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Comunismo n.14 - gennaio-aprile 1984
Premessa
Il comunismo è scienza.
– Concentrazione capitalistica e recenti prodromi di crisi nell’agricoltura degli Stati Uniti: Origine della media azienda a conduzione familiare - Sottomissione della terra al capitale - Dalla media alla grande azienda - L’espropriazione dei farmer - Drammatico inizio della crisi - Tappe bruciate verso il domani.
Appunti per la Storia della Sinistra: Crisi e degenerazione del Partito Comunista Russo: Politica interna e politica estera - Il piano della NEP - Libertà di commercio e pianificazione - Il processo di degenerazione del PCR - I provvedimenti burocratici dell’I.C. ai danni della Sinistra italiana determinano la rinascita della deviazione ordinovista.
Dall’Archivio della Sinistra:
Rapporto della Sinistra italiana sul fascismo al quinto Congresso dell’I.C..

 
 


PREMESSA
 

Per quanto trattino di argomenti diversi tra di loro e apparentemente indipendenti uno dall’altro, i rapporti pubblicati in questo numero della nostra rivista abbracciano temi che stanno alla base della nostra impostazione dottrinale teorico-programmatica e della nostra azione di Partito.

Lo studio dell’andamento dell’economia mondiale, e in specie di una nazione, come gli USA, che continua ad avere un peso determinante nell’intreccio sempre più complesso degli interessi nazionali e internazionali degli Stati capitalisticamente più potenti, è da sempre una nostra tradizione di Partito, in quanto è dalla comprensione esatta del dispiegarsi dei contrasti interimperialistici e dall’andamento dei cicli economici delle nazioni che vi giocano un ruolo significativo – comprensione particolarmente importante in un periodo come questo che vede l’approfondirsi della crisi che scuote il mondo intero e il delinearsi dei sintomi premonitori del futuro terzo macello imperialistico mondiale – che il Partito può svolgere correttamente il suo compito di “registrazione scientifica” dei fenomeni sociali e delle contraddizioni del capitalismo e la sua azione di intervento attivo nei fermenti sociali che ne derivano.

È compito fondamentale, che il Partito può svolgere con coerenza di interpretazione solo se sa applicare correttamente il metodo scientifico che attinge dal marxismo rivoluzionario, suo patrimonio esclusivo. Sotto questo aspetto la questione si collega direttamente al rapporto su “Comunismo e scienza” che affronta un altro compito fondamentale del Partito: la difesa del marxismo non solo inteso come interpretazione ed espressione degli interessi storici della classe operaia, ma come scienza sociale e teoria generale della conoscenza delle leggi dei rapporti sociali tra gli uomini e le classi, come diretta trasposizione in campo sociale del metodo di indagine scientifica delle scienze naturali, in polemica con le correnti idealistiche e reazionarie del pensiero corrente, espressione della dominazione di classe della borghesia, negatore della funzione rivoluzionaria della classe operaia.

Lo scopo di questi rapporti che non pretendono di esaurire gli argomenti trattati ma sono parte di studi di Partito che vengono esposti nelle periodiche riunioni generali della nostra piccola organizzazione, non è l’erudizione accademica dei militanti, né la semplice divulgazione scolastica di un’”idea” di trasformazione del mondo, ma l’espletamento di una funzione vitale per il Partito rivoluzionario: fornire a sé stesso e a chiunque ne intenda e segua l’azione, un’arma critica sempre più tagliente per la lotta contro un avversario politico sempre più ricco di sfaccettature e di mistificazioni ideologiche, sociali e politiche, una catena interminabile di nemici pericolosissimi che più si tingono i panni di “progressismo”, di “modernità”, di “evoluzionismo tecnico e culturale” più sprofondano nei miasmi pestiferi di questa società ormai troppo a lungo sopravvissuta alla sua funzione storica, e meglio esprimono la loro reazionaria funzione di conservazione sociale.

Lo scopo ultimo di questo lavoro di un pugno di militanti che vogliono rimanere fedeli al marxismo rivoluzionario, è quello di affinare le basi teoriche e programmatiche senza le quali ogni azione pratica diretta ad allargare l’influenza del Partito in quanto “fattore di storia” è rovinosa illusione, nella consapevolezza che il passaggio alla “critica delle armi” si renderà possibile solo con l’incontro storico tra il ritorno del proletariato alla lotta di classe in difesa delle proprie condizioni di vita e un’organizzazione politica che abbia saputo mantenere salda “l’arma della critica” in periodi bui come l’attuale, ancora caratterizzato dall’assenza di questo processo.

Non passiva riproposizione culturale di una teoria rivoluzionaria, dunque, ma attiva difesa di un’arma critica forgiata una sola volta all’apparire della classe cui la storia ha dato il compito di brandirla, invariante nel suo granitico monolitismo annientatore delle posizioni avversarie.

Difesa e affinamento di un’arma che solo hanno un senso appunto se strettamente collegate alla storia del movimento rivoluzionario che l’ha impugnata e maneggiata nelle battaglie passate del movimento operaio.

In questo senso appare evidente il collegamento con il terzo argomento pubblicato: la Storia della Sinistra, e il relativo archivio di documenti divenuti pietre miliari del nostro programma rivoluzionario.

In questo lavoro oscuro, impersonale, anonimo, lontano dalle mode eclatanti, dalle illusioni di facili successi, si esprime oggi l’azione dei comunisti rivoluzionari.
 
 
 
 
 


Il Comunismo è scienza
Rapporto esposto alla riunione di settembre 1983
 

Nelle Lotte di classe in Francia (dal 13 giugno 1849 al 10 marzo 1850) Marx afferma chiaramente che i blanquisti hanno già rivendicato la dittatura del proletariato e la soppressione delle classi: ciò che caratterizza pertanto la concezione di Marx è che egli determina le condizioni dell’una e dell’altra; in questo consiste il comunismo scientifico. Quello di Blanqui è un comunismo rivoluzionario, ma non scientifico (cfr. Il 18 brumaio, Blanqui e i suoi seguaci, i comunisti rivoluzionari, cioè i veri capi del partito proletario, Engels).

Il problema della scelta dei tempi e dei mezzi per la realizzazione del comunismo non è soggettivo ma scritto nella tradizione di lotta che il partito incarna nella sua lunga storia, non disseminata semplicemente di sconfitte o di vittorie, ma di lezioni.

Siamo accusati di non essere sensibili alle mutate condizioni, di rimanere arroccati ad una specie di paleomarxismo valido per un certo periodo storico ormai morto e sepolto. Tutto ciò perché non indulgiamo al piatto sociologismo di moda. Ma una cosa è metodo storico, un’altra metodo sociologico-metafisico. Il Capitale, dice Lenin ironicamente contro il sociologo Michajlovskij, non è un lavoro corrispondente allo scopo per il sociologo metafisico, che non si è accorto della sterilità dei ragionamenti aprioristici intorno alla natura della società e non ha capito che, invece di studiare e spiegare, tali metodi insinuano soltanto come concezione della società le idee borghesi di un mercante inglese o gli ideali del socialismo piccolo-borghese di un democratico russo, e niente più. Nel migliore dei casi esse non erano che un sintomo delle idee e dei rapporti sociali del loro tempo, ma non facevano progredire di una jota la comprensione da parte dell’uomo di rapporti sociali, anche singoli, ma reali (e non di quelli “rispondenti alla natura umana”). E ancora:

     «Il gigantesco passo in avanti compiuto da Marx in questo campo consiste appunto nell’aver rigettato tutti questi ragionamenti intorno alla società e al progresso in generale e nello aver dato invece l’analisi scientifica di una determinata società e di un progresso: della società e del progresso capitalistici» (Lenin, Che cosa sono gli amici del popolo).

Ecco il problema: una determinata società e un determinato progresso vengono analizzati nella loro interna dinamica, nelle loro forme caratteristiche, che valgono per tutta l’epoca della loro esistenza, e non si modificano perché lo vuole la coscienza o la comodità delle scorciatoie!

Abbiamo scritto (riunione di Milano 1952) a proposito di invarianza storica del marxismo:

     «La negazione materialistica che un sistema teorico sorto a un dato momento (o peggio ancora sorto nella mente e ordinato nell’opera di un dato uomo, pensatore o capo storico o tutte e due le cose insieme) possa contenere tutto il corso del futuro storico e le sue regole e principi in modo irrevocabile, non va capita nel senso che non vi siano sistemi di principi stabili per un lunghissimo corso storico. Anzi, la loro stabilità e la loro resistenza ad essere intaccati e perfino ad essere migliorati è un elemento principale di forza della classe sociale a cui appartengono e di cui rispecchiano il compito storico e gli interessi. La successione di tali sistemi e corpi di dottrina e di prassi si lega, non più all’avvento di uomini-tappa, ma al succedersi dei modi di produzione ossia dei tipi di organizzazione materiale della vita delle collettività umane».
E ancora:
     «Secondo il marxismo non vi è progresso continuo e graduale nella storia quanto (anzitutto) alla organizzazione delle risorse produttive, ma una serie di distanti, successivi balzi in avanti che sconvolgono tutto l’apparato economico sociale profondamente e fin dalla base. Sono veri cataclismi, catastrofi, rapide crisi, in cui tutto muta in breve tempo mentre per tempi lunghissimi è rimasto immutato, come quelle del mondo fisico, delle stelle del cosmo, della geologia e della stessa filogenesi degli organismi viventi».
Per il marxismo la realtà contraddittoria non si risolve nell’unità del concetto e della sua durata una volta per tutte, in modo tale che in ogni occasione diventa facile andare a pescare nel cappello a cilindro illusionistico dove trovare la risposta, ed una risposta qualsiasi ai problemi che storicamente si pongono. Dicevamo che per il marxismo non vi è progresso continuo e graduale nella storia, ma «una serie di distanti, successivi balzi in avanti che sconvolgono tutto l’apparato economico sociale profondamente e fin dalla base». Le lotte politiche le grandi battaglie nella lunga guerra che è la lotta di classe sono il concentrato vivente di questi bruschi sommovimenti, e sanzionano con nettezza, quasi consacrano o maledicono per sempre strumenti ed armi per la conquista della vittoria. Indietro non è possibile tornare.
     «Essendo la ideologia di classe una sovrastruttura dei modi di produzione, anche essa non si forma dal quotidiano affluire di grani di sapere, ma appare nello squarcio di un violento scontro, e guida la classe che esprime, in una forma sostanzialmente monolitica e stabile, per una lunga serie di lotte e conati fino alla successiva fase critica, alla successiva rivoluzione storica (...) Lo stesso marxismo non può essere una dottrina che si va ogni giorno plasmando e riplasmando di nuovi apporti e con sostituzione di “pezzi” – meglio di “rattoppi e pezze” – perché è ancora, pure essendo l’ultima, una delle dottrine che sono arma di una classe dominata e sfruttata che deve capovolgere i rapporti sociali, e nel farlo è oggetto in mille guise delle influenze conservatrici delle forme ed ideologie tradizionali proprie delle classi nemiche».
Per il marxismo la dialettica non è il movimento in generale, o quello che la coscienza comanda, altrimenti «supporremmo quello ch’è in questione« o «di che noi dubitiamo», come fa Simplicio nel Dialogo dei massimi Sistemi.

Contro l’apparenza del movimento, che non solo non fa restare fermo il programma, ma lo compromette definitivamente, rispondiamo:

          «Anche potendo da oggi, anzi da quando il proletariato è apparso sulla grande scena storica, intravedere la storia della società futura senza più classi e quindi senza più rivoluzioni, deve affermarsi che per il lunghissimo periodo che a tanto condurrà, la classe rivoluzionaria intanto assolverà il suo compito in quanto si muoverà usando una dottrina e un metodo che restino stabili e siano stabilizzati in un programma monolitico, in tutto il volgere della tremenda lotta, variabilissimo restando il numero dei seguaci, il successo delle fasi e degli scontri sociali».

Tutto questo perché nel movimento si determinano reali e oggettivi rapporti di forza, non rimuovibili con colpi di volontà, con richiami alla necessità di trasformare il mondo indipendentemente dalle trasformazioni determinate dagli urti delle forze collettive. Anche questo ha valso alla nostra posizione l’accusa di dogmatismo, termine che nella tradizione filosofica classica tedesca equivale a materialismo: accusa di cui mai ci siamo adontati, semmai a buona ragione andati fieri. Lo scontro delle forze collettive nella moderna lotta di classe poggia sul terreno dei contrapposti interessi, rilevabili con la precisione delle scienze naturali, come ricorda Marx nell’Introduzione alla sua Critica dell’economica politica; Il Capitale è un monumento eretto a viva dimostrazione di queste possibilità di analisi e di sintesi, e quindi di previsione.

     «La storia stessa – scrive Marx in questo senso nei Manoscritti economico-filosofici, III, 2 – è una parte “reale” della storia naturale, della umanizzazione della natura. La scienza naturale comprenderà un giorno la scienza dell’uomo, come la scienza dell’uomo comprenderà la scienza naturale (nel senso che adotterà il suo metodo sperimentale e in tal senso storico-dialettico): non ci sarà allora che una scienza».
Lasciamo pure che gli avversari vedano in tali affermazioni una pura utopia o un rozzo materialismo: l’esperienza della lotta di classe, specialmente negli attuali anni nefasti della controrivoluzione, sta a dar prova che chi si è illuso di rinnovare in nome della creatività della coscienza, o peggio, delle cosiddette "masse", si trova a pascolare nello stesso prato, ormai non tanto più verde, dell’odiata borghesia.
     «Per quanto la dotazione ideologica della classe operaia non sia più rivelazione, mito, idealismo, come per le classi precedenti, ma positiva scienza, essa tuttavia ha bisogno di una formulazione stabile dei suoi principi e anche delle sue regole d’azione, che assolva il compito e abbia la decisiva efficacia che nel passato hanno avuto dogmi, catechismi, tavole, costituzioni, libri-guida come i Veda, i Talmud, la Bibbia, il Corano o le Dichiarazioni dei diritti. I profondi errori sostanziali e formali contenuti in quelle raccolte non hanno tolto, anzi in molti casi hanno contribuito proprio per tali “scarti” alla loro enorme forza organizzativa e sociale, prima rivoluzionaria, poi controrivoluzionaria, in dialettica successione».
È per questo che come abbiamo sempre respinto la tesi gradualistica e menscevica della rivoluzione per tappe, così respingiamo la concezione ugualmente opportunistica e controrivoluzionaria del partito e della sua formazione per tappe.

Solo in apparenza le tappe possono dare l’illusione di una corretta e concreta concezione dello spazio-tempo rivoluzionario: in realtà sono la pretesa idealistica di dividere il tempo-unità-durata in parti arbitrarie, in fasi dominate dalla coscienza: sono ancora una volta movimento mistificato che non a caso ha riscoperto “gli eterni valori” al disopra della storia e della lotta delle classi. Sappiamo che nome hanno assunto tali eterni valori: sono la democrazia, la libertà, la giustizia, il diritto, tutto un armamentario con il quale abbiamo fatto i conti da tempo e una volta per sempre.

Lo stesso partito non può pretendere di accomodarsi le tappe come gli fa comodo, altro essendo il suo compito, cioè quello di prevedere in anticipo lo snodarsi degli eventi e lo scatenarsi delle forze per poterle dirigere verso i fini rivoluzionari.

     «Una nuova dottrina non può apparire in qualunque momento storico, ma vi sono date e ben caratteristiche e anche rarissime epoche della storia in cui essa può apparire come un fascio di abbagliante luce, e se non si è ravvisato il momento cruciale ed affissata la terribile luce, vano è ricorrere ai moccoletti con cui si apre la via il pedante accademico o il lottatore di scarsa fede».
Come in queste rarissime epoche lo scontro delle forze in campo determina assestamenti o capovolgimenti pari a vere e proprie catastrofi naturali, così segnano per l’uno e per l’altro campo una serie di lezioni da non dimenticare, nella vittoria e nella sconfitta.

Ciò è accaduto per la borghesia nella sua ascesa rivoluzionaria, ciò si è imposto all’ascendente proletariato. Chi ha preteso di dettare legge alle forze della storia con la pedanteria accademica o con l’intellettualismo fiacco e rinunciatario ha contribuito a tarpare le ali del movimento rivoluzionario quando questo veniva spinto sulla trincea dall’impeto delle determinazioni sociali, o lo ha orrendamente mandato al massacro quando era necessario operare la ritirata nell’ordine e nella difesa in attesa di nuove condizioni favorevoli.

La storia non si taglia a fette, non si misura a tappe: l’orologio, anche quello atomico è pur sempre uno strumento rudimentale incapace di imporre i suoi ritmi prefabbricati alle viscere sociali sommosse da una serie infinita di determinazioni materiali.

Quando poi ci si fa notare che i tempi cambiano e non è lecito trasporre situazioni passate con condizioni attuali, è necessario ribadire con forza che questo è vero, ma non nel senso che le situazioni del momento sono realtà imprevedibili, davanti alle quali è vano allineare testi e tesi. In questo caso veramente la dialettica “scientifica” ci fa proprio la figura del moto incorrotto dei cieli, che sotto l’aspetto del sempre uguale movimento circolare nasconde l’unità del concetto e la sua immutabilità.

Marx riassume nella nota lettera a Schweitzer del 24 gennaio 1865 la lezione della Miseria della filosofia (1847), che fa a puntino per il nostro discorso, dicendo di aver ivi mostrato quanto poco Proudhon abbia penetrato il mistero della dialettica scientifica e quante volte, d’altra parte, egli condivida le illusioni della filosofia “speculativa” che

     «invece di considerare le categorie economiche come espressioni teoriche di rapporti di produzione storici, corrispondenti ad un determinato grado di sviluppo della produzione materiale, la sua immaginazione le trasforma in “idee eterne”, preesistenti ad ogni realtà, e in tal modo per una via traversa si ritrova al suo punto di partenza, il punto di vista dell’economia borghese».
Noi sottolineiamo quel “determinato grado di sviluppo della produzione materiale”, per mettere in rilievo come le idee, e dunque le posizioni coscienti, le decisioni, gli ordini, le tesi nuove non possono essere giustificate che da oggettive determinazioni, che vanno rilevate, giustificate e proposte in linea, dunque, come noi diciamo, “allineate sul filo del tempo”. Prima dunque di pretendere di "decidere" è necessario preventivamente stendere sul tavolo anatomico i presunti "fatti nuovi", e trarre conclusioni pratiche, come dire, nel nostro caso, organizzative, come risultato necessario di questa operazione preventiva.

Sarebbero cambiate le regole organizzative se fossero cambiati i fini, i compiti rivoluzionari:

     «Il principio dell’invarianza storica delle dottrine che riflettono il compito delle classi protagoniste, ed anche dei potenti ritorni alle tavole di partenza, opposto al pettegolo supporre ogni generazione ed ogni stagione della moda intellettuale più potente della precedente, allo sciocco film del procedere incessante del civile progresso, ed altre simili borghesi ubbìe da cui pochi di quelli che si affibbiano l’aggettivo di marxista sono davvero scevri, si applica a tutti i grandi corsi storici».
Ma l’equivoco per la sofisticata ideologia borghese ed opportunista dei nostri giorni sta proprio nello scambio, inammissibile per il marxismo, tra la scoperta che non esistono “verità assolute” e l’adorazione del “fatto”, tipica distorsione del positivismo “merdoso”.

Tanto maggiore poi diventa la confusione quando si pretende di trovarsi di fronte a presunti “fatti nuovi” che giustificherebbero aggiustamenti o adattamenti dell’intera dottrina, o che, ed è una variante dello stesso atteggiamento, consiglierebbero la riaffermazione (a parole) della dottrina, ma la sua correzione nella pratica (azione, tattica, organizzazione).

Eppure già la nuova scienza di Galilei, secondo un critico dei nostri tempi, il Banfi, aveva stabilito che

     «scienza è un interferire continuo di esperienza e di ragione», e che «ogni sapere scientifico è risoluzione di un discontinuo empirico, il dato (il fatto) in un continuo razionale di rapporti che non sono pensabili “concretamente” se non su una base di discontinuità».
Per noi il continuo razionale di rapporti non può che essere storico e risultante dall’allineamento dialettico sul filo del tempo della lotta di classe, con le sue ripercussioni su tutti i campi, non solo su quello delle pure forze economiche, che non esistono separatamente, ma anche su quello delle sovrastrutture, compresa la tanto adorata scienza, o ideologia, o diritto, o “politica”.

Oggi, dobbiamo amaramente constatare, che anche chi meno avresti sospettato, scopre la scorciatoia della “politica”, cioè dell’essere in qualche modo “presente” secondo la massima moralistica “e non si potrà dire che io non c’ero”, quintessenza dell’individualismo anarchico e piccolo borghese.

Così pure C. Bernard, marxista inconsapevole, come direbbe Lenin, a proposito della tanto strombazzata “funzionalità del fatto”, dopo aver giustamente ricordato che «l’esperienza è il privilegio della ragione» (vedi la sua introduzione allo studio della medicina sperimentale), osserva:

     «Sì, senza dubbio lo sperimentatore forza la natura a spiegarsi attaccandola e ponendole delle domande in tutte le direzioni: ma egli non deve mai rispondere per lei, né ascoltare incompletamente le sue risposte, prendendo dalla esperienza la parte di risultati che favoriscono o confermano l’ipotesi (...) Le nostre idee non sono che degli strumenti intellettuali che ci servono a penetrare nei fenomeni, e bisogna cambiarli quando essi hanno svolto il loro ruolo».
In altri termini l’abbandono degli strumenti è necessario quando essi hanno svolto il loro ruolo. Nel nostro linguaggio:
     «Proprio in quanto il marxismo esclude ogni senso alla ricerca di verità assolute, e vede nella dottrina non un dato dello spirito sempiterno o della astratta ragione, ma uno strumento di lavoro ed un’arma di combattimento, esso postula che nel pieno dello sforzo e nel colmo della battaglia non si abbandona per ripararlo, né lo strumento né l’arma, ma si vince in pace e in guerra essendo partiti brandendo utensili ed armi buone».
Tanto meno comunque, nel nostro caso, lo sperimentatore può arrogarsi il potere di adattare il mezzo indipendentemente dal continuo razionale di rapporti che sono le lezioni mai smentite da oltre un secolo e mezzo di lotta di classe, per cui
     «O questa posizione resterà valida, o la dottrina sarà convinta di falso e la dichiarazione di apparizione di una nuova classe con carattere, programma e funzione rivoluzionaria sua propria nella storia sarà stata data a vuoto. Chi quindi si pone a sostituire parti, tesi, articoli essenziali del corpus marxista che da circa un secolo possediamo, ne uccide la forza peggio di chi la rinnega in pieno e ne dichiara l’aborto».
Essendo la dottrina un corpus, cioè una unità organica, non può essere riconosciuta come valida per quel che riguarda i fini e da riadattare per quel che riguarda i mezzi, in quanto i mezzi sono stati codificati in relazione ai fini, e si sono imposti nel fuoco della lotta, non nella mente dell’ideologo, si chiami pure Carlo Marx. Dice Lenin nel suo Discorso con i difensori dell’economicismo:
     «Essi fanno confusione nella questione dei rapporti tra gli elementi “materiali” (spontanei) del movimento e gli elementi ideologici (coscienti), agenti “secondo un piano”. Essi non comprendono che un “ideologo” non è degno di questo nome se non cammina avanti al movimento spontaneo e non gli indica la strada, se non sa risolvere prima degli altri le questioni di teoria, di politica, di tattica e di organizzazione con i quali si urtano fatalmente gli elementi materiali del movimento. Per tenere realmente conto degli elementi materiali del movimento bisogna avvicinarli in senso critico bisogna saper elevare la spontaneità fino alla coscienza. Affermare che gli ideologi (cioè i dirigenti coscienti) non possono stornare il movimento dalla via determinata dall’interazione del mezzo e degli elementi, è dimenticare questa verità fondamentale: cioè che la coscienza partecipa a questa interazione e a questa determinazione. I sindacati operai cattolici e anarchici d’Europa sono sì il risultato inevitabile dell’interazione dell’ambiente e degli elementi; ma la coscienza dei Pope e degli Zubatov [fondatore nel 1901-1903 dei sindacati operai sotto gli auspici della polizia] non è quella dei socialisti».
Ed allora che senso ha sostenere che, “fermo restando il programma”, vadano pure i proletari a difendere una briciola del diritto che la borghesia concede caduta dal suo lauto banchetto?

Di fronte alla conferma sempre più netta delle previsioni marxiste, la reazione ideologica borghese si infiltra nel movimento operaio e tra i suoi dirigenti. Invece di contestarla in blocco, la mutila o nelle sue conclusioni rivoluzionarie o nelle sue conseguenze strategico-tattico-organizzative. In altri termini cerca precisamente di fare del marxismo una semplice ideologia o a ridurlo ad una compilazione più o meno amorfa di fatti.

Continua Lenin (in Marxismo e revisionismo, marzo-aprile 1908):

     «Allorché il marxismo ebbe soppiantato le teorie avversarie, le tendenze che traducevano queste teorie cercarono vie nuove. Le forme e i motivi della lotta erano cambiati, ma la lotta continuava. Il socialismo premarxista è battuto. Esso prosegue la sua lotta, non più sul suo proprio terreno, ma sul terreno generale del marxismo, come revisionismo (...) e dall’essenza stessa di questa politica (revisionista) discende da questo fatto con evidenza che essa può variare le sue forme all’infinito, e che ogni questione un po’ “nuova”, ogni cambiamento un po’ inatteso o imprevisto degli avvenimenti – anche se il corso essenziale di questi non è modificato che in grado infimo e per un brevissimo periodo – genereranno inevitabilmente e sempre tali e tal altre varietà di revisionismo. Ciò che rende il revisionismo inevitabile, sono le radici sociali che esso ha nella società moderna. Il revisionismo è un fenomeno internazionale (...) Anche il revisionismo di sinistra».
Di fronte a certi fenomeni per noi è sempre stato necessario ribattere i chiodi, restaurare. D’altro canto questo non è un problema semplicemente moderno:
     «Né mancano esempi dei restauratori rispetto a revisioniste degenerazioni, come è Francesco rispetto a Cristo quando il cristianesimo sorto per la redenzione degli umili si adagia tra le corti dei signori medievali, come erano stati i Gracchi rispetto a Bruto; e come tante volte gli antesignani di una classe a venire dovettero essere rispetto ai rivoluzionari rinnegatori della fase eroica di precedenti classi: lotte in Francia del 1831, 1848, 1849, ed innumerevoli altre fasi in tutta Europa».
Il nostro compito è dunque quello di continuare nell’opera di restaurazione; i riadattamenti organizzativi non sono giustificati alla luce del corpus di dottrina, principi, strategia tattica, nel loro nesso organico; e oltretutto oggi neanche in nome di un qualche fatto “nuovo”.

