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"COMUNISMO"
 
n. 18 - Maggio-Agosto 1985
Premessa
– LA VIA DEL PARTITO
COMUNISMO E GUERRA: L’IMPERIALISMO [RG30] (continua dal numero precedente): La guerra ispano-americana del 1898 - La guerra anglo-boera - In Europa - La situazione russa - Il piano tattico per la Russia - La guerra russo-giapponese - Lenin su  la risposta classista alla guerra
APPUNTI PER LA STORIA DELLA SINISTRA [RG31] (continua dal numero precedente): La benedizione del Vaticano al fascismo - Democrazia-fascismo-socialriformismo una compenetrazione e un completamento - Il primo fronte antifascista - Ai capi o alle masse? - Contro l’astensionismo borghese nel 1924 - Mussolini a scuola dai liberali - La crisi Matteotti - L’Aventino, il vecchio personale governativo protesta - Ma il capitale licenzia in tronco - La direzione Centrista rifiuta la mobilitazione di classe - La Sinistra e il proletariato per il parlamentarismo rivoluzionario
Dall’Archivio della Sinistra:
- LA FUNZIONE STORICA DELLE CLASSI MEDIE E DELL’INTELLIGENZA (Conferenza del 23 marzo 1925): Le classi intermedie - Gli intellettuali - Le classi medie della campagna - La classe dei piccoli contadini persisterà ancora - Si nega ogni autonomia d’azione alle classi medie - I programmi dei ceti medii - Il proletariato e i ceti medii (In: Università Proletaria Milanese, 1924/25)
 
 
 
 

 

Premessa


«Il partito è fermamente convinto che l’azione rivoluzionaria sarà alla sola condizione di tenere fermi, ben saldi, i piedi nel passato, continuando indefessamente a scolpire la “linea della Sinistra”, i caratteri della crisi rivoluzionaria futura».

Questo passo dell’articolo “La via del Partito” che pubblichiamo in apertura di questo numero della nostra rivista bene esprime il senso di tutta l’attività della nostra piccola organizzazione, che pretendiamo, senza tema di presunzione, essere rimasta la sola a difendere disperatamente l’integrità storico-teorico-programmatica del marxismo rivoluzionario.

“Tenere fermi i piedi nel passato”: questo il presupposto indispensabile per essere all’altezza della situazione storica futura, quando l’acutizzarsi della crisi e delle contraddizioni del capitalismo sospingeranno nuovamente sul proscenio le forze di classe del proletariato, oggi ancora prosternato, confuso e sopito, nonostante il declino inarrestabile delle illusioni di pace progresso e benessere perenne propinate dall’orgia produttivistica del capitale nel secondo dopoguerra, ormai in fase di irreversibile esaurimento.

Continuare a “scolpire la linea della Sinistra”: questa l’opera verso cui oggi sono protese quasi per intero le nostre deboli forze, opera in assenza della quale diverrebbe vana illusione qualsiasi “azione immediata”, qualsiasi “atto concreto”, o velleità di “agire subito”, “fare qualcosa”: espressioni e modi di agire che volentieri lasciamo alla miriade di giannizzeri variamente colorati e sfumati, che si agitano frustrati e impotenti di fronte alla cruda realtà storica odierna.

Proseguendo la trattazione del tema “Comunismo e guerra”, evidenziamo in questo numero, proprio in omaggio alla “saldezza dei piedi nel passato”, le posizioni assunte dai marxisti di fronte all’arco di guerre che, sul finire del XIX secolo e l’inizio del XX, segnarono, sul piano dei conflitti tra Stati, il passaggio del capitalismo alla sua “fase suprema”: l’imperialismo, periodo che vide un generale acutizzarsi in tutti i continenti dei contrasti tra le principali potenze economiche e commerciali in via di espansione. Posizioni che si diversificano a seconda del tipo di guerra e delle forze in campo, ma con l’occhio costantemente rivolto all’obiettivo del trionfo finale della rivoluzione proletaria.

Posizioni, valutazioni, battaglie e polemiche oggi per noi preziose al fine di tracciare le direttive d’azione del Partito in previsione del futuro terzo macello imperialistico, di cui stiamo rivivendo la fase preparatoria.

Non meno preziose le posizioni assunte dai comunisti di fronte all’andata al governo del fascismo, o meglio al trapasso di consegne antiproletarie dalla democrazia al fascismo, bene rappresentato dalla farsa dell’”antiparlamento” aventiniano, tema centrale della puntata sulla “Storia della Sinistra” che qui pubblichiamo: un capitolo importante della nostra ormai ultrasecolare battaglia contro l’opportunismo riformista, democratoide, pacifista e legalitario, l’ostacolo più duro che il proletariato dovrà abbattere sulla strada futura della sua rivoluzione. Una battaglia che prosegue oggi, ridotta, non per nostra volontà ma per oggettiva determinazione storica, alla pubblicazione di questa rivista e del nostro organo mensile: “Il Partito Comunista”, ma che rimane la sola azione di lotta possibile e necessaria per restare fedeli alle consegne del passato.

Riprendendo ancora l’articolo pubblicato: «Non deflettere mai dalla prospettiva rivoluzionaria non è una condizione dottrinaria, nemmeno all’immediato, ma la garanzia che il proletariato potrà volgere a suo favore la situazione storica. Per questo la lotta contro l’opportunismo, in tutte le sue forme, sempre, anche nei momenti più sfavorevoli, anche ridotta alla sola carta stampata, è compito primordiale e determinante. Questa lotta oggi “dottrinaria” contro l’opportunismo è l’unica garanzia per la “resurrezione politica” del proletariato, quando la crisi di regime lo rimetterà in movimento».

 

 

 

 

 


La via del Partito

Il nostro Partito è accusato da più parti di non avere altra prospettiva che la “rivoluzione plurinazionale, monopartitica e monoclassista” e che questo atteggiamento dogmatico e settario gli impedisce di vedere tante e tante fiammate di “eversione sociale” con protagonisti strati sociali piccolo borghesi e studenteschi. Da questa radicata ottusità deriverebbe la microscopica nostra estensione, la nostra assenza di peso fisico nelle “situazioni” e via di seguito.

Il fatto è che il Partito è fermamente convinto che l’avvenire rivoluzionario sarà alla sola condizione di tenere fermi, ben saldi, i piedi nel passato continuando indefessamente a scolpire la “linea della Sinistra”, i caratteri propri della crisi rivoluzionaria futura.

La nostra sicura prospettiva è, schiatti il dubbioso, la rivoluzione plurinazionale, monopartitica e monoclassista. Ma, aggiungiamo, tutto il processo che porta all’insurrezione armata della classe e alla sua conquista del potere politico ha come condizione primaria ed indispensabile la resurrezione politica della classe, cioè il rafforzamento e l’estensione dell’organo Partito, di tale portata da rovesciare i presenti sfavorevoli rapporti di forza fra le classi, rovesciamento che attendiamo prima di tutto dai fatti economici.

Anche quando non si hanno e non si avvertono segni di vitalità da parte della classe lavoratrice, tuttavia gli interessi storici del proletariato premono su quelli della classe capitalistica in tal misura da indurre il suo Stato a muoversi in difesa dell’attuale ordinamento economico e sociale e a disporsi in maniera antagonista nei confronti della classe lavoratrice. Qualsiasi cosa intraprenda, lo Stato ha sempre di mira la conservazione degli interessi del capitale e, di converso, lo schiacciamento di quelli proletari, ancor più quando lo Stato usa mezzi riformistici, manifestando così tutto il grandeggiare della sua forza economica e politica senza bisogno di ricorrere allo spiegamento della violenza diretta e cruenta.

Questa costante pressione degli interessi storici del proletariato e l’altrettanto costante azione del dispositivo statale capitalistico non sono il prodotto di volontà e di coscienza, né dall’una né dall’altra parte dello schieramento di classe, sono la semplice manifestazione fenomenica delle insanabili contraddizioni su cui si fonda ed in virtù delle quali si sviluppa l’intero capitalismo mondiale, contraddizioni che abbracciano la sfera economica sociale e politica.

Le crisi economiche, e quelle politiche che ne sono il riflesso, si svolgono ed esplodono in maniera incontrollabile dallo stesso regime capitalistico, che le subisce come subisce un cataclisma naturale. Ci sono crisi economiche, tuttavia, che non necessariamente hanno un contraccolpo politico immediato. La crisi del 1929-33, detta del “venerdì nero”, non ebbe nemmeno negli Stati Uniti, epicentro del sisma, contraccolpi politici di notevole intensità, anche se questa crisi profonda e mondiale generò le ragioni di fondo per determinare l’esplosione ritardata della minore crisi economica del 1938-39, da cui partì la seconda guerra imperialista.

Questo andamento non meccanico della crisi, dal marxismo non disconosciuto, è stato ed è costantemente usato dai teorici e dai giannizzeri borghesi per spiegare la pretesa non ineluttabilità delle crisi economiche e, in subordine, ecco il problema più scottante per essi, per tentare di dimostrare che non necessariamente queste si traducono in crisi politiche e sociali. È vero che la grande crisi del 1929 non originò crisi sociali da mettere in movimento la classe operaia; tant’è che da quella crisi il capitalismo mondiale uscì indenne fino al punto che poté, senza grandi sforzi, manovrare per sciogliere le sue momentanee contraddizioni nella guerra senza rischi politici e sociali.

L’esatto contrario si era avuto alla vigilia della prima guerra mondiale. Crisi economica, sociale e politica seguirono nel breve tempo di tre-quattro anni tanto che per un niente il capitalismo scongiurò il suo crollo.

Quale la variante del periodo 1914-17 rispetto al 1929-33? La risposta per noi è semplice: il partito politico della classe operaia. Nel secondo periodo, il passaggio armi e bagagli dei partiti stalinisti nel campo della difesa del capitalismo mondiale permise la sopravvivenza del regime borghese, per il quale diede il proprio sangue il proletariato di tutti i paesi. Lezione questa, non è certo di nostro esclusivo monopolio, che è stata fatta propria dalla borghesia che, di fronte alle cicliche crisi che colpiscono il suo apparato produttivo, più che perdersi in impotenti misure economiche si dà invece da fare per ricercare soluzioni politiche.

Ecco la seconda lezione, solamente nostra questa volta: il successo del capitalismo sul proletariato sino ad oggi segna dei punti sul terreno politico, non su quello economico. Il capitalismo ha bloccato il proletariato, sebbene i disastri economici si siano succeduti ai disastri e decine di milioni di morti abbiano insanguinato il mondo.

L’opportunismo è stato ed è il migliore garante di questa strategia controrivoluzionaria ed i preziosi servigi che ha reso al capitalismo lo inducono a porre la propria candidatura alla direzione dello Stato, certo di possedere tutte le garanzie per la migliore tutela del regime del capitale.

Sintetizziamo il raffronto: 1914-17: crisi economica, crisi del partito politico proletario in Occidente, mancata soluzione nella guerra della crisi economica, crisi rivoluzionaria in Russia per la presenza del Partito Comunista: 1929-33: crisi economica mondiale, assenza del partito passato al nemico, assenza di crisi sociale, mancata risposta proletaria, guerra imperialista.

Oggi viviamo in pieno dominio capitalistico, malgrado che i trenta e più anni dalla fine della seconda guerra mondiale siano punteggiati da crisi economiche ricorrenti, più o meno estese e profonde, e politiche di convivenza tra gli Stati che appena oggi mostrano i primi sintomi di incontrollabilità.

Il lungo periodo di pace sociale e di controrivoluzione, storicamente mai verificatosi prima di ora, è direttamente proporzionale ai guasti prodotti dall’ondata opportunistica che prende il nome di stalinismo. Un’ondata che ha prodotto partiti totalmente votati alla difesa dello Stato capitalistico e che non si pongono solo il fetido obiettivo di stornare il movimento proletario nel suo naturale moto contro lo Stato del capitale, ma di impedire fin dall’inizio il manifestarsi di questa mobilitazione. Se il capitalismo ha potuto rinviare di 60–70 anni la sua crisi di regime lo ha potuto in virtù del passaggio dei partiti operai dal campo proletario a quello statale borghese, fatto che ha nel contempo indebolito la sua capacità di resistenza futura, non potendo più demandare, con le stesse identiche chances di successo, la gestione provvisoria del potere a partiti che gli si sono ormai imparentati. Per questo, abbiamo più volte scandito che la crisi del regime capitalistico non potrà manifestarsi che come crisi contemporanea dell’opportunismo, crisi nella quale verranno coinvolti tutti i partiti.

Diciamo a ragion veduta “coinvolti”, non travolti, allo stesso modo che distinguiamo crisi di regime e crisi rivoluzionaria, non intercorrendo tra queste due fasi nessuna connessione logica ma rapporto contraddittorio e dialettico. Resta però fermo che la base della crisi rivoluzionaria sarà la crisi capitalistica di regime, con un massimo di debolezza dell’impalcatura economica, sociale politica del sistema capitalistico.

Sarà in questa fase di indebolimento dello Stato che il proletariato avrà modo di trarre le lezioni delle sue passate sconfitte, quando le centrali sindacali si dimostreranno in riga con lo Stato ed i partiti sedicenti operai faranno scudo per difendere le istituzioni democratiche.

Questo trauma economico-sociale è indispensabile alla pari del Partito politico di classe.

Allora e solo allora tutti i partiti e tutti i capi attuali degli operai verranno “travolti” dal moto di classe che si indirizzerà verso la insurrezione armata proletaria.

Non interessa qui la tattica e l’azione del partito per sfruttare tutte le condizioni a vantaggio della vittoria, ci limitiamo a ribadire che la condizione essenziale, quella del Partito, non discende dal contingente e non è quindi un risultato tattico, ed è falsa la tesi cara ai movimentisti un tanto al chilo che, al momento opportuno, il Partito scaturirà fuori dall’arena della lotta di classe perché la situazione lo produrrà.

La crisi economica, sociale e politica di regime non può determinare la rinascita del Partito, ma quella della lotta di classe rivoluzionaria del proletariato. Il Partito precede la crisi capitalistica, da cui trae soltanto le importantissime condizioni per dirigere il proletariato verso la conquista del potere politico.

L’Ottobre fu la vittoria di un partito, quello bolscevico comunista, sorto molti anni prima. Il 1919 in Germania fu la sconfitta di un partito, quello spartachista, troppo giovane e inesperto nei confronti della canea socialdemocratica. Le cosiddette condizioni obbiettive favorevoli hanno sempre determinato la “ripresa di classe”, non la nascita ex-novo di Partiti, ma l’azione di questi.

Da un punto di vista della dinamica della lotta di classe, la fase della “ripresa di classe” è una fase attiva, nella quale il Partito può realizzare il collegamento permanente con i reparti più avanzati del proletariato, dopo essere stato per anni apparentemente inattivo in attesa che mutassero le condizioni dello slancio proletario. La “ripresa di classe” sarà una fase molto delicata in quanto la sua trasformazione in crisi rivoluzionaria dipenderà dall’attività lucida e coerente del Partito che avrà allora, solo allora, la possibilità di determinare lo spostamento delle forze pro o contro la rivoluzione.

Se pertanto il maturare di cause favorevoli al proletariato è indipendente dalla volontà del Partito, la loro utilizzazione a fini rivoluzionari dipenderà solo dal Partito, che al proprio appuntamento storico dovrà presentarsi come una compagine ben allenata ed attrezzata che possieda una teoria scientifica dei fatti economici e sociali ed al cui esercizio coerente e continuo si sia formata.

Questa è la lezione storica della degenerazione della Terza Internazionale che si sforzò di risolvere volontaristicamente, cioè con manovre tattiche, che infine uscirono dai confini del programma e dei principi, situazioni storiche immature per la rivoluzione, manovre che non produssero nessuna crisi rivoluzionaria ma che rovinarono l’organo principale della lotta, il Partito.

Non deflettere mai dalla prospettiva rivoluzionaria, quindi, non è una condizione dottrinaria nemmeno all’immediato, ma la garanzia che il proletariato potrà volgere a suo favore la situazione storica, anche non di crisi generale di regime. Per questo la lotta contro l’opportunismo, in tutte le sue forme anche di sinistra, sempre, nei momenti più sfavorevoli, anche ridotta solo alla carta stampata, è compito primordiale e determinante. Questa lotta oggi “dottrinaria” contro l’opportunismo è l’unica garanzia per la “resurrezione politica” del proletariato, quando la crisi di regime lo rimetterà in movimento.

È questa l’intima convinzione del Partito, una convinzione che poggia sulle certezze storiche che chiamiamo “lezioni delle controrivoluzioni”, controrivoluzioni maestre, alimentate da tanti che volevano fare la rivoluzione ma che non erano capaci di aspettarla.

Questa è la strada!

(da “Il Partito Comunista” n.108, agosto 1983)

 

 

 


Comunismo e Guerra
Capitolo esposto alla riunione di settembre 1984 [RG30]

(continua dal numero precedente)

 

L’imperialismo
 

Con l’ultimo decennio del XIX secolo e l’inizio del XX nella letteratura economica e politica si diffuse largamente il termine imperialismo per caratterizzare le tendenze politiche ed economiche dei principali Stati di allora; il libro dell’economista inglese, pacifista e riformista aperto, J.A. Hobson, L’Imperialismo, che Lenin apprezzò grandemente, è del 1902. Al termine ne venivano date le definizioni più diverse ma per lo più “spinta espansionistica e coloniale” delle grandi potenze. Questa si era potentemente manifestata negli ultimi decenni del XIX secolo. Quando, conclusosi in Europa occidentale il complicato processo - pieno di multiformi aspetti locali, di avanzate e di ritorni, di ondate e di controndate - che aveva portato alla formazione dei principali moderni Stati nazionali borghesi, il capitalismo europeo ed americano esplicò senza freni il suo compito storico di potenziare la mostruosa macchina della produzione, ingrandendo fino ai limiti del mondo conosciuto il mercato e lo smercio dei suoi prodotti.

