Partito Comunista Internazionale Indice - Numero precedente - Numero successivo
"COMUNISMO" n. 24 - Settembre-Dicembre 1987
VERTIGINE DELLA CONCENTRAZIONE DEL CAPITALE MONDIALE - CRISI SEMPRE PIÚ RICORRENTI - CRESCE E SI RADUNA L’ESERCITO DEI SUOI BECCHINI[RG37]
ORIGINI E STORIA DELLA CLASSE OPERAIA INGLESE [RG34-43] (continua dal numero precedente): Ascesa  del capitale industriale - Teorie pre-proletarie - La rivoluzione industriale
LA QUESTIONE DELLA TATTICA NELLA SECONDA INTERNAZIONALE [RG38] Teoria tattica - L’esperienza tattica della II Internazionale - La socialdemocrazia tedesca
Dall’Archivio della Sinistra:
   - Settima Sessione dell’Esecutivo Allargato dell’Internazionale Comunista: Discorso di Trotsky
 
 
 


Vertigine della concentrazione del capitale mondiale - Crisi sempre più ricorrenti - Cresce e si raduna l’escercito dei suoi becchini
Esposto alla riunione ad Ivrea del gennaio 1987

Nel n.1 del 1966 de “Il Programma Comunista” venne pubblicata con il titolo “Il rullo compressore della concentrazione industriale” la 3ª ed ultima parte del Rapporto su “Il corso delle economie capitalistiche” tenuto alla Riunione n.43 (Firenze, 31 ottobre - 1 novembre 1965).

Questa parte finale fu incentrata su un Prospetto compilato in base ai dati tratti dal periodico USA “Fortune” che dal 1954 forniva statistiche sulle principali imprese della parte del Pianeta sotto la leadership degli Stati Uniti.

Gli anni messi a confronto furono il 1960 e il 1964. Pur limitatamente al modesto intervallo di periodo di soli 4 anni, i nostri assunti teorici, formulati da oltre un secolo, trovarono piena conferma.

Raggruppammo le imprese per i principali 7 Paesi, nell’ordine Stati Uniti, Inghilterra, Germania, Giappone, Francia, Canada, Italia. Le restanti imprese figurarono in blocco sotto la voce “Altri”. Il tutto sempre nell’ambito del comparto “Occidentale”.

Per il 1960 “Fortune” elencava 500 imprese USA e 100 non-USA (nel 1964 rispettivamente 500 e 200). Per un confronto valido, tenuto conto che il fatturato della 100ª impresa non-USA nel 1960 fu di 270 milioni di dollari (pari, al cambio attuale aggirantesi sulle 1.300 Lire a Dollaro, a 350 miliardi di Lire), le imprese USA al limite di quel fatturato risultarono in numero di 175 e il totale risultò di 275 imprese. Per il 1964, sempre nei limiti di un fatturato di 270 milioni di dollari, le imprese USA passarono a 225, quelle non-USA a 157 e il totale a 382. Nel breve arco di tempo le imprese USA aumentarono di 50 con un incremento del 28,6%, quelle non-USA di 57 con un incremento ovviamente (il dato di partenza è 100) del 57%, che risultò essere esattamente il doppio di quello statunitense. Le distanze tra USA e non-USA, quanto al numero, non molto espressivo, di imprese andavano riducendosi. Gli USA scendevano infatti dal 63,6% al 58,9%, al disopra comunque di tutte le altre.

Gli effetti della 2ª guerra mondiale, tutti favorevoli agli USA, si facevano ancora vistosamente sentire.

Anche per quanto riguarda il fatturato gli USA scendevano in percento del totale dal 71,7 al 66,6; ma qui la fetta statunitense corrispondeva addirittura a 2/3 del totale.

Se si tien conto del fatto che nello stesso arco di tempo gli occupati USA scendevano dal 54,5% al 48,5%, ossia al di sotto della metà, non meravigliava il primato USA nel campo della produttività.

Pur risultando evidente il recupero da parte di tutti gli altri Paesi rispetto agli USA, quel che salta agli occhi per il periodo considerato è lo strapotere USA rispetto a tutti gli altri Paesi messi insieme. Stabilito ciò, grandi performances di qualsiasi altro Paese (il Giappone per esempio) si vedono ridotte al livello di eventi minimi; anche se la tendenza sul lungo periodo mostra nettamente il capovolgimento di questa visione.

Prima del commento al Prospetto fornimmo un sobrio concentrato di citazioni da Marx-Engels e Lenin e dopo il commento alle cifre demmo ancora la parola a qui nostri sommi maestri per ribadire teoria, tattica e previsioni nostre su crisi, guerre e crollo per il capitalismo.

Passano altri 20 anni e un minimo di materiale reperito ci consente di ribattere i chiodi già ribattuti nel 1965; come Lenin li aveva ribattuti con colpi ben più poderosi nel 1916 con l’ “Imperialismo”; come Marx quei chiodi li aveva forgiati e battuti così profondamente per tutta la vita che nessuna forza nemica, per quanto notevole, sarebbe mai stata in grado di svellere. Il ricorso ai nomi fa parte di una simbologia di comodo: battitura e ribattitura di chiodi è stato compito svolto storicamente da legioni di compagni in forma diretta o indiretta in un secolo di battaglie proletarie. Nello specifico si pensi al lavoro di Bucharin “L’economia mondiale e l’Imperialismo” o a tutti i nostri contributi economici. Anno per anno “Fortune” ha continuato a sfornare le sue statistiche, che destavano l’ammirazione di tutti i filistei per il vertiginoso ritmo di concentrazione industriale che a vista mostravano.

Solo noi, gruppetto sparuto, spingendoci dietro la facciata di quelle statistiche, andando un po’ al di là del fatto banale che un maiale, artificiosamente ingozzato in un breve lasso di tempo, aumenta sproporzionatamente di peso, ravvisammo in questo procedere la finalità della sua morte certa con violenza, a mezzo di macellazione. Il capitalismo è il più artificioso dei modi di produzione. La sua folle, abnorme crescita non può che trovare sbocco nella più immonda e squallida delle fini. La morte del capitalismo non avverrà per infarto o vecchiaia, possibilità solo concettualmente valide, ma per opera degli antesignani di un nuovo modo di produzione. Questo per dispiegarsi e svilupparsi organicamente dovrà preliminarmente distruggere il capitalismo togliendogli quella vita che esso ha orrendamente stravolto; e noi ci sentiamo fieri di pregustare e di impersonare il ruolo storico di macellai del capitalismo.

Non essendo inseriti nel suo campus, ci è stato sempre difficile reperire i numeri di “Fortune”. Ci è riuscito, solo parzialmente in verità, nel 1979 e nel 1986, con la possibilità di aggiornare il Prospetto al 1978 e al 1985. Fummo impediti nel 1979 da vicende critiche di Partito; anche se, danni notevoli a parte, per noi le crisi esplicano, contrariamente a quanto avviene nel capitalismo, non un irreversibile ruolo negativo.

L’anno trascorso è stato possibile, pur tra mille difficoltà, avviare il lavoro; ma anche se dovessimo limitarci a questo solo avvio di commento a dati non ancora completi e sicuri, le risultanze che si evidenziano e si intravedono sono di primaria importanza e di sprone a completarlo ed estenderlo sia in quantità che sopratutto in qualità.

Nel confronto tra dati basati su un valore limite minimo di fatturato per ogni Paese o gruppo di Paesi, oppure nel confronto tra un numero uguale di imprese USA comparato con lo stesso numero di imprese di tutti gli altri Paesi messi insieme sotto la matrice non-USA, abbiamo senza ombra di dubbio optato per il confronto basato sul limite minimo di fatturato.

Abbiamo assunto il confronto in base al limite minimo di fatturato aziendale.

Nel 1960 e nel 1964 i Paesi considerati erano 7. Sotto la voce “Altri” erano raggruppati invece nel 1960 questi 6 Paesi: Australia, Belgio, Lussemburgo, Olanda, Svezia e Svizzera; che nel 1964 erano aumentati a 10, aggiungendosi Argentina, India, Messico e Sud-Africa; con un totale di imprese di 12 e 23. Nel 1985 i Paesi singoli sono sempre 7, gli stessi; quelli sotto la voce “Altri” balzano a 31 con un totale comprensivo di imprese di 132. La dislocazione di questi Paesi è tale per cui la voce “Altri” maschera fenomeni a livello economico e politico di estrema importanza; risultando effettivamente carente ai fini della migliore comprensione delle interazioni di varia natura e complessità che risultano occultati da un raggruppamento troppo concentrato.

Rispetto al Prospetto del 1965, tenuto conto anche di quanto ora detto, c’è l’introduzione di due nuove orizzontali. Una rappresenta la somma dei dati relativi ai 6 Paesi “maggiori” (Giappone, Germania, Inghilterra, Francia, Italia e Canada); l’altra quella di tutti i Paesi considerati, esclusi gli Stati Uniti. Tutto ciò al fine di un confronto diretto tra i due gruppi di paesi e gli USA. Il Prospetto così fa risalire il notevole arretramento statunitense e nello stesso tempo la sua forza, che spiegano al livello politico il suo aperto e moltiplicato comportamento aggressivo in qualsiasi campo dello scacchiere internazionale. In tal modo le considerazioni che ad un immediato esame vengono suggerite rivestono un carattere dialettico e con implicazioni dirompenti per il futuro del capitalismo.

Inoltre è stata sdoppiata la voce “Altri” in una che comprende i “6 Paesi minori” presenti nei due anni estremi (Svezia, Svizzera, Olanda, Australia, Belgio e Lussemburgo) ed in un’altra che comprende gli “Altri 25 Paesi” che non avevano imprese nel 1960; eliminando così l’anomalia di veder gonfiati certi incrementi e percentuali ed appiattiti altri, senza s’intende che alterassero il valore di assunti e conclusioni. Questo l’elenco, in ordine decrescente di numero di imprese, dei “25 Altri Paesi”: Corea del Sud, 10; Spagna, 9; Sud-Africa e Brasile, 7; Finlandia, 6; India, 5; Messico, 4; Turchia, 3; Antille, Australia, Cile, Danimarca, Norvegia, Taiwan e Venezuela, 2; Argentina, Colombia, Filippine, Indonesia, Israele, Kuwait, Nuova Zelanda, Perù, Portogallo e Zambia, 1.


Prospetto

A noi premeva evidenziare come il capitalismo, nato in Europa, dove si sviluppa e si estende in un certo lasso di tempo, si insedia successivamente in altre zone del Pianeta per gestirle direttamente, a maggior garanzia del loro sfruttamento intensivo; per infine darsi e plasmare di sè la periferia; e come in questo suo inevitabile procedere le singole parti entrano sempre più in tensione e l’intero sistema si invischia sempre più in carenze e contraddizioni senza via d’uscita. Più che una statica immagine geografica, è la sequenza storica che mostra la dinamica e lo sbocco del processo.

L’Europa, culla del capitalismo, vede al 1985 prima l’Inghilterra con 76 imprese, seguita dalla Germania con 51, e dalla Francia con 35; mentre ad altri 12 Paesi europei ne vanno 81.

Le acquisizioni extraeuropee vedono in testa gli Stati Uniti con 311 imprese. Agli USA ci son volute due guerre mondiali, inframmezzate dalla grande crisi del 1929, per strappare il primato all’Inghilterra e relegarla ad un ruolo secondario e subalterno. Già si avvertono i prodromi di una nuova leadership. Allo stato dei fatti, escluso che un qualsiasi altro Paese occidentale od orientale abbia la forza per farsene carico, solo la dittatura del proletariato sarebbe abilitata a strappare la guida, non di Paesi ma dell’Umanità, al capitalismo statunitense e mondiale.

Agli USA segue il Canada con 32 imprese, mentre ad Australia, Nuova Zelanda, Sud-Africa ed Israele ne vanno 11.

Il Giappone con 138 imprese rappresenta il caso storico anomalo, oscurando totalmente la delicata immagine del cannoniere Commodore Perry.

Gli investimenti in periferia sono andati meglio (ci riferiamo a tanti altri Commodori) in altri 16 Paesi con 44 imprese.

A questo punto con un’ultima integrazione, che ci riporta al Prospetto ed alle orizzontali aggiunte, concludiamo col dire che dal secondo dopoguerra siamo in presenza di un formidabile Centro del capitalismo, gli USA con 311 imprese, che comunque mostra notevoli segni di usura; di una consistente Fascia intermedia di 6 Paesi, Giappone + Germania + Inghilterra + Francia + Italia + Canada con 342 imprese, sempre più forti ed in inevitabile rotta di collisione con gli Stati Uniti; e di una emergente Zona periferica di 11 Paesi con 132 imprese, dinamica ma non ancora in grado di impensierire il cuore e i gangli vitali del sistema. Valga a tal uopo la considerazione che per la Periferia ci sono mediamente 4 imprese a Paese, nella Fascia intermedia 57 rispetto a 311 del Centro; con un rapporto di 1 a 14 a 78; mentre le popolazioni incidono rispettivamente per il 71,9%, il 17,2% e il 10,9% con un rapporto di 6,6 a 1,6 a 1.

Il campo della lotta, il terreno di scontro è tra Centro cedente e Fascia intermedia emergente. Tutto questo tenendo sempre presente che, limitatamente al periodo in esame di un quarto di secolo, i corpo malato del capitalismo nel 1960 presentava una ripartizione energetica a livello fisiologico senza altro equilibrata: al cuore il 63,6% delle imprese, ai gangli vitali il 32%, ai vasi periferici il 4,4%; mentre nel 1985 lo scompenso è evidente con questi nuovi paralleli valori: 40%, 44% e 17%.

Le prime difficoltà nella stesura del Prospetto riguardante l’omogeneità dei dati. Per il 1960 e il 1964, come detto, si era lavorato sulle imprese al limite dei 270 milioni di $ (tale essendo il fatturato della più piccola tra le 275 imprese in esame). Sapevamo evidentemente che nei due anni si trattava di dollari correnti; ma per variazioni minime verificatesi dei prezzi al dettaglio nel breve arco di 4 anni (il loro aumento fu del 4,87% con un incremento medio annuo dell’ 1,19%), potevamo considerarli costanti.

Per il 1985 il limite di 275 milioni di $ è stato notevolmente superato: il confronto richiede un fatturato uguale in valore per il 1960 e per il 1985. Inoltre l’assimilazione come dal 1960 al 1964 dei dollari correnti ai dollari costanti è del tutto impossibile, in un periodo di tempo molto più lungo (¼ di secolo) che comprende una notevole crisi del sistema con processi inflazionistici al livello di record.

Dal 1960 al 1985 i prezzi al consumo in USA sono andati da 100 a 360. Così al fatturato di 270 milioni, relativo alla più piccola delle 275 imprese del 1960, facciamo corrispondere quello di 270 x 3,60 = 972 milioni di $ per il 1985 (cioè a 1.264 miliardi di lire). In tal modo i due fatturati esprimono lo stesso valore. Nel redigere il Prospetto abbiamo effettuato la riduzione dei dollari correnti 1960 in dollari costanti 1985.

Le imprese considerate passano a 785.

Questi erano gli importi del fatturato in miliardi di dollari correnti per il 1960: Stati Uniti 159,4; Inghilterra 26,5; Germania 14,1; Giappone 4,9; Francia 4,7; Canada 3,5; Italia 2,2; Australia + Belgio + Lussemburgo + Olanda + Svezia + Svizzera 6,8; per un totale di 222,2 miliardi.

Una parentesi. Tutto quanto stiamo dicendo ha un po’ il sapore di un eccessivo tecnicismo. Noi compagni restiamo fedeli al nostro metodo di lavoro e il tecnicismo ne fa parte. È esso che nelle parti conclusive del nostri lavori ci porta a presentare pochi dati collegati in un numero limitato di formule. Operando così si mettono i compagni che non hanno partecipato direttamente al lavoro, oltre a capire in maniera più esauriente, a venire in condizione e ad essere spinti a dare un contributo diretto. È stato così che il nostro lavoro è risultato essere sempre lavoro collettivo di tutto il Partito, pur tra incertezze, errori tecnici e carenze che, per il metodo stesso adottato, sulla distanza riducono in misura crescente la loro incidenza.

Altra variazione rispetto rispetto al Prospetto del 1965 è stata operata con l’inserimento di una quinta verticale che, a seguito delle quattro originarie (imprese – fatturato - occupati – produttività) abbiamo titolato Concentrazione.

E veniamo al commento dei dati da cui scaturiranno considerazioni e conclusioni già da tempo scontate in teoria.


IMPRESE – Nei 25 anni il loro numero è aumentato per tutti (singoli Paesi, gruppi di Paesi, Totale) (colonne 1 e 3). Complessivamente le grandi imprese sono aumentate a quasi 3 volte, del 185% (colonna 5). I Paesi con un aumento inferiore alla media hanno perduto terreno. Sono: gli Stati Uniti, molto arretrati, col +78%, la Germania col +132%, l’Inghilterra col 137% e l’Italia col +150%.

Gli altri Paesi, con un aumento superiore alla media, hanno migliorato le loro posizioni. Sono: il Giappone in fuga col 1155%, il Canada col 300% e la Francia col 218%. Il blocco dei 6 Paesi "maggiori" procede col 289%; molto meglio quello dei 6 Paesi "minori" col 375%; come l’insieme dei 17 Paesi "non-USA" lo troviamo col 374%. Rispetto agli Stati Uniti, il Giappone ha fatto meglio di 7,1 volte.

