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"COMUNISMO" n. 64 - giugno 2008
Carestia.
IL MOVIMENTO OPERAIO NEGLI STATI UNITI D'AMERICA [RG99]: (V - continua del numero scorso) Riprende l’attività sindacale - Alternative illusorie - La ripresa economica degli anni ‘40 (continua).
L’ANTIMILITARISMO NEL MOVIMENTO OPERAIO IN ITALIA [RG100] (X - continua dal numero scorso) Il PSI davanti al “fatto compiuto” - Parlamentarismo contro-rivoluzionario nel primo anno di guerra - Governo di unità nazionale e complicità socialista con l’imperialismo patrio - La condanna di Lenin del pacifismo borghese (Continua).
LA QUESTIONE EBRAICA OGGI [RG98-99]:  (V - continua dal numero scorso) 8. Trenta denari, tradimento o investimento? 9. Il Comunismo (fine del rapporto).
IL MARXISMO E LA QUESTIONE MILITARE: [RG97]  (II) 4. La violenza nello sviluppo e nel crollo della società schiavistica: Roma - Quadro storico-economico - 5. Lo sviluppo della legione romana - Dalla Città-Stato alla Repubblica: la legione organizzata per manipoli - Le guerre puniche - L’esercito professionale - La legione nell’età imperiale (continua).
Dall’Archivio della Sinistra:
    - Manifesto dell’Internazionale Comunista al proletariato di tutto il mondo (6 marzo 1919).
    - Dalle Tesi della Sinistra al III Congresso del PCd’I (Lione, 1926).

 
 
 
 
 
 
 


Carestia

 Nell’Apocalisse di Giovanni, il solo libro profetico del Nuovo Testamento, si legge che, con la rottura dei Sette Sigilli del Libro irrompono sulla scena del mondo i quattro Cavalieri. Visioni e simboli costituiscono la sostanza di una forma letteraria dove non esiste alcun riferimento alla seriazione cronologica degli avvenimenti, descritti per immagini violente: passato presente e futuro si sviluppano su piani che si intersecano e si sovrappongono.

Le scienze storiche borghesi, al loro sorgere ed affermarsi e poi quella rivoluzionaria del proletariato hanno espunto dalla storia la metafora e l’irrazionale, ed in particolare la nostra scuola afferma la “razionalità” del procedere storico, cioè la sua prevedibilità nei diversi esiti possibili e la leggibilità oggettiva dei fatti. Nella sua fase decadente e finale, la borghesia ha abbandonato il fardello e il privilegio delle scienze storiche, ritorna all’ideologia reazionaria dell’inconoscibile, dell’irrazionale, o di una sterile logica dell’evento, stante l’inconoscibilità totale del processo nel suo insieme, ed ha preteso di chiudere la questione con la scienza della Rivoluzione etichettandola secondo la formula “miseria dello storicismo”.

Ma gli eventi attuali sono così minacciosi per la sua sopravvivenza che la borghesia è costretta a cercarne spiegazioni e tentare rimedi. A scadenze fisse, quindi, il mondo borghese, come rito di purificazione per le infamie che quotidianamente perpetra, convoca conferenze internazionali che di anno in anno si ripetono in stanche liturgie di inutili carrozzoni sovranazionali, i cui costi non hanno altra giustificazione che il mantenimento del teatrino delle buone intenzioni per “un mondo migliore”.

Se lo scorso anno l’attenzione era puntata sullo slombato tema dell’ecologia, dello “sviluppo sostenibile”, questa volta è un organismo dell’ONU che in gran pompa si è riunito a Roma per dibattere la questione della fame nel mondo.

Se possibile, i risultati sono stati ancora più vuoti e vergognosi del precedente summit. La discordia tra le delegazioni, tra produttori e importatori, tra paesi “poveri” e “ricchi”, è stata così alta che non sono riusciti nemmeno ad emettere un documento conclusivo di sintesi, per quel nessun valore pratico che naturalmente tutto questo avesse. Tanti e tali gli interessi contrastanti tra gli Stati nazionali, che neppure una generica concordanza sulla carta è stata possibile.

La cosa non desta in noi nessuna delusione. Rileviamo soltanto che nel migliore dei mondi possibili e praticabili, malgrado la spaventosa capacità produttiva, immensa e quasi inarrestabile alla scala del globo, il numero di quanti sono al limite o al di sotto della sussistenza, cioè muoiono d’inedia, cresce ad un tasso superiore della crescita della popolazione mondiale.

Il dato oggettivo, come è diffuso, rammenta da vicino una fondamentale previsione della nostra scuola, la crescita della massa della miseria, sempre in relazione alla ricchezza prodotta, talvolta anche in assoluto. E in questo declinante rapporto sta la condanna storica del modo di produzione capitalistico, incapace di mantenere i suoi schiavi. Si è costretti quindi a parlare impunemente di crisi alimentare, e quasi desta stupore che il termine salti fuori brutalmente e senza giri di parole dopo due secoli di borghese Scienza razionale, di borghese Democrazia politica e di borghese Progresso economico. Significa forse che i teorici del capitalismo e i paladini dello “sviluppo sostenibile”, cominciano a convenire che il processo di produzione della ricchezza tende a concentrarla in mani sempre più ristrette, in aree sempre più limitate, a dispetto della sua massa sempre crescente, sì che anche la produzione dei mezzi di sussistenza segue la stessa tendenza?

Per un mondo cinico e spietato la questione non si pone neppure. Le “spiegazioni” che sono fornite dai “teorici” dell’economia sono tutte tecniche e, ovviamente, soltanto nell’ambito delle tecniche del capitalismo, seppure “riformato” e “addomesticato”, si cercano povere o fantasiose ricette al massacro delle generazioni, alla fame che attanaglia una gran parte dell’umanità. Tutto, alla fine, si riduce al sogno di una sorta di super comitato di salute pubblica mondiale, che dovrebbe disciplinare il comportamento di Stati e mercati verso atteggiamenti più “virtuosi”; con il che si potrebbero magari anche eliminare, o almeno controllare crisi finanziarie, speculative, inflazione, e via dicendo. Programma talmente campato in aria che gli stessi che lo hanno proposto sono i primi ad affermare che è inattuabile.

Tra i tanti critici borghesi “democratici” che hanno manifestato il loro disappunto peloso sul fallimento, è venuta fuori la richiesta di sgombrare il campo dal manicheismo che continuerebbe a propalare la tesi che la crisi scaturisca dal mercato, cioè dallo scontro tra paesi ricchi ed avidi e Stati poveri: la considerazione, per altro, è affine alla nostra, che ha sempre combattuto queste tendenze “terzomondiste”, che trovano spazio nel “movimento”, che condannano l’imperialismo per salvare il capitalismo. Allo stato attuale dello sviluppo capitalistico, della sua assoluta pervasività in ogni piega dei processi produttivi mondiali, la terribile realtà della fame è una inevitabile conseguenza della produzione capitalistica di merci: grano, derrate agricole, mais, acciaio, ferro, petrolio, manufatti di ogni sorta. Nemmeno la “produzione intellettuale”, bene sui generis, sfugge a questo destino. Tutto ciò che è attività umana è sottoposto alla legge dell’accumulazione di capitale, tutto quanto è prodotto deve essere messo sul mercato per la realizzazione del profitto. Per produrre le merci occorre affamare il mondo, quanto più il mondo è ricco di merci tanto più è povero e affamato.

In particolare sulla produzione agricola grava, in regime capitalistico, il peso sempre crescente della rendita fondiaria, sia nella sua forma assoluta, sia in quella, ineliminabile, differenziale. La soggezione ai ritmi stagionali e ai tempi della crescita biologica anche spingono verso l’alto i prezzi delle derrate. Non esiste più una produzione di derrate alimentari che sul piano locale o di nazione sia bastante al consumo interno e la produzione alimentare è ormai pienamente assorbita nei vortici dell’accumulazione, della finanza, della rendita, del mercato a dimensione planetaria. Al centro di questo turbine non sono né i consumatori affamati né gli Stati – siano essi produttori o consumatori, protezionisti o liberisti – ma l’anonimo e algido Capitale Investito che, da un tabellone appeso in due solo Borse Merci, decide della vita o della morte delle moltitudini. È questa una verità ovvia, ma che gli spiriti nobili dei consessi mondiali fanno finta di ignorare.

E la crisi alimentare è solo un’aspetto, l’ultimo e definitivo, delle crisi che sempre a più breve scadenza agitano il mondo capitalistico, di saturazione dei mercati, delle risorse energetiche, della finanza che fa aggio sulla produzione di beni. Non è allora paradossale che gli stessi paesi cosiddetti ricchi, che partecipano a vario titolo e percentuale al grande banchetto dell’abbondanza capitalistica, rischino una drastica riduzione del consumo, alla scala sociale, di quei beni che hanno avuto a disposizione per tutto il secondo dopoguerra e in misura crescente.

Senza considerare tutte le altre condizioni critiche che avviluppano il procedere del capitalismo, basta considerare il sistema di produzione agraria che caratterizza i grandi paesi sviluppati, a capitalismo maturo, e che da parte degli Stati viene difeso con ogni mezzo protezionistico possibile contro i concorrenti – in primis i paesi cosiddetti del terzo mondo.

Benché la concentrazione della produzione agraria abbia spazzato via ogni forma parcellizzata ed il fabbisogno alimentare possa godere di una estesa rete di trasporti e distribuzione intercontinentale, nel capitalismo questo si traduce, paradossalmente, da un lato in cronica sovrapproduzione, dall’altro in aumento dei prezzi al consumo, oltre a rendere tutto il sistema drammaticamente fragile e incapace di rispondere ad una qualunque crisi, ad esempio nell’ambito dei trasporti, o a dipendere strettamente dai costi dei carburanti. La forza della forma industriale della produzione agricola sotto il regime del profitto e della rendita nasconde una intrinseca debolezza tanto che affamare la popolazione di un paese capitalista è più facile oggi di quanto non lo fosse cinquanta-sessanta anni fa. Come del resto mettere in crisi e ridurre al silenzio la meraviglia della “comunicazione globale”, che dipende da una tecnologia esasperata e fragilissima.

Di fronte all’orrore assoluto dell’Inferno in cui il capitalismo precipita l’umanità tutta, finché non sarà fermato dalla Rivoluzione, vogliamo chiudere queste righe di apertura della Rivista, che è il segno tangibile del nostro lavoro poco visibile ma coerente, con una parafrasi di quel lontano modo letterario che dicevamo per descrivere il futuro che la società del profitto sta preparando: Carestia, Guerra, Pestilenza, Morte. Il Capitalismo cavalca oggi il primo Cavaliere. Al nauseante tanfo di cadavere che s’innalza dalla società borghese, e alle sue reiterate apocalittiche minacce, si oppone, nei fatti prima che nelle coscienze e nella battaglia sociale, l’incorrotta scienza storica marxista, “ragione dialettica” e scienza per l’ultima rivoluzione rigeneratrice della storia, quella della vitale generosa e robusta classe internazionale dei lavoratori.
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Il movimento operaio negli Stati Uniti d’America
Capitolo esposto a Genova nel settembre 2007.

(Continua del numero scorso)
 
 

Riprende l'attività sindacale

Abbiamo visto come l’inizio degli anni ’30, anche a causa del generale peggioramento delle condizioni di vita del proletariato, fosse all’insegna di una rinnovata attività sindacale. Un gran numero di banche nacque come dal nulla dopo la distruzione della Banca Centrale da parte del presidente Jackson; banche che riempirono il paese di moneta cartacea, che a sua volta innescò una grave spirale inflazionistica. Ricordiamo che il Nord era sempre stato la roccaforte del partito “federalista”, centralizzatore, sostenitore di un forte governo federale e della creazione di una potente Banca dell’Unione; obbiettivi funzionali agli interessi mercantili (soprattutto agli inizi) del Nord, e successivamente anche a quelli industriali. Il Sud era invece meglio rappresentato dal partito “democratico”, fautore del decentramento, della massima autonomia degli Stati, timoroso che il governo centrale potesse finire nelle mani di una oligarchia finanziaria. A queste caratteristiche si aggiungevano la difesa dell’agricoltura nei confronti delle altre attività economiche e della piccola impresa contro la grande. Si trattava di obbiettivi che erano condivisi non solo dalla popolazione agricola del Sud, ma anche da gran parte delle masse popolari del Nord, composte da un gran numero di piccoli contadini e artigiani.

Tra il 1834 e il 1836 l’indice generale dei prezzi aumentò del 25%, ma per le merci di prima necessità gli incrementi furono molto superiori. Nel 1836 un barile di frumento costava $ 12, mentre due anni prima non sarebbe costato più di $ 5. Gli affitti da $ 25 ora costavano $ 40. Inoltre gli operai specializzati vedevano i loro posti di lavoro messi in pericolo dalla inarrestabile e crescente divisione del lavoro. E i padroni, imbaldanziti della crisi, divenivano più rigidi sul posto di lavoro, infischiandosene dei salari stabiliti dalle associazioni professionali.

I cappellai di Baltimora e i carpentieri di New York furono i primi a reagire. Nel 1833 scesero in lotta, un’agitazione che dieci anni prima sarebbe rimasta di interesse prettamente locale. Invece ora che il Working Men aveva in qualche modo collegato la classe operaia di diversi luoghi e categorie, la risposta sarebbe stata più ampia. Gli operai specializzati di entrambe le città, oramai sulla strada della costituzione di veri e propri sindacati, misero mano al portafoglio. Sarti e muratori di New York fornirono $ 300 al fondo di sciopero dei carpentieri, mentre i tipografi si riunirono per valutare la possibilità di uno sciopero di solidarietà; un mese dopo questi eventi senza precedenti, nella stessa città fu fondata la General Trades’ Union, la prima confederazione cittadina dei lavoratori specializzati, antesignana delle Camere del Lavoro nostrane. L’esempio fu seguito a Philadelphia, Boston, Baltimora, Washington, passando poi gli Appalachi per contaminare nello stesso modo Louisville, Cincinnati e altre città del Midwest.

Questa fase sindacale del movimento operaio ebbe una estensione geografica minore rispetto a quella politica che l’aveva preceduta, ma penetrò molto più in profondità in ampi strati del proletariato cittadino. Non vi erano ancora sindacati che ammettessero le donne, e solo quelli di Filadelfia accettavano i non specializzati, ma tutti crebbero molto tra gli operai dei mestieri più duri e peggio pagati. Così, lavoratori privilegiati come gioiellieri e orafi si sindacalizzarono al pari dei lavoratori dei telai, e stabilirono tra loro rapporti di solidarietà. Nel 1835 la General Trades’ Union di Filadelfia contava non meno di 53 sezioni (più del triplo rispetto alla vecchia Mechanics’ Union), una in più della equivalente di New York. Si calcola che in tutto il paese aderissero a queste federazioni locali tra un quinto e un terzo dei lavoratori, il valore più alto prima della guerra civile.