Questa spinta espansionista era già stata preveduta dal marxismo ortodosso, perché sviluppo della produzione capitalista e collegamento dei mercati lontani sono fenomeni originariamente e storicamente paralleli; proprio la scoperta delle grandi vie di comunicazione commerciale è stata uno dei fattori principali del trionfo del capitalismo.

Fin dall’inizio la scuola marxista rimarcò come tale termine di imperialismo non poteva poggiare solamente sull’apprezzamento della politica estera dei maggiori Stati capitalistici ma come si dovesse individuare in precise caratteristiche e fenomeni economici la reale natura della fase imperialista del capitalismo «la questione economica fondamentale, la questione cioè della sostanza economica dell’imperialismo» (Lenin, L’imperialismo).

Lo sviluppo industriale dopo la crisi del 1890 aveva avuto un andamento diseguale, ma i suoi risultati erano stati assai rilevanti e l’ascesa economica dell’ultimo decennio del XIX secolo dette un’accelerazione senza precedenti nell’industria pesante: nel corso di pochi anni la produzione mondiale di carbone aumentò di circa il 65%, quella della ghisa di oltre il 20% e quella dell’acciaio di quasi tre volte. Estendersi delle ferrovie, costruzione di stabilimenti siderurgici, espansione dei cantieri navali ed dell’elettrotecnica, del tessile e dell’intero commercio mondiale, provocò la ripresa dell’industria, la nascita di nuove aziende, una frenetica ricerca di mercati di sbocco, l’investimento nella produzione di una massa di nuovi capitali forniti in parte anche dai piccoli risparmiatori, ma anche una nuova crisi mondiale produttiva e commerciale che, dopo i primi sintomi dell’estate 1900 si rivelò in tutta la sua estensione e profondità negli anni fra il 1901 ed il 1903.

Questa ennesima crisi economica si caratterizzò soprattutto per la potente spinta che impresse al processo di concentrazione della produzione e di centralizzazione del capitale. Contribuendo alla rovina di alcune imprese industriali e contemporaneamente al rafforzamento di altre, economicamente e tecnicamente più forti, la crisi esaltò la funzione dei cartelli e dei monopoli industriali, allargandone e rafforzandone il dominio. Era, come Lenin avrebbe inequivocabilmente mostrato, una vittoria teorica del marxismo che con la sua indagine storica aveva anticipato come la libera concorrenza determini la concentrazione della produzione e come questa, ad un determinato livello di sviluppo, conduca al monopolio: «Pertanto, i risultati fondamentali della Storia dei monopoli sono i seguenti: 1) 1860-1870, apogeo della libera concorrenza. I monopoli sono soltanto in embrione. 2) Dopo la crisi del 1873, ampio sviluppo dei cartelli. Sono però ancora l’eccezione e non sono ancora stabili. Sono un fenomeno di transizione. 3) Ascesa degli affari alla fine del secolo XIX e crisi del 1900-1903. I cartelli diventano una delle basi di tutta la vita economica. Il capitalismo si è trasformato in imperialismo».

Abbiamo scritto in “Il ciclo storico dell’economia capitalistica”, Prometeo n.5/1947:

«L’espansione sul mercato mondiale delle masse dei prodotti si è accompagnata al tentativo grandioso di controllare il gioco sconvolgente delle oscillazioni dei loro prezzi di collocamento, da cui poteva dipendere il crollo delle colossali impalcature produttive. Le imprese si sindacarono, uscirono dall’individualismo economico, dall’assoluta autonomia della ditta borghese tipica, sorsero i cartelli di produzione, i “trust”, si associarono con rigorosi patti le imprese industriali che producevano la medesima merce, al fine di monopolizzare la distribuzione e fissarne i prezzi ad arbitrio. E siccome la maggioranza delle merci costituisce ad un tempo il prodotto venduto da un’industria e la materia prima acquistata da un’altra successiva, sorsero i cartelli verticali, che controllano, ad esempio, la produzione di determinate macchine, fissando i prezzi di tutti i trapassi, a partire da quelli della originaria industria estrattiva del minerale ferroso».

La concentrazione delle banche in alcuni paesi precedette ancor più rapidamente di quelle dell’industria ed anzi costituì a sua volta un elemento ulteriormente acceleratore dello stesso processo di centralizzazione del capitale industriale:

«Contemporaneamente si svilupparono e concentrarono le banche, le quali, appoggiate sui più potenti aggruppamenti capitalistici industriali di ogni paese, controllarono e dominarono i produttori minori ed andarono costituendo in ciascun grande paese capitalistico, in cerchi sempre restringentesi, vere oligarchie del capitale finanziario».

Formazione di sindacati e monopoli industriali con una funzione decisiva nella vita economica, formazione e dominio del capitale finanziario (simbiosi del capitale bancario col capitale industriale) e prevalere della esportazione di capitale finanziario sull’esportazione di merci, queste, nella definizione di Lenin, alcune delle principali caratteristiche economiche della fase imperialista del capitalismo. Altra caratteristica: inizio della spartizione economica del mondo fra cartelli internazionali capitalistici (controllo delle materie prime da parte dei trust e dell’oligarchia finanziaria) e spartizione territoriale economica del mondo fra le maggiori potenze capitalistiche.

Ma questa spartizione era continuamente messa in discussione dal mutare dei rapporti di forza tra gli Stati capitalistici le cui potenze industriali, commerciali e finanziarie richiedevano una nuova adeguata spartizione territoriale per dispiegare tutto il loro potenziale.

Le “vecchie” potenze coloniali – Inghilterra, Francia e Russia – miravano a mantenere e allargare ancor più i propri possedimenti mentre Germania, Stati Uniti, Giappone e Italia, da pochi anni entrate nell’arena della politica coloniale, rivendicavano il loro “posto al sole”, cioè la propria parte nel saccheggio dei popoli dei paesi coloniali. Da qui l’inasprirsi delle rivalità e delle contraddizioni fra i vari Stati, da qui il ricorso alla forza delle armi, alla guerra.

Indiscutibilmente, come scrive Lenin, «in regime capitalistico non si può pensare a nessun’altra base per la ripartizione delle sfere d’interessi e d’influenza, delle colonie, ecc., che non sia la valutazione della potenza dei partecipanti alla spartizione, della loro generale potenza economica, finanziaria, militare, ecc. Ma nei partecipanti alla spartizione i rapporti di potenza si modificano difformemente, giacché in regime capitalistico non può darsi sviluppo uniforme di tutte le singole imprese, trust, rami di industria, paesi, ecc. (...) Il capitalismo si è trasformato in sistema mondiale di oppressione coloniale e di jugulamento finanziario della schiacciante maggioranza della popolazione del mondo da parte di un pugno di paesi “progrediti”. E la spartizione del “bottino” ha luogo fra due o tre predoni (Inghilterra, America, Giappone) di potenza mondiale, armati da capo a piedi, che coinvolgono nella loro guerra, per la spartizione del loro bottino, il mondo intero (...) Le alleanze di pace preparano le guerre e a loro volta nascono da queste; le une e le altre forme si determinano reciprocamente e producono, su l’unico e identico terreno dei nessi imperialistici e dei rapporti dell’economia mondiale e della politica mondiale, l’alternarsi della forma pacifica e non pacifica della lotta».

Una prima chiusa con la Sinistra: 

     «Per intendere il senso dell’estremo sviluppo di questa terza fase del capitalismo mondiale si deve, seguendo Lenin, porla in rapporto al corrispondente svolgimento delle forze politiche che l’accompagna, fissare il rapporto tra capitale finanziario monopolistico e Stato borghese, stabilire le sue relazioni con le tragedie delle grandi guerre imperialistiche e con la tendenza generale alla oppressione nazionale e sociale».


La guerra ispano-americana del 1898

La fase suprema del capitalismo, l’imperialismo, fu contrassegnata nel suo affermarsi alla scala mondiale, da tre guerre, la guerra ispano-americana, l’anglo-boera e la russo-giapponese, tre guerre per il battesimo della estrema fase in cui il capitalismo si diede un più “elevato, maturo, ordinamento sociale e economico”.

Il giovanil furore del capitalismo americano si diresse contro la decrepita monarchia spagnola, che conservava un vastissimo impero coloniale retaggio dei primi secoli dell’espansionismo commerciale dei vecchi Stati europei. L’arretrata Spagna conservava Cuba e Portorico nei Caraibi, le isole Caroline, Marianne e Palau e le Filippine nell’Oceano Pacifico oltre ad una serie di possedimenti in Africa. Cuba e Portorico attiravano le mire dei circoli finanziari ed industriali americani non solo come preziose fonti di materie prime (canna da zucchero in primo luogo) ma come basi chiave per l’accesso nell’America Centrale, al bacino dei Caraibi e all’istmo di Panama, attraverso il quale già si progettava di scavare un canale. Nell’Oceano Pacifico, le isole Filippine erano invece indispensabili per aprire la via americana ai mercati dell’Asia orientale.

Il conflitto scoppiò pretestuosamente, un “classico esempio di aggressione tipicamente lupagnellistica”: il misterioso affondamento della nave americana Maine ancorata all’Avana il 15 febbraio 1898, insieme ad una ipocrita campagna di stampa contro le atrocità del Governo spagnolo a Cuba, portò ad un violento ultimatum degli Stati Uniti alla Spagna invitata a rinunciare a Cuba. Era il 20 aprile. Già il 21 la flotta americana stringeva Cuba; distrutta una squadra navale spagnola le operazioni militari si spostarono a terra dove il peso principale dei combattimenti fu sopportato da volontari cubani. Dopo la rapida capitolazione delle autorità spagnole gli Stati Uniti occuparono interamente l’isola. Ogni rappresentante locale fu estromettesso dalle trattative di pace: l’ipocrita maschera della “liberazione” era gettata.

Fatti molto simili per le isole Filippine. Il 1° maggio dello stesso anno 1898 la flotta americana attaccò, incendiò ed affondò la flotta spagnola, antiquata e mal attrezzata, nel Golfo di Manila, per far poi sbarcare nelle Filippine i rappresentanti in esilio della Junta Nazionale. Come per Cuba, i patrioti nazionalisti sopportarono il peso più gravoso della lotta contro la guarnigione spagnola, con aspri e feroci combattimenti.

La capitale Manila fu però consegnata dal Comandante spagnolo alle truppe americane, che simularono persino un ultimo assalto per fingere di aver partecipato alle operazioni militari di terra. La proclamata Repubblica Filippina Indipendente si trovò senza la città capitale, e di nuovo i democratici americani avevano fatto fessi i patrioti!

Il 10 dicembre 1898 a Parigi fu concluso il trattato di pace: Cuba era dichiarata indipendente ma di fatto cadeva sotto il protettorato americano; le Filippine, Portorico e l’isola di Guam, la maggiore delle Marianne, passavano agli Stati Uniti.

Il popolo filippino insorse allora contro le truppe americane che, con una lunga e crudele lotta (villaggi bruciati, intere regioni devastate) riuscirono infine a spuntarla.

Alla spartizione delle colonie spagnole prese parte anche la Germania che, inizialmente, nel febbraio 1898, aveva cercato di organizzare una ipocrita “coalizione diplomatica antiimperialistica” delle potenze europee. Nel febbraio 1899, la Germania costrinse la Spagna a venderle le Isole Caroline, Palau e Marianne (ad eccezione di Guam); nello stesso anno, Germania e Stati Uniti si divisero l’arcipelago delle Samoa mentre l’isola di Tutuila e altre minori passavano sempre agli Stati Uniti. Tutte queste annessioni, insieme a quelle delle Hawaii conquistate in precedenza, dotarono il giovanile imperialismo americano di un formidabile sistema d’appoggio sulle vie di accesso al Giappone, alla Cina e al resto dell’Asia; l’Oceano Pacifico – per risultati di guerre – era diventato un mare americano, dominio che tutt’oggi risulta quasi intatto nonostante i vari tentativi del Giappone di contrastarlo.

Aveva ben donde Lenin per scrivere:

     «Negli Stati Uniti la guerra imperialista del 1898 contro la Spagna suscitò la opposizione degli “antimperialisti”, degli ultimi Mohicani della democrazia borghese. Essi chiamavano “delittuosa” quella guerra, consideravano l’annessione di paesi stranieri una violazione della Costituzione, dichiaravano “inganno sciovinista” il trattamento fatto al capo degli indigeni delle Filippine, Aguinaldo (gli era stata promessa la libertà del suo paese, e poi si fecero sbarcare truppe americane e le Filippine furono annesse) (…) Ma tale critica rimase allo stato di “pio desiderio” poiché non osò riconoscere il legame indissolubile dell’imperialismo con i trust, e per conseguenza con le basi stesse del capitalismo, non osò unirsi alle forze rivoluzionarie generate dal grande capitalismo stesso e dal suo sviluppo».

È un’atroce menzogna quella che vuole la repubblica degli Stati Uniti come liberatrice di popoli e di oppressioni: essa fu fin dall’inizio uno Stato colonialista, fatto storicamente accertabile e che non contraddice le nostre conosciute affermazioni che lo sviluppo e l’espansione della produzione capitalistica, in determinate aree e tempi storici, abbisogna di un preciso e saldo quadro politico, statale, nazionale e territoriale. Citiamo dal nostro “Schifo e menzogna del mondo libero”, in Battaglia Comunista n.15/1950:

     «Ogni colonizzato, in crociata per scolonizzarsi, getta le basi della sua trasformazione in colonizzatore, e come ogni aggredito in crociata, non meno santa, per difendersi dall’aggressione, a sua volta sogna, cova e prepara la trasformazione in aggressione».


La guerra anglo-boera

Alla fine degli anni novanta del XIX secolo le grandi compagnie capitalistiche inglesi, interessate alle miniere d’oro e diamanti del Transvaal e della Repubblica dell’Orange, spingevano il proprio Governo alla conquista degli Stati boeri, come venivano chiamati i coloni di origine olandese. Londra, che temeva un intervento tedesco promise a Berlino, in cambio della sua neutralità in caso di guerra con gli Stati boeri, il suo beneplacito per qualsiasi azione tedesca in Asia Minore.

Dopo l’accordo segreto fra le due capitali, per tutta la primavera ed estate 1899 ci furono continue provocazioni da parte degli inglesi della Colonia del Capo ed infine – nell’autunno – un massiccio concentrarsi di truppe inglesi lungo i confini con le Repubbliche boere. La minaccia fece decidere i boeri a rompere gli indugi e a dare la parola alle armi prima che la potente Inghilterra gettasse nella impari lotta le sue immense risorse.

La prima offensiva boera conquistò una parte della Colonia del Capo, ma successivamente i 450.000 soldati inglesi costrinsero a continue ritirate l’esercito boero formato da 60.000 uomini, un esercito che nonostante il mortale pericolo del Leone inglese non mancò di reprimere, distogliendo dal fronte rilevanti truppe, le rivolte delle tribù locali nelle retrovie, esempio di disfattismo se non di classe senz’altro di razza: dominio inglese = dominio boero e le zagaglie barbare ritornarono a mandare i loro sinistri bagliori contro i bianchi oppressori e schiavisti.

Nel febbraio del 1900, gli inglesi passarono decisamente all’offensiva, nel giugno presero la capitale del Transvaal, Pretoria, e le Repubbliche boere furono annesse all’Impero della Corona. La successiva cruenta guerriglia partigiana dei boeri non spostò la situazione; con estrema determinazione le truppe inglesi fecero terra bruciata intorno ai gruppi partigiani.

Dopo anni di vero e proprio genocidio, durante i quali gli inglesi fecero assaggiare ai boeri quegli stessi mezzi che essi avevano adoperato contro le tribù bantù, il 31 maggio 1902 fu firmato il trattato di pace ed i boeri superstiti diventarono sudditi britannici, privilegio naturalmente negato ai negri delle ex Repubbliche “libere” che, veri e propri paria, negli anni a venire, affiancati da continue immigrazioni di disgraziati cinesi ed indiani, saranno dominati da una classe bianca di affratellati boeri e inglesi.


In Europa

La guerra franco-prussiana del 1870 aveva chiuso per l’Europa occidentale il complesso corso storico dal 1789 al 1871 di lotta borghese contro il feudalesimo ed i suoi possibili ritorni, corso che aveva posto il problema dell’alleanza del proletariato con i movimenti borghesi rivoluzionari. Ma già i partiti operai avevano rifiutato ogni confusione ideologica ed organizzativa con i partiti borghesi ed avevano già posto in chiaro la loro prospettiva, che era di provocare due rivoluzioni, la rivoluzione ininterrotta dell’ Indirizzo della Lega dei Comunisti del 1848. Nell’Europa occidentale si chiudeva l’era delle grandi guerre di sistemazione nazionale borghese; moderni Stati nazionali si erano formati e da questo risultato storico non si poteva tornare indietro.