Si noti come nel 1960 le 175 imprese USA sopravanzassero quelle "non-USA", in numero di 100, di un 75%; mentre nel 1985 le 311 imprese USA risultino inferiori del 34,4% alle corrispondenti 474 imprese "non-USA".

Come incidenza percentuale (colonna 2 e 4) nel 1960 gli Stati Uniti col 63,6% occupavano il 1° posto in assoluto; lasciando a tutti gli altri Paesi messi insieme un 36,4%, poco più di 1/3 di tutte le grandi imprese. Nel 1985 i Paesi "non-USA" passano al 60,4% e il blocco dei 6 Paesi maggiori si porta al 43,6%; mentre gli USA scendono al 39,6%, sempre di tutto rispetto, nonostante l’inesorabile flessione storica. Gli "Altri 25 Paesi" senza imprese nel 1960 si portano via una quota del 9,6% nel 1985.

Il dato comunque più significativo dei vari Paesi è il calcolo della densità, ossia il numero di abitanti per grande impresa.

Nel 1960 primeggiano gli Stati Uniti con 1,013 milioni di abitanti per ogni impresa, seguiti dall’Inghilterra con 1,641. Quasi appaiati Canada e Germania con 2,238 e 2,418. Sempre più arretrate Francia, Giappone e Italia con 4,155, 8,473 e 12,400.

Nel 1985 l’Inghilterra con 0,718 milioni di abitanti scavalca gli Stati Uniti con 0,769, ma Canada e Giappone seguono a ruota con 0,794 e 0,875. In leggero ritardo Germania e Francia con 1,196 e 1,577. Ancora molto staccata l’Italia con 5,710.

Il rapporto tra il primo Paese e l’ultimo, nel 1960 di 12,0, nel di 7,7 volte, si è quindi contratto del 36%.

Il Giappone ha fatto meglio di tutti migliorando la densità di 9,7 volte; mentre gli USA, proprio perchè partivano da una posizione ottimale, registrando il minimo + 34%.

Sono i due paesi minori ad avere le densità più elevate: la Svezia con 20 e la Svizzera con 12 imprese ne hanno rispettivamente una ogni 420.000 e 533.333 abitanti. La Svezia inoltre nel periodo ha tenuto quasi il passo del Giappone migliorando di 8,9 volte.

 

FATTURATO – Il movimento relativo del numero delle grandi imprese è meno indicativo rispetto al loro fatturato.

Anche il fatturato, in dollari costanti, nel quarto di secolo è aumentato per tutti (colonne 6 e 8).

In totale si avanzato di 4,5 volte, del 350% (colonna 10). Solo due Paesi non hanno tenuto questo passo: gli Stati Uniti, con il più elevato potenziale, hanno marcato un aumento del 193% e l’Inghilterra, dall’età più vetusta, uno del 287%. Fuori portata il Giappone, col 2633% seguito dai 6 Paesi “minori” col 1076% e dell’Italietta col 1001%.

Rispetto agli USA il Giappone ha fatto meglio di 9,3 volte (mentre a livello di imprese si è fermato a 7,1 volte). I 6 Paesi “maggiori” hanno migliorato di 2,4 volte (a livello di imprese 2,2 volte).

Quanto a totale di fatturato il raffronto tra USA e non-USA è ancora più incisivo. Gli Stati Uniti nel 1960 con 574 miliardi distanziavano il resto del mondo in blocco (i Paesi “non-USA”), che accusava 226 miliardi, del 154%; nel 1985 invece con 1.681 miliardi gli USA sono sotto del 12,3% ai 1.916 miliardi dei Paesi “non-USA”.

Se si mettono ora a confronto gli incrementi nel periodo del numero delle imprese e quelli dell’importo dei Fatturati, cioè quanto l’aumento di fatturato supera l’aumento di imprese, risulta in graduatoria 1ª l’Italia con un premio di 6,6 volte, seguita a distanza dalla Francia con 3,8 volte. In questa intensità di concentrazione (colonna 10 diviso colonna 5) con una media generale dell’88,7% (ossia di 1,9 volte) tutti gli altri Paesi o gruppi di Paesi vanno dal 186% della Germania e dei 6 Paesi “minori” (2,9 volte) al 100% dei Paesi “non-USA” (2 volte).

Passando alle incidenze percentuali (colonne 7 e 9) nel 1960 gli USA incamerano una fetta di quasi ¾ del fatturato mondiale delle grandi imprese (il 71,7%), lasciando poco più di ¼ (il 28,3%) al resto del Mondo. Nel 1985 gli Stati Uniti si attestano al 46,7% perdendo quota di un 34,9% (ma al livello di imprese la perdita era stata del 37,7%), mentre il resto del Mondo balza al 53,3% guadagnando l’88,3% (al livello di imprese solo il 65,9%). I 6 paesi “maggiori” vanno dal 25,2% al 40,1% (con un + 59,1%), ma in blocco rappresentano degli USA l’85,9% (che nel 1960 era solo il 35,1%). Gli “Altri 25 Paesi” assenti nel 1960 sono presenti nel 1985 con un 5,1%.

L’Inghilterra è l’altro Paese, dopo gli Stati Uniti, ad arretrare come posizione percentuale, ma solo del 13,4%. Il maggior balzo in avanti è del Giappone che andando dal 2,2% al 13,4% migliora la sua posizione percentuale del 5O9%, conquistando come singolo Paese la seconda posizione dopo gli Stati Uniti di cui rappresenta però solo il 28,6% (rispetto al 3,1% del 1960). Molto distanziati tutti gli altri.

A questo punto è bene far risaltare il fatturato per impresa Paese per Paese per il 1960 (colonna 6 diviso colonna 1) e per il 1985 (colonna 8 diviso colonna 3) corredato dei relativi incrementi di periodo.

Per il totale delle imprese si è passati da 2.909 milioni pro-impresa nel 1960 a 4.582 nel 1985 con un incremento del 57,5%. Nel dettaglio Stati Uniti ed Inghilterra nel 1960 con 3.280 e 2.988 milioni per impresa, sopravanzano Germania ed Italia con 2.314 e 1.975, mentre più arretrati Giappone, Canada e Francia si contendono gli ultimi posti con 1.600, 1.575 e 1.536.

Nel 1985 con 8700 milioni per impresa, l’Italia scalza dal 1° posto gli Stati Uniti con 5.405. Segue un terzetto formato da Inghilterra, Germania e Francia con 4.868, 4.745 e 4.543. Ultimo il duetto Giappone e Canada con 3.486 e 3.281.

Per l’incremento di periodo l’Italia è nettamente in testa con +338,2%. Seguono

Francia, Giappone, Canada e Germania con +195,8; +118,2; +106,8 e +105,6%. Ultimi Stati Uniti ed Inghilterra con +64,9 e +63,6%.

Concludiamo con un ultimo rilievo. Nel 1960 la più grande impresa presentava un fatturato 46,3 volte il fatturato della più piccola delle 275 imprese considerate. Nel 1985 la più grande impresa il rapporto è di 29,6 volte. La più grande impresa in 25 anni ha poco più che raddoppiato il suo fatturato a dollari costanti (2,14 volte); la 275ª (in questo caso per la validità del calcolo deve essere costante il numero delle imprese nel 1960 e nel 1985) ha più che triplicato il suo fatturato (3,35 volte). Ossia anche a livello di grandi imprese il divario tra vecchie (i big) e giovani storicamente si riduce: in un quarto di secolo si è contratto del 36,1%.

 

OCCUPATI – Anche gli occupati nelle grandi imprese (colonne 11 e 13) sono ovunque in notevole aumento. La forza-lavoro cresce sempre nell’ambito dei rapporti di produzione capitalistici.

Dal 1960 al 1985 gli occupati (colonna 15) si sono incrementati mediamente del 146%, a quasi 2,5 volte. Inghilterra, Stati Uniti e Germania hanno proceduto più lentamente con il 44%, l’86% e il 104%. Bene, nell’ordine, Giappone, Francia, Italia e Canada con il 450%, il 369%, il 308% e il 300%. Tra i gruppi di Paesi i 6 "minori" hanno marcato una velocità doppia dei 6 "maggiori".

Da notare che in relazione agli occupati l’incremento delle imprese è stato superiore del 16,3% e quello del fatturato del 83,3%: in ¼ di secolo il numero di occupati per impresa è in lenta diminuzione, mentre il fatturato estorto ad ogni occupato si è quasi raddoppiato. Di riflesso nel campo sociale si sono enormemente accresciute instabilità, tensioni, miserie, conflitti, massacri. Quanto dire che la ricchezza prodotta al mondo capitalistico rappresenta per la società che lo esprime una droga che inesorabilmente la debilita sempre più.

Nel 1960 (colonna 12) gli Stati Uniti da soli avevano oltre la metà degli occupati, il 54,4%; seguiva l’Inghilterra col 18,4% e la Germania col 12,2%. Insieme si portavano via una quota del 85%, lasciando al resto del mondo un misero 15%.

Calcolando questi 3 Paesi la percentuale sulle popolazioni l’Inghilterra accusava un 4,42% di occupati in grandi imprese, gli Stati Uniti un 3,79% e la Germania un 2,88%, mentre il Giappone è al 0,51%, Canada, Francia e Italia avevano quote basse: l’1,06%, lo 0,77% e lo 0,50%.

Nel 1985 (colonna 14) gli Stati Uniti perdono la maggioranza assoluta e scendono al 42,2%. Perdono terreno anche l’Inghilterra e la Germania portandosi al 10,8% e al 10,1%. Complessivamente detengono comunque un ragguardevole 61,1%. Ma ad essi si è quasi affiancato il Gippone passato dal 3,8% del 1960 all’8,5% del 1985. I 6 Paesi “minori” del modesto 4,9% del 1960 vanno nel 1985 all’8,0%, mentre gli “altri 25 Paesi”, che nel 1960 non erano presenti, sono nel 1985 al 10,3%. La proletarizzazione investe a macchia d’olio tutto il mondo!

Calcolando anche per il 1985 la percentuale sulle popolazioni troviamo che tutti i Paesi hanno aumentato le quote portandosi l’Inghilterra al 5,95%, gli Stati Uniti 5,32% e la Germania al 5,11%. Seguono Canada, Francia e Italia con il 2,99%, il 2,97% e l’1,79%. Il Giappone porta la sua quota al 2,19%.

Il Giappone, come paese più dinamico,presenta un basso tasso, mentre i Paesi in crisi storica, Inghilterra e Stati Uniti, lo hanno elevato. Quanto dire che al 1985 la quota alta rappresenta un sovraffollamento delle imprese con esborso maggiore di salari, di capitale variabile, e resa minore di profitto.

Anche per questa voce è utile vedere Paese per Paese quanti mediamente risultano essere gli occupati per impresa nel 1960 (colonna 11 diviso colonna 1) e nel 1985 (colonna 13 diviso colonna 3), nonché l’incremento di periodo che ne risulta. Nei due anni estremi come media mondiale si è scesi da 45.782 occupati pro-impresa a 39.376 con una diminuzione del 14%, che ci dà la tendenza storica di un minor numero di occupati per impresa con evidentemente più macchine per addetto e più profitto.

Meglio di tutti ha fatto il Giappone che è passato da 43.636 unità a 19.130 con un decremento del 56,2%, seguito dall’Inghilterra da 72.500 a 43.947 e -39,4% e dalla Germania da 69.545 a 61.176 e -12%.

Nel 1960 erano sotto la media, nell’ordine, Francia, Stati Uniti e Giappone. Nel 1985 vi resta solo il Giappone. L’Italia, che nel 1960 superava nettamente la media con 62.500 occupati per impresa, nel 1985 arriva a 102.000 con un record di un +63,2%. Tutti gli altri Paesi, che sopravanzano nettamente l’Italia quanto a potenza industriale, hanno proporzionalmente ridotto in misura marcata il numero degli occupati con valori per impresa senz’altro inferiori a quelli italiani. Illuminante il confronto con il Giappone, i cui valori per il 1960 e il 1985 sono meno di 1/3 e meno di 1/5 di quelli italiani; mentre il rapporto Giappone/USA per il 1985 è maggiore di 1 a 2.

 

PRODUTTIVITÀ – Anche la produttività ossia il fatturato per occupato nelle grandi imprese (colonne 16 e 18) ovviamente aumenta per tutti i Paesi. Mediamente dal 1960 al 1985 (colonna 20) è aumentata dell’84%. Solo gli Stati Uniti col 57% sono sotto la media. L’aumento spettacolare è del Giappone col 396%. Seguono a distanza Inghilterra, Italia, Germania, Canada e Francia con il 169%, il 170%, il 133%, il 108% e il 101%.

Nel 1960 (colonna 16) erano primi gli Stati Uniti con 83.800 $ per occupato. Canada a parte, che come apparato produttivo possiamo considerare una propaggine degli USA, con 66.300 $, l’altra grande potenza che seguiva era la Francia che con 48.300 $ ne rappresentava solo il 57,6%. Seguivano tutti gli altri Paesi con quote molto più basse. Ultima l’Italia che con 31.600 $ aveva una produttività appena il 37,8% di quella statunitense.

Nel 1985 tutto è stravolto. Primo è il Giappone con 182.200 $ al quale segue il Canada con 138.200 $, che rappresenta il 75,8% di quello giapponese (nel 1960 era il 180,7%). Solo terzi gli Stati Uniti con 131.900 $, al 72,4% del Giappone (nel 1960 era il 228,3%). Ultima la Germania con 77.600 $, il 42,6% del Giappone (nel 1960 era il 90,7%). L’Italia, che nel 1960 era all’86,1% della quota giapponese, scende nel 1985 al 46,8%.

Quanto sopra è meglio evidenziato operando sulle medie. Nel 1960 (colonna 17) solo Stati Uniti e Canada erano al di sopra della media mondiale, del 32% e del 4%; Italia, Germania, Giappone, Inghilterra e Francia erano al di sotto della media mondiale, del 50%, del 48%, del 35% e del 24%.

Nel 1985 (colonna 19) scavalca tutti il Giappone che supera la media mondiale del 56,5%, seguito a distanza dal Canada e dagli Stati Uniti con il 18,7% e il 13,3%. Sotto la media mondiale restano Germania, Italia, Francia e Inghilterra con il 33,3%, il 26,7%, il 16,7% e il 4,8%; operando tutti e 4 i Paesi notevoli recuperi. Come ha migliorato anche il Canada; mentre gli unici a peggiorare sono stati gli Stati Uniti.

Operando sulle incidenze percentuali per il 1960 e il 1985 (colonna 19 + 100 diviso colonna 17 +100) i dati che risultano confermano in maniera più evidente il processo generale verificatosi nei 25 anni. Unico Paese al negativo gli USA col -14%. Primato del Giappone che distanzia enormemente tutti gli altri col +172%. L’insieme di tutti i Paesi, esclusi gli USA, accusa un incremento del 46,3%.

 

CONCENTRAZIONE – Il Prospetto del 1965 comprendeva 4 grandi verticali (imprese, fatturato, occupati, produttività). Qui abbiamo aggiunto una 5ª per la Concentrazione: il 1° Prospetto, basato sul confronto di solo 4 anni, avrebbe sotto questo aspetto fornito dati non eloquenti. Un quarto di secolo non può non indicare in maniera nettissima una tendenza, che d’altronde conferma in materia economica tutto il nostro bagaglio teorico.

Venendo ai singoli Paesi o gruppi di Paesi, dovevamo riferirci per il calcolo alle relative popolazioni, da cui risalire alla densità del fatturato per abitante; questo abbiamo qui inteso per Concentrazione; utile valutare l’intensità di forza, meglio di fuoco, delle varie unità statali. Abbiamo parecchi piccoli Paesi con elevata incidenza di “imprese”, ma con una portata complessiva limitata; non in grado di turbare equilibri al livello del Pianeta. Da cui l’importanza che rivestono i dati dei 7 principali Paesi; tra cui uno, gli USA, (qui la URSS non figura per mancanza di dati) ha preso le distanze dagli altri 6 per un concentrato di forza che surclassa nettamente gli altri Paesi; anche se altri se ne profilano all’orizzonte che potrebbero inserirsi nelle posizioni di rincalzo in breve volgere di anni non senza aspra lotta (Cina, Brasile).

Anche la Concentrazione aumenta per tutti (colonne 21 e 23). Nel periodo (colonna 25) è evidente un notevole frazionamento. Il Giappone sopravanza tutti con un incremento del 2007%. I 6 Paesi “minori” e l’Italia seguono appaiati con l’861% e l’858%. Viene poi la Francia con il 678%. Più arretrati i 6 Paesi “maggiori” e il Canada col 495% e il 487%. Più indietro ancora la Germania col 315%, l’Inghilterra col 262% e infine con forte ritardo gli Stati Uniti col 121%.

Nel 1960 (colonna 21) erano preminenti gli Stati Uniti con 3.177 dollari 1985 e con un vantaggio del 74,2% sull’Inghilterra, diretta inseguitrice con 1.824 dollari.

In 3ª posizione la Germania con 957 dollari, pari a poco più della metà della quota inglese. Via via tutti gli altri molto più distanziati. Il Giappone è penultimo con 189 dollari (16,8 volte in meno degli USA). L’Italia è ultima con 159 dollari.

