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"COMUNISMO" n. 27 - luglio-dicembre 1989
Ragione e Rivoluzione [RG41-43-44] (2/5): Esposto alle riunioni del maggio 1988, gennaio e maggio 1989 (segue dal n.26) - Il lavoro salariato mistificazione dello sfruttamento del proletariato: 1. La trasformazione del Denaro in Capitale 2. Lavoro salariato e Capitale 3. Feticcio lavoro = Feticcio capitale 4. Infamia del lavoro retribuito 9. La democrazia ovvero l’elemento soggettivo del peggioramento del lavoro salariato rispetto a quello schiavista 10. L’astratto capitalista 11. Il romantico Stalin.
Origini e storia della classe operaia inglese (VI - segue dal n. 26), [RG40], Il cartismo: Una nuova associazione - La Convenzione nazionale - La ribellione di Newport - L’Associazione nazionale cartista - Lo sciopero generale del 1842 - Il progetto della terra ultimo rigurgito di utopismo (continua).
I capitalismi dell’Est verso la crisi mondiale del capitale
Dall’Archivio della Sinistra:
     - Agosto 1914 - agosto 1928 (Prometeo, n. 5, 1 settembre 1928).
     - La guerra che viene (Prometeo, n. 6, 15 settembre 1928).
     - Gli errori dell’Internazionale (Prometeo, n. 2, 15 giugno 1928).
     - La tragedia dell’Internazionale (Prometeo, n. 3, 15 luglio 1928).
     - Ricorso presentato dalla Sinistra al Sesto Congresso dell’I.C. (Prometeo, n. 3, 1 luglio 1928).

 

 

 
 
 


Ragione e Rivoluzione
Esposto alle riunioni del maggio 1988, gennaio e maggio 1989.
(segue dal n.26)

Il presente capitolo, esposto alla scorsa riunione al Partito a Bolzano, prosegue lo studio pubblicato nel precedente numero di questa rivista, nei capitoli Ragione e rivoluzione e Il feticcio merce e la sua morte.

Il lavoro salariato mistificazione dello sfruttamento del proletariato


1. La trasformazione del Denaro in Capitale

Abbiamo analizzato nel capitolo precedente le categorie economiche Merce e Denaro ed abbiamo individuato i rapporti sociali tra uomini «celati dietro le loro spalle». Abbiamo visto che la circolazione delle merci e del denaro esistono anche in società dove la produzione è nella sua massima parte produzione di valori d’uso, per sé o per altri (schiavismo, lavoro servile). La produzione di merci ed il denaro non sono quindi sufficienti a caratterizzare la produzione specificatamente capitalistica. Certamente è sulla base della produzione mercantile e quindi sulla scissione tra valore d’uso e valore di scambio, resa esteriore ed autonoma nel denaro, che nasce il nuovo modo di produzione. Ma essa da sola è insufficiente a definirlo, anche se il capitalismo è l’universalizzazione del carattere di merce dei prodotti del lavoro.

«Se avessimo indagato più a fondo in quali circostanze tutti i prodotti, o anche solo la maggioranza di essi, assumono la forma di merci, sarebbe apparso che ciò avviene soltanto sulla base di un modo di produzione del tutto specifico: quello capitalistico» (Il Capitale, I).

D’altra parte se è vero che il denaro non è di per sé capitale è altrettanto vero che esso è la prima forma fenomenica del capitale, e che i primi capitalisti storicamente si sono contrapposti ai proprietari fondiari nella figura di detentori di denaro, di capitalisti mercantili ed usurai. Il denaro «Ultimo prodotto della circolazione delle merci è la prima forma fenomenica del Capitale. Dal punto di vista storico il capitale si contrappone dappertutto alla proprietà fondiaria nella forma del denaro, come patrimonio in denaro, capitale mercantile e capitale usuraio».

Ma il capitale commerciale ed il capitale usurario agivano all’esterno della produzione, essi non la controllavano nemmeno formalmente. Perché ciò fosse possibile era necessaria, ad un polo, l’accumulazione di denaro sufficiente a mettere in moto il processo e, all’altro polo, la formazione di una merce particolare: la forza lavoro, il lavoratore libero. Qui la definizione di Marx: «Il possessore di denaro o di merci si trasforma realmente in capitalista, solo quando la somma minima anticipata per la produzione supera di gran lunga il massimo medievale. Qui, come nelle scienze naturali, si rivela la validità della legge scoperta da Hegel nella sua logica, che mutamenti puramente quantitativi si risolvono ad un certo punto in differenze qualitative». Quindi non ogni quantità di denaro è capitale.

Ma, se manca al polo opposto la forza lavoro, qualunque somma di denaro rimane quello che è, denaro, ed è impotente a trasformarsi in capitale, come storicamente è avvenuto nel mondo antico. «Le condizioni storiche di esistenza del capitale non sono date di per sé con la circolazione delle merci e del denaro. Esso nasce soltanto dove il possessore dei mezzi di produzione e di mezzi si sussistenza trova bell’è pronto sul mercato il lavoratore libero come venditore della sua forza lavoro: e questa sola condizione storica abbraccia tutta la storia mondiale. Perciò il capitale annunzia fin da principio un’epoca del processo sociale di produzione». Il denaro per trasformarsi in capitale ha bisogno che al polo opposto vi sia il lavoratore libero: libero di mezzi di produzione e di sussistenza, libero di scegliere il capitalista a cui vendere la sua forza lavoro. Libero infine di scegliere con una scheda quale frazione di briganti debba maneggiare la macchina dello Stato.

2. Lavoro salariato e Capitale

Il lavoro salariato annuncia una nuova epoca storica caratterizzata dall’erompere di un nuovo modo di produzione: il capitalismo. Il lavoro salariato è infatti la forma specifica sociale assunta dal lavoro nel modo capitalistico di produzione: «Condizione del capitale è il lavoro salariato» (Manifesto).

Capitale e lavoro salariato sono due poli del medesimo rapporto sociale tra uomini: il rapporto capitalistico di produzione e di scambio: «Il capitale presuppone il lavoro salariato e il lavoro salariato presuppone il capitale. Essi si condizionano a vicenda; si generano a vicenda» (Marx: Lavoro salariato e Capitale). Il capitale produce il lavoro come lavoro salariato, il lavoro salariato produce i prodotti come capitale. Ambedue sono premessa e risultato del processo complessivo di produzione.

Solo di fronte al lavoro come lavoro salariato alcune cose – mezzi di produzione e di sussistenza – diventano capitale, e solo di fronte al capitale il lavoro diviene lavoro salariato. Anche qui un rapporto sociale di produzione, il rapporto di sottomissione del lavoro da parte del capitale, si reifica e appare come proprietà sociale, “naturale”, di cose. Il Capitale come cosa ha di fronte a sé il lavoro come lavoro salariato, ed il lavoro salariato ha di fronte a sé i mezzi di produzione e di sussistenza come Capitale.

«Se la compravendita della forza lavoro da cui è condizionata la trasformazione di una parte del capitale in capitale variabile è un processo distinto e indipendente dal processo di produzione immediato, precedente ad esso, costituisce tuttavia il fondamento assoluto del processo di produzione capitalistico, e un elemento di questo processo di produzione visto nella sua totalità e non solo nell’istante della produzione immediata di merci. La ricchezza materiale si trasforma in capitale solo perché l’operaio, per poter comprare, vende la propria capacità lavorativa; solo di fronte al lavoro salariato le cose che sono le condizioni oggettive del lavoro, cioè i mezzi di produzione, e le cose che sono le condizioni oggettive del mantenimento dell’operaio, cioè i mezzi di sussistenza, diventano capitale.

«Il capitale non è una cosa più che non lo sia il denaro. Nell’uno come dell’altro, determinati rapporti produttivi sociali fra persone appaiono come rapporti fra cose e persone, ovvero determinati rapporti sociali appaiono come proprietà sociali naturali di cose.

«Senza salariato, dacché gli individui si fronteggiano come persone libere, niente produzione di plusvalore; senza produzione di plusvalore, niente produzione capitalistica, quindi niente capitale e niente capitalisti.

«Capitale e lavoro salariato (...) esprimono due fattori dello stesso rapporto. Il denaro non può diventare capitale senza scambiarsi preventivamente contro la forza-lavoro che l’operaio vende come merce; d’altra parte il lavoro può apparire come lavoro salariato solo dal momento in cui le sue proprie condizioni oggettive gli stanno di fronte come potenze autonome, proprietà estranea, valore esistente per sé e arroccato in sé stesso, insomma, capitale» (Marx: VI Capitolo inedito).

Dire quindi lavoro salariato è dire capitale. La storia dell’uno è la storia dell’altro. Il lavoro salariato è la forma sociale di lavoro specifica del modo capitalistico di produzione, esso non può essere la forma sociale del lavoro del socialismo economico.

«Il lavoro salariato (...) è perciò una forma sociale necessaria del lavoro per la produzione capitalistica, esattamente come il capitale, il valore potenziato, è una forma sociale necessaria che le condizioni oggettive del lavoro devono assumere affinché il lavoro sia lavoro salariato. Ne segue che il lavoro salariato è condizione necessaria della formazione del capitale, presupposto necessario e permanente della produzione capitalistica; e che il primo processo, lo scambio cioè di denaro contro forza lavoro (...) se non entra in quanto tale nel processo immediato di produzione entra invece nella produzione dell’intero rapporto».