La ripresa delle grandi lotte sarà forse il fatto nuovo? Non si è detto. Anzi abbiamo sempre sostenuto che la ripresa del movimento rivoluzionario non nasce meccanicamente dall’aggravarsi della crisi del modo di produzione capitalistico, anche se essa può contribuire al risveglio della lotta di classe. Altre condizioni devono verificarsi, anch’esse oggettive, e cioè la ripresa della lotta politica, la smentita delle menzogne opportunistiche a proposito di campi “socialisti” da difendere o da estendere, etc. Tutte queste condizioni non si creano perché farebbe piacere. Allora, se il comunismo marxista è scientifico, come dicevamo all’inizio, in quanto individua “le condizioni della dittatura del proletariato e della soppressione delle classi” contro ogni altra forma di “comunismo” rivoluzionario, scrivemmo:

     «Questo è un momento di depressione massima della curva del potenziale rivoluzionario e quindi è lontano mezzi secoli da quelli adatti al parto di originali teorie storiche. In tale momento privo di vicine prospettive di un grande sommovimento sociale non solo è un dato logico della situazione la politica di disgregazione della classe proletaria mondiale; ma è logico che siano piccoli gruppi a saper mantenere il filo conduttore storico del grande corso rivoluzionario, teso come grande arco tra due rivoluzioni sociali, alla condizione che tali gruppi mostrino di nulla voler diffondere di originale e di restare strettamente attaccati alle formulazioni tradizionali del marxismo».
Questo non significa certamente, come ci si diceva un tempo dagli avversari, “mettersi a sedere” sulla lotta di classe e, come ora ci si rinfaccia, di “contemplare” il programma monolitico ed omogeneo, dal momento che la trasformazione del mondo non è affare di iniziative soggettive, ma urto di forze collettive.
     «Quando Marx, dice nelle famose tesi su Feuerbach, che abbastanza i filosofi hanno interpretato il mondo e che si tratta ora di trasformarlo, non vuole dire che la volontà di trasformare condiziona il fatto della trasformazione, ma che viene prima la trasformazione determinata dall’urto delle forze collettive, e solo dopo la critica coscienza di essa nei singoli soggetti. Sì che questi non agiscono per decisione da ciascuno maturata ma per influenze che precedono scienza e coscienza», e ancora: «Il passare dall’arma della critica alla critica con le armi sposta appunto il tutto da soggetto pensante alla “massa” militante, in modo che arma siano non solo i fucili e i cannoni, ma soprattutto quel reale strumento che è la comune uniforme monolitica costante dottrina di partito, cui tutti ci siamo subordinati e legati, chiudendo il discutere pettegolo e saputello».
In questo consiste la sana concezione deterministica-dialettica, come è stata perfettamente posta da Engels quando nella Dialettica della natura tratta dei rapporti tra causalità, necessità e caso, e la loro dialettica, e del determinismo assoluto, passato dal materialismo francese metafisico nella scienza, cioè dal fatalismo equivalente all’eterno consiglio divino di S. Agostino e Calvino, al “Kismet” dei turchi, cioè dalla concezione teologica della natura.

Vediamone la brillante definizione di Bernard (sempre meglio i marxisti inconsapevoli, che i marxisti maledettamente “coscienti”):

     «Il fatalismo suppone la manifestazione necessaria di un fenomeno indipendentemente dalle sue condizioni, mentre il determinismo è la condizione necessaria d’un fenomeno, la cui manifestazione non è forzata». E ancora: «Grazie all’esperienza, noi possiamo cogliere tra i fenomeni dei rapporti che pur essendo parziali e relativi, ci permetteranno di estendere sempre più il nostro potere sulla natura (...) Il ragionamento sperimentale si propone il medesimo fine in tutte le scienze. Lo sperimentatore vuole arrivare al determinismo, cioè egli cerca di connettere per mezzo del ragionamento e dell’esperienza i fenomeni naturali alla loro condizione di esistenza, o altrimenti alle loro cause prossime. Egli arriva per questa via alla legge che gli permette di rendersi padrone del fenomeno. Tutta la scienza naturale si riassume in questo: conoscere la legge dei fenomeni. Ogni problema sperimentale si riduce a questo: prevedere e dirigere i fenomeni».
In sostanza siamo davanti a ciò che dicono Marx ed Engels: «Noi non possiamo dominare i fenomeni se non sottomettendoci alle leggi che li reggono» (libertà come necessità riconosciuta). La teoria marxista della lotta di classe non si contenta di conoscere l’esistenza di essa, ma ne riconosce le condizioni obbiettive, le leggi, e sulla base di questa conoscenza traccia un piano di intervento pratico (programma) (umwalzende praxis) cioè di attività rivoluzionaria. Altro che scoperta ad ogni piè sospinto di fatti nuovi. Qui si parla di leggi, e le leggi sono norme, cioè realtà osservate e classificate, dunque effettive determinazioni, nel nostro caso sociali, quindi non dovute a nessun soggettivo arbitrio.

In Falsa risorsa dell’attivismo (1952) affermavamo coerentemente:

     «La tesi Marxista dice: non è possibile, anzitutto, che la coscienza del cammino storico appaia anticipata in una singola testa umana, per due motivi: il primo è che la coscienza non precede ma segue l’essere, ossia le condizioni materiali che circondano il soggetto della coscienza stessa – il secondo è che tutte le forme della coscienza sociale vengono con una data fase ritardata perché vi sia il tempo della generale determinazione da circostanze analoghe e parallele di rapporti economici in cui si trovano masse di singoli che formano quindi una classe sociale. Questi sono condotti ad agire insieme storicamente molto prima che possano pensare insieme. La teoria di questo rapporto tra le condizioni di classe e l’azione di classe col suo futuro punto di arrivo, non è chiesta a persone, nel senso che non è chiesta ad un singolo autore o capo, e nemmeno è chiesta a “tutta la classe” come bruta momentanea somma di individui in un dato paese o momento, e tanto meno poi la si dedurrebbe da una borghesissima “consultazione” all’interno della classe (...) Non resta dunque che il partito, come organo attuale che definisce la classe, lotta per la classe, governa per la classe a suo tempo e prepara la fine dei governi e delle classi».
Da queste premesse discende l’organico rapporto della vita storica del partito, la cui presenza fisica è organizzazione soltanto nel senso di conseguente risultato storico di una serie di condizioni che non dipendono né possono dipendere dall’illuminazione divina di nessuno, ma che precedono la coscienza e dei capi e dei gregari, uniti solo dalla comune subordinazione al programma in tutte le sue articolazioni, note in anticipo e per tutti vincolanti.

Ancora da queste premesse discende il sano e materialistico modo d’intendere l’organizzazione politica in partito di classe, secondo le attualissime parole di Lenin (Che fare?):

     «Un’organizzazione politica non può sottoporre i propri membri ad un esame sull’assenza o meno di contraddizioni tra la loro opinione e il programma del partito».
Intende che nel partito comunista marxista sono bandite come odiose e controproducenti tutte quelle stupide misure disciplinari, di sapore cattolico-anarchico-razionalista-individualistico-borghese, che pretendono di governare il partito attraverso esami di coscienza, di sapienza, di purezza ideologica, con autocritiche e pentimenti. Il terreno sul quale si misura l’efficienza e la forza del partito è nella guerra sociale, nella disciplina in battaglia, e non nelle intenzioni; in una parola, nella disciplina esecutiva, agli ordini, volontariamente e spontaneamente di tipo militare.

Il terrorismo ideologico invece paralizza la passione rivoluzionaria, impedisce la milizia, libera in quanto riconosciuta come necessaria, non per costrizione di Tizio o di Caio, o peggio per fascino particolare di Tizio o di Caio, ma in quanto potenti determinazioni sociali sospingono le forze sul terreno della lotta di classe facendone così nello stesso tempo strumenti e attori, in una unità dialettica nella quale diventa vuoto esercizio tagliare col coltello, a tavolino, quanto attiene alla “libera” volontà del soggetto, o alla cieca necessità della natura.
 
 
 
 
 
 


Concentrazione capitalistica e recenti prodromi di crisi nell’agricoltura degli Stati Uniti
Rapporto esposto alla riunione a Firenze del settembre 1983
 

Scrivemmo che la determinazione prima, più generale, del secolare ritardo della rivoluzione proletaria nei paesi europei saturi di capitalismo è da individuare nella migrazione di sovrappopolazione e di capitali in continenti disabitati, vergini all’agricoltura, prevalentemente l’americano, in misura minore l’australiano o la poco popolata sterminata Russia di ritardato sviluppo industriale e sociale. La ripartizione in superficie moltiplicate dalle forze produttive permetteva all’accumulazione capitalistica nuove giovinezze. Ormai abbraccia nei tentacoli del mercato e della finanza l’intero pianeta, ma, sfogando la concentrazione critica di capitale e di proletari del vecchio continente, ne smorzava la profondità della crisi economica e procrastinava di mezzi secoli il crollo politico del regime borghese. Condizione quindi del futuro nuovo assalto rivoluzionario nel baricentro europeo è la maturazione sociale prima, come coscienza politica poi, della classe e della lotta proletaria moderna anche in questi gironi più ampi del capitalismo, questa sì vera bomba atomica sconvolgente l’universo.

L’espandersi del capitalismo nei nuovi territori non si è svolto in modo uniforme: un temporaneo regresso nella struttura e separazione delle classi ha corrisposto a forme di massima concentrazione del capitale industriale e al predominio sul mondo – compresi sugli imperialismi già dominanti – di apparati statali giganteschi come quello statunitense che costituisce oggi il centro della gendarmeria internazionale della conservazione borghese, come ieri fu la Russia contro la sovversione antifeudale.

Il nostro movimento studia il divenire della economia e della formazione delle classi non per proporre, all’uso dell’opportunismo riformista e controrivoluzionario, rimedi o freni alla folle corsa della concentrazione e crisi, ma per prevederne e documentarne la morte. Finché il capitale è in grado di nutrire i suoi schiavi ogni rivolta è impossibile; nella crisi interna dei moderni imperi è in agguato la rivoluzione.

Questo è il senso degli studi che il marxismo ha dedicato anche all’economia nordamericana, che noi ci limitiamo a proseguire. Al riguardo ricordiamo in particolare fra gli scritti di Lenin la nota del 1905 su Marx e la “ripartizione nera” americana e l’ampia indagine statistica del 1914, pubblicata solo nel 1917, Il capitalismo e l’agricoltura negli Stati Uniti di America. Nella successiva stampa del nostro partito si trova una descrizione della terribile crisi agricola della interguerra in Bilan n. 3 del gennaio 1934, quindi, solo per citarne alcuni, il rapporto La insuperabile crisidell’agricoltura nella economia capitalista in Programma comunista n. 10 del 1958, con Integrazioni nel n. 18 e seguito dai numeri 1 a 5 del 1959, Capitalismo e agricoltura, la struttura agricola americana nei numeri da 20 del 1961 a 2 del 1962, infine un panorama statistico stringato ma significativo in Il Partito Comunista numero 19 del 1976.

Un tema centrale e permanente di battaglia polemica, oltre quello di demolire il mito del benessere americano, accomuna tutti quei lavori, riassumibile nella tesi che, anche nelle condizioni capitalistiche ottimali, come si sono sempre offerte in America, di abbondanza di terra fertile, di regime politico di democrazia classica e di piena libertà di mercato, con mancanza assoluta di precedenti parcellizzazioni o impacci giuridici ereditati da precedenti regimi, una volta sterminate le comunistiche comunità indiane, con prezzo della terra all’origine praticamente nullo, con disponibilità di tutti i più moderni ritrovati della scienza agronomica e sue applicazioni tecniche, nella chimica e nella meccanica, di abbondanza di capitali, in presenza di una forza lavoro mobilissima, anche in queste condizioni ottimali, prima tesi: l’agricoltura non può sfuggire alla sottomissione al capitale, il sogno di una società di libere unità produttive autonome a carattere patriarcale, poi familiare mercantile è non solo reazionario ma anche utopistico.

Marx mentre riconosceva al primo utopismo che «le aspirazioni comuniste dovevano originariamente manifestarsi in America in questa forma agraria, a prima vista in contraddizione assoluta con ogni specie di comunismo», polemizza, nel 1846, con gli emigrati tedeschi in America stigmatizzando il loro programma di ripartizione delle terre demaniali in piccoli lotti e loro sottrazione alla circolazione commerciale, panacea di ogni populista che ammorba anch’oggi, definendolo un «ritorno alla barbarie patriarcale» e soggiungendo «non è forse la stessa cosa che "tra le mani di speculatori rapaci" cadano la terra oppure i suoi prodotti?».

La storia di questo dopoguerra, con la formazione di cartelli di acquisto e di vendita dei prodotti agricoli, solo formalmente amministrati dai farmers, che oggi concentrano lo smercio dell’85% di cereali, frutta, ortaggi e prodotti zootecnici, quando non è lo Stato ad acquistare direttamente i raccolti, e col giganteggiare di pochissime grandi industrie alimentari, conferma che anche quando fosse difesa l’azienda familiare questo non sottrarrebbe la famiglia contadina al progressivo precipitare nel proletariato.

In secondo luogo si dimostra che anche nelle condizioni ottime dell’America e a contatto con l’industrialismo più florido il settore agricolo nel suo insieme rimane in uno stato di inferiorità rispetto all’industria – costretto com’è a competere al saggio di profitto medio e a pagare una rendita – a supersfruttare la forza lavoro, sia essa di un salariato o del conduttore proprietario auto sfruttantesi. Nel traboccare sul mercato della “società dei consumi” di merci inorganiche e di inutili prodotti di lusso a prezzi sempre inferiori, la rigidità del consumo alimentare fa sì che ogni aumento della produttività del lavoro agricolo comporti non un aumento della produzione bensì una riduzione della terra coltivata e del lavoro impegnato in agricoltura, necessitando al capitale che non più della sussistenza raggiunga le bocche dei proletari: dov’è abbondanza alimentare non è salariato, per definizione.
 

Origine della media azienda a conduzione familiare

La storia dell’agricoltura nel continente nordamericano è direttamente dipendente dallo sviluppo dei mezzi di trasporto: nel 18° secolo i grandi fiumi e i porti del Sud, insieme alla crescente domanda mondiale prima di tabacco poi di cotone, permisero il sistema delle “piantagioni”, grande agricoltura mercantile ma fondata sul lavoro degli schiavi che, in un certo senso, costituivano una estensione della famiglia proprietaria. Il Nord, finché l’unico mezzo di trasporto rimase il carro a trazione animale e fino all’avvento delle ferrovie, invece fu legato alla autosufficienza agricolo-industriale della azienda familiare, la family farm. Queste differenze e i diversi tempi di insediamento provocano una netta distinzione regionale della federazione.

Già nell’800 questa struttura è in crisi: al Nord per lo sviluppo delle comunicazioni e per il diminuire dei prezzi dei prodotti non agricoli, al Sud al seguito del crollo del prezzo internazionale del cotone, per la concorrenza indiana ed egiziana, per la bassa produttività del lavoro degli schiavi e per la sua non compatibilità con l’impiego delle prime macchine agricole a trazione animale.

Le statistiche del Dipartimento dell’agricoltura del governo americano, esclusivamente dalle quali attingiamo i dati, iniziano col 1850, in una fase di piena espansione della colonizzazione nelle pianure del Nord-centro. Il criterio di suddivisione dei dati che siamo obbligati a seguire è quello ufficiale: si tratta delle serie più complete che uno Stato borghese abbia mai approntato ed aggiornato su relativamente lunghi archi di tempo. Ciononostante i dati sono presentati in modo da nascondere o deformare la realtà della divisione in classi nelle campagne: come già denunciava Lenin nel suo scritto del 1914, la statistica borghese dipinge un quadro falso e apologetico del capitalismo agricolo mascherando le condizioni di miseria di una parte dei lavoratori dei campi.

Le ragioni statistiche sono così definite: il Nord-Est è la parte di più antico insediamento, con gli Stati del New England e del Middle Atlantic dal Maine al New Jersey, occupa solo il 5,5% del territorio ma ha ancor oggi la densità più alta, 11,7 abitanti per chilometro quadro; il Sud gli Stati meridionali dall’Atlantico al Texas, superficie uguale al 29% e densità 3,3; il Nord-centro è la regione dei laghi e delle grandi pianure, superficie 25%, densità 3,0; infine l’Ovest che comprende la catena delle Montagne rocciose e gli Stati del Pacifico, superficie 40% dell’Unione e densità media ancora soltanto 1,4 abitanti su chilometro quadro.

Al 1850 la terra occupata dalle farms era, nel Nord-Est il 33,9% delle terre totali, acque escluse, nel Sud il 19,6%, nel Nord-centro l’8,3%, nell’Ovest un minimo 0,4%. Ovunque la superficie coltivata è in estensione, molto veloce al Sud e nel Nord-centro, più lenta nel Nord-Est mentre nell’Ovest ancora non è iniziata la colonizzazione vera e propria.

La guerra civile, nella quale il marxismo riconosce tratti delle rivoluzioni antifeudali europee, è marcata nei quadri statistici dapprima da un netto abbandono di terra negli Stati sconfitti del Sud, con regresso dal 25,8% al 21,7%, poi forte incremento con massimo nel 1900 con il 41,5% della terra coltivata. Negli Stati del Nord-Est invece il massimo era già stato raggiunto nel 1880 con il 41,8% e da allora fino ad oggi la terra coltivata è andata costantemente a ridursi, con piccole inversioni di tendenza e oscillazioni ripetute in coincidenza con la grande depressione degli anni ’30 e nella attuale, in corso. Nel 1981 le farms vi occupano solo il 15% della terra, vero record negativo del più moderno capitalismo, affamatore di moltitudini.

Questo andamento è tipico di tutti i paesi capitalistici giunti ad un certo grado di sviluppo: dapprima la terra coltivata aumenta per nutrire la accresciuta popolazione delle città, poi i progressi della produttività della terra, dovuti alla sottomissione dell’agricoltura al capitale, portano ad aumento di produzione, sovrapproduzione, crollo dei prezzi, riduzione della terra coltivata e dei lavoratori addetti.

Un andamento uguale con un massimo di terra coltivata si dimostra, per esempio, anche in Italia; la Russia invece è ancora nella fase di estensione della superficie coltivata. Anche altre regioni degli Usa dimostrano andamento similare, sono solo spostate avanti nel tempo: il Sud e il Nord-centro, dopo la guerra civile, hanno andamento parallelo, con massimo storico al tempo della Seconda Guerra imperialista che chiuse il periodo particolarmente gravoso per i farmers americani. I due massimi sono nel 1945, al 53,0% della terra nelle grandi pianure del Nord-centro e nel 1950 al 45,0% al Sud: il Sud scontava il ritardo accumulato nel primo quarto del secolo che era stato di abbandono delle terre.

All’epoca della guerra di secessione il Sud agricolo è debitore al capitale finanziario del Nord, il primo sostiene provvedimenti commerciali di un liberismo reazionario basato sull’esportazione tradizionale di prodotti agricoli verso l’ex madre patria inglese; il Nord chiede invece protezionismo per le industrie nascenti e difesa della moneta col gold standard. Saranno questi contrasti permanenti della affaristica borghesia americana.

La sconfitta della guerra con il Nord, con le enormi distruzioni della prima guerra condotta da una moderna repubblica industriale (con seicentomila morti e otto miliardi di dollari di spese), è la premessa per la spartizione delle grandi aziende in piccoli appezzamenti affidati in conduzione a mezzadria agli ex schiavi negri, che proseguivano sotto la più moderna sferza della fame la coltivazione delle stesse terre con strumenti e fatica non molto diversi da prima. Lenin non esita a definire quel tipo di mezzadria una forma semi-feudale.

Il grande boom speculativo del primo dopoguerra drenò dalle campagne del Sud verso le città industriali moltitudini di negri che abbandonavano la terra, mentre la loro forza veniva sostituita con quella dei cavalli segnando la prima rivoluzione tecnica nell’agricoltura americana.

Solo la crisi, come ovunque, risospinge i disoccupati verso il lavoro agricolo minimo.

All’Ovest invece l’impiantarsi di coloni è continuo e regolare dal 1880 fino al 1945. È dal 1862 lo Homestead Act (decreto “per una casa sicura”) con il quale la “repubblica capitalista populista”, come la definisce Lenin, tende a favorire l’assegnazione della terra in piccoli lotti, non più grandi di 160 acri (un acro equivale a 0,4 ettari) a singole famiglie contadine. Continua ancora l’insediamento all’Ovest in questo dopoguerra fino al 1964, poi diminuzione finché la recessione in corso non arresta anche qui la ormai generale tendenza all’abbandono delle terre.
 

 Anno  % Terra
nelle Farms
% Popolazione
delle Farms
Prezzo per acro
in dollari costanti 1926
Superficie media
aziendale acri
 Nord 
Est
Nord
Centro
  Sud   West   Nord 
Est
Nord
Centro
  Sud   West  Nord 
Est
Nord
Centro
  Sud   West   Nord 
Est
Nord
Centro
  Sud   West 
1850 33,9 8,3 19,6 0,4 - - - - 46 21 11 3 113 143 332 695
1860 37,5 8,3 25,8 1,1 - - - - 55 31 16 9 108 140 335 367
1870 38,6 18,5 21,7 1,4 - - - - 44 27 7 12 104 124 214 336
1880 41,8 27,5 26,9 2,0 - - - - 60 36 12 22 98 122 153 313
1890 38,5 34,1 29,4 4,0 18,3 44,6 53,5 27,4 72 49 18 41 95 133 140 324
1900 40,2 42,2 41,5 8,2 16,0 42,1 58,0 27,7 67 53 16 24 97 145 138 393
1910 38,6 46,6 40,6 9,6 11,2 35,8 56,7 25,5 71 83 30 49 96 157 114 300
1920 35,4 49,8 40,1 14,9 8,5 29,9 51,5 24,0 44 68 28 29 99 172 109 364
1925 32,8 48,0 37,1 15,8 7,7 27,0 46,7 20,0 67 74 34 35 92 167 104 373
1930 30,3 50,0 39,3 18,7 6,6 24,8 43,2 18,6 88 75 42 39 102 181 106 434
1935 31,9 51,9 43,1 20,0 7,5 25,3 43,3 18,0 73 51 29 27 93 172 110 414
1940 28,9 51,6 42,4 22,0 6,7 23,3 39,4 16,6 75 53 33 25 97 185 123 504
1945 30,0 53,0 43,3 26,8 5,0 19,0 29,0 12,3 64 52 33 23 98 201 131 639
1950 27,3 52,7 45,0 27,7 4,5 16,7 25,2 9,6 66 54 37 27 112 212 148 700
1954 25,2 52,3 44,2 28,6 3,3 14,3 18,3 7,5 77 64 45 35 121 231 167 798
1959 22,1 51,2 40,9 29,2 2,7 12,0 14,0 6,0 94 78 59 44 142 264 217 987
1964 19,6 50,9 39,7 29,6 2,0 9,3 9,3 4,0 117 91 82 57 158 300 252 1142
1969 15,8 49,6 38,1 28,1 1,7 8,0 6,7 3,0 170 112 101 61 169 324 287 1250
1974 - - - - - - - - 212 134 116 65 183 357 329 1360
1975 16,3 49,8 37,4 28,1 - - - - - - - - 175 351 313 1292
1977 - - - - 1,0 5,0 3,0 1,6 - - - - - - - -
1978 15,3 48,7 35,8 27,6 - - - - 253 208 153 91 167 356 308 1140
1980 - - - - 1,0 4,6 3,0 1,6 - - - - - - - -
1981 15,0 49,2 36,6 27,9 - - - - - - - - 163 369 323 1179

 

Sottomissione della terra al capitale

Ogni ulteriore sviluppo, quindi, dell’agricoltura tardo capitalistica, a parte particolari alterazioni dei mercati mondiali, vedrà sempre meno terra coltivata e diminuire costantemente la quota di capitale e di lavoro impegnati in agricoltura. L’essere anche l’agricoltura Usa entrata, nonostante l’ampia disponibilità di terre, nel ramo discendente della curva di utilizzo del suolo ci è indice della profondità del contrasto fra la società del capitale e il mondo fisico, e della crescente instabilità delle sue basi economiche fondamentali.

A questo deflusso, come quota parte sul tutto, del capitale dall’agricoltura ha corrisposto un calo vertiginoso della popolazione residente nelle farms. Anche qui le statistiche americane risentono della ideologia piccolo-conduttrice: la popolazione viene ancora divisa in “abitanti della farms” e abitanti “fuori delle farms”, dando per scontato che tutti i membri della famiglia lavorano nell’azienda e che nessuno da fuori venga a vendervi la sua forza lavoro. La realtà è oggi profondamente diversa, un numero crescente di familiari di farmers è costretto al lavoro nelle industrie mentre, all’altro estremo, cresce il numero degli operai fissi e stagionali nelle campagne.

Alla fine del ‘700 il 90% della popolazione americana era composto di farmers, oggi, in media, solo il 2,7% abita in una farm. Disponiamo di dati suddivisi per regioni solo dal 1890: la quota maggiore di rurali si trovava al Sud, con più del 50%, mentre nel Nord-Est era già scesa sotto il 20%. La discesa è continua, con particolare accentuazione negli anni Venti e, dopo un certo aumento durante la crisi, nei nostri dati dal 1930 al 1935, e durante e dopo la Seconda Guerra. Oggi la regione statistica meno rurale quanto a popolazione è ancora il Nord-Est con il minimo 0,9%, la più rurale il Nord-centro con il 4,6%, poiché il Sud si è spogliato di agricoli con maggiore velocità e non è più in ultima posizione.

In questo dopoguerra, quindi, più di venti milioni di farmers sono stati precipitati nelle metropoli e nelle fabbriche, una migrazione interna forse superiore in dimensioni, anche relative, di quella di qualsiasi altro paese industrializzato e della stessa Italia dei "treni del sole". Dimostra quanto poco il massimo imperialismo possa controllare perfino dei suoi fisiologismi interni.

Mostruoso per come si svolge, per le sofferenze che provoca e per gli orribili ammassi urbani che produce, la proletarizzazione dei farmers piccolo e medio proprietari è però la premessa perché si infranga la tronfia e cafonesca inerzia del mondo rurale. Non giri in avanti di ruote storiche – che ricominceranno solo con i comunistici piani di disurbanesimo – ma potenzialmente rivoluzionaria esasperazione della concentrazione, della perenne insicurezza ma anche della fraternizzazione del proletariato.

Il peso dell’agricoltura nell’economia americana e nel mondo intero è comunque ben superiore a quanto potrebbe indicare la minima proporzione della popolazione rurale: si tratta sempre del settore economico predominante in assoluto su tutti gli altri, con più occupati di quelli della siderurgia, dell’industria dell’auto e di quella dei trasporti assommati. Fornisce il 3% della produzione nazionale ma con l’industria alimentare sale al 15%. Capitalisticamente è il settore più dinamico (e quindi più critico).

Il mondo intero dipende dalle vicende dell’agricoltura Usa, molti paesi sono costretti a dipendere dalle sue esportazioni di prodotti alimentari dopo che i bassi prezzi di questi e la fornitura a titolo ipocrita di aiuti a prezzi politici hanno rovinato irrimediabilmente il contadiname e distrutto le loro strutture agricole, questo in molti paesi dell’Africa e dell’Asia. Solo l’Europa e il Giappone hanno avuto la forza di difendere i mercati con barriere protezionistiche. La stessa Russia trova nelle pianure nordamericane il compenso della bassa produttività del suo mondo colcosiano al fine di nutrire i proletari delle città. Gli Usa producono il 26% dei cereali del pianeta ed esportano il 57% dei cereali trattati sul mercato mondiale.

Questa dipendenza dal mercato estero ha però costituito, oltre che lo sfogo della sovrapproduzione Usa, anche la sua debolezza per la instabilità della domanda dei paesi poveri e del blocco dell’Est, ripercuotendo sul mondo agricolo americano le irregolarità dei raccolti di tutti i continenti e le tempeste monetarie internazionali. La necessità di esportare a prezzi sempre più competitivi ha inoltre accelerato il processo verso la specializzazione e la monocoltura, almeno aziendale, e la concentrazione: ormai i farmers, oltre che i salariati agricoli, per la alimentazione delle loro famiglie comprano nei supermercati esattamente come i cittadini.

Abbiamo raccolto nella tabella il prezzo commerciale della terra, comprensivo dei fabbricati rurali, misurato, in dollari per acro, al valore della moneta al 1926. Le serie, benché lontane fra loro, mantengono un sensibile parallelismo: lieve aumento del prezzo nella seconda metà del secolo scorso, tranne che per l’Ovest che partiva dal prezzo simbolico di tre dollari del 1926, con ascesa nel Nord-Est da 46 dollari nel 1850 a 72 nel 1890 (+57% in quaranta anni), del Sud da 11 a 18 dollari (+64%), del Nord-centro da 21 a 49 dollari (+133%), dell’Ovest da 3, appunto, a 41 (+1270%), superando l’allora arretrata agricoltura del Sud. Seguono sessanta anni di generale sofferenza dei contadini: il prezzo della terra nel Nord-Est scende da 72 dollari nel 1890 a 64 nel 1945 e nell’Ovest da 41 a 23 dollari; si mantiene invece costante, al di sopra delle forti oscillazioni di crisi, nel Nord-centro, da 49 a 52 dollari, risale al Sud, recuperando il precedente deprezzamento, da 18 a 33 dollari.

