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"COMUNISMO" n. 67 - dicembre 2009
Presentazione.
LA NEGAZIONE COMUNISTA DELLA DEMOCRAZIA [RG104]: Lo Stato e la Democrazia - Una testa un voto - La democrazia rivoluzionaria - Finale e irreversibile degenerazione del parlamentarismo - Democrazia nemmeno nel partito (continua).
IL MOVIMENTO OPERAIO NEGLI STATI UNITI D’AMERICA [RG103]: (VIII - continua del numero scorso) Gli anni della Prima Internazionale: Il movimento cooperativo - L’azione politica - Le otto ore - Il lavoro femminile - I lavoratori di colore - L’Internazionale - La lunga depressione (continua).
IL SINDACATO IN ITALIA DOPO IL 1945 [RG103] (continua dal numero scorso): Le Tesi sulla politica sindacale del Partito presentate per la discussione al Convegno Nazionale: Premessa - Partito e organizzazioni di massa - Il Partito e le rivendicazioni parziali - Azione del Partito negli organismi di massa, “Battaglia Comunista”, n.17, 19 novembre 1945 (continua).
IL MARXISMO E LA QUESTIONE MILITARE: [RG101]  Parte seconda (V - continua dal numero scorso) B) Il Medioevo in Europa - La monarchia assoluta: 12. Il capitale mercantile - 13. La guerra dei contadini - 14. Verso il tramonto e il crollo della società feudale - 15. Sviluppo delle forze militari fino alla rivoluzione francese (continua).
Dall’Archivio della Sinistra:
    Tre lettere di Engels a Cafiero, dell’ 11, 16 e 28 luglio 1871.

 
 
 
 
 

Nell’undicesimo tormentato canto dell’Inferno Virgilio, guida e maestro del Poeta, nel descrivere i dannati che incontreranno nella discesa, ed i motivi della loro collocazione nell’abisso e le loro pene, si trova a trattare degli usurai, che poi Dante vedrà marciare, anonimi, nel sabbione infuocato del diciassettesimo canto. Con un richiamo diretto ad Aristotele, Virgilio definisce l’usura come violenza contro il lavoro umano, che è immagine terrena dell’attività creatrice divina. L’interesse prodotto dall’usura è “innaturale”, perché prodotto dalla moneta, per sua natura sterile e priva di un suo proprio valore.

Dante espone questa antica proposizione, che la Chiesa aveva inizialmente fatta propria, e aggiustata in seguito con il distinguo dell’interesse “legale”, conforme ai canoni degli statuti comunali, il che sfuma e rende alla fine tollerante l’iniziale ripulsa di questo “peccato”. Santa Madre Chiesa si è sempre distinta per trovare prima o poi un sano e concreto realismo, anche nelle cose di dottrina. La questione si sposta allora a valutare la differenza che passa tra “banchiere” e “strozzino”, tra chi insomma consente alla ricchezza di circolare, e fecondare il lavoro, e chi si approfitta dello stato di bisogno o della sua posizione di forza per ottenere un “illecito” guadagno. La forma capitalistica nel quattordicesimo secolo comincia ad enuclearsi nel seno dell’economia comunale e agraria, ed il problema del giusto guadagno si affaccia alle coscienze, mediato allora dalla forma ideologica della dottrina religiosa.

I secoli sono passati, il capitalismo si è “globalizzato”, ma per gli spiriti animati dai sacri principi dell’etica il problema è rimasto ancora lì; dove finisca la “giusta” remunerazione per il denaro che opera nella produzione dei beni, e dove cominci la smodata cupiditas del profitto senza freni. Quale sia, insomma, l’etica del capitalismo; se attenga ad un paradigma, scritto nel cuore di ogni uomo, o sia un prodotto della storia umana; se sia un contratto tra gli uomini regolato da istanze superiori, lo Stato o altre forme di associazione, se sia il frutto di un equilibrio dinamico tra forze concorrenti, equilibrio che mira, soddisfatto il desiderio del singolo, al benessere collettivo. E così via, fantasticando sul giusto e sull’etico.

Da materialisti storici la complessa questione dottrinaria e morale non ci commuove: la nostra lezione, per noi definitiva, l’abbiamo data oltre un secolo fa. Ma comprendiamo però che per quanti non accettano la nostra asprigna scuola, e pure soffrono per gli evidenti mali di questo mondo, orribili agli occhi dei loro dei e degli uomini, la cosa non sia così semplice. Li lasciamo volentieri sognare di un capitalismo senza “super-sfruttamento”, di una “giusta mercede” per il lavoro e di un “giusto compenso” per il capitale impiegato.

Ma i versi danteschi, forza di poesia e di dottrina, magma scaturito dalla faglia d’urto di due modi di produrre, si muovono su un piano ancora più arduo, che travalica il problema dell’equilibrio tra capitale e lavoro. Dante, nella forma con cui nelle sua epoca gli si mostra il contrasto, tra Tesoro e Interesse, che ancora gli nasconde quello tra Lavoro e Capitale, vede soltanto i due estremi del peccaminoso negozio: soldi che producono soldi, e lo legge come la radice dell’usura, cioè della forma “finanziaria”, in termini moderni, che assume l’impiego di capitale.

Qui la cosa si fa veramente difficile per i nostri moralisti. Con un salto di oltre sette secoli, per le loro coscienze turbate dall’ingiustizia, hanno scoperto lo scandalo della “finanziarizzazione” dell’economia. Quanto era adeguato e conseguente nel tredicesimo e quattordicesimo secolo, oggi, a capitalismo esteso su tutto il globo, è penoso e risibile. Alle sue origini la nostra scuola dimostrò che la forma capitalistica del rapporto tra lavoro e capitale e la sua trasfigurazione finanziaria sono aspetti imprescindibili del modo con cui opera e si riproduce il capitale.

Sfere distinte, che in certe circostanze sembrano entrare in contraddizione – la forma finanziaria che sottrae risorse a quella produttiva, con i danni in termini di crescita del prodotto che ne deriverebbero – e che si muovono su piani non omogenei: l’una su quello della creazione di prodotti, l’altra sul piano astratto della “capitalizzazione”, della crescita cartacea di valore, della “speculazione”. Ecco qui il “peccato”, che fa guadagnare o perdere cifre colossali, o i gelosi risparmi dei piccolo borghesi in un gioco pericoloso ma attraente.

In realtà è ormai solo il sistema finanziario, con le sue truffe, i suoi eccessi, le sue vertiginose speculazioni e bolle colossali, che fornisce il sangue e irrora e nutre il tessuto dell’operante ciclo produttivo. Il suo blocco, per qualunque motivo avvenga, è la morte di quello. E inversamente, il rallentare oltre certi limiti o l’arrestarsi, quale che sia la causa, del ciclico processo di produzione e realizzazione del plusvalore produce la crisi o il collasso della finanza. Le bolle, che nell’ultimo arroventato decennio si sono susseguite una più grave dell’altra, sono prodotte dallo sforzo titanico di controllare o rallentare la progressiva caduta del profitto.

Una finanza etica è, alla luce della nostra dottrina, la stessa sciocchezza di un capitalismo etico. Tra finanza e produzione – oggi per indicare queste due fasi si gioca con le espressioni “Wall Street” e “Main Street” – corre un rapporto di dualità come, in elettrologia, tra campo elettrico e campo magnetico: non esiste l’uno senza l’altro, quando una corrente elettrica percorre un conduttore.

Quest’ultima crisi generalizzata, che ha concluso una decennale fase di turbolenze e di crisi locali, è per noi il segno più chiaro, classico nella sua forma manifesta già studiata nei nostri testi, della lungamente attesa crisi generale del capitalismo. Si ripeterà il 1929, ad una scala di molte volte moltiplicata. E anche in tempi e forme diverse: da quel periodo qualcosa hanno appreso gli stregoni che hanno il compito di mantenere in vita il moribondo; se non altro a rallentare gli effetti dilatando ancora di più la crisi, portandola in collo agli Stati: meglio un catastrofico collasso in un incerto domani che uno, minore, oggi.

Desta quindi solo fastidio la litania inane di quanti avrebbero preteso che quella smisurata massa di segni monetari, messa in circolazione dalla finanza statale per spostare sul “pubblico” lo spaventoso debito “privato” del circuito finanziario, gonfiando la bolla da un’altra parte, fosse stata invece riversata, almeno in parte, nel ciclo produttivo o, udite udite, “nell’economia delle famiglie”. In questo momento si assiste ad un imbelle argomentare su una pretesa finanza “etica”, che dovrebbe eliminare i guasti di quella “cattiva”, tutta finalizzata al profitto, sullo scandalo del sistema finanziario che, una volta sgravato dal peso dei debiti (che poi questo sia realizzato davvero o no, è altra faccenda), ha ripreso allegramente la pratica di creare valore dal nulla; all’attribuzione di prebende stratosferiche ai managers, quando una parte significativa della popolazione è in difficoltà economica, e via moraleggiando. I piccolo borghesi che hanno i loro averi in banca alzano sconsolati lamenti alle cedole che hanno cessato di maturare e lanciano invettive alle banche ladrone, piangono i loro averi ingoiati da chissà chi e chissà come, purtuttavia ancora tentati, ora che il mulino pare ricominciare a macinare profitti, dal gioco mortale.

Tutti a chiedere più morale, più controllo da parte dello Stato, più rigore nella spesa pubblica, pene severe ed inflessibili contro questa terribile nuova inconcepibile “usura”, contro gli anonimi colossi finanziari che distruggono le loro ricchezze.

Il proletariato per ora tace, oppresso come e più delle altre classi dal peso della crisi.
 
 
 
 
 
 
 
 
 


La negazione comunista della democrazia
Rapporto esposto a Genova nel giugno 2009
 

Il marxismo non consiste né in una vuota dottrina alla quale aderire “in linea di principio”, né in una serie di azioni frammentarie e slegate improntate sul famoso slogan immediatista “il fine è nulla il movimento è tutto”. Il marxismo rappresenta la sintesi, in chiave rivoluzionaria, di fatti e di idee prodotti della storica lotta di classe. I marxisti, di conseguenza, non possono non denunciare quale enorme danno possa derivare alla causa del comunismo da quella grossolana interpretazione che considera la democrazia un bene comune all’umanità in generale e contemporaneamente a tutte le classi sociali.

I legittimi eredi dei grandi partiti di massa scaturiti dalla controrivoluzione stalinista, come già quelli frutto della degenerazione del socialismo, hanno ormai fatto totale abiura di ogni riferimento al proletariato ed al socialismo. Ma alcuni relitti di questi partiti, che ancora si dichiarano “comunisti”, non mancano di presentare come indissolubilmente collegate fra loro le nozioni di democrazia e di comunismo presentandoli come rami usciti dallo stesso tronco e che inevitabilmente sarebbero destinati a ricongiungersi. Il comunismo, in questa lezione, sarebbe il realizzatore della “vera democrazia”, che manterrebbe il sistema dei partiti e del parlamento. Di conseguenza al partito comunista incorrotto si impone di combattere il pestifero mito democratico e di ribadire alla classe che democrazia e comunismo sono inconciliabili.

Quando il socialismo cominciò a sorgere in tutta Europa, la rivoluzione francese, con il suo programma rivoluzionario ed innovatore, con le storiche dichiarazioni dei borghesi diritti dell’uomo di libertà, uguaglianza e fraternità era passata da pochi decenni. Malgrado ciò il socialismo, inteso come dottrina sociale e di scontro di classe, derivò non da un “ulteriore sviluppo” della democrazia, ma dalla solenne denunzia del suo fallimento storico e dei suoi inganni. Il socialismo proclamò che la rivoluzione borghese nel campo economico e in quello politico si andava compiendo nell’interesse di una nuova classe di dominatori, la borghesia che, spodestata la vecchia aristocrazia nobile e feudale, aveva dato origine ad un’altra classe oppressa, il proletariato. Il contadino, liberato dal servaggio della gleba, era divenuto lavoratore salariato. Il socialismo scientifico mostrò come tutta la costruzione filosofica della rivoluzione francese, col suo programma di uguaglianza e di libertà, celava invece la genesi di una nuova forma di oppressione, di nuove disuguaglianze altrettanto profonde di quelle antiche; come, agitando il concetto della democrazia, o dominio politico delle maggioranze, preparava il dominio economico di una nuova minoranza, della nuova oligarchia del capitale.

Contro la nuova classe dominante sorse quindi la classe oppressa: il proletariato. Man mano che la formazione economica e politica della borghesia procedeva, si rafforzava di fronte ad essa la nuova classe sociale costituita dai lavoratori. Questa classe si andava a sua volta man mano formando una propria ideologia: il socialismo.

Mentre la borghesia, nata rivoluzionaria, dopo aver conquistato il potere diventa per necessità conservatrice, per le stesse determinazioni sociali il proletariato si fa rivoluzionario, capisce che non può accontentarsi della pretesa uguaglianza politica concessagli dalla democrazia borghese; pone esplicitamente il problema sul terreno economico, esperimenta con le sue organizzazioni di mestiere la lotta contro il capitalismo, e concepisce un suo programma di classe, che consiste nella espropriazione dei mezzi di produzione e di scambio, e nella loro socializzazione.

Con la formulazione di tale programma, le idee e le finalità della democrazia sono definitivamente superate. Certamente la borghesia non cessa di proclamare che attraverso il metodo democratico ci sarebbe la possibilità anche per i proletari di una ulteriore evoluzione, di un perfezionamento dell’ordine sociale nel senso di un maggiore benessere per le masse. Ma si tratta solo di propaganda dovuta a necessità di conservazione.

La dottrina socialista al contrario affronta il problema e lo risolve assegnando al proletariato il compito di abbattere l’ordinamento economico borghese e le relative istituzioni politiche, per sostituirvi un nuovo regime. Al problema filosofico della libertà di pensiero, così ben agitato dalla democrazia, viene sostituito il postulato sociale del diritto alla vita. E tale postulato, affermano i teorici del socialismo scientifico, non potrà essere raggiunto entro l’orbita del presente ordinamento. L’evoluzione storica del regime politico democratico non è una continua ascesa verso l’uguaglianza e la giustizia, ma una parabola che raggiunge il suo vertice e poi discende verso una crisi finale, verso l’urto delle nuove forze sociali contro la classe attualmente dominante.

Quindi se esiste una negazione completa e totale della teoria e dell’azione democratica, questa è nel socialismo. Non esiste, non può esistere una nostra enunciazione programmatica che non sia al tempo stesso la negazione del metodo, dei concetti, delle finalità della democrazia!

All’armonia delle classi il socialismo oppone la lotta di classe sul terreno economico e politico. Alle teorie di evoluzione e di progresso contrappone la realtà storica della preparazione rivoluzionaria. All’educazionismo e culturalismo oppone la necessità della emancipazione economica delle classi lavoratrici, che sola potrà porre termine anche alla loro inferiorità intellettuale.

La democrazia vede nel sistema rappresentativo il mezzo per risolvere ogni problema di interesse collettivo; noi la maschera di una oligarchia sociale che si avvale dell’inganno dell’uguaglianza politica per mantenere oppressi i lavoratori.
 

Lo Stato e la Democrazia

Ribadisce Lenin: «Lo Stato è il prodotto e la manifestazione degli antagonismi inconciliabili fra le classi. Lo Stato appare là, nel momento e in quanto, dove, quando e nella misura in cui gli antagonismi di classe non possono essere oggettivamente conciliati. Per converso, l’esistenza dello Stato prova che gli antagonismi di classe sono inconciliabili».

Anche gli ideologi borghesi sono costretti a riconoscere che lo Stato esiste soltanto dove esistono antagonismi di classe e lotta di classe, però affermano che la sua funzione è quella di conciliare, attutire gli antagonismi di classe. Noi, con Marx, sappiamo che se la risoluzione degli interessi delle classi fosse possibile lo Stato non avrebbe potuto sorgere né esisterebbe.

«Per Marx – scrive Lenin – lo Stato è l’organo del dominio di classe, un organo di oppressione di una classe da parte di un’altra; è la creazione di un ordine che legalizza e consolida questa oppressione, moderando il conflitto fra le classi». Ma, per i comunisti, l’azione di moderazione, di attenuazione dei conflitti di classe, non solo non significa che tali conflitti vengano conciliati, anzi significa che lo Stato «priva le classi oppresse di determinati mezzi di lotta per rovesciare gli oppressori» (Marx).

«La repubblica democratica – è ancora Lenin a parlare – è il migliore involucro politico possibile per il capitalismo, per questo il capitale dopo essersi impadronito di questo involucro, che è il migliore, fonda il suo potere in modo talmente saldo, talmente sicuro, che nessun cambiamento, né di persone, né di istituzioni, né di partiti nell’ambito della repubblica democratica borghese può scuoterlo».

Sul suffragio universale Engels scrive ne L’Origine della Famiglia: «Nella maggior parte degli Stati storici i diritti spettanti ai cittadini sono graduati secondo il censo, e con ciò viene espresso direttamente il fatto che lo Stato è un’organizzazione della classe possidente per proteggersi dalla classe non possidente. Così fu già nelle classi censitarie ateniesi e romane. Così fu nello Stato feudale del Medioevo, dove il potere politico era commisurato al possesso fondiario. Così nel censo elettorale degli Stati rappresentativi moderni. Questo riconoscimento politico della differenza di possesso non è tuttavia per nulla essenziale. Al contrario, esso indica un grado basso dello sviluppo statale. La più alta forma di Stato, la repubblica democratica, che nelle condizioni della nostra società moderna diventa sempre più una necessità inevitabile, ed è la forma di Stato in cui soltanto può essere combattuta l’ultima lotta decisiva tra borghesia e proletariato, la repubblica democratica ufficialmente non conosce più affatto le differenze di possesso. In essa la ricchezza esercita il suo potere indirettamente, ma in maniera tanto più sicura. Da una parte nella forma della corruzione diretta dei funzionari, della quale l’America è il modello classico, dall’altra nella forma dell’alleanza tra Governo e Borsa, alleanza che tanto più facilmente si compie quanto maggiormente salgono i debiti pubblici, e quanto più le società per azioni concentrano nelle loro mani, non solo i trasporti, ma anche la stessa produzione e trovano a loro volta il loro centro nella Borsa. Oltre l’America un esempio evidente di ciò è l’attuale repubblica francese, ed anche l’onesta Svizzera ha dato in questo campo un bel contributo. Che però a questa alleanza fraterna tra governo e Borsa non sia necessaria una repubblica democratica lo dimostra oltre l’Inghilterra, il nuovo impero tedesco dove non si può dire chi il suffragio universale abbia elevato più in alto, se Bismarck o Bleichröder [si trattava di un grande banchiere di Berlino - N.d.r].

«Infine la classe possidente domina direttamente per mezzo del suffragio universale. Finché la classe oppressa, dunque nel nostro caso il proletariato, non sarà matura per la propria autoemancipazione, sino allora, nella sua maggioranza, essa riconoscerà l’ordinamento sociale esistente come il solo possibile e, dal punto di vista politico, sarà un’appendice della classe capitalistica, la sua estrema ala sinistra. Ma, nella misura in cui essa matura verso la propria autoemancipazione, nella stessa misura essa si costituisce in partito particolare ed elegge i propri rappresentanti e non quelli dei capitalisti, il suffragio universale è dunque la misura della maturità della classe operaia. Più non può né potrà mai essere nello Stato odierno».

Oggi, invece, restando intatte le valutazioni di Engels in proposito, il suffragio universale si è ridotto ad essere la misura della immaturità della classe operaia.

Nel 1914, quando ancora non eravamo partito, ma corrente rivoluzionaria all’interno del PSI, scrivevamo: «Chi è veramente socialista nella coscienza e nell’intelletto – senza dover essere per questo un maniaco del dottrinarismo – non può non ritenere che dai risultati elettorali, dalla conquista dei pubblici poteri, possono scaturire risultati affatto limitati e secondari nell’interesse delle masse operaie, di fronte alle finalità della complessa azione socialista; che alle elezioni noi dobbiamo attribuire principalmente il valore di una buona occasione per fare propaganda nelle piazze o se si vuole anche dai seggi di consiglieri comunali e provinciali, o di deputati; allora risulterà provato che chi rovina l’opera di propaganda e di proselitismo per assicurare una qualsiasi vittoria elettorale non è un socialista che abbia vedute tattiche più o meno diverse da quelle intransigenti, ma è senz’altro un non socialista, uno che si è già messo fuori, comunque si etichetti, dalle direttive del socialismo, per portarsi in un punto di vista molto diverso, spesso antitetico a quello prima seguito» (Il Socialista, 12 luglio 1914).

Lenin ricorda come «Lo “Stato popolare libero” era una rivendicazione programmatica, una parola d’ordine corrente dei socialdemocratici tedeschi degli anni 1870/1880. In questa parola d’ordine non v’è alcun contenuto politico salvo una pomposa enunciazione piccolo-borghese della nozione di democrazia (...) Ma questa parola d’ordine era opportunista non solo perché imbelliva la democrazia borghese, ma anche perché esprimeva l’incomprensione della critica socialista di ogni Stato in generale (...) Le forme degli Stati borghesi sono straordinariamente varie, ma la loro sostanza è unica: tutti questi Stati sono in un modo o nell’altro, ma, in ultima analisi, necessariamente, una dittatura della borghesia».

Nelle tesi della Frazione astensionista sul parlamentarismo al primo punto sta scritto: «Il parlamento è la forma di rappresentanza politica propria del regime capitalista. La critica di principio dei comunisti marxisti al parlamentarismo e alla democrazia borghese in genere dimostra che il diritto di voto accordato a tutti i cittadini di tutte le classi sociali nelle elezioni degli organi rappresentativi statali, non può impedire né che tutto l’apparato di governo dello Stato costituisca il comitato di difesa degli interessi della classe dominante capitalistica, né che lo Stato si organizzi come lo strumento storico della lotta della borghesia contro la rivoluzione proletaria».

Al secondo punto si afferma che «La soppressione del parlamentarismo è dunque un fine storico del movimento comunista. Diciamo di più: la prima forma della società borghese che deve essere rovesciata, prima ancora della proprietà capitalista, prima ancora della stessa macchina burocratica e governativa, è proprio la democrazia rappresentativa».
 

Una testa un voto

«Sforzati i savi a viver come stolti.
«Gli astrologi, antevista in un paese - costellazion che gli uomini impazzire - far dovea, consigliâsi di fuggire - per regger sani poi le genti offese. - Tornado poscia a far le regie imprese, - consigliavan que’ pazzi con bel dire - il viver prisco, il buon cibo e vestire. - Ma ognun con calci a pugni a lor contese. - Talché, sforzati i savi a viver come - gli stolti usavan, per schifar la morte, - ché ‘l più gran pazzo avea le regie some, - vissero sol col senno a chiuse porte, - in pubblico applaudendo in fatti e nome - all’altrui voglie forsennate e torte».
Così, nel lontano 1601, Tommaso Campanella immaginava una società basata sul volere popolare: “Il più gran pazzo” sarebbe stato a capo del governo, osannato da una moltitudine di mentecatti e perfino da quei pochi che, pur rimasti savi, non volessero incorrere nella collera popolare. Ancora molto tempo prima Anacarsi, filosofo Scita del VI secolo a.C., si meravigliava di come nella democrazia ateniese “fossero i saggi a discutere e gli ignoranti a decidere”.

L’incapacità di intendere e di volere del popolo, in Italia, è stata perfino decretata da una sentenza della Corte Costituzionale quando un referendum, promosso nel 1994 dal partito radicale, venne bocciato non perché rientrasse in uno dei tre casi di inammissibilità elencati dall’articolo 75 della Costituzione, ma semplicemente per “la lunghezza e l’estrema complessità del quesito”.

Il metodo democratico si basa su di un semplice meccanismo fondato sulla banale proporzione aritmetica “una testa un voto”, e per il quale la minoranza avrebbe sempre torto, la maggioranza ragione.

Questo concetto presuppone che ogni individuo abbia una “testa”, cioè piena coscienza delle proprie scelte e, soprattutto, delle loro conseguenze future. Presuppone «ogni uomo come una unità perfetta di un sistema composto di tante unità potenzialmente equivalenti tra loro e, anziché porre la valutazione del pronunciato di quel singolo in rapporto a mille sue condizioni di vita, ossia di rapporti con gli altri uomini, la teorizza nella supposizione della “sovranità”. Questo equivale ancora a porre la coscienza degli uomini al di fuori del riflesso concreto dei fatti e delle determinanti dell’ambiente, pensarla come la scintilla accesa in ogni organismo, sano o logoro, tormentato o armonicamente soddisfatto nei suoi bisogni, con eguale provvida misura da un indefinibile dispensatore di vita. Questi non avrebbe designato il monarca, ma avrebbe dato ad ognuno una eguale facoltà di indicarlo. Il presupposto su cui, malgrado la sua ostentazione di razionalità, poggia la teoria democratica, non è dissimile per metafisica puerilità da quello del “libero arbitrio” per cui la legge cattolica dell’aldilà assolve o condanna. La democrazia teorica in quanto si accampa fuori del tempo e della contingenza storica non è dunque meno impeciata di spiritualismo di quello che non siano, nel profondo del loro errore, le filosofie dell’autorità rivelata e della monarchia per diritto divino» (Il principio democratico, 1922).

Oggi ormai, proprio come l’antico filosofo Anacarsi, tutti lamentano che la stragrande maggioranza non possiede coscienza, né di popolo e di nazione, né di classe, né, tantomeno, di specie.

I borghesi obiettano però che con il sistema democratico diverrebbe possibile una compensazione degli errori, distribuendosi i tanti pareri erronei egualmente intorno alla verità. Ma questo equivarrebbe a dire che i singoli sono sì plagiati dalla propaganda dominante, ma non la media della moltitudine dei plagiati, dalla stessa comune propaganda, e che il migliore dei governi, quello democratico, sarebbe l’espressione di una massa di plagi auto-compensantisi.

A questo punto è facile ricordare ai democratici come il fascismo arrivò al potere nella piena legalità democratica, come nella piena legalità democratica vi giunse il nazismo e come il regime stalinista raccogliesse sempre il 99,9% dei consensi. I risultati erano fasulli, erano truccati, prodotti da un regime di terrore? Può essere, ed è anche in questo caso dimostrato che il metodo democratico è il miglior sistema per nascondere la coartazione violenta e gli imbrogli. Non è cosa nuova: con voto incontestabilmente democratico, popolare e maggioritario, i giudei sentenziarono la messa a morte di Gesù Cristo quando, interrogati dal Procuratore Ponzio Pilato, all’unisono gridarono Crucifige! Crucifige!

Chiunque in una campagna elettorale non si vergogni a mostrarsi in uno spot televisivo o si scalmani a richiedere la par condicio, implicitamente ammette che vuole e può condizionare le masse, influenzarle a suo piacimento, ossia che gli individui che queste masse compongono sono molto lontani dal possedere il dono del libero arbitrio. Quindi i responsi che scaturiscono dalle urne rappresentano sì lo specchio della volontà popolare, ma la volontà popolare è il prodotto delle menzogne e della manipolazione delle centrali politiche ed economiche dominanti; rappresentano la convalida, il riconoscimento della organizzazione o della alleanza che già detiene il potere, che è più forte.

Giustamente Marx affermava: «Le idee della classe dominante sono, in ogni epoca, le idee dominanti; cioè la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché ad essa in complesso sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale. Le idee dominanti non sono altro che l’espressione ideale dei rapporti materiali dominanti, sono i rapporti materiali dominanti presi come idee: sono dunque l’espressione dei rapporti che appunto fanno di una classe la classe dominante, e dunque sono le idee del suo dominio».