Le lotte furono aspre anche nei settori produttivi dove prevalevano le donne. Il lavoro salariato femminile era limitato a pochi settori, tra cui quello tessile. Nonostante fossero più ricattabili dei maschi, le donne si dimostrarono molto più combattive e coraggiose, e pur se spesso sconfitte dopo lotte durissime, riuscirono anche a vincere delle battaglie. Anche se in certi casi, come a Filadelfia, ricevettero solidarietà da associazioni operaie maschili, in genere i lavoratori maschi vedevano di malocchio l’accesso ai mestieri delle donne, per ragioni analoghe a quelle che li spingevano all’ostracismo verso i negri, liberi o schiavi che fossero. I sarti di New York salutarono la Tailoresses’ Society, forte di 1.600 sarte, con la scoraggiante affermazione che “le caratteristiche fisiche delle donne e le loro sensibilità morali” le rendevano più adatte alle attività domestiche. La National Trades’ Union, un consesso di sindacalisti cittadini che si riunì una volta l’anno dal 1834 al 1836, nel 1836 preparò con questa ottica un rapporto sul lavoro femminile. Sebbene raccomandasse la sindacalizzazione di tutte le lavoratrici, il rapporto prediceva un futuro infelice, reso più oscuro dal fatto che il lavoro delle donne e la meccanizzazione avrebbero “reso superfluo il lavoro maschile”. La brutale conclusione era che il lavoro salariato delle donne “deve essere eliminato in modo graduale”. È ovvio che, tra l’opposizione di un movimento operaio maschile ancora immaturo e le oggettive difficoltà del mercato del lavoro (il lavoro delle donne era in genere facile e i rimpiazzi erano frequentissimi, anche perché prima o poi le donne si sposavano e smettevano di lavorare in fabbrica; questo determinava anche l’assenza di tradizioni di lotta radicate), non vi erano grandi opportunità per una sindacalizzazione delle donne.

Il sindacalismo maschile se la passava meglio: non si poteva immaginare migliore propaganda per l’associazionismo operaio degli scioperi generali del 1835, che risvegliarono la combattività di categorie che fino a quel momento non vantavano tradizioni di lotta, e che aderirono alla General Trades’ Union. I sindacati esistenti si arricchirono di nuovi soci, dagli immigrati poveri agli evangelici, e cominciarono i primi tentativi di coordinare le attività tra sindacati di città diverse. Tipografi, calzolai e carpentieri ebbero incontri a livello nazionale per concordare la regolamentazione dell’apprendistato, fissare scale salariali uniformi, e adottare tessere che davano ai lavoratori migranti la possibilità di essere membri dei sindacati nella nuova sede senza formalità.

I miglioramenti furono scarsi perché tutta l’attenzione e le energie furono impegnate dalla lotta per tenere testa all’inflazione. Ne risultò un’ondata di scioperi: nel 1836 gli operai di New York si fermarono almeno dieci volte, quelli di Filadelfia anche di più, e ciò fu reso possibile dai fondi della GTU e da straordinarie iniziative di solidarietà dei singoli sindacati. Anche se il sindacato locale rimaneva lo strumento principale di solidarietà e lotta, sforzi furono compiuti per costituire organizzazioni nazionali. Ma il miglioramento dei trasporti per ferrovia e canale rendeva più facile ai padroni attaccare i sindacati locali con le liste nere seguite dall’arruolamento di crumiri. Gli operai compresero che se in una parte del paese i salari erano più bassi che altrove, i padroni sarebbero stati spinti dalla legge della concorrenza a cercare di abbassare i salari ovunque. Alcune categorie riuscirono nell’impresa, ma nessuna di queste ebbe lunga vita. Una di loro fu la National Trades’ Union sopra menzionata.

L’ondata di scioperi del 1836 scatenò l’ovvia reazione padronale: a New York e a Filadelfia i padroni fondarono le loro associazioni, che si diedero il compito di sconfiggere gli scioperi e distruggere i sindacati. Il miglior successo arrise ai padroni di New York, che ebbero il pieno sostegno di giudici e polizia. Un padrone di una ditta di lavorazione della pietra di New York vinse una causa per danni contro operai in sciopero; mercanti di abiti fecero incarcerare venti operai sotto l’accusa di cospirazione; l’onorevole giudice affermò che «questo non è un semplice conflitto tra operai e imprenditori, ma una lotta da cui dipende l’armonia nell’intera Unione». Mentre nei tribunali i giudici facevano il loro sporco dovere, per le strade imperversava la battaglia: torme di poliziotti furono mandate a reprimere scioperi dei lavoratori portuali, che manifestavano per incrementi salariali; quando dopo lunghi e ripetuti scontri si vide che gli scioperi non cessavano non si esitò a far intervenire la milizia. Il sindaco della città nello stesso anno mobilitò la milizia contro i portuali in sciopero per l’aumento del salario e la riduzione dell’orario, costringendoli a riprendere il lavoro sotto la minaccia dei fucili. Analoghi fatti accadevano a Filadelfia, dove l’insuccesso nel reprimere le medesime categorie convinse il sindaco a far arrestare e incarcerare i dirigenti sindacali. In entrambe le città vi fu una risposta molto decisa da parte operaia, con una manifestazione di ben 30.000 operai a New York, cosa mai vista prima. A Filadelfia fu addirittura decisa l’ammissione alla GTU dei portuali, sino a quel momento esclusi in quanto non specializzati.

Non si trattava d’altronde dei primi casi in cui il padronato invocava l’intervento della magistratura, della polizia e della milizia. Nel 1829 erano entrati in sciopero gli operai che costruivano il canale Chesapeake-Ohio, i quali furono arrestati, ma rilasciati poco dopo l’arresto. Abbiamo già ricordato come nel 1833 a Geneva, nello Stato di New York, alcuni calzolai fossero stati condannati per cospirazione e gettati in prigione. Solo nel 1842 la Corte Suprema del Massachusetts dichiarò inapplicabili ai sindacati queste vecchie leggi sulla cospirazione di origine inglese.

A questo punto vale la pena di ricordare il significato della milizia. Nell’America coloniale la milizia, basata sulla tradizione del fyrd, istituzione tribale degli Anglosassoni dell’Europa alto-medioevale che imponeva il servizio militare a ogni uomo libero, fu impiegata contro gli Indiani nel periodo in cui non erano ancora disponibili forze regolari britanniche. Durante la rivoluzione americana, la milizia, chiamata minute-men, forniva il grosso delle forze militari americane ed era anche il bacino da cui reclutare i soldati regolari. La milizia svolse un ruolo analogo anche durante la guerra del 1812 contro l’Inghilterra e durante la Guerra Civile americana. Dopo cadde in disuso. Ma nella maggior parte degli Stati vennero formate unità di volontari provenienti dagli strati benestanti della popolazione (cioè coloro che potevano comprarsi le uniformi), poste sotto il controllo del governatore dello Stato. Nei decenni 1870 e 1880 queste unità prenderanno il nome di Guardia Nazionale, e saranno utilizzate dai governatori per reprimere gli scioperi operai; sotto tale nome ritroveremo questi corpi impiegati sempre più spesso come strumento repressivo della borghesia.

Intanto gli intellettuali e i politici radicali osservavano lo svolgersi degli avvenimenti con una punta di preoccupazione: nonostante le innegabili conquiste del periodo 1828-1836, la loro paura era che l’ondata di lotte del 1835-36 “degenerasse” in un ciclo senza fine di scioperi, che avrebbe tolto interesse verso i “più alti” scopi di “ricostruzione sociale”, cioè raffrenare la “frenesia della concorrenza” (come loro definivano il capitalismo) e costruire alternative alle istituzioni borghesi. Nell’estate del 1836 i radicali cominciarono a ammonire sui pericoli della dissipazione di energie e dello “spreco di risorse” che comportavano le lotte sindacali. La crisi avrebbe reso più attento l’uditorio.
 

Alternative illusorie

La crisi del 1837 costituì un colpo tremendo per l’attività sindacale. La produzione quasi si arrestò, e a migliaia gli operai venivano gettati nei ranghi dei senza lavoro. Già nel gennaio 1838 i disoccupati nella sola città di New York assommavano a 50.000, mentre altri 200.000 erano definiti “in estrema difficoltà, senza mezzi per sopravvivere all’inverno se non quelli della carità”. E il quadro non era diverso a Philadelphia, Boston, Baltimora e nelle altre città manifatturiere.

Con un terzo della classe operaia disoccupata, e gran parte dei rimanenti con lavori incerti e saltuari, i sindacati degli anni ’30 scomparvero uno dopo l’altro, compresa la National Trades’ Union, e con loro se ne andarono gli organi di stampa. Naturalmente il processo fu reso più rapido dall’offensiva dei padroni, che vi trovarono un’occasione per schiacciare il movimento operaio. Nonostante alcuni isolati e commendevoli casi di resistenza a oltranza, i padroni vincevano, e nel 1839 i salari risultavano ridotti in misura variabile tra il 30 e il 50%.

Fu in queste circostanze che trovò ascolto presso la classe operaia, oltre che presso la piccola borghesia radicale, la predicazione di chi indicava vie alternative alla lotta diretta contro i padroni. Alcuni dicevano che l’unica soluzione risiedeva nella preghiera e nel conforto spirituale; altri sostenevano che i lavoratori avrebbero potuto elevarsi mentalmente nonostante quello che il sistema di fabbrica faceva al loro corpo e al loro spirito.

Ve n’erano di altri che facevano individuavano l’origine delle sofferenze del popolo nella natura del capitalismo: pochi capitalisti avevano preso il controllo dei mezzi di produzione e usavano questo controllo non per il bene del popolo, ma per il loro profitto. Quando il profitto veniva a mancare, arrestavano la produzione, espellevano dal lavoro migliaia di persone, spandevano la miseria nel paese. La soluzione, secondo questa scuola di pensiero, stava in un nuovo ordine sociale che avrebbe abolito ogni tipo di schiavitù e oppressione restituendo al popolo il controllo delle forze produttive. Solo una società siffatta poteva dar luogo a un’era di libertà universale, pace e armonia, al posto di guerra, odio e sofferenze. Alla realizzazione del nuovo ordine sociale sarebbe stato sufficiente che i ricchi e potenti lo approvassero e lo sostenessero finanziariamente; poi tutti avrebbero potuto unirsi e partecipare alla costruzione della nuova società comunistica e cooperativa. I fautori di queste visioni erano i socialisti utopisti, in particolare i discepoli americani di due utopisti famosi in Europa, Robert Owen e Charles Fourier. Abbiamo già criticato altrove questa fase della storia del proletariato, anche nelle primissime opere dei nostri maestri dei secoli scorsi, e non ci dilungheremo quindi sull’argomento.

Ma il movimento owenista si era presentato in America già nel 1825, e aveva inizialmente avuto un certo successo, con numerose colonie sorte in diversi Stati; queste però ben presto fallirono, e nel 1828 non era rimasto più niente. Owen tornò in America nel 1845, ma solo per fare dei bei discorsi. Mentre Owen contava di sfruttare il progresso tecnico a favore dei lavoratori piuttosto che a profitto dei padroni, abolendo il diritto di proprietà, Fourier intendeva mantenerlo, considerava la produzione industriale il peggiore dei mali e predicava il ritorno alla terra. Fourier non andò mai in America, dove le sue idee erano sostenute da un suo discepolo, Albert Brisbane. Nel 1843 furono fondate numerose colonie, chiamate “falangi”, che, con un paio di eccezioni, chiusero i battenti entro un anno. Ma il fallimento delle colonie utopistiche non significò la totale scomparsa dell’influenza degli utopisti sul proletariato. Quello che apparve chiaro però fu che non si poteva pensare di introdurre un nuovo sistema sociale dal niente, da un giorno all’altro, con la sola forza del convincimento.

Le cooperative (di produzione) avevano già esordito in diverse città nei primi anni ’30. La crisi le spazzò via in breve tempo, ma la ferma convinzione di molti operai che l’unico modo per migliorare le loro condizioni di vita fosse legato a nuove forme di produzione e distribuzione diede nuova vita negli anni ’40 e ’50 al movimento della cooperazione, nell’ambito della produzione e in quello della distribuzione. Nella testa dei teorici, come Blanc in Europa, il cooperativismo avrebbe piano piano soppiantato, con la forza dell’esempio, il sistema economico borghese; per gli operai invece l’iniziativa valeva nella misura in cui risolveva i loro problemi immediati.

Come nel caso degli utopisti, abbiamo già criticato altrove (ed in particolare trattando la storia del movimento operaio inglese) la fase cooperativista che la classe operaia attraversa ad un certo stadio, primitivo, del suo sviluppo, critica che quindi non ripeteremo in questa sede. Anche in America il movimento cooperativo incontrò il fallimento, lo stesso fato delle colonie utopistiche. Ciò fu particolarmente vero per le cooperative di produzione, che ebbero come punto debole la cronica mancanza di capitali, che impediva loro di investire e di resistere alla concorrenza spietata mossa loro dai produttori individuali, che non esitavano a vendere sottocosto pur di fiaccarne la resistenza.

Il movimento delle cooperative di consumo, nato un po’ più tardi, nel pieno della crisi, ebbe il suo vero lancio solo nel 1845, quando a Boston fu fondata la Working Men’s Protective Union. L’iniziativa, presto presa a modello per centinaia di altre associazioni analoghe, aveva come scopo principale l’acquisto a prezzi più bassi di prodotti necessari per i soci. Essa però prevedeva anche altri benefici per i soci, quali indennità in caso di malattia e una assicurazione per l’anzianità, una piccola pensione. Queste cooperative ebbero migliore fortuna delle altre, e durarono fino alla vigilia della guerra; ma alla fine anche loro furono affondate dalle stesse forze che avevano messo in ginocchio le altre, mentre i teorici del movimento si mostravano disgustati della “grettezza” degli operai, cui sembrava interessasse solo risparmiare qualche dollaro.

Simbolo della vulnerabilità ideale di molti lavoratori fu il secondo Grande Risveglio evangelico del 1840-43, che ebbe largo seguito tra i proletari. Un gran numero di “missionari” si spostava in città e campagne per accalappiare gente in difficoltà, un po’ con le parole ispirate, un po’ col profumo della zuppa calda. I vati del nuovo verbo convincevano gli operai senza un Cent che Cristo aveva fatto venire tempi duri come punizione per i peccati del mondo, e che però ne preparava tempi migliori e salvezza per coloro che avrebbero corretto le loro abitudini; e le chiese si riempivano.

Ovviamente l’astinenza dall’alcool era un obbligo. Ma la sobrietà non era monopolio dei movimenti religiosi e anche gli attivisti sindacali l’avevano predicata nel decennio precedente: e la coscienza dei negativi effetti dell’alcool, le pressioni esercitate anche dai padroni che volevano operai sobri, la frugalità dettata dalla crisi, tutto favoriva la condanna degli alcolici. Tra le organizzazioni secolari per la temperanza la più importante fu la Washington Temperance Society, che per alcuni anni, dalla sua fondazione nel 1840 al 1843, arrivò a vantare un numero di associati di 3 milioni, principalmente proletari. Anche se esagerato, si trattava di un numero almeno doppio o triplo di quello dei proletari sindacalizzati nel momento di massimo sviluppo delle lotte, sette anni prima. I washingtoniani svolgevano anche attività di mutuo soccorso, ma, soprattutto nel Nord, avevano innalzato i liquori al rango di massimo nemico dell’operaio, posto in precedenza occupato dalle avide banche e dai padroni sfruttatori.