Il lavoro salariato non è quindi la forma naturale finalmente scoperta del lavoro. Il salario non è quindi una cosa, un mucchio di denaro inteso come cosa, né una massa di mezzi di sussistenza. Il salario sottende e definisce un rapporto di produzione storicamente determinato e quindi transitorio: il capitalismo.

I possessori di denaro e di merci da una parte ed i lavoratori liberi detentori solo della loro capacità di lavorare dall’altra, non sono infatti un prodotto della natura ma della storia. «La natura non produce da un lato possessori di denaro o di merci e dall’altro puri e semplici possessori della propria forza lavoro. Questo rapporto non appartiene alla storia naturale, né tanto meno è un rapporto sociale comune a tutti i periodi storici: è chiaramente esso stesso il risultato di uno sviluppo storico antecedente, il prodotto di tutta una serie di rivolgimenti economici, del tramonto di una lunga catena di più antiche formazioni della produzione sociale» (Il Capitale, I). Il lavoro salariato è prodotto della storia e la natura reificata del salario nasconde e mistifica lo sfruttamento del proletariato.

L’uomo non è nato libero. Nella comunità primitiva comunista non esisteva scisso dalla comunità, egli poteva essere solo nella e con la comunità. Prima del capitalismo era legato alla terra o alle corporazioni di mestiere. In ambedue i casi era legato alle condizioni del suo lavoro, e le dominava. Non era ancora giunta la libertà a renderlo prigioniero delle cose. Quando questa compare vengono recisi con la spada i vincoli dell’uomo alla terra ed al mestiere e l’uomo finalmente libero può guardarsi intorno e cercare chi per un periodo prestabilito è disposto a vincolarlo alle condizioni di lavoro.

«La proprietà privata associata al lavoro personale, poggiante per così dire sulla compenetrazione fra l’individuo lavoratore indipendente e le condizioni del suo lavoro, viene scacciata e sostituita dalla proprietà privata capitalistica, basata sullo sfruttamento di lavoro altrui, ma formalmente libero».

Ma la stessa forza che ha reso libero il lavoratore rendendolo proletario, rende liberi molti degli stessi capitalisti, centralizza e socializza la produzione fino a che «la centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiungono un punto nel quale diventano incompatibili con il loro involucro capitalistico. Esso viene infranto. L’ultima ora della proprietà privata capitalistica suona. Gli espropriatori vengono espropriati».


3. Feticcio lavoro = Feticcio capitale

Il lavoro come lavoro salariato non è in antitesi con la proprietà privata, come pensavano i socialisti piccolo-borghesi alla Proudhon e, pensano, meschinelli, gli attuali marxisti volgari filosovietici e filocinesi, e gli immediatisti operaisti e ordinovisti in genere. Il lavoro come lavoro salariato è il completamento della proprietà privata. La proprietà privata senza lavoro salariato è la proprietà privata incompleta, non giunta al suo completo svolgimento. Optare per il lavoro in quanto lavoro salariato contro la proprietà privata è un non senso pari al pretendere di distruggere la proprietà privata lasciando sussistere il lavoro come lavoro salariato. Il marxismo rivoluzionario ha sempre giudicato il feticcio lavoro un’altra schifosa forma del feticcio capitale e si pone il compito rivoluzionario di schiantare l’uno e l’altro.

Il socialismo romantico made in Russia ed in Cina, al pari dell’immediatismo operaista, non potrà mai comprendere questa verità, perché è incapace a capire che lavoro salariato e proprietà privata sono l’uno premessa e risultato dell’altro. «La proprietà privata è quindi il (...) prodotto, il risultato, la conseguenza necessaria del lavoro alienato» (Marx, Manoscritti del ’44). La proprietà privata è «la realizzazione di questa alienazione (del lavoro da se stesso)». Ora «l’economia politica prende le mosse dal lavoro inteso come l’anima propria della produzione eppure non dà al lavoro nulla mentre dà alla proprietà privata tutto. Da questa contraddizione Proudhon ha concluso in favore del lavoro contro la proprietà privata. Ma noi ci rendiamo conto che questa apparente contraddizione è la contraddizione del lavoro estraniato con se stesso, e che l’economia politica non ha fatto altro che esporre le leggi del lavoro estraniato».

Dato ciò noi marxisti “talmudici” «riconosciamo pure che salario e proprietà privata sono la stessa cosa» ed anticipando alcune conclusioni buttiamo sul grugno dei venduti di ogni tempo e frontiera la seguente formidabile conclusione programmatica: «Il salario è una conseguenza immediata del lavoro estraniato, e il lavoro estraniato è la causa immediata della proprietà privata. Con l’uno deve quindi cadere anche l’altro».


4. Infamia del lavoro retribuito

L’affermarsi storico del lavoro come lavoro salariato costituisce il capitolo più infame della storia umana. Forse nessuna epoca ha visto tanta violenza, tanto sangue, tanta miseria e abrutimento quanto questa. La spoliazione dei produttori diretti e la loro sottomissione al dominio prima formale poi reale del capitale è un processo spietato, annichilitore dell’uomo come essere generico e come individuo empirico.

La storia di questa infamia è consegnata nelle pagine immortali e scultoree del primo libro del Capitale. «La trasformazione dei mezzi di produzione individuali e disseminati in mezzi di produzione socialmente concentrati, quindi della proprietà minuscola di molti in proprietà gigantesca di pochi, quindi ancora l’espropriazione delle grandi masse del popolo dal possesso del suolo, dei mezzi di sussistenza e degli strumenti di lavoro; questa terribile e tormentata espropriazione della massa della popolazione costituisce la preistoria del capitale. Essa abbraccia tutta una serie di metodi violenti, di cui abbiamo passato in rassegna solo quelli che fanno epoca come metodi dell’accumulazione originaria del capitale. L’espropriazione dei produttori immediati viene compiuta mediante il più spietato vandalismo e sotto il pungolo delle più infami, delle più sordide, delle più meschinamente odiose passioni» (Il Capitale, I).

L’espropriazione dei produttori procede in estensione ed in profondità. In estensione in quanto il capitale invade sempre nuove zone prima ai margini o fuori del suo dominio, e ne distrugge le vecchie comunità ivi insediate. In profondità nel senso che nelle zone già sottomesse al suo dominio il capitale procede ad una ulteriore espropriazione, ancora più atroce e terribile di quella attuale nella fase dell’accumulazione originaria. In questa il produttore viene separato dai mezzi di produzione, dagli oggetti su cui e con cui egli esplica la sua stessa capacità di lavorare e di godere. È la totale espropriazione dei sensi dell’uomo.

«La proprietà privata ci ha resi così ottusi ed unilaterali che un oggetto è considerato nostro soltanto quando lo abbiamo, e quindi quando esso esiste per noi come capitale o è da noi immediatamente posseduto, mangiato, portato sul nostro corpo, abitato, ecc, in breve, quando viene da noi usato; sebbene la proprietà privata concepisca a sua volta tutte queste realizzazioni immediate del possesso soltanto come mezzi di vita, e la vita, a cui servono come mezzi, sia la vita della proprietà privata, del lavoro e della capitalizzazione. Al posto di tutti i sensi fisici e spirituali è quindi subentrata la semplice alienazione di tutti questi sensi, il senso dell’avere. L’essere umano doveva essere ridotto a questa assoluta povertà, affinché potesse estrarre da sé la sua ricchezza interiore» (Marx, Manoscritti).

Tale espropriazione non concerne solo il proletariato, in cui «l’uomo non solo non ha più bisogni umani ma in lui anche i bisogni animali vengono meno», ma anche il capitalista in cui «il godimento è sussunto nel capitale, l’individuo che gode del suo capitale nell’individuo che capitalizza». Solo che nel proletariato tale espropriazione è accompagnata dalla rivolta, mentre nel capitalista dall’appagamento in quanto in tale espropriazione «esso si sente a suo agio e confermato, sa che l’alienazione è la sua propria potenza e possiede in essa la parvenza di una esistenza umana» (Marx-Engels, La sacra famiglia). L’abolizione del salariato da parte del proletariato rivoluzionario «rappresenta quindi la completa emancipazione di tutti i sensi e gli attributi umani» (Manoscritti).


5. Elogio del lavoro gratuito

Il lavoro retribuito è il lato più schifoso, perché privatistico, del rapporto capitale-lavoro. Nel processo di circolazione il proletario, proprietario della sua forza lavoro, è un venditore di merce come tutti gli altri. Egli è immerso nei conti individuali che avviliscono la potenza che esprime come operaio nel processo di produzione immediato. Tale privatizzazione nella sfera mercantile si oppone alla socializzazione della forza lavoro nel processo produttivo dove non opera nessuna differenza tra lavoro pagato e non pagato nel produrre merci.

Se il salario è il lato privatistico del rapporto capitale-lavoro il plusvalore ne è il lato sociale. Quando produce sopra-lavoro l’operaio non produce per sé ma per la società, anche se essa è attualmente monopolizzata dal capitale; economicamente non è quindi individuo parcellare ma sociale.

