Partito Comunista Internazionale Indice - Numero precedente - Numero successivo
"COMUNISMO" n. 23 - Maggio Agosto 1987
CONTRO IL FALSO NEUTRALISMO DELLA SCIENZA LA VIA DIRITTA DELLA LOTTA DI CLASSE
ORIGINI E STORIA DELLA CLASSE OPERAIA INGLESE (continua dal n.21) - La rivoluzione borghese
Appunti per la storia della Sinistra [RG36 ]: CRISI E DEGENERAZIONE DEL PARTITO COMUNISTA RUSSO (continua dal n.21): I risultati della NEP - Capitolazione diplomatica - Il socialismo in um solo paese - La battaglia della sinistra Russa - La piramide capolvolta: Internazionale-Partito-Stato
– Dall’Archivio della Sinistra:
    
Settima Sessione dell’Esecutivo Allargato dell’Internazionale Comunista
     
Discorso di Kamenev
 
 
 
 
 
 

Contro il falso neutralismo della scienza la via diritta della lotta di classe

[ è qui ]

 

 


Origini e storia della classe operaia inglese
(continua dal numero 21)

Rapporti esposti alle riunioni del partito dal gennaio 1986 al gennaio 1989

La rivoluzione borghese

[ è qui ]


 
 
 
 
 
 
 
 
 

Appunti per la storia della sinistra
Crisi e degenerazione del partito comunista russo

(segue dal numero 21)

Esposto alla riunione generale del settembre 1986.

I risultati della N.E.P.

Con il superamento della “crisi delle forbici” nell’autunno del 1923, la produzione, specie quella agricola, si avvicinò nel biennio 1924/26 ai livelli del 1913. Lo scopo più immediato che stava a fondamento della NEP poteva dirsi dunque raggiunto: lo spettro della carestia e della fame erano pressoché scongiurati e, di conseguenza, anche quello di eventuali rivolte contadine, che avrebbero messo in dubbio la solidità del potere proletario.

Un tale pericolo non era tuttavia completamente assente nel 1924 poiché, dopo gli eccellenti raccolti del 1922 e del 1923, le speranze di un nuovo favorevole raccolto nel 1924 andarono in parte deluse, nonostante che proprio nella primavera di quell’anno il rapporto prezzi agricoli-prezzi industriali avesse raggiunto il valore del 1914. Fin dall’agosto si andò delineando una tendenza da parte dei contadini benestanti a non vendere i cereali eccedenti sul mercato libero, pur essendo i prezzi dell’agosto 1924 superiori a quelli dell’agosto 1923 di ben il 100%. I contadini ricchi, che secondo le statistiche di allora erano appena 1 milione (il 4%) contro 10 milioni di contadini poveri (il 45%) e 11/12 milioni di contadini medi (il 51%), non solo non vendevano i cereali sul mercato libero, ma opponevano ogni tipo di resistenza anche nei confronti dello Stato, che riuscì a raccogliere solo 118 milioni di pud di cereali contro i 380 previsti. Le conseguenze di tale accaparramento da parte dei contadini ricchi erano non solo l’aumento dei prezzi (nel novembre 1924 il prezzo di 1 pud di cereali erano 85 copechi, nel dicembre dello stesso anno 102 e nel maggio 1925 ben 206), ma anche una notevole forza politica, che si esprimeva nel ricatto verso le città e dunque verso gli operai.

Una tale situazione era dunque favorevole solo ai contadini ricchi e ciò alimentava il malcontento non solo nelle città ma anche nelle campagne, dove la stragrande maggioranza di contadini poveri e medi continuava a versare in condizioni estremamente disagiate.

Era il terreno favorevole per alimentare rivolte contadine contro il potere sovietico, come accadde proprio nell’autunno del 1924 in Georgia. Il pericolo di nuove carestie come negli anni precedenti la NEP era scongiurato, ma era necessario prendere immediati provvedimenti a favore della gran massa di contadiname. Alla XVI conferenza del Partito, il 27 aprile 1925, fu Bucharin ad illustrare la necessità di nuove misure filo-contadine necessarie «per rimuovere e possibilmente eliminare molte restrizioni che sono di freno allo sviluppo dell’azienda contadina». Fu l’occasione in cui lo stesso Bucharin lanciò il famoso slogan:

     «Ai contadini, a tutti i contadini, noi dobbiamo dire arricchitevi! sviluppate le vostre aziende»

slogan che, pur concedendo ai contadini ricchi per continuare a fare i loro interessi a dispetto di tutti i controlli statali, non debordava ancora dai principi informatori della NEP, come meglio vedremo successivamente. Bucharin riteneva sufficiente resistere alla fondamentale richiesta che proveniva soprattutto dai contadini ricchi, quella della proprietà della terra, o almeno di sufficienti garanzie del suo possesso, a sostegno della quale si citava il provvedimento deliberato in Ucraina dal Soviet locale fin dal dicembre del 1920 che garantiva il possesso della terra fino a 9 anni. Accogliere tali richieste avrebbe significato negare il principio di fondo della nazionalizzazione della terra e del monopolio statale del commercio estero, principi tra di loro strettamente collegati e ai quali Bucharin mai venne meno.

Furono invece prese tre importanti decisioni:
    - l’imposta agraria fu ripartita non secondo il valore del prodotto, ma secondo l’estensione della terra coltivata. Erano sfavoriti i contadini poveri e privi di mezzi, che non riuscivano ad ottenere il prodotto medio, ma favoriva l’incremento della produzione;
    - fu emanato un decreto che permise alle aziende contadine di assumere lavoratori agricoli salariati;
    - fu emesso un decreto che legalizzò l’affittanza della terra. Si trattava di una pratica ormai largamente usata secondo la quale i contadini poveri e senza mezzi concedevano per pochi copechi il diritto di sfruttamento della terra loro concessa ai contadini più ricchi per i quali poi lavoravano come salariati.

La legalizzazione dell’affittanza della terra e la possibilità di assumere lavoratori agricoli salariati non fecero quindi altro che accentuare fenomeni già largamente esistenti; ma fu anche per queste agevolazioni che il raccolto del 1925 fu eccellente: dal raccolto di 2.800 milioni di pud avuto nel 1924 si passò al quello di 4.400 milioni nel 1925, e così fu raggiunto addirittura l’80% del raccolto del 1913. Il raccolto fu talmente buono che, nella previsione che si sarebbero potute incontrare delle difficoltà per collocarlo tutto sul mercato, tale da far temere una nuova forbice dei prezzi, fu emanato un provvedimento che fissava un prezzo minimo dei cereali ed impegnava lo Stato ad effettuare forti acquisti nel caso di eccedenze invendute. Tale provvedimento rassicurò talmente i contadini, e soprattutto quelli ricchi, che, per spingere il più possibile in alto i prezzi sul libero mercato, continuarono a rifiutarsi di vendere i cereali, provocando il fenomeno opposto a quello temuto nel rapporto dei prezzi tra agricoli ed industriali.

Si tratta di un esempio significativo delle difficoltà di controllare da parte dello Stato sovietico lo sviluppo dell’economia agricola; l’efficacia del controllo era infatti condizionata da una esigenza opposta; quella di favorire lo sviluppo di una economia che in buona parte si trovava ancora ad un livello precapitalistico e che prosperava proprio nell’assenza di ogni controllo.

Fra le maglie di queste esigenze contraddittorie, in questi anni, erano sempre i contadini ricchi ad avvantaggiarsi tanto che già alla fine del 1925 e durante il 1926 furono prese notevoli misure antikulak e lo stesso Bucharin si convinse di dover ritirare il suo slogan “arricchitevi”. Per stabilire l’equilibrio tra agricoltura e industria fu deciso l’aumento dei prezzi dei beni industriali e furono imposti inasprimenti fiscali a carico dei contadini ricchi: si trattava pur sempre di misure atte a favorire lo sviluppo del capitalismo in agricoltura, ma tali che non avrebbero avvantaggiato solo i kulak e quindi non avrebbero provocato l’ostilità della gran massa contadina nei confronti dello Stato sovietico: da qui l’appoggio dei contadini medi allo Stato russo.

All’interno del Partito si fece nuovamente strada l’idea che in fondo la tesi preferita dalla sinistra, quella della industrializzazione e della sua estensione anche all’agricoltura, era giusta, tanto che nell’aprile del 1926 lo stesso Stalin poteva affermare che la politica filo-contadina degli anni precedenti aveva comportato degli eccessi e che pertanto era necessario fare ogni sforzo per favorire la preventiva industrializzazione.

Tuttavia la situazione era disperata: nel 1922 in tutta l’URSS c’erano 1.500 trattori di cui solo un quarto funzionanti, nel 1923 ne furono importati dagli USA alcune centinaia e nel 1924 ne furono ordinati 1.000. Solo all’inizio del 1925 furono compiuti tentativi per produrre trattori nelle fabbriche russe. La misure prese con la NEP, come favorivano in agricoltura i kulak, così nell’industria favorivano quella leggera, poiché in questo settore era possibile produrre con profitto e con capitali limitati. Dunque se si voleva invertire la tendenza in politica agricola, lo si doveva fare anche nella politica industriale: al XIV congresso del Partito (dicembre 1925) fu sottolineato che l’obiettivo fondamentale della politica economica doveva diventare l’espansione dell’industria pesante.

Tuttavia si doveva fare i conti con una netta insufficienza di mezzi finanziari: nell’autunno del 1924 la direzione centrale dell’industria elettrotecnica aveva proposto un piano annuale di produzione con un aumento del 55% rispetto all’anno precedente, ma il problema più difficile era quello del finanziamento a lungo termine, che si tentò di risolvere con l’emissione di un prestito statale di 300 milioni di rubli. Però non furono trovate sottoscrizioni volontarie sufficienti e quindi fu lo Stato stesso a farsene garante verso le banche.

Nonostante tutte le difficoltà, nel biennio 1924-26 salirono, insieme alla produzione agricola, anche la produzione industriale. In termini di rubli anteguerra, rispetto al precedente periodo 1922-23 si salì da 2.627 milioni a 4.000 milioni ed anche la produzione dei beni capitali passò da 820 a 1312 milioni, mentre quella del ferro e dell’acciaio fu quasi raddoppiata. Rispetto alla produzione in valori del 1913, la produzione tessile era al 66%, quella del sale al 57%, dei fiammiferi all’85%, delle sigarette – purtroppo – al 102%, del carbone al 55%, del petrolio al 76%, del ferro al 23,8%, della ghisa al 31%, dell’acciaio al 43,8% e dei laminati al 38%. Per la fine dell’anno 1926 si pronosticava un aumento complessivo del 46% e per le industrie metallurgiche ed elettriche rispettivamente del 63% e del 73%, obiettivi che furono quasi raggiunti.