Nel 1985 (colonna 23) gli Stati Uniti mantengono il primato con 7.025 dollari, ma il vantaggio su un’Inghilterra da 6.595 dollari si è contratto ad un risicato 6,5%. La Germania con 3.967 dollari è solo 4ª con un ritardo sugli USA del 43,5% (ma nel 1960 era del 69,9%). In 3ª posizione troviamo il Giappone con una quota di 3.982 dollari, il 56,5% di quella USA (nel 1960 era il 6%). Anche l’Italia rispetto agli USA passa da una quota nel 1960 del 5% ad una quota nel 1985 del 21,7% ossia a 1.524 dollari.

Solo per questa voce i fatturati per abitante, nonché gli incrementi di periodo, relativi alle due ultime orizzontali, si prestano a qualche considerazione supplementare per il fatto che solo esse hanno un numero diverso di Paesi nel 1960 e nel 1985. Le orizzontali qui 11 e 12 nel 1960 riguardavano solo 12 e 13 Paesi, tutti ad elevato sviluppo capitalistico. Nel 1985 se ne sono aggiunti altri 25 (orizzontale 10), buona parte dei quali sottosviluppati capitalisticamente e qualcuno con elevata popolazione (vedi India con 750 milioni di abitanti e solo 5 “imprese”). In questi due casi nel calcolare il fatturato per abitante per il 1960 si è fatto ricorso alle popolazioni dei 37 e 38 Paesi effettivamente presenti in tal numero solo nel 1985. Ora la concentrazione, in quanto fatturato per abitante, mostra la sua effettiva marcia, in un dato arco di tempo, se la si indaga per un dato Paese; o anche per un dato gruppo di Paesi, purché siano gli stessi nei due anni estremi. Questo requisito manca nelle orizzontali 11 e 12. Diciamo che per le due ultime orizzontali la concentrazione è stata rilevata su due aree geografiche contraddistinte da notevoli contrasti. Per questa ragione i relativi incrementi di periodo rappresentano un certo appiattimento rispetto a quelli delle prime nove orizzontali.

Il procedere della concentrazione in singoli Paesi ad elevata densità capitalistica è molto sostenuto, mentre a livello mondiale la densità capitalistica è talmente diluita che la concentrazione sembra muovere i suoi primi timidi passi.

Sulla base di queste considerazioni, a complemento del Prospetto, abbiamo redatto in forma concentrata una tabella basata sullo stesso numero di Paesi per il 1960 e il 1985. I Paesi singoli sono ora solo Stati Uniti e Giappone. Seguono: il gruppo degli altri “5 Paesi maggiori” e quello dei “6 Paesi minori”. Chiudono i “Totali”. Per ogni voce si danno le percentuali per il 1985 (che risultano più elevate, in quanto qui non compaiono gli “Altri 25 Paesi” presenti nel Prospetto) e gli incrementi 1960-1985 (che nei “Totali” risultano più bassi per le voci imprese, fatturato e occupati, nelle quali i giovani “Altri 25 Paesi” ora esclusi marciavano più speditamente; come risultano invece più alti per produttività e concentrazione, in cui quegli stessi giovani Paesi accusavano notevoli ritardi).

La tabella evidenzia omogeneamente in ogni orizzontale l’aspetto intensivo delle voci indagate mentre il Prospetto nei dati complessivi, nelle orizzontali 11 e 12, ne mostra la dinamica nel suo aspetto estensivo.

Il blocco dei 7 principali Paesi nel 1960, con un fatturato di 775 miliardi di dollari 1985 e una popolazione di 491,7 milioni, aveva un fatturato per abitante delle grandi imprese di 1.577 dollari; mentre nel 1985, con un fatturato di 3.125 miliardi correnti e una popolazione di 614,9 milioni, il fatturato per abitante è aumentato a 5.082 dollari con un incremento nel periodo del 222,3%. Nel dettaglio gli USA hanno avuto un incremento del 121%, i “6 paesi maggiori” del 495% e quelli “minori” dell’861%. Più un Paese o un gruppo di Paesi è in ritardo, più è forte la sua velocità di crescita della concentrazione.

L’insieme dei 13 Paesi (i 7 principali + i “6 Paesi minori”) nel 1960, con un fatturato di 800 miliardi 1985 relativo ad una popolazione di 538 milioni di abitanti, presentava un fatturato per abitante di 1.487 dollari, che nel 1985 passa a 5.092 dollari (su un fatturato di 3.413 miliardi correnti e una popolazione di 670,3 milioni) con un incremento nel periodo del 242%.

Per i 13 Paesi della tabella la concentrazione è aumentata in media quasi di tre volte e mezza andando da 100 a 342; come la produttività ha sfiorato il raddoppio portandosi da 100 a 194.



CONCENTRAZIONE dal 1960 al 1985 – Rapporti ed Incrementi relativi ai 13 Paesi


P A E S I IMPRESE FATTURATO OCCUPATI PRODUT-
TIVITÀ
CONCEN-
TRAZIONE
1985
 %
Incre-
mento
1960-
 1985
%
1985
 %
Incre-
mento
1960-
 1985
%
1985
 %
Incre-
mento
1960-
1985
%
Scost.
dalla
media
1985
%
Incre-
mento
1960-
1985
%
Scost.
dalla
media
1985
%
Incre-
mento
1960-
1985
%

4
5
9
10
14
15
19
20
24
25
USA 43,8 78 49,3 193 45,9 36 +7,2 57 +38,0 121
GIAPPONE 19,4 1155 14,1 2633 9,5 450 +48,1 396 -21,8 2007
Canada + Francia + Germania + Inghilterra + Italia 28,7 165 28,2 424 35,6 113 -20,8 146 -25,9 348
Australia + Belgio + Olanda + Svezia + Svizzera + Lussemburgo 8,0 375 8,4 1076 8,9 300 -5,6 193 +2,1 861
TOTALE 13 PAESI 100,0 158 100,0 327 100,0 120 0 94 0 242
N.B. – La numerazione delle colonne è ripresa dal Prospetto


Torniamo ai dati del Prospetto.

I “37 Paesi non-USA” nel 1960 presentavano una concentrazione di 185 dollari per abitante (226 miliardi diviso 1.219,9 milioni) che nel 1985 diventano 983 (1916 miliardi diviso 1.950 milioni) con un incremento nel periodo del 431%.

Il “Totale di 38 Paesi” passa da 571 dollari per abitante (800 miliardi diviso 1.400,6 milioni) a 1.643 (3.597 miliardi: 2.189,3 milioni) con un incremento del 188%: l’aggregazione degli USA ai “37 Paesi” opera positivamente sugli importi della concentrazione e negativamente sull’incremento nel periodo.

I dati delle orizzontali 11 e 12 sono stati calcolati in base alle popolazioni dei 37 (e 38) Paesi per entrambi gli anni estremi.

Ma, visto che nel 1960 i Paesi effettivamente presenti erano 12 (e 13), aumentando a 37 (e 38) solo nel 1985, operando per il 1960 sulla popolazione dei soli 12 (e 13), si ottengono i seguenti dati:

Orizzontale 11 – Nel 1960 abbiamo una concentrazione di 632 dollari per abitante (226 miliardi diviso 357,4 milioni); nel 1985 aumenta a 983 (1.916 miliardi diviso 1.950 milioni): l’incremento nel periodo è del 55,5%.

Orizzontale 12 – Nel 1960 abbiamo una concentrazione di 1.487 dollari per abitante (800 miliardi diviso 538,1 milioni). Solo Stati Uniti ed Inghilterra superano questa quota.

Nel 1985 abbiamo 1.643 dollari per abitante (3.597 miliardi diviso 2.189,3 milioni). Solo l’Italia ha una quota inferiore. L’incremento nel periodo è un modesto 10,5%, dovuto al fatto che ad un incremento del fatturato del 350% ha corrisposto un incremento della popolazione del 307%.

Volendo visualizzare l’appiattimento dell’incremento a cui accennavamo ecco la scaletta:
– con 13 Paesi nel 1960 e 13 Paesi nel 1985: +242%
– con 38 Paesi nel 1960 e 38 Paesi nel 1985: +188%
– con 13 Paesi nel 1960 e 38 Paesi nel 1985: +10,5%.

Siamo alla conclusione. Come è nostra abitudine nel lavoro in campo economico (e non solo in questo), vediamo di ricavare dai dati, fornitici dal campo a noi nemico e di cui pacchianamente si pavoneggia, la conferma che un exploit di facciata a stento maschera marasma, squilibri e crisi sempre più letali per il capitalismo.

Dalla Tabella mettiamo a confronto gli incrementi di periodo, relativi al totale dei 13 Paesi considerati. Risulta questa graduatoria:
 1° - Fatturato +327%
 2° - Concentrazione +242%
 3° - Imprese +158%
 4° - Occupati +120%
 5° - Produttività +94%

Questa scaletta non muta se operiamo sui dati del Prospetto per i 38 Paesi.

Nettamente preminente la crescita del fatturato, cioè del capitale, la ricchezza prodotta estorta ai proletari, seguito dalla concentrazione. La stretta interconnessione tra queste due voci è ovvia: il processo di concentrazione provoca l’esaltarsi del capitale, viceversa capitali da capogiro sono il derivato di una concentrazione spinta al limite estremo.

Al polo opposto, in ultima posizione, troviamo la produttività, preceduta di poco dagli occupati.

Se il fatturato, cioè il capitale totale finale, aumenta sempre più e gli occupati aumentano in misura sempre più ridotta, vuol dire che l’artefice della marcia trionfale del fatturato è il capitale costante, il lavoro morto che si contrappone con peso enormemente accresciuto al lavoro vivo, al capitale variabile, agli occupati. Se avessimo inserito nei nostri prospetti una sesta verticale sul capitale costante, sull’immensità di macchinari prodotti dai proletari e che li schiavizzano sempre più, avremmo posto in risalto il primato che gli spetterebbe rispetto a qualsiasi altro incremento.

Altro sbocco fondamentale e definitivo che emerge dai rapporti che si son venuti instaurando tra le nostre 5 grandezze, alle quali andrebbe doverosamente aggregata quella del capitale costante, è la caduta del saggio del profitto: risulterebbe evidente che qualunque tendenza venga escogitata per contrastarla, lascia intravedere baratri peggiori del male che si vuol curare. È che il capitalismo tutte le sue buone carte se le è giocate da tempo: ora punta le sue ultime solo sul bluff.

Ricordavamo all’inizio che nel rapporto del 1965 erano state fornite alcune citazioni da nostri testi classici. Adesso troviamo appropriato estrarre in forma sintetica alcuni passaggi dalla Prefazione di Lenin (del dicembre 1915) a “L’economia mondiale e l’imperialismo” di Bucharin. Lenin dice che tra i problemi importanti ed attuali trattati nel testo, l’imperialismo è il più importante del settore della scienza economica che esamina le mutevoli forme del capitalismo moderno. Una concreta analisi storica della guerra (scoppiata da un anno) è possibile solo se basata sulla piena comprensione della natura dell’imperialismo sotto il profilo economico e politico. Solo così è possibile avvicinarsi alla comprensione della situazione economica e diplomatica degli ultimi decenni, nonché formarsi un punto di vista corretto della guerra.

Ribadito che il marxismo esprime nel modo più chiaro le esigenze della scienza moderna, Lenin deride il valore “scientifico” del metodo borghese, che estrapola fatti isolati graditi o convenienti alle classi dirigenti, gabellandolo per analisi storica (gli economisti sono tutti dei preti). E ribadisce: è marxista chi analizza le caratteristiche e le tendenze fondamentali dell’imperialismo come sistema di relazioni economiche del capitalismo moderno altamente sviluppato, maturo e anche più che maturo; non lo è chi si aggrappa ai particolari.

Lenin ricorda che si vive in tempi di parole dimenticate, di principi traditi, di concezioni rovesciate, di risoluzioni e promesse solenni abbandonate.

A questo punto Lenin sintetizza in maniera meravigliosa l’epoca di mezzo del capitalismo dal 1871 al 1914 come un orrore senza fine per le masse sfruttate, e l’epoca finale come una fine colma di orrori.

Ripercorriamo in pochi tratti l’intero ciclo del capitalismo nelle sue classiche tre fasi: rivoluzionaria, evoluzionista e imperialista.

Quella iniziale è l’epoca delle rivoluzioni e delle guerre fino alla sconfitta del feudalismo nei Paesi avanzati d’Europa.

Segue l’epoca “relativamente pacifica” per il capitalismo, ma di un orrore senza fine per le masse sfruttate. Il capitalismo si trova nella posizione di potersi sviluppare in modo relativamente “tranquillo” e “armonioso” (avendo debellato per sempre il modo di produzione feudale che gli sbarrava il cammino), si diffonde “pacificamente” su tutto il Pianeta (non c’è nessun ostacolo, nessuna forza in grado di ostacolare la sua marcia in qualsiasi direzione): anche se le condizioni di vita che crea sono, per i nove decimi delle popolazioni sotto il suo imperio, di oppressione, di torture, di orrori; di guerra insomma.

Infine l’epoca finale, che stiamo vivendo, è relativamente più impetuosa, è piena di cambiamenti improvvisi, di catastrofi e di conflitti per il capitalismo; ma per le masse sfruttate è una fine colma di orrori.

Lenin precisa che il succedersi di queste epoche è stato causato dallo sviluppo diretto, dall’avanzata, dalla continuazione delle tendenze fondamentali e latenti del capitalismo e della produzione di merci in generale.

E replica: lo scambio delle merci perviene ad una tale internazionalizzazione delle relazioni economiche e del capitale, accompagnata da un tale aumento della produzione su larga scala, che alla libera concorrenza subentra il monopolio. Il capitale finanziario diviene il dominatore del mondo; potenza mobile e flessibile, ramificata nei vari Paesi, priva di caratteri individualistici, separata dall’immediato processo di produzione, con una particolare facilità a concentrarsi; tale per cui pochi potenti centri della finanza dispongono del destino del mondo.

Ci fermiamo qui nel ricaccio a quanto affermato da Lenin 70 anni fa.

Alla sua contrapposizione del marxismo-scienza all’a-scientifico metodo borghese aggiungiamo poche note. Gli economisti sono gli ideologi in campo economico del capitalismo. In quanto tali, nell’indagare i fenomeni economici che cadono sotto la loro osservazione o che sono accaduti o accadranno nell’ambito del modo di produzione capitalistico, la loro disciplina non assurge mai al livello di scienza in quanto infetta da un apriorismo che esclude l’ipotesi che il capitalismo possa esaurire il suo ciclo vitale e trapassare ad arcaismo, che il complesso degli individui disseminati sul pianeta si lascia alle spalle nel tormentato cammino per sempre più adeguatamente organizzare produzione, riproduzione, distribuzione e consumo al fine della sopravvivenza della specie.

Al più, il dato è inoppugnabile, riconoscono la nascita del capitalismo. Ma il fatto banale che tutto ciò che nasce è destinato a morire, non li sfiora neppure.

Neanche il riconoscimento, a livello di ricerca scientifica, della morte del capitalismo, è sufficiente per essere collocati al di fuori del campo degli ideologi del capitalismo e in quello rivoluzionario, che si batte per la distruzione del capitalismo, se quell’evento non è visto come passaggio ad una superiore forma di organizzazione produttiva, il comunismo, passando per la stretta obbligata della dittatura del proletariato. Non vogliamo assistere inerti ad una morte “naturale” e partecipare al funerale senza porre tutte le nostre energie al servizio della lotta per la nascita finalmente della storia dell’Umanità. Proprio in vista di questa finalità, in quanto strumenti di questa finalità, siamo i soli a fare scienza in campo economico.

Il processo, il cammino del capitalismo, esaminato al di fuori di qualsiasi apriorismo, capovolge in forma totale qualunque impostazione o considerazione degli economisti. Smettiamo di aggiungere: “borghesi”. L’economista è sempre un ideologo del capitalismo e perciò non ha bisogno di aggettivazione.

Il marxista usa il metodo scientifico nell’affrontare l’economia nell’unica maniera valida: in forma eversiva, da rivoluzionario; mentre l’economista è sempre un conformista, un controrivoluzionario. Ecco come si esprime Lenin in “Materialismo ed empiriocriticismo”:

     «Nemmeno una parola di nemmeno uno dei professori di economia politica (...) può essere creduta quando si passa alla teoria generale dell’economia politica. Poiché quest’ultima, nella società contemporanea, è una scienza di parte, come la gnoseologia. In complesso i professori di economia politica non sono altro che dotti commessi al servizio della classe capitalistica, e i professori di filosofia non sono altro che dotti commessi al servizio dei teologi».

E visto, sempre chiosando Lenin, che la crisi porta ad una più accentuata concentrazione e questa crea i presupposti per una ulteriore più pericolosa crisi, ribadiamo che il capitalismo è in crisi dal suo primo apparire nella storia. Il suo è un sistema critico, in crisi permanente. Ma si rendono visibili a tutti solo le fasi acute; per cui gli ideologi del capitalismo chiamano periodi stabili o prosperi quelli in cui la crisi opera un poco al di sotto del livello di guardia. Nel capitalismo lo squilibrio è la regola; l’equilibrio l’eccezione.

Come è regola l’appropriazione di sopralavoro, il caso anomalo è quando il relativo tasso di riduce notevolmente, come storicamente si è verificato.

Ci si dovrebbe meravigliare nel capitalismo dei periodi di stabilità come di un’eccezione, mentre la regola sono proprio i periodi di crisi.