Se Marx si fosse sbagliato e se ogni singolo cittadino avesse invece piena coscienza delle proprie azioni e del proprio interesse, ne deriverebbe che quelli delle classi più numerose disporrebbero di un’arma formidabile: singolarmente presi ne avrebbero soltanto una parte infinitesima, ma come appartenente ad una classe sociale esprimerebbero un potere assoluto. Ora, come è possibile che una classe di cittadini possegga una forza così immensa ma non riesca a procurarsi una casa se senzatetto, un lavoro se disoccupato, etc, etc. Eppure il voto del più miserabile dei diseredati ha lo stesso identico peso di quello, diciamo, del cavalier Berlusconi, tanto è vero che quando si aprono le urne vengono contati solo dei voti anonimi.

È invece evidente che solo una ristretta minoranza riesce a godere di quei benefici che la democrazia elargisce “a tutti in egual misura”. Dove sta il trucco? Il trucco, ancora una volta, ce lo spiega Marx: «Lo Stato in quanto Stato annulla la proprietà privata: l’uomo dichiara politicamente abolita la proprietà privata non appena abolisce il censo quale elemento determinante per l’elettorato attivo e passivo, com’è avvenuto in molti Stati nordamericani. Dal punto di vista politico Hamilton interpreta questo fatto in modo del tutto esatto: “La grande massa ha riportato vittoria sui proprietari e sulla ricchezza monetaria”. Non è forse idealmente abolita la proprietà privata quando il nullatenente diventa legislatore del possidente? Il censo è l’ultima forma politica di riconoscimento della proprietà privata. Tuttavia, con l’annullamento politico della proprietà privata, non solo essa non viene abolita, ma addirittura presupposta. Lo Stato sopprime a suo modo le differenze di nascita, di condizione, di educazione, di occupazione dichiarando che nascita, condizione, educazione, occupazione non costituiscono differenza politica; proclamando ciascun membro del popolo partecipe in egual misura alla sovranità popolare, senza riguardo a tali differenze, considerando tutti gli elementi della reale vita del popolo da un punto di vista statale. Ciò nondimeno lo Stato lascia che la proprietà privata, l’educazione, l’occupazione operino a modo loro, cioè come proprietà privata, come educazione, come occupazione e facciano valere la loro particolare natura. Ben lungi dal sopprimere queste differenze di fatto lo Stato esiste piuttosto solo in quanto le presuppone, in quanto si riconosce come Stato politico e fa valere la sua universalità solo in contrapposizione a questi suoi elementi».

La critica marxista ai postulati della democrazia borghese si fonda sulla definizione dei caratteri della presente società divisa in classi e dimostra l’inconsistenza teorica e l’insidia pratica di un sistema che vorrebbe conciliare l’uguaglianza politica con la divisione della società in classi sociali determinate dalla natura del sistema di produzione.

Scrivemmo nel nostro Il Principio Democratico: «La nostra critica confuta l’inganno che il meccanismo dello Stato democratico e parlamentare uscito dalle costituzioni liberali e moderne sia una organizzazione di tutti i cittadini e nell’interesse di tutti i cittadini. Essendovi interessi contrastanti e conflitti di classe non vi è possibile unità di organizzazione, e lo Stato resta malgrado l’esteriore apparenza della sovranità popolare l’organo della classe economicamente superiore e lo strumento della difesa dei suoi interessi (...) Il comunismo dunque dimostra come la formale applicazione giuridica e politica del principio democratico e maggioritario a tutti i cittadini mentre persiste la divisione in classi per rapporto alla economia, non vale a dare allo Stato il carattere di una unità organizzativa di tutta la società o di tutta la nazione. La democrazia politica è introdotta con questa pretesa ufficiale, ma in realtà come una forma che conviene allo specifico potere della classe capitalistica e alla vera e propria sua dittatura, agli scopi della conservazione dei suoi privilegi. Non occorre dunque insistere molto sulla demolizione critica dell’errore per cui si attribuisce un egual grado di indipendenza e di maturità al “voto” di ciascun elettore, sia esso un lavoratore sfibrato dall’eccesso di fatica fisica o un ricco gaudente, un accorto capitano dell’industria o un disgraziato proletario ignaro delle ragioni e dei rimedi delle sue ristrettezze, andando a cercare gli uni e gli altri una volta tanto per un lungo periodo di tempo, e pretendendo che l’aver risolto queste sovrane funzioni basti ad assicurare la calma e l’obbedienza di chiunque si sentirà scorticare e maltrattare dalle conseguenze della politica e dell’amministrazione statale».

Altrettanto falso è che in democrazia il popolo, a maggioranza chiamato ad esprimere il proprio parere attraverso il voto, abbia la facoltà di determinare l’azione politica dei governi. O meglio ancora, che i governi che di volta in volta si succedono non farebbero altro che mettere in pratica l’indirizzo politico ed economico indicati dalla volontà popolare. Noi, al contrario, affermiamo che attraverso le libere elezioni il popolo può, tutt’al più, scegliere la congrega di politicanti che, per un certo numero di anni, gestiranno gli interessi della classe dominante, ossia del Capitale. Tutti quanti conoscono l’affermazione di Lenin secondo cui la democrazia serve solo a «stabilire una volta ogni qualche anno qual membro della classe dominante debba opprimere, schiacciare il popolo nel Parlamento: ecco la vera essenza del parlamentarismo borghese, non solo nelle monarchie parlamentari costituzionali, ma anche nelle repubbliche le più democratiche!»

Questa verità già uno dei massimi teorici borghesi l’aveva dovuta ammettere. Scriveva infatti Jean-Jacques Rousseau: «Il popolo inglese crede di essere libero, ma si sbaglia di grosso: lo è soltanto durante l’elezione dei membri del parlamento; appena questi sono eletti, esso diventa uno schiavo, un niente. Nei brevi momenti della sua libertà, l’uso che ne fa merita di fargliela perdere (...) Quanto a voi, popoli moderni, non avete schiavi, ma lo siete voi stessi; voi pagate la loro libertà con la vostra. Avete un bel vantare questa preferenza; trovo in voi più vigliaccheria che umanità» (Il Contratto Sociale, 1762). La politica sociale di qualunque governo non sarà, per il proletariato, che sfruttamento e miseria.
 

La democrazia rivoluzionaria

Il movimento marxista è sempre stato feroce contro coloro che ammettono il principio assoluto del sistema democratico, al di sopra dei tempi e delle classi sociali; noi al contrario vediamo il comunismo come la negazione del principio democratico, il cui valore non è affatto eterno ed assoluto ma caduco e borghese.

Questo non ha impedito al partito, in determinate condizioni storiche, di lottare per la democrazia, che in sostanza è la lotta per il capitalismo. Ma non è il suo fine, che è andare oltre la democrazia e liberarsene sulla stessa linea politica di classe e di dottrina per cui precedentemente l’aveva sostenuta. Se aderisce al metodo democratico, ai suoi principi di libertà e di legalità, invece, si troverà impotente e consegnerà la classe al dominio del capitalismo

Abusando di questa impostazione tattica, dal marxismo ammessa solo in determinate e delimitate situazioni, i partiti di ispirazione stalinista sostenevano che giusta tattica fosse quella di aderire ad accordi e stabilire fronti con i partiti “democratici” con l’obbiettivo, non dell’abbattimento di poteri pre-borghesi, ma del “ritorno” alla democrazia scalzata dai regimi fascisti. Il risultato di questa tattica, che fu definita “leninista”, è oggi sotto gli occhi di tutti. Non si è iniettato il virus del comunismo all’interno della società democratica borghese, ma si è assorbito il virus democratico e borghese all’interno della classe proletaria.

Avendo inoltre aderito alle regole del gioco democratico, di cui la “battaglia” elettorale è la massima espressione, i partiti ex socialisti ed ex stalinisti sono stati costretti a far gettito di qualsiasi impostazione comunista rivoluzionaria, o semplicemente classista, per attestarsi su di una piattaforma politica comune ad alcuni partiti borghesi. Si sono così ridotti a trasformare la loro propaganda ad una accozzaglia di motivi popolareschi in cui vengono smarriti e dispersi i principi di classe.

L’effetto di tale predicazione è stato quello di generare nella coscienza collettiva del proletariato uno stato d’animo di totale sfiducia e rinuncia fino a fargli perdere ogni elementare capacità di riconoscere, non gli obiettivi dei diversi partiti, poiché questi hanno ormai un unico scopo che è quello della conservazione del sistema del dominio capitalistico, ma le finalità storiche della propria classe. Si pensi alla beffa che il proletariato italiano ha dovuto subire: per mezzo secolo gli è stata additata la Democrazia Cristiana ed il suo regime come il nemico principale da abbattere, condizione per procedere poi alla realizzazione del “socialismo”, ed ora i rottami dei due partiti, stalinista e cattolico, si ritrovano a formare una unica organizzazione politica, dichiaratamente borghese al 100%
 

Finale e irreversibile degenerazione del parlamentarismo

Ma le libere elezioni nemmeno decidono più quale personale politico borghese venga a dittare sulla classe operaia. Per il gioco delle alleanze parlamentari, a prevalere sono sempre le manovre e gli accordi sotto banco fra “minoranze” che, senza idee, senza principi, con la più grande disinvoltura, secondo gli interessi più meschini, si spostano, ondeggiando da uno schieramento all’altro, da destra a sinistra e viceversa.

Non siamo più in presenza di veri partiti politici, che alle origini costituirono la base della democrazia rivoluzionaria borghese, ma di lobby emananti da concentrazioni finanziarie, industriali o camorristiche, atte a rappresentarne gli interessi di fronte alla cosa pubblica, composte da un personale vile e depravato pagato con il frutto del malaffare e della corruzione. In questo ribollire di interessi, tutti ugualmente borghesi e reazionari, e ferocemente antiproletari, a determinare la “vittoria parlamentare” dell’uno piuttosto che dell’altro schieramento sono le minoranze fluttuanti degli opportunisti più spregiudicati dai quali emerge e si seleziona il peggio del peggio, in gara per le provocazioni razziste e la trivialità del linguaggio: il fenomeno leghista insegna.

Le varie bande parlamentari, benché tutte si vantino paladine della democrazia contro le altre, nei fatti ne disattendono sistematicamente le regole più elementari, né potrebbe essere diversamente, e quanto più sono forti tanto più bellamente se ne infischiano. Essendo ormai la democrazia una parola vuota di contenuto reale, sociale e storico, succede che ognuno la impiega a suo piacere (anche in ambiente operaio e sindacale) e che ad ottenere il democratico favore popolare sono quei partiti e quei caporioni politici che delle forme della democrazia palesemente se ne strafottono, mentre chi proclama la validità assoluta del sistema democratico ed i valori della legalità istituzionale viene punito dall’elettorato, il quale democraticamente ammette che della democrazia non gliene frega assolutamente niente. Perché questo? Rousseau rispondeva: «Vi occupate più del vostro interesse che della vostra libertà, e temete molto meno la schiavitù che la miseria», valutazione idealistica ma che ben risponde al determinismo.

Nella bolgia del politicantismo borghese periodicamente scoppia come una bomba la cosiddetta “questione morale”. Si tratta però non di un tentativo di ripristinare la democratica onestà delle regole, ma di un episodio della guerra fra opposte bande di corrotti e corruttori. Guerra che fa pure delle vittime e che può determinare dei repulisti non indifferenti, come avvenne in Italia quando con l’operazione “mani pulite”, sembrò bastare una sezione della magistratura per scompaginare le forme di un regime semisecolare e per cancellare dall’oggi al domani partiti che apparivano di potere e di massa.

Ma, al di là della ben orchestrata sceneggiatura, questa “operazione”, che disgraziatamente riscosse pure l’adesione sentimentale di un proletariato narcotizzato dal mito democratico, non scalfì minimamente il sistema della corruzione; anzi, la Seconda Repubblica dimostra di essere molto più “ladra” della Prima. Questo per il semplice fatto che il sistema democratico-borghese non può permettersi di avere una morale, e, di conseguenza, non può essere moralizzato.

Avvertiva già Engels al proposito, il 9 aprile 1891: «Qual è la morale della storia? Che tutta la politica borghese contemporanea, sia la piacevole rissa dei partiti borghesi fra loro, sia la loro comune resistenza all’impeto della classe operaia, non può essere condotta senza somme colossali di danaro; che queste somme colossali vengono spese per necessità inconfessabili pubblicamente; e dimostrano che i governi, a causa dell’avarizia dei borghesi, son sempre più costretti, per questi scopi inconfessabili, a trovare denaro con mezzi inconfessabili. “Noi prendiamo il denaro dove lo troviamo” diceva Bismarck, che doveva intendersene».

Si potrà pensare che il buon Federico, preso dalla foga polemica, abbia un poco esagerato. Avrà esagerato?

A seguito di una serie ininterrotta di scandali, tra i quali emergono i due “casi” Trabucchi (il Trabucchi 1963 ed il Trabucchi 1965) e lo scandalo dei petroli del 1973, il 2 maggio 1974, veniva approvata la Legge n. 195 sul “Contributo dello Stato al finanziamento dei partiti politici”. Questa legge aveva lo scopo di “rassicurare” l’opinione pubblica che il finanziamento dello Stato avrebbe risolto le esigenze finanziarie dei partiti e stroncato la corruzione e la collusione con i grandi interessi economici. Il concetto ispiratore di tale legge praticamente si basava su di un ragionamento del genere: “Se diamo ai ladri uno stipendio fisso, probabilmente smetteranno di rubare, o almeno non vi saranno spinti da necessità economiche”. La legge, dato il suo alto valore morale, venne approvata in soli 16 giorni con il consenso di tutti i partiti, con la sola eccezione del PLI.

Allora forse Federico Engels non aveva esagerato, casomai aveva detto meno di quello che realmente è. Sentiamo infatti, cosa scrisse al riguardo, non un rivoluzionario, ma un ex uomo di potere, non un moralizzatore, ma colui che, ingiustamente, è stato considerato come uno dei massimi ladri e corrotti: Bettino Craxi nel suo Il Caso C del 1994.

    «In Italia, il finanziamento illegale della politica non è un fenomeno nato negli anni ‘80 e seguenti. I mezzi finanziari per sostenere le attività politiche, le loro strutture permanenti di sostegno, le campagne di propaganda e le campagne elettorali sono sempre stati ricercati seguendo sentieri che andavano spesso anche al di là dei confini della legalità.
    «Limitandoci a considerare la vita della Prima Repubblica si può senz’altro dire che i Partiti, sovente le correnti organizzate dei partiti, i clans politici, i singoli esponenti della classe politica si sono alimentati finanziariamente nelle forme più diverse, unendo insieme entrate dichiarate e rese pubbliche ad entrate non dichiarate e sempre rimaste più o meno nell’ombra.
    «Di finanziamenti non dichiarati e quindi, dopo l’entrata in vigore di specifiche leggi che regolavano la materia, di finanziamenti illegali, hanno beneficiato sistematicamente tutti i partiti democratici nessuno escluso. Di finanziamenti non dichiarati ha certamente beneficiato gran parte della classe politica ivi compresi buona parte di coloro che si sono messi i panni del moralizzatore sino a quando non sono stati smascherati e, per altri ancora sino a quando non finiranno con l’essere smascherati. Gli uni e gli altri, Partiti e classe politica, fronteggiavano un bagaglio di spese che non potevano essere affrontate se non con il ricorso ad entrate di tipo straordinario.
    «Innanzitutto quindi si trattava di tutti i maggiori Partiti del Paese, sia che essi fossero Partiti di governo che Partiti di opposizione. I Partiti minori, in forma minore con esigenze minori partecipavano anch’essi alla ricerca possibile di mezzi finanziari, con strutture ridotte, apparati più piccoli, esigenze finanziarie di spesa non paragonabili a quelle dei grandi partiti.
    «Per tutti, l’asprezza della lotta politica, l’urto frontale che contrapponeva le forze, la concorrenza e la contrapposizione esasperata, la lotta tra i candidati per conquistare la elezione, l’organizzazione della raccolta delle preferenze per i singoli, per i clans, le correnti e le cordate, finivano con il giustificare agli occhi dei responsabili politici, nell’ottica dello scontro e della rivalità, e nella prospettiva del successo o della sconfitta, la ricerca anche la più spregiudicata dei mezzi finanziari.
    «I Partiti non hanno mai vissuto dei soli mezzi derivanti dalle quote associative e dalle sottoscrizioni così come essi venivano dichiarando ufficialmente. Alle entrate ordinarie e dichiarate si aggiungeva una parte cospicua costituita da forme di finanziamento non dichiarato proveniente dalle fonti più varie e disparate, ed anche quindi con caratteristiche di provenienza illegittima.
    «L’industria di Stato, l’industria privata, i gruppi economici e finanziari, il movimento cooperativo, le associazioni che univano grandi categorie della produzione, della distribuzione e dei servizi, hanno tutti, nell’insieme, concorso al finanziamento della politica, e del personale politico, in forma stabile, in forma periodica, in occasioni di campagne elettorali, in modo diretto ed in modo indiretto. L’insieme del sistema economico partecipava al sostegno allo sviluppo del sistema politico democratico. Parimenti esercitava sul sistema politico e sulle sue decisioni un condizionamento che era maggiore o minore in relazione alla capacità ed alla forza di autonomia delle differenti formazioni politiche.
    «Nel mondo politico gli interlocutori erano le istituzioni parlamentari e le formazioni che componevano le maggioranze. Ma non venivano affatto trascurate le formazioni di opposizione, naturalmente in modo diverso a seconda dei casi, ed in rapporto alla loro influenza nel Parlamento, nelle istituzioni, nei grandi Enti Pubblici, nelle amministrazioni regionali e locali e in generale nel Paese. In quest’ultime soprattutto le maggioranze politiche e di governo si diversificavano a secondo delle Regioni, dei Comuni e delle Province, dove in molti casi, formazioni all’opposizione sul piano nazionale, costituivano invece il perno centrale o sussidiario del governo regionale e locale.
    «In taluni casi, rappresentanze sindacali anche di livello nazionale ricevevano contribuzioni anche in forma periodica e continuativa nel tempo. In particolare, in Enti amministrati da rappresentanze sindacali il dialogo e le eventuali contribuzioni finanziarie connesse veniva stabilito direttamente con interlocutori sindacali ma anche attraverso la mediazione di fiduciari dei Partiti cui le rappresentanze sindacali in questione erano collegate. Ma il finanziamento irregolare ed illegale ai partiti ed alle attività politiche, ed anche a gruppi e singoli esponenti oltreché di carattere interno era anche di carattere e provenienza internazionale.
    «I Paesi che, nelle varie forme hanno concorso a questo tipo di finanziamento, sono in grande numero anche se sostanzialmente si trattava di strutture dipendenti dagli USA e dall’URSS e di attività e strutture proprie dei Paesi appartenenti alle loro aree di influenza. Tutti i maggiori leaders del dopoguerra italiano hanno fatto i conti con questa realtà ed hanno rafforzato la propria azione con l’aiuto di finanziamenti internazionali. Dei finanziamenti provenienti dagli USA hanno così beneficiato, per tutto un certo periodo, le formazioni politiche di governo. Dei finanziamenti provenienti dall’URSS e dal blocco sovietico ha beneficiato il Partito Comunista. Sino al 1956, e cioè l’anno della rivolta ungherese, il PSI aveva ricevuto aiuti finanziari e materiali dall’URSS e da altri Paesi del Patto di Varsavia. Nel periodo immediatamente successivo ricevette invece aiuti finanziari direttamente dagli USA.
    «In materia di finanziamenti esteri il PCI, divenuto poi PDS, a differenza degli altri Partiti aveva organizzato una vera e propria struttura permanente che nel corso dei decenni, si è venuta costantemente ampliando e perfezionando sì da garantire dei flussi di finanziamento costanti che rappresentavano una parte assai rilevante delle sue entrate.
    «Le leggi sul finanziamento pubblico dei partiti non sono affatto riuscite a modificare la situazione.
    «Le spese dal canto loro continuavano ad aumentare. Era il portato stesso dello sviluppo della società burocratica, dell’estendersi delle reti di informazione e dei servizi mentre si moltiplicavano le varie articolazioni e strutture necessarie per l’efficacia della propaganda e crescevano gli stimoli verso la spettacolarizzazione della politica, e la connessa competitività per la conquista del consenso. La ricerca di mezzi finanziari per sostenere ed alimentare le attività politiche in tutte le loro diverse espressioni, invece di ridursi, era sollecitata ad allargarsi, ripercorrendo le vie consuete e individuandone di nuove.
    «In questo modo finiva con l’ampliarsi anche l’area oscura entro la quale questa ricerca si muoveva spesso in modo disordinato e incontrollato. E, nell’area oscura, diventava molto difficile impedire il moltiplicarsi di degenerazioni di molteplice natura.
    «Bisogna considerare inoltre che all’aumento continuo delle spese corrispondeva da un altro lato una progressiva riduzione delle entrate tradizionali ordinarie e cioè quelle derivanti dalle quote associative e dalle sottoscrizioni volontarie. Un tempo la vita del Partito, per i suoi aderenti, se non era tutto rappresentava certo moltissimo. Il Partito non era solo uno strumento di lotta politica e di lotta elettorale ma rispondeva a bisogni associativi, sociali, culturali, umani.
    «Ma l’associazionismo partitico perde di peso, si isterilisce. Dalla nuova società che avanza vengono offerte altre risposte ed altre possibilità. Il Partito, soprattutto nelle grandi città, tende a trasformarsi, il suo ruolo cambia, mentre si rianima e vive solo e soprattutto in funzione delle fasi elettorali e pre-elettorali. Nell’area partitica prende corpo un nuovo fenomeno negativo. Paradossalmente infatti mentre da un lato si riduce e si isterilisce il ruolo associativo dei partiti, dall’altro tende ad aumentare il numero degli iscritti.
    «È il segno inequivocabile di una degenerazione che penetra nella vita dei Partiti. Nella vita partitica si affaccia il mercato delle tessere i cui pacchetti, corrispondenti ad iscritti inesistenti o forzati o semplicemente favoriti, servono solo a mantenere ed a consolidare l’influenza interna delle nomenklature ed a regolare i rapporti tra loro. Naturalmente questa degenerazione si riflette anche sull’insieme del sistema di finanziamento dei Partiti e dell’attività politica. Già le correnti politiche si radicavano come correnti anche elettorali e quindi con esigenze di spesa che le spingevano verso una ricerca propria ed autonoma di finanziamento.
    «Ci voleva una grande dose di disinvolta ipocrisia per credere o far credere che i fondi stanziati dalla legge erano quanto bastava per sorreggere la complessa macchina burocratica su cui poggiava la democrazia dei Partiti. Queste violazioni di legge, su cui in buona parte si è fondato poi il processo di criminalizzazione della democrazia repubblicana, definita come Prima Repubblica, avvenivano sulla base di una complicità e di un consenso pressoché unanimi. Di quale fosse la realtà vera delle cose, almeno nelle sue caratteristiche tipiche, erano ben consapevoli tutti i dirigenti dei Partiti, i parlamentari, gli amministratori. Ne erano consapevoli certamente le maggiori cariche istituzionali dello Stato nelle quali si alternavano del resto personalità che a loro volta avevano ricoperto impegnative responsabilità politiche e partitiche. Faccio solo l’esempio dell’ultimo Presidente della Camera [oggi, manco a dirlo: Presidente della Repubblica. N.d.r.] Napolitano, che, avendo ricoperto per anni l’incarico di ministro degli Esteri del PCI non poteva di certo non essere a conoscenza del fatto che le entrate del suo Partito si componevano anche di flussi finanziari, provenienti dall’URSS e dai Paesi dell’impero comunista e che questi non figuravano certo nei bilanci di Partito presentati al Parlamento.
    «Nessuno, salvo forse, in qualche caso, qualche voce isolata in Parlamento, ha aperto porte e finestre su di una questione di questa natura. La questione era scottante e nessuno si è mai voluto scottare. Nessuno ha denunciato l’anomalia, la irregolarità, la illegalità complessiva della situazione. Nessuno, che io ricordi, ha levato la voce in questa materia, ne spezzato una lancia per proporre opportuni rimedi al corso delle cose o per aprire una pubblica riflessione sul sistema di finanziamento dei Partiti e delle attività politiche in generale.
    «Prova ne è il fatto che i Partiti, pur presentando in Parlamento, per decenni, bilanci che non corrispondevano al vero, e cioè bilanci falsi, non sono mai stati fatti oggetto da parte di nessuno di denunce per gravi irregolarità. I Partiti di opposizione di regola non denunciavano i Partiti di governo e i partiti di governo non denunciavano i partiti d’opposizione. La complicità in questo senso, era totale o quasi. Con la sistematica approvazione dei bilanci dei Partiti in Parlamento si veniva approvando in realtà tutta la natura almeno del sistema di finanziamento ai Partiti ed alle attività politiche, e tutti nel contempo quindi, salvo i distratti, sapevano benissimo di che cosa si trattava.
    «C’è semmai da chiedersi se, essendo queste le condizioni, come sia possibile credere o far credere che la magistratura ed altri apparati dello Stato ignorassero ciò che avveniva anche sotto i loro occhi, non nel caso di una particolare stagione, ma nel corso di decenni. C’è semmai da chiedersi perché questo sia avvenuto. C’è da chiedersi se si ricorda a memoria come sia stato possibile che nell’arco di quasi un ventennio non si sia mai aperto un caso, non si sia mai svolto un processo e non si sia mai stata pronunciata una sentenza di condanna per il reato di finanziamento illegale nei confronti di un Partito, di un Amministratore, di un dirigente politico. C’è da chiedersi come sia stato possibile che mentre per bocca della magistratura si definiva questa pratica “notoria e costante” contemporaneamente non veniva promossa l’azione penale per violazione della legge sul finanziamento dei partiti. Nessuno lo impediva, nessuno poteva impedirlo, nessuno ha denunciato un caso nel quale ad un magistrato è stato impedito di compiere il dovere che la legge gli avrebbe imposto di compiere. Non è singolare che le degenerazioni che in questo campo si sono verificate, con i casi di corruzione che ad esse si sono connesse, siano state fatte oggetto di denunce e di inchieste?
    «Ciò che è singolare è che improvvisamente, in forme violente ed anche e soprattutto discriminatorie, si siano scoperchiate parti significative del sistema di finanziamento illegale dei Partiti e delle attività politiche, e si sia dato vita ad un processo di criminalizzazione con ritmi crescenti, seguendo sovente cadenze proprie di una orologeria politica, con un particolare accanimento diretto verso alcune direzioni mentre altre venivano sottaciute, ignorate, o addirittura sfacciatamente oscurate e protette. La campagna contro i finanziamenti illegali della politica ha assunto così toni e finalità strumentali ad una lotta di potere, trampolino di lancio per esibizionistiche ambizioni, tentativi ripetuti di ergersi come nuovo potere della società e dello Stato».
Certamente queste “verità” Craxi poteva dirle solo nel 1994, ormai latitante in Tunisia, non le avrebbe certamente dette (ed infatti non le aveva dette!) quando, ancora a capo del PSI, assieme ai dirigenti del suo partito spadroneggiava senza il minimo pudore.

Anche se tutto questo è interessante ed avvalora le nostre diagnosi sulla degenerazione del partitismo borghese, dobbiamo sempre mettere bene in evidenza che la nostra critica alla democrazia non attende di vedere la sua forma realizzata. All’epoca del blocco sovietico i denigratori del comunismo parlavano di “socialismo reale”: con questo intendevano dire che se a parole, nella teoria, nella fantasia dei sognatori il socialismo poteva anche avere un certo fascino, nella sua realizzazione pratica altro non era che dittatura e negazione dei “diritti umani”. I comunisti rivoluzionari non parleranno mai di “democrazia reale”, perché riconoscono nella democrazia, in quella “teorica” ancor più che in quella “realizzata”, il nemico mito da abbattere e dal quale liberare la mente ed il cuore della classe proletaria.

