International Communist Party Sulla questione sindacale



Partito e organi proletari di classe nella tradizione del comunismo rivoluzionario

(Il Partito Comunista, n.12‑14, 1975)



LOTTA ECONOMICA E LOTTA POLITICA

Continuando a delucidare la questione del fronte unico, ritorniamo alle basi della nostra concezione marxista. La classe operaia è costretta alla lotta contro il regime capitalistico dalla necessità di difendere le sue condizioni di esistenza, il suo salario, il suo lavoro, la sua stessa vita. Questa lotta che si svolge sul terreno delle condizioni economiche degli operai, si trasforma in determinati momenti critici in lotta politica, in lotta per la conquista del potere politico, perché in tali momenti la stessa difesa delle condizioni di vita degli operai non può farsi che strappando il potere politico dalle mani della borghesia, stabilendo il potere dittatoriale della classe proletaria, sulla cui sola base è possibile la distruzione del modo di produzione capitalistico e la riorganizzazione in senso comunistico dell’economia e della società. La conduzione della lotta politica non può essere demandata che ad un organismo di combattimento sorto e adatto a questo scopo, a questa finalità: il partito politico di classe.


ORGANISMI PROLETARI E PARTITO POLITICO

La prima conseguenza che discende da questa impostazione marxista del problema e che risulta verificata da tutta la storia del movimento proletario, è la necessità oggettiva, perché non dipendente dalla volontà di nessuno, del manifestarsi dell’azione e dell’organizzazione proletaria sul terreno della lotta economica. Questa azione difensiva della classe operaia è comune a tutti gli operai indipendentemente dalla loro ideologia, dalle loro convinzioni politiche. La sua radice non sta in un fatto di idee o di volontà, ma nella situazione materiale reale in cui gli operai si trovano a vivere. Questa azione si esprime in una forma organizzativa adeguata: l’organizzazione economica, sindacale, che riunisce gli operai in quanto salariati, in quanto sottoposti alla pressione materiale del modo di produzione capitalistico. L’organizzazione degli operai per la conduzione della lotta economica, non riunisce dunque gli operai sulla base dell’adesione a una finalità, a un programma politico, ma li riunisce in quanto operai, in quanto salariati che si trovano in una medesima situazione materiale, che sentono di avere gli stessi interessi immediati da difendere.

La finalità, il riconoscimento che la stessa lotta economica è insufficiente e deve perciò trapassare in lotta generale politica di tutta la classe per la conquista del potere, l’approntamento dei mezzi materiali ed ideali per questa lotta è patrimonio e compito del partito politico. Il partito dunque, non è definito dalla sua composizione sociale, né dall’ambito di reclutamento dei suoi aderenti, né da una struttura organizzativa aderente alla superficie della classe operaia per categoria o per posto di lavoro; è definito, al contrario, proprio dalla sua tendenza a un fine e perciò dal suo programma politico rivoluzionario. Vi si aderisce solo in quanto se ne accettano la teoria, il programma, i principi, le finalità, e si può essere operai o non operai. Si è, nella formula di Lenin, “rivoluzionari di professione”.

Esiste dunque una netta distinzione fra organismi che si qualificano per essere operai, cioè per il riunire tutti i salariati di una determinata azienda, categoria produttiva, settore industriale in vista della difesa di interessi contingenti a tutti comuni, e l’organizzazione politica del proletariato, contraddistinta dalle sue posizioni e dalle sue finalità. Distinzione netta, che non significa affatto assenza di rapporti e di reciproci legami, ma svolgimento di funzioni di classe che non possono coincidere organizzativamente, come nel corpo umano il cervello non coincide con lo stomaco, sebbene vi sia fra l’uno e l’altro organo strettissimo e indispensabile collegamento e influenza reciproca.

