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"COMUNISMO" n. 15 - maggio-agosto 1984
– Il quindicennio di avvicinamento alla crisi catastrofica dell'economia capitalistica: L'occupazione nell'industria e l'esercito di riserva - La fondamentale produzione industriale - Prezzi e salari operai - La bilancia commerciale e le monete
– Le società dell'America precolombiana: Aspetti della struttura economico-sociale della penisola iberica del XV° secolo - La scoperta dell'America - La conquista del Centroamerica - L'organizzazione economica coloniale - Lo sfruttamento delle colonie nel XVI secolo (continua al n.16).
– Al di là dello Stato: Il radicalismo borghese non va oltre la "rivolta" - Le ragioni della rivoluzione - Lo Stato non decade da sè: va distrutto - L'ideologia americana.
– Appunti per la storia della Sinistra: 1923, sconfitta della rivoluzione in Germania. La presunta "svolta a sinistra" dell'Internazionale - La conferenza clandestina di Como.
– Dall’Archivio della Sinistra:
- Premessa.
- LA POLITICA DELL'INTERNAZIONALE (da "l'Unità" del 15 ottobre 1925): La questione tattica al IV Congresso - L'ottobre 1923 in Germania - Il pensiero di Trotzki - La questione tedesca al V Congresso - Un'altro episodio del V Congresso - Dopo il Congresso: "La nuova tattica" - La sconfessione del gruppo Fischer-Maslow..

 
 
 
 
 
 
 
 
 


Dall’Archivio della Sinistra
 
 
 

Premessa
 

La Sinistra non si oppose alla parola d'ordine del "Comitato Operaio", coniata dall'E.A. dell'Internazionale nel giugno 1922, quando fu presentata come "mobilitazione rivoluzionaria della classe operaia per il rovesciamento della dominazione borghese". Ammise, anzi, che «in certi casi può convenire di usare questa parola come sostituzione terminologica della dittatura del proletariato. In ogni caso – continuava la Sinistra – noi non ci opponiamo a ciò, salvo che non paia troppo opportunista questo bisogno di mascherare il nostro vero programma». (Il rappresentante della Sinistra al IV Congresso dell'I.C.).

Ma, come nel 1921 non aveva potuto tacere il pericolo che il Fronte Unico degenerasse in alleanza con la socialdemocrazia, se non si fosse tenuto entro ben precisi limiti, così riguardo al governo operaio si puntualizzava che se solo avesse potuto dare l'impressione che il problema dei rapporti tra proletariato e Stato potesse essere risolto in modo diverso dalla lotta armata e dalla dittatura del proletariato sarebbe stato senz'altro da respingere, «poiché esso, per il dubbio risultato di una popolarità immediata, compromette una condizione fondamentale della preparazione del proletariato e del partito ai compiti rivoluzionari». Le scelte tattiche si riflettono infatti sull'organizzazione interna del partito fino ad investire poi questioni di principio.

La storia della involuzione progressiva dell'I.C. va di pari passo con l'affannosa ricerca di espedienti tattici ed organizzativi eclettici, nella disperata illusione di raggiungere con essi in minor tempo e con meno dispendio di energie l'obiettivo della conquista rivoluzionaria del potere.

L'amaro insegnamento previsto dalla Sinistra italiana, è, al contrario, quello che esiste una sola via per ottenere l'obiettivo supremo, che deviando da quella non solo non si arriva prima al traguardo, ma si finisce per trovarsi al traguardo opposto.

«Non c'è azione rivoluzionaria senza teoria rivoluzionaria»: ciò significa che non esiste mezzo che possa essere separato dal fine, in caso contrario crolla tutta la nostra critica contro l'opportunismo gradualista e riformista. Non esiste strumento tattico che non debba essere dedotto dall'insieme delle tavole programmatiche, altrimenti cade la nostra pretesa di possedere, tramite la dialettica marxista, una visione globale e definitiva del processo storico e delle sue leggi naturali. Questo per chiarire che la Sinistra non intraprese la sua battaglia contro la degenerazione del movimento rivoluzionario internazionale dall'interno di una torre d'avorio per lo sterile scrupolo di purezza ideologica.

Quando si rompe l'anello che lega tra di loro i mezzi ed i fini, il presente e l'avvenire del movimento, la tattica e la strategia, crolla tutta l'impalcatura rivoluzionaria, si perde di vista l'obiettivo finale, viene meno la solidità dell'organizzazione interna, si travisa il patrimonio dottrinario, si annulla la capacità di influire sulle masse (nel senso per cui il partito è sorto).

Quando l'espedientismo tattico arrivò ad essere teorizzato, il revisionismo, da pericolo, si trasformò in realtà, in opportunismo poi e in controrivoluzione subito dopo.