Oggi l’istituzione democratica e parlamentare non solo non serve al proletariato e non servirà alla sua dittatura: questa istituzione non serve più a nessuno. Quindi salutiamo non con lutto ma con gioia, come una nostra previsione che si avvera, come una vittoria teorica del marxismo e come una sconfitta della ideologia borghese, ogni azione delle “destre” che gettano la maschera delle ostentate garanzie e rituali. Dalla parte opposta, quello che resta dell’opportunismo cerca di mobilitare il fronte di classe per correre al salvataggio di quel “pregiudiziale tesoro” che la borghesia schifa e smantella: la democrazia, la Costituzione, il parlamento.

La nostra posizione nei confronti della legalità democratica la enunciammo, in maniera magnifica, nel 1924, quando da parte dei socialisti, e non solo da loro, si piagnucolava sul ricorso alla violenza ed alla “pastetta”, di cui il fascismo fece largo uso, in occasione delle elezioni politiche. «Chi ha la forza di fare imposizioni e truffe elettorali, viola i canoni della democrazia, ma si dimostra attrezzato per lottare su altri terreni, con efficienza che i rivoluzionari dovranno ben calcolare. In altri termini, non ci scandalizzano le violenze e pastette elettorali del fascismo. I lavoratori devono guardare in faccia la questione (...) Noi ritorneremo contro il fascismo non certo coll’obiettivo imbecille di elezioni avvenire “in ambiente di libertà”. La democrazia ha fatto il suo tempo. Le oche liberali, e a coro con esse le stesse aquile oggi ostentanti un antiparlamentarismo borghese e reazionario, strilleranno ben altrimenti quando vedranno come tratterà la democrazia una rivoluzione non da operetta. Lungi dal restaurare gli ideali su cui piangono i vari Amendola e Turati, la rivoluzione delle grandi masse di occidente le farà assistere ad una satanica girandola di calci nel culo a Santa Democrazia, mai vergine e sempre martire. E soltanto quella si potrà chiamare Liberazione» (L’Unità, 16 aprile 1924).

Il parlamento, non da oggi, ma almeno da quando fu fatto resuscitare dopo l’intervallo fascista, non rappresenta più nulla, neppure un microfono. I difensori ad oltranza della democrazia non hanno più nemmeno la giustificazione che da lì si parli alle masse. Il baraccone ha il solo compito di fare atto di presenza. Se l’“aula sorda e grigia”, e vuota, divenisse un “bivacco di manipoli” (adesso è bivacco di ben altro genere!) o venisse chiusa, nessuno si accorgerebbe della sua scomparsa, perché la macchina statale gira per conto proprio.

«Il parlamentarismo, seguendo lo sviluppo dello Stato capitalista che assumerà palesemente la forma di dittatura che il marxismo gli ha scoperto fin dall’inizio, va man mano perdendo d’importanza. Anche le apparenti sopravvivenze degli istituti elettivi parlamentari delle borghesie tradizionali vanno sempre più esaurendosi, rimanendo soltanto una fraseologia e mettendo in evidenza nei momenti di crisi sociale la forma dittatoriale dello Stato, come ultima istanza del capitalismo contro cui ha da esercitarsi la violenza del proletariato rivoluzionario» (1952, Tesi caratteristiche del partito).
 

Democrazia nemmeno nel partito

Per quanto riguarda l’applicazione del meccanismo democratico all’interno del partito, non lo si può escludere per via di contrastanti interessi di classe al suo interno: al partito si aderisce spontaneamente per lottare con determinati mezzi verso un determinato, comune, fine. Anche in questo caso però, anche in un organismo nel quale, come nel partito, la composizione sia il risultato di una selezione dovuta alla adesione volontaria ed al controllo del reclutamento, il pronunziato della maggioranza non è per se stesso da ritenere senz’altro il migliore.

Storicamente all’interno dei partiti rivoluzionari il “centralismo democratico” è stato utilizzato come metodo di conduzione del partito. Però, pur non abrogandolo statutariamente, nei momenti migliori dell’avanzata rivoluzionaria la cosiddetta “democrazia interna”, senza problemi, di fatto non fu utilizzata. Lenin, noi lo abbiamo sempre ribadito, non ha mai attribuito alcun valore di principio alla democrazia né interna né esterna al partito. Ricordiamo come nei primi anni della Internazionale Comunista, i dirigenti russi «i quali avevano dietro di sé non solo una conoscenza profonda della dottrina e della storia marxista, ma anche il risultato grandioso della vittoria rivoluzionaria di Ottobre, concepivano tesi come quelle di Lenin come materiale che dovesse essere da tutti accettato, pure riconoscendo che nella vita del partito internazionale se ne sarebbe sviluppata una elaborazione ulteriore. Essi richiesero che non si votasse mai, perché tutto andava accettato con adesione unanime e spontaneamente confermata da tutta la periferia dell’organizzazione, che in quegli anni gloriosi viveva una atmosfera di entusiasmo e anche di trionfo» (Tesi del 1965).

Al contrario alla sua applicazione ci si appellò nei momenti non migliori e non esaltanti dell’Internazionale, ed i responsi scaturiti dalla maggioranza più volte sono serviti alla deviazione ed all’opportunismo per fare breccia all’interno della organizzazione. In fondo la storia dei partiti rivoluzionari è storia di scissioni, ed ogni scissione è una negazione del metodo democratico.

Già nel 1922 affermammo che «noi non eleveremmo a principio la nota formula organizzativa del “centralismo democratico”. La democrazia non può essere per noi un principio; il centralismo lo è indubbiamente, poiché i caratteri essenziali dell’organizzazione del partito devono essere l’unità di struttura e di movimento. Per segnare la continuità nello spazio della struttura di partito è sufficiente il termine centralismo, e per introdurre il concetto essenziale di continuità nel tempo, ossia nello scopo a cui si tende e nella direzione in cui si procede verso successivi ostacoli da superare, collegando anzi questi due essenziali concetti di unità, noi proporremmo di dire che il partito comunista fonda la sua organizzazione sul “centralismo organico”. Così, conservando quel tanto dell’accidentale meccanismo democratico che ci potrà servire, elimineremo l’uso di un termine caro ai peggiori demagoghi e impastato di ironia per tutti gli sfruttati, gli oppressi, e gli ingannati, quale quello di “democrazia”, che è consigliabile regalare per esclusivo loro uso ai borghesi e ai campioni del liberalismo variamente paludato talvolta in pose estremiste».

Una prova di coerente comportamento al riguardo la Sinistra italiana la diede quando, maggioranza assoluta all’interno del PCd’I, con esemplare disciplina al partito mondiale passò la direzione ai compagni destri e centristi designati da Mosca. Anche quando, nel pieno della degenerazione staliniana, l’Internazionale si trasformò in un apparato soffocante nel quale si rendeva ormai impossibile difendere qualsiasi posizione autenticamente marxista, nemmeno allora la Sinistra italiana fece appello alla democrazia e sopportò ogni tipo di infamia in un silenzio eroico perché sapeva che vi era un altro e maggiore pericolo: la deviazione piccolo-borghese ed anarcoide secondo la quale dove è partito e potere ivi è corruzione e il proletariato se vuole emanciparsi deve farlo senza partiti e Stati autoritari, senza deleghe e con metodi democratici.

Al contrario fu proprio la controrivoluzione staliniana che si appropriò dei sistemi del peggiore metodo democratico, tipico dei parlamenti e delle diplomazie borghesi, ossia il carrierismo e lo sfruttamento delle vanesie ambizioni dei capi, ponendoli nell’alternativa tra una immediata e comoda notorietà, da guadagnarsi con l’accettazione delle direttive centrali, ovvero la eliminazione politica e fisica di chi avesse voluto difendere le tesi rivoluzionarie.

Alla fine della Seconda Guerra mondiale il proletariato non fu capace, come aveva fatto dopo la Prima, di produrre una grande ondata rivoluzionaria e di condanna del morbo opportunista. Per troppo tempo, proprio da quei capi che si presentavano come rivoluzionari, era stata instillata la “fame di democrazia”, apologizzata da Mosca e dai partiti comunisti nazionali molto più spudoratamente di quanto non avessero fatto i revisionisti di mezzo secolo prima.

In quel momento la nostra rinata organizzazione accennò a cadere nella illusione che qualche cosa fosse possibile fare all’interno dei parlamenti borghesi, nel senso del loro utilizzo ai fini della propaganda rivoluzionaria. Anche in tempi di stabile potere capitalistico i marxisti rivoluzionari avevano ammesso la partecipazione alle elezioni borghesi, alla condizione di dare alla campagna un deciso carattere di agitazione di classe e di partito, mirando alla diffusione della propaganda comunista ed al rafforzamento del partito, non ponendosi come traguardo le amministrazioni cittadine, tantomeno la trasformazione socialista per via parlamentare.

Ma occorreva tenere conto che ormai l’evoluzione storica aveva chiuso per sempre ogni possibilità di utilizzo a scopi rivoluzionari di qualsiasi istituto borghese. Il partito, presto rintracciata quell’esperienza e i suoi tradizionali enunciati teorici, si riallineò immediatamente alle posizioni di feroce lotta al mito borghese della democrazia. In fondo non si trattò che di tirare le conclusioni di un processo che era iniziato già al tempo della Seconda Internazionale e affondava le radici nella dottrina e nella pratica del marxismo rivoluzionario, processo che il crollo dell’Internazionale Comunista aveva interrotto e rovesciato.

Nel nostro partito fondato sulla unicità di teoria, principi, finalità e tattica, dove viene esclusa la pratica delle fusioni o del noyautage in altre organizzazioni politiche e che ammette soltanto l’adesione individuale non c’è più posto né per la democrazia né per la lotta di correnti o frazioni per la scelta di nomi di compagni.

«Nella concezione del centralismo organico la garanzia della selezione dei suoi componenti è quella che sempre proclamammo contro i centristi di Mosca. Il partito persevera nello scolpire i lineamenti della sua dottrina, della sua azione e della sua tattica con una unicità di metodo al di sopra dello spazio e del tempo. Tutti coloro che dinanzi a queste delineazioni si trovano a disagio hanno a loro disposizione la ovvia via di abbandonare le file del partito. Nemmeno dopo avvenuta la conquista del potere possiamo concepire la iscrizione forzata nelle nostre file; è perciò che restano fuori dalla giusta accezione del centralismo organico le compressioni terroristiche nel campo disciplinare, che non possono non copiare il loro stesso vocabolario da abusate forme costituzionali borghesi, come la facoltà del potere esecutivo di sciogliere e di ricomporre le formazioni elettive, tutte forme che da molto tempo si considerano superate non diremo per lo stesso partito proletario, ma perfino per lo Stato rivoluzionario e temporaneo del proletariato vittorioso. Il partito non ha da presentare a chi vuole aderirvi piani costituzionali e giuridici della società futura, in quanto tali forme sono proprie solo delle società di classe. Chi vedendo il partito proseguire per la sua chiara strada (...) non si sente ancora a tale altezza storica, sa benissimo che può prendere qualunque altra direzione che dalla nostra diverga. Non abbiamo da adottare nella materia nessun altro provvedimento».
 
 
 
 
 
 
 


Il movimento operaio negli Stati Uniti d’America
Capitolo 8, esposto a Torino nel settembre 2009.

(Continua del numero scorso)
 

Gli anni della Prima Internazionale
 

Il movimento cooperativo

Alla convenzione di Baltimora del 1866 fu dibattuto anche un problema generale che riguardava l’insufficienza della lotta sindacale nel difendere la classe operaia dalla miseria in cui veniva tenuta, con alti e bassi, dalla borghesia. Anche in caso di successo delle lotte il sollievo era solo temporaneo, sia per gli alti costi della lotta, sia perché i padroni riprendevano presto ad erodere il reale valore delle conquiste economiche.

Si doveva trovare una nuova arma per meglio difendere i lavoratori, e consentire loro di elevarsi dall’abiezione in cui molti e spesso si trovavano. Tale arma fu identificata nella cooperazione che, pur se spacciata per nuova nuova non era, e la sua efficacia era già stata dimostrata molto marginale da precedenti esperienze, prime tra tutte quelle nel Regno Unito.

La cooperazione, sia quella relativa alla produzione sia quella di consumo, ebbe un certo sviluppo negli anni immediatamente successivi alla guerra civile. La cooperativa di produzione che ebbe più successo fu quella dei fonditori, realizzata nello Stato di New York con il concorso di Sylvis. Per i primi sei mesi occupò 35 fonditori, che tra paga e profitti guadagnavano molto più dei colleghi alle dipendenze di aziende individuali. Il successo stimolò la nascita di altre cooperative in tutto il Paese, che si unirono nel 1868 in una Associazione.

Ma presto fu chiaro che il mondo esterno aveva delle leggi che non potevano essere ignorate, e che informavano di sé qualsiasi attività economica, cooperative comprese. La legge della concorrenza presto costrinse le cooperative ad essere sempre più competitive, il che richiese il graduale abbandono dei principi della cooperazione. I soci delle cooperative pretendevano sempre maggiori profitti, e per far ciò si dovette ridurre i salari, allungare l’orario lavorativo e non rispettare le regole richieste dal sindacato. Invece di rappresentare una pietra di paragone cui i borghesi avrebbero dovuto ispirarsi, le cooperative gradualmente divennero le ispiratrici dell’offensiva padronale contro i lavoratori.

Le cooperative di altri mestieri, quali i carpentieri, i tipografi e altri, ebbero vita breve. Venivano regolarmente denunciate dalla stampa come esempi di comunismo francese, e gli industriali vendevano sottocosto per impedire loro di crearsi un mercato; spesso anche la gestione non era all’altezza; ma la difficoltà principale fu il reperimento del capitale, la linfa nella società in cui dovevano operare. Le cooperative dovevano convincere i possessori di capitale a investire in imprese il cui scopo dichiarato era la scomparsa del sistema salariale. I banchieri naturalmente chiedevano alti interessi, e ben presto l’intero movimento cooperativo, quella parte che non fallì completamente, degenerò in società per azioni più interessate al profitto che all’emancipazione del lavoro. In seguito il movimento cooperativo, battuto in teoria e nella pratica dal marxismo e dalle esperienze in tutti i paesi, ebbe negli Stati Uniti una fortuna inferiore a quella degli altri paesi, anche al livello delle cooperative di consumo.

Una conseguenza della sorte infausta delle cooperative fu che molti dirigenti sindacali, tra i quali Sylvis, si convinsero che il problema risiedeva – non l’impossibilità della convivenza di forme di produzione incompatibili, ove la cooperazione era condannata a prendere ogni caratteristica della dichiarata produzione capitalistica – ma nel fatto che il denaro non le veniva fornito dai banchieri. L’obbiettivo quindi doveva essere una riforma monetaria che permettesse agli operai di uscire dalla loro condizione di schiavi salariati, lo Stato fornendo loro capitali a tassi fissati per legge. Non possiamo qui svolgere una critica del movimento per la riforma monetaria, che non durò molto e che non avrà poi seguito nel proletariato americano. Non allora, e contribuì a distogliere lavoratori e dirigenti dalla lotta sindacale, unica difesa, ancorché parziale, dalla protervia del padronato.
 

L’azione politica

La necessità dell’azione politica era divenuta evidente soprattutto quando si comprese che era l’unico modo per ottenere miglioramenti normativi duraturi; tra questi la stessa possibilità di formare sindacati doveva essere definitivamente e chiaramente affermata, e quindi difesa dal potere costituito. Molto attivi erano stati i minatori, che riuscirono a imporre regole meno bestiali nell’organizzazione del lavoro e nelle misure di sicurezza delle miniere, che ogni anno facevano centinaia di vittime. Un altro aspetto di interesse generale che ben si prestava all’attività politica era il movimento per le otto ore, del quale diremo più avanti; un altro problema era l’importazione di manodopera cinese, che tendeva ad abbassare a livelli intollerabili i minimi salariali.

La National Labor Union si mosse nella direzione di costituire un vero e proprio Partito del Lavoro, anche perché esperienze locali di iniziative politiche, a volte anche improvvisate, come nel Massachusetts, avevano dato in occasione di elezioni risultati incoraggianti, a spese del Partito Repubblicano, che ancora si atteggiava a paladino della classe operaia. Ma il prevalere della convinzione che la soluzione di tutti i mali risiedesse nella riforma monetaria (condivisa anche da Sylvis), e la crescente penetrazione di politicanti di mestiere attratti dalle ricche riserve di voti nei distretti operai, fece sì che la classe se ne allontanasse gradualmente: al congresso del 1872 solo un delegato su quattro rappresentava il mondo operaio; non ce ne sarebbero stati altri cui partecipassero rappresentanze dei lavoratori.

Ma, nonostante la sua breve vita la National Labor Union costituì una tappa importante nello sviluppo della coscienza di classe del proletariato americano. In primo luogo aveva riunito le forze disperse di una nazione che cominciava ad essere grande. Fu una delle primissime organizzazioni a chiedere parità di salario per le donne, e ad averne fra i suoi dirigenti; fu la prima organizzazione delegati di colore; la prima ad avere una forte lobby a Washington, che chiese la creazione di un ministero del Lavoro. Lottò per le otto ore, per una migliore legislazione del lavoro, contro la distribuzione massiccia di terre alle ferrovie e per una maggiore assegnazione della terra a chi la poteva lavorare. Fu la rappresentante dell’Internazionale in America, e inviò delegati ai suoi congressi. Il suo più grave difetto fu l’aver riposto tutte le speranze nella riforma monetaria, da ottenere con una lotta elettorale, mentre ignorava di fatto l’attività sindacale, cosa che le alienò le simpatie della classe. Una classe che però si stava dimostrando pronta ad una azione politica indipendente dai principali partiti borghesi.
 

Le otto ore

La lotta per la riduzione dell’orario di lavoro venne ad unire i lavoratori al di là delle categorie e dei confini, e quindi ad aprirsi all’azione politica. Abbiamo visto come fin dagli anni ’30 del secolo la parola d’ordine delle dieci ore aveva mobilitato ampi strati di proletari, con parziali risultati positivi negli anni ’40. In realtà già allora vi erano ambienti operai che non avevano comunque nessuna intenzione di accontentarsi delle dieci ore, quand’anche conquistate.

Negli anni ’50 la prospettiva della giornata lavorativa di otto ore conquista un sindacato dopo l’altro, e solo la guerra riesce a temporaneamente arrestare i proletari nordamericani dal richiederlo. Ma non del tutto, se la stampa borghese nel 1863 denuncia il diffondersi di quell’obbiettivo, naturalmente per colpa degli “immigrati”. Che però i lavoratori stranieri avessero spesso una maggiore coscienza di classe e fossero quindi molto attivi è probabile, anche se non tutti: era vero per i tedeschi, ma non per gli immigrati da paesi non sviluppati, come gli italiani, spesso fatti arrivare proprio per fare crumiraggio e spezzare gli scioperi. Quello della provenienza dall’estero delle parole d’ordine più radicali è un ritornello che la borghesia americana farà rivivere ogni volta che si troverà in difficoltà di fronte alle agitazioni operaie, per poter perseguitare indisturbata una parte della classe per terrorizzarla tutta.

In verità, però, il principale dirigente della lotta per le otto ore fu un americanissimo membro del Machinists and Blacksmiths Union (Sindacato dei Macchinisti e Fabbri), Ira Steward. Steward, di Boston, era convinto che non fosse possibile ottenere una riduzione della giornata lavorativa con lotte sindacali solo locali o di categoria. Secondo lui si doveva lottare per ottenere una legge federale sulle otto ore: era possibile raggiungere accordi locali, ma avrebbero lasciato fuori la gran parte della classe, spezzandone la forza. I sindacati invece non erano disposti a concentrare tutte le loro energie su questo unico obbiettivo, che per Steward costituiva invece un obiettivo che avrebbe avviato a soluzione tutti i problemi della classe. Per questa ragione nel 1864 contribuì a fondare una specifica organizzazione, la Workingmen’s Convention, poi chiamata Labor Reform Association, il cui scopo dichiarato era la giornata di otto ore, considerata come il primo passo verso la emancipazione della classe operaia americana. Lo stesso anno in Europa una posizione simile fu presa dall’Internazionale appena fondata.

Il movimento per le otto ore si diffuse con rapidità in tutto il Paese, ed ebbe un discreto seguito anche tra gli agricoltori. La sua importanza divenne evidente nel dopoguerra, quando i soldati smobilitati iniziarono a riempire le strade delle città in cerca di occupazione. Scrive Marx nel Capitale: «Il primo frutto della guerra civile è stata l’agitazione per la giornata delle otto ore, che con gli stivali delle sette leghe della locomotiva procede dalle coste dell’Atlantico a quelle del Pacifico, dalla Nuova Inghilterra alla California».

Alla Convenzione di Baltimora del 1866, quindi, l’entusiasmo per la parola d’ordine delle otto ore era alto, e lo si capisce dalla risoluzione: «La prima e grande necessità dell’ora presente, per emancipare il lavoro dalla schiavitù capitalistica, è l’adozione di una legge che fissi ad otto ore la giornata lavorativa in tutti gli stati dell’Unione; e a questo fine occorre che la classe operaia si impegni a non desistere dai suoi sforzi prima che tale glorioso obbiettivo sia raggiunto».

Come abbiamo visto il movimento ebbe successo, e tale fu la dimostrazione di forza e di organizzazione che il 25 giugno 1868 il governo federale fece approvare una legge per le otto ore per i suoi impiegati. Altri sei Stati e numerose municipalità approvarono una legislazione che stabiliva le otto ore. Ma, anche se inizialmente gli operai credettero di aver vinto, non fu difficile per il padronato aggirare la legge, come d’altronde era accaduto per quella delle dieci ore, essa stessa non rispettata quasi ovunque in quegli anni. Infatti uno degli argomenti degli agitatori sindacali era che, anche se la legge per le otto ore non si fosse ottenuta, perlomeno avrebbe indotto a rispettare quella, più vecchia, per le dieci ore. Non solo i padroni privati non l’applicarono, ma anche i dipartimenti statali e federali, quando la ammettevano riducevano il salario in proporzione, e questo continuò anche dopo che il Presidente Grant, e per ben due volte, specificò in ulteriori disposizioni di legge che la riduzione di orario non avrebbe dovuto comportare alcuna riduzione delle paghe.

Ci si rese presto conto che affidarsi soltanto al voto e alle pressioni morali non avrebbe portato ad altro che a disposizioni di legge che nessun borghese però rispettava. Nel periodo tra il 1868 e il 1873 vi fu quindi un’ondata di lotte per una vera giornata di otto ore; e le lotte in molti casi diedero i risultati desiderati, città per città, mestiere per mestiere, fabbrica per fabbrica. Tutte queste conquiste però, come era più volte avvenuto in passato, furono spazzate via dalla crisi del 1873.

Ma il movimento per le otto ore non era stato inutile. Nella memoria della classe americana, ancorché fluida e instabile come era, sarebbe rimasta la comprensione del fatto che le lotte estese oltre le città, oltre gli Stati, oltre tutti i confini, anche quelli di mestiere, potevano dare frutti preziosi, che si trattava solo di saper salvaguardare. La conquiste normative e legislative erano possibili, ma solo se all’azione politica si associava l’esercizio della forza organizzata di una quota il più possibile larga del proletariato. E l’azione politica doveva essere indipendente, svincolata dai partiti tradizionali.
 

Il lavoro femminile

Nonostante fosse apertamente riconosciuto che, non importa quanto dure fossero le condizioni di vita e di lavoro degli uomini, quelle delle donne erano sistematicamente peggiori, il sindacalismo ancora nei primi anni successivi alla fine della guerra le ignorava, quando non assumeva nei loro confronti atteggiamenti di aperta ostilità. Le donne al lavoro, si diceva, non facevano che peggiorare la situazione creata dalla disoccupazione del dopoguerra.

D’altra parte era stata proprio la guerra a consentire alle donne l’accesso alle attività produttive tipicamente maschili, tra le quali il lavoro di fabbrica nei vari settori. Erano donne che in tanti casi erano vedove di guerra, o mogli di invalidi. E i padroni esitavano a disfarsene, in quanto a fronte di un rendimento praticamente identico costavano circa la metà degli uomini.

Il problema era grave per i sindacati, in quanto nel frattempo le paghe medie erano scese a livelli bassissimi, insostenibili. Fu quindi decisa la parola d’ordine della sindacalizzazione delle operaie, alla quale le donne non erano certo contrarie. Senonché non erano molti i sindacati pronti ad accoglierle nelle loro file, e in molti casi quindi dovettero nascere sindacati femminili, tra le lavoratrici del tabacco, dei colletti, della sartoria, degli ombrelli, del tessile, delle calzature, ecc.

Gli operai stavolta diedero il loro sostegno, aiutando nella pratica organizzativa, fornendo dirigenti e oratori, e anche con raccolta di fondi o scioperi di sostegno quando necessario; perché naturalmente i padroni, ben contenti di sborsare meno soldi per il lavoro femminile, divenivano furiosi quando le operaie osavano alzare la testa e pretendere condizioni meno dure. Anzi, la richiesta, sostenuta anche dagli operai maschi, era di uguale salario per uguale lavoro.

Questo atteggiamento positivo apparve fin dall’inizio anche all’interno della National Labor Union, che già alla Convenzione di Baltimora del 1866 promise sostegno alle “figlie del lavoro di questo Paese”. Due anni dopo una donna dirigente sindacale sarà eletta vice segretaria della Union. La cosa impressionò Marx, che scrisse a Kugelmann, il 12 dicembre 1868: «Un grande progresso si rivela nell’ultimo congresso della Labor Union americana, tra l’altro per il fatto che tratta i lavoratori di sesso femminile con piena parità, mentre gli inglesi, e assai più i galanti francesi, si macchiano a questo riguardo di uno spirito gretto. Chiunque conosca un po’ la storia sa anche che grandi rivolgimenti storici non sono possibili senza il fermento femminile. Il progresso sociale si può misurare con esattezza dalla posizione sociale del bel sesso (brutte comprese)».

Un tentativo di far accettare nella Union anche le organizzazioni per il suffragio non ebbe successo: non erano molti gli operai che erano pronti ad accettare la totale parità di diritti; inoltre, in effetti, si sarebbe trattato di un inquinamento politico di una organizzazione che doveva tenere uniti i proletari sul piano della lotta rivendicativa. Ma per altri versi le organizzazioni femminili trovarono nella National Labor Union un forte difensore, perlomeno finché e nella misura in cui fu forte. Il declino dell’Union lasciò le donne sole: nel 1873 le loro condizioni non erano migliori di quanto fossero dieci anni prima, e solo un paio di sindacati di mestiere nazionali le avevano accettate a pieno titolo, su circa trenta che allora esistevano. L’organizzazione sindacale delle operaie americane restava tutta da fare, e sarebbero occorsi ancora molti anni di dure lotte prima che nelle organizzazioni sindacali scomparisse qualsiasi separazione legata al sesso.
 

I lavoratori di colore

Alla fine della guerra il dilemma che tutti gli americani, ma soprattutto i proletari, dovevano affrontare era cosa sarebbe stato della popolazione di origine africana. Dopo una guerra sanguinosa, che si diceva combattuta per liberarli, qualcuno arrivò a suggerire che forse sarebbe stato più semplice ricondurli in schiavitù, per eliminare il problema, nella crisi postbellica, della loro improvvisa disponibilità sul mercato del lavoro. Altri proponevano di rispedirli in Africa; in effetti ne nacque un movimento per il “ritorno” che portò anche alla costituzione di un nuovo Stato sulle coste atlantiche dell’Africa, la Liberia, che ancora oggi vanta una bandiera a stelle, una, e strisce quasi identica a quella USA.