Il fatto è che la coscienza politica della classe operaia, delle sue finalità generali, superanti aziende e categorie, e storiche, che superano quindi lo stesso succedersi delle generazioni operaie, si materializza in un organo determinato, il partito politico di classe, il quale riunisce soltanto una minoranza della classe stessa, sulla base dell’adesione a un fine, a un programma, a posizioni politiche determinate. Questo organo politico “importa” (la formula è di Lenin) la coscienza politica negli strati operai che la situazione mette in movimento.

Ma questa importazione non avviene nel senso di un dissolversi del partito politico nelle organizzazioni operaie, né si risolve in un’opera “educativa” che dovrebbe far crescere la coscienza delle masse proletarie fino al momento in cui non ci sarà più bisogno dell’organo speciale partito, o questo si ridurrà ad un semplice elemento tecnico di conduzione della lotta. Avviene, al contrario, attraverso un’azione che tende a influenzare le organizzazioni operaie, a stabilire i più stretti legami fra queste e l’organo partito, a potenziare questo stesso organo tramite il passaggio ad esso di quei proletari che acquisiscono, nel corso della lotta stessa, la coscienza delle finalità del partito e che ne accettano integralmente e in blocco le posizioni.

La classe proletaria manifesta la sua esistenza storicamente e materialmente nella famosa forma piramidale che esprime la complessità della sua lotta e della sua organizzazione di classe: partito-soviet-sindacati. Nessuno di questi organi di classe può essere ritenuto inutile o “superato”: è nella esistenza di tutti questi e nell’intersecarsi dei loro rapporti e delle loro vicissitudini che si manifesta la classe in lotta per la sua completa emancipazione.

Nel nostro testo del 1951 “Partito rivoluzionario ed azione economica” abbiamo così definito i fattori del processo rivoluzionario: 1) La presenza di un proletariato esteso di puri salariati. 2) La presenza di una rete estesa di organismi economici aperti ai soli operai indipendentemente dalle loro convinzioni ideologiche e politiche. 3) La presenza dell’organo specifico partito di classe e l’influenza di esso sugli organismi economici della classe stessa attraverso la sua rete organizzata di gruppi comunisti nelle organizzazioni economiche.

Sullo stesso terreno e nello stesso senso si pone la nostra classica affermazione: solo il partito politico rappresenta la finalità rivoluzionaria della classe. Le altre organizzazioni di classe, che lo sono in quanto riuniscono gli operai, possono essere influenzate ed asservite a indirizzi e prospettive non rivoluzionarie, borghesi, di conservazione sociale, controrivoluzionarie addirittura.

Questo avviene non solo perché la borghesia tende ad influenzare con tutti i suoi potenti mezzi materiali e spirituali la classe operaia, e a corromperla in mille forme, di cui la più deleteria è stata ed è quella dell’opportunismo, ma anche perché, almeno a livello immediato e parziale, gli interessi di singoli gruppi e strati operai non sono affatto incompatibili con la permanenza del modo di produzione capitalistico, con il dominio borghese, anche se a livello generale e storico contraddicono gli interessi della classe nel suo insieme. Solo in determinati momenti critici della storia gli interessi anche immediati e parziali dei gruppi operai entrano in aperta contraddizione con il modo di produzione capitalistico ed è in questi momenti che l’unico organo che ha una visione storica e mondiale degli interessi di classe può utilmente conquistare alla sua influenza gli organismi operai immediati.

La cosa vale non solo per le organizzazioni sindacali, economiche, ma anche per organismi, come i soviet, che esprimono la tendenza operaia alla lotta rivoluzionaria.

Tutti gli organismi operai devono perciò essere conquistati alla prospettiva rivoluzionaria dall’azione nel loro seno dell’organismo rivoluzionario, il partito politico. Altrimenti sono impotenti dal punto dì vista rivoluzionario, pur rimanendo organismi operai.

