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Comunismo n.19 - Settembre-Dicembre 1985
LA TATTICA DELLA RIVOLUZIONE DOPPIA NELL’ESPERIENZA RUSSA [RG32] Necessità del partito proletario: non c’è piano tattico senza partito - Le classi rivoluzionarie contro l’autocrazia zarista - La nazionalizzazione della terra - Il piano tattico per l’attesa rivoluzione (continua)
– ASPETTI E LIMITI DELL’IMPIANTO ECONOMICO CAPITALISTICO IN AMERICA LATINA [RG30] (Segue dai numeri 15 e 16) Periodi storici in America Latina - Capitale straniero, commercio internazionale e industrializzazione - Storia economica fino al 1945 - Imperialismo e America Latina: il secondo dopoguerra - Le contraddizioni del capitalismo in America Latina
APPUNTI PER LA STORIA DELLA SINISTRA [RG31] (dal numero precedente): La "preparazione " del congresso di Lione - Il Comitato d’Intesa
Dall’Archivio della Sinistra:
  - LA  PIATTAFORMA DEL COMITATO D’INTESA
  - DICHIARAZIONE DEL 19 luglio 1925 DEL RAPPRESENTANTE DELLA SINISTRA
 



La tattica della Rivoluzione doppia nell’esperienza Russa

(Esposto alla riunione di Ivrea nel settembre 1985)


Quando usiamo il termine tattica non intendiamo, come generalmente crede il senso comune, il modo, più o meno manifestato, di raggiungere obiettivi a noi solo noti: da cui si deriva che tatticamente tutti i mezzi sono giusti per ottenere il fine. Noi non diamo mai al termine tattica il significato negativo di tatticismo, col quale si vorrebbe dar ad intendere all’avversario che gli siamo amici, per poi successivamente gabbarlo. Un metodo questo indotto dalla esperienza storica della borghesia, abituata da mille anni a patteggiare con quella classe o quell’altra pur di brigare i propri affari.

Abbiamo dal 1848 ad oggi sempre inteso la tattica come il giusto agire del partito nella realtà contingente, e per giusto agire intendiamo quello dedotto dai principi comunisti che da Marx in poi sono patrimonio del nostro movimento.

     «La questione di come il Partito agisce sulle situazioni e sugli altri aggruppamenti, organi, istituti della società in cui si muove è la questione generale della tattica, di cui vanno stabiliti gli elementi generali in rapporto all’insieme dei nostri principi, e in un secondo stadio vanno precisate le norme di azione concreta per rapporto ai singoli gruppi di problemi pratici ed alle successive fasi dello svolgimento storico» (Tesi di Lione).

La tattica non può essere intesa come categoria a sé, disgiunta dal patrimonio storico e dottrinale del partito, ma è di fatto legata a tutte quelle categorie che nella nostra tradizione formano il partito. Teoricamente ogni atteggiamento pratico (tattico) che contraddistingue il partito deriva dai nostri principi, che si condensano nella necessità della dittatura di classe retta dal partito.

I principi a loro volta affermano i nostri fini, cioè la necessità dell’abolizione delle classi sociali. Dunque ogni nostro atteggiamento pratico deve affermare la necessità del comunismo; deve cioè essere inserito sulla direttrice che porta dalla situazione, ad esempio, estremamente sfavorevole in cui viviamo oggi al punto di arrivo del fine che ci siamo prefissati, il comunismo.

Altra categoria marxista ineluttabilmente legata alla tattica è l’organizzazione di partito. La tattica presuppone un partito organizzato. È del tutto fuori luogo parlare di tattica se non esiste una organizzazione di uomini che intenda attuarla. Ciò può apparire una banalità, ma a ben riflettere l’anarchismo e lo spontaneismo in generale si possono definire sia per l’assenza di rigidi principi sia per la teorizzazione della rivoluzione senza organizzazione di partito e di Stato centralizzato. E da sempre il marxismo ha dovuto lottare contro deviazioni che intendevano sminuire l’importanza della preparazione rivoluzionaria, sia teorica, sia organizzativa, sia tattica.

È l’analisi della situazione che indica al partito l’atteggiamento pratico da attuare. Anche in questo caso sono doverose alcune precisazioni. L’analisi della situazione non va intesa in senso contingente ma storico. Per noi la situazione non ha niente di contingente, non muta repentinamente, per cui dobbiamo repentinamente mutare la nostra tattica. Il nostro metodo ci indica una serie di periodi storici, di cui i fondamentali sono due: feudalismo e capitalismo; in essi il partito prende diversi atteggiamenti pratici. All’interno di una di queste situazioni storiche, periodi più o meno favorevoli si alternano a seconda dello scontro tra le classi. Sarebbe però catastrofico per il partito assumere, a seconda del variare di questi periodi contingenti, un diverso atteggiamento nei confronti della società. Storicamente gli amici restano amici e i nemici restano nemici, fino a che una nuova situazione storica non muti l’assetto strutturale delle classi.

     «L’esame della situazione viene a completarsi nel campo politico con quello delle posizioni e delle forze delle varie classi e dei vari partiti riguardo al potere dello Stato. Sotto questo aspetto si possono classificare in fasi fondamentali le situazioni nelle quali il partito comunista può trovarsi ad agire e che nella loro normale successione lo conducono a rafforzarsi estendendo i suoi effettivi e nello stesso tempo a precisare sempre di più i limiti nel campo della sua tattica. Queste fasi possono indicarsi come segue: Potere Feudale assolutistico – Potere borghese democratico – Governo socialdemocratico – Interregno di guerra sociale in cui divengono instabili le basi dello Stato – Potere proletario della dittatura dei consigli. In un certo senso il problema della tattica consiste oltre che nello scegliere la buona via per una azione efficace, nell’evitare che l’azione del partito esorbiti dai suoi limiti opportuni, ripiegando su metodi corrispondenti a situazioni sorpassate, il che porterebbe come conseguenza un arresto del processo di sviluppo del partito ed un ripiegamento nella preparazione rivoluzionaria» (Tesi di Roma).

Evidentemente, per quanto riguarda la Russia dell’inizio di questo secolo ci troviamo nella prima fase descritta dalle Tesi di Roma: Potere feudale assolutistico.


Necessità del partito proletario: non c’è piano tattico senza partito

La necessità di un partito proletario, allora si chiamava socialdemocratico, è ben chiara in Lenin fin dai suoi primi scritti e si precisa nella polemica con gli economicisti.

     «La prima forma in cui l’ala destra del marxismo russo si presentò nel partito socialdemocratico fu quella della tendenza economicista, che Lenin combatté a fondo con l’“Iskra” e nella laboriosa preparazione al congresso famoso del 1903 (Bruxelles-Londra) che dette luogo alla distinzione, ma non ancora formale scissione organizzativa, tra bolscevichi e menscevichi.
     «Un manifesto degli economicisti fu lanciato fin dal 1899, e Lenin subito contrappose ad essi una riunione di diciassette militanti deportati in Siberia, che si pronunziarono per la condanna ed eliminazione dal partito di quel gruppo. Gli economicisti sostenevano che dovesse darsi importanza solo alla organizzazione economica e alle conquiste materiali degli operai nella lotta contro i capitalisti per il miglioramento delle condizioni di lavoro. Essi svalutavano la lotta politica nei suoi obiettivi, nei suoi organismi. Ritenevano secondaria, e infine inutile, la formazione del partito politico operaio» (“Russia e rivoluzione nella teoria marxista”).

In un famoso scritto del 1901, “Da che cosa cominciare”, Lenin impostava il problema del piano tattico, polemizzando con gli economisti, che male interpretavano la frase di Liebknecht: «Se le circostanze cambiano in ventiquattro ore, bisogna anche cambiare la tattica in ventiquattro ore».

     «Il “Raboceie Delo”, naturalmente, si richiama invano a Liebknecht. In ventiquattr’ore si può cambiare la propria tattica di agitazione in questa o quella questione particolare, la propria tattica in questo o quel particolare della struttura del partito, ma soltanto individui senza principi possono cambiare in ventiquattr’ore, o anche in ventiquattro mesi, le proprie idee sulla necessità – in generale costante ed assoluta – di un’organizzazione di lotta e di un’agitazione politica tra le masse. È ridicolo richiamarsi alla diversa situazione, al succedersi dei periodi: si deve lavorare per creare un’organizzazione combattiva e condurre un’agitazione politica in qualsiasi situazione, per quanto "grigia, pacifica", in qualsiasi periodo di "declino dello spirito rivoluzionario", anzi, proprio in questa situazione e in questi periodi è particolarmente necessario tale lavoro, poiché nei momenti degli scoppi e delle esplosioni non si farebbe in tempo a creare un’organizzazione; essa deve essere pronta per poter sviluppare subito la sua attività. "Cambiare tattica in ventiquattro ore!". Ma per poter cambiare tattica bisogna innanzi tutto avere una tattica, e se non esiste una salda organizzazione, preparata alla lotta politica in ogni momento e in tutte le situazioni, non si può parlare di quel piano sistematico d’azione, illuminato da principi fermi e rigorosamente applicato, che è l’unico che meriti il nome di tattica».

Il primo passo da compiere è dunque la formazione del partito politico ben organizzato, secondo saldi principi socialisti. Esiste nello spontaneismo il concetto che la tattica si esprime liberamente attraverso un processo più o meno graduale, in cui il proletariato si appropria degli strumenti di produzione e del potere politico – la cosiddetta “tattica processo”; per i comunisti invece la tattica deve essere «un piano sistematico di azione, illuminato da principi fermi» - la tattica piano – che può essere «rigorosamente applicato», solo a condizione che esista un piano per la organizzazione del partito: all’organizzazione processo, cara agli economicisti, Lenin oppone il concetto di organizzazione piano.