Anche i dati industriali dunque dimostravano che il pericolo di un crollo di tutta la macchina produttiva era superato: in questo senso dunque la NEP aveva dimostrato tutta la sua efficacia.

Ma questo era solo un aspetto della NEP. L’altro era: lo sviluppo capitalistico dell’economia russa avrebbe o no compromesso i caratteri essenziali dello Stato sovietico? Avrebbe snaturato o no la dittatura del proletariato? Paradossalmente, l’adesione della destra del Partito alle necessità dell’industrializzazione che la sinistra aveva sempre sostenuto, invece di ricostituire l’unità e la compattezza del Partito come garanzie del mantenimento della linea rivoluzionaria, fu l’origine della completa degenerazione del Partito stesso e della conseguente controrivoluzione staliniana.

Il XVI congresso del Partito (dicembre 1925) fu il congresso della industrializzazione, cavallo di battaglia della sinistra ormai sconfitta. Ma la destra scoprì che l’industrializzazione era sinonimo di “costruzione del socialismo” e su tale bestemmia si ricostituì l’alleanza Stalin-Bucharin. Ormai è chiaro che si tratta di uno scontro tra principi diversi e dunque anche tra fini e idealità diverse; in una parola tra Partiti diversi, e non per nulla nel corso del 1926 la sinistra di Trotzki e quella di Kamenev e Zinoviev si ritroveranno unite e insieme condurranno l’ultima valorosa battaglia per la difesa dell’Ottobre e del comunismo rivoluzionario.

Al congresso Bucharin dichiarò:

     «Siamo arrivati alla conclusione che potremo costruire il socialismo anche su questo basso livello tecnologico (...) che andremo avanti a passo di lumaca, ma che ugualmente saremo in grado di costruire il socialismo, e lo costruiremo».

Trotzki stesso parlò a favore della risoluzione del congresso sulla industrializzazione, a dimostrazione di quanto fosse difficile decifrare quei cruciali avvenimenti dal loro interno.

Una parte importante nella ripresa della produzione industriale l’ebbero anche le industrie private. Una commissione del 1926 riferì che in quelle condizioni era inevitabile l’esistenza di un certo gruppo di industriali e commercianti privati e che il compito dello Stato era quello di utilizzare gli elementi produttivi in modo pratico al fine di espandere la produzione e di ridurre i costi.

Un decreto del 10 settembre 1924 stabilì che era possibile affittare imprese a privati capaci e per un periodo massimo di 12 anni. Si trattava quasi sempre di piccole imprese nel ramo dell’industria leggera, tuttavia nel 1924 le imprese affittate a privati erano il numero considerevole di 6.500, di cui il 30% nel settore alimentare e il 24% nel cuoio. Nella regione industriale di Mosca nel 1925 la industria privata occupava un numero di operai superiore del 36% rispetto all’anno precedente e impiegava il 13% di tutti gli operai occupati nella zona. Queste imprese o fallivano, oppure avevano successo e allora venivano inglobate nell’industria di Stato.

In tal modo era lo Stato a controllare il capitale privato o era l’inverso? Questo era il nodo cruciale che Lenin aveva raccomandato di non dimenticare mai.

Da Lenin, "La NEP e i centri per l’educazione politica" 17 ottobre 1921:

     «Chi vincerà: il capitalismo o il potere sovietico? Ecco in che cosa consiste tutta la guerra attuale: chi vincerà? Chi saprà approfittare prima della situazione? Il capitalista, al quale noi stessi apriamo la porta e perfino alcune porte (e molte porte che noi non conosciamo si aprono a nostra insaputa e contro di noi), oppure il potere statale proletario? Su quale appoggio economico può contare questo potere? Da un canto, sul miglioramento delle condizioni della popolazione. A questo proposito dobbiamo ricordare i contadini. È indiscutibile, e chiunque lo può vedere, che, nonostante un flagello spaventoso come la carestia, un miglioramento della situazione della popolazione, nonostante il flagello di cui sopra, si è avuto proprio in seguito al mutamento della nostra politica economica.

     «D’altro canto, se il capitalismo otterrà dei successi, anche la produzione industriale aumenterà, e insieme con essa aumenterà il proletariato.

     «Il problema è tutto qui: chi arriverà prima? Riusciranno i capitalisti a organizzarsi per primi? In questo caso cacceranno i comunisti, e questo sarà la fine di tutto. Bisogna vedere le cose come sono: chi avrà il sopravvento? Oppure il potere statale proletario, appoggiandosi ai contadini, dimostrerà di essere capace di tenere ben ferme la redini al collo dei signori capitalisti, per guidare il capitalismo lungo la via tracciata dallo Stato e creare un capitalismo subordinato allo Stato e posto al suo servizio.

     «Non dobbiamo contare di passare direttamente al comunismo. Bisogna costruire sulla base dell’interesse personale del contadino. Ci dicono: “L’interesse personale del contadino significa la rinascita della proprietà privata”. Ma noi non abbiamo mai ostacolato la proprietà privata dei mezzi di consumo e degli strumenti di lavoro dei contadini. Noi abbiamo abolito la proprietà privata della terra, ma il contadino ha lavorato senza la proprietà privata della terra, ad esempio, su una terra presa in affitto. Questo sistema esisteva in numerosi paesi.

     «Dal punto di vista economico non c’è in questo niente di impossibile. La difficoltà sta nel creare l’interesse personale. Bisogna saperlo destare anche in ogni specialista, affinché si interessi allo sviluppo della produzione.

     «O il potere proletario organizzato, gli operai d’avanguardia e una piccola parte di contadini d’avanguardia comprenderanno questo compito e sapranno organizzare intorno a sé un movimento di popolo, e allora usciremo vittoriosi. O non sapremo fare questo e allora il nemico, meglio armato dal punto di vista tecnico, inevitabilmente ci sconfiggerà».

 
 
 
Capitolazione diplomatica

La sconfitta della rivoluzione europea era ormai certa dopo gli avvenimenti tedeschi del 1923: le relazioni internazionali perciò dovevano tornare alla “normalità”. Il Patto di Locarno suggellò la vittoria dell’Inghilterra anche sui campi diplomatici, dopo che su quelli di battaglia; la Germania tornò definitivamente nel campo occidentale; di conseguenza un accordo commerciale tra Inghilterra e URSS, le cui trattative si trascinavano dalla fine della guerra, non avrebbe rappresentato più un pericolo per la prima. Fu così stipulato nel 1925 il più importante accordo commerciale dell’URSS dopo la Rivoluzione con il quale per ben 30 anni concedeva a compagnie inglesi il diritto di sfruttare tutti i minerali presenti sul suo territorio in cambio della formazione di personale dirigente russo.

A Locarno si arrivò attraverso le seguenti vicende principali.

Nel febbraio-marzo del 1925 il governo tedesco propose alle potenze vincitrici della guerra la stipulazione di un patto per garantire la pace. Lo scopo di Stresemann era quello di ottenere la liberazione della Renania dalle truppe francesi: si rendeva conto che era possibile ottenerlo solo con un patto internazionale, promettendo di mantenere tutta la zona smilitarizzata e a rinunciando alla sovranità sull’Alsazia-Lorena. L’Inghilterra aderì alla proposta solo quando riuscì a far accettare al governo tedesco il principio che la Germania doveva rinunciare a modificare i confini orientali con la Polonia, principio che la Germania accettò, nel senso che si impegnò di rinunciare a modificarli attraverso una guerra. Il 16 giugno 1925 il governo francese comunicò a quello tedesco che la sua proposta era stata accolta in linea di principio sia dalla Francia sia dall’Inghilterra. Era soprattutto l’Inghilterra ad avvantaggiarsene, in quanto poteva così nuovamente contare sulla Germania come ostacolo ad una nuova e pericolosa ascesa della Francia. Da parte sua la Germania ritrovò il suo naturale collegamento con l’Occidente, dopo la forzata parentesi filorussa, in quanto, al suo definitivo rilancio produttivo non poteva bastare come unico partner commerciale la arretrata Russia. Nonostante le offerte vantaggiose dell’URSS, Stresemann dichiarò a Litvinov a Berlino nel giugno 1925:

     «Se la Russia di oggi fosse la Russia del passato la decisione sarebbe stata assai facile. Ma un connubio con la Russia comunista sarebbe come andare a letto con l’assassino del proprio popolo. Dopo tutto non si può continuare a sostenere la finzione che esista un governo russo dalla politica filotedesca, e una Terza Internazionale in procinto di demolire la Germania».

Stresemann sapeva che quella possibilità al 1925 non esisteva più, tuttavia tali dichiarazioni riflettevano assai bene l’esigenza della Germania di andare verso l’occidente. Nel luglio-agosto 1925 i francesi evacuarono la zona tedesca della Ruhr. Il 5 ottobre dello stesso anno ebbe inizio la conferenza di Locarno con la partecipazione di Inghilterra, Francia, Italia, Belgio, Polonia, Cecoslovacchia e Germania.

Prima della partenza di Stresemann da Berlino per Locarno, nel settembre, Čičerin in persona si recò a Berlino per tentare di ottenere la firma di un trattato commerciale con la Germania, cosa che avvenne, e quella di un trattato politico segreto, di cui Čičerin fece la proposta, che invece non fu accolta da Stresemann. In questo periodo infatti la diplomazia russa era ossessionata dal pericolo del suo isolamento e sperava di sostituire con dei successi diplomatici il rinculo del movimento rivoluzionario europeo, che solo le aveva permesso di consolidare il potere sovietico. Il 16 ottobre fu firmato il Patto di Locarno, con il quale era anche implicito l’ingresso della Germania nella Società delle Nazioni.

Nel gennaio-febbraio 1926, durante la discussione al Reichstag, Stresemann sostenne la validità del Patto sottoscritto a Locarno, contro l’opposizione della destra nazionalista e dei militari. Il 10 febbraio venne inoltrata ufficialmente la richiesta del governo tedesco di entrare nel Consiglio della Società delle Nazioni, in qualità di membro stabile alla pari con le altre potenze vincitrici della guerra. Però altri Stati fecero analoga richiesta: la Polonia e la Spagna. Si pose allora la questione o di respingere quest’ultime richieste o di respingere quella della Germania, poiché questa non avrebbe accettato un ampliamento dei membri effettivi. Francia e Inghilterra allora decisero di rinviare ogni decisione sulla questione alla successiva sessione di settembre. In Germania la destra ebbe fiato per accusare Francia ed Inghilterra di avere nuovamente giocato la Germania. La diplomazia russa colse così la palla al balzo per offrire alla Germania la firma di un patto politico di neutralità, che Stresemann finì per accettare sotto pressione della destra a patto che non contenesse clausole che avrebbero potuto impedire il suo futuro ingresso nella Società delle Nazioni. Il Patto fu firmato il 24 aprile 1926 e conteneva solo 4 articoli:
    - l’intesa tra URSS e Germania doveva avere il solo scopo di contribuire a mantenere la pace;
    - le due parti si impegnavano alla reciproca neutralità in caso di aggressione;
    - le due parti si impegnavano ad aiutarsi reciprocamente in caso di boicottaggio economico-finanziario;
    - la durata del patto era fissata in 5 anni.