C’è qui una linea fondamentale e costante dell’impostazione marxista. Gli operai in quanto tali possono arrivare al massimo alla coscienza della necessità di difendere le loro condizioni di vita e ad organizzarsi per questa difesa. Il trapasso da questa coscienza elementare, “tradeunionista”, alla coscienza politica, socialista si attua soltanto attraverso l’intervento e l’influenza del partito politico. Altrimenti la lotta economica e le organizzazioni economiche possono soggiacere a prospettive e indirizzi non rivoluzionari, possono essere indirizzati da una politica borghese. Il tradunionismo, dice Lenin, è la politica borghese della classe operaia.


IL RUOLO DEL PARTITO NELLE TESI DELL’INTERNAZIONALE COMUNISTA

Queste nozioni elementari che abbiamo ricordate sono il risultato della esperienza di tutta la lotta proletaria mondiale di un secolo. Esse furono alla base dell’opera gigantesca svolta dall’Internazionale Comunista. Riprendiamo dalle sue “Tesi sul ruolo del partito comunista nella rivoluzione proletaria”, 1920:

«Finché il potere statale non sarà conquistato dal proletariato e questo non avrà per sempre consolidato il suo dominio salvaguardandolo da una restaurazione borghese, il partito comunista non comprenderà nelle sue file organizzate che una minoranza degli operai. Fino alla conquista del potere e nel periodo di transizione, il partito comunista può, in circostanze favorevoli, esercitare un’influenza morale e politica incontrastata su tutti gli strati proletari e semiproletari della popolazione, ma non può riunirli organizzativamente nelle proprie file (…) Le nozioni di partito e classe devono essere tenute distinte col massimo rigore. I membri dei sindacati “cristiani” e liberali di Germania, Inghilterra ed altri paesi, appartengono indubbiamente alla classe operaia. I circoli operai più o meno considerevoli che ancora seguono Sheidemann, Gompers e consorti, fanno indubbiamente parte della classe operaia. In date circostanze storiche è anzi possibilissimo che in seno alla classe operaia sussistano numerosi gruppi e strati reazionari. Il compito del comunismo non sta nell’adattarsi a questi elementi arretrati della classe operaia, ma nell’elevare l’intera classe al livello della sua avanguardia comunista.

«Lo scambio fra questi due concetti – partito e classe – può indurre ai più gravi errori e alla peggiore confusione. Per esempio, è chiaro che malgrado gli errori e i pregiudizi di una parte della classe operaia durante la guerra imperialistica, il partito operaio aveva il dovere di reagire ad ogni costo a questi umori e pregiudizi difendendo gli interessi storici del proletariato che imponevano al partito proletario di dichiarare guerra alla guerra (…)

«La nascita dei Soviet come forma storica fondamentale della dittatura del proletariato non sminuisce in alcun modo il ruolo dirigente del partito comunista nella rivoluzione proletaria. Quando i comunisti tedeschi “di sinistra” dichiarano che “anche il partito si adatta sempre più all’idea dei consigli e assume un carattere proletario” essi esprimono confusamente l’idea che il partito comunista debba dissolversi nei Soviet, che i Soviet possono sostituire il partito comunista. Questa idea è radicalmente falsa e reazionaria. Nella storia della rivoluzione russa, abbiamo attraversato un’intera fase in cui i soviet marciavano contro il partito proletario e appoggiavano la politica degli agenti della borghesia. La stessa cosa si è potuta osservare in Germania. La stessa cosa è possibile anche in altri paesi. Perché i soviet possano assolvere i loro compiti storici, è invece necessaria l’esistenza di un forte partito comunista che non si “adatti” semplicemente ai soviet, ma sia in grado di spingerti a ripudiare ogni “adattamento” alla borghesia e alla guardia bianca socialdemocratica e, attraverso le frazioni comuniste nei soviet, possa prendere i soviet stessi a rimorchio del partito comunista».