     «Dobbiamo non soltanto chiarire a noi stessi quale organizzazione precisamente occorra, e per quale lavoro precisamente: dobbiamo elaborare un determinato piano di organizzazione affinché da ogni parte ci si accinga a costruirla».

E questo piano di organizzazione di partito è individuato nella fondazione di un giornale politico per tutta la Russia.

     «Il punto di partenza della nostra attività, il primo passo pratico per creare l’organizzazione che vogliamo, il filo conduttore, infine, seguendo il quale potremo incessantemente sviluppare, approfondire e allargare questa organizzazione, dev’essere la fondazione di un giornale politico per tutta la Russia. Ci occorre innanzi tutto un giornale; senza un giornale è impossibile condurre sistematicamente quella propaganda e quell’agitazione multiformi e conseguenti che costituiscono il compito permanente e principale della socialdemocrazia in generale e il compito particolare urgente del momento attuale, in cui l’interesse per la politica, per le questioni del socialismo si è destato nei più larghi strati della popolazione. E mai si è sentita con tanta forza come oggi l’esigenza di completare l’agitazione dispersa, svolta attraverso l’azione personale, i giornaletti locali, gli opuscoli, ecc. con quell’agitazione generalizzata e regolare che si può svolgere soltanto per mezzo della stampa periodica. Non credo sia esagerato affermare che la maggiore o minore frequenza e regolarità dell’uscita (e diffusione) del giornale potrà essere l’indice più esatto della solidità con la quale saremo riusciti a organizzare questo settore, che è il più elementare e il più importante della nostra attività militare. Inoltre, quel che ci occorre è precisamente un giornale per tutta la Russia. Se non sapremo e fino a quando non sapremo unificare la nostra influenza sul popolo e sul governo mediante la parola stampata, sarà un’utopia pensare di poter unificare altri mezzi d’influenza più complessi, più difficili e al tempo stesso più decisivi».

Ed aggiunge, nel “Che fare?”:

     «La creazione di un giornale politico per tutta la Russia deve essere il filo conduttore; seguendolo potremo continuamente sviluppare, approfondire ed estendere l’organizzazione (cioè l’organizzazione rivoluzionaria, sempre pronta a sostenere ogni protesta e ogni esplosione)».

Però la funzione del Partito non si limita a sostenere ogni tipo di esplosione. Se è vero che il Partito ha un piano tattico da attuare è dunque vero che l’obiettivo finale va salvaguardato indipendentemente dall’alternarsi di periodi favorevoli alla lotta di classe con quelli sfavorevoli.

     «Si commetterebbe un grave errore se nell’organizzazione del partito si facesse assegnamento soltanto su esplosioni e su lotte di strada e soltanto sullo “sviluppo progressivo della grigia lotta quotidiana”. Dobbiamo svolgere sempre il nostro lavoro quotidiano ed essere sempre pronti a tutto, perché è quasi impossibile prevedere l’avvicendarsi dei periodi di esplosione e dei periodi di calma, e quando ciò è possibile non si può approfittarne per rimaneggiare l’organizzazione, dato che in un paese autocratico la situazione può mutare improvvisamente, magari in seguito a una incursione notturna di giannizzeri zaristi. E non si può pensare che la rivoluzione si svolga in un solo atto: la rivoluzione sarà una successione rapida di esplosioni più o meno violente, alternantisi con fasi di calma più o meno profonda.
      «Perciò il contenuto essenziale dell’attività del nostro partito, il fulcro della sua attività, deve consistere nel lavoro che è possibile e necessario sia nei periodi delle esplosioni più violente sia in quelli di calma completa, cioè in un’agitazione politica unificata per tutta la Russia, che illumini tutti gli aspetti della vita e si rivolga alle masse più larghe. Ma questo lavoro non può essere compiuto nella Russia attuale senza un giornale per tutta la Russia che si pubblichi molto spesso. L’organizzazione che si costituirà di per sé intorno al giornale, l’organizzazione dei suoi collaboratori (nel senso largo della parola, cioè di tutti coloro che se ne occuperanno) sarà precisamente pronta a tutto, sia a salvare l’onore, il prestigio e la tradizione del partito nei momenti di peggiore “depressione” rivoluzionaria sia a preparare, a decidere e ad attuare l’insurrezione armata di tutto il popolo».


Le classi rivoluzionarie contro l’autocrazia zarista

Non a caso Lenin parla di insurrezione armata di tutto il popolo. Si trattava di fare, come mille volte espresso in mille testi, la Rivoluzione democratica. Scrivevamo nel nostro “Russia e rivoluzione”:

     «Con il ricorso alle opere di Lenin del periodo iniziale, il problema storico di cui stiamo per completare l’inquadratura – l’arrivo della rivoluzione borghese visto dal partito della rivoluzione proletaria – è svolto per una situazione (come Lenin stesso rileva) originale nella storia, anche rispetto all’altro classico esempio della Germania prima del 1848, del quale Marx ed Engels ebbero già a dare tracciato e inquadratura completi.
     «Prima infatti che il moto rivoluzionario antifeudale sia maturo, abbiamo già il partito con una teoria propria originale che da tutti lo distingue, e con una organizzazione anche del tutto indipendente.
     «Nei lavori del periodo 1894-1904 Lenin (sulla ferma linea della sistemazione teorica già data da Pleckanov nel precedente decennio) consolida le questioni del rapporto tra classe e partito, dell’organizzazione del partito; ed opera, come anche in seguito, alla “delimitazione”, ossia alla incessante epurazione del partito stesso ributtandone insufficienze ed opportunismi.
     «Con l’avanzare dell’ondata del 1905 e di un periodo di incandescente lotta politica, alle esigenze della saldezza teorica e organizzativa si aggiunge quella della strategia rivoluzionaria, che inevitabilmente dà luogo non solo a dissensi, ma a due opposte posizioni. Non turbato dall’urgere dell’azione, Lenin lungi dal velare il contrasto si adopera a sviscerarne il contenuto profondo e a dimostrarne la insanabilità.
     «Due sono le questioni che dividono il campo dei “socialdemocratici” ossia dei marxisti russi, o meglio a due principali si riducono le varie questioni tattiche. La linea da tenere nei confronti del movimento antizarista borghese; la linea da tenere verso il movimento contadino.
     «Immenso è il materiale che il movimento russo pone a nostra disposizione, ma altrettanto grave la difficoltà di farne uso, specie se si dimentica di riferire sempre le soluzioni dei bolscevichi, in opposto a quelle degli opportunisti delle varie rive, al dato momento storico e al quadro delle forze sociali e delle forme economiche.
     «Per non dimenticare mai i punti di orientamento: regime dispotico feudale ancora in piedi; formazione avanzata di capitalismo e proletariato industriale; esistenza del partito proletario ferrato in dottrina e distinto in organizzazione».

Il partito antizarista ha due anime: quella liberale riformista e quella plebea radicale. Di fronte a queste due linee la socialdemocrazia si spacca definitivamente fra menscevichi e bolscevichi.

     «I menscevichi erano per il blocco con i cadetti, liberali borghesi, fino a formare con essi un governo; i bolscevichi denunziavano come nemico del proletariato e della stessa rivoluzione democratica il partito cadetto, ed ammettevano intese transitorie solo coi populisti e socialrivoluzionari, ferma restando la critica a questi movimenti piccolo-borghesi».

Ma quali erano i motivi che avevano fatto schierare i bolscevichi con l’ala piccolo borghese contadina radicale?

Nelle campagne russe degli inizi del secolo si scontrano due prospettive di sviluppo del capitalismo agrario. Dopo il fallimento della rivoluzione del 1905, lo Stato russo inizia una sua riforma agraria dall’alto, allo stesso modo che nella seconda metà dell’800 il Kaiser aveva fatto appoggiandosi agli Junkers.

     «Lo zar non tardò a sciogliere la seconda Duma ponendo al potere Stolypin, mentre parte dei deputati socialdemocratici prendevano la via della Siberia. Seguirono anni di repressione, assai duri per il partito.
     «Lenin manifestò grande “stima” di Stolypin per la sua riforma agraria, integratrice della falsa emancipazione del 1861. A fini politici reazionari, Stolypin promosse l’evoluzione della campagna verso decise forme borghesi, calcolando che una più ricca agricoltura avrebbe stroncata la rivoluzione affrettando la involuzione del contadino-padrone, che Lenin prevedeva tanto chiaramente quanto lui. Accelerò la liquidazione delle ultime comuni, favorì il concentrarsi della terra nelle mani dei contadini ricchi che la conducevano con mano d’opera salariata; in una parola operò per il dominio dell’economia mercantile e del capitalismo.
     «Nel 1908 Lenin scrisse: “La costituzione di Stolypin e la sua politica agraria segnano una fase nuova nel crollo dell’antico, semifeudale e semipatriarcale sistema dello zarismo, un movimento nuovo verso la sua trasformazione in una monarchia di classi medie. Se ciò continuasse a lungo ci potrebbe costringere a rinunciare a qualunque programma agrario. Sarebbe vuoto e stupido rimasticamento di frasi democratiche dire che ciò è in Russia impossibile. È possibile! Se la politica di Stolypin continua, allora la struttura agraria della Russia diverrà del tutto borghese, il contadino più forte acquisterà quasi tutti i lotti di terra, l’agricoltura diverrà capitalista, e ogni ’soluzione’ del problema agrario – radicale o meno – diverrà impossibile sotto il capitalismo”».


La nazionalizzazione della terra

L’altra linea economicamente reale ai fini della riforma agraria è quella della nazionalizzazione della terra. Si tratta di introdurre capitalismo nelle campagne negli interessi della stragrande maggioranza della massa contadina, creando le condizioni per la formazione di una classe di farmers, cioè di moderni imprenditori capitalisti, che trasformino le condizioni economiche delle campagne secondo il modello americano. L’introduzione di queste nuove forme di proprietà della terra presuppone la distruzione del vecchio Stato zarista, fondato sugli interessi dei proprietari fondiari. Usiamo ancora il nostro testo per spiegare il significato marxista della nazionalizzazione della terra.