Un altro importante riformatore fu George Henry Evans, già seguace di Skidmore, che elaborò un programma di riforma agraria noto come National Reform; il programma in sostanza consisteva nella divisione delle terre demaniali in lotti di 160 acri (64 ettari) da distribuire a tutte le famiglie che ne facessero richiesta. I territori sarebbero poi stati arricchiti da centri urbani attrezzati con strutture utili alla comunità, sia per attività di svago sia come sostegno alle attività economiche; in tali centri gli scambi sarebbero avvenuti senza intermediazioni. La National Reform costituì per i radicali della generazione antebellica quello che il cooperativismo era stato per la generazione precedente. Per Evans, grazie agli ampi spazi a disposizione a Ovest, il proletario poteva sfuggire al destino dell’operaio d’Europa, dove la terra era ormai sotto il completo controllo di pochi privilegiati. La Riforma avrebbe portato tanta prosperità da permettere il cambiamento della società. «E tutto questo – concludeva – può essere ottenuto con un semplice voto, se i lavoratori di tutto il Pese si uniscono». Se il movimento, composto di proletari che chiedevano di diventare piccoli contadini, conteneva aspetti utopici, esso aveva dei legami col movimento operaio: i ricchi, borghesi e fondiari, non vi avevano accesso, ed erano riconosciuti come nemici. La National Reform Association (NRA), fondata nel 1844, non fu quindi un movimento sindacale, ma piuttosto una iniziativa riformista, anche se spesso il confine con il sindacalismo era difficile da vedere. I suoi aderenti riconoscevano la necessità dello sciopero, anche se consideravano tale strumento non adeguato al loro fine particolare. Ciò non impedì loro però di costituire l’unica realtà di un certo rilievo all’interno del movimento di lotta operaia nei tre lustri che precedettero la Guerra Civile. La NRA si strutturò come un partito moderno, con sezioni locali e membri che pagavano quote fisse, conferenze periodiche e organi di stampa. L’Associazione fece presa anche nel Midwest, ricco questo come era di agricoltori marginali e operai di estrazione contadina, soprattutto nelle città, quando prese ad agitare parole d’ordine come cooperazione e giornata di dieci ore.

Per quanto differissero anche profondamente tra loro, Owenisti, Associazionisti (Fourieristi) e Riformatori della Terra concordavano su un punto: i lavoratori avrebbero potuto risolvere i loro problemi solo quando i loro programmi fossero stati realizzati. I primi due movimenti addirittura condannavano pubblicamente gli sforzi degli operai di ottenere orari meno lunghi, dicendo che «una semplice abbreviazione dell’orario li avrebbe solo trasformati da schiavi delle 12-14 ore a schiavi delle 10 ore». E lo stesso valeva per i salari. Poiché maledetto era lo stesso sistema, la massa dei lavoratori avrebbe dovuto dapprima comprendere che niente di meno che l’abolizione del capitalismo aveva senso. Evans prese una posizione leggermente diversa: il suo movimento sostenne le lotte rivendicative degli operai, ma allo stesso tempo cercava di convincerli che niente sarebbe durato senza la conquista della riforma della terra.

Queste concezioni non rimanevano solo sulla carta: gli utopisti partecipavano alle organizzazioni operaie e alle loro riunioni, con lo scopo di convincere gli operai che, nel tentare di ottenere migliori condizioni di vita nell’attuale società, stavano dissipando inutilmente le loro forze. Le speranze di un futuro migliore risiedevano altrove. Appassionati oratori spesso facevano proseliti, e riuscivano anche a portare intere organizzazioni sindacali nel campo del cooperativismo o della riforma.

Questi, riformatori o utopisti, non riuscirono a capire una cosa che per Marx fu subito chiara: il “male” capitalista che essi cercavano di scongiurare era in realtà storicamente favorevole, in quanto gettava le basi materiali per l’affermarsi della società comunista. Non si trattava di “creare” il comunismo con la pura volontà, a dispetto delle esistenti forze economiche e politiche; si trattava, facendo leva sul movimento per la sopravvivenza materiale della classe nelle difficoltà quotidiane, di affinare le armi per la conquista del potere politico, unico strumento utile a “rovesciare la prassi”, per “liberare” la società dalle strettoie del capitalismo.
 

La ripresa economica degli anni ’40

Con la ripresa del 1844 evangelici e temperanti persero la presa che avevano sugli operai. Ma qualcosa ne rimase nella classe, un approccio moraleggiante alla questione sociale: nei piccoli centri si ebbe una specie di laburismo cristiano, nelle grandi città forme varie fino addirittura al Nativismo, cioè l’affermazione della superiorità degli americani nati in America (indiani e negri felicemente esclusi). Un nuovo spirito che avrebbe spianato la strada all’ideologia del Free Labor. Furono anni di scarsa combattività, nei quali l’accento delle lotte si spostò sull’orario di lavoro.

Il paese stava allungando il passo del suo sviluppo. Tra 1840 e 1860 il numero di lavoratori delle manifatture raddoppiò, mentre il valore della produzione nelle stesse aziende quadruplicò. L’estensione della rete ferroviaria aumentò di dieci volte, e similmente aumentò la popolazione dei grandi centri urbani. Ormai nessuno più credeva seriamente alla possibilità di arrestare lo sviluppo capitalistico. Il movimento operaio riprese lentamente la sua marcia. La grande differenza rispetto ai decenni precedenti fu che adesso l’iniziativa non era più in mano agli apprendisti, ai piccoli artigiani, agli operai specializzati delle piccole imprese semi-industriali, ma era la classe operaia di fabbrica che faceva sentire la sua voce. Tra l’altro la crisi aveva gettato sul lastrico un gran numero di piccoli agricoltori, quelli che avevano mandato in sollucchero De Tocqueville: costoro non avevano più altra scelta per sopravvivere se non andare nella più vicina città a vendere la propria forza lavoro. Né potevano gli operai, se non compiendo un lungo e pericoloso viaggio, sfuggire alla sorte di operai a vita: la classe operaia americana cominciava così a divenire permanente.

Nel New England agli inizi del periodo la manodopera delle prime grandi fabbriche fu principalmente femminile; e femminili furono le Female Labor Reform Associations, sorte a partire dal 1845 insieme a numerosi organi di stampa: si trattava di organizzazioni di natura culturale e politica, che avevano lo scopo di operare in favore del lavoro femminile a diversi livelli; all’occorrenza funzionarono anche egregiamente da organizzatori sindacali. Un altro aspetto caratterizzante la classe operaia del New England era che questa non aveva beneficiato dei miglioramenti che altrove erano stati concessi sull’orario di lavoro; la grande maggioranza dei suoi componenti ancora lavorava dalle 12 alle 14 ore giornaliere. Anche quelli che avevano goduto di riduzione erano tornati, con la crisi, al lavoro “dall’alba al tramonto”.

Va subito detto che nel periodo in questione il movimento per la riduzione dell’orario lavorativo puntò principalmente sulla imposizione dei nuovi limiti per legge. Se nel 1840 il presidente Van Buren aveva concesso le 10 ore nelle aziende statali, ottenerle nelle aziende private sarebbe però ben più arduo. La strategia consisteva principalmente nel tentare di organizzare una pressione di massa sui legislatori, per contrastare il controllo che sugli stessi avevano le corporazioni padronali. Iniziò quindi una attività fatta di petizioni e di sostegno, concesso o negato, ai parlamentari in funzione del loro atteggiamento verso la riduzione dell’orario di lavoro nelle fabbriche.

Il principale risultato della mobilitazione fu la nascita di una organizzazione combattiva chiamata New England Workingmen’s Association. Nacque nel 1844 dall’attivismo di propagandisti devoti alla causa, ma fu presto conquistata dai fourieristi, il che voleva dire che poco sarebbe stato fatto sia sul piano sindacale sia su quello legislativo. Fortunatamente il declino degli utopisti era già a buon punto, e prima che finisse il 1845 l’Associazione era di nuovo in mano agli operai che avevano come obbiettivo primario la riduzione delle ore lavorative. I risultati però stentavano a venire, e all’interno del movimento cercò di farsi strada la linea della lotta diretta con l’arma dello sciopero, che ebbe seguito soprattutto tra le operaie tessili. Ma la debolezza del movimento fu tale che dalla fine del 1846 ci si dedicò solo alle petizioni.

Strumento non del tutto inefficace. Anche se i primi Stati a concedere le 10 ore furono il New Hampshire (1847), il Maine e la Pennsylvania (1848), la conquista rimase più che altro simbolica, in quanto la legge permetteva, dopo forti insistenze delle organizzazioni padronali, una contrattazione locale per stabilire le ore di straordinario. In pratica al lavoratore veniva fatto firmare un contratto nel quale si impegnava a lavorare per più di 10 ore; chi non firmava non era assunto e veniva immesso nelle liste nere. In pratica quindi non cambiava niente, ma da un punto di vista storico si trattava certo di una conquista. Vi furono resistenze operaie anche forti ai contratti, ma alla fine l’ebbero vinta quasi ovunque i padroni.

La New England Workingmen’s Association cadde di nuovo in mano agli utopisti, e nel 1848 chiuse i battenti. Lo stesso destino subirono le Female Labor Reform Associations. Scontri più duri vi furono in Pennsylvania, ma nel corso degli anni ’50, anche se molti Stati concessero formalmente le 10 ore, si trattò sempre di leggi inefficaci, o perché consentivano contratti in deroga, o perché semplicemente non prevedevano penalità per la mancata attuazione. Il movimento per le 10 ore non era stato però senza conseguenze, e un generale calo delle ore lavorate vi fu: se nel 1830 la giornata lavorativa media in America era di 12 ore e mezza, 30 anni dopo era scesa a 11 ore. Si trattava di un guadagno non da poco, e non concesso benignamente dai padroni ma conquistato dai lavoratori con tutti i mezzi che avevano a disposizione, in una situazione di estrema debolezza oggettiva.

Il problema dell’orario esisteva anche al Sud: in Georgia solo nel 1853 fu approvata una legge che limitava la giornata lavorativa “dall’alba al tramonto, con la concessione del tempo consuetudinario per i pasti”, come dire 10-11 ore. Questa fu però l’unica eccezione, e nessun’altra legge analoga fu approvata in tutto il Sud fino a dopo la Guerra Civile.
 

(Continua al prossimo numero)

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


L’Antimilitarismo nel movimento operaio in Italia
Capitolo 10, esposto alla riunione di Sarzana, nel gennai 2008.

(Continua dal numero scorso)

Il PSI davanti al “fatto compiuto”

L’11 aprile 1915, a Milano, nel corso di una manifestazione contro la guerra un giovane meccanico, Innocenzo Marcora, viene ucciso a manganellate dalla polizia. La tensione sociale raggiunge il massimo, il proletariato vuole scendere compatto in piazza per dare una risposta di classe alle provocazioni statali. Costretta dalla pressione dei lavoratori la Camera del Lavoro non può fare a meno di indire per il giorno 14 lo sciopero generale nella città lombarda.

Nel suo editoriale sull’Avanti! di quel giorno Serrati scrive: «In nessun paese del mondo i poliziotti si ritengono tanto in diritto di scagliarsi contro i cittadini – specie se son poveri lavoratori – di bastonarli. Non avvengono così frequenti e così impuniti gli omicidi da parte della forza pubblica come nell’Italia costituzionale [...] E poiché la gente della polizia si recluta fra gli elementi meno sani, fra gli scarti, fra gli avariati delle nostre città, fra gli esasperati e gli anormali della nazione, nulla di strano se costoro, protetti e premiati, sentono quasi la voluttà della rissa coi cittadini e hanno sete di sfogare contro la massa proletaria i loro livori e le loro ire [...] Lo sciopero generale è la solidarietà dei proletari per il compagno martirizzato: è il grido di protesta della vittima di domani per la vittima di oggi. Esso dice ai governanti la parola solenne e decisiva dell’ammonimento». Era però dall’agosto del 1914 che l’Avanti! continuava ad “ammonire” il governo. L’aveva ammonito così tante volte che ormai i suoi ammonimenti non facevano più paura a nessuno.

Nella giornata del 14 l’astensione dal lavoro fu totale, Milano risultò completamente paralizzata e le moltitudini dei manifestanti affollarono le strade e gremirono le piazze. In quella occasione il quotidiano socialista, per la prima volta nella sua storia, pubblicò in prima pagina le fotografie di quella “grandiosa manifestazione di protesta”. Lo sciopero milanese dimostrò, allo stesso tempo, sia che le organizzazioni di classe erano in grado di convogliare la mobilitazione generale delle masse operaie, sia che il movimento operaio era vitale e determinato alla lotta.

Ma la volontà e la forza del proletariato faceva più paura all’ala riformista del PSI di quanta ne facesse allo stesso Stato borghese, e quindi fu quella che si predispose a sabotare sistematicamente la ribellione operaia prima che arrivasse ad assumere una connotazione rivoluzionaria.

Poco dopo, dal 26 al 29 aprile, si riuniva a Milano la Direzione del Partito per decidere quali risposte si sarebbero dovute dare quando fosse stato deciso l’intervento dell’Italia in guerra, intervento che ormai si sapeva essere inevitabile. Il partito avrebbe o non avrebbe proclamato lo sciopero generale contro la guerra?

Già in molte città italiane la base si era espressa a favore: i congressi provinciali avevano deliberato di «approfittare della prossima festa del lavoro per dimostrare pubblicamente che il proletariato non vuole rinunciare alla sua libertà» e si erano impegnati «ad affrettare il movimento rivoluzionario».

Rigola, segretario della CGL, aveva preso atto del fatto incontestabile che i proletari erano «neutralisti così assoluti da propendere, dirò meglio, da volere un’azione estrema contro l’eventuale mobilitazione». Quindi, constatato questo, il bonzo sindacale, metteva subito in atto la sua azione di pompieraggio e scriveva sull’Avanti! del giorno 21: «Credo lo sciopero un’assurdità tale, nel caso in questione, che io non esiterei a separare la mia responsabilità da quella dei confederati, anche se il novantanove per cento di questi vi fossero favorevoli».

Così, proprio alla vigilia dell’entrata in guerra, si verificava una situazione nella quale, mentre le masse lavoratrici maggiormente avanzavano richieste di azione di classe diretta, gli organi dirigenti sempre più arretravano, impauriti dal pericolo che questa azione di classe si scatenasse in tutta la sua formidabile energia travolgendo il potere borghese. La stessa Direzione, massimalista, nel suo disfattista ordine del giorno, approvato all’unanimità il 28, insinuava il dubbio che «il proletariato ed il PSI, che ne interpreta e rappresenta gli interessi, non avranno la forza e la compattezza necessaria per impedire la guerra».