Abbiamo riportato questa lunga citazione per metterla a confronto con le tesi «Sui sindacati e sui consigli di fabbrica» in quanto, dalla ammissione che solo il partito è l’organo rivoluzionario della classe, i comunisti non hanno mai fatto discendere una svalutazione dell’importanza degli organismi immediati della classe stessa, ma anzi la loro esatta caratterizzazione: organismi, i sindacati e i soviet, la cui funzione non deriva dalla loro natura più o meno rivoluzionaria, ma dalla loro caratteristica di organismi operai i quali diventano organi della rivoluzione solo in quanto si subordinano all’indirizzo politico del partito.


PARTITO CHIUSO – ORGANISMI OPERAI APERTI

Siamo su due strade globalmente opposte e divergenti noi e tutti i “sinistri” di allora e di oggi. Siamo dalla parte, con l’Internazionale e con Lenin, della «più precisa e netta distinzione fra le nozioni di partito e di classe». Il partito, organo politico della classe, è l’unico depositario della coscienza di classe in quanto possiede, come organo collettivo, una teoria interpretativa che gli permette di leggere i fatti della storia, possiede un insieme di principi e di finalità che poggiano su questa teoria, un programma che descrive l’intero ciclo della rivoluzione proletaria, un insieme di linee tattiche che sono in correlazione ai principi, alle finalità, al programma e secondo le quali l’organo combattente si orienta nelle varie situazioni contingenti. Questo patrimonio storico, che non è altro che la condensazione degli insegnamenti della lotta pratica del proletariato alla scala mondiale e nell’arco di più di un secolo, non può appartenere a nessuna generazione operaia, a nessun gruppo operaio spinto alla lotta da sollecitazioni contingenti. Può appartenere solo a un organismo storico che non ha mai cessato la battaglia mantenendo una continuità di pensiero, di azione e di organizzazione nelle alterne vicende della lotta fra le classi e che in questo modo ha potuto trarre le lezioni di tutte le lotte passate e forgiare su questa base un indirizzo chiaro ed inflessibile per la conduzione delle lotte future.

Rappresentando la conservazione, la difesa e l’utilizzo nella lotta pratica di questo monolitico blocco di posizioni, il partito non può che essere chiuso e strettamente delimitato nella sua organizzazione. L’indirizzo politico del partito è indispensabile per guidare la lotta proletaria nel senso rivoluzionario, ma esso è un risultato dello svolgimento storico e mondiale di questa lotta, non è cosa che possa essere messa in discussione o democraticamente sottoposta all’approvazione di ciascun gruppo o categoria di operai che la situazione spinge alla lotta. Lo si accetta, anche senza comprenderlo individualmente, riconoscendovi l’arma insostituibile della lotta rivoluzionaria di classe. E solo chi lo accetta interamente e globalmente entra nell’organizzazione del partito. Il partito è dunque un organismo chiuso a tutti coloro, anche proletari, anche combattivi, che non ne accettano in blocco le posizioni.

Gli organismi operai, sia economici sia politici del tipo soviet, hanno una funzione utile nella lotta di classe in quanto sono aperti, cioè sono costituiti in modo da comprendere il maggior numero possibile di operai di un’azienda, di una categoria, di una località. Per le stesse funzioni che si propongono hanno bisogno di riunire tutti gli operai che si trovano nelle stesse condizioni economiche o su uno stesso territorio. Una organizzazione operaia per condurre la lotta economica contro il padronato, che non fosse adatta ad accogliere in principio tutti gli operai della categoria a cui si rivolge, annullerebbe con ciò stesso la sua funzione. La stessa cosa può dirsi dei soviet che, essendo organismi territoriali degli operai per esercitare il potere, devono necessariamente essere aperti a tutti gli operai di una determinata località.

Non solo, ma essendo questi organismi aperti a tutti gli operai, con esclusione degli appartenenti ad altre classi sociali, devono essere aperti necessariamente anche a tutte le ideologie politiche che hanno seguito nel proletariato, alla influenza di tutti i partiti proletari. Non possono discriminare gli operai né su base politica né su base religiosa. Solo in questo modo può svolgersi la funzione per la quale essi sono nati e vivono nelle vicende della lotta di classe.