     «Anche da un punto di vista strettamente scientifico, dal punto di vista delle condizioni di sviluppo del capitalismo in generale, noi dobbiamo assolutamente dire – se non vogliamo trovarci in disaccordo col II volume del Capitale – che la nazionalizzazione della terra è possibile nella società borghese, che essa favorisce lo sviluppo economico, facilita la concorrenza e l’afflusso dei capitali nella agricoltura (...) L’ala destra della socialdemocrazia non spinge fino al termine logico (come afferma) la rivoluzione democratica borghese nell’agricoltura, perché tale termine logico (ed economico) in regime capitalistico è soltanto la nazionalizzazione della terra concepita come abolizione della rendita assoluta.
     «Ricordiamo la trattazione della questione agraria, ricordiamo che i menscevichi erano per la “municipalizzazione”, Lenin per la “nazionalizzazione”, i populisti per la “spartizione” – tre tipi di programmi agrari diversi, ma (e lo sentite cento volte da Lenin) tutti e tre borghesi e democratici. Ci serve una rivoluzione borghese spinta alle conseguenze estreme, e siamo per il più avanzato dei tre, il più grande-borghese, la nazionalizzazione. Il secondo è piccolo-borghese, il terzo forcaiolo addirittura.
     «Infatti – parliamo nel 1907 – per ogni rivoluzione borghese un programma agrario è obbligatorio (...)
     «“Che cosa è la nazionalizzazione della terra?”, Lenin comincia a domandare. Egli rileva che si soleva dire che tutti i gruppi populisti russi davano tale parola. Ma per essi è solo un sinonimo di spartizione. Bisogna citare. “Il contadino ha una sola rivendicazione, maturata per così dire nella sofferenza e in lunghi anni di oppressione, ed è la rivendicazione del rinnovamento, del consolidamento, della stabilizzazione, dell’allargamento, dell’egemonia della piccola agricoltura, e nient’altro. Il contadino immagina soltanto di avere nelle sue mani i latifondi dei proprietari fondiari; con le parole ‘la terra è di tutto il popolo’ il contadino esprime l’idea confusa dell’unità, in questa lotta, di tutti i contadini, presi in massa. Il contadino è guidato dall’istinto del padrone, che è intralciato dall’infinito intreccio delle attuali forme di possesso fondiario medievale e dalla impossibilità di organizzare la coltivazione della terra in modo del tutto rispondente ai suoi bisogni di padrone (...) e nella ideologia populista questi lati negativi del confuso concetto di nazionalizzazione hanno indubbiamente il sopravvento”.
     «Ma altra è l’analisi marxista. “Anche se esiste la più completa libertà ed uguaglianza dei piccoli coltivatori installati sulla terra di tutto il popolo, di nessuno, o di Dio, abbiamo sempre davanti a noi il regime della produzione mercantile”, che diviene produzione capitalistica.
     «“L’idea della nazionalizzazione della terra, ricondotta sul terreno della realtà economica, è dunque una CATEGORIA della società mercantile e capitalistica” (...) “La nazionalizzazione presume che lo Stato riceva la rendita da imprenditori agricoli i quali paghino il salario agli operai e ricevano dal loro capitale un profitto medio, medio rispetto a tutte le imprese agricole e non agricole del paese”.
     «A tal punto Lenin espone tutta la teoria di Marx della rendita differenziale e assoluta, che la classe dei proprietari fondiari ricava. Non ci ripeteremo su tutto questo.
     «La rendita assoluta si ha da tutti i terreni anche dal peggiore: essa è un effetto della proprietà terriera privata, e la nazionalizzazione la abolisce. Resterebbe, passata allo Stato, la rendita differenziale, data dal fatto che il prodotto di un terreno più fertile si vende per ragione di mercato al prezzo del prodotto individuale sul terreno peggiore. Questa rendita dipendente dalla forma di distribuzione mercantile: può lo Stato incassarla, non abolirla».

Come detto, di altro avviso è l’ala opportunista della socialdemocrazia. Nel quarto congresso di Stoccolma del 1906 i menscevichi avevano sostenuto la municipalizzazione. È nota la polemica di Lenin contro tale risoluzione:

     «Lenin demolisce qui la risoluzione di Stoccolma, che mirava a dare ai comuni la terra dei latifondisti, perché la affittassero a imprenditori, e a lasciare altra metà delle terre alla piccola proprietà ove già ne era in possesso. Ciò avrebbe divisa la popolazione agraria in due parti: proprietari, e fittuari di più o meno grandi estensioni di terra comunale, con la zona di residenza obbligatoria nella circoscrizione comunale.
     «Ciò dà occasione a Lenin di ribadire tutte le tesi critiche della proprietà privata, stabilite dal marxismo.
     «Il populista pensa che la negazione della proprietà privata della terra sia la negazione del capitalismo. È un errore. Essa esprime la rivendicazione della più pura evoluzione capitalistica (...) Marx rivolgeva la sua critica non soltanto contro la grande ma anche contro la piccola proprietà fondiaria. In certe condizioni storiche, la libera proprietà della terra per il piccolo contadino accompagna necessariamente la piccola produzione agricola (...) Uno dei mali della piccola conduzione agricola, là dove essa è legata alla piccola proprietà della terra, è legato al fatto che il coltivatore spende un capitale nell’acquisto del terreno (...) E l’investimento di questo capitale liquido lo sottrae quale capitale di esercizio alla coltura.
     «Né ripeteremo l’analisi della usura e della ipoteca che rovinano ferocemente la piccola conduzione proprietaria, sicché il coltivatore sta peggio del piccolo fittuario; del vecchio servo forse».

E infine la spartizione:

     «Lenin domanda ancora se la nazionalizzazione non condurrà sic et simpliciter alla spartizione bruta. Egli ha detto che la rivoluzione borghese russa è in condizioni favorevoli, dopo aver citato altro passo di Marx, anche da noi a suo luogo invocato: il borghese radicale giunge in teoria alla negazione della proprietà della terra. Ma in pratica gli manca il coraggio, perché l’attacco contro una delle forme della proprietà sarebbe pericolosissimo anche contro l’altra forma, la proprietà privata delle condizioni di lavoro (Marx vuol dire utensili, macchine, materie prime). Inoltre, il borghese si è egli stesso territorializzato. E Lenin aveva commentato: Da noi, in Russia c’è un borghese radicale che non è ancora territorializzato, che non può temere, oggi, un attacco proletario. Questo borghese radicale è il contadino russo.
     «Ranocchi a voi. L’alleanza col contadino è tanto obbligatoria quanto quella col borghese radicale. Stanno sullo stesso piano storico-sociale.
     «Ora la nazionalizzazione può ben condurre alla spartizione; del resto in astratto sono entrambe antisocialiste. Teoria al sicuro, e avanti. Vi può contingentemente condurre, e tre sono i punti da esaminare: 1) Conviene la spartizione al contadino? Già detto sì; non brama altr’esca che il padronato. 2) In quali condizioni? Difficile per Lenin dire se prevarrà la “fame della terra” su ogni altra opposta influenza. 3) Come si riflette il fatto sul programma agrario del proletariato? Qui per Lenin non vi è dubbio. Il proletariato, nella rivoluzione borghese, sostiene la borghesia combattente quando è impegnata in una lotta rivoluzionaria contro il feudalismo. Ma non è affare suo sostenere una borghesia che torna alla calma. La nazionalizzazione, ossia l’esproprio di baroni e latifondisti da parte del potere centrale rivoluzionario, sarà un fatto positivo, un colpo a una forma della proprietà. La tendenza a ritornare in nuove forme di proprietà privata sarà il fatto di forze reazionarie che ritornano; il proletariato vi si opporrà con ogni forza».

Del resto non necessariamente la nazionalizzazione deve rinculare nella spartizione. È prevista anche l’eventualità del collegamento della rivoluzione borghese radicale russa con la rivoluzione proletaria in occidente, come meglio vedremo in seguito. Per adesso ci basti questa affermazione:

     «Senza la completa distruzione di tutta la proprietà medioevale della terra, senza la completa “ripulitura” cioè senza la nazionalizzazione della terra, questa rivoluzione è inconcepibile. Il partito del proletariato ha il compito di diffondere questa parola d’ordine della rivoluzione agraria borghese più conseguente e radicale, e quando noi avremo fatto questo vedremo quali saranno le prospettive ulteriori, vedremo se questa rivoluzione sarà soltanto la base per uno sviluppo rapido, di tipo americano, o se sarà invece il prologo della rivoluzione socialista in occidente» (Lenin, “Il programma agrario del 1908”).

Possiamo a questo punto trarre una prima lezione di carattere teorico. Le alleanze fra le classi rivoluzionarie, nelle aree geopolitiche ove si pongono, si fondano su interessi economici e sociali ben determinati. I contadini hanno interesse alla nazionalizzazione, perché aspirano al libero possesso della terra. Per il proletariato la nazionalizzazione significa distruzione dello Stato zarista, baluardo della controrivoluzione internazionale. Questo è il modo più rapido di procedere verso il socialismo, che è l’abolizione di ogni forma di proprietà e di libera conduzione delle aziende. Gli interessi di queste due classi, storicamente contrapposti, si fondono in date fasi storiche, perché sono mature le condizioni reali dello sviluppo del capitalismo.

Proseguiamo analizzando il modo in cui il partito bolscevico si pone questo problema dal punto di vista della tattica.