Interessantissimi sono i dispacci telegrafici inviati da Panizzardi, prefetto di Milano, al Ministero degli Interni a Roma, dai quali si evince chiaramente come i riformisti del Partito avessero preso in mano la situazione e la giocassero a favore del governo: «Milano 26 aprile 1915. Riunione antimeridiana direzione PSI. Stamane segretamente e con esclusione stampa si è riunita negli uffici dell’Avanti! direzione partito socialista italiano per discutere sul metodo di protesta e opposizione alla entrata nostra in guerra. Erano presenti della direzione Bacci, Serrati, Bussi, l’on. Prampolini, Ratti e la Balabanoff. Riferimento sulla situazione, Costantino Lazzari, segretario della Direzione, pose dilemma: o sciopero generale in caso di mobilitazione come vorrebbero socialisti di Milano, Roma, Firenze, Bologna e Ancona oppure opposizione passiva limitando protesta ad una propaganda oratoria e di stampa contro la guerra, come vogliono socialisti di Reggio Emilia e altre città. Sostennero sciopero generale Lazzari e Balabanoff che conclusero dichiarando che socialisti debbono opporsi alla guerra con tutti i mezzi, compreso quelli più estremi della violenza e del sabotaggio. On.le Prampolini sostenne invece bastare pubblicazione manifesto esponente ragioni che giustificano opposizione del partito alla guerra - Prefetto Panizzardi».

La direzione del PSI si riunisce segretamente, non viene ammessa la stampa, prendono parte alla riunione soltanto sei dirigenti storici del partito, eppure subito il prefetto di Milano è in grado di relazionare al governo l’esito dell’incontro. È chiaro che tra l’ala riformista e gli organi repressivi dello Stato vi era intelligenza.

Proseguiamo con le informazioni del prefetto al Ministero: «Milano 26 aprile 1915. Riunione pomeridiana Direzione PSI. Lazzari parlò del suo giro in tutta Italia nel quale ebbe a persuadersi che il proletariato in grandissima maggioranza intende impedire a qualunque costo nostro intervento per preparare il paese anche alla guerra civile e alla deposizione della monarchia. Prefetto Panizzardi».
«Milano 27 aprile 1915. Riunione Direzione PSI. Sebbene direzione abbia già escluso sciopero generale [...] nella riunione odierna però direzione ha incaricato giornale Avanti! annunziare ma soltanto come minaccia al governo possibilità sciopero generale».
«Milano 28 aprile 1915. Riunione Direzione PSI. Direzione PSI ha approvato ieri sera un o.d.g. definitivo col quale, dopo monito al governo e alle classi dominanti per le responsabilità che incontrerebbero scatenando una guerra di aggressione, si dichiara che se proletariato e partito socialista che ne rappresenta interessi non avranno forza di impedire la guerra è però loro fermo proposito mantenere sempre prima e dopo la guerra il più rigido indirizzo di classe e dà mandato alla segretaria convocare 16 maggio a Bologna un convegno delle organizzazioni socialiste per stabilire programma d’azione [...] Come è facile scorgere, scioglimento detto o.d.g. della Direzione del Partito, sincero ed equivoco, nasconde, come già quello della Confederazione, impotenza proclamare sciopero in caso di mobilitazione e riluttanza a confessare che non si vuole ricorrere a quel mezzo estremo perché se ne prevede insuccesso. Direzione Partito mette avanti come minaccia ancora gravi decisioni convegno 16 maggio il quale è da prevedersi avrà la stessa fine delle presenti riunioni a Milano. Tutto ciò conferma previsioni formulate nei miei telegrammi precedenti, cioè prevalenza tendenza on. Prampolini che è quella on. Treves e Turati, i quali in questi giorni si sono molto adoperati per far naufragare proposta dello sciopero sostenuta da Lazzari e dalla Balabanoff. Ieri sera poi a tarda ora Consiglio Nazionale della Confederazione ratificò accordo intervenuto come ho detto tra suoi rappresentanti e direzione Partito. Prefetto Panizzardi».

Come giustamente annotava il Prefetto, la riunione del vertice socialista aveva dimostrato solo la sua manifesta impotenza anche se dava direttiva all’Avanti!, ed a Serrati, di propalare la minaccia di una rivoluzione che nessuno di loro voleva, ed una unità del partito che, anziché contribuire all’azione del proletariato, la paralizzava.

Serrati, in esecuzione della direttive ricevute, il giorno 29 titolava il suo primo articolo dopo il convegno “Concordia d’Intenti e d’Azione”, prendendo in giro ancora una volta il proletariato con il bluff dell’antimilitarismo del partito: «Coloro che già sognavano scissure, che già s’allietavano per una eventuale scissura tra la Confederazione Generale del Lavoro e il PSI possono serbare per un’altra volta gli inni di soddisfazione e di gioia [...] In seno alla CGL la grande maggioranza, potremmo dire la quasi unanimità dei rappresentanti sente profondamente la necessità dell’azione socialista. Gli uomini che dirigono le organizzazioni del proletariato italiano sono socialisti e la loro manifestazione di pieno, cordiale accordo con questo partito socialista è stata grandemente significativa».

Al di là della fraseologia, più o meno di sinistra, al di là della buona o cattiva fede dell’individuo e del coraggio personale, e si è visto che non si trattava certo di un pusillanime, al di là di tutto ciò l’articolo di Serrati non era di incitamento alla lotta, ma solo di imbonimento: si promettono ai proletari futuri scontri di classe, ma si lascia il tempo trascorrere nell’inazione, nell’impreparazione e nella disorganizzazione. Si può sbandierare la unità del partito per il semplice fatto che anche i più sinistri della direzione non riuscivano a concepire la rottura drastica e definitiva con l’ala riformista.

Nella Assemblea del Consiglio Direttivo della Confederazione, a proposito dello sciopero generale, che l’Avanti! aveva dovuto sbandierare come obiettivo concorde di tutto il Partito, era proprio Serrati a seminare il dubbio sulla sua riuscita ed a gettare acqua sul fuoco. «Serrati pensa che dopo otto mesi di discussione intorno all’intervento, dopo otto mesi di guerra, debba essere generalmente diffuso il senso di orrore contro la guerra. E se ieri molti proletari sarebbero venuti a noi per istintiva ripugnanza contro la guerra, oggi dopo averne viste le conseguenze sarebbero pur sempre con noi. Ma si hanno forze sufficienti per contrastare ai voleri governativi? C’è fra la folla, fra i soldati profondo lo stato d’animo contro la guerra? Se questo esame convincesse delle possibilità di compiere il movimento di rivolta, si dovrebbe fare, o che fosse lo sciopero generale, o sciopero di 24 ore, o protesta, o semplice manifestazione oppositrice».

E questo sciopero, o semplice manifestazione, chi l’avrebbe dovuta fare, il partito o il sindacato? È ancora Serrati che chiede alla CGL se il sindacato intenda lasciare al Partito la direzione del movimento politico o voglia procedere di comune accordo. «Una risposta occorre darla [...] e la risposta richiesta sta appunto a significare che la Direzione del Partito non intende scaricare su alcuno le proprie responsabilità ma che desidera invece la più grande sincerità su questo grave argomento». Ce lo immaginiamo in Russia il partito bolscevico che, sovrastato dal dubbio della riuscita, alla ricerca dell’unità ad ogni costo con i più destri dell’ala destra menscevica, chiede il permesso ai sindacati di lanciare l’assalto rivoluzionario per la presa del potere? Certamente nessuna rivoluzione vi sarebbe mai riuscita se Lenin avesse adottato il metodo Serrati.

Dietro tanti interrogativi, tanti dubbi, paure e crisi di coscienza un solo aspetto risulta chiaro: la sostanziale rassegnazione del PSI di fronte alla eventualità dell’entrata in guerra dell’Italia e la tragica e complice passività della Direzione. Le masse proletarie a Milano prima e a Torino poi agiranno di propria iniziativa dichiarando lo sciopero generale. Gli eventi precipitano, la guerra è alle porte, ma dalla riunione d’aprile in poi non vi sarà un solo documento del partito che dica qualcosa di nuovo, che dia al proletariato una indicazione reale di lotta.

Serrati, divenuto ormai penoso, il 14 maggio scrive sull’Avanti!: «Se una rivoluzione scoppierà in Italia – e noi saremo allora al nostro posto – non sarà certo la rivoluzione dei mocciosi scolaruzzi che saltano la lezione in nome del patriottismo guerraiolo. Sarà la rivoluzione delle folle operaie e contadine alle quali la patria nulla ha dato fuorché miseria e dolori. Sarà la rivoluzione del popolo lavoratore, cui la bella guerra patriottica e democratica avrà fruttato solamente lacrime e sangue. Sarà la rivoluzione proletaria contro la continua pertinace cecità delle classi dirigenti che al popolo del lavoro – dopo l’unità della patria – non hanno saputo dare altro che delusioni e umiliazioni. La monarchia è a questo bivio. Scelga la sua strada. Noi non abbiamo consigli da darle né dilemmi da porle. L’aut-aut terribile è nelle cose».

Compito del partito serratiano, dunque, era quello di stare a vedere se la rivoluzione scoppiasse o meno; allora, bontà sua, sarebbe stato “al suo posto”! Significativamente l’articolo portava questo titolo: “Minacce a Ciarle e Minacce Reali”. È evidente che quelle di Serrati erano del primo tipo.

Ma c’era qualcosa di più e di peggiore: non sarà soltanto il Gruppo Parlamentare ad amoreggiare con Giolitti (che, da vecchio volpone, si dichiarava contrario alla guerra ma usciva prudentemente dalla scena politica); sarà lo stesso organo ufficiale del partito a riporre le proprie speranze non sulla mobilitazione operaia, ma sui giolittiani e perfino sui clericali. Siamo ad una settimana dall’entrata in guerra. Il 16 maggio, in un fondo dell’Avanti! a firma Francesco Cicciotti si legge: «Il Partito Socialista [...] non può essere né coi clericali né coi giolittiani [...] Ma se avviene che in questa lotta esso si incontri coi clericali e coi giolittiani, senza unire coi loro i propri sforzi, senza mutare alla propria irriducibile ostilità alla guerra la schietta fisionomia di classe, non può non essere lieto di questo incontro». Non stiamo a commentare: abbiamo già visto come giolittiani e clericali, all’atto del voto, si sarebbero schierati a stragrande maggioranza a favore della guerra.

La Direzione del PSI, riunitasi per l’ultima volta il 16 maggio a Bologna riesce solo a riaffermare la «avversione incrollabile del proletariato all’intervento dell’Italia». Come il Prefetto di Milano aveva facilmente previsto! Tutto l’andamento della riunione di Bologna può essere sintetizzato in un telegramma di 15 parole spedito dal viareggino Luigi Salvatori, il quale amaramente commentava: «Giornata bizantina e mortificante. Un mio ordine del giorno chiedente sciopero ha ottenuto mio solo voto».

Subito dopo il Convegno la sinistra giovanile rivoluzionaria ammetteva la propria sorpresa e dolore nel venire a conoscenza del delibato bolognese. Si legge su La Lotta di Classe del giorno 22 maggio, sotto il titolo “Al grido di Evviva la Patria noi rispondiamo col grido di Abbasso la Guerra”: «Confessiamolo apertamente: questa deliberazione ci ha sorpresi ed addolorati. Da una piena luce meridiana siamo improvvisamente precipitati nel crepuscolo. Noi abbiamo sentito così svanire la più forte delle nostre speranze, da cui avevamo tratta la energia per affermare, dallo scoppio della guerra europea fino ad oggi, la concezione precisa e l’obiettivo sicuro del partito socialista. Non crediamo che questo stato d’animo si sia prodotto solamente in noi: esso deve essere comune a tutti quei compagni che da un capo all’altro d’Italia si sono battuti virilmente per impedire il prevalere della corrente guerraiola. Ebbene, i dirigenti del Partito hanno suonato la ritirata, mentre ci preparavamo con un estremo sforzo a piantarci saldamente sulle posizioni ambite. Ci hanno fatto credere all’impeto degli avversari proprio quando costoro erano alla disperazione [...] Non occorrevano certo nove mesi di preparazione per concludere alla vigilia della guerra che il nostro partito separa le proprie responsabilità da quelle delle classi dirigenti. V’è forse qualche socialista che abbia dei dubbi al riguardo? [...] Per certo la maggioranza dei convenuti di Bologna non ha capito il momento grave che si attraversa e non ha sentito la voce del paese. Se non fosse così non avrebbe compiuto la viltà, che si vuol gabellare per prudenza, di ritirarsi dal terreno della lotta e di fare ala al nemico che passa, quando tutti gli occhi convergevano ansiosamente su Bologna per colpire il segnale che agli uomini di fede, che alle masse indicasse essere giunto il momento di esprimere la più intensa energia per impedire al fantasma sanguinoso di offuscare il cielo d’Italia. La proclamazione dello sciopero generale nazionale era il solo epilogo degno dell’atteggiamento del partito [...] Noi abbiamo perduta un’occasione magnifica per elevare di cento cubiti il prestigio del nostro partito: viceversa con la nostra ritirata abbiamo diffuso la persuasione di una debolezza che non esiste [...] Pochi manipoli di energumeni, briachi di patriottismo somministrato in abbondante dose da una stampa venduta ci hanno trattenuto dal compiere l’ultimo atto dignitoso, forte e logico [...] Non si chiamò il proletariato perché disperdesse quei quattro mocciosi che gridavano come forsennati sol perché trovavano le piazze e le vie libere: i nostri dirigenti attendevano l’alba del 16 maggio con la stessa sicurezza con cui il suicida aspetta intrepido il treno che lo deve frantumare [...] Il parlamentarismo ed il riformismo hanno ucciso lo spirito rivoluzionario dei socialisti e dei proletari d’Italia».

Il 24 maggio l’Avanti! pubblicava la dichiarazione ufficiale del PSI: «Spontaneamente ci traiamo in disparte; lasciamo che la borghesia faccia la sua guerra».