Era dunque chiaro che la Germania ormai considerava il rapporto con la Russia solo come moneta di scambio da usare con i compari occidentali verso i quali era attratta inesorabilmente, mentre la Russia, da parte sua, tornava a svolgere quella funzione equilibratrice degli interessi del capitale inglese, francese e tedesco che aveva svolto efficacemente al tempo degli zar.

Essenzialmente diversa era stata la funzione del Trattato di Rapallo del 1922 tra la stessa Germania e l’URSS. In quella occasione (si trattava della prima conferenza tra vinti e vincitori del dopoguerra) la questione essenziale per il capitale europeo era trovare l’unità necessaria per schiacciare la Russia rivoluzionaria e scongiurare così i tentativi rivoluzionari in Europa. Rapallo fu un successo rivoluzionario perché l’URSS seppe approfittare del perdurante dissidio tra gli Stati capitalisti per impedire la formazione di un blocco unico antirusso. Rapallo acuì le pressioni interne al Capitale europeo, mentre il Trattato di Neutralità con la Germania del 1926 lo smorzava. Non si trattava di scarsa capacità dei negoziatori russi, ma del fatto che ormai la situazione storica era profondamente cambiata.

Qualcosa cambiò anche dell’atteggiamento dell’URSS nei confronti della Società delle Nazioni. Fino al 1925 l’URSS mantenne una posizione rigidamente ostile alla Società: se il suo compito dichiarato era quello di individuare e bloccare un eventuale “aggressore”, attentatore della pace, l’URSS sosteneva apertamente che l’unico aggressore alla scala mondiale era la borghesia e che considerava suo compito irrinunciabile quello di contribuire al suo abbattimento. Nell’aprile del 1925 (VI congresso dei Soviet) la Russia cominciò invece a cambiare posizione. Nelle risoluzioni ufficiali si legge:

     «Noi non boicottiamo sempre e comunque in modo assoluto la Società delle Nazioni (...) è possibile collaborare per scopi tecnici o umanitari».

E ciò assumeva un ben preciso significato alla luce del fatto che, nello stesso periodo, il governo laburista inglese si dimostrava favorevole ad accogliere nella Società sia la Germania sia la Russia.

A quella data si poneva dunque l’alternativa, la stessa che era imposta dai rapporti di classe all’interno: o lo Stato proletario russo era capace, con il rigido controllo del commercio estero, pur con notevoli concessioni economiche (mai politiche) al capitale straniero, di utilizzarlo per favorire l’industrializzazione, oppure il Capitale internazionale avrebbe finito per controllare la politica internazionale dello Stato russo.

 

 

Il socialismo in un solo paese

Abbiamo già visto come, per la destra del Partito neoconvertita alla necessità dell’industrializzazione, tale necessità fosse considerata quasi un sinonimo di “costruzione del socialismo in un solo paese”. Gli storici filo-stalinisti, come già allora lo stesso Stalin, più di Bucharin, insistono nell’attribuire a Stalin il merito di una precisa continuità con Lenin, mentre gli storici non stalinisti tendono ad accreditare la tesi che in Lenin sia impossibile trovare la soluzione della questione, essendosi questa posta dopo la sua morte. Se i primi sono i maggiori artefici dello snaturamento e dello stravolgimento delle tesi di Lenin, i secondi sono a noi addirittura più ostili, in quanto sostenitori del metodo dell’inventare ogni giorno nuove teorie e nuovi obiettivi pretesi rivoluzionari. In realtà in Lenin si trova anche la corretta soluzione della questione del socialismo in un solo paese; basta saperlo leggere con l’unica chiave autenticamente rivoluzionaria, che ormai solo la Sinistra possiede.

La questione del socialismo in un solo paese, se ci riferiamo alla Russia, è innanzitutto strettamente collegata a quella se era giusto o no prendere il potere: era giusto o no, in un certo senso, forzare la storia, visto che le condizioni economiche in Russia erano le più sfavorevoli? Lenin aveva così risposto:

     «Sarebbe un errore irreparabile affermare che, una volta ammessa la sproporzione tra le nostre “forze” economiche e quelle politiche, “si deve dire”, che non bisognava prendere il potere. Così ragionano gli “uomini nell’astuccio”, i quali dimenticano che una “giusta proporzione” non ci sarà mai, e non ci può mai essere nell’evoluzione della natura così come nell’evoluzione della società, e che solo attraverso una serie di tentativi – ciascuno dei quali a sé preso sarà unilaterale, soffrirà di una certa sproporzione – si creerà il socialismo completo, prodotto della collaborazione rivoluzionaria dei proletari di tutti i paesi. D’altro lato sarebbe un errore evidente dar mano libera ai fanfaroni e ai chiacchieroni, i quali si lasciano sedurre dal rivoluzionarismo “radioso”, ma che non sono capaci di un lavoro rivoluzionario tenace, ragionato, ponderato, che tenga conto anche dei momenti di transizione più difficili» (Da “L’imposta in natura”).

Dunque chiarezza prima di tutto nell’analisi della situazione oggettiva e delle difficoltà che si pongono al Partito. E mai viene meno in Lenin la massima chiarezza nell’impostare le questioni cruciali che si pongono in quello svolto in Russia:

     «Quando abbiamo iniziato a suo tempo, la rivoluzione internazionale, lo abbiamo fatto non perché fossimo convinti di poterne anticipare lo sviluppo, ma perché tutta una serie di circostanze ci spingeva a iniziarla. Pensavamo: o la rivoluzione internazionale ci verrà in aiuto e allora la nostra vittoria sarà pienamente garantita, o faremo il nostro modesto lavoro rivoluzionario, consapevoli che, in caso di sconfitta, avremo tuttavia giovato alla causa della rivoluzione e la nostra esperienza andrà a vantaggio di altre rivoluzioni. Era chiaro per noi che senza l’appoggio della rivoluzione mondiale la vittoria della rivoluzione proletaria era impossibile. Già prima della rivoluzione e anche dopo di essa, pensavamo: o la rivoluzione scoppierà subito, o almeno molto presto, negli altri paesi capitalisticamente più sviluppati, oppure, nel caso contrario, dovremo soccombere. Nonostante questa consapevolezza abbiamo fatto di tutto per salvaguardare, in tutte le circostanze e a ogni costo, il sistema sovietico, poiché sapevamo di lavorare non soltanto per noi ma anche per la rivoluzione internazionale. Lo sapevamo e abbiamo espresso più volte questa convinzione e prima della Rivoluzione di Ottobre, e subito dopo, e nel periodo della conclusione della pace di Brest-Litovsk. E, in generale, ciò era giusto» (Da III congresso I.C., luglio 1921, ”Rapporto sulla tattica del PCR”).

     «Nella nostra lotta storica di importanza mondiale abbiamo raggiunto il punto culminante e al tempo stesso più difficile. In questo momento, nel periodo attuale, il nemico non è più quello che era ieri. Il nemico non è più un’orda di guardie bianche al comando dei grandi proprietari fondiari, sostenuti da tutti i menscevichi e socialisti-rivoluzionari e da tutta la borghesia internazionale. Il nemico è oggi la realtà economica quotidiana di un paese di piccoli contadini, un paese in cui la grande industria è in rovina. Il nemico è oggi l’elemento piccolo borghese, che ci circonda come l’aria e penetra profondamente nelle file del proletariato. E il proletariato è declassato; è stato cioè gettato fuori dal suo alveo di classe. Le fabbriche e le officine sono chiuse, il proletariato è indebolito, estenuato, e l’elemento piccolo-borghese all’interno dello Stato è appoggiato da tutta la borghesia internazionale, che è ancora potente in tutto il mondo» (Da “Tempi nuovi, errori vecchi, in forme nuove”, 20 agosto 1921).

Non sfugge dunque a Lenin il cambiamento della situazione internazionale verificatosi, dopo la vittoria della guerra civile in Russia, con la sconfitta della rivoluzione in Europa. Un tale cambiamento impone un chiaro inquadramento di tutte le nuove funzioni che si pongono al Partito nella mai dimenticata né indimenticabile prospettiva della Rivoluzione Internazionale. Necessita di chiarezze di prospettive, di metodi e funzioni affinché il Partito si mantenga compatto e all’altezza dei suoi compiti. Nel rapporto al IV congresso dei Soviet del 23 dicembre 1921 Lenin così insiste nel tracciare la prospettiva rivoluzionaria nel solco di quanto già è stato fatto dal Partito e di quanto dovrà essere fatto tenuto conto degli essenziali cambiamenti che si sono verificati:

     «Noi ci eravamo immaginati lo sviluppo futuro (e penso che non sia inutile ricordarlo adesso, poiché ciò ci servirà per le nostre conclusioni pratiche a proposito delle principali questioni economiche), in una forma più semplice e più rettilinea di quanto si è verificato nella realtà. Noi avevamo detto a noi stessi, alla classe operaia, a tutti i lavoratori sia della Russia sia degli altri paesi: non v’è altra via d’uscita dal maledetto e criminale massacro imperialista all’infuori della soluzione rivoluzionaria; aprendo una breccia nella guerra imperialista con la rivoluzione noi apriamo l’unica via di uscita possibile di questo massacro criminale per tutti i popoli. Ci sembrava allora (né poteva sembrarci altrimenti) che questo cammino fosse chiaro e diritto, e che fosse il più facile. È accaduto però che gli altri popoli non siano riusciti a imboccare, almeno così presto come pensavamo, questo cammino rettilineo, l’unico che effettivamente ci ha liberati dai legami imperialistici, dai crimini imperialistici e dalla guerra che continua a minacciare tutto il resto del mondo» (Da “La politica interna ed estera della Repubblica”, 23 dicembre 1921).

