all’adesione alla guerra imperialistica.

La "discussione" teorica, l’accademica ricerca dottrinale, si trasformò ben presto in indirizzo politico opposto a quello originario.

I marxisti ortodossi dovettero scendere sul terreno della teoria, della conoscenza per combattere questa infezione che ammorbava l’intero movimento socialista al fine di scongiurare il tracollo del partito internazionale. Lenin e il partito bolscevico guidarono questo scontro, con la piena consapevolezza che «la lotta ideologica del marxismo rivoluzionario contro il revisionismo alla fine del XIX secolo non è che il preludio delle grandi battaglie rivoluzionarie del proletariato, che avanza verso la completa vittoria della sua causa, nonostante tutti i tentennamenti e le debolezze degli elementi piccolo-borghesi».

Parafrasando Lenin e spostando l’orologio della storia dalla fine del secolo XIX ai giorni nostri, si deve affermare: la lotta del marxismo rivoluzionario contro l’opportunismo, revisionista della teoria rivoluzionaria e traditore del programma comunista, caratterizza la ricostruzione del partito unico mondiale del proletariato, condizione preliminare ed insostituibile per la ripresa della lotta rivoluzionaria di classe.
 

LA TERZA INTERNAZIONALE

Le deformazioni, gli avvilimenti del marxismo rivoluzionario affondano le loro radici "teoriche" in questo periodo storico. È per questo che conosciamo così bene i motivi truffaldini dell’opportunismo attuale, il quale nulla aggiunge a quanto allora pretese teorizzare, anche se l’onda odierna del tradimento è di gran lunga più feroce e infame del riformismo e del socialpatriottismo di allora.

La tesi che qui vogliamo confermare è quella della necessità della ricostruzione del partito politico mondiale del proletariato, sulla base del marxismo rivoluzionario, in aperto rigetto di tesi aberranti che si rifanno alla parte caduca dei moduli di formazione del partito secondo i precedenti della Prima, della Seconda e della Terza Internazionale. Su questo terreno siamo i soli a tenere le posizioni difese dalla Sinistra Comunista Italiana all’interno del Comintern.

Non si tratta di svolgere una critica polemica per il modo in cui si tentò di costruire il partito, ma di esaminare le condizioni storiche determinanti in confronto con le posizioni politiche e programmatiche che il movimento comunista ha dovuto assumere per portare l’esercito proletario su posizioni sempre più avanzate, corrispondenti alle necessità della lotta rivoluzionaria e della conquista del potere.

Anche Lenin – lo abbiamo più volte ribadito – avrebbe voluto una Internazionale tutta d’un pezzo. Ma l’incalzare della crisi rivoluzionaria e la scesa in campo di decine di milioni di proletari e di sfruttati determinarono anche in partiti veramente rivoluzionari l’ "audacia" della manovra, per assestare al potere internazionale del capitalismo il colpo definitivo, che, in quello scorcio di tempo, sembrava a portata di mano.

Il primo congresso del Comintern nel 1919 dette subito la misura a Lenin e a noi della Sinistra italiana che le forze politiche disposte a battersi, cioè i partiti del proletariato, erano fortemente disomogenee, malgrado l’entusiasmo suscitato dalla vittoria rivoluzionaria in Russia. Questo congresso si risolse in una presa di contatto diretto tra i bolscevichi e le delegazioni dei partiti socialisti e di gruppi operaisti di Europa, America e Australia.

È col secondo congresso, l’anno successivo, che si pongono le basi fondamentali del Comintern. Le Tesi del congresso bene sistemarono le principali questioni di dottrina programma e organizzazione.

Nei congressi successivi, col declinare dell’onda rivoluzionaria, vennero in luce profonde, sempre più profonde crepe nell’assetto tattico che investirono anche le regole di organizzazione e il metodo di lavoro interno, fino a far vacillare persino le basi di partenza, che erano sembrate acquisite per sempre. È una parabola, questa, caratteristica del partito politico, che segue quella dell’onda rivoluzionaria se fallisce la vittoria.

In parallelo, come l’Internazionale Comunista sorse nel ripudio del riformismo e del socialpatriottismo, incarnati dai partiti socialdemocratici della Seconda Internazionale, così il partito comunista rivoluzionario protagonista del prossimo assalto rivoluzionario del proletariato dovrà risorgere nel ripudio delle posizioni aberranti che sconvolsero il Comintern.

La gravità della situazione storica attuale è rappresentata dallo sfacelo completo del vecchio movimento comunista. Gli ex partiti comunisti sono piombati ancora più in basso dei partiti della Seconda Internazionale, originando reazioni anarcoidi più contorte di quelle dello anarco-sindacalismo, soprattutto dinanzi alla forma partito, verso cui viene alimentata diffidenza e anche disprezzo.

È noto, per chi vuol ricordarlo, che la Sinistra ha ritenuto che l’onda rivoluzionaria, al culmine negli ultimi mesi del 1919, declinasse con la sconfitta della rivoluzione comunista in Germania, nella prima metà del 1920. Ma questa convinzione rafforzava l’impegno di lavorare alacremente alla costruzione del Partito Comunista Internazionale e quindi alla strenua difesa delle basi programmatiche teoriche e tattiche del marxismo rivoluzionario.

Di contro gli ex socialdemocratici calati a frotte ad ingrossare le file dell’Internazionale Comunista, erano impegnati a spezzare la linea del partito mondiale e, con anticipo sulle teorie di Stalin, a costruire il "partito nazionale" pendant del "socialismo in un solo paese". A questa seconda e opposta soluzione obiettivamente e ineluttabilmente si tendeva ogni qual volta l’Esecutivo di Mosca pretendeva di dare adeguata risposta ai problemi contingenti, sacrificando correttezza ed intransigenza. In tal modo le forze spurie, imbarcate nei partiti comunisti per dare maggior peso alla azione rivoluzionaria, invece si rinvigorivano e davano continui colpi di timone per dirottare l’Internazionale.

Oggi una banda di impostori, prezzolati dallo Stato capitalista, imbratta chilometri di carta per tentare di dimostrare che la rivoluzione è roba da archeologi e che se il comunismo non ha prevalso gli è perché il partito è stato soffocato dalla "dittatura", dalla "intolleranza", dalla "tirannide", dalla "assenza di libertà". Ma la storia dell’Internazionale Comunista dimostra esattamente il contrario. La storia scritta dalla Sinistra Comunista, cioè con la penna del marxismo rivoluzionario, ha ampiamente dimostrato che la rivoluzione è crollata in Europa, nel mondo e nella stessa Russia perché il partito internazionale, che si andava costruendo col sangue dei proletari e con la direttiva marxista, ha peccato di poca dittatura, di poca intransigenza, di poca severità nei confronti delle mezze coscienze, che andavano trattate col ferro rovente del comunismo rivoluzionario.
 

QUESTIONI CENTRALI

La Sinistra comunista italiana, assieme agli spartachisti tedeschi e ai bolscevichi, era perfettamente cosciente che a Mosca si stava costruendo il partito mondiale. Ancora prima che fondasse il PCd’I, frazione del vecchio PSI, la Sinistra partecipò al secondo congresso dell’I.C. nel 1920 e fu per suo merito che le "condizioni di ammissione", i celebri 21 punti di Mosca, furono resi più rigidi e severi. Il rafforzamento dello sbarramento all’ingresso nell’I.C. doveva servire a contenere al massimo l’ingresso di forze non genuinamente comuniste.

Ma già a quel secondo congresso (luglio 1920) vennero in luce due questioni di fondo sulle quali i partiti aderenti si divisero o espressero posizioni contrastanti. La prima questione è quella del parlamentarismo rivoluzionario, la seconda quella del lavoro nei sindacati riformisti.

Lenin, nel maggio 1920, alla vigilia del Congresso, aveva terminato di scrivere il suo celebre opuscolo L’estremismo malattia infantile del comunismo. In esso affronta particolarmente le posizioni dei "tribunisti" olandesi e del Partito operaio tedesco (KAPD) e della Sinistra Italiana. Lenin e il Congresso respingono il rifiuto a lavorare nei sindacati diretti dai socialdemocratici, difeso dai tedeschi e dagli olandesi, e il rifiuto a lavorare nei parlamenti borghesi, condiviso da tedeschi, olandesi e dalla Sinistra italiana. I termini sono noti. Si trattava già di dare un assetto tattico all’azione dell’I.C., che si stava costruendo, sulla scorta soprattutto dell’esperienza del partito bolscevico.

La Sinistra italiana concordò con Lenin che si dovesse lavorare nei sindacati riformisti ad anche "reazionari" per strappare le masse operaie dall’influenza della socialdemocrazia, alleata della borghesia controrivoluzionaria. Dissentì da Lenin sulla questione parlamentare e dai tribunisti olandesi e operaisti tedeschi, da questi ultimi per il modo di formulare il rifiuto a lavorare nei parlamenti borghesi, di netta impronta anarchica.

Per la Sinistra italiana, ma anche per Lenin, la discriminante non era tanto la questione parlamentare, quanto i mezzi tattici da usare per operare lo spostamento di forze proletarie considerevoli dal controllo opportunista a quello rivoluzionario. L’argomento principale di Lenin verteva sull’esperienza russa della convocazione della Costituente e del successivo suo scioglimento a mano armata. Quello della Sinistra italiana nel bilancio fallimentare del parlamentarismo nei paesi industrializzati, dando atto a Lenin che in Russia fosse stata possibile la tattica parlamentare per l’assenza di una tradizione democratico-parlamentare nel paese.

La Sinistra riconobbe anche che a favore delle sue tesi non si potesse invocare la scelta di mezzi "meno difficili", e nemmeno che potesse supplire il carattere particolare del partito comunista alle gravi insidie nascoste nella pratica parlamentare. Soprattutto affermò che, in quella fase di crisi rivoluzionaria, tutti gli sforzi del partito dovessero essere rivolti alla preparazione della insurrezione il cui epicentro – concorde Lenin – era fuori del parlamento, nelle piazze, nelle fabbriche, nella lotta illegale e armata, nella mobilitazione delle masse.

L’osservatorio storico della Sinistra era, come avrebbero dimostrato gli avvenimenti successivi, più favorevole per intravedere che i partiti comunisti avrebbero fatto la stessa fine di quelli socialdemocratici, che sarebbero stati stritolati dall’apparato statale borghese e che la borghesia avrebbe liquidato essa stessa i parlamenti, proprio in quei paesi in cui la lotta rivoluzionaria aveva raggiunto le fasi più acute, Italia e Germania, mantenendoli, invece, là dove avevano servito ad imprigionare l’azione di classe, come Francia, Inghilterra, ecc. Il compito storico di distruggere il parlamento, che avrebbe dovuto essere obiettivo comunista, lo aveva assolto la borghesia capitalista. La tattica russa applicata all’Occidente "civile" si era dimostrata inadeguata.

Completamente diversa era la questione del lavoro nei sindacati riformisti. Lenin e la Sinistra concordavano per lavorarci e guadagnare la direzione dei proletari in essi inquadrati, per mezzo di frazioni sindacali comuniste, tendendo non a spaccare i sindacati a direzione socialdemocratica, ma a conquistarli, e uscirne soltanto nel caso di impossibilità di organizzare cellule comuniste e di svolgere propaganda rivoluzionaria. In ogni caso si doveva compiere ogni sforzo per collegarsi con i proletari inquadrati nei sindacati ufficiali. Contrari a questa direttiva furono i sindacalisti rivoluzionari delle rappresentanze inglese e americana, le quali, peraltro, si opposero alla tesi della supremazia del partito sui sindacati e sulle altre forze economiche. Due questioni, quella del lavoro nei sindacati "reazionari" e del primato del partito, che ancora oggi restano nel gozzo agli "estremisti".

Il congresso deliberò anche la costituzione di una centrale sindacale internazionale, l’Internazionale Sindacale Rossa, in cui dovevano organizzarsi alla scala internazionale i sindacati conquistati dai comunisti, in contrapposizione alla centrale sindacale gialla di Amsterdam, controllata dai socialdemocratici.

Anche le tesi sulla costituzione dei Soviet, organi specifici della presa del potere e non forme permanenti dell’organizzazione proletaria, trovarono opposizione da parte dei rappresentanti francesi, italiani, esclusa la Sinistra che le condivideva, americani e inglesi, i quali pretendevano che i Soviet dovessero essere costituiti subito e non nell’imminenza dell’assalto rivoluzionario.

Disaccordo vi fu anche sulla questione nazionale e coloniale, svolta nelle tesi di Lenin e dell’indiano Roy, parzialmente corretta dalle "tesi supplementari" per attenuare l’impressione che le tesi ponessero l’accento della rivoluzione internazionale sui paesi coloniali anziché sulle metropoli industrializzate. Serrati e Graziadei si astennero e così lo spagnolo Pestagna. Il problema del raccordo della rivoluzione nelle colonie con quella dei paesi civili, che Lenin voleva sciolto in un fronte d’attacco rivoluzionario globale al capitalismo internazionale, imperniato sulla rete dei partiti comunisti autonomi e indipendenti dai movimenti democratici e di liberazione nazionale, ma operante per la costruzione di Soviet operai e contadini in appoggio ai movimenti democratico-borghesi, fu rettificato con la precisazione che l’appoggio dei comunisti dovesse andare ai movimenti nazionalisti rivoluzionari. Il "compromesso" mirava a non distaccare le rivolte dei popoli d’Oriente dalle lotte rivoluzionarie del proletariato occidentale, respingendo atteggiamenti di indifferentismo assunti in particolare dai Serrati e Pestagna.

Le "tesi sul ruolo del partito comunista", quelle "sui compiti fondamentali dell’I.C.", le "condizioni di ammissione" tracciano irrevocabilmente, assieme alle altre tesi, il percorso di un partito internazionale e non quello di una federazione di partiti.

Nei successivi congressi internazionali, la costruzione del partito mondiale inciampa, malgrado le reiterate proclamazioni dell’Esecutivo, in una serie di ostacoli, obiettivamente posti dal processo reale della lotta rivoluzionaria, ai quali non si sa dare corretta ed adeguata risposta. Sin dal terzo congresso del luglio 1921 si assiste al distacco dalle tesi centrali del secondo congresso, e via via ci si trascina sempre più sino al materiale smembramento dell’I.C.

La Sinistra è stata la sola che abbia elaborato in questi sessant’anni un’analisi puntuale e complessiva della sconfitta della rivoluzione. Analisi incentrata esclusivamente sul marxismo rivoluzionario, consacrata in tesi e testi in perfetta continuità con la tradizione comunista, da Marx a Lenin; perché v’è continuità di posizioni tra il partito del 1848 e quello di oggi in quanto il proletariato non è classe nazionale e la rivoluzione è processo internazionale.

Il piccolo partito odierno si qualifica internazionale non per la sua attuale estensione geografica, ma per indicare l’antica aspirazione di ricostruire una organizzazione comunista mondiale, fondata sul complesso di posizioni elaborate dalla Sinistra Comunista, anch’essa internazionale e non soltanto "italiana", perché Marx, Engels, Lenin, Trotsky sono di tutto il proletariato di tutti i tempi.

Per queste ragioni abbiamo sempre respinto inviti a "unificazioni", "convergenze", "alleanze" nel campo organizzativo e politico, coscienti che, sulla scorta dell’esperienza storica, non si ha incremento di influenza reale nella classe con il dilatarsi artificioso dell’organizzazione.

Quello dell’organizzarsi del partito non è problema secondario né formale. Proprio la Sinistra si dovette contrapporre alla centrale di Mosca, quando ormai appariva in tutta la sua gravità il modo con cui si "assumevano" e si "licenziavano" – fu proprio così! – i dirigenti del partito a seconda se erano graditi o meno all’Esecutivo. Il comporsi o lo scomporsi del partito era guidato dall’altalena delle posizioni che si impartivano dall’Internazionale, sinché si giunse all’aberrante necessità per il centro di creare sue frazioni particolari nelle sezioni nazionali dell’I.C.. In quel momento l’I.C. cessava di orientarsi nel senso del partito unico mondiale, per ritornare a ritroso verso la federazione di partiti nazionali.

Il funzionamento interno dell’I.C. si apriva all’opportunismo, anche per questa via. Il modo di strutturarsi del partito influisce sul suo indirizzo e viceversa. Ogni aspetto della vita complessiva del partito è soggetto a reciproche influenze. Non ci sono compartimenti stagni.

Ne deduciamo che richiamarsi alla Sinistra implica il riconoscimento della lotta che essa ha dovuto sostenere in ogni campo sino ad oggi e non soltanto quella che si ingaggiò a Livorno 1921.

Nel trattare le molteplici questioni che stanno alla base del partito internazionale di domani, non poniamo tassativamente le condizioni della Sinistra per boria di organizzazione, ma perché sono le uniche che segnano il passaggio dalla fase di movimento a quella di partito mondiale. La Sinistra si distingue da tutti gli "estremismi di sinistra", sotto questo aspetto, perché non è parte di un preteso "movimento comunista rivoluzionario", ma perché, essendo il comunismo uno ed uno solo, non può concepire il partito come un florilegio di "dialettiche", come furono il PCd’I e l’I.C. fagocitati dalla controrivoluzione mondiale. Il PCd’I e l’I.C. sono morti per sempre, dopo aver segnato marcatamente un tratto della lotta rivoluzionaria del proletariato.

Il partito unico internazionale rinascerà dalle ceneri della disfatta, come un potente partito soltanto sulle fondamenta del marxismo rivoluzionario, di cui la Sinistra è l’incarnazione.

La Sinistra vanta una tradizione coerente e ininterrotta dal Manifesto del 1848 ad oggi. È la tradizione del marxismo rivoluzionario, sinonimo di comunismo. È la continuità di programma e di principi lungo l’arco più che secolare di lotta di classe, di vittorie e di sconfitte del proletariato. È coerenza tattica nel complesso di condizioni storiche non sempre omogenee e non sempre di facile interpretazione. È assetto organizzativo gelosamente vincolato al centralismo dell’organo partito, sia quando nella Prima Internazionale il compito principale era di costruire per la prima volta nella storia una organizzazione combattente essenzialmente proletaria, emancipata dalla democrazia borghese, sia quando nella Terza Internazionale la funzione di direzione centralizzata alla scala mondiale del movimento comunista mirava, nella crisi rivoluzionaria apertasi con la guerra mondiale e l’Ottobre, allo scatenamento della rivoluzione internazionale.

Chi può fregiarsi di questi meriti? Quale gruppo, partito, scuola politica può dire altrettanto, quando si ingegna a ricercare nella lunga storia del comunismo gli "errori", per mettere sul banco degli accusati la Sinistra? L’anarchismo, il sindacalismo rivoluzionario hanno forse conseguito più solidi successi con il loro eclettismo e la fobia viscerale per il partito? Il laburismo o l’operaismo "comunista tedesco", il consiliarismo olandese, e le altre piccole escrescenze generate in fondo dall’operaismo, hanno forse tradotto le sconfitte proletarie in vittorie con il loro inane tentativo di spezzare la marcia storica del marxismo rivoluzionario? I "correttori" del comunismo non solo non hanno conseguito il benché minimo successo, ma nemmeno il benché minimo incremento nella elaborazione teorica e tattica del processo rivoluzionario del proletariato.

È ben misera cosa accusare la Sinistra di settarismo per il suo esplicito rifiuto ai pateracchi, tipo vecchi e nuovi "quadrifogli" o "trifogli", chiamando a testimoni, fuori di luogo e di tempo, Livorno ’21 e l’Internazionale Comunista. È proprio l’esperienza del primo dopoguerra, dell’I.C. e del PCd’I in particolare, a dimostrare che il partito unico del proletariato risorgerà soltanto sulle basi della Sinistra, scolpite a tutto tondo dal lungo e faticoso lavoro di critica rivoluzionaria. È questa la sola via, quella di sempre. L’altra è la "terza via", più autorevole per consistenza di forze nell’oggi reazionario, ma è quella dei partiti traditori, che rafforza il potere capitalistico ed è di segno controrivoluzionario.