Fu al IV Congresso del Comintern che la Sinistra denunciò il pericolo di un revisionismo comunista. «Non si tratta – affermammo – di escludere che tra le rivendicazioni del fronte unico figurino le questioni politiche quanto le questioni economiche, non si tratta già di escludere in linea di principio e non si sa per quale 'pruderie' dei 'pourparles' transitori anche coi peggiori capi opportunisti. Si tratta di non compromettere la preparazione dei più larghi strati possibili del proletariato alla situazione rivoluzionaria, nella quale l'azione si porterà sul terreno dei metodi propri del solo partito comunista, sotto pena della disfatta proletaria; e si tratta di conservare al nostro partito tutta la libertà di continuare durante lo sviluppo del fronte unico a costruire il proprio inquadramento delle forze proletarie in tutti i campi. La tattica del fronte unico non avrebbe senso senza quest'opera d'organizzazione delle masse nei movimenti che il partito crea intorno a sé nei sindacati, nelle fabbriche, ecc. Noi affermiamo che il pericolo che il fronte unico degeneri in un revisionismo comunista esiste, e che, per evitarlo, bisogna tenersi in questi limiti».

Al suo rientro in Russia nel 1917, Lenin aveva affermato: «Fondiamo coraggiosamente, onestamente, da proletari, alla Liebknecht, la Terza Internazionale, nemica irriducibile dei traditori socialsciovinisti e degli esitanti del 'centro'. In quanto all'unificazione dei socialdemocratici russi, non c'è neppure da parlarne... Val meglio restare in due come Liebknecht, perché ciò significa restare con il proletariato internazionale. Lasciamo che i morti seppelliscano i loro morti!» Il medesimo concetto è da sempre impresso nella bandiera della Sinistra italiana: "valore dell'isolamento" dall'opportunismo e dai partiti traditori deve essere considerato la sola forza suscettibile di raccogliere sotto le insegne del partito le grandi masse proletarie.

Non può non stupire la stridente contraddizione tra l'affermazione di Lenin sopra riportata con l'affannosa ricerca, in anni successivi al 1921 di ristabilire rapporti con gli altri partiti "proletari". L'allarme lanciato dalla Sinistra fin dal 1920, che volle rendere le condizioni di ammissione all'I.C. quanto più restrittive possibile, si rivelò profetico. Le stesse condizioni d'ammissione all'Internazionale furono considerate dalla Sinistra lacunose, le loro modalità di applicazione vennero inoltre attuate in maniera molto elastica sia in Germania, in Francia, sia in Italia permettendo al tatticismo, all'eclettismo e all'elettoralismo democratico di penetrare attraverso le sue maglie. Nel 1924 il processo degenerativo dell'Internazionale era completamente in atto. La Sinistra, al IV Congresso mondiale, lanciò l'appello perché l'Occidente proletario soccorresse il partito bolscevico per salvare la rivoluzione russa e l'Internazionale gravemente minacciate.

L'appello cadde nel vuoto.

I bolscevichi che reggevano sulle proprie spalle il peso della dittatura proletaria in un paese arretrato non ricevettero dai partiti occidentali quello ossigeno che la Sinistra sperava potesse giungere; giunse, al contrario, l'incoraggiamento opposto. Questo soprattutto dal partito comunista di Germania a cui i bolscevichi giustamente guardavano come alla sola forza che avrebbe potuto liberare la rivoluzione russa dall'isolamento.

Il 1923 in Germania presentò l'ultima possibilità rivoluzionaria a breve scadenza; si sarebbe potuto spezzare il cordone sanitario stretto attorno alla Russia sovietica e allo stesso tempo salvare l'Internazionale. Ma il partito comunista tedesco impantanato nella continua ricerca di alleanze, dentro e fuori la classe operaia, abbacinato dal miraggio della conquista democratica e legale del potere, non seppe far altro che assistere passivamente alla feroce e spietata repressione dell'eroico proletariato tedesco. Perduta questa importante scadenza con la storia, si pretese di poter rafforzare il movimento comunista mondiale bolscevizzando i partiti nazionali, come se le caratteristiche rivoluzionarie di un partito fossero frutto di modelli di struttura, anziché della correttezza dell'indirizzo politico e della elaborazione teorica. Autoritarismo burocratico e democrazia di tipo socialdemocratico si fusero, l'unanimità delle decisioni divenne il prodotto d'accomodamenti di tipo parlamentare e d'imposizioni vessatorie.

La giustezza delle direttive dipendeva ormai dall'organismo emanante, definite formalmente "leniniste" e "bolsceviche" quelle della Centrale.

Ma la bolscevizzazione imposta ai partiti comunisti come taumaturgico rimedio contro l'opportunismo non impedì che proprio il partito bolscevico passasse nel campo della controrivoluzione.

Non esistono, lo abbiamo sempre affermato, formule o modelli che possano scongiurare il pericolo opportunista. L'unica difesa contro l'opportunismo è data dalla fedeltà al programma comunista rivoluzionario ripudiando ogni suggestione di successo immediato conseguibile con abili manovre.

Al contrario tale programma fu rivoltato mille volte dalla Centrale internazionale condannando per cattiva la tattica che il giorno avanti era stata ritenuta infallibile e viceversa con un continuo e disorientante cambio di parole d'ordine, di formule politiche ed organizzative.

L'articolo, che riproduciamo qui di seguito, "La Politica dell'Internazionale", pubblicato nell'Unità del 15 ottobre 1925, è una lucidissima analisi del processo degenerativo dell'I.C. e un insostituibile contributo alla continuità della battaglia rivoluzionaria.
 
 
 
 
 
 
 

LA POLITICA DELL'INTERNAZIONALE

Da "L'Unità" del 15 ottobre 1925.