La prima conseguenza di quella situazione “strana a prima vista incomprensibile”, che permetteva l’esistenza del primo Stato a dittatura proletaria accanto a Stati capitalistici enormemente più forti ma nella impossibilita di soffocare tale Stato, consisteva nel fatto che era dovere dei comunisti approfittare di quella situazione per mantenere il più a lungo possibile il potere, il che avrebbe certamente rappresentato un punto di forza della, per il momento sconfitta, ma a lungo andare insopprimibile, rivoluzione proletaria mondiale.

Questa chiarezza di analisi e di prospettive viene persa durante gli scontri del 1923-24 sulla pianificazione e sulla libertà di commercio, in quanto fu persa la nozione del legame indissolubile tra queste due esigenze, in effetti contraddittorie, come contraddittoria era la situazione bizzarra che si era venuta a creare e che solo un forte Partito comunista, ben conscio delle proprie ardue funzioni, avrebbe potuto fronteggiare di fronte alla marea del pericolo piccolo-borghese che inevitabilmente era destinato a giganteggiare, se perdurava la sconfitta del proletariato europeo. Lo stesso “arricchitevi!” buchariniano non era di per sé scorretto; desta stupore non solo la mancanza di un solido legame tra tale slogan e la rivoluzione mondiale, che allora Bucharin stesso non vide, ma anche l’accoglienza visceralmente ostile della sinistra russa che vide ingiustamente in Bucharin il paladino degli interessi dei kulak. Il nostro commento dimostra come allora, benché fossero in difetto sia la destra sia la sinistra del Partito, ma non certo per deficienza di capacità di quegli uomini, ormai il Partito Russo non era più quello strumento magnifico che aveva realizzato l’Ottobre; esso stesso era vittima della controrivoluzione trionfante, fenomeno non solo russo ma internazionale.

Abbiamo scritto in ”Struttura economica e sociale della Russia d’oggi”:

     «Arricchitevi. Bucharin difende, come la sinistra, la nazionalizzazione giuridica, e non è per la proprietà libera. Questa è una posizione di guardia per non ricadere nel passato e non perdere il potere. Ma intende che per la grande industria occorre il grande capitale. Egli vede che l’industria può a stento avviarsi a produrre beni di consumo manufatti (e ciò dopo i beni di uso bellico, necessari al futuro scontro, per lui “offensivo”, il suo sogno bocciato da Lenin al tempo di Brest-Litovsk) ed al massimo beni strumentali per allargare l’industria stessa, ma non per la trasformazione agraria. La sua formula è che la terra resti allo Stato, ma il capitale agrario si formi fuori di esso.

     «Il commercio e la NEP hanno già dato luogo ad una accumulazione di capitale, ma nelle mani dei commercianti, speculatori, che non sono legalmente più contrabbandieri, ma nepman, odiati dai contadini, ma soprattutto in funzione dell’attaccamento reazionario alla gestione particellare. Questo capitale, parimenti minaccioso socialmente e politicamente, è sterile ai fini della produzione e del miglioramento del suo potenziale tecnico.

     «Bucharin, spesso sfottuto da Lenin suo maestro, sa il suo Capitale a menadito, sa che la classica accumulazione primitiva è nata dall’affittanza agraria, come in Inghilterra e altrove, e da questa origine sono sorte le “basi” del socialismo. È nutrito di altre tesi corrette: è follia pensare di avere il commercio in formidabile espansione, di trattare in forma mercantile, come Trotzki giustifica, la stessa produzione industriale, e non vedere crescere forme capitalistiche, di Stato o private, ma sempre tali. Se nell’industria significa salire da quelle private a quelle di Stato, nella campagna, se non esiste capitale né privato né di Stato, fa ridere pensare ad avere non solo socialismo ma anche statizzazione del capitale.

     «Bucharin non è in regola col solo Marx ma anche con Lenin. Lo scalino da salire in campagna è, come abbiamo detto, dalla forma 3 alla 4: dalla piccola produzione mercantile contadina al capitalismo privato.

     «La terra resta allo Stato, e il contadino ricco “di terra” sparisce (falso che Bucharin e i suoi difendano i kulak) ma compare il “colono dello Stato” che con suo capitale di esercizio e con salariati suoi (in forma radicalmente diversa dal salariato delle fabbriche controllate, e poi statizzate) produce sulla stessa terra una massa maggiore di prodotti per la generale economia, e paga una rendita allo Stato, non più al proprietario terriero antico.

     «Perché la media unità aziendale cresca, occorre, è chiaro, che cresca il medio capitale aziendale e il numero dei lavoratori proletari aziendali. Ciò non si ottiene se l’imprenditore agrario non accumula, e diventa più grande. Altra tesi corretta fitta nell’intelligente testa di Bucharin è che ogni Stato non ha la funzione di “costruire” e organizzare, ma solo di proibire, o cessare di proibire. Cessando di proibire l’accumulazione di capitale agrario sociale (Marx: il capitale che si accumula dai privati non è che parte del capitale sociale) lo Stato comunista prende una via più breve per salire la scala delle forme, i gradini di Lenin.

     «La formula non è di Stalin, che fu solo un fabbricatore a posteriori di formule di demagogico effetto (nel che se non sta il genio, che ha bisogno di partiti e non di teste nella moderna storia, e forse sempre, sta una grande forza politica), la forma di struttura politica, la forma di struttura rurale che uscì dalla storia, il colcos, conduce meno rapidamente fuori dalla frammentazione contadina, di quella che proponevano Trotzki e Lenin, e di quella soprattutto di Bucharin – e con questa affermazione non abbiamo detto che vi fosse una triplice scelta possibile quando la polemica esplose.

     «Sì, il bravo Bucharin, gridò: Arricchitevi! Ma Stalin fece di peggio e stette per gridare: Arricchitevi di terra! Lasciate solo lo Stato-industria, forza armata, a noi! Non pensò che chi ha la terra ha lo Stato.

     «La frase di Bucharin, che tutti ricordano senza ricostruire – è difficile farlo sui testi – la sua dottrina, ha questa portata: vi apriamo le porte della terra dello Stato: arricchitevi di capitale di intrapresa agraria, e verrà più presto il momento in cui vi esproprieremo di quanto avrete accumulato, passando anche nella campagna al quarto gradino, il capitalismo di Stato.

     «Al quinto, il socialismo, non vanno leggi e dibattiti di congresso, ma una forza sola, la Rivoluzione mondiale. Bucharin allora non vide questo, e fu grave.

     «Stalin si servì della tesi di Bucharin per battere la sinistra marxista.

    «Quando Bucharin vide che la storia spingeva Stalin non verso una scelta di strade al socialismo economico, ma verso la ricaduta dello Stato politico a funzioni capitalistiche interne quanto esterne, non vi fu differenza tra destri e sinistri, non vi fu più nulla a destra del centro, e tutti i marxisti rivoluzionari furono, per assorbenti ragioni di principio ben più profonde, contro Stalin, perdendo sì, ma nella serie feconda di tutte le rivoluzioni schiacciate la cui riscossa verrà, e sarà soltanto di natura mondiale».

 
Nel dicembre del 1925, al XIV congresso del Partito, la destra espose apertamente la tesi della “costruzione del socialismo nella sola Russia”. Stalin rivendicava la continuità con Lenin, che nel 1915 aveva ammesso la possibilità della conquista del potere in un solo paese sulla base della tesi dell’ineguale sviluppo del capitalismo ed aveva chiamato ciò “vittoria del socialismo” in un solo paese, mentre la tesi della simultaneità della conquista del potere nei diversi paesi era stata sostenuta, sebbene non esplicitamente, dalla Seconda Internazionale (e non solo dal centro e dalla destra) con gravi ripercussioni proprio sulla tattica di fronte alla guerra. Si disse che, visto che la rivoluzione simultanea non si può fare, il mancato appoggio da parte dei socialisti alla difesa del proprio Stato avrebbe significato favoreggiamento proprio di quegli Stati in cui il movimento socialista era meno sviluppato. Dunque Lenin sosteneva la sua tesi favorevole al disfattismo proprio contro coloro che non aspettavano altro che l’occasione di dimostrarsi fedeli servitori della patria.

Ma Stalin sosteneva anche che, sulla base del potere politico ormai conquistato definitivamente, si poteva procedere nella sola Russia verso l’integrale società socialista, pur non dimenticando allora che il potere del proletariato russo era costantemente minacciato militarmente dagli Stati ancora capitalisti. L’errore di teoria era gravissimo: venivano infatti snaturati proprio i connotati fondamentali del socialismo, che significa soppressione delle classi e quindi anche dello Stato, risultato impossibile se non alla scala internazionale e tanto meno nella sola semifeudale Russia. Così “costruzione del socialismo” diventò una specie di forma ideologica nazionalista dell’unica costruzione possibile, quella del capitalismo. Per l’immensa maggioranza dei contadini russi “costruzione del socialismo nella sola Russia” volle significare la prospettiva di dedicarsi ai pacifici commerci e alla normale attività produttiva dopo gli anni di guerra e di guerra civile che invece la prospettiva della Rivoluzione Internazionale continuava ad evocare.

Sul piano strettamente teorico tuttavia la questione della “costruzione del socialismo”, pur nella totale inadeguatezza del termine “costruzione”, non era del tutto fuori luogo: ogni questione è teoricamente solubile dal Partito, ma ogni soluzione errata sottende implicazioni pratiche addirittura contrarie alle esigenze rivoluzionarie. Non è infatti da condannarsi la tesi della possibilità della trasformazione socialista anche limitata ad un solo paese, in generale, ma quella che sia possibile in un solo paese non pienamente capitalista, come spiega un nostro testo.

     «La prima confusione è tra formula “socialismo in un solo paese” e “socialismo in un paese non capitalista”, quindi “socialismo nella sola Russia”.

     «La formula marxista è che il socialismo è storicamente possibile sulla base di due condizioni, necessarie entrambe. La prima è che la produzione e la distribuzione si svolgano generalmente in forme capitalistica e mercantile, ossia che vi sia largo sviluppo industriale, anche di aziende agricole, e mercato nazionale generale. La seconda è che il proletariato e il suo partito pervengano a rovesciare il potere borghese e ad assumere la dittatura.

     «Date queste due condizioni, non si deve dire che è possibile cominciare a costruire il socialismo, ma che le sue basi economiche risultano già costruite, e si può e si deve iniziare immediatamente a distruggere i rapporti borghesi di produzione e di proprietà, pena la controrivoluzione.