Il fatto che una crisi particolare si vada superando, non vuole dire che la crisi generale non si sia ulteriormente aggravata. Vuol dire solo che una malattia grave è stata bloccata, ma ha lasciato segni per cui l’organismo è più debilitato di prima. È la fase di estrema pericolosità che è stata scongiurata, pagando però uno scotto che con la prossima crisi vedrà il segnale di estremo pericolo ancora più vicino al punto di esplosione distruttiva totale e definitiva.

Il capitalismo si attesta, superando una crisi, ad un livello più basso rispetto alla precedente crisi; e questo processo è irreversibile. Il capitalismo non ha la possibilità di risalire ai precedenti livelli più elevati: non può ringiovanire.

L’ottica in cui gli economisti esaminano e valutano le crisi capitalistiche è statica e dunque falsa: le considerano accadimenti dopo i quali tutto torna come prima. La visione marxista è dinamica. In ogni crisi si riconosce l’interazione tra vari fenomeni. All’esaurirsi di essa nessuno di questi fattori può tornare allo stato originario. Per questo ogni crisi suona la più lugubre campana a morto per il presente regime.
 

 

 

 

 

 



Origini e storia della classe operaia inglese

(continua dal n. 23)

Rapporti esposti alle riunioni del partito dal gennaio 1986 al gennaio 1989

[ È qui ]

 Ascesa del capitale industriale - Teorie pre-proletarie - La rivoluzione industriale

 

 

 

 

   


La questione della tattica nella Seconda Internazionale

Rapporto alla riunione di partito del maggio 1987

 

Teoria Tattica

 

1) Il programma unico riferimento dell’azione rivoluzionaria

Affinché la futura rivoluzione possa vincere, gli apparenti contrasti fra teoria - tattica - organizzazione si devono risolvere nella formazione di un partito formale, che svolga un’attività prevista da tutti, secondo la propria scienza di classe. È per questo motivo che nel programma comunista non sono contenuti solo fini e principi, ma anche la previsione di un piano tattico e un modo particolare di organizzazione.

Ma dov’è il programma? Dov’è il piano tattico previsto? Il programma del comunismo si legge nel percorso storico che il proletariato svolge dalla sua origine, dovuta all’affermarsi del modo di produzione capitalistico, fino alla sua estinzione, nel futuro socialismo. Questo percorso è posseduto non da singoli geniali pensatori ma solo dalla collettività di un partito, in cui si materializza l’istinto di classe del proletariato: da cui la nozione dinamica che la classe proletaria è compiutamente tale solo se ha alla sua testa il suo partito.

Nell’affrontare la storia del movimento operaio mondiale è verificabile una continuità, un filo rosso che unisce gruppi e partiti. I nomi di uomini e di organizzazioni che hanno saputo svolgere un tale compito sono ben noti, il partito li usa non per genuflettersi di fronte al genio teorico o all’abile tattico, ma unicamente per facilità di esposizione della propria tradizione, riproponendosi, sempre di più, di abolire nomi, riconoscimenti personali, medagliette e adorazione di capi.

Analizzando le battaglie sostenute dal marxismo notiamo in assoluto, senza smagliatura alcuna, una perfetta adesione, quasi una ripetizione pedissequa, nell’enunciazione di quelli che sono i fini e principi del comunismo. Prendiamo ad esempio la questione di fondo dello Stato, per ogni comunista scientifico è sempre posizione di principio che lo Stato borghese sia una macchina da spezzare attraverso la dittatura del proletariato. Questa nozione è scritta e riscritta in Marx, in Engels, in Lenin e nella Sinistra ogni qual volta si parli di Stato borghese. “Stato e rivoluzione” di Lenin, opera di fondamentale restauro della dottrina comunista, è pieno di citazioni di Marx e di Engels sull’argomento “dittatura del proletariato”. A loro volta gli studi del partito odierno rimandano costantemente ai passi fondamentali dell’opera di Lenin. Non esiste alcuna discontinuità fra la Sinistra, Lenin, Marx ed Engels sui principi generali come sul fine ultimo del comunismo. Chi li cerca è un agnostico, chi li trova è una carogna.

 
2) Solidarietà fra fini-princìpi-tattica-organizzazione

Per quanto riguarda la tattica e l’organizzazione invece non c’è apparentemente altrettanta coerenza e può sembrare il cambiamento la costante di queste due categorie. Ad esempio Marx militò nella “Lega dei Comunisti” e successivamente nella Prima Internazionale, che formalmente ebbero modo di organizzazione diversi.

Engels considerava positivamente la fondazione della Seconda Internazionale, diversa dalla Prima. Lenin fu prima “socialdemocratico” poi “comunista”. L’attuale organizzazione si ricollega a quella tradizione di sinistra del PSI, la quale successivamente confluì nel PCd’I a Livorno. Queste organizzazioni formali sono tutte diverse fra loro, e allo stesso tempo stanno tutte – almeno per un certo periodo – sulla linea della rivoluzione comunista. Riconoscendo invarianza e, se vogliamo, perfezione al solo partito storico, poco senso ha chiedersi quale di esse fosse la più rivoluzionaria. Dialetticamente possiamo risolvere i dilemmi del “quizaiolo” di turno, sentenziando che tutte erano buone organizzazioni rivoluzionarie, fino a che ebbero la forza di affermare i principi del comunismo in rapporto alla fase storica in cui ebbero vita; successivamente degenerarono nella misura in cui smisero di affermare tali principi.

La stessa apparente mutevolezza si riscontra nelle soluzioni tattiche di uno steso problema date in successive epoche storiche. Ad esempio, nelle indicazioni di Engels agli operai tedeschi dopo il 1890 vi è un invito ad aderire alla guerra del Kaiser, mentre nelle indicazioni di Lenin sempre agli operai tedeschi nel 1907 vi è un invito ad impedire la guerra del Kaiser. Sappiamo spiegare tali apparenti contraddizioni alla luce del marxismo, dimostrando allo stesso tempo la correttezza e soprattutto la necessità di tali soluzioni tattiche. Ciò facendo ci contrapponiamo totalmente ad ogni risma d’opportunismo, anche il più vicino a noi – quindi il più schifoso – il quale è solito insinuare che “Engels fosse meno comunista di Lenin”, oppure che “più dialettico”, nel senso che “sapeva adattare la propria posizione alle circostanze”; o che “Lenin fosse più rivoluzionario di Engels”, perché intravedeva “solo le vie violente per sbudellare i capitalisti”, mentre Engels “sapeva anche essere per le vie pacifiche”. Le carogne cercano prove contro la monoliticità del marxismo nella successione delle soluzioni tattiche, puntando l’indice verso Marx e Engels, i quali – rei confessi – sono prima per la guerra, poi per la pace, poi disfattisti.

Lo stesso Lenin non sarebbe immune da critiche, se non altro, per aver voluto, insieme a Trotsky, continuare la guerra civile ed esportarla al di là dei confini russi: “Certo! Era pacifista quando non era nessuno, poi, salito al potere, divenne guerrista né più né meno dello zar”.

Il marxismo sa come mettere ordine in ciò che gli opportunisti dicono essere un “guazzabuglio” di esperienze tattiche. Il marxismo spiega la necessità del divenire di organizzazioni di partiti formali assai diverse fra loro: l’aver tratto le lezioni di tre ondate controrivoluzionarie – una più fetida dell’altra – impone al partito di negare, seppure i principi siano costanti, che la tattica e l’organizzazione mutino col capriccio dei capi. A chi intende che la massima rigidità sui principi può in qualche modo risolversi in una sorta di elasticità nella tattica e nell’organizzazione, il partito afferma che anche il secondo corno del programma è ormai sostanzialmente codificato in un piano tattico rigido, previsto e acquisibile.

 
3) Dialettica analisi delle situazioni

La chiave per la sistematizzazione di quello che al di fuori del partito appare una materia contraddittoria è la dialettica. Tale metodo indica di ricercare i limiti entro i quali una qualsiasi affermazione è giusta, pertanto dal travalicare i quali la stessa affermazione divenga erronea. È possibile studiare e spiegare le relazioni che impongono ai marxisti di dare risposte apparentemente diverse ad uno stesso problema: per cui il metodo è lo stesso, i principi sono gli stessi, i fini sono gli stessi, ma le indicazioni tattiche e organizzative divergono, perché mutano i limiti delle relazioni entro i quali tali fini, principi e metodo sono affermati. Tali relazioni e limiti il marxismo li trova, nei casi specifici della tattica e dell’organizzazione, nella fase storica che sta attraversando la società.

L’analisi della situazione è appunto lo studio della fase che sta attraversando l’umanità, cioè l’analisi dello sviluppo dei modi di produzione. Segnatamente il marxismo si è soffermato sull’analisi del modo di produzione capitalistico e della sua azione di sgretolamento di quei modi di produzione che lo hanno preceduto: quello feudale, quello asiatico, quello schiavistico, giù giù fino alle economie tribali di villaggio. Nei nostri testi è contenuta la nozione che lo sviluppo del capitalismo attraversa un ciclo di tre fasi: una rivoluzionaria, che si chiude in Europa con la Comune di Parigi del 1871; una progressiva, che dal 1871 va fino allo scoppio della Prima Guerra imperialistica del 1914; una antirivoluzionaria o imperialista, che si è aperta nel 1914 e si chiuderà con l’abbattimento rivoluzionario dell’imperialismo stesso.

Questo sviluppo del ciclo capitalistico non avviene nei diversi paesi in modo omogeneo, anzi è la differenza l’elemento che caratterizza la storia dei rapporti fra gli Stati. Una fase di sviluppo del capitalismo può convivere con altri modi di produzione, o meglio con fasi di sviluppo particolari di altri modi di produzione: perché non solo quella capitalista ma ogni forma produttiva attraversa delle fasi, necessariamente legate allo sviluppo delle forze produttive.

Dallo studio del combinarsi di queste varie fasi di sviluppo di diversi modi di produzione, cioè dall’analisi della struttura economica, è possibile giungere allo studio dello scontro fra le classi, cioè all’analisi della struttura sociale.

È evidente che le situazioni storiche mutano, che i modi di produzione nascono, si trasformano e muoiono, pertanto anche l’atteggiamento dei comunisti nelle varie fasi storiche sembra mutare. Ad esempio, chi trovi una contraddizione tra la posizione di Lenin di fronte alla guerra del 1907 e quella del 1920, non intravedendo che in entrambe le fasi storiche – pre- e post- dittatura del proletariato in Russia – si afferma il principio della necessità della rivoluzione internazionale, è meglio che non si addentri nello studio della tattica. Così come chi non capisce che è vero sì che dal 1871 “tutti gli eserciti europei sono coalizzati contro il proletariato”, ma alla condizione – o entro i limiti – che un’eventuale vittoria della Russia feudale non ricacci l’Europa stessa in una fase pre-borghese, non può intendere il senso dell’eccezione che Engels dà alla regola di Marx.

Scrivemmo in “Proprietà e Capitale”, XVII, Utopia, Scienza e Azione:

     «La nuova dottrina non può legarsi ad un sistema di tavole o testi, premessi a tutta la battaglia; come non può affidarsi al successo di un Capo o di una avanguardia combattente ricca di volontà e di forza. Profetizzare un futuro, o volere realizzare un futuro, sono posizioni entrambe inadeguate per i comunisti. A tutto ciò si sostituisce la storia della lotta di una classe considerata come un corso unitario, di cui ad ogni momento contingente solo un tratto è stato già svolto, e l’altro si attende. I dati del corso ulteriore sono ugualmente fondamentali e indispensabili quanto quelli del corso passato. Del resto gli errori e gli sviamenti sono egualmente possibili nella valutazione del movimento precedente, e in quella del movimento successivo: e tutte le polemiche di partiti e di partito stanno a provarlo.
    «Per conseguenza il problema della prassi del partito non è di sapere il futuro, che sarebbe poco, né di volere il futuro, che sarebbe troppo, ma di “conservare la linea del futuro della propria classe”.
     «È chiaro che se il movimento non la sa studiare, indagare e conoscere, neppure sarà in grado di conservarla. Non meno chiaro è che se il movimento non sa distinguere tra la volontà delle classi costituite e nemiche e la propria, egualmente la partita è perduta, la linea smarrita. Il movimento comunista non è questione di pura dottrina; non è questione di pura volontà; tuttavia il difetto di dottrina lo paralizza, il difetto di volontà lo paralizza. E difetto vuol dire assorbimento di altrui dottrine, di altrui volontà.
     «Quelli che irridono alla possibilità di tracciare un grande itinerario storico a mezzo del corso (come avverrebbe per chi, avendo disceso il fiume dalla sorgente al mezzo, prendesse a disegnare la carta di esso fino all’oceano; induzione non inaccessibile alla scienza fisica geografica), sono portati o ad escludere ogni possibilità di influenza di singoli e gruppi sulla storia, o ad esagerarla, per quanto però riguarda una successione immediata (...)
    «La questione dell’azione comunista, della strategia, della tattica o della prassi è la stessa questione, ossia quella del conservare la linea del futuro di classe, e questa questione viene posta da quando la classe proletaria socialmente appare. Che vi siano soluzioni diverse da tempo a tempo e da paese a paese non si contesta, ma in questo stesso succedersi di soluzioni vi deve essere una continuità ed una regola, abbandonata la quale il movimento travia. A questa luce le questioni di organizzazione, di disciplina, escono dal costituzionalismo di formule giuridiche, che connettono base, quadri e centro, per impegnare il centro dirigente a non abbandonare la “regola” di azione, senza la quale non vi è partito e tanto meno partito rivoluzionario».

 

4) Parti mobili e fisse di un programma invariante

Generalizzando, è possibile riscontrare nello studio del programma comunista, che è la sintesi della lotta di classe fra proletariato e borghesia, sia una parte fissa, dal 1848 ad oggi, cioè, il fine del socialismo e i principi del centralismo, della rivoluzione, della dittatura, e così via, sia una parte variabile, prevista nelle sue fasi successive, corrispondenti ad altrettanto previste fasi storiche attraversate dalla società, cioè la tattica e il modo di organizzarsi.

Compito di ogni partito formale è intendere in che modo entrano in relazione queste due parti del programma. Il problema generale – come è scritto nelle Tesi di Roma – è quello di comprendere che nel programma di partito è «contenuta una prospettiva di successione d’azione messa in relazione a successive situazioni» che deve essere nota al partito; per cui l’analisi delle situazioni diviene elemento integratore fra principi generali azione da svolgere, cioè dà al partito i limiti entro i quali una tattica è giusta o erronea, evitandogli di ripiegare su metodi corrispondenti a situazioni storiche ormai sorpassate.

In questo senso non è mai possibile considerare una tattica del partito come positiva o negativa in sé, poiché qualsiasi obiettivo parziale o contingente, qualsiasi parola d’ordine, possono essere accettati solo alla condizione che rappresentino l’affermazione dei principi generali del comunismo in una ben determinata epoca storica. E non è escluso, anzi è frequente, che lo stesso principio possa essere affermato in fasi storiche diverse con tattiche apparentemente contraddittorie.

È questo il solo modo di affrontare collettivamente i vari problemi di ordine tattico, attraverso la risoluzione dei quali il partito accetta o rifiuta una specifica parola d’ordine, con lo scopo di impegnarsi in una qualsiasi azione immediata o di disinteressarsene o di opporvisi.

La strada da oggi alla rivoluzione è lastricata di parole d’ordine successive, di obiettivi pratici contingenti, attraverso i quali il partito, che solo ha coscienza del fine ultimo da raggiungere e lo dichiara apertamente, sposta le masse verso la propria politica rivoluzionaria, che ha sbocco nella dittatura del proletariato e del partito stesso. Per le masse il saper intendere le parole d’ordine del partito non è certo questione di coscienza, ma è legato alle determinazioni materiali della crisi economica e sociale. Per il partito saper dare i giusti obiettivi nelle situazioni date è compito razionale, che deriva da una corretta analisi della fase che attraversa la lotta di classe. In questo caso il partito deve saper far forza sull’elemento cosciente e razionale che lo contraddistingue, deve saper leggere la fase, deve saper maneggiare il marxismo.

Se ciò non fosse potremmo affermare che alla classe proletaria serve la crisi, serve il movimento, ma non il partito che le indichi con atti e parole la strada da seguire: il partito cesserebbe di essere avanguardia, frazione della classe, organo di combattimento per disperdersi in altri compiti non suoi.

 

5) Il senso dell’azione del partito nella realtà odierna

Se non esiste un formulario delle parole d’ordine, è possibile però avere la capacità di leggere collettivamente le fasi storiche e allo stesso tempo acquisire i fondamenti del programma del comunismo. Ecco il senso della nostra pur limitata azione odierna.

     «Pur accettando che il partito abbia un perimetro ristretto, dobbiamo sentire che noi prepariamo il vero partito, sano e efficiente al tempo stesso, per il periodo storico in cui le infamie del tessuto sociale contemporaneo faranno ritornare le masse insorgenti all’avanguardia della storia; nel quale slancio potrebbero ancora una volta fallire se mancasse il partito non pletorico ma compatto e potente, che è l’organo indispensabile della rivoluzione» (Tesi supplementari..., aprile 1966).

L’odierna organizzazione si abilita a questo compito difendendo sia contingentemente sia storicamente gli interessi del proletariato, intervenendo là dove può con la sua opera di propaganda e di proselitismo e con la sua specifica azione sindacale. Se dunque i militanti del partito sono oggi in grado, nella loro attività collettiva, di applicare il marxismo agli accadimenti della storia, affermando così i principi fondamentali del comunismo, come fu fatto dalle generazioni di rivoluzionari venute in precedenza; e se anche in futuro questo compito verrà correttamente esplicato, allora sarà data la possibilità di trasmettere la fiaccola del marxismo alle generazioni rivoluzionarie a venire.