Nell’interguerra la politica protezionistica da entrambe le sponde dell’Atlantico e le maggiori produzioni dovute al miglioramento delle tecniche di coltura segnarono la rovina dell’economia agricola. Il successivo New Deal, esattamente come nella crisi in corso attuale, prevedeva l’abbandono del tallone aureo e guerra commerciale, oltre al sostegno statale dei prezzi e premi per la riduzione delle colture.

Solo la guerra successiva fa sì che i 35 anni successivi vedano un quasi continuo progresso nei redditi di una parte degli agricoltori, alimentato dalle possibilità di smercio mondiale al seguito della vittoria militare: passa il boom bellico e quello post-bellico, poi la guerra di Corea assorbe ogni sovrapproduzione. Esplode la seconda rivoluzione tecnica con la sostituzione dei cavalli con i trattori meccanici, verso la produzione dei quali si riconverte l’industria delle armi.

Tranne che nel 1954 e nel 1971 il prezzo della terra cresce sempre: al Nord-Est dai detti 64 dollari si salta, nell’anno di massimo, 1978, a 253 dollari del valore del 1926, quattro volte in 33 anni, lo stesso incremento anche nel Nord-centro da 52 a 208, nel Sud da 33 a 153 dollari, nell’Ovest da 23 a 91 dollari. Di questo aumento, però, gran parte è dovuta esclusivamente all’ultimo decennio, a seguito di investimenti nella terra provocati dal timore dell’inflazione da parte dei borghesi, dai bassi tassi di interesse, rispetto all’inflazione, del decennio scorso, dalla recessione mondiale nei suoi primi anni. Capitali monetari da tutti i mercati si sono investiti in Usa nella forma di investimento fondiario. Si sta ripetendo il fenomeno tipico della fase precedente ogni crisi finanziaria nella quale i prezzi degli immobili prima si impennano per poi crollare. È quanto sta avvenendo dal 1979, anche a seguito della enorme sovrapproduzione agricola.

Osserviamo che dal 1900 ad oggi il prezzo in termini reali della terra si è all’incirca moltiplicato per quattro, nella stessa proporzione nella quale si è accresciuta la produttività del suolo: da 25 bushel di mais ad acro (un bushel sono 36,3 litri) agli attuali 100, mentre i prezzi reali dei prodotti non sono granché mutati.

La graduatoria del prezzo della terra nelle tre regioni attualmente vede al primo posto il Nord-Est, all’ultimo l’Ovest con grande scarto, come da 100 a 278, indicando un diverso grado di immobilizzo di capitale sulla unità di superficie. Attualmente si distinguono infatti tre zone relativamente al tipo di coltivazione: la prima intensiva nell’Est e nel Midwest, dove predomina la coltura del mais e della soia; estensiva nelle grandi pianure a grano; super intensiva irrigata in California. Secondo la coltivazione si riconosce invece otto cinture: quella lattiera nella regione dei Laghi e nel Nord-Est, del mais nel Midwest, del tabacco in Virginia, Carolina e Kentucky, legumi e frutta nel Sud-Est, cotone nel delta del Mississippi, grano nelle praterie centrali, allevamento di bovini e ovini nella zona montagnosa, infine cereali frutta e legumi e allevamento negli Stati del Pacifico.
 

Dalla media alla grande azienda

Nelle colonne della tabella sono riportati, divisi per regioni, i dati relativi alle dimensioni aziendali medie. Si distinguono nettamente i diversi andamenti: quasi costante è quella del Nord-Est fino alla Seconda Guerra, con la dimensione media della farms, relativamente agli Usa, bassa, intorno ai 100 acri, solo dopo cresce, ma meno delle altre regioni, fino a 175 nel 1975. È una estensione “all’inglese”, se vogliamo fare un raffronto con l’Europa, ma questa è di qua dell’Atlantico la massima estensione, di là la minima; in Italia la superficie media è di 7,2 ettari (18 acri), in Germania 17 (42), in Francia 27 (67), in Gran Bretagna 65 (162).

Nel Nord-Est il minimo si ebbe nell’interguerra. Nel Nord-centro invece il minimo si è verificato nel 1880 con 122 acri, cresce poi regolarmente fino ai 357 del 1975. Il Sud soltanto in questo ultimo decennio ha di nuovo raggiunto quell’estensione aziendale che fu delle piantagioni: da più di 300 acri in media si frantumò la conduzione fino ad intorno a 100 nell’interguerra, con ripresa della concentrazione solo dopo il 1955.

Sono tutte curve a minimo ed attualmente ci troviamo decisamente nel ramo ascendente: il significato, che tanto premeva dimostrare a Lenin in polemica con i populisti russi, è appunto che nel capitalismo la curva della dimensione aziendale prima scende poi risale, la piccola conduzione, di fronte alla grande proprietà estensiva (non diciamo latifondista che in italiano ha un altro significato: grande proprietà e piccola conduzione) impiegante mezzi di produzione antiquati può essere progressiva, ma l’ulteriore sviluppo tecnico e l’aumento della produttività del lavoro spingono inevitabilmente verso la moderna coltura capitalistica, su grandi superficie se estensiva.

Andamento particolarmente travolgente ha la concentrazione della terra all’Ovest, dove molto minori erano le tradizioni insediative precedenti: da valori molto alti della media nel 1850, 700 acri, quando un acro costava la cifra simbolica di tre dollari, si stabilizza già prima della guerra civile intorno a 350 acri e fino alla grande depressione. Ma fin dal 1940 l’aumento della dimensione media aziendale è vertiginoso con massimo nel 1974 di 1.360 acri, equivalente a nostri 544 ettari.

Considerando il prodotto della superficie media aziendale con il prezzo medio dell’acro si possono individuare diversi andamenti: per effetto della guerra civile crolla al Sud per la diminuzione del prezzo unitario e della superficie e fase di crescita all’Ovest per maggior prezzo del suolo; prima metà del secolo con sensibile costanza delle dimensioni e dei prezzi ma con andamento ciclico del prezzo della terra secondo la crisi; impennata in questo dopoguerra sia per forte concentrazione della terra sia per sua valorizzazione specifica.

Sono quindi confermate le tendenze agrarie previste dal marxismo, applicate nel testo di Lenin relativamente al Nord-Est all’inizio del secolo, quando, compiuta la colonizzazione, vi si era affermata un’agricoltura particolarmente intensiva: 1. diminuzione del numero delle aziende; 2. diminuzione della terra coltivata; 3. diminuisce la terra delle piccole aziende; 4. diminuisce la parte della popolazione addetta all’agricoltura; 5. aumenta la produttività della terra e quella del lavoro agricolo.
 

L’espropriazione del farmer

Veniamo quindi ad indagare la suddivisione delle farms per dimensione.

Il primo quadro riguarda la partizione percentuale della terra, dal 1900, secondo le classi di dimensioni prescelte ai censimenti. Quasi nulla in percentuale, sempre, la terra delle aziende fino a nove acri di superficie (3,6 ettari). Che per gli Usa sono da considerare meno che piccole.

La classe delle aziende di superficie da 10 a 99 acri, sempre molto piccole quindi, segnano una perdita di terra da circa il 17% nel 1900 al 15% nel 1935; la grande crisi segna l’inizio della loro irreversibile ritirata: oggi occupano solo il 4% della terra.

La classe superiore, aziende di estensione piccolo-media, da 100 a 259 acri, che forse in Europa sarebbero da considerare grandi, presenta andamento analogo: da costituire nel 1900 il gruppo più esteso, occupando il 35% della terra coltivata americana, cala inesorabilmente, con accelerazione nella depressione, fino al 10,7% nel 1978.

Al di sopra della classe di aziende di media estensione, da 260 a 499 acri, che mantengono grosso modo la loro fetta di terra, l’andamento è opposto, incorporando le massime farms la terra delle minori. Questi i dati: classe 500-999 acri guadagna dall’8,1 al 14,4% della terra; oltre i 1000 acri, dal minimo del 19% nel 1910, fine della parcellizzazione, sale a 58,5% del 1978. Dal censimento del 1974 si è separata la classe “oltre 2000 acri”, che si accaparra il 45,5% della terra. Rileviamo quindi che, se la superficie aziendale come dato medio bruto è molto minore, quasi metà della terra è concentrata in farms di estensione superiore a duemila acri, che sono 800 ettari.
 

Acri 1880 1890 1900 1910 1920 1925 1930 1935 1940 1945 1950 1954 1959 1964 1969 1974 1978
   Distribuzione percentuale della TERRA nelle farms per scaglioni di estensione
0-9 - - 0,2 - 0,2 0,2 0,2 0,3 0,2 0,2 0,2 0,2 0,1 0,1 0,0 0,1 0,1
10-49 - - 5,6 - 5,8 5,9 5,5 5,3 4,5 4,1 3,4 2,7 1,9 1,6 1,2 1,1 1,3
50-99 - - 11,7 11,7 11,0 11,0 10,0 9,9 8,8 7,3 6,5 5,4 4,3 3,6 3,2 2,8 2,7
 100-499  - - 50,6 53,4 49,1 48,0 45,4 44,4 41,7 37,9 36,5 34,3 32,1 29,1 27,2 24,2 23,0
500-999 - - 8,1 9,5 10,5 10,5 11,0 10,8 10,5 10,4 10,8 11,3 12,3 13,0 13,9 14,0 14,4
1000- - - 23,8 19,0 23,0 24,3 27,9 29,4 34,3 40,3 42,6 45,9 49,4 52,7 54,4 58,1 58,5
   Distribuzione percentuale del NUMERO delle farms per scaglioni di estensione
0-3 0,1 3,3 0,7 0,3 0,3 0,2 0,7 0,5 0,6 1,7 1,4 2,1 2,1 1,9 2,9 5,5 8,7
3-9 3,4 4,0 5,0 4,2 5,7 5,1 7,9 7,7 8,5 7,6 8,0 4,5 3,9 3,0
10-49 25,8 25,6 29,0 30,1 31,2 32,0 31,8 31,1 29,2 28,3 27,5 25,3 21,9 20,2 17,3 16,4 19,2
50-99 25,8 24,6 23,8 22,6 22,9 22,3 21,8 21,2 21,2 19,8 19,4 18,1 17,7 17,2 16,8 16,6 15,6
100-499 42,3 44,0 39,9 39,2 38,1 36,5 36,8 35,4 37,0 37,0 38,4 39,7 44,7 45,5 46,4 45,7 41,4
500-999 1,9 1,8 1,8 2,0 2,3 2,3 2,5 2,5 2,7 3,0 3,4 4,0 5,4 6,7 7,9 8,9 8,7
1000- 0,7 0,7 0,8 0,8 1,0 1,0 1,3 1,3 1,7 1,9 2,3 2,7 3,6 4,6 5,5 6,7 6,6

Quadro ben diverso quello del numero delle farms per classi di estensione. Il loro numero totale varia molto nell’ultimo secolo: ha un andamento prima crescente poi decrescente, sale da circa 1,5 milioni nel 1850 a quattro nel 1880 e fino a 6,5 nel 1920; poi declina regolarmente a 2,3 nel 1974. I vistosi sbalzi in aumento della curva nel 1930-35-40, con rispettivamente 6,3; 6,8; 6,1 milioni e negli anni di crisi successivi al 1974, significano un temporaneo ritorno alle minime aziende di sopravvivenza.

Cresce anche in assoluto il numero delle aziende con superficie superiore ai 500 acri, così come non diminuiscono di numero le micro-aziende al di sotto dei tre acri (1,2 ettari). Tutte le classi intermedie regrediscono. Considerando le percentuali sul totale. Le aziende minime, sotto ai 10 acri, hanno questo andamento: dal 3,5% del 1880 la loro quota cresce fino all’8,4% del 1935 e al 10,2% nel 1945; quindi flessione fino al 5,5% del 1974 ma brusca risalita all’8,7% nel 1979 di crisi. Il comparto delle aziende piccole e medie, da 10 a 499 acri, che nel 1880 raggruppa il 94% di tutte, oggi ne conta il 76%, con massima flessione nella categoria medio-piccola, fra 50 e 99 acri, che si contrae nel secolo dal 25,8% al 15,6%.

In forte aumento, ovviamente, la parte delle medio-grandi e grandi, sopra ai 500 acri, che balzano dal 2,6% in numero al 15,3%.
 

Distribuzione percentuale per scaglioni di fatturato
1959 1964 1969 1978
$.000 N% $.000 N% $.000 N% T% V% $.000 N% T% V%
2,5-5,0   29,9 2,5-5,0   24,4 2,2-4,4   22,8 8,3 3,0 2,3-4,5   21,5 6,2 2,2
5,0-10,0 31,6 5,0-10,0 27,8 4,4-8,9 22,5   11,6 6,3 4,5-9,0 20,2 9,5 4,1
 10,0-20,0  23,4  10,0-20,0  25,7 8,9-17,8 22,8 18,6 12,8 9,0-18,1 20,0  14,9 8,3
20,0-40,0 10,2 20,0-40,0 14,3  17,8-35,6  19,1 22,6   20,8  18,1-45,2  23,6 27,5  21,7
40,0-100 4,0 40,0-100 6,1 35,6-88,9 9,8 20,2 22,6 45,2-90,5 9,4 41,8 63,5
100-200 0,7 100-200 1,2 88,9-178 2,0 18,7 34,5 90,5- 5,3
200- 0,3 200- 0,5 178- 0,9
 $.000. Limiti di scaglioni in dollari del 1959  –  N Percentuale del numero delle farms
 T%. Percentuale della terraV%. Percentuale del valore venduto.

Ma è più significativa la suddivisione secondo il volume delle vendite, essendo frequente il caso che un’azienda di grandi dimensioni in senso capitalistico coltivi meno terra ma più intensamente di un’altra condotta con tecniche più antiche. Considerare solo la partizione per superficie è infatti “una apologia del capitalismo” in quanto nella categoria di piccolissima superficie vengono ad assommarsi due tipi di aziende del tutto non omogenee: quelle della fame perpetua, che non producono nemmeno o appena il minimo per il sostentamento del lavoratore, e, all’opposto ricche aziende senza o con pochissima terra ma ad alta intensità di capitale, come l’allevamento che acquista tutto il foraggio o le colture ortive o in serra.

I dati per classi di venduto sono però disponibili in misura meno estesa ed ostacola notevolmente la lettura il variare continuo del metro monetario di riferimento così che i “gradini” con cui sono divise le aziende secondo il valore della produzione venduta, in termini reali slittano da un censimento all’altro e molte farms sembrano salire di categoria solo per l’illusione monetaria. Nella tabella abbiamo ricalcolato i limiti della classificazione nei diversi anni secondo lo svilirsi della moneta, in dollari a valore costante del 1959. Osserviamo che i limiti "reali" così calcolati non sono così lontani da impedire alcuni significativi raffronti, evitando complicati ed incerti calcoli: più o meno l’inflazione, fra il 1969 e il 1978 si mangia un gradino statistico. Si noti anzitutto che da queste cifre sono escluse le farms che vendono meno di 2.500 dollari fino al 1969 e meno di 5.000 nel 1978, e il loro numero è molto grande.

Riguardo alla quantità osserviamo che le aziende che vendono fra 2.500 e 20.000 dollari nel 1959, che raffrontiamo a quelle che vendono fra 5.000 e 40.000 nel 1978 (a valori costanti fra 2,3 e 18,1), diminuiscono anche come percentuali, dall’85% del 1959, al 68% del 1969, al 62% del 1978. È evidente che ancora oggi due terzi delle farms in numero tirano avanti, quando va bene, al limite della sopravvivenza. Parte di queste viene costantemente assorbita dalle grandi, con più capitale.

Nelle categorie di volume venduto superiore, oltre 40.000 dollari nel 1959 e oltre 45.200 nel 1978, si collocano nel 1959 il 5% delle farms, nel 1969 il 13%, nel 1978 il 15%.

Analogo andamento per la terra che, nel volgere di soli nove anni, dal 1969 al 1978, si sposta significativamente dalle tre classi inferiori alle due superiori, così come la quota delle vendite totali.

Altre fonti riportano che nel 1981 alle aziende che vendono più di 200.000 dollari l’anno, che sono il 4,6% in numero, va il 49,3% del fatturato e l’86,6% dei profitti. Invece quelle che vendono meno di 2.500 dollari l’anno, che sono più di un quarto, il 28,1%, pesano sulle vendite solo per lo 0,9%. Il fenomeno della piccolissima e miserevole conduzione agricola non tende a sparire, tutt’altro, convive in forme ibride ad integrare il salario industriale di una parte dei membri della famiglia. Più della metà (il 67% nel 1981) delle entrate delle famiglie contadine è infatti costituito da salari extra agricoli. Ma se si considera solo il milione e mezzo di farms che vendono meno di 20.000 dollari l’anno, nel 1981 il 6% delle entrate da attività non agricole dovette essere impiegato per colmare il passivo della gestione della farms. Anche quelle con venduto fino a 40.000 dollari nello stesso anno hanno dimostrato di non poter far fronte ai costi di gestione.

Una volta comprovato l’enorme estendersi in terra e in fatturato delle grandi aziende agricole dobbiamo rispondere al quesito, per noi centrale: ha questa evoluzione prodotto una maggiore separazione delle classi nelle campagne, solo vero indice di superamento del dominio della “media azienda”.

In base al titolo giuridico del possesso del suolo da parte del conduttore le statistiche distinguono: proprietario di tutta la terra, proprietario di solo parte della terra e il resto preso in affitto, affittuario di tutta la terra, mezzadro. La quota di quest’ultima categoria, rappresentata quasi esclusivamente dagli appezzamenti concessi ai negri del Sud è nelle statistiche oggi del tutto scomparsa. Mentre i proprietari di tutta la terra restano in numero più o meno stabile, la loro percentuale in terra diminuisce notevolmente indicando che in questa categoria restano le aziende più piccole e povere. Invece in forte crescita in numero e in terra è la fetta delle aziende metà in proprietà metà in affitto, perché la concentrazione si attua principalmente affittando la terra dai vicini. L’affitto di tutta la terra, in forte aumento fino al 1930, quando raggiunge il 42% in numero, ben significando la sottomissione del ceto dei farmers alle banche e alla finanza fondiaria, dopo la crisi è in regolare diminuzione, prima lasciando terreno alla proprietà piena, poi per riapparire come affitto parziale, mezzo quest’ultimo più congeniale alla gestione capitalistica della terra interessando consolidare la conduzione piuttosto che la proprietà formale.

Altra classificazione è in base al tipo di persona giuridica del conduttore: il grosso è ancora composta da imprese individuali (“familiari”, come si dice là) che sono nel 1978 ancora l’87,8% di tutte ma solo con il 70,5% della terra e meno ancora delle vendite, il 61,6%. La superficie media di queste aziende familiari è di 316 acri e il valore venduto annuo medio di 31.000 dollari, ben poco, a parte le presumibili ampie diversità all’interno della categoria. Le aziende individuali sono in rapida diminuzione, solo nel 1974 erano l’89,5% con il 74,9% della terra.

L’altra categoria censita sono le associazioni, società di fatto di più famiglie, spesso imparentate, che si raggruppano nella stessa farms. Nel 1978 erano il 9,7% con il 16,3% della terra e il 16,1% delle vendite, superficie media 660 acri e vendite medie annue di 72.000 dollari. Rispetto al 1974 la somma di queste due prime categorie “familiari” passa dal 98,1% al 97,5% in numero e dall’88,6% all’86% in terra.
 

 Anno  Numero
Farms
(migliaia)
% Numero Farms secondo
la Proprietà della terra
% Terra secondo
la proprietà della terra
 Piena 
pro-
prietà
Pro-
prietà
parziale
In ge-
 stione 
Affitto Piena
pro-
 prietà 
Pro-
prietà
parziale
In ge-
 stione 
Affitto
   1850  1.449 - - - - - - - -
1860 2.044 - - - - - - - -
1870 2.660 - - - - - - - -
1880 4.009 - 74,4 - 25,6 - - - -
1890 4.565 - 71,6 - 28,4 - - - -
1900 5.740 55,8 7,9 1,0 35,3 51,4 14,9 10,4 23,3
1910 6.366 52,7 9,3 0,9 37,0 52,9 15,2 6,1 25,8
1920 6.454 52,2 8,7 1,1 38,1 48,3 18,4 5,7 27,7
1925 6.372 - - - - - - - -
1930 6.295 46,3 10,4 0,9 42,4 37,6 24,9 6,4 31,0
1935 6.812 - - - - - - - -
1940 6.102 50,6 10,1 0,6 38,8 35,9 28,2 6,5 29,4
1945 5.859 56,3 11,3 0,7 31,7 36,1 32,5 9,3 22,0
1950 5.388 57,4 15,3 0,4 26,9 36,1 36,4 9,2 18,3
1954 4.782 57,4 18,2 0,4 24,0 34,2 40,7 8,6 16,4
1959 3.711 57,1 22,5 0,6 19,8 31,0 44,3 9,8 14,9
1964 3.158 57,6 24,8 0,6 17,1 28,7 48,0 10,2 13,1
1969 2.730 62,5 24,6 - 12,9 35,2 51,0 - 13,0
1974 2.314 61,5 27,2 - 11,3 35,4 52,6 - 12,0
1975 2.523 - - - - - - - -
1978 2.478 58,6 28,8 - 12,7 33,1 54,9 - 12,0
1981 2.420

Restano le società di capitali (corporation) che, benché solo il 2,1% in numero nel 1978, ma in aumento rispetto all’1,7% del 1974, occupano il 12,3% della terra e vendono addirittura il 21,6% del totale nazionale; la superficie media è di 2.353 acri e vendono in media per 456.000 dollari l’anno. Anche di queste società la maggior parte è costruita con il concorso del lavoro, della terra e dei capitali di famiglie contadine, in numero inferiore a dieci. Le società non a base familiare sono solo lo 0,24% in numero con l’1,7% della terra ma con il non trascurabile 6,6% delle vendite.

Particolarmente diffuse le società per azioni, talvolta quotate in Borsa, in California, Florida, Texas, Hawaii e Louisiana: in questi Stati nel 1974 due quinti delle farms sono proprietà di società anonime e un terzo di associazioni di più di dieci membri.

Le società di capitale tendono alle colture specializzate intensive della terra, con forte immobilizzo di capitale, mentre le family farms si orientano tradizionalmente verso le colture che richiedono maggior impiego di manodopera, cereali, tabacco, allevamento.

È quindi evidente che la famiglia contadina è ancora maggioritaria quanto al numero, perde però di peso significativamente in senso economico generale.
 

La formazione del proletariato agricolo

Il numero dei lavoratori salariati delle campagne viene suddiviso a secondo della quantità di giornate lavorative prestate nell’anno; questo può complicare la valutazione, data la grande diffusione di proletariato migrante che si sposta da una regione all’altra seguendo l’avvicendarsi dei raccolti. Al di sopra di alcune difformità è certo però che, mentre il numero dei contadini e dei famigli si riduce da sempre, quello dei salariati, oltre le variazioni da un anno all’altro, in questo dopoguerra, dopo una leggera flessione fino a metà degli anni sessanta, poi rimane sostanzialmente immutato, a fronte, come visto, alla riduzione della terra coltivata, del numero delle aziende e della popolazione rurale. Alcune valutazioni danno la percentuale di salariati, in numero, passare dal 25% del 1910 al 35% nel 1980; oggi circa il 30% del lavoro agricolo verrebbe svolto da salariati, ma la percentuale è molto maggiore in quel 5% di grandi farms dalle quali proviene il 50% del prodotto nazionale.

L’estensione del salariato non è uniforme neanche regionalmente: minimo nel Midwest dove i famigli sono il doppio dei braccianti, nel resto del paese, specie lungo le coste, nelle ex piantagioni del Sud, in Florida, nel delta del Mississippi, nel Texas, in California, in Arizona il rapporto si inverte a favore del salariato.

Nel 1979 gli stagionali sono stati il 71% dei salariati ma, nell’arco dell’anno il 73% del lavoro “affittato”, come dicono, veniva svolto da operai fissi; il numero di questi negli ultimi venti anni tende a crescere più di quello degli stagionali, anche perché le statistiche ignorano i moltissimi clandestini messicani e dall’America centrale e meridionale (stimano siano un milione) e illegali che vengono ingaggiati per poche giornate nella stessa azienda durante i raccolti. I salari agricoli in Usa, benché più bassi che nelle altre categorie, sono circa dieci volte quelli del Messico.

L’estendersi del salariato è quindi tendenza marcata.
 

Drammatico inizio della crisi

Fatto cento il livello dei prezzi agricoli rispetto a quello generale di tutte le merci nel 1973, l’indice segue una serie di oscillazioni che hanno i loro massimi durante le guerre e i minimi nelle crisi di interguerra. Anni di alti prezzi agricoli sono stati quelli dal 1908 al 1919 e dal 1923 al 1930, bassi il 1932 e 1933 famosi, alti dal 1942 al 1953 e il 1973. Recentemente rovina fino all’indice 67 del 1982: è il più basso almeno dal 1850! Peggio del 1932 che segnava 73. Si noti che, essendo l’indice calcolato rispetto a quello generale dei prezzi il crollo si riferisce esclusivamente al mercato dei prodotti agricoli, inflazione a parte.

Legato al prezzo dei prodotti è quello della terra. Nel 1983 il prezzo medio nazionale della terra in termini reali è tornato inferiore a quello del 1976, con un crollo totale del 19%. Sempre in moneta costante e come media nazionale, dal 1943 si erano avuti modesti decrementi solo nel 1947 e nel 1948, ma di aggiustamento rispetto ai tre anni precedenti di impennata bellica, nel 1950 (-0,8%) e nel 1954 (-2,4%) di crisi, nel 1970-71 (-2,2% e -0,6%), ma in generale è forte la tendenza al rialzo.

Ben peggiore fu la situazione dal 1916 al 1933 con crollo complessivo del 48%. Sull’arco dei tre anni peggiori però il crollo del prezzo è quasi coincidente col recente: dal 1931 al 1933 successive svalutazioni del -2%, -7%, -10% contro, dal 1981 al 1983, -2%, -8%, -10% (a distanza esatta di cinquanta anni).

La differenza è che nel 1930 si arrivava al fondo di un deprezzamento ventennale mentre oggi si scende da massimi speculativi. Non siamo quindi che all’inizio della crisi dell’agricoltura statunitense, e mondiale, ma al suo già drammatico inizio: ancora c’è da attendere il blocco del mercato mondiale successivo alla generale crisi dei pagamenti. Anche in questo campo, se la guerra non risolve prima la sovrapproduzione.

Riguardo al generale andamento del ciclo agricolo riprendiamo da studi americani questa partizione: 1898-1919 “prosperità delle farms”, dal 1920 alla Seconda Guerra depressione, questo dopoguerra fino al 1970 espansione, poi di nuovo depressione.

Le cause più immediate della crisi in corso sono da ravvisare nei raccolti eccezionalmente abbondanti del 1981 e del 1982 che hanno provocato l’ulteriore crollo dei prezzi. Contemporaneamente si sommava la preoccupazione per l’embargo di grano alla Russia e la previsione di minori sbocchi della sovrapproduzione (l’embargo è stato successivamente revocato), mentre il rialzo al cambio del dollaro rendeva più cari i prodotti americani all’estero. Sul mercato interno si riduceva intanto il consumo di carne bovina e quindi di foraggi a causa della forte diminuzione del monte salari e lo scadimento del vitto proletario.