È inesorabile la scelta di campo: o con la Sinistra per il partito comunista, cui è dovuta disciplina e dedizione, o con i suoi nemici, comunque camuffati da "critici", "frazionisti", "realisti" o anarchici, operaisti, estremisti.

Quando e come è stata brutalmente interrotta la lotta formidabile del proletariato rivoluzionario per costituirsi in partito internazionale? La risposta puntuale ed esauriente è nella storia della degenerazione dell’I.C. che la Sinistra ha vissuta e combattuta, anche eroicamente per il sacrificio della vita di gran parte dei suoi devoti militanti. Le battaglie in nome dell’intransigenza rivoluzionaria, ad un certo grado di sviluppo della degenerazione, hanno assunto gli aspetti di una autentica guerra di classe, che si è dovuta combattere contemporaneamente all’esterno del partito contro le guardie bianche della borghesia e contro le sue quinte colonne socialdemocratiche, e all’interno del partito contro posizioni aberranti, all’inizio difese da ignari "destri" e "centristi", poi imposte con l’autorità delle armi dagli stalinisti.

Queste battaglie hanno date e obiettivi precisi che sommariamente ricordiamo anche a coloro, vecchi e giovani, che sino ad ieri balbettavano di comunismo rivoluzionario, nella non ancora sopita speranza che rispondano all’appello della Sinistra, secondo il nostro antico adagio: il partito non si lascia mai!
- 1921: contro il fronte unico tra partiti, per il fronte unico sindacale;
- 1922: contro il "governo operaio", combinazione parlamentare tra partiti comunisti e socialdemocratici, per l’unico governo operaio possibile, quello della dittatura proletaria del solo partito comunista;
- 1923: contro il "governo operaio e contadino", ulteriore degenerazione di quello "operaio";
- 1924-26: contro i blocchi elettorali e le fusioni con supposte ali sinistre della socialdemocrazia; contro il terrorismo ideologico e la concussione organizzativa; contro le manovre oscillanti della tattica e la sottomissione del partito internazionale allo Stato russo.

Sono queste, sommariamente, le questioni cruciali su cui la Sinistra ha dato battaglia tentando di trattenere l’I.C. dal cadere nell’opportunismo. La storiografia ufficiale ha steso una coltre di silenzio sulle lotte della Sinistra, e il grande apporto "critico" dei falsi comunisti è quello di dimostrare che il marxismo rivoluzionario ha fallito e che altre "formule" e "vie" vanno percorse.
 

DAL SECONDO CONGRESSO DELL’I.C. ALLE TESI DELLA SINISTRA DEL SECONDO DOPOGUERRA

Non si può seriamente sostenere che la Sinistra è rimasta ancorata ai capisaldi del marxismo rivoluzionario e al tempo stesso accusarla di essere rimasta sorda ai "nuovi" impulsi della storia. Tesi più sciocca quella di riconoscere la giustezza delle posizioni della Sinistra "allora", e di ritenerle superate "oggi", quasi che un impenetrabile diaframma separi l’ieri dall’oggi; e perché no l’oggi dal domani?

Non fummo entusiasti di come si andava formando l’I.C. Eravamo giustamente convinti che si dovesse tagliare "a destra" e al "centro" dei vecchi partiti della Seconda Internazionale e su molte vocazioni di "sinistri" dell’ultima ora avevamo seri dubbi. La confluenza sulle posizioni poste dall’iniziativa bolscevica di frazioni dei partiti socialisti era inevitabile mezzo per costruire l’I.C. Sotto la spinta di eventi mondiali, principali la guerra imperialista da poco terminata e la rivoluzione d’Ottobre vittoriosa, che mettevano a soqquadro la struttura economica sociale e politica del capitalismo internazionale, non v’era da indugiare un solo minuto per tentare di organizzare una centrale internazionale di partito in grado di orientare il proletariato che si andava radicalizzando.

Col secondo congresso si costruì una cerniera per sbarrare il passo a principi dottrine e pratiche delle classi nemiche filtrate dalla socialdemocrazia. Fu un risultato poderoso che segnò il trapasso irreversibile verso il partito unico comunista, che solo la leggerezza di presuntuosi o la sicumera di traditori può ritenere superato o fallace. Solo la Sinistra ha le carte in regola per sottoporre a critica anche severa le posizioni e la tattica dell’Esecutivo dell’I.C., non chi ha condiviso posizioni e tattica per corromperle e tradirle operando all’interno del partito mondiale.

Gli ex partiti comunisti hanno voltato per sempre le spalle al comunismo e alla sua poderosa visione storica. Non da questi partiti usciranno frazioni di "sinistra" in grado di ricongiungersi, separandosi da questi partitaci, alle nuove avanguardie del comunismo rivoluzionario. Questi partiti si sono ormai immedesimati nel regime politico capitalistico. La loro revisione è totale. Non c’è una sola proposizione comunista nei loro programmi, nei loro testi, nelle loro enunciazioni e direttive, nell’azione. Si deve dire di questi partiti quello che si disse dei partiti socialdemocratici: non sono la destra del movimento operaio, sono la sinistra della borghesia.

Le Tesi caratteristiche del 1951 elaborate dalla Sinistra sintetizzano l’esperienza storica del proletariato ed assumono la stessa importanza storica delle tesi del secondo congresso dell’I.C. Esse costituiscono la linea insuperabile di demarcazione tra il marxismo rivoluzionario e l’opportunismo.

In questo senso le Tesi caratteristiche, e poi quelle successive, pur in assenza di un moto internazionale di classe, rappresentano i capisaldi non del partito "italiano", non solo del partito di oggi, piccolo e debole, ma del partito comunista internazionale forte e compatto di domani. Allo stesso modo che l’opera svolta dalla Sinistra all’interno dell’IC non si interessava soltanto del partito italiano, ma anche e soprattutto del partito mondiale.

Nelle tesi del secondo dopoguerra predominano, come un filo conduttore ininterrotto, i motivi fondamentali che avevano caratterizzato il limpido lavoro della Sinistra nel PCd’I e nell’I.C., dalla loro formazione sino all’ultima ora, una opposizione nel movimento comunista internazionale resasi necessaria via via che l’Esecutivo abbandonava le posizioni di partenza, incalzato dall’onda controrivoluzionaria più devastatrice che si sia abbattuta sul proletariato. E nella sconfitta dell’assalto rivoluzionario e del movimento comunista, le posizioni del marxismo rivoluzionario che la Sinistra difendeva costituiscono il punto di riferimento per riprendere la marcia verso la ricostruzione del partito mondiale.

Tra queste posizioni, che riflettono non apriorismi ideologici ma punti fermi in dottrina e in prassi conquistati nel corso di battaglie fisiche, di scontri diretti spesso cruenti, primeggiano quelle che sono l’esatto contrario delle posizioni dei partiti traditori.

La prima, la più distintiva e caratteristica verso l’opportunismo, è quella che definisce la democrazia borghese come il regime più mistificatore dei rapporti di classe, e non l’eterno permanente regime per la emancipazione proletaria dal capitalismo; la seconda è definita dal rigetto di ogni pratica democratico-parlamentare; la terza è quella che si debba respingere ogni commistione organizzativa, alleanza e intesa politica con partiti, gruppi o frazioni cosiddetti di "sinistra", "affini", "vicini"; la quarta caratteristica è l’abbattimento violento e non per via pacifica e legale del potere borghese e l’instaurazione del potere dittatoriale del proletariato diretto dal partito unico comunista internazionale; la quinta imposta la ricostruzione del partito politico di classe alla scala mondiale sulle basi del marxismo rivoluzionario, e quindi su basi ideologiche omogenee svolte da Marx Engels Lenin, su schemi tattici rigidamente delimitati dai principi e dalle finalità, sull’organizzazione organicamente centralizzata, vale a dire con stretto vincolo ai postulati programmatici di capi e gregari.

Appare evidente, per chiunque voglia sinceramente e seriamente ispirarsi al marxismo rivoluzionario, la netta chiusura a posizioni frontiste, alleanziste, pacifiste, democratiche, rivendicate da gruppi politici per i quali la rivoluzione sarebbe una questione di forme anziché di forze. Posizioni che trasferite nel campo organizzativo vorrebbero affidare la dilatazione e il potenziamento dell’influenza del partito di classe a combinazioni politiche, cooptazioni organizzative, piuttosto che alla corretta e severa visione degli interessi di classe secondo l’ormai ultrasecolare pratica marxista rivoluzionaria.
 

INTRANSIGENZA CONSAPEVOLE

Il piccolo e limitato partito di oggi è fortemente convinto di costituire il centro di riferimento per tutte le forze che intendono portarsi sotto la bandiera della rivoluzione comunista e che soltanto col diffondersi su scala sempre più ampia della sua influenza nel proletariato stia la garanzia della ricostruzione del futuro partito unico mondiale.

In questa sua profonda convinzione, maturata nell’esperienza storica e premessa nelle tavole dell’antica e sempre attuale dottrina, postula la confluenza di tutti i lavoratori, in qualsiasi partito inquadrati, nella organizzazione difensiva di classe (sindacati rossi, associazioni economiche proletarie, ecc.), che andrà ricostruendosi col ritorno della classe operaia sulla scena storica come protagonista. Intanto mantiene fermezza programmatica, rigidità organizzativa e severità tattica, che gli consentiranno di esaltare al massimo le sue caratteristiche di partito-organo esclusivo del proletariato e la combattività della classe.

Con sincerità e franchezza diciamo a quanti si sono separati dal partito nell’illusione di battere strade che abbreviassero o accelerassero il corso degli eventi, che in tal modo contribuiscono a disperdere energie, altrimenti fertili per la milizia rivoluzionaria di partito, e a confondere la classe, già frastornata dal dominio opportunista. Anche sotto questo aspetto, se si può pensare con seria determinazione a stimolare il processo storico, la strada giusta, l’unica, è quella dell’intransigenza rivoluzionaria, da percorrersi fino in fondo, fermi al proprio posto di militanti comunisti disciplinati all’organizzazione e al programma.

Anche in questo, gli ammonimenti della Sinistra all’Esecutivo dell’IC siano di insegnamento, quando si credette di contrastare e poi contrattaccare l’offensiva capitalistica in fase di riflusso rivoluzionario, oscillando con sempre maggiore frequenza tra un espediente e l’altro. Nessun espediente riuscì a fermare la disfatta. Nessuna tattica oscillante poté invertire la tendenza sfavorevole. Non lo poterono gli "operaisti", né i "consiliaristi", né gli "oppositori". Nessuna formula organizzativa, come quella della "bolscevizzazione", poté invertire i rapporti di forza che si andavano assestando contro il proletariato.

Neanche la Sinistra, ferma su posizioni corrette, poté costruire un argine materiale al dilagare dell’opportunismo, con la differenza che la Sinistra ebbe lucida coscienza che ormai la partita era perduta e che ogni sforzo doveva essere fatto in difesa del programma e della dottrina, condizione indispensabile e prioritaria per la ripresa del corso rivoluzionario, quando un nuovo ciclo favorevole si sarebbe aperto. Fummo accusati dottrinari ed anche disertori perché rifiutavamo di aderire a frazioni di sinistra, a "programmi transitori", a nuove internazionali.

Fu un atto di coraggio, di vero coraggio rivoluzionario rinunciare a controffensive prive di solida base, per proteggere il potente lavoro svolto dall’avversa contingenza e dalle contaminazioni che ne derivavano, allo stesso modo che Marx preferì sciogliere la Prima Internazionale piuttosto che lasciarla alla mercé dei gaglioffi che l’avrebbero screditata, con l’intento che una nuova Internazionale continuasse il ciclo fecondo riprendendo il cammino dal punto in cui la Prima l’aveva forzatamente interrotto.
 

ATTORNO AL PICCOLO MA GRANDE PARTITO

Per l’insieme del lavoro e il complesso di battaglie della Sinistra, che si sono incarnati nell’attuale piccolo partito internazionale, riteniamo che qui è il luogo dell’arruolamento comunista, della restaurazione della dottrina, della difesa del programma, dell’elaborazione tattica, della preparazione del prossimo assalto rivoluzionario del proletariato. È qui che esiste l’unica possibilità reale dell’affasciamento delle forze sinceramente rivoluzionarie e dello scioglimento delle contraddizioni che ancora trattengono il proletariato dallo svincolarsi dai partiti traditori, e non nel congiungersi effimero e fallace di dissidenze e pregiudiziali, prolificatrici d’insanabili contrasti.

A un partito che, malgrado le alterne vicende, è pur sempre ben saldo nella dottrina, nel programma, nei principi e nelle finalità, è dovuto rispetto, dedizione, disciplina. La Sinistra, quindi, è contro i blocchi e le fusioni intesi alla maniera opportunista, ma è per il blocco e la fusione di volontà e di forze combattenti, amalgamate dal comunismo concepito come complesso unitario ed omogeneo di principi e finalità, di programma e tattica in cui i singoli componenti, avendo rinnegato per sempre questa società, si sentono realmente liberi ed affrancati per dare il loro solidale contributo alla causa.

Siamo ancora in pieno dominio della controrivoluzione, e non c’è concilio internazionale che ce ne faccia uscire. Non ci porterà fuori dalla bufera un rinverdito fronte unico politico tra "partiti comunisti", peraltro inesistenti, tra gruppi estremisti senza tradizione se non quella dell’ibridismo.

I sintomi di rallentamento produttivo, il malessere che serpeggia tra il proletariato oggi duramente colpito dall’offensiva economica e sociale borghese, la caduta nel sottoproletariato di strati di ceti medi, si concretizzano nella maggior popolarità di alcune frazioni frondiste dell’area opportunista: diversivi per trattenere e governare nella legalità del regime quei proletari che sentono avanzare e grandeggiare la pressione della borghesia ed avvertono con sempre maggiore lucidità il tradimento di partiti e di sindacati che si proclamano operai.

Questo stato di cose è ben lungi dal caratterizzare uno spostamento nei rapporti di forza tra le classi. La tecnica politica della borghesia di secernere opposizioni leali al regime borghese sotto il segno della dissidenza, che non esce dai limiti della legalità, è ormai vecchio trucco, che funziona più per l’estrema debolezza della classe operaia che per intrinseca efficienza. Crediamo che la crisi generale del sistema economico capitalistico stia maturando e che possa produrre profonde lacerazioni sociali e politiche, di tale consistenza da rimettere in moto il proletariato e ricreare il naturale terreno per lo scontro tra programmi e tra partiti.

In assenza di questa condizione oggettiva, che giustificò la nascita della Terza Internazionale, la tesi dei fautori di una "nuova" internazionale per mezzo della federazione di opposizioni "comuniste", cade, e resta solo il velleitarismo dei propugnatori che pensano di supplire alla mancanza di forze con le etichette e i proclami. Fattore determinante, invece, è anche un solo manipolo di autentici comunisti, oggi, impegnato da decenni al ripristino della teoria e del programma. Ma sarebbe demagogico ritenere che esso possa sic et simpliciter passare alla testa del proletariato senza essere sostenuto da un largo e effettivo sostegno del proletariato.

Eventualmente, se un confronto può esserci – ed è altra tesi da quella del "confronto" dei federalisti, come lo è per i partitacci – questo non ha senso sul terreno del programma, per il semplice fatto che i programmi non sono confrontabili, ma sul terreno dell’azione dove si urtano e si misurano forze, armi e indirizzi pratici, sui quali il proletariato è in grado di potersi orientare e di scegliere lo schieramento. Non un "confronto" proteso ad una "trattativa", metodo tipico della diplomazia tra partiti borghesi. Invece la trattativa, per esempio, se si debba o meno dare la parola d’ordine dello sciopero generale tramite l’organizzazione di classe del proletariato, ci troverà consenzienti quando ce ne saranno le condizioni oggettive, oggi inesistenti.

Per concludere, non "confrontiamo" il nostro programma con nessuno, né tanto meno contrattiamo di mescolarlo con i programmi di altri partiti. Quando tempo sarà, studieremo di trattare l’azione proletaria nei modi e con i mezzi che garantiscano l’indipendenza e l’autonomia del partito e il conseguimento di una avanzata della classe verso l’obiettivo ultimo della conquista del potere politico.

L’esperienza sinora acquisita ci insegna che coloro i quali si fanno in quattro per i pateracchi politici, di regola mancano sempre all’appuntamento dell’azione pratica. A più forte ragione, resta nel campo dell’utopia, oltre ad essere irrealizzabile, almeno che non si voglia snaturare il partito, la proposta di "trattare" per la ricostruzione del partito.

Contro queste pratiche aberranti la Sinistra si è battuta da sempre. Nulla è mutato perché si debba rivedere questa posizione.
 
 
 
 
 
 
 


La nazionalizzazione della terra nel programma agrario del partito bolscevico
 

Una delle tesi comuniste che ha fatto rompere non poche di antidialettiche teste è quella che afferma il carattere controrivoluzionario della borghesia nelle stesse rivoluzioni borghesi successive al 1871 in Occidente. L’incapacità di comprendere in tutta la sua importanza storica questa questione deriva dall’errore di non saper distinguere tra classi sociali rivoluzionarie in rapporto alle forme di proprietà esistenti, e dunque in rapporto allo Stato in quanto garante delle forme di proprietà, e lo sviluppo del modo di produzione che è vincolato al livello esistente delle forze produttive e che non può superare volontaristicamente tappe insuperabili, come vorrebbero gli anarchici alla Bakunin. La questione è di un’importanza capitale per poter comprendere non solo il 1848 in Germania, ma anche la particolare attenzione posta dal partito bolscevico alla questione contadina nella Russia del primo Novecento. Proprio sul terreno dell’azione pratica il bolscevismo si è costantemente differenziato dall’opportunismo menscevico, in quanto la derivava in stretta continuità e correlazione proprio con le polemiche di Marx contro la funzione rinunciataria della borghesia tedesca nel grande movimento insurrezionale del 1848 tedesco ed europeo.

Per ben chiarire una tale questione, come è necessario, ci serviremo di ampie citazioni di Marx e di Lenin. Una totale chiarezza è infatti indispensabile e preliminare per impostare poi nei corretti termini marxisti la questione della nazionalizzazione della terra, questione che, pur avendo esaurito tutta la sua carica rivoluzionaria nelle aree in cui il potere politico è ormai saldamente in mano alla borghesia, può avere ancora un’importanza di primo piano nelle aree precapitalistiche. Ma dobbiamo procedere con ordine. Marx, commentando il 1848 in Germania, scrive:

«Le rivoluzioni del 1648 e del 1789 non furono rivoluzioni inglesi e francesi: furono rivoluzioni di stile europeo. Non segnarono la sola vittoria di una classe particolare della società sul vecchio ordine politico, ma la proclamazione dell’ordine politico per la nuova società europea. In esse la borghesia vinse, ma la vittoria della borghesia fu allora la vittoria di un nuovo ordine sociale (...) Nella rivoluzione prussiana di marzo, nulla di tutto ciò (...) La borghesia prussiana non era, come la borghesia francese del 1789, la classe che rappresenta l’intera società moderna di fronte agli esponenti della vecchia società: il re e i nobili. Era precipitata al livello di una specie di ordine rivolto contro la Corona non meno che contro il popolo, ansioso di resistere ad entrambi, indeciso nei confronti di ognuno dei suoi avversari perché se li vedeva sempre davanti o di dietro; incline fin dall’inizio al tradimento del popolo e al compromesso col simbolo coronato della vecchia società, perché esso stesso apparteneva a quest’ultima; incarnante non gli interessi di una società nuova in contrapposto ad una società vecchia, ma rinnovati interessi all’interno di una società invecchiata (...) La borghesia francese cominciò col liberare i contadini. E, coi suoi contadini, conquistò l’Europa. La borghesia prussiana era talmente irretita negli interessi più angusti e contingenti, che si beffò di questi suoi alleati diretti, e così ne fece degli arnesi nelle mani della controrivoluzione feudale» (Da una serie di articoli della NeueRheinischeZeitung, scritti il 10, il 16 e il 31 dicembre 1848 dal titolo: La borghesia e la controrivoluzione).
Le giornate di febbraio e soprattutto di giugno a Parigi avevano ormai insegnato alla borghesia mondiale che un’altra classe sociale si era prepotentemente imposta sulla scena storica per affermare un programma antitetico a quello della stessa borghesia e tale che avrebbe finalmente liberato l’umanità intera non più soltanto nelle fradice carte del diritto borghese, ma nei materiali rapporti di produzione: questo era il proletariato mondiale, sulla cui bandiera stava ormai scritto a lettere di sangue: morte alla proprietà privata! E la borghesia mondiale non poteva non imparare velocemente la lezione storica che «in questioni di denaro, il sentimentalismo cessa», come sinteticamente e ferocemente Marx stigmatizza negli stessi articoli; e il denaro si difende meglio senza turbare eccessivamente l’ordine costituito, sia anche l’ordine dell’imperatore, dello zar o di qualunque altra gerarchia feudale.