I comunisti, sostenitori della massima chiusura dell’organo politico di classe, sono sempre stati coloro che non solo hanno saputo sempre comprendere la natura e la necessità degli organismi operai immediati ma sono anche sempre stati coloro che ne hanno difeso il carattere operaio, cioè aperto, contro tutte le deviazioni non solo opportunistiche, ma anche “di sinistra”.

Naturalmente come c’è una delimitazione di classe nel senso fisico, per cui si organizzano solo gli appartenenti ad una determinata classe, quella degli operai salariati, così esiste una delimitazione dagli organi dello Stato borghese, dalla influenza dei partiti apertamente borghesi che negano in principio agli operai il diritto reale di difendere le loro condizioni di vita e di lavoro tramite la lotta di classe e l’organizzazione autonoma di classe. Cioè che negano la funzione stessa per cui gli organismi immediati sorgono. Ma questa è l’unica delimitazione organizzativa di questi organismi.


IL COMUNISMO “DI SINISTRA” NEL 1920 E OGGI

Lungi da noi l’idea di fare un parallelo fra il “sinistrismo” che potremmo definire serio dei tedeschi, fustigati nel 1920 da Lenin, e che in buona misura rappresentavano, come il precedente anarco sindacalismo italiano o francese, una reazione di folti gruppi e strati di operai combattivi contro il tradimento della socialdemocrazia, e il “sinistrismo” degli attuali gruppuscoli più o meno numerosi, i quali altro non rappresentano che un rigurgito piccolo borghese che con il movimento di classe degli operai non ha nulla a che fare. L’unico compito che ha potuto svolgere questo “neosinistrismo da operetta” è stato quello di dirottare su posizioni false e impotenti quel piccolo numero di operai che sentivano la necessità di opporsi all’opportunismo sbracato dei vari PCI.

Il parallelo lo facciamo soltanto per dimostrare il divergere, irrimediabile e totale, dell’impostazione del partito comunista marxista da quella di questi pretesi “vicini”, dimostrando che data non da oggi ma da cinquanta anni e, ferme restando le proporzioni e la serietà della cosa.

Il “sinistrismo” dei comunisti tedeschi nel 1920 partiva, come quello dei “sinistri” di oggi, da un polo opposto al nostro marxista: dalla più completa “confusione dei concetti di partito e di classe”. Questa confusione, che equivale ad essere fuori e per sempre dal filone marxista, portava il K.A.P.D. tedesco, come gli ordinovisti italiani, a non comprendere, da una parte, la funzione primaria del partito e la necessità della sua esistenza come organo centralizzato e disciplinato di direzione della lotta rivoluzionaria, dall’altra, e di conseguenza, alla negazione della funzione degli organismi operai immediati.

Sostenitori accaniti del partito “che si dissolve nei soviet” della “democrazia operaia”, del partito e della dittatura “non dei capi, ma delle masse”, essi sostenevano al tempo stesso la tesi della “distruzione dei sindacati” in quanto forme superate di organizzazione proletaria, ed erano per la formazione di organizzazioni operaie fondate su basi ideologiche.

Il partito proletario doveva “aprirsi”, le organizzazioni operaie immediate dovevano “chiudersi”. Lo stesso tratto, ecco la validità del parallelo storico, contraddistingue tutti i “sinistri” di oggi. Mentre lottano con accanimento contro il dogmatismo e il settarismo del partito, sono incapaci di comprendere la necessità delle organizzazioni economiche immediate dei proletari, e inventano varie forme di “comitati”, “collettivi”, “leghe” operaie, le quali non sono altro che il doppione sindacale della loro organizzazione politica.