Un tale compito sarà reso più facile al partito, se esso intenderà con chiarezza i limiti generali, le relazioni di fondo entro i quali racchiudere la propria tattica. Tali limiti sono derivanti dallo studio delle sconfitte passate e in particolare da quella della rivoluzione russa, che ha preso i connotati particolarmente putridi dello stalinismo. Avendo in generale le lezioni delle controrivoluzioni risvolti teorici, di principio e tattici e organizzativi possiamo ribaltare tali sconfitte in fecondi insegnamenti per il futuro.
 

 

 

L’esperienza tattica della Seconda Internazionale

 

6) Ricerca e delimitazione del programma rivoluzionario

Se fra i compiti del partito c’è anche quello di ricercare nella storia del movimento della propria classe le lezioni dovute alle sconfitte e alle vittorie, è possibile trovare nella Seconda Internazionale degli insegnamenti proficui per meglio delimitare la nostra azione futura.

Rimane ormai acquisito dal marxismo che la Seconda Internazionale quando fu fondata era un partito che applicava una tattica e che si organizzava secondo criteri corretti per quel periodo storico, ma allo stesso tempo è altrettanto acquisito che tali criteri tattici e organizzativi sono oggi superati, perché è mutata la fase storica cosiddetta progressiva del capitalismo.

Non si tratta, come mai si è trattato, di tranciare giudizi di merito su quello o quell’altro socialista o di dare dei voti a qualcuno, ma semplicemente di prendere obiettivamente atto che ciò che era giustificato allora può essere ingiustificato e dannoso oggi. È perciò possibile far propria la Seconda Internazionale e analizzarne pregi e difetti con lo spirito di chi vuol assimilare, nel modo più impersonale, il programma della rivoluzione proletaria con lo scopo di non ripetere errori tattici e di metodo organizzativo, attraverso i quali penetrò l’opportunismo nel partito, con grave danno del movimento socialista negli anni cruciali della Prima Guerra Mondiale.

Balzò agli occhi di tutti i sinceri rivoluzionari il tradimento della Seconda Internazionale nell’estate del 1914. Aderendo alla guerra imperialista, dopo aver mille volte scritto e sostenuto la inammissibilità della partecipazione dei socialisti alla guerra della borghesia, i partiti socialdemocratici si ponevano contro il proletariato: fu il voto dei crediti di guerra, si arrivò alla partecipazione nei gabinetti borghese, si stipulò la pace sociale. E ancora di più, dopo la guerra, si giunse a trucidare in prima persona i tentativi rivoluzionari degli ormai formati partiti comunisti.

Una tale tragedia fu consumata da partiti ormai degenerati, ma ciò non toglie che alla data della loro fondazione tali organizzazioni rappresentassero una tappa necessaria allo sviluppo delle associazioni politiche del proletariato. La Seconda Internazionale nacque sana, corrispondente alla fase storica in cui venne organizzata, ebbe l’approvazione dai massimi rappresentanti del marxismo della fine del secolo scorso, fu palestra politica per quel filone comunista che dette vita all’Internazionale di Mosca, dell’esperienza della quale sarebbe altrettanto idiota disfarsi per il fatto evidente che degenerò nello stalinismo, una forma d’opportunismo altrettanto virulenta della socialdemocrazia nello sgarottare comunisti e rivoluzionari.

Se dunque la Seconda Internazionale si perse per strada dobbiamo capire le cause di una tale trasformazione. Cercare il senso della corretta impostazione teorica, tattica e organizzativa data dai marxisti alla fine dell’800 e vedere come questa fosse fraintesa; da cui lo sgretolarsi del partito a mano a mano che prendeva campo la via delle riforme e del gioco democratico: quelle pratiche sulle quali si fece forza per meglio delimitarsi dagli errori anarchici che avevano portato alla sconfitta del 1871.

 

7) La fase del capitalismo

È impossibile intendere il senso dell’affermazione che fra il 1871 e il 1914 si giocò in Europa una fase di progressivo sviluppo del capitalismo se ciò non viene riferito ad uno schema esemplificativo, che pur presentando pericoli d’errore, permette un inquadramento generale dello sviluppo del ciclo capitalistico.

In una prima fase la moderna borghesia è una classe rivoluzionaria contro il feudalesimo; è una forza antiriformista, tesa anima e corpo a infrangere vecchi schemi di pensiero e a rimuovere ostacoli materiali e ideali.

     «La borghesia appare come classe apertamente rivoluzionaria e conduce una lotta armata per rompere le forme dell’assolutismo feudale e clericale, vincoli che legano le forze lavoratrici dei contadini alla terra e quelle degli artigiani al corporativismo medioevale. L’esigenza della liberazione da questi vincoli coincide con quella dello sviluppo delle forze produttive che, con le risorse della tecnica moderna, tendono a concentrare i lavoratori in grandi masse. Per dare un libero sviluppo a queste nuove forme economiche, occorre abbattere con la forza i regimi tradizionali. La classe borghese non solo conduce la lotta insurrezionale, ma attua dopo la prima vittoria una ferrea dittatura per impedire la riscossa di monarchici, feudatari e gerarchie ecclesiastiche» (Tracciato d’impostazione).

In una seconda fase, divenuta ormai classe dominante, la borghesia tende a consolidare il proprio potere con una serie di riforme, che rafforzano gradatamente l’ordine vigente.

     «Nella seconda fase, stabilizzatosi ormai il sistema capitalistico, la borghesia si proclama esponente del migliore sviluppo e del benessere di tutta la collettività sociale e percorre una fase relativamente tranquilla di svolgimento delle forze produttive, di conquista al proprio metodo di tutto il mondo abitato, di intensificazione di tutto il ritmo economico. Questa è la fase progressiva e riformista del ciclo capitalistico.
     «Il meccanismo democratico parlamentare di questa seconda fase borghese vive parallelamente all’indirizzo riformista, interessando alla classe dominante di far risultare il proprio ordinamento come suscettibile di esplicare e manifestare gli interessi e le rivendicazioni delle classi lavoratrici. I suoi governanti sostengono di poterli soddisfare con provvidenze economiche e legislative che tuttavia lascino sussistere i cardini giuridici del sistema borghese. Parlamentarismo e democrazia non hanno più il carattere di parole d’ordine rivoluzionarie, ma assumono un contenuto riformista che assicura lo sviluppo del sistema capitalistico, scongiurando urti violenti ed esplosioni della lotta di classe».

Ed infine la terza fase, quella che stiamo vivendo, vede il capitale ormai assurto a mostro fagocitatore di uomini e mezzi di produzione in funzione della bestiale accumulazione di danaro. È questa la fase conformista o controrivoluzionaria.

     «La terza fase è quella del moderno imperialismo, caratterizzato dalla concentrazione monopolistica dell’economia, dal sorgere dei sindacati e trust capitalisti, dalle grandi pianificazioni dirette dai centri statali. L’economia borghese si trasforma e perde i caratteri del classico liberismo, per cui ciascun padrone d’azienda era autonomo nelle sue scelte economiche e nei suoi rapporti di scambi. Interviene una disciplina sempre più stretta della produzione e della distribuzione; gli indici economici non risultano più dal libero gioco della concorrenza, ma dall’influenza di associazioni fra capitalisti prima, di organi di concentrazione bancaria e finanziaria poi, infine direttamente dello Stato. Lo Stato politico, che nell’accezione marxista era il comitato di interessi della classe borghese e li tutelava come organo di governo e di polizia, diviene sempre più un organo di controllo e addirittura di gestione dell’economia».

 

8) La fase progressiva

In particolare i partiti della Seconda Internazionale si vengono a situare nella seconda fase, cosiddetta riformista. E poiché «corrispondentemente al ciclo del mondo capitalistico ne abbiamo uno del movimento operaio», se nella prima fase il proletariato sfrutta un periodo di relativa stabilità sociale per consolidare le proprie posizioni,

    «nella seconda fase, in cui il riformismo nei quadri dell’economia borghese si accompagna al più largo impiego dei sistemi rappresentativi e parlamentari, si pone per il proletariato un’alternativa di portata storica. Sotto l’aspetto teorico sorge il quesito interpretativo della dottrina rivoluzionaria costruitasi come una critica degli istituti borghese e di tutta la loro difesa ideologica: la caduta del dominio di classe capitalistico e la sostituzione ad esso di un nuovo ordine economico avverrà con un urto violento, ovvero può raggiungersi con graduali trasformazioni e con l’utilizzazione del meccanismo legalitario parlamentare? Sotto l’aspetto pratico sorge il quesito se il partito della classe proletaria debba o meno associarsi non più alla borghesia contro le forze dei regimi precapitalistici, ormai scomparsi, ma ad una parte avanzata e progressista della borghesia stessa, meglio disposta a riformare gli ordinamenti».

Dunque si pose al proletariato un’alternativa di portata storica – alternativa risolta fin dal 1848 dal marxismo ma non ancora esperita dal movimento – riforme o rivoluzione? Passaggio al socialismo in modo indolore o in modo rivoluzionario e dittatoriale? Dal punto di vista tattico si pose la questione dell’alleanza con la piccola borghesia: i contadini, gli artigiani, l’intelligenza, tutti disposti a battersi per le riforme. Da queste pratiche intermediste si sviluppava il fenomeno opportunista.

    «Nell’intermezzo idilliaco del mondo capitalistico (1871-1914) si sviluppano le correnti revisionistiche del marxismo, di cui si falsificano gli indirizzi e i testi fondamentali, e si costruisce una strategia nuova, secondo la quale vaste organizzazioni economiche e politiche della classe operaia permeano e conquistano le istituzioni con mezzi legali, preparando una graduale trasformazione di tutto l’ingranaggio economico»

     Le polemiche che accompagnano questa fase dividono il movimento operaio in opposte tendenze; benché non si ponga in generale il programma dell’assalto insurrezionale per infrangere il potere borghese, i marxisti di sinistra resistono vigorosamente agli eccessi della tattica collaborazionista sul piano sindacale e parlamentale al proposito di sostenere governi borghesi e di far partecipare i partiti socialisti a coalizioni ministeriali».

Se nella fase odierna del più putrescente capitalismo e dei feroci macelli fra Stati non ha più senso per il proletariato porsi il quesito di un’azione parallela con altre classi, essendo ormai tutte passate armi e bagagli nel campo della controrivoluzione, lo stesso non si poneva dire prima del 1871 in Europa. In particolare, se oggi non ci poniamo più il quesito se sia o meno necessario un clima di repubblica e di democrazia come tappa all’incremento delle forze produttive, nella fase in cui ebbe vita la Seconda Internazionale un tale quesito legittimamente si poneva quale indispensabile premessa all’affermazione del socialismo.

     «Nella seconda fase il quesito di una concomitante azione tra democrazia riformista e partiti operai socialisti andava legittimamente posto, e se la storia ha dato ragione alla soluzione negativa sostenuta dalla sinistra marxista rivoluzionaria contro quella delle destra revisionista e riformista, questa, prima delle fatali degenerazioni del 1914-18, non poteva essere definita un movimento riformista. Essa credeva infatti plausibile un giro lento della ruota della storia, non tentava ancora di girarla a rovescio. Sia questo riconosciuto ai Bebel, ai Jaurés, ai Turati».

Dunque il riformismo – anche quello di destra – aveva diritto di cittadinanza nel partito proletario; il riformismo poteva accampare il diritto di appartenere ancora all’ideologia della classe operaia, che lottava nei sindacati e organizzava le cooperative per migliorare il proprio tenore di vita, giorno dopo giorno. Tragico fu confondere questo progresso graduale come regola e non come eccezione dello scontro di classe della moderna società.


9) Se pur per poco, sulla linea del partito storico

     «Nel 1889 si ricostituisce la Seconda Internazionale, dopo la morte di Marx ma sotto il controllo di Engels le cui indicazioni non sono però applicate. Per un momento si tende ad avere di nuovo nel partito formale la continuazione del partito storico, ma ciò è spezzato negli anni successivi dal tipo federalista e non centralista, dalle influenze della prassi parlamentare e del culto della democrazia e della visione nazionalista delle singole sezioni non concepite come eserciti in guerra contro il proprio Stato, come avrebbe voluto il Manifesto del 1848; sorge l’aperto revisionismo che svaluta il fine storico ed esalta il movimento contingente e formale» (“Considerazioni sull’organica attività del partito quando la situazione è storicamente sfavorevole”, 1965).

Fu dunque Engels a tentare di dare un corretto indirizzo al nuovo partito. Da più parti si è voluto vedere nell’ultimo periodo della vita del grande amico di Marx un progressivo ammorbidimento della originaria posizione quarantottesca. Come se Engels, sentendo giungere l’ora estrema, “rincoglionisse” e per salvarsi l’anima rinnegasse il passato, facendosi opportunista. La favoletta messa in giro dai rinnegatori del marxismo di questo secolo, che hanno tutto l’interesse a dimostrare che anche “sotto la scorza del più incallito rivoluzionario batte un cuore da riformista”, trova consensi anche nei gruppetti post-sessantottini, che non si peritano di etichettare Engels quale antesignano del peggiore Bernstein.

Niente è più falso! Anzi è possibile dimostrare che solo Engels – fra tante teste pensanti e grandi socialisti e marxisti di fine secolo – seppe individuare la corretta via ed esporla con tanta cristallina chiarezza che... pochi l’intesero. Addirittura vedremo che solo chi in seguito saprà ricollegarsi alle posizioni di “babbo” Engels potrà districarsi nel viscido terreno sociale che caratterizzò l’epoca riformista del ciclo capitalistico.

Nell’introduzione alle “Lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850” – uno dei testi più discussi di Engels – viene netto tracciato un solco, nel tralignamento dal quale leggeremo la degenerazione successiva del partito. Il vecchio Engels è un personaggio scomodo per l’SPD, ha una grande influenza teorica nel partito ma è guardato con sospetto dalla direzione a causa del suo sinistrismo. Si arrivò anche ad esercitare il diritto di censura.

Willhelm Liebknecht si rifiutò di pubblicare sul Vorwarts per esteso la Introduzione. Engels se ne lamentava con Lafargue il 3 aprile 1885:

     «X mi ha fatto un brutto scherzo. Dalla mia Introduzione agli articoli di Marx sulla Francia del 1848-1850 ha tolto tutto ciò che poteva nuocergli nella difesa della tattica ad ogni costo pacifica e contraria alla violenza, che gli fa comodo predicare da un po’ di tempo, soprattutto ora che a Berlino si preparano leggi eccezionali. Ma io raccomando questa tattica solo per la Germania d’oggi, e anche qui con riserve di carattere essenziale. In Francia, Belgio, Italia e Austria non è possibile seguire questa tattica nella sua interezza e in Germania può diventare inadatta domani».

Dunque era una tattica consigliabile solo per la Germania del 1895 e anche qui con nette riserve di carattere essenziale. Forse nel 1900 tutto ciò non avrebbe potuto essere più valido. E sicuramente la lettera ci dice che prima di generalizzarla ad altre nazioni è bene stare molto attenti.

Ennesima conferma della mutevolezza della tattica di giorno in giorno, di posto in posto? Non questo, ma riconoscimento dell’eccezionalità della situazione tedesca ed europea di fine secolo. Ma l’eccezione non è la regola e quando lo diventa stravolge lo schema, afferma un altro schema.

Contemporaneamente Engels aveva scritto a Kautsky, che si diceva suo buon discepolo, invitandolo a dargli una mano:

     «Con mia grande sorpresa, trovo oggi nel Vorwärts un estratto della mia Introduzione, pubblicato senza che io lo sapessi, e così sconciato che io vi appaio come un pacifico fautore della legalità quand même (ad ogni costo). Tanto più vorrei che la Introduzione apparisse sulla Neue Zeit, perché venisse distrutta questa vergognosa impressione. Dirò molto chiaramente ciò che penso a questo proposito a Liebknecht e anche a coloro, chiunque essi siano, che gli hanno offerto questa possibilità di deformare il mio pensiero».

Inutile dire che la prefazione uscì emendata delle parti più “scabrose” e Kautsky si guardò bene da mettersi contro il potente centro dell’SPD. Oggi ne possediamo una versione integrale, ma anche dalla lettura di quella emendata i sinceri marxisti arrivarono allora alle nostre stesse odierne conclusioni.


10) La presunta tattica pacifica di Engels

Engels legge la situazione tedesca del 1895 e conclude che la fase di scontro aperto fra proletariato e borghesia, che aveva caratterizzato l’epoca dal 1848 al 1871, si è ormai chiusa. La lotta insurrezionale di barricata ha lasciato sempre più il posto alla via legale e democratica. La tattica parlamentare è quella più proficua al rafforzamento del partito in questa “fase pacifica”.