Lenin, nella sua gigantesca restaurazione di tutto il marxismo, aveva tratto le stesse lezioni nelle condizioni della doppia rivoluzione russa. È impossibile riportare anche solo una parte delle citazioni di Lenin a questo proposito. Si tratta di una questione essenziale, in stretto collegamento con tutto il programma e la tattica del partito bolscevico svolgentesi in un vasto periodo di tempo, questione che Lenin analizza minuziosamente in numerosi scritti e da ogni punto di vista, teorico tattico organizzativo. Se è possibile svolgere una breve sintesi di una tale complessa questione, fortemente ancorata, da un lato, a tutte le questioni di principio e, dall’altro, alla materiale attività organizzativa e socialmente rilevante del partito bolscevico nello scontro di classe della Russia, essa non può non affrontare se pur brevemente questi punti essenziali:

1) nella Russia la borghesia non svolge la sua funzione nella stessa rivoluzione borghese;

2) data la situazione delle forme economiche ancora in gran parte feudali soprattutto nelle campagne, ogni rivoluzione in Russia non potrà che avere segno borghese; ogni sviluppo del modo di produzione non potrà che essere sviluppo del modo di produzione capitalistico e di conseguenza la rivoluzione che si pone in Russia è una rivoluzione democratico-borghese;

3) il compito del partito del proletariato russo è quello di appoggiare quelle forze sociali che, marciando nel senso della rivoluzione democratico-borghese, sono decise a spingerla fino in fondo: queste forze esistono e sono i contadini poveri che non hanno le stesse remore e tentennamenti della borghesia liberale, sempre disposta a fare compromessi con l’autocrazia zarista;

4) la misura della nazionalizzazione della terra non può essere intesa dal partito del proletariato come una misura definitiva, in grado di per sé di risolvere la questione dello sviluppo agrario e quindi nemmeno di sollevare le condizioni di miseria dei contadini, tanto meno di contenuto socialista. In quanto tale, da un punto di vista economico, la nazionalizzazione è una misura "idealmente" pura nel senso dello sviluppo capitalistico, e dunque non potrà arrestare la marcia del capitalismo anche nella Russia arretrata, a meno che – e questa era la prospettiva rivoluzionaria fin dal primo Novecento – la radicale rivoluzione politica in Russia non metta in movimento la rivoluzione socialista europea.

Pur non possedendo altri esempi storici di cristallina evidenza, tuttavia questi punti sono talmente connessi tra loro ed organicamente collegati a tutte le questioni di principio del marxismo, che sicuramente possono essere considerati come punti-chiave per la comprensione non solo dello svolgersi della rivoluzione russa, ma anche delle rivoluzioni agrarie successive e da avvenire. Per maggiore chiarezza e completezza, per ognuno dei precedenti quattro punti riporteremo alcune citazioni di testi, in particolare di Lenin, tra quelle che ci sembrano di maggiore efficacia e limpidezza.

Per quanto riguarda il primo punto Lenin cita più di una volta non solo le feroci polemiche di Marx contro la borghesia tedesca del 1848, ma anche un passo molto importante tratto dalle Teorie sul plusvalore (II volume, 8° capitolo), ad indicare che l’attitudine reazionaria della borghesia non è accidentale ma economicamente fondata. Questa è la ricorrente citazione di Marx:

«Il proprietario fondiario, una funzione così essenziale alla produzione nel mondo antico e medievale, è una superfetazione inutile in quello industriale. Il borghese radicale prosegue di qui teoricamente verso la negazione della proprietà fondiaria privata, che vorrebbe rendere comune proprietà della classe borghese, del capitale, nella forma di proprietà statale. Tuttavia nella pratica gli manca il coraggio, perché l’assalto ad una forma di proprietà – una forma della proprietà privata sulle condizioni di lavoro – diventerebbe molto pericoloso per l’altra forma. Inoltre la stessa borghesia si è ruralizzata».
È evidente che si può sostenere, in via di principio, che, nella misura in cui si forma una qualche accumulazione di capitale nelle zone sottosviluppate, la tendenza della borghesia è quella di immediatamente "ruralizzarsi", dal che deriva per il partito marxista un problema di inquadramento storico delle aree nella codificata ormai questione tattica della rivoluzione permanente. Per quanto riguarda la borghesia russa Lenin fa le seguenti inequivocabili affermazioni:
     «Il concetto di rivoluzione borghese significa forse che solo la borghesia può compierla? Su questa opinione spesso deviano i menscevichi. Ma questa opinione è una caricatura del marxismo. Borghese per il suo contenuto economico-sociale, il movimento di liberazione non è tale per le sue forze motrici. Le sue forze motrici possono essere non la borghesia, ma il proletariato e i contadini. Perché ciò è possibile? Perché il proletariato e i contadini soffrono ancor più della borghesia per le sopravvivenze della servitù della gleba, hanno ancor più bisogno della libertà e della distruzione del giogo dei grandi proprietari fondiari. La borghesia invece si vede minacciata dalla completa libertà (...) Quindi l’aspirazione della borghesia a far cessare la rivoluzione a mezza strada, con una mezza libertà, con una transazione con il vecchio potere e i grandi proprietari fondiari. Questa aspirazione ha le sue radici negli interessi di classe della borghesia e si è manifestata con tanta vivezza nella rivoluzione borghese tedesca che il comunista Marx concentrò allora tutto il mordente della politica proletaria nella lotta contro la borghesia conciliatrice.
     «Da noi in Russia la borghesia è ancor più vile, e il proletariato è invece molto più cosciente di quello tedesco del 1848. Da noi la vittoria completa del movimento democratico borghese è possibile unicamente a dispetto della borghesia liberale conciliatrice, soltanto nel caso che le masse contadine democratiche seguano il proletariato nella lotta per la completa libertà e per tutta la terra» (Lenin, La questione agraria e le forze della rivoluzione, del 1 aprile 1907).
     «Correggendo questo errore, Kautsky rispose a Plekhanov che la borghesia non è la forza motrice della rivoluzione russa, che in questo senso il tempo delle rivoluzioni borghesi era passato, che in tutto il periodo della lotta rivoluzionaria esiste una salda comunanza d’interessi solo tra il proletariato e la massa contadina, che questa comunanza di interessi deve appunto essere alla base di tutta la tattica rivoluzionaria della socialdemocrazia russa (...) Plekhanov non ha capito la differenza tra rivoluzione borghese contadina e rivoluzione borghese non contadina (...) Non si tratta né di sfumature, né della questione della rapidità dello sviluppo, né della conquista del potere per cui grida Plekhanov, ma della concezione fondamentale circa le classi capaci di essere la forza motrice della rivoluzione russa. Volenti o nolenti, Plekhanov e i menscevichi finiscono inevitabilmente col dare un appoggio opportunistico alla borghesia, giacché non comprendono che nella rivoluzione borghese contadina la borghesia è un elemento controrivoluzionario» (Lenin, Il programma agrario della socialdemocrazia russa, novembre-dicembre 1907).
Plekhanov, sotto il manto di una falsa purezza ideologica, accusava Lenin di analfabetismo in quanto aveva arbitrariamente introdotto un nuovo tipo di rivoluzione tra quello borghese e quello socialista: quello appunto della rivoluzione contadina. Era talmente abbagliato dalla potenza dialettica delle argomentazioni di Lenin, che reagiva in maniera addirittura stizzita quando Lenin, cocciuto ma sorridente, gli ribatteva che anche la rivoluzione contadina era una rivoluzione borghese, ma che quest’ultima poteva avvenire o sotto forma moderata oppure in modo radicale ed era per favorire quest’ultima che lottavano anche i bolscevichi accanto ai contadini russi.

La questione per non creare disorientamento e sbandamenti nel Partito, doveva essere, come era, chiarissima e con estrema coerenza fu esposta, oltre che i numerosi altri scritti di polemica con ogni sorta di avversari, sia nel Programma agrario della socialdemocrazia russa del 1907, fondato soprattutto sugli elementi teorici e di principio della questione, sia nello studio su La Questione agraria in Russia del 1908, che, sull’analisi più minuziosa dei rapporti di classe nelle campagne russe dopo la riforma del 1861, confermava nella maniera più totale gli elementi fondamentali di principio. Nel Programma agrario del 1907 Lenin sostiene:

     «La principale origine di tutte le solenni balordaggini dei nostri municipalisti sta proprio nel fatto che essi non capiscono la base economica della rivoluzione agraria borghese in Russia nei suoi due possibili aspetti, quello latifondista-borghese e quello contadino-borghese. Senza un "ripulisti" dei rapporti e degli ordinamenti fondiari medioevali, in parte feudali e in parte asiatici, non può avvenire una rivoluzione borghese in agricoltura, poiché il capitale deve – lo deve nel senso di una necessità economica – crearsi nuovi ordinamenti fondiari adatti alle nuove condizioni di una libera agricoltura mercantile (...) Il "ripulisti" stolypiniano si trova indubbiamente su una linea di sviluppo capitalistico progressivo della Russia, ma si tratta di una ripulisti in tutto e per tutto adatto agli interessi dei grandi proprietari (...) In questa linea c’è un incontestabile senso economico: esprime fedelmente il reale corso dello sviluppo quale deve essere sotto il dominio dei grandi proprietari fondiari che si trasformano in junker.
     «Qual’è l’altra linea, quella contadina? O essa è economicamente impossibile, e allora tutti i discorsi sulla confisca della terra dei grandi proprietari da parte dei contadini, sulla rivoluzione agraria dei contadini e così via non sono che una ciarlataneria o un sogno vano. Oppure è economicamente possibile, qualora si abbia la vittoria di un elemento della società borghese su un altro elemento della società borghese; e allora dobbiamo raffigurarci chiaramente e chiaramente mostrare al popolo le condizioni concrete di questo sviluppo, le condizioni nelle quali i contadini possono trasformare i vecchi rapporti di proprietà fondiaria secondo un criterio nuovo, capitalistico: questa linea contadina è la spartizione delle terre dei grandi proprietari fondiari ed il loro passaggio in proprietà della popolazione contadina».
E tale giudizio viene confermato nel La Questione agraria del 1908:
     «Il fondamento delle concezioni marxiste sull’economia contadina russa posteriore alla riforma è nel riconoscimento del carattere piccolo-borghese di questa economia. E le polemiche tra gli economisti di tendenza marxista e gli economisti populisti si sono anzitutto concentrate (e devono concentrarsi, se si vuol giungere al chiarimento della sostanza reale dei dissensi) sulla validità e accettabilità di questa definizione. Se non si è chiarito con assoluta precisione questo problema, non si può muovere un solo passo in avanti per affrontare le questioni più concrete o di ordine pratico. Sarebbe, ad esempio, un’impresa assolutamente disperata e una fonte di confusione esaminare le diverse soluzioni della questione agraria che il secolo XIX ha lasciato in eredità al nostro secolo, se non si chiarisse preliminarmente in quale direzione si muova in genere la nostra evoluzione agraria, quali classi possano trarre vantaggio da questo o quel corso degli eventi.
     «I dati particolareggiati sulla disgregazione della popolazione contadina, che abbiamo riportato più sopra, chiariscono proprio quel fondamento di tutte le restanti questioni del rivolgimento agrario senza la cui comprensione non si può procedere oltre. L’insieme dei rapporti tra i diversi gruppi di contadini, che abbiamo esaminato molto ampiamente e agli angoli opposti della Russia, ci mostrano appunto l’essenza dei rapporti economici e sociali all’interno dell’obstcina. Questi rapporti rilevano chiaramente la natura piccolo-borghese dell’economia contadina nella presente situazione storica».
Agli occhi dei menscevico Plekhanov, trattandosi in ogni caso di sviluppo piccolo-borghese del capitalismo agrario, la questione poteva sembrare di scarsa importanza per il partito del proletariato, non capendo che viceversa è proprio qui che si inserisce l’azione cosciente di un partito rivoluzionario. Innanzitutto – e siamo al punto 3 – è necessario sgombrare il campo da ogni utopismo: è necessario quindi analizzare se e in quali modi è possibile l’evoluzione del capitalismo nella sua forma più radicale. Nel Programma agrario del 1907, riprendendo le argomentazioni precedenti sulla natura della linea contadina della spartizione in opposizione alla linea stolypiniana, Lenin così continua:
     «Benissimo. Ma perché questa spartizione e passaggio in proprietà corrisponda realmente alle condizioni nuove, capitalistiche, dell’agricoltura occorre che la spartizione avvenga secondo un criterio nuovo, e non in base al vecchio criterio. Base della spartizione debbono essere non le vecchie terre dei nadiel, divise tra i contadini un secolo fa in base al volere degli amministratori dei proprietari nobili o dei funzionari di un’autocrazia asiatica, ma le esigenze di un’agricoltura libera, mercantile. Per soddisfare le esigenze del capitalismo la spartizione deve essere una spartizione tra farmers e non una spartizione tra contadini "fannulloni", la stragrande maggioranza dei quali amministra la sua azienda secondo il vecchio tran tran, in base alla tradizione, conformemente alle condizioni patriarcali e non a quelle capitalistiche. Una spartizione in base alle vecchie norme, cioè conforme al vecchio possesso fondiario, quello dei nadiel, non spazzerà via il vecchio possesso fondiario, ma lo perpetuerà, non libererà la strada per il capitalismo, ma gli imporrà il carico di una massa di inadatti e inadattabili "fannulloni" che non possono diventare farmers.
     «Per divenire progressiva, la spartizione deve basarsi su una nuova selezione operata tra i contadini agricoltori, su una selezione che separi i farmers dall’inutile ciarpame. E questa nuova selezione è appunto la nazionalizzazione della terra, cioè la completa distruzione della proprietà privata della terra, la completa libertà dell’azienda sulla terra, la libertà di trarre dei farmers dalla vecchia massa contadina (...) Questa rivoluzione può compiersi o col sopravvento dei grandi proprietari fondiari sui contadini, e ciò esige la conservazione della vecchia proprietà e la sua riforma stolypiniana esclusivamente con la forza del rublo, oppure mediante la vittoria dei contadini sui grandi proprietari, e ciò è impossibile, in forza delle condizioni oggettive della economia capitalistica, senza la distruzione di tutta la proprietà medioevale della terra, sia dei grandi proprietari sia dei contadini. O riforma agraria stolypiniana, o nazionalizzazione rivoluzionario-contadina. Solo queste soluzioni sono dal punto di vista economico reali. Mentre tutte le soluzioni intermedie, cominciando dalla municipalizzazione menscevica per finire con il riscatto cadetto, sono grettezze piccolo-borghesi, ottuso travisamento della dottrina, cattive trovate».
In un precedente articolo di feroce quanto efficace polemica contro i cadetti (I cadetti, i trudoviki e il partito operaio del 24 maggio 1906) erano stati fissati sinteticamente i compiti fondamentali del Partito bolscevico:
     «Le condizioni oggettive costringono i contadini a una lotta risoluta contro la grande proprietà fondiaria, contro il potere dei grandi proprietari terrieri e contro tutto il vecchio potere statale, a esso strettamente collegato. Questa democrazia borghese è costretta a diventare rivoluzionaria, mentre invece i liberali, i cadetti, etc. rappresentano la borghesia costretta dalle condizioni della propria esistenza a ricercare il compromesso col vecchio regime. È inoltre evidente che i contadini danno ai loro ideali la forma dell’utopia, ossia di un desiderio inappagabile, come il godimento ugualitario della terra in regime capitalistico.
     «La coscienza della specificità dei propri interessi di classe, rispetto agli interessi della democrazia rivoluzionaria, costringe il proletariato a organizzarsi in partito classista autonomo. Ma il proletariato socialista, oltre a criticare tutti i sogni oziosi, non dimentica mai di dover svolgere una funzione positiva: di sostenere cioè con tutte le forze la democrazia rivoluzionaria nella lotta contro il vecchio potere e il vecchio regime, mettendo in guarda il popolo contro l’instabilità della borghesia liberale, riducendo i danni derivanti da questa instabilità mediante un’alleanza combattiva con i contadini rivoluzionari (...)
     «Si consideri la questione della terra. I cadetti vogliono che una parte della terra resti di proprietà dei contadini e dei grandi proprietari e che una parte sia trasferita allo Stato. I trudoviki vogliono invece che tutta la terra sia trasferita, anche se non di colpo, allo Stato e rivendicano inoltre il godimento ugualitario della terra (...) Il partito operaio cadrebbe in un errore grossolano se anche in questa questione non appoggiasse i trudoviki contro i cadetti. Gli errori degli uni e degli altri non sono affatto un buon motivo perché il partito operaio non appoggi la democrazia borghese realmente rivoluzionaria. Tanto i cadetti quanto i trudoviki sbagliano quando ritengono di poter dare anche solo una parte della terra a uno Stato che è tutt’altro che democratico. Meglio la spartizione che il trasferimento della terra a un simile Stato (...) Inoltre i trudoviki sbagliano quando ritengono concepibile il godimento ugualitario della terra in regime di economia mercantile. Il partito operaio deve denunciare e confutare con la massima energia quest’utopia piccolo borghese. Ma, a causa della lotta contro le vacue fantasticherie del piccolo proprietario, sarebbe irragionevole dimenticare la funzione realmente rivoluzionaria di questa classe nella rivoluzione odierna».
Ed è questa una lezione fondamentale e permanente se, a conclusione del nostro "Filo del tempo": Pressione razziale delcontadiname, pressione classista dei popolicolorati del luglio 1953 abbiamo scritto:
     «Occorre accorgersi che nei paesi moderni restano zone di piccoli contadini che, ancora chiusi fuori dal girone mercantilistico, si tramandano stimmate antiche, che il girone moderno ha cancellate in tutti gli abitatori di città, miliardari o pezzenti, e costituiscono come Marx disse una vera razza di barbari in un paese avanzato – avanzato nella sua orribile civiltà. Tuttavia anche questi barbari potrebbero diventare, contro essa civiltà, uno dei proiettili della rivoluzione che la deve sommergere».
Al di là degli scopi utopistici del contadino piccolo-borghese il marxismo ha il dovere di non dimenticare i termini reali in cui si pongono gli urti tra le classi, nei rari svolti della storia in cui l’acutezza di tali urti pone la possibilità dell’intervento consapevole del partito. E allora sarebbe un errore imperdonabile non riuscire a distinguere il dato oggettivo dello scontro tra le classi dai riflessi contorti ed utopistici che tale scontro non può non avere, soprattutto nelle tesi piccolo-borghesi dei contadini. Per i contadini russi la spartizione delle terre ed il loro godimento familiare-individuale, pure a seguito della nazionalizzazione della terra, era illusoriamente la soluzione definitiva di una rivoluzione sociale, per il partito marxista non era che l’inizio di una rivoluzione che doveva diventare internazionale; e nemmeno per il suo contenuto economico, ma esclusivamente in quanto sovvertiva tutto l’ordinamento della proprietà fondiaria e con esso le strutture dello Stato zarista. I collegamenti tra rivoluzione agraria e rivoluzione politica sono così magistralmente sintetizzati da Lenin nel suo Programma agrario del 1907:
     «Il programma agrario della socialdemocrazia russa è il programma proletario nella rivoluzione contadina, diretto contro le sopravvivenze della servitù della gleba, contro tutto ciò che v’è di medioevale nel nostro regime agrario. Anche i menscevichi accettano teoricamente questa tesi. Ma non hanno affatto riflettuto su di essa, non hanno notato l’indissolubile nesso esistente tra questa tesi e le basi generali della tattica socialdemocratica nella rivoluzione borghese russa. Ed è proprio nelle opere di Plekhanov che si è manifestata con la massima chiarezza questa mancanza di riflessione.
     «Ogni rivoluzione contadina diretta contro il medioevo, quando tutta la economia sociale ha un carattere borghese, è una rivoluzione borghese. Ma non ogni rivoluzione borghese è una rivoluzione contadina. Se in un paese la cui agricoltura sia organizzata in modo pienamente capitalistico i capitalisti agricoltori, con l’aiuto degli operai salariati, effettuassero una rivoluzione agraria, abolendo, poniamo, la proprietà privata della terra, questa sarebbe una rivoluzione borghese, ma niente affatto una rivoluzione contadina. Se in un paese, il cui regime agrario si fosse già talmente saldato con la economia capitalistica in generale da rendere impossibile la distruzione di questo regime senza la distruzione del capitalismo, avvenisse una rivoluzione che, poniamo, portasse al potere la borghesia industriale al posto della burocrazia autocratica, questa sarebbe una rivoluzione borghese, ma niente affatto una rivoluzione contadina. In altre parole: è possibile un paese borghese senza popolazione contadina e in un simile paese è possibile una rivoluzione borghese senza contadini.
     «In un paese con una considerevole popolazione contadina è possibile una rivoluzione borghese, e tuttavia una rivoluzione che non sia affatto una rivoluzione contadina, cioè tale che non sovverta i rapporti fondiari che toccano in special modo la popolazione contadina e non ponga i contadini tra quelle forze sociali più o meno attive che compiono la rivoluzione. Quindi il concetto generale marxista di "rivoluzione borghese" contiene determinate tesi obbligatoriamente applicabili a ogni rivoluzione contadina in un paese a capitalismo in via di sviluppo, ma questo concetto generale non dice ancora affatto se la rivoluzione borghese in un dato paese debba (nel senso di una necessità oggettiva) diventare una rivoluzione contadina per riportare una vittoria completa.
     «L’origine principale dell’erroneità di tutta la linea tattica di Plekhanov e dei menscevichi che lo hanno seguito nel primo periodo della rivoluzione russa (1905-1907) sta nel fatto che essi non hanno assolutamente capito questa correlazione tra la rivoluzione borghese generale e la rivoluzione borghese contadina (...) I bolscevichi al contrario, sin dall’inizio della rivoluzione, nella primavera e nell’estate del 1905 (...) indicarono chiaramente l’origine delle nostre divergenze tattiche, individuando nel concetto di rivoluzione contadina uno degli aspetti della rivoluzione borghese e definendo la sua vittoria "dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini"».
Se consideriamo l’enorme importanza che da Lenin viene attribuita alla questione contadina, come le precedenti citazioni testimoniano, ed il fatto che, nonostante tutto, la nazionalizzazione delle terre resta una misura borghese, cogliamo esattamente il dato caratteristico delle doppie rivoluzioni, dove il Partito Comunista, da un lato, deve appoggiare decisamente ciò che favorisce la rivoluzione più radicale e, dall’altro, criticare spietatamente tutto ciò che di utopistico e piccolo-borghese è contenuto nelle illusioni anche le più radicali.