Compiti borghesi erano ancora storicamente da attuare invece nella Russia zarista e negli altri paesi dell’Est europeo in cui si estendevano i possedimenti dell’Impero Ottomano, altra sentina della reazione.

Già abbiamo visto nella puntata precedente le insurrezioni del 1875-76 in Bosnia, in Erzegovina e in Bulgaria, che portarono alla guerra russo-turca, guerra in cui l’esigenza di moderni Stati nazionali nei Balcani si intrecciò con le mire espansionistiche dello Zar verso Costantinopoli e degli austro-ungarici verso il Mar Nero. I marxisti di fronte alla guerra russo-turca tifarono apertamente per la sconfitta degli eserciti di Pietroburgo, veri guardiani della reazione feudale e antioperaia per tutta l’Europa, compito che non poteva assolvere il decadente Impero Ottomano che, senza vitalità storica, sperava di mantenere il suo spazio territoriale solamente puntando sulla forza del suo esercito, forza che non poteva per altro impedire un lento ma costante sgretolamento e notevoli indietreggiamenti delle bandiere con la Mezzaluna.

Nel 1896 l’Impero Ottomano subì un altro scossone: la popolazione greca dell’isola di Creta riprese la lotta armata contro il suo dominio e nel febbraio 1897 gli insorti proclamarono l’annessione dell’isola alla Grecia, che inviò reparti di truppe per aiutare gli insorti contro possibili ritorni dei turchi. L’isola di fatto si ritrovò “sotto la protezione dell’Europa”, con truppe inglesi, francesi, italiane e russe che la occuparono.

La Turchia iniziò decise manovre militari contro la Grecia, che subito furono del tutto negative per le truppe elleniche. Il governo di Atene dovette ritirare le truppe da Creta e si impegnò a pagare ad Istanbul una salatissima indennità di guerra; una commissione internazionale fu creata per incassare, a nome della Turchia, tutti gli introiti delle dogane greche e i proventi dei monopoli statali, misure che rendevano ancor più sottomessa e dipendente l’economia greca da quella dei maggiori Stati europei.

La vittoriosa Turchia dovette pure lei incassare in silenzio maligni colpi: sotto la pressione del Governo russo, il principe Giorgio, figlio del re di Grecia, era nominato Commissario superiore di Creta con le truppe delle maggiori potenze a vigilare che l’importante isola mediterranea non fosse definitiva né della Grecia né della Turchia.

Pur rigettando i metodi patriottici di anarchici e repubblicani, che con volontari internazionali parteciparono alla guerra a fianco delle truppe greche, i socialisti di sinistra si augurarono la vittoria greca e la contemporanea sconfitta turca.

Lenin con precisione, inquadrò questa guerra europea tra Stati ed eserciti nazionali nel movimento nazionale borghese “progressivo”, cioè che tendeva a far girare in avanti la ruota della storia:

     «Al tempo delle guerre del 1855, 1859, 1864, 1866, 1870 e anche del 1877 (russo-turca) e del 1896-97 (guerra greco-turca e i moti d’America), il contenuto oggettivo fondamentale degli avvenimenti storici consisteva in movimenti di carattere borghese-nazionale o in “convulsioni” della società borghese che si liberava dalle varie forme di feudalesimo (...) La caratteristica fondamentale dell’epoca era appunto la tendenza progressiva della borghesia e cioè la sua lotta non ancora definita, non ancora conclusa contro il feudalesimo. È del tutto naturale che elementi della democrazia moderna – e Marx, come suo rappresentante – ispirandosi al principio incontestabile dell’appoggio alla borghesia progressiva (alla borghesia capace di lottare) contro il feudalesimo, dovessero allora risolvere questo problema: “il successo di quale parte” cioè di quale borghesia è preferibile?» (“Sotto la bandiera altrui”, febbraio 1915).
     «I falsi richiami a Marx e a Engels costituiscono l’argomento “risolutivo” di questi due capi del socialsciovinismo: Plechanov rammenta la guerra nazionale della Prussia del 1813 e della Germania del 1870 e Kautsky dimostra, con aria di grande scienziato, che Marx risolse la questione per quale delle due parti (vale a dire per quale delle borghesie) sarebbe stato più desiderabile la vittoria nelle guerre del 1854-1855, 1859, 1870-1871, e che lo stesso fecero i marxisti per quanto riguarda le guerre del 1876-1877 e del 1897. È il metodo di tutti i sofisti di ogni tempo: prendere esempi che evidentemente si riferiscono a casi fondamentalmente diversi.
     «Le guerre precedenti che ci vengono indicate, erano la “continuazione della politica” dei movimenti nazionali borghesi, durati molti anni e diretti contro il giogo straniero, contro il giogo di un’altra nazione, e contro l’assolutismo (turco e russo). Non c’era allora, e non poteva esserci, nessun altro problema fuorché quello se fosse preferibile il successo dell’una piuttosto che dell’altra borghesia: a guerre di questo tipo i marxisti potevano a priori chiamare i popoli, attizzando l’odio nazionale così come Marx, nel 1848 e posteriormente, chiamò alla guerra contro la Russia; così come Engels, nel 1859, attizzò l’odio nazionale dei tedeschi contro i loro oppressori: Napoleone III e lo Zarismo russo» (“Il fallimento della II Internazionale”, settembre 1915).


La situazione russa

Nel 1861 esigenze di manodopera obbligarono il Governo zarista a promulgare la parziale emancipazione dei servi terrieri. Lo Zar già da tempo si era dato a fondare manifatture nazionali, successivamente sorsero imprese private, sia queste sia quelle protette da sovvenzioni e altre barriere doganali. Con lo svilupparsi del proletariato internazionale e russo in particolare, con il crescere del suo movimento organizzato, tradeunionista e politico, si pose la questione della sua strategia di classe in Russia. Già Engels, nel 1882, nella prefazione alla edizione russa del Manifesto, aveva scritto «la rivoluzione russa darà il segnale ad una rivoluzione di lavoratori in occidente», visione di uno slancio preso da una rivoluzione antifeudale che, abbattendo il fortilizio della controrivoluzione in Europa, passava il testimone al proletariato tedesco e latino, da tempo in lotta per i suoi autonomi obbiettivi di classe.

Riassumendo tanti poderosi testi passati, fino al 1894 il marxismo attendeva dalla Russia una rivoluzione antifeudale e antizarista da cui difficilmente si sarebbe passati ad una lotta proletaria. Il marxismo non attendeva ancora una sovrapposizione della rivoluzione proletaria a quella antifeudale (il proletariato russo era ancora allo stato embrionale, poco numeroso, nonostante i continui progressi dell’industria), ma che la rivoluzione russa rimanesse nei limiti borghesi.

Tale rivoluzione antizarista era prevista anche come possibile risultato di una guerra fra Russia e Turchia e soprattutto di quella, mille volte anticipata, fra le razze unite degli slavi e dei latini contro quella tedesca, come infatti sarebbe deflagrata nel 1914 determinando successivamente il crollo dello zarismo. Da qui la prospettiva più favorevole di Marx e di Engels: che la rivoluzione in Russia contro lo Zar scatenasse la rivoluzione europea e, solo con questa favorevolissima svolta, che anche la rivoluzione russa diventasse socialista superando la tappa borghese.

Certamente, anche se il proletariato era ancora embrionale e poco numeroso, gli ultimi decenni del secolo XIX, con un rapido svilupparsi dell’industria pesante ed in particolare delle ferrovie, ne videro enormemente crescere il peso numerico e politico. Dal ricco di dati ed affascinante “1905” di Trotsky, qualche breve citazione:

     «Fino al 1861 sorsero soltanto il 15% del numero complessivo delle imprese industriali russe; dal 1861 al 1880, il 23,5%; dal 1881 al 1900, più del 61%; inoltre nell’ultimo decennio del secolo scorso è avvenuta la costituzione del 40% di tutte le nostre imprese (...) Come l’industria russa non ha attraversato l’epoca dell’artigianato medievale, così le città russe non hanno conosciuto il progressivo sviluppo del terzo stato nelle corporazioni, nelle gilde, nei comuni, nelle municipalità. Il capitale europeo nel giro di alcuni decenni ha creato l’industria russa, ha fatto nascere le città moderne, in cui è il proletariato a svolgere le funzioni produttive fondamentali (...) Divenendo nell’economia russa lo strumento della capitalizzazione, lo zarismo rafforzò soprattutto se stesso (...) L’autocrazia, con l’aiuto della tecnica del capitale europeo, prese il carattere di un grandissimo imprenditore capitalista, banchiere, proprietario del monopolio delle ferrovie e dell’acquavite. Non furono, come in Europa, né l’artigiano del villaggio e neppure il grosso commerciante a sentire la necessità di creare una forte e vasta industria, fu lo Stato».

Questa modernità, come notava acutamente Trotsky, uccideva ogni originalità agli avvenimenti russi che avevano sempre più un linguaggio universale, anzi per certi versi l’arretrata Russia arrivava prima di altri paesi più sviluppati a determinati risultati sul procedere dell’economia borghese, tale lo Stato imprenditore.

La crisi produttiva e commerciale del 1900-1903, si ripercosse immancabilmente nel vasto territorio degli Zar; la crisi cominciò nell’industria leggera ma poi colpì con la massima intensità le nuove branche dell’industria pesante: circa la metà degli altiforni e il 45% dei pozzi petroliferi fu inattiva e altrettanto forte fu la riduzione della produzione di rotaie, locomotive e vagoni. La crisi fu accompagnata dalla disoccupazione, dal peggioramento delle condizioni di lavoro degli operai e dalla rovina di imprenditori medi e piccoli. Come per il resto del mondo, si intensificò la concentrazione della produzione, in imprese grandi e grandissime sostenute dalle banche, russe e straniere. Cartelli e monopoli, che già si erano estesi nel 1900, con la crisi aumentarono la loro forza in ogni principale branca industriale.

Ma insieme a questo capitalismo industriale e finanziario avanzato, nella immensa Russia vigeva il possesso fondiario più arretrato, una campagna la più barbara, con vaste zone di economia seminaturale e semiservile, per la quale gli stessi primi passi del modo di produzione capitalistico erano un reale progresso.

La riforma della ”emancipazione” del 1861 non aveva emancipato il contadino russo, il mužik; fu realizzata nell’interesse dello Stato ed adattata agli interessi egoistici della nobiltà. Trotsky scrisse che non soltanto il mužik fu messo da parte al momento dell’assegnazione delle terre, ma fu anche sottoposto al giogo della servitù fiscale. Senza terre, senza mezzi materiali, oppresso dal fisco, Trotsky calcolò in cinque milioni le famiglie di mužik che erano veri e propri paria delle campagne il cui unico anelito era di mettere le mani sulle terre della Corona e dei nobili al classico grido contadino: la terra a chi la lavora! Accanto a questi paria, altre 18 mila famiglie di mužik dovevano sopravvivere su una schiatta di terra di 5 desjiatine scarse (appena 5 ettari); i mužik si dividevano 112 milioni di desjiatine contro i 79 milioni di desjiatine di buone terre di proprietà dei 30 mila maggiori proprietari.

L’arretrata forma di proprietà e di conduzione della terra, l’infimo livello delle forze produttive, fece sì che nel 1901 la Russia fosse nuovamente colpita dalla carestia e dalla fame che si estese per ben 20 governatorati flagellando 24 milioni di abitanti.


Il piano tattico per la Russia

Trotsky chiude il capitolo “I contadini e la questione agraria” del suo “1905” con un agile e acuto periodo: «La questione agraria in Russia è una palla di piombo ai piedi del capitalismo, un punto di appoggio ed insieme la maggiore difficoltà per il partito rivoluzionario, una pietra d’inciampo per il liberalismo, un memento mori per la controrivoluzione». Chiare le conseguenze: «La formula sviluppata della questione agraria dice: espropriazione delle terre della nobiltà, soppressione dello zarismo, democrazia».

Della fine del XIX secolo, marzo 1898, è anche la costituzione del Partito Operaio Socialdemocratico Russo (POSDR) e del 1900 l’inizio delle pubblicazioni dell’Iskra, l’organo del POSDR nel quale i marxisti combatterono la loro decisa battaglia contro la corrente economicista che, inizialmente predominante, proponeva di saltare via ogni programma politico e di fare solo dell’economicismo proletario. Per la corrente marxista la necessità di rovesciare lo Zar è chiarissima, sebbene non vi fosse un vero movimento di liberali borghesi, perché una classe audace, decisa e rivoluzionaria di imprenditori capitalistici non si era in Russia mai cristallizzata.

Citiamo dal nostro Filo del Tempo “Bussole impazzite”, in Battaglia Comunista, n.20/1951:

     «Diceva Struve: siamo fuori dalla fase delle alleanze con la borghesia, quindi non ci interessa nulla delle sue lotte per la libertà politica e la indipendenza delle nazioni oppresse. Ed allora? Egli si truccava da intransigente, e transigeva con lo Zar, come Lassalle, altro scolaro imperfetto del marxismo, flirtava un poco col Kaiser: lasciamo, diceva, ogni richiesta borghese e innestiamo nel sistema zarista la lotta pacifica per le conquiste economiche che premono alla classe operaia: otto ore, aumenti di salari, leggi sociali, ecc. Il revisionismo che in Occidente si era contentato di barattare contro le riforme sociali la rivoluzione operaia, in Russia andava più avanti, e sotto abile ostentazione di un metodo di classe, barattava e quella e la rivoluzione antifeudale.
     «Tutta la vita e l’opera di Lenin parafrasata da mille autori dovrebbe essere letta a questa luce dell’incontro dialettico tra la strategia della rivoluzione nelle due aree che la storia tiene separate fino al 1917 (...) In Russia vanno spinte avanti tutte le forze disposte a rompere in armi contro il dispotismo, la dinastia, i boiardi, vengano esse da borghesi, da contadini, da intellettuali, da popolazioni oppresse; allo scioglimento di questa lotta deve levarsi protagonista il proletariato rivoluzionario pronto con le armi teoriche organizzative e tattiche alla sua dittatura».

E adesso anticipiamo la futura conclusione che altro non è che il riassunto di tanti nostri testi passati: nella insurrezione antizarista con chi deve allearsi il partito proletario, rigetto ogni falso estremismo-economicismo? Gli avvenimenti del 1905, che Lenin giustamente chiamò come la prova generale del 1917, contribuirono a gettare luce sullo scottante problema e quindi a preparare la vittoria gigantesca dell’Ottobre. Nel 1905 la forza dell’autocrazia, del suo esercito e dei suoi poliziotti strozzò nelle grandi città il poderoso sollevamento del giovane proletariato mentre la democrazia borghese fu clamorosamente assente, impaurita e annichilita dalla stessa radicalità degli avvenimenti. Il 1905 mostrò altresì che, per gli avvenimenti russi si poteva parafrasare il vaticinio di Marx sulla Francia del 1848:

     «Ogni rivoluzione proletaria russa avrebbe accompagnato una guerra mondiale!»

I bolscevichi di Lenin (il II Congresso del POSDR con la divisione in bolscevichi e menscevichi si ebbe nel luglio-agosto 1903) ma anche Trotsky, prevedevano con sicurezza che la rivoluzione, una prima volta sconfitta nel 1905, sarebbe ritornata e che, come già si era valutato prima del 1905, la borghesia capitalista e la democrazia borghese non avrebbero avuto la forza di assurgere al ruolo di protagonisti storici. Pertanto era certo che il proletariato non si doveva solo alleare, ma sostituire alla grande borghesia. Ma con quali programmi politici e sociali? Con quali altri alleati? La formula di Lenin era “dittatura democratica del proletariato e dei contadini”: il proletariato doveva dirigere esso stesso la lotta antizarista, senza cederla al movimento borghese che tendeva ad intese e compromessi parlamentari col vecchio regime; la classe operaia industriale avrebbe trovato un potente alleato nei contadini delle campagne e con essi avrebbe lottato per l’insurrezione e per il potere. Dittatura perché nella lotta inevitabilmente si sarebbe ricorso ai mezzi rivoluzionari e illegali, come in altri svolti storici aveva fatto la stessa borghesia capeggiando le masse del Quarto Stato; democratica, perché il compito sarebbe stato la distruzione del feudalesimo e non del capitalismo (l’espansione dell’industrialismo si doveva ancora avere per la Russia). Ma il potere non sarebbe stato consegnato alla borghesia capitalistica, anche se in gran parte doveva essere utilizzato per la trasformazione di un’economia arretrata in una capitalistica.

Gli anni di inizio Novecento furono di potente crescita del giovane movimento proletario, che proprio in quegli anni di profonda crisi industriale ebbe la forza di scendere in piazza. Nonostante il regime poliziesco, il 1° maggio 1900, 10 mila operai manifestarono a Charkov rivendicando la giornata lavorativa di otto ore e le libertà politiche. Il 1° maggio 1901 gli scioperi erano estesi a Pietroburgo, Mosca, Tiflis, Jekaterinoslav e in altri grossi centri. Il vigore del giovane proletariato russo si rivelò chiaramente nella cosiddetta “difesa di quelli di Obuchov”. Il 7 maggio la fabbrica d’armi pietroburghese Obuchov, licenziò un gruppo di operai per la partecipazione allo sciopero del 1° maggio; tutti gli operai – circa 5.000 – entrarono in sciopero per il ritorno nell’officina dei licenziati, scontrandosi successivamente con due compagnie di soldati, gendarmi e polizia chiamati a reprimere lo sciopero. Più del risultato – 800 operai arrestati, 37 processati – fu rimarchevole la prova di vitalità e di decisione degli scioperanti che accettarono la sconfitta certa piuttosto che indietreggiare senza battersi.