Ma, naturalmente, la borghesia nordamericana era ben lungi dal desiderare di perdere la ricca riserva di manodopera a basso prezzo costituita dai negri. Ancora questi al Nord erano presenti nelle fabbriche in piccoli numeri, ma al Sud costituivano la grande maggioranza del proletariato dell’industria, che, pur se embrionale, si concentrava soprattutto nelle città portuali e in qualche altro centro industriale, che si stava lentamente risollevando dopo le distruzioni della guerra e nonostante il boicottaggio del Nord. Esisteva quindi il problema del proletariato negro, non tanto per il padronato quanto per la classe operaia bianca, che ne temeva la concorrenza, come aveva temuto quella degli irlandesi, poi degli italiani e di tutte le ondate di emigrazione che si succederanno nel mezzo secolo successivo.

Anche i delegati al convegno di Baltimora della NLU erano divisi sull’atteggiamento da tenere nei confronti dei negri, tanto che Sylvis dovette intervenire: «Se riusciamo a convincerli a fare causa comune con noi (...) avremo un potere (...) che metterà in crisi Wall Street», e a chi voleva respingere le offerte di collaborazione che i negri avanzavano replicò: «La linea di demarcazione è fra sfruttatori e sfruttati, e non ci interessa se a subire un torto sia stata una povera vedovella, un meccanico bianco specializzato o un negro ignorante. Il capitale non rispetta nessuno, ed è nella natura delle cose che non si possa degradare una sola classe di lavoratori senza degradarle tutte».

Ma la Convenzione del 1866 non deliberò sulla questione, e ciò costrinse Sylvis a redigere con altri un appello indirizzato ai sindacalisti americani, pubblicato nel 1867 dalla NLU: «I negri sono quattro milioni e la maggior parte di essi lavorano con le loro mani, il che non si può affermare per altri popoli della terra in proporzione uguale. Possiamo permetterci di respingere le loro offerte di collaborazione e farceli nemici? Un tale atto di follia avrebbe per la causa dei lavoratori conseguenze più gravi di quelle che potrebbero derivare da tutti gli sforzi del capitale (...) Così i capitalisti del Nord e del Sud fomenterebbero discordie fra i bianchi e i negri e li scaglierebbero gli uni contro gli altri a seconda di quello che interessi e occasioni richiederebbero per mantenere la loro influenza e continuare il regno dell’oppressione».

Negli anni successivi, come vedremo, nonostante lodevoli tentativi di alcuni sindacati e dirigenti, il disaccordo tra i proletari bianchi sulla questione ostacolò la crescita dell’intero movimento sindacale, e le conseguenze si sentiranno per decenni.

Finita la Guerra Civile, i proletari di colore del Sud scoprirono che la loro appena acquistata libertà era ben poco diversa dalla perduta schiavitù. I proprietari delle piantagioni erano sempre i padroni, e ancora in vigore le vecchie restrizioni che limitavano i diritti dei negri “liberi”. Non andava meglio con i “carpetbaggers”, investitori rapaci venuti dal Nord per approfittare di vantaggiose condizioni per speculazioni e sfruttamento del lavoro. Anche se avevano accolto il Proclama di Emancipazione con esultanza, i negri del Sud, oltre ai diritti civili e politici, chiedevano una base materiale per la loro libertà: richiesta che si esemplificava nello slogan “40 acri e un mulo”; tanto sarebbe bastato, nelle condizioni economiche del tempo, per garantire la sopravvivenza a una famiglia. Una riforma agraria, insomma, che si poteva tranquillamente fare con le terre espropriate ai latifondisti, e che i Radicali repubblicani tentarono di realizzare nel periodo cosiddetto della “Ricostruzione”. Ma dopo pochi anni i Radicali persero la guida del partito, e i negri che riuscirono ad avere l’assegnazione di terra furono un’infima minoranza.

Il presidente Johnson, che era in contrasto con i Radicali, promulgò invece i black codes, i codici neri, che sostituivano gli slave codes, le vecchie leggi sugli schiavi, cui assomigliavano in modo impressionante. Questi codici limitavano il diritto dei neri di affittare terre, acquistare armi, muoversi liberamente; imposero tasse proibitive a chiunque di loro volesse iniziare attività autonome, soprattutto se non agricole; e consentirono ai padroni di prendere come “apprendisti” i figli degli ex schiavi che si mostrassero “inadatti” come genitori. I negri non potevano testimoniare in tribunale contro i bianchi; se abbandonavano il lavoro potevano essere messi in prigione per non aver rispettato il contratto; chi era trovato senza lavoro poteva essere arrestato e multato per $50. Chi non poteva pagare veniva “affittato” a chiunque nella contea potesse pagare la multa. I negri potevano anche essere multati per gesti ingiuriosi, mancato rispetto del coprifuoco, possesso di armi da fuoco. Insomma, si stabilì un controllo personale sui negri che non si poteva distinguere dalla schiavitù.

A difendere i negri, almeno in quegli anni, fu una parte della borghesia, il movimento abolizionista e appunto i Repubblicani Radicali, che rappresentavano la borghesia industriale e che, come abbiamo meglio spiegato altrove, si opponevano alla politica di Johnson. Essi però, prima di perdere il potere che detenevano in parlamento, riuscirono solo a far avere ai negri il diritto di voto, mentre la riforma agraria non passò perché anche al nord fu presa come un attacco alla proprietà privata, duro da accettare per i latifondisti anche repubblicani.

Il movimento operaio non ebbe un atteggiamento univoco: anche se la sua stampa spesso lodava le iniziative dei Radicali, le simpatia di gran parte degli operai andava ai democratici, tradizionalmente più vicini ai bisogni della classe. Ma i negri non erano disposti a dare il loro voto ai nemici dei Radicali Repubblicani, in quel momento gli unici a difenderli. Furono i Democratici ad avvantaggiarsi di questa situazione, fino a determinare la fine della Ricostruzione nel 1878.

Sul posto di lavoro l’atteggiamento operaio verso i negri fu anche peggiore, più o meno quello che si verifica tutte le volte che nella produzione affluiscono grandi numeri di lavoratori da altre parti del paese o dall’estero. La discriminazione arrivò al punto che alcuni sindacati ordinarono ai loro iscritti di rifiutarsi di lavorare insieme a negri. La questione si presentò alla convenzione del 1867, e ancora a quella dell’anno successivo. Nonostante i tentativi di evitarla, il fatto che nel frattempo gli operai negri fossero stati i protagonisti di dure battaglie sindacali, e che avessero formato delle organizzazioni a livello anche di Stato, fece sì che alla Convenzione del 1869 della NLU fosse adottata una Risoluzione per l’organizzazione degli operai negri. Ma nelle fabbriche la risoluzione ebbe poco effetto, e la discriminazione continuò. Non vedendo i loro interessi difesi nei fatti dalla NLU, gli operai di colore fondarono la National Colored Labor Union, che aveva come prospettiva politica il sostegno al partito Repubblicano, del quale divenne in breve una mera appendice tra i neri.

Entro pochi anni l’esercito che aveva presidiato il Sud sarebbe stato ritirato e inviato contro gli scioperanti del Nord in lotta contro la riduzione dei salari; i negri venivano così lasciati dipendere dai loro ex padroni: la conclusione del processo si ebbe nel 1877, durante la lotta per la presidenza tra Hayes e Tilden, quando in cambio del via libera per la presidenza i repubblicani lasciavano piena libertà ai democratici del Sud di trattare i negri come meglio credevano.
 

L’Internazionale

Un intenso rapporto tra il proletariato europeo e quello americano si era avuto sin dai tempi della Guerra Civile, quando, specialmente in Inghilterra, la classe operaia organizzata si era mobilitata a favore del Nord antischiavista. Sulla sponda americana i più attivi erano stati gli immigrati tedeschi, che avevano mantenuto contatti con la madrepatria.

Sylvis fu tra i dirigenti che compresero l’importanza del collegamento con l’Internazionale. Vi furono anche contatti per l’unione tra sindacati affini sulle due sponde dell’Atlantico. Sylvis chiedeva ai sindacati di informare gli operai desiderosi di espatriare che l’America non era quella che veniva presentata dai reclutatori; inoltre dovevano sapere che gli immigrati venivano quasi sempre utilizzati per boicottare gli scioperi.

Alle Convenzioni della NLU fu ripetutamente portata la proposta di adesione della stessa all’Internazionale, ma la decisione fu sempre rimandata. Anche in quella del 1870, dopo che l’inviato tornato dall’Europa, Cameron, ebbe fatto il suo rapporto, la conclusione fu che il programma dell’Internazionale era troppo avanzato (ma forse si intendeva troppo rivoluzionario) per gli USA. Mentre in Europa tale programma era inevitabile a causa del dispotismo prevalente, in America i problemi non risiedevano, si diceva, nel tipo di governo, bensì nella cattiva amministrazione; sarebbe bastata «la corretta amministrazione dei principi fondamentali sui quali è basato il governo». Ecco che emerge la convinzione tutta americana di essere in un paese speciale, una specie di terra promessa, e loro il popolo eletto; una convinzione che ancor oggi è fatta trapelare a tutti i livelli della società, e che ne costituisce il peggior veleno ideologico.

Anche Sylvis, ormai defunto da un anno, aveva riconosciuto una differenza di condizioni fra gli operai dei due continenti. Ma sapeva anche che «la guerra della povertà contro la ricchezza» era la stessa in tutto il mondo, e che le proposte dell’Internazionale per la cooperazione con la NLU erano basate su questioni che riguardavano gli operai americani tanto quanto quelli europei. Ciò nonostante, e nonostante ripetute dichiarazioni di intenti, l’adesione all’Internazionale non sarà mai approvata.

Ma non c’era solo la NLU. Sezioni dell’Internazionale furono fondate in diverse città; la prima adesione, nel 1867, fu quella del Communist Club di New York, fondato nel 1857 da Sorge e altri. Le sezioni invitarono le organizzazioni operaie, i sindacati, a affiliarsi a loro volta, ma l’invito non ebbe grande successo. Maggior seguito tra i riformatori borghesi, un fatto che creò solo problemi all’interno delle sezioni: Sorge in persona dovette adoperarsi per l’espulsione di sezioni che si occupavano solo di suffragio per le donne, libero amore, socialismo da conquistare con un referendum, e simili amenità. Peraltro in quegli anni le sezioni americane furono molto attive nel sostenere la lotta degli irlandesi contro l’occupazione inglese e in appoggio alla Comune di Parigi e, dopo la sua sconfitta, ai comunardi perseguitati. Queste lotte videro aderire nelle manifestazioni anche operai di colore. Nel ’73 le sezioni dell’Internazionale furono attive anche nelle lotte dei disoccupati.

Così, pur se marginalmente, l’Internazionale fece sentire la sua presenza all’interno della classe operaia, in quegli anni che preludevano a una nuova crisi e alla successiva depressione. Quello che non avvenne, e che sarà sempre il problema della classe operaia americana, fu la saldatura tra la coscienza politica rivoluzionaria e la forza operaia più o meno organizzata in strutture sindacali: l’opportunismo emanante dalla piccola borghesia fu anche in quello svolto capace di impedire tale saldatura, come era riuscito a tenere a lungo separati negri, donne e non specializzati dai ranghi organizzati del proletariato di fabbrica.
 

La lunga depressione

Grazie all’attività sindacale i salari reali, nonostante la depressione seguita alla Guerra Civile, erano cresciuti nel periodo 1865-73; e così era stato per l’occupazione. Il fallimento della banca Jay Cooke nel settembre 1873 suonò a morto non solo per la borghesia, che vide sfasciarsi in breve il suo sistema del credito (crollò il mercato azionario, la borsa valori chiuse i battenti e entro la fine dell’anno si ebbero ben 5.183 fallimenti), ma anche e soprattutto per il proletariato, che avrebbe pagato il prezzo più alto nonostante, naturalmente, non avesse alcuna responsabilità nella totale anarchia del sistema produttivo.

La conseguenza più immediata fu la disoccupazione: già alla fine del 1873 il 25% della forza lavoro era disoccupata. La situazione sarebbe rimasta molto triste fino al 1878, quando ancora il 20% era permanentemente disoccupato, il 40% lavorava per non più di 6-7 mesi l’anno, e solo il 20% era al lavoro in modo regolare, ma con i salari tagliati fino al 45%, spesso poco più di un dollaro a giorno.

Pochi sindacati riuscirono a reggere l’impatto dell’uragano che si era scatenato: dei 30 sindacati nazionali ne erano sopravvissuti nel 1877, a ranghi estremamente ridotti, solo 8 o 9. I padroni, in una posizione di forza, fecero ricorso a tutti i vecchi sistemi per stroncare la combattività operaia. Serrate, liste nere, processi, contratti “cane giallo”, tutto andava bene pur di spezzare organizzazioni e orgoglio dei proletari, e imporre le loro condizioni, in genere un ritorno al più spietato passato. Il sindacalista era oggetto di una specie di caccia alla volpe, e una volta scoperto destinato alla più cupa miseria.

Vi furono eccezioni, sindacati che resistettero, o che addirittura si rafforzarono, grazie a una posizione migliore nel processo produttivo; così i lavoratori di ferro e acciaio si unirono nella Amalgamated Iron and Steel Workers Union. Un’altra categoria che fiorì fu quella dei minatori. Ma rimasero eccezioni in un panorama di desolazione sociale. Fino al 1878, quando i Knights of Labor acquisirono una rilevanza nazionale, non vi fu nessuna organizzazione nazionale capace di coordinare i pochi casi di combattività operaia, che pure non mancarono.

Anche chi lavorava, quindi, non se la passava bene: nell’industria tessile i salari crollarono del 45%, similmente fu per i ferrovieri e per tutte le categorie, anche se i dati ufficiali sono sporadici. Anche perché spesso non esisteva un salario concordato, ognuno si vendeva singolarmente al padrone, che stabiliva, “prendere o lasciare”, il salario che riteneva appropriato, cioè il più basso sopportabile. Vero è che si ebbe anche un certo abbassamento dei prezzi dei prodotti essenziali, e i salari reali scesero meno delle cifre dette sopra, ma la tragedia comprendeva anche masse enormi di disoccupati, nel migliore dei casi dipendenti da chi aveva la fortuna di lavorare. Gli altri invece si dibattevano nella miseria più nera. A New York, per esempio, nei primi tre mesi del 1874, furono registrati 90.000 operai homeless, senza casa (fenomeno lungi dall’essere scomparso dalle strade dell’opulenta America di oggi); venivano chiamati revolvers, perché entravano e uscivano, per dormire soltanto, stipati come animali, in speciali edifici, nei quali però erano accettati solo per uno o due giorni al mese. Eppure anche questa miserabile carità era giudicata dai borghesi «troppo generosa», perché poteva «indebolire l’indipendenza del carattere e ridurre la fiducia nelle proprie risorse»; l’intero affare, concludeva un giornale «è del tutto comunista». Evidentemente lo spettro che si aggirava per l’Europa aveva preso ad alitare anche sul collo della borghesia yankee.

Certo, c’era l’alternativa di andare ad Ovest. Ma come? A fare cosa? Per quanto modeste fossero le prospettive, ci voleva un piccolo capitale per il viaggio, per gli animali e per gli attrezzi, ammesso che si fosse trovata la terra gratis, dopo l’accaparramento di territori sterminati da parte delle società ferroviarie, e le prime distribuzioni degli anni precedenti in base all’Homestead Act. Inoltre l’operaio di fabbrica non sapeva niente di agricoltura. Andare a Ovest a cercare lavoro da operaio si rivelò inutile, perché le opportunità erano molto inferiori all’offerta di manodopera, anche nelle città dell’Ovest più vicino, come Chicago, St. Louis o Cincinnati. Il resto era un mondo agricolo. Molti invece si rivolsero all’altra direzione, proprio la vecchia Europa, o il sudamerica. Nel 1878 una nave diretta in sudamerica affondò con il suo carico di emigranti dagli Stati Uniti; un’ora dopo che la notizia ebbe raggiunto Philadelphia c’era già una folla di disoccupati a chiedere il posto degli operai appena annegati. In questa situazione, una proposta di un prestito in aiuto a famiglie di disoccupati per occupare e coltivare terre pubbliche fu affossata al Congresso in quanto troppo comunista. Un giornale scrisse: «I nostri operai si devono rassegnare a non stare meglio dei loro equivalenti d’Europa. Devono essere contenti di lavorare per salari bassi... In tal modo si avvicineranno a quella condizione nella vita che il Signore si è compiaciuto di assegnare loro».
 

(Continua al prossimo numero)

 
 
 
 
 
 
 
 


IL SINDACATO IN ITALIA DOPO IL 1945

Capitolo esposto a Firenze nel gennaio 2009.

(Continua dal numero scorso)
 

Pubblichiamo qui le Tesi sulla politica sindacale del partito presentate per la discussione al convegno nazionale, pubblicate in Battaglia Comunista n. 17 del novembre 1945, prova del predisporsi di quei nostri compagni ad intervenire all’interno delle lotte difensive della classe e dello sforzo di ricerca di un chiaro e univoco impianto dottrinario a guida necessaria in quel compito cardinale. Nel nostro partito l’indirizzo di allora – circa una questione non facile e che altre volte definimmo “spinosa” – è rimasto poi, nella sostanza, invariato.

Alla luce di successivi affinamenti nella definizione del giusto atteggiamento comunista nei confronti dei sindacati in quel difficile svolto – che mostrava situazioni in parte diverse da quelle già sperimentate dal nostro movimento – siamo oggi però in grado di avvertire una certa insufficienza in alcune formulazioni di allora.

La denominazione “organizzazioni di massa” appare chiaramente troppo ampia, rispetto anche alle intenzioni dei compagni che avevano steso le Tesi, né ne corrisponde al titolo. È preferibile però affermare che il partito, come farà nelle Tesi Caratteristiche del 1951, si attende la presenza fra sé e la classe di “sindacati”, ovvero “organizzazioni a fine economico immediato”. Sono escluse invece dalla sua prospettiva le organizzazioni che prevedano “l’obbligo di professare date opinioni politiche religiose e sociali”, come si suol dire, di tipo “politico”.

Riguardo poi la forma di queste organizzazioni, se è vero che “nell’avvenire potranno assumere anche aspetti del tutto nuovi, dopo i tipi ben noti di lega di mestiere, sindacato d’industria, consiglio di azienda e così via”, tuttavia il partito, anche “nei periodi sfavorevoli e di passività della classe proletaria”, si dà il compito di “prevedere le forme” che assumeranno “le organizzazioni a fine economico per la lotta immediata”.

Inoltre, riguardo alla giusta osservazione del nuovo carattere che i sindacati assumono nel tardo capitalismo imperialista, è da tener presente il fatto che “già il riformismo tendeva ad incastrare il sindacato nella impalcatura statale. Parlava da decenni di sindacato giuridico. Il rapporto di classe tra padrone e salariato si è spostato sul piano del diritto pubblico. Nulla da fare né da rimpiangere”, leggiamo nella corrispondenza del partito che nel 1945 veniva a commentare la pubblicazione di queste Tesi.

Nelle Tesi, infine, alcune formulazioni appaiono influenzate della contingenza, la fine del fascismo e della guerra. Non è corretto infatti affermare che “la economia di guerra sta per cedere il posto alla economia di pace. Invece la nuova economia monopolistica del capitalismo nella ricostruzione progressivamente si afferma come in guerra anche in pace. Le necessità di guerra, in economia e politica, sono soprattutto un armamentario propagandistico”.

Nemmeno corrisponde alla realtà storica che “il capitalismo si è dimostrato assolutamente incapace di soddisfare le esigenze minime proletarie”. Tantomeno sotto le forme di governo fascista e nazista: “Il tipo di economia fascista cerca e riesce a soddisfare bene le esigenze economiche minime. Il fascismo è il logico continuatore del riformismo in tutti i campi. Lo stacco è nella tecnica della violenza di classe, che dalla forma celata virtuale passa a quella palese attuale”.

Merito invece delle Tesi è aver risolutamente affermato:
- il principio che i comunisti mai abbandonano la classe in lotta e non escono volontariamente dai sindacati;
- la norma che i comunisti non sono fautori della scissione dei sindacati;
- è rigettata ogni collaborazione nella conduzione delle aziende e nella ricostruzione del paese;
- subordinazione della Frazione sindacale e dei Gruppi di fabbrica esclusivamente alla disciplina del partito;
- rivendicazione della intenzione della Frazione comunista a militare e a svolgere la sua opera nella CGIL e a battersi per continuare a farlo;
- rifiuto della possibilità di blocco con le “sinistre sindacali” e della lotta alla burocrazia sindacale presa in sé;
- anticipazione della doppia prospettiva, ovvero sia la eventualità della riconquista della CGIL da parte di un rinato moto difensivo operaio sia quella del darsi la classe una nuova organizzazione, anche di forma diversa, ma sempre di tipo economico-sindacale.

Il fenomeno del sindacati “organati nello Stato” oggi ancora ingombra la lotta operaia che si trova a fare i conti col tradimento e gli inganni di quegli stessi apparati. Le Tesi del 1945 sono quindi una chiara dimostrazione di come il partito sentisse fin dalla sua ricostituzione la fondamentale necessità del suo protendersi verso le lotte operaie e costituiscono un materiale da cui trarre confronti ed insegnamenti per la sempre migliore precisazione delle sue direttive alla classe che si inquadra e si mobilita all’interno dei sindacati.
 
 
 

Le Tesi sulla politica sindacale del Partito
presentate per la discussione al Convegno Nazionale
Battaglia Comunista”, n.17, 19 novembre 1945

Premessa

Esiste oggi un fatto controllabile da tutti, ed è che, nella fase monopolistica ed imperialistica del capitalismo, i partiti pseudo-proletari hanno potuto imprimere al sindacato operaio una trasformazione dei suoi principi costitutivi e della sua prassi, trasformazione che lo porta irrimediabilmente ad identificarsi con le esigenze della conservazione di classe del capitalismo e conseguentemente lo mette in aperta opposizione non solo con gli interessi finali del proletariato ma anche con le sue minime rivendicazioni parziali.

Questa trasformazione dell’organizzazione sindacale non è arbitraria, cioè voluta dalla malvagità o dall’insipienza di un gruppo determinato di uomini, ma è la risultante della conclusione di un determinato ciclo storico del capitalismo e di una lunga serie di sconfitte proletarie.

Le grandiose battaglie condotte dalle prime organizzazioni di massa del proletariato, che ci riconducono all’epoca dell’affermarsi del capitalismo a classe dominante della società, si risolsero in altrettante sconfitte storicamente spiegatissime.

La nuova fase che si apriva era quella del pacifico sviluppo del capitalismo: allora le lotte del proletariato avevano carattere nettamente economico, erano cioè rivolte alla conquista di migliori condizioni di vita; e questa era anche la fase delle riforme sociali preludenti i primi tentativi revisionistici dei principi fondamentali del marxismo.

Chiusasi questa fase, per il crescente sviluppo dell’apparato produttivo e il formarsi di trust e dei monopoli, il capitalismo entra nella sua fase imperialistica, caratterizzata da un progressivo accentramento anche sul piano politico; da questo momento la lotta di classe del proletariato assume forme più nette di opposizione al vigente regime di produzione, e gradualmente sempre più vasti strati di masse si spostano sul piano della lotta politica.

La politica delle sinistre marxiste militanti nei partiti della II Internazionale s’informa allora al principio della lotta di frazione così nei partiti politici come nei sindacati per la conquista delle leve di comando detenute fin dal periodo precedente dalle correnti opportuniste e collaborazioniste. Sarà questa, dopo la prima guerra mondiale e la vittoria rivoluzionaria in Russia, la linea di condotta di tutti i partiti comunisti della nuova Internazionale

L’esperienza ha dimostrato in maniera inequivocabile che questa tattica, se era ancora possibile per la relativa indipendenza dei sindacati dallo Stato, non ha però dato i risultati che perseguiva; con ciò si vuol dire che, nel corso della crisi generale del capitalismo nell’altro dopoguerra, la multiforme attività svolta dai comunisti in tutte le organizzazioni di massa del proletariato, e in situazioni eccezionalmente favorevoli, non ha portato al defenestramento delle burocrazie sindacali, palesemente legate ad interessi estranei a quelli del proletariato. Col riflusso dell’ondata rivoluzionaria e col conseguente riconsolidamento della struttura capitalistica verso forme d’accentramento monopolistico sia sul piano economico che su quello politico, qui con la violenza, là mediante la più raffinata corruzione, i sindacati sono stati agganciati in maniera estremamente palese allo Stato capitalista fino a divenire, in questa fase di falsa rinascita, organi sussidiari del medesimo.

Di fronte a quest’innegabile realtà, una prima conclusione si impone: l’atteggiamento del partito di classe nei confronti degli attuali organismi di massa (sindacati) non può formalizzarsi in una posizione tattica sotto vari aspetti superata, isterilendosi nel tentativo di conquistare dall’interno le leve di comando dell’attuale Confederazione Generale del Lavoro.

La posizione del Partito nei confronti degli organismi di massa e delle lotte rivendicative del proletariato è così sintetizzata:
 

Partito e organizzazioni di massa

1) Nell’epoca in cui le situazioni si orientano verso il duello delle classi antagonistiche della società e lo sbocco nell’opposizione guerra-rivoluzione, i caratteri centrali dell’evoluzione politica sono:
     a) l’esercizio della violenza, dapprima illegale, poi legalizzata dello Stato, e l’eliminazione della più elementare organizzazione classista (fascismo, sindacati di Stato) nei paesi ove la disfatta rivoluzionaria offre le condizioni per l’assalto frontale della classe borghese contro il proletariato (Italia, Germania);
     b) il controllo progressivo dello Stato – attraverso la sinistra borghese, socialdemocratica prima, socialcentrista poi – sui sindacati operai, nei paesi in cui la disfatta rivoluzionaria non si è verificata, ma dove tuttavia un inesorabile sviluppo delle situazioni convergeva verso lo sbocco della guerra imperialistica. In tali paesi, benché nel processo delle lotte sociali il sindacato non possa presentarsi nella sua specifica funzione classista (e questo a causa della dirigenza del sindacato), la minoranza rivoluzionaria, seppur privata d’ogni possibilità di sviluppo, non è tuttavia espulsa con la violenza poliziesca dall’organizzazione sindacale;
     c) l’intervento dello Stato, inquadrante le organizzazioni sindacali, nella situazione storica caratterizzata dalla fine del conflitto imperialistico mondiale e dall’ipotesi di una vittoria rivoluzionaria quale conclusione alle inevitabili agitazioni proletarie. In questa situazione (che è quella in cui attualmente viviamo) mancano le condizioni obiettive sia per un raddrizzamento del sindacato attraverso una lotta della frazione comunista nel suo seno, sia per la conquista del sindacato alla politica del Partito Comunista Internazionalista.

L’eventuale ritorno del sindacato alle sue basi di classe non può risultare che dal riflesso nel suo seno dell’imperversare della lotta di classe.

2) Nel momento attuale, inquadrato nell’epoca storica in cui viviamo, l’organizzazione di massa non risulta dall’iniziativa della minoranza comunista internazionalista, ma è imposta dallo sviluppo stesso delle situazioni. Il C.L.N. ed i partiti che lo compongono, espressione diretta della classe borghese, hanno potuto assicurarsi la direzione della Confederazione Generale del Lavoro ed organarla nello Stato per il fatto che il corso della situazione nazionale e internazionale non era immediatamente diretto verso lo sbocco rivoluzionario.