È in questo aspetto che è contenuto il collegamento con la situazione internazionale dei rapporti di classe. Infatti, sul piano teorico, la critica stessa delle illusioni piccolo-borghesi è concepibile solo se viene riferita ad una analisi dei rapporti di classe (il marxismo) che non può avere riscontro nella situazione interna ma che si basa su quella dei paesi pienamente capitalistici; e, sul piano pratico, le stesse aspirazioni contadine verranno comunque frustrate, anche dopo una eventuale nazionalizzazione, perché lo sviluppo stesso della produzione agricola, in ogni caso, non potrà mai fondarsi sulla piccola azienda contadina, che in tempi lunghi non può che soccombere anche sulla base della permanenza dei rapporti capitalistici di produzione.

Le citazioni che allineiamo, ancora di Lenin, partono dall’analisi del contenuto economico della nazionalizzazione, riconducibile alla soppressione della rendita assoluta e al trasferimento allo Stato di quella differenziale, sconfessano la natura "socialista" di una tale misura, come credono i populisti, e chiudono l’argomento con la importanza essenziale del legame tra rivoluzione agraria in Russia e rivoluzione socialista europea.

     «Il concetto di nazionalizzazione della terra, ricondotto sul terreno della realtà economica, è dunque una categoria della società mercantile e capitalistica. In questo concetto è reale non ciò che pensano i contadini o dicono i populisti, ma ciò che scaturisce dai rapporti economici della nostra società. La nazionalizzazione della terra, esistendo i rapporti capitalistici, è il trasferimento della rendita allo Stato, né più né meno.
     «Ma che cos’è la rendita nella società capitalistica? Non è affatto il reddito della terra in generale. È la parte di plusvalore che rimane dopo aver detratto il profitto medio del capitale (...) Il concetto teorico di nazionalizzazione è quindi indissolubilmente legato alla teoria della rendita, cioè precisamente della rendita capitalistica, come forma particolare del reddito di una classe particolare (quella dei proprietari terrieri) nella società capitalistica. La teoria di Marx distingue due tipi di rendita: quella assoluta e quella differenziale (...) La rendita differenziale si formerebbe inevitabilmente con l’agricoltura capitalistica anche qualora la proprietà privata della terra venisse completamente abolita (...) La rendita assoluta deriva dalla proprietà della terra. In questa rendita è presente l’elemento monopolio, l’elemento prezzo di monopolio. La proprietà privata della terra impedisce la libera concorrenza, impedisce il livellamento del profitto, la formazione di un profitto medio nelle imprese agricole e non agricole (...) La questione della nazionalizzazione della terra nella società capitalistica si scinde quindi in due parti assolutamente diverse: la questione della rendita differenziale e quella della rendita assoluta. La nazionalizzazione cambia il possessore della prima (lo Stato) e mina l’esistenza della seconda (...)
     «Tra i marxisti si incontra spesso chi sostiene che la nazionalizzazione è attuabile soltanto ad un alto grado di sviluppo del capitalismo, quando questo avrà già completamente preparato le condizioni della "separazione dei proprietari terrieri dall’agricoltura" (mediante l’affitto e l’ipoteca). Si suppone che la grande agricoltura capitalistica debba già essersi formata prima che sia attuabile la nazionalizzazione della terra, che amputa la rendita senza ledere l’organismo economico. È giusta questa opinione? Essa non può avere un fondamento teorico; non è possibile sostenerla con diretti richiami a Marx; i dati della esperienza sono piuttosto contro di essa. Teoricamente la nazionalizzazione è lo sviluppo "idealmente" puro del capitalismo nell’agricoltura».
Quest’ultimo concetto verrà poi riaffermato nel La Questione agraria:
     «La distruzione della proprietà privata della terra non modifica affatto le fondamenta borghesi del possesso fondiario mercantile e capitalistico. Niente è più sbagliato dell’opinione che la nazionalizzazione della terra abbia qualcosa di comune con il socialismo o anche solo con il godimento egualitario della terra. Quanto al socialismo è noto che esso consiste nella distruzione dell’economia di mercato. La nazionalizzazione implica invece il trasferimento della terra in proprietà privata dello Stato, e questa trasformazione non intacca affatto l’azienda agricola privata. Se la terra diventerà proprietà o patrimonio di tutto il paese, di tutto il popolo, non muterà per questo il sistema di conduzione dell’azienda, così come non cambia il sistema (capitalistico) di conduzione del contadino agiato, sia che egli acquisti la terra "per l’eternità", sia che la prenda in affitto dal grande proprietario fondiario o dal demanio, sia che "riunisca" i nadiel dei contadini più poveri. Se rimane in vigore lo scambio è persino ridicolo parlare di socialismo (...) Il significato economico della nazionalizzazione non è affatto là dove tutti lo cercano. Esso non consiste nella lotta contro i rapporti borghesi (la nazionalizzazione è la misura borghese più conseguente, come già da un pezzo ha dimostrato Marx), ma consiste nella lotta contro i rapporti feudali».
La tesi non era evidentemente agevole, se verrà ripetuta nuovamente nelProgramma agrario della socialdemocrazia del 1908:
     «Bisogna infine rilevare che tra i marxisti è abbastanza diffusa l’opinione che la nazionalizzazione può essere realizzata solo con un alto grado di sviluppo del capitalismo. Questa opinione è sbagliata. Con un alto grado di sviluppo del capitalismo all’ordine del giorno non si porrà più la rivoluzione borghese, ma solo la rivoluzione socialista. La nazionalizzazione della terra è la misura borghese più conseguente».
Infine è da sottolineare l’importanza già in quegli anni attribuita al collegamento tra rivoluzione borghese-contadina in Russia e rivoluzione proletaria in Europa, che puntualmente si tentò negli anni 1917-23 e che dovette ripiegare per cause che il Partito ha ampiamente analizzato nel suo costante e continuo lavoro ormai ultracinquantennale. Tuttavia il collegamento già chiaramente stabilito fin dal primo Novecento, sulla base della più rigida continuità con Marx ed Engels, è decisivo per smentire ancora una volta quanti sostengono le particolarità nazionali o magari "asiatiche" del bolscevismo leninista, ancorato viceversa rigidamente ed in maniera addirittura "ossessiva" a tutta la teoria e la pratica del marxismo "occidentale", quando nel marxismo si sappia vedere la genuina continuità da Marx al "bolscevismo pianta di ogni clima", alla Sinistra Comunista. In chiusura del Programma agrario del 1908 Lenin afferma:
     «Senza la completa distruzione di tutta la proprietà medievale della terra, senza il completo "ripulisti", cioè senza la nazionalizzazione della terra, questa rivoluzione è inconcepibile. Il partito del proletariato ha il compito di diffondere questa parola d’ordine della rivoluzione agraria borghese più conseguente e radicale. E, quando noi avremo fatto questo, vedremo quali saranno le prospettive ulteriori, vedremo se questa rivoluzione sarà soltanto la base per uno sviluppo rapido, di tipo americano, o se sarà invece il prologo della rivoluzione socialista in Occidente».
Senza questa chiave di lettura è impossibile capire non solo la funzione svolta dal partito bolscevico, ma nemmeno lo svolgersi della Rivoluzione russa. Con la nazionalizzazione successiva all’Ottobre non ci si illudeva certamente di "risolvere" la questione dello sviluppo agrario russo. Si attendeva la rivoluzione in Occidente, se non a giorni, almeno entro pochi anni; e, del resto, la Germania del 1918-19 e l’Italia del 1919 vivevano oggettivamente una situazione rivoluzionaria. Senza l’ossigeno della rivoluzione proletaria in occidente era certo che non si sarebbe potuto procedere in Russia ad alcuna misura in grado di favorire i rapporti industria-agricoltura al di fuori di quelli borghesi; al massimo si poteva favorire il capitalismo di Stato cercando di mantenere saldo il potere politico attraverso l’alleanza con i contadini.

Ma ormai era il potere politico che, con la pretesa stalinista di "costruire il socialismo" nella sola Russia, aveva perso definitivamente il suo carattere socialista. Resteranno così i risultati della rivoluzione capitalistico-borghese: capitalismo di Stato mascherato di socialismo nell’industria, mentre in agricoltura si manterrà addirittura la conduzione arcaica stabilizzata nella forma colcosiana.
 
 
 
 
 
 
 
 


Stato Proletario e Organismi di Classe
Esposto a Firenze il 19-20 settembre 1981 [RG21]
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Quanto abbiamo detto sulla ricostruzione dei rapporti tra Stato sovietico ed organismi di classe, sindacati in particolare, ha avuto, com’è nella nostra tradizione di lavoro, lo scopo di ricercare delle lezioni da non dimenticare per l’azione presente e futura nella lotta di classe. Non ci tocca la stanca accusa di pretendere una riesumazione di fatti ed avvenimenti ormai lontani nel tempo, verificatisi in condizioni di tempo e di luogo irripetibili e senza confronti con la realtà attuale. Si è perfino abusato a proposito di contrapposizione tra "attesisti metafisici", di cui il nostro partito sarebbe la più misera incarnazione, e "attivisti passisti" che da tempo sarebbero alla ricerca di espedienti per eccitare il proletariato caduto nella passività e nella delusione.

Siamo anzi più che mai convinti della necessità di ripercorrere la storia del comunismo rivoluzionario e attraverso questo continuo esercizio non abbiamo mai preteso di formulare ipotesi o tentativi estranei alla tradizione del partito, nel desiderio, magari in buona fede, di accorciare i tempi della fine dell’infame regime capitalistico. Tanto meno, affranti dalla nostra impotenza e presunta "anarchia da gran signori", pretendiamo di ripetere meccanicamente i passaggi e le fasi dei grandi bolscevichi. È noto che noi della Sinistra fummo i primi a individuare nella "bolscevizzazione" del partito un escamotage per deviare dalla lezione dei bolscevichi stessi.

Le particolari condizioni storiche misero il partito di Lenin nella necessità di affrontare gli immani compiti della apparecchiatura dello Stato proletario, compito assolto dai comunisti russi con lo spirito internazionalistico e l’inflessibilità che permise di vincere e aprire le grandi prospettive della rivoluzione del proletariato.

Non andiamo in processione per adorare il partito bolscevico identificato nel perfetto partito storico, noi miseri e pochi costituenti l’embrione dell’attuale partito comunista rivoluzionario: non ci ispira nessun platonismo. Chi deride l’unità dell’esperienza dei militanti passati di tutti i paesi con la nostra, anche debole e fragile, di fatto ha da tempo rinunciato alle nozioni più elementari della milizia comunista, preferendo l’anarchia piccolo-borghese od operaista della più infima specie.

La prima grande lezione, che vogliamo riassumere prima di riprendere l’analisi in dettaglio delle grandi prove che dovette affrontare la dittatura proletaria, è che, come ebbe a ripetere mille volte Lenin, senza l’influenza e il rapporto del partito con le organizzazioni sindacali, e le altre forme organizzative operaie e contadine fino allo sterminato esercito dei senza organizzazione, il potere non sarebbe mai stato preso: la determinazione e la volontà di vittoria del partito non possono da sé evocare nessun tipo di rivoluzione sociale.

Non solo questo fu vero allora, ma è a maggiore ragione vero oggi, quando la classe proletaria, per definizione non integrabile in forma non antagonistica nel sistema del capitale, non cessa di esistere e di combattere, come si sostiene negli ambienti mefitici dell’opportunismo, ma si trova a svolgere la sua azione storica imbrigliata da mille lacci e gabbie di contenzione; politicamente non sostenuta a livello sociale da un forte partito comunista, e nel campo della lotta economica e materiale intruppata negli organismi sindacali infeudati allo Stato borghese.

Contro le illusioni seminate dai falsi comunisti – che pretenderebbero di saltare le determinazioni materiali e sognano nuove fasi in cui lo scontro per la presa del potere si dovrebbe realizzare al puro livello politico ed ideale, e, schifando la dura necessità di lottare al fianco dei comuni proletari, si illudono di supplire ad un vasto e generalizzato movimento di classe con la prassi politica a tutti i costi, ed "a tutto campo" senza preoccuparsi di determinare le forze e le organizzazioni del campo stesso – la lezione della prima ed unica fino ad oggi espressione di dittatura proletaria è inequivocabile: la presa del potere e il suo mantenimento non è una esercitazione accademica o uno sfogo esistenzialistico di azione politica purchessia, ma lo scambio difficile e dialettico tra condizioni sociali favorevoli e salda, indefettibile continuità programmatica, tattica e strategica del partito comunista.

Una seconda lezione che emerge dalla nostra ricostruzione, e che sarà ancora più chiara nel proseguimento del lavoro, è che il rapporto tra partito, Stato e classe non è idillico e facile, come immagina chi intende le relazioni tra partito e classe in senso idealistico. Chi meschinamente fa le ironie sul nostro concetto di partito come organo della classe, e sulla concezione organica della milizia della Sinistra, richiamandosi al naturalismo evoluzionistico ed al suo svolgimento meccanico, ha una nozione molto approssimativa dello stesso darwinismo, figuriamoci del materialismo dialettico.

La terza e più profonda lezione è che quando la Sinistra ha teorizzato il centralismo organico non ha preteso di fare la lezione ai bolscevichi, ma ha colto dalla loro esperienza la sostanza reale dei moduli di vita interna di partito e dei rapporti tra partito ed organizzazioni distinte della classe proletaria.

Dunque la Sinistra non è venuta bellamente a dire che finalmente i veri comunisti se ne infischiano di statuti e disciplina anche formale, ma che la tendenza e lo sforzo del partito deve essere rivolto verso il superamento dei formalismi e degli ostruzionismi: Lenin e Trotsky ed altri grandi dirigenti si troveranno spesso in disaccordo su specifiche questioni da risolvere, e non di poco conto, ma tanta e tale è la qualità della loro milizia e della loro scienza, per passione e per intelligenza, per dedizione totale e disinteresse personale, che il confronto è aperto, come pure le reciproche strigliate, ma sempre nella più leale considerazione. Non si ricorre all’espulsione, alle miopi misure disciplinari. Questa profondità di comportamento è stato definito dalla Sinistra centralismo organico; altro che idiosincrasia od estetismo piccolo-borghese di fronte al termine democratico o alle strettoie degli statuti e delle interne necessità, comprese le elezioni e le cooptazioni!

Il partito non si chiude nella sterile elaborazione filosofica dei concetti, ma riconosce nella milizia e nella pratica il terreno in cui le difficoltà e le contraddizioni si dirimono. Eppure non evita di codificare l’esperienza più valida perché non si disperda e diventi patrimonio storico, utile per le future battaglie e forse perfino essenziale.

I problemi che lo Stato proletario si trova ad affrontare negli anni del comunismo di guerra esigono un maneggio vigoroso della dialettica, e non la coda di paglia tanto più facile quanto più la miseria della realtà pesa sul partito. Per i bolscevichi si tratta di non confondere la propria peculiare realtà russa con i compiti generali della organizzazione mondiale del proletariato; si tratta di mantenere fermo e rafforzare il potere sovietico, pur sapendo che senza l’apporto dell’ossigeno rivoluzionario dell’Occidente non sarà possibile passare al socialismo.

Eppure si deve vivere, la produzione sociale deve essere ripresa, l’industria e l’agricoltura devono svilupparsi, la classe operaia e contadina, che non è il partito, e nel partito, deve essere educata a considerare il nuovo Stato come il suo Stato, non a parole, ma nei fatti, deve cioè riuscire a vedere di soffrire per sé.

Il proletariato russo che ha duramente pagato tributi di sangue e di indicibili sofferenze nella guerra imperialistica deve ora far fronte alla ripresa dell’economia e della produzione, che ha toccato livelli minimi e dissesti giganteschi. Né, data la realtà russa, gli è possibile vedere direttamente e toccare con mano i risultati del rovesciamento del potere autocratico. Solo il partito è in grado di vedere nella prospettiva e non può non promettere che sudore e sangue.

Non solo, il peso da portare nella direzione del socialismo è attraverso la ricostruzione dell’economia agraria ed industriale, che non può saltare i passaggi obbligati della ripresa delle forze produttive. Come è possibile "edificare" il socialismo, secondo la pessima espressione che l’avrà vinta in regime staliniano, se lo stato dell’economia è sotto, e di gran lunga, ai livelli del periodo zarista del 1913?

Il IX Congresso del partito (marzo-aprile 1920) e il III Congresso pan-russo dei sindacati (aprile 1920) dovettero affrontare la grave questione. Non è possibile pensare di continuare a vivere nel regime del comunismo militare instaurato durante la guerra civile senza che il partito sia in grado di impostare le prospettive di così duri sacrifici. I problemi concreti consistono nella mobilitazione di tutta la manodopera e di tutte le risorse disponibili, la socializzazione di tutta la proprietà industriale, il divieto del commercio privato, il pagamento dei salari in natura, lo stretto razionamento dei beni di consumo, la requisizione (invece dell’imposta) del prodotto agricolo di origine contadina.