Mentre i redditi individuali, compresi i salari, esprimono il lusso dei ricchi, l’invidia dei piccoli-borghesi imitatori e la fame del proletariato, il plusvalore appropriato dal capitale sovverte l’attuale modo di produzione. Il sopralavoro gratuito è l’elemento attivo e corrosivo del rapporto capitalistico di produzione, la fonte viva della società comunista. A livello politico il dato negativo e distruttore del proletariato – abbattere la forma sorpassata del modo di produzione capitalistico – non è che la conseguenza rivoluzionaria della sua attività produttiva feconda di una forma superiore. Nella stessa sfera della produzione moderna si radica così la sicura e completa garanzia della rivoluzione universale del comunismo.

Il pluslavoro ha sviluppato i mezzi sociali di produzione, gonfiato incessantemente l’apparato produttivo e la massa delle merci sfornate, reso superfluo il lavoro immediato di milioni di lavoratori, reso evidente che l’esistenza del capitale è d’intralcio allo sviluppo delle forze produttive del lavoro socializzato. Con lo sviluppo del macchinismo, della grande industria e dell’automazione, l’estensione del plusvalore relativo e la contrazione del lavoro necessario hanno minato dalle fondamenta il pilastro su cui si regge l’intera società capitalistica: la legge del valore.

«Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte della ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la sua misura, e quindi il valore di scambio deve cessare di essere la misura del valore d’uso. Il plusvalore della massa ha cessato di essere la condizione dello sviluppo della ricchezza generale» (Marx, Grundrisse, II).

La teoria del plusvalore di Marx ha distrutto tutte le utopie piccolo-borghesi di un Proudhon o di un Lassalle per i quali, se «tutto il reddito sociale è plusvalore (basta che) lo distribuiamo tra quelli solo che hanno lavorato (e) tutto il comunismo e bell’è costruito» (Traiettoria e Catastrofe). La posizione proudhoniana e lassalliana era scioccamente immediatista e non andava oltre il rapporto privatistico e mercantilistico operaio-capitalista.

Ben altra cosa è la concezione scientifica del socialismo di Marx. Per Marx nel socialismo il lavoro non ha valore e non si paga. Il lavoro cristallizzato non ha più bisogno di assumere la forma storico-sociale del valore per nessuna merce e tanto meno per la forza lavoro umana. «Il plusvalore della massa ha cessato di essere la condizione dello sviluppo della ricchezza generale, così come il non-lavoro dei pochi ha cessato di essere la condizione dello sviluppo delle forze generali della mente umana. Con ciò la produzione basata sul valore di scambio crolla».

Nel comunismo verrà abolito il lavoro necessario, il lavoro retribuito, espressione millenaria di servitù e abiezione, ma, giusta la critica marxiana al lassalliano programma di Gotha, rimarrà il pluslavoro, ossia il dono di lavoro alla società intera. «Qui vi è tutta la profondità del divario tra la concezione di Marx e quella banale di Proudhon, di Lassalle, di tanti e tanti altri, che chiamano socialismo la conquista da parte del lavoratore del frutto del proprio lavoro, allorché, ci si passi la formulazione paradossale, il socialismo consiste nella perdita di esso» (Dialogato con Stalin). Ed ancora: «Il socialismo dà l’attribuzione e la disposizione di tutti i prodotti del lavoro sociale non ad individui, non ad aziende ed unità simili (magari cooperative), ma alla società. Nessuno avrà, come individuo, possibilità di disporre del lavoro di chicchessia e nemmeno proprio. Ove vi fosse proprietà del lavoro, vi sarebbe proprietà del capitale: dunque capitalismo. Una forte proporzione di dichiarati marxisti resterebbe interdetta alla tesi: il socialismo manterrà il sopralavoro e non pagherà il lavoro necessario».

Nella società comunista i produttori regaleranno tutto il loro lavoro alla società, cosicché la stessa parte variabile per la sussistenza del lavoratore sarà eliminata. Non vi sarà quindi più compenso o remunerazione individuale. Già oggi la spinta economica va in questa direzione: colla socializzazione dei rapporti produttivi, con lo sviluppo del macchinismo e dell’automazione il lavoro necessario tende a un minimo mentre il plusvalore relativo tende a coprire l’intera giornata lavorativa.

Il comunismo si fonda sul lavoro gratuito e disinteressato, sul pluslavoro a beneficio di tutta la società e non più di una minoranza privilegiata come avviene nel capitalismo. «Il comunismo nel senso stretto della parola è lavoro non remunerato effettuato a favore della società, lavoro che non tiene conto delle differenze individuali, che cancella ogni ricordo dei pregiudizi della vita attuale» (Lenin, VIII Conferenza del P.C.B., 1919).

Ne La Grande Iniziativa Lenin individua nei sabati comunisti l’inizio del comunismo proprio per il loro carattere di lavoro gratuito e disinteressato: «In confronto al capitalismo il comunismo è la più elevata produttività del lavoro di operai volontari, coscienti e uniti, che si servono della tecnica più progredita. I sabati comunisti sono straordinariamente preziosi come inizio effettivo del comunismo; e ciò è una grandissima rarità perché ci troviamo in uno stadio in cui “si compiono soltanto i primi passi verso la transizione dal capitalismo al comunismo” (come è detto in modo assolutamente giusto nel programma del nostro partito). Il comunismo comincia là dove appare la preoccupazione disinteressata, che sormonta il duro lavoro, dei semplici operai di aumentare la produttività del lavoro, di salvaguardare ogni pud di grano, di carbone, di ferro e di altri prodotti che non sono destinati agli operai stessi ed alle persone a loro “prossime”, ma alle “lontane”, cioè alla società nel suo complesso, alle decine, centinaia di milioni di uomini raggruppati dapprima in un singolo Stato socialista poi in una Unione delle repubbliche sovietiche».

Il pluslavoro gratuito, che nel capitalismo è sì monopolizzato da una minoranza, ma opera nel processo produttivo come agente corrosivo e distruttore del modo di produzione, nel socialismo si dispiegherà a vantaggio della società intera ed avrà come dialettica conseguenza la riduzione della giornata lavorativa di tutti i componenti attivi della società.

«Carlo Marx deride nel capitale la pomposità e magniloquenza della Magna Charta democratica borghese, tutta la fraseologia sulla libertà e sull’uguaglianza e sulla fraternità in generale, che abbacina i piccoli-borghesi ed i filistei di tutti i paesi, inclusi i vili eroi contemporanei della vile Internazionale di Berna. Marx vi oppone la semplice impostazione del problema da parte del proletariato: riduzione della giornata di lavoro».

La scoperta che il pluslavoro gratuito è l’alfa e l’omega, la pietra angolare del comunismo non è una nostra arbitraria interpretazione della dottrina comunista: è contenuta nei testi di Marx e di Lenin. «Siamo dunque ben sicuri di non averla scoperta noi, la formula drastica che riassume tanto scientificamente che drammaticamente la rivendicazione proletaria comunista e rivoluzionaria, morte al maledetto lavoro pagato e necessario, largo al sopralavoro regalato senza nulla ricevere né chiedere, nella gioia di lottare per i fratelli della propria classe, e domani per la società senza classi, buona nutrice anche ai figli a riposo» (Struttura).

Quando l’uomo avrà ucciso in sé l’egoismo mercantile ed individualistico, quando nella pienezza del suo essere si sarà elevato all’altezza del lavoro gratuito e disinteressato per la specie, egli avrà alfine affermato la comunità umana, la vera Gemeinwesen in cui l’uomo sociale non esiste più in contrapposizione alla comunità perché sarà contemporaneamente questa: esso sarà allo stesso tempo individuale e universale. «Poiché l’essenza umana è la vera essenza comune (Gemeinwesen) degli uomini, gli uomini realizzando la loro essenza, producono l’essenza comune umana, l’essenza sociale, che non è una potenza universale, astratta, contrapposta al singolo individuo, ma è l’essenza di ciascun individuo, la sua propria attività, la sua propria vita, il suo proprio spirito, la sua propria ricchezza» (Marx, Note a J. Mill).

Nella società comunista l’io «è anche l’altro»; è, nella sua attività concreta di lavoro e godimento, l’altro e tutti.

Marx nella citazione che segue conserva la forma dialogale dell’io e del tu propria dell’economia e della filosofia borghese. Nella sostanza è l’uomo sociale che dialoga con se stesso. «Supponiamo di aver prodotto in quanto uomini: ciascuno di noi avrebbe, nella sua produzione, affermato doppiamente se stesso e l’altro. Io avrei 1) Oggettivato, nella mia produzione, la mia individualità e la sua peculiarità ed avrei quindi goduto, nel corso dell’attività, una manifestazione individuale della vita, così come, contemplando l’oggetto, avrei goduto della gioia individuale di sapere la mia personalità come oggettuale, sensibilmente visibile e quindi come una potenza elevata al di sopra di ogni incertezza. 2) Nel tuo godimento o uso del mio prodotto io avrei immediatamente il godimento consistente tanto nella consapevolezza di aver soddisfatto col mio lavoro un bisogno umano, e dunque d’avere oggettualizzato l’essenza umana ed aver quindi procurato un oggetto atto a soddisfare il bisogno di un altro essere umano. 3) D’essere stato per te l’intermediario fra te e il genere, e dunque di venire inteso e sentito da te stesso come un’integrazione del tuo proprio essere e come una parte indispensabile di te stesso, di sapermi dunque confermato tanto nel tuo pensiero quanto nel tuo amore. 4) D’aver posto immediatamente nella mia individuale manifestazione di vita la tua manifestazione di vita, e dunque d’aver confermato e realizzato immediatamente nella mia attività la mia vera essenza, la mia essenza comune ed umana. Le nostre produzioni sarebbero come tanti specchi, dai quali la nostra essenza rilucerebbe a se stessa».