In tale situazione, e in corrispondenza con l’impostarsi di un’antitesi di classe fra i partiti borghesi dirigenti i sindacati e gli interessi immediati e finali delle masse, può aprirsi la prospettiva di una crescente diserzione dei lavoratori dalle organizzazioni sindacali e di un progressivo e globale orientamento delle masse verso un’altra forma della loro organizzazione elementare (per esempio i Consigli di Fabbrica).

Il P. C. Int. non solleva tuttavia un’alternativa formale di etichetta dell’organizzazione di massa, ma assicura la continuità di questa organizzazione nella doppia ipotesi ch’essa si affermi sul fronte della permanenza della C.G.d.L. o su quello del prorompere delle masse in un altro tipo di organizzazione. Il conflitto non è, ad esempio fra la C.G.d.L. e gli eventuali Consigli di Fabbrica, ma fra il possibile successo capitalista di far servire la C.G.d.L. alla sconfitta dell’insurrezione proletaria e la possibilità che – in una situazione più avanzata – i Consigli di Fabbrica si rivelino suscettibili di favorire l’evoluzione vittoriosa verso lo sbocco rivoluzionario.

In quest’ultima eventualità, i Consigli di Fabbrica uscirebbero dai quadri ristretti del particolarismo d’azienda e di professione, al quale in circostanze normali sono inevitabilmente condannati (e che giustifica la critica della Sinistra Italiana all’”ordinovismo”) e sarebbero portati dalla nuova situazione a diventare l’arena in cui si verificherebbe l’urto di classe fra il Partito Comunista Internazionalista, mirante alla distruzione dello Stato capitalista ed alla fondazione del potere rivoluzionario, e tutti i partiti borghesi confluenti verso la vittoria della controrivoluzione.

3) La “forma” dell’organizzazione di massa è l’espressione della contingenza politica. Il problema che si pone al Partito di classe non è pertanto quello della forma dell’organizzazione, ma quello della concentrazione delle lotte operaie. In conseguenza, il Partito agirà in ogni contingenza per far confluire queste lotte verso la forma d’organizzazione di massa data obiettivamente dalla situazione, puntando da una parte sui suoi organi di fabbrica e dall’altra sulle sue frazioni sindacali per mobilitare le masse sul terreno della lotta di classe.

L’elevarsi della tensione rivoluzionaria porterà con sé indubbiamente un corrispondente elevarsi degli obiettivi del proletariato dalle lotte parziali alla lotta finale, ma può non comportare il passaggio della C.G.d.L. dalla attuale posizione di addentellato dallo Stato capitalistico a strumento di massa per la lotta per la conquista del potere. Nell’ipotesi in cui gli avvenimenti ponessero allora i Consigli di Fabbrica od altra forma di organizzazione quale strumento di massa per la lotta per la conquista del potere, il Partito si orienterà decisamente verso questi organismi. Nelle due ipotesi, il Partito resterà solidissimamente ancorato al principio dell’unitarietà dell’organismo di massa e combatterà ogni iniziativa scissionista. Nell’eventuale fase transitoria dall’una all’altra forma d’organizzazione di massa, il Partito si farà dettare l’atteggiamento da tenere nei confronti di un’eventuale liquidazione della C.G.d.L. unicamente dall’analisi della situazione e dagli obiettivi di lotta che per il proletariato ne discendono.

4) Il problema della distruzione dello Stato capitalista è d’ordine essenziale e politico (risultante cioè dall’opposizione alla classe capitalistica nel suo complesso) e non d’ordine secondario di opposizione alla burocrazia sindacale. Esso è altresì non graduale, non episodico ma progressista. Il passo verso questa distruzione è dato da quell’avanzare delle posizioni di classe del proletariato che si esprime nell’elevarsi della sua coscienza rivoluzionaria, non da una pura riforma sindacale consistente nello sganciare dal controllo dello Stato questa o quella maglia dell’organismo di massa.

Le Commissioni Interne si ricollegano oggi manifestamente allo Stato attraverso la burocrazia confederale. Il Partito auspica la loro liberazione dal controllo nemico, ma ne vede la possibilità concreta solo nel progredire della lotta proletaria, e si rifiuta di identificare il processo della loro emancipazione con la preliminare dissociazione dei loro legami attuali con l’organizzazione sindacale. Il Partito ha sempre di mira non solo l’unitarietà, ma altresì – malgrado la confusione propria dell’eventuale fase di transizione – l’unicità dell’organizzazione di massa, inquadrante tutti i settori del suo impalcamento.

In conseguenza, nel momento attuale, ferme restando le considerazioni svolte più sopra sull’eventuale apparizione di un’altra forma d’organizzazione di massa, il Partito non si concentra in un’azione che si formalizzi nel tentativo di slegare le Commissioni Interne dal sindacato per farne un’organizzazione particolare. Esso approfitta della pressione che le Commissioni Interne possono esercitare sul processo delle lotte di classe, per orientare queste ultime verso uno sviluppo che le sposti dalla fabbrica e le sollevi sul piano della loro estensione e concentrazione nazionale in concordanza con lo sviluppo della situazione internazionale.

I gruppi comunisti di fabbrica, altrettanto saldamente collegati al Partito quanto le frazioni sindacali del Partito stesso, confluiscono nell’azione concorde che tende a favorire lo sbalzo innanzi della classe sulla linea della spinta offensiva delle masse lavoratrici.

In tutti gli organi sindacali, centrali o periferici, il Partito combatte il controllo esercitato su di essi dai C.L.N.
 

Il Partito e le rivendicazioni parziali

5) L’Internazionale Comunista, dopo la prima guerra mondiale, sollevò la tesi dell’urto esistente – nella fase decadente del capitalismo – fra il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e le necessità della evoluzione dell’economia capitalistica. Quest’evoluzione è, infatti, dominata da un forsennato sviluppo delle forze di produzione, che richiede un tasso elevatissimo dell’accumulazione capitalistica e quindi dello sfruttamento delle classi lavoratrici.

Questa tesi dell’Internazionale Comunista è stata pienamente confermata dalle situazioni intercorrenti fra la prima e la seconda guerra imperialistica mondiale. Indipendentemente dall’evolversi di passeggere ed inoperanti contingenze fugaci, il capitalismo si è dimostrato assolutamente incapace di soddisfare le minime esigenze dei lavoratori e di risolvere i problemi di una gigantesca disoccupazione. D’altra parte, la borghesia, se ha potuto ristabilire un provvisorio equilibrio nella vita della sua economia, lo ha potuto unicamente in virtù dell’istituzione di un’economia di guerra in tutti i paesi e dell’inevitabile sbocco di quest’economia nel massacro dei proletari di tutto il mondo.

Per quanto concerne l’Italia, il punto finale della controversia sulla possibilità o meno del capitalismo di accedere ad un miglioramento effettivo delle condizioni di vita dei lavoratori, è stato dato dal fascismo e dai salari di fame ch’esso impose, dopo che le battaglie rivendicative del 1919-20 non si erano concluse con la maturazione della coscienza del proletariato in vista del trionfo della rivoluzione comunista.

Considerato astrattamente il problema del trapasso dal fascismo e dalla guerra ad un regime democratico e all’economia di pace, si potrebbe dedurne la conclusione che il capitalismo passi ad un’offensiva campale contro le rivendicazioni parziali, siano esse pur minime, in forza della logica surricordata dell’evoluzione dell’economia capitalistica nella sua fase discendente. Considerato invece questo problema dal punto di vista sociale e reale, si constata: 1) l’impossibilità da parte del capitalismo di evitare le agitazioni operaie conseguenti alla guerra; 2) il piano capitalista di spingere in un vicolo cieco questo inevitabili agitazioni.

L’alternativa non si pone dunque fra la lotta per le rivendicazioni immediate e la loro negazione da parte del capitalismo, fra l’impossibile miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e l’eventuale successo delle lotte parziali, ma fra il piano capitalista di disgregare il fronte proletario attraverso una diarrea di inconcludenti movimenti parziali (anche se coronati da un successo senza avvenire) e il piano del Partito di classe che inquadra tutte le lotte parziali in un insieme di postulati di lotta, comuni a tutte le categorie dei lavoratori dei campi e delle officine e diretti verso la meta finale della conquista del potere politico. Questo piano è il solo suscettibile di dare scacco alla manovra nemica di ricostruire la società dello sfruttamento capitalistico. L’elevazione della lotta parziale alla fase politica superiore è concepita attraverso l’organamento di queste lotte parziali in un sistema di parole d’ordine che, prendendo le mosse dallo stesso campo economico, determina l’urto con lo Stato capitalista, aprendo il processo reale della sua distruzione.

Le rivendicazioni salariali non devono riflettere la necessità della ricostruzione della società capitalistica, ma orientarsi progressivamente verso le possibilità effettive consentite dall’alto sviluppo della tecnica di produzione. Tutte le proposte di “controllo della produzione” e di costituzione di “consigli di gestione”, tutte le iniziative che oscurino sia pur minimamente la visione netta dell’aspro e inconciliabile urto di classe fra proletariato e borghesia, saranno combattute con la più spietata decisione.

Sia nel campo salariale che in quello dell’assunzione della mano d’opera e dei licenziamenti e, infine, in quello del regime interno dalla fabbrica, il Partito sospinge verso le soluzioni che, mettendo sempre più a nudo l’antagonismo fra le classi, portano gli organismi proletari a non mai “compartecipare” col padronato o lo Stato, a sempre registrare, fissare e fare rispettare le posizioni di forza raggiunte dalla classe lavoratrice.
 

Azione del Partito negli organismi di massa

6) La posizione di collaborazione governativa assunta dai partiti borghesi alla testa della C.G.d.L. e la loro funzione di pernio della ricostruzione dell’economia capitalistica escludono per principio ogni possibilità di politica di fronte unico da parte del Partito di classe.

La falsa base costitutiva della C.G.d.L. e l’inevitabile propagarsi delle opposizioni in seno al sindacato offrono tuttavia l’occasione ad una azione convergente del Comitato sindacale del Partito e d’altre correnti sorte o nel campo sindacale o nel sindacato per riflesso delle inevitabili crisi dei partiti controrivoluzionari. I punti sui quali quest’azione potrà essere impostata sono i seguenti:
     a) restituzione del principio della lotta di classe agli statuti e alla vita della C.G.d.L. e conseguente esclusione da quest’ultima di tutti i partiti e correnti non basati sui principi della lotta di classe;
     b) azione parallela nel campo internazionale, tendente alla ricostruzione delle Federazioni Internazionali d’industria e della centrale sindacale mondiale;
     c) esclusione dei sindacati di Stato dall’organizzazione internazionale qualunque sia l’etichetta dello Stato in questione e la forma giuridica della proprietà ivi vigente; e conseguente rottura con essi da parte della C.G.d.L.

Il Partito respinge l’idea di promuovere e di partecipare a blocchi di “sinistre sindacali” sorte non dall’opposizione di classe del proletariato al capitalismo, ma unicamente dell’opposizione alla burocrazia sindacale per sé presa.

Il Partito combatte le liste bloccate imposte dalla direzione confederale perché sanzionano un monopolio dell’organizzazione volto ad impedire l’affermazione e lo sviluppo del Partito di classe.

Il Partito rivendica il principio dell’omogeneità politica degli organismi direttivi, concomitante però col diritto legalmente riconosciuto a tutte le tendenze nel seno del sindacato di lottare attraverso la rete delle loro frazioni sindacali per le proprie specifiche concezioni generali.

Provvisoriamente, e tenuto conto del fatto che attualmente si assiste ad una fase di ricostruzione del movimento sindacale, il Partito accetta di partecipare ai comitati direttivi sindacali in unione con rappresentanti di partiti borghesi.

Il Partito si dirige tuttavia verso la presentazione di liste omogenee che si inquadrino solidamente ed organicamente con la sua politica generale, tendente al trionfo della rivoluzione comunista, in stretta concomitanza con l’evolvere della situazione internazionale.

(Continua al prossimo numero)

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Il Marxismo e la Questione Militare

Capitolo esposto alla riunione di Torino nel maggio 2008.
 
 

Parte seconda
(Continua dal numero scorso)
 

B) Il Medioevo in Europa - La monarchia assoluta

12. Il capitale mercantile

Sempre illustrando il meccanismo dialettico col quale si muovono economia e violenza, con quest’ultima, in ultima istanza, sempre al servizio della prima, continuiamo questo rapido volo attraverso la storia della società feudale nella quale, per altro, il fattore violenza, e il fatto militare inteso in senso lato, hanno svolto un ruolo essenziale nello sviluppo delle forze produttive.

Nell’esame siamo giunti al momento in cui la produzione capitalistica è ormai nata nel seno del regime feudale. La produzione, tanto in campagna quanto in città, era cresciuta abbastanza ed una certa eccedenza sui bisogni del consumo poteva essere immessa nello scambio. In altri termini, i prodotti avevano in gran parte acquistato già il carattere di merci, e la moneta aveva percorso buona parte del suo cammino penetrando nelle campagne e dissolvendo i rapporti economici e sociali più antichi. La figura del mercante va crescendo d’importanza rispetto ai chierici e ai feudatari. L’attività degli uomini d’affari delle repubbliche marinare, di altre città italiane e della Lega Anseatica aveva portato all’accumulazione di un capitale finanziario di notevole entità. Alla produzione semplice delle merci si andava sostituendo quella manifatturiera, e la ricchezza espressa nel comando sul lavoro dei servi si andava sempre più trasformando in tesoro di masse di prodotti e di moneta. In breve, la potenza rivoluzionaria dei secoli XIV e XV era sorta: era apparso il capitale mercantile.

Ma il frazionamento feudale costituiva un enorme ostacolo al suo sviluppo ed alla formazione di mercati più larghi. Occorreva una forza politica e militare che servisse il capitale in questa fase di sviluppo. Ed essa si trovò nella monarchia. Appoggiandosi agli elementi borghesi delle città questa ingaggerà una lunga ed aspra lotta contro ogni potere feudale, e nel corso di essa trasformerà se stessa. Ecco come lo descrive Mehring, nel testo citato: «Il commercio ha sempre più bisogno di un comando militare e di un esercito il quale, dato il carattere del potere economico che doveva servire, veniva a servizio dietro pagamento, un esercito mercenario di contro alla cavalleria feudale (...) Insomma l’accentramento di tutti gli strumenti amministrativi e militari in una sola mano, l’assolutismo di un principe, diventa una necessità economica».

Questo esercito doveva essere usato contro i nemici interni, quali le bande di briganti che infestavano campagne e strade commerciali e contro quei nobilucci feudali che, con dazi e gabelle varie, solevano impossessarsi dei guadagni del commercio ostacolandone e rendendone più difficoltoso lo sviluppo. Doveva inoltre essere usato contro le forze straniere che dall’esterno appoggiavano la reazione. L’insicurezza dei lunghi viaggi attraverso l’Europa di merci pregiate e di masse di denaro necessarie al nascente capitale commerciale fece sì che banchieri e commercianti regolassero i loro conti riducendo al minimo il trasferimento reale della moneta, sostituita man mano per i loro affari con lettere di credito e di cambio che certificavano l’esistenza presso il banchiere di una certa somma di denaro contante. Già Marco Polo aveva esibito all’incredulo senato veneziano titoli di credito cinesi: fogli di carta di riso del valore equivalente a determinate quantità di piastre d’argento.

Grazie all’alleanza con le forze produttive moderne, la monarchia poté disporre di una tecnica militare più efficiente e di armi da fuoco: artiglieria, moschetti, ecc. Naturalmente, le forze militari e le campagne di guerra in cui esse venivano impegnate costavano molto denaro, e questo non sempre veniva fornito a sufficienza e a tempo dai ceti arricchiti con le nuove attività produttive: di qui il procedere della lotta antifeudale fra avanzate e rinculi. Ma pur fra mille difficoltà, la monarchia si rafforzava ed alla fine trionferà divenendo forza egemonica, cioè assoluta.

Prima di tutto occorse lottare contro Chiesa e Papato e sottometterli: la cosiddetta Cattività avignonese (1305-1378) ed il conseguente Grande scisma d’Occidente (1378-1417) furono appunto il risultato della lotta che la monarchia francese condusse contro il Papato e che agevolò la costituzione delle Chiese nazionali, come quella anglicana a servizio della corona inglese. A sua volta, la Santa Inquisizione di Spagna non fu che uno strumento di polizia del potere regale della nuova nazione sorta in seguito alle secolari lotte di “reconquista” contro i Mori, conclusasi nel 1492 grazie allo sforzo congiunto delle due monarchie di Castiglia e d’Aragona, poi fusesi.

La monarchia francese dovette pure affrontare la lunga e grave crisi della Guerra dei Cento anni (1337-1453, interrotta a lungo da una terribile pestilenza che devastò tutta l’Europa) per scacciare le forze straniere d’Inghilterra. Questa inizia con le vittorie della fanteria di arcieri inglese sulla cavalleria francese: l’Inghilterra dispone di un ben addestrato esercito nazionale, mentre la Francia può contare solo sulle forze indisciplinate dei vassalli e sulle scarse milizie cittadine. L’ultima tappa con la quale si può considerare consolidata la monarchia francese e, con Luigi XI, avviata verso l’assolutismo, fu quella che le permise di abbattere la potenza militare di Carlo il Temerario, duca di Borgogna (battaglia di Nancy, 1477).

Ritiratasi dalla Francia, la monarchia inglese poté concentrare i suoi sforzi offensivi contro la feudalità interna e, nella Guerra delle due Rose (1455-1485), ne indebolì le opposte fazioni. L’ascesa al trono della forte dinastia dei Tudor poté poi iniziare l’assolutismo monarchico, che con la “vergine” Elisabetta sarà portato al maggior trionfo.

Anche nei paesi scandinavi, Svezia soprattutto, in Polonia ed in Russia, sarà la monarchia a lottare per la formazione nazionale contro il particolarismo feudale.
 

13. La guerra dei contadini

L’ascesa della borghesia e della monarchia, uniti contro i loro avversari, ma con interessi contrapposti che poi esploderanno, si accompagnò ovunque ad un impoverimento e ad una oppressione forte dei ceti più umili: piccoli artigiani delle città caduti preda del mercante-accaparratore e contadini, sfruttati ora anche dai nuovi nobili, parvenus che col denaro hanno acquistato terra e titoli nobiliari. Carestie, epidemie, scorribande di soldati allo sbando e le guerre che non mancavano mai, aggravarono ancor più la situazione e provocarono incessanti rivolte contadine fra le quali restano memorabili quelle del 1323 e 1328 nelle Fiandre e la jacquerie francese del 1358, mentre a Firenze la rivolta dei Ciompi del 1378 ebbe carattere cittadino e tendenza semi-proletaria.

Mehring, ripetendo gli stessi concetti di Engels così spiega questa capacità di lotta dei contadini, essenzialmente dovuta ad un’eredità lasciata dagli antichi Germani: «Nella forma della comunità di marca essi avevano fatto sopravvivere una parte degli antichi ordinamenti dello Stato feudale, almeno nei paesi più importanti come la Germania, la Francia del Nord e l’Inghilterra e così anche sotto la più dura servitù medioevale essi avevano dato alla classe oppressa, i contadini, un legame locale ed uno strumento di resistenza che gli schiavi antichi non avevano conosciuto».

Tutte le lotte rurali a sfondo comunitario dovevano culminare nella grandiosa “Guerra dei contadini” avvenuta in Germania nel 1525, dopo che già la Riforma aveva scosso profondamente la nazione.

Lo sviluppo delle forze produttive ormai aveva liberato la società dal bisogno della Chiesa come maestra nell’amministrazione e nella cultura, era già nata quella laica, e guida nelle vitali azioni militari di difesa perché i pericoli esterni che prima ne minacciavano l’esistenza erano praticamente cessati. Inoltre l’apparato ecclesiastico era stato profondamente squalificato dalla dilagante necessità di denaro: la vendita delle indulgenze ne fu la manifestazione più sconcertante.

La monarchia assoluta degli Stati più ricchi e più forti militarmente era riuscita ormai a dominare la Chiesa ed a farsene addirittura uno strumento di potere. Al contrario, gli Stati più deboli, come la Germania spezzettata e dominata dai principi, furono più sfruttati dalla Chiesa. Ecco perché in Germania i contadini, la nobiltà, i cavalieri e gli stessi principi volevano liberarsi dal giogo papale. Con questa situazione in Germania la pubblicazione delle Tesi contro le Indulgenze da parte di Lutero nel 1517 ebbe «l’effetto di una scintilla in un barile di polvere». Così Mehring, che continua: «Per distruggere le condizioni di vita medievali bisognava anzitutto strappare loro l’apparenza religiosa».

La Riforma ebbe appunto questo scopo generale, valido per l’intera Europa, e fu dai nostri maestri, Marx ed Engels, considerata la rivoluzione Numero Uno della borghesia, che trionfò in Svizzera, in Olanda, in Inghilterra, ecc.

Il suo periodo più critico fu quello della guerra dei contadini tedeschi. In Germania, la corrente plebea-rivoluzionaria dei contadini, capeggiata da Thomas Müntzer, si oppose alla fazione cattolico-conservatrice, rappresentata da tutti gli avversari della Riforma, Papa Leone X e Carlo V, che in qualità di re di Spagna e di imperatore del Sacro Romano Impero Germanico cercava di fare del Papa un suo strumento di dominio, ed a quella borghese-riformatrice, che cercava di scalzare la Chiesa cattolica per lasciare in piedi il suo potere laico, con Lutero, i principi e la nobiltà minore. Così, preceduta da una rivolta della piccola nobiltà (1522), con caratteri reazionari, guidata dai cavalieri Sickingen e Hutten, esplodeva la rivolta dei contadini (1525) che accese di rossi bagliori quasi tutta la Germania.

L’esito dell’eroica lotta finì, com’è noto, con la sconfitta dei contadini ed il martirio di Müntzer: mancò ad essa l’unità d’azione e l’appoggio del proletariato cittadino e della vile borghesia tedesca. La ragione profonda, in ultima analisi, fu questa: «Il movimento contadino fallì non perché aveva avanzato rivendicazioni che fossero storicamente già superate (come fu il caso della rivolta dei cavalieri del 1522 - N.d.r.), ma al contrario perché gli mancò il terreno nazionale, perché non esisteva ancora una nazione tedesca nel senso moderno della parola» (Mehring).

A parte la strage degli anabattisti, che seguì la rivolta contadina, il suo bilancio fu il seguente: i contadini furono sconfitti ma i danni più gravi toccarono al clero ed alla nobiltà di cui furono incendiati castelli e conventi; solo i principi laici ne uscirono vincitori e, impadronendosi dei beni ecclesiastici, rafforzarono il proprio potere. Marx ed Engels definirono la guerra dei contadini come la più grande epopea rivoluzionaria tedesca che generò altre conseguenze come la scissione fra Nord protestante e Sud-Est cattolico. Gli effetti interni europei furono ancora più importanti, uno squilibrio che vide il rapido sviluppo di alcuni Stati, Francia ed Inghilterra, ed il ritardo di altri, Germania, Italia, Polonia ed Ungheria.
 

14. Verso il tramonto e il crollo della società feudale

La terra diviene sempre più una merce come le altre e una nobiltà moderna coesiste con la medioevale, cioè la proprietà borghese con quella feudale. È avvenuta una notevole accumulazione monetaria in mano a pochi: il mercante, che in città si trasforma in industriale e in campagna diventa agrario, è un imprenditore puro e semplice interposto tra vecchio proprietario e il contadino lavoratore. Di qui il maggior sfruttamento di artigiani urbani e la loro trasformazione in proletari moderni, liberi da ogni vincolo personale e privi di ogni strumento di produzione. Sono sorte insomma le due essenziali condizioni storiche della moderna produzione capitalistica che, come dice Marx, è costata “sudore e sangue” alle classi lavoratrici, non solo d’Europa, ma anche delle colonie d’Africa, d’Asia e d’America. Le nuove forze produttive si sono anche sviluppate al punto che anche i vecchi rapporti di produzione feudali si fanno presto sentire come catene che ne ostacolano l’ulteriore sviluppo. I contrasti fra le classi si acutizzano; la rivoluzione borghese preme già alle porte.

La monarchia assoluta, finora servendo le necessità del capitale mercantile, ha svolto un ruolo storico progressivo. È orgogliosa dell’autorità raggiunta, crede nello Stato “in sé e per sé” e nella possibilità di dominare anche la borghesia. Ma questa diviene rivoluzionaria contro uno Stato man mano strumento di conservazione: la violenza organizzata in Stato sarà sopraffatta da quella più forte delle grandi masse contadine e proletarie, che la borghesia le rivolgerà contro.

Contemporaneamente al grande dramma della Riforma, che prima di essere religioso fu sociale e politico, si svolsero altre violente lotte fra Stati il cui teatro non poteva non essere offerto dall’Italia e dalla Germania, entrambe depresse e prive di un forte potere militare.

Dopo le guerre fra Francia e Spagna che assicurarono a quest’ultima il predominio in Italia, un altro e lungo aspro duello si svolse fra queste due potenze. La Spagna, che già possedeva un impero coloniale e viveva dei profitti della sola attività commerciale, con cui sfruttava le terre ed i popoli d’Africa, Asia e America, pretese di dominare l’Europa alla vecchia ed ormai sorpassata maniera. Attraverso l’oro, col quale comprò i principi tedeschi, Carlo I poté cingere anche la corona imperiale assumendo il nome di Carlo V. Base delle pretese capitalistico-assolutiste della monarchia spagnola erano la forza militare della rinnovata fanteria castigliana, la buona artiglieria e la potente flotta, oltre ai proventi del commercio mentre scarsa e poco efficiente era l’attività produttiva vera e propria, sia in patria sia nelle colonie.

Il lungo conflitto franco-imperiale (1521-1559), intramezzato da tregue che videro alleanze di Inghilterra e Papato rovesciate più volte a seconda dei rapporti di forza fra i contendenti, ebbe già l’effetto di frenare l’espansionismo della monarchia spagnola, che fu infatti costretta a rinunciare all’impero: chiaro segno dei ferrei limiti che circoscrivevano l’autonomia del potere politico.

Le risorse economiche e militari di Carlo V, benché a prima vista superiori a quelle dell’avversario francese, non godevano però di importanti requisiti di cui invece quest’ultimo era in possesso. Infatti la Francia era uno Stato più omogeneo e già abbastanza accentrato e la sua borghesia in lotta contro la nobiltà appoggiava decisamente la corona; inoltre la sua cavalleria e la sua artiglieria erano diventate le migliori d’Europa e la sua finanza le permetteva di assoldare le fanterie tedesche e svizzere che erano pure le più valorose del tempo. La monarchia francese poté dunque avvalersi dell’appoggio dei principi tedeschi che, in lotta con l’imperatore, consolidarono ulteriormente le sovranità regionali, già tanto radicate nella struttura economica tedesca nell’ambito delle quali essi poterono imporre ciascuno la propria religione.

Gli anni della pace religiosa di Augusta nel 1555 fra principi ed imperatore in Germania e di Chateau Cambresis nel 1559 tra Francia e Spagna, vedranno ancora il predominio spagnolo in Europa; ma con l’inizio del secolo successivo comincia anche la fine di questo strapotere e l’ascesa di altre monarchie meglio operanti al servizio del capitale produttivo ed industriale: la Francia e l’Inghilterra.