     «Ove la condizione tecnico-economica del primo tipo sicuramente esiste, nessun marxista ha mai affermato che la conquista del potere politico da parte del partito proletario sia condizionata alla simultaneità in tutti i «paesi civili», come scioccamente dice la formula stalinista, o in un gruppo di essi. In date condizioni storiche di forza del proletariato è ammissibile la conquista del potere politico in un solo paese. E se la condizione di primo tipo esiste, come detto, ciò vuol dire che comincia subito la trasformazione socialista, fatto distruttivo più che costruttivo, e per cui nella avanzata Europa (e America) da molto tempo le forze produttive sono bastevoli, anzi in eccesso.

     «Se invece parliamo di un paese in cui manca la condizione prima di sviluppo produttivo e mercantile, allora la trasformazione socialista non sarà possibile. Ciò non vuol dire, in date condizioni storiche e rapporti di forza, non sia possibile tentare ed attuare la conquista proletaria del potere politico (Ottobre rosso) senza programma di trasformazione socialista fino a quando la rivoluzione non guadagni alcuni altri paesi che hanno la condizione prima, dello sviluppo economico.

     «Inoltre, nella situazione di guerra imperialista (che tale era per l’Europa e la Russia), ogni partito proletario deve condurre l’azione disfattista interna, anche da solo, e se può fino alla conquista del potere.

     «La tesi marxisticamente condannata non è dunque: Anche in un solo paese è possibile la conquista proletaria del potere – e – Anche in un solo paese di pieno capitalismo è possibile la trasformazione socialista. La tesi condannata è che in un solo paese non capitalista sia possibile, con la sola conquista del potere politico, la trasformazione socialista» (Da: “Le grandi questioni storiche nella Rivoluzione in Russia”).



La battaglia della sinistra russa

La discussione sul socialismo in un solo paese dunque non era di per sé insolubile; non lo sarebbe stato per un partito sano, ma ormai era proprio il Partito a non essere più in grado di lavorare per la rivoluzione, il che richiede la capacità collettiva di risolvere ogni questione che la situazione oggettiva pone in maniera conforme ai principi rivoluzionari.

La nostra tesi è che il processo di degenerazione del PCR e dell’I.C. fu talmente profondo in quegli anni tanto da meritare il nome di controrivoluzione. Controrivoluzione che, se è stata esplicita con l’adesione dell’URSS alla Seconda Guerra mondiale, ben si espresse proprio con la teoria della “costruzione del socialismo nella sola Russia”, in quanto, invece del socialismo, si trattò di costruire il suo contrario, il capitalismo.

Tuttavia sarebbe errato considerare gli avvenimenti russi come la causa della controrivoluzione, che invece fu mondiale. Essi non furono che il modo specifico con cui la controrivoluzione si manifestò in Russia. Si trattò di controrivoluzione nei confronti dell’Ottobre rosso, che, politicamente, fu tutto di segno socialista, e dunque controrivoluzione in politica mentre economicamente e socialmente il capitalismo si consolidò e questo fu fenomeno progressivo rispetto al precedente feudalismo. In tal modo la vittoria della borghesia mondiale sui tentativi rivoluzionari del primo dopoguerra è avvenuta nel peggior modo possibile per il movimento comunista: non sul campo di battaglia, ma attraverso una totale falsificazione dei principi e della tattica comunista, e una completa degenerazione dell’organizzazione mondiale comunista, che fu consumata proprio negli anni che stiamo esaminando.

Al XIII congresso del PCUS, aprile 1924, Trotzki aveva detto, e questa fu la chiave del suo atteggiamento, incomprensibile agli occhi degli storici borghesi, perché per essi è incomprensibile il fatto stesso della milizia comunista:

     «Nessuno di noi, compagni, desidera avere, né può avere, ragione contro il Partito. In ultima istanza il Partito ha sempre ragione, in quanto è l’unico strumento storico che la classe operaia possiede per risolvere i suoi problemi fondamentali».

Chi delle vette comuniste non ha mai salito nemmeno la millesima parte considera ciò, nel migliore dei casi, solo del sentimentalismo inconcludente. Che resti nella pattumiera della storia, nelle ragioni dell’individuo contro quelle della specie, che inutilmente la borghesia per secoli si è affannata a far prevalere!

Per tutta l’estate del 1924 Trotzki non intervenne in nessun problema politico e solo in settembre fece uscire il suo testo su “Le lezioni dell’Ottobre”, il cui intento era quello di basare su di una chiara valutazione storica delle vicende trascorse (come Lenin sempre aveva fatto) la chiara prospettiva dei compiti futuri. La tragedia di quella situazione oggettiva fu ben espressa dall’intervento di Kamenev al C.C. del 29 ottobre 1924, quando sostenne che le “Lezioni” di Trotzki significavano una totale falsificazione della storia del partito bolscevico, e da un suo discorso pubblico di poco successivo in cui accusò senza mezzi termini Trotzki stesso di essere stato “l’agente del menscevismo nel seno della classe operaia” nel periodo pre-ottobre e di avere successivamente continuato a svolgere la stessa funzione in occasioni di discussioni importanti come la pace di Brest, sui sindacati, sulla pianificazione e sulla burocrazia. L’apparato della segreteria del Partito si mobilitò tutto per sostenere questa ennesima battaglia “anti-trotskista”.

Anche Zinoviev e Bucharin intervennero direttamente nella polemica, Bucharin criticando la teoria della Rivoluzione permanente e Zinoviev mettendo in opposizione “leninismo” e “trotzkismo”. L’accusa più importante tuttavia era quella che Trotzki voleva seminare discordia nel Partito, accusa tanto più assurda quanto più Trotzki stesso si rifiutava nella maniera più assoluta di capeggiare una frazione, confermato dalle sue limpide dichiarazioni come quella sopra riportata. Era talmente immune da atteggiamenti che potevano essere sfruttati in chiave disorganizzatrice, che la stessa Sinistra in quegli anni ne mise in evidenza il limite opposto, di non volersi assumere la responsabilità di chiedere una franca discussione nell’Internazionale delle questioni relative alla politica interna ed estera dello Stato russo (vedi La questione Trotzki, luglio 1924).

In realtà Trotzki, rendendosi conto che il Partito russo sbandava su questioni essenziali, si rendeva anche conto che, o il Partito nel suo insieme riusciva a ritrovare la retta via o era la fine per tutti. Il suo limite, come quello di tutta la Sinistra russa, non tanto per difetti personali quanto per determinazioni oggettive, fu quello di considerare il Partito solo quello russo, e non anche l’Internazionale. Questo fu anche il motivo per cui fu impossibile la realizzazione in quegli anni di una battaglia unitaria della Sinistra russa e della Sinistra italiana, nonostante che fosse anche auspicata (vedi l’intervento della Sinistra al VI E.A. del febbraio 1926). Non si poteva certo impedire allo stalinismo di stravincere, come stravinse, ma forse il nerbo del partito, come la Sinistra lo chiamava, avrebbe potuto meglio resistere, alla scala internazionale, alla nuova ondata opportunista.

Dopo le “Lezioni dell’Ottobre”, la polemica contro il “trotzkismo” investì anche gli altri partiti dell’Internazionale. Nel KPD, perfino Brandler e Thalheimer inviarono una dichiarazione alla “Pravda” per sottolineare la loro estraneità al trotzkismo: così destra e sinistra del KPD facevano a gara nel dichiararsi “antitrotskisti”, forse sperando di raccogliere i favori della centrale.

Trotzki reagì a questa nuova ondata di polemiche nello stesso modo (scrisse un memoriale che fece conoscere a pochi ma poi non pubblicò). Alla fine del novembre 1924, nonostante fosse malato, decise di non assentarsi da Mosca per partecipare al C.C. del PCR il 20 gennaio 1925. Il 15 scrisse una lettera al C.C. in cui faceva atto di piena sottomissione e dava le dimissioni da Presidente del Consiglio Militare Rivoluzionario. Nelle sue intenzioni ciò doveva provare la sua assoluta fedeltà al Partito, invece fu colto il pretesto per estrometterlo da ogni incarico e naturalmente le sue dimissioni furono accolte all’unanimità (al suo posto fu nominato Frunze). Non fu invece accolta la proposta di espulsione dal Partito, ma fu presentata dalla potente federazione di Leningrado, controllata da Zinoviev, una proposta di esclusione almeno dal Politburo, e la proposta non passò solo perché Stalin difese Trotzki.

Fu quella la prima volta che la cosiddetta troika (Stalin, Kamenev e Zinoviev) non fu d’accordo. Ormai che la sconfitta di Trotzki era definitiva la stessa alleanza Stalin-Kamenev-Zinoviev non aveva più ragione di esistere, almeno per Stalin che sapeva il fatto suo. Bastava l’occasione. Questa fu rappresentata da un articolo che la Krupskaia scrisse per la Pravda nella primavera del 1925. Eravamo in pieno clima filo-contadino e da poco era stato lanciato lo slogan “arricchitevi!”; Krupskaia mise in evidenza il limite di quella politica agricola e soprattutto il fatto che erano specialmente i kulak ad avvantaggiarsene. La maggioranza del C.C. decise di non pubblicare quell’articolo, ma Zinoviev intervenne a favore delle tesi della Krupskaia sottoponendo ad una critica forse eccessiva, sicuramente unilaterale, le concessioni che venivano fatte ai contadini in quel periodo.

Nel settembre la Krupskaia, Zinoviev, Kamenev e Sokolnikov sottoscrissero un documento comune che sosteneva la necessità di abbandonare la politica delle concessioni ai contadini e, per la prima volta, era diretto non solo contro il teorico Bucharin ma anche contro la segreteria ed in particolare proprio contro Stalin. Nell’ottobre del 1925, alla riunione del C.C., Stalin confermò la sua alleanza con Bucharin pur dichiarando che lo slogan “arricchitevi”! non era stato completamente felice.

In dicembre tutta la Federazione di Leningrado venne mobilitata contro la Segreteria del Partito allo scopo di ottenere un radicale cambiamento nella politica agraria, mentre nel frattempo si era già aperta la discussione sul “socialismo in un solo paese”. Il segretario della Federazione di Leningrado, in un discorso pubblico, sostenne apertamente che ciò che i dirigenti di Mosca chiamavano “edificazione del socialismo” non era altro che “edificazione del capitalismo” e tanto bastò perché dalla Segreteria di Mosca si disponesse un’inchiesta sul “reato” commesso dal segretario della Federazione di Leningrado. La Commissione della Segreteria invitò Zalucky a discolparsi (si trattava già di un’anticipazione dei ben tristi futuri processi), il quale invece dichiarò di sottoscrivere il rapporto dell’informatore con tutte e due le mani. La Segreteria di Mosca intimò allora alla Federazione di Leningrado di cambiare segretario; e, purtroppo, la Federazione riunita in maggioranza accettò l’intimidazione di Mosca. Zinoviev parlò a sostegno di Zalucky e sostenne che la burocrazia del Partito ne stava uccidendo lo spirito rivoluzionario, mentre, da parte sua, Zalucky dichiarò addirittura che la Federazione di Leningrado dovesse usare le maniere forti contro la Segreteria di Mosca.