L’avvenimento di maggior rilievo del 1902 fu lo sciopero, dal 2 al 26 novembre, di Rostov sul Don che ebbe come avamposto le officine ferroviarie. Banco di prova per gli agitatori ed i propagandisti del POSDR, lo sciopero fu represso solo dopo l’ennesimo intervento di unità dell’esercito.

Il 1° marzo 1903 lo sciopero dei minatori di Zlatous fu duramente represso (45 morti e 41 feriti) e nel luglio iniziò lo sciopero degli operai dei pozzi petroliferi a Baku; lo sciopero si estese nell’Ucraina e nel Caucaso coinvolgendo – nel luglio-agosto – più di 2.000 operai. Le città di Kiev, Jekaterinoslav, Odessa e Batum videro accaniti scontri fra dimostranti truppe e polizia che per ordine del Ministro degli Interni Plehve, che sarebbe stato ucciso da un attentato nel luglio 1904, dovevano reprimere lo sciopero e ripristinare il traffico ferroviario “se necessario, anche passando sui cadaveri”.


La guerra russo-giapponese

La maturazione della crisi rivoluzionaria fu accelerata dalla guerra russo-giapponese. La “piccola guerra vittoriosa” su cui puntava lo zarismo per scongiurare la “calamità all’interno della Santa Russia”, portò un’ulteriore discredito al regime, tanto che Trotsky nella prefazione del “1905” può scandire che la rivoluzione derivò direttamente dalla guerra russo-giapponese, o meglio, dalla sconfitta russa in quella guerra.

Le mire giapponesi sulla Corea risalivano al decennio precedente, nel 1894-95 infatti il Giappone aveva guerreggiato e vinto con la Cina dei Manciù; dopo una schiacciante vittoria il trattato di pace dell’aprile 1895 sanciva l’indipendenza della Corea dalla Cina, la cessione al Giappone dell’isola di Formosa e della penisola del Liaotung, compresa la città-porto di Port Arthur. Le forti pressioni diplomatiche di Russia, Francia e Germania costrinsero il Giappone a restituire a Pechino la penisola e l’importante porto.

Gli anni a cavallo del 1900 videro le potenze occidentali estendere i propri domini in Estremo Oriente, con grosse preoccupazioni del Giappone che si era visto strappare i frutti dell’importante vittoria militare e vedeva scendere in campo agguerriti rivali. Nel 1898 la Russia ottenne in affitto Port Arthur e alcuni diritti sulla Manciuria; poco dopo, approfittando delle operazioni belliche per la rivolta nazionalista dei Boxer (1899), la Russia occupò militarmente l’intera Manciuria rifiutandosi, a pace conclusa fra Pechino e le capitali europee, di ritirare le truppe dalla regione.

La presenza russa nell’area e le sue manifeste mire espansionistiche, misero in allarme Giappone e Inghilterra, che avevano gli stessi disegni per la finale destinazione di quelle ricche terre; Giappone e Inghilterra si allearono riconoscendosi una reciproca libertà d’azione in quella parte dell’Asia e un reciproco appoggio militare in caso di aggressione. Incominciarono anche incontri e trattative diplomatiche fra Tokio e Mosca, i veri rivali per quella porzione di mondo. Ma, per gli evidenti contrapposti interessi, le trattative non portarono ad alcunché e sola possibilità di scioglimento dello scontro era nel ricorso alle armi.

Il più progredito dei popoli asiatici, più avanzato sulla via di un’attrezzatura di tipo capitalistico rispetto alla Russia, l’enorme Stato a cavallo di Europa ed Asia, ruppe gli indugi e le trattative diplomatiche infruttuose. L’8 febbraio 1904 una squadra navale giapponese attaccò la flotta russa alla fonda a Port Arthur e due giorni Tokio dichiarò guerra a Mosca mentre contemporaneamente sbarcava truppe in Corea. Nell’aprile, l’esercito giapponese batteva quello russo sul fiume Yalu ed entrava in Manciuria mentre altre armate sbarcavano nella penisola del Liaoning e iniziavano l’assedio della munita fortezza di Port Arthur che, distrutta la flotta russa in quelle acque, poteva sperare solo in un improbabile aiuto via terra.

Oscillante fu la posizione dei pavidi liberali borghesi: i circoli democratoidi, dopo un iniziale: «Dio, aiutaci ad essere sconfitti», col prosieguo sfavorevole delle operazioni militari si unirono al patriottismo ufficiale, sperando così di essere investiti del compito di salvatori della patria. Nel novembre 1904 i liberali svilupparono infatti una “campagna di banchetti” con petizioni e discorsi per indurre lo Zar ad imboccare, prima che fosse troppo tardi, la via delle riforme liberali. Il 25 dicembre un editto imperiale in effetti promise future libertà civili rivolgendosi alle “forze sociali mature”, invitate a stringersi intorno al regime. Evidentemente l’appello non riguardava il proletariato industriale che, sordo all’editto imperiale, dette un altro esempio di vigore rivoluzionario: proprio il giorno dopo, il 26, scesero in sciopero i lavoratori dei pozzi petroliferi che rimasero in lotta fino al 3 gennaio quando gli industriali, cedendo firmarono il primo contratto collettivo russo.

Il 2 gennaio era intanto capitolato Port Arthur, assediato dal luglio, evento decisivo per la sconfitta russa che sarebbe stata sanzionata dal trattato di pace del 5 dicembre 1905. E qui riapriamo una parentesi sulla guerra e sui suoi effetti sulla Rivoluzione.


Lenin su la risposta classista alla guerra

Il primo numero dell’organo bolscevico Vopered del 4 gennaio, conteneva l’articolo di Lenin “Autocrazia e proletariato”. Citiamo:

     «Un compito importantissimo attende il proletariato russo. L’autocrazia è scossa. La guerra gravosa e senza speranza in cui si è gettata ha profondamente scalzato le basi del suo potere e del suo dominio. Ormai non può reggersi senza ricorrere alle classi dirigenti, all’appoggio degli intellettuali, e inevitabilmente ne conseguiranno rivendicazioni costituzionali. Le classi borghesi si sforzano di far tornare a loro vantaggio la difficile situazione in cui si dibatte il governo: e questo tenta l’ultima carta per togliersi d’impiccio, per cavarsela con concessioni irrisorie, con riforme non politiche, con promesse che non impegnano a niente e di cui è particolarmente pieno l’ultimo editto dello Zar.
     «Vi riuscirà, almeno temporaneamente e in parte? Ciò dipenderà, in ultima analisi, dal proletariato russo, dal suo grado di organizzazione e dalla forza del suo assalto rivoluzionario. Il proletariato deve saper approfittare di questa situazione politica, per esso estremamente vantaggiosa. Deve appoggiare il movimento della borghesia in favore della Costituzione, scuotere e raggruppare attorno a sé strati quanto più possibile vasti delle masse popolari sfruttate, raccogliere tutte le proprie forze, e scatenare l’insurrezione nel momento in cui la disperazione del governo ha raggiunto il massimo, e il fermento popolare il punto culminante (...)
     «Lo sviluppo della crisi politica in Russia dipende ormai, più che altro, dal corso della guerra contro il Giappone. Nulla più di questa guerra ha smascherato e smaschera il marcio dell’autocrazia, la esaurisce finanziariamente e militarmente, strazia e spinge all’insurrezione le masse popolari spossate dai patimenti e alle quali questa guerra infame e criminale chiede sacrifici illimitati.
     «La Russia autocratica è già sconfitta dal Giappone costituzionale, e ogni dilazione non farà che accentuare e aggravare la disfatta. La miglior parte della flotta russa è già annientata, la situazione di Port Arthur è disperata, e la squadra navale che sta accorrendo in sua difesa non ha la benché minima possibilità, non dico di successo, ma neppure di giungere sul luogo; l’armata principale, comandata da Kuropatkin, ha perduto oltre 200 mila uomini e, ormai stremata e impotente, sta di fronte a un nemico che la schiaccerà senza meno dopo la presa di Port Arthur. La catastrofe militare è inevitabile, e inevitabile è che il malcontento, il fermento e l’indignazione si accentuino fortemente.
     «A quel momento dobbiamo prepararci con tutta la nostra energia. In quel momento una di quelle esplosioni che sempre più spesso si ripetono, ora in un luogo ora nell’altro, porterà a un grandioso movimento popolare. E allora il proletariato si metterà alla testa dell’insurrezione per conquistare la libertà per tutto il popolo, per assicurare alla classe operaia la possibilità di combattere per il socialismo, in modo aperto, ampio e avvalendosi dell’esperienza europea».

Il disfattismo interno di Lenin e dei bolscevichi è chiaro, netto: l’andamento della guerra, con la Russia zarista in procinto di essere sconfitta dal Giappone costituzionale, più avanzato quindi sulla via dell’attrezzaggio capitalistico, avrebbe aperto una enorme crisi politica e sociale del regime zarista, crisi di cui il proletariato ed il suo partito, che si stropicciava le mani per ogni rovescio che le truppe zariste subivano, dovevano approfittare per mettersi alla testa del popolo e scatenare l’insurrezione antifeudale.

I due contendenti non sono messi “alla pari”, con metodo marxista che sempre nell’analisi storica ha rigettato ogni forma di “indifferentismo”: di fronte ad una guerra che l’intera socialdemocrazia riconosce come portato dei moderni contrasti e contraddizioni delle spinte imperialistiche, si sceglie il “male minore”, cioè si indaga quale risultato militare avrebbe accelerato il corso della Rivoluzione che, Lenin non esita a riconoscerlo, riceve allora un involontario aiuto dalle armi dei gialli borghesi di Tokio.

Altra parte dell’articolo va rilevata ed è di polemica interna al campo socialdemocratico, fra bolscevichi, menscevichi e S-R, i Socialisti Rivoluzionari; le considerazioni di Lenin battono in breccia spontaneismo ed eclettismo, bestie mai dome contro cui Lenin, che pure è passato alla storia come il genio della svolta improvvisa e delle più audaci manovre, ha sempre combattuto. Lenin scandisce che la preparazione e l’organizzazione dell’insurrezione – vera e propria arte – è il risultato di un sistematico lavoro quotidiano e della conseguente estensione delle organizzazioni operaie. Ed ecco la potente chiusa del cerchio: l’importantissimo lavoro quotidiano non deve perdere neanche per un attimo il collegamento con il generale piano tattico del partito, piano che bandisce tendenze disorganizzatrici come le più o meno geniali improvvisazioni. Formula semplice quanto complessa sulla preparazione rivoluzionaria del partito che per Lenin e la Sinistra sta nel non calare nessuna barriera fra Teoria ed Azione, fra Princìpi, Programma, Propaganda e Tattica, sbarazzando il campo di ogni concretismo, di ogni formalismo e di ogni attivismo senza princìpi:

     «Ciò che oggi ben più conta è di richiamare l’attenzione del proletariato su forme di lotta effettivamente superiori e attive, come la nota dimostrazione di Rostov e tante altre manifestazioni di massa avvenute nel sud. Ciò che oggi ben più conta è di moltiplicare i nostri quadri, organizzare le forze e prepararci a una lotta di massa ancor più diretta e aperta.
     «Naturalmente, non vogliamo dire che i socialdemocratici debbano abbandonare il loro lavoro quotidiano, ordinario, al quale mai rinunceranno e in cui vedono il mezzo più adeguato per prepararsi alla battaglia decisiva, in quanto fanno interamente ed esclusivamente affidamento sull’attività, sulla consapevolezza, sull’organizzazione del proletariato, sull’influenza che esso ha fra le masse dei lavoratori e degli sfruttati. Intendiamo qui soltanto indicare la strada giusta, richiamare l’attenzione sulla necessità di andare avanti, sottolineare quanto dannose siano le esitazioni tattiche.
     «Il lavoro organizzativo fa anch’esso parte di quel lavoro quotidiano che mai in nessuna circostanza il proletariato cosciente deve dimenticare. Se non esistono organizzazioni operaie vaste e multiformi, se esse non sono vicine alla socialdemocrazia rivoluzionaria, nessuna lotta vittoriosa contro l’autocrazia sarà possibile.. Ma il lavoro organizzativo non è possibile se non si oppone una decisa resistenza alle tendenze disorganizzatrici che da noi, come dappertutto, manifesta questa smidollata parte intellettuale del partito che cambia le parole d’ordine come si cambiano i guanti».

Altro articolo va diligentemente trascritto, quello del numero seguente del Vopered, il 14 gennaio 1905, “La caduta di Port Arthur”:

     «L’Europa era così abituata a identificare la forza morale della Russia con la forza militare del gendarme d’Europa! Per lei il prestigio della giovane razza russa era inscindibilmente legato al prestigio dell’incrollabile potere zarista, saldo nella difesa dell’”ordine” vigente. Non sorprende che la catastrofe subita dalle forze che governano e comandano in Russia sembri “terribile” a tutta la borghesia europea: questa catastrofe segna l’inizio di un periodo in cui lo sviluppo capitalistico mondiale e la storia stessa procederanno con un ritmo estremamente più rapido; e la borghesia sa molto bene, troppo bene, per propria amara esperienza, che in tal modo si affretta la rivoluzione sociale del proletariato. La borghesia dell’Europa occidentale si sentiva così tranquilla in un’atmosfera di lungo ristagno, sotto l’ala del “potente impero! E d’un tratto una certa forza “misteriosa, giovanissima” osa sconvolgere questo ristagno e infrangere i suoi sostegni.
     «Si, la borghesia europea ha di che temere. Il proletariato ha di che rallegrarsi. La catastrofe del nostro peggiore nemico non significa per la sola Russia l’approssimarsi della libertà: preannuncia anche un nuovo slancio rivoluzionario del proletariato europeo.
     «Ma perché e in che misura la caduta di Port Arthur è effettivamente una catastrofe storica?
     «Prima di tutto balza agli occhi l’importanza che questo avvenimento ha per il corso della guerra. I giapponesi hanno raggiunto il loro scopo principale. L’Asia avanzata, progressiva ha assestato un colpo irreparabile all’Europa arretrata e reazionaria.
     «Dieci anni fa quest’Europa reazionaria, con la Russia alla testa, si allarmò per la sconfitta che il giovane Giappone aveva inflitto alla Cina e si unì per strappargli i migliori frutti della vittoria. L’Europa tutelava i rapporti costituiti e i privilegi del vecchio mondo, il suo diritto alla supremazia, l’immemorabile diritto, consacrato dai secoli, di sfruttare i popoli asiatici. La riconquista di Port Arthur da parte del Giappone è un colpo assestato a tutta l’Europa reazionaria (...)
     «Il legame fra l’organizzazione militare del paese e tutta la sua struttura economica e culturale non è stato mai tanto stretto quanto nel momento attuale. La catastrofe militare non poteva quindi non segnare l’inizio di una profonda crisi politica. La guerra di un paese avanzato contro un paese arretrato assume anche oggi, come già parecchie volte nella storia, una grande funzione rivoluzionaria. E il proletariato cosciente, nemico implacabile della guerra, che inevitabilmente, ineluttabilmente accompagna ogni dominio di classe in generale, non può chiudere gli occhi dinanzi al fatto che la borghesia giapponese sconfiggendo l’autocrazia ha adempiuto un compito rivoluzionario. Il proletariato è ostile a ogni borghesia e a ogni manifestazione del regime borghese, ma questa ostilità non lo esime dal dovere di distinguere i rappresentanti della borghesia storicamente progressivi da quelli reazionari. Perciò è del tutto comprensibile che i rappresentanti più coerenti e risoluti della socialdemocrazia rivoluzionaria internazionale, Jules Guesde in Francia e Hyndman in Inghilterra, abbiano espresso senz’altro le loro simpatie per il Giappone che ha battuto l’autocrazia russa (...)
     «No, la causa della libertà e la lotta del proletariato russo (e mondiale) per il socialismo dipende in misura molto grande dalle disfatte militari dell’autocrazia. Questa causa ha molto guadagnato dal crollo militare che ha spaventato tutti i custodi dell’ordine europeo. Il proletariato rivoluzionario deve condurre un’agitazione instancabile contro la guerra, ricordando sempre che le guerre sono inevitabili finché esiste il dominio di classe in generale. Con frasi banali sulla pace à la Jaurés non si aiuta la classe oppressa, che non è responsabile della guerra borghese tra due nazioni borghesi, che fa di tutto per abbattere ogni borghesia in generale, che sa quanto grandi siano le sciagure del popolo anche durante lo sfruttamento capitalistico “pacifico”. Ma, lottando contro la libera concorrenza, non possiamo dimenticare che essa è più progressiva del regime semifeudale. Nel combattere contro ogni guerra e contro ogni borghesia, dobbiamo nettamente distinguere nella nostra agitazione la borghesia progressiva dall’autocrazia feudale, dobbiamo sempre sottolineare la grande funzione rivoluzionaria di una guerra storica a cui l’operaio russo partecipa senza volerlo.
     «Non il popolo russo, ma l’autocrazia ha cominciato questa guerra coloniale, trasformatasi in una guerra tra il vecchio e il nuovo mondo borghese. Non il popolo russo, ma l’autocrazia è giunta a una vergognosa disfatta. Il popolo russo ha tratto giovamento dalla disfatta dell’autocrazia. La capitolazione di Port Arthur è il prologo della capitolazione dello zarismo. La guerra è ancora lontana dal suo epilogo, ma, quanto più a lungo dura, tanto più accresce il fermento e l’indignazione del popolo russo, tanto più si avvicina il momento di una nuova grande guerra, della guerra del popolo contro l’autocrazia, della guerra del proletariato per la libertà. Non per nulla la più tranquilla, pacata borghesia europea – che con tutta l’anima simpatizzerebbe per le concessioni liberali dell’autocrazia russa, ma che teme peggio del fuoco la rivoluzione russa, quale prologo della rivoluzione europea – è tanto allarmata.
     «Si, l’autocrazia è indebolita. I più increduli incominciano a credere nella rivoluzione. E la fede generale nella rivoluzione è già il principio della rivoluzione. Il governo stesso, con la sua avventura bellica, pensa a farla continuare. Il proletariato russo si preoccuperà di appoggiare ed estendere il grande assalto rivoluzionario».