Lo stesso giorno, sullo stesso giornale veniva pubblicato anche un articolo di ben diverso tenore, “Il Fatto Compiuto”: «Era inevitabile. Nel tragico svolto della storia, che dalla neutralità ci porta alla guerra, le mezze coscienze si sono già confezionate l’alibi per coonestare la defezione. Dopo aver fatto tutto il proprio dovere per evitare la guerra, sarebbe dovere dei socialisti di “accettare il fatto compiuto” e raccogliere l’invito alla cooperazione nazionale dei partiti per la vittoria delle armi d’Italia. Tutto il proprio dovere? [...] Anche i socialisti degli altri paesi, su cui da tanto tempo andiamo trinciando giudizi e promulgando condanne, hanno separate le loro responsabilità e fatto il loro dovere... fino al momento della guerra. E se noi non sapremo fare nulla più di loro dopo aver avuto tutto il tempo di studiare le cause che li indussero in errore, ci copriremo di ridicolo e di ignominia [...] E chi riconosce giusto che il proletariato protesti contro la miseria e la fame, può osare di soffocare l’indignazione quando addirittura si attenta alla sua vita? È un attentato che noi non potemmo impedire, così come non possiamo ancora impedire lo sfruttamento capitalistico per la immaturità delle forze proletarie. Ma non per questo noi desistiamo dalla nostra incrollabile avversione al mondo presente ed alla triste realtà che permette la servitù economica e la più infame servitù militare a danno della grande maggioranza degli uomini [...] Oggi il “neutralismo”, questo infelice vocabolo che ci attirò tante calunnie, è morto [...] È oggi che, magnificamente soli, contro tutta la borghesia di ogni partito, possiamo e dobbiamo mostrare che l’antimilitarismo e l’internazionalismo non sono concetti vuoti di contenuto e non sono il paravento della pusillanimità panciafichista [...] O fuori o dentro dal preconcetto nazionale e dagli scrupoli patriottici. O verso uno pseudo socialismo nazionalista o verso una nuova Internazionale. La posizione di chi nell’avversare la guerra non nascondeva una doppiezza miserabile non può essere che una, oggi che la guerra è un “fatto compiuto”: contro la guerra, per il socialismo antimilitarista e internazionale!».

Scriverà Lenin nel luglio dello stesso anno: «Chi accetta la parola d’ordine “né vittorie né sconfitte” può dire solo ipocritamente di essere per la lotta di classe, per la “rottura della pace civile” ma di fatto tradisce la politica proletaria indipendente, imponendo al proletariato di tutti i paesi in guerra un compito perfettamente borghese: difendere dalla sconfitta i diversi governi imperialisti. L’unica politica di rottura – non a parole – della “pace civile”, di riconoscimento della lotta di classe, è la politica per la quale il proletariato approfitta delle difficoltà del proprio governo e della propria borghesia al fine di abbatterli».

Ma già nel maggio 1915 v’era tra i socialisti italiani chi poneva nei giusti termini storici questo punto della violenza di Stato e della violenza di classe. Nel Il Socialista di Napoli del giorno 22 si legge: «Fermi al nostro Posto. La guerra è decisa. Come più volte avevamo preveduto, si lancia a noi socialisti l’appello ipocrita alla solidarietà nazionale in nome della patria in pericolo [...] Ma l’appello alla concordia nazionale provoca ancora di più il nostro sdegno per tutto il sistema di menzogne, di viltà e di sopraffazioni che vediamo impiegato allo scopo di creare un artificiale entusiasmo popolare per la causa della guerra [...] E noi dovremmo accettare l’invito di associarci all’inno per la guerra liberatrice e democratica? [...] Noi dovremmo mostrare di credere alle menzogne ufficiali, con cui si giustifica l’intervento a base di frasi retoriche, mentre la storia ci dimostra una volta di più che la politica degli Stati borghesi ed in particolare dello Stato italiano è un tessuto di ipocrisia e di cinismo? [...] Ma spingete pure al massimo la tregenda delle menzogne! Noi non saremo giammai i vostri complici!».
 
 

Parlamentarismo contro-rivoluzionario nel primo anno di guerra

Alla fine del settembre 1915 la Direzione del PSI si riuniva ed approvava un o.d.g. contro la politica repressiva del governo. Il documento veniva totalmente censurato. Ma l’Avanti! lo pubblicava ugualmente il 13 ottobre inserendolo nella pagina dedicata a Zimmerwald di cui già abbiamo parlato. Nell’ordine del giorno della Direzione del Partito si possono leggere passaggi di questo tenore: «La Direzione del Partito Socialista Italiano – constatato che i fatti hanno dimostrato ancora una volta la menzogna della sacra concordia nazionale, quando invece è più manifesta la ragione degli antagonismi di classe – invita il Gruppo Parlamentare socialista a portare alla Camera la protesta del Partito e della classe lavoratrice, agitandovi tutte queste gravissime questioni, sulle quali è assolutamente necessario richiamare l’attenzione del paese. Riferendosi poi particolarmente alla situazione politico-parlamentare e alla prossima azione del Gruppo socialista alla Camera; mentre rinnova la propria alta protesta contro i pieni poteri concessi al Governo e contro il prolungato differimento dei lavori parlamentari che – contrariamente a quanto avviene in tutti gli altri paesi belligeranti – ha sottratto il potere esecutivo al pubblico controllo nei momenti più difficili della politica; la Direzione, riaffermando i deliberati degli ultimi congressi dai quali tiene il mandato, esprime la necessità di accentuare la intransigente lotta di classe contro ogni frazione delle rappresentanze politiche borghesi nelle diverse e mutevoli loro espressioni esteriori, ed è sicura che il Gruppo Parlamentare continuerà a mantenere isolata la propria azione di opposizione contro il governo, contro la reazione, contro la guerra».

Queste poche righe sono sufficienti ad evidenziare tutta l’ambiguità che albergava all’interno del Partito. Innanzi tutto si vede come al Gruppo Parlamentare Socialista venisse riconosciuto lo status di organo politico indipendente, dal quale il partito si aspettava un certo comportamento ma al quale non si sentiva in grado di dare disposizioni precise, men che meno imporre la disciplina di partito con direttive nette e vincolanti. Se, da un lato, è vero che nella risoluzione c’è il richiamo alla intransigenza nella lotta di classe contro tutte le espressione della classe borghese, allo stesso tempo, la stessa Direzione del partito si rammarica per il fatto che al Parlamento, organismo borghese per eccellenza, fossero state tolte le prerogative di controllo sull’azione del governo. Come se non fosse stato proprio il parlamento a concedere, democraticamente, i pieni poteri al governo!

È evidente che i pieni poteri di cui il governo si avvaleva ed il prolungato differimento dei lavori parlamentari non crucciavano per niente i democratici borghesi, i quali, il 1° dicembre, alla riapertura della Camera, votavano un o.d.g. di approvazione della politica governativa con la bellezza di 405 suffragi favorevoli contro solo 48 contrari. Oltre a questa quasi unanime adesione va rilevato anche un altro aspetto, ed è quello che i consensi furono addirittura maggiori di quanti il governo ne avesse ottenuti nel maggio precedente, al momento dell’entrata in guerra. Giolitti, assieme ad altri oppositori di Salandra, disertò la votazione, mentre Meda ed un consistente gruppo di cattolici dichiararono di essersi convertiti alla necessità della guerra.

L’11 dicembre prese la parola Turati, e qui si vede come i deputati socialisti mettevano in pratica le indicazioni del Partito. Nel suo intervento Turati accusò il governo di non avere compreso come il Gruppo Parlamentare Socialista avesse lavorato per evitare che il PSI ponesse degli ostacoli e delle difficoltà insormontabili all’azione governativa. Ricordò come, dopo il “maggio radioso”, lui stesso, assieme a Prampolini e Merloni, si fosse recato da Salandra per dichiarargli il loro proposito di operare affinché non si verificassero lotte intestine nel corso della guerra e, per realizzare ciò, i parlamentari socialisti avessero richiesto al governo un atteggiamento comprensivo nei confronti delle masse: «Se noi non credevamo in modo assoluto ai pretesi prodigi della guerra di liberazione, potevamo riconoscere che un esito, il quale rintuzzasse certe egemonie militaresche [cioè, gli Imperi Centrali - n.d.r.] agevolasse il ricostituirsi delle nazionalità e favorisse il progresso in Europa degli elementi di democrazia, presenterebbe dei vantaggi anche per il proletariato, e a ciò avrebbe efficacemente contribuito l’intervento attivo e consapevole delle masse interessate. Ma per questo bisognava trattare queste masse, e i partiti che le rappresentano, in modo civile» (Avanti!, 12 dicembre 1915).

Il numero 11 di Critica Sociale del giugno 1915 era uscito con molte pagine bianche, infatti la censura aveva eliminato sia un discorso pronunciato alla Camera da Filippo Turati sia un articolo di Francesco Ciccotti intitolato “Gli Obiettivi dell’Italia nella Futura Sistemazione Europea”. Turati non mancherà di far rilevare, in Parlamento, come Salandra non fosse stato ai patti e, soprattutto, come, censurando i due interventi, non avesse compreso il vero spirito con il quale, specialmente l’articolo di Ciccotti, erano stati concepiti. «Un articolo di politica estera, nel quale – dirà Turati – con molta finezza, si cominciava a preparare la mentalità della massa a intendere l’importanza, per la democrazia avvenire, di una vittoria della Quadruplice».

In seguito vedremo altre brillanti imprese sia di Turati sia dei suoi colleghi parlamentari, ma fin d’ora con piena ragione di causa possiamo affermare che fu certamente più deleterio per il proletariato l’atteggiamento dei riformisti del PSI di quanto non lo fosse stato l’aperto passaggio di Mussolini nel campo del nemico di classe. Ma, ancor più deleterio di entrambi fu il falso rivoluzionarismo della Direzione del partito che, professandosi incondizionatamente aderente alle idee ed ai metodi di Lenin, paralizzava il proletariato e lo consegnava inerme al carnefice imperialista.

Dal 18 al 21 gennaio 1916 si riunì a Bologna la Direzione del PSI e tra le altre cose affrontò la questione dei cosiddetti “Maddaleni pentiti”, cioè quei socialisti interventisti che ora chiedevano di poter rientrare nel partito. A tale riguardo venivano date disposizioni alle sezioni locali di valutare singolarmente, caso per caso, e di «vigilare attentamente perché coloro che sono stati nel partito e ne uscirono per contribuire in qualsiasi modo alla creazione del presente disagio e che hanno assunto per esso qualsiasi responsabilità, siano tenuti lontano dal nostro movimento, il quale non può certo giovarsi dell’adesione di elementi incerti e malfidi». Su questo argomento non è tanto la risoluzione della Direzione che ci interessa, peraltro molto blanda e diplomatica, si noti come si eviti di usare la parola “guerra”, sostituita dall’espressione “presente disagio”. Invece interessante è il fatto che quei socialisti che a causa del loro interventismo erano usciti dal partito, sentivano di poterci tornare, ora che il PSI aveva perduto ogni connotato di classe.

Il 1° marzo si riaprì la Camera, i socialisti richiesero la discussione sul bilancio del Ministero degli Esteri, discussione che venne democraticamente bocciata a larghissima maggioranza. Non solo la discussione non avvenne, ma i socialisti furono accusati di “sabotaggio della resistenza nazionale”. Questa era un’accusa che i social-riformisti non potevano tollerare, nemmeno fossero stati dei seguaci di Lenin! Ed infatti Turati tenne a precisare che «a parte il fatto che nessun cittadino può volere il male della sua terra, a parte il contenuto ideale della guerra, noi non possiamo sabotare questa se non altro perché all’indomani della guerra stessa non ci si abbia ad addebitare di esserci opposti a quell’eventuale meglio che potrà dalla guerra derivare al popolo italiano ed ai popoli tutti».

Il 7 i socialisti presentavano una mozione perché il governo provvedesse in maniera adeguata alle famiglie dei militari aumentando l’indennità giornaliera ed estendendola anche a quei ceti piccolo borghesi che a causa della guerra erano ridotti alla miseria. Turati illustrò la mozione affermando che «la guerra non si vince solo nelle trincee, ma anche nel paese, con provvedimenti che rinsaldino la concordia nazionale e prevengano il malcontento e la disperazione delle masse» (Malatesta, “I Socialisti Italiani durante la Guerra”). La mozione fu respinta con 281 voti, contro 25.

In quei giorni vi fu pure il tentativo di sfiduciare il governo Salandra, non riuscito perché il governo ottenne 394 suffragi favorevoli contro 61 contrari. Oltre ai socialisti votarono contro il governo i nazionalisti; quest’ultimi accusavano Salandra di scarsa energia nel ricorrere ai sistemi repressivi nei confronti di socialisti e proletari.

In aprile 1916 si tenne la conferenza di Kienthal alla quale il PSI, così come aveva fatto a Zimmerwald, partecipò ufficialmente. Abbiamo già visto che la maggioranza della delegazione italiana riguardo all’atteggiamento da tenere nei confronti del Bureau della Seconda Internazionale aveva assunto una posizione di destra, mentre Serrati e la Balabanoff, in quella occasione, aderirono alla mozione presentata dalla Sinistra che richiedeva la rottura con la Seconda Internazionale e la costituzione di una Terza epurata da tutti gli elementi che, di fronte alla prova della guerra, avevano rinnegato l’internazionalismo proletario.

Serrati stesso, più di un anno dopo, sull’Avanti! del 20 dicembre 1917, a rivoluzione d’Ottobre compiuta, ricordava quella sua presa di posizione in questi termini: «Noi condividiamo le idee e i metodi di Lenin. Al convegno di Kienthal, mentre i nostri compagni deputati Modigliani, Dugoni, Morgari, Musatti, e Prampolini facevano le proprie riserve circa la portata di alcune dichiarazioni e tesi di principio presentate al Convegno da una speciale Commissione, noi, che di quella commissione, assieme a Lenin facevamo parte, dichiarammo la nostra incondizionata adesione a quella tesi». Queste sono affermazioni che avrebbero dovuto uscire dalla penna di un rivoluzionario a tutta prova e non di un esponente di spicco di un partito che, messo di fronte alla prova dei fatti, in nome di una unità fasulla abbandonava i rivoluzionari per stare dalla parte della destra ultra riformista ed ultra opportunista.

Dal 21 al 23 maggio 1916 si riuniva di nuovo, a Roma, la Direzione del PSI. In questa occasione, tra le altre cose, veniva deliberato di chiedere un convegno dei Partiti socialisti dei paesi belligeranti e neutrali, con questa motivazione e per queste ragioni: «Presa visione della circolare di convocazione dei socialisti dei paesi neutrali, diramata dal Bureau socialiste international di Bruxelles, ora trasferito all’Aia; viste le discussioni e le delibere del Convegno di Kienthal; rileva essere del tutto strana ed arbitraria la distinzione fatta dalla presidenza dell’Ufficio stesso tra socialisti dei paesi neutrali e belligeranti. Questa distinzione, voluta, purtroppo, dalle borghesie e dagli Stati imperialisti, non può essere accettata da noi. Né l’Ufficio socialista internazionale ha diritto alcuno di darsi una diversa funzione da quella che gli venne conferita dai Congressi dei quali è emanazione. Richiamandosi quindi ai deliberati delle riunioni internazionali, e specialmente delle ultime di Copenaghen, Stoccarda e Basilea, la Direzione fa invito all’Ufficio socialista internazionale, onde esso convochi al più presto, nei modi e nelle forme stabilite dai Congressi e dalle consuetudini, i rappresentanti di tutte le Sezioni nazionali, nessuna esclusa ed eccettuata, onde deliberare in merito alla situazione». Qui non era il Gruppo Parlamentare, ma la Direzione del partito che, pur criticando il comportamento del Bureau internazionale ne riconosceva senza ombra di dubbio l’autorità. Ci voleva un bel coraggio ad affermare, come Serrati, di condividere le idee e i metodi di Lenin! Nel corso della stessa riunione ci si compiaceva con il Gruppo Parlamentare per la sua coerente azione contro il governo!!