Intanto, prima del Congresso (il XIV previsto proprio per il mese di dicembre), sia a Leningrado sia a Mosca si doveva tenere la consueta Conferenza del Partito. I dirigenti leningradesi sostenevano la tesi che Bucharin aveva rivisto il leninismo peggio di Trotzki, ma Zinoviev tenne un discorso conciliante fidando nella “unità leninista” di tutto il Partito. Alla Conferenza di Mosca Stalin non partecipò. Fu Bucharin a difendere il suo punto di vista, ma più che parlare della politica agraria, ormai da lui stesso ritenuta inadeguata, propose una risoluzione di condanna degli indisciplinati leningradesi. Questa risoluzione giunse a Leningrado prima della fine della Conferenza il che favorì le tendenze meno conciliatrici. La risposta di Mosca fu altrettanto dura ed attaccava esplicitamente Zinoviev e Kamenev per le loro posizioni pessimiste circa la possibilità della Russia di superare la sua arretratezza e imputava soprattutto a Zinoviev lo stesso errore di Trotzki, quello di non valutare appieno l’importanza dei contadini nella Russia.

Il XIV congresso si aprì dopo soli 5 giorni dalla conclusione delle conferenze di Mosca e di Leningrado. I leningradesi pretesero che Zinoviev tenesse un co-rapporto politico con Stalin. Quest’ultimo lesse il suo rapporto, che era molto moderato, non accusava nessuno puntando tutte le sue carte sulla necessità di difenderel’unità del Partito ed ignorando del tutto l’esistenza della Opposizione di Leningrado. Si trattava del metodo caratteristico del futuro peggiore stalinismo di rimuovere le difficoltà che il Partito incontra giocando meschinamente e demagogicamente sul sentimentale richiamo all’unità del partito; metodo che è diametralmente opposto a quello della Sinistra che allora come sempre chiedeva di affrontare chiaramente e coraggiosamente tutte le difficoltà senza il quale diventa impossibile ogni seria preparazione del Partito a svolgere i suoi compiti. Tuttavia lo stesso Zinoviev che parlò il giorno dopo fu altrettanto moderato e criticò solo l’“arricchitevi” di Bucharin. Fu Bucharin ad accendere le polemiche sostenendo che i leningradesi, per il solo fatto di aver preteso il co-rapporto, si erano messi contro la maggioranza del C.C. e rinfacciò all’Opposizione di non aver un programma alternativo a quello della maggioranza.

Il giorno dopo parlò anche la Krupskaia sottolineando del tutto giustamente che l’insieme del Partito era impreparato ad affrontare adeguatamente le questioni che gli si ponevano. Disse, del tutto inascoltata nonostante i suoi richiami a Lenin che usava dire che il marxismo era invincibile perché era vero, che il compito del Congresso era quello di cercare e trovare la linea giusta, senza cullarsi nell’idea che la maggioranza abbia sempre ragione. Il 21 dicembre intervenne anche Kamenev, più volte interrotto dalla platea, specialmente quando attaccò personalmente Stalin dicendo che, pur non condividendo la linea Bucharin, lo proteggeva solo per un preciso calcolo: quello di mantenersi alla segretaria del Partito. Naturalmente queste dichiarazioni di Kamenev, nonostante che tutti sapessero che riecheggiavano il cosiddetto “testamento” di Lenin, furono prese a pretesto da tutti gli oratori della maggioranza per sostenere che l’unico contenuto degli argomenti della Opposizione era: gelosia personale ed animosità verso Stalin. Molti ricordarono a Kamenev e Zinoviev le lezioni che proprio essi avevano impartito a Trotzki l’anno precedente e furono invitati a sottomettersi alle decisioni del Partito. Molti interventi della maggioranza si concludevano in maniera polemica proprio con citazioni di Kamenev e Zinoviev contro il frazionismo trotzkista.

Stalin allora intervenne nuovamente con un discorso brevissimo, dando una mirabile prova di essere un campione del metodo della rimozione: non affrontò nessuna questione politica. Disse semplicemente che la Krupskaia aveva detto cose insensate, che Zinoviev si lamentava troppo, che lui era per l’unità del Partito con o senza Zinoviev, ignorò del tutto Kamenev ed aggiunse una squallida difesa di Bucharin che anticipava cinicamente la sua futura tragica fine: rivolto all’Opposizione: «Cosa vogliono da Bucharin? Chiedono il sangue del compagno Bucharin. Noi non ve lo daremo siatene certi».

Alla fine la maggioranza presentò la stessa risoluzione finale della Conferenza di Mosca che ottenne ben 559 voti contro 65 per la Opposizione.

Dopo la votazione Zinoviev, che era ancora il Presidente dell’Internazionale presentò il suo rapporto sull’attività dell’Internazionale che fu svolto nell’indifferenza generale, fu perfino applaudito e fu votato all’unanimità. Episodio questo che ben dimostra come ormai l’Internazionale fosse considerata solo una appendice dello Stato russo. Per quanto riguarda le questioni interne il Congresso decise di denunciare i dirigenti della Federazione di Leningrado quali attentatori all’unità del Partito, di sottoporre a controllo da parte della segretaria di Mosca la stampa di Partito a Leningrado, di rinviare al C.C. la discussione sulla politica economica su cui doveva tenere un rapporto Kamenev ed infine di cambiare il nome del Partito (prima era Partito Comunista Russo, ora divenne Partito Comunista dell’Unione Sovietica).

Fu anche deciso di sostituire il direttore di Leningrado della “Pravda” con un altro direttore più gradito alla segreteria. Fu solo contro questa proposta che parlarono i rappresentanti dell’ala favorevole a Trotzki, e lo stesso Trotzki che fino ad allora avevano assistito in silenzio allo scontro tra la maggioranza e la nuova opposizione. Rivendicavano maggiore democrazia nelle nomine di Partito e, certamente, non era questa la questione di fondo se nemmeno le sinistre, come certamente erano quella di Trotzki e quella di Kamenev e Zinoviev, riuscivano ad intendersi: era il segno tangibile che ormai la rotta era stata completamente persa.

Il 31 dicembre si chiuse il Congresso con la completa vittoria di Stalin, che ormai si sentiva così forte da riproporre personalmente la rielezione di tutti i capi dell’opposizione nel C.C. e nello stesso Politburo, solo Kamenev fu degradato a membro candidato. Notevoli cambiamenti avvennero invece nell’apparato di governo: furono esonerati dalle loro cariche non solo i capi dell’opposizione, ma anche i semplici simpatizzanti. Ed anche questo era un segno notevole: non solo l’Internazionale era ormai completamente tenuta all’oscuro degli affari dello Stato russo, ma perfino il governo era ritenuto più importante dello stesso Partito. Ecco come avvenne quello che la Sinistra chiamò rovesciamento della piramide.

Il nuovo C.C. si riunì per la prima volta il 1° gennaio 1926: in nome dell’unità del Partito si proibì ai membri dell’opposizione di parlare contro le decisioni del congresso in assemblee di partito ed una delegazione capeggiata da Molotov fu inviata a Leningrado per spiegare alla sempre corteggiata e fottuta base le decisioni del Congresso.

Furono tenute 652 assemblee di operai iscritti al Partito. Le mozioni della maggioranza che approvavano incondizionatamente le decisioni del congresso furono votate da ben 60.000 operai contro i 2.000 che votarono per l’opposizione. Dunque anche il ricorso ”democratico” alla base operaia ci fu ed era il segno tangibile che era inutile rivendicare maggiore democrazia interna: il nuovo corso controrivoluzionario non poteva più essere cambiato; quello che invece si doveva fare era resistere su scala internazionale alla nuova ondata opportunista per gettare le basi della rinascita su base internazionale del Partito. Ad una nuova Conferenza di Partito a Leningrado partecipò lo stesso Bucharin, che accomunò la nuova opposizione a quella di Trotzki e propose una risoluzione che condannava in maniera esplicita l’opposizione di Leningrado ottenendo una maggioranza schiacciante e l’elezione di Kirov (fedele di Stalin) a nuovo segretario della Federazione.

Bucharin aveva visto giusto nell’accomunare la nuova opposizione di Kamenev e Zinoviev con quella precedente di Trotzki, in quanto si trattava di difendere proprio i principi fondamentali del comunismo e c’è solo da rammaricare il ritardo con cui queste due opposizioni si fusero, dovuto senza dubbio alle polemiche degli anni precedenti. Basti considerare che solo nell’aprile del 1926 Kamenev ebbe un colloquio personale con Trotzki, con il quale non si era più incontrato dal marzo 1923.

Una nuova sessione del C.C. fu convocata per il 6 aprile. Trotzki intervenne in quasi tutti i dibattiti politici sostenendo la necessità di un piano per promuovere l’industrializzazione come lui aveva sempre sostenuto. Si ebbe un duro scontro tra Trotzki, appoggiato dalla nuova opposizione, e Stalin che, pur intervenendo a favore dell’industrializzazione, sostenne che ciò significava accettare la sua teoria della costruzione del socialismo. Dopo la conclusione del C.C. Trotzki dovette nuovamente abbandonare Mosca per ragioni di salute (si recò per cure a Berlino dove rimase due mesi), ma prima concordò con Kamenev e Zinoviev un documento che criticava la teoria del socialismo in un solo paese, reclamava misure più rigide contro i kulak ed una più intensa industrializzazione. Alla successiva riunione del C.C. che si svolse il 14 luglio l’opposizione fu ufficialmente accusata di frazionismo: Zinoviev fu immediatamente escluso dal Politburo e successivamente, il 22 ottobre, venne espulso anche Trotzki, prima dell’apertura della Conferenza in vista del nuovo congresso, il XV.

Alla conferenza di Mosca su 53.208 membri del Partito votarono a favore della nuova opposizione solo 75 e alla conferenza di Leningrado, su 34.180 membri votarono per l’opposizione solo 325. Il Partito russo era ormai refrattario alla nuova opposizione; il congresso fu addirittura convocato per l’anno successivo, ma era chiaro ormai che si trattava di una pura formalità. Prima del congresso era invece in programma per il dicembre 1926 una nuova sessione dell’Esecutivo Allargato dell’Internazionale: era il VII.