Lenin sistema uno dopo l’altro i cardini del complesso rapporto fra Guerra e Rivoluzione. L’autocrazia e non il popolo ha cominciato quella guerra coloniale, condanna aperta quindi di una guerra che ha come fine schiette mire imperialistiche; né il popolo russo né il popolo giapponese hanno in gioco qualche loro interesse nazionale, mentre è il popolo cinese che è attaccato da un intero branco di famelici imperialisti. La considerazione dava una implicita consegna tattica: i partiti proletari dovevano denegare ogni appoggio ed apporto delle proprie forze politiche organizzate a quella guerra fra Stati (disfattismo interno).

Contemporaneamente però Lenin intende e spiega che il Giappone costituzionale battendo l’autocrazia feudale ha adempiuto ad una grande funzione rivoluzionaria, per questo il proletariato cosciente, nemico della guerra che è espressione di ogni dominio di classe, rifugge ogni indifferentismo e distingue fra la vittoria di una borghesia storicamente progressiva (quella giapponese) da quella di un regime reazionario (quello zarista).

Lenin, con analisi storica materialistica prevede quali diversi effetti avrà lo scioglimento della guerra, tanto che la simpatia per le armi giapponesi è evidente, aperta. L’intera socialdemocrazia internazionale vedeva come una disfatta russa avrebbe avuto ben tre effetti rivoluzionari: il primo, il “pericolo russo” sempre incombente sull’intero movimento internazionale operaio avrebbe ricevuto una poderosa scossa; il secondo, la sconfitta militare sarebbe stata soltanto il prologo di avvenimenti rivoluzionari interni, inevitabili per l’indebolimento dell’intero regime zarista; il terzo, la sconfitta della Russia da parte di una nazione asiatica avrebbe ridestato movimenti democratici rivoluzionari in tutto quel continente in quanto pratica dimostrazione che gli eserciti “bianchi” si potevano battere, non erano invincibili.

Facciamo un piccolo salto in avanti: nella seconda guerra mondiale i giapponesi mostrarono che pure francesi, inglesi e americani erano battibili, piccola lezione ad indiani, vietnamiti e cinesi.

Infine, Lenin ribatte un ennesimo chiodo marxista: le guerre sono inevitabili finché esiste un dominio di classe ed il proletariato non può condurre la sua agitazione con frasi banali sulla pace. Altra pietra angolare: le sciagure del popolo sono grandi anche durante lo sfruttamento capitalistico “pacifico” che pertanto non va idolatrato. Più estesamente scriverà Lenin in “Il capitale europeo e l’aristocrazia”:

     «Non si può chiedere solo la pace perché la pace zarista non è migliore (e talvolta è peggiore) della guerra zarista; non si può lanciare la parola d’ordine della “pace a qualsiasi costo” ma solo quella della pace e simultanea caduta dell’autocrazia (...) di una pace che implichi il rovesciamento dell’assolutismo».

Contro il pacifismo la chiarificazione è potente: la parola d’ordine pace deve implicare il rovesciamento dell’assolutismo e la preparazione di questo rovesciamento deve essere parte portante del piano tattico del partito. Lenin parafrasa il detto romano: Vuoi la pace? Prepara la guerra! E si appella alla guerra civile come unico strumento in grado di mettere fine ai domini di classe, al ciclo delle crisi e delle guerre, espressioni di una società divisa in classi antagoniste. Lenin, indirettamente, ribadisce una nostra classica tesi: il partito comunista è un partito d’attacco all’intero ordine costituito, un partito speciale in cui tutto deve essere per il finale attacco rivoluzionario e per cui nessun successo immediato, nessuna facile conquista di simpatie e consensi anche fra vaste masse proletarie, deve contraddire l’organico e stretto legame fra i nostri princìpi, il nostro programma e il nostro piano tattico a cui si deve ispirare ogni nostra azione, dalla più piccola ed insignificante a quella più grande e difficile.

È questo il legame che conferisce senso materialistico e storico alla attesa del “momento x”, quando dall’arma della critica si passerà alla critica delle armi, e che, nel contempo, toglie alla milizia comunista ogni rassegnato fatalismo come ogni pretesa di smuovere attraverso individuali personalità forze storiche che mai ubbidiscono alla volontà fosse pure quella di uomini illustri o di veri e propri giganti del pensiero. Schiatti il protagonismo: la rivoluzione ha bisogno di regole semplici quanto indefessamente applicate, formule semplici che devono essere comprese dalle masse in movimento, anonime e ignoranti di corsi di storia e di strategia rivoluzionaria.

(continua al n. 21)

 

 

 

 



Appunti per la storia della Sinistra

Esposto ad Ivrea, 2-3 febbraio 1985 [RG31]

(segue dal n.17)


La benedizione del Vaticano al fascismo


Nell’estate del 1923 fu approvata dal parlamento democratico la nuova legge elettorale (legge Acerbo) secondo cui al partito o alla lista che avesse ottenuto la maggioranza relativa (il quorum bastante era del 25%) sarebbero stati assegnati i 2/3 dei seggi. Il restante 1/3 sarebbe stato diviso in modo proporzionale tra i rimanenti partiti.

Molto importante per l’approvazione di questa legge sarebbe stato il comportamento del Partito Popolare, con i suoi restanti 105 deputati dopo la crisi dell’aprile: il suo atteggiamento era sempre stato equivoco, aveva perfino partecipato al governo fascista. Si era però dichiarato apertamente contrario al disegno di legge Acerbo rompendo con Mussolini, il quale si era sbarazzato dei ministri popolari. Ma Mussolini seppe dosare le bastonate sul groppone dei cattolici, ed anche di diversi preti, con le lusinghe verso il Soglio di Pietro. Il 16 novembre 1922, ad esempio, presentando il suo ministero alla Camera promise che tutte le fedi religiose sarebbero state rispettate con particolare riguardo a quella dominante che è il cattolicesimo”, e terminò pregando Iddio che lo aiutasse nel condurre a termine vittorioso l’ardua fatica”.

Il Vaticano, dal giorno stesso della Marcia su Roma aveva espresso la propria disponibilità al dialogo ed alla collaborazione. La famosa rivista dei Gesuiti, Civiltà Cattolica, usciva con un articolo a ricordare ai cristiani il loro dovere di “dare a Cesare tutto ciò che è di Cesare” e scriveva: «Quando una forma di governo sia legittimamente costituita, sebbene inizialmente difettosa od anche discutibile per diversi aspetti – sia nelle sue origini, nel suo esercizio, nei suoi rappresentanti, e simili – è dovere sottostarle in ciò che richiede l’ordine pubblico o il bene comune della società; né si fa lecito, ad individui o a partiti che siano, di tramare ad abbatterla, o soppiantarla o modificarla per vie ingiuste (...) I cattolici conoscono la saggezza che sa trarre il bene dal male».

Il 23 gennaio 1923 si ebbe il primo incontro (segreto) tra Mussolini ed il cardinale Gasparri; argomenti della discussione furono l’atteggiamento dei cattolici nei confronti del governo e la situazione del Banco di Roma. Il Banco era sull’orlo del fallimento ed il nuovo capo del governo si impegnò a turare un buco che sembra si aggirasse sui 1.300 milioni.

Appena 20 giorni dopo, il 13 febbraio, il Gran Consiglio del fascismo dichiarava la massoneria contraria ai principii della rivoluzione fascista. Sui 29 membri del Gran Consiglio presenti alla riunione, 3 erano massoni di Piazza del Gesù, 7 di Palazzo Giustiniani, 1, Farinacci, apparteneva a tutte e due le massonerie. Ebbene, tutti quanti si dichiararono disposti a rinnegare i vecchi riti di setta e ad inchinarsi a baciare la sacra pantofola.

Dall’interno delle mura leonine non tardò ad arrivare la risposta. Il 25 aprile il cardinale Gasparri ricordò ai vescovi d’Italia come il Vaticano già in precedenza avesse smentito che il PPI fosse in qualche modo legato alla Santa Sede, aggiungendo: «Sua Santità vuole che tutti coloro che rappresentano in qualche modo e misura gli interessi della religione, si attengano alla regola della più stretta prudenza, evitando anche le sole apparenze di atteggiamenti e favoreggiamenti dei partiti politici».

Riguardo alla proposta di legge Acerbo, l’Osservatore Romano scriveva che il sistema proporzionale era senz’altro «il più ragionevole, il più equo, il più proprio per la efficace manifestazione della volontà popolare (...ma...) non è da escludersi che il ventilato disegno di legge a collegio nazionale, con lista di maggioranza preferita e proporzionale per le minoranze, non offra dei lati vantaggiosi».

Il decano del Sacro Collegio di Cremona, cardinale Vannutelli, ad una cerimonia pronunciava un peana verso Mussolini, «acclamato già in tutta Italia restauratore delle sorti della Patria, secondo le gloriosi tradizioni religiose e civili della Nazione» (Corriere della Sera, 22 febbraio 1923). Il vescovo di Teramo in una lettera pastorale al clero ed al popolo inneggiava agli «uomini nuovi (che), compresi i valori spirituali del Cristianesimo», stavano ritrovando «la via che conduce a Dio» (Avanti!, 2 marzo). L’arcivescovo di Messina mandava un saluto a «Colui che indirizza l’Italia sulla via retta, a Colui che dà nuovo vigore alla Nazione, al Capo del Governo» (Osservatore Romano, 14 marzo). Il Vaticano infine impose a don Sturzo di ritirarsi dalla vita politica, l’anno dopo lo inviterà “paternamente” di abbandonare l’Italia.

Nell’ultima riunione di gruppo prima dello scrutinio, alla quale un quarto di essi non parteciparono, i deputati del PPI si divisero in 3 frazioni: i contrari alla legge (39), gli astensionisti (32), i favorevoli (9). I partigiani del fascismo non potendo far prevalere la loro proposta si associarono agli astensionisti. Passò l’astensionismo con 41 voti contro 39. Al momento delle votazioni alla Camera, però, violando la disciplina di partito, i 9 filo–fascisti votarono a favore delle legge; anche uno degli intransigenti” si indisciplinò e votò contro.


Democrazia-fascismo-socialriformismo una compenetrazione e un completamento

La rivoluzione fascista, declamava Mussolini, era in grado di sbarazzarsi di ogni impiccio democratico. Del resto come si comportavano gli avversari del fascismo? essi pure erano antidemocratici ed antiparlamentari. In Russia erano state abolite tutte le garanzie democratiche e dispersi tutti i partiti ostili al regime. Ma l’argomento mussoliniano poteva muoversi solo contro il partito comunista. A differenza di questo infatti, i socialisti, nelle loro varie sfumature, erano imbevuti e sempre assetati di democratismo, e i sovversivi sindacalisti ed anarchici, se erano anti-parlamentari, erano anche contro ogni forma di dittatura. Solo a noi comunisti, e di ciò eravamo orgogliosi, si potevano rinfacciare i metodi “russi”.

Ma se è vera la possibilità di intravvedere una certa convergenza, su questa questione, da parte dei due gruppi politici opposti (e sappiamo quanto il bolso democratume abbia speculato sugli “opposti estremismi”), «la nostra attitudine alla lotta contro la democrazia – affermava la Sinistra – è tanto chiara e coerente, quanto dubbia e contraddittoria è quella dei fascisti» (Stato Operaio, 16 agosto 1923). I comunisti sono per principio contro la democrazia intesa come sistema di rappresentanza politica e di governo in cui i membri di tutte le classi sociali godano degli stessi diritti. «Essere contro a questo principio significa che:

1) nel regime proletario siamo per la dittatura rivoluzionaria, e la esclusione dagli organi dello Stato delle classi non proletarie (in senso molto largo) ed anche per la repressione dei partiti controrivoluzionari;

2) nel regime borghese denunciamo la democrazia parlamentare come un apparato che tende a dissimulare la effettiva dittatura dei capitalisti (...) Per principio non siamo per nessuno dei meccanismi democratici, proporzionale, maggioritario od altro; basti notare che in Russia il sistema elettivo, non solo non è a tipo proporzionale, non solo non è realizzato il preteso ideale della circoscrizione unica (nazionale) ma non è neppure a carattere diretto: di più, vi è persino il voto plurimo, cioè valgono 10 volte ed anche di più i voti dei proletari delle città che quelli dei contadini. Altrettanti scandali per i teorici della democrazia per la democrazia».

Ma, i fascisti che parlavano con disprezzo della democrazia e ponevano il loro antidemocratico progetto di legge all’approvazione del democratico parlamento, non erano forse quegli stessi che nel 1914/15 invocavano la crociata per la democrazia, gridavano che non si poteva rimanere indifferenti di fronte all’assalto delle orde degli Junker prussiani, dell’autocrazia kaiserista, della forza austriaca contro le moderne democrazie di Francia, Belgio e Inghilterra?

Il fascismo è dittatura, ma non in quanto si sbarazza dei paludamenti dell’inganno democratico, è dittatura perché incarna la reazione borghese, pronta a ricorrere ai mezzi più drastici quando necessario pur di salvare dall’attacco rivoluzionario il regime dello sfruttamento capitalistico. Ma in cosa si differenzia ciò dal genuino carattere della politica democratica? Democrazia, fascismo e socialriformismo, al di fuori della demagogia, si compenetrano e si realizzano l’uno nell’altro e siccome non si tratta che di cadaveri seguiranno tutti e tre la medesima sorte.


Il primo fronte antifascista

Questo sinteticamente l’atteggiamento della Sinistra nei confronti sia di democrazia sia di fascismo.

Da questa visione della realtà sociale discendeva anche la linea che il partito comunista avrebbe dovuto adottare alla prossima scadenza elettorale. La tornata elettorale doveva essere considerata come un episodio dell’incessante lotta di classe che vede irriducibilmente contrapposti gli interessi proletari a quelli borghesi, qualunque essi siano. Era del tutto naturale e logico che Turati affermasse che «larghe zone di interesse del proletariato coincidono con gli interessi degli stessi capitalisti, dei capitalisti intelligenti» ed esortasse sia «il proletariato a comprendere questa necessità» sia la borghesia a fare «uno sforzo per capire» (La Giustizia, 22 gennaio 1924), o che Matteotti lanciasse la proposta per l’astensione dal momento che le elezioni non si sarebbero svolte con le dovute garanzie costituzionali. Quello che non fu né naturale né logico, al contrario deleterio, fu la proposta di azione elettorale avanzata dalla direzione centrista del PCd’I ai due partiti socialisti.

Il C.C. del PCd’I, riunitosi il 22/23 gennaio 1924, approvava all’unanimità una mozione nella quale, dopo aver un poco piagnucolato sulle concusse libertà che avrebbero tolto «alle prossime elezioni ogni valore come mezzo di espressione della volontà politica della maggioranza», proponeva ai due “partiti proletari” PSI e PSU di presentarsi con una lista comune di “Unità Proletaria”. Tale proposta, si diceva, sarebbe scaturita non dal desiderio di un blocco «volto ad ottenere uno spostamento nei risultati numerici delle elezioni e (...) da preoccupazioni esclusivamente elettorali», ma dalla necessità di opporre al domino borghese, che «si serve della conquista fascista dell’apparato dello Stato come dello strumento più efficace e più perfezionato della propria dittatura», «una unità rivoluzionaria per affrontare una lotta che, attraverso successivi sviluppi, deve portare a sostituire al governo di dittatura borghese un governo degli operai e dei contadini». Il blocco elettorale avrebbe dovuto essere «il momento iniziale di un fronte unico di azione tra i partiti o gruppi proletari italiani», fino a divenire «formazione organica di una opposizione proletaria alla dittatura fascista», che neghi la possibilità di liberazione per gli operai ed i contadini «entro i quadri dello Stato borghese» (Dalla lettera che accompagnava l’invito al PSI e PSU, Stato Operaio, 29 gennaio 1924).

Possiamo innanzi tutto rilevare come la concezione secondo cui il partito è parte, e non organo, della classe operaia porta a riconoscere i partiti socialdemocratici come “partiti rivoluzionari”, visto che è all’interno della classe operaia che reclutano i loro iscritti, la “classe rivoluzionaria”. Si arriva, di conseguenza, a proporre a questi partiti, intrisi di rancido democratismo, una alleanza rivoluzionaria, ma non si ha il coraggio di invocare la sovversione violenta dello Stato borghese menzionando solo un ipotetico passaggio al governo operaio e contadino attraverso non meglio definiti “successivi sviluppi”.