Il piano tattico per l’attesa rivoluzione

     «La storia di tutti i paesi ha distrutto l’ipotesi di un proletariato assente dalle rivoluzioni borghesi. La questione è così posta da Lenin nella premessa allo studio di cui si tratta: Avrà la classe operaia la funzione di un ausiliario della borghesia, ausiliario potente per la forza del suo assalto contro l’autocrazia, ma impotente politicamente; o avrà la funzione di egemone nella rivoluzione popolare? (“Due tattiche”).
     «Si intenda dunque che non si tratta della rivoluzione socialista: nessuno si chiederebbe se, in questa, non debba il proletariato essere politicamente potente, egemone assoluto, e a tal fine, per noi marxisti e leninisti non di corte, protagonista con la dittatura del suo partito contro le altre classi e partiti. L’Iskra di destra, coerente al revisionismo di occidente, svaluta l’importanza di parole tattiche strettamente conformi ai princìpi. Per costoro la tattica la impone il movimento reale, non la stabilisce il partito; questo è aperto a qualunque tattica. Per Lenin: al contrario, la elaborazione di decisioni tattiche giuste ha grandissima importanza per un partito che voglia dirigere il proletariato in uno spirito rigorosamente conforme ai princìpi del marxismo, e non semplicemente trascinarsi a rimorchio degli avvenimenti. Il tema è chiaramente dunque definito: rendersi ben conto dei compiti del proletariato socialista nella rivoluzione democratica.
     «Ogni rivoluzione borghese si presenta colla rivendicazione di convocare un’assemblea popolare elettiva. In tutte le rivoluzioni questa prende diverse forme sempre più radicali, dall’assemblea nazionale convocata dal monarca, alla assemblea costituente, alla convenzione rivoluzionaria, alla dittatura di un direttorio.
     «In Russia nel 1905 vi sono tre programmi. Il potere zarista predispone una assemblea consultiva eletta con sistemi di casta (che fu la ricordata Duma di Bulighin). La borghesia liberale (il partito cadetto, rappresentato dalla rivista illegale Osvobozdenie, Liberazione) chiede un suffragio libero ed esteso perché l’assemblea sia veramente espressione popolare e possa dettare la nuova costituzione dello Stato. Lenin definisce ciò una transazione più pacifica che sia possibile tra lo zar e il popolo. Infine i socialisti e il proletariato rivoluzionario sono per l’abbattimento rivoluzionario del potere zarista, la formazione di un governo provvisorio e la convocazione di un’assemblea costituente con pieni poteri.
     «I vari partiti piccolo-borghesi non sono decisamente orientati, ma oscillano tra la posizione dei cadetti e quella rivoluzionaria, non escludono una totale alleanza con i primi e una costituzione elargita dall’alto: lo scopo di Lenin è qui di dimostrare che la posizione dei menscevichi tende a quella dei cadetti radicali, e in certo senso è meno coerente di questa».

Prendiamo in esame la risoluzione del terzo Congresso del Partito Operaio Socialdemocratico Russo sul governo rivoluzionario provvisorio.

     «Considerando:
     «1) che sia gli interessi immediati del proletariato sia gli interessi della sua lotta per gli scopi finali del socialismo richiedono una libertà politica quanto più possibile completa e, per conseguenza, la sostituzione della forma autocratica di governo con la repubblica democratica;
     «2) che in Russia la repubblica democratica può essere unicamente il risultato di una insurrezione vittoriosa del popolo, il cui organo sarà costituito dal governo rivoluzionario provvisorio, il solo capace di assicurare una completa libertà di agitazione elettorale e di convocare un’assemblea costituente, eletta sulla base del suffragio universale, uguale, diretto e a scrutinio segreto che esprima veramente la volontà del popolo;
     «3) che questa rivoluzione democratica in Russia, dato il regime sociale ed economico vigente, non solo non indebolirà, ma, anzi rafforzerà il dominio della borghesia, che inevitabilmente tenterà, a un determinato momento, senza arrestarsi di fronte a nulla, di togliere al proletariato russo la maggior parte possibile delle conquiste del periodo rivoluzionario,
     «il III Congresso del POSDR decide:
     «a) è indispensabile diffondere nella classe operaia nozioni concrete sul corso più probabile della rivoluzione e sulla necessità di formare, a un momento dato, un governo rivoluzionario provvisorio dal quale il proletariato esigerà il soddisfacimento di tutte le rivendicazioni immediate, politiche ed economiche, del nostro programma (programma minimo);
     «b) a seconda del rapporto di forze e di altri fattori, che è impossibile determinare anticipatamente con precisione, è ammissibile la partecipazione dei rappresentanti del nostro partito al governo rivoluzionario provvisorio per una lotta implacabile contro tutti i tentativi controrivoluzionari e la difesa degli interessi specifici della classe operaia;
     «c) le condizioni necessarie per questa partecipazione sono: un severo controllo del partito sui suoi rappresentanti e la salvaguardia continua dell’indipendenza della socialdemocrazia, che aspira a una completa rivoluzione e perciò appunto è irriducibilmente ostile a tutti i partiti borghesi;
     «d) indipendentemente dalla possibilità o meno di una partecipazione della socialdemocrazia a un governo rivoluzionario provvisorio, occorre propagandare tra gli strati più vasti del proletariato l’idea della necessità di una pressione costante da parte del proletariato armato e diretto dalla socialdemocrazia sul governo provvisorio, per salvaguardare, consolidare ed estendere le conquiste della rivoluzione» (Due tattiche...).

     «Lenin delinea una politica di possibile intesa anche nel potere con i partiti social-contadini, ma mai coi cadetti borghesi, e va sviluppando questa sua fondamentale idea nella formula famosa “dittatura democratica del proletariato e dei contadini” come forma del potere che svolgerà la rivoluzione borghese.
     «L’equivoco gigante è che Lenin abbia mai proposto che con tale formula si potesse o dovesse condurre una rivoluzione socialista, né allora, né mai, né in Russia né in occidente.
     «Nel concetto di Lenin il governo provvisorio, oltre ad aver diretta la insurrezione armata e preparare l’elezione dell’assemblea costituente, deve subito attuare il programma minimo della rivoluzione, quale visto del partito (Otto ore, suffragio universale, nazionalizzazione della terra)» (“Russia e rivoluzione...”).

      «Assegnando al governo rivoluzionario provvisorio il compito di attuare il programma minimo, la risoluzione elimina con ciò stesso le idee assurde e semianarchiche sull’attuazione immediata del programma massimo, sulla conquista del potere per la rivoluzione socialista. Il grado di sviluppo economico della Russia (condizione oggettiva) e il grado di coscienza e di organizzazione delle grandi masse del proletariato (condizione soggettiva, legata indissolubilmente a quella oggettiva) rendono impossibile l’emancipazione immediata e completa della classe operaia. Solo degli uomini ignorantissimi possono ignorare il carattere borghese della rivoluzione democratica in corso; solo gli ottimisti più ingenui possono dimenticare che le masse degli operai conoscono ancora ben poco degli scopi del socialismo e dei mezzi per realizzarlo» (“Due tattiche...”).

Di fondamentale importanza per la futura rivoluzione sarà la comprensione della natura e dei compiti del Governo Rivoluzionario Provvisorio. Esso ha dei connotati e dei contenuti ben prestabiliti ed attesi al di là di questa o quella forma che contingentemente la storia gli potrà far prendere. È certo che un tale Governo Rivoluzionario Provvisorio non potrà essere un’emanazione del vecchio regime, né essere in qualche modo compromesso con le classi feudali e la grande borghesia, la sua natura ha un carattere prorompente di distacco netto con le forme di governo del passato. Riguardo a questo problema Lenin dice che:

     «Il governo dell’epoca rivoluzionaria sostituisce immediatamente il governo abbattuto e si appoggia sull’insurrezione del popolo, e non su qualsiasi organismo rappresentativo emanante dal popolo. Il governo rivoluzionario provvisorio è l’organo della lotta per la vittoria immediata della rivoluzione, per la repressione immediata dei tentativi controrivoluzionari» (“Due tattiche...”).

Un Governo Rivoluzionario Provvisorio che, anche se composto dagli elementi radicali del popolo, dai contadini e dal proletariato, si pone contingentemente la vittoria definitiva della rivoluzione borghese.

Ma perché il proletariato deve lottare in Russia per la rivoluzione borghese? È ancora Lenin che ci spiega:

     «La rivoluzione borghese è appunto una rivoluzione che spazza via con la maggiore risolutezza i residui del passato, i residui del feudalesimo (fra i quali è compresa non soltanto l’autocrazia, ma anche la monarchia), che assicura nel modo più completo lo sviluppo più largo, libero e rapido del capitalismo.
     «La rivoluzione borghese presenta quindi per il proletariato i più grandi vantaggi. La rivoluzione borghese è assolutamente necessaria, nell’interesse del proletariato. Quanto più sarà completa e decisa, quanto più sarà conseguente, tanto più il successo del proletariato, nella sua lotta contro la borghesia per il socialismo, sarà garantito. Questa conclusione potrà sembrare nuova, strana e paradossale unicamente a coloro che ignorano l’abbiccì del socialismo scientifico. E da questa conclusione deriva tra l’altro la tesi che la rivoluzione borghese è, in un certo senso, più vantaggiosa per il proletariato che per la borghesia.
     «Ecco in quale senso precisamente la seguente affermazione è incontestabile: è vantaggioso per la borghesia appoggiarsi, contro il proletariato, su alcuni residui del passato, ad esempio, sulla monarchia, sull’esercito permanente, ecc. È vantaggioso per la borghesia che la rivoluzione borghese non spazzi via troppo risolutamente tutti i residui del passato, ma ne lasci sussistere qualcuno; in altre parole, che la rivoluzione non sia del tutto conseguente e non si compia fino in fondo, non sia risoluta e implacabile. I socialdemocratici esprimono spesso questa idea in modo alquanto diverso, dicendo che la borghesia tradisce se stessa, tradisce la causa della libertà, è incapace di democratismo conseguente.
     «Per la borghesia è più vantaggioso che le necessarie trasformazioni sulla via della democrazia borghese si compiano più lentamente, più gradualmente, più prudentemente, meno risolutamente, mediante riforme e non con una rivoluzione; che con queste riforme si proceda nel modo più cauto possibile verso i “rispettabili” istituti del feudalesimo (la monarchia, ad esempio); che queste trasformazioni contribuiscano il meno possibile a sviluppare l’azione rivoluzionaria, l’iniziativa e l’energia della plebe, ossia dei contadini e, soprattutto, degli operai. Perché, altrimenti, sarebbe tanto più facile per gli operai “passare il fucile da una spalla all’altra”, come dicono i francesi, ossia rivolgere contro la borghesia stessa le armi che la rivoluzione borghese fornirebbe loro, la libertà che essa darebbe, gli istituti democratici sorti sul terreno sbarazzato dal feudalesimo».