SINDACATI E SOVIET

Quando parliamo di organismi operai immediati della classe operaia ci troviamo di fronte a un’altra domanda dei soliti “ricercatori di forme”.

Questi organismi immediati hanno da essere i soviet o i sindacati? Organismi economici od organismi politici? L’apparire della forma sovietica infatti fece, fin dal 1917, molta impressione sui piccolo borghesi che vedono la lotta di classe come una rappresentazione teatrale. Fu detto allora che questa era la nuova forma finalmente scoperta dell’organizzazione proletaria e che questa forma avrebbe reso inutili sia il partito politico sia il sindacato.

Per il piccolo borghese è duro pensare che la lotta fra le classi nasce dallo stomaco, cioè dai bisogni immediati, quotidiani delle masse e non dalle idee, e fa molta fatica a convincersi che gli operai arrivano all’atto “eroico” di sferrare l’attacco al potere borghese e di fondare una nuova società per il fatto volgare di non voler morire di fame. Di conseguenza l’organizzazione sindacale è sempre stata malvista dal piccolo borghese che in cuor suo si studia di “superarla” per passare direttamente a forme “superiori” di lotta. La miriade di dimostrazioni sul “superamento delle lotte rivendicative”, della “forma sindacale stessa” ecc., con conseguente corollario che solo una adeguata “educazione” può portare gli operai alla rivoluzione, la risparmiamo al lettore. Egli ne ha, purtroppo, forse, più conoscenza di noi.

In ogni modo la questione si è posta e si pone cosi:
     «I Soviet o Consigli operai e contadini (e soldati) sono gli organi con i quali la classe lavoratrice esercita il potere politico dopo avere abbattuto con la rivoluzione il potere dello Stato borghese e soppressi gli organi rappresentativi di questo (parlamento, consigli comunali ecc.). Essi sono gli “organi di Stato” del proletariato.
     «I soviet sono eletti esclusivamente dai lavoratori, con la esclusione dal diritto elettorale di tutti coloro che si avvalgono di manodopera salariata e comunque sfruttano i proletari. In ciò consiste la loro sostanziale caratteristica, tutte le altre modalità della loro costituzione essendo affatto secondarie…
     «I consigli operai sorgono nel momento della insurrezione proletaria, ma possono anche sorgere in un momento storico in cui il potere della borghesia attraversi una grave crisi e sia diffusa nel proletariato la coscienza storica e la tendenza all’assunzione del potere.
     «Il problema rivoluzionario non consiste nella creazione formale dei Consigli, bensì nel passaggio del potere politico nelle loro mani. Lo strumento della lotta politica di classe del proletariato è il partito di classe, il partito comunista…»
(Tesi sulla costituzione dei Consigli operai proposte dal C.C. della Frazione Comunista Astensionista del P.S.I. – 1920).

«I fatti sopracitati mostrano che per la creazione dei Soviet sono necessarie determinate premesse. Si possono e si devono organizzare dei Soviet di operai, e trasformarli in Soviet dei deputati operai e soldati, solo alle tre condizioni seguenti: a) Una spinta rivoluzionaria di massa nella più vasta cerchia di operai ed operaie, soldati e popolazione lavoratrice; b) Un acuirsi della crisi economica e politica tale che il potere cominci a sfuggire dalle mani dei governi costituiti; c) La maturazione nelle file di strati notevoli di operai e soprattutto del partito comunista della ferma decisione di impegnare una lotta decisa, sistematica e pianificata per il potere…
     «I tentativi di singoli gruppi comunisti in Francia, Italia, America e Inghilterra di creare Soviet che tuttavia non abbracciano grandi masse di lavoratori, e che perciò non possono sferrare la lotta diretta per il potere, non fanno che danneggiare il vero lavoro di preparazione della rivoluzione sovietica…
     «Senza rivoluzione i Soviet sono impossibili. I Soviet senza rivoluzione proletaria si trasformano inevitabilmente in una parodia dei Soviet. Veri e propri Soviet di massa appaiono come forma storicamente data della dittatura del proletariato… »
(Tesi della III Internazionale sulle condizioni di costituzione dei Consigli operai – 1920).