Il 6 giugno riapre la Camera, Prampolini interviene e conclude il suo discorso «augurandosi fervidamente che quel desiderio di pace del quale si sono fatti eco i Partiti socialisti di tutta Europa, diventi presto così possente da imporre ai Governi la cessazione dell’orribile carneficina che si sta compiendo. Viva l’Internazionale dei lavoratori!». Un discorso scialbo, soprattutto era insostenibile il riconoscimento ai partiti socialisti di amore per la pace. Ma Prampolini chiedeva semplicemente la pace e non la vittoria, la pace imposta agli Stati per opera del proletariato. E questo era certo considerato troppo estremista da Turati che il giorno dopo, prendendo la parola, espresse una concezione del tutto differente. I passaggi maggiormente posti in rilievo dai giornali furono questi: «Avversari della guerra per ragioni assolute di dottrina ed anche per ragioni contingenti di opportunità, i socialisti ufficiali [denominazione che venne data al Partito Socialista dopo l’espulsione dei bissolatiani nel 1912 - N.d.r.] nulla hanno mai compiuto e nulla compiranno che possa avere per effetto uno svigorimento delle energie del paese e un indebolimento della difesa nazionale, opera che sarebbe idiota e nefanda, perché, per il proletariato di tutti i paesi, vi è qualche cosa peggio della guerra ed è la disfatta».

Parole del genere pronunciate da un Turati non possono avere la minima scusante. Il socialismo della Seconda Internazionale si era schierato, in Italia ed tutti gli altri paesi, dalla parte della propria borghesia non perché credesse nell’esistenza di comuni interessi tra le due classi antagoniste all’interno dello Stato nazionale, ma perché aveva aderito al partito della conservazione dello Stato capitalista, alla sua difesa contro la minaccia rivoluzionaria del proletariato.

Ad esempio, sulla Critica Sociale, rivista che veniva letta non dai proletari ma da una strettissima cerchia di intellettuali, Claudio Treves scriveva: «In complesso è certissimo che, se, prima della dichiarazione della guerra e subito dopo, buona parte della borghesia era incerta, perplessa, angosciata anche, temendo un altro agosto 1914, e la sua adesione alla guerra era contornata da molte riserve, ora essa si è data tutta con fiducia, con serenità e letizia, al suo dovere patriottico, mostrando uno zelo che cresce ogni giorno. La guerra convince la borghesia per i suoi immensi risultati economici, indipendentemente dall’esito storico-militare [...] Coloro che “respirano”, a così dire, l’economia classica secondo la critica marxista [Treves allude a se stesso ed ai suoi compagni - N.d.r] ben intendono questo fenomeno, per cui la guerra accelera, con tutti i suoi vantaggi e i suoi danni, a opposto polo, il ritmo della economia generale e può diventare, per sé, un beneficio ed una salvezza per la classe economicamente prevalente [...] di cui il segno più tangibile è forse il crescente furore antiproletario a antisocialista che anima tutte le scuole della democrazia borghese» (n.10, 16 maggio 1916).

Ad avvalorare la sua enunciazione teorica, Treves riporta gli estratti di “Relazione agli azionisti” di due differenti banche. Banca Commerciale: «Dalla stretta degli avvenimenti ebbero a subire variazioni e spostamenti sensibili le industrie e i commerci in genere. Ebbero vita intensa e notevole incremento le aziende direttamente o indirettamente connesse alle necessità belliche dello Stato in tutte le svariate loro forme e quelle riferentesi a generi e merci di generale consumo e di prima necessità, anche perché maggiormente poterono fruire dell’abbondanza di munerario creato dalle ingenti liquidazioni per contanti da parte dello Stato». Banca Italiana di Sconto: «Tanto il periodo della neutralità, quanto quello della guerra, non furono senza vantaggio per alcuni rami della produzione. Le industrie meccaniche e in particolare le automobilistiche, grazie alle copiose ordinazioni di casa ed all’estero, erano rifiorite di vitalità e cresciute di sviluppo. La siderurgia non ancora uscita dal faticoso periodo del riordinamento finanziario, libera ormai da ogni molesta competizione, si avviò rapida verso il suo assetto definitivo. Anche le industrie tessili, e fra esse prima la cotoniera, benché non del tutto guarita dalla sopraproduzione, trovarono modo di vendere a buon patto gli stocks che tanto ne avevano appesantito lo stato finanziario e allentato il ciclo della produzione. Non più in questo campo fusi inattivi, orarii interrotti e officine inoperose. La guerra, con le prementi e improvvise richieste, guarì situazioni non facili e ridestò energie manifatturiere sofferenti e sopite».
 
 

Governo di unità nazionale e complicità socialista con l’imperialismo patrio

Contemporaneamente si era andata maturando la crisi ministeriale, che avrà il suo epilogo nel mese di giugno e condurrà alla creazione del secondo gabinetto di guerra. Le correnti più accese dell’interventismo, già scontente di Salandra, che accusavano di scarsa energia nei riguardi dei “disfattisti” interni, e di non voler dichiarare la guerra alla Germania, si erano levate contro di lui in modo deciso dopo l’offensiva austriaca sugli Altipiani, iniziatasi il 15 maggio, e arrestata proprio in quei giorni. La confluenza delle due estreme correnti riesce a vincere: il 10 giugno il Ministero viene posto in minoranza.

Il 17 giugno nasce il Ministero Boselli, un vero governo di concordia nazionale; comprende gli ex socialisti Bonomi e Bissolati; il “neutralista rassegnato” Sacchi, il “temporalista” Meda. La composizione del governo era calibrata in modo che tutti i gruppi politici presenti in Parlamento fossero rappresentati. Solo i socialisti restavano fuori da quella unione sacra, per quanto il nuovo Ministro dell’Interno, Vittorio Emanuele Orlando, non fosse persona sgradita al Gruppo Parlamentare Socialista; per di più Orlando aveva scelto come suo primo collaboratore Camillo Corradini, legato a Turati da rapporto di amicizia; e infatti l’Avanti! del 25 giugno dava notizia di un incontro tra Turati ed il nuovo Ministro dell’Interno. Luigi Alberini, direttore del Corriere della Sera, nelle sue Memorie commenterà così questi avvenimenti: «Orlando cominciava subito a tessere idilli con l’estrema sinistra. Così i socialisti ed i loro affini riprendevano a salire e scendere le scale di Palazzo Braschi, ciò che non facevano da oltre due anni con loro grande accoramento. Tra i primi era Turati, il quale aveva subito un colloquio “cordialissimo” con Orlando».

Il giudizio ufficiale del Gruppo Parlamentare Socialista nei confronti del governo Boselli è espresso da un o.d.g. in cui viene definito come «prodotto di una sofisticazione parlamentaristica delle ragioni vere e delle indicazioni precise della crisi ministeriale », con una composizione tendente «alla peggiore svalutazione delle funzioni parlamentari, trasferendo il compito dei Partiti e cercando di soffocarne i necessari e fecondi contrasti». Viene rilevato che la sua politica estera «opta per l’immobilismo e rimane orientata verso l’imperialismo inglese». Quindi, il Gruppo afferma di mantenere immutati i suoi atteggiamenti sostanziali di opposizione alla guerra e a tutti i Governi che ne sono e ne saranno i responsabili ed i gestori. Ma, dopo queste affermazioni, il Gruppo socialista ammorbidisce in finale i toni accesi dicendo che i comportamenti dei socialisti dipenderanno «dalle garanzie che il Governo offrirà, e soprattutto attuerà, specialmente per una politica interna economica e sociale, che assicuri il rispetto di tutte le opinioni, e la civile tolleranza per tutti gli inevitabili contrasti accesi dalla guerra». Veltronismo ante litteram? L’atteggiamento del Gruppo ottiene il consenso del Segretariato del Partito, che si dichiara soddisfatto dei “mirabili discorsi” dei deputati.

Nel luglio Cesare Battisti viene catturato dagli austriaci, processato e condannato all’impiccagione dal tribunale militare austriaco come traditore. I deputati socialisti, ed in particolare Turati, si associano ai colleghi borghesi nella esaltazione del martirio del “socialista” interventista. Nella Critica Sociale n. 15 del 1916, che riporta i discorsi tenuti da Turati alla Camera ed al Consiglio Comunale di Milano, si possono leggere espressioni di questo genere: «In te rinverdisce l’albero a cui fu crocifisso Gesù e la catasta su cui arse il Bruno. E il tuo laccio ha distrutto più austriaci reggimenti che un giorno di disfatta [...] Noi abbiamo un doppio motivo per onorare, come socialisti, il nome e la memoria del compagno martire [...] Fu socialista della lotta di classe e per questo fu patriota [...] A lui noi inchiniamo tutti i nostri vessilli, fieri ch’egli fosse nostro, e che neppure la guerra l’abbia straniato da noi [...] Onoriamo il patriota che prima e sempre fu socialista, onoriamo il socialista che, nell’ora dei cimenti supremi, fu patriota». Quindi Battisti martire del socialismo. E Lenin? Traditore, agente del Kaiser!

Serrati, da parte sua, continuava ad interpretare il ruolo del perfetto rivoluzionario. Identificava la sua posizione con quella del gruppo di Liebknecht, Mehring, Rosa Luxemburg, Clara Zetkin affermando il dovere del proletariato di tutti i paesi di trarre dalla guerra capitalistica il logico insegnamento, trasformandola in guerra rivoluzionaria. Nei confronti del partito socialdemocratico tedesco era categorico: «Il proletariato internazionale non ha dato la propria adesione alla politica dei socialisti perché essi giochino la sua pelle sul tamburo della guerra coi dadi della diplomazia. Il proletariato ha creduto e crede nel socialismo internazionale, perché esso ha una propria politica di classe che non trae consigli e suggerimenti dalla borghesia francese o tedesca, ma esprime le proprie speranze e le proprie rivendicazioni dalla funzione stessa che i proletari compiono nella vita sociale» (Avanti!, 27 settembre 1916).

Ad aggravare ancor più la confusione all’interno del partito socialista ci fu la presa di posizione ufficiale del Gruppo Parlamentare espressa tramite un opuscolo redatto da Modigliani. Dell’opuscolo, che la censura impedì di rendere pubblico, siamo riusciti a rintracciare solo poche frasi sparse, ma che presentano (a chi non lo conosce) un gruppo parlamentare italiano, magari non rivoluzionario, ma senz’altro intransigente e che rifiuta ogni tipo di collaborazione con la classe borghese ed il suo Stato. Leggiamone alcuni spezzoni: «La guerra orrenda è il portato fatale del sistema capitalistico, il quale, nato nella violenza, cresciuto con la violenza, si illude di trovare nella violenza la soluzione della crisi provocata dagli appetiti crescenti dei suoi aggruppamenti imperialisti. E se tale è la verità, bene il proletariato cosciente ha rifiutato di solidarizzare con uno qualsiasi dei combattenti [...] Oggi questo è certo: la patria invocata dai capitalisti per scatenare una guerra la quale giova solo agl’interessi di ristrette minoranze, non può essere invocata per ottenere dal proletariato socialista che desista dall’opposizione alla guerra ed ai suoi fini [...] Il proletariato può subire, e deve intenderne le ragioni, questa guerra, ma dal subirla e dall’intenderla non gli derivano che nuove e più forti ragioni di condanna [...] Il proletariato ha bene il diritto di affermare che esso deve stare di fronte alla patria come di fronte al capitalismo».

Non si parlava di trasformazione della guerra imperialista in guerra civile, si enunciava solo la necessità del «trapasso a forme più alte di convivenza politica ed economica ». Inoltre, riprendendo l’infelice slogan di Lazzari, si diceva che il proletariato non avrebbe dovuto solidarizzare, ma nemmeno sabotare. Ma si era ben lontani da affermazioni del tipo di quelle commemorative di Cesare Battisti! E questo, alla resa dei conti, non fu un bene.

Il 5 dicembre si sarebbe riaperta la Camera. Il Gruppo Parlamentare fin dal 24 novembre aveva presentato alla Presidenza del Parlamento una mozione per la pace che terminava invitando il governo «a farsi autorevole interprete verso i governi alleati dell’urgente necessità di provocare [...] la convocazione di un congresso dei rappresentanti plenipotenziari dei paesi belligeranti con l’incarico – sospese le ostilità – di vagliare, al lume di quei principi concordemente conclamati, gli obiettivi e le rivendicazioni concrete delle parti in contesa, per una prossima soluzione del conflitto e per la salvezza d’Europa». Per i parlamentari socialisti il proletariato è completamente assente, e tale deve rimanere, dallo scenario politico; deve limitarsi ad essere carne da sfruttamento in tempo di pace e da cannone in guerra. Sono i governi a dover gestire la pace e la guerra in base ai loro “obiettivi” ed alle loro “rivendicazioni concrete”. I parlamentari socialisti italiani trasmisero il testo della mozione ai loro confratelli degli altri paesi invitandoli a fare altrettanto presso i rispettivi governi. Non sappiamo, e nemmeno interessa molto saperlo, se l’invito italiano, che non comprometteva niente e non impegnava nessuno, venne accolto dai partiti socialsciovinisti dei due schieramenti bellici. Comunque l’iniziativa, in Italia, riscosse la massima ostilità da parte di tutte le forze democratiche.

La borghesia italiana voleva ascoltare annunci di altro tenore, del tipo del discorso tenuto dal capo di governo, Boselli, in cui si assicurava che la vittoria avrebbe dato all’Italia il dominio sull’Adriatico e i «diritti imprescrittibili della nostra nazionalità sull’opposta sponda». Chi poteva fare eco al presidente del consiglio se non il riformista Turati? Il parlamentare socialista affermava la necessità della «rettifica del confine italiano in modo che all’Italia spetti ciò che veramente e indiscutibilmente è italiano, non esclusa, ove occorra, quella garanzia strategica a cui potesse aver diritto per assicurare la libertà dell’Adriatico». Nessuna meraviglia dunque se Boselli proponeva di rinviare di sei mesi la discussione della mozione socialista e se la Camera, intonata ai sacri principi della democrazia, approvava.
 
 

La condanna di Lenin del pacifismo borghese

L’intervento di Turati in Parlamento non sfuggì all’occhio vigile di Lenin che nell’articolo “Pacifismo Borghese e Pacifismo Socialista”, pubblicato il 1° gennaio 1917, scriveva: «Nell’organo centrale del Partito Socialista Italiano, l’Avanti!, del 25 dicembre 1916, il noto riformista Filippo Turati ha pubblicato un articolo che si intitola “Abracadabra”: Il 22 novembre 1916, egli scrive, il Gruppo Parlamentare Socialista italiano ha presentato in parlamento una mozione per la pace, nella quale, “constatato l’accordo di massima fra i principi proclamati dai rappresentanti delle maggiori potenze nemiche come basi di pace possibile, invita il governo a promuovere le trattative giovandosi della mediazione degli Stati Uniti d’America e degli altri Stati neutrali”. Così espone il contenuto della mozione socialista lo stesso Turati. Il 6 dicembre 1916 la Camera “seppellisce” la mozione socialista “aggiornandone” la discussione. Il 12 dicembre il cancelliere tedesco propone al Reichstag, a proprio nome, ciò che volevano i socialisti italiani. Il 22 dicembre Wilson interviene con una nota, “pedissequa parafrasi – come dice Turati – dei motivi e dei concetti della mozione socialista”. Il 23 dicembre altri Stati neutrali entrano in scena parafrasando la nota di Wilson. Ci accusano di esser venduti alla Germania – esclama Turati – Non saranno venduti alla Germania anche Wilson e gli Stati neutrali?