6. Il logaritmo giallo

L’economia volgare definisce il salario come il prezzo del lavoro. In base a questa formula rimane un mistero da dove nasca il plusvalore. Rivelatasi insostenibile la teoria mercantilistica che vede il plusvalore nascere dalla circolazione, l’economia volgare ha cercato di far quadrare i conti riducendo il Capitale a cosa – mezzi di produzione e mezzi di sussistenza – e quindi il plusvalore a profitto, prodotto del Capitale in quanto cosa.

La formula salario = valore del lavoro è in base ai nostri criteri critici una formula irrazionale, fantastica. Essa pone una eguaglianza assurda tra valore (salario) e valore potenziale (forza-lavoro), e confonde il valore d’uso della forza lavoro con il suo valore di scambio.

Ora il valore d’uso di una patata è l’essere patata, oggetto commestibile dagli uomini e dagli animali. Il valore di scambio della patata non è commestibile, al pari del peso della patata. E così come è assurdo porre a confronto il peso della patata con il corpo della patata, ugualmente assurdo è porre a confronto il valore d’uso della forza lavoro con il suo valore di scambio. Per Marx: «Il salario inteso come “prezzo del lavoro” è parimenti irrazionale come un logaritmo giallo» (Il Capitale, III) ed ancora: «Nell’espressione “valore del lavoro” il concetto di valore non è solo completamente obliterato, ma capovolto nel suo opposto. È un’espressione immaginaria, come si dicesse: valore della terra» (Il Capitale, I).

Abbiamo visto: il valore è una forma storica di espressione del tempo di lavoro sociale cristallizzato in un prodotto. Il lavoro non ha valore in quanto è esso stesso, come forma di lavoro sociale storicamente determinato, lavoro privato, fonte del valore. Il valore di una merce è uguale al tempo di lavoro medio sociale necessario alla sua riproduzione. Ora qual è il tempo di lavoro necessario a riprodurre un’ora di lavoro medio sociale? Un’ora di lavoro medio sociale stessa. Quindi dire valore del lavoro è come parlare di peso del peso, valore del valore. Valore del lavoro è una formula tautologica che rimanda da un termine all’altro. In termini logico-matematici essa obbedisce al principio del circolo vizioso. Essa è una proposizione in cui il predicato definisce il soggetto mediante il soggetto stesso e quindi non lo definisce affatto.

Il lavoro è il valore, quindi non ha altro valore: esso determina la grandezza dei valori mediante la sua durata temporale.


7. L’arcano della forma salario

La formula valore del lavoro è quindi priva di senso. Ma allora come fa questa formula assurda a presentarsi razionale agli occhi di tutti gli agenti effettivi della produzione? È che: «Queste espressioni immaginarie scaturiscono dagli stessi rapporti di produzione: sono categorie designanti forme fenomeniche di rapporti essenziali».

Il rapporto essenziale del modo di produzione capitalistico è il rapporto tra lavoro salariato e capitale. In tale rapporto lo sfruttamento della forza lavoro nel processo immediato di produzione non è visibile immediatamente. La forma fenomenica del rapporto non coincide affatto con la sua essenza anzi ne è la mistificazione assoluta. Il rapporto di sfruttamento capitalistico è un arcano che deve essere svelato.

La formula lavoro-salario o l’equivalente valore del lavoro sono forme fenomeniche del rapporto di sfruttamento. In questo la forza lavoro viene incorporata come valore d’uso avente la proprietà specifica di essere produttore di valore, e viene comprata al suo valore di scambio, con pieno rispetto della legge del valore e dello scambio tra equivalenti. Nella forma fenomenica del rapporto essenziale è il lavoro della forza lavoro che viene comprato. Ora «l’economia volgare (...) per principio s’inchina soltanto all’apparenza», ma come molte volte la natura e la storia confermano «nell’apparenza le cose si presentano capovolte».

D’altra parte «è facilmente comprensibile della necessità, delle raisons d’être, di questa forma fenomenica» ai fini della difesa e conservazione del modo di produzione capitalistico. L’arcano del salario è l’arcano dello sfruttamento capitalistico.


8. Il libero e lo schiavo

Lo scambio forza lavoro salario definisce la specificità storica del lavoro salariato e lo distingue dalle altre forme storiche del lavoro. Nel salario tutto il lavoro della forza lavoro appare pagato e quindi anche il lavoro non pagato appare come lavoro pagato.

Nel lavoro servile il rapporto di sfruttamento era visibile a tutti. Il servo lavorava alcuni giorni per sé ed altri giorni per il suo signore. Il lavoro pagato ed il lavoro non pagato erano separati temporalmente e spazialmente. Nel tempo, in quanto il contadino lavorava in giorni diversi per sé e per il padrone; nello spazio in quanto generalmente l’erogazione di lavoro per il padrone avveniva sui suoi campi.

Nel lavoro schiavista tutto il lavoro dello schiavo sembra lavoro non pagato. Lo schiavo è comprato dal padrone, appartiene al padrone. Tra di loro non è concluso alcun patto in quanto lo schiavo non è soggetto né economico né giuridico ma oggetto di compravendita al pari di qualsiasi altra merce viva o morta, da cui si distingue solo perché fornito di linguaggio. Veniva infatti definito instrumentum vocale per distinguerlo dall’animale, instrumentum semivocale, e dall’utensile morto, instrumentum mutum.

Il patto di compravendita è concluso non tra schiavo e padrone ma tra il compratore e il venditore di schiavi. Ora appartenendo lo schiavo al padrone ne consegue necessariamente che tutto il lavoro dello schiavo appartiene al padrone medesimo. D’altra parte lo schiavo mangia ed il suo padrone deve provvedere al suo sostentamento con continuità. Quindi nella realtà lo schiavo lavora una parte per sé anche se tale parte non appare in quanto lo schiavo non riceve mercede alcuna.

La forma salario si distingue quindi dalle altre forme perché in essa sparisce ogni distinzione tra lavoro pagato e lavoro non pagato. Tutto il lavoro appare come lavoro pagato. Sparisce lo sfruttamento ed il rapporto capitalistico appare come rapporto tra uomini eguali, liberi, cooperanti per obiettivi comuni. Ciò «distingue il lavoro salariato come tale dalle altre forme storiche del lavoro» (Marx, Salario, prezzo, profitto).

Riassumendo con Marx: «La forma salario cancella ogni traccia di divisione della giornata lavorativa in lavoro necessario e plusvalore, in lavoro pagato e lavoro non pagato; ogni lavoro appare come lavoro retribuito. Nella corvée il lavoro che il servo fa per sé, il lavoro che è costretto a fare per il signore, si distinguono nelle spazio e nel tempo in modo tangibile ai sensi. Nel lavoro schiavistico (...) ogni lavoro (dello schiavo) appare come lavoro non pagato. Nel lavoro salariato invece anche il lavoro non pagato, il plusvalore appare come lavoro pagato (...) Il rapporto monetario nasconde il lavoro che il salariato compie gratuitamente» (Il Capitale, I).

A cagione di ciò il lavoro salariato è la forma storica del lavoro più sfavorevole al lavoratore subordinato, costituisce la peggiore schiavitù, sia dal lato del soggetto sia dell’oggetto. Oggettivamente perché nella società schiavista l’esistenza fisica dello schiavo non era problema suo ma del suo padrone, gli era garantita. Nel rapporto salariale è il lavoratore libero che è costretto ad assicurarsela, volta per volta. Nel caso in cui lo scambio forza lavoro-capitale dovesse spezzarsi, come durante la crisi, l’operaio può benissimo morire di fame in quanto non costituisce un capitale per il capitalista. Inoltre il fine della produzione schiavistica e servile era la produzione di valori d’uso, per sé e per gli altri. La produzione era statica e la capacità di consumo dei signori era limitata. Invece nella produzione capitalistica il fine della produzione è la produzione stessa, l’allargamento di questa, l’estorsione e l’accumulazione ossessiva del valore e del plusvalore. Essa non ha limiti; ovvero ha dei limiti naturali e sociali (la terra ed il tasso di valorizzazione) che giocano tutti a sfavore del salariato perché spingono il capitale ad un incessante attacco alle condizioni di vita e di lavoro del proletario.

Lo schiavo dopo che è stato comprato, ha solo da temere l’ira del padrone, il quale difficilmente lo menomerà gravemente o lo ucciderà in quanto esso schiavo costituisce per lui un capitale, seppur poco redditizio. Il lavoratore salariato deve invece sempre dare buona prova di sé se non vuole essere licenziato e quindi condannato alla morte per fame. «Il lavoratore salariato ha il permesso di lavorare per la sua propria vita, cioè di vivere, solo in quanto lavora, per un certo tempo gratuitamente, per il capitalista».