I Soviet sono dunque gli organismi che la classe operaia si forgia in vista della conquista del potere e dell’esercizio della dittatura, conquista ed esercizio che è tuttavia possibile solo in quanto questi organismi operai che ne esprimono l’esigenza e la necessità sono permeati e influenzati dal partito politico, il solo organismo che può conquistare realmente il potere ed esercitare la dittatura.

Anche i Soviet, dunque, non si caratterizzano per il loro indirizzo o per una loro natura intrinsecamente rivoluzionaria, ma per la loro struttura operaia che li rende adatti, una volta conquistati all’influenza del partito, di assumere ed esercitare il potere politico. Ma soprattutto, ed è questo che vogliamo sottolineare, essi non costituiscono una forma sostitutiva degli organismi operai a carattere economico, difensivo, sindacale.

Rappresentano una funzione diversa della classe che in mille modi si può combinare con la funzione difensiva, economica, ma che non la annulla o la rende inutile. Uscendo dal meccanicismo delle “forme di organizzazione” e mirando alla sostanza, diremo che gli operai hanno bisogno, per condurre la loro lotta quotidiana contro gli effetti dell’oppressione capitalistica, e perciò sul terreno economico, di organismi economici di classe (mille le forme, le combinazioni possibili; una e insostituibile la funzione: essere organismi costituzionalmente accessibili ai soli operai, servire alla difesa del salario, del posto di lavoro, del pane quotidiano). Mentre nei periodi in cui la lotta sociale è prossima a trasformarsi in lotta per il potere gli operai hanno bisogno, e perciò sorgono, organismi operai adatti ad esercitare le funzioni statali della dittatura proletaria.

Dal punto di vista delle forme possono essere perfino gli stessi organismi operai per la difesa economica che, radicalizzandosi la lotta e sotto l’influenza del partito, possono assumere la funzione dell’assalto politico al potere borghese e della distruzione dello Stato borghese.

Quando parliamo di organismi immediati della classe operaia intendiamo perciò parlare, al di là delle forme specifiche e contingenti, degli organismi che la classe è costretta a darsi, spinta dai suoi bisogni imprescindibili. Parliamo di funzioni e di necessità più che di forme. E sostenere che la classe operaia può fare a meno di organismi economici immediati significa né più né meno sostenere che essa può fare a meno della lotta rivendicativa. Significa negare l’assunto fondamentale di tutto il marxismo secondo cui la lotta politica non è che il precipitare critico in determinati momenti, e sotto l’influenza del partito, della lotta stessa che gli operai conducono per difendere le loro condizioni di vita.


LOTTE E ORGANISMI ECONOMICI E PARTITO POLITICO

Sotto un altro aspetto la nostra visione marxista combatte il meccanicismo dei “cercatori di forme”. Se i soviet senza rivoluzione divengono una parodia e sono condannati a morire, se la loro tendenza alla conquista del potere politico può trovare il suo sbocco, la sua realizzazione soltanto sotto l’influenza dell’indirizzo rivoluzionario del partito di classe, degenerando altrimenti a vuote forme impotenti a realizzarsi, la stessa cosa, a maggior ragione, vale per gli organismi operai di difesa economica e per la stessa lotta economica. Le lotte e le organizzazioni degli operai sono rese nulle ed inefficaci, si chiudono nella difesa di ristretti interessi corporativi, nella difesa di un gruppo di operai a scapito di un altro, divengono impotenti alla funzione stessa per cui sono sorte quando sono influenzate e dirette da una politica borghese, conservatrice, antirivoluzionaria. La loro stessa funzione di difesa economica “si completa e si integra” solo quando alla loro testa sta il partito politico di classe, come i risultati immediati che gli operai strappano con le loro lotte quotidiane divengono stabili e reali conquiste solo attraverso la conquista del potere da parte del proletariato.