     «E quando anche il suffragio universale non avesse dato altro vantaggio che quello di permetterci di contarci ogni tre anni, di avere, grazie alla regolare verifica del rapido e inatteso aumento dei voti, aumentato in egual misura la fede degli operai nella vittoria, e la paura dell’avversario, diventando così il nostro miglior mezzo di propaganda; di darci una nozione esatta delle nostre proprie forze e di quelle di tutti i partiti avversari, fornendoci così un criterio superiore a qualsiasi altro per regolare la nostra azione e preservandoci tanto dalla pusillanimità inopportuna, quanto dalla intempestiva temerità; se questo fosse il solo vantaggio che abbiamo ricavato dal diritto di voto, sarebbe già più e più che sufficiente. Ma il suffragio universale ha fatto molto di più. Nell’agitazione elettorale ci ha fornito un mezzo che non ha l’eguale per entrare in contatto con le masse popolari là dove esse sono ancora lontane da noi; per costringere tutti i partiti a difendere dai nostri attacchi davanti a tutto il popolo le loro opinioni e le loro azioni. Inoltre esso ha aperto ai nostri rappresentanti al Reichstag una tribuna, dall’alto della quale essi hanno potuto parlare ai loro avversari nel parlamento e alle masse con tutt’altra autorità e libertà che nella stampa e nelle riunioni».

Gli argomenti sono gli stessi che Lenin userà poi nel 1920, anche in polemica con la Sinistra, per dimostrare che si doveva andare in parlamento. Mai però con lo scopo di conquistare qualcosa di duraturo, né tanto meno per conquistare il potere, ma unicamente per usare una cassa di risonanza di partito nei confronti di tutti gli strati della popolazione. Si trattava di agitazione rivoluzionaria legale, preludio alla lotta armata; si trattava di contare le forze del partito e di far propaganda per far saltare i parlamenti dall’interno. Sia Engels sia Lenin poggiano la loro poderosa costruzione del parlamentarismo rivoluzionario su saldi principi di classe: distruzione del parlamento stesso perché parte integrante dell’apparato statale borghese.

Vedremo nei lavori a venire che, mentre Engels aveva dalla sua una corretta analisi della fase riformista della borghesia, Lenin non intendesse la Sinistra quando suggeriva a tanto maestro che questa fase storica era chiusa in Europa e che quindi bisognava rinunciare ad usare il parlamento a fini rivoluzionari.

Ad Engels non passa nemmeno “per l’anticamera del cervello” che lo scontro armato sia un mezzo ormai superato per il proletariato:

     «Vuol dire ciò che nell’avvenire la lotta di strada non avrà più nessuna funzione? Assolutamente no. Vuol dire soltanto che dal 1848 le condizioni sono diventate molto più sfavorevoli ai combattenti civili, e molto più favorevoli all’esercito. Una futura lotta di strada potrà dunque essere vittoriosa soltanto se questa situazione sfavorevole verrà compensata da altri fattori. Essa si produrrà perciò più raramente all’inizio di una grande rivoluzione che nel corso ulteriore di essa, e dovrà essere impegnata con forze molto più grandi. Ma allora queste, com’è avvenuto nel corso della Grande Rivoluzione francese, e poi il 4 settembre e il 31 ottobre a Parigi, preferiranno l’attacco aperto alla tattica passiva delle barricate».

La lotta di strada vincerà se sarà una componente di un insieme di fattori, che non vengono detti ma ce li possiamo immaginare: agitazione sindacale, lotta parlamentare, conquista di una forte influenza nelle masse, e soprattutto organizzazione di una milizia proletaria armata. Tutto ciò fu successivamente dimostrato nella pratica della rivoluzione russa. Tant’è che nel nostro programma è contenuta la necessità dell’organizzazione di un apparato militare per vincere la futura rivoluzione.

Engels 100 anni fa dimostrava che “la rivoluzione è un’arte”.

     «Avanzando di questo passo, per la fine del secolo avremo conquistato la maggior parte dei ceti medi della società, dei piccoli borghesi come dei piccoli contadini, e saremo diventati nel paese la forza decisiva, alla quale tutte le altre dovranno inchinarsi, lo vogliano o non lo vogliano. Mantenere ininterrotto il ritmo di questo aumento, sino a che esso sopraffaccia da sé il sistema dominante di governo, non consumare in combattimenti d’avanguardia questo gruppo d’assalto che si rafforza di giorno in giorno, ma conservarlo intatto sino al giorno decisivo, tale è il nostro compito fondamentale».

Accrescere le nostre forze e mantenerle intatte per il giorno decisivo, non c’è molto spazio in questa prospettiva per la conquista a pezzi e bocconi di fette di potere. Engels invita il partito ad una tattica di “contropiede”, non dovrà essere il proletariato a rompere il periodo di legalità, sarà la legalità stessa ad affogare la borghesia, a smascherarla, a costringerla ad uscire sul terreno della violenza, solo sul quale si deciderà lo scontro finale.

     «L’ironia della storia capovolge ogni cosa. Noi, i “rivoluzionari”, i “sovversivi”, prosperiamo molto meglio coi mezzi legali che coi mezzi illegali e con la sommossa. I partiti dell’ordine, com’essi si chiamano, trovano la loro rovina nell’ordinamento legale che essi stessi hanno creato. Essi gridano disperatamente con Odilon Barrot: la légalité nous tue, la legalità è la nostra morte, mentre noi in questa legalità ci facciamo i muscoli forti e le guance fiorenti, e prosperiamo ch’è un piacere. E se non commetteremo noi la pazzia di lasciarci trascinare alla lotta di strada per far loro piacere, alla fine non rimarrà loro altro che spezzare essi stessi questa legalità divenuta loro così fatale».

Commentammo così queste pagine fondamentali nel 1951 in Sul filo del Tempo, La Legalità nous tue.

     «La prefazione di Engels non abbandona in nulla la linea da Marx stabilita. La sua costruzione, riferita ai rapporti di forza della Germania del 1895, non si sogna di escludere l’urto finale armato, tratta solo della politica della “provocazione” borghese che riuscì così bene a Odilon Barrot giannizzero dell’ignobile Luigi Bonaparte e dice: non saremo così gonzi da attaccarvi in un momento che a voi conviene, a voi impero tedesco, ministero Bismarck, borghesia tedesca. Il succo della lotta è che dobbiamo noi, ad un momento che non viene a “volontà”, ma che si riconosce nella storia, saper essere i provocatori (...)
     «Engels nel 1895 sa di stare nel periodo intermedio tra [una] guerra europea e la più volte da lui profetizzata a Bismarck grande guerra contro le razze riunite degli slavi e dei latini. Per il momento, dice Engels, senza che i nostri compagni “rinunciano al diritto alla rivoluzione, che anzi è l’unico diritto storico su cui riposano, senza eccezione, tutti gli Stati moderni”, noi socialisti tedeschi non siamo alla vigilia di una lotta armata.
     «“Se noi commetteremo l’insigne follia di lasciarci trascinare in una lotta per le strade per dar loro piacere, ai partiti dell’ordine, allora...”. Allora? Quante e quante volte nei giornali di partito e nei congressi abbiamo polemizzato su tal punto, o ombre di Turati, di Treves! Voi leggeste quello che scritto non era: allora senza spargere sangue il processo della diffusione dell’industria e del voto democratico ci consegnerà tutto il potere. Ma non questo Engels scrisse! Il passo infatti prosegue così: “allora non rimarrà ad essi, da ultimo, che spezzare colle proprie mani questa legalità loro così fatale”. A parte quindi la peculiare situazione del 1895 in Germania, Engels sapeva tre mesi prima di finire che un giorno la legalità sarebbe saltata: confermava che il suffragio universale conduce alla sua fine sotto una delle due dittature. Il periodo progressivo incantò marxisti e materialisti storici come Filippo o Claudio, mai avrebbero essi pensato che conduceva al bagno di sangue del 1914».

 

 

 

La Socialdemocrazia Tedesca

 

L’SPD era il partito guida della Seconda Internazionale, per il fatto di essere il depositario della tradizione marxista, di essere il partito col più alto numero d’iscritti e col più alto numero di consensi elettorali; erano pertanto i congressi dell’Internazionale a riflettere i dibattiti già tenutisi nell’SPD, e non viceversa. Per tutti questi motivi la parabola dell’SPD – il suo rafforzamento e il suo naufragio – segna quella di tutto il movimento operaio mondiale fino alla Grande Guerra.


11) Marx ed Engels e il programma di Gotha

Il congresso di Gotha aveva sancito nel 1875 la nascita dell’SPD. A Gotha erano confluite una corrente influenzata dal marxismo, gli eisenachiani, capeggiati da Liebknecht e Bebel, e un’ala lassalliana. Il programma che venne pattuito in quella riunificazione incontrò forti critiche da parte di Marx e di Engels, specialmente per la influenza lassalliana presente nel programma.

Le critiche di Marx e di Engels sono note e vengono successivamente riprese da Lenin in “Stato e Rivoluzione”. Famoso il passo di Marx sul periodo di transizione dal capitalismo al socialismo, che reimposta questioni di principio fondamentali in polemica con la concezione bastarda di Stato libero o Stato popolare:

     «Tra la società capitalistica e la società comunista – scrive Marx – vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico di transizione, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato».

Sono famose anche le critiche feroci di Marx alla legge bronzea del salario di Lassalle, come a quasi tutti i paragrafi del programma.

Il tono delle “Glosse marginali” è notoriamente sarcastico e stigmatizzante. Il testo si conclude con queste parole latine: Dixi et salvavi animam meam, cioè voglio nettamente prendere le distanze dal pateracchio di Gotha – distanze soprattutto teoriche, quelle che importano al futuro del movimento.

Engels in una lettera a Bebel dice chiaramente che il programma di Gotha è un passo indietro rispetto al programma della frazione marxista tenutosi ad Eisenach. Riferendosi ai lassalliani scrive:

   «Si dovrebbe riceverli con estrema freddezza e diffidenza, far dipendere l’unificazione dal grado della loro disposizione a lasciar cadere le loro parole d’ordine settarie e la loro assistenza statale, e ad accettare in sostanza il programma di Eisenach del 1869 o una sua edizione corretta, adattata al momento odierno. Il nostro partito non avrebbe assolutamente nulla da imparare dai lassalliani nel campo teorico, vale a dire in ciò che è decisivo per il programma; i lassalliani invece hanno molto da imparare dal nostro partito».

Dunque l’atteggiamento di Marx e di Engels è estremamente duro contro la socialdemocrazia tedesca. Eppure Marx non rese pubbliche le sue “glosse marginali”, per non infierire su un partito che nel frattempo era stato colpito dalle leggi antisocialiste di Bismarck.


12) Engels e il programma di Erfurt

Nel 1890 il giovane Kaiser Guglielmo II decide di mettere da parte Bismarck. Si apre un periodo di relativa libertà, che viene sfruttata dall’SPD sia con una buona vittoria elettorale, sia con l’inizio di una ridiscussione interna del programma del partito, che era sempre quello approvato 15 anni prima.

Una bozza di programma du stesa da Liebknecht e Bebel. Engels nel dibattito che si era ormai aperto sul nuovo programma decise di pubblicare sulla Neue Zeit la critica di Marx al programma di Gotha, incorrendo negli strali polemici dei maggiori dirigenti del partito. Successivamente stese le sue critiche al nuovo programma – che vanno sotto il nome di “Critica al programma di Erfurt”. Il giudizio di Engels è assai meno severo nei confronti del nuovo programma rispetto al vecchio:

     «Il progetto attuale si distingue in modo molto vantaggioso dal programma che è stato in vigore fino ad oggi. Sono stati sostanzialmente eliminati i forti residui di una tradizione ormai superata – specificatamente lasalliana ma anche socialista-volgare – e per la sua parte teorica il progetto, nel complesso, è sul terreno della scienza attuale e come tale, quindi può essere discusso» (“Per la critica al progetto di programma del partito socialdemocratico”).

Ciò non toglie che Engels sia molto critico nei confronti di chi pensi di poter raggiungere il socialismo all’interno dello Stato prussiano.

     «È manifestamente privo di senso voler attuale la “trasformazione dei mezzi di lavoro in proprietà comune” sulla base di questa Costituzione e della divisione in staterelli da essa sanzionata, sulla base di un patto tra la Prussia e Reuss-Greiz-Schleiz-Lobenstein, dei quali l’uno ha tante miglia quadrate quanti pollici quadrati ha l’altro. Certo è pericoloso toccare questo tasto. Ma l’argomento, in un modo o nell’altro, va affrontato.
     «Quanto sia necessario lo sta dimostrando proprio ora l’opportunismo che è penetrato in una grande parte della stampa socialdemocratica. Sia per timore di un ripresa delle leggi antisocialiste, sia nel ricordo di tutte le varie dichiarazioni improvvidamente espresse quando quelle leggi erano in vigore, si afferma all’improvviso che l’attuale situazione legale in Germania dovrebbe essere sufficiente al partito per attuare per via pacifica tutte le sue rivendicazioni. Si dà ad intendere a se stessi ed al partito che “la società attuale si va avviando al socialismo”, senza domandarsi se essa non debba insieme, e altrettanto necessariamente, avviarsi a uscire dalla sua vecchia costituzione sociale e far saltare con la violenza questo suo guscio, come fa il granchio con il proprio; e come se, inoltre, in Germania non occorresse far saltare i ceppi di un ordinamento politico ancora per metà assolutistico ed indicibilmente confuso».

Engels avverte grandemente il pericolo opportunista e anticipa che nel futuro, senza un’adeguata preparazione rivoluzionaria il partito possa trovarsi impreparato nei momenti decisivi.

     «Una simile politica, alla lunga, non può che indurre in errore il partito. Si pongono in prima linea questioni politiche astratte, generiche, e si celano così le questioni concrete e più urgenti, quelle questioni che al primo grande avvenimento, alla prima crisi politica si pongono da sé all’ordine del giorno. Che altro può derivarne, se non il fatto che al momento decisivo il partito si trovi improvvisamente perplesso, che sui punti decisivi regnino la confusione e la discordia perché questi punti non sono mai stati discussi? (...)
     «Questo dimenticare i grandi principi fondamentali di fronte agli interessi passeggeri del momento, questi lottare e tendere al successo momentaneo senza preoccuparsi delle conseguenze che ne scaturiranno, questo sacrificare il futuro del movimento per il presente del movimento, può essere considerato onorevole, ma è e rimane opportunismo, e l’opportunismo “onorevole” è forse il peggiore di tutti».

Engels a questo punto dà due chiare indicazioni programmatiche: repubblica democratica e dittatura del proletariato.

     «Se vi è qualcosa di certo, è proprio il fatto che il nostro partito e la classe operaia possono giungere al potere soltanto sotto la forma della repubblica democratica. Anzi, questa è la forma specifica per la dittatura del proletariato, come già ha dimostrato la grande Rivoluzione francese (...)
     «Ebbene, sembra legalmente impossibile porre direttamente nel programma la rivendicazione della repubblica, sebbene ciò fosse ammissibile perfino sotto Luigi Filippo, in Francia, così come lo è oggi in Italia. Ma il fatto che in Germania non si possa neppure esporre un programma di partito apertamente repubblicano dimostra quanto sia enorme l’illusione di poter erigere qui la repubblica per una via comodamente pacifica, e non la repubblica soltanto, ma la società comunista.
     «Del resto, forse, si può soprassedere alla repubblica. Ma ciò che a mio giudizio si deve e si può introdurre, è la rivendicazione della concentrazione di tutto il potere politico nelle mani della rappresentanza popolare. E questo per il momento basterebbe, qualora non si possa andare più oltre».

Come sempre accadeva le indicazioni di Engels furono accolte solo in parte, la critica non venne pubblicata che nel 1900, parzialmente e, forse, sotto la revisione di Kautsky. Engels era ormai morto da 5 anni.

 

13) Un parto contraddittorio

La stesura definitiva del nuovo programma è redatta congiuntamente da Kautsky per la parte generale, che male si chiamò “programma massimo”, e da Bernstein per la parte rivendicativa, ugualmente mal detta “programma minimo”. Il programma risente della polemica apertasi nel partito fra riformisti e rivoluzionari e soprattutto è troppo ossequioso verso le leggi dell’Impero: non vi figurano né il fine della dittatura proletaria, né la rivendicazione contingente della repubblica democratica e neppure viene accolta la rivendicazione della “concentrazione di tutto il potere politico nelle mani della rappresentanza popolare”.

Ad Erfurt nel 1891 fu definitivamente approvato il nuovo programma, e passò alla storia come il programma socialdemocratico per antonomasia, influenzando i partiti socialisti di tutto il mondo; rimase in vigore fino al 1914.

Lo scontro polemico fra riformismo e comunismo non poteva non apparire nella divulgazione che fu fatta da Kautsky del programma di Erfurt. In questo scritto Kautsky metteva in evidenza le sue caratteristiche peculiari: finché non divenne il “rinnegato” le sue formulazioni teoriche erano coerenti col marxismo, però quando si trattava di tirare delle conseguenze tattiche, che impegnassero il partito in un’azione ben precisa, Kautsky lasciava sempre aperte tutte le possibilità. Facendo ciò veniva tranquillizzata sia la sinistra, che vedeva almeno affermati i teoremi fondamentali della rivoluzione, sia la destra che, anche se spesso messa a tacere, di fatto mai vide impedita la sostanza della propria azione. Kautsky stava nel mezzo fra la corrente rivoluzionaria e la destra smaccatamente riformista.

Ma si badi bene, è molto difficile, specialmente negli scritti dell’altro secolo, riscontrare posizioni opportunistiche in Kautsky: egli teorizzava l’impasse di fondo della Seconda Internazionale, che non riuscì mai correttamente a far collimare una sufficiente salvaguardia dei principi e delle teoria con un’altrettanto coerente impostazione dell’azione pratica.