Ne deriva che il proletariato ha interesse ad una vittoria netta e definitiva, alla giacobina, sullo zarismo. Lenin chiama questa vittoria “Dittatura democratica rivoluzionaria degli operai e dei contadini”.

     «“La vittoria decisiva della rivoluzione sullo zarismo” è la dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini.
     «E questa vittoria sarà precisamente una dittatura, ossia dovrà necessariamente poggiare sulla forza armata, sull’armamento delle masse, sull’insurrezione e non su questi o quegli organismi costituiti “per vie legali”, “pacifiche”. Non può essere che una dittatura, perché alla realizzazione delle trasformazioni assolutamente e immediatamente necessarie al proletariato e ai contadini i grandi proprietari fondiari, la grande borghesia e lo zarismo opporranno una resistenza disperata. Senza la dittatura sarebbe impossibile spezzare questa resistenza, respingere gli attacchi della controrivoluzione.
     «Non sarà però, evidentemente, una dittatura socialista, ma una dittatura democratica che non potrà intaccare le basi del capitalismo senza che la rivoluzione abbia percorso varie tappe intermedie. Essa potrà, nel migliore dei casi, procedere a una ridistribuzione radicale della proprietà fondiaria a vantaggio dei contadini; applicare a fondo un democratismo conseguente, fino alla proclamazione della repubblica; sradicare, non soltanto dalla vita delle campagne, ma anche da quella delle fabbriche, tutte le sopravvivenze del dispotismo asiatico; cominciare a migliorare seriamente le condizioni degli operai, ad elevare il loro tenore di vita, ed infine – last but not least – estendere l’incendio rivoluzionario all’Europa.
     «Questa vittoria non farà ancora affatto della nostra rivoluzione borghese una rivoluzione socialista; la rivoluzione democratica non uscirà direttamente dal quadro dei rapporti sociali ed economici borghesi; ma non di meno questa vittoria avrà un’importanza immensa per lo sviluppo futuro della Russia e di tutto il mondo. Nulla aumenterà maggiormente l’energia rivoluzionaria del proletariato mondiale, nulla accorcerà tanto il suo cammino verso la vittoria completa quanto questa vittoria decisiva della rivoluzione cominciata in Russia».

Come sempre la chiave di interpretazione della rivoluzione nazionale russa è nell’internazionalismo. Estendere l’incendio rivoluzionario all’Europa.

     «L’idea principale è qui quella enunciata più volte dal “Vperiod” (“Avanti”, organo bolscevico di Lenin) il quale affermava che non dobbiamo temere la vittoria completa dei socialisti nella rivoluzione democratica, vale a dire la dittatura democratica del proletariato e dei contadini, poiché questa vittoria ci permetterà di sollevare l’Europa; e il proletariato socialista europeo, dopo aver abbattuto il giogo della borghesia, ci aiuterà a sua volta a fare la rivoluzione socialista. Il “Vperiod” assegnava al proletariato rivoluzionario della Russia un compito attivo: vincere in Russia nella lotta per la democrazia, e approfittare di questa vittoria per portare la rivoluzione in Europa».

Ma nello stesso momento in cui il proletariato lotta con la borghesia radicale per l’annientamento delle vecchie classi, il Partito sa già che il suo obiettivo finale è la totale vittoria del socialismo. La rivoluzione democratica è così un necessario gradino da salire verso quella socialista. È la base per poter dare l’attacco internazionale al Capitale. Lenin ha chiaro che le rivoluzioni da fare sono due, o meglio, è una doppia, ininterrotta.

     «La vittoria completa della rivoluzione attuale segnerà la fine della rivoluzione democratica e l’inizio di una lotta decisiva per la rivoluzione socialista. Il soddisfacimento delle rivendicazioni degli odierni contadini, la sconfitta totale della reazione, la conquista della repubblica democratica segneranno la fine completa del rivoluzionarismo della borghesia e persino della piccola borghesia, e l’inizio di una vera lotta del proletariato per il socialismo. Quanto più la rivoluzione democratica sarà completa, tanto più questa nuova lotta avrà un corso rapido, esteso, netto e deciso. La parola d’ordine della dittatura “democratica” esprime per l’appunto questo carattere storicamente limitato della rivoluzione attuale e la necessità di una nuova lotta, sul terreno dei nuovi ordinamenti, per la liberazione completa della classe operaia da ogni oppressione e da ogni sfruttamento. In altre parole, quando la borghesia democratica o la piccola borghesia saranno salite ancora di un gradino, quando non solo la rivoluzione, ma la vittoria completa della rivoluzione sarà diventata un fatto reale, allora “sostituiremo” alla parola d’ordine della dittatura democratica quella della dittatura socialista del proletariato, ossia della rivoluzione socialista integrale».


(continua)





Aspetti e limiti dell’impianto economico capitalistico in America Latina

(Esposto alla riunione di Firenze nell’ottobre 1984)

(segue dai numeri 15 e 16)

[ È qui ]

 

 

 

 



Appunti per la storia della Sinistra

Esposto ad Ivrea, 2-3 febbraio 1985 [RG31]

(segue dal n.18)


La “preparazione” del Congresso di Lione

Sradicare dalla base del partito l’influenza esercitata dalla Sinistra era, per l’Internazionale ed i centristi, compito prioritario. L’ultima consultazione di partito, Como 1924, aveva dimostrato la totale adesione del partito al programma ed alla tattica della Sinistra.

L’alleanza con gli eterogenei elementi della destra, l’ingresso, con l’onore del grado, dei terzini ripudiati dal PSI, la nuova leva di iscritti del 1924, tutti questi espedienti non avevano però modificato più di tanto gli equilibri esistenti. Togliatti, in una relazione all’Internazionale del novembre 1924, scriveva:

     «La posizione delle diverse tendenze nel partito è la seguente. La destra non ha nessuna influenza; essa è limitata all’azione individuale di qualche compagno (...) I due gruppi nei quali si raccoglie il partito sono il centro e la Sinistra. Non è possibile dire in questo momento quale è il rapporto di forze. Nei recenti congressi federali il partito ha approvato in generale le risoluzioni del V Congresso e la politica seguita in Italia. Ma tale approvazione non può essere considerata come uno spostamento definitivo perché la grande massa non ha ancora preso coscienza delle reali divergenze tra quelle direttive e l’atteggiamento preso dal gruppo di Bordiga al V Congresso. Per questo motivo la solidarietà ancora possibile di una frazione del partito con il compagno Bordiga ha una importanza relativa perché rappresenta soltanto in scarsa misura una adesione effettiva al suo pensiero ed al suo atteggiamento politico, ma è piuttosto l’effetto personale che Bordiga esercita sul partito, influenza che è destinata fatalmente a diminuire tanto più in seguito all’atteggiamento passivo adottato da Bordiga».

Se epuriamo queste imbarazzate e contraddittorie affermazioni dell’”ottimismo di ufficio”, possiamo rilevare: 1) che i centristi devono ammettere il perdurare di una forte influenza della Sinistra all’interno del partito e, dato che non possono confessare a se stessi ed ai dirigenti moscoviti di non essere riusciti a ”conquistare le masse” del partito, si mantengono sul vago affermando di non ”poter dire, in questo momento, quale sia il rapporto di forze”; 2) che anche nei Congressi federali dove, in generale, erano riusciti, e vedremo in seguito come, a fare approvare la tattica adottata dal V Congresso dell’I.C., essi si erano ben guardati dall’evidenziare e dal chiarire i reali punti di contrasto esistenti tra la Sinistra e la politica ufficiale del Comintern; 3) che la loro battaglia contro la Sinistra avrebbe assunto il carattere dell’attacco e della denigrazione personale. Il cavallo di battaglia del centrismo, nella sua calunniosa lotta contro la Sinistra, fu la questione della disciplina.

Al C.C. del maggio 1925, Gramsci, pur polemizzando con noi, affermava:

     «Non è certamente con questi atteggiamenti che si può dimostrare di avere le qualità e le doti necessarie per impostare una lotta che dovrebbe avere praticamente come risultato un cambiamento di indirizzo, ma anche di persone nella direzione dell’Internazionale Comunista».

Da parte dei membri della Sinistra era arrivato il rifiuto a presentarsi come candidati alle elezioni del 1924, di fare parte del C.C. e del C.E. del partito, non avevano accettato le nomine ai vertici dell’Internazionale, ecc. ecc. Questi comportamenti, a detta della frazione centrista, erano le chiare prove di indisciplina e delle altrettanto chiare prove della volontà della Sinistra di paralizzare l’attività del partito.

L’opinione della Sinistra, lo abbiamo ormai scritto più volte, è sempre stata quella di ritenere necessario che gli organi centrali del partito abbiano una composizione il più possibile omogenea, che siano, quindi, costituiti da compagni che accettino per convinzione le direttive dell’Internazionale.