Se la proposta di blocco di Unità Proletaria avanzata dalla direzione del partito poteva sembrare a prima vista frutto di una estrema ingenuità politica, essa rilevelerà presto tutto il suo opportunismo. Non appena il PSU, tramite Matteotti, dichiarò di non poter aderire al blocco proposto dai comunisti dal momento che dei due partiti programmi e finalità erano antitetici, i dirigenti del PCd’I si affrettarono, non a smascherare la politica scissionista della socialdemocrazia, come avrebbe voluto la tattica del fronte unico, ma a rispondere ai socialisti unitari che le proposte comuniste erano solo «il pensiero del PC e (non potevano) in alcun modo considerarsi una pregiudiziale (...) perché sono l’oggetto stesso della discussione», e continuavano dichiarandosi sicuri che esistesse ancora la possibilità di una «più larga discussione in comune (...) sul punto fondamentale di un programma che possa servire di base all’azione attuale ed ai suoi conseguenti sviluppi» (Stato Operaio, 29 gennaio).

Da queste premesse scaturì una estenuante serie di trattative dove seduta dopo seduta la delegazione comunista era costretta ad abbandonare ogni carattere classista rivoluzionario, fino a scendere sul terreno proprio della democrazia di sinistra. A nulla valsero però tutti gli sbracamenti imposti al partito. Come avevamo affermato nelle tesi di Roma, la socialdemocrazia per poter sperare di essere accolta alla guida del governo borghese doveva dimostrare di non aver niente a che fare con il comunismo.

I massimalisti, che l’avevano capito e che spingevano perché Turati ed i suoi uomini entrassero al governo, antifascista o fascista che fosse, avevano sacrificato a questo fine supremo perfino l’unità del partito. Alla riunione del 28 febbraio 1924 Vella aveva infatti affermato che i riformisti del PSU dovevano essere lasciati liberi di proseguire per la loro strada, sperando «che non ripetano più gli errori del passato e non si lascino scappare l’occasione di andare al potere (...) Il PSI ha fatto la scissione a Roma – proseguiva Vella – appunto per permettere ai riformisti, liberi dai vincoli del partito, di andare al potere coi gruppi borghesi antifascisti» (Stato Operaio).


Ai capi o alle masse?

Addirittura dopo il rifiuto del PSI e del PSU di aderire al blocco di Unità Proletaria, nell’appello che il partito comunista lanciò alle masse si continua a riconoscere a tali partiti il carattere di partiti proletari addossando le colpe del mancato fronte alla cattiva fede o alla “incomprensione” dei dirigenti. E lo Stato Operaio commentava: «Non vogliamo compiere l’errore di confondere il partito con i gruppi che lo dirigono (...) Se i dirigenti non hanno compreso o hanno fatto finta di non comprendere la nostra parola, noi siamo certi che capacità di comprenderla hanno le masse, ed alle masse noi, ora, ci rivolgiamo».

Noi ricorderemo quale era la posizione della Sinistra al riguardo. La funzione controrivoluzionaria di ogni altro partito che rifiutasse di aderire alla Internazionale Comunista doveva essere scontata. Riguardo poi al preteso rivoluzionarismo delle masse aderenti a tali partiti, la Sinistra aveva categoricamente affermato: «In quanto agli operai rivoluzionari, noi spregiando ogni demagogia, anche di sinistra, riteniamo tali quelli che hanno saputo giungere a tanto da non farsi menare per il naso dai maneggioni parlamentari e sindacali. Né i capi né gli operai sono rivoluzionari nel PSI (...) Però (mentre) i capi non possono ridiventare rivoluzionari, ma andranno sempre più verso destra, gli operai possono e devono, se sentono gli interessi della propria classe, diventare rivoluzionari con volgere le spalle ai primi ed aderire individualmente al loro partito, quale la storia lo ha organizzativamente definito a Livorno, col distacco dagli opportunisti» (Il Comunista, 24 luglio 1921).

Si vede bene quanto cammino la direzione centrista del PC aveva compiuto fuori dal tracciato della coerente visione rivoluzionaria. Ma, quale altro atteggiamento avrebbe potuto tenere una direzione artificialmente composta e posta alla guida del partito perché eseguisse gli ordini di una Internazionale che ormai rovinosamente marciava verso il campo proprio dell’opportunismo?

Solo tre mesi prima l’I.C., in un manifesto (Stato Operaio, 1 novembre 1923), dopo aver tacciato Nenni e Vella di essere degli agenti di Mussolini, così si rivolgeva agli operai iscritti al PSI:

     «Compagni, voi dovete convincervi di questo: che fino a quando tollererete alla testa del vostro partito dei signori come Nenni e Vella, il PSI non potrà essere un fattore rivoluzionario (...) Il Comintern vi invita a serrare le file. Combattete senza uscire dal PSI! spalla a spalla col PCI, l’unico partito che servirà fino all’ultima goccia di sangue la causa del proletariato (...) Costringete questi signori a deporre i loro pieni poteri e prendete nelle vostre mani le sorti del partito. Non permettete più che un paio di manovali della borghesia, che si spacciano per socialisti (...) passino anche per l’avvenire per vostri duci. Salvate l’onore del PSI! (...) Levate la vostra voce in favore dell’unità del PSI, in favore della tattica rivoluzionaria del vostro partito».


Contro l’astensionismo borghese nel 1924

Anche se solo per un istante, la direzione del PCI prese in considerazione e discusse la proposta del PSU di astenersi dalle elezioni in segno di protesta contro il governo fascista. Le elezioni del 1924, destinate a legittimare il regime fascista, provocarono un primo appello all’astensionismo specialmente, come si è visto, da parte dei socialisti unitari, ma non solo da loro. La scelta per l’astensionismo non derivava, naturalmente, come nel caso della sinistra nel 1919, da ragioni di ortodossia marxista, ma da volgarmente costituzionali borghesi quale la mancanza di garanzie per il libero svolgimento dei comizi, per la presentazione dei candidati, per il rispetto del segreto di voto. Per la Sinistra comunista tale atteggiamento era semplicemente inconcepibile, come inconcepibile era riaffacciare, da parte degli ultraelezionisti di ieri, la tesi dell’astensionismo. Le tesi che la Sinistra aveva sostenuto nel 1919 «insistevano su un doppio ordine di premesse: una situazione internazionale preludente ad una offensiva del proletariato, e il regime di larga democrazia vigente in un gruppo importante di paesi (...) Oggi non sussistono i pericoli affacciati dagli astensionisti nel 1919, quando Nitti scongiurò l’addensarsi della burrasca rivoluzionaria grazie al diversivo elettorale spalancato davanti al partito socialista. Oggi la situazione è tutt’altra ed ognuno sa il perché. Non ci minaccia la sciagura di 150 onorevoli proletari o sedicenti tali» (Stato Operaio, 28 febbraio 1924).

Gli astensionisti del 1919 sono dunque i partecipazionisti del 1924, come del resto nel 1921 non avevano messo in dubbio l’intervento del partito nella battaglia elettorale di allora, in base alle decisioni del 2° Congresso Internazionale,. La Sinistra puntualizzava che una volta sancito dall’I.C. il criterio del parlamentarismo rivoluzionario bisognava praticarlo fino in fondo e non trincerarsi dietro l’incostituzionalità ed i rischi di una particolare campagna per disertarla, giustificandosi per di più con motivazioni morali e di correttezza democratica.

C’era una logica coerenza tra la nostra posizione del 1919 e quella del 1924, come una logica c’era nella condotta di quei parolai un tempo colpiti da tarantolismo elettorale ed ora invocanti l’astensione. L’astensionismo comunista del 1919 serviva a smascherare l’opportunismo, che solo a parole aderiva al programma della III Internazionale e inneggiava alla rivoluzione imminente, mentre nella realtà era infetto fino al midollo da elezionismo e collaborazionismo democratico. Con le tesi sull’astensionismo fu salvata allora la tradizione della sinistra marxista in Italia. Esse furono una feroce critica a tutta l’attività del socialismo riformista ed opportunista ponendo il problema di sostituire al meschino gioco parlamentare il compito immediato della presa rivoluzionaria del potere.

L’astensionismo del 1924 era di tutt’altra natura, una natura puramente anticomunista. Dobbiamo disertare le urne – si diceva – perché il fascismo non dà sufficienti garanzie che la competizione elettorale sia svolta in piena libertà, i risultati che da essa scaturiranno non rispecchieranno la vera volontà degli elettori. Scendere su questo terreno significava ammettere che in regime democratico le elezioni rispecchiano l’effettiva volontà delle masse, mentre «tutta la nostra dottrina si leva contro questa colossale menzogna borghese, tutta la nostra battaglia è contro i fautori di essa, negatori del metodo rivoluzionario di azione proletaria. Il meccanismo liberale di elezioni non è fatto che per dare una necessaria e costante risposta: regime borghese, regime borghese...».

Il partecipare alle elezioni, nel 1924, non è più un atto legalitario, se non è ancora una prova di forza contro lo Stato borghese ed il suo regime è pur sempre un accettare virilmente la lotta anche in condizioni di estrema inferiorità. Non ci illudemmo di poter «accettare le elezioni come una disfida da raccogliere sul terreno della violenza».

Ma, nell’impossibilità di trasformare la campagna elettorale in guerra di classe, dichiarammo di doverci guardare da atteggiamenti politici che avrebbero potuto far dimenticare alle masse proletarie la necessità della soluzione rivoluzionaria, e che soprattutto ci avrebbero accomunato ai piagnistei democratici. Abbiamo appena detto che tutta la tradizione marxista nega «l’ipotesi dell’eguaglianza aritmetico–giuridica di tutti i cittadini ed i suoi banali procedimenti di conta delle coscienze politiche che dovrebbero dare una idea della forze politiche effettive con la stessa precisione con cui il numero dei capi di una mandria ci lascia prevedere il quantitativo delle bistecche» (L’Unità, 16 aprile 1924).

I risultati elettorali, anche quando si contano a milioni di voti, sono sempre costruiti dall’opera di minoranze organizzate ed anche quando non vengono racimolati col manganello o la pastetta, esistono sempre una serie infinita di altre forme di imbroglio e di corruzione: i piccoli interessi di famiglia, di clientela, di cricca, i voti comprati in contante, ecc. Che un partito usi i suoi quattrini per stampare manifesti, o per comprare voti, o per pagare mazzieri che impongano il voto, è in definitiva la stessa cosa e la veridicità di questa affermazione è dimostrata dal fatto che nessun partito ha mai escluso dalla propria attività politica uno di questi metodi. «Queste armi sono state adoperate da tutti gli uomini e gruppi borghesi di governo, dal liberale Giolitti al democratico Amendola. Oggi vi è il fascismo che le ha usate contro costoro. Il fascismo ha fatto molto di nuovo, ma è supremamente ridicolo far cominciare con esso l’alterazione della purezza dei risultati elettorali. La differenza tra il fascismo ed i vecchi partiti borghesi è tanto meno netta se si tiene conto che il fascismo non ha osato fare completo gettito dei metodi ipocriti ed ingannevoli del parlamentarismo” (Stato Operaio, 16 aprile.

Fu quindi la Sinistra a salvare il partito almeno dallo scendere sul piano della difesa della legalità: «La violenza è nella storia della politica un fattore naturale, mentre il dosamento del numero delle coscienze è un fattore irreale ed immaginario. Facendo votare i suoi aderenti volontari o forzati, il fascismo ha dato la misura della sua forza: è grave per esso che non abbia, nelle circoscrizioni del nord, con questo spiegamento di mezzi fra cui non facciamo distinzioni astratte, ottenuto la maggioranza. Ma certo esso è una minoranza troppo più organizzata e attrezzata e armata delle varie minoranze oppositrici, perché il rapporto delle forze politiche non gli resti favorevole» (L’Unità, 16 aprile).

La Sinistra si guardò bene dal deprecare, in senso democratico–legalitario la violenza e le truffe esercitate dai fascisti. Le violenze e le frodi fasciste non mancarono di essere denunciate al proletariato, ma appunto per dimostrare la nostra tesi programmatica: che non è con le elezioni ma con la violenza rivoluzionaria che si emancipa la classe operaia. Noi denunciamo la violenza del nostro nemico proprio perché la violenza è nel nostro programma. Saremmo stati ben lieti se le pastette e le legnate, anziché subirle le avessimo potute noi infliggere al nostro avversario, queste molto più delle cifre dei voti è indice logico ed autentico per giudicare gli effettivi rapporti di forza.

     «Ci interessa concludere – scrivevamo – che chi ha la forza di fare imposizioni e truffe elettorali, viola i canoni della democrazia, ma si dimostra attrezzato per lottare su altri terreni, con efficienza che i rivoluzionari dovranno ben calcolare. In altri termini non ci scandalizzano le violenze e le pastette elettorali del fascismo. I lavoratori devono guardare in faccia la questione. La concezione comunista della tattica elettorale e parlamentare, logicamente non esclude neppure da parte nostra la... pastetta. Se potessimo fare pastette e fugare elettori avversari dalle urne, sarebbe confortante, perché saremmo più vicini a poter spiegare forze mature per l’offensiva. Da questo punto di vista realistico le elezioni attuali rappresentano per noi un risultato confortante, il nostro partito si è imposto in una atmosfera arroventata e dinanzi al tentativo di livragarlo del tutto. Malgrado tutto ha funzionato, ha fatto le operazioni elettorali, ha tirato fuori dei voti dalla urna. Il numero di questi sta a provare che esso è meno lontano dal poter scendere in lotta su altro terreno».


Mussolini a scuola dai liberali

Al fatto che il partito comunista si presentò con un programma unico fu dovuto il grande successo riportato nelle elezioni, e ciò malgrado che tutta l’offensiva governativa si fosse lanciata innanzi tutto contro le liste ed il lavoro elettorale del PCd’I. Anche elementi non comunisti votarono per le nostre liste, perché vedevano nel comunismo l’antifascismo più chiaro e radicale, «il più netto rifiuto di ciò che essi odiavano». «Ci siamo presentati ufficialmente con la parola d’ordine “Unità del proletariato” ma le masse ci hanno dato il voto perché eravamo comunisti, perché dichiaravamo apertamente guerra al fascismo, perché gli avversari ci definivano irriducibili».

Il periodo elettorale era stato aperto certamente in un clima di violenza e, possiamo dire, in tutte le direzioni: la violenta repressione contro i lavoratori di Molinella, l’arresto in massa dei dirigenti comunisti a Milano, l’uccisione del prete antifascista don Minzoni, l’aggressione a Giovanni Amendola, l’incursione squadrista in casa Nitti, la bastonature di fascisti dissidenti, ecc. Ma l’esagerazione di questi episodi non fa parte del nostro costume, e abbiamo sempre ridimensionato i reali effetti delle bastonate nella guerra fra i partiti. Mai abbiamo difeso la democrazia, “mai vergine e sempre martire”.

Le violenze fasciste non alterarono più di tanto i rapporti esistenti, e ciò perché «il terrore non è spinto fino a rendere completamente impossibile all’opposizione l’esercizio del diritto di voto. Il governo fascista ha manovrato con una certa abilità, perché si sapeva che eliminando ogni possibilità di voto per le opposizioni, le elezioni avrebbero perso immediatamente ogni significato politico. Il governo si è quindi limitato ad influenzare nel suo interesse i risultati» (Rapporto della Sinistra sul fascismo al V Congresso dell’I.C.). Vi è poi un altro aspetto molto importante che la storiografia democratico–stalinista ostinatamente dimentica: che la violenza ed i brogli elettorali erano sempre stati pane quotidiano di quel grande statista che risponde al nome di Giovanni Giolitti. Basterebbe leggere pochissimi passi del libro, del super riformista Salvemini, “Il Ministro della Malavita”, per ricavarne l’impressione che le “azioni” di Mussolini affondavano le loro radici nella migliore delle tradizioni democratiche italiane.

Nell’aprile del 1924 Togliatti, e non certo per fare piacere alla Sinistra, riferendosi ai successi elettorali riportati dal PNF nel meridione scriveva:

     «Si è trattato sempre di forze arruolate con il bastone, inquadrate con i mazzieri, educate con la politica della violenza, della corruzione, della camorra. Ora, non si può negare che, in confronto con i passati governi (...) il fascismo ha di molto perfezionato l’arte di crearsi una base di questo genere. Non ha però profondamente mutato il sistema. Giolitti, se mai, era più empirico, mentre Mussolini è uno scientifico».

Ascoltiamo un confronto diretto tra l’empirico di Mondovì e lo scientifico di Predappio. Si tratta di una discussione in parlamento a proposito del disegno di legge per una nuova riforma elettorale (seduta del 17 gennaio 1925).

Giolitti: «C’è il sospetto che il governo se ne voglia servire (della nuova legge elettorale) per comprimere maggiormente la libertà. È possibile votare in queste condizioni una legge elettorale e prepararsi alle elezioni?». Mussolini: «Lei le faceva pure (e così dicendo gli mostra il libro di Salvemini “Il Ministro della Malavita”)». Giolitti: «Se restituirete la libertà quando comincia la lotta (elettorale) dirò che è troppo tardi». Mussolini: «Verrò da lei ad imparare come fare le elezioni (...) Non adopereremo i cannoni, stia certo». Giolitti: «Non importa il cannone, bastano le rivoltelle». Mussolini:  «Ma lei lo ha adoperato».