Dal punto di vista della possibilità di gestione del lavoro, al centro della discussione vi erano due misure da prendere:
 1) l’introduzione della gestione individuale delle aziende, in luogo della gestione collettiva ad opera dei comitati fino ad allora prevalente;
 2) l’ulteriore militarizzazione del lavoro e la costituzione degli eserciti del lavoro.

Era naturale che queste misure trovasero opposizione all’interno dei sindacati. Ma la convenienza economica reclamava tali misure, la gestione individuale in sostituzione di quella attraverso i comitati s’impone.

Ricordiamo, per mettere in risalto l’immane compito che incombeva sui bolscevichi, che se il partito non avesse avuto una salda visione dialettica della questione politica generale non avrebbe mai potuto mettere mano a simili necessità: qui non si tratta della pur ardua questione dell’agitazione rivoluzionaria della fase precedente la presa del potere, qui si tratta di indicare alla classe operaia ed alle sue organizzazioni, che da sé non vanno per definizione al di là d’una visione tradeunionistica, delle direttive che dal punto di vista economico sono tipicamente capitalistiche.

La gestione del comunismo di guerra attraverso i comitati può aver dato l’impressione del potere operaio, e se si pensa che da poco i sindacati avevano proclamato la fine della "autocrazia economica nell’industria", si capisce che il ripristino della gestione individuale appariva come la restaurazione di quella autocrazia.

Ma ai dirigenti bolscevichi non sfugge neanche per un momento che il si deve purvivere non può essere affrontato genericamente, e la via obbligata per la Russia sovietica attualmente passa per la ricostruzione dell’economia nelle forme moderne del capitalismo sotto il controllo politico del potere sovietico.

Essi affermavano che la classe operaia, attraverso i suoi organi rappresentativi, avrebbe puramente e semplicemente delegato ai direttori industriali i propri poteri di regolazione economica: «la gestione individuale non limita né incrina in alcuna misura i diritti della classe operaia o i diritti dei sindacati, perché la classe può esercitare il suo potere in forme diverse, a seconda delle opportunità tecniche». In ogni caso è la classe operaia nel suo insieme che «nomina» gli individui alle funzioni «direttive ed amministrative».

Dunque nessuna concessione teorica ad una presunta capacità dei sindacati di decidere da sé, nessun tipo di gestione operaia: solo il partito è in grado di vedere in generale i rapporti tra le varie questioni politiche ed economiche. Ciò non toglie che l’apparato delle organizzazioni dei sindacati non sia di pura subordinazione e passività. Anche in questo caso la formula della "cinghia di trasmissione" viene intesa come sistema di reciproche trasmissioni di influenza, di potere e di movimento, ma nel riconoscimento del motore-cervello che è il partito.

Trotsky propone e il congresso del partito approva un sistema di organizzazione della gestione industriale che doveva realizzarsi attraverso l’accordo tra gli organi del Consiglio superiore dell’economia e i corrispondenti organi del Consiglio Centrale dei Sindacati. La variante preferita è la seguente:
 1) Sindacalisti intelligenti ed energici potevano essere nominati dirigenti industriali. Questa è la formula preferita.
 2) Potevano essere nominati dei tecnici specialisti borghesi. Un dirigente di questo tipo era posto sotto il controllo di un commissario sindacalista, allo stesso modo in cui uno specialista militare dell’armata era controllato da un commissario politico che poteva porre il veto ai suoi ordini.
 3) Se il tecnico borghese ha due vice direttori sindacalisti a fianco, questi non hanno diritto di veto quando il direttore borghese dà garanzie di non ostilità nei confronti del regime sovietico.
 4) Viene mantenuta la gestione collegiale quando il lavoro del gruppo di direzione è stato soddisfacente – ma anche in questo caso erano estesi i poteri del presidente del gruppo – vengono costituiti speciali centri di addestramento sindacale per rendere più idonei alle responsabilità i membri più dotati.

L’altro grande problema che si pone nel campo dell’organizzazione del lavoro sociale fu quello dei cosiddetti eserciti del lavoro.

Verso la fine della guerra civile i trasporti erano completamente paralizzati per la distruzione del materiale rotabile e delle linee ferroviarie; cosicché, sotto l’impulso di Trotsky e con l’appoggio di tutto il gruppo dirigente del partito, presero vita in modo empirico. Intere divisioni e armate perdevano il loro tempo nell’ozio, mentre la produzione industriale ed anche agricola erano ferme. Si decise allora di impiegare i reparti inattivi nelle miniere di carbone, nel taglio dei boschi, nel raccolto e così via. Non c’è dubbio che siamo di fronte ad una serie di misure di emergenza per riattivare la macchina produttiva, ma nello stesso tempo implicavano questioni generali di rapporto con i lavoratori, che non dimentichiamolo hanno preso le armi contro l’autocrazia zarista e fatto la rivoluzione.

Da qui la grande polemica teorica che Trotsky ingaggia contro i menscevichi fautori del "lavoro libero" contro la militarizzazione. Non c’è dubbio che Trotsky, facendo di necessità virtù, impegnandosi con un piglio che rientra nel suo carattere, che Lenin stesso definirà nel suo futuro testamento "troppo sicuro di sé", ma generoso ed appassionato, giunge a sostenere che tutto il lavoro, in tutte le epoche storiche è lavoro obbligatorio, nel senso dialettico che l’uomo è costretto a lavorare se vuol far fronte ai suoi bisogni nello scambio con la natura. Polemizza sostenendo che la borghesia chiama "lavoro libero" il lavoro dei salariati liberi, ma in realtà, anche il lavoro dei salariati è lavoro obbligatorio, seppure non in senso immediato come quello schiavistico e servile:

«Noi ci stiamo avviando verso un tipo di lavoro regolato secondo un piano economico, obbligatorio per l’intero paese, vincolante per ogni operaio. Questo è la base del socialismo. La militarizzazione del lavoro, in questo significato fondamentale, è il metodo di base indispensabile per l’organizzazione delle nostre forze lavorative».
Ma la polemica verte sulla maggiore o minore produttività del "lavoro obbligatorio" in rapporto al "lavoro libero". Trotsky ricorda come sia falso sostenere che sempre il lavoro obbligatorio è stato meno produttivo di quello cosiddetto libero. In realtà, a parte qualche schematismo, determinate epoche storiche, certe forme di sviluppo delle forze produttive hanno comportato mutamenti nei rapporti sociali che si sono prodotti per la via dialettica della violenza, ma non sempre necessariamente della violenza.
«Anche il libero lavoro salariato non era produttivo ai suoi inizi (...) lo divenne gradualmente dopo un processo di educazione sociale. Tutti i metodi furono usati per educarlo. Dapprima la borghesia sfrattò il contadino e si impossessò della sua terra. Quando il contadino si rifiutava di lavorare nelle fabbriche, la borghesia lo bollava col ferro rovente, lo impiccava o lo fucilava e in tal modo lo addestrò con la forza al lavoro nella manifattura. Il nostro compito è di educare la classe operaia secondo principi socialisti. Quali metodi usiamo a questo fine? Essi non sono meno svariati di quelli usati dalla borghesia, ma sono più onesti, più diretti e franchi, incontaminati dalla menzogna e dalla frode (...) Il nuovo ordine socialista differisce da quello borghese in quanto da noi il lavoro è compiuto nell’interesse della società e non abbiamo quindi bisogno di ricette religiose, chiesastiche, liberali o mensceviche per potenziare l’energia lavorativa del proletariato».
Naturalmente, al di là e certamente non contro la passione e la sicurezza di Trotsky, la misura dello sforzo del lavoro operaio e contadino sta nelle condizioni materiali reali, nonché sociali. Anticipiamo il giudizio di Lenin sulla natura dello Stato sovietico come Stato operaio-contadino con deformazione burocratica, per sostenere che se il partito non può avere una visione chiara e netta della necessità del massimo sforzo per il nuovo ordine socialista, nelle condizioni reali della Russia sovietica questo sforzo va commisurato al grado di profonda prostrazione delle forze produttive, all’indicibile salasso subito dal proletariato nella Prima Guerra imperialista e poi civile.

Non solo, ma in un paese di doppia rivoluzione come la Russia, se fu falsa la tesi menscevica del rifiuto della presa del potere per via violenta e dell’instaurazione della dittatura proletaria, era illusorio un passaggio facile al socialismo proprio per la natura arretrata della struttura economica. In queste condizioni la pressione che il partito si propone di esercitare sulla massa dei lavoratori, perché si rendano conto della novità dello Stato, che comporta un nuovo tipo di lavoro, tutto rivolto al bene della società, non può non tenere conto dei limiti fisiologici e materiali di questo stesso sforzo.

In realtà si trattava di spiegare la necessità degli eserciti del lavoro: il vero motivo era la disperata emergenza, poiché il diritto illimitato dello Stato ad arruolare in modo permanente il lavoro non può non tener conto delle effettive condizioni della economia e dei rapporti tra le forze sociali lasciate in eredità dal precedente regime.

Le forzature e l’eccessiva sicurezza di Trotsky sono il prodotto della generosità e della passione, ma indubbiamente se è vero che «l’uomo deve lavorare per non morire» in qualsiasi sistema sociale, al materialismo dialettico interessano essenzialmente le «differenze di forma» che il lavoro assume nei diversi sistemi sociali, e solo su questa base è possibile pensare al socialismo come sistema capace di esprimere la completa emancipazione dell’uomo, intesa come fine della contraddizione tra interessi individuali e interessi di specie. Tutta la tradizione marxista aveva sostenuto che in confronto al capitalismo il socialismo avrebbe attenuato la costrizione del lavoro ed espresso una nuova forma di produttività, non fondata sulla costrizione, ma sulla naturale tendenza umana a scambiarsi con la natura per la sua felicità.

Contro i fautori della prassi cieca questa esperienza dimostra che anche nel fuoco della battaglia e delle urgenti decisioni da prendere la teoria non è mai un lusso, che la capacità di considerare i problemi in linea generale e perfino filosofica non sono concessioni al gusto piccolo-borghese della diatriba fine a se stessa: ne va delle prospettive del socialismo, dell’equilibrata capacità di governo della dittatura proletaria.

La tragedia storica culminata nello scontro inevitabile tra i fautori della via internazionalistica e quelli del socialismo in un solo paese sta lì a provare che quando la teoria è considerata una questione da intellettuali, e che quando sono bandite dal partito le condizioni di vita interna che permettono e favoriscono la più ampia riflessione, forze nemiche hanno vinto. Non staremo a sostenere che la degenerazione passa attraverso la cattiva organizzazione interna del partito, perché è semmai la sconfitta che porta con sé anche la crisi dei moduli di vita interna di partito, ma indubbiamente la salvaguardia del sano centralismo è una delle condizioni anche preventive, che, se non garantiscono dalle sconfitte, sicuramente contribuiscono a permettere ritirate ordinate e capacità di ripresa.

Lo scontro tra la linea nei confronti dei sindacati definita "produttivistica", sostenuta da Trotsky contro quella sostenuta da Tomskj, comportò momenti di tensione e di incertezza. L’ufficio politico intervenne in un primo tempo in favore di Trotsky e in un secondo contro di lui, finché nel 1920 gli fu vietato di discutere il problema in pubblico.

L’occasione di questo conflitto fu il caso del Cektran, cioè del Comitato centrale dei trasporti. Trotsky, disponendo di larghi poteri d’emergenza, destituì la direzione del sindacato dei ferrovieri, proclamò lo stato d’emergenza, militarizzò il lavoro e riportò le ferrovie ad un certo grado di funzionamento. Ma Trotsky propose di estendere l’esperimento, un salutare "scossone" per sostituire gli "agitatori irresponsabili" con sindacalisti dotati di coscienza produttiva. Ciò comportò il risveglio del sindacato e alla V Conferenza (novembre 1920) Tomskj attaccò apertamente Trotsky.

Il Comitato Centrale del Partito si divise. Una risoluzione sul Cektran, approvata a una assemblea plenaria, fu in parte una deplorazione di Trotsky, ordinava lo scioglimento delle cosiddette sezioni politiche dei trasporti e chiedeva la democratizzazione dei sindacati, mettendo fine alla pratica di nominarne dall’alto i funzionari, che dovevano essere democraticamente eletti ai loro posti. Ma in altri punti essenziali il Comitato Centrale appoggiò Trotsky.

     «Il partito dovrebbe educare ed appoggiare un nuovo tipo di sindacalista, l’energico e creativo organizzatore economico che affronterà i problemi economici non dal punto di vista della distribuzione e del consumo, ma da quello dell’espansione produttiva, che vedrà i problemi non con gli occhi di chi sia abituato a confrontarsi col potere sovietico in termini di rivendicazioni e di contrattazione, ma con gli occhi del vero organizzatore economico».
La questione sindacale dunque, anche con il potere nelle mani, rimane spinosa per il partito. Ma lo stile comunista non è quello della diplomazia e del disimpegno, né quello del piglio eccessivo, né della illusione di puntare tutto sugli organismi coscienti, i soviet e le avanguardie politicizzate ed influenzate a livello ideologico; tutti atteggiamenti questi contrari al sano materialismo e, più modestamente, ad una visione realistica delle cose.

Le discussioni del Comitato Centrale che rivelarono divisioni tra i bolscevichi furono sottoposte ad un pubblico dibattito, che si prolungò e culminò nel X Congresso del Partito (marzo 1921). Qui emersero gruppi con proprie tesi sui problemi sindacali. Non si è mai avuto paura, da parte dei veri comunisti, di esprimere chiaramente in tesi i propri sinceri e spassionati apporti sulle questioni politiche controverse. Nessuno poteva pretendere di avere dalla sua parte la verità assoluta in una questione che riassumeva e pretendeva delle indicazioni pratiche e urgenti. Alla fine furono presentate tre risoluzioni.

Una mozione, presentata da Trotsky e Bucharin, chiedeva la sterilizzazione dei sindacati; un’altra, promossa dalla cosiddetta opposizione operaia con alla testa l’ex commissario al lavoro Slyopnikov, chiedeva di affidare ai sindacati l’intera amministrazione economica. Lenin, appoggiato da altri nove membri del Comitato Centrale, tentò una posizione di equilibrio, ed il suo gruppo di risoluzioni venne definito la "piattaforma dei dieci".

La mozione di Trotsky e Bucharin insisteva sulla necessità di un inquadramento obbligatorio dei lavoratori nel sindacato, dai manovali ai tecnici più qualificati, per accrescere al massimo il valore produttivo di ciascun lavoratore. Trotsky parte dalla considerazione che 1) la statizzazione dei sindacati era già stata portata molto avanti nei fatti; 2) la partecipazione dei lavoratori all’organizzazione dell’economia nazionale era insufficiente; 3) il graduale trasferimento dell’amministrazione economica ai sindacati, secondo il programma del partito del 1919, presupponeva «la trasformazione pianificata dei sindacati in apparati dello Stato dei lavoratori».

Si propone una sorta di unione tra il Presidium del Consiglio Centrale dei sindacati e il Presidium del Consiglio Superiore dell’Economia e del lavoro, per porre fine all’antagonismo tra sindacati ed amministrazione dell’economia. Si propone inoltre che i sindacati si pongano come una sorta di collegio arbitrale direttamente responsabile verso il governo nei conflitti tra lavoratori ed amministrazione economica. Una serie di posizioni che ribadiscono la volontà di spingere, seppur non con un colpo solo, verso la completa integrazione dei sindacati nello Stato sovietico.

La politica salariale doveva ispirarsi ai principi 1) dell’emulazione tra lavoratori in produzione, 2) del livellamento dei salari, nel senso che i premi per un’alta produzione potevano essere pagati solo dopo che fosse stato assicurato a tutti i lavoratori un salario minimo reale.

È da tener presente che tutti questi scottanti problemi pratici sono avanzati nella lucida considerazione che da soli non saranno in grado di gettar le basi del socialismo e che si inquadrano in una logica economica effettivamente capitalistica, temperata da misure e garanzie per quel che si riferisce al minimo vitale per i lavoratori.

Ciò non toglie che il potere sovietico non può stare a guardare, e che non può rassegnarsi a sperare semplicemente nella maturazione della rivoluzione in Occidente. Il problema di fondo di tutto il partito è quello di rafforzare lo Stato proletario, di favorire le condizioni per una ripresa economica, e nello stesso tempo, specie nelle preoccupazioni di Lenin, di mantenere ed accrescere una forte influenza sui lavoratori, fino al punto, per i più coscienti, di considerare, anche a livello ideale, lo Stato proletario come il proprio Stato.

Ma, nonostante la natura di classe del potere, le organizzazioni economiche dei lavoratori non possono da sole trasformarsi da forme di lotta contro lo Stato a organismi capaci di collaborare con il nuovo Stato. La coscienza degli organismi economici non va al di là del tradeunionismo, e le misure proposte da Trotsky, che tendono a far sentire non solo platonicamente l’influenza e la direzione del partito su di essi, non possono illudersi di forzare oltre un certo limite le condizioni materiali e fisiologiche dei lavoratori.

Dal canto suo l’opposizione operaia fu accusata di sindacalismo ed anarco-sindacalismo. Essa infatti postulava direttamente o indirettamente il dominio dei sindacati sullo Stato, richiamandosi al punto 5 del programma del 1912 e accusando la direzione del partito di aver violato gli impegni presi nei confronti dei sindacati. «In pratica la direzione del partito e gli organi del governo hanno negli ultimi due anni sistematicamente ristretto l’ambito del lavoro sindacale e ridotto quasi a zero l’influenza delle associazioni della classe nello Stato sovietico». Ci si lamentava addirittura dell’ostilità dello Stato sovietico verso i sindacati, che rifletteva «l’odio di classe borghese verso il proletariato» per l’influenza dei tecnici borghesi e di altri elementi non proletari.

La sostanza della polemica verte sulla contrastante considerazione sulla struttura dello Stato proletario: a parte possibili pericoli mai sottovalutati dal partito nel ritorno dell’influenza borghese sullo Stato proletario, non c’è dubbio che nella visione comunista la dittatura proletaria non è semplicemente «concentrazione della gestione industriale nelle mani dei sindacati», sarebbe troppo semplice e troppo facile.

La gerarchia, non pretesa da nessuno ma necessaria per la vittoria completa della classe operaia sui nemici della rivoluzione, non può che essere quella classica: Partito, Stato, Soviet, organismi economici. Il peso dei sindacati nella gestione industriale non può mettere in discussione la funzione dello Stato nelle sue molteplici funzioni, e del Partito che rivendica una visione generale della realtà, fuori da un’ottica puramente operaistica.

L’opposizione operaia chiedeva parità di rappresentanza dei sindacati e dell’amministrazione economica nei diversi organi di controllo, «nessuno può essere nominato ad un incarico economico-amministrativo senza il consenso dei sindacati». Tutta una serie di proposte, compresa quella che i salari monetari dovessero essere gradualmente sostituiti da retribuzioni in natura, fino alla fornitura ai lavoratori di tutte le necessità e servizi, dal trasporto all’istruzione, al riposo, agli affitti, alla illuminazione, che presupponevano un’economia di grande abbondanza, erano un programma da comunismo completo. Si proponeva anche che le fabbriche gestissero proprie aziende agricole ausiliarie per assicurare il rifornimento di alimenti ai loro operai.

Come si vede sfugge all’opposizione una valutazione realistica delle condizioni effettive: si rivendica il massimo, come se si avesse a che fare con un qualsiasi Stato, e non con quello sovietico. È duro da digerire il passaggio dalla rivendicazione contro lo Stato zarista-borghese, alla fase di grandi riforme, questa volta sì veramente grandi, sotto la dittatura proletaria.

La posizione di Lenin, compresa nella cosiddetta "piattaforma dei dieci", non è una generica equilibratura tra Trotsky e l’opposizione operaia, perché i rilievi, vigorosi e sferzanti che esprime nei confronti del primo non fanno che riconfermare il punto 5 del programma del 1912, che prevede il trasferimento ai sindacati di tutta l’amministrazione dell’economia, ed escludono l’opportunità della statizzazione come misura capace di contribuire a migliorare la situazione economica della Russia.