Diveniva così insostenibile il debito, molto esteso, dei coltivatori (tredici volte il reddito annuo mentre gli interessi sono un terzo dei costi!) anche per l’aumento dei tassi di interesse. La stampa “specializzata” di tutto il mondo descriveva la situazione, fino a pochi anni addietro, come il paradiso finalmente scoperto per gli investimenti, e le organizzazioni dei contadini ricchi consigliavano di indebitarsi allegramente per acquistare terra, i prestiti venivano concessi a tassi nominali che l’inflazione faceva sembrare men che nulli, ipotecando i raccolti futuri. Ne riportiamo due esempi (da Business Week 4 luglio 1977):

     «Mister Smith, agricoltore del Midwest, abita nell’azienda con moglie e quattro figli; ingaggia 16 salariati temporanei per lavorare 3.200 ettari. Quando iniziò la terra valeva 450 dollari l’acro, oggi ne vale circa 2.500 e il prezzo continua a salire (così spera Mr. Smith, figura ibrida di capitalista-proprietario). Contrae prestiti garantiti sulla terra e sui capitali di esercizio, che attualmente raggiungono la somma di un milione e mezzo di dollari l’anno. Ritiene necessario continuare ad acquistare terra per circa 800 ettari l’anno fino a raggiungere la dimensione che ritiene ottima di 4.800 ettari. L’azienda accanto è più piccola e più rappresentativa: ha venduto terra fino a ridurre l’azienda a 248 ettari ma vi ha intensificato l’allevamento di maiali a 4.200 capi; nell’anno (1976) ha venduto per 450.000 dollari».
La crisi si incarica oggi di smentire le illusioni dei Mr. Smith e di selezionare le aziende più rapaci. Si rinnova oggi l’esigenza di ridurre ulteriormente la superficie coltivata. Il governo federale prevede che quest’anno, a seguito dei programmi di sovvenzione a chi non semina, la superficie a mais-sorgo si riduca di 39 milioni di acri, quella a frumento di 32 milioni, quella a cotone di 7, con una contrazione complessiva dell’ordine dell’8%. Reagan aveva appena annunciato la fine del New Deal che la peggiore crisi agricola ha imposto un ritorno pieno alle sovvenzioni dei prezzi e all’aiuto alle esportazioni. La propaganda elettorale americana sa bene che il “libero farmer” è favorevole allo Stato a buon mercato e avverso all’interventismo, ma solo negli anni di prezzi alti, diventa protezionista e assistenzialista quando cadono.

È così che la prima potenza imperialista del mondo cercherà di scaricare all’estero la crisi della propria agricoltura e già sta riuscendo se non a penetrare nei feudi comunitari almeno a contendere loro i mercati terzi, come recentemente l’Egitto all’Europa.

Il risultato è che le leggi del mercato costringono lo Stato federale ad acquistare grano dai contadini a prezzi politici e ad indebitarsi sempre più.
 

Tappe bruciate verso il domani

Tratto caratteristico dell’agricoltura nordamericana negli ultimi quattro decenni è la progressiva decadenza dei contadini piccoli e medi che lasciano il porto a grandi e grandissimi, i quali si avvalgono, oltre che di forti capitali, dell’impiego del lavoro salariato. I braccianti, censiti e non censiti, specie in alcune regioni costituiscono una parte crescente e anche dominante dei lavoratori agricoli, fatto questo nuovo, nonché attesa premessa della rivoluzione mondiale.

All’altro estremo rimane un numero enorme di micro-aziende, che non tende a diminuire, ove si raccoglie stabilmente in condizioni miserrime parte dell’esercito di salariati di riserva.

Definitivamente smentita, anche in campo agrario, l’illusione, bandiera di ogni opportunismo, di una piccola proprietà e di una gestione “in famiglia” delle prorompenti energie capitalistiche. Tanto di meglio, la massima concentrazione del capitale ed espropriazione dei lavoratori spianando la strada della lotta di classe, fermento che matura anche all’interno dei puritani democratici e ipocriti fortilizi mondiali dell’imperialismo. Non sappiamo quando esploderà la rivolta dei lavoratori delle fabbriche e dei campi, andiamo intanto dimostrando come velocemente il capitale si scava la fossa sotto i piedi.
 
 
 
 
 
 


Appunti per la Storia della Sinistra

Crisi e degenerazione del Partito Comunista Russo (1921/24)

(Continua dal n. 13)
 

1) Politica interna e politica estera
 

La tesi che la politica internazionale dello Stato russo nel periodo successivo agli anni della guerra civile era rigidamente e totalmente determinata dalle esigenze dello sviluppo capitalistico interno è profondamente errata e non coglie l’aspetto fondamentale contenuto nel piano elaborato con la NEP. Se tale tesi fosse vera equivarrebbe alla negazione delle ragioni che stanno a fondamento della NEP. Il piano di Lenin infatti consisteva nel favorire tutti i compromessi e tutte le concessioni economiche al capitalismo interno e internazionale senza tuttavia niente concedere sul terreno politico.

Ne è una dimostrazione l’articolo Abbiamo pagato troppo caro del 9 aprile 1922 con il quale Lenin rimproverava alla delegazione dell’Internazionale Comunista, inviata alla Conferenza di Berlino delle tre Internazionali, di aver accettato le due condizioni poste dalle altre due Internazionali per la sottoscrizione dell’accordo, in quanto tali due condizioni «non sono altro che una concessione politica fatta dal proletariato rivoluzionario alla borghesia reazionaria”. Si trattava dell’impegno ad astenersi dall’applicazione della pena di morte nei confronti dei 47 sindacalisti rivoluzionari accusati di attività controrivoluzionarie e di permettere di assistere al processo a delegati delle due Internazionali.

Contemporaneamente Lenin aveva il suo da fare per convincere i “sinistri” dell’Opposizione Operaia della necessità di fare le più ampie concessioni economiche al rinascente capitalismo interno e a quello internazionale. C’è dunque una differenza di fondo tra le concessioni di natura economica e quelle di natura politica. Le concessioni economiche erano indispensabili perché l’unica base produttiva su cui poter sperare di non morire di fame era di natura capitalistica. Ma si sapeva anche che ciò doveva essere del tutto provvisorio: lo scopo dichiarato era riuscire a mantenere il potere politico in attesa del prossimo assalto rivoluzionario in Europa.

La politica estera dunque doveva essere indirizzata verso un duplice scopo: 1) ottenere la firma di trattati commerciali indispensabili per la ripresa produttiva della Russia anche a costo di grandi concessioni economiche ai capitalisti; 2) ottenere il consolidamento della sicurezza dell’URSS; a tal fine, dopo la conclusione della pace con la Polonia (novembre 1920), era indispensabile poter contare sulla pace in quanto, dopo tre anni di guerra civile, le forze interne ormai erano stremate.

Per contro tre anni di guerra civile avevano anche dimostrato l’impossibilità per gli Stati dell’Intesa di impiegare direttamente le loro forze militari per aggredire la Russia. Lenin affermava che ciò si doveva al fatto che la classe operaia dell’Europa occidentale aveva impedito un tale intervento diretto. L’URSS aveva vinto sul terreno militare non perché le sue forze militari erano state superiori a quelle degli altri Stati – pensare questo sarebbe ridicolo, sosteneva Lenin – ma perché la Russia aveva avuto la solidarietà di tutta la classe operaia mondiale. Certo si era trattato di una solidarietà a mezza strada, poiché una completa solidarietà avrebbe significato il rovesciamento del potere borghese, ma tale “mezza solidarietà” era stata il fattore predominante per permettere alla Russia di ottenere la “pace”. La politica estera russa doveva dunque, e poteva anche, tendere a mantenere questo risultato essenziale.

Altra cosa furono gli “scopi di pace” che con l’epoca stalinista verranno assegnati alla politica estera russa e che in parte affiorano già negli anni 1923/25, dopo la crisi della Ruhr. Gli scopi che lo stalinismo non poté non darsi erano quelli di favorire, attraverso i canali diplomatici ormai ripristinati con tutti i paesi, gli equilibri imperialistici, per ottenere la “pace”, non più intesa come provvisoria garanzia per l’URSS di non essere attaccata, ma come pace tra i briganti imperialistici. In tal modo la Russia tornava a svolgere quella funzione equilibratrice degli antagonismi imperialistici che fu dell’impero degli zar, in funzione nettamente sfavorevole alla ripresa di ogni movimento proletario rivoluzionario.

Il piano di Lenin dunque prevedeva la possibilità di mantenere il potere conquistato, fare le più ampie concessioni economiche al capitalismo mondiale per favorire lo sviluppo della produzione in Russia, riuscendo così a conservarlo per il prossimo assalto rivoluzionario mondiale. Contro questa possibile soluzione, favorevole al proletariato mondiale, stavano le forze capitalistiche interne e internazionali che agirono parallelamente verso la soluzione “stalinista”, espressione del prevalere delle forze ostili al proletariato.

Si trattò di una vera e propria controrivoluzione, che si espresse attraverso la degenerazione del PCUS e degli altri partiti comunisti, tanto che alla fine del ciclo iniziato in quegli anni si rese necessario perfino la scioglimento formale dell’Internazionale, che era stata la prima e la più importante delle realizzazioni socialiste che la vittoria di Ottobre avevano reso possibili. Si trattò di una controrivoluzione, che tuttavia non ha riportato al potere le vecchie caste feudali attraverso il ritorno degli zar: in questo senso il modo di produzione capitalistico si è stabilmente consolidato in tutta la Russia. Si trattò di controrivoluzione, la più feroce, nei confronti dei risultati politici che l’Ottobre aveva conseguito in direzione della Rivoluzione comunista mondiale: il carattere internazionale della stessa vittoria di Ottobre, la supremazia del Partito e specialmente dell’Internazionale su ogni altro organismo operaio, compreso lo Stato sovietico. Per ottenere la distruzione di tali risultati lo stalinismo ha avuto bisogno non solo di distruggere fisicamente i migliori combattenti per il comunismo in Russia e nel mondo, ma anche di falsificare completamente la tradizione rivoluzionaria in modo da cancellarne il ricordo fin nell’ultimo proletario. Il risultato ottenuto è il peggiore possibile per il comunismo, perfino nei confronti del ritorno di un potere dichiaratamente borghese: così noi lo abbiamo da tempo giudicato:

     «Da allora sono passati 37 anni. Noi assumiamo che il risultato ottenuto, per il comunismo rivoluzionario, non è solo un risultato fermato a mezza strada sulla china della storia, ma è deteriore – soprattutto in riflesso all’economia agraria – rispetto a quello della edificazione di un capitalismo di tipo primario (primario nel senso di concorrenziale e quindi di natura più arretrata rispetto a quello secondario, cioè imperialista). E diciamo di più. Non solo nell’ipotesi per noi ammissibile di un controllo statale comunista e internazionalista su tale sviluppo, ma anche nell’ipotesi della sua caduta sotto il potere dichiaratamente borghese, e della formazione aperta di nuove condizioni di rivoluzione classista, in parallelo a quelle mondiali» (Struttura economica e sociale della Russia d’oggi).
     «Non ha molto senso di chiedersi “come si sarebbe dovuto fare” ad impedire che Stalin, lo stalinismo, avessero partita vinta», diciamo in un altro testo di partito del 1956 (La Russia nella grande rivoluzione). Non è questo il metodo di partito nell’indagine delle cause dei fenomeni storici: sarebbe metodo volontaristico e tradisce sempre in chi lo segue il suo velleitarismo piccolo-borghese. Bisogna «più ragionevolmente» domandarsi quali sono state le cause che hanno determinato la piega sfavorevole al comunismo che gli avvenimenti hanno preso «in quel torno». Chi ha fretta di “influire” sugli avvenimenti finisce sempre per esserne travolto; si può farlo, date certe condizioni, solo dopo averne ben compreso le cause. «La principale di queste (nel favorire la vittoria dello stalinismo, dice il testo) deve essere ravvisata nella sconfitta del proletariato dei paesi occidentali che, ripetutamente battuto, mostrò chiaramente di non essere in condizioni di vincere la lotta per il potere».
Se non si parte da questo pilastro ogni “analisi” dei fattori che fecero vincere Stalin diventa puro vaniloquio. Come spiegare infatti il fenomeno della totale degenerazione del Partito che aveva guidato vittoriosamente la Rivoluzione d’Ottobre? Come spiegare il fenomeno paradossale – e così proficuo per la reazione borghese mondiale – della borghesia che riconquista il potere senza bisogno di eliminare le forme del potere sovietico? Tutto ciò è in verità incomprensibile se non viene incardinato nel legame d’acciaio che univa gli avvenimenti di Russia agli avvenimenti internazionali.

È l’effetto materiale della controrivoluzione staliniana che fa apparire gli avvenimenti russi quasi isolati dal resto del mondo, in quanto così li ha fatti apparire da oltre un cinquantennio, prima con la “costruzione del socialismo in un paese solo” e poi con nebulose “cortine di ferro”. In tal modo la borghesia mondiale ha fatto sparire dalla faccia della terra il comunismo mondiale, riducendolo a tanti “rivoli nazionali” che di comunismo ormai non hanno che il nome.

Ne costituisce la prova più evidente il fatto che tutti coloro che negano la tesi della controrivoluzione, debbono cadere in grossolane contraddizioni se pretendono (per la verità si tratta di un numero che va sempre più assottigliandosi, per fortuna) di essere in regola col marxismo. I “comunisti” ancor oggi fedeli a Mosca hanno rinnegato nella maniera più evidente i fini stessi del comunismo; i “sinistri” anarco-sindacal-rivoluzionari continuano a porsi del tutto fuori del marxismo negando i principi della dittatura del proletariato e del Partito ed attribuendo alla Rivoluzione russa un vizio d’origine proprio in tale aspetto; i “trotskisti” con la loro ostinazione nel sostenere la tesi dello “Stato operaio degenerato” hanno ormai del tutto dimenticato che la direzione di classe verso cui agisce uno Stato non ammette alcuna gradualità.

Abbiamo più volte detto e ribadito che non si può intendere la nostra tesi della controrivoluzione se non distinguiamo negli avvenimenti russi del 1917 ben tre rivoluzioni: la borghese-aristocratica e la borghese-radicale come rivoluzioni nazionali e la rivoluzione socialista strettamente collegata alla rivoluzione europea. La stessa vittoria di Ottobre e la sua difesa successiva fu internazionale non solo perché il Partito bolscevico era armato della più pura teoria marxista, che non ha confini nazionali, ma anche perché il sostegno del proletariato europeo fu determinante. Nonostante ciò la Rivoluzione in Europa fu sconfitta: ecco perché la più disastrosa sconfitta del proletariato europeo e mondiale è potuta coincidere con l’affermarsi e il consolidarsi dello Stato, sovietico nella forma, capitalistica nella sostanza.

Tutta la propaganda stalinista ha successivamente affermato che Lenin ha sempre lottato per il rafforzamento del potere sovietico, ma ha vigliaccamente taciuto sul legame tra tale difesa e la rivoluzione mondiale, che proprio Lenin mai perdeva di vista. Alcune tra le più significative citazioni lo dimostrano inconfutabilmente:

     «Noi abbiamo adempiuto il nostro dovere rivoluzionario su scala internazionale, su scala mondiale, come nessun governo rivoluzionario aveva mai fatto in nessun paese, ma non ci siamo illusi di poter raggiungere lo scopo con le sole forze di un solo paese. Noi sappiamo che i nostri sforzi condurranno inevitabilmente alla rivoluzione mondiale e che i governi imperialistici, i quali hanno scatenato la guerra, sono incapaci di metterle fine. Questa guerra potrà concludersi soltanto con gli sforzi di tutto il proletariato. Il nostro compito, quando siamo andati al potere come partito proletario comunista, mentre negli altri paesi sussisteva ancora la dominazione capitalistica borghese, il nostro compito più urgente, lo ripeto, era di conservare questo potere, questa fiaccola di socialismo, perché continuasse a lanciare quante scintille poteva sull’incendio crescente della rivoluzione socialista» (Discorso alla seduta del C.E.C., luglio 1918).
     «Se ci capitasse di essere spazzati via di colpo (...) avremmo il diritto di dire, pur senza nascondere i nostri errori, che abbiamo utilizzato integralmente per la rivoluzione socialista mondiale il periodo di tempo concessoci dal destino. Noi abbiamo fatto tutto quello che potevamo per le masse lavoratrici di Russia e abbiamo fatto più di qualsiasi altro per la rivoluzione proletaria mondiale (...) Se siamo riusciti a sopravvivere per un anno dopo la rivoluzione d’Ottobre lo dobbiamo al fatto che l’imperialismo internazionale si è scisso in due gruppi di predoni» (Intervento al Quarto Congresso dei Soviet, 6-9 novembre 1918).
     «È risultato che, dopo quattro anni di carneficina imperialistica, le masse lavoratrici non ammettevano la legittimità di una guerra contro di noi. Così abbiamo trovato nelle masse un grande alleato. Il piano dell’Intesa era effettivamente distruttivo, ma esso è fallito perché le potenze capitalistiche, nonostante la loro poderosa coalizione, non sono state in condizione di realizzarlo, si sono rivelate incapaci di tradurlo nella realtà. Nessuna di queste potenze, ognuna delle quali poteva avere il sopravvento su di noi, è riuscita a dar prova di unità perché il proletariato organizzato non le ha concesso il suo appoggio; nessun esercito – né francese né inglese – è riuscito a ottenere che i suoi soldati fossero capaci di battersi, in territorio russo, contro la repubblica dei soviet» (Discorso al C.E.C., 5 maggio 1920).
     «Quando tre anni or sono ci siamo posti il problema dei compiti e delle condizioni per la vittoria della rivoluzione proletaria in Russia, abbiamo sempre detto nettamente che questa vittoria non sarebbe stata durevole se non fosse stata sorretta dalla rivoluzione proletaria in occidente, e che la sola valutazione giusta della nostra rivoluzione poteva essere fatta soltanto dal punto di vista internazionale. Per ottenere una vittoria duratura dobbiamo pervenire alla vittoria della rivoluzione proletaria in tutti o, quanto meno, in alcuni paesi capitalistici più importanti (...) La nostra politica e le nostre previsioni sono state quindi convalidate in pieno per l’essenziale, e le masse oppresse di tutti gli Stati capitalistici si sono rivelate realmente come nostre alleate, perché hanno sabotato la guerra. La nostra situazione è oggi tale che, senza aver riportato una vittoria internazionale, la sola vittoria durevole per noi, abbiamo tuttavia conquistato, con la lotta delle posizioni in cui possiamo esistere accanto alle potenze capitalistiche, costrette oggi ad annodare con noi relazioni commerciali. Nel corso di questa lotta ci siamo conquistati il diritto di esistere come uno Stato indipendente» (Discorso alla Conferenza moscovita del PCR, 20-22 novembre 1920).
A tale risultato di “stallo” contribuì la sconfitta dell’Armata Rossa alle porte di Varsavia, che impedì il ricongiungimento della rivoluzione russa con quella tedesca ed europea: da quel momento in poi lo Stato sovietico, sconfitte tutte le bande bianche che avrebbero riportato al potere gli zar e i proprietari fondiari, non era più minacciato militarmente. Il suo consolidarsi non fu più un pericolo immediato per il capitalismo mondiale in quanto, visto che il proletariato europeo aveva dimostrato a più riprese di non essere in grado di vincere la battaglia per il potere, la Rivoluzione sarebbe stata inesorabilmente confinata nella sola Russia.

Che ogni avvenimento in Russia fosse di eccezionale importanza alla scala internazionale non sfuggiva dunque a Lenin che fin dal primo Novecento aveva incardinato tutta la teoria e l’azione politica del partito bolscevico a favorire la rivoluzione democratico-radicale in Russia nella prospettiva della rivoluzione mondiale. Non se ne dimenticò nel rapporto sulla tattica del PCR al Terzo Congresso dell’Internazionale Comunista del luglio 1921, quando espose le ragioni che stavano a fondamento della NEP, cominciò dicendo che per illustrare certe ragioni è necessario illustrare la situazione internazionale. Quando tale legame vitale sarà dimenticato saremo in pieno stalinismo. Dice Lenin:

     «Mi sembra che per motivare la tattica del nostro partito sia necessario in primo luogo illustrare la situazione internazionale. Quando abbiamo iniziato, a suo tempo, la rivoluzione internazionale, lo abbiamo fatto non perché fossimo convinti di poterne anticipare lo sviluppo, ma perché tutta una serie di circostanze ci spingeva a iniziarla. Pensavamo: o la rivoluzione internazionale ci verrà in aiuto, e allora la nostra vittoria sarà garantita, o faremo il nostro modesto lavoro rivoluzionario, consapevoli che, in caso di sconfitta, avremo tuttavia giovato alla causa della rivoluzione e la nostra esperienza andrà a vantaggio di altre rivoluzioni (...)
     «Che cosa dobbiamo fare adesso? Adesso è necessario preparare a fondo la rivoluzione e fare uno studio approfondito del suo sviluppo concreto nei paesi capitalistici avanzati. Questo è il primo insegnamento che dobbiamo trarre dalla situazione internazionale. Per la nostra repubblica russa dobbiamo approfittare di questa breve tregua per adattare la nostra tattica a questa linea a zig zag della storia (...)
     «Dovremo fare dei sacrifici (...) Come distribuiremo queste privazioni? Dobbiamo ripartire gli oneri in modo da salvaguardare il potere proletario: questo è l’unico principio che ci guida (...) O la vittoria immediata su tutta la borghesia o il pagamento di un tributo. Non nascondiamo, ammettiamo anzi con tutta franchezza che le concessioni nel sistema del capitalismo di Stato significano pagare un tributo al capitalismo. Ma noi guadagniamo tempo, a guadagnare tempo significa guadagnare tutto, specie in un’epoca di equilibrio in cui i nostri compagni stranieri si preparano seriamente alla rivoluzione; e quanto più sicuramente sarà preparata, tanto più sicura sarà la vittoria».
Purtroppo la rivoluzione in Europa continuò a subire delle sconfitte, prima fra tutte quella del ‘23 in Germania. Delle lotte del proletariato russo ed europeo restava il consolidamento del potere sovietico in Russia: si trattava di una vittoria di cui bisognava fare ogni sforzo per profittare. Tuttavia fu proprio questa “mezza vittoria” – come la definisce Lenin – a produrre l’aborto stalinista: la borghesia mondiale dovette tingersi di rosso in Russia non potendo usare le armi per rovesciarvi il potere ivi conquistato dal comunismo mondiale.
 
 

2) Il piano della NEP
 

Abbiamo detto che è estraneo al marxismo quel metodo che parte dalla domanda: che cosa potevamo fare per sconfiggere lo stalinismo? Ogni risposta non potrebbe infatti fondarsi su alcun elemento obiettivo, ma solo su vuote fantasticherie. Una di queste, di origine menscevica, e che non mancava di circolare nemmeno allora, è che il potere bolscevico doveva volontariamente dimettersi: constatando la sconfitta della Rivoluzione in Europa si doveva anche riconoscere l’inopportunità del potere proletario nella sola Russia, venendo così a riconoscere la fondatezza delle tesi mensceviche, che avevano sempre sostenuto la necessità di “lasciar fare alla borghesia la sua rivoluzione”.

Il piano di Lenin, di Trotski e della maggioranza del PCR dopo la conclusione della guerra russo-polacca (ottobre 1920) prevedeva viceversa la possibilità di tenere il potere anche per altri decenni, senza nulla concedere all’avversario per quanto riguarda la prospettiva rivoluzionaria mondiale. Non mancarono le opposizioni, anche di “sinistra”, che confluirono nella oscura trama di Kronstadt, ma questa era l’unica politica giusta da seguire. Tale politica era fondata su alcuni principi semplici e fondamentali: prima di tutto sulla affermazione che la rivoluzione socialista non avrebbe potuto vincere definitivamente in un paese come la Russia, privo di grande industria e in cui la stragrande maggioranza era costituita da piccoli contadini; in secondo luogo, o questa era appoggiata in tempo dalla Rivoluzione Socialista in uno o più paesi avanzati oppure il potere poteva essere mantenuto solo attraverso un accordo tra proletariato e contadini.

Era possibile un accordo? Gli interessi di classe dei contadini e del proletariato sono radicalmente divergenti, perciò bisognava rendersi conto se un accordo era possibile e su cosa poteva essere fondato, perché non si tratta di ingannare nessuno – «non si possono ingannare le classi» – dice Lenin. Ci doveva essere una base materiale per un tale accordo, altrimenti ogni piano sarebbe stato destinato al fallimento. Tale base esisteva ed era la stessa che aveva permesso l’alleanza tra proletariato e contadini ai fini della lotta rivoluzionaria contro i proprietari fondiari e la borghesia nei decenni precedenti.

Fin dallo Ottavo Congresso dei Soviet (28-29 dicembre 1920) Lenin spiegò tale base materiale per mantenere nel tempo (ma non certo all’infinito) l’alleanza tra il proletariato russo e i contadini poveri: l’esperienza diretta, e non più solo la propaganda politica, aveva convinto la gran massa dei contadini che tutti i partiti diversi da quello bolscevico si erano uniti alle guardie bianche di Kolčak, di Denikin etc., e che una loro eventuale vittoria avrebbe riportato al potere gli zar e gli antichi proprietari fondiari; l’esperienza aveva ormai loro insegnato che non era possibile alcuna via di mezzo: o il ritorno dello zar o la ferrea dittatura del proletariato. In tal modo l’accordo poteva essere concluso dal proletariato perfino su posizioni di forza: il proletariato avrebbe sicuramente avuto l’appoggio della gran massa contadina e quindi il suo potere poteva non correre alcun pericolo. Tutto ciò però ad una condizione: quella di offrire al contadiname una contropartita, il ripristino della libertà di commercio.

È su tale base che verrà proposta la NEP al X Congresso del PCR del marzo 1921:

     «Si tratta di un lavoro di molti anni, di non meno di un decennio, probabilmente anche di più, data la situazione disastrosa in cui ci troviamo. Fino a quel momento dovremo avere a che fare, per lunghi anni, con questo piccolo produttore in quanto tale, e la parola d’ordine della libertà di commercio sarà inevitabile. Essa si diffonderà proprio perché risponde alle condizioni economiche di esistenza del piccolo produttore».
E, poiché bisogna chiamare le cose con il loro nome, è indubbio che libertà di commercio significa sviluppo del capitalismo. Nei primi anni della Rivoluzione era all’ordine del giorno esclusivamente l’attacco contro il nemico: si trattava di combatterlo sul terreno militare, non c’era tempo per preoccuparsi di questioni economiche e produttive; ogni problema di questo genere veniva rinviato al collegamento della Rivoluzione russa con la vittoria di quella europea, data per imminente. Ora era necessario ritirarsi: il rapporto con i contadini non doveva più basarsi esclusivamente sulle esigenze militari per la lotta contro il nemico, ma anche sulle esigenze economiche della piccola azienda contadina, dato che questa era l’unica base produttiva esistente. Era dunque necessario passare dai prelevamenti coattivi all’imposta in natura, che, lasciando libera disponibilità delle eccedenze ai piccoli contadini, funzionava come incentivo alla produzione.

Nei confronti dell’opposizione alla NEP da parte della sinistra non marxista (Opposizione Operaia) Lenin era ferocemente polemico, tuttavia pazientemente e ripetutamente spiegava le ragioni vitali di tale politica. L’opuscolo Sull’imposta in natura è immediatamente successivo al X Congresso (maggio 1921) a dimostrazione della urgenza e della necessità di adottare una tale politica nella maniera più compatta possibile. Se c’era un momento in cui era necessario agire in un certo modo senza tanti indugi era proprio quello: tuttavia Lenin spiega la necessità della NEP rifacendosi prima di tutto ai principi generali. Si tratta di un insegnamento fondamentale di metodo nell’affrontare tutte le questioni politiche e le questioni interne di Partito, che abbiamo così commentato:

     «Lenin premette che affronta il problema non dal punto di vista della sua attualità, ma come questione generale di principio.
     «L’organismo “partito” non avrebbe ragione storica di esistere se non fosse possibile risolvere le questioni coi dati di principio. Principio è termine temporale, e significa risolvere la questione del 1956 coi dati del 1921, avendo risolta Lenin quella del 1921 coi dati del 1848-1860, e meglio, coi dati di tutta la storia, in quegli anni ordinati a teoria di partito. E dopo ciò Lenin, sterminatore dell’opportunismo, è stato fatto passare per spregiudicato occasionista!
     «Nel marxismo, opportunismo non è termine morale ma a sua volta temporale, e significa voler risolvere la questione coi dati dell’ultimo momento – il diametrale opposto della soluzione di principio. In una società fradicia e in dissoluzione dominano gli pseudo partiti che campano sulle ultimissime della notte» (Struttura economica e sociale della Russia d’oggi).
Così sono sempre stati serviti gli adoratori del “movimento” e gli impazienti!