Il lavoro salariato è quindi più produttivo di quello schiavistico, e questo spiega perché le forze produttive sociali del lavoro siano aumentate sotto il capitalismo, più di quanto sia avvenuto in tutta la fase precedente della vita della specie. È questo l’unico merito che noi riconosciamo a questo infame modo di produzione. «Paragonato al lavoro dello schiavo, questo lavoro diviene più produttivo, perché più intenso. Infatti lo schiavo lavora unicamente sotto il pungolo della paura esterna, non per la propria esistenza, che non gli appartiene, ma che gli è garantita; laddove il lavoratore libero è spinto e pungolato dai suoi bisogni» (Marx, VI Capitolo inedito).

Il lavoratore libero è quindi meno libero dello schiavo. La sua effettiva schiavitù è destinata ad aumentare vieppiù aumenta il dominio e la potenza del lavoro morto sul lavoro vivo. «Il sistema del lavoro salariato è un sistema di schiavitù, e di una schiavitù che diventa sempre più dura nella misura in cui si sviluppano le forze produttive sociali del lavoro, tanto se l’operaio è pagato meglio, quanto se è pagato peggio» (Marx, Critica al programma di Gotha).

È questo il senso di quella miseria crescente del proletariato che 99 lettori su 100 di Marx non sono riusciti a capire confondendola volgarmente con l’abbassamento dei salari operai. È questo il bello e la forza del Capitale: i salari operai possono aumentare e l’operaio essere più gabbato di prima.


9. La democrazia ovvero l’elemento soggettivo del peggioramento del lavoro salariato rispetto a quello schiavista

Il lavoratore salariato, «come ogni venditore di merci, è responsabile della merce che fornisce, e che deve fornire in una certa qualità se non vuole lasciarsi battere ed eliminare dagli altri venditori della stessa merce. La continuità del rapporto fra schiavo e schiavista era assicurata dalla costrizione diretta di cui lo schiavo era vittima. Il lavoratore libero è invece costretto ad assicurarla a se stesso, perché l’esistenza sua e della sua famiglia dipende dal continuo ripetersi della vendita ai capitalisti della propria capacità lavorativa» (Marx, VI Capitolo inedito).

Ecco alfine trovata la base concreta, materiale, economica della mistificazione democratica, che nasconde l’effettivo rapporto di subordinazione del lavoratore al Capitale. La convinzione del lavoratore salariato di essere effettivamente libero ed eguale al capitalista costituisce il lato soggettivo del peggioramento subìto dal lavoratore nel passaggio dal lavoro schiavista al lavoro salariato. «Su questa forma fenomenica (salario, valore del valore), che rende invisibile il vero rapporto e mostra esattamente il suo contrario, poggiano tutte le idee giuridiche sia del lavoratore sia del capitalista, tutte le mistificazioni del modo di produzione capitalistico, tutte le sue chimere di libertà, tutte le sue ciance apologetiche dell’economia volgare» (Il Capitale, I).

La democrazia politica è il riflesso della democrazia economica. Essa è stata il migliore involucro politico del Capitale nella sua fase antiformista e riformista, ed il proletariato ha lottato per essa fino a che svolgeva la distruzione di forze e forme feudali. Il proletariato comunista ha appoggiato la lotta democratica della borghesia, fornendo i migliori combattenti per la lotta armata, non perché pensasse che il dominio democratico avrebbe migliorato le sue condizioni di esistenza, ma perché era cosciente che la fase democratica in generale non poteva essere saltata, doveva, sfortunatamente, essere percorsa fino in fondo. Ciò non implica minimamente che il proletariato rivoluzionario dovesse tenere un atteggiamento passivo e subordinato nei confronti del movimento democratico-rivoluzionario. Il proletariato comunista doveva mantenere indipendente il suo partito e la sua organizzazione di combattimento, pronto a strozzare la borghesia democratica alla prima occasione la storia avesse offerto. La sua parola d’ordine era: Rivoluzione in permanenza.

Oggi che non si tratta più di sviluppare le forze produttive, quanto di aiutare a nascere, col forcipe della rivoluzione violenta, un nuovo assetto sociale che le sottometta al controllo razionale dell’uomo sociale, la democrazia non serve a nessuno, né ai proletari né ai capitalisti. Ovvero a questi serve come orpello, come strumento di inganno dei lavoratori perché «la coscienza (o meglio l’idea) di essere liberamente autodeterminato, di essere libero, e la sensazione (coscienza) di responsabilità che vi si accompagna, fanno» del lavoratore salariato il migliore lavoratore e del lavoro salariato «un lavoro molto migliore» delle altre forme storiche di lavoro antagonistico (VI Capitolo).

Oggi, nella fase di putrescenza e parassitismo della parabola storica descritta dalla borghesia, la lotta per la democrazia e per la sua difesa lega la classe operaia al capitale più di quanto i cunei di Efesto incatenassero il ribelle Prometeo alla roccia.


10. L’astratto capitalista

La scoperta scientifica e critica della natura storica e sociale del lavoro salariato e della natura reificata del salario anima la sferzante polemica di Marx contro Proudhon, John Gray ed i socialisti piccolo-borghesi, e di Engels contro Dühring ed i socialisti di Stato prussiani, i quali concepivano il socialismo come universalizzazione del lavoro salariato a tutta la società e l’uguaglianza come eguaglianza dei salari e non come rivendicazione dell’abolizione delle classi.

La riduzione di tutti gli uomini a salariati con eguale salario, pur apparendo estremamente sovversiva – apparenza, specialmente oggi, confortata dalla miseria dei tempi presenti in cui anche tale rivendicazione è scandalo – non contiene in sé un grammo di socialismo. Anzi costituisce l’universalizzazione della proprietà privata e del Capitale. È la concretizzazione del dominio totalitario del Capitale astratto, del rapporto sociale che non ha più bisogno di personificarsi nel capitalista privato, del Capitale che nella sua follia di accumulazione non è alfine più limitato della possibilità-libertà di consumo del plusvalore come reddito da parte della classe capitalistica: «L’uguaglianza dei salari, quale è richiesta da Proudhon, non fa che trasformare il rapporto dell’operaio d’oggi col suo lavoro in un rapporto di tutti gli uomini col lavoro. La società viene quindi concepita come un astratto capitalista» (Marx, Manoscritti).

La tesi di Marx non può essere digerita da chi è abituato ai logori ragionamenti della logica formale; da chi è mosso non dall’odio di classe contro un modo di produzione che «poggia su se stesso» (Grundrisse) ed ha sempre meno bisogno degli uomini – tanto che anche la loro pura esistenza fisica gli appare sempre più come «un puro lusso» (Manoscritti) – ma è animato solo dal sentimento dell’invidia per il capitalista, personificazione storicamente transitoria della potenza sociale del Capitale.

Il Capitale, dice Marx, è una potenza sociale. Ha avuto ed ha parzialmente ancora bisogno di personificarsi in figure private, nei capitalisti. Ma la sua tendenza necessaria ed irreversibile è quella di affermarsi per quello che esso effettivamente è: potenza sociale che si contrappone come potenza estranea e nemica a tutti gli agenti effettivi della produzione, senza più mediazione di persone fisiche.


11. Il romantico Stalin

Il socialismo romantico dell’anarchico Proudhon e dei socialisti di Stato prussiani Lassalle e Dühring vuole conciliare il mercantilismo e la legge del valore con l’emancipazione socialista del proletariato. Proudhon e Dühring, lo “stalinista” Dühring (Dialogato con Stalin), rivendicano l’eguale valore dei diversi tipi di lavoro e pongono come rivendicazione socialista l’eguaglianza dei salari. Da qui la rivendicazione, giudicata socialista, dell’eguaglianza dei salari qualunque sia l’attività lavorativa svolta. Anzi, per Dühring la posizione di Marx è antisocialista e filoborghese perché considera lavoro composto il lavoro intellettuale e qualificato in genere, e lavoro semplice il lavoro degli operai manuali. Per Dühring è tipico pregiudizio borghese considerare più importante e quindi degno di essere maggiormente retribuito il lavoro intellettuale.

Proudhon e Stirner già 30 anni prima di Dühring scrivevano le stesse cose. «Passiamo ora alle conclusioni che il signor Proudhon trae dal suo valore costituito (mediante il tempo del lavoro). Una certa quantità di lavoro equivale al prodotto creato da questa stessa quantità di lavoro. Una qualsiasi giornata di lavoro vale un’altra giornata di lavoro, cioè a dire, a quantità pari, il lavoro di uno vale il lavoro di un altro: non vi è alcuna differenza qualitativa. A pari quantità di lavoro, il prodotto di uno si scambia col prodotto di un altro. Tutti gli uomini sono lavoratori salariati e salariati egualmente pagati per un tempo eguale di lavoro. La perfetta eguaglianza presiede agli scambi» (Marx, Miseria della filosofia).

Per Proudhon, Lassalle e Dühring lo sfruttamento del proletariato viene a cessare quando, pur permanendo la produzione mercantile e monetaria, l’operaio si appropri del «frutto indiminuito del suo lavoro», ovvero del prodotto del lavoro ripartito in parti eguali tra i membri della società. «Il signor Proudhon cerca una misura del valore relativo delle merci per trovare la giusta proporzione secondo cui gli operai devono partecipare ai prodotti, o, in altri termini, per determinare il valore relativo del lavoro. E per determinare la misura del valore relativo delle merci egli non immagina nulla di meglio che dare come equivalente di una certa quantità di lavoro la somma dei prodotti da essa creati, il che significa tornare a supporre che tutta la società non consti se non di lavoratori immediati che ricevono per salario il proprio prodotto. In secondo luogo egli afferma in sostanza l’equivalenza della giornata dei diversi lavoratori».