Gli stessi centristi, malgrado le loro manie ”aggregative”, avevano più volte riconosciuto l’impossibilità di un lavoro serio a causa dell’eterogeneità della composizione degli organi centrali. Gramsci, sempre nel corso del C.C. a cui abbiamo accennato, era costretto ad ammettere che i terzini cooptati nel partito costituivano soltanto un gruppo di arrivisti:

     «Questa situazione generale è stata aggravata l’anno scorso dall’ingresso nelle nostre file della frazione terzinternazionalista. Le debolezze che ci erano caratteristiche esistevano in una forma ancora più grave e pericolosa in questa frazione la quale da due anni e mezzo viveva in forma autonoma nel seno del partito massimalista, creando così vincoli interni fra i suoi aderenti che dovevano prolungarsi anche dopo la fusione. Inoltre la frazione terzinternazionalista per due anni e mezzo fu assorbita interamente dalla lotta interna con la direzione del partito massimalista, lotta che fu prevalentemente di carattere personale e settario e solo episodicamente trattò di questioni fondamentali, sia politiche che organizzative».

A posteriori, erano costretti ad ammettere che ” l’infondato allarmismo” della Sinistra sui pericoli derivanti dalla fusione con gruppi organizzati non era affatto infondato allarmismo. I terzini, entrati con tutti gli onori nel PCdI, dopo che erano stati espulsi dal Partito Socialista, vi erano entrati come frazione organizzata, e come tale si comportavano.

La Sinistra, a parte la sua convinzione sulla necessità di una guida omogenea del partito, era vero che si rifiutava di lavorare, di dare il proprio contributo, di assumersi responsabilità, oppure era vero il contrario, cioè che le veniva impedita ogni possibilità di svolgere una qualsiasi attività? La rivista ”Prometeo” era stata bruscamente soppressa con il pretesto che sarebbe potuta «diventare un centro di attività e di agitazione da parte della Sinistra e di Bordiga». La centrale fece anche intendere che avrebbe impedito l’uscita di un qualsiasi altro settimanale di partito a Napoli. I contributi della Sinistra per la stampa di partito o venivano cestinati, oppure, se pubblicati, erano sempre preceduti da ampi cappelli redazionali, a volte più lunghi degli articoli stessi, in cui si tentava di screditarli presentandoli come frazionistici.

Gli attacchi e le denigrazioni personali contro i rappresentanti della Sinistra si susseguivano regolarmente in ogni numero di giornale che scampasse al sequestro della polizia. Tutti i dirigenti della Sinistra venivano regolarmente rimossi dai loro posti di responsabilità nelle varie federazioni, quando esse non erano addirittura sciolte. Il segretario della federazione di Napoli fu sostituito d’ufficio con il pretesto che la polizia gli avrebbe impedito di svolgere la sua funzione. Quello di Milano perché aveva mansioni speciali a livello nazionale. Uguali interventi truffaldini erano compiuti nei riguardi delle federazioni di Torino, Roma, Alessandria, Cremona, Pavia, ecc. In questo spirito di ”rinnovamento”, Scoccimarro poteva dare assicurazione, all’E.A. dell’I.C. (1925), sulla ormai consolidata affermazione centrista nel partito. Tuttavia, soltanto pochi giorni prima (15 febbraio), Togliatti aveva dovuto ammettere che la Sinistra manteneva la maggioranza nelle tradizionali roccaforti del partito, ed in particolare a Torino (patria dell’Ordine Nuovo), Alessandria, Novara, Biella, Milano, Pavia, Como, Bergamo, Trento, Modena, Roma, Napoli, Ancona, Teramo, Macerata, Aquila, Foggia, Taranto, Cosenza, Cremona.

Tutta la condotta della frazione centrista sta a dimostrare il carattere ipocrita delle richieste di collaborazione indirizzate agli esponenti della Sinistra. Significativo è il seguente esempio. Il 22 marzo Amadeo teneva all’Università Proletaria di Milano una conferenza su ”La Funzione Storica delle Classi Medie e dell’Intelligenza”. Le manifestazioni di affetto tributategli dai compagni milanesi mandarono in bestia i centristi. Terracini fu incaricato di riferire all’Internazionale sul fatto increscioso.

     «In tale occasione – scriveva, il 7 aprile 1925, Terracini al segretario del Comintern – la federazione milanese, diretta da un comitato composto di elementi di sinistra ed ex terzini, organizzò numerose manifestazioni di simpatia all’oratore, manifestazioni che si svolsero dove la conferenza aveva luogo. Ma i compagni suddetti non furono paghi di questa iniziativa nella quale si poteva già trovare la volontà di dimostrare contro le direttive del partito. Alla sera dello stesso giorno la intera sezione milanese venne mobilitata e inscenava una “rivista” in onore del compagno Bordiga (...) Il C.E. riunitosi il giorno precedente dell’arresto del compagno Togliatti, decise di sciogliere immediatamente i due comitati milanesi, federale e sezionale, e di nominare un unico comitato incaricato della dirigenza del movimento di tutta la provincia».

Terracini continuava:

     «Noi non possiamo intervenire, né prendere comunque un provvedimento contro il compagno Bordiga, che volentieri si è prestato alla manifestazione frazionistica deplorata. Egli è membro del C.E. dell’Internazionale. Rimettiamo a voi ogni decisione in merito».

Le fobie, le paure, i gridi di allarme contro il frazionismo ad ogni minima espressione di un qualsiasi esponente della Sinistra stavano a dimostrare quanto ipocriti fossero gli ostentati richiami alla collaborazione e al lavoro di partito. Tra le tante menzogne la maggiore è quella di essersi sottratti alla milizia, mentre tutti i compagni della Sinistra svolgevano per il partito, soprattutto alla sua periferia, una attività rigogliosa che tanto contrastava con la rilassatezza del centro. I componenti della Sinistra solo rifiutavano i deplorevoli atteggiamenti del funzionalismo e del carrierismo che, purtroppo, si erano già introdotti nel partito e che, giorno dopo giorno, guadagnavano terreno ai danni di quella sana e disinteressata abnegazione rivoluzionaria che aveva caratterizzato i primi anni di vita della risorta Internazionale.

La Sinistra non rimproverava alla centrale del PCdI e all’Internazionale il desiderio di fare aderire il partito alle loro posizioni, il che non era soltanto un loro diritto ma un dovere. Quello che la Sinistra rimproverava e combatteva era il metodo, ritenuto dannoso per le sorti del partito.

I centristi si rendevano perfettamente conto che in una discussione in cui si desse la possibilità agli accusati di difendersi, essi si sarebbero esposti al pericolo che il partito riconfermasse le opinioni della Sinistra. Non sentendosi in grado di accettare la confutazione delle loro critiche in un dibattito aperto e leale, preferivano spostare la discussione dai suoi contenuti politici e tattici al terreno disciplinare e personale. Si chiedeva infatti al partito non di pronunciarsi sulle opinioni della Sinistra, ma sul rifiuto di questa e dei suoi capi a partecipare alle cariche direttive. Riuscivano così, sfuggendo all’esame delle cause della crisi del partito, ad ottenere consensi e voti su questo ”invito alla concordia”, voti che il più delle volte erano ispirati alle ingenue simpatie che i compagni nutrivano nei riguardi dei compagni della Sinistra. Per realizzare tale intento furono organizzati congressi federali, con un sistema veramente truffaldino, «che merita di essere definito, più che dittatoriale, giolittiano».

All’inizio di questo articolo abbiamo riportato dei passi di un rapporto, inviato da Togliatti all’Internazionale, in cui si diceva che nei congressi federali, in generale, erano state approvate le risoluzioni del V Congresso e la politica seguita in Italia; vedremo ora il trucco al quale erano ricorsi i dirigenti ”bolscevizzati” per ottenere questo risultato. La facoltà dei singoli congressi a pronunciarsi fu concessa a seconda del previsto senso del loro orientamento: dove erano matematicamente sicuri di ottenere la maggioranza fu fatto votare il plauso della politica della centrale; quando, come avvenne nei più importanti congressi, prevalevano o avrebbero potuto prevalere le posizioni della Sinistra, i congressi non poterono votare con il pretesto che avevano carattere “ informativo”.

Riguardo ciò la Sinistra si sentì in dovere di puntualizzare:

     «I compagni della Sinistra non ci tengono affatto a contendere il possesso della maggioranza del partito, e queste manovre dispiacciono solo perché vengono a ledere il partito stesso ed il suo sviluppo. In presenza dei pettegolezzi e delle insinuazioni, ecco che cosa potremo noi dire, se deliberatamente non avessimo stabilito di rinunciare ad ogni forma di agitazione e di semplice resistenza in seno al partito. È demagogia socialdemocratica speculare sulla giusta avversione degli operai per le divisioni di tendenze facendo credere che queste esistono solo per il contegno di alcuni compagni che hanno o hanno avuto funzioni direttive. Le tendenze hanno ben più profonda origine e ben altra via si dovrà percorrere per eliminarle. È un fatto che il partito non è ancora perfettamente comunista, non essendo perfettamente omogeneo, e la Sinistra ritiene appunto che le sue proposte, sempre respinte, in materia di tattica e di organizzazione, potrebbero sicuramente avviare a questo risultato nazionalmente ed internazionalmente. La prova di intendere i veri rapporti che devono stabilirsi in una organizzazione veramente comunista, gli elementi della Sinistra la forniscono non con l’assurdo di recidersi le loro opinioni, ma col rinunciare ad ogni caccia a posti di dirigenza e ad ogni esibizione delle loro persone, come ad ogni esasperazione pubblica del loro dissenso che accenni lontanamente ad uscire dai limiti dell’interesse del partito e dell’Internazionale» (da una lettera di Amadeo del 2 novembre 1924).