Lenin spiegava ancora che la NEP non significava affatto ripiegamento su posizioni di destra. Era necessario ritirarsi perché l’avanzata precedente è avvenuta su posizioni non ancora sicure, ma in tale ritirata mai sarebbe stato perso di vista il fine delle successive vittorie. Era pertanto necessario lottare contro la puerile, ma diffusa, convinzione che era stata sufficiente la conquista del potere politico per dedicarsi a “costruire il socialismo”: bisognava far digerire a tutti che in economia non si possono saltare tappe e che dunque in Russia il socialismo poteva arrivare solo in concomitanza con la vittoria in Occidente. I compiti interni, per quanto riguarda l’aspetto economico, consistevano nella lotta per la creazione delle basi del socialismo. Ottenere il capitalismo di Stato sarebbe stato già un notevole passo avanti nelle condizioni della Russia, ma nel frattempo era necessario favorire lo sviluppo della piccola produzione contadina, perché quella era l’unica base produttiva esistente in agricoltura.

Tale compito non avrebbe snaturato il carattere proletario dello Stato. Infatti, se da un punto di vista politico uno Stato borghese e uno proletario usano il loro potere in direzioni antitetiche, da un punto di vista economico la loro differenza può essere grande, piccola e perfino nulla. L’obiezione che in tal modo sarebbe dimenticato proprio il determinismo economico, secondo cui lo Stato non è che l’espressione della base economica, obiezione comune a socialdemocratici, anarchici e sedicenti continuatori di Trotski, è falsa. Essi hanno rovesciato i termini della questione: hanno fatto diventare graduale ciò che è fatto unitario, ed “epopea di un sol giorno” ciò che non può che essere graduale. In realtà il determinismo è pienamente confermato in quanto si basa sull’affermazione che fatto unitario è il potere politico, per cui agisce nella direzione degli interessi borghesi o in quella degli interessi del proletariato, mentre è fatto graduale la successiva trasformazione economica: l’idea della immediata palingenesi del socialismo – frase dello “sciopero espropriatore” – è anarchica e non marxista.

Tali spiegazioni dovevano essere sufficienti affinché il partito tutto fosse impegnato a spiegare a sua volta al proletariato russo la necessità di sopportare per un lungo periodo di tempo notevoli sacrifici; perfino la necessità di favorire preliminarmente l’elevamento del tenore di vita dei contadini, anche a scapito di quello immediato degli operai: il potere bolscevico non avrebbe resistito ancora se si fosse protratto lo stato di fame e di miseria dell’inverno 1920/21. Diceva Lenin che la questione del potere è la massima questione che deve interessare al proletariato in quanto classe: barattare il potere per i vantaggi immediati avrebbe significato barattare gli interessi di classe con quelli corporativi. Così si esprimeva:

     «Quel proletario, o rappresentante del proletariato, che volesse giungere a migliorare le condizioni degli operai senza questo mezzo (tramite l’accrescimento del tenore di vita dei contadini) sarebbe di fatto un complice delle guardie bianche e dei capitalisti. Perché non usare questo mezzo significa porre gli interessi corporativi degli operai al di sopra degli interessi di classe; significa sacrificare gli interessi di tutta la classe operaia agli interessi del vantaggio immediato, temporaneo, parziale degli operai, sacrificare la loro dittatura, l’alleanza coi contadini contro i grandi proprietari fondiari e i capitalisti, la funzione dirigente della classe operaia nella lotta per la liberazione del lavoro dal giogo del capitale” (Lenin, Sull’imposta in natura).
Avrebbero capito il proletario russo, lo Stato e soprattutto il Partito tali necessità?

Queste le decisioni più importanti prese nel 1921, subito dopo l’introduzione dell’imposta in natura al posto dei prelevamenti coattivi:
     - decreto del 17 maggio: annullamento del precedente decreto 29 novembre 1920 che aveva nazionalizzato tutte le aziende industriali. Con questo nuovo decreto la piccola industria poteva nuovamente essere organizzata sotto forma di impresa privata;
     - decreto del 30 giugno: provvedimenti necessari per il ritorno ad una normale circolazione monetaria, quali l’abolizione delle limitazioni del possesso del denaro per enti o privati e il ripristino del segreto bancario;
     - decreto del 9 agosto: affermazione del principio del rendimento commerciale come criterio di gestione delle imprese; a tale scopo i finanziamenti dovevano essere concessi non più dal tesoro, ma da una banca di Stato;
     - decreto del 21 agosto: ripristino del criterio del pareggio del bilancio dello Stato;
     - decreto del 10 settembre: ripristino della forma monetaria del salario ed eliminazione di “tutto ciò che è estraneo alla produzione ed ha carattere di sussidio sociale”; ripristino della stessa possibilità di licenziamento da parte delle imprese;
     - decreto del 27 ottobre 1921: le aziende di Stato vengono divise in due categorie: quelle che non avevano bisogno di sovvenzioni, e potevano vendere liberamente i prodotti sul mercato, e quelle che avevano bisogno di sovvenzioni statali, ed erano obbligate a consegnare i loro prodotti allo Stato o a chiedere l’autorizzazione per la libera vendita.

Con successivo decreto del 10 aprile 1923 verrà anche fissato lo status giuridico dei trust statali in questa forma:

     «I trust statali sono imprese industriali statali, cui lo Stato concede indipendenza nello svolgimento delle loro operazioni, in conformità allo statuto stabilito per ciascuno di essi; tali imprese sono gestite in base ai principi della contabilità commerciale ed operano con fini di profitto».
Si trattava di misure indispensabili per favorire la ripresa della produzione. Non si poteva evitare la rinascita del capitalismo; anzi era l’unico modo per dare impulso alla ripresa produttiva: sarebbe stato del tutto inutile lasciare ai contadini la disponibilità delle loro eccedenze se poi l’industria non produceva niente da scambiare. Il problema consisteva, non nell’impedire tutto ciò, ma nel controllare da parte dello Stato e del partito, saldi nei principi e nelle finalità da perseguire, l’inevitabile riformarsi della piccola borghesia commerciale, che Lenin aveva chiaramente individuata come il maggior pericolo per il potere del proletariato:
     «O noi sottoponiamo al controllo e inventario questo elemento piccolo-borghese (lo potremo fare se organizzeremo i poveri, cioè la maggioranza della popolazione, o i semi-proletari, intorno alla avanguardia proletaria cosciente), o esso rovescerà inevitabilmente e immancabilmente il nostro potere, come fecero per la rivoluzione francese i Bonaparte e i Cavaignac, sorti appunto su questo terreno piccolo-borghese».
Lenin dunque era perfettamente consapevole di questo potente e terribile pericolo per la dittatura proletaria: la NEP lo avrebbe sicuramente alimentato e tuttavia era l’unica politica da seguire per tentare di conservare il potere stesso. Un anno dopo, all’XI Congresso del PCR (27 marzo - 2 aprile 1922), Lenin, ormai alla vigilia della sua seconda e definitiva ricaduta nella malattia, avverte che lo Stato, e soprattutto il partito, non sono più in grado di dominare la situazione. È ancora necessario mantenere i principi della NEP, che tra l’altro avevano già dato buoni risultati, ma comincia ad individuare anche la necessità di porre degli argini al dilagare del nuovo opportunismo, che si esprimeva nella tendenza a rinnegare tutto il passato e rifare tutto “in modo nuovo”. Nel suo rapporto, pur confermando le ragioni della NEP, anzi sostenendo che ancora eravamo ben lontani dall’averne appreso tutte le necessità, indica con molta decisione la parola d’ordine di por fine alla ritirata:
     «Passo ora al problema: come arrestare la ritirata? Per un anno ci siamo ritirati. Ora ci si può porre un altro obiettivo: raggruppare le forze in un altro modo. Siamo giunti ad una nuova tappa; la ritirata in complesso l’abbiamo compiuta relativamente in buon ordine (...) Per noi era chiaro che, appunto perché avevamo avanzato con tanto successo per molti anni e avevamo riportato tante vittorie eccezionali (e tutto ciò in un paese inverosimilmente rovinato e privo delle premesse materiali), per consolidare l’offensiva ci era assolutamente necessario ripiegare. E qui sta l’immenso pericolo: è terribilmente difficile ritirarsi dopo una grande offensiva; i rapporti sono completamente diversi; durante l’offensiva, anche se non mantieni la disciplina, tutti corrono, e volano avanti da soli; durante la ritirata la disciplina deve essere più cosciente, ed è cento volte più necessaria, giacché quando un esercito intero si ritira non vede dove fermarsi, vede solo la ritirata, e bastano a volte alcune voci allarmistiche perché tutti se la diano a gambe. Qui il pericolo è immenso! (...)
     «Quando dico che abbiamo finito di ritirarci, non intendo affatto dire che abbiamo imparato a commerciare. Al contrario la mia opinione è tutt’altra. Qui si tratta di por fine al nervosismo e alla irrequietezza creatasi a causa della NEP, alla tendenza a rifare tutto in modo nuovo. Tutti si agitano, ne deriva una baraonda, cose pratiche nessuno ne fa, ma tutti discutono come adattarsi alla NEP e non si ottiene nessun risultato (...) La ritirata è terminata. I principali metodi di azione per lavorare con i capitalisti sono stati indicati. Abbiamo degli esempi, sebbene in quantità insignificante. La ritirata è finita: questa è la direttiva che deve emanare dal congresso» (Rapporto all’ XI Congresso del PCR).
3) Libertà di commercio e pianificazione
 

Nelle preoccupazioni di Lenin era contenuta, già nel marzo 1922, la individuazione della estrema difficoltà di mantenere sotto controllo la situazione per incanalarla verso lo scopo fondamentale del sostegno al potere del proletariato. La base produttiva su cui si reggeva tutta l’economia russa, e quindi la stessa sopravvivenza della popolazione, era tale per cui non si poteva eludere la necessità di favorire il libero commercio, unico incentivo possibile all’aumento della produzione, ed in primo luogo della produzione agricola. Contemporaneamente era altrettanto necessario il controllo della piccola borghesia per non esserne sommersi.

Tale duplice esigenza, in effetti contraddittoria, è anche all’origine della sempre più marcata divisione all’interno del PCR tra fautori del libero commercio e fautori della pianificazione. Tale divaricazione ha quindi una origine materiale e perfino Lenin e Trotski, a seconda delle esigenze, sembrano dare più importanza ad un aspetto ovvero all’altro. Ad esempio Lenin dice alla X conferenza del PCR (26-28 maggio 1921) che senza incentivi alla piccola azienda contadina non si può nemmeno cominciare a parlare di ricostruire la grande industria, sottolineando quindi la necessità di favorire il libero commercio:

     «Quando diciamo: non bisogna fondare i nostri rapporti con i contadini sui prelevamenti ma sull’imposta, qual’è l’elemento economico determinante di questa politica? È che con i prelevamenti le piccole aziende contadine non hanno una normale base economica e sono condannate a restare un peso morto per lunghi anni; la piccola azienda non può esistere e svilupparsi perché il piccolo coltivatore non ha più interesse a consolidare e a sviluppare la sua attività e ad aumentare la quantità dei prodotti, e noi ci troviamo quindi privi di una base economica. Non abbiamo altra base e altre risorse, e se lo Stato non concentra nelle sue mani grandi riserve di viveri non si può neppure parlare di ricostruire la grande industria».
Tuttavia abbiamo già visto come nello stesso periodo, nell’opuscolo Sull’imposta in natura, insista sulla necessità del controllo della piccola borghesia.

Trotski, in Nuovo Corso (dicembre 1923) mise in evidenza la necessità di rafforzare l’industria di Stato e quindi la pianificazione in maniera molto decisa:

     «Per il fatto che questo mercato [dell’economia contadina] si sviluppi spontaneamente, naturalmente, non ne deriva che l’industria di Stato debba adattarsi altrettanto spontaneamente. Al contrario, i nostri successi nella organizzazione economica dipenderanno in gran parte dalla misura in cui, con una conoscenza esatta delle condizioni del mercato e con delle previsioni economiche corrette, arriveremo ad armonizzare l’industria di Stato e l’agricoltura secondo un piano determinato. Ma questo adattamento ha come scopo principale quello di rafforzare e sviluppare l’industria di Stato, pietra angolare della dittatura del proletariato e base del socialismo (...) Il Gosplan deve dirigere tutti i fattori fondamentali della economia di Stato, armonizzarli tra di loro e con l’economia contadina. La sua preoccupazione fondamentale deve essere di sviluppare l’industria di Stato socialista».
Senza attribuire poteri adeguati al Gosplan non vi sarebbe stato nessun controllo e quindi nessuna pianificazione; tuttavia lo stesso Trotski, nella sua mirabile esposizione della NEP al IV Congresso dell’Internazionale Comunista, aveva, come Lenin, sostenuto la necessità di dare incentivi al libero commercio.

Si trattava dunque di due esigenze che, pur contraddittorie, dovevano essere assolte contemporaneamente, e ciò era possibile solo se il PCR restava saldo e compatto. Viceversa, proprio in questo periodo avranno origine, nel PCR, due tendenze politiche che andranno sempre più divaricandosi: quella dei “superfavorevoli” al libero commercio e al mercato, e quella dei “superpianificatori”. Si trattava di due esagerazioni delle due necessità di cui sopra, ma ambedue queste correnti, se pur non comprendevano la necessità vitale di una posizione unitaria, erano ancora espressioni, se pure esagerate, della politica del Partito.

Con ciò però venne meno la compattezza del partito, senza la quale la possibilità stessa di realizzare con successo il piano della NEP sarebbe stata gravemente compromessa. In questa divisione si incuneò lo stalinismo, che era l’unico a non avere una linea e un programma, che si appoggiava ora all’una ora all’altra delle due correnti con l’unico scopo di prevalere nel partito. In tal modo il partito non era più l’organo consapevole e capace di tenere sotto il suo controllo tutta la situazione, ma si trasformò in cassa di risonanza della stessa evoluzione della situazione, in puro apparato burocratico di esercizio del potere, oscillante a destra e a sinistra a seconda delle esigenze.

In tali oscillazioni lo stalinismo aveva la spudoratezza di richiamarsi sempre a Lenin e, in maniera del tutto formale, era anche sicuro di poterlo fare: infatti Lenin aveva difeso entrambe le esigenze, quella del libero commercio e quella della pianificazione. Era facile, per chi sapeva detenere e usare il potere con l’ipocrisia e tutta l’abiezione che le circostanze richiedevano, isolare dalle affermazioni di Lenin in materia prima quelle a favore del libero mercato, da usare contro la sinistra pianificatrice, poi quelle a sostegno della pianificazione contro la destra. Più difficile sarà negare al giudizio della storia a alla riscossa proletaria l’evidenza dei fatti.

Il primo piano economico era stato quello elaborato da tecnici e specialisti addirittura nel febbraio 1920, in riferimento al piano di elettrificazione di tutta la Russia. La risoluzione dell’VIII Congresso dei Soviet (dicembre 1920, quasi un anno dopo) disse: «si apprezza questo piano in quanto primo passo di una grande opera economica», e incaricò il C.E.C. di tutta la Russia di «ratificarlo».

Il 22 febbraio 1921 Lenin scrisse un articolo ferocemente polemico Il piano economico unico, in cui criticò la risoluzione del Congresso dei Soviet in quanto «caratterizza con tanta evidenza i mali, burocratici ed intellettualistici, di cui soffre il nostro apparato». Quella risoluzione dimostrava – secondo Lenin – l’incomprensione mostruosa che si trattava di lavorare e non di esprimere presunzione, di mettere avanti la modestia dell’apprendimento rispetto alla volontà di comando.

Prima ancora di proporre la NEP all’XI Congresso (marzo 1921) Lenin manifesta la sua esplicita opinione a favore della pianificazione. Non poteva esserci dubbio che una completa pianificazione era impossibile nella realtà dell’economia parcellare russa, in quanto essa presuppone la grande industria e preferibilmente un realizzato capitalismo di Stato, ma ciò non toglieva che bisognava fare ogni sforzo per agire in questa direzione e permettere almeno quella pianificazione necessaria al controllo da parte dello Stato proletario della piccola borghesia risorgente, senza il quale lo stesso potere proletario sarebbe stato in pericolo.

Il risorgere del libero commercio derivava d’altronde dalla situazione di dilagante miseria. Alcuni dati chiariscono meglio la terribile situazione, non solo di miseria, ma perfino di fame, in cui si trovava la Russia nell’inverno del 1920/21: il valore globale della produzione industriale aveva toccato il minimo nel 1920 quando era scesa al 16% di quella del 1912; l’introduzione della NEP fece sentire subito dei benefici effetti in quanto avremo relativamente al valore della produzione leggera il 35% nel 1921 e il 54% nel 1922, mentre il valore di quella pesante restò in modo preoccupante basso: 17% nel 1921 e 20% nel 1922. Mentre le industrie del cuoio e dei vestiari raggiungevano già nel 1922 i livelli del 1912, la situazione era disastrosa per l’industria metallurgica: nel 1920 si produceva appena il 6%, sempre rispetto al 1912, nel 1921 si salì al 9% e nel 1922 si calò nuovamente al 7%.

Per tutto il 1921 e il 1922 la situazione dello scambio industria-agricoltura era nettamente a favore della seconda: i contadini, che non avevano più l’obbligo di consegnare le eccedenze, vendevano a caro prezzo i loro prodotti sul mercato. Il prezzo di 12 prodotti agricoli rispetto ad altrettanti industriali di medesima importanza era così cambiato: posto entrambi i prezzi a 100 per il 1913, il valore dei prodotti agricoli era passato all’1 gennaio 1921 e all’1 maggio 1922 agli indici 104 e a 113, mentre quello dei prodotti industriali a 92 e a 65.

Se nell’immediato una tale situazione significava aver superato lo spettro di un secondo anno di carestia, che avrebbe visto i contadini rivoltarsi certamente contro il potere sovietico, alla lunga la situazione dell’industria pesante pregiudicava lo sviluppo ulteriore di tutte le attività produttive, quelle agricole comprese. È per questo che nel suo breve discorso al IV Congresso dell’Internazionale Comunista (novembre 1922) Lenin lanciò un ultimo appello non solo al PCR, ma alla massima autorità del comunismo mondiale, confermando nel modo più efficace che le questioni russe dovevano essere poste e risolte nell’Internazionale.

     «Ci è necessaria l’industria pesante. L’industria pesante ha bisogno di sussidi statali. Se non troveremo questi sussidi saremo perduti, non dico come Stato socialista, ma come paese civile».
Quanto ciò fosse vero lo dimostreranno i massacri stalinisti degli anni ‘30 che furono gli unici sussidi alla industrializzazione che la Russia da sola poteva offrire.

Dall’inverno 1922-23 la situazione dei prezzi relativi cominciò a modificarsi e poi si ribaltò a favore dei prezzi industriali, sia per l’aumentata domanda di quest’ultimi da parte dei contadini, sia per l’insufficienza dell’offerta e causa della persistente crisi dell’industria pesante. È la “crisi delle forbici” analizzata da Trotski al XII Congresso del PCR, per la soluzione della quale propose una rigida pianificazione delle risorse.

Ma ormai la crescente simbiosi Stato – apparato industriale – Partito non era più finalizzata alla ricerca delle migliori soluzioni possibili delle questioni in chiave rivoluzionaria. La chiave non era più la stessa e Trotski aveva ormai di fronte un altro partito: basti pensare che nel 1922 il 65% degli addetti all’industria erano operai e il 35% non operai di cui solo 1 su 7 era iscritto al Partito; nel 1923 – solo un anno dopo – si aveva esattamente l’opposto: il 35% erano operai e il 65% non operai di cui la metà era iscritta al Partito. Il PCR funzionava dunque già come collettore di piccola borghesia in funzione di sotto-governo e su tale china di degenerazione non si fermerà più.
 
 

4) Il processo di degenerazione del PCR
 

Il processo degenerativo del PCR avvenne parallelamente e contemporaneamente a quello dell’Internazionale Comunista. Una serie di sbandamenti, deviazioni, errori, produsse, accumulandosi, un cambiamento qualitativo del poderoso partito che aveva guidato magistralmente la vittoria di Ottobre.

Ne costituisce una prima dimostrazione il modo con cui venne risolta la crisi di partito del 1923/24, quella che vide il primo affiorare della opposizione di Trotski alla maggioranza centrista, la cosiddetta “troika” di Kamenev, Zinoviev, Stalin. Per la prima volta si usarono, nel reprimere le opposizioni, solo metodi amministrativi, senza alcun riferimento ai principi e alla dottrina e per la prima volta le questioni interne al Comitato Centrale del PCR vennero affrontate in un clima di assurda segretezza, non solo di fronte al Partito russo, ma perfino nei confronti dell’Internazionale.

Tutte le crisi precedenti, successive all’Ottobre, quella relativa alla pace di Brest, quella relativa ai sindacati e quella relativa alla NEP, erano state apertamente discusse nel Partito russo e nell’Internazionale e non avevano dato luogo, salvo rare eccezioni, a soluzioni di natura amministrativa. Tuttavia lo stalinismo nascente giustificò nel 1923/24 i nuovi metodi repressivi all’interno del PCR proprio con le decisioni del X Congresso del marzo 1921, con il quale, su precise direttive di Lenin, si proibirono le frazioni nel partito. È chiaro viceversa che già nel 1923/24 si possono individuare gli inequivocabili segni della degenerazione stalinista, che nell’ossequio formale delle posizioni e delle direttive di Lenin ne consumò il peggior tradimento sostanziale.

Il X Congresso del PCR, convocato per il marzo 1921, avveniva in un periodo estremamente delicato per il potere sovietico: poche settimane prima si era verificato l’episodio di Kronstadt e la terribile situazione di miseria era sicuramente favorevole per sobillare ogni genere di proteste. Lenin, nella sua relazione al Congresso, mise l’accento sul pericolo rappresentato dall’opposizione dei contadini alla dittatura proletaria, un pericolo molto peggiore di quello rappresentato dalle ormai sconfitte armate bianche. Era vitale fronteggiarlo con il partito compatto, altrimenti l’ostilità dei contadini alla dittatura proletaria si sarebbe fatta strada anche all’interno del Partito, e ciò sarebbe stato esiziale per il potere proletario.

Il pericolo della infiltrazione nel partito della tendenza ostile alla dittatura proletaria era infatti reale, in quanto ormai il PCR contava quasi 500.000 membri; era diventato un partito di massa, e, «essendo un partito di massa  – diceva Lenin – rispecchia in parte ciò che avviene al di fuori delle sue file». Tale infiltrazione poteva avvenire attraverso le forme più svariate, anche di natura anarco-sindacalista, come l’episodio di Kronstadt dimostrava.

Solo l’introduzione del lavoro associato anche in agricoltura avrebbe eliminato un tale pericolo, ma poiché ciò presupponeva l’ancora lontana ricostruzione della grande industria, bisognava da un lato capire la necessità della NEP e, dall’altro, la necessità della più completa compattezza del Partito. Lenin tuttavia non dimenticò di rifarsi ai principi nel criticare le tesi dell’Opposizione Operaia e citò un opuscolo della Kollontaj, dal quale risultavano evidenti le tendenze anarco-sindacaliste. L’opposizione alla NEP veniva infatti espressa con frasi come queste:

     «L’organizzazione della gestione dell’economia nazionale spetta al congresso dei produttori di tutta la Russia riuniti in associazioni sindacali e di produzione che eleggono un organo centrale che dirige tutta l’economia nazionale».
Lenin rispose giustamente:
     «Dopo due anni e mezzo di potere sovietico, abbiamo dichiarato al mondo intero, nell’Internazionale Comunista, che si può esercitare la dittatura del proletariato soltanto attraverso il Partito Comunista (...) Che significa “congresso dei produttori di tutta la Russia”? Perderemo ancora tempo con tali discussioni? Mi sembra che sia ora di finirla! (...) Io penso che il congresso del partito dovrà giungere a questa conclusione, dovrà concludere che adesso l’opposizione è finita, che delle opposizioni non ne vogliamo più sapere! (...) [E’ ridicolo che i sostenitori dell’Opposizione Operaia facciano riferimento ad Engels]. Engels parla della società socialista, ove non ci sono più classi, ma soltanto produttori. Ma da noi ci sono le classi? Ci sono. C’è da noi la lotta di classe? La più accanita. E venire a parlare, nel momento della lotta di classe più accanita, di “congresso di produttori” di tutta la Russia non è una deviazione sindacalista?» (Lenin, rapporto al X Congresso del PCR).
Kronstadt dimostrava abbondantemente che, sconfitti militarmente, i nemici del comunismo tentavano di sfruttare per i loro scopi le divergenze in seno al PCR. Non rendersene conto sarebbe stato delittuoso. Perciò vennero sciolti tutti i gruppi che si erano formati intorno a piattaforme respinte dal Congresso e venne dato al Comitato Centrale il potere di far rispettare la disciplina e perfino il diritto di espulsione di coloro che avessero tentato la ricostituzione di tali gruppi, se il decreto di espulsione avesse riportato la maggioranza di 2/3. Si trattava evidentemente di misure eccezionali conseguenti ad una situazione eccezionale. Tuttavia il X Congresso votò anche una risoluzione sull’unità del partito in cui, accanto alle necessità di cui sopra, non solo non si dimenticò di ribadire il “diritto di critica” delle decisioni degli organi dirigenti del Partito da parte di tutti i suoi membri, ma si evidenziò anche la necessità del lavoro comune e compatto di tutto il Partito, che sono posizioni tipiche della Sinistra in merito al metodo di lavoro del Partito. Questi i passi significativi di tale risoluzione:
     «La critica, assolutamente necessaria, dei difetti del Partito deve essere fatta in modo che ogni proposta pratica sia subito inviata, senza ritardo, nella forma più chiara possibile, agli organi dirigenti locali e centrali del Partito perché la discutano e decidano (...) Ogni analisi della linea generale del Partito etc. non deve in nessun caso essere discussa preventivamente da gruppi costituiti attorno ad una piattaforma etc., ma debbono essere esclusivamente sottoposti alla discussione immediata di tutti i membri del Partito».
Infine, nonostante il rifiuto delle sue tesi da parte della stragrande maggioranza del Congresso, venne data ampia facoltà all’Opposizione Operaia di rivolgersi all’autorità suprema dell’Internazionale Comunista. Si trattò di un episodio molto importante, in quanto l’abbandono di questo metodo, che si avrà di lì a qualche anno, segnò proprio l’avvio della completa degenerazione. Si arriverà a sostenere che la discussione sulla ammissibilità della “costruzione del socialismo nella sola Russia” non doveva nemmeno interessare l’Internazionale e, quel che è peggio, la stessa Sinistra Russa dovrà subire un tale diktat. Se era ammissibile il ricorso alla Internazionale da parte di un gruppo che era restato decisamente minoritario, e perfino su questioni in definitiva interne alla Russia, figuriamoci se non doveva essere affrontata e risolta nell’Internazionale la questione della “costruzione del socialismo nella sola Russia” che implicava tutto l’indirizzo mondiale della politica comunista!

All’Esecutivo allargato dell’I.C. del febbraio 1922 giunse una lettera da parte dei rappresentanti dell’Opposizione Operaia (Kollontaj e Šljapnikov) nella quale si rivolgevano all’autorità della Internazionale «nel sincero augurio di farla finita con tutti gli ostacoli frapposti all’unità all’interno del nostro Partito Comunista in Russia»; si faceva presente che la stessa unità del PCR era in pericolo. Una copia della lettera fu inviata al Comitato Centrale del PCR e fu Lenin stesso a rivolgersi all’Esecutivo dell’Internazionale in questi termini:

     «L’ufficio politico del Comitato Centrale del PCR ha ricevuto copia della lettera rivolta all’Esecutivo Allargato dell’I.C. da parte di 22 membri del partito.
     «Il Comitato Centrale è del parere che i membri del partito hanno il diritto di lagnarsi di esso rivolgendosi all’organo superiore della nostra organizzazione, all’ Internazionale Comunista. È pronto a sottoporre alla Conferenza o a una commissione da essa designata tutti i documenti riguardanti la realtà dei fatti indicati nella lettera dei 22. Il Comitato Centrale si limita, fino alle decisioni dell’Esecutivo Allargato, a dargli comunicazione del testo integrale della risoluzione adottata l’8 marzo 1921 dal X Congresso del PCR sull’unità del partito e sulle tendenze sindacaliste libertarie. I 22 firmatari della lettera citata (uno dei quali, G. Mjasnikov, è stato espulso dal Partito per sistematica infrazione alla disciplina) appartengono al gruppo di cui il X Congresso ha biasimato all’unanimità le tendenze sindacaliste libertarie» (In Correspondance Internationale, 4/1922).
I rappresentanti del ricorso, poi respinto con le stesse motivazioni addotte dal X Congresso del PCR, ebbero ampia facoltà di illustrare le loro opinioni e perfino di intervenire al plenum dell’Esecutivo stesso: ancora dunque la piramide non era rovesciata, al vertice stava ancora l’Internazionale.