Contro la opposizione operaia, al contrario, Lenin ribadisce la necessità di principio e di fatto della più stretta subordinazione dei sindacati al governo, secondo l’esigenza della centralizzazione: «la situazione attuale – così si esprime la mozione – impone con urgenza che i sindacati prendano parte più diretta all’organizzazione della produzione, non solo inviando i loro membri a lavorare nell’amministrazione economica, ma anche attraverso la loro intera macchina amministrativa».

Ma è necessario che i sindacati svolgano le loro funzioni, che non potrebbero adempiere se fossero assorbiti dallo Stato. Essi devono fornire – secondo Lenin – alla dittatura del proletariato esercitata dal Partito una larga base sociale, la cui necessità è dettata dal carattere contadino del paese. La classe al potere, il proletariato, è una minoranza del paese e deve essere efficacemente organizzata per potere esercitare una ferma influenza politica sulla grande maggioranza. I sindacati sono e devono essere la più larga organizzazione volontaria di lavoratori industriali. Assorbiti dallo Stato diventerebbero una pura macchina burocratica. Mentre i sindacati devono diventare «scuola di comunismo» per i loro 7 milioni di aderenti, i comunisti non devono tentare di imporsi ai sindacati attraverso nomine governative, ma adoprarsi per essere accettati come dirigenti della massa dei lavoratori iscritti ai sindacati sulla base dei loro meriti e della loro capacità di direzione. Solo allora potranno sperare di trasformare i sindacati in scuola di comunismo per l’intera classe. Una lezione di dialettica valida ieri ed oggi.

Con il potere nelle proprie mani nello Stato sovietico i comunisti potrebbero essere tentati, come vorrebbe Trotsky, di imporsi alla classe attraverso una forzatura burocratica, ma Lenin esclude la validità di questa ipotesi. Oggi, allorché i comunisti non solo non detengono nessun potere, ma non esercitano alcuna influenza sulla classe, a maggior ragione non possiamo illuderci di essere accettati con atteggiamenti professorali o puramente ideologici, ma conquistando la fiducia dei più attivi lavoratori, lottando al loro fianco.
 

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La crisi del Capitalismo si acuisce
Rapporto esposto il 19-20 settembre 1981 [RG21]
 

L’ultima moda l’hanno chiamata neo-monetarismo e la sbracata pseudo-scienza borghese ci si è buttata diffondendo come nuova la riverniciatura di concettini e banali vecchie ricette per risolvere la crisi, volgare drogatura per le classi oppresse di tutti i paesi, d’America e d’Europa. Meschini pagliacci fotogenici e sorridenti vorrebbero far credere di impugnare saldamente il timone dell’economia nazionale e mondiale e decidere virate a dritta e a manca. In realtà il loro balbettio non fa che riflettere le svolte convulse della crisi del Capitale mondiale.

La continuità è invece completa fra la politica della massima potenza imperialistica, per gli Stati Uniti, da quella stampo "mano tesa" del Piano Marshall post-bellico, alla linea battagliera e concorrenziale dell’attuale Reagan pre-bellico: come la prima completava la vittoria militare con l’occupazione economica, la recentissima è solo costretta a smentire apertamente ogni illusione di coesistenza e di solidarietà interimperialistica, riconoscendo il fallimento delle utopie razionalistiche che furono alla base di istituzioni del tipo ONU, all’ombra della Pace Americana.

Questa ammissione è già una vittoria della nostra teoria economica ed indice di debolezza del sistema capitalista mondiale, il quale non riesce più a mascherare sotto il manto di bigotto umanitarismo e di staliniana pacifica emulazione la lotta a coltello per la spartizione del mondo: si invertono i flussi finanziari, rientrano i capitali, margini economici per i rituali (quanto inconsistenti) "aiuti" ai paesi più poveri non ce ne sono più. Una colossale bancarotta di miti e di ideologie, fatto certo progressivo nella già decennale crisi del sistema capitalistico verso il confronto fra Stati, ma anche fra classi. Tuttavia, se la riverniciatura austera dell’economia sfata le illusioni pacifiste degli scorsi trent’anni, i suoi assunti e le sue ricette, dettate dalla pressione degli eventi, sono ugualmente utopistiche e tutt’altro che risolutive se non nella prospettiva dello scontro interimperialistico totale. Lo dimostra il fatto che non vengono attuate nemmeno dai governi che ne hanno fatto una bandiera.

Del tutto vuota è la contrapposizione fra liberismo e protezionismo nel governo del commercio estero: la contraddizione per il capitalismo è insanabile, permanentemente stretto fra la necessità e tendenza storica all’espansione dei mercati di sbocco e la centralizzazione dei capitali che implica monopolio e concorrenza. I fatti recenti dimostrano che il commercio mondiale, benché a tassi ridotti rispetto al passato, continua ad espandersi a ritmi superiori a quelli della crescita produttiva interna e come violenta sia la guerra commerciale per l’estendere ed il contendersi i mercati.

Nello scontro fra le centrali Usa–Europa–Giappone sulla ripartizione dei flussi di merci, per il momento hanno prevalso l’intesa e la complementarietà merceologica delle esportazioni giapponesi ed americane contro le capacità commerciali europee: nel primo trimestre di quest’anno le esportazioni giapponesi verso la CEE sono aumentate del 31% rispetto all’anno precedente, mentre quelle della CEE verso il Giappone solo del 16%. Per altro fra America e Giappone gli scorsi accordi commerciali hanno favorito la prima: esportazioni del Giappone in Usa +19%; dagli Usa al Giappone +25%.

Ugualmente non in regresso l’esportazione dei capitali: gli interventi "restrittivi" dei padroni americani sulla Banca Mondiale mirano solo all’aumento degli interessi, giustificato dal maggior rischio per prestiti a paesi sempre più poveri ed indebitati. Ma nemmeno la crisi internazionale in corso ha arrestato il turbinante flusso dei prestiti internazionali; si frena l’attività del Fondo Monetario Internazionale solo perché siano i "privati" a concedere prestiti ai paesi del terzo mondo ai superiori interessi del mercato libero.

Gli investimenti degli sceicchi del petrolio in America sono enormi, si valutano intorno al 1-2% del capitale di tutte le industrie, come anche gli investimenti tedeschi, diretti in non piccola parte verso i paesi del blocco dell’Est, pure essi affamati di capitali e concorrenti anche sul terreno finanziario del gigante americano.

Particolarmente massiccio è stato in questo anno il flusso di capitali verso il dollaro: si stima che il saldo dei pagamenti dei paesi della CEE verso gli Usa arrivi quest’anno a 25 miliardi di dollari. Il movimento è determinato dal fatto, e in parte dalle aspettative, della ripresa della produzione americana dalla sua recessione ciclica mentre in Europa e in Giappone, per la consueta sfasatura rispetto all’economia americana, ancora non si era raggiunto il fondo della crisi. I dati delle produzioni sul finire dell’anno confermavano questa previsione poi sancita dai fatti, salvo una ripresa produttiva in Usa particolarmente stentata e con ulteriori regressi nei settori edilizio e auto. La domanda di dollari ne provocava il forte rialzo al cambio con ininterrotta rivalutazione per un anno su tutte le monete.

L’inversione del ciclo produttivo in Usa provoca violente rivalutazioni del dollaro, il fenomeno non è nuovo, si produsse, seppure con oscillazioni di ampiezza minore, dopo la crisi del 1975. Riportiamo in tabella gli estremi delle variazioni delle quotazioni del dollaro, parallelamente all’andamento industriale, rappresentato dalla variazione percentuale annua dell’indice della produzione negli Stati Uniti.
 

 
Produzione
Industriale USA
Cambio col dollaro
   
%
D.M.
YEN
F.F.
£
Lira
 Febbraio
1975
-10,5
2,28
286
4,16
0,412
627
 Maggio
1976
+15,5
2,59
300
4,73
0,566
843
 Giugno
1980
-5,5
1,77
218
4,12
0,431
835
 Agosto
1981
+7,5
2,51
236
5,98
0,545
1242

Le ultime settimane hanno visto la tendenza del dollaro a marciare al ribasso, indicando forse l’inizio della fase discendente.

Il rialzo dei tassi di interesse in Usa, causa ed effetto della domanda internazionale di dollari, ha provocato anche nel mercato finanziario interno americano ampi sconvolgimenti, gigantesche concentrazioni industriali e finanziarie, trasferimento di capitali da uno Stato all’altro dell’Unione.

La caccia ai capitali da impegnare nella speculazione ha spinto alla fusione fra banche e all’aumento dei tassi di interesse pagati ai depositanti, mentre molte casse di risparmio, alle quali la legge vieta di offrire tassi superiori ad un certo limite, hanno chiuso per fallimento. Addirittura una banca di New York, se non l’avesse vietato l’organo di controllo federale, avrebbe offerto il 40% di interesse ad un certo tipo di depositi. Per contro nessuna limitazione né sui tassi pagati, né sul tipo di impiego è imposta a quelle banche che raccolgono capitali sul mercato internazionale.

Il capitale, si conferma, è per sua essenza cosmopolita né può farsi riportare alla dimensione autarchica: è costretto ad espandersi, a legarsi in un unico sistema strutturalmente sempre più connesso fino alla sua catastrofe interna, alla rottura dei vecchi legami e alla tessitura di nuovi.

È evidente quanto prive di fondamento, anche nei riguardi della economia interna americana, siano le promesse di strette monetarie, di lotta all’inflazione, di alleggerimenti fiscali e riduzione del deficit pubblico: tutti obiettivi che giorno dopo giorno si dimostrano mancati in pieno. Solo l’inflazione è rallentata dal 14% della primavera dell’anno scorso al 10% attuale, ma per il prevedibile effetto della recessione. Aumentato invece il deficit statale e non ridotte le imposte, cancro questo di ogni regime sopravvissuto a se stesso e con un apparato militare che da solo tiene in moto una bella fetta della produzione nazionale.

Nemmeno in Europa, nonostante vi siano felicemente applicati gli stessi metodi del governo americano, si è evitata recessione e inflazione. Attualmente l’Europa si trova al fondo della crisi periodica, la terza del decennio, col seguito di fallimenti di aziende industriali e record di disoccupazione che ha superato in tutti i paesi i già gravi precedenti del 1975. In Francia e in Gran Bretagna la disoccupazione è al massimo di tutto il dopoguerra, in Italia e nella Repubblica Federale tedesca è tornata alle dimensioni registrate negli anni della ricostruzione. In Germania il fenomeno è particolarmente drammatico nelle regioni industriali della valle del Reno.

In Francia la percentuale di lavoratori disoccupati è del 7,4%, livello mai raggiunto, nonostante la politica economica governativa di stampo socialdemocratico pretenda di conciliare gli interessi dei lavoratori e le leggi del profitto. Il tempo confermerà l’identità dei risultati delle due politiche, solo formalmente opposte. Mentre oltre Atlantico si parla di "privatizzazioni", in Francia, per gli stessi obiettivi, si intraprende una campagna di "nazionalizzazione" di imprese e di banche. In Francia, dopo clamorose concentrazioni fra grandi centrali finanziarie, il provvedimento che ne trasferisce la proprietà allo Stato può avere solo due scopi: da un lato favorire ulteriori manovre di concentrazione immettendo nel giro anche i capitali dei gruppi pubblici, dall’altro fornire un argomento alla demagogia borghese per ingannare il proletariato ed imporgli sacrifici e sfruttamento in nome del capitale "di tutti". A scala così gigantesca come si muove l’operazione i rapporti fra industrie, banche e Stato capitalista sono così "alla pari" e stretti che la nazionalizzazione altro non potrebbe significare.

Quindi, seppure qualsiasi diversa "politica" degli Stati borghesi di effetto nullo sulla crisi capitalistica, nel senso del suo superamento, valutiamo i diversi passaggi che il maturare della crisi impone. Dopo dieci anni di ripetute recessioni si conferma al mondo capitalista, alle classi dominanti e al proletariato colpito in misura pesante dalla disoccupazione, che l’attuale crisi è irreversibile e non passeggera. La sovrapproduzione si va estendendo anche ai paesi del mentito socialismo che cominciano ad accusare, nonostante la "pianificazione" capitalista, più o meno gravi recessioni ed inflazione come in Polonia e in Russia. La guerra commerciale, che fino ad oggi si poteva con profitto incanalare nelle strutture delle conferenze commerciali e utilizzare gli stabili riferimenti degli accordi monetari, oggi deve passare ad una forma più dichiarata e diretta. La sovrapproduzione intanto spinge al riarmo e all’industria militare. L’ultima fase del dramma borghese è la guerra e l’azzeramento di tutti i conti, salvo quelli con il nemico interno, il proletariato.

Anche la classe operaia ha i suoi tempi e i suoi passaggi obbligati nel suo riarmo e nel suo schierarsi. Nel Dialogato con i morti», del 1956, scrivemmo:

«Per le conclusioni più vaste non oseremo una profezia, solo un auspicio. Il decennio postbellico di avanzata della produzione capitalistica mondiale continui ancora alcuni anni. Poi la crisi di interguerra, analoga a quella che scoppiò in America nel 1929. Macello sociale delle classi medie e dei lavoratori imborghesiti. Ripresa di un movimento della classe operaia mondiale, reietto ogni alleato. Nuovissima vittoria teorica delle sue vecchie tesi. Partito comunista unico per tutti gli Stati del mondo. Verso il termine del ventennio, l’alternativa del difficile secolo: terza guerra dei mostri imperiali – o rivoluzione internazionale comunista. Solo se la guerra non passa, gli emulatori morranno!».
Gli anni ci hanno portato, puntuale come altrove previsto, alla crisi del 1975. Non è stata delle dimensioni di quella del 1929 ed ancora non si è visto il macello sociale atteso. La crisi si sta manifestando in forma non ancora esplosiva, ma strisciante e progressiva. La rovina sociale del proletariato e della piccola borghesia, se non è fatto compiuto, è però iniziata. Il proletariato deve ancora compiere il primo passo del suo percorso previsto ventennale: sarà il precipitare della crisi a reinnestarne il movimento.
 


 
 
 
 
 


Appunti per la Storia della Sinistra
Esposto alla riunione di Firenze, 19-20 settembre 1981 [RG21]
 
 

Il ricorso del PSI al terzo congresso dell’Internazionale

La scissione di Livorno viene immediatamente ratificata dal C.E. dell’Internazionale che riconosce il PC d’Italia come unica sezione italiana del Comintern. Nonostante ciò il PSI avverso a questa decisione ricorse al 3° congresso mondiale approvando la seguente mozione Bentivoglio:

«Il XVII congresso del Partito Socialista Italiano, richiamate e riaffermate le deliberazioni con le quali esso aderì alla III Internazionale, accettandone senza alcuna riserva i principi ed il metodo, protesta contro la dichiarazione di esclusione emessa nei suoi riguardi dal rappresentante del comitato esecutivo, sulla base di un dissenso di valutazione ambientale e contingente che doveva e poteva essere eliminato con opera di amichevole chiarimento e di fraterna intesa; e riaffermando pienamente la sua adesione alla III Internazionale, rimette al prossimo congresso di Mosca la discussione della controversia, impegnandosi fin d’ora di accettarne ed applicarne le decisioni».
Vedremo in seguito la serietà e la buona fede di queste dichiarazioni.

Malgrado le affermazioni dei rappresentanti dell’IC, secondo cui la scissione di Livorno avrebbe dovuto servire quale esempio a tutto il movimento comunista mondiale, la nascita del PCd’I non mancò di generare perplessità e critiche, sopratutto all’interno del partito comunista tedesco.

Di ritorno a Mosca, mentre passavano per Berlino, i due rappresentanti dell’Esecutivo dell’Internazionale chiesero al C.C. tedesco di condannare l’azione svolta da Levi durante il congresso di Livorno, in appoggio a Serrati. La risoluzione, proposta da Thalheimer alla riunione del 24 febbraio, riuscì faticosamente a passare, approvata con 28 voti favorevoli contro 23. A seguito di ciò Levi, Zetkin ed altri tre membri del C.C. si dimisero.

Secca e decisa fu la risposta del CEIC alla dimissione dei cinque membri del C.C. Tedesco:

«Cinque membri del C.C. della V.K.P.D. si sono dimessi dal C.C. perché insoddisfatti dell’atteggiamento del C.E. nei confronti della scissione all’interno del Partito Socialista Italiano. Per qualsiasi comunista dotato di raziocinio è sufficiente il fatto che il gruppo dei dirigenti centristi, trovandosi di fronte alla necessità di scegliere tra i riformisti ed i comunisti, abbia rotto con 60.000 proletari comunisti italiani a favore di Turati e di 12.000 riformisti. Questo fatto ha un peso maggiore di tutti i discorsi prolissi sul comportamento privo di tatto dell’uno e dell’altro rappresentante dell’IC Ciò avrebbe dovuto essere chiaro a tutti i membri del C.C. tedesco. In un partito comunista i dirigenti, nominati dai lavoratori, non hanno maggior diritto di abbandonare il loro posto senza il permesso del partito di quanto ne abbia un soldato dell’Armata Rossa di abbandonare il proprio posto di sentinella. Soltanto nei partiti borghesi ed opportunisti un dirigente pensa di avere il diritto di agire autonomamente, contro la volontà dei membri del partito (...) Il Comitato Esecutivo concorda con l’opinione secondo cui il motivo per cui il compagno Levi ed il suo gruppo sono uscisti dal C.C. del V.K.P.D. non è costituito dalla questione italiana, ma da tentennamenti opportunistici sulla politica tedesca ed internazionale».
La severa strigliata dell’Internazionale non toglie però niente al fatto che quasi la metà dei membri del C.C. tedesco, e sotto la pressione dei rappresentanti del CEIC, si fosse rifiutata di condannare l’azione che Levi, di concerto con i centristi italiani, aveva svolto in aperto contrasto con quelle che erano risoluzioni del secondo congresso dell’IC Ciò prova ancora una volta la debolezza delle basi teoriche su cui certi partiti comunisti poggiavano; debolezza sempre denunciata dalla Sinistra italiana, che l’opportunismo non mancò di sfruttare a proprio vantaggio.

Il 1° febbraio la Centrale del PC tedesco aveva approvato una deliberazione che, sebbene approvasse l’opera del CEIC e quella della frazione comunista italiana, esprimeva l’augurio di una futura riunificazione della sinistra del partito socialista con il PC d’Italia.

«Il C.E. del V.K.P.D. ritiene possibile l’unione tra il PC d’Italia e quella parte staccatasi dalla frazione Serrati che sia seriamente decisa a creare un organismo di lotte (...) separandosi nettamente da tutti gli elementi e tendenze centriste. Il C.E. del V.K.P.D. si ripromette per tutto questo che il C.E. dell’Internazionale intervenga per ottenere un accordo ed una unione dei due gruppi, mantenendo naturalmente come condizione pregiudiziale la esecuzione delle decisioni del secondo congresso dell’I.C» (L’Ordine Nuovo, 5 febbraio 1921).
È evidente il totale contrasto di impostazione con la direzione del PC d’Italia che, se si augurava e sollecitava il:
«passaggio dei buoni militanti, specie operai che hanno compreso i pericoli della equivoca politica degli unitari del PSI, nelle nostre file, non crede(va) che (fosse) nemmeno da prendere in considerazione la possibilità di una unificazione sul genere di quella di Halle, di aggregazioni al nostro partito comunista di blocchi staccatisi dall’altro partito; e ciò sia per ragioni internazionali di organizzazione del movimento comunista, sia per la nostra concezione del processo di formazione del partito comunista in Italia» (Il Comunista, 24 febbraio 1921).
Come abbiamo detto la debolezza del partito comunista tedesco fu subito sfruttata dai centristi italiani e Serrati il 5 febbraio si recava a Berlino dove, sebbene espulso dall’Internazionale, si incontrava con Levi ed altri dirigenti particolarmente sensibili perché si facessero interpreti, presso l’ IC delle esigenze, da loro sentite, di una riunificazione con i comunisti.