Del resto lo stesso Kautsky, che nella Seconda Internazionale gode la fama di teorico dell’ortodossia marxista, e come tale è sempre chiamato a dirimere gli scontri fra revisionisti e rivoluzionari, ha perfettamente coscienza che nell’SPD ci sia una discussione in corso; e pare essere convinto che solo la storia a venire potrà sciogliere i quesiti in discussione. Il guaio è che il dibattito non è solo sulla tattica ma anche sugli stessi principi.


14) Un piano di riforme

Il programma di Erfurt dice chiaramente che la classe operaia dovrà conquistare il potere politico – del resto ogni partito ha nel proprio programma un tale obiettivo – ma non dice mai come:

     «La lotta della classe operaia contro lo sfruttamento capitalistico è necessariamente una lotta politica. La classe operaia non può condurre le sue lotte economiche e sviluppare la propria organizzazione economica senza diritti politici. Non può ottenere il passaggio dei mezzi di produzione al possesso della collettività senza essere entrata in possesso del potere politico. Compito del Partito socialdemocratico è di dare un carattere cosciente e unitario a questa lotta della classe operaia e di indicarle la sua meta necessaria per legge naturale».

Per quanto poi riguarda la parte contingente, il Programma si suddivide in una parte di rivendicazioni di riforme, la cui attuazione riguarda tutta la società, e una parte di rivendicazioni operaie di tipo sindacale. Le riforme sono presentate come programma popolare da attuarsi sotto la direzione del proletariato:

     «Fin dall’inizio la socialdemocrazia è con tutto il suo essere un partito internazionale. Presenta però allo stesso tempo anche la tendenza a divenire sempre più un partito nazionale, cioè un partito popolare, nel senso che diviene rappresentante non solo degli operai salariati dell’industria ma anche di tutti gli strati dei lavoratori sfruttati, quindi della grande maggioranza della popolazione complessiva, di ciò che comunemente si chiama “popolo” (...) La socialdemocrazia rappresenta gli interessi di tutta la “piccola gente” non solo nel futuro ma anche già nella società di oggi. Il proletariato, quale infimo dei ceti sfruttati, non si può liberare dallo sfruttamento e dall’oppressione senza distruggere ogni sfruttamento ed ogni oppressione. È quindi il loro nemico più acerrimo, in qualsiasi forma essi appaiono, ed è l’avanguardia di tutti gli sfruttati ed oppressi».

Dell’alleanza con le mezze classi si discusse un po’ in tutti i partiti europei nell’ultimo decennio del XIX secolo. Da un punto di vista teorico tale dibattito era perfettamente coerente con le posizioni del marxismo per i seguenti motivi:
 - Pur essendosi ormai affermato il capitalismo alla scala europea, rimanevano nella società i retaggi formali di dominazioni pre-capitaliste: imperi sopranazionali, aristocrazia al potere.
 - Il capitalismo attraversava una fase di sviluppo in cui poteva concedere delle “briciole” sia al proletariato sia alla piccola borghesia, contadina e artigiana.
 - La piccola borghesia produttrice era una parte consistente nella società e, specialmente i contadini, avevano interessi contrastanti contro i grandi proprietari terrieri, i quali non avevano del tutto compiuto – salvo che in Inghilterra e in Francia – la loro trasformazione da feudatari in borghesi, formando perciò un centro reazionario, antidemocratico e totalitario.
 - La piccola borghesia era disposta a lottare in senso progressivo contro eventuali colpi di mano della reazione. Essa credeva sempre di più nella democrazia e nella costituzione, delle quali allora il proletariato poteva servirsi per rafforzarsi in vista dello scontro decisivo.

E in tutta l’Internazionale fu soprattutto nel partito tedesco che si pose con maggior impellenza la necessità di conquistate le mezze classi al socialismo.


15) Le riforme politiche

Nei due primi paragrafi sono contenute richieste istituzionali:

     «1) Suffragio universale ed uguale con votazione segreta per tutti i cittadini dell’Impero superiori ai vent’anni, senza differenza di sesso, per tutte le elezioni e votazioni. Sistema elettivo proporzionale; e fino alla sua introduzione nuove suddivisioni legali delle circoscrizioni elettorali dopo ogni censimento. Periodi legislativi biennali. Elezioni e votazioni nei giorni festivi legali. Compenso per i rappresentanti eletti. Eliminazione di ogni limitazione dei diritti politici eccetto che nel caso di privazione penale.
     «2) Legislazione diretta attraverso il popolo per mezzo del diritto di proposta e di rigetto. Autodeterminazione e autoamministrazione del popolo nell’Impero, Stato, provincia e comune. Elezione dei funzionari da parte del popolo e responsabilità e perseguibilità di essi. Controllo annuale delle tasse».

Nei rimanenti 8 paragrafi del Programma sono elencate le riforme da ottenere per il miglioramento delle condizioni popolari. In ogni paragrafo vengono affrontate e risolte all’interno del diritto positivo le questioni che angustiano la società tedesca. Sono perciò toccati: al punto 3 l’antimilitarismo; al punto 4 i diritti civili; al punto 5 la questione femminile; al punto 6 la separazione della Chiesa dallo Stato; al punto 7 il diritto allo studio; al punto 8 la riforma della giustizia; al punto 9 la previdenza contro le malattie; al punto 10 l’equità fiscale.

     «3) Istruzione militare generale. Milizia popolare al posto degli eserciti attuali. Decisioni sulla guerra e la pace attraverso la rappresentanza popolare. Composizione di tutti i conflitti internazionali per vie arbitrali.
     «4) Abolizione di tutte le leggi che limitano od opprimono la libertà di espressione e il diritto di riunione ed associazione.
     «5) Abolizione di tutte le leggi che danneggiano la donna nei rapporti di diritto pubblico e privato nei confronti dell’uomo.
     «6) Dichiarazione della religione come questione privata. Abolizione di ogni impiego di mezzi pubblici per scopi ecclesiastici e religiosi. Le comunità ecclesiastiche e religiose devono essere considerate associazioni private che risolvono in modo completamente indipendente le loro questioni.
     «7) Universalità della scuola. Frequenza obbligatoria delle scuole popolari pubbliche. Gratuità dell’insegnamento, dei mezzi didattici e del vitto nelle scuole popolari pubbliche, come anche negli istituti di istruzione superiore per quegli scolari e scolare che in base alle loro capacità saranno ritenuti idonei per un’ulteriore istruzione.
     «8) Gratuità dell’amministrazione della giustizia e della assistenza legale. Sentenze di giudici eletti dal popolo. Appello nelle cause penali. Indennizzo agli accusati, arrestati e condannati innocenti. Abolizione della pena di morte.
     «9) Gratuità delle prestazioni mediche inclusa l’assistenza di parto e medicinali. Gratuità dei funerali.
     «10) Tasse progressive sul reddito e sulla proprietà per la copertura di tutte le spese pubbliche fin dove debbano essere coperte dalle tasse. Obbligo dell’autovalutazione delle tasse. Tassa di successione progressiva secondo le dimensioni dell’eredità e secondo il grado di parentela. Eliminazione di tutte le imposte indirette, dogane o altre misure economico-politiche che sacrificano gli interessi della comunità agli interessi di minoranze privilegiate».

 

16) Le richieste sindacali

Successivamente il programma di Erfurt passa a considerare le rivendicazioni sindacali:

     «Il Partito socialdemocratico tedesco esige inoltre a protezione della classe operaia:
     «1) Una legislazione di protezione del lavoro efficace sul piano nazionale e internazionale sulle seguenti basi: Determinazione di una giornata lavorativa normale al massimo di 8 ore. Divieto di attività lavorativa per i bambini sotto i 14 anni. Divieto del lavoro notturno eccetto che nei rami industriali che, per il loro carattere, richiedano il lavoro notturno per ragione tecniche oppure per ragioni di sicurezza. Una pausa di riposo ininterrotta di almeno 36 ore per ogni settimana per ogni lavoratore. Divieto del sistema di pagamento in natura.
     «2) Controllo di tutte le imprese industriali, regolamento dei rapporti di lavoro nelle città e nella campagna attraverso un Ufficio del Lavoro dell’Impero, di Uffici del Lavoro regionali e di Camere del Lavoro. Igiene aziendale efficace.
     «3) Equiparazione legale dei lavoratori agricoli e dei domestici con gli operai industriali; abolizione del regolamento della servitù.
     «4) Sicurezza del diritto di associazione.
     «5) Assunzione dell’intero sistema di assicurazione sul lavoro da parte dell’Impero con partecipazione determinante dei lavoratori alla sua amministrazione».

Un tale programma rivendicativo non esce dai confini delle istituzioni vigenti, pur tuttavia rappresenta un buon programma contingente per la classe operaia. Sarebbe un buon programma sindacale anche oggi – fatti i dovuti aggiornamenti – perché la borghesia occidentale non ha ancora interamente concesso tutto ciò ai lavoratori, e qualora lo ha fatto, parzialmente, spesso se lo è rimangiato. Allo stesso tempo le borghesie dei paesi in via di sviluppo capitalistico sono ben lontane dal voler concedere tutto ciò.


17) L’equivoco riformista

Possiamo fare alcune considerazioni sul “programma minimo”. Innanzi tutto molte delle riforme richieste dal programma di Erfurt sono oggi formalmente accettate nelle costituzioni borghesi. Allora si trattava di una serie di obiettivi che, qualora fossero stati ottenuti, avrebbero portato al suo compimento la rivoluzione borghese e migliorato le condizioni di vita del popolo, nel senso voluto da Engels. Ma ciò non veniva esplicitamente inteso, tanto che molti videro tale insieme di riforme come il vero e unico programma del proletariato, attraverso il quale si intendeva passare dalla società di allora al socialismo. In realtà questo è il programma invariante della socialdemocrazia di ieri e di oggi, anche se l’opportunismo odierno è assai più viscido e senza nerbo, rispetto a quello della fine ‘800.

È evidente oggi che il “programma minimo”, benché quasi attuato dalla borghesia stessa, non muta in niente il dominio di classe inerente il modo di produzione capitalistico. In ciò sta la critica nostra allo stesso termine di “programma minimo”. Scrivemmo in Il Programma Comunista, 13/1967:

     «Il partito non può dividere il suo programma in due tronconi. Avremmo in tal caso un programma minimo di miglioramenti economici per gli operai ed un programma massimo di sovvertimento dell’ordine costituito da tenere in soffitta in attesa di tempi migliori; questo dualismo ucciderebbe il partito stesso in quanto partito rivoluzionario, perché ogni minimalismo deve implicitamente negare il concetto fondamentale dell’instabilità permanente della condizione operaia in regime capitalista e con ciò la necessità della rivoluzione, riducendo il programma massimo ad un artificio mistificatore per le masse
     «Ciò non vuol dire che noi agitiamo un programma massimo contro quello minimo. Sarebbe una caricatura del marxismo ovvero la sua riduzione ad un arbitrario rivoluzionarismo che affiderebbe la chiave della lotta di classe alla convinzione e alla volontà di fare la rivoluzione.
     «I marxisti autentici non hanno un programma minimo: il nostro programma è quello unico e invariante dell’abbattimento violento dello Stato borghese e dell’instaurazione della dittatura comunista. Ancorati ferramente a tale programma, i comunisti, di fronte ad una situazione oggettiva sfavorevole alla sua diretta e immediata applicazione, si foggiano un piano di intervento negli inevitabili scontri parziali tra il proletariato e la borghesia per portare nel corso della lotta strati sempre più vasti della classe alla consapevolezza della necessità di distruggere il capitalismo e per preparare le migliori condizioni soggettive all’urto supremo col nemico di classe».

L’apparente contraddizione fra le rivendicazioni contingenti proletarie ed i fini del comunismo non si risolve nella stesura di un “programma minimo” per il proletariato, quanto nella lotta per la difesa e il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro del proletariato stesso, miglioramenti che il partito sa e dice essere caduchi in questa società classista. L’aumento della paga, la diminuzione dell’orario, la difesa delle condizioni di vita e di lavoro sono obiettivi oggi come allora agitati dai comunisti. L’errore non sta nel lottare per ottenerli o nello stesso ottenerli, ma nel considerarli definitivamente acquisiti o preliminari all’organizzazione del proletariato in classe dominante. Nel nostro modo d’intenderli, la lotta sindacale per obiettivi contingenti diviene una “palestra d’allenamento allo scontro decisivo” e non un modo per trasformare gradualmente la società da borghese a socialista.


18) Il revisionismo di Bernstein

Bernstein redasse la cosiddetta parte minima del programma di Erfurt. Essa era teoricamente adeguata per l’epoca in cui era affermata e pertanto collimava col marxismo di sinistra. Ciò non toglie che fu proprio attraverso la pratica minimalista che l’opportunismo penetrò nel partito: bastò che il programma minimo divenisse un fine in sé, non più un mezzo per rafforzare il movimento proletario, e subito fu spezzato il filo rosso che univa il programma di Erfurt alla rivoluzione mondiale. Col tempo si accantonò sempre di più il programma massimo e si sbracò sui principi.

Il clima sociale di pacifica convivenza con la borghesia convinse sempre più i socialisti che fosse possibile accantonare la via violenta, per mutare progressivamente lo Stato borghese nello Stato sociale di tutti i cittadini, fra i quali la maggioranza proletaria avrebbe sempre di più fatto valere la propria forza e affermato i propri interessi. Il partecipare alle elezioni non fu più un modo per misurare periodicamente l’influenza del partito nelle masse, ma ben presto la via parlamentare delle riforme graduali divenne l’unica strategia pratica per raggiungere il socialismo. Fu così in pieno dimenticata la lezione di Marx e di Engels sul parlamentarismo rivoluzionario.

Kautsky salvava il fine e diceva che tutte le strade erano buone, sia quella violenta sia quella pacifica; W. Liebknecht salvava il fine ma vedeva solo mezzi pacifici per ottenerlo; Bernstein fu, forse, più conseguente dei due, partì dalla negazione dei mezzi rivoluzionari e giunse a mettere in discussione il fine stesso.

Bernstein è quello che si dice un opportunista conseguente, non gli piace la rivoluzione e lo dice chiaramente. Bernstein è convinto che il socialismo sia la piena attuazione della democrazia e pertanto arriva a negare tutto il marxismo, di cui pur si diceva discepolo. Indubbiamente si deve riconoscere a Bernstein il merito di dire con coraggio quello di cui la maggior parte dell’SPD era consciamente o inconsciamente convinta. Bernstein non era un fenomeno intellettuale, ma tirava le conseguenze teoriche dell’azione pratica di tutto il partito.

Perché l’SPD, soprattutto nei momenti del suo massimo fulgore, poggiava il proprio essere su tre perni: le Cooperative, soprattutto quelle di consumo; le Confederazioni sindacali; il gruppo parlamentare. Ebbene, tutta l’azione di questo apparato dell’SPD era gestita dalla destra. Legien era il capo del sindacato, Von Elm era il presidente delle cooperative di consumo, Ebert, Scheidemann e Franck erano largamente influenti nel gruppo parlamentare. Tutti questi uomini erano di destra e apertamente rifiutavano la strada rivoluzionaria.

Dunque Bernstein non fu altro che la “cattiva coscienza” dell’SPD; anche se da buon opportunista non arrivò mai a negare completamente il marxismo, ma solamente a spogliarlo di tutto ciò che fosse, a suo dire, utopistico. A Bernstein non interessava che la pratica: «Il movimento era tutto, il fine nulla». Egli era solito affermare:

     «Al di là dei principi generali, non mi sono mai interessato troppo del futuro: non sono mai stato capace di leggere l’avvenire. I miei pensieri e i miei sforzi vertono attorno ai compiti del presente e dell’immediato futuro, e delle prospettive lontane mi occupo solo in quanto mi ispirano un orientamento per una giusta azione nel presente».

 

19) Caratteri invarianti dell’opportunismo

Dal 1896 sulla Neue Zeit in una rubrica intitolata "Problemi del socialismo" Bernstein iniziò dal movimento reale a scardinare il marxismo. Secondo Bernstein il movimento aveva dimostrato che le riforme erano ottenibili, le progressive trasformazioni della società borghese dimostravano che le crisi erano ormai un lontano ricordo: non crisi e sovra-accumulazione, ma dolce crescita della produzione.

La sua era un’analisi storica in stridente contrasto col marxismo, sulla quale si costruiva una tattica contraria alla rivoluzione. Bernstein giunse a mettere in discussione i capisaldi teorici dell’economia comunista: il saggio del plusvalore non aveva alcun rapporto col livello alto e basso dei salari, era un concetto astratto, una costruzione intellettuale non verificabile nei fatti della vita quotidiana. Non era vero che il capitalismo si stava concentrando, anzi attraverso l’azionariato si distribuiva la proprietà ai piccoli capitalisti. Le mezze classi erano sempre più importanti e non erano proletarizzate dal processo di accumulazione. La miseria crescente era una balla! Le condizioni degli operai miglioravano sempre di più. Anche la teoria delle crisi era una mera opinione di Marx e di Engels, peraltro non dimostrabile. La via da seguire era quella delle riforme.

D’altronde la dittatura del proletariato era in contrasto per principio con la democrazia. La democrazia era la sola sostanza del socialismo. Non era vero che il proletariato non avesse patria, la sua azione era prettamente nazionale. Tutto in Marx era fasullo, anche il metodo. La dialettica era una chiacchiera: era Kant il filosofo di cui aveva bisogno l’SPD e non Hegel. Kant contro "cant", Kant contro la chiacchiera.