La Germania sarà invece corrosa da altre lotte interne che non solo lasceranno ancora più insoluti i problemi immediati che avevano dato loro origine, ma l’avvieranno sempre più verso quell’abisso della Guerra dei Trent’anni (1618-1648) che la ricaccerà indietro di due secoli.

La borghesia spagnola di Filippo II, alleata del gesuitismo, sorto in quel periodo, cioè della Chiesa riformata sulla base del capitalismo, praticò un capitalismo assolutistico che, nel 1588, la portò alla disfatta militare di fronte alle forze più moderne del capitalismo borghese di Fiandra, la “rivoluzione dei pezzenti”, e d’Inghilterra, che combattevano sotto la bandiera del calvinismo, con la sconfitta e distruzione della orgogliosa flotta spagnola, la Invencible Armada. Il luteranesimo rimarrà invece la religione dei paesi più poveri e meno progrediti.

In questo periodo la monarchia francese attraversava una grave crisi politico-religiosa dalla quale uscirà a stento. Al fondo sta il conflitto di classe fra borghesia e feudalità, ma essa è aggrovigliato da rivalità di potenti famiglie (Borboni calvinisti e Guisa cattolici) che tendono a impossessarsi della corona, provocando sanguinose guerre civili sotto veste religiosa: si ricorda la famosa strage degli Ugonotti, i calvinisti francesi, nella notte di San Bartolomeo del 24 agosto 1572.

Sono lotte a carattere reazionario: è la società feudale che non accetta la sua decadenza. Ma ancora una volta la borghesia si impone: è possibile impossessarsi della corona alla sola condizione di continuare il suo ruolo storico al servizio del capitale. Il successore al trono, Enrico IV di Borbone, abiurando il calvinismo, cioè non agendo più in funzione della fazione ugonotta, sfalda la straniera lega nemica della Spagna e del Papato e diviene il re intorno a cui si polarizzano tutte le forze vive della nazione che, pur restando cattolica, esclude la Controriforma, ammette la libertà di culto o, quanto meno, la tolleranza religiosa. Così, le forze del gesuitismo, contrariamente a ciò che era successo in Spagna, dove avevano preso la mano alla monarchia di Filippo II, saranno dalla monarchia francese sfruttate come mezzo per un suo ulteriore rafforzamento, con Luigi XIII e Luigi XIV, durante il grand siècle della Francia, il XVII.

In questo secolo altre terribili crisi scuotono la società feudale europea per i contrasti crescenti fra le classi che si manifestano nei paesi e nei modi più diversi a seconda dello sviluppo raggiunto dalle forze produttive interne e dalle situazioni storiche particolari di ciascuno e dei rapporti fra gli Stati.

In Germania la Guerra dei Trent’anni, le cui origini risalgono al movimento della Riforma, che il programma di restaurazione politico-religiosa del ramo imperiale degli Asburgo aveva accelerato, si concluse con la Pace di Westfalia (1648) e dette ai 350 staterelli tedeschi un’autonomia politica praticamente completa di fronte all’autorità imperiale. Tale grave risultato tagliò fuori la Germania dalla storia d’Europa fino alla rivoluzione francese. L’interesse nazionale, che negli altri paesi europei affascia le energie più vive e moderne, in Germania si spegne totalmente. I principi tedeschi cadono nel più vergognoso bassofondo dell’interesse privato e locale, vendendo al miglior offerente fra i sovrani stranieri i propri sudditi come carne da cannone. E quel che si dice per codesti tiranni vale tanto per lo Stato prussiano, prima ducato poi regno nel 1701, quanto per la sua casa regnante degli Hohenzollern, alla quale la storiografia sciovinista borghese pretende invece di attribuire il merito di avere avuto fin dall’origine mire nazionali e addirittura sociali.

Se in parte è vero che alla formazione di Prussia ed Austria è da attribuire il merito di baluardo militare contro Slavi e Turchi, è però altrettanto vero che le loro meschinità non solo non giovarono a unire la Germania, ma le apportarono nuove distruzioni, in specie con la Guerra dei Sette Anni.

La guerra dei Trent’anni costituì un’importante pietra miliare della storia non solo per queste disastrose conseguenze sull’assetto della Germania: il suo trasformarsi in guerra fra Stati permise alla Francia, con la vittoria sugli Asburgo, una ulteriore ascesa con l’annessione di ricche province. Sarà presto raggiunto l’obiettivo della monarchia di dare alla Francia i suoi confini “naturali” sul Reno.

Ma prima occorse superare un’altra di queste crisi che spesso ne intralciarono il cammino: la Fronda, cioè una nuova guerra civile in cui l’aristocrazia e gruppi borghesi «i cui interessi erano in contrasto col progresso dell’industria» (Il Manifesto del Partito Comunista) tentarono di scuotere il potere monarchico servendosi di generali come il Condé.

La netta vittoria del generale Turenne sulla Spagna (1658), ottenuta grazie ad altre riforme ed al potenziamento dell’esercito, conferirono alla Francia di Luigi XIV nuovi ingrandimenti territoriali. Questi, unitamente alla politica economica di protezione dell’industria e del commercio, il “colbertismo”, ed all’attività di accentramento amministrativo e politico, dettero gli ultimi colpi alle autonomie provinciali e periferiche e portano la Francia al primato europeo e l’assolutismo monarchico alle più alte vette: i signori feudali possono ormai fare solo i cortigiani del re.

Con ciò la missione storica della monarchia francese può considerarsi compiuta. Le guerre in cui essa si avventurerà nel secolo XVIII non solo non apporteranno altri territori, non necessari data la già avvenuta formazione dell’unità nazionale, ma dissangueranno la Francia e prepareranno il terreno alla Grande Rivoluzione che sarà la fossa in cui ogni altro residuo di potere feudale sarà definitivamente seppellito, insieme allo stesso re e all’istituto della monarchia assoluta, grande evento che segna l’incontrastato dominio della borghesia e apre la storia alla rivoluzione proletaria mondiale ed alla sua vittoria finale.

Conviene solo accennare alla Grande Ribellione, poi alla Rivoluzione dall’alto, cui assistiamo nel XVII secolo in Inghilterra. Il 1648 non è solo l’anno della pace di Westfalia: esso chiude l’aspro e sanguinoso conflitto fra le forze militari monarchiche e assolutiste dei cattolici Stuart e quelle della borghesia calvinista espresse dal Parlamento e in particolare dalla Camera dei Comuni. Come si vede le parti si sono invertite: la vecchia nobiltà, una volta fiera avversaria della monarchia, è passata al suo fianco; mentre la borghesia, già alleata nei Comuni, ne è violentemente contro. Grazie alle riforme di Cromwell, che mise i più oscuri ma più capaci e decisi uomini ai posti di comando dell’esercito rivoluzionario, la borghesia poté passare all’offensiva e vincere. Il re, e non più i suoi ministri, diventa l’obiettivo della lotta: Carlo I viene decapitato (1649) e le vittorie militari di Dumbar e Worcester contro le truppe controrivoluzionarie di Carlo II assicurano la vittoria, che la dittatura militare consolida ed irrobustisce quando tutti i poteri passano all’esercito e il Parlamento è sciolto nel 1653. La borghesia inglese può ora riprendere il cammino ascensionale interrotto e dedicare i suoi sforzi a rimuovere gli ostacoli esterni.

L’inevitabile aspro conflitto con l’Olanda, 1652-54 giunta all’apogeo della sua potenza marinara e coloniale, vede la piena vittoria inglese. La borghesia si sente ormai tanto forte che, dopo la nuova parentesi di restaurazione Stuart, può permettersi il lusso di abbandonare la vecchia tattica di ricorrere all’aiuto delle masse popolari, contadini e proletari, divenute un alleato troppo pericoloso e sperimentare la tattica più sicura di «trasformare senza rivoluzione e con mezzi conciliativi la monarchia assoluta in monarchia borghese» (Marx). Così dal 1688, anno della seconda rivoluzione incruenta, la monarchia è al completo servizio della borghesia capitalistica, secondo il nuovo ordinamento costituzionale inglese. Una nazione ormai borghese in cui le forze produttive sono ora libere di svilupparsi può aspirare all’egemonia dell’Europa e del mondo, rimasto ancora feudale e pre-feudale. Il XVIII secolo segna appunto la fine della preponderanza francese a favore di quella inglese.

Altri eventi militari lo dimostreranno, in primo luogo la Guerra di Successione Spagnola (1700-1714): la dinastia degli Asburgo di Spagna si estingue e viene sostituita da quella dei Borboni, dalla quale gli Asburgo d’Austria traggono larghi profitti in Italia e in Belgio; il Piemonte e la Prussia cominciano quella lenta ascesa che, attraverso una linea quanto mai contorta, porterà nel secolo successivo alla formazione delle nazioni tedesca e italiana.

Il secolo XVIII è quello in cui la storia europea diventa anche storia di altri continenti perché lo sfruttamento coloniale, specie da parte dell’Inghilterra, non è più l’attività quasi soltanto mercantile che aveva caratterizzato gli imperi coloniali spagnolo e portoghese, ma diventa sfruttamento produttivo oltre che mercantile: la tratta dei negri ne è un sanguinoso strumento.

All’inizio di questo secolo si registra inoltre l’affermazione di una nuova grande potenza nell’Europa orientale: la Russia di Pietro il Grande. Essa è il frutto di una lunga guerra che viene paragonata alla guerra di successione spagnola per gli effetti che ebbe: la fine dell’egemonia svedese nel Baltico e l’inizio di quella russa.

Il diverso sviluppo delle nazioni europee, che conduce le grandi potenze Francia ed Inghilterra ad una politica di equilibrio nel continente per meglio provvedere al rafforzamento economico dei loro imperi coloniali, non impedisce a Russia, Austria e Prussia di continuare una politica di espansione militare. Un ulteriore fatto dinastico, la successione al trono polacco, offre l’occasione di un nuovo conflitto (1733-1738) che si risolve in un mercato di popoli e in ridistribuzione di domini territoriali. Dato il carattere artificioso di questi fatti è inevitabile la Guerra dei Sette Anni, 1756-1763, con la quale l’Austria tenta invano di strappare la Slesia alla Prussia, perduta con la Guerra di Successione Austriaca.

La Guerra dei Sette Anni, mentre mette in luce la politica antinazionale delle due potenze tedesche, che anziché unirsi si combattono, vede capovolgersi alleanze: l’Austria rompe con l’Inghilterra e si allea con la vecchia nemica Francia, l’Inghilterra invece si allea con la Prussia. È il segno della politica di equilibrio fra Francia e Inghilterra ma prelude ad un loro più grave scontro armato: quello venuto a sovrapporsi alla rivolta delle 13 Colonie inglesi dell’America del Nord che, con la loro dichiarazione dei Diritti, si trasformeranno in Stati Uniti d’America nel 1776.

Questa è la prima rivoluzione borghese contro una oppressione coloniale e un fatto progressivo. Invece il dispotismo illuminato dei monarchi è reazionario, come la spartizione della Polonia da parte di Russia, Prussia e Austria. Si avverte che è ormai vicina l’ora di quella grande crisi rivoluzionaria che dalla Francia dovrà sommergere l’intera società europea.
 

15. Sviluppo delle forze militari fino alla rivoluzione francese

La cavalleria dominava nella società medioevale: il cavallo, l’armatura e la corazza, l’arma bianca, lancia e spada, sono le armi caratteristiche ed essenziali dei proprietari terrieri e dei signori feudali.

Con l’avvento delle forze borghesi anche l’esercito si trasforma: risorge la fanteria e, con l’introduzione delle armi da fuoco, si afferma l’artiglieria moderna. Benché la fanteria si avvii sempre più a divenire lo schieramento principale, finché dura la società feudale la cavalleria resta l’arma decisiva della battaglia, pur attraversando interne trasformazioni e con il diverso uso che se ne fa.

L’evoluzione dell’arte militare, sia nel lato tecnico sia in quello organico, è intimamente collegata allo sviluppo delle forze produttive; ogni suo cambiamento notevole è da attribuire a nuove invenzioni o perfezionamenti delle armi, degli strumenti e materiali di cui si serve la guerra, a loro volta legati a tutto il complesso della produzione materiale. Anche qui lo sviluppo avviene non meccanicamente, con reciprocità di influssi fra fatto produttivo in genere e fatto di forza e di violenza militare. In questo gioco di fattori è anche notevole il ruolo delle forze politiche messesi a servizio dello sviluppo economico in senso capitalistico e borghese; molte delle riforme militari sono venute da condottieri e monarchi, sia quando queste due figure coincidevano in una sola persona, sia quando sono separate e dipendenti, come avviene durante la fase assolutistica della monarchia che porta anche all’accentramento dei poteri militari nelle mani del re, alla cui politica è il generale completamente soggetto.

Le prime truppe combattenti a piedi si erano viste già nelle lotte tra Comuni italiani e cavalleria imperiale. A favorire lo sviluppo della fanteria concorrono vari fattori: in primo luogo l’invenzione delle armi da fuoco ed il diffuso impiego delle truppe mercenarie. È questo un fenomeno europeo che, preso a diffondersi dal XIV secolo, si generalizza sempre più fino alla Rivoluzione francese. L’impiego di truppe mercenarie ha cause economiche, sociali e tecniche: le maggiori disponibilità finanziarie, l’interesse a mantenere il proletariato cittadino al lavoro, la presenza di crociati sbandati e figli cadetti di nobili alla ventura, la maggior durata dell’addestramento militare, ecc.

È interessante notare che il fatto di non poter sempre arruolare mercenari al momento del bisogno, portò al mantenimento di nuclei armati permanenti. Solo quando si sarà verificato un notevole sviluppo delle forze produttive e della popolazione si potrà passare al reclutamento obbligatorio, quasi uguale per tutti e infine all’esercito nazionale.

A Crecy, 1346, durante la guerra dei Cent’anni si ha la prima affermazione della fanteria di fronte alla cavalleria: gli arcieri inglesi (gli yeomen) con le prime armi da fuoco, le bombarde, vincono la cavalleria pesante di Filippo di Valois ed i balestrieri genovesi da lui assoldati. Engels osserva che con l’introduzione di questo nuovo elemento difensivo la tattica di Alessandro Magno viene riesumata dopo 17 secoli, ma con una differenza: mentre allora la cavalleria era l’arma nuova che affiancava la fanteria decadente, ora avviene il contrario!

Questa battaglia, come quelle di Poitiers nel 1356 e di Azincourt nel 1415 vinte dagli inglesi, hanno un significato che va oltre il fatto tecnico e militare e poggia le basi della vittoria sull’alleanza o meno, nelle retrovie, fra le classi interne agli opposti schieramenti.

L’esercito francese aveva il suo punto di forza nella cavalleria pesante costituita dalla sola nobiltà guerriera, i bellatores, superba, individualista e orgogliosa della sua forza e che considerava la fanteria solo come truppe d’appoggio. Il suo compito in battaglia era semplice e chiaro: il cavaliere con lancia e spada disarciona l’avversario ed il fante armato di un corto ma affilatissimo spadino doveva sgozzare il nemico caduto, che non poteva rialzarsi per la pesante corazza, infilando l’arma nello stretto spazio tra l’elmo e la protezione della parte alta del busto. I pochi balestrieri avevano il compito di colpire cavallo e cavaliere da lontano. La forza dell’esercito inglese invece era nei fanti, dotati di grandi archi con un tiro utile molto lungo, ma soprattutto erano contadini liberi, yeomen, piccoli proprietari. Questi anche in tempo di pace avevano il diritto di portare la loro arma preferita ed esercitarsi liberamente: ogni fiera o mercato erano occasioni per gare affollatissime, mentre i contadini francesi erano malvisti e disprezzati e non avevano il diritto di portare alcuna arma. In più i cavalieri inglesi, meno appesantiti da corazze complete, contrariamente a quelli francesi, se era necessario scendevano da cavallo e combattevano a piedi insieme ai fanti contadini.

Nella battaglia di Crecy gli arcieri inglesi si schierarono in prima fila sulle alture mentre i cavalieri stavano ai fianchi e dietro per proteggerli. La cavalleria francese andò tre volte alla carica ma dovette tre volte ritirarsi per l’enorme quantità di frecce tirate dagli inglesi, senza neppure poter raggiungere le alture. Quando i cavalli cadevano uccisi dalle frecce, i francesi venivano assaliti dai cavalieri inglesi che li abbattevano definitivamente. L’utilizzo dei balestrieri era molto limitato perché, rispetto all’arciere, occorreva più tempo dopo il tiro per caricare, con entrambe le mani, con una doppia manovella, la corda della balestra, che per la bisogna doveva essere appoggiata a terra: in quei momenti, in campo aperto, i balestrieri erano molto vulnerabili. Le prime bombarde impiegate lanciavano palle di pietra con tiri imprecisi che colpivano nel mucchio, ma soprattutto col fumo ed il rumore imbizzarrivano i cavalli, che sovente disarcionavano i piumati ed altezzosi cavalieri. La fanteria dei contadini per la prima volta aveva battuto la cavalleria dei nobili: la guerra non era più un affare riservato ai grandi feudatari e agli aristocratici ma coinvolgeva in prima persona anche il piccolo proprietario terriero.

Le prime fanterie degne di questo nome sono quella svizzera e quella fiamminga; la superiorità di quest’ultima veniva conferita dalle armi da fuoco perché la Fiandra è in quest’epoca la più industriale delle regioni. Gli Svizzeri invece si avvalevano della loro organizzazione sociale (presso di loro la comunità di marca resistette a lungo e non fu espropriata dai signori feudali) e dalla vita condotta fra le montagne, in mezzo alle quali le bellicose tribù vinsero le Battaglie della Libertà di Morgarten (1315) e di Laupen (1386).

Gli Svizzeri, che avevano conquistato la loro indipendenza nel XIV secolo, cittadini liberi di liberi cantoni, dovettero affrontare la cavalleria pesante del Duca di Borgogna. Opposero ad essa la famosa “falange svizzera”: una massa di fanti che combattevano in quadrati di circa 6.000 uomini disposti da una settantina di file di 85 soldati ciascuno. Gli uomini delle prime file erano armati di picche, lance pesanti lunghe da 4 a 6 metri manovrate con tutte le due mani e da più uomini. I fanti delle file più interne erano armati di lance più corte, alabarde, e sciaboloni. Il risultato era che la cavalleria feudale doveva affrontare l’urto delle picche delle prime file prima ancora di poter usare le spade, poi le alabarde e le sciabole degli altri fanti che disarcionavano i cavalieri e uccidevano i cavalli. Per gli svizzeri contavano soprattutto il numero e l’addestramento collettivo. Per riuscire a marciare in quadrato maneggiando le pesanti e lunghe picche manovrate anche da tre fanti contemporaneamente era necessario un lungo allenamento, fiducia nei compagni e in quello dei comandanti, che eleggevano essi stessi.

La Svizzera, la prima repubblica indipendente d’Europa presa nel vortice mercantile, metterà per molto tempo le sue valorose truppe a disposizione delle monarchie in ascesa. La falange svizzera, con un’avanguardia, un corpo principale ed una retroguardia, sarà presa a modello da altre valorose fanterie: quella spagnola riformata da Consalvo de Cordoba e quella dei mercenari tedeschi, i Lanzichenecchi. Anche i francesi riusciranno a formare una fanteria, meno pesante, con i piccardi del Nord ed i guasconi del Sud.

Le armi da fuoco individuali di piccolo calibro tardano a fare il loro ingresso negli eserciti a causa sia delle imperfezioni tecniche, dell’inefficienza e della poca rapidità del tiro, sia per la resistenza del vecchio ordine militare e dei superbi cavalieri che mal vedevano come il più oscuro soldato potesse abbatterli prima che avessero avuto tempo di mettere mano alla spada o alla lancia. Ma essi non potevano impedire che i loro castelli fossero colpiti e distrutti dall’artiglieria pesante, la prima ad affermarsi. Man mano che essa diverrà più maneggevole, con l’applicazione delle ruote all’affusto di bombarde, obici e cannoni, sparirono le vecchie artiglierie a contrappeso ed a corda, catapulte, baliste, ecc., che il medioevo aveva ereditato dall’antichità.

Ma anche le tradizionali armi a corda: l’arco e la balestra vanno tramontando con l’introduzione dell’archibugio e del moschetto a miccia. Agli arcieri e balestrieri si sostituiscono i nuovi corpi di archibugieri e di moschettieri. Nel XVI secolo le uniche armi in mano alla fanteria sono la picca ed il moschetto. L’uomo d’arme porta ancora indumenti difensivi come piccole corazze non a prova di fuoco e cotte di maglia; le prime per difesa dalle schegge e le seconde dal taglio dell’arma bianca.

Nell’aprile del 1503, a Cerignola, in Puglia, ci fu una grande battaglia tra gli spagnoli di Consalvo de Cordoba e i francesi comandati dal Duca di Nemours. La forza maggiore dell’esercito francese stava negli 8.000 fanti, quasi tutti svizzeri, e nella cavalleria pesante dei nobili francesi. Gli spagnoli si erano schierati su un colle alla cui base avevano scavato un fossato. I cavalieri francesi andarono all’assalto del colle ma, ostacolati dal fossato, furono decimati dal fuoco di 5.000 archibugieri spagnoli, disposti su due file, una sparava mentre l’altra ricaricava. Seguì l’attacco dei fanti anch’essi massacrati dai tiri degli archibugi spagnoli, che ora avevano tiri precisi ed efficaci fino a 300-350 metri. Da questa battaglia le armi da fuoco, non più solo gran fumo e rumore per spaventare i cavalli come le prime “bocche da fuoco” apparse attorno il 1320-30, divennero componente essenziale degli eserciti e ne modificarono sempre più gli assetti, le difese delle città, che non avevano più bisogno di alte mura bensì bassi e articolati bastioni su cui porre le artiglierie, le difese e la preparazione del soldato, e sorsero nuovi mestieri e professioni.

Sentiamo Engels: «L’introduzione della polvere da sparo e delle armi da fuoco non fu però in nessun modo un atto di forza, ma un progresso industriale e quindi economico. L’industria rimane sempre industria, che si indirizzi alla produzione o alla distruzione di oggetti. E l’introduzione delle armi da fuoco agì rivoluzionariamente non solo sulla stessa arte della guerra, ma anche sui rapporti politici di dominio e di servitù. Per ottenere polvere ed armi da fuoco occorrevano industria e denaro e l’una e l’altro erano in possesso dei borghesi della città. Da principio le armi da fuoco furono perciò armi della città e della monarchia che appoggiandosi alle città si levava contro la nobiltà feudale» (Antidühring, Teoria della violenza, cap. III).

Mano a mano che il moschetto si perfeziona e si alleggerisce, in modo da non aver più bisogno del sostegno di un cavalletto a forca, la proporzione fra picchieri e moschettieri varia a favore di questi ultimi, fino alla completa sparizione dei primi. Ciò avverrà dopo la guerra dei Trent’anni (1648).

È facile intendere come da queste modificazioni quantitative delle armi debbano sorgere innovazioni nelle formazioni e nelle manovre tattiche: sorgono così le brigate spagnole e svedesi, finché altre trasformazioni le faranno poi tramontare. L’applicazione della baionetta al moschetto e la sostituzione del fucile a pietra con quello a miccia fanno sparire del tutto la picca.

Naturalmente la cavalleria non rimane del tutto esente da trasformazioni: il vecchio ordinamento di lance scompare ed il cavaliere diventa un semplice soldato armato con armi da fuoco e sciabola e inquadrato in squadroni più unitari. Così cavalleria, fanteria ed artiglieria devono ora cooperare, agire in modo combinato col massimo rendimento mediante importanti riforme militari, di carattere sia tattico sia strategico. Le difficoltà incontrate in tali riforme sono spesso gravi e solo la sperimentazione sul campo di battaglia le può far accettare o meno. L’addestramento per eseguire manovre e combattimenti diviene sempre più lungo, come le stesse guerre: la necessità del soldato di mestiere è sempre più forte. Nel tradizionale schieramento in linea... «Tutta la fanteria di un esercito veniva disposta in modo da formare tre lati di un lungo quadrilatero vuoto al centro e che si muoveva in formazione di combattimento solo come un tutto; tutt’al più era concesso ad una delle ali di portarsi un po’ più avanti o un po’ più indietro. Questa massa impacciata poteva muoversi in formazione solo su un terreno assolutamente in piano ed anche qui solo con un’andatura lenta (settantacinque passi al minuto); una modificazione della formazione di combattimento mentre l’azione era in corso era impossibile e la vittoria o la sconfitta veniva decisa in breve tempo, in una sola battaglia, non appena la fanteria veniva impegnata sulle linea di fuoco».

Basti qui accennare alle difficoltà che l’arte di passare dall’ordine di marcia a quello di battaglia presentava ora in una nuova e più complessa maniera: la mobilità richiesta era spesso frustrata dalla pesantezza delle unità tattiche dotate delle prime artiglierie. Che fare? Snellire le formazioni a favore della maggior capacità di manovra, oppure no, per conservare una certa forza d’urto? Far prevalere l’elemento difensivo o a quello offensivo? In queste varie possibilità d’impiego si inseriscono le riforme delle fanterie prussiane del XVIII secolo ad opera di Federico II. Questi, riprendendo il sistema adottato già da quell’abile riformatore che fu Gustavo Adolfo di Svezia durante la Guerra dei Trent’anni, durante la Guerra dei Sette anni toglie alla cavalleria carabine e pistole e reintroduce la carica al galoppo con sciabola sguainata e rimette in auge l’attacco obliquo di Epaminonda. È il primo assaggio della guerra di movimento, che trionferà con la rivoluzione francese e si dimostrerà più efficace della guerra di posizione, di cordone, ecc., basata di più sulla difensiva.

Quando poi le navi furono armate con i cannoni, anche la guerra sul mare cambiò. Prima le uniche armi da getto erano balestre e catapulte che scagliavano materiale incendiario sulle vele nemiche per poi abbordarle meglio, ora i cannoni imbarcati hanno tiri utili dai 200 ai 300 metri che possono anche affondare una nave. Questi vascelli da guerra, armati già dalla metà del ‘600 con cento cannoni di vario calibro, avevano dei costi elevatissimi e necessitavano di artiglieri specializzati con grande esperienza tanto che solamente gli Stati più ricchi e meglio organizzati potevano disporre di significative flotte. Per queste ragioni il diffondersi delle armi da fuoco accelerò la trasformazione delle monarchie feudali in Stati moderni, con eserciti e flotte permanenti e tutte le nuove specializzazioni necessarie per il funzionamento di questi sistemi complessi, ma anche di un’organizzazione statale e fiscale centrale capace di raccogliere i capitali necessari. Spagna e Francia furono ben presto prime in questo campo, mentre gli Stati italiani, troppo piccoli e divisi, non riuscirono, tranne rare eccezioni, a mobilitare le risorse e gli uomini necessari per creare eserciti permanenti dotati delle costosissime armi da fuoco.

Come si vede, anche l’arte militare segue una linea di sviluppo dialettica soggetta alle leggi del determinismo, per cui nessuna volontà o genio di condottiero o riformatore militare può impunemente violare i ferrei limiti della realtà materiale del processo storico. Facciamo concludere ad Engels: «Nulla dipende dalle condizioni economiche preesistenti quanto precisamente l’esercito e la marina. Armamento, composizione, organizzazione, tattica e strategia dipendono anzitutto in ogni epoca dal livello raggiunto dalla produzione e dalle comunicazioni. Qui hanno agito rivoluzionariamente non le “libere creazioni dell’intelletto” di comandanti geniali, ma l’invenzione di armi migliori e il modificarsi del materiale umano; nel migliore dei casi l’azione esercitata dai comandanti geniali si limita ad adeguare la maniera di combattere alle nuove armi e ai nuovi combattenti».
 