Ma vediamo ora brevemente quale era la politica svolta dal PSI mentre dichiarava di voler rientrare nell’IC impegnandosi ad accettarne ed applicarne le decisioni. Dal giorno della scissione la penna di Serrati non si stancherà di attaccare, dalle colonne dell’Avanti!, sia il regime sovietico sia la III Internazionale. In particolare accusa i dirigenti dell’Internazionale di Mosca di aver costituito «una specie di massoneria rossa, che opera nel silenzio e nel mistero e che giudica e che comanda all’infuori ed al di sopra del partito; una specie di massoneria rossa tanto più pericolosa quanto è irresponsabile». Tanto irresponsabile da ritener possibile «meccanizzare la rivoluzione; farne una specie di pratica emarginata ad opera di qualcuno, che, passando di paese in paese “commesso viaggiatore in sommosse e generi diversi” visiti la “piazza” ed esperisca gli atti».

Le denigrazioni anticomuniste di Serrati riscossero grande favore presso la borghesia che fece pubblicare un opuscolo dal titolo Il bolscevico giudicato dai socialisti italiani, redatto interamente con citazioni tratte da articoli di Serrati e dagli uomini del suo gruppo.

Mentre si denigrava la Russia e l’Internazionale comunista veniva osannata l’Internazionale sindacale di Amsterdam che, mandando 50.000 lire ai sindacati italiani, aveva dato prova di «sincera e cordiale solidarietà internazionale affrettando quella unità proletaria di tutti i paesi, solidarietà che è il più grande incentivo verso l’unità della classe per la conquista della propria emancipazione» (Avanti!, 11 maggio 1921). Il Serrati che strepitava contro l’"oro russo" non solo non si vergognava di accettare quello dei tramiti della Società delle Nazioni, ma addirittura gabellava questi soldi come un contributo fraterno e disinteressato per l’emancipazione del proletariato. Liberatosi ormai dei comunisti il PSI poteva attuare quella politica apertamente socialdemocratica propria di Turati.

Le elezioni del 1921 segnarono un’altra vittoria schedaiola con la nomina di 123 deputati, la maggioranza dei quali apparteneva alla destra. Di questi, tre furono «eletti in segno di protesta, nella loro qualità di arrestati politici pur non essendo aderenti al partito». Ma se il PSI, per alleviare le pene dei detenuti politici, arrivava perfino a giocarsi tre seggi parlamentari, non muoveva un dito per organizzare la difesa dei lavoratori contro l’offensiva padronale ed i continui assalti delle squadracce fasciste, sempre più baldanzose e truculente, appoggiate apertamente da tutte le forze statali e democratiche.

La campagna elettorale del PSI si era svolta nella direzione del manifesto di Turati al proletariato italiano, in cui si leggeva:

«Fratelli non disperate; non lasciatevi abbattere od impaurire. Vi giuro che la violenza non darà i frutti ai violenti. Quando l’uragano avrà gettato il suo ultimo urlo, voi sarete nuovamente i più forti (...) Non accettate le provocazioni, non fornite pretesti, non rispondete alle ingiurie, siate buoni, siate pazienti, siate santi. Lo foste da migliaia d’anni, siatelo ancora. Tollerate, compatite, perdonate anche. Meno mediterete la vendetta più sarete vendicati. E coloro che avranno scatenato su di voi l’obbrobrio del terrore tremeranno di fronte alla propria opera».
Questo era ormai il linguaggio da sacrestia che il PSI, tutto, usava e le sue azioni erano coerenti a questo linguaggio.

Ben diverso era il modo con cui i comunisti svolgevano la loro campagna elettorale: chiamavano il proletariato a partecipare alle elezioni, non per gareggiare nel torneo elettorale, ma per:

«infrangere il pregiudizio parlamentare e con ciò stesso accertare se in luogo dei voti si vorranno contare i colpi di bastone o peggio ancora. (Per) infrangere il pregiudizio socialdemocratico e con ciò stesso volgere le batterie con intransigenza inflessibile contro il partito socialdemocratico (...) Votare comunista significa aderire alle falangi dell’armata rivoluzionaria che domani mobiliterà le sue forze per la guerra santa dell’emancipazione proletaria» (Bollettino di informazione per i comunisti stranieri del PC d’Italia, febbraio-maggio 1921).
A Baratono che rimproverava la Direzione del PSI di aver adottato una politica apertamente di destra, contraria perfino a quella stabilita dal congresso, Serrati rispondeva: «Il risultato delle elezioni ci deve insegnare qualche cosa; è vero che noi da oggi dobbiamo volgere il timone del partito a destra. Non è una scoperta nostra o di Turati, ma una necessità storica. Lo stesso Lenin in questo momento si orienta verso destra». Le argomentazioni serratiane, come si è visto, si basano sulla malafede e sulla menzogna. Serrati, in Italia, usava gli stessi argomenti di Levi in Germania: «Cosa fanno ora i bolscevichi? Fanno delle concessioni agli operai ed ai contadini per poter rimanere a contatto con le masse. E in Germania, io Levi, ho proposto la medesima cosa».

I signori Levi e Serrati fingevano di dimenticarsi di un particolare di non poca importanza: in Russia la classe operaia era al potere. In un paese arretrato come la Russia il partito era costretto ad andare "a destra", ossia a fare delle concessioni alla stragrande maggioranza della popolazione non proletaria per mantenere il potere della dittatura proletaria, in attesa dello scoppio della rivoluzione in occidente; dittatura proletaria che non esisteva né in Germania, né in Italia. In questi casi, andare a destra, voleva soltanto dire vendersi alla dittatura borghese; e Serrati questo ben lo sapeva.

Ma l’apice dell’infamia fu raggiunto dal PSI quando il 2 giugno 1921 firmò, con i rappresentanti del Fascismo, il "Patto di tregua", per arrivare alla "pacificazione degli animi". Nelle intenzioni di Bonomi, che assieme a De Nicola aveva patrocinato l’accordo, il patto «avrebbe permesso di farla finita con i comunisti isolandoli anche giuridicamente». Riferito ai comunisti Bonomi, aveva infatti dichiarato: «cerchiamo di isolarli, poi tutti insieme premeremo su di loro». I dirigenti del PSI e della C.G.L., malgrado le smentite comuniste, avevano perfino cercato di ingannare il proletariato affermando che il PC d’Italia avrebbe aderito alle consultazioni con i fascisti ed al Patto di Pacificazione, e che l’iniziativa della pacificazione sarebbe stata stabilita di comune accordo con la missione russa a Roma.

Il vero scopo del Patto di pacificazione si può ben desumere da un accordo locale, intercorso nel lodigiano, tra socialisti e fascisti il 23 settembre 1921. In esso, tra l’altro, si concordava il «rispetto ad ogni azione fascista ed obbligo di non pubblicare e non permettere frasi antipatriottiche e sovversive. Espulsione dalle leghe dei comunisti. Scissione diretta delle responsabilità ed obbligo di denunciare l’opera dei comunisti».

Mentre Maffi, Lazzari e Riboldi "pellegrini a Mosca" rivendicavano il diritto per il PSI di appartenere all’Internazionale Comunista, Cesare Alessandri, del gruppo Serrati (cioè alla "sinistra" di Lazzari), pensava alla costituzione di una quarta Internazionale socialista e Serrati ribadiva che la scissione dai riformisti non ci sarebbe stata.

Questo era il Partito Socialista e noi su Il Comunista scrivevamo:

«Se resta nel partito comunista e nell’Internazionale qualcuno che ha ancora la velleità ingenua di rinnovare ai serratiani l’invio di venire con Mosca a condizione di disfarsi dei riformisti della estrema destra, questi si può convincere della inutilità di fare questo passo, che sarebbe una mossa falsissima, che solleverebbe l’indignazione della stragrande maggioranza dei comunisti, i quali giudicano controrivoluzionarie tutte le tendenze dell’attuale partito socialista».
Vedremo invece come questa infelice proposta venne di nuovo presentata alla delegazione socialista.
 
 

Il verdetto di Mosca

L’Internazionale accettò il ricorso del PSI contro il deliberato con cui il CEIC riconosceva come Sezione italiana dell’Internazionale il PC d’Italia e, di conseguenza, ne escludeva il PSI. L’Ordine Nuovo del 26 maggio 1921 pubblicava una lettera dell’Esecutivo dell’Internazionale ai partiti aderenti circa i compiti del prossimo terzo congresso; in questa lettera si parla anche della questione italiana. L’esecutivo dice di aver messo all’ordine del giorno l’appello «a cui il PSI ha indiscutibile diritto».

Prima di andare avanti è bene rilevare come il diritto del partito socialista a tale ricorso fosse quanto meno discutibile. L’esecutivo del PC d’Italia negò che tale diritto esistesse, proprio in base agli Statuti dell’Internazionale. Di appello al congresso mondiale contro le decisioni dell’Esecutivo si parlava in due parti delle Tesi dell’Internazionale: al punto 9 dello Statuto e al punto 15 delle Condizioni di ammissione. Né l’uno né l’altro potevano essere impugnati dal PSI perché esso non era stato espulso dal Comintern, ma se ne era messo fuori rifiutando, al congresso di Livorno, l’applicazione delle direttive dettate dal secondo congresso mondiale come condizione pregiudiziale di adesione. II ricorso del PSI al terzo congresso veniva da noi giudicato in modo del tutto opposto da quanto facesse l’Internazionale. Per l’Internazionale la mozione Bentivoglio era stata imposta ai serratiani dalla pressione degli "operai rivoluzionari". Al contrario i comunisti d’Italia ritenevano che si trattasse soltanto di "una triste commedia":

«Noi siamo del fondato parere che la mozione Bentivoglio fa parte – lasciamo da parte gli apprezzamenti personali – dell’armamentario centrista per corbellare gli operai rivoluzionari e dare loro ad intendere che solo piccoli dettagli di forma inducessero il partito socialista a respingere le decisioni del secondo congresso dell’Internazionale (...) E, in quanto agli "operai rivoluzionari" noi, spregiando ogni demagogia, anche di sinistra, riteniamo tali quelli che hanno saputo giungere a tanto da non farsi menare per il naso dai maneggioni parlamentari e sindacali. Né i capi, né gli operai sono rivoluzionari nel PSI Vi è questa importante distinzione però, che i capi non possono ridiventare rivoluzionari, ma andranno sempre più verso destra; gli operai possono e devono, se sentono gli interessi della propria classe, diventare rivoluzionari col volgere le spalle ai primi ed aderire individualmente al loro partito, quale la storia lo ha organizzativamente definito a Livorno, col distacco dagli opportunisti» (Il Comunista, 24 luglio 1921).
Solo in un caso si sarebbe potuto tollerare che il PSI si rimettesse al terzo congresso: eseguendo anzitutto le decisioni del secondo e chiedendo poi al successivo di modificarle. La citata lettera del CEIC pubblicata su L’Ordine Nuovo del 26 maggio 1921 annunciava che il prossimo congresso avrebbe rinnovato al PSI il categorico invito di dichiarare se «acconsente alla espulsione del gruppo che ha per suo organo “La Critica Sociale”, cioè di Turati e Treves e C., poiché soltanto questa è la ragione del dissenso».

A parte il dubbio di una non troppo corretta traduzione, espresso fin da allora dai dirigenti del PC d’Italia, queste affermazioni dell’Internazionale, anche se involontariamente, non facevano che portare acqua al mulino dei socialisti, i quali avevano buon gioco nel presentarsi al proletariato come dei rivoluzionari, che solo a causa di piccoli malintesi erano restati fuori dall’Internazionale e in più erano liberi di svolgere una politica apertamente socialdemocratica, essendo sciolti da qualsiasi vincolo di disciplina nei confronti dell’Internazionale. Le affermazioni dell’Internazionale erano quindi inaccettabili per i comunisti d’Italia, i quali negavano che il dissenso fosse tra la destra turatiana ed i comunisti, ma che tra la stessa sinistra serratiana ed i comunisti esisteva un abisso. Non si trattava quindi di:

«mandar via Turati (il meno lontano dal poter avere l’onore di una tessera comunista, saremmo per dire quando ci passano innanzi gli omuncoli spregevoli dell’ex massimalismo). Non la sola questione della eliminazione della “frazione di concentrazione” ci divideva a Livorno dai ”comunisti” unitari, ma la valutazione di tutti i problemi di programma e di tattica del movimento nazionale ed internazionale» (Il Comunista, 2 giugno 1921).
Il problema dell’unità o scissione dai socialisti italiani non coincideva con l’altro più importante, cioè se all’interno del PSI esisteva una corrente comunista. E il PC d’Italia non si era mai stancato di ripetere all’Internazionale che:
«l’ala sinistra del PSI, unita o staccata dal resto, non è comunista e non può far parte quindi del partito comunista e dell’Internazionale comunista (...) Il partito socialista è tutto (ossia nel suo insieme organizzativo) opportunista e non comunista, poiché afferma principi e svolge azione non comunista» (Il Comunista, 21 agosto 1921).
Che le frazioni all’interno del PSI si scindessero o restassero unite doveva essere un problema solo per loro stesse e l’eventuale scissione non ne avrebbe avvicinata alcuna al partito.

La questione Italiana fu posta all’o.d.g. del terzo congresso per una doppia ragione: da un lato come parte integrante del rapporto CEIC sulla sua attività durante il periodo scorso, dall’altro in virtù dell’appello interposto dal PSI Il congresso negò la tesi centrista che tendeva ad addossare al CEIC la colpa di aver determinato la scissione del grande partito socialista italiano aderente all’Internazionale e che la scissione non fosse stata, in fondo, che un prodotto artificiale della capricciosa volontà di Mosca; al contrario approvò la condotta del CEIC e dei comunisti italiani al congresso di Livorno; confermò quindi la decisione dell’Esecutivo di considerare fin da allora il PC d’Italia come unica Sezione italiana dell’Internazionale e di conseguenza l’espulsione del PSI

Ma, anziché lanciare un chiaro invito agli operai aderenti al PSI di aderire individualmente al partito comunista, l’Internazionale rinnovò l’invito al PSI di eliminare la destra riformista incaricando l’EIC, «ove questa condizione pregiudiziale venisse eseguita, a provvedere alla fusione del partito socialista italiano, epurato dagli elementi riformisti e centristi, col partito comunista d’Italia in un unica sezione dell’Internazionale comunista» (O.d.g. sul rapporto del comitato direttivo – parte riguardante la questione italiana – approvato all’unanimità nella IX seduta del 29 giugno 1921).

Il terzo congresso fece sua proprio quella tesi che, secondo il PC d’Italia, avrebbe dovuto evitare perché la più pericolosa, e non tanto per il partito italiano, quanto per la sorte stessa dell’Internazionale tutta.

Secondo il congresso, a Livorno vi erano due frazioni di comunisti ed una di socialdemocratici. Una delle prime due esigeva l’espulsione della terza poggiandosi sulle 21 Condizioni di ammissione del secondo congresso di Mosca, l’altra si rifiutava di mettersi su questo terreno pensando che l’Internazionale non avrebbe considerato determinante l’espulsione dei riformisti.

Il CEIC fece bene a porre l’ultimatum dell’immediata espulsione dei socialdemocratici: la repulsa di questo ultimatum da parte del PSI avrebbe fatto sì che una gran parte dei "comunisti" unitari avrebbe capito l’errore commesso a Livorno, avrebbero rotto con la destra e sarebbero passati al partito comunista. Ma ribadire ora l’impossibilità per i destri di appartenere all’Internazionale era ormai troppo poco: la espulsione dei turatiani chiesta a Livorno:

     «non era solo il mezzo di giudicare e processare i turatiani, ma era il saggio, l’experimentum crucis, di tutto il partito italiano. Il problema non era tanto di liberarsi dai riformisti, ma esso si esplicava in un gioco molto più complesso, traducendo il valore delle 21 Condizioni di ammissione, per la prima volta applicate dal partito italiano, nella indicazione che chiunque non è per l’espulsione dei turatiani, chiunque non capisce che bisogna romperla con Turati è fuori e deve essere escluso dalla Internazionale comunista (...) Se l’applicazione dei deliberati del secondo congresso ha un valore reale, ossia si viene ad incontrare con quelle crisi di partiti che la evoluzione storica ha maturate, deve esso stesso, questo gruppo unitario, essere giudicato incompatibile, essere escluso non perché sia in gioco un ripicco da una parte o dall’altra, ma perché quel suo atteggiamento smentisce tutte le altre sue dichiarazioni esteriormente comuniste, lo dimostra non comunista, malgrado che esso dichiari di non voler rompere con l’Internazionale e si dia alla ipocrisia degli appelli» (Rassegna Comunista, 30 giugno 1921).
La previsione che l’unità del PSI sarebbe stata mantenuta non era sufficiente garanzia per un atto che, tra l’altro, avrebbe costituito un grave precedente. La posizione del PSI, all’epoca del terzo congresso, di fronte ai 21 punti di Mosca veniva considerata identica a quella che era alla vigilia di Livorno. Ma allora perché ritentare la prova? Forse l’Internazionale si illudeva che sarebbe bastato spiegare a Serrati e C. che il sacrificio della destra non era stata una pretesa personale di Kabakčiev e di Bordiga, ma una effettiva richiesta del congresso internazionale, perché questi si accodassero ubbidientemente al partito comunista?

Dalla Scissione di Livorno al terzo congresso dell’IC la politica del partito socialista si era ulteriormente allontanata dal programma comunista, basti pensare al ripudio della violenza, al trattato di pacificazione in corso, alla ipotesi di collaborazionismo, agli scontri tra destra e "sinistra" sul "come rifare l’Italia".

«Se per ipotesi una parte dei socialisti accettasse questa volta le condizioni di ammissione alla Terza Internazionale, il partito comunista d’Italia sarebbe gravemente minacciato nella sua compattezza dottrinaria e disciplinare, nel suo grande lavoro di preparazione e di educazione rivoluzionaria dalla infiltrazione di questi elementi socialisti che a Livorno non compresero l’importanza del fatto storico che colà si svolgeva, e che in questi giorni sono stati gli attori e i complici della guerra al nostro partito ed alla massa rivoluzionaria. La nostra disciplina di partito rivoluzionario non ha riserve. Noi siamo i fedelissimi soldati della rivoluzione proletaria. Noi obbediamo. Ed in altra sede esprimeremo doverosamente il nostro pensiero, che è pure il pensiero dei nostri compagni» (Il Comunista, 21 luglio 1921).
Il PC d’Italia dovette rilevare come, purtroppo, la posizione assunta dall’IC fosse addirittura più pericolosa della stessa tesi di Levi secondo cui era preferibile non imporre in modo così netto il distacco dai riformisti, ed in ogni caso non fare uscire a Livorno i comunisti del partito socialista, ma restarvi per continuare la campagna contro la destra. In fondo questo modo di vedere di destra
«non mancava di logica: esso veniva a dire che il compito dei comunisti nella situazione italiana era ancora compito di frazione e non di partito, tesi errata, ma da cui usciva una tattica consequenziale, mentre se all’opposto si riconosce che a Livorno cominciava la funzione di partito del comunismo in Italia, occorre rassegnarsi a concludere che dopo Livorno nessuna frazione comunista era rimasta nel partito socialista» (Rassegna Comunista, n.13, novembre 1921).
Come abbiamo già detto, una eventuale scissione all’interno del PSI, dopo il terzo congresso di Mosca, non avrebbe avuto più lo stesso valore di quella che fosse avvenuta nel gennaio. A Livorno si pose chiaramente la questione: accettare a parole un programma comunista non basta, occorre adempiere alle precise condizioni nelle quali il congresso mondiale ha tradotto quel programma. A Livorno la scissione si basò sulle sostanziali questioni della negazione della democrazia parlamentare come mezzo di conquista ed esercizio del potere da parte del proletariato, opponendo ad esso la dittatura proletaria e l’impiego della violenza rivoluzionaria come indispensabile mezzo di azione. Coloro che affermarono di voler tutto questo, ma non vollero separarsi dai fautori del vecchio programma socialdemocratico, non sono altro che dei socialdemocratici camuffati.