L’opposizione alle decisioni economiche della maggioranza del PCR da parte di gruppi di operai anche organizzati nello stesso PCR si accentuò negli anni successivi; soprattutto nel 1923, quando quasi tutte le industrie, a corto di fondi a causa delle restrizioni monetarie necessarie per fronteggiare la “crisi delle forbici”, avevano perfino difficoltà a pagare i salari. Si trattava di gruppi di opposizione che, in gran parte, riprendevano le posizioni dell’Opposizione Operaia e che furono combattuti al XII Congresso del PCR (aprile 1923) da tutti i dirigenti del partito, Trotski compreso.

In verità la politica della maggioranza del PCR in questo periodo era abbastanza sbilanciata verso una delle due necessità: quella di favorire il libero commercio come incentivo allo sviluppo della produzione agricola. Più di una volta Trotski, che dirigeva il Gosplan, l’organismo addetto ai problemi della pianificazione, aveva lamentato l’insufficienza dei poteri attribuiti a tale organismo e reclamava una maggiore attenzione, anche per la seconda necessità, quella appunto del controllo e della pianificazione. La polemica sulla possibilità di una completa pianificazione si svilupperà negli anni successivi, ma è qui che si pongono le basi.

Trotski, del tutto a titolo personale, scrisse una lettera l’8 ottobre 1923, in piena crisi delle forbici, in cui mise in evidenza le insufficienze della politica seguita lamentando che il Gosplan fosse sempre più relegato in secondo piano. Nella stessa lettera per la prima volta fece presente certe “anomalie burocratiche” nel funzionamento interno del Partito. Una settimana più tardi – il 15 ottobre – arrivò allo stesso Comitato Centrale, un documento di 46 suoi membri, noto come la “Piattaforma dei 46”, tra i quali figuravano molti degli aderenti alla vecchia Opposizione Operaia, documento nel quale erano contenute molte critiche dello stesso tipo di quelle rilevate da Trotski.

Come si vede, la risoluzione sull’unità del Partito dell’XI Congresso era rispettata nella sostanza: si criticavano certe decisioni della maggioranza del Comitato Centrale e si invitava tutto il Partito a discuterne, anche se si poteva obiettare ai 46 di non aver rispettato la regola di non costituire preventivamente nessun gruppo, che in qualche modo con la Piattaforma si era precostituito rispetto alla discussione. Si trattava evidentemente di una obiezione formale, in quanto potevano essere inviate 46 lettere invece di una sola.

La cosa non poteva essere imputata a Trotski. Eppure tanto bastò che si cominciò a gridare al “complotto trotskista” per impossessarsi del Partito. Il 25 ottobre, in assenza di Trotski che era ammalato, si riunì il Comitato Centrale: furono invitati 12 dei 46 firmatari della Piattaforma a comparite dinanzi al Comitato Centrale e alla Commissione Centrale di Controllo. Questi tutt’altro chiedevano che di comparire di fronte ad un tribunale di partito (si tratta già dell’anticipazione di ciò che saranno poi i truculenti tribunali staliniani): volevano che tutto il Partito fosse portato a conoscenza delle questioni da discutere e non essere costretti a discolparsi di colpe mai commesse. Tuttavia stranamente – non esiste nessun verbale pubblicato di tale riunione – la riunione si concluse con una mozione quasi unanime (102 voti a favore, 2 contro e 10 astensioni) in cui veniva sorprendentemente accusato Trotski come maggiore responsabile della crisi del Partito.

Successivamente Preobraženskij, massimo rappresentante dei 46, ebbe l’autorizzazione a pubblicare sulla Pravda un articolo polemico contro la maggioranza del Comitato Centrale e questa fu l’occasione per far emergere dalla base del Partito molte critiche analoghe, espresse nelle riunioni di Mosca preparatorie della XIII Conferenza del Partito, tanto che molto spesso venivano approvate mozioni dell’opposizione.

Ciò fece sì che la “troika” non si sentisse sicura del suo controllo del Partito. Pensò bene ricorrere ai ripari. Con manovre degne delle peggiori centrali diplomatiche degli Stati capitalisti riuscì ad ottenere da Trotski, approfittando della sua malattia, una condanna dell’Opposizione in nome della compattezza e dell’unità, facendo ignobilmente riferimento alle decisioni dell’XI Congresso. Poi, sempre approfittando della sua forzata assenza, Trotski stesso venne pubblicamente accusato di essere l’ispiratore di ogni opposizione per ambizione personale.

Verso la metà del gennaio 1924 Trotski dovette lasciare Mosca sempre a causa della sua malattia e, prima di partire, pubblicò una serie di articoli sotto il titolo di Corso Nuovo con i quali rispondeva alle false accuse ed indicava le necessità per tutto il Partito. Tale pubblicazione fu presa a pretesto ed indicata come prova della lotta di Trotski contro il Partito. L’orgia delle accuse a Trotski e al “trotskismo” era ormai iniziata e non cesserà più: l’apparato del Partito fu mobilitato per esonerare dagli incarichi tutti coloro che avevano manifestato anche semplici simpatie per Trotski.

La maggioranza del Comitato Centrale aveva dunque ben lavorato sul piano amministrativo e sul piano politico riuscendo ad accusare Trotski quale organizzatore di chissà quali trame contro il Partito e, nello stesso tempo, a metterlo contro la stessa Opposizione. In un crescendo di accuse personalistiche e di misure amministrative il Partito era nella più totale confusione. Tale confusione è ben espressa dall’intervento di un ferroviere simpatizzante per l’Opposizione in una riunione a Mosca (Pravda, 18 dicembre 1923) in cui, rivolto alla stessa opposizione, disse: «gli operai mi chiederanno quali sono le vostre fondamentali divergenze; ad essere sincero non so come rispondere». Ad una riunione dell’11 gennaio 1924 perfino Kamenev ebbe il coraggio di accusare Trotski di “menscevismo” e di opportunismo e tale riunione si concluse con 325 voti a Kamenev contro 61 ad una mozione dell’opposizione.

Il 16 gennaio 1924 si aprì la XIII Conferenza che, sapientemente orchestrata, si concluse con la totale sconfitta dell’Opposizione che nelle riunioni preliminari di dicembre a Mosca aveva avuto il favore del 36% degli iscritti. È vero che nella nomina dei delegati alla Conferenza la maggioranza era ricorsa anche a metodi truffaldini, per cui risultavano eletti solo il 18% dei delegati, ma ciò non giustifica il fatto clamoroso che la mozione finale di Stalin e soci sia stata approvata all’unanimità, escluso solo 3 voti andati ad una mozione di Preobraženskij. Nella mozione approvata Trotski, ancora assente, veniva accusato come l’unico responsabile della crisi del Partito ed indicato addirittura come il capo dell’opposizione dei 46.

Stalin aveva pronunciato il discorso sulla situazione interna del Partito con molta moderazione e pacatezza, ironizzando perfino sulla suscettibilità dei rappresentanti della Opposizione ogni volta che veniva accusato Trotski, di sottovalutare i contadini e di indisciplina. Alle pacatezze di Stalin facevano riscontro le trivialità e le oscenità contro Trotski pronunciate naturalmente da scagnozzi sapientemente imbeccati: tanto fu necessario per distruggere il prestigio di Trotski nel partito e nel proletariato russo e mondiale, secondo solo a quello di Lenin.

La conferenza si chiuse il 18 gennaio 1924. Tre giorni dopo Lenin moriva e certo non lasciava lo stesso partito che gloriosamente aveva guidato il proletariato alla vittoria di Ottobre e altrettanto gloriosamente aveva saputo resistere per altri tre anni agli attacchi di ogni genere di nemici.

La sua morte fu presa a pretesto per un’ignobile operazione che avrebbe definitivamente sanzionato la degenerazione del PCR. Fu lanciata la cosiddetta “leva leninista” per allargare le file del Partito, si disse, con “operai genuini”; in realtà, nonostante la “genuinità”, sarà proprio così che verrà decretata nel Partito e nella Russia la fine di ogni vita rivoluzionaria. Il partito bolscevico era composto di 50.000 membri nell’aprile del 1917; poco prima dell’ottobre diventeranno più di 200.000 ed erano saliti a ben 650.000 prima della epurazione della fine del 1921 voluta da Lenin insieme ad un criterio molto rigoroso per le nuove iscrizioni: dopo l’epurazione i membri del PCR scesero subito a meno di 500.000 e all’inizio del 1924 erano diventati 350.000. All’XI Congresso del marzo 1922 Lenin disse che se i membri del partito erano dai 300.000 ai 400.000, tale numero era sempre eccessivo perché dimostrava la insufficiente preparazione della grande maggioranza. Con la “leva leninista” si fissarono criteri di ammissione indefiniti, tradendo così nella sostanza le consegne di Lenin perfino in suo nome, come da ora in poi sempre si farà: in pratica furono i responsabili locali dell’apparato di partito a decidere con discrezione totale l’ammissibilità dei nuovi membri; l’operato dei “responsabili” era totalmente controllato dalla segreteria generale, e cioè da Stalin. Il XIII Congresso che si riunì nel maggio del 1924 accertò che con la “leva leninista” erano entrati nel PCR 240.000 nuovi membri portandone il numero globale a 600.000 circa.

Sembra incredibile ma già a questo Congresso Lenin sarà censurato. Infatti fu solo per le insistenze della Krupskaja che il cosiddetto “testamento” fu letto al Comitato Centrale del Partito, che, con 30 voti contro 10, decise di tenerlo segreto ai delegati al Congresso: ancora una volta Kamenev, Zinoviev difesero energicamente l’operato di Stalin. Al Congresso Stalin, Kamenev, Zinoviev non nominarono mai l’opposizione ed esaltarono ripetutamente l’unità del Partito “come voleva Lenin”.

Trotski, su posizioni di estremo isolamento e debolezza, non poté non difendersi, anche se brevemente, dalle accuse mosse contro di lui alla XIII Conferenza e dovette dunque riaprire il capitolo delle divergenze in seno al Comitato Centrale specialmente per quanto riguardava le questioni economiche e il pericolo burocratico. Stalin prese nuovamente la parola attaccando aspramente Trotski come “attentatore all’unità del Partito” e Kamenev e Zinoviev rincararono la dose. Stalin fu il vero dominatore del Congresso, che ormai era un congresso di un Partito i cui nuovi orientamenti erano eloquentemente dimostrati, più che dalle anodine risoluzioni, dal fatto che dei 52 eletti al nuovo Comitato Centrale Trotski risultò il 51°. Stalin aveva stravinto e di qui in avanti potrà fare a meno anche del sostegno di Kamenev e Zinoviev.

Il partito ha giudicato l’opposizione del PCR al nascente stalinismo negli anni 1923/24 come «non continua né esauriente», anche se animata da molte «generosità».

     «In effetti la linea delle opposizioni russe non era continua. Al tempo di Lenin, di Kollontaj, della pace di Brest-Litovsk, della resistenza alla NEP respinta come debolezza verso i contadini, della rivolta oscura di Kronstadt, coi motivi di opposizione ai primi atti di governo del partito bolscevico, si uniscono tra generose ingenuità, errori gravi, anarcoidi, sindacalisti e laburisti, avversione ai cardinali principi: dittatura, centralismo, rapporto classe-partito. Nella prima opposizione di Trotski del 1923/1924, in cui Zinoviev e Kamenev condussero con Stalin la lotta che lo scalzò dai comandi militari, la posizione non era esauriente. Non fu denunziato il pericolo di destra nel Partito e non ancora individuata, come magnificamente al 1926, l’insidia radicale della teoria edificatrice del socialismo russo, terga volte alla rivoluzione internazionale. Si denunziarono le sopraffazioni staliniste con la giusta reazione alla imposizione di Stato contro i membri dissenzienti con il Partito, mentre nella dittatura rivoluzionaria il Partito è sovrano rispetto allo Stato. Ciò si presta ad equivocare con rivendicazioni banali di “democrazia”. Ma si enunciò anche, allora, una teoria sbagliata e pericolosa. Il potere in Russia era ormai tolto alla borghesia e pienamente proletario, ma cadeva nelle mani di una nuova e terza classe, la burocrazia statale e anche di partito» (La Russia nella grande rivoluzione, Il Programma Comunista, 1956).
È bene precisare che viene messo in evidenza l’errore della valutazione della burocrazia terza classe, non tanto per sostenere che, senza quell’errore, lo sviluppo degli avvenimenti russi sarebbe stato diverso, quanto per sottolineare uno, e non il solo, dei motivi che impedirono allora e, a maggior ragione dopo, la confluenza organizzata nell’opposizione allo stalinismo della Sinistra italiana con quella russa e nemmeno con quella di Trotski. In verità già in Corso Nuovo è possibile scorgere, oltre alla giusta rivendicazione del giusto metodo di lavoro interno del Partito, anche alcune valutazioni del “pericolo burocratico” che la Sinistra Italiana già allora considerava come viziate di equivoco “democraticistico”.

Diceva infatti Trotski, del tutto in sintonia con la Sinistra:

     «Per evitare questo è necessario che gli organi dirigenti del partito tendano le orecchie per ascoltare la voce delle masse, smettano di considerare ogni critica come una manifestazione di frazionismo e non spingano i comunisti coscienziosi e disciplinati a mantenere sempre il silenzio o a costituirsi in frazioni (...) Da quando in qua spiegazione vuol dire giustificazione? (...) Non c’è dubbio che nella situazione attuale, le frazioni sono un flagello (...) Ma, l’esperienza ce lo dimostra, non basta affatto dichiarare che i gruppi e le frazioni sono un male per impedire l’apparizione. Si potrà prevenire la loro nascita solo con una politica giusta».
Si tratta di tesi ampiamente sostenute, allora e sempre, dalla Sinistra Comunista. Ma riguardo alle cause del fenomeno sosteneva:
     «Il partito è un’organizzazione essenzialmente democratica, cioè una collettività il cui orientamento dipende dal pensiero e dalla volontà di tutti i suoi membri (...) Il risultato di questo stato di cose (nel PCR nel 1923) è stato che, nel ruolo di dirigente del partito e assorbita dalle questioni amministrative, la vecchia generazione si è abituata e si abitua a pensare e a decidere invece del partito (...) Mantenere l’unità del partito è la preoccupazione principale per la grande maggioranza dei comunisti. Ma bisogna dire apertamente: se c’è oggi un serio pericolo per l’unità, o quanto meno per l’unanimità, del partito, questo pericolo è oggi il burocratismo sfrenato».
Tali valutazioni astraevano, allora, dal pericolo rappresentato dalla politica di destra e già chiaramente orientata alla “costruzione del socialismo nella sola Russia”, ed indicavano nel burocratismo il solo pericolo da combattere, prestandosi così anche alla ignobile campagna stalinista che Trotski lottava nel partito “per ambizioni personali”. Tali valutazioni saranno poi anche l’ossatura della interpretazione della Russia come “Stato operaio degenerato”, ma pur sempre operaio, nettamente diversa dalla nostra che considera la struttura economica e sociale della Russia come totalmente capitalistica e lo stalinismo come un movimento nettamente controrivoluzionario ed anticomunista e non degenere-burocratico.

Lo stesso atteggiamento pratico di Trotski in questo periodo è difficilmente decifrabile dall’esterno: molto spesso è costretto a silenzi, il cui significato è di non facile interpretazione, ed altre volte è altrettanto costretto a fare l’autodifesa, il che viene sapientemente sfruttato dai suoi avversari come dimostrazione della sua “ambizione”. La verità è che Trotski è terribilmente isolato, schiacciato tra l’incudine della necessità di difendere quanto restava dei risultati della Rivoluzione d’Ottobre e il martello del doversi opporre ai primi germi di degenerazione che solo – o quasi – in Russia, Lenin morente, sapeva scorgere. Nella sua autobiografia Trotski rievoca con drammaticità questo episodio, rilevando come non potesse disporsi a dare piena battaglia nemmeno dietro insistenze continue di Lenin, che si era perfettamente reso conto della gravità della situazione interna al PCR. Scrive:

     «Avrebbe compreso il partito che si trattava di una lotta di Lenin e di Trotski per salvare il Partito dalla degenerazione, e non di una lotta di Trotski per prendere il posto di Lenin?».
Questa era la tragica realtà, dal che il Partito ha tratto le sue tesi-pilastro che mai più nella sua organizzazione avranno un qualunque peso i nomi di persona, siano essi capaci od incapaci, furbi od ingenui, loquaci o taciturni: l’ideale sarebbe tendere a far diventare i membri del partito totalmente intercambiabili.

Trotski dunque era costretto non solo a subire tutta la pesantezza dell’enorme marea controrivoluzionaria, ma anche a restare per buona parte incompreso dalle stesse forze ancora rivoluzionarie del PCR e dell’Internazionale.

La Sinistra Italiana, che fu immediatamente solidale con Trotski in quanto era evidente che combatteva la nostra stessa battaglia, dovette constatare al V Congresso della Internazionale Comunista come non fosse possibile unire le forze per resistere al pericolo controrivoluzionario. Fu Trotski stesso a convincere il rappresentante della Sinistra Italiana a non sollevare alcuna questione nell’Internazionale. Una nostra certa delusione è rintracciabile anche nell’articolo La questione Trotski, scritto subito dopo la fine del V Congresso (luglio 1925). Vi si esprime infatti piena solidarietà a Trotski pur rilevando, in chiusura dell’articolo, che «ci si poteva aspettare altro da un uomo che è tra i più degni di stare alla testa del partito rivoluzionario», quasi meravigliandosi del fatto che era Trotski stesso a rifiutare quella funzione.

In realtà Trotski, nell’anno cruciale del 1923, tutto aveva riposto nel ritorno di Lenin al lavoro, come veniva fatto sperare dalle notizie ufficiali. Non si trattava di scarsa considerazione della propria capacità, ma dell’esatta percezione della impossibilità di svolgere lui quella funzione che solo Lenin aveva svolto per lunghi decenni nel partito bolscevico; quella di saper e poter dire la verità al Partito, anche la più amara, funzione oltremodo difficile – possibile solo organicamente – soprattutto quando si tratta di una verità terribile, come era quella che il Partito si era pericolosamente incamminato sulla strada che portava al sicuro rinnegamento dei principi comunisti.

Sarebbe riuscito Lenin nell’impresa? Non abbiamo mai avallato “teorie” che attribuiscono da individui geniali la capacità di determinare gli avvenimenti sociali, che invece dipendono da forze oggettive – e la domanda stessa è sciocca e non rispondente al criterio marxista dell’indagine delle cause dei fenomeni sociali. Tuttavia è ovvio rilevare, nell’accomiatarci da Lenin, che il partito bolscevico aveva dimostrato, nel corso di decenni di lotte poderose contro tutti i nemici, le sue migliori qualità proprio nel sapersi adeguare alla verità di Lenin, ma che con ogni probabilità il partito nel 1923 era diventato qualitativamente diverso rispetto a quello dei decenni gloriosi e il continuare a dire la verità sarebbe costato a Lenin (come costò a migliaia di comunisti meno noti rimasti ostinatamente fedeli ai principi, alla dottrina e a tutte le conquiste che si speravano definitive) dover subire ogni forma di oppressione e di calunnia fino ad immolare la vita stessa.

La sua prematura morte regalò tuttavia agli avversari un’arma in più, quella di poter parlare “in suo nome”, persino ostentando una ebbra esaltazione della sua persona, fino alla “mummificazione”.

In tal modo è stato possibile anche la trasformazione dello stesso Lenin in una "icona inoffensiva", come già Lenin aveva dovuto rilevare di Marx.

Con coraggio tempestivamente la sua fedele compagna il 30 gennaio 1924 scriveva alla Pravda:

     «Ho da farvi una grande richiesta: non permettete che il vostro cordoglio per Lenin assuma la forma di una reverenza verso la sua persona. Non erigetegli monumenti, non intitolategli palazzi, non fate solenni manifestazioni per commemorarlo. A tutte queste cose egli attribuiva così poca importanza durante la sua vita, tutte queste cose gli erano così fastidiose. Ricordate quanta gente vive ancora in povertà. Se volete onorare il nome di Lenin costruite nidi, asili, case, scuole, biblioteche, ospedali e, soprattutto, mettete in pratica si suoi insegnamenti».

 
 
 I provvedimenti burocratici dell’I.C. ai danni della sinistra italiana determinano la rinascita della deviazione ordinovista

 

L’Esecutivo Allargato dell’Internazionale, nel giugno 1923, aveva d’autorità sciolto il vecchio Comitato Esecutivo del Partito Comunista d’Italia eletto dal congresso per sostituirlo con un misto, dove, a fianco della vecchia maggioranza vi fosse una rappresentanza della corrente di destra. Sulla legittimità di questo atto la Sinistra non avrebbe avuto da ridire, sia perché tutta la vecchia maggioranza aveva rassegnato le dimissioni, sia perché la Sinistra riteneva del tutto naturale che l’Internazionale potesse apportare dei cambiamenti al C.E. di una sezione nazionale. Riteneva opportuno infatti che fosse sancito, negli Statuti dell’Internazionale, la necessità che la Centrale dei vari partiti, dopo l’elezione locale attraverso il congresso, ricevesse una conferma da parte dell’I.C., o, in casi specifici, potesse essere modificata o sostituita.

Ma queste norme avrebbero dovuto animare tutta la vita interna dell’Internazionale e non variare nell’applicazione caso per caso, con modi ed in direzioni diverse da gruppo a gruppo, da partito a partito, da paese a paese.

Si confronti ad esempio il caso italiano con quello del Partito Comunista Francese. Vi erano delle circostanze di altra natura, ma di gravità non minore: si trattava di epurarlo dai massoni, dai riformisti dichiarati, dai pacifisti, dai collaboratori con i giornali borghesi, ecc. Scriveva il rappresentante della Sinistra al C.E. del PCd’I nel dicembre 1923:

     «Quale procedura si credette appena legittima? Non il C.E., ma il Congresso del Comintern "pregò" il Congresso del PCF di votare una data lista per il C.D. Ora, io sono per la regola d’organizzazione più centralista ma non per la sostituzione della regola con un foglio bianco su cui volta a volta si scriva ciò che si vuole, con motivazioni più o meno attendibili. Questo è il rovescio del centralismo e ricorda quanto noi rimproveriamo agli organismi socialdemocratici, quando ne critichiamo al tempo stesso il federalismo organizzativo e la dittatura della burocrazia dirigente».
L’intervento d’autorità dell’Internazionale avveniva inoltre all’insaputa del partito, che si trovò di fronte al fatto compiuto di un cambiamento di azione senza sapere che il C.E. del partito era stato cambiato.

Il mantenere segreta la notizia dell’avvenuto rimpasto alla direzione del partito avrebbe potuto avere un valore durante la detenzione ed il processo contro i vecchi dirigenti del partito: divulgare la notizia della loro sostituzione sarebbe sembrato un espediente per alleggerire la loro posizione nei confronti della giustizia borghese e sarebbe apparso inopportuno alla Sinistra per prima. Dal carcere, in una lettera al C.E. del partito infatti Amadeo scriveva il 23 agosto 1923:

     «Io penso che al processo è meglio che io finga ancora di essere un dirigente del partito; si capisce che non farò nulla contro la politica ufficiale attuale, che pure tanto mi ripugna».
Ma una volta assolti dal tribunale e rimessi in libertà, anche se ragioni di sicurezza sconsigliavano di fare i nomi dei nuovi dirigenti, ciò non di meno sarebbe stato opportuno che il partito conoscesse che la direzione era cambiata.

Il modo con cui il C.E. era stato trasformato metteva pienamente in evidenza un altro aspetto contraddittorio di tutta la faccenda. La Sinistra fin dal IV Congresso aveva chiaramente espresso la propria intenzione di lasciare la guida del partito a quel gruppo che si sentisse totalmente d’accordo con le direttive dell’I.C. La richiesta ripetutamente avanzata, di poter convocare il III Congresso del PCd’I mirava proprio a questo: eleggere una nuova centrale intonata con le direttive del Comintern. Con il veto dell’I.C. alla convocazione del congresso e il rifiuto di accettare le dimissioni della centrale del partito, la successiva destituzione di una parte del C.E. non poteva assumere che il carattere di una punizione, una taccia di incapacità e di indisciplina verso i dirigenti destituiti, e tutto ciò mentre tali compagni erano assenti per un motivo ben giustificato (erano in galera) quindi impossibilitati a difendersi dalle accuse.

A questo punto la campagna dell’Internazionale e dei centristi sulla presunta indisciplina della Sinistra, dato il rifiuto dei suoi membri di assumere cariche sia nazionali sia internazionali, aveva il solo scopo di spostare il terreno della discussione dal suo contenuto politico e tattico a quello personale.

La modifica del C.E. non fu nemmeno proposta al C.C. del partito perché la deliberasse, ma fu attuata al di fuori ed al di sopra del C.C. stesso. E non poteva che essere così dato che tale modifica aveva per scopo quello di imprimere al partito un indirizzo diverso dall’opinione della maggioranza del C.C.

Nel PCd’I il C.C. aveva la funzione di eleggere il C.E. e di tracciare a questo le direttive politiche fondamentali. Il C.C. o svolgeva una funzione gerarchicamente superiore al C.E. o non aveva più ragione di esistere e l’Esecutivo Allargato dell’I.C. aveva di fatto soppresso le funzioni del C.C. italiano.

Vi era infine la faccenda della nomina di Bordiga a ricoprire ambiti posti nell’apparato del Comintern: prima nel Presidium dell’Internazionale, poi la riammissione nel C.E. del PCd’I, infine la proposta di vicepresidente dell’Internazionale. Era lampante la contraddizione tra l’accusare i rappresentanti della Sinistra di essere magari degli antimarxisti, dei sabotatori dello sviluppo del partito, ed allo stesso tempo invitarli a far parte dei supremi organi del Comintern, oppure insistere perché essi, dopo essere stati cacciati, riprendessero il loro posto nella centrale del partito, assieme a centristi e destri, in nome di una autentica rappresentatività del partito in tutte le sue componenti, quando i dirigenti invece di essere stati eletti in un congresso del partito erano stati nominati d’ufficio a Mosca. Ma, si ricordi ancora una volta, la Sinistra non mise mai in dubbio l’autorità della centrale di centro-destra!

A questi patenti tentativi di corruzione Amadeo non poteva che rispondere al C.E. del PCd’I nel dicembre 1923:

     «Quella stessa procedura applicata al vecchio C.E., che nella sua rudezza sarebbe simpatica messa a confronto con le forme diplomatiche adottate quando si aveva a che fare con gli opportunisti ed i semi-opportunisti dell’I.C, diventa il sintomo di una malattia, nel temere gli effetti della quale non dubito di avere la solidarietà di tutti i buoni compagni e di quelli soprattutto che dirigono l’Internazionale: il funzionarismo. Le gravi questioni di divergenza interne nel nostro partito mondiale non vanno ridotte a questioni di posti; l’Internazionale non deve ridursi ad agire come uno Stato che trasloca i suoi prefetti. Non vi è ragione di non lasciarmi al posto di semplice militante del partito, dove concorrono a mettermi sia le misure dell’I.C che la scelta mia personale. Nell’ulteriore contributo che darò alle discussioni interne in sede legittima, ove il dissenso sia superato per il riconoscimento dei miei errori da parte mia o per il mutamento delle direttive attuali dell’I.C. si troverà l’unica via ammissibile per l’eventuale mio ritorno a funzioni direttive.
     «Il darmi una carica di partito qualsiasi, oggi, non potrebbe che trovare le sue ragioni in un andazzo deplorevole, per il quale si pensa che colui che per una volta è stato chiamato dal partito ad un posto retribuito, debba, vita natural durante, pretendere ed ottenere di essere sempre un funzionario stipendiato dal partito; andazzo che fa da pendant all’altro analogo ed analogamente deplorevole per cui tutti coloro che hanno avuto nomi di capi politici, attraverso le crisi di partito pretendono ed ottengono di uscirne sempre con una situazione che ponga in evidenza la loro persona sulla scena politica».
Ma se quel deplorevole andazzo di corrompere singoli individui con delle cariche più o meno importanti non riusciva a sortire nessun effetto con gli uomini formatisi alla scuola della Sinistra, non altrettanto poteva dirsi con coloro che costituirono il nuovo gruppo dirigente centrista.