(Continua al prossimo numero)

 
 
 
 
 
 
 


Dall’Archivio della Sinistra

Nel pomeriggio del 28 maggio 1871 nella Parigi invasa dalle truppe di Versailles cadeva l’ultima barricata segnando la definitiva sconfitta della Comune. La più brutale delle repressioni, già iniziata nei giorni precedenti, sarebbe proseguita ancora per molto: fucilazioni in massa, processi sommari, lavori forzati, deportazioni, questi furono i sistemi con i quali la borghesia francese liberò definitivamente Parigi dal “giogo del comunismo” per riportare “ordine, lavoro e sicurezza”.

La borghesia, francese e internazionale, istintivamente percepiva però che né gli eccidi né la più brutale repressione sarebbero servite a darle sicurezza. Il 6 giugno Jules Favre, da Versailles, inviava a tutti i governi europei la seguente circolare: «(...) L’Associazione Internazionale dei Lavoratori è una delle più pericolose [organizzazioni] di cui i governi abbiano a preoccuparsi (...) Come dice il titolo stesso della loro associazione, i fondatori dell’Internazionale hanno voluto cancellare e confondere le nazionalità in un interesse comune superiore. Si poteva credere dapprima che questa idea fosse ispirata unicamente da un sentimento di solidarietà e di pace (...) l’Internazionale è una società di guerra e di odio. Essa ha per base l’ateismo e il comunismo, per scopo la distruzione del capitale e l’annientamento di coloro che lo possiedono, per mezzo la forza bruta del gran numero, che schiaccerà tutto ciò che potesse resisterle (...) L’Europa si trova di fronte ad un’opera di distruzione sistematica diretta contro ciascuna delle nazioni che ne fanno parte, e contro i principii stessi sui quali riposano tutte le civiltà. Dopo aver veduto i corifei dell’Internazionale al potere, essa non dovrà chiedere quanto valgano le loro dichiarazioni pacifiche. L’ultima parola del loro sistema non può essere che il terribile dispotismo d’un piccolo numero di capi che si impongono ad una moltitudine curva sotto il giogo del comunismo, che subisce tutte le servitù, perfino la più odiosa, quella della coscienza, che non ha più né casa, né campi, né risparmi, né preghiere, ridotta ad un immenso opificio, condotta dal terrore, e costretta dal potere cui obbedisce a scacciare Dio e la famiglia dal proprio cuore. È questa una grave situazione che non permette ai governi l’indifferenza e l’inerzia (...) Vi invito dunque, signori, a studiare con la più minuta attenzione tutti i fatti che si riferiscono allo sviluppo dell’Internazionale ed a fare di questo argomento il testo di seri colloqui con i rappresentanti ufficiali dell’autorità. Vi domando a questo riguardo le osservazioni più particolareggiate e la più scrupolosa vigilanza (...)»

Questa circolare seguiva di quattro giorni l’altra con cui il ministro degli affari esteri francese aveva chiesto l’estradizione degli insorti di Parigi che avessero tentato di rifugiarsi in Italia. Immediatamente, cioè il giorno successivo, il ministro dell’interno italiano, Giovanni Lanza, inviava un dispaccio al prefetto di Napoli, focolaio del movimento socialista, per allertarlo contro i pericoli di sovversione. «Le Associazioni operaie – spiegava il ministro Lanza – per lo passato, nel nostro regno, a vero dire, si tenevano estranee in massima alle questioni politiche, ed agendo disparate ed autonome, accadeva che se anche un partito politico riusciva a guadagnarne una, il male non si diffondeva. Ma giacché l’associazione, mezzo potentissimo (...) è diventata, come il lavoro, un altro efficace strumento del quale si servono gli agitatori ed i nemici di ogni ben ordinato Governo, occorre che le autorità politiche invigilino per porre a tempo riparo (...) a che le Società (...) non degenerino e non diventino focolari di agitazioni e di intestine discordie. Di codesta degenerazione e di codesta genesi di gruppi dell’Internazionale se ne ebbe costì un esempio allorché, nel maggio 1868, si staccava dalla Società Operaia un gruppo di operai sarti e cappellai per costituire un nucleo di una Associazione Operaia Internazionale che più tardi figurò al Congresso Internazionale di Basilea (...)»

Come si vede lo Stato italiano, seppur neonato, non tralasciava di far svolgere alla sua polizia (definita da Engels “la più organizzata del mondo”) una meticolosa sorveglianza sul movimento operaio in formazione.

Da questo momento in poi i rapporti del questore al prefetto di Napoli e del prefetto al ministro dell’interno si fanno sempre più frequenti e dettagliati; ed una particolare attenzione da parte della polizia viene riservata a Carlo Cafiero «reduce da Ginevra e dalla Toscana (...) apportatore di istruzioni del Consiglio Generale di Londra».

Il 21 luglio 1871 il questore informa il prefetto che la città di Napoli «è il centro della Sezione Italiana della Lega Internazionale», che «il socialismo si va facendo strada tra le file altresì dei repubblicani puri e che tra costoro già si propaghi ed espanda lo scisma. Ogni giorno vengono segnalate delle defezioni di mazziniani che si convertono alle teorie dell’Internazionale e questa si propaga più sensibilmente in Sicilia, in Lombardia, nell’Emilia» (16 agosto), che «il Mazzini lavora disperatamente a porvi un argine, ma la marea sociale si avanza con tale rapidità che non è dato a forza umana di arrestarla» (16 agosto), che «il Consiglio Generale dell’Internazionale di Londra ha disposto (...) la nomina di un Comitato Centrale, con residenza a Roma da eleggersi dalle sezioni della branca italiana (...) Lo stesso Consiglio Generale della Internazionale ha pure stabilito di fondare giornali in tutte le principali città del continente europeo per diffondere le sue dottrine».

Erano queste notizie che non facevano di certo dormire sonni tranquilli al ministro dell’interno, tant’è che il 14 agosto decretò lo scioglimento della Associazione aderente all’Internazionale ed il sequestro del materiale organizzativo e propagandistico, «in quanto la società costituisce un’offesa permanente alle leggi e alle istituzioni della nazione».

La domenica successiva, 20 agosto, la polizia irrompeva nel locali della Associazione ed intimava l’immediato scioglimento. Carlo Cafiero assieme ad altri responsabili veniva arrestato e sequestrato tutto il materiale rinvenuto. Contemporaneamente la polizia procedeva in tutta la città di Napoli (e successivamente a Firenze) alla perquisizione delle abitazioni dei più noti esponenti socialisti.

Per quanto riguarda la perquisizione nel domicilio di Cafiero il Questore Forni rapportava: «Egli era sull’avviso e tenevasi apparecchiato per scongiurare le conseguenze di una sorpresa che potevagli essere fatta dalla pubblica sicurezza, così a scansare qualunque pericolo aveva dato in deposito ad una congiunta di lui tutte le lettere che avriano potuto in qualche modo comprometterlo. Procedutosi però a perquisizione anche in questa altra casa si sono sorpresi (...) delle lettere scritte al Cafiero da un membro del Consiglio Generale di Londra».

Nello stesso giorno il Prefetto telegrafava al ministro Lanza in questi termini: «Eseguita stamane sorpresa società Internazionale intimazione scioglimento. Ho creduto opportune parecchie contemporanee perquisizioni (...) Presso Carlo Cafiero, che secondo i miei rapporti era il principale, rinvenuta corrispondenza con Marx ed altri di Londra e provato legame sezione di Napoli con la centrale di Londra adesione medesimi principii. Si vanno traducendo dall’inglese documenti. Avrà minuta relazione appena documenti rinvenuti saranno svolti e tradotti».

Le lettere in questione, che ripubblichiamo in questo numero della rivista, non erano di Marx bensì di Engels. Presso l’Archivio di Stato di Napoli si trovano ora le traduzioni fatte eseguire dalla questura, non gli originali in inglese che non sappiamo quale fine abbiano fatto.

Carlo Cafiero trovandosi a Londra alla fine del 1870 aveva avuto modo di conoscere Marx, Engels ed altri dirigenti del Consiglio Generale dell’Internazionale. Con una lettera di presentazione di Engels tornò il Italia allo scopo di far stringere più stretti rapporti tra il movimento operaio italiano ed il Consiglio Generale.

Prima tappa del suo ritorno era stata Firenze, dove prese contatto con Luigi Castellazzo e con Luigi Stefanoni. L’ottima impressione ricevuta da Cafiero si legge in una lettera che il 12 giugno scrisse ad Engels da Barletta: «Ma la più piacevole sorpresa me l’ebbi quando intesi che in Firenze era già organizzata una società democratica sotto il titolo d’Internazionale che aveva fatto parlar di sé per un indirizzo di simpatia alla Comune di Parigi firmato da tutti i suoi membri (...) Presto mi feci introdurre presso il suo presidente, Luigi Castellazzo (...) con lui ci siamo intesi perfettamente (...) Appena saranno costituite altre sezioni della nostra Associazione in altre città importanti d’Italia, si cercherà di radunare un Congresso per fissare un Consiglio o Comitato Centrale italiano».

Constatato come i fiorentini avessero ormai definitivamente ripudiato ogni retaggio mazziniano, Cafiero continuava: «Il povero vecchio non puote comprendere che egli ha fatto il suo tempo, che il suo concetto di unità e libertà nazionale (...) impallidisce ora come la luce di una candela alla luce del sole venendo paragonato al sublimissimo concetto dell’unione di tutti i popoli nella nuova organizzazione sociale che avrà per base l’uguaglianza conseguibile solo mediante l’emancipazione del lavoro dalla tirannia del capitale».

Giunto a Napoli, l’entusiasmo di Cafiero però si raffreddò di colpo. Scriveva ad Engels il giorno 28: «Qui in Napoli ho trovato il più completo sfacelo (...) In Napoli bisogna cominciare un lavoro nuovo e bene (...) Senza estendermi in più minuti dettagli (...) vi dirò soltanto che le più grandi difficoltà le sto trovando qui in Napoli, dove le grandi masse di sofferenti giacciono in uno stato di barbarie, inconsci di ogni umano progresso, ed accasciati sotto il giogo, nulla sapendo, credendo fermamente di essere nati per servire e soffrire su questa terra, sperando di andare a godere poi nel paradiso mediante la misericordia di Dio, l’intercessione della vergine santissima e le virtù del sangue benedetto di San Gennaro».

Confortato dalle risposte di Engels, qui di seguito riprodotte, Cafiero si mise con grande impegno a svolgere il lavoro che il Consiglio Generale dell’Internazionale gli aveva affidato e non erano passati che pochi mesi quando, il 18 ottobre, poteva compiacersi di annunciare: «Vi ricordate la prima lettera che io vi scrissi da Napoli? Voi in risposta mi confortavate assicurandomi che in due anni avrei avuto occasione di scrivervi in tono assai differente. Non è ancora trascorso il quarto del tempo da voi assegnato, ed io sono già in condizione di potervi annunciare che l’Internazionale ha messo profonde radici in Italia e non vi sarà forza che potrà più sradicarla».

Lo scioglimento dell’Associazione, le perquisizioni e gli arresti di Napoli, per giorni e giorni riempirono i giornali di tutt’Italia.

Cafiero, ottenuta la libertà provvisoria dietro il pagamento di 2.000 lire, aveva scritto ad Engels il 10 settembre: «La sezione di Napoli è sciolta, ma se danno apparente n’è venuto a Napoli, nell’assieme d’Italia io ne trovo vantaggio, perché in diversi punti (...) si sono formate altre sezioni e qualche sezione soppressa fiorisce sotto altro nome». In un’altra lettera scriverà: «Il governo ci ha fatto molto bene con le sue persecuzioni; il mio arresto è stato un vero tesoro; pensate, ho rotto il ghiaccio e per più di quindici giorni in tutte le gazzette d’Italia non si parlò che d’Internazionale, dei pazzi comunisti italiani, dei giovani imberbi che rinnegano le credenze dei padri, ecc».

Dalla Sicilia è Antonino Riggio che, reduce da un viaggio tra Firenze, Roma, Napoli, il 16 ottobre scrive ad Engels: «Il lavoro socialista si fa formidabile; ancora un anno e i destini della penisola saranno nelle nostre mani. Mazzini è solo. Nuove sezioni sorgono continuamente e di giornali ne abbiamo in gran numero. Nella provincia di Girgenti avremo fra giorni dieci sezioni; non vi dico del numero dei nostri soci corrispondenti che lavorano come va fatto».

Engels non poteva che essere più che soddisfatto delle notizie che gli provenivano dall’Italia. Nella seduta del 17 ottobre riferiva al Consiglio Generale: «Tre mesi or sono Mazzini constatava che v’era una sola città in Italia dove l’Internazionale contava numerosi aderenti. Ora da un punto all’altro del paese è pienamente stabilita. Essa è rappresentata da uno se non da due giornali quotidiani di Roma; un quotidiano in Milano, un bisettimanale a Torino; giornali settimanali in Ravenna, Lodi, Pavia, Girgenti e Catania, oltre ad altri pubblicati in più piccole località. Questi giornali sono oggetto di incessanti persecuzioni del Governo [...] ciononostante continuano imperterriti la loro crociata contro i preti, il privilegio e Mazzini, che aveva attaccata l’Internazionale perché irreligiosa. Il Governo ha sciolto due sezioni dell’Internazionale in Napoli e in Firenze, ma il risultato è stato l’immediata formazione di nuove sezioni in ogni parte del paese. In Girgenti la nuova sezione ha testé pubblicato i suoi statuti preceduti dagli statuti pubblicati dal Consiglio Generale. In Ravenna sei società operaie repubblicane si sono organizzate in sezioni dell’Internazionale con un Consiglio comune. La lettera di Garibaldi, con la quale egli fa adesione all’Associazione è stata per ogni dove ristampata e commentata, ed ha evidentemente spinto molti dubbiosi, a farsi una favorevole idea dell’Internazionale. Il potere di Mazzini sugli operai è completamente infranto».

La battaglia contro l’abbraccio soffocante e mortifero dell’interclassismo mazziniano era stata vinta. Ma, come si ricava anche dalle lettere di Engels, altre prove dovevano essere affrontate e superate da parte del proletariato italiano: soprattutto il pericolo degenerativo rappresentato dalla ideologia falsamente classista di Bakunin.

È vero, Cafiero si perse, ma noi non abbiamo mai fatto questioni di uomini. L’importante, per i marxisti, è che il partito mantenga la rotta indicata dalla bussola rivoluzionaria: gli uomini sono troppo fragili, troppo poca cosa rispetto alle forze economiche e sociali che muovono la storia.
 
 
 
 
 
 
 
 

Tre lettere di Engels a Cafiero

Traduzione dall’inglese della questura di Napoli, corretto qualche evidente errore.
 

Londra, 1 luglio 1871

Mio caro amico,

Io spero che voi abbiate ricevuto la copia dell’Indirizzo del Consiglio Generale per la guerra civile in Francia che vi mandai all’indirizzo in Firenze lasciatomi da voi. Un’altra copia ve la invierò in Barletta, tra un giorno o due, anche in forma di lettera, per maggior sicurezza.

Mi compiacqui molto di ricevere la vostra lettera da Barletta, a cui avrei risposto prima, ma l’Indirizzo ci ha dato un pezzo da lavorare, poiché fu violentemente attaccato dalla stampa e noi dovemmo rispondere a differenti giornali. Io sono anche impegnato a tradurlo in tedesco pel nostro giornale di Lipsia, Volkstaat. Una traduzione olandese sta pubblicandosi sul Toekomest (L’Avvenire) di Hague. Se voi potete procurare la pubblicazione d’una traduzione italiana, ciò vi aiuterebbe molto materialmente nella vostra propaganda, dando pronti mezzi agli operai italiani di apprendere le opinioni del Consiglio Generale, i principii e i modi di azione della Associazione.

Considerando meglio, io credo opportuno di mandare due copie del nostro Indirizzo a Castellazzo a Firenze, richiedendogli di inviarvene una in una lettera. Con questa occasione aprirò la corrispondenza con lui, la quale sarà mantenuta regolarmente. Dovete scusare che non gli ho scritto prima, ma, oltre all’Italia, debbo anche corrispondere con la Spagna e con il Belgio.

Ora, riguardo a Napoli e Caporusso: quest’ultimo ha assistito a uno dei nostri congressi, se non ché mai tenne regolare corrispondenza col Consiglio e per spiegare ciò io debbo entrare in alcuni dettagli storici. Caporusso e i suoi amici erano settari del russo Bakunin. Bakunin ha una teoria sua propria, consistendo piuttosto in un misto di comunismo e di proudhonismo. Il voler riunire queste due teorie in una vi dimostra che è assolutamente ignaro di economia politica. Egli ha appreso da Proudhon, fra le altre frasi di anarchia come lo stato finale della società, ed è, nondimeno, in opposizione con tutte le azioni politiche da parte delle classi operaie, in quanto che così esse riconoscerebbero lo stato politico delle cose [lo stato esistente], ed ancora che tutti gli atti politici sono nella sua opinione “autoritarii”. In qual modo speri che la presente oppressione politica e la tirannia del capitale siano spezzate, e come intenda ancora di portare avanti le sue favorite idee sull’abolizione dell’eredità senza “atti di autorità”, egli non spiega. Ma spenta la insurrezione di Lione in settembre 1870 con la forza, egli decretava nell’Hotel de Ville l’abolizione dello Stato senza prendere alcuna misura contro tutti i borghesi della Guardia Nazionale, che tranquillamente si portarono nell’Hotel de Ville, cacciarono fuori Bakunin e rimisero lo Stato in meno di un’ora. Comunque Bakunin ha fondato una setta sulle sue teorie, alla quale appartengono una piccola porzione di operai francesi, svizzeri, molti dei nostri in Ispagna ed alcuni in Italia, tra i quali Caporusso e i suoi amici: così che Caporusso fa onore al suo nome – egli ha per capo un russo.

Ora la nostra Associazione ha stabilito di essere un centro di corrispondenza e di collaborazione tra le società operaie esistenti nei diversi paesi che mirino allo stesso fine, per esempio, protezione, progresso e completa emancipazione delle classi operaie (prima regola dell’Associazione). Se le speciali teorie del Bakunin e dei suoi amici si mantenessero sotto questa regola, non vi sarebbe obiezione ad accettarli come membri e permettere loro di far ciò che possono per propagare le loro idee con ogni mezzo adatto. Noi abbiamo gente di ogni sorta nella nostra Associazione, comunisti, proudhonisti, unionisti, commerciali-unionisti [tradeunionisti], cooperatori, bakunisti, etc., ed anche nel nostro Consiglio Generale abbiamo uomini di assai differenti opinioni. Nel momento in cui l’Associazione andasse a divenire una setta, sarebbe perduta. La nostra forza consiste nella liberalità con la quale la prima regola è interpretata, cioè che tutti gli uomini i quali sono ammessi mirano alla completa emancipazione delle classi operaie. Disgraziatamente i bakunisti, con quella ristrettezza di spirito comune a tutte le sette, non erano soddisfatti di ciò. Il Consiglio Generale, secondo essi, consisteva di reazionarii, il programma dell’Associazione troppo indistinto. Ateismo e materialismo – che lo stesso Bakunin aveva imparato da noialtri tedeschi – dovevano rendersi obbligatori, l’abolizione dell’eredità e dello Stato, etc., dovevano essere parte del nostro programma.

Ora Marx ed io siamo quasi tanto vecchi e buoni atei e materialisti quanto Bakunin, siccome lo sono ancora quasi tutti i nostri membri; che questa eredità è un non senso lo sappiamo tanto bene quanto lui, malgrado che differissimo da lui in quanto all’importanza e convenienza di presentare la sua abolizione come la liberazione da ogni male e “l’abolizione dello Stato”, è una frase filosofica tedesca vecchia, della quale noi facevamo molto uso di già quando eravamo semplici fanciulli. Ma il porre tutte queste cose nel nostro programma significherebbe allontanare un immenso numero dei nostri membri, e dividere, in luogo di riunire, il proletariato europeo. Quando gli sforzi perché il programma bakunista venisse adottato come programma dell’Associazione vennero meno, un tentativo fu fatto per spingere in modo indiretto l’Associazione in quella direzione.

Bakunin formò a Ginevra un’Alleanza della Democrazia socialista la quale dovea essere un’associazione internazionale separata dalla nostra propria.

Le menti più radicali delle nostre sezioni, i bakunisti, dovevano formare dappertutto le sezioni di questa Alleanza, e queste sezioni dovevano essere soggette ad un Consiglio Generale separato in Ginevra (Bakunin) ed avere Consigli Nazionali innanti [opposti] ai nostri; ed al nostro Congresso Generale, l’Alleanza dovea sedere nel mattino nel nostro congresso e nel pomeriggio tenere un congresso suo proprio separato.

Questo grazioso piano fu messo avanti il Consiglio Generale in novembre 1868, ma nel 22 dicembre 1868 il Consiglio Generale annullò queste regole siccome contrarie agli Statuti della nostra Associazione, e dichiarò che le sezioni dell’Alleanza potevano soltanto essere ammesse separatamente e che l’Alleanza doveva o disciogliersi o cessare di appartenere all’Internazionale.

Al 9 marzo 1869 il Consiglio Generale informò l’Alleanza che «il n’existe pas section de l’Alliance en sections de l’Association Internationale des travailleurs. Si la dissolution et l’entrée des sections dans l’Internationale étaient définitivement décidées il deviendrait nécessaire, d’après nos règlements, d’informer le Conseil sur les résidences et la force numérique de chaque nouvelle section». Queste condizioni non furono giammai esattamente adempiute. Ma l’Alleanza come tale fu disapprovata dappertutto, eccetto in Francia e Svizzera, dove finì per creare divisione, dalla quale circa mille bakunisti – non un decimo dei nostri uomini – si ritirava dalla federazione francese e svizzera, e sono ora chiamati al Consiglio per essere riconosciuti come una separata federazione che molto probabilmente il Consiglio non ostacolerà. Da ciò vedete che il risultato principale dell’azione dei bakunisti è stato di creare divisioni nelle nostre fila. Nessuno ostacolò il loro speciale dogma, ma non furono soddisfatti di ciò e volevano comandare ed imporre le loro dottrine a tutti i nostri membri.

Noi abbiamo resistito, come era nostro dovere, e, se acconsentiranno di starsene tranquillamente a fianco degli altri nostri membri, noi non abbiamo né il diritto né la volontà di escluderli. Ma è quistione se sia conveniente di mettere in rilievo tali elementi, e se possiamo guadagnare le sezioni italiane, non imbevute di questo speciale fanatismo potremo certamente lavorare meglio assieme. Potrete giudicare voi stesso secondo le condizioni che avrete trovato in Napoli. Il programma citato nella circolare Jules Favre contro di noi, come programma dell’Internazionale, è un programma veramente bakunista come accennato di sopra. La nostra risposta a Favre la troverete nel “Times” di Londra, 13 giugno.

Mazzini nel 1864 tentò mutare la nostra Associazione ad utile proprio, ma andò fallito. Il suo strumento capo era un garibaldino, il maggior Wolff (suo proprio nome prince Thurn e Taxis) il quale ora è stato scoperto da Tibaldi essere spia della polizia francese. Quando M[azzini] vide che l’internazionale non poteva servirgli come mezzo egli l’attaccò con molta violenza ed ha tratto partito ad ogni occasione per oltraggiarla. Ma, come voi dite, il tempo è presto andato, e Dio e Popolo non è più il motto d’ordine della classe lavoratrice italiana.

Noi ci siamo bene avveduti che il sistema de’ fittaiuoli, o métayers, è stato, dai Romani fino a noi, la base della produzione agricola in Italia. Questo sistema senza dubbio dà generalmente ai fittaiuoli una indipendenza politica più ampia rispetto al proprietario di quella ch’è permessa qui ai fittaiuoli. Ma se noi vogliamo credere a Sismondi ed ai recenti scrittori su questo soggetto, lo sfruttamento degli affittaiuoli dai proprietarii è tanto grande in Italia come dappertutto ed i pesi sommamente gravi sul più basso ceto dei contadini.

In Lombardia, dove i poderi sono estesi, i fittaiuoli, quando io era colà, erano discretamente comodi, ma esisteva ancora una certa classe di proletarii rurali, adoperati da fittaiuoli, i quali non facevano che il lavoro reale e che non traevano nessun beneficio da questo sistema.

Nelle altre parti d’Italia, dove vi sono meno fittaiuoli, il sistema métayers, per quanto posso conoscere da lontano, non li protegge dalla stessa miseria, ignoranza e degradazione che è la sorte dei piccoli fittaiuoli in Francia, Germania, Belgio ed Irlanda. La nostra politica rispetto alle popolazioni agricole, è stata generalmente e naturalmente così: dove vi sono estesi fondi, lì il fittaiuolo è il capitalista rispetto ai lavoratori e lì dobbiamo spingere pel lavoratore; dove poi vi sono piccoli poderi l’affittaiuolo sebbene nominalmente sia un piccolo capitalista, oppure proprietario (come in Francia e parte della Germania), pure in realtà è generalmente ridotto alla stessa miseria del proletario, e noi dobbiamo allora lavorare per lui.

Senza dubbio dev’essere lo stesso in Italia. Ma il Consiglio vi sarà molto obbligato se voi ci darete delle informazioni in proposito, ed anche sulla recente legislazione in Italia in quanto alle proprietà rurali ed altre quistioni sociali.

Dopo molte interruzioni finisco questa lettera il 3 luglio, e vi domando solamente di essere tanto buono a favorirmi una pronta risposta. A Cast[ellazzo] scrivo oggi.

Vostro devotissimo
F/to F. Engels
 
 
 
 
 
 

Londra, 16 luglio 1871

Mio caro Amico,

Io spero che abbiate ricevuto la mia lettera del 3 luglio, diretta a Barletta. Ricevei la vostra del 28 giugno, il giorno dopo che la mia partiva, e fui contento di apprendere che avevate ricevuto l’Indirizzo, che è in corso di traduzione in italiano e che sarà pubblicato in quest’ultima lingua. Quanto alla traduzione russa, spingete la Signora con tutti i mezzi a finirla, perché quanto più presto sarà fatta e pubblicata meglio è. D’altronde la traduzione tedesca, olandese e spagnuola si sta pubblicando a Madrid, la traduzione francese sarà pubblicata a Ginevra e forse un’altra a Bruxelles. In tal modo, con tutte le persecuzioni del Governo continentale, è una soddisfazione ravvisare che la nostra Associazione ha maggiori mezzi di pubblicazione internazionale che la stampa ufficiosa di ogni governo europeo.

Quando la vostra lettera arrivò, la mia per Firenze non era stata ancora mandata, e per la protezione ho pensato meglio non scrivere direttamente a quella città. Una busta contenente documenti stampati, mandata da Londra ad un calzolaio in Firenze, il cui nome avendo figurato sotto l’Indirizzo alla Comune, cagionerebbe naturalmente dei sospetti, mentre la stessa lettera, diretta ad un dottore di legge in Napoli, giungerebbe come cosa ordinaria. Io quindi accludo alla presente:
- La regola dell’Indirizzo inaugurale e provvisorio 1864;
- Regole stabilite dal Congresso;
- Risoluzioni del Congresso 1866 e 1868;
- Due Indirizzi del Consiglio Generale sulla guerra;
- Indirizzo sulla guerra civile in Francia, 2a edizione;
- idem del signor Washburne, 3 copie.