La direzione del partito, "massimalista", non ha infatti mai, da Livorno in poi, assunto un atteggiamento di critica nei confronti dell’azione di destra, al contrario l’ha sempre assecondata, appoggiata, ratificata. Al congresso di Milano (ottobre 1921) Serrati arrivò a dire che il «concordato con i fascisti non poteva essere giudicato collaborazione, come non poteva essere considerata collaborazione la firma di un concordato dopo 30, 40 o 50 giorni di lotta, quando uno sciopero si concludeva con un compromesso e non con una vittoria».

Il PC d’Italia non escludeva che la scissione ci sarebbe stata tra i socialisti, ma categoricamente affermava, che:

«la possibilità è quella di una scissione, che non è più la scissione-termometro, ci si passi l’espressione, di Livorno; che non significa più eliminazione di chi è contro i capisaldi del comunismo; che non si presenta più come garanzia di osservanza di tutte le condizioni organizzative della Terza Internazionale; bensì potrebbe avvenire, e restare concomitante ad una incompatibilità della stessa ala sinistra con il metodo comunista» (Il Comunista, 21 agosto 1921).
Il 26 agosto il C.C. del PC d’Italia votava, Gramsci compreso, la seguente risoluzione:
     «Nel PSI pur essendovi numerosi singoli elementi, specie proletari che possono e debbono venire al comunismo, non vi è una frazione organizzata, in vista del prossimo congresso, che nel suo programma e nella sua tattica stia sul terreno dell’IC.
     «Qualora al prossimo congresso la scissione avvenisse nel PSI, la frazione di sinistra, così come è costituita, non perderebbe, per il fatto di dividersi dai riformisti possibilisti, i suoi caratteri teorici pratici anticomunisti.
     «Il partito comunista lavorerà contro l’eventualità della sua fusione con una simile corrente con tutti i mezzi che gli consente la disciplina internazionale».
E continuava:
     «la situazione creata dal prossimo congresso del partito socialista (nella eventualità di una scissione tra massimalisti e riformisti - N.D.R.) verrà portata ad un congresso del partito comunista senza nessun fatto compiuto che menomamente alteri la posizione del secondo nei confronti del primo».
L’imminente congresso socialista avrebbe dovuto discutere, infatti, sulla eventualità di una partecipazione o meno ai governi borghesi, come dire se restare fedeli o meno non al programma di Bologna, ma addirittura a quello di Reggio Emilia. Non per nulla Serrati propose che il congresso non discutesse pregiudizialmente l’ultimatum di Mosca, ma che, in primo luogo, si occupasse delle questioni "interne"; se andare o rifiutare l’ingresso in un governo borghese. L’ultimatum dell’Internazionale fu posto al punto 6 dell’o.d.g. dei lavori congressuali, e cioè l’ultimo, prima delle "varie ed eventuali".

L’unico pericolo di frattura del PSI era costituito infatti dalla questione interna. Su questo punto

     «si potrebbe verificare una certa scissione con la destra, e siccome questa grande discussione avrebbe assorbito il congresso e non ci sarebbe tempo di ulteriori chiacchiere e di più precise prese di posizione, gli intransigenti socialdemocratici italiani, i socialpacifisti firmatari del patto ignobile con la guardia bianca, gli apologeti dell’azione parlamentaristica e della sovranità dello Stato borghese, comunicherebbero a Mosca di essere a posto coll’ultimatum del terzo congresso e di essere disposti ad essere “unificati” col partito comunista» (Il Comunista, 21 agosto 1921).
L’articolo da cui è tratta la citazione concludeva con un appello al proletariato, ai sinceri lavoratori, ad abbandonare il partito socialista e passare a quello comunista prima ancora del congresso:
     «Operai rivoluzionari del partito socialista: il vostro posto è nel partito comunista (sezione della Terza Internazionale). Oggi meglio che domani. Oggi troverete la leale fraternità, domani presentandovi al seguito di capi centristi, nemici della causa rivoluzionaria, sarete vittime della inevitabile diffidenza con cui noi, nella forza della nostra convinzione e del nostro diritto, ci guarderemo da loro».
Può questo atteggiamento del PC d’Italia essere considerato un atto di indisciplina nei riguardi dell’IC? I comunisti italiani, dopo aver dichiarato e dimostrato la loro totale disciplina alle direttive dell’Internazionale, non potevano però non precisare che queste non potevano certo escludere il rispetto e la disciplina verso la dottrina, le tesi, gli statuti, le condizioni di ammissione, perché, prima degli ultimatum contingenti, vi sono degli ultimatum permanenti ai quali si devono adeguare.

Il congresso socialista di Milano riconfermò l’unità all’interno del PSI malgrado il collaborazionismo della destra, e a niente valse l’atteggiamento più elastico della Zetkin contrapposto a quello rude e brutale del bulgaro Kabakčiev. La stessa Zetkin, rappresentante dell’ CEIC al congresso di Milano, nel suo rapporto al Comintern del 14 ottobre scriveva:

«Nella situazione che si è determinata era impossibile trattenere il PSI presso l’Internazionale. I capi di destra e di centro, come quelli di sinistra, erano unanimi, fermamente decisi a trattenere la frazione Turati ad ogni costo nel partito, anche a prezzo dell’esclusione del partito dall’IC. Tutto il parlare che si faceva intorno all’argomento era ciarleria. Ciò era emerso già nelle ultime settimane nelle discussioni sulla stampa e nelle organizzazioni. Nessuna tattica prudente e nessuna fine azione diplomatica avrebbe potuto cambiare qualcosa in questa decisione per l’unità».
È molto significativo che queste frasi siano uscite dalla penna di Clara Zetkin, una delle principali accusatrici dell’operato del CE dell’Internazionale a Livorno, il quale sarebbe stato privo di tatto e di diplomazia tanto da alienare le grandi masse rivoluzionarie.

Sarebbe bastato dare un sguardo alla composizione del PSI per rendersi conto dell’impossibilità di una spaccatura. Dei circa 106.000 iscritti al partito socialista (quanti erano all’epoca del congresso di Milano), solo 84.000 furono rappresentati al congresso. Di questi circa 30.000 erano funzionari sindacali, di leghe, cooperative, ecc; mentre altri 32.000 circa erano consiglieri comunali e provinciali. Il PSI era diventato un partito di grandi e piccoli burocrati per i quali una scissione avrebbe messo in pericolo le maggioranze dei consigli provinciali e comunali; lo stesso, all’interno dei sindacati e delle cooperative, avrebbe messo in pericolo la posizione ed il prestigio di ciascuno.

Il risultato del XVIII congresso socialista dimostrava come

     «il bisturi di Livorno non ha tagliato troppo, poiché Milano ha dimostrato che esso ci ha divisi da un cadavere putrescente. Russi, bulgari ed italiani, quelli che a Livorno collaborarono a questa soluzione non hanno nulla da rimproverarsi, e non domandano nemmeno speciali attestati di benemerenza, sapendo troppo bene di non essere stati che degli assistenti di un operatore che non fallisce: la Storia» (Rassegna Comunista, novembre 1921).
Ma, ancora una volta, il significato di tutto questo non fu compreso dall’Internazionale, che anzi fin da allora, attraverso il suo fiduciario in Italia, Chiarini, faceva dei passi in direzione di Gramsci perché adottasse un atteggiamento tale da «controbilanciare l’influenza di Amadeo Bordiga e prenderne il posto». Ma, se l’onesto compagno Gramsci rifiutava protestando che mai si sarebbe prestato a simili manovre, nondimeno l’Internazionale era già entrata direttamente, e all’insaputa della sezione italiana, in contatto con i "terzini" aiutandoli con ogni mezzo e stimandoli "un portavoce autorevole all’interno del PSI".
 

La "conquista della maggioranza"

Il PC d’Italia, nato sulla base dei 21 punti di Mosca, fin dalla sua costituzione procedette ad una rigorosa opera di inquadramento politico (e militare), di agitazione, propaganda e soprattutto di azione nelle poderose lotte economiche sostenute da un proletariato non ancora piegato né dalla repressione borghese, né dal disarmo politico ed organizzativo della socialdemocrazia. Il partito, diretto dalla Sinistra, fu tanto lontano dal voler creare un piccolo partito di eletti che rifuggivano e disprezzavano il contatto con le masse che, primo nell’Internazionale, lanciò la parola del "fronte unico proletario", perché la massa proletaria potesse liberarsi dalla nefasta influenza della socialdemocrazia e si schierasse sul fronte rivoluzionario sotto la guida del partito comunista.

L’invito alla fusione delle tre organizzazioni sindacali (CGL, USI, Sindacato Ferrovieri); quello di unificare tutte le vertenze di categoria in una piattaforma rivendicativa unica da difendersi, come "questione di principio"; con un unico metodo di azione (lo sciopero generale); la costituzione all’interno della CGL di una efficace rete di gruppi comunisti, che sapevano contrapporre ai tradimenti dei bonzi socialdemocratici la corretta azione di classe, tutto questo serviva in modo determinante alla conquista della stragrande maggioranza del proletariato alla influenza delle direttive comuniste, come Lenin stesso ebbe a riconoscere.

Al contrario, l’eventuale passaggio di qualche decina di capi massimalisti al partito comunista, oltre che ad indebolire la struttura programmatica ed organizzativa del partito, non avrebbe liberato un solo proletario dall’influenza riformista che, attraverso i sindacati, dominava la classe operaia. Il problema era quello di arruolare milizie proletarie e non generali senza esercito. Unico sistema per portare il proletariato sul terreno rivoluzionario era quello di dare aperta battaglia alla socialdemocrazia, destra e "sinistra", considerando la lotta contro di essa parte integrante della lotta del partito contro la borghesia, il suo organo centrale e le sue formazioni militari, legali ed illegali.

Per capire meglio l’atteggiamento dell’Internazionale sulla questione italiana è necessario vedere quale era la situazione al tempo del terzo congresso.

Il primo congresso era avvenuto in un momento in cui il comunismo faceva i suoi primi passi, ma si poteva sperare che un assalto quasi elementare della classe operaia rovesciasse la borghesia, che non avrebbe avuto la forza, dopo la guerra, di arrestare la marea proletaria. Però, malgrado i potenti attacchi proletari, soprattutto grazie all’aiuto portato dai partiti socialdemocratici, la borghesia riuscì a mantenere il suo potere e a rafforzare la sua sicurezza di classe. Nello stesso tempo la Russia sovietica veniva sottoposta all’accerchiamento militare dagli Stati capitalistici e dall’azione delle armate bianche.

Nel giugno 1920 le sorti della guerra mutarono e l’armata rossa riconquistò il terreno precedentemente occupato dai polacchi. Quando si aprì il secondo congresso del Comintern le truppe sovietiche si stavano avvicinando a Varsavia. Si dava per certo che l’avanzata dell’armata rossa avrebbe provocato la rivoluzione in Polonia ed avrebbe avuto forti ripercussioni in Germania. La tesi e le risoluzioni adottate risentivano della certezza che la rivoluzione sarebbe dilagata nell’Europa orientale e centrale. In una riunione del C.C. Esecutivo dei Soviet del 7 agosto 1920 Zinoviev disse: «Sono profondamente convinto che il secondo congresso mondiale dell’IC è precursore di un altro congresso mondiale, il congresso mondiale delle repubbliche sovietiche». È sempre Zinoviev che, al terzo congresso del PC russo, il 16 marzo 1921, descrive l’ottimismo dell’anno precedente:

«Nella sala del congresso era appesa una grande carta geografica. Ogni giorno vi segnavamo l’avanzata delle nostre truppe ed ogni giorno i delegati osservavano la carta con più trepidante interesse (...) Tutti loro capivano che se gli obiettivi militari delle nostre truppe venivano raggiunti, ciò avrebbe significato un’enorme accelerazione al processo rivoluzionario del proletariato internazionale. Tutti loro capivano che da ogni passo in avanti dell’armata rossa dipendeva, alla lettera, il destino della rivoluzione proletaria internazionale (...) Dovevamo discutere come problema concreto se una repubblica operaia vittoriosa potesse portare il socialismo in altri paesi sulla punta delle baionette. C’erano delle divergenze di opinione. Sfortunatamente la questione non costituisce più un problema concreto, e possiamo continuare la discussione soltanto a livello teorico».
Appena l’anno dopo, infatti, la situazione si era completamente rovesciata. Il 1921 segnò da una parte il riflusso dell’ondata rivoluzionaria, dall’altra il rinsaldarsi del potere capitalistico, che passò decisamente all’attacco nell’intento di distruggere le organizzazioni della lotta di classe proletaria. Il terzo congresso dovette prendere atto che il fermento rivoluzionario del dopoguerra si stava esaurendo e che il ritmo di sviluppo della rivoluzione proletaria sarebbe stato più lento di quanto non era stato previsto.

Il terzo congresso, da queste considerazioni e da un esagerato timore di un pericolo di infantilismo di sinistra, che portò ad una critica della sfortunata azione di marzo in Germania e della tattica dell’offensiva propugnata da gruppi più ai margini che all’interno del partito tedesco, trasse la seguente conclusione: per ottenere la vittoria rivoluzionaria non bastano dei partiti comunisti solidamente inquadrati secondo i principi del marxismo rivoluzionario, ma occorre che tali partiti conquistino alla loro influenza politica strati sempre più larghi del proletariato e li leghino alla loro direzione attraverso la partecipazione attiva alle lotte che i gruppi operai ingaggiano per la loro difesa sotto la pressione dei bisogni materiali contingenti.

Il Partito Comunista d’Italia non aveva nessuna obiezione da sollevare su questi punti, era perfettamente d’accordo anche perché non è mai esistita contraddizione tra saldezza di principi ed azione all’interno della classe operaia. Le obiezioni e le riserve che il PC d’Italia sollevava erano verso le parole d’ordine generiche come "andare verso le masse" e "conquista della maggioranza", parole d’ordine il cui senso era chiaro a Lenin e Trotzki, ma non altrettanto ai dirigenti di altri partiti, specialmente del centro Europa. I comunisti italiani temevano che le tesi sulla tattica del terzo congresso non sarebbero tanto servite a sconfiggere le tendenze ultra sinistre e "blanquiste", che non avevano una consistenza tale per cui l’IC dovesse eccessivamente preoccuparsi, quanto ad instaurare quel triste andazzo delle oscillazioni a destra e a sinistra fino a stabilizzarsi in un preciso orientamento di destra (come ben dimostrano le vicende del PC tedesco).

La parola d’ordine della "conquista della maggioranza" portò presto alcuni partiti a credere di poter essere abilitati a condurre vittoriosamente la rivoluzione solo se la maggioranza del proletariato, o più genericamente delle "masse", si fosse iscritta al partito. Tutto ciò contribuiva ad allentare le rigide maglie del programma per poter permettere alla "maggioranza" di entrare nel partito. Si pensi ai 400.000 iscritti del partito comunista cecoslovacco ed alla sua incapacità di prendere la testa delle generose e possenti lotte proletarie.

Il terzo congresso dell’IC si limitò ad una condanna della tattica dell’offensiva, omettendo di pronunciarsi sulle proposte di fronte unico. Ma se questa tattica non fu allora codificata, già prima del terzo congresso si era affacciata con la nota "lettera aperta" del PC tedesco a tutti gli organismi politici ed economici del proletariato per una azione comune su obiettivi di interesse immediato del proletariato.

È vero che il partito comunista sarà lo stato maggiore della rivoluzione solo se saprà raccogliere attorno a se le grandi masse proletarie spinte alla lotta dagli sviluppi oggettivi della situazione, ma è altrettanto vero che non vi è soluzione di continuità tra la tattica e i principi, e la costante preoccupazione del PC d’Italia fu quella di conservare le basi programmatiche dell’Internazionale e richiamare costantemente tutti i membri all’osservanza dei principi, cui non si doveva venir meno neppure sotto la stimolante suggestione che una tattica piuttosto che un’altra avrebbe favorito la mobilitazione dei lavoratori sotto le bandiere del comunismo. Il PC d’Italia ribadì sempre il principio fondamentale della coincidenza dei principi con la tattica ed ammonì che l’applicazione di una tattica non rispondente rigorosamente ai principi avrebbe deformato la natura stessa del partito allontanando, anziché abbreviare, il raggiungimento dell’obiettivo rivoluzionario.

Non passò l’anno che l’Esecutivo dell’IC, nella sessione di dicembre, approvò le tesi sul fronte unico che costituirono poi la base per la discussione sulla tattica al quarto congresso del 1922. Nelle tesi sul fronte unico si prende atto che ormai la classe borghese è all’offensiva e che il proletariato si batte con energia anche se solo per la difesa del pane e del posto di lavoro e quindi è portato a muoversi con il massimo di unità possibile al di sopra dei partiti politici che lo rappresentano.

Il problema, per i partiti della Terza Internazionale, viene allora posto in termini che sembrano collimare con quanto il PC d’Italia aveva messo al centro della sua battaglia fin da Livorno: agitazione di un piano di tattica difensiva di tutto il proletariato che, pur facendo leva su obiettivi e rivendicazioni contingenti, per estendere e generalizzare le lotte economiche secondo la stessa spinta delle masse operaie, non si fermasse tuttavia a ciò, ma si preparasse ad innestarvi un ritorno controffensivo dell’azione rivoluzionaria. In questo senso ed in questi limiti il fronte unico proletario avrebbe potuto essere quello che il PC d’Italia aveva per primo proclamato e difeso attraverso la rete sindacale comunista. Sicuri che i proletari scesi in lotta per obiettivi e con metodi di azione non incompatibili, il linea di principio, con l’affiliazione ad altri partiti a base operaia, dall’esperienza stessa della lotta e sotto lo stimolo della nostra propaganda e del nostro esempio, avrebbero tratto la convinzione che perfino la difesa del pane quotidiano è possibile solo preparando ed attuando l’offensiva in tutti i suoi sviluppi rivoluzionari, così come il partito comunista se li prefiggeva.

Ma le tesi dell’Internazionale se riaffermavano l’esclusione di qualunque ritorno all’unità organizzativa dopo le avvenute scissioni, riprendendo alcune iniziative del partito tedesco proponevano tutta una serie di azioni che, dall’invio delle famigerate "lettere aperte" ad altri partiti, andavano fino ad accordi o alleanze, sia pure temporanei, e di qui fino all’appoggio parlamentare a governi socialdemocratici definiti "operai".

«In Germania il partito comunista – si legge sulle Tesi per in fronte unico, Punto 9 – aveva dichiarato possibile concedere l’appoggio anche ad un “governo unitario operaio”, disposto ad intraprendere con una certa serietà la lotta contro il potere dei capitalisti. L’Esecutivo dell’IC ritiene assolutamente giusta questa decisione».
Ancora (Punto 14):
«In Svezia, dopo le ultime elezioni, si è determinata una situazione tale che il piccolo gruppo parlamentare comunista può giocare un grande ruolo (...) L’EIC ritiene che il gruppo parlamentare svedese, in date circostanze, debba accordare il suo appoggio al ministero menscevico di Branting, come hanno fatto giustamente i comunisti tedeschi in alcuni governi regionali della Germania».
Fu a questo punto che cominciò il nostro pieno dissenso con l’Internazionale:
«Il fronte unico propugnato dal PC d’Italia significava azione comune di tutte le categorie, di tutti i gruppi locali e regionali di lavoratori, di tutti gli organismi nazionali del proletariato in vista di una azione che, per la sua stessa logica e per il maturare delle situazioni, sarebbe sboccata un giorno nella lotta con indirizzo comunista di tutta la classe proletaria. Non significava, e non poteva per essenza significare, guazzabuglio infame di metodi politici diversi, cancellazione di confini definitivamente tracciati verso l’opportunismo, obliterazione anche solo temporanea del nostro carattere specifico di partito di permanente opposizione rispetto allo Stato e agli altri partiti politici» (In Difesa della Continuità del Programma Comunista, pag. 32).
(continua al prossimo numero)
 
 
 
 
 
 


Dall’Archivio della Sinistra

La tattica dell’Internazionale Comunista
(da "Ordine Nuovo", 12 gennaio 1922)

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