Dobbiamo ricordare come tutto il vecchio C.E. del partito fosse dimissionario per le note ragioni, ma quando si trattò di difendere tali posizioni all’ E.A. del giugno 1923, la delegazione italiana venne meno al suo mandato (all’infuori di Fortichiari, al quale però non fu dato mandato di parlare) accettando in blocco tutte le risoluzioni dell’E.A. sulla questione italiana e ratificando di fatto la cacciata di una parte del vecchio C.E. Con questa presa di posizione ufficiale il gruppo centrista si imbarcava nella difficile situazione di doversi accollare tutti gli “errori” del passato, visto che con la Sinistra aveva partecipato alla guida del partito, e farsi promotore di quella svolta che avrebbe dovuto portare il partito ad accettare le posizioni di Tasca.

Il compito non era dei più semplici: il partito nella sua totalità era intonato alle posizioni della Sinistra ed il gruppo di destra era totalmente squalificato ai suoi occhi. Era necessario compiere la svolta nel modo più indolore possibile, cercando di coinvolgervi anche esponenti della Sinistra, o quanto meno, della vecchia maggioranza che rappresentassero una continuità, se non programmatica, almeno fisica con Livorno. La semplice accettazione da parte dei centristi delle cariche nel C.E. avrebbe significato di fatto la rottura con la Sinistra ed un netto spostamento verso le posizioni di Tasca, da ciò la necessità di teorizzare la loro partecipazione agli organi direttivi del partito a mezzadria con la destra.

La posizione assunta dai Togliatti, Terracini, Scoccimarro è ormai nota: sarebbe disfattismo lasciare la direzione del partito totalmente in mano alla destra; ciò comporterebbe la liquidazione di tutto il patrimonio ideale ispirato dalla maggioranza fin dal gennaio 1921. D’altro canto essi si rifiutavano di vedere altra possibilità di lotta contro le degenerazioni del partito se non sedendo nei posti di dirigenza. Aveva scritto Terracini ad Amadeo il 20 luglio 1923:

     «Il nostro gruppo si isolerebbe isterilendosi, privo di contatti e di mezzi, coordinando proposte Palmi (Togliatti) e mia conserveremo contatti partito et massa, disporremo mezzi lavoro di frazione e nulla impedirebbe lotta minoranza su base politica. Accettando proposta tua (Bordiga) sfasciamo partito, ci togliamo possibilità azione, anche se potremo fare ottima difesa nostro patrimonio tradizione».
L’intento dichiarato era quello di accettare la nuova composizione del C.E. imposta da Mosca per essere in grado di opporre alla frazione di destra, accusata di opportunismo, una frazione di “sinistra” capace di mantenere il partito su basi rivoluzionarie.

Risulta evidente, e meglio lo si vedrà nel prosieguo del lavoro, come la differenza tra il centro e la Sinistra non era tanto su come meglio potersi opporre alla malattia opportunista che stava già intaccando la fisionomia del partito, se in veste di capi o di semplici gregari. Esso era un falso problema in quanto un partito sano sa correggere i propri eventuali errori sia che vengano individuati dal centro, sia che vengano fatti rilevare dalla periferia dell’organizzazione. La vera differenza con la Sinistra era, al contrario, la concezione stessa del partito e della sua vita interna, che non può configurarsi come scontro tra posizioni contrastanti per imporre le quali possano essere usati tutti i mezzi politici che normalmente si usano tra ed entro i partiti politici borghesi e socialdemocratici. La Sinistra si è sempre rifiutata di condurre all’interno dell’I.C. una lotta politica.

     «Per assicurarci che si proceda effettivamente – scrivevamo su Prometeo del 15 maggio 1924 – ed in modo migliore in quella desiderata direzione e conformare a tale obiettivo l’opera nostra di comunisti, dobbiamo associare la nostra fiducia nella essenza e capacità rivoluzionaria del nostro glorioso organismo mondiale ad un lavoro continuo basato sul controllo e la valutazione razionale di quanto avviene nelle sue file e della impostazione della sua tattica».
Il dovere al quale la Sinistra mai venne meno fu appunto quello del controllo e della razionale valutazione, alla luce della dialettica marxista, delle posizioni via via assunte da una Internazionale sempre più oscillante, sempre più improntata al caso per caso e sempre meno programmatica. Con accanimento e coraggio mai si stancò di rilevare gli errori e le debolezze dell’organismo mondiale sui vari problemi, indicando i pericoli verso cui si stava incamminando, senza per questo instaurare un rapporto di lotta politica o di frazione. La Sinistra fu anzi la sola che rivendicò il massimo di centralizzazione e malgrado i dissensi si disciplinò sempre in modo totale (organico, non formale) alle direttive dell’Internazionale Comunista.

Le “famigerate” tesi di Roma, tacciate dall’I.C. come momento di rottura con l’Internazionale stessa, non solo fanno salva l’assoluta disciplina esecutiva alla centrale di Mosca, ma non sono affatto intese in contrapposizione alle posizioni ufficiali del Comintern, bensì come contributo della sezione italiana alla soluzione razionale di principi delle questioni tattiche. Anche dopo il colpo di mano dell’E.A. del 1923, malgrado i sintomi sempre più manifesti di una ricaduta dell’I.C. nell’opportunismo, la Sinistra si rifiutò di costituirsi in frazione limitandosi a rilevare che solo qualora la politica dell’I.C. avesse continuato a percorrere tale pericolosa strada, si sarebbe resa necessaria la formazione di una frazione internazionale di sinistra.

Al V Congresso dell’I.C. (1924) fu anche proposto dalla Sinistra che agli Statuti dell’Internazionale fosse aggiunto un punto in cui si esprimesse il divieto di creare frazioni nei partiti.

     «Sarebbe stato piacevole, per un accusato di mene frazionistiche, trovare l’appoggio degli altri compagni nella lotta contro una simile tendenza. La commissione ha tuttavia respinto all’unanimità questa proposta, dichiarando che l’accettazione di una simile "limitazione" negli statuti dell’I.C. impedirebbe di creare frazioni nei partiti comunisti qualora ciò si rendesse necessario. Noi respingiamo questa tesi che permette il frazionismo dall’alto, metodo quanto mai efficace di disorganizzazione» (Dichiarazione della Sinistra letta da Grieco, 30ª seduta, 7 luglio 1924).
Solo nel 1926, al Congresso di Lione, la Sinistra presentò un corpo di tesi totalmente opposto a quello della centrale italiana, identificando in essa la continuità della vecchia ideologia dell’Ordine Nuovo, che mai era stata sul terreno del marxismo rivoluzionario, contrapponendo la sua tradizione come l’unica aderente al comunismo ed al marxismo. Ma di questo parleremo a suo tempo e torniamo agli avvenimenti del 1923.

Se è vero quanto afferma la storiografia ufficiale, che fu Gramsci, tra la fine del 1923 e l’inizio del 1924, ad assumersi la responsabilità della svolta del partito determinando così una aperta presa di posizione anche da parte di Togliatti, Terracini e C. fino ad allora titubanti, è anche vero che malgrado la diplomazia ed il politicantismo da quattro soldi essi avevano già deciso in quale dei due campi schierarsi: se “con Bordiga o con l’Internazionale”, secondo una delle tante infelici espressioni di Zinoviev. La “timidezza” e la “indecisione” di Togliatti erano il frutto di un preciso calcolo politico: presentarsi come il paladino dell’unità cercando di squalificare la Sinistra ed addossandole la colpa di aver rotto l’unità della vecchia maggioranza. Affermava:

     «La peggiore delle soluzioni sarebbe quella che ognuno di noi decida personalmente sull’atteggiamento da tenere e bisogna invece giungere a porre le basi di una azione politica che sia la continuazione di quella che il nostro gruppo ha svolto fino ad ora» (Resoconto della riunione del 12 luglio 1923).
Fu ricordato a Togliatti che la compagine della maggioranza non era stata spezzata dalla Sinistra con il rassegnare le dimissioni ma proprio dalla delegazione italiana all’E.A. del giugno, non solo non avendo osservato il mandato ricevuto, ma anche dimostrandosi solidale con il provvedimento che cacciava dal C.E. italiano una parte di esso. Bastò questo per far cambiare atteggiamento a Togliatti che, nemmeno 15 giorni dopo, rivendicava individuale libertà di decisione:
     «Ritengo – scriveva Togliatti – e l’ho già scritto a eel (Bordiga) che le sue pressioni anziché contribuire a rendere possibile una soluzione del problema che mantenga intatta la compagine del nostro gruppo, contribuiscono a dissolverla. È doloroso, ma è così. E lo è soprattutto perché di noi stessi vi è qualcuno, e cioè la delegazione nostra, che è moralmente impegnato ad una condotta che non significhi rottura. Gli ho detto che non rendendosi possibile una soluzione comune e impegnativa per tutti i compagni della maggioranza non ritengo che vi siano altri motivi se non personali ed individuali i quali possano essere presi in considerazione da ognuno di noi» (Togliatti a Terracini, 25 luglio 1923).
Togliatti mosse alla Sinistra perfino l’accusa di essere venuta meno ad impegni presi nel corso del IV Congresso dell’I.C., cioè di lavorare per la fusione con il partito socialista. A costo di sembrare pedante la Sinistra volle ancora una volta ricordare ai signori centristi, che davano segni di soffrire oltre che di crisi di coscienza anche di crisi di memoria, quali erano i reali termini della questione. Era solo «una trovata postuma il nostro impegno a collaborare alla fusione» (Bordiga a Togliatti, 19 agosto 1923), provata da tutta una serie di fatti.

1) Era falso che al C.C., prima del IV Congresso si fosse stabilito di collaborare alla fusione:

     «Siccome vi era un certo dissenso sul da fare a "fusione deliberata" si diede su ciò mandato libero alla delegazione» (Bordiga a Togliatti, 8 settembre 1923).
2) La risposta della delegazione italiana alla lettera del PC russo affermava:
     «Noi crediamo più che mai (...) all’opposizione più netta alla fusione che l’I.C. sta per deliberare (...) Ma un passo del nostro partito fratello della Russia non è per noi, comunisti italiani, un atto senza valore (...) Dopo il vostro invito, il vostro fraterno consiglio, noi vi dichiariamo che la rappresentanza del PCd’I tacerà. Essa non sosterrà le opinioni che voi conoscete e della giustezza delle quali resta convinta» (24 novembre 1922).
3) Il rifiuto della Sinistra di partecipare alla “Commissione di fusione”.

4) La richiesta di poter convocare il III Congresso del PCd’I nel quale sarebbe stata nominata una nuova centrale aderente totalmente ai dettami del IV Congresso. L’aver accettato le decisioni del IV Congresso voleva dire che gli esponenti della Sinistra si sarebbero impegnati, certo, ma come semplici militanti e non come dirigenti, nell’esclusivo interesse della riuscita dei piani dell’Internazionale. La Sinistra alla testa del partito sarebbe stata inconciliabile con tali scopi, sia perché i socialisti non sarebbero mai andati a “strofinarsi” vicino ad essa, sia perché tale era la prevenzione dell’I.C. che avrebbe riversato su di essa la colpa degli insuccessi del suo metodo.

     «Io non ho rimorsi – scriveva Amadeo a Zinoviev e Bucharin – perché sulla via che siete decisi a seguire in Italia io non sarei che di inciampo, e si continuerebbe tutti a lavorare in uno stato di malessere generale e pernicioso, e perché non ho nessuna fede che in quei modi si possa realizzare un successo rivoluzionario» (13 luglio 1923).
Nel corso della già menzionata riunione del 12 luglio 1923, alla quale oltre Togliatti e Terracini parteciparono anche Fortichiari, Leonetti, Camilla Ravera, nel suo intervento Togliatti affermò che non sarebbe stato possibile accettare semplicemente le nomine dell’Internazionale. Affermò:
     «Se non si precisa con una serie di atti aperti le posizioni del gruppo politico "maggioranza", l’accettazione è impossibile (...) Ci porterebbe al livello stesso della minoranza, cioè sarebbe l’inizio della trasformazione del nostro gruppo politico in una còterie personale, di cui le masse ignorerebbero e non comprenderebbero la esigenza e le posizioni e che sarebbe condannata, presto o tardi, ad andare dispersa. È necessario invece che anche se si accetta questo si faccia in modo da garantire che noi continuiamo ad essere quello che siamo stati fino ad ora, cioè un gruppo riconoscibile dalle masse per la sua fisionomia teorica e per il suo contegno tattico. Noi abbiamo commesso l’errore di non prendere prima una posizione di polemica aperta con l’Internazionale di fronte a tutto il partito ed alle masse operaie. Nessun espediente organizzativo è capace di metterci di fronte al partito ed alle masse, in una posizione corretta, se non si viene ad una simile polemica aperta».
Togliatti, a differenza degli altri più ingenui compagni del gruppo capisce che accettare acriticamente di far parte della nuova centrale del partito li avrebbe semplicemente posti al livello del gruppo di Tasca, con l’unica differenza di dire allora quello che Tasca e Soci dicevano già da due anni, e sarebbero diventati tanti generali senza esercito. Abbiamo già detto che il gruppo di centro, pena la sua scomparsa, aveva la necessità di darsi una fisionomia propria nettamente distinta dalla destra, che rivendicasse la tradizione di Livorno, che non rompesse con la Sinistra sulla quale il partito nella sua totalità giurava, e che quindi fosse in polemica con l’Internazionale; polemica che non avrebbe impedito ai centristi di assumersi le responsabilità di direzione del partito secondo le nuove direttive politiche ed in collaborazione con la destra.

Fu quindi alla riunione del 12 luglio 1923 che, su proposta di Togliatti, venne ufficialmente invitato Amadeo, in carcere, a redigere una piattaforma politica comune che lasciasse però ai centristi la facoltà di scegliere la strada della partecipazione agli organi centrali:

     «Gli atti polemici saranno compiuti collettivamente, ma tu dovrai avere gran parte soprattutto nella estensione della dichiarazione fondamentale. Riteniamo che essa debba essere fatta lasciando da parte le questioni contingenti del momento (fusione, esecutivo misto, ecc.) o almeno trattandole solo in relazione e in conseguenza delle posizioni teoriche che il nostro gruppo ha preso e mantenuto fin dalle sue origini».
La Sinistra accettò tale proposta dichiarandosi favorevole alla stesura di un documento che si proponesse i seguenti obiettivi: 1) provocare nel seno del partito una vasta discussione e consultazione sul valore delle esperienze di lotta acquisite dal partito e sul suo indirizzo programmatico e tattico; 2) provocare negli organi competenti dell’I.C. una analoga discussione sulle condizioni della lotta proletaria in Italia dagli ultimi tempi ad oggi, con ampia portata e al di fuori delle sistemazioni contingenti e transitorie che spesso soffocano l’esame dei più importanti problemi; 3) partecipare alla discussione del programma, la organizzazione, la tattica dell’Internazionale, lottando contro ogni revisione verso destra e soprattutto ottenendo la massima chiarezza nelle determinazioni delle direttive; 4) Raggiungendo attraverso tali dibattiti una concorde valutazione dei problemi fondamentali, ottenere che sia tracciato un piano completo e chiaro per l’indirizzo e l’azione del partito sulla base del quale iniziare un attivo lavoro per intensificare l’attività e l’efficienza; 5) Qualora si fosse giunti ad una sostanziale intesa non prendere parte agli organi direttivi del partito affermando che alla guida di essi debbano trovarsi dei compagni perfettamente convinti delle direttive che sono chiamati ad applicare.

Mai ci si fece però delle illusioni sulla possibilità di coagulare attorno a tale documento il gruppo ex ordinovista, che a vista d’occhio si allontanava dalle posizioni che erano state alla base della scissione di Livorno. In successive lettere a Togliatti, Amadeo manifestò chiaramente questi suoi timori:

     «Ottima la ragione di Palmiro per una elevata e aperta discussione: se no, è la liquidazione del partito e della tradizione; ma come fare ciò in un esecutivo costituito proprio "per assecondare le direttive" di Mosca?» (20 luglio 1923). Ed ancora: «Tu dici che tieni ad una nostra azione comune: approvo tale desiderio e non mi oppongo a priori. Ma una dichiarazione comune è possibile? Dubito che si possa essere d’accordo anche sulle premesse generali» (19 agosto 1923).
La piattaforma, che gli storiografi prezzolati chiamano il "Manifesto di Bordiga" con il quale, dicono, avrebbe dovuto avvenire la rottura con l’Internazionale, venne alla luce perché sollecitato da Togliatti e Togliatti fu il primo a venirne in possesso perché si incaricasse, dopo averne tenuta copia ufficiale per gli atti di partito e trasmessa copia all’Internazionale, di diffonderla tra i compagni di partito. Nella piattaforma (che è stata pubblicata nel n. 11 di questa rivista) la Sinistra cercò di fare il massimo delle concessioni ponendo la «non partecipazione agli organi direttivi, con principio di omogeneità in questi e necessità che i dirigenti siano convinti di quanto fanno» (Bordiga a Togliatti, 2/9/23). Ciò al fine di lanciare "una solida passerella" per l’unità tra la Sinistra contraria alla partecipazione agli organi direttivi ed il centro che, al contrario, ne faceva parte. In un secondo tempo fu anche tolta la affermazione che con i massimalisti non c’era niente da fare. La Sinistra però chiedeva che il documento venisse accettato così com’era e non avrebbe permesso modifiche sostanziali; in quanto a modifiche di minore entità non era il caso di apportarne per non trascinarsi in inutili dibattiti che sarebbero serviti solo a perdere del tempo. Qualora il documento avesse raccolto l’adesione dei centristi sarebbe seguita una più ampia esposizione suffragata da una vasta documentazione e che trattasse a fondo la tattica passata del partito, i risultati, gli insegnamenti da trarne per l’avvenire.

Gramsci, come sappiamo rifiuta di firmare il manifesto e propone esplicitamente la costituzione di un gruppo centrista auspicando di poter avere l’adesione dello stesso Tasca. Visto l’atteggiamento di Gramsci, Togliatti perde ogni incertezza e si schiera apertamente contro la Sinistra, accusa il documento di "sterilità" di non essere che «una semplice ricerca di "titoli di nobiltà" nel partito» (29 dicembre 1923). Non manca neppure di fare dei rimproveri a Gramsci per non aver saputo prendere le distanze dalla Sinistra nel momento favorevole. «Al IV Congresso se tu avessi fatto ciò, il "centro" di cui parli ora si sarebbe costituito e la minoranza sarebbe stata tagliata fuori. Il non averlo fatto ci ha portato ad avere ancora oggi come esponenti del pensiero del Comintern gli attuali minoritari» (29 dicembre 1923).

Un paio di mesi dopo Togliatti scrive a Gramsci sull’argomento:

     «Tu, molte cose che dici ora avresti dovuto dirle molto tempo prima (...) All’epoca del IV Congresso ero convinto che tu avresti preso una posizione aperta di adesione all’I.C. e di separazione di responsabilità dall’atteggiamento di Amadeo, posizione nella quale la maggioranza del partito allora sarebbe stata concorde e la quale ci avrebbe permesso (...) di impedire soprattutto la formazione della minoranza».
Il subdolo Togliatti non si dimentica però dello scopo per il quale proprio lui aveva proposto ad Amadeo di stendere il famoso documento e ricorda a Gramsci di andarci piano, ora, con il rinnegare il passato perché ciò servirebbe solo a squalificare essi stessi e la destra sarebbe l’unica a trarne vantaggio.
     «Perciò – continuava Togliatti – mi pare che il meglio sia sempre quello di mantenere il più compatto che sarà possibile il vecchio gruppo di maggioranza, con l’esclusione, se possibile, del solo Amadeo» (25 febbraio 1924).
Terracini, invece, anche se poi imboccherà la stessa strada, esprime duramente il suo disappunto verso l’atteggiamento di Gramsci:
     «Dobbiamo constatare che egli (Gramsci) ha atteso ad intervenire attivamente nella questione proprio all’ultimo momento, dopo che per mesi si era discusso del manifesto, dopo che da oltre due mesi questo era a sua conoscenza, dopo che, parlando anche personalmente con me, egli non aveva neppure lontanamente affacciato la possibilità di un tale estremo suo comportamento. Tutto ciò è parecchio seccante e in verità non credo debba concludersi soltanto con un rinnovato accidente alla tradizionale inerzia di Masci (Gramsci)» (Terracini a Gramsci, Togliatti, Scoccimarro, 2 gennaio 1924).
Terracini chiede quindi che Gramsci, senza frapporre altro tempo, esprima sia le motivazioni della sua presa di posizione, sia il proprio pensiero sulla consultazione del partito, sul come risolvere la crisi politica ed organizzativa del partito. In poche parole che esso sviluppi una serie di concetti attorno ai quali il costituendo gruppo di centro debba trovare una propria identità.

Fu appunto nella corrispondenza dei primi mesi del 1924 che Gramsci chiarì la propria posizione muovendo una serie di critiche al manifesto della Sinistra. Invitò quindi Terracini, Scoccimarro e Togliatti a smetterla con il loro atteggiamento opportunista decidendo da quale parte stare; lui, Gramsci, era convinto delle proprie idee ed era disposto anche a rimanere solo.

Le maggiori obiezioni che Gramsci muove al manifesto della Sinistra sono le seguenti:

1) Nel manifesto rimane l’avversione verso la tattica del fronte unico, del governo operaio e contadino, ecc. ecc. «Ciò significherebbe dire apertamente che il partito italiano, dopo il III Congresso, si è sistematicamente e permanentemente trovato in disaccordo con l’indirizzo del Comintern, e che vuole iniziare una lotta di principio» (9 febbraio 1924); ciò significherebbe di fatto – afferma Gramsci – la costituzione di una frazione internazionale visto «che il nostro partito ha responsabilità di carattere internazionale e che ogni atteggiamento nostro si ripercuote negli altri paesi» (13 gennaio 1924). La vita interna dei partiti – continua Gramsci – non può essere concepita come l’area di una lotta di tipo parlamentare, dove ogni partito svolge la sua funzione in rapporto della classe sociale che rappresenta. Nel partito comunista che è l’espressione di una sola classe, i diversi atteggiamenti presi su varie questioni non possono cristallizzarsi in una struttura permanente di opposizione all’organo supremo dell’Internazionale. «Noi – conclude Gramsci – non ci cristallizziamo in un atteggiamento di opposizione permanente, ma sappiamo mutare i nostri atteggiamenti a seconda del mutare dei rapporti di forze e i problemi da risolvere si pongono su altra base» (13 gennaio 1924).

2) Gramsci nega che a Livorno il partito si sia costituito sulla base di un corpo programmatico definito e definitivo che poi abbia continuato a persistere ed a svilupparsi,

     «ma su una base concreta ed immediata: il distacco dai riformisti e da coloro che si mettevano dalla parte dei riformisti contro l’Internazionale» (9 febbraio 1924).
Non un corpo dottrinale, programmatico e tattico.
     «La forza maggiore che tiene insieme la compagine del partito è il prestigio e l’idealità dell’Internazionale. (...) Ho un’altra concezione del partito, della sua funzione, dei rapporti che devono stabilirsi fra esso e le masse senza partito, fra esso e la popolazione in generale» (5 gennaio 1924).
Passa quindi ad accusare la Sinistra di essere stata incapace di
     «concepire il partito come risultato di un processo dialettico in cui convergono il movimento spontaneo delle masse rivoluzionarie e la volontà organizzativa e direttiva del centro, ma solo come un qualche cosa di campato in aria, che si sviluppa in sé e per sé e che le masse raggiungeranno quando la situazione sia propizia e la cresta dell’ondata rivoluzionaria giunga fino alla sua altezza (...) Questa concezione ha influito nella questione della fusione. La domanda che sempre veniva rivolta al Comintern era questa: si crede che il nostro partito sia ancora allo stato di nebulosa, oppure che esso sia una formazione compiuta? La verità è che storicamente un partito non è mai definito e non lo sarà mai. Poiché esso si definirà quando sarà diventato tutta la popolazione e cioè sarà sparito».
Poi Gramsci continua dicendo di non aver mai condiviso l’impostazione assunta dal partito fin da Livorno.
     «Amadeo trovandosi alla dirigenza del partito, ha voluto che la sua concezione predominasse e diventasse quella del partito (...) Che noi si sia permesso che per il passato questo tentativo riuscisse è una questione; che oggi si continui a volerlo e, firmando il manifesto, si sanzioni tutta una situazione e si incapsuli il partito è un’altra» (9 febbraio 1924).
3) Uno dei gravi errori che avrebbe inficiato tutta l’attività del partito sarebbe riassunto – secondo Gramsci – dalla seconda delle Tesi di Roma sulla tattica che dice:
     «Questi due fattori di coscienza e di volontà sarebbe erroneo considerarli come facoltà che si possano ottenere e si debbano pretendere dai singoli, poiché si realizzano solo per la integrazione della attività di molti individui in un organismo collettivo unitario».
Gramsci giunge ad accusare questa tesi di fare il paio con quanto affermava Serrati prima di Livorno e cioè quando sosteneva che il partito socialista nel suo insieme era rivoluzionario anche se in esso vi coabitavano i riformisti. Le tesi di Roma sarebbero quindi colpevoli di aver di fatto prodotto il gruppo minoritario di destra.

4) Dire che la tattica dell’Internazionale risente dei riflessi della situazione russa equivarrebbe ad affermare che il bolscevismo sia il frutto di una ideologia russa, mentre, al contrario, i capi bolscevichi si formarono su un terreno internazionalista e la rivoluzione russa corrisponde pienamente ai canoni classici del marxismo. Gramsci evidentemente fa confusione tra i compiti e le funzioni dello Stato russo, del partito russo e dell’Internazionale. La Sinistra avvertiva che le questioni russe anziché essere condizionate, cominciavano a condizionare la politica del partito e dell’Internazionale. Riguardo poi al riconoscimento del partito bolscevico come autentico partito marxista rivoluzionario basterebbe confrontare due articoli: il nostro "Bolscevismo pianta di ogni clima" e "Rivoluzione contro il capitale" di Gramsci.

Per tornare all’accusa di frazionismo mossa da Gramsci alla Sinistra, affermiamo che non era certamente colpa della Sinistra se diverse tendenze esistevano in Italia. Al suo nascere il partito era unanime, le tendenze erano state create artificialmente dalla I.C. Certamente, tendenze e correnti dovevano essere eliminate, ma per questo bisognava cominciare non dall’Italia, ma dall’Internazionale. La vera opera frazionistica veniva svolta dalla centrale che esasperava i dissensi riducendo tutto a meschini fatti personali.

La questione della disciplina era da Gramsci e dall’Internazionale posta in modo erroneo, ora privilegiando il criterio della dipendenza meccanica ad un centralismo burocratico, ora contrapponendo ad esso un metodo democratico maggioritario. Metodo il secondo di cui sempre ci si è serviti per mascherare il primo. La Sinistra ha infatti sempre rifiutato di entrare in questo ordine di idee ponendo la questione in modo dialettico e storico, in quanto per i marxisti non ha alcun senso un "principio", sia centralistico puro e semplice sia democratico, da presentare come norma pregiudiziale da cui obbligatoriamente partire per risolvere il problema. Fatta poi salva l’eventualità di doverli adottare, in pratica, in mancanza di migliori forme organizzative.