Non era trascorso un anno dalla riunione del precedente E.A., il VI, quando la Sinistra Italiana, sola contro non solo l’aperta ostilità della maggioranza del PCUS ma anche la diffidenza e l’eccessiva prudenza della Sinistra russa non ancora unificata, chiese di porre all’ordine del giorno dell’Internazionale la questione russa, dopo adeguata preparazione di tutte le sezioni nazionali.

Allora la Sinistra italiana rimase inascoltata, ma quella fu anche l’ultima occasione perché si potesse realizzare quella “resistenza” a scala internazionale di tutta la Sinistra contro l’ormai invadente nuovo opportunismo. Un anno dopo la Sinistra unificata russa, quando si decise di dar battaglia nell’Internazionale, era ancora più isolata perché la Sinistra italiana più che dal fascismo era stata ormai decimata ed estromessa dallo stesso nemico che la Sinistra russa pensava esistesse solo in Russia e che invece non era che la Controrivoluzione trionfante che si espresse in Russia e fuori Russia, degenerando quanto restava della gloriosa Internazionale Comunista.

Al VII Esecutivo Allargato, Kamenev, Zinoviev e Trotzki condussero una battaglia che purtroppo non poté avere quegli effetti pratici che forse avrebbe avuto un anno prima. Tuttavia, anche se ormai era impossibile una lotta (le difficoltà saranno poi accentuate negli anni Trenta) che accomunasse la Sinistra russa a quella italiana, non per questo il Partito ha mai rinunciato a rivendicare la coerenza di quella battaglia con i principi fondamentali del comunismo rivoluzionario. Non solo Trotzki ma anche Kamenev e Zinoviev intervennero di fronte ad una platea che continuamente li disturbava e interrompeva con fischi ed urla che niente avevano di comunista, ma che erano ormai solo la sordida espressione della controrivoluzione trionfante. Il tragico fu che quei grandiosi compagni e nostri maestri tardi lo videro e lo pagarono con l’immolazione della loro stessa vita.

Kamenev esordì in questo modo:

     «Bisogna saper subordinare se stesso alle più pesanti richieste del proprio Partito. Colui che tenterà di formare un proprio Partito o gruppo contro il Partito Comunista verrà spinto inevitabilmente in contrasto al Komintern e all’URSS e verrà respinto in brevissimo tempo nel campo dei loro nemici, quali che siano le sue intenzioni e desideri soggettivi».

Ma nemmeno così riuscì a farsi ascoltare. Proseguì dicendo che le sue critiche non si rivolgevano contro singoli compagni, ma che bisognava guardare in faccia i pericoli reali di fronte ai quali si trovava il Partito. Il primo pericolo era lo “abbellimento della NEP” presentata di per sé come una politica di “costruzione del socialismo”; e da ciò derivava il pericolo peggiore per un comunista, quello cioè di nascondere anche inconsapevolmente il reale scontro di classe che ancora esisteva nella società russa. Citò il documento della maggioranza sul Comitato anglo-russo, al quale veniva attribuita la funzione di “centro organizzante delle forze proletarie internazionali”, dicendo che si trattava di una esplicita deviazione dagli insegnamenti di Lenin. La parte inglese del Comitato avrebbe tradito certamente gli scopi rivoluzionari e ciò non doveva essere nascosto al proletariato. Cercò infine di far capire che la teoria che legava tutti quegli errori era quella del “socialismo in un solo paese”.

     «I nostri avversari affermano che nel nostro paese, dove alcuni milioni di proletari devono guidare un contadiname di cento milioni, e questo sotto la NEP e nell’accerchiamento capitalistico, la società socialista possa esser costruita definitivamente, senza considerare la rivoluzione proletaria, anche se solo in alcuni paesi progrediti. Questa posizione che pone delle speranze così ottimistiche nelle capacità del contadiname, viene chiamata “ottimismo”. Noi sosteniamo che il completamento della costruzione dell’economia socialista nell’Unione Sovietica verrà compiuto con il contributo di rivoluzioni proletarie in altri paesi. E questo, per ragioni sconosciute, viene chiamato “pessimismo”. Noi sosteniamo che l’ottimismo circa le capacità socialiste del contadiname presso i nostri avversari non è altro che il rovescio della medaglia del loro pessimismo nei riguardi della rivoluzione proletaria internazionale. Questo “ottimismo” poggia in pieno sulle teorie da me già caratterizzate sul concrescere del kulak nel socialismo, sulle capacità socialiste del piccolo proprietario».

Anche Zinoviev cominciò con una dichiarazione di preventiva sottomissione, ma non ebbe miglior fortuna di Kamenev. Le urla e gli schiamazzi continuarono, se possibile, peggio di prima.

Fece poi riferimento ad Engels che aveva detto che era necessario una rivoluzione socialista simultanea in Inghilterra, America e Germania.

     «Da tutto questo è evidente che Engels, quando parlava di una rivoluzione socialista simultanea in Inghilterra, America, Francia e Germania, non intendeva affatto che la conquista del potere da parte del proletariato avverrà assolutamente nello stesso tempo in questi quattro paesi. Engels non era affatto dell’opinione che uno singolo di questi paesi non possa “cominciare”. Solo dai signori “capi” della Seconda Internazionale la questione fu posta così piatta, i quali con la parola “internazionalismo” cercavano di coprire il loro tradimento, di giustificare la loro inattività, il loro passaggio dalla parte della “loro” borghesia; Engels invece voleva dire che la vittoria dell’ordine socialista sul capitalismo avverrà solo quando il socialismo si sarà consolidato nei quattro paesi che allora erano i quattro paesi-guida cosa che, vista in una prospettiva storica, avverrà nel medesimo periodo».

Da ciò la conclusione irrinunciabile per ogni comunista cresciuto alla scuola di Lenin:

     «Il proletariato deve prendere il potere anche in un solo paese perché abbiamo la convinzione scientifica che internazionalmente le premesse oggettive per il socialismo sono mature».

Seguivano, mentre continuavano gli schiamazzi, numerose citazioni di Lenin su questo argomento ostico a digerire soprattutto nell’Occidente malato di pacifismo. Zinoviev appassionatamente disse che non si poteva non dedurre da tutto ciò quale doveva essere la tesi giusta e quella sbagliata. Quella giusta era che il proletariato conquistato il potere in un paese espropria i capitalisti, chiama alla lotta di classe tutti gli operai del mondo e si pone esso stesso contro gli altri Stati capitalisti. Errata profondamente era la tesi opposta: il proletariato conquista il potere, si mette a costruire il socialismo all’interno e solo dopo si pone contro gli altri Stati capitalisti; ammesso che sia possibile, gli altri Stati non starebbero a guardare. Zinoviev notò anche che la teoria del socialismo in un solo paese era sorta solo dopo la morte di Lenin. A coloro che dicevano che, anche se la teoria del socialismo in un solo paese è errata teoricamente, essa è ugualmente utile politicamente perché dà una prospettiva al proletariato russo, rispondeva Zinoviev in mezzo ad isteriche urla:

     «Questo è il peggior tipo di opportunismo. Dal punto di vista del socialismo scientifico una cosa teoricamente sbagliata non può essere politicamente utile».

Concluse poi il suo intervento dicendo che la maggioranza esagerava sul pericolo delle frazioni e, con coraggio, fece questo appello a chi aveva a cuore il bene del Partito ma ormai era proiettato verso il conseguimento di successi immediati che la borghesia mondiale faceva intravedere a patto che si rinunciasse ad ogni prospettiva rivoluzionaria:

     «Solo una vita ideologica continua, pulsante, può mantenere il Partito così come si è formato prima e durante la Rivoluzione, con continuo studio critico del suo passato, correzione dei suoi errori e discussione collettiva delle questioni più importanti. Per la realizzazione di questo è necessario che gli organi dirigenti del Partito ascoltino la voce della grande massa del Partito, che non prendano ogni critica come manifestazione di spirito frazionistico e, così, non spingano dei compagni di Partito coscienziosi e disciplinati sulla via dell’isolamento e del frazionismo».

Si trattava di tesi e posizioni perfettamente allineate con quanto allora sosteneva e aveva sempre sostenuto la Sinistra.

Naturalmente le conclusioni del VII E.A. furono di totale appoggio alla maggioranza del PCUS, così che ora la Sinistra russa era ancora più isolata di prima.

Nell’agosto del 1927 Trotzki e Zinoviev furono espulsi dal C.C., nel settembre Trotzki fu espulso anche dall’Esecutivo dell’Internazionale e il 14 novembre furono espulsi dal PCUS Trotzki, Kamenev e Zinoviev insieme ad altri 75 compagni. Il Congresso, il XV, convocato per il dicembre ratificò a schiacciante maggioranza le decisioni prese dal C.C. Di fronte alle decisioni del Congresso Kamenev e Zinoviev dissero che bisognava capitolare, cosa che fecero, anche se non per questo ebbero salva la vita; Trotzki fu perfino espulso dall’URSS.

Non si poteva arrestare la furia della controrivoluzione che di lì a qualche anno sarà ferocissima: lo stesso Partito, nel quale tutto sommato la stessa opposizione avrà sempre la massima fiducia, non era più lo stesso Partito che aveva vinto la Rivoluzione d’Ottobre, non solo quanto a posizioni, ma nemmeno quanto alla sua composizione. La sua fisionomia era infatti completamente mutata: all’inizio del 1924 i membri totali del Partito (effettivi e candidati) erano 472.000. Nel corso dell’anno, con la famigerata “leva leninista” ideata da Stalin, erano saliti a 772.000 e, all’inizio del 1926, erano addirittura 1.078.000. La ammissione dei nuovi membri non avveniva più individualmente ma per gruppi. Nel dicembre 1919 le norme che regolavano le ammissioni al Partito erano molto rigide: ogni nuovo membro doveva essere presentato almeno da due membri effettivi e doveva attendere fino a 6 mesi per ottenere l’ammissione a membro candidato. Lenin, con l’introduzione della NEP, voleva che tali norme diventassero ancora più rigide.

Durante la guerra civile nello statuto del Partito c’era scritto che i membri del Partito non avevano privilegi nei confronti degli altri lavoratori, ma solo obblighi maggiori. Invece a partire dal 1926 l’appartenenza al PCUS fu sempre più considerata come il mezzo per aspirare ad una posizione di privilegio sociale.

In tal modo l’opera accorta della segreteria del Partito si assicurò un Partito docile: nessuno dei nuovi dirigenti avrebbe avuto il coraggio di mettersi contro la segreteria con il rischio di vedersi degradato; al contrario tutti facevano a gara a mostrarsi disciplinati e ossequiosi verso le decisioni ufficiali.