Proudhon non scopre nulla di nuovo. Identificando il valore del prodotto con il valore ex-nuovo aggiunto non fa che riprendere l’errore di Smith, eguagliando le giornate lavorative e proponendo il frutto integrale del lavoro non fa che ripetere il socialismo ricardiano: «Ogni uomo ha un diritto incontestabile su ciò che il suo onesto lavoro può procurargli. Appropriandosi perciò dei frutti del suo lavoro, egli non commette alcun ingiustizia nei riguardi degli altri uomini (...) Ciascun uomo è un anello e un anello indispensabile nella catena degli effetti che ha il suo punto di partenza in un’idea per finire magari nella produzione di una pezza di stoffa. Così non bisogna concludere (...) che il lavoro di Tizio debba essere meglio retribuito del lavoro di Caio» (Gray, citato da Marx in Miseria della Filosofia).

Si osservi che le rivendicazioni «frutto integrale del lavoro all’operaio» e «divisione del frutto del lavoro tra tutti i membri della società» sono in contraddizione tra di loro. Qualunque cosa si intenda per frutto indiminuito (lavoro ex-nuovo aggiunto o valore totale del prodotto del lavoro) è chiaro che se il lavoratore se ne appropria nella sua totalità i non lavoratori (vecchi, inabili, bambini) sono condannati alla penuria ed alla fame. Alla rivendicazione lassalliana contenuta nel programma di Gotha: «il frutto del lavoro appartiene integralmente, e ad uguale diritto, a tutti i membri della società», Marx risponde con una doppia domanda che mette in evidenza la contraddizione della formula lassalliana: «A tutti i membri della società? Anche a quelli che non lavorano? E dove se ne va allora il «frutto integrale del lavoro»? Solo ai membri della società che lavorano? E dove se ne va, allora, «l’eguale diritto» di tutti i membri della società!».

La sostanza del discorso di Proudhon, di Stirner, Dühring e di Lassalle è la seguente: 1) Tutti i tempi di lavoro hanno lo stesso valore. 2) Il valore del prodotto del lavoro è uguale al valore prodotto. 3) Il valore del prodotto è costituito dal salario: «Per lui (Proudhon) il salario (...) forma il prezzo integrale di ogni cosa» (Miseria della filosofia). 4) Lo sfruttamento del proletario consiste nel fatto che intasca solo una parte del prodotto del suo lavoro mentre il resto lo è dal capitalista. Quindi tra capitalista ed operaio vige lo scambio ineguale. L’abolizione dello sfruttamento consiste nel ripristino dell’equivalenza dello scambio tra capitalista ed operaio. Vigendo la produzione mercantile e monetaria l’emancipazione del proletariato è possibile mediante l’appropriazione da parte dell’operaio del frutto integrale del lavoro, cioè di un salario pari al valore del prodotto del suo lavoro. 5) Essendo tutti i tempi di lavoro dello stesso valore e basandosi la società socialista sulla legge dell’equivalenza degli scambi, in questa vige la legge del valore, la produzione mercantile e monetaria e l’uguaglianza dei salari.

Per questi immediatisti la società socialistica è quella in cui finalmente sono rispettate la legge del valore e dello scambio tra equivalenti, in tutti i rapporti economici, compreso il rapporto operaio-capitalista: «In conseguenza di quel che abbiamo detto, la determinazione del lavoro in base al tempo del lavoro, cioè la formula che il signor Proudhon ci dà quale rigeneratrice dell’avvenire, non è che l’espressione scientifica dei rapporti economici della società attuale come Ricardo ha già chiaramente e nettamente dimostrato assai prima del signor Proudhon. Ma l’applicazione “egualitaria” di questa formula appartiene, almeno essa al signor Proudhon? (...) Chiunque abbia un minimo di familiarità con il movimento degli studi di economia politica in Inghilterra non può non sapere che quasi tutti i socialisti di quel paese hanno proposto in epoche diverse l’applicazione egualitaria della teoria ricardiana». Ed ancora: «Lo “scambio di lavoro con lavoro secondo il principio della valutazione uguale”, nella misura in cui ha un significato, e quindi la reciproca scambiabilità di prodotti di eguale lavoro sociale, e quindi la legge del valore, è la legge fondamentale precisamente della produzione di merci e perciò anche della forma più alta di essa, la produzione capitalistica (...) Il signor Dühring elevando questa legge a legge fondamentale della sua comunità economica (...) fa della legge fondamentale della società vigente la legge fondamentale della sua società fantastica» (Engels, Antidühring).

Per i socialisti romantici nello scambio operaio-capitalista viene violata la legge dello scambio equivalente. L’operaio fornisce il lavoro e in cambio riceve parte del prodotto del suo lavoro. Essi confondono il valore d’uso della forza lavoro con il suo valore di scambio. Identificando l’uno con l’altro vedono nel socialismo il ripristino dello scambio tra equivalenti a tutti i rapporti economici e in particolare allo scambio operaio-capitalista. Il socialismo romantico riduce quindi la questione dell’emancipazione del proletariato a una banale questione di ineguale distribuzione. Il socialismo stabilirebbe un’equa distribuzione, mediante la legge del valore ed il frutto indiminuito, lasciando però inalterati i rapporti di produzione. «Qui vi è tutta la profondità del divario tra la concezione di Marx e quella banale di Proudhon, di Lassalle, e di tanti e tanti altri, che chiamano socialismo la conquista da parte del lavoratore del frutto del proprio lavoro, allorché, ci si passi la formulazione paradossale, il socialismo consiste nella perdita di esso» (Dialogato con Stalin).

I socialisti romantici concepiscono la distribuzione e la produzione come indipendenti l’una dall’altra. La seconda è accetta al lavoratore, mentre la prima deve essere riformata: «Abbiamo già visto precedentemente che l’economia politica duhringhiana sbocca nella seguente formulazione: il modo di produzione capitalistico va bene e può continuare ad esistere, mentre il modo di distribuzione capitalistico è del maligno e deve sparire» (Antidühring). Nella società duhringhiana e proudhoniana permane il valore, il salario, la merce e la moneta, la legge del valore e dello scambio tra equivalenti; soltanto i salari sono eguagliati e la condizione del salariato universalizzata.

Ma nella società reale i rapporti di distribuzione non possono essere separati dai rapporti di produzione: «I rapporti di distribuzione sono in sostanza identici a questi rapporti di produzione, costituiscono il rovescio di questi ultimi, cosicché gli uni e gli altri hanno lo stesso carattere storicamente transitorio» (Il Capitale, III), e ancora «La ripartizione dei mezzi di consumo è in ogni caso soltanto conseguenza della ripartizione dei mezzi di produzione. Ma quest’ultima ripartizione è un carattere del modo stesso di produzione (...) Il socialismo volgare ha preso dagli economisti borghesi (e a sua volta da lui una parte della democrazia) l’abitudine di trattare la distribuzione come indipendente dal modo di produzione e perciò di rappresentare il socialismo come qualcosa che si aggira principalmente attorno alla distribuzione» (Critica del Programma di Gotha).

Sulla linea storica che va da Proudhon a Lassalle e a Dühring si colloca Stalin. Nel suo testo “Problemi economici del socialismo nell’URSS” del 1952 egli afferma che la produzione mercantile e la legge del valore sussistono nella società socialista. Per Stalin la produzione di merci perde il suo carattere capitalistico quando i mezzi di produzione sono detenuti dallo Stato, ovvero, come egli dice, dal popolo: «La nostra produzione mercantile non è produzione mercantile normale, ma una produzione mercantile di tipo particolare, una produzione mercantile senza capitalisti, che ha a che fare sostanzialmente con merci di produttori socialisti riuniti (lo Stato, i colcos, le cooperative)».

Alla questione se la legge del valore si applica o meno all’economia russa Stalin risponde che la legge vige, per quanto non su tutta l’economia sovietica; e questo «non è un male. Nelle nostre condizioni attuali effettivamente ciò non è male, perché questa circostanza educa i dirigenti della nostra economia nello spirito di una direzione razionale della produzione e li disciplina. Non è male, perché insegna ai nostri dirigenti dell’industria a calcolare le entità produttive, a calcolare con esattezza, a tener conto con altrettanto esattezza delle cose reali della produzione e a non perdersi in chiacchiere su “dati orientativi”, campati in aria (...) Il male non è che da noi la legge del valore influisca sulla produzione. Il male è che i nostri dirigenti dell’industria e i dirigenti della pianificazione, salvo rare eccezioni, non conoscono bene l’azione della legge del valore, non la studiano e non sanno tenerne conto nei loro calcoli».