Se nella concezione liberale classica di uomo-partito Giolitti si serviva della violenza per il mantenimento di se stesso e del proprio clan personale, nella moderna concezione fascista di partito-Stato, Mussolini doveva usare la violenza per la sopravvivenza dello Stato stesso facendo piazza pulita della variopinta composizione democratica: i partiti avrebbero potuto continuare ad esistere solo al patto che non intralciassero minimamente i piani unidirezionali del potere centrale. Questo era più che chiaro già nella legge elettorale Acerbo.

Come Giolitti, Mussolini, dopo le elezioni strizza l’occhio alla sinistra costituzionale, si dichiara pronto a mitigare la violenza dei suoi scherani ed invita le opposizioni a collaborare, facendo, beninteso, pesare i rapporti di forza esistenti.

Subito dopo le elezioni aveva infatti dichiarato alla Camera: «Sulla base delle cifre ufficiali noi abbiamo la maggioranza. Mi appello all’ opposizione. Si può fare l’opposizione in due maniere. Innanzi tutto alla maniera dei comunisti. Essi sono completamente logici. Il loro scopo è quello di abbatterci un giorno con la violenza rivoluzionaria e di instaurare la dittatura del proletariato. Noi gli rispondiamo: non cederemo che di fronte ad una forza superiore. Volete provare a lottare contro di noi? Molto bene! Agli altri gruppi di opposizione noi diciamo: il vostro programma non ammette l’impiego della violenza rivoluzionaria; voi non preparate l’insurrezione contro di noi (...) È meglio dunque arrivare ad un accordo con noi. Può darsi che noi abbiamo esagerato e passato la misura. Abbiamo usato dei metodi illegali che io mi sforzo di reprimere. Io vi invito alla collaborazione! Fate delle proposte, esponete il vostro pensiero, troveremo un compromesso» (Rapporto sul fascismo al V Congresso dell’I.C.).

Di nuovo, il 7 giugno 1924, solo 3 giorni prima che scoppiasse il caso Matteotti, Mussolini aveva ancora una volta riaffermato lo stesso concetto: Rivolto alla Confederazione Generale del Lavoro:

     «Mi è parso ad un certo momento che l’on. Modigliani con l’acutezza che deve essere un suo requisito, direi quasi congenito (...) ha cercato di disimbottigliare quella parte ancora possibile di socialismo da posizioni aprioristiche e quindi negative». E, rivolto ai socialisti riformisti: «Non si può essere assenti, non si può rimanere sempre estranei, qualche cosa bene o male bisogna dire o fare, una collaborazione, positiva o negativa, deve esserci, nel vostro stesso interesse (...) È una questione che pongo alla vostra coscienza, voi la risolverete, non tocca a me risolverla». Rivolto ai comunisti: «Non parlo dei comunisti che sono fuori questione» (L’Unità, 8 giugno 1924).


La crisi Matteotti

Questo era il quadro della situazione: il governo si rendeva conto che l’opposizione al fascismo era molto forte, anche all’interno della classe borghese e, malgrado la vittoria elettorale, «si vedeva costretto ad una svolta a sinistra. Ma ecco scoppiare la bomba. Il caso Matteotti ha cambiato completamente la situazione in Italia» (Rapporto al V congresso dell’I.C.).

Il 10 giugno 1924 Matteotti fu rapito. Gli autori del sequestro, Dumini, Volpi, Viola, Poveromo, Malacria, facevano tutti parte della “ceka fascista” di cui Dumini era, appunto, il capo. Dopo due giorni dalla scomparsa del deputato socialriformista la famiglia si rivolse alla polizia che dichiarò di non saperne niente. I giornali pubblicarono la notizia, alcuni testimoni oculari dichiararono di averlo visto aggredire da cinque individui e caricarlo in una macchina che si sarebbe allontanata a grande velocità verso la periferia.

Il pomeriggio del giorno 12, Mussolini rispondendo ad una interrogazione dei socialisti disse che Matteotti era scomparso in circostanze «non ancora ben precisate, ma comunque tali da legittimare l’ipotesi di un delitto, che, se compiuto non potrebbe che suscitare lo sdegno e la commozione del governo e del parlamento». Disse inoltre che la polizia era già sulle tracce di elementi sospetti e che tutto sarebbe stato fatto pur di «fare luce sull’avvenimento, arrestare i colpevoli e assicurarli alla giustizia». Ma queste dichiarazioni non servirono a far tacere l’opinione pubblica. «L’intera stampa si affrettò a dimostrare che l’iniziativa del delitto non poteva essere puramente personale, che gli assassini facevano, in realtà, parte di una lega segreta, di una specie di banda nera, che già in altre occasioni aveva commesso delitti che erano rimasti impuniti perché non avevano avuto l’eco dell’uccisione di Matteotti» (Rapporto sul fascismo al V congresso dell’I.C.).

Molte ipotesi furono fatte sui motivi di questo assassinio. Tra le tante vi è anche quella che fosse stato rapito per impedirgli di pubblicare dei documenti sulla corruzione di alti funzionari statali. Comunque siano andate le cose e qualunque sia stato il motivo venne subito in chiaro che le responsabilità dell’assassinio arrivavano fino ai più alti gradini della gerarchia fascista. Si dovettero infatti silurare uomini di spicco come Cesare Rossi, Aldo Finzi e perfino De Bono fu costretto a dare le dimissioni da capo della polizia.

Questo fu il momento più critico vissuto dal fascismo. Non certo per le iniziative prese dalle opposizioni parlamentari, ma perché ad un certo punto gli stessi “padroni del vapore” si chiesero se non fosse stato il caso di sbarazzarsi della marionetta dalla mandibola quadrata. Perfino all’interno del partito fascista sorsero delle spaccature. Il fascismo stava vacillando e la sua caduta era attesa da un momento all’altro.

Ma, come aveva previsto Mussolini, poco vi era da temere dall’opposizione democratica che impostava la sua battaglia sul terreno della “questione morale”: si sarebbe dovuta ristabilire nel paese la concordia sociale facendola finita una volta per tutte con il terrorismo e la violenza... bolscevica.

Per la Sinistra comunista si trattava di «una questione di lotta di classe, di una conseguenza cruda ma necessaria dell’offensiva capitalistica per la difesa della borghesia italiana». La Sinistra comunista ribadì ancora una volta che compito del partito comunista sarebbe stato quello di fare diretto appello alle masse lavoratrici per rovesciare non solo il governo ma anche e soprattutto lo Stato capitalistico. Perfino Gramsci, concludendo la sua relazione al C.C., il 24 agosto, dovette in qualche modo affermare: «Oggi siamo in linea per la lotta generale contro il regime fascista. Alla stolta campagna dei giornali delle opposizioni rispondiamo dimostrando la nostra reale volontà di abbattere non solo il fascismo di Mussolini, ma anche il semi–fascismo di Amendola, Sturzo, Turati» (in Rinascita, 1 settembre 1962).

Ma a parte questa dichiarazione, sfuggita quasi per caso, il PCI si comportò in maniera del tutto diversa da quella auspicata dalla Sinistra, adottò cioè la linea tracciata dalla citata relazione di Gramsci al C.C. La stessa sera del 14 giugno il PCI aveva approvato e sottoscritto assieme ai “semi-fascisti di Amendola, Don Sturzo e Turati” un ordine del giorno in cui si diceva:

     «I rappresentanti dei gruppi di opposizione si sono trovati d’accordo nel ritenere impossibile la loro partecipazione ai lavori della camera mentre regna la più grave incertezza intorno al sinistro episodio di cui è stato vittima il collega Matteotti. Pertanto i suddetti rappresentanti deliberano di comune accordo che i rispettivi gruppi si astengano dai lavori della camera e si riservano di constatare quella che sarà l’azione del governo e di prendere ulteriori deliberazioni».


L’Aventino: Il vecchio personale governativo protesta

Con la dichiarazione del 14 giugno 1924 si costituiva l’Aventino, «movimento sindacale di categoria dei deputati di professione che vedevano in pericolo i privilegi ed i proventi e ricorrevano allo sciopero». L’antifascismo democratico, nel momento in cui la vittima non era più proletaria, ma apparteneva alla classe borghese si ricordò immediatamente della sacralità della vita umana esigendo giustizia e punizione dei colpevoli.

Come sarebbe stato possibile ottenere giustizia senza suscitare un terremoto sociale, che avrebbe anche potuto sfuggire al controllo dei partiti opportunisti? Gli aventiniani pensarono più saggio la tigre della rabbia proletaria tenerla ben chiusa in gabbia. L’Aventino fece qualche cosa di più, tentò di salvare l’onorabilità del governo fascista chiedendo ad esso di fare giustizia degli assassini di Matteotti. Solo la necessità di mistificare la loro presunta opposizione al governo indusse poi gli aventiniani a rivolgersi alla Corona perché allontanasse Mussolini dal governo, ma senza rischiare di andare al di là di un certo limite: le masse lavoratrici avrebbero dovuto rimanere completamente estranee al conflitto che si sarebbe dovuto giocare ai più alti livelli politici. I partiti delle opposizioni aventiniane avrebbero dovuto dimostrare al Capitale che erano perfettamente in grado di controllare la classe operaia, solo a questo patto era pensabile che i centri del potere economico e finanziario, e non certo Sciaboletta III, avrebbero optato per l’allontanamento delle camicie nere dal governo. Il compito di ribadire le catene ai polsi ed alle caviglie del proletariato fu di buon grado assunto dai partiti socialtraditori e dalla Confederazione Generale del Lavoro.

È la borghesia democratica che genera nel proprio seno una forma centralizzata di disciplina capace di rinvigorire le vecchie strutture di uno Stato troppo debole per reggere all’urto di un proletariato rivoluzionario. Il fascismo è figlio della democrazia borghese, nasce da un processo di trasformazione stimolato dall’urgenza di unificare tutte le frazioni borghesi in un unico esercito compatto e sotto una unica direzione politica ai fini di arginare l’attacco frontale delle classi sfruttate. Significativa, al proposito è la lettera che Giolitti mandò a Facta il 23 luglio 1922. Giolitti disse di non volere assumere la direzione di un nuovo governo, sebbene da più parti si guardasse a lui come all’eventuale salvatore della situazione, perché non voleva assumersi la responsabilità di costituire un ministero che avesse al primo punto del suo programma una azione violenta contro il fascismo.

     «Ora, io credo – affermava Giolitti – che se ciò si facesse, si avrebbe una vera guerra civile in condizioni rese più gravi dal dissesto finanziario. Guai se cominciasse un ulteriore deprezzamento della nostra moneta: sarebbe una discesa rapida e non più arrestabile».

Diamo ora la parola a Giovanni Amendola, indiscusso capo democratico e campione riconosciuto dell’antifascismo:

     «Noi siamo perfettamente in linea: come fummo fieramente avversi al bolscevismo, antinazionale e antidemocratico, così siamo ugualmente avversi alle dittature, che essendo antidemocratiche, ci rifiutiamo di riconoscere come espressione dell’unitaria volontà nazionale. Dopo di che possiamo concludere che aspettiamo anche noi che il fascismo smobiliti il proprio modo di azione per rientrare nella legalità, perché il fascismo sorto per spezzare una schiavitù non finisca per instaurarne un’altra. D’accordo che devono cessare gli agguati dei comunisti – verso cui è inutile ripetere che non abbiamo nessuna simpatia, né come idealità, né come metodo. Ma quale rapporto di identità può avere con i comunisti un deputato democratico giolittiano come l’on. Benedetti percosso a Pescia; l’eroico on. Bergamo bandito dalla città (...) Per questo occorre che il fascismo sorto in difesa dell’ideale nazionale che fu palpito del liberalismo italiano rientri nei metodi e nel programma liberale». (28 settembre 1922).

E ancora:

     «La Camera per amore della pubblica pace e per supreme considerazioni di opportunità politica, ha deciso, nel novembre scorso di lasciar libero corso all’esperimento fascista e a tale decisione si è poi costantemente uniformata, a costo di qualsiasi sacrificio e perfino con sacrificio non indifferente della dignità propria. Anche di recente la Camera ha dimostrato di non voler creare ostacoli alla azione di possesso dell’on. Mussolini, allorché alla richiesta veramente straordinaria e non giustificata da necessità dell’esercizio provvisorio per l’intero esercizio di bilancio, che dura da un anno, e quando in seguito ha accordato al governo la delega legislativa in una materia così delicata e non indilazionabile qual’è la riforma dei codici» (16 giugno 1923).

Sempre Giovanni Amendola:

     «Il fascismo ha, talora, giustificato l’insistente appello all’argomento della forza, con l’affermazione che, nel dubbio circa l’esistenza dei necessari consensi, non poteva lasciar compromettere il suo esperimento di governo; ma è altrettanto vero che molti consensi che non sarebbero negati al governo fascista, se questi avesse mostrato di voler scegliere, come propria base, la libera adesione delle forze politiche indipendenti, hanno provato invece ripugnanza a pronunciarsi in suo favore alla coercizione morale esercitata incessantemente sull’ambiente politico a partire dal 1° novembre (...) Per concludere, noi riteniamo che se l’on. Mussolini vorrà battere risolutamente la via dei liberi consensi e delle volenterose collaborazioni, egli si vedrà grandemente facilitata l’opera sua e potrà constatare come la spontaneità del consenso rappresenti per un governo una base più solida e soprattutto più duratura che non l’appello, ogni giorno ripetuto, dell’impiego della forza (...) È assurdo soprattutto rifiutare al paese e ai partiti politici non fascisti, la giusta parte di libertà e di influenza loro spettante (...) Noi crediamo che sul terreno della legalità e dell’ordine, energicamente restaurati e validamente difesi, e col sussidio degli spontanei consensi che non possono mancare a chi mostri seriamente di voler condurre l’Italia a superare la crisi post–bellica, l’on. Mussolini possa nutrire ambizioni di svolgere, per le vie normali, l’opera di governo di cui il paese ha bisogno» (30 gennaio 1923).

Dove sta dunque l’antitesi tra democrazia e fascismo? Come possiamo ravvisare da queste dichiarazioni la “barbarie” fascista che fa violenza alla democrazia e al suo parlamento? L’origine dell’antifascismo democratico è chiaramente esposto da Amendola: si tratta dell’indignazione per una trattativa mercantile andata male che fece decidere Mussolini a sbarazzare dal suo governo i democratici ed ai democratici di diventare antifascisti. Non a caso Amendola fa risalire al 1° novembre del 1922 l’inizio della coercizione fascista nel mondo politico e quindi la rottura degli ottimi rapporti fino ad allora intercorsi con i democratici. È lo stesso Mussolini che ci spiega questo enigma: il futuro “duce delle quadrate legioni” nelle trattative avute con il capo del governo, Facta, aveva richiesto cinque portafogli (esteri, guerra, marina, lavoro, lavori pubblici) che erano i ministeri chiave, a sua volta Facta, come controproposta, aveva offerto dei ministeri senza-portafoglio, «allora – disse Mussolini – la questione si spostava sul terreno della forza».

Fu allora che la democrazia si distaccò “moralmente” dal fascismo, per tenersi i suoi cinque portafogli e cioè per tentare di mantenersi ai vertici dello Stato, alla stessa maniera del fascismo che decise di impiegare le sue squadracce anche contro la stessa borghesia e, divenendo antidemocratico, con l’eliminare ogni funzione a quel parlamento del quale si era servito per strappare i cinque portafogli alla democrazia.

Il fascismo tradì, è vero, la casta politica democratica eliminandola dalla scena politica, picchiando anche sulle teste di quei borghesi che vagheggiavano un fascismo feroce contro il proletariato, ma democratico con gli altri partiti borghesi al momento della spartizione dei profitti, ma esaltò più di qualunque altra formazione politica gli ideali della borghesia, quegli ideali che da sempre avevano costituito la bandiera della dittatura capitalista attorno alla quale si erano mobilitate tutte le forze antiproletarie e controrivoluzionarie.

La borghesia è antifascista solo in quanto difende i propri interessi di categoria, interessi che si era illusa di poter condividere con il movimento fascista. L’antifascismo democratico è solo una questione di... portafogli; e non significa affatto opposizione e negazione ad una dittatura sul proletariato, bensì il mantenimento della forma democratica a questa dittatura, od anche, in determinate circostanze storiche, deroga della gestione di questa dittatura ad altre forze con la pretesa però di riprendere le redini non appena le masse fossero state “pacificate”. A pacificare la classe operaia fu chiamato, nel 1922, il fascismo.

Anche nel momento in cui i partiti democratici capirono che per loro non poteva esserci altra via di scampo che estromettere il fascismo dalla guida dello Stato per poter sopravvivere in quanto organizzazioni e centri di interessi economici, si guardarono bene dal chiedere il semplice ritorno alla democrazia parlamentare: chiesero al re che al posto della dittatura fascista instaurasse una temporanea dittatura militare che riconsegnasse loro il potere non appena avesse portato a termine il compito già affidato al duce.

In quella particolare congiuntura i democratici ammettevano apertamente la necessità, per loro, di instaurare un regime dittatoriale transitorio. In un manifesto stilato dalle opposizioni aventiniane l’11 novembre 1924 si leggeva infatti: «Non spetta alle Opposizioni determinare quali soluzioni possa ammettere una situazione che esse non hanno creato e che dipende in notevole misura dagli atteggiamenti e dalla volontà di forze politiche da loro indipendente. Ma è ovvio che la soluzione radicale e definitiva è da ricercarsi nell’appello al paese, compiuto in condizioni di legalità perfettamente realizzata, con tutte le garanzie politiche e morali che il presente governo, per la sua origine, la sua costituzione e gli interessi che rappresenta non potrebbe fornire, e che solo possono essere offerte da una amministrazione la quale sia superiore ed estranea agli interessi di ogni parte politica e nell’esclusivo e supremo interesse dell’Italia e della Pace interroghi il popolo convocato in liberi comizi» (Riportato da L’Unità, 12 novembre 1924).