Il Comitato d’Intesa

“L’Unità” del 26 maggio 1925 annunciava cheda lì tra breve si sarebbe tenuto il congresso del partito. Secondo le intenzioni della centrale esso avrebbe dovuto essere celebrato tra il settembre e l’ottobre di quell’anno, con quattro o cinque mesi scarsi per la sua preparazione, discussione e consultazione del partito. Sia per la situazione di completa illegalità in cui il partito era costretto ad operare, sia per il ”clima” giolittiano imposto dalla frazione centrista, la Sinistra non avrebbe potuto che in minima misura prepararsi all’appuntamento. Il congresso, poi, come sappiamo, per varie cause sarà rimandato al gennaio 1926. I dirigenti, consci del seguito e dell’influenza che la Sinistra aveva all’interno del partito, dimostrando di avere più a cuore l’esito della consultazione congressuale che non la condizione del partito, usavano tutti i loro poteri nel più partigiano dei modi aprendo, di fatto, la discussione ad uso di una sola delle parti, compiacendosi di attribuire all’altra opinioni ed atteggiamenti che erano il contrario della realtà.

I compagni della Sinistra, in data 1 giugno, inviavano al C.E. del partito una lettera in cui si informava dell’avvenuta costituzione del ”Comitato d’Intesa”. Nella lettera, dopo aver ribadito la necessità di un dibattito il più possibile ampio e libero da qualsiasi forma di prevenzione, si avanzavano le seguenti proposte:

     «a) Che sia dato alla discussione uno spazio di tempo quale lo stato di impreparazione delle masse del partito e la importanza delle questioni richiedano;
     «b) Che i congressi provinciali siano tenuti solo dopo una esauriente discussione avvenuta sulla stampa di partito;
     «c) Che ai congressi provinciali sia data facoltà di parlare in contraddittorio a compagni riconosciuti nelle diverse correnti;
     «d) Che la nomina dei delegati al congresso del partito sia fatta dai rispettivi congressi federali, nel caso però che tale nomina venga fatta con altri sistemi, sia data facoltà di scelta degli elementi chiamati a far parte di eventuali comitati ai fiduciari delle diverse correnti;
     «e) Che sia infine riconosciuto il diritto di nominare e disciplinare gli oratori che illustreranno al Congresso il pensiero di questa o di quella corrente».

Il documento venne pubblicato da “L’Unità” del 7 giugno. L’Esecutivo accompagnò la pubblicazione del documento con la ”rivelazione” che altri due documenti ”frazionistici” (uno di aprile, l’altro di maggio) erano stati “intercettati”. Questa è la prova lampante – commentava l’Esecutivo – di una attività di frazione, segreta per giunta, che «porta in sé il germe di una scissione del partito». I firmatari del documento furono immediatamente destituiti dalle loro funzioni nell’organizzazione, decaduti da membri dei comitati federali e, per Repossi e Damen, dal comitato sindacale comunista. Furono anche minacciati provvedimenti di espulsione.

Il 4 giugno, cioè 3 giorni prima della pubblicazione della lettera del Comitato di Intesa, era stata diramata ai segretari interregionali una ”circolare segretissima” in cui si davano disposizioni di «abbattere senz’altro coloro che (tentano) di sgretolare la saldezza del partito e di tramutarlo in un mascherato partito socialdemocratico». La circolare continuava dando le seguenti indicazioni pratiche:

     «Il comitato nazionale della frazione di sinistra usufruisce dell’opera di alcuni viaggiatori per stabilire i propri collegamenti colle varie federazioni. Fra di essi gli ancora membri del partito, Girone, Damen, ecc. Vogliate disporre che nel caso di arrivo di questi elementi nelle vostre sedi o in caso di loro incontro nei vostri viaggi, procuratovi l’aiuto dei compagni del luogo, essi vengano immediatamente perquisiti nella persona e nell’abitazione. Tutto il materiale frazionistico che verrà su di essi ritrovato ci deve essere inviato (circolari, indirizzi, lettere ecc.). Naturalmente procedendo a questa opera di polizia di partito dovete dichiarare agli interessati che eseguite una precisa e tassativa disposizione del C.E.».

Abbiamo visto come vere e proprie misure di polizia, repressive e terroristiche, fossero state adottate nei confronti degli esponenti della Sinistra, tentando, come abbiamo spiegato, di impedire il dibattito interno al partito, con il ridurre la corrente della Sinistra a casi isolati di indisciplina, risolvibili con semplici misure interne. Di fronte a un tale modo di risolvere i problemi del partito, costruito ad uso e consumo del gruppo dirigente, la Sinistra puntualizzava:

     «Non esistono due questioni distinte o distinguibili, una di ordine procedurale e di amministrazione ordinaria concernenti l’operato dei capi del Comitato di Intesa, l’altra che riflette l’attività e l’indirizzo del partito e dell’Internazionale. Le due questioni formano un tutt’uno in quanto il problema centrale del dibattito generale in questo momento si porta proprio sui problemi della vita interna dei partiti comunisti, sulla disciplina, sulle frazioni. Del resto il fatto stesso che la centrale, anziché affrontare la questione del comportamento dei compagni del Comitato di Intesa sul terreno della procedura statutaria, ne ha fatto oggetto di una campagna politica, polemica e giornalistica, ossia condotta sia alla presenza dei proletari che degli avversari, dimostra senza bisogno d’insistervi che si tratta di un problema che concerne l’indirizzo generale del partito, che i compagni del Comitato di Intesa ne rappresentano moltissimi altri e rispecchiano una situazione diffusa profondamente e realmente nel partito. Quando la centrale si trova in questa necessità deve dare la parola ai compagni che attacca e rimettere ogni discussione al congresso» (“L’Unità”, 2 luglio).

L’accusa di frazionismo rivolta a promotori del Comitato di Intesa era argomento ben misero: il C.d’I. fu costituito proprio con l’intento opposto, per ovviare agli inconvenienti creati dal sistema di direzione centrista del partito e per «indirizzare nel senso meno pericoloso le reazioni della periferia contro i metodi del centro». Dati i metodi che i centristi stavano utilizzando, il pericolo maggiore per il partito sarebbe stato proprio che sorgesse l’impressione che i problemi politici agitati al suo interno si riducevano a rivalità fra dirigenti, tutti pronti a spezzare il partito pure di prevalere sugli avversari.

     «In parole povere: ognuno vede che dal grido ”abbasso le tendenze”, levato così demagogicamente, mentre contemporaneamente né si spiega, né si vuole permettere agli altri di spiegare, come si pone per noi marxisti il problema del compito delle frazioni e delle tendenze, si arriva solo – ed è stato sempre così, è sempre stata la peggiore tendenza, quella mascherata di ”antitendenzismo” – si arriva ad una posizione di disfattismo e di liquidazionismo del nostro partito e della sua tradizione gloriosa, si fa sparire ai compagni la visione della utilità storica del processo che condusse alla liberazione del proletariato mondiale dalle tendenze opportunistiche» (“L’Unità”, 2 luglio).

La Sinistra, riaffermando la necessità di allargare la discussione al di sopra delle ripetizioni di vuote formule sull’unità del partito, affermava l’inderogabilità di elevare il dibattito ai veri problemi che riguardavano le questioni tattiche e programmatiche del partito. Questo era il lavoro, che malgrado tutte le avversità, si erano proposti di portare avanti i compagni della Sinistra costituendo il Comitato di Intesa, che non voleva essere affatto una frazione organizzata all’interno del partito, ma un veicolo di informazione, fatto in maniera palese, per tutti gli aderenti al partito.

La risposta da parte dei dirigenti non si fece attendere: il C.d’I. fu sciolto d’autorità dal rappresentante dell’Internazionale. Riteniamo che valga la pena ripubblicare per intero l’ “invito” datato 3 luglio di Humbert-Droz ai compagni della Sinistra di sciogliere il C.d’I., un concentrato di diplomatismo, gesuitismo e menzogna democratica:

     «Il C.C. del partito, d’accordo con l’Internazionale, ha dato al partito la garanzia di una completa libertà di discussione ideologica in vista del congresso. Assicurando così ai compagni del Comitato di Intesa e ai loro amici politici la completa libertà di espressione negli organi del partito e di discussione nelle assemblee; è evidente, perciò, che la costituzione di una frazione non può avere per scopo la diffusione dei documenti di discussione, diffusione assicurata dagli organi regolari del Partito, ma invece la creazione di un organismo frazionistico nelle file del partito, che distrugge l’unità di organizzazione e di disciplina di questa, che intralcia la discussione ideologica con le questioni disciplinari e che porta fatalmente alla scissione e ad un indebolimento dell’organizzazione del partito, resa più sensibile e delicata dalle speciali condizioni di illegalità esistenti in Italia.
     «Il C.C. del partito ed il Presidium dell’Internazionale hanno esplicitamente proibito l’organizzazione di una frazione in vista del congresso e considerando il C.d’I. come l’inizio di un lavoro frazionistico, ne hanno deciso lo scioglimento. Se i compagni che lo compongono vorranno ancora il C.d’I. e vorranno ancora continuare nell’attività frazionistica, ciò vorrà dire che essi vogliono farsi espellere dal partito per una questione formale di disciplina e che non vogliono partecipare alla discussione ideologica. Ma senza dubbio voi non volete impedire la discussione provocando un conflitto disciplinare che porterebbe alla vostra espulsione. Come l’Internazionale e come il C.C. del partito, voi dovete desiderare che la discussione sia ampia e profonda. Perché essa si sviluppi normalmente occorre sbarazzare il terreno dalle questioni irritanti di disciplina posti alla formazione del C.d’I.
     «Ecco perché, a nome dell’Internazionale e del C.C. del partito, perfettamente d’accordo su questo punto, io vi ho proposto di fare, in risposta alle decisioni dell’Internazionale e del C.C. del partito, una dichiarazione con la quale, prendendo atto dell’assicurazione datavi in una piena libertà di discussione ideologica in vista del congresso, affermiate di sottomettervi alla disciplina comunista, di sciogliere il C.d’I. e di cessare qualsiasi attività frazionistica. Una tale dichiarazione renderà più serena l’atmosfera per la discussione del congresso e permetterà alla centrale di sospendere le sanzioni prese contro di voi, mettendovi così in una situazione di eguaglianza con gli altri membri del partito nella discussione che è aperta».