Alla domanda se non è capitalismo schietto ogni meccanismo che agisce secondo la legge del valore, Stalin risponde che vi può essere una economia che pur non essendo capitalista, rispetta la legge del valore, e questo è il caso specifico dell’economia russa. L’esistenza della proprietà statale dei mezzi di produzione farebbe sì che in Russia la legge del valore esplicherebbe solo effetti positivi e non distruttivi come invece avviene nei paesi capitalistici: «Non vi è dubbio che l’assenza della proprietà privata dei mezzi di produzione e la socializzazione dei mezzi di produzione, sia nella città sia nella campagna, non possono non limitare il campo d’azione della legge del valore e il grado della sua influenza sulla produzione. Nella stessa direzione agisce la legge dello sviluppo pianificato (proporzionale) dell’economia nazionale che ha sostituito la legge della concorrenza e dell’anarchia della produzione (...) Tutto questo insieme di elementi fa sì che da noi il campo d’azione della legge del valore sia rigorosamente limitato e che la legge del valore non possa nel nostro regime assolvere la funzione di regolatrice della produzione. Così appunto si spiega il fatto “sorprendente” che, nonostante lo sviluppo ininterrotto e impetuoso della nostra produzione socialista, la legge del valore non provoca da noi crisi di sovrapproduzione, mentre la stessa legge del valore, che ha nel capitalismo un vasto campo d’azione nonostante i bassi ritmi di sviluppo della produzione nei paesi capitalistici, provoca in essi crisi periodiche di sovrapproduzione».

Per Stalin la produzione di merci perde il suo carattere capitalistico quando i mezzi di produzione sono detenuti dallo Stato, ovvero dal popolo. Secondo Stalin se il potere è in mano al proletariato, la macchina dell’industria nazionalizzata, anche se vige lo scambio degli equivalenti e la partita doppia, non persegue, come nei paesi capitalistici, il massimo profitto ma il massimo benessere dei lavoratori e del popolo.

A parte le questioni terminologiche, popolo e lavoratori non appartengono al lessico marxista, sta di fatto che il socialismo staliniano è di stretta marca proudhoniana e duhringhiana in quanto i rapporti di produzione capitalistici basati sulla legge del valore rimangono inalterati ed il socialismo è ridotto ad una banale nazionalizzazione dell’industria ed ad un’equiparazione distributiva. «La questione è sorta davanti a Stalin nella forma di validità in Russia, anche per l’economia della grande industria statale, della legge del valore propria della produzione capitalista. Si tratta della legge secondo cui lo scambio di merci avviene sempre tra equivalenti: falsa facciata di “libertà, uguaglianza e Bentham”, che Marx abbatté, mostrando che il capitalismo non produce per il prodotto, ma per il profitto. Tra le mandibole di questa morsa, tra la necessità ed il dominio delle leggi economiche, il manifesto di Stalin si muove in modo tale che conferma la nostra tesi; nella sua forma più possente, il Capitale assoggetta a sé lo Stato, quando questo appare padrone giuridico titolare di tutte le imprese» (Dialogato con Stalin).

Marx nella sua critica al programma di Gotha distrugge sia la proposta del frutto indiminuito del lavoro, sia quella della spartizione del prodotto del lavoro in parti eguali tra i membri della società. Il socialismo per Marx non è la restituzione all’operaio di tutto il prodotto del suo lavoro, al contrario è l’abolizione del lavoro salariato. Se rimane in vigore la legge del valore, questo pilastro su cui si regge tutta la società esistente, qualunque soluzione distributiva escogitata non è in grado di risolvere alcun male del proletariato. È precisamente «poggiandosi su questo, che gli economisti hanno dimostrato da cinquant’anni e più che il socialismo non può eliminare la miseria essendo questa di origine naturale, ma solo può renderla generale, distribuirla su tutta la superficie della società ad un tempo» (Critica del Programma di Gotha).

Se la soluzione socialista stesse effettivamente nella divisione egualitaria del prodotto sociale del lavoro, mantenendo però la produzione mercantile, monetaria ed aziendale, sarebbe troppo facile per l’avversario dimostrare che la distribuzione del plusvalore consumato dai capitalisti all’intera società eleverebbe le condizioni di vita del proletariato di un’entità trascurabile. Il socialismo romantico, ossia borghese, «non vuole tornare indietro, ma nemmeno andare avanti, vuole fermare la storia al modo mercantile, ottenendo giustizia per i salariati. Il suo profeta è Proudhon, il suo gran sacerdote, come nel Dialogato mostrammo, è stato Stalin (...) Come il capostipite Proudhon, esso illude le masse che si possa uscire dai limiti del capitalismo senza spezzare il suo involucro mercantile» (Russia e rivoluzione nella teoria marxista).

(continua al n. 28)









Origini e storia della classe operaia inglese
Esposto alla riunione ad Ivrea, gennaio 1988 [RG40]

(Continua dal n. 26)

Una nuova associazione - La Convenzione Nazionale - La ribellione di Newport - L’Associazione Nazionale cartista - Lo sciopero generale del 1842 - Il progetto della terra ultimo rigurgito di utopismo

[ È qui ]

(Continua)






I capitalismi dell’Est verso la crisi mondiale del capitale

Mentre il campo occidentale, dopo alcuni anni di stagnazione, dimostra da due anni una intensa attività industriale e commerciale alla quale nessuno più avrebbe creduto, ritrovando ritmi di crescita sconosciuti fin dal 1975, è la volta dei paesi dell’Europa Orientale e della Cina ad essere colpiti in pieno dall’onda della crisi di sovrapproduzione.

In questo contesto le borghesie del campo occidentale, facendo propria la menzogna staliniana secondo la quale si sarebbe “costruito” “socialismo” dall’altra parte della cortina di ferro, cui fingono di credere, inneggiano al trionfo del loro “modello” economico fondato sulla libertà di intrapresa e sulle leggi del mercato.

Nulla viene descritto dei rapporti di produzione in quei paesi, che sono i caratteristici del capitalismo, solo ci si dilunga sulla struttura dei prezzi, sull’intervento dello Stato nell’economia, sull’esistenza di una immensa burocrazia di Stato che cerca di pianificare e di centralizzare l’impetuosa accumulazione di capitale, e sulle sovrastrutture politiche proprie a questi paesi. Gli ideologi e i politicanti delle borghesie occidentali ne concludono che l’economia dell’Est sarebbe in crisi perché vi si sarebbe soffocata la libertà di impresa, non lasciando sufficiente autonomia alle aziende e non facendo sufficiente appello agli incentivi materiali, a quei nobili istinti che sono la gelosia, la cupidigia, la fame di guadagno, l’ambizione, ecc., ecc., così tipici della società borghese, che colà, ahimè, non si possono dispiegare appieno, ed infine alla sacrosanta legge del mercato che non sarebbe rispettata o non potrebbe funzionare appieno.

All’opposto di questo punto di vista superficiale noi coriacei marxisti sappiamo che le condizioni economiche, le sovrastrutture giuridiche e politiche variano da un paese all’altro e da un continente all’altro, tanto che la società borghese presenta una grande diversità di aspetti secondo la storia di ciascuna nazione o area geostorica. Tuttavia tutte hanno a fondamento il modo di produzione capitalistico.

Malgrado una grande diversità di condizioni economiche e giuridiche e di costumi, si ritrova ovunque, nell’Africa nera o nei paesi arabi, in India come in Cina, in Spagna come in America Latina, in Russia come negli Stati Uniti, in Germania come in Giappone, gli stessi rapporti di produzione caratteristici del capitalismo, cioè Salariato e Capitale, che producono la stessa divisione di classe, da un lato un proletariato industriale e agricolo, e dall’altra una borghesia industriale, commerciale e finanziaria.

Il fatto che la classe degli amministratori del capitale abbia o no un titolo di proprietà in tasca non cambia niente alla questione. La loro posizione, necessaria nel modo di produzione, permette loro di prelevare regolarmente una parte del plusvalore, vivendo così sulle spalle del proletariato. Vivono dello sfruttamento del lavoro salariato così come i signori medioevali vivevano dello sfruttamento del lavoro servile. Quanto ai proprietari fondiari essi possono essere sostituiti dallo Stato, come proponeva già Ricardo alla fine del diciottesimo secolo, senza che le leggi economiche del capitale ne siano per nulla alterate, al contrario.

Quando non ci si ferma alle apparenze, come fanno gli ideologi della borghesia, col cervello annebbiato dai pregiudizi di classe, si trovano in tutti i paesi le stesse caratteristiche descritte da Marx nel Capitale, cioè capitale costante, capitale variabile e plusvalore, il cui fondamento è la legge del valore. Ogni bene, prima di essere consumato, sia nella produzione sia per i bisogni personali, deve prima rivestire l’aspetto di una merce. L’operaio deve vendere la sua forza lavoro per sopravvivere. All’Est come all’Ovest la produzione è prima di tutto un’immensa accumulazione di merci. Queste ultime devono realizzare il loro valore tramite lo scambio sul mercato nazionale o internazionale.

La “struttura dei prezzi” non cambia niente a questo fatto fondamentale. Da Marx sappiamo che i prezzi non sono determinati meccanicamente dai valori, come il peso non è identico alla massa dei corpi ma varia da un luogo all’altro mentre quella resta costante. I prezzi possono essere bloccati o limitati più o meno drasticamente dallo Stato, ma alla lunga, per una strada o per l’altra, la legge del valore finisce sempre per imporsi. Sia che gli scaffali dei negozi si svuotino e appaia un doppio sistema di prezzi, quello ufficiale e quello ufficioso, sia che lo Stato compensi il mancato guadagno pagando la differenza alle imprese, sia ancora che si finisca per rinunciare al blocco dei prezzi. In Russia si ritrovano questi tre aspetti. Chi vuole approvvigionarsi ai prezzi ufficiosi potrà trovare bistecche a volontà, caviale se ne ha i mezzi, un televisore, ecc.