Avrete la bontà di spedire a Firenze taluni di questi documenti, come potete, in economia, e tenete il rimanente pel vostro proprio uso. Non so esattamente quali documenti il nostro segretario vi diede prima che lo lasciaste. Se voi ne domandate più copie, di alcuni o di tutti, compiacetevi farmelo conoscere e vi saranno mandati al più presto che li avremo. Ad ogni modo voi avete ora abbastanza materiale da trasmettere qualsiasi informazione sullo stato attuale dell’Associazione [che] domanderanno i nostri amici di Firenze. Sarà forse buono se, presentemente, io non corrispondo con loro se non solamente per mezzo vostro, fino a che le persecuzioni presenti non siano finite, perché non sarebbe vantaggioso compromettere qualcuno più del necessario. Nel frattempo, e fino a che la loro società non sarà ricostituita, potrebbero formare subito una sezione della nostra Associazione, dei loro più intimi amici, da sei a una dozzina, e scriverci una lettera constatando il fatto della loro adesione, nominando il loro segretario, col quale io mi metterei allora in corrispondenza. Questa sezione potrebbe allora, più tardi, essere fusa nella società ricostituita. Tosto che la lettera sarà arrivata si formerà la lista dei nomi per mandarla alla pubblicazione.

Siamo contenti di sentire che voi ed altri amici non temete le persecuzioni, ma al contrario le salutiamo come il miglior mezzo di propaganda. Questa è la mia opinione, e sembra che siamo destinati ad averne in abbondanza di tali persecuzioni. In Ispagna molti sono stati imprigionati ed altri si vanno nascondendo. Nel Belgio vi è tutto il desiderio, da parte del Governo, di dare pieno corso alla legge ed anche dippiù contro di noi. In Germania i partigiani di Bismarck stanno anch’essi cominciando questo giuoco, se non che essi qui, più che in Ispagna, sono attraversati [ostacolati] dalla energica resistenza dei nostri uomini che sono stati assai più felici. Senza dubbio avrete ancora la vostra parte in Italia, ma siamo soddisfatti che queste persecuzioni incontreranno uno spirito diverso da quello di Caporusso e dei suoi amici. È veramente sorprendente che questi partigiani di Bakunin mostrino tale codardia tosto che vi sia il minimo pericolo. I bakunisti spagnoli, i quali poco tempo fa ci scrissero che la loro condotta di astensione dalle cose politiche aveva avuto immenso successo, e tanto che i socialisti non erano più temuti, ma considerati come popolo affatto innocente (!!) non si sono poi per nulla comportati bene di fronte alle recenti persecuzioni, e non siamo capaci di trovarne uno solo tra essi, di qualunque nazione, che, in una barricata od in altro luogo, abbia di sua propria volontà esposto se stesso ad un pericolo. Sarà buona fortuna disfarsi di loro intieramente, e se potete trovare elementi in Napoli, e in altre città, i quali non hanno niente [in comune] con questa corrente ginevrina, sarà molto meglio.

Qualunque cosa possiamo fare o qualunque congresso prescriveremo, questi uomini formeranno sempre in realtà, se non nominalmente, una setta internazionale all’interno della nostra Società, e gli uomini di Napoli, Spagna, etc. porranno maggior peso sulle direttive dei loro capi-gruppo piuttosto che su ogni altra comunicazione della nostra l’Associazione. Così se essi rientreranno nella nostra Associazione ci sembra che sarà solo per breve tempo, e di nuovo si ripresenteranno le quistioni che porteranno alla loro esclusione. Noi abbiamo avuto delle prove che ci mostrano come essi siano ancora intenzionati a formare una loro Internazionale, distinta dalla nostra grande Internazionale, ma possono essere sicuri che né il Consiglio Generale né il Congresso permetteranno alcuna violazione alle nostre regole.

Ciò che dite intorno allo stato delle popolazioni del mezzogiorno d’Italia non ci sorprende. Pure qui in Inghilterra, dove il movimento delle classi operaie è quasi così vecchio come il secolo, si incontra l’apatia e l’ignoranza in abbondanza. Il movimento dell’unione commerciale [sindacale] è, fra tutte le grandi, potenti e ricche unioni commerciali [trade unions], divenuto più un ostacolo al movimento generale che uno strumento del suo progresso, e, al di fuori della Unione Commerciale [dei sindacati], esiste qui una immensa massa di operai di Londra che da parecchi anni si tengono affatto lontani dal movimento politico, di conseguenza sono molto ignoranti. Ma da altra parte essi sono anche esenti da molti pregiudizi tradizionali degli unionisti commerciali [tradeunionisti] ed altre antiche sette, e perciò formano un eccellente materiale sul quale si può lavorare. Essi stanno per essere posti in moto dalla nostra Associazione e li abbiamo riconosciuti intelligenti.

Ho potuto perfettamente comprendere la vostra posizione in Napoli: essa è la stessa di quella nella quale alcuni di noi ci trovammo in Germania venticinque anni fa, quando da principio fondammo il movimento sociale. Allora avevamo tra i proletari i soli pochi uomini che in Isvizzera, Francia ed Inghilterra si erano imbevuti d’idee socialiste e comuniste, noi avevamo pochissimi mezzi per operare sulle masse e, come voi, dovevamo trovare gli aderenti tra i maestri di scuola, giornalisti, e studenti. Fortunatamente in questa fase del movimento tali uomini, che non appartengono esattamente alla classe operaia, si trovano facilmente; più tardi, quando la gente lavoriera padroneggia il movimento, divengono certamente rari.

Con la libertà assicurata dal 1848, con la stampa, col diritto di riunione e di associazioni, questa prima fase di movimento è stata naturalmente abbreviata di molto e senza dubbio in un anno o due potrete farci un differente rapporto sullo stato delle cose in Napoli.

Vi ringraziamo anche per la vostra schiettezza nell’esporci i fatti come realmente sono. La nostra Associazione è forte abbastanza da mostrare di conoscere la reale verità, anche quando sembra sfavorevole, e niente potrebbe indebolirla se non rapporti esagerati i quali non corrispondessero alla realtà. Agite così e non riceverete giammai da me alcun ragguaglio che potrebbe menomamente farvi vedere le cose diversamente da quel che sono.

Accludo il rapporto della riunione del Consiglio 3 luglio, con tutti i fatti riguardanti il maggiore Wolff. Siccome l’uomo è ben conosciuto in Italia sarà buono pubblicarli costì.

Posso aggiungere che abbiamo una regola per tutti i giornali periodici pubblicati dalla nostra organizzazione, due copie debbono essere mandate regolarmente al Consiglio qui, una per l’Archivio dove sono tenute tutte, ed una per la Segreteria del paese nel quale si pubblicano. Vorreste darvi la pena di far adempiere a ciò non appena ci sarà un organo italiano dell’Associazione? Anche delle traduzioni italiane alquante copie dovrebbero essere mandate qui. Abbiamo ora sei italiani qui rifugiati, i quali combatterono a Parigi per la Comune, e si soccorrono con i nostri fondi per i rifugiati.

Salute e fraternità.
Firmato F. Engels
 
 
 
 
 
 
 
 

Londra, 28 luglio 1871

Caro Cafiero,

Ho ricevuto la vostra lettera del 12, e spero abbiate ricevuto la mia diretta a Napoli alquanti giorni prima, contenente le norme dell’Associazione, le deliberazioni dei Congressi di Ginevra e Bruxelles, la terza edizione del discorso sulla guerra civile in Francia, quelli sulla guerra franco-germanica, l’altro inaugurale dell’Associazione 1864, etc. Siffatti documenti basteranno di certo a spiegarvi quali siano le regole ed i principii della nostra Società ed i mezzi di cui dispone il Consiglio Generale per agire in nome ed in pro della Società istessa. Ancora ho ricevuto “La Plebe” di Lodi, il Bollettino su Caporusso ed il numero del “Roma del Popolo” che contiene l’attacco di Mazzini contro noi.

Quanto ai fatti che si riferiscono a Caporusso pubblicati e poi citati nella vostra lettera, sarebbero bastevoli a dichiararlo incapace di farci male alcuno in avvenire. Qualora osasse ripresentarsi al pubblico qual rappresentante delle classi operaie si renderebbe pubblico il fatto delle 300 lire e ciò annullerebbe le ultime vestigia della sua influenza. Siamo lieti di sapere come costì nulla esista della Setta dei bakunisti. Ci si era fatto ritenere il contrario poiché i bakunisti svizzeri affermavano sempre che così fosse. Costantemente lo ripetevano e, siccome alcuna risposta ricevevamo alle nostre lettere di Napoli, vi credemmo. Non avevamo altro indirizzo a Napoli oltre quello di Caporusso, cui furono scritte almeno tre lettere dal nostro segretario francese E. Dupont, presente Marx, ma il Caporusso ha dovuto soffocarle. Se credete ne valga la pena interrogate il Caporusso intorno a tali lettere. D’altronde mai si ricevettero in risposta lettere da Napoli, e se quelle che furono spedite sono state indirizzate, come affermate, direttamente al Consiglio, è fin troppo chiaro che tra polizia italiana, francese ed inglese, non ce ne sarebbe pervenuta nessuna.

Avete ben ragione di insistere sul momento riflesso (nel quale con piacere riconosco la voce stessa del vecchio Hegel, cui pure noi tanto dobbiamo) e di dire che l’associazione non può limitarsi nella sua azione alla semplice franca asserzione dell’articolo primo degli Statuti, un principio che se non sarà sviluppato rimarrà una mera negazione, la negazione del diritto delle classi aristocratiche e borghesi a sfruttare il proletariato.

In verità noi dobbiamo andare molto più in là, noi dobbiamo svolgere il lato positivo della quistione, come l’emancipazione del proletariato debba avere effetto e quindi la discussione delle diverse opinioni diviene non soltanto inevitabile, ma necessaria. Come dico, questa discussione si svolge costantemente non soltanto nel seno dell’Associazione, ma anche nel Consiglio Generale dove ci sono comunisti, proudhonisti, owenisti, chartisti, bakunisti, etc. etc. La massima difficoltà è di riunirli tutti e di fare che le divergenze di opinioni su tali fatti non turbino la solidità e la stabilità dell’Associazione. E qui noi siamo stati sempre fortunati con la sola eccezione degli svizzeri bakunisti, i quali, con vera furia settaria, osarono sempre, sia direttamente d’imporre il loro programma all’Associazione, sia indirettamente ancora formando una società internazionale speciale con proprio Consiglio Generale, proprio congresso, e ciò nel seno stesso della grande Internazionale.

Quando vi si provarono sotto la forma di Alliance de la Démoratie Socialiste de Genève, il Consiglio vi rispose con ciò che segue (22 dicembre 1868):

«Dopo [secondo] questo documento (il Programma ed il Regolamento dell’Alleanza) la detta Alleanza, “è fusa interamente nell’Internazionale”, nello stesso tempo che essa è stata fondata completamente al di fuori di questa Associazione. A fianco del Consiglio Generale dell’Internazionale eletto dai successivi congressi di Ginevra, Losanna e Bruxelles, si avrebbe, dopo l’atto costitutivo [dell’Alleanza], un altro Consiglio Generale con sede a Ginevra che si è auto-nominato. A fianco dei gruppi locali dell’Internazionale si avrebbero i gruppi locali dell’Alleanza i quali, per mezzo dei loro uffici nazionali funzionanti al di fuori degli uffici nazionali dell’Internazionale, “chiederanno all’Ufficio Centrale dell’Alleanza la ammissione nell’Internazionale” ed il Comitato Centrale dell’Alleanza si arrogherà così il diritto di ammissione nell’Internazionale. In ultimo, il Congresso Generale dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori troverà ancora il proprio doppione nel Consiglio Generale dell’Alleanza poiché, come dice il suo atto costitutivo, “ai congressi annuali dei lavoratori, la delegazione dell’Alleanza Internazionale della Democrazia Socialista, come branca dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, terrà le sue sedute pubbliche in un locale separato”.

«Considerando:
«che la presenza di un secondo corpo internazionale, funzionante all’interno ed all’esterno della Associazione Internazionale dei Lavoratori, sarebbe il mezzo più sicuro per disgregarla; che ogni altro gruppo di individui residente in una località qualunque avrebbe il diritto d’imitare il gruppo iniziatore di Ginevra, con pretesti più o meno ostentati, di aggiungere all’Associazione Internazionale dei Lavoratori altre associazioni internazionali con “missioni speciali”;
«che in questa maniera l’Associazione Internazionale dei Lavoratori diverrebbe ben presto il giocattolo degli intriganti di tutte le nazionalità e di tutti i partiti;
«che d’altra parte gli Statuti della Società Internazionale dei Lavoratori non ammettono nel suo ambito che delle branche locali e delle branche nazionali (vedere l’articolo I e l’art. VI degli Statuti);
«che è vietato alle Sezioni dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori di darsi degli Statuti e dei Regolamenti amministrativi contrari agli Statuti generali ed ai Regolamenti amministrativi dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori (vedere l’articolo XII del regolamento amministrativo);
«che la revisione degli Statuti ed i Regolamenti amministrativi dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori non può essere fatta se non da un Congresso Generale nel quale i due terzi dei delegati presenti votino a favore di tale revisione (vedere l’art. XIII dei Regolamenti amministrativi)
«che la quistione è stata pregiudicata dalle risoluzioni contro la Lega della Pace, adottate unanimemente al Congresso di Bruxelles (questa Lega aveva invitato la Internazionale a congiungersi ad essa, e questa fu la nostra risposta a questi borghesi);
«che in queste risoluzioni il Congresso dichiarò che la Lega della Pace non aveva alcuna ragione di essere, poiché dopo le sue recenti dichiarazioni, il suo scopo ed i suoi principi erano identici con quelli dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori;
«che molti membri del gruppo iniziatore dell’Alleanza nella loro qualità di delegati al Congresso di Bruxelles hanno votato queste risoluzioni;
«il Consiglio Generale dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, nella sua seduta del 22 dicembre 1868, ha unanimemente stabilito:
l) tutti gli articoli del Regolamento dell’Alleanza Internazionale della Democrazia Socialista, statuenti le sue relazioni con l’Associazione Internazionale dei Lavoratori, sono dichiarate nulle e di nessun effetto;

2) l’Alleanza Internazionale della Democrazia Socialista non è ammessa come branca dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori».

Su questo punto, cioè che l’Internazionale non può permettere altra Internazionale settaria di coesistere con la propria organizzazione, credo non vi possano essere due opinioni. Non v’è il menomo dubbio che tutti i Congressi ed i Consigli Generali avvenire si opporranno alla organizzazione di tali intrighi nel nostro stesso seno, e sarebbe bene che i nostri amici di Napoli, almeno quelli che hanno rapporti con Ginevra, comprendessero ciò: i bakunisti sono una piccolissima minoranza nell’Associazione, e sono i soli che hanno in ogni tempo procurato dissensioni. Parlo principalmente degli svizzeri, poiché con gli altri non avemmo che poco o nulla da fare. Abbiamo sempre permesso a tutti di avere i loro principii, e di diffonderli nel miglior modo che credessero, purché rinunziassero ad ogni tentativo di minare l’Associazione o d’imporre il loro programma a noi. E così vedranno che gli operai di Europa non si faranno gl’istrumenti di una piccola setta. Quanto poi alle loro vedute teoriche il Consiglio Generale scrisse all’Alleanza il 9 di marzo 1869 citando l’articolo 1° degli Statuti.

«Le sezioni delle classi operaie nei diversi paesi si trovano poste in condizioni diverse di sviluppo, quindi ne consegue necessariamente che le loro opinioni teoriche, che riflettono il loro movimento reale, siano pure divergenti. Tuttavia, la comunanza di azione stabilita dall’Associazione Internazionale dei Lavoratori, lo scambio delle idee facilitato dalla pubblicità fatta dagli organi delle differenti sezioni nazionali, infine le discussioni dirette nei Congressi generali, non mancheranno d’ingenerare gradualmente un programma teorico comune. Così sarebbe al di fuori delle funzioni del Consiglio Generale di fare l’esame critico del programma dell’Alleanza. Noi non dobbiamo affatto ricercare se, si o no, sia una espressione adeguata del movimento proletario. Per noi si tratta solamente di sapere s’essa non contenga nulla di contrario alla tendenza generale della nostra Associazione, cioè contro l’emancipazione completa della classe operaia».
Vi ho dunque citato questo in esteso per provarvi come sarebbe infondato qualsivoglia addebito al Consiglio Generale, ch’esso cioè oltrepasserebbe il limite dell’articolo 1° degli Statuti. Nelle sue ufficiali attribuzioni, per ciò che riguarda ammissione o rifiuto di sezioni, non può di certo che agir così; ma per quanto riguarda le discussioni sopra i punti teorici il Consiglio nulla desidera più ardentemente di ciò.

Da simili discussioni il Consiglio spera pervenire ad un programma generale teorico che sia accetto dal proletariato europeo. In tutti i nostri congressi teorici, le discussioni hanno occupato lungamente la maggior parte del tempo, ma fa d’uopo notare che in queste discussioni teoriche Bakunin ed i suoi amici vi hanno presa piccolissima parte.

Il Consiglio Generale anche nei suoi documenti ufficiali è andato più lontano assai dell’articolo 1°. Leggete tutti i discorsi mandativi, ed in particolare il numero tre di quello sulla Guerra Civile in Francia in cui ci dichiariamo in favore del comunismo, della quale cosa, senza dubbio i molti proudhonisti dell’Assemblea saranno stati terribilmente dispiaciuti. Ciò potemmo fare perché indottivi dai capitalisti calunniatori della Comune di Parigi.

Non esiste alcun documento pubblicato dal Consiglio Generale che non vada al di là dell’articolo l°. Ma il Consiglio può andare oltre il programma ufficiale dell’Associazione soltanto per quello che le circostanze possono giustificare: esso non può dare ad alcuna sezione il diritto di dire: avete infranto i nostri statuti, proclamate ufficialmente cose che non sono nelle norme dell’Associazione. Voi dite che i nostri amici di Napoli non sono contenti della mera astrazione, essi vogliono qualche cosa di concreto, essi non si contentano di altro che dell’eguaglianza e dell’ordine sociale invece del disordine. Bene, noi siamo disposti a fare di più. Non vi è nel Consiglio Generale un uomo solo che non sia per l’abolizione totale delle classi sociali, e non vi è un sol documento del Consiglio Generale che non sia in armonia con ciò. Noi dobbiamo liberarci dei proprietari rurali e dei capitalisti, guidando le classi associate dei lavoratori della terra e dell’industria a impossessarsi di tutti i mezzi di produzione: terre, strumenti, macchine, materiali grezzi e quanto serve a sostenere la vita durante il tempo necessario alla produzione. Con ciò la ineguaglianza dovrà cessare.

E per condurre questo a termine abbiamo bisogno della supremazia politica del proletariato. Credo che ciò sia abbastanza concreto per gli amici di Napoli.

Nel tempo istesso mentre noi, siccome altri, adempiamo la parte nostra nel lavoro del cattivo terreno, non si deve pretendere che il Consiglio Generale mandi fuori a brevi periodi proclami incendiarii, coi quali buona parte dei nostri membri sarebbe contenta, mentre l’altra parte ne sarebbe certamente dispiaciuta. Se però una reale congiuntura si manifesta, è allora che ci mostriamo forti, come avvenne con l’Indirizzo della guerra civile, e ciò è provato con quella della Francia. Per la quistione religiosa non possiamo ufficialmente parlarne, eccetto dove i preti ci provocano, ma voi sentirete lo spirito di ateismo in tutte le nostre pubblicazioni, ed inoltre non ammettiamo fra noi società alcuna che abbia il più lieve sentore di allusione religiosa nei suoi statuti. Molte volevano concorrervi ma furono tutte invariabilmente respinte. Se i nostri amici di Napoli si costituissero in società di atei, e non ricevessero che atei, che cosa diverrebbe mai la loro propaganda in una città in cui, e voi stesso lo dite, non solo Dio è onnipotente ma pure San Gennaro va trattato con delicatezza?

Accludo una lettera per C. Palladino contenente le espressioni di simpatia per la sezione napoletana, secondo i vostri desiderii; compiacetevi passargliela.

Ora a Mazzini. Il suo articolo sulla Roma del Popolo l’ho comunicato al Consiglio lo scorso martedì. Vi manderò il rapporto pubblicato sulla discussione fra pochi giorni. Per l’Italia però è da desiderare che il seguente sia pubblicato.

Mazzini dice: «Questa Associazione fondata anni addietro in Londra, ed alla quale io ricusai fino da principio la mia cooperazione... Un nucleo d’individui che s’assume di governare direttamente una vasta moltitudine d’uomini diversi per patria, tendenze, condizioni politiche, interessi economici e mezzi di azione, finirà sempre per non operare, o dovrà operare tirannicamente. Per questo io mi ritrassi, e si ritrasse poco dopo la sezione operaia italiana».

Ora ecco i fatti. Dopo il meeting del 28 settembre 1864, nel quale fu fondata la nostra Società, non appena il Consiglio provvisorio veniva eletto nella detta pubblica Assemblea, il maggiore L. Wolff presentò un manifesto ed un progetto di statuto redatto dallo stesso Mazzini. In esso non solo non fuvvi obiezione di governare direttamente una moltitudine etc., non solo egli non diceva che questo nucleo d’individui finirà sempre per non operare o dovrà operare tirannicamente, ma al contrario le regole furono concepite nello spirito di una cospirazione centralizzata, dando tirannico potere alla corporazione centrale.

Il manifesto era nel solito stile di Mazzini, la démocratie vulgaire offriva diritti politici agli operai allo scopo di mantenere intatti i privilegi sociali delle classi medie ed elevate. Tale manifesto e progetto di norme furono poi respinti. Ma gli italiani (leggete i nomi a tergo del nostro discorso inaugurale) rimasero membri finché la detta questione non fu ripresentata a riguardo di alcuni bourgeois democratici francesi i quali desideravano servirsi dell’Internazionale. Quando questi non furono ammessi, allora prima Wolff e poi gli altri si ritirarono, e noi la facemmo per sempre finita con Mazzini. Alquanto dopo il Consiglio Centrale, in risposta ad un articolo di Vésinier, dichiarò nel Journal de Liège che Mazzini non fu mai membro dell’Associazione e che i piani del suo manifesto e le regole erano state rigettati. Avrete veduto che anche nella stampa inglese Mazzini ha furiosamente attaccato la Comune di Parigi, questo è proprio ciò che egli sempre fa quando i proletari si sollevano, dopo la disfatta egli li denuncia ai bourgeois. Dopo la insurrezione di giugno 1848 fece lo stesso, denunziò così i proletari insorti tanto oltraggiosamente che anche Louis Blanc scrisse un opuscolo contro di lui. E Louis Blanc ci ha detto poi parecchie volte che la insurrezione del giugno 1848 fu l’opera degli agenti bonapartisti.

Se Mazzini chiama il nostro amico Marx uomo d’ingegno... dissolvente, di tempra dominatrice, etc. etc., io posso soltanto dirvi che la dissolvente dominazione e lo spirito geloso di Marx han saputo mantenere la nostra Associazione unita per sette anni, ed ha fatto più di ogni altro per portarla nella presente orgogliosa posizione.

Quanto allo smembramento della Società che è, come si dice, già cominciato qui in Inghilterra, il fatto vero è che due membri inglesi del Consiglio, che erano divenuti troppo intimi con la borghesia, trovarono il nostro Indirizzo sulla guerra civile troppo forte e si ritrassero. In luogo di questi abbiamo acquistato quattro nuovi inglesi ed un irlandese, e ci consideriamo molto più forti qui in Inghilterra, di quello che eravamo prima che i due rinnegati ci lasciassero. Invece di trovarci in uno stato di dissoluzione, ora siamo per la prima volta pubblicamente riconosciuti dalla intera stampa inglese come una grande potenza europea, e mai un piccolo opuscolo ha prodotto migliori sensazioni di quello che produsse qui in Londra l’Indirizzo sulla guerra civile di cui sta per uscire la terza edizione.

Ripeto ch’è desiderabilissimo che questa risposta a Mazzini si pubblichi in italiano e che si mostri agli operai italiani che il grande agitatore e cospiratore Mazzini non ha altro concetto per essi che questo: educazione, istruitevi come meglio potete (come se ciò dipendesse da loro stessi) adoperatevi a creare più frequenti le società cooperative di consumo (nemmeno di produzione!) e confidate nell’avvenire!!

Nel meeting di martedì scorso il Consiglio ha risoluto: che una conferenza privata di delegati delle varie sezioni degli operai dell’Associazione Internazionale si tenga in Londra la terza domenica di settembre (17 settembre).

Fu presa tal risoluzione perché un pubblico congresso è ora impossibile, viste le persecuzioni governative che hanno luogo in Ispagna, Francia, Germania e forse ancora in Italia. Se tenessimo un pubblico congresso, non avremmo nella maggior parte di questi paesi i nostri delegati eletti pubblicamente, e ancora essi probabilmente sarebbero arrestati al loro ritorno. Stando così le cose, siamo costretti a ricorrere ad una conferenza privata, non pubblicandosi né la convocazione, né la riunione, né le deliberazioni. Una simile conferenza ebbe luogo nel 1865 invece di un Congresso. L’attuale conferenza può naturalmente riunirsi a Londra soltanto, essendo questa la sola capitale in Europa dove gli stranieri non siano condannati dalla polizia alla espulsione. Il numero dei delegati e le norme per le elezioni sono lasciate del tutto alle varie branche nazionali. La conferenza non avrà che pochi giorni a sua disposizione, e così limiterà le sue discussioni principalmente alle quistioni pratiche intorno all’amministrazione interna dell’organamento generale della Società. Come le sue tornate non saranno pubbliche, né le discussioni dopo saranno pubblicate, la discussione dei punti teorici sarà di poca importanza, però la riunione dei delegati sarà una fortunata occasione perché si scambino le loro idee. Il Consiglio Generale sottoporrà alla Conferenza una relazione della sua gestione pei due decorsi anni e la Conferenza si pronunzierà sulla medesima. Così vi saranno parecchie importanti questioni prima di procedere innanzi.

Vi prego perciò di spingere per la riorganizzazione delle nostre sezioni in Italia, tanto quanto è possibile affinché esse siano rappresentate in questa Conferenza. Siccome Gambuzzi verrà a Londra verso quell’epoca, forse egli potrebbe aggiustare il suo viaggio convenientemente e ricevere un mandato come uno dei vostri delegati. Debbo però nel tempo stesso richiamare la vostra attenzione sul capo ottavo del regolamento amministrativo che dice: “Solo i delegati di divisioni e sezioni che hanno pagato le loro contribuzioni al Consiglio Generale possono prender parte alle operazioni del Congresso”. La contribuzione è di un soldo o 10 centesimi l’anno per ciascun membro e sarebbe bene che fossero mandati prima della conferenza poiché può essere che diversamente operando possano sorgere delle difficoltà sul fatto dell’ammissione dei delegati.

Vorrete compiacervi di mandarmi, per uso del Consiglio, almeno sei copie della traduzione italiana de “La Guerra Civile in Francia”, tosto che sarà pubblicata.

Sarebbe bene che sull’indirizzo della vostra lettera, invece del mio nome, diciate signorina Burns, così proprio: Miss Burns, 122 Regent’s Park et rien de plus, con nessun’altra interna bustina o indirizzo. E’ mia nipote, ed è una fanciulla che non conosce l’italiano, quindi non vi è sbaglio da temere.

Accludo anche: 1) il nostro Indirizzo al Consiglio Americano denunziando la condotta del loro ambasciatore a Parigi, signor Washburne; 2) e 3) rapporti pubblicati delle due riunioni del Consiglio (questi rapporti pubblicati contengono nient’altro che ciò che noi desideriamo di pubblicare, avendone sottratto tutti gli affari dell’amministrazione interna).

F. Engels