La piramide capovolta: Internazionale - Partito - Stato Abbiamo riportato gli avvenimenti più significativi delle vicende interne al Partito Russo, dai quali si capisce che la Sinistra italiana e la Sinistra russa conducevano la stessa battaglia in difesa degli stessi principi e dell’incorrotto marxismo rivoluzionario, ma anche che la Sinistra russa tardi e non fino in fondo capì che l’unico modo di impedire una totale disfatta delle forze rivoluzionarie e ancora recuperabili al comunismo era quella di rimettere al vertice della piramide l’Internazionale e dunque sottoporre alla stessa la soluzione del problema russo, cosa che invano chiedemmo fin dall’inizio della degenerazione (V Congresso dell’I.C., giugno 1924). Con il 1926, come la Sinistra denunciò al VI E.A. del febbraio-marzo, la piramide del movimento comunista era completamente rovesciata: non stava al vertice l’Internazionale e alla base i partiti nazionali, compreso quello russo, da cui doveva essere diretto anche lo Stato russo; al contrario al vertice ormai era lo Stato russo che dittava sia sul PCUS che sull’Internazionale.

Dal momento che non fu possibile rimettere la piramide sulla sua base naturale era chiaro che le forze controrivoluzionarie avevano ormai definitivamente il sopravvento e la difesa dell’integrale ed incorrotto programma del comunismo rivoluzionario doveva nuovamente essere fatta al di fuori di quell’organizzazione, ormai preda della nuova ondata opportunista come lo era stata la Seconda Internazionale allo scoppio della guerra.

Dal Rapporto della Sinistra al VI Esecutivo Allargato, in “Comunismo” n. 1:

     «Quali sono i nostri compiti per l’avvenire? Questa assemblea non potrebbe occuparsi seriamente di questo problema senza porsi il problema fondamentale dei rapporti storici fra la Russia sovietica e il mondo capitalista in tutta la sua ampiezza e gravità. Accanto al problema della strategia rivoluzionaria del proletariato, del movimento internazionale dei contadini e dei popoli coloniali e oppressi, la questione della politica statale del partito comunista in Russia è oggi per noi la questione più importante. Si tratta di dare una buona soluzione al problema dei rapporti interni di classe in Russia, si tratta di applicare le necessarie misure in relazione all’influenza dei contadini e degli strati piccolo-borghesi che vanno sorgendo, si tratta di lottare contro la pressione esterna, che oggi è puramente economica e diplomatica e che forse domani sarà militare.

     «Poiché negli altri paesi non si sono ancora verificati sommovimenti rivoluzionari, è necessario collegare nel modo più stretto l’intera politica russa alla politica generale rivoluzionaria del proletariato. Non intendo approfondire qui tale questione, ma affermo che il punto di appoggio per questa lotta si trova certo in prima linea nella classe lavoratrice russa e nel suo partito comunista, ma è d’importanza fondamentale basarsi anche sul proletariato degli Stati capitalisti. Il problema della politica russa non può essere risolto entro il perimetro chiuso del movimento russo: è anche assolutamente necessaria la collaborazione diretta di tutta l’Internazionale Comunista” (...)

     «Il pericolo di destra esiste egualmente nelle risoluzioni adottate qui: tanto sulle questioni di politica generale che sui problemi dei diversi partiti, la questione del partito tedesco o del partito francese. Si manifesta inoltre nel rifiuto di sottomettere il problema russo al plenum dell’Esecutivo Allargato. Ho già sottolineato nel mio discorso che nel loro stato attuale le sezioni della Internazionale non sono in grado di occuparsi della questione russa, ed ho già detto che ciò conferma la mia critica. È assolutamente indispensabile che l’Internazionale si occupi del problema cruciale costituito dai rapporti tra la lotta rivoluzionaria del proletariato mondiale e la politica dello Stato proletario e del partito comunista in Russia; è indispensabile che l’Internazionale acquisti la capacità di risolvere questi problemi.

     «È augurabile che una resistenza di sinistra si manifesti contro questo pericolo di destra; non voglio dire una frazione, ma una resistenza della sinistra alla scala internazionale. Tuttavia devo dichiarare francamente che questa reazione sana utile e necessaria non può né deve prendere la forma di una manovra e di un intrigo (...)

     «Vorrei formulare per scritto la mia posizione riguardo alla discussione sui problemi russi. Ho il diritto di constatare che il Plenum non ha voluto discutere le questioni russe, che non ha né la possibilità né la preparazione richiesta per farlo, e ciò mi dà diritto di concludere che questo è un risultato della politica generale errata dell’Internazionale e delle deviazioni di destra di questa politica. È la stessa constatazione che ho fatto nel mio primo discorso durante la discussione generale.

     «Concretamente propongo che il Congresso mondiale sia convocato l’estate prossima con all’ordine del giorno precisamente la questione dei rapporti tra la lotta rivoluzionaria del proletariato mondiale e la politica dello Stato russo e del partito russo, dando per scontato che la discussione di questi problemi deve essere preparata correttamente in tutte le sezioni dell’Internazionale».

Queste erano le posizioni che la Sinistra sosteneva nel periodo cruciale che va dal 1922 al 1926. Si aspettava forse la Sinistra di poter cambiare il corso controrivoluzionario degli avvenimenti?

La storia ha dimostrato ormai abbondantemente che era impossibile, ma ha anche dimostrato che l’unico metodo corretto di superare le divergenze che possono sorgere in seno al partito non si rintraccia in ridicole pressioni amministrative o giuridiche sul centro dirigente o sulla base, ma è solo quello dello studio fraterno serio collettivo disinteressato per il raccordo con gli stabiliti termini programmatici della questione e con le valutazioni delle lunghe lezioni storiche.

Ribadiamo questi concetti con un nostro testo di anni a noi più vicini, “La Russia nella grande rivoluzione”:

     «Vi era una forza storica, un ente, un Corpo, che si potesse consultare per scongiurare l’errore e la catastrofe, dato che l’ingranaggio del partito bolscevico, e con esso quello dell’Internazionale Comunista, miseramente fallirono, anzi avallarono come linea ortodossa e rivoluzionaria quella che poi è rovinata fino al tradimento ed al passaggio al borghese nemico?


     «Dove in genere devesi collocare la direzione, la guida suprema, dell’azione della classe lavoratrice nella lotta per il socialismo? (...)

     «Una simile questione non può dunque essere sciolta con canoni giuridici o interpellando corti costituzionali, ma solo in base alla storia dello svolgersi del modo capitalistico di produzione, anzi, più ancora: ad una prospettiva stabilita in dottrina di questo sviluppo futuro. Solo su tali basi gli antagonismi di classe divengono visibili ed operanti: il problema dell’Autorità ce lo possiamo proporre non in sede di filosofia morale, o della storia, ma solo dopo avere stabilito i termini delle tappe che traversa turbinosamente il decorso dell’economia capitalistica universale (...)

     «Nel testo del Dialogato coi Morti abbiamo usato una potente citazione di Lenin su questo punto: dove riposa l’autorità del movimento della classe proletaria? Egli non parlò di numero, né di statistica conta, ma ricordò l’appoggio sulla tradizione e l’esperienza delle lotte rivoluzionarie nei più diversi paesi, l’utilizzazione delle lezioni di lotte operaie di tempi anche lontani. Il corpo dei lavoratori rivoluzionari di tutti i paesi, cui egli rimandava gli ansiosi di consultazioni decisorie di difficili problemi, come in quel punto illustrammo, non ha limiti né nel tempo né nello spazio; né distingue, nella sua base di classe, razze, nazioni, professioni. E mostrammo che non può neppure distinguere generazioni: deve coi viventi ascoltare anche i morti, e in un senso che ancora una volta rivendichiamo non mistico né letterario i componenti della società che avrà caratteristiche diverse e opposte a quelle del capitalismo, che purtroppo, giuste le parole di Lenin, e quelle da lui citate di Marx, stanno ancora stampate nei cuori e nelle carni dei lavoratori attuali.

     «Questa unità vastissima di spazio e di tempo è dialetticamente concetto opposto al fascio, al blocco immondo di tante vantate collettività che si coprono del nome di operaie (e peggio mille volte di popolari). Si tratta di unità qualitativa che raccoglie militanti di formazione uniforme e costante da tutti i lidi e da tutte le epoche; e l’organismo che risolve il problema non è che uno, il partito politico, il partito di classe, il partito a base internazionale. Il partito, che ritorna nelle incessanti fondamentali richieste di Marx, di Engels, di Lenin, di tutti i combattenti del bolscevismo e della Terza Internazionale degli anni gloriosi.

     «Ricorderemo appena le garanzie da noi tante volte proposte e illustrate nel Dialogato. Dottrina: il Centro non ha facoltà di mutarla da quella stabilita, sin dalle origini, nei testi classici del movimento. Organizzazione: unica internazionalmente, non varia per aggregazione o fusioni ma solo per ammissioni individuali; gli organizzati non possono stare in altro movimento. Tattica: le possibilità di manovra e di azione devono essere previste da decisioni dei congressi internazionali con un sistema chiuso. Alla base non si possono iniziare azioni non disposte dal centro: il centro non può inventare nuove tattiche e mosse, sotto pretesto di fatti nuovi.

     «Il legame tra la base del partito ed il centro diviene una forma dialettica. Se il partito esercita la dittatura della classe nello Stato, e contro le classi contro cui lo Stato agisce, non vi è dittatura del centro del partito sulla base. La dittatura non si nega con una democrazia meccanica interna formale, ma col rispetto di quei legami dialettici.

     «Ad un certo tempo nell’Internazionale comunista i rapporti si capovolsero: lo Stato russo comandava sul partito russo, il partito sull’Internazionale. La Sinistra chiese che si rovesciasse questa piramide.

     «Non seguimmo i trotzkisti e gli anarcoidi quando fecero della lotta contro la degenerazione della rivoluzione russa una questione di consultazione di basi, di democrazia operaia o operaio-contadina, di democrazia di partito. Queste formule rimpicciolivano il problema.

     «Sulla questione dell’Autorità generale con cui il comunismo rivoluzionario deve far capo, noi ritorniamo a trovare i criteri nell’analisi economica, sociale e storica. Non è possibile far votare morti e vivi e non ancora nati. Mentre, nella originale dialettica dell’organo partito di classe, una simile operazione diviene possibile, reale e feconda, se pure in una dura, lunga strada di prove e di lotte tremende».

(Continua)

 

 

 



Dall’archivio della sinistra

Settima Sessione dell’Esecutivo Allargato dell’Internazionale Comunista.

Ventitreesima seduta, 11 dicembre 1926, mattina. Continuazione della discussione sulle questioni interne del P.C. russo

Discorso di Kamenev

[ è qui ]