«Il 17 dicembre Turati tiene in parlamento un discorso che, in un punto, produce una straordinaria – e meritata – sensazione. Eccone il brano, secondo il resoconto dell’Avanti!: “Supponiamo che una discussione come quella che vi propone la Germania sia atta a risolvere facilmente solo talune questioni nelle loro grandi linee, come la evacuazione del Belgio, della Francia, la restaurazione della Romania, della Serbia e, se vi piace, del Montenegro; ed io vi aggiungo una rettificazione del confine italico per ciò che è indiscutibilmente italiano e risponde a garanzie di carattere strategico”. A questo punto la Camera borghese e sciovinistica interrompe Turati; da ogni parte si grida: “Benissimo! Dunque volete anche voi tutto questo! Viva Turati! Viva Turati...” Turati, sentendo che evidentemente qualche cosa non va in questi trasporti della borghesia, tenta di “correggersi” o di “spiegarsi”: “Signori – egli dice – non giochiamo di piccole abilità. Altro è ammettere l’opportunità e il diritto dell’unità nazionale, da noi sempre propugnato, ed altro invocare o giustificare la guerra per questo scopo”. Ma le “spiegazioni” di Turati, gli articoli dell’Avanti! in sua difesa, la lettera di Turati del 21 dicembre, lo scritto di un certo «b.b.» nel Volksrecht di Zurigo non “correggono” minimamente la situazione e non cancellano il fatto che Turati si è tradito! O, meglio, non si è tradito Turati, ma tutto il pacifismo socialista rappresentato anche da Kautsky e, come vedremo più avanti, dai “kautskiani” francesi. La stampa borghese italiana ha avuto ragione d’impadronirsi di questo passo del discorso di Turati e di giubilarne.

«Il predetto “b.b.” si studia di difendere Turati, affermando che egli avrebbe parlato soltanto del “diritto di autodecisione delle nazioni”. Pessima difesa! Che c’entra qui il “diritto di autodecisione delle nazioni”, quando tutti sanno che, nel programma dei marxisti, esso riguarda – come nel programma della democrazia internazionale ha sempre riguardato – la difesa dei popoli oppressi? Che c’entra questo diritto nella guerra imperialistica, cioè nella guerra per la spartizione delle colonie, per l’oppressione dei paesi stranieri, nella guerra che i paesi oppressori e rapinatori combattono tra di loro per sapere chi opprimerà un maggior numero di popoli stranieri? Invocare l’autodecisione delle nazioni per giustificare una guerra imperialistica, non nazionale, è forse diverso dal contrapporre, come fanno Alexinski, Hervé, Hyndman, la repubblica in Francia alla monarchia in Germania, benché tutti sappiano che la guerra in corso non è un conflitto tra il principio repubblicano e quello monarchico, ma un conflitto per la spartizione delle colonie, etc., tra due coalizioni imperialistiche?

«Turati ha cercato di spiegarsi, e di scagionarsi dicendo che non intendeva “giustificare” affatto la guerra. Prestiamo fede al riformista Turati, al Turati sostenitore di Kautsky, quando dice che non era sua intenzione giustificare la guerra. Ma chi ignora che in politica non contano le intenzioni ma gli atti? non i pii desideri ma i fatti? non l’immaginario ma il reale? Turati non avrà voluto giustificare la guerra, e Kautsky non avrà voluto giustificare la trasformazione della Turchia in Stato vassallo dell’imperialismo tedesco. Ma nei fatti i due ottimi pacifisti sono giunti proprio a giustificare la guerra! Ecco il punto. Se Kautsky, non in una rivista tanto noiosa che nessuno la legge, ma dalla tribuna parlamentare, dinanzi a un pubblico borghese vivace, impressionabile, con un temperamento meridionale, avesse pronunciato una frase come: “Costantinopoli non deve appartenere alla Russia, la Turchia non deve diventare uno Stato vassallo di un qualsiasi altro Stato”, non sarebbe stato affatto sorprendente che i borghesi più arguti esclamassero: “Benissimo! Perfetto! Viva Kautsky!”

«Turati si è posto di fatto – l’abbia voluto o no, ne abbia avuto o no coscienza – dal punto di vista di un sensale borghese che proponga un’amichevole transazione fra predoni imperialistici. La “liberazione” delle terre italiane appartenenti all’Austria sarebbe di fatto una ricompensa camuffata, concessa alla borghesia italiana per aver preso parte alla guerra imperialistica al fianco di una potente coalizione imperialistica, sarebbe un’aggiunta trascurabile alla spartizione delle colonie in Africa, alla delimitazione delle sfere d’influenza in Dalmazia e in Albania. È forse naturale che il riformista Turati si allinei con la posizione borghese, ma in concreto Kautsky non si distingue affatto da Turati.

«Per non abbellire la guerra imperialistica, per non aiutare la borghesia a spacciare falsamente questa guerra come una guerra nazionale, di liberazione dei popoli, per non trovarsi sulle posizioni del riformismo borghese, si sarebbe dovuto parlare, non come Kautsky e Turati, ma come Karl Liebknecht, si sarebbe dovuto dichiarare alla propria borghesia che essa fa l’ipocrita quando parla di liberazione nazionale, che la guerra in corso non può concludersi con una pace democratica, se il proletariato non “rivolge le armi” contro i propri governi. Questa e solo questa poteva essere la posizione di un vero marxista, di un vero socialista e non di un riformista borghese. Lavora realmente per la pace democratica non chi ripete i pii propositi del pacifismo, che non dicono niente e a niente impegnano, ma chi denuncia il carattere imperialistico della guerra in corso e della pace che essa prepara, chi chiama i popoli alla rivoluzione contro i governi criminali.

«Qualcuno cerca a volte di difendere Kautsky e Turati dicendo che legalmente non si poteva andare più in là di un “accenno” contro il governo e che un tale “accenno” pur esiste nei pacifisti di questo genere. Conviene replicare che, in primo luogo, l’impossibilità di dire la verità legalmente non depone in favore dell’occultamento della verità, ma esige invece che si crei un’organizzazione e una stampa illegale, libera cioè dalla politica e dalla censura; che, in secondo luogo, vi sono momenti storici nei quali un socialista è tenuto a rompere con ogni legalità; che, in terzo luogo, persino nella Russia feudale, Dobroliubov e Cernyscevski seppero dire la verità o tacendo sul manifesto del 19 febbraio 1861 [Si tratta del manifesto sull’abolizione della servitù della gleba, firmato dallo czar Alessandro II il 19 febbraio 1861 - N.d.r.] o dileggiando e svergognando i liberali di quel tempo, che facevano esattamente gli stessi discorsi di Turati e di Kautsky».

Lenin, che dalle premesse sapeva trarre le dovute, logiche, conclusioni, termina il suo scritto affermando questi indiscutibili concetti: «Il 30 dicembre i giornali socialisti di Berna e di Zurigo hanno pubblicato il nuovo appello del CSI di Berna, cioè della Commissione socialista internazionale, organo esecutivo dell’unione di Zimmerwald. In quest’appello, che reca la data della fine di dicembre del 1916, si parla delle proposte di pace della Germania, nonché di Wilson e di altri paesi neutrali, e tutti questi interventi governativi vengono definiti – senza dubbio con piena ragione – come “la commedia della pace”, come “un gioco per imbrogliare i popoli”, come “ipocrite gesticolazioni pacifistiche dei diplomatici”. A questa commedia e a questa menzogna si oppone, come “unica forza” capace di assicurare la pace, etc., la “salda volontà” del proletariato internazionale di “volgere le armi non contro i propri fratelli, ma contro il nemico interno del proprio paese”.

«Queste citazioni ci mostrano nitidamente l’esistenza di due politiche radicalmente diverse che sono fino ad ora coesistite in seno alla unione di Zimmerwald e che si separano oggi in maniera definitiva. Da un lato, Turati dice con chiarezza, e molto giustamente, che la proposta della Germania, di Wilson, etc., è soltanto una “parafrasi” del pacifismo “socialista” italiano; inoltre, la dichiarazione dei socialsciovinisti tedeschi e la votazione dei francesi dimostrano che gli uni e gli altri hanno ottimamente apprezzato l’utilità di una copertura pacifistica della loro politica. Dall’altro lato, l’appello della Commissione socialista internazionale definisce commedia e ipocrisia il pacifismo di tutti i governi belligeranti e neutrali. Da un lato, Jouhaux si allea con Merrheim; Bourderon, Longuet e Raffin-Dugens si alleano con Renaudel, Sembat e Thomas; e i socialsciovinisti tedeschi Südekum, David, Scheidemann proclamano la prossima “ricostituzione dell’unità socialdemocratica” con Kautsky e con il “Gruppo socialdemocratico del lavoro”. Dall’altro lato, l’appello della Commissione socialista internazionale incita le “minoranze socialiste” a combattere energicamente i “propri governi” e “i loro mercenari (Soldlinge) socialpatriottici”. Delle due l’una. Denunciare l’inconsistenza, l’assurdità, l’ipocrisia del pacifismo borghese o “parafrasarlo” invece nel pacifismo “socialista”? Combattere i Jouhaux, i Renaudel, i Legien, i David come “mercenari” dei loro governi o unirsi invece a loro nelle vuote declamazioni pacifistiche di stampo francese o tedesco? Lungo questa linea passa oggi lo spartiacque tra la destra zimmerwaldiana, che si è sempre opposta con tutte le forze alla scissione dai socialsciovinisti, e la sinistra zimmerwaldiana, che, già a Zimmerwald, si era adoperata non senza ragione per separarsi pubblicamente dalla destra, prendendo posizione alla conferenza e, dopo di essa, sulla stampa con una sua piattaforma particolare.

«La questione non sta come la pongono i pacifisti, i kautskiani: o la campagna politica riformistica, o la rinuncia alle riforme. Questo è un modo borghese di porre la questione. In effetti, il problema si pone in questi termini: o la lotta rivoluzionaria, che – nel caso di un successo incompleto – dà come prodotto secondario le riforme (tutta la storia delle rivoluzioni in tutto il mondo lo dimostra), o niente altro che chiacchiere e promesse di riforma. Il riformismo di Kautsky, Turati, Bourderon, che si manifesta oggi nella forma del pacifismo, non solo accantona il problema della rivoluzione (e questo è già un tradimento del socialismo), non solo rinuncia in pratica ad ogni attività rivoluzionaria, sistematica e perseverante, ma giunge anche ad affermare che le manifestazioni di strada sono avventure (Kautsky nella Neue Zeit del 26 novembre 1915), giunge fino a difendere e a realizzare l’unità con avversari dichiarati e risoluti della lotta rivoluzionaria come i Südekum, i Legien, i Renaudel, i Thomas, ecc. Questo riformismo è assolutamente incompatibile con il marxismo rivoluzionario, che è tenuto a utilizzare in tutti i modi la presente situazione rivoluzionaria in Europa per la propaganda aperta della rivoluzione, per il rovesciamento dei governi borghesi, per la conquista del potere da parte del proletariato in armi, senza rinunciare minimamente a trarre profitto dalle riforme nello sviluppare la lotta per la rivoluzione e nel corso stesso della rivoluzione. L’imminente avvenire ci mostrerà come in generale si svilupperà la situazione in Europa e come in particolare si svolgerà la lotta del riformismo-pacifismo contro il marxismo rivoluzionario, e quindi anche la lotta tra le due ali dell’unione di Zimmerwald».
 

(Continua al prossimo numero)

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


La questione ebraica oggi
 
 

1. Riflessioni su un tema rancido: chi è ebreo?
2. Dietro le generalizzazioni la lotta delle classi.
3. Universalismi in conflitto.
4. Un’identità per la borghesia tedesca.
5. Il Focolare nazionale.
6. Davar, Dire e Fare.
7. Liberi dal Faraone-Capitale.
8. Trenta denari, Tradimento o investimento?
9. Il comunismo.
            (nei numeri da 60 a 64 di questa rivista).
 
 

Capitoli esposti a Parma nel maggio e a Genova nel settembre 2007.

(Continua dal numero scorso)
 
 
 

8. Trenta denari, tradimento o investimento?
 

L’accusa più corposa che è stata mossa da sempre all’ebraismo è quella di “tradimento”. Tradimento, diremmo, per cause abbiette: il denaro. Il fango che è stato gettato su Giuda di Cariot, detto Iscariota, è senza eguali nella storia. Ma, a causa della operazione metafisica che prevede un traditore perché il disegno divino si realizzi, si è finito per glissare sulle ragioni vere o possibili del tradimento stesso.

Ci viene rimproverato di ricorrere spesso, nel nostro linguaggio, all’accusa di tradimento, di partiti e dirigenze di sindacati operai, come origine delle sconfitte del proletariato e della causa comunista. È vero, non siamo di quelli che negano una realtà elementare: gli esseri umani e le loro organizzazioni tradiscono – si tradiscono. Ma abbiamo sempre sottolineato che, al di là dei sentimenti, che rivendichiamo, quei contraccolpi negativi, e decisivi, sono per noi dovuti a cause e processi storici oggettivi.

Nella causa del tradimento di Giuda nessuno ha saputo portare delle ragioni oggettive a proposito dell’operazione che valse al Cristo la sua consegna a Pilato ed al Sinedrio. Non pretendiamo certo di avere l’esclusiva di queste dispute, ma non possiamo non tentare un’interpretazione, troppo comodo sarebbe tirarsi d’impaccio facendo un’icona della storia e dei suoi personaggi.

Che Giuda fosse il “tesoriere” dei Dodici è noto a tutti, come è noto, attraverso i Vangeli sinottici ed un’infinità di apocrifi, che Giuda l’avrebbe fatto, il tradimento, per trenta denari; per questa somma si sarebbe consumata un’operazione infame. Se Jacopone da Todi dice in “Donna de’ Paradiso” a proposito di Giuda che della consegna del Maestro “fatto n’ha gran mercato”, dovremmo arguirne che la somma era considerevole.

Giuda intendeva forse rimpinguare le casse per la causa? Qual’era la causa di Giuda e del suo movimento, quello degli zeloti? Certamente il suo era un partito o una frazione nazionalista, che considerava Gesù troppo tiepido sulla questione dell’impegno politico, privilegiando le questioni che oggi chiameremmo culturali o religiose, ed evitando la lotta aperta, violenta e senza quartiere contro l’Impero romano e le forze collaborazioniste...