È nota la reazione di Kautsky e della Luxemburg al revisionismo. La replica fu una corretta reimpostazione della teoria marxista, che però – secondo l’equivoco oggettivamente insuperabile per tutta la Seconda Internazionale – non seppe, specialmente in Kautsky, rompere definitivamente col riformismo e specialmente sul terreno organizzativo del partito.

Bernstein fu battuto al congresso di Hannover, nel 1899 ma, nonostante i proclami del centro del partito – Liebknecht, Bebel e Kautsky – il bernesteinismo non fu messo alla porta. Bebel, che pure condannava l’eresia revisionista, disse chiaramente che Bernstein non era un compagno cattivo o un rinnegato. Bernstein prese atto della decisione del congresso e, nonostante dichiarasse apertamente di avere subito un’ingiustizia e di non volere mutare le proprie convinzioni, l’anno successivo, il 1900, fu eletto deputato al Reichstag con l’approvazione di tutto il partito. Rimase nell’SPD fino allo scoppio della guerra, votò i crediti di guerra, ma seguì Kautsky con gli Indipendenti (USPD) nel 1915.

Kautsky e Bernstein si trovarono così sempre nella stessa "trincea": entrambi già discepoli del vecchio Engels – coredattori del programma di Erfurt – attivi dirigenti dell’SPD, se pur in evidente polemica – si dichiararono entrambi contrari alla guerra – si ritrovarono nell’USPD dopo il tradimento dell’SPD – infine furono di nuovo insieme nell’SPD dopo la riunificazione.

 

20) La corretta reazione di sinistra al revisionismo

La sinistra della Socialdemocrazia tedesca seppe riaffermare la giusta impostazione marxista. È assai interessante che nella polemica contro Bernstein si riedifichi il ponte gettato da Engels fra il 1871 e l’epoca di guerra di classe aperta a venire. Nei momenti più lucidi della sua polemica antirevisionista Rosa Luxemburg risolve allo stesso modo di Engels l’antitesi apparente fra riforme e rivoluzione, anche se non coglie fino in fondo l’eccezionalità della condizione tedesca del tardo ’800 rispetto allo sviluppo della rivoluzione proletaria nella storia. Per Rosa le riforme sono solo un mezzo per raggiungere lo scopo della rivoluzione, nella prefazione ad un suo testo di polemica col revisionismo scrive:

     «Il titolo del presente scritto può di primo acchito sorprendere. Riforma sociale o Rivoluzione? Infatti, può la socialdemocrazia essere contro la riforma sociale? Oppure, può essa contrapporre la rivoluzione sociale, il rovesciamento dell’ordine esistente, che costituisce il suo scopo finale, alla riforma sociale? Certamente no. Per la socialdemocrazia, la lotta pratica quotidiana per riforme sociali, per il miglioramento della condizione del popolo lavoratore ancora sul terreno della sopravvivenza, per le istituzioni democratiche costituisce piuttosto l’unica via per guidare la lotta di classe proletaria e per cercare di raggiungere lo scopo finale, la presa del potere politico e la soppressione del sistema salariale. Per la socialdemocrazia, tra la riforma sociale e la rivoluzione sociale esiste un nesso inscindibile, giacché per essa la lotta per la riforma sociale è il mezzo, ma la rivoluzione sociale è lo scopo».

Più precisamente noi oggi capovolgiamo la formula “le riforme per la rivoluzione” in “la rivoluzione per le riforme”, cioè le riforme le faremo dopo.

Allo stesso tempo Rosa Luxemburg filotempista si ricollega alla storica posizione che Engels aveva espresso un lustro prima.

     «In una parola, la democrazia è indispensabile non perchè rende superflua la conquista del potere politico da parte del proletariato, ma, al contrario, perchè rende tanto necessaria quanto possibile questa presa del potere. Quando Engels, nella sua prefazione alle Lotte di Classe in Francia, rivedeva la tattica del movimento operaio odierno e contrapponeva alle barricate la lotta legale, trattava – e questo appare chiaro da ogni riga della prefazione – non del problema della conquista definitiva del potere politico, ma di quello della lotta quotidiana, non del comportamento del proletariato nei confronti dello Stato capitalistico nel momento della presa del potere statale, ma del suo comportamento nel quadro dello Stato capitalistico. In una parola, Engels dava direttive al proletariato dominato e non al proletariato vincitore.
     «Viceversa, la nota frase di Marx sulla questione delle terre in Inghilterra, alla quale del pari Bernstein si richiama, “ce la caveremmo probabilmente a buon mercato se comprassimo all’ingrosso i landlords”, non si riferisce all’atteggiamento del proletariato prima della sua vittoria, ma dopo la vittoria. Poiché di questo “acquisto all’ingrosso” delle classi dominanti si può evidentemente parlare solo quando la classe operaia è al governo. Ciò che Marx qui prende in considerazione come possibile è l’esercizio pacifico della dittatura proletaria e non la sostituzione della dittatura con le riforme sociali capitalistiche.
     «La necessità stessa della presa del potere politico da parte del proletariato era, tanto per Marx quanto per Engels, in ogni tempo, fuori discussione».


21) L’antimilitarismo

L’antimilitarismo fu la tattica internazionale per eccellenza, di esso si discusse a più riprese in quasi tutti i congressi della Seconda Internazionale. In effetti man man che si agitavano i venti di una guerra mondiale le sezioni dell’Internazionale si trovavano sempre più concordi nella necessità di proclamare uno sciopero generale simultaneo all’atto della dichiarazione di guerra. L’antimilitarismo nel suo complesso fu definito al congresso di Stoccarda del 1907. Analizzando la risoluzione di Stoccarda è possibile dividerla in due parti. La prima ricalca ciò che abbiamo trovato scritto nel programma di Erfurt al punto 3 delle richieste politiche, o programma minimo.

     «Le guerre stanno nell’essenza del capitalismo, e cesseranno soltanto quando sarà soppresso il sistema capitalistico, ovvero quando la grandezza dei sacrifici d’uomini e di danaro, resi necessari dallo sviluppo della tecnica militare, e la rivolta provocata dagli armamenti, avranno spinto i popoli a togliere di mezzo quel sistema.
     «Il Congresso considera quindi dovere della classe operaia e dei suoi rappresentanti nei Parlamenti di combattere con tutte le forze gli armamenti di terra e di mare, segnalando il carattere di classe del regime borghese e il movente che spinge a conservare gli antagonismi nazionali, di rifiutare tutti i mezzi per una tale politica, e insieme di adoperarsi affinché la gioventù operaia venga educata nello spirito della fratellanza dei popoli e del Socialismo e affinché le venga inculcata la coscienza di classe.
     «l Congresso vede nell’organizzazione democratica dell’esercito, nella milizia di popolo, invece dell’esercito permanente, una garanzia reale che rende impossibile le guerre aggressive e faciliti la scomparsa degli antagonismi nazionali.
     «L’Internazionale non è in grado di rinchiudere in rigide formule le azioni della classe operaia contro il militarismo, naturalmente diverse nei diversi paesi, secondo il tempo e l’ambiente. Ma essa ha il dovere di intensificare e di coordinare il più possibile gli sforzi della classe operaia contro il militarismo e contro la guerra».

In tutta questa prima parte si gioca sulla convinzione che sia il popolo che, in definitiva, decide se si debba o non si debba ingaggiare una guerra. Tale modo di porre la questione, che solo alla luce degli eventi del 1914 si dimostrò una illusione, poggiava su ciò che era accaduto in tutto l’800. È innegabile che tutte le guerre europee da Napoleone I a Napoleone III furono guerre "popolari". Guerre di tipo risorgimentale, in cui la borghesia, con alterna fortuna, affermò il proprio dominio nei vari Stati nazionali, spesso grazie a veri plebisciti popolari.

È altrettanto evidente che le guerre in Europa erano finite nel 1871, da allora nessuna guerra aveva toccato il continente. Guerre c’erano state sì, ma al di fuori dell’Europa, guerre coloniali di tipo imperialistico, non guerre imperialistiche fra Stati imperialisti, come la grande guerra mondiale che si stava preparando. Perciò era idea diffusa che fosse il popolo, in definitiva, che decidesse se fare o no la guerra.

Una tale convinzione è ribadita nel concetto che «sotto la pressione del proletariato, si potrà seriamente sostituire l’opera dei tribunali arbitrali ai miseri tentativi dei governi borghesi, e così si potrà assicurare ai popoli il beneficio del disarmo, il quale permetterà di applicare alla causa della civiltà le immense risorse di danaro e di energia, che vengono inghiottite dagli armamenti militari e dalle guerre». Cioè pace e disarmo, le due tipiche richieste dell’antimilitarismo legalitario.

Prosegue la parte più famosa della risoluzione, quella dovuta alla sinistra internazionale.

     «Se minaccia di scoppiare una guerra, le classi operaie dei paesi interessati e i loro rappresentanti nei Parlamenti sono obbligati, aiutati dall’azione coordinatrice del Bureau Internazionale, a fare ogni sforzo per impedire la guerra con tutti i mezzi che loro paiano più efficaci e che variano, naturalmente, secondo l’inasprimento della lotta di classe e della situazione politica generale».

Con "tutti i mezzi" è una formulazione che, come sempre nel campo tattico, lascia aperte troppe strade: dalla rivoluzione alla riforma dell’esercito.


22) Un ponte verso il disfattismo rivoluzionario

L’ultima parte della risoluzione è proiettata verso la tattica disfattista.

     «Nel caso, però, in cui la guerra scoppiasse è loro dovere intervenire per farla cessare presto e cercare, con tutte le loro forze, di sfruttare la crisi economica e politica provocata dalla guerra per scuotere il popolo e affrettare in questo modo la caduta del dominio della classe capitalista».

Con lo "sfruttare la crisi economica per affrettare la caduta del capitalismo" siamo in pieno disfattismo, siamo in presenza di un ribaltamento tattico fondamentale. Per la prima volta in Europa Centrale si dice praticamente di sabotare la guerra del proprio Stato. Era una ulteriore e definitiva emancipazione dei compiti proletari dalla solidarietà con la borghesia, dovuta dagli operai tedeschi nella "guerra difensiva" contro la Francia fino al 1871 e contro la Russia fino al 1890. Era una novità rispetto al dovere dei socialisti di partecipare alle guerre di sistemazione nazionale.

La formula marxista, nostra e di Lenin, era confermata dalla viva esperienza della rivoluzione russa del 1905, in cui la crisi provocata dalle sconfitte militari aveva fatto scricchiolare il regime zarista.

Non è contenuta nella risoluzione di Stoccarda la nozione di principio che la guerra in un regime imperialista si può impedire solo con atti rivoluzionari. La mozione dice che le guerre stanno nell’essenza del capitalismo e non cesseranno che nel socialismo: ma per quale via arrivarci, per quella riformista, graduale e pacifica, o per quella rivoluzionaria? Attraverso una lenta evoluzione o attraverso un cataclisma provocato dalla crisi del capitalismo? La risoluzione non lo dice.

Indubbiamente Stoccarda riflette nella sua risoluzione sulla guerra un dibattito al 1907 irrisolto fra riforme e rivoluzione. Un dibattito che dal campo teorico si sarebbe trasferito in quello pratico all’atto dello scoppio della guerra.

* * *


Dunque possiamo trarre la nozione che la Seconda Internazionale degenerò attraverso tattiche troppo aperte. Dapprima le riforme dovevano essere un mezzo per prepararsi alla rivoluzione: le due strade non divergevano. Nella misura in cui le riforme divennero il fine ultimo da raggiungere e si dimenticò di mantenere integro il futuro del movimento, i partiti iniziarono a prepararsi a qualcosa di diverso dell’uso del potere attraverso la violenza di classe. Il ritardo storico del movimento proletario sta in questa mancanza di preparazione rivoluzionaria dei partiti occidentali – dovuta al fatto che in Europa si pose allora all’ordine del giorno non la rivoluzione, ma il riformismo. La situazione oggettivamente non fu rivoluzionaria: Bernstein, cento volte battuto nelle risoluzioni dei congressi, nelle mozioni dell’Internazionale, risorgeva continuamente dalla pratica parlamentare, dalle concessioni date dalla borghesia all’aristocrazia operaia, dall’attività delle cooperative, dalla struttura degli apparati dei partiti socialdemocratici.

Scrivemmo nel 1945 in Natura, funzione e tattica del partito rivoluzionario della classe operaia:

     «Il revisionismo della Seconda Internazionale, che dette luogo all’opportunismo nella collaborazione ai governi borghesi, in pace ed in guerra, fu la manifestazione della influenza che ebbe sul proletariato la fase di sviluppo pacifico ed apparentemente progressivo del mondo borghese, nell’ultima parte del secolo XIX. Sembrò allora che l’espansione del capitalismo non conducesse, come era apparso nel classico schema di Marx, alla inesorabile esasperazione dei contrasti di classe e dello sfruttamento ed immiserimento proletario. Sembrava, fin quando i limiti del mondo capitalistico potessero estendersi senza suscitare crisi violente, che il tenore di vita delle classi lavoratrici potesse gradualmente migliorarsi nell’ambito stesso del sistema borghese.
     «Il riformismo in teoria elaborò questo schema della evoluzione senza urti dall’economia capitalistica a quella proletaria, e nella pratica con tutta coerenza affermò che il partito proletario poteva esplicare una azione positiva con realizzazioni quotidiane di parziali conquiste, sindacali, cooperative, amministrative, legislative, che diventavano altrettanti nuclei del futuro sistema socialista inseriti nel corpo di quello attuale, e che a mano a mano lo avrebbero trasformato nella sua totalità.
     «La concezione del compito del partito non fu più quella di un movimento che dovesse tutto far dipendere dalla preparazione di uno sforzo finale per attuare le massime conquiste, ma si trasformò in una concezione sostanzialmente volontaristica e pragmatistica, nel senso che l’opera di ogni giorno veniva presentata come una solida realizzazione definitiva, e contrapposto alla vacuità della passiva aspettazione di un grande successo futuro che dovesse sorgere dallo scontro rivoluzionario (...)

     «Per il revisionismo gradualista, è chiaro che, come veniva resa secondaria la massima realizzazione programmatica dell’azione del partito e messa in primo piano la conquista parziale e quotidiana, così veniva preconizzata la ben nota tattica di alleanza e di coalizione con gruppi e partiti politici che volta a volta consentissero nell’appoggiare le rivendicazioni parziali e le riforme del partito proletario.
     «Fin d’allora fu opposta a questa prassi la sostanziale obiezione che lo schieramento del partito a fianco di altri su di un fronte che divideva in due il mondo politico su determinati problemi che apparivano nella attualità del momento, conduceva di riflesso a snaturare il partito, ad annebbiare la sua chiarezza teorica, ad indebolire la sua organizzazione e a compromettere la sua possibilità di inquadrare la lotta delle masse proletarie nella fase della conquista rivoluzionaria del potere (...)

     «Il compito del partito, cosa apparentemente pacifica presso gli stessi socialisti dell’epoca classica, dovrebbe essere di conciliare l’intervento nei problemi e nelle conquiste contingenti con la conservazione della sua fisionomia programmatica e della capacità a portarsi sul terreno della lotta sua propria per la finalità generale ed ultima della classe proletaria. In effetti avvenne che l’attività riformistica non solo fece dimenticare ai proletari la loro preparazione classista e rivoluzionaria, ma condusse gli stessi capi e teorici del movimento a farne aperto gettito, proclamando che ormai non era più il caso di preoccuparsi di realizzazioni massime, che la finale crisi rivoluzionaria prevista dal marxismo si riduceva anch’essa ad utopia, e che ciò che importava era la conquista di ogni giorno.
     «Divisa comune dei riformisti e sindacalisti fu: “il fine è nulla, il movimento è tutto”.
     «La crisi di questo metodo si presentò imponente con la guerra. Questa distrusse il presupposto storico della sempre maggiore tollerabilità del dominio capitalistico, in quanto le risorse collettive accumulate dalla borghesia, ed in piccola parte devolute all’apparente miglioramento del tenore di vita economica delle masse, furono gettate nella fornace della guerra, e non solo svanirono nella crisi economica tutti gli effetti dei miglioramenti riformistici, ma le vite stesse di milioni di proletari furono sacrificate. Nel tempo stesso, mentre la parte ancora sana dei socialisti si illudeva che tale violento ripresentarsi della barbarie capitalistica avrebbe provocato il ritorno dei gruppi proletari da una posizione di collaborazione ad una aperta lotta generale sulla questione centrale della distruzione del sistema borghese, si ebbe invece la crisi e il fallimento di tutta o quasi tutta la organizzazione proletaria internazionale.
     «Lo spostamento del fronte di agitazione e di azione immediata, attuato negli anni della pratica riformista, si rivelò come una debolezza insanabile, poiché le finalità massime di classe risultarono dimenticate e incomprensibili per i proletari.
     «Il metodo tattico di accettare lo schieramento dei partiti in due coalizioni diverse secondo i paesi e le contingenze delle più svariate parole (per una maggiore libertà di organizzazione, per la estensione del diritto di voto, per la stalizzazione di alcuni settori economici, ecc. ecc.), fu ampiamente sfruttato nelle sue nefaste conseguenze dalla classe dominante, provocando quegli schieramenti politici dei capi del proletariato che costituirono la degenerazione social-patriottica».


(Continua)

 

 

 

 


Dall’archivio della Sinistra

 
Settima Sessione dell’Esecutivo Allargato dell’Internazionale Comunista
Ventesima seduta, 9 dicembre 1926, sera
 

Discorso di Trotsky

[ È qui ]