     «Il criterio democratico è finora – era scritto in Rassegna Comunista nel ’22 – per noi un accidente materiale per la costruzione della nostra organizzazione interna e la formulazione degli statuti di partito: esso non ne è indispensabile piattaforma. Ecco perché noi non eleveremo a principio la nota formula organizzativa del "centralismo democratico". La democrazia non può essere per noi un principio; il centralismo lo è indubbiamente, poiché i caratteri essenziali della organizzazione del partito devono essere l’unità di struttura e di movimento».
L’essersi liberati da ogni pregiudizio di carattere egualitario e democratico non deve però condurre a porre alla base della nostra azione un nuovo pregiudizio che sia la negazione formalistica e metafisica del primo.
     «Diciamo subito che come non crediamo di non poter chiedere la soluzione dei problemi rivoluzionari a principi astratti tradizionalisti sia di libertà sia di autorità, così poco ci soddisfa l’espediente di trovare una risposta attraverso una specie di miscuglio dei due termini suddetti quasi considerati come ingredienti fondamentali da combinare tra loro» (Prometeo, 15 maggio 1924).
L’opinione della Sinistra era che le questioni di organizzazione e di disciplina non potessero essere risolte, all’interno del partito comunista, senza tenersi in stretto rapporto con le questioni di teoria, di programma e di tattica. La giusta aspirazione ad un partito omogeneo, senza divergenze di idee e senza il cristallizzarsi di frazioni al suo interno, non poteva essere considerato come un dogma dato a priori, non può essere punto di partenza, ma punto di arrivo verso cui tutto il partito tende; raggiungibile solo se vertice e base si sentiranno disciplinati innanzi tutto ai principi. Dicendo questo la Sinistra intendeva affermare che solo in questi termini si presenta la formazione di un Partito di classe e su tali premesse dovrà essere impostato lo studio del problema. Vi sono ordini e disposizioni rispondenti alle origini reali del movimento che possono garantire il massimo di disciplina, ossia di azione unitaria di tutto l’organismo, mentre vi sono altre direttive che possono compromettere la disciplina e la solidità organizzativa.

Si tratta dunque di tracciare i compiti degli organi dirigenti del partito. Compito che non è affidato ai capi, ma che investe tutto il partito, non nel senso statistico o democratico della discussione, ma nel senso dialettico che consideri la tradizione, la preparazione, la reale continuità del pensiero e dell’azione del partito. Appunto perché siamo degli anti-democratici affermiamo che una minoranza possa avere, in dati momenti, vedute più giuste della maggioranza. Così affermiamo che un partito sano non si preoccupa eccessivamente di un allarmismo sul pericolo opportunista, quand’anche esso fosse esagerato, poiché,

     «la critica senza l’errore non nuoce nemmeno la millesima parte di quanto nuoce l’errore senza la critica» (Discorso della Sinistra al V Congresso).
     «L’azione che il partito svolge e la tattica che adotta, ossia la maniera con la quale il partito agisce verso l’esterno hanno a loro volta conseguenze sulla organizzazione e costituzione interna ad esso. Compromette fatalmente il partito chi, in nome di una disciplina illimitata, pretende tenerlo a disposizione per una azione, una tattica, una manovra strategica qualunque, ossia senza limiti ben determinati e noti all’insieme dei militanti. Al massimo desiderabile di unità e di solidità disciplinare si giungerà efficacemente solo affrontando il problema su questa piattaforma, e non pretendendo che sia già pregiudizialmente risolto da una banale regola di obbedienza meccanica» (Prometeo, 15 maggio 1924).
C’è da dire inoltre che l’unità del partito non si mantiene con l’adozione di mezzi diplomatici esercitati dal centro: in questo modo può essere salvata formalmente l’unità, ma si condanna il partito stesso allo smembramento incoraggiando e sanzionando il frazionismo dall’alto. Ora, noi sappiamo per triste esperienza che l’opportunismo non si insinua mai all’interno del partito sotto forma aperta di frazione, ma svolgendo una accorta politica "unitaria" imponendo la sua dittatura burocratica ed il principio della disciplina per la disciplina.
     «L’esempio più glorioso di come bisogna saper disprezzare l’influenza demagogica di tali sofismi ci è dato proprio da Lenin, il quale fu cento volte attaccato, come dissolvitore, disgregatore, violatore dei doveri di partito, ma proseguì imperterrito per la sua via, e divenne con perfetta logica il rivendicatore dei sani criteri marxisti di centralizzazione organica nello Stato e nel partito della rivoluzione. Invece l’esempio più disgraziato nella applicazione formalistica e burocratica della disciplina ci è dato dal voto che lo stesso Carlo Liebknecht si considerava costretto a dare il 4 agosto a favore dei crediti di guerra» (Prometeo, 15 maggio 1924).
Era falsa anche la seconda obiezione di Gramsci, ossia che il partito a Livorno non fosse nato poggiando su un corpo programmatico compiuto ma solo su un generico rifiuto del riformismo e di una altrettanto generica adesione morale alla rivoluzione russa e all’Internazionale. Il 1920 era stato l’anno della verifica e della scelta degli schieramenti. La costituzione ad Imola della Frazione Comunista, per merito dell’intenso lavoro della Frazione Astensionista, segnò l’accettazione integrale delle basi di principio e di tattica stabiliti dal II Congresso dell’I.C., l’adesione integrale ai 21 punti ed il riconoscimento che il nemico più pericoloso per la rivoluzione era il falso massimalismo serratiano e non tanto il dichiarato riformismo di Turati.

Il partito comunista nacque quindi nella piena chiarezza, partendo dalla definizione generale dei principi e delle finalità del movimento proletario, deducendo da essi le invalicabili norme di azione del partito, non alla scala nazionale, ma mondiale e storica. E ciò per sgombrare il campo da tutta una serie di convertiti dell’ultima ora ad un comunismo divenuto di moda.

Era del tutto falsa l’affermazione di Gramsci che la tradizione di Livorno non fosse solo quella della Sinistra, e da questa spacciata come tradizione di tutto il partito. Il partito in Italia, e sfortunatamente solo in Italia, sorse con delle basi programmatiche e tattiche pienamente collimanti con le risoluzioni del Secondo Congresso dell’I.C., senza mercanteggiare né con correnti né con singole linee ed indirizzi politici. Si trattò semplicemente di aderire o rifiutare un patrimonio collettivo, impersonale ed invariante senza il quale sarebbe ridicolo definirsi comunisti.

Avevamo già affermato, sia a Mosca sia di fronte ai falsi massimalisti, che

     «Nei confronti del programma non esiste disciplina. O lo si accetta o non lo si accetta; ed in questo ultimo caso si lascia il partito. Il programma è qualcosa di comune a tutti, non qualcosa di proposto dalla maggioranza dei compagni».
E la mozione di Imola al punto 2° affermava che
     «Il programma stesso dovrà costituire la base per l’adesione personale al partito di ciascuno suo iscritto attraverso la integrale accettazione di principio».
Ciò dimostra più che mai che il partito non si formò dall’incontro di due gruppi concordi su determinate questioni, ma che ogni compagno individualmente, da Amadeo Bordiga ad Antonio Gramsci fino all’ultimo dei compagni, aderirono a qualche cosa che stava al di sopra di loro e che, come unica erano la dottrina, il programma, la tattica, così unica era la tradizione del partito.

Nel corso del Congresso di Livorno Amadeo aveva affermato:

     «Vi possono essere tra noi deboli, incapaci, incompleti, possono esservi tra noi dei dissensi: Gramsci può essere in una falsa strada, può seguire una tesi erronea quando io sono su quella vera, ma tutti lottiamo ugualmente per l’ultimo risultato».
Ma questo significa soltanto che la coscienza non può risiedere nei singoli individui né prima né dopo la loro adesione e nemmeno dopo lunghi periodi di milizia, ma solo nell’organo collettivo che svolge una azione complessa e continua sul filo di una dottrina e di una tradizione invarianti.

Già nel 1912 avevamo rifiutato il concetto del "prima apprendere, poi agire". Più volte abbiamo affermato che Lenin aprì arruolamenti e non accademie, parlò di doti di devozione, fermezza, abnegazione, eroismo; come noi, abbiamo

     «con dialettica decisione, osato parlare apertamente di fatto "mistico" nella adesione al partito» (L’Estremismo condanna dei futuri rinnegati).
Gli individui che compongono il partito non possono avere individualmente la coscienza del patrimonio storico al quale hanno aderito per via istintiva e che viene accettato in blocco anche senza averlo preventivamente capito.

Falsa è quindi anche l’altra affermazione di Gramsci secondo cui le Tesi di Roma, dichiarando che non si possa pretendere dai singoli compagni il pieno possesso della dottrina marxista, darebbero spazio ad infiltrazioni opportunistiche, come le affermazioni di Serrati sulla disciplina permettevano la coesistenza nel PSI dei riformisti. Al contrario la Sinistra ha sempre stabilito che si tratta di sapere che cosa lega insieme questi uomini in una unica organizzazione, cioè la linea di azione che è propria dell’organo politico comunista (che non era quella del partito socialista). I singoli sono uniti dall’adesione ad una posizione di battaglia, ad una trincea che la storia ha stabilito prima di loro ed alla quale essi devono assoluta fedeltà e nella quale possono trovarsi schierati senza averlo interamente, come Gramsci, compreso.

(Continua al n. 15)

 
 
 
 


Dall’archivio della Sinistra
 

V Congresso dell’I.C.
Rapporto della Sinistra italiana sul fascismo
 

La Sinistra comunista italiana ha sempre considerato il fascismo come uno dei sistemi di governo a cui lo Stato capitalista può ricorrere per perpetrare il proprio sfruttamento e dominio di classe sul proletariato. A seconda dei casi e delle contingenze sociali, politiche ed economiche lo Stato borghese sceglie un determinato modo di amministrazione politica. Da questo punto di vista nulla cambia tra un governo democratico, socialdemocratico o fascista. I mezzi ed i fini della classe operaia rimangono gli stessi: organizzazione rivoluzionaria del proletariato, inquadramento nel partito comunista, lotta armata per l’abbattimento dell’impalcatura borghese, instaurazione della dittatura proletaria.

Se nessuno di questi regimi avvicina di per sé lo scontro aperto tra le classi, tutti quanti infatti con sistemi diversi tendono a realizzare e perpetuare la collaborazione di classe, è altresì vero che il partito comunista, quando possegga un lucido indirizzo marxista, può approfittare delle loro contraddizioni per spingere il proletariato in senso rivoluzionario. Un governo socialdemocratico può rappresentare, si legge nelle Tesi di Roma, un passo avanti verso la rivoluzione, ma solo se il partito avrà preventivamente denunciato il fallimento dell’illusione pacifista-legalitaria e avrà conservata una salda organizzazione indipendente attorno alla quale i lavoratori potranno raggrupparsi allorquando saranno costretti ad abbandonare i partiti che avevano in parte sostenuto nei loro esperimenti di governo.

Allo stesso modo potrà essere sfruttato il regime fascista, avendo dimostrato come la borghesia, per mantenere il proprio dominio di classe, sia disposta a calpestare tutte le sue garanzie costituzionali ed i suoi principi etici e quando virilmente si accetti la lotta sullo stesso terreno del nostro nemico.

Il fenomeno fascista, considerato come forma moderna della gestione politica borghese, è sempre stato studiato dalla Sinistra con rigore scientifico e dialettico. Innumerevoli sono stati gli articoli, rapporti all’Internazionale, disposizioni pratiche di lotta, precise scelte di campo, ecc. In particolar modo, sull’argomento fascismo, la Sinistra tenne due rapporti rispettivamente al quarto e al quinto Congresso dell’Internazionale. Il rapporto al IV Congresso è stato ripubblicato nei numeri 40, 41, 42 del nostro giornale, “Il Partito Comunista”, (dicembre ’77 - febbraio ’78); qui quello al quinto.

La nascita del fascismo è da ricollegarsi a quei gruppi che invocarono l’intervento dell’Italia nella Prima Guerra mondiale, gruppi eterogenei che andavano dalla destra salandriana ad una estrema sinistra formata da rinnegati sindacalisti, anarchici e, nel caso di Mussolini, da socialisti rivoluzionari. Furono questi ultimi che, a guerra finita, formarono il gruppo dirigente del movimento fascista pur continuando a mantenere una fraseologia pseudo-rivoluzionaria. La guerra, denunciata da Lenin, dalla Sinistra italiana e da pochissimi altri come guerra imperialista da doversi sabotare, veniva presentata da Mussolini come fatto rivoluzionario che avrebbe aperto la strada dell’emancipazione dei lavoratori. Perfino ad armistizio concluso, Mussolini, sfruttando le sofferenze e le illusioni dei combattenti, scriveva:

     «La guerra ha portato le masse proletarie in primo piano. Essa ha spezzato le loro catene. Essa le ha estremamente valorizzate. Una guerra delle masse si conclude con il trionfo delle masse (...) Se la rivoluzione del 1789, che fu nello stesso tempo rivoluzione e guerra aprì le porte e le vie del mondo alla borghesia che aveva fatto il suo lungo e secolare noviziato, la rivoluzione attuale, che è anche una guerra, dovrà aprire le porte dell’avvenire alle masse che hanno fatto il loro duro noviziato di sangue e di morte nelle trincee (...) La rivoluzione è continuata sotto il nome di guerra per 40 mesi (...) Essa non è finita. Quanto ai mezzi, noi non abbiamo pregiudizi, accettiamo quelli che saranno necessari; i mezzi legali e quelli cosiddetti illegali».
Il fascismo, di fronte ai possenti moti di classe del dopoguerra, non tardò a manifestare quali fossero i mezzi “legali” ed “illegali” che intendeva mettere al servizio della “rivoluzione”.

Violenze contro le organizzazioni operaie e contro singoli dirigenti si susseguono dal 1919 in poi quotidianamente, a ritmo crescente. Lo svolgersi di queste imprese segue una linea di sviluppo territoriale che porta alla graduale conquista delle roccheforti proletarie della penisola. Come una vera e propria organizzazione militare punta al controllo delle maggiori concentrazioni operaie italiane: da Bologna l’avanzata fascista si dirige verso i poli industriali di Milano, Torino, Genova; dall’altro lato verso la Toscana e l’Italia centrale. I fascisti dispongono di armi e mezzi di trasporto e dell’immunità da parte della legge.

Il governo però si presenta come al di sopra delle lotte di fazione, anzi si atteggia ad una politica di sinistra facendo delle concessioni alla classe operaia. Nitti e Giolitti, esponenti della sinistra borghese, fanno di tutto per accattivarsi le simpatie dei socialisti e ingannare così la rabbia proletaria, mentre attrezzano lo Stato ed il fascismo alla repressione violenta e spietata. Nitti concesse l’amnistia ai disertori di guerra e modificò la legge elettorale passando dal sistema del collegio uninominale al proporzionale che permise al PSI di ottenere più di 150 deputati in parlamento. Ma nello stesso tempo creava la guardia regia, senza incontrare la minima opposizione da parte dei socialisti, composta da 25.000 uomini di truppa e portava a 170.000 il numero dei carabinieri.

Durante il successivo gabinetto Giolitti il ministro della guerra, Bonomi, mise a disposizione del nascente movimento fascista un certo numero di ufficiali smobilitati e regolarmente stipendiati dallo Stato. Giolitti, nelle elezioni del 1921, accolse i fascisti nel “blocco nazionale antibolscevico” dando loro la possibilità di farsi eleggere 30 candidati. Perfino Tasca affermò che «Giolitti è stato, assai più di Mussolini, il Giovan Battista del fascismo».

A Giolitti succedette Facta. Il suo governo servì solo a mascherare la completa libertà di azione dei fascisti nella loro avanzata territoriale. Il governo non era altro che un governo ombra la cui sola attività consisteva nell’appoggiare l’offensiva fascista in direzione del potere. Da allora in avanti sarà solo una questione di bottega tra i vari esponenti politici per la contrattazione, a denti stretti, del numero di portafogli.

Per dare una immagine di ciò basta vedere i pochi giorni che precedettero la marcia su Roma. Il 26 ottobre 1922, al termine del convegno di Napoli, De Vecchi e Ciano informarono Salandra dell’imminente marcia; Salandra informa il capo del governo Facta che, il giorno dopo, avverte il re. Il re, partito da San Rossore, arriva a Roma alle 20,05, incontra Facta al quale dichiara che Roma deve “essere difesa”, i fascisti non devono penetrarvi, «la Corona deve poter deliberare in piena libertà e non sotto la minaccia dei moschetti fascisti». Facta rassegna le proprie dimissioni e se ne va a... dormire. La stessa sera, verso mezzanotte (27 ottobre), Beneduce, sottosegretario alla Presidenza del consiglio si reca, con l’on. Rossigni, all’Hotel Londre, dove alloggia Facta, per informarlo degli ultimi sviluppi. Rossigni racconta:

     «Facta giaceva a letto (...) sopra di sé aveva steso i pantaloni, la giacca, il gilè, perché faceva freddo e non aveva avuto nemmeno lo spirito di iniziativa di chiamare la cameriera perché gli portasse una coperta (...) Facta chiamò il suo capo gabinetto con il telefono riservato, ma nessuno rispose. Al che gli dissi: "Ma è possibile che tu, Presidente del consiglio, non trovi nessuno?". E lui: "Eh, insomma, (...) mi hanno chiesto il permesso di andare a dormire, perché tanto c’è la crisi, siamo dimissionari, ed io ho detto che andassero, che ci saremmo visti domani mattina"».
Il giorno dopo Facta, assieme al ministro della Guerra e dell’Interno, prepara una bozza di stato d’assedio, ma il re si rifiuta di firmarla. L’armata Brancaleone fascista può così fare il suo ingresso trionfale nella “città eterna”. Corona, Vaticano, massoneria, industriali, agrari, alta finanza e democratici di ogni specie salutano in loro i salvatori delle sorti della nazione. Mussolini arriverà solo due giorni dopo, in vagone letto, acclamato da tutti gli striscianti rappresentanti della democrazia.

Il fascismo ha sempre tentato di presentarsi come movimento rivoluzionario. Mussolini, infatti, dichiarava: «Noi rappresentiamo l’antitesi (...) in tutto il mondo degli immortali principi del 1789». Ma il ripudio dei principi rivoluzionari borghesi – Libertà, Uguaglianza, Fratellanza – non significava affatto la produzione di una nuova etica, ma semplicemente che ad un certo punto la borghesia si rende conto, come affermava Marx, che

     «Tutte le armi da essa forgiate contro le idee feudali le si rivolgono contro, che tutti i mezzi di educazione da essa escogitati si ergono contro la propria cultura, che tutti gli Dei da essa creati l’abbandonano (...) Tutto ciò che è stato definito libertà borghese e strumento proprio del progresso attacca e minaccia la sua egemonia di classe».
È del tutto falso quindi che il fascismo rappresenti una nuova dottrina politica. Al quarto Congresso dell’I.C. la Sinistra italiana aveva affermato:
     «La nostra critica ci induce alla conclusione che, quanto all’ideologia e al tradizionale programma della politica borghese, il fascismo non ha apportato nulla di nuovo. La sua superiorità e la sua caratteristica distintiva consistono interamente nella sua organizzazione, nella sua disciplina, nella sua gerarchia. All’infuori di questi aspetti militari eccezionali non gli resta che una situazione irta di difficoltà di cui esso è incapace di venire a capo».
La classe dominante, in Italia, non si era mai organizzata in veri e propri partiti. Solo l’offensiva reazionaria che era costretta a sferrare contro il nemico di classe la metteva di fronte alla necessità di riunire e dare un indirizzo unitario a tutte le sue forze, fino ad allora impiegate a combattersi a vicenda per i loro interessi particolari. Il fascismo fu solo la realizzazione di questa necessità. Per far questo non ha avuto nessuna remora a gettare alle ortiche i propri paludamenti repubblicani ed anarchici indossando in tutta fretta la giacca della fedeltà alla corona e dell’aperta reazione.

Un movimento borghese che fa dei programmi ed enuncia una dottrina politica non può ammettere la necessità della difesa di classe con tutti i mezzi, anche con quelli secondo la teoria democratica esclusi dalle leggi dello Stato. È logico allora che in un momento di repressione contro la classe operaia, il movimento politico borghese si presenti sotto nuove forme.

     «Non bastano più i partiti costituzionali, attrezzati per far uscire dalle lotte elettorali, dalle consultazioni del popolo la risposta che la maggioranza firma per la sopravvivenza del regime capitalistico; occorre che la classe che sta attorno allo Stato ne fiancheggi le funzioni secondo le nuove esigenze» (Ordine Nuovo, 17 novembre 1921).
La borghesia deve assumere
     «una funzione ed una organizzazione a carattere militare in previsione della guerra civile».
Quando il metodo rivoluzionario guadagna la classe operaia, che abbandona la speranza di una sua emancipazione per via democratico-legalitaria, il partito dell’ordine si inquadra a sua volta per contrapporsi all’ondata rivoluzionaria. Il fascismo rappresenta quindi l’integrazione e non la demolizione del liberalismo borghese, realizzando quella doppia funzione difensiva più volte sperimentata dalla classe al potere. Da un lato farà mostra
     «della più audace politica democratica e socialdemocratica, mentre sguinzaglierà le squadre dell’organizzazione militare bianca per seminare il terrore nelle file del proletariato. (Tutto ciò) serve solo a dimostrare quanto sia inane l’antitesi: fascismo/democrazia parlamentare».
Da qui la conclusione che il fascismo non potrà mai darsi un’ideologia:
     «se dovesse parlare a nome di una dottrina, dovrebbe rientrare nei quadri del liberalismo tradizionale che gli ha affidato l’incarico di violare la sua teoria ad uso esteriore».
Al fascismo come fatto rivoluzionario non ci ha mai creduto nessuno, nemmeno i fascisti. Mussolini, nel gennaio 1923 si sentì in dovere di scrivere qualche cosa in proposito rivendicando al suo movimento una “marcia di quadrate legioni” il cui motto era “nulla dies sine linea”. In questo scritto il capo del fascismo tenta di paragonare il nuovo regime italiano alla rivoluzione di Russia. Ma, commentammo: «per fare questo in maniera sistematica gli manca, più che la volontà ed il tempo, il materiale stesso” (Il Lavoratore, 17 gennaio 1923). Mussolini dichiara che la rivoluzione fascista si realizza in due tempi: «Nel primo le forze nuove si sono sostituite alle vecchie nel possesso della macchina statale». L’impresa, continua il duce, non poteva che essere condotta con violenza per chiudere definitivamente «l’epoca dei Giolitti, dei Nitti, dei Bonomi (...) e minori dei dell’olimpo parlamentare». Servivano uomini nuovi al volante di questa macchina; «ma la macchina – ammette – è frusta». A differenza di Mosca che «si è gettata nella macchina e l’ha frantumata in mille pezzi», il fascismo «non demolisce, ma procede per gradi, per pezzi».

Abbiamo sempre, con prove, smentito che i fascisti abbiano preso il potere facendo ricorso alla violenza, al contrario, partiti e consorterie spodestate non opposero nessuna resistenza, accordandosi apertamente con i loro successori. D’altro canto Mussolini ammette che, a differenza dei bolscevichi, i fascisti non hanno distrutto la macchina statale, si sono anzi premurati di ripararla. Quindi si deve negare «la definizione di rivoluzione all’avvento del fascismo al potere (...) Dei due caratteri che si esigono in una rivoluzione: conflitto armato e mutamento brusco delle istituzioni, nessuno si verifica nell’avvento fascista».

Nello stesso tempo in cui Mussolini confessa che l’apparato statale non sarà demolito, esso fa anche un’altra preziosa ammissione: «La macchina è frusta». Non è dunque la politica dei governi degli ultimi anni che l’ha rovinata ma, evidentemente, un fenomeno più profondo e più grave.

La affermazione che il fascismo «non è un movimento di teoria, ma di fatti» è facile, ma non cela che la sua impotenza. Se è vero che ad un movimento rivoluzionario non basta avere un elegante sistema teorico per vincere alla scala storica, è altrettanto vero che non può esistere un movimento rivoluzionario che non abbia chiare e nette tavole di principi, che non sappia esprimere una coscienza teorica della sua missione. La formula «procedere per gradi, per pezzi» è attinta dal bagaglio dottrinale del riformismo.

Tuttavia è vero che una certa “analogia” (analogia che è allo stesso tempo antitesi) esiste tra il metodo fascista e quello comunista. Già nel rapporto al IV Congresso del Comintern la Sinistra italiana aveva messo in evidenza questo aspetto: in Russia la macchina dello Stato è diretta da un partito che rappresenta una classe, la classe proletaria, nella sua unità. Compito del partito bolscevico è quello di realizzare l’unità di azione di tutti i gruppi del proletariato ed anche del semiproletariato. Ma nella classe proletaria e tra i semi-proletari vi sono categorie e raggruppamenti di natura locale e sociale i cui interessi immediati non sempre coincidono; il partito comunista, tramite la sua direzione unica, fa tacere, nell’interesse generale e del successo finale, i secondari interessi contrastanti. In questo modo si realizza il massimo di forza della classe che esso rappresenta. Nelle file della classe dominante, a maggior ragione che nel proletariato, esistono dei conflitti di interessi i quali possono, in determinate condizioni, mettere in serio rischio il successo della difesa contro una rivoluzione comunista. L’analogia tra fascismo e comunismo è proprio questa:

     «con una organizzazione unitaria il partito di governo, il fascismo interviene a centuplicare la forza di resistenza controrivoluzionaria».
Postosi alla guida dello Stato borghese, il fascismo, sostituisce i vecchi raggruppamenti politici con una sintesi unitaria delle forze sociali che erano precedentemente da questi organizzate. «È lo Stato democratico-borghese completato da una organizzazione di cittadini». Ma, per quanto accentratore e disciplinatore in campo politico, il fascismo non potrà fare niente di diverso dai regimi democratici in economia, non potrà disciplinare l’anarchia produttiva. Quindi, anche il contrasto di interessi, in seno alla classe dominante, che il fascismo, in un primo momento, era riuscito a far tacere, non verrà superato, continuando, al contrario, ad aumentare. La Sinistra era facile profeta nel concludere che nel tentativo di rinnovare la macchina dello Stato, il fascismo
     «farà "segnare" lo stesso "tempo" alla sconfitta della libidine reazionaria e del vaneggiamento riformista».
Il regime di Mussolini tende infatti a combinare la violenza reazionaria con la demagogia riformista. Era ancora la Sinistra ad affermare che il riformismo
     «finirà inquadrato nella sintesi fascista dei mezzi borghesi di difesa antirivoluzionaria, a cui avrà offerto non pochi motivi ed espedienti, come l’idea di rifare a grado a grado la macchina frusta (...) e la pratica di un sindacalismo corporativo castrato di ogni fecondità rivoluzionaria (...) A tutto questo potrà dare non una dottrina nuova, ma una larva di mito, l’idea nazionale, non teorizzata chiaramente come nel pensiero "nazionalista" vero e proprio, ma adombrata in modo da poter essere l’imperialismo del grasso capitalista e il collaborazionismo di classe del piccolo borghese riformista».
L’analisi del “fenomeno” fascista fatta dalla Sinistra, senza lasciarsi condizionare da apprezzamenti impulsivi, le servì per potere, allo stesso tempo, prendere le distanze da ogni forma di antifascismo democratico. In particolare dopo l’assassinio di Matteotti la Sinistra italiana individuò nell’antifascismo il prodotto più nefasto del fascismo stesso perché gettava le basi di una collaborazione tra il movimento operaio ed altri partiti di ideologia squisitamente borghese, come, ad esempio, quello cattolico e quello liberale. Fu la Sinistra che costrinse la direzione centrista del partito ad uscire dall’Aventino per rientrare a Montecitorio.
     «Non fu un caso che a tenere alla Camera, il 12 novembre 1924, l’audace discorso del rientro, fra urla di minaccia e pugni levati, fosse chiamato proprio un esponente della Sinistra, un componente del vecchio esecutivo deposto nel 1923: Luigi Repossi, così come non è un caso che il primo discorso della nuova legislatura sia stato tenuto a nome del partito, il 14 gennaio 1925, da un altro "astensionista", Ruggiero Grieco, non tanto per svolgere la critica alla nuova legge elettorale, quanto per riaffermare i principi comunisti della lotta di classe, della conquista violenta del potere e della dittatura proletaria» (O preparazione elettorale o preparazione rivoluzionaria, pag. 51).

 
 
 

V Congresso dell’Internazionale
23° seduta, 2 luglio 1924
Rapporto sul fascismo

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