Sarebbe errato cedere alla tentazione di giudicare questo centrale svolto storico applicando le categorie del nostro tempo, segnato dal capitalismo industrial-finanziario, ad un modo di produzione diverso, quello schiavistico. Non cediamo certo a questi abusi, sapendo bene che solo l’analisi differenziata e dialettica permette di valutare la storia del passato. Nello stesso tempo non abbiamo elementi sufficienti per valutare la “politica” di Giuda, come del resto quella di Cristo. Ciò non ci esime però dalla necessità di sostenere che le circostanze determinate nelle quali si svolgeva la vicenda non possono essere comprese a colpi di mancato uso del “libero arbitrio” da parte di Giuda, come se la sua volontà fosse predeterminata dalle Scritture; oppure di entrare nei grovigli dei sentimenti e della psicologia di un personaggio rappresentato in mille modi, fino al celebre ritratto che ne fa Bulgakov nel suo “Il Maestro e Margherita” evocando la figura pilatesca del Vozhd Stalin, per aderire così ad una interpretazione soggettivistica.

A livello di ricostruzione storica, ed in particolare del modo di produzione della Roma del tempo, condividiamo la tesi secondo la quale «il modo di produzione “antico”, orientato al valore d’uso del tempo di Cincinnato, aveva ceduto il posto al modo di produzione schiavistico, orientato al valore di scambio: certo, il capitalismo romano è quello che i critici chiamano “capitalismo mancato”. Il capitalismo “mercantilistico” romano ha inventato una prima “economia-mondo”, raggiungendo l’apice del sistema schiavistico della villa romana, dopodiché è finito nella stagnazione. Non si deve però confondere l’Italia con l’Impero: Roma infatti prima ha dominato l’Italia e poi le province» (G. Ruffolo: “Quando l’Italia era una superpotenza: il ferro di Roma e l’oro dei mercanti”). La provincia della Palestina del tempo di Cristo ha una sua economia, ed il potere romano è presente con la sua caratteristica, quella di dominare senza ingerirsi nelle questioni religiose e nelle tensioni di questo genere che sono tipiche della regione.

È in questo clima che la condanna di Cristo trova il procuratore Pilato piuttosto svogliato e urtato nell’affrontare la questione, ed il Sinedrio deciso ad approfittare dei suoi rapporti col potere romano per normalizzare i suoi problemi interni agitati dalla predicazione dei “soteroi”.

Applicare dunque pedissequamente lo schema dell’Imperialismo di Roma che stringe un’alleanza con la “borghesia compradora” locale per dominare la Palestina fa un po’ gola, ma non è certamente proponibile meccanicamente. Poiché non ci siamo mai sognati di battere il capitalismo facendo leva su pregiudizi o polemiche morali, nel corso della nostra milizia storica abbiamo sempre respinto quei luoghi comuni che non avrebbero permesso di cogliere il nucleo reale del modo di produzione che intendiamo abbattere. Per questo non applichiamo le categorie storiche del capitalismo moderno ad un passato molto complesso e spesso oscuro, nonostante che certi ambienti lo pretendano chiaro e storicamente definito.

La domanda che poniamo è allora questa: è stato il tradimento di Giuda per una somma di denaro che ha valso all’ebraismo l’accusa di aver istituito l’usura, la passione sviscerata ed “immonda” per la vile pecunia? Sarebbe troppo semplice.

È nel corso del medioevo che agli Ebrei, in quanto Infedeli (questo semplicemente significa la traduzione impropria di “perfidi”) viene interdetta la proprietà della terra e la possibilità di accedere ai pubblici uffici. Così si trovano generalmente a praticare le arti liberali, che in quel tempo non erano ambite come nel sistema borghese. L’accusa canonica contro il prestito e chi lo pratica – perché la maturazione dell’interesse si fa nel tempo, e il tempo è di Dio! – viene pronunciata però già dal sinodo di Elvira dell’anno 300, e poi accomunò sia la scolastica sia la Riforma protestante, dando vita a Shylock... e alle forme di antisemitismo di vario genere.

Se dunque la dialettica materialistica procedesse per pregiudizi contro il Capitale, non avrebbe nulla di “scientifico”, termine che rivendichiamo ancora e di più, nonostante il fango che si tende a gettarci sopra. La nostra lotta contro il capitalismo non ha niente a che vedere col “socialismo reazionario” e con i rigurgiti di demagogia populista. Si tratta di rendersi conto che l’odio antisemita è stato una delle risorse plateali di queste posizioni, che si atteggiano da sempre ad anticapitalismo, ma che non ne conoscono le dinamiche storiche, e soprattutto non le vogliono conoscere!

Se soltanto si riflette sulla retorica e sulla violenza tanto verbale quanto fisica a cui ha fatto ricorso una certa pubblicistica piccolo borghese, ci si rende conto dell’incapacità di questi ambienti di valutare non soltanto la storia passata, ma soprattutto di progettare il futuro. Quante volte ci si è chiesti: perché tanto livore nel fascismo e nel nazismo contro l’ebraismo? Perché con la formula “lotta alla giudodemoplutocrazia” si illusero di fare d’ogni erba un fascio, riuscendo la grande borghesia industriale e finanziaria a tirarsi dietro le mezze classi e cercando di trarre il proletariato alla propaganda nazionalistica portatrice di chiusura e di odio nei confronti del sentimento internazionalista, che comporta solidarietà con i proletari di nazioni diverse e lotta senza quartiere contro la propria borghesia.

Letteratura e saggistica hanno profuso così il loro veleno in una polemica di una violenza verbale senza limiti, al punto che basta confrontare le tirate polemiche di Lutero contro la sinagoga con i deliri nazisti per trovare una continuità sconcertante che ancora oggi si fatica a distinguere. E gli scrittori del nuovo secolo, s’intende il XX, futuristi o fascisti, oppure “convertiti” al cattolicesimo come Papini, si sono distinti in questo sport del terrore suggerito o insinuato: «L’Ebreo Errante è condannato dall’indomani del misfatto ad andare ramingo per tutti i paesi aspettando la trionfale rivincita della sua vittima (...) L’Ebreo seguiterà a percorrere, munito di molte tasche, le vie del mondo per raccattare i denari figliati dai trenta sicli di Giuda» (“Storia di Cristo”, 1921).

Se è vero che prendersela con qualcuno, identificarlo come nemico giurato, equivale il più delle volte a proiettare le proprie fantasie malate, non c’è dubbio che nell’età moderna il rapporto della cultura occidentale col denaro ha significato, piuttosto che conoscenza delle proprie irrisolte contraddizioni sociali, scatenare odio contro 1’Ebreo, presunto responsabile morale.

La tradizione agraria, signorile, che ha permeato di sé il contadiname e perfino i ceti borghesi, che col denaro hanno stabilito un patto che si crede diabolico, si è dimostrata inconsistente nel mettere a punto una sua autentica “scienza economica”. Si tratta, come ben si comprende, non semplicemente di vagliare la funzione della moneta nella vita sociale, ma di individuare i nessi che giustificano la produzione e la riproduzione della vita sociale. Appena si analizza la natura del denaro, se non se ne coglie la funzione sociale, nel retropensiero si crede ancora al suo potere metafisico, se ne stigmatizzano i “vizi” insuperabili, l’attaccamento all’idolo, senza venire a capo della ragione dialettica di tale tabe dell’anima...

Noi sappiamo che c’è voluta la scienza e lo studio appassionato di Marx per trovare il bandolo della questione: per questo le diatribe anche violente contro l’elemento ebraico assumono senso solo se spiegate nell’ambito della Economia politica. La borghesia in questo terreno cruciale produce ancora essenzialmente carta straccia, per la sua incapacità costituzionale di conoscere e di conoscersi oggettivamente.

Nell’analisi del processo di alienazione il materialismo storico individua l’origine della natura idolatra del denaro, tramite di una realtà che va indagata nelle ragioni sociali della produzione e della distribuzione, fino a saper vedere il superamento dei rapporti sociali vigenti, in nome di un progetto di specie non fondato sull’utopia, ma sul processo reale e storico.

Combattere i mali del capitalismo a forza di prediche moraleggianti non porta a niente. Anche se ormai perfino i più moralisti tra i critici del capitalismo non si danno più le arie di avere problemi nel considerare gli shekel come un bene da non denigrare e demonizzare. L’avidità del denaro, stigmatizzata dalla Scolastica e con eguale acredine dal riformatore Lutero, identificata anche fisicamente nell’Ebreo, avrebbe allora fatto definitivamente il suo tempo. La stessa esegesi biblica oggi vede nella Parabola dei Talenti un incoraggiamento a metterli in opera piuttosto che a sotterrarli, secondo la tradizionale tendenza a tesaurizzare: una esaltazione del profitto e dell’interesse del denaro dato a prestito.

Ma non è con questi apparenti rovesciamenti di valori che si può vedere la fine di un sistema di produzione in metastasi evidente. La “trasmutazione dei valori”, quand’anche potesse essere invocata, viene dopo e non prima i veri e storici rivoluzionamenti dei rapporti di produzione. Per questo fa un effetto di déjà vu parlare di ripresa dell’antisemitismo, come inevitabile odio da riversare sui residui esponenti d’una cultura inestinguibile, che nella bieca anche se non confessata vulgata di certi ambienti piccolo-borghesi non sarebbero stati sradicati dalla faccia della terra neanche con l’olocausto.

Chi si era illuso che l’avidità del denaro, e non, come diciamo noi, il profitto come fine, non avrebbe toccato il culmine fino a diventare l’ostacolo ed il limite ultimo del capitale, sogna ancora di riformare la società “rovesciando i valori”, predicando, predicando... I più accaniti in quest’opera che non porta a nulla sono, non a caso oggi, i riformisti più radicali che, dopo aver storicamente condiviso le prediche, oggi abbracciano il valore del denaro e dell’interesse lamentandone la scarsa disponibilità mentre i quali, ben forniti e ripartiti, sarebbero capaci di compensare i molti mali del capitalismo. Ecco a cosa porta la cattiva coscienza borghese, anzi radical-piccolo-borghese di giovani sedicenti economisti, che credono d’aver scoperto il modo di riformare il capitalismo, anzi di “salvarlo dai cattivi capitalisti” (Rajan e Zingales). Il capitale viene riconosciuto come in pericolo, e dunque bisognoso di essere salvato dai pregiudizi... Siamo ancora lì: all’approccio sovrastrutturale, all’appello ai valori buoni contro quelli cattivi. Ma non basta rovesciare la condanna degli shekel in esaltazione: ci vuole ben altro!

Per loro “l’interesse è il più puro degli stimoli”. Il vero “vizio” non è la greatness, non l’avidità del denaro, radice di tutti i mali secondo il vecchio moralismo: “vizi” sono la mancanza di “controllo” e la difesa dei “privilegi”. «Bisogna incrementare e valorizzare al massimo i mercati finanziari, il “microcredito” o le “banche etiche” perché questi offrono alla “politica” strumenti di straordinaria efficacia per ampliare la libertà, ripartire i rischi, aumentare il benessere: ciò consente di promuovere l’azionariato popolare nelle privatizzazioni, di ridurre i rischi degli agricoltori, di migliorare la qualità della vita dei malati terminali...» Ecco come gli shekel potrebbero salvare il mondo! Una volta che non si demonizzi il capitale, che se ne scopra l’aspetto buono, il proletario, se lo vorrà, potrà trasformarsi in proprietario, o almeno in piccolo azionista popolare. Niente di nuovo sotto il sole riformista, non c’è che dire! Come sottoprodotto avremmo il superamento d’ogni antisemitismo, rigurgito di odio antiebraico, causato dai “pregiudizi” contro il denaro.

Se fosse così facile, se la logica del Capitale fosse questa, se non trovasse proprio nel profitto e nell’interesse il suo naturale limite storico! La “logica del denaro” non basta a spiegare perché, storicamente, la rendita e il profitto tendono ad averla vinta sul lavoro ed a perpetuare il suo soggiogamento. Chissà se i due genietti dell’economia hanno mai sentito parlare dell’azionariato popolare promosso dal Terzo Reich, dei tentativi ricorrenti non solo dei sistemi “totalitari”, ma delle stesse democrazie, in varie esperienze, di aprire alla “partecipazione delle masse” nella gestione del capitale? E quando anche, come nell’altro lavoro dello stesso Zingales, “Il capitale senza i capitalisti”, auspica un capitalismo finalmente liberato dalle rendite d’ogni genere, non solo di quella classica dei proprietari di terra, ma di ogni rendita di posizione che inevitabilmente si determina nell’evolversi storico del sistema di produzione, ha mai sentito dire che già Marx descrive il capitale anonimo, non dei singoli capitalisti, accomunati ormai dall’unico fine: massimizzare l’accumulazione del Capitale in nome della Nazione, difesi nel loro Stato, o come oggi si blatera di “azienda” Italia o Usa, come ieri di una Russia “socialista” e “senza padroni”?

Sappiamo da due secoli che Adamo Smith aveva ironicamente fatto notare che se immaginiamo due capitalisti chiusi in una stanza per trovare un accordo, discuterebbero di come far fuori la concorrenza. Non c’è capitalismo senza mercato, non c’è capitalismo senza concorrenza, ma soprattutto non c’è capitalismo senza monopoli e posizioni di rendita, senza transcrescita in imperialismo. Se questi credono di poter abbattere definitivamente la formazione dei trusts, attraverso la realizzazione della concorrenza “perfetta”, sappiano che non sono certo i primi ad averci pensato.

Chi erano, secondo il solito pregiudizio, i detentori della rendita usuraria, se non i famigerati Ebrei? Ed oggi, sono forse gli ebrei i detentori del potere bancario e finanziario, oppure il capitale come potenza anonima mondiale? Si crede forse di rinverdire il liberal/liberismo con certi argomenti? Noi stiamo sul terreno del corso storico del capitalismo, non cianciando di vizi ancestrali, di cui gli Ebrei sarebbero i responsabili da condannare in eterno, ma individuando nel suo sviluppo le condizioni inevitabili della sua fine.

Se i mali del capitalismo non sono l’avidità del denaro inteso come “vizio”, e la concorrenza perfetta è solo un’utopia, non possiamo negare che nell’ideologia borghese balena ogni tanto l’idea d’un capitalismo pulito, liberato dalle contraddizioni più insopportabili, al punto che, se la parola non le suonasse diabolica, potrebbe anche intravedere il... comunismo! Ma nel comunismo, lo diciamo per una volta ancora, non c’è denaro né mercato, né concorrenza, né imperialismo o egemonia delle nazioni più avanzate. Il comunismo è descritto ed anticipato a livello teorico come superamento di questi caratteri, e dunque nessuna Banca degli Investimenti mondiale, nessun governo globale dell’economia può pensare di prefigurarlo.

È scontata l’obiezione: dunque di colpo svanirebbero tutti i “vizi” che da tempo immemorabile sono stati denunciati non solo dalla morale, ma nella letteratura, nell’arte? Non è propriamente così, poiché la stessa avidità del den