L’ ”invito” di sciogliere il Comitato di Intesa, sotto pena di espulsione, prometteva che alla Sinistra sarebbe stata data piena libertà di intervento nel dibattito congressuale, ma non accennava affatto alle «formali accuse di frazionismo e di settarismo interno da noi portate contro la centrale del partito italiano, e nessuna misura annuncia [ta] diretta ad eliminare le vere cause della crisi del partito».

La nascita di tendenze ed il possibile loro consolidarsi in frazioni all’interno del partito si spiega, da un punto di vista marxista, come conseguenza della tattica che il partito stesso adotta. I limiti che separano l’attività di un gruppo, come poteva essere la Sinistra italiana, da quella di una frazione, non sono determinati da scelte di individui, ma dal metodo di lavoro interno dell’organizzazione dove, il più delle volte, è la stessa centrale che, sotto etichetta ”unitaria”, si costituisce in frazione. Ne consegue che la soluzione a tale problema non può essere raggiunta attraverso la buona volontà di alcuni compagni, che di propria scelta o sottoposti a pressioni, si assoggettano alle direttive centrali. Le divergenze, messe a tacere, ma non risolte, riemergeranno immancabilmente ingigantite.

Un altro aspetto, purtroppo frequentissimo nella vita dell’Internazionale, era quello di far seguire le assicurazioni di disciplina ad accordi diplomatici, dove tutto era considerato merce di scambio.

     «Secondo questo metodo antimarxista nella sostanza e sterile nei risultati – si leggeva nella lettera di risposta del C.d’I. – noi potremmo a somiglianza di tanti elementi infidi ed opportunisti che manovrano sui margini della nostra gloriosa Internazionale, cominciare a negoziare e patteggiare col centro dirigente, porre le condizioni, fare a nostra volta minacce, raggiungere un compromesso ed una transazione simile a quelle che sono il prodotto della spregevole tattica parlamentare borghese. Con queste convinzioni più o meno laboriose e stentate, tra personaggi ed ”uomini politici” più o meno influenti si vanno da tempo dissimulando e dilazionando gravi problemi della vita dell’Internazionale e della sua azione, che inevitabilmente si ripresenteranno più difficili e gravi. Noi potremmo a nostra volta far pesare la minaccia di una scissione e della formazione di un nuovo partito in caso di espulsione e sulla bilancia della ”politica” sedicente comunista sarebbero saggiate le nostre possibilità di avere tanta più soddisfazione quanto più male ci mostrassimo in grado di fare al partito e all’Internazionale».

Per questo la Sinistra italiana, come in passato aveva rinunciato alla direzione del partito, così ora, pure negando che il C.d’I. fosse una manovra tesa a costituire una frazione, acconsentiva al suo scioglimento, dimostrando come i compagni della Sinistra fossero «i soli per cui la disciplina [era] una cosa seria e non commerciabile».

L’intimazione di scioglimento del C.d’I. porta la data del 3 luglio 1925, ma viene pubblicata da “L’Unità” solo il giorno 19, assieme al documento di accettazione della Sinistra, che la centrale aveva da circa una settimana. Questo ritardo nella pubblicazione permise ai centristi di continuare sul giornale la calunniosa campagna di accusa contro il ”frazionismo” reiterato della Sinistra. L’intenzione della preparazione artificiale di una opinione sfavorevole nei compagni di partito non avrebbe potuto essere più evidente. Il giochetto di pubblicare con gran ritardo, o non pubblicare affatto, gli scritti della Sinistra era lo sport a cui con maggiore entusiasmo si davano i centristi. La malafede di questo atteggiamento è tanto più evidente per il fatto che il più delle volte non si trattava di ”elucubrazioni teoriche” della Sinistra, ma di risposte a chiamate in causa personali con dati falsi, su cui potevano continuare, rimandando nel tempo la pubblicazione delle rettifiche, le più assurde accuse polemiche.

 

 

 

 


Dall’Archivio della Sinistra


Quando il partito avrà la forza di fare rimangiare allo stalinismo tutte le menzogne da esso e dai suoi padri vomitate contro la Sinistra italiana, saranno quintali di carta stampata che dovranno ingoiare. Il vecchio proverbio “chi ha forza ha ragione” è certamente alla base di tutta la loro filosofia. Nella loro opera denigratoria hanno sempre giocato sul fatto che la massa dei compagni non può pensare che il centro del partito affermi cose del tutto false e prive di fondamento. Giocando su questo dato di fatto e sul monopolio degli organi di stampa e dei canali di informazione, sono riusciti non tanto a battere la Sinistra italiana, quanto a stravolgere e degenerare la fisionomia del partito della classe operaia, riconsegnandolo, complici della controrivoluzione staliniana, ancora una volta nelle mani dell’opportunismo.

L’opportunismo ha bisogno di rinnegare, non solo nei fatti ma anche nelle parole tutta la tradizione rivoluzionaria di classe, deve infatti fare dimenticare al proletariato perfino il ricordo delle antiche battaglie. È un fatto però che l’opportunismo mai, sul nascere, si è presentato come revisionismo, si è al contrario sempre mascherato da difensore della tradizione e dell’ortodossia.

La frazione centrista, fin dalla sua costituzione all’interno del PCdI, e cioè dagli anni 1923-24, ma specialmente dal ’25 in poi, nella sua bugiarda battaglia contro la Sinistra, sia che la attaccasse come corrente, sia nella persecuzione dei singoli compagni, dichiarava di combattere il deviazionismo, il frazionismo, l’indisciplina, ecc. Erano tutte menzogne, lo sapevano loro altrettanto bene quanto noi, ma ciò non importava, la campagna veniva condotta in nome dei princìpi, della dottrina, dell’organizzazione.

In questo numero ripubblichiamo due documenti della Sinistra: il primo è la Piattaforma della Sinistra sulla cui base si sarebbe dovuto svolgere il dibattito precongressuale; il secondo è una lettera (del 19 luglio 1925) di un esponente della Sinistra a “L’Unità”, lettera che i centristi si guardarono bene dal pubblicare.

La piattaforma della Sinistra apparsa su “L’Unità” del 7 luglio, come tutti i nostri lavori, si limita a rimettere al loro giusto posto, con il metodo della dialettica marxista, le varie questioni dibattute e di interesse generale per il partito. Per dare il senso della compiutezza dell’argomentazione basta riportare l’elenco dei vari capitoletti nei quali la Piattaforma era suddivisa: a) Partito e masse; b) Sistemi organizzativi del partito; c) Problemi di tattica; d) Questioni sindacali; e) Questioni nazionali e agraria; f) Questione Trotski; g) La Nuova Tattica; h) Giudizio sull’attività passata del PCdI; i) Compito del Partito Comunista in Italia.

“L’Unità” pubblicò la Piattaforma della Sinistra preceduta da un lunghissimo cappello redazionale che, dopo avere affermato di volere «esaminare pacatamente e serenamente questi punti di sinistra», si abbandonava a una serie di puntualizzazioni nel tentativo di stravolgerne completamente il significato. Tra le varie accuse che questi precursori delle vie nazionali al socialismo, dell’eurocomunismo ecc. mossero, quella certamente più falsa e ridicola, ma che al momento i bolscevizzatori la ritenevano di grande effetto, è la seguente: I compagni della sinistra «pretendono di dare al nostro partito e alla Internazionale soluzioni italiane “originali” ai problemi di tattica e di organizzazione, degne di poter sostituire il leninismo». Le altre accuse, e sono tante, si possono sintetizzare come segue: secondo la Sinistra «il partito è una organizzazione interclassista, una sintesi di interessi che non possono invece sintetizzarsi in nessun modo». «In questa concezione c’è una tinta di forte pessimismo verso le capacità degli operai come tali. Solo gli intellettuali possono essere “veramente” rivoluzionari comunisti». Nelle cellule «l’operaio non può essere rivoluzionario, invece è rivoluzionario nella assemblea territoriale evidentemente perché in questa ci sono anche gli avvocati, i professori, ecc.».

Se oggi queste critiche, a livello di cialtroneria dozzinale, possono far sorridere, non facevano certo lo stesso effetto ai nostri compagni che quotidianamente le dovevano sopportare, accompagnate da tutta la potenza oppressiva e repressiva che l’apparato del partito era in grado di sviluppare.

A questo proposito, il secondo documento che pubblichiamo è uno specchio fedele di cosa era ormai la vita interna nel partito di Livorno. Documenti del genere preferiremmo non pubblicarli perché nella nostra concezione del partito non ammettiamo nel modo più assoluto che la soluzione dei problemi sorti e discussi all’interno dell’organizzazione siano usati come strumento di lotta politica tra gruppi, o peggio ancora, tra singoli compagni. Ma questo documento ha anche, per noi, un immenso significato positivo: è un grandissimo esempio del sacrificio e dello spirito di abnegazione che i compagni della Sinistra, tra infinite difficoltà, seppero mantenere, disinteressatamente, per l’esclusivo bene del partito.

Non importa il nome del compagno che, presa la penna, scrisse materialmente quella lettera: quella è la lettera di ogni compagno della Sinistra.

I capi, più d’uno, preferirono allearsi ai “vincitori”; furono tantissimi anonimi compagni, non avvocati, non professori, ma semplici proletari a mantenere in piedi la continuità di idee e di battaglie della Sinistra italiana.


La Piattaforma del Comitato d’Intesa
(L’Unità 7 luglio 1925)

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Dichiarazione del 19 luglio 1925 del rappresentante della Sinistra
(non pubblicata dalla Centrale)

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