In questa citazione due cose balzano immediatamente agli occhi. La prima è il riconoscimento che i partiti borghesi sono solo degli strumenti nelle mani “di forze politiche a loro indipendenti” alle quali essi offrono i loro servigi in concorrenza con le altre organizzazioni. La seconda è la richiesta di “una amministrazione superiore ed estranea agli interessi di ogni parte politica”, imbarazzato eufemismo per non dire “dittatura militare”.

In una intervista all’Echo de Paris (riportata da L’Unità del 24 gennaio 1925) ad una domanda sulla possibilità di un governo militare provvisorio capeggiato dal generale Giardino, Amendola rispose: «Tale eventualità non è improbabile. Persino i socialisti non la respingono. Il carattere del generale è una garanzia dello spirito col quale egli compirebbe la sua missione».


Ma il capitale licenzia in tronco

La parola definitiva di quelle “forze politiche” che gli aventiniani con ansia attendevano giunse ben presto e decretò la loro fine. Alla fine di luglio 1924 l’Associazione del Commercio e dell’Industria di Genova votò un ordine del giorno in cui, dopo avere espresso al capo del governo «fede incorrotta e gratitudine per l’opera benefica svolta a vantaggio della nazione», si «rilevava la speculazione che i partiti di opposizione, stretta in ibrida coalizione, avevano tentato di inscenare per fini particolaristici, a proposito di fatti deplorevoli, che però non erano nuovi nella storia degli altri Paesi, e per i quali il governo aveva già energicamente provveduto; e rinnovava al governo nazionale e al suo capo la sua completa solidarietà, sicura che, mercé la loro energia, l’imperio della legge avrebbe prevalso integro contro tutti i faziosi sì, ma anche contro tutti i sediziosi di ogni colore politico».

Nel gennaio 1925 “il fiore delle energie lombarde” votava il seguente ordine del giorno: «Numerosi esponenti delle forze produttive della Lombardia, prendendo atto con vivo compiacimento delle molte adesioni pervenute dalle altre regioni; affermano la loro fiducia nel governo dell’on. Mussolini, che ha assicurato ed assicura al paese condizioni di piena tranquillità ed efficienza per la produzione ed il lavoro, constatando che la eccessiva asprezza dei contrasti di parte ha fatto e fa perdere la giusta valutazione dell’importanza dei problemi relativi ai reali interessi della nazione; deliberano perciò di svolgere opera di propaganda all’interno e all’estero, affinché l’opinione pubblica sia illuminata intorno alle effettive condizioni del paese, procedendo alla nomina di un comitato per l’attuazione dei voti espressi dall’assemblea». Analoghe riunioni con scopi e risultati identici furono tenute, negli stessi giorni, a Torino, Bologna, Verona.

Il 23 dicembre 1925 la Giunta Esecutiva della Confindustria inviava a Mussolini il seguente telegramma: «La Giunta Esecutiva della Confederazione, mentre ratifica con plauso l’operato della sua Presidenza, si dichiara solidale con essa nella volontà di completa e disciplinata collaborazione col regime fascista nella realizzazione di una Italia più grande e più forte. E, assumendo la denominazione di Confederazione Generale Fascista dell’Industria, presenta al Duce del Fascismo e Capo del Governo, per lui e per la Patria, l’augurio degli antichi romani per il nuovo anno: quod felix faustumque fortunatumque sit. Benni presidente, Olivetti segretario generale».

La fine degli utili idioti fiancheggiatori democratici era segnata.

L’Aventino, abbiamo detto, fu un movimento sindacale di categoria dei deputati democratici che vedevano minacciato il loro impiego. Ma, di fronte al pericolo di perdere, oltre l’impiego, anche i privilegi di classe scelsero senza esitare il male minore e sugli interessi di categoria fecero prevalere l’interesse di classe.

Di fatto l’Aventino permise al fascismo di riprendere fiato, di riannodare i propri legami con il mondo del grande Capitale e della Chiesa nel mentre che le opposizioni democratiche si assumevano il compito, attraverso l’opportunismo politico e sindacale, di tenere ferme le masse operaie. Quando già scioperi spontanei erano scoppiati in una serie di città, la C.G.L. «decide di invitare alla calma le organizzazioni confederate, i dirigenti, le masse lavoratrici, per non compromettere con iniziative particolari e inconsulte lo sviluppo degli avvenimenti» (Battaglie Sindacali, 12 giugno 1924). I massimalisti non sono da meno e daranno «l’ordine perentorio di non compromettere con lo sciopero lo svolgimento di una battaglia che (...) consideravamo già vinta» (Nenni, “Vent’anni di fascismo”).

La proposta comunista di indire uno sciopero generale nazionale fu categoricamente respinta da C.G.L. e PSI che proclamarono uno sciopero simbolico di 10 minuti per commemorare Matteotti, al quale sciopero aderirono anche i sindacati fascisti e la Confindustria facendo così perdere all’azione qualsiasi significato di classe.

Ma il merito principale dell’Aventino fu un altro: quello di dimostrare che, quando ce ne fosse stato bisogno, la democrazia sarebbe stata in grado di distogliere l’attenzione della classe operaia dai suoi fini rivoluzionari e di inquadrarla su un terreno interclassista e pacifista in difesa degli istituti borghesi.

La direzione Centrista rifiuta la mobilitazione di classe

Sottoscrivendo la dichiarazione dell’opposizione aventiniana, il 14 giugno 1924, il PCd’I si imbarcò in quella opposizione democratica che lo costrinse all’impotenza e quando propose lo sciopero generale di protesta si trovò ancora una volta solo, abbandonato non soltanto da quei gruppi demo–liberali paurosi di far ricorso alle masse, di un salto nel buio, di uscire dal quadro costituzionale, ma soprattutto dai partiti socialisti e dalla C.G.L. il cui appoggio aveva ritenuto indispensabile.

La tattica della centrale del partito fu aspramente criticata dalla Sinistra sia nei dibattiti interni sia, poi, al 3° congresso del partito, a Lione. La Sinistra accusò il centro del partito di aver errato «nell’abbandono del parlamento e nella partecipazione alle prime riunioni dell’Aventino, mentre avrebbe dovuto restare in parlamento con una dichiarazione di attacco politico al governo ed una presa di posizione immediata contro la pregiudiziale costituzionale e morale che rappresentò il determinante effettivo dell’esito della crisi a favore del fascismo» (Tesi di Lione).

Se mai il PCd’I avesse voluto abbandonare il parlamento, lo avrebbe potuto fare, «ma con fisionomia propria e solo quando la situazione avesse permesso l’appello all’azione diretta delle masse» (Tesi di Lione). Al V Congresso internazionale la Sinistra aveva affermato: «Tutti gli occhi sono rivolti verso il partito comunista, che parla in linguaggio affatto diverso da tutti gli altri partiti di opposizione. Ne segue che un atteggiamento del tutto indipendente e radicale sia di fronte al fascismo che alla opposizione ci permetterà di sfruttare gli sviluppi in corso per abbattere il gigantesco potere del fascismo» (Rapporto al V congresso dell’I.C.).

Aveva quindi indicato la necessità di riorganizzare gli operai dell’industria nei sindacati “rossi”, di ricollegare i lavoratori delle città con i braccianti agricoli, di «elaborare una forma di organizzazione del contadiname che ci permetta di lavorare (...) anche fra gli affittuari, i piccoli coltivatori, ecc.» (Rapporto al V congresso dell’I.C.).

Questi i non facili compiti che il partito doveva prefiggersi di raggiungere. Al contrario, dopo l’insensata partecipazione all’Aventino venne l’ancora più insensata e disfattista proposta della costituzione dell’anti-parlamento. Altro che distruggere il parlamento! Si sarebbe voluto tenerne a battesimo un altro, più onesto, più democratico. I dirigenti del PCd’I erano passati dall’estremo di un astensionismo parlamentare di ispirazione filo-democratica all’estremo opposto di un eccesso di zelo parlamentare di ispirazione ultrademocratica.

Al Congresso di Lione la Sinistra mise in evidenza come «questa pratica, anzitutto, esulava dalle decisioni dell’Internazionale, che mai contemplarono proposte a partiti nettamente borghesi» (Tesi di Lione). Secondo la Sinistra se mai ci poteva essere una situazione in cui avrebbe avuto senso il parlamentarismo rivoluzionario era proprio quella. Si era andati in parlamento? Bisognava restarci a rischio di farsi manganellare, smascherando ad un tempo “il governo degli assassini” ed i suoi codardi “oppositori” dell’ultima ora. Si era voluta adottare la tattica del parlamentarismo rivoluzionario? Che almeno la si praticasse coraggiosamente, invece di ricadere in una nuova codarda revisione del parlamentarismo riformista. Presa quella strada la si sarebbe dovuta percorrere fino in fondo senza lasciarsi sfuggire l’occasione di usare la tribuna parlamentare, disertata da tutti, per lanciare al proletariato l’appello alla lotta.

Ma i dirigenti del PCd’I, in verità pressati dai “pinguini” del Comintern, si muovevano decisamente nella direzione opposta: fu lanciato l’appello per la costituzione dell’anti-parlamento.

Come abbiamo già detto, il PCd’I aveva in un primo tempo preso parte alle riunioni dell’Aventino, se ne era poi staccato, senza avere peraltro la capacità di darsi una linea politica ben definita; si trovava ad essere, ora, in una posizione indecisa, da qui la nuova proposta alle opposizioni. Fu Humbert–Droz che in un rapporto a Mosca espose la nuova ricetta tattica:

     «Dopo uno scambio di idee (con Gramsci e Maffi) ci siamo pressappoco messi d’accordo per proporre alle opposizioni di continuare a boicottare il parlamento. A questo boicottaggio noi potremmo associarci trasformandolo in una assemblea parlamentare delle opposizioni opposta al parlamento fascista. Proporremo per questo parlamento un programma immediato da studiare con cura. Formazione di milizie popolari per disarmare i fascisti un eventuale invito al popolo a rifiutarsi di pagare le imposte al governo fascista finché non siano state restaurate le libertà per la classe operaia».

Da questo rapporto inviato dal fiduciario dell’I.C. ai dirigenti del Cremlino si vede come tutte le critiche mosse dalla Sinistra verso il centro del partito fossero tremendamente fondate.

La sinistra e il proletariato per il parlamentarismo rivoluzionario

Ancora una volta la Sinistra tenta di mettere in guardia la centrale e, in una lettera datata 2 novembre 1924, tra l’altro scrive: «È insensato contrapporre al parlamento fascista il parlamento delle opposizioni che sarà domani l’espressione genuina del potere capitalista e che si dovrà denunciare come tale soprattutto per combattere la peste democratica per la quale esso vanterà di avere il consenso al posto della coalizione su cui si basa il fascismo». La Sinistra insisteva che si dovesse tornare in parlamento ed adoperarlo come tribuna di agitazione e di propaganda, come la tattica adottata al III congresso internazionale imponeva, per chiamare le masse all’attacco rivoluzionario.

L’Internazionale, dal canto suo, era più a destra degli stessi dirigenti italiani, che facevano dipendere il rientro in parlamento dall’accettazione della proposta dell’anti-parlamento da parte dell’Aventino. Con una serie di telegrammi cifrati il Comintern ordinò agli italiani di restare fuori del parlamento.

     «Il gruppo comunista non deve rientrare in parlamento nel caso in cui le opposizioni respingono la proposta comunista. Non riteniamo che un ricatto del genere sia giusto».

Spriano nella sua Storia del PCI dice che Humbert-Droz comunicherà il senso degli ordini di Mosca omettendo di farne conoscere il testo esatto ai dirigenti italiani. Del tutto all’oscuro ne è la base del partito della quale se ne temono, forse, le reazioni. Infatti in una relazione dell’Esecutivo dell’I.C. Togliatti, dopo aver parlato dell’inesistenza di una “destra” rifacentesi a Tasca, «limitata all’attività individuale di qualche compagno», dice che «i due gruppi attorno al quale si raccoglie il partito sono il centro e la Sinistra. Non è possibile dire – afferma Togliatti – in questo momento quale è il rapporto di forze. Nei recenti congressi federali il partito ha approvato in generale le risoluzioni del V congresso (...) ma tale approvazione non può essere considerata come uno spostamento definitivo perché la grande massa non ha ancora preso coscienza delle reali divergenze tra quelle direttive e l’atteggiamento preso dal compagno Bordiga».

È questa una aperta confessione dell’artificiosità della dirigenza posta a capo del PCd’I nella quale la base si riconosceva solo in quanto veniva tenuta all’oscuro delle divergenze esistenti in seno al partito. Quando si potrà avere una verifica delle aspettative della base si vedrà che essa rimane sempre ancorata alle tradizioni della Sinistra Comunista.

Sul L’Unità dell’ottobre-novembre 1924 si succedono interventi di molti iscritti al partito che prendono posizione contro l’Aventino, l’anti–parlamento e per un rientro alla camera. Lo stesso Spriano, penna ufficiale dell’opportunismo, deve ammettere, rammaricandosene, che «le lettere che gruppi di operai o singoli iscritti al partito mandano sono per lo più di consenso al rientro al parlamento. Traspare da esse (...) una mentalità (...) che ci fanno avvertire di come, se settarismo e schematizzazione ideologica pervadono il quadro del partito, ben di più essi son rispecchiati alla base (...) espressione della stessa atmosfera delle fabbriche. La maggior parte dei corrispondenti operai esprime l’opinione che fascismo ed opposizioni borghesi siano la stessa cosa. Uno scrive che è “contrario ad ogni contatto, anche cartaceo, con le opposizioni”, un altro consiglia di mandare ai deputati dell’Aventino un mazzo di carte perché giochino a “Marianna”. Più d’uno si richiama all’insegnamento di Lenin di usare il parlamento come tribuna rivoluzionaria».

Il 12 novembre si sarebbero riaperte le camere, ancora il 10 Gramsci, Gennari e Maffi fanno un altro passo ufficiale verso gli aventiniani. Solo il rifiuto categorico dell’Aventino di aderire alle proposte del PCd’I, per quanto democratiche esse fossero, convinse la direzione centrista di rientrare a Montecitorio. E non fu un caso che a tenere l’audace discorso del rientro, fra le urla di minaccia e pugni levati, fosse chiamato proprio un esponente della Sinistra, il metallurgico Luigi Repossi, componente del vecchio esecutivo deposto nel 1923, come non fu un caso che il primo discorso della nuova legislazione, il 14 novembre 1925, fosse tenuto da un altro esponente della Sinistra: Ruggero Grieco.

Quando si trattò di dover rientrare in parlamento a leggere la dichiarazione del PCd’I sorsero, tra i compagni del gruppo parlamentare e della direzione «le solite eccezioni su quello che era opportuno dire e non dire alla camera. Luigino si scocciò ben presto. Con la mia terza elementare, disse con il solito sorriso sarcastico, son certo qui il più fesso; ma, visto che nessuno vuole farlo, leggerò io la dichiarazione (...) Letta la dichiarazione, i fascisti imbestialiti, lo levarono di peso e lo portarono fuori sbattendolo a terra. Tornò con lo stesso sorriso, scherzando sul poco peso della sua persona non gigantesca, e sulla facile impresa; si accarezzò un occhio nero, si leccò un labbro tumefatto, e posò sul tavolo il foglio tutto sgualcito: è stato letto, disse con calma, fino all’ultima parola» (“La bella Morte silenziosa: Luigino Repossi”, Il Programma Comunista n.4, 1957).

     «Il nuovo sistema, di cui la chiave evidente era la sostituzione del partito unitario borghese al complesso ciarlatanesco dei partiti borghesi tradizionali (...) passò alla liquidazione del personale delle vecchie gerarchie politiche, e questi complici del primo periodo furono liquidati ed espulsi a pedate dalle scene politiche» (La classe dominante italiana ed il suo Stato nazionale).

Il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925 alla camera può considerarsi la chiusura ufficiale del periodo democratico. Federzoni dette disposizioni ai prefetti per la chiusura di tutti i circoli e ritrovi sospetti, per la «vigilanza dei comunisti e sovversivi che diano prova o sospetto di attività criminosa procedendo a retate degli elementi pericolosi» ed avvertendo che «ogni tentativo di resistenza deve essere severamente represso con ogni mezzo».

Per la Sinistra comunista tutto questo rappresentò una logica conseguenza. L’avanguardia cosciente del proletariato in tale momento non avrebbe dovuto «avere lacrime per la violata libertà di questi sporchi servi del fascismo, ma, dopo avere virilmente sostenuto la bufera della controrivoluzione, ben poteva compiacersi della sorte di questi miserandi relitti delle cricche parlamentari. Da allora, invece, incomincia a sorgere il prodotto più nauseante del fascismo: l’antifascismo bolso, incosciente, privo di connotati».

 

 

 

 


Dall’Archivio della Sinistra

La funzione storica delle classi medie e dell’intelligenza

Conferenza del 23 marzo 1925

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