Quanto all’intervento dello Stato nell’economia esso non è esclusivo della Russia ma una tendenza generale che si ritrova in tutte le società borghesi nell’epoca imperialista. Come sotto ben altre latitudini lo Stato interviene per sostenere le imprese fallimentari o per compensare i mancati guadagni di vendite a prezzi politici.

Oltre alla legge del valore nei paesi orientali si ritrovano tutte le leggi economiche proprie del modo di produzione capitalistico in particolare quella fondamentale nella quale è inscritta la sua condanna a morte: la caduta tendenziale del saggio del profitto!

Se dovessimo disegnare un quadro più completo della Russia e degli altri paesi dell’Europa dell’Est si scoprirebbe, al di là delle difformità giuridiche e politiche che hanno le loro origini in un passato storico e in condizioni naturali diverse (specie per la Russia), che le società che vivono dall’altra parte della cortina di ferro assomigliano stranamente a quelle dell’Europa dell’Ovest. Vi si ritrovano gli stessi fenomeni sociali, la stessa tendenza degli Stati ad una crescita ipertrofica e a saturare tutti i pori della società, le stesse ideologie e, in particolare, lo stesso cretinismo democratico. Questo trascorso secolo offre nei suoi ultimi tre quarti lo spettacolo deteriore di una umanità vinta al capitale; in esso la fede democratica svolge la stessa funzione controrivoluzionaria, sulle rive del Volga dell’Elba o del Tamigi, della religione nei precedenti regimi.

Per tutte queste ragioni, lungi dal vedere, come vuole la propaganda ufficiale diffusa anch’essa “in sovrapproduzione” da quelle macchine strizzacervelli che sono la stampa e televisione, il fallimento del socialismo, noi leggiamo negli avvenimenti economici e politici dei paesi dell’Est la conferma delle nostre vecchie tesi. In particolare quella che affermammo nel lontano Dialogato con Stalin: il socialismo non si “costruisce”, tantomeno conservando la legge del valore.

La crisi economica che avvinghia i “socialismi costruiti” dimostra l’impossibilità di razionalizzare e di pianificare un modo di produzione fondato sul salariato e sul capitale. Che le imprese siano nazionalizzate o private, che la produzione sia oggetto di stretto controllo burocratico o no il corso del capitale è sempre caotico e catastrofico.

La crisi economica che colpisce l’oriente è tipica del capitalismo. Vi si ritrova la classica crisi di sovrapproduzione con il suo marasma economico, la caduta della produzione industriale, lo squilibrio fra i differenti rami della produzione (agricola e industriale, sezione I e II del Capitale) dovuto alla caduta del saggio del profitto, che si trova ovunque vicino allo zero. In una parola, un caos generale.

Se ancora all’Est, salvo in Polonia, non si chiudono le fabbriche e si licenzia in modo massiccio, per timore di una esplosione sociale, questo non tarderà molto. L’Est si trova oggi nella stessa situazione dei paesi occidentali durante le recessioni del 1975 e del 1980-82. La classe dominante per salvaguardare il sistema economico e sociale in essere vi è condotta ad applicare la stessa politica dei Thatcher e dei Reagan.

I borghesacci nostrani, accecati dai loro pregiudizi ed interessi, hanno torto a compiacersi per il fallimento dei mentiti socialismi: essi stessi stanno ballando sul bordo del cratere. I grandi Stati imperialisti hanno potuto, grazie ad enormi risorse finanziarie accumulate con lo sfruttamento non solo della loro classe operaia ma del proletariato di tutto il mondo e del contadiname dei paesi meno sviluppati, evitare la catastrofe in occasione della crisi del 1975 e del 1980-82 e durante il crac di borsa dell’ottobre 1987. Tuttavia arriverà un momento in cui i loro mezzi saranno insufficienti, quando la pressione sarà tale che niente potrà trattenere il corso della crisi: ogni sbarramento allora salterà.

Il fatto che i paesi dell’Est, che furono relativamente risparmiati durante le recessioni del 1975 e del 1980-82, siano a loro volta colpiti dalla crisi di sovrapproduzione dimostra che questo momento si avvicina, confermando le analisi economiche che da lungo tempo andiamo pubblicando. D’altronde, davanti all’ampiezza della crisi economica che serpeggia sull’Europa orientale, i grandi rappresentanti delle borghesie occidentali cominciano francamente a preoccuparsi. George Bush, capo dell’esecutivo americano, vince la ripugnanza per l’avversario e concorrente nazionale e invita i compari ad appoggiare i paesi dell’Est ed in particolare la Russia, temendo che gli avvenimenti prendano una piega incontrollabile per tutti, confermando la natura comune dei due sistemi sociali.

Per il momento, socialmente, si tratta di movimenti interclassisti che si collocano sul terreno pacifico, democratico e nazionale. Il proletariato si trova sommerso nella massa piccolo borghese e quasi non si differenzia sul piano delle rivendicazioni politiche. Tuttavia se la crisi economica di questi paesi si approfondisce, ed essa non può non aggravarsi, gli antagonismi di classe non potranno che risorgere, rompendo questa bella unanimità di facciata.

È il proletariato che farà le spese delle “riforme” economiche richieste tanto dall’opposizione che dai governi. Via via che sperimenterà, come in Polonia, i governi democratici, con o senza stalinisti, perderà le sue illusioni. Capirà allora che democrazia non fa rima con emancipazione ma con oppressione, della quale non è che un’altra forma. Capirà che coloro che credeva suoi amici, perché si opponevano al regime stalinista tanto odiato, sono in realtà dall’altra parte della barricata.

La stretta di mano di Gorbaciov e i dirigenti cristiani del nuovo governo polacco è molto significativa al riguardo, e più ancora il suo discorso: «Mazowieski ha dichiarato che è importante che i cambiamenti in corso nell’Europa dell’Est e su tutto il continente siano organicamente legati alla conservazione dell’indispensabile stabilità la cui rottura potrebbe far regredire l’Europa di molti anni. Ad otto giorni dal vertice di Malta i due uomini si sono felicitati del fatto che molti dirigenti occidentali avevano dichiarato di non voler trarre vantaggio dalla situazione attuale per rilanciare una politica di confronto e hanno deplorato con le medesime parole il risorgere di sentimenti revanscisti notati a seguito degli avvenimenti in Germania».

Cambiamento sì ma nella continuità, nei limiti della società borghese, e soprattutto che il proletariato resti a lavorare nelle fabbriche. Al di là della loro opposizione d’interessi e delle loro divisioni politiche i borghesi, che siano stalinisti, cristiani o socialdemocratici, sono sempre uniti contro il proletariato. Quando, nella loro lingua mielata, parlano di un pericolo di situazioni incontrollate, di scivolate possibili, della necessità della stabilità, ciò che esprimono è la loro paura di un possibile risorgere di classe del proletariato, del quale l’Europa dell’Est ha conosciuto molte manifestazioni spontanee in questo dopoguerra. Mazowieski come polacco e vecchio consigliere di Walesa ne sa qualcosa. Lo stesso per Gorbaciov, che si è trovato di fronte quest’estate ad una minaccia di sciopero generale.

L’altro spettro che si vuole esorcizzare e che tutti temono è la rinascita di una grande Germania unificata. Gli interessi economici della Germania e la forza della sua industria, che ne fa una potenza economica di primo piano, la spingono verso la riunificazione. Ma nessuna riunificazione tedesca è possibile senza rimettere in discussione lo stato di tutela militare e diplomatica nella quale oggi si trova l’Europa, al di sopra delle sue divisioni, quale è uscita dall’ultima guerra.

Anche quando tutti (cioè la stampa, portavoce della borghesia e della piccola borghesia) parlano di pace e di disarmo, si preparano i germi della futura guerra mondiale. La stessa crisi economica, che per il momento riavvicina le due superpotenze per salvare la stabilità del loro regime sociale, le spingerà domani allo scontro.

La Germania, che si trova al centro dell’Europa, che conta la maggiore densità industriale, e quindi proletaria, di Europa e forse del mondo, nella burrasca che si avvicina e le cui forze gigantesche non fanno che accumularsi dal 1975, conoscerà una formidabile crisi economica e politica, prima che militare. In questa occasione il proletariato tedesco rinnoverà le sue tradizioni di classe più che gloriose, ritrovando il suo grido di guerra degli anni venti: ABBASSO LA DEMOCRAZIA, DITTATURA DEL PROLETARIATO!






Dall’archivio della Sinistra

     - Agosto 1914 - agosto 1928 (Prometeo, n. 5, 1 settembre 1928).

     - La guerra che viene (Prometeo, n. 6, 15 settembre 1928).

     - Gli errori dell’Internazionale (Prometeo, n. 2, 15 giugno 1928).

     - La tragedia dell’Internazionale (Prometeo, n. 3, 15 luglio 1928).

     - Ricorso presentato dalla Sinistra al Sesto Congresso dell’I.C. (Prometeo, n. 3, 1 luglio 1928).