Gli organismi economici immediati possono svolgere appieno la loro funzione soltanto subordinandosi all’indirizzo rivoluzionario, vanno soggetti a divenire impotenti a svolgere questa stessa funzione elementare subordinati a un indirizzo borghese o opportunista.

Ma questa realtà non è districabile in termini formali, ipotizzando organismi operai di per sé capaci di non essere influenzati dall’avversario di classe, costituzionalmente o fisiologicamente adatti a non tradire mai gli interessi anche immediati della classe. La contraddizione si risolve nel vivo della dinamica storica della lotta di classe che spinge gli operai a forgiarsi le armi per la difesa del loro pane quotidiano e vede all’intorno di questi organismi di classe la lotta a morte fra gli indirizzi politici del loro assoggettamento alle esigenze della conservazione sociale, allo Stato borghese, fino al loro divenire un ingranaggio dell’apparato statale, e l’indirizzo che tende a portarli nel campo della rivoluzione e perciò anche a potenziarne, estenderne, approfondirne l’azione.

Se i sindacali tricolore attuali sono il risultato della sottomissione degli organismi operai a cinquanta anni di politica borghese reazionaria, i sindacati rossi del 1921‑26 erano il risultato della conquista degli organismi operai immediati all’indirizzo rivoluzionario. Storicamente gli organismi economici della classe operaia hanno di fronte a sé l’alternativa: o soggiacere alla politica borghese, e divenire così, a lungo andare, inefficienti ai fini stessi della difesa di classe sul terreno economico, o soggiacere all’indirizzo rivoluzionario e condurre la lotta economica fino al suo punto storicamente culminante e definitivo: la conquista del potere politico, l’instaurazione della dittatura proletaria.

Ma se questo può fare schifo a chi vede la storia in maniera meccanica e formale, ciò non toglie che nella realtà le lotte economiche e le organizzazioni economiche degli operai costituiscano la base concreta, reale, materiale, della azione rivoluzionaria. Storicamente la borghesia ha sempre tentato di sottomettere ai suoi interessi il movimento e l’organizzazione economica degli operai, ben sapendo che su questo terreno, ineliminabile perché scaturisce dalle viscere stesse della società capitalistica, poteva innestarsi la lotta politica rivoluzionaria del proletariato. Storicamente il partito comunista ha controbattuto passo per passo questo processo, ben sapendo che senza la conquista all’influenza del partito della rete delle organizzazioni economiche immediate è impossibile intraprendere la conquista del potere politico.

Storicamente la rivoluzione ha perduto la sua battaglia alla scala mondiale, e la conseguenza ne è stata, e non poteva non esserlo, l’infeudamento allo Stato borghese degli organismi operai. Ma il partito sa che la ruota del processo rivoluzionario si rimetterà in moto nella misura in cui la classe operaia sarà capace di esprimere di nuovo i suoi organismi di lotta economica, riproponendo così il terreno reale sul quale si giocherà un’altra volta lo scontro fra rivoluzione e controrivoluzione.


L’INTERNAZIONALE COMUNISTA E I SINDACATI

Ecco in quale maniera le tesi del II congresso dell’Internazionale “Sui sindacati e sui consigli di fabbrica” riproponevano la visione marxista del rapporto fra partito ed organismi economici. Il compito dei comunisti non era allora, come non è oggi, quello di inventare delle “forme nuove” di organizzazione e di lotta, ma di lavorare ad estendere la loro influenza in tutti gli organismi immediati del proletariato, sapendo che solo questa azione del partito potrà trasformarli in organi della lotta rivoluzionaria. E poiché gli operai si organizzavano e lottavano nei sindacati reazionari, diretti dai peggiori opportunisti, il compito dei comunisti era di rimanere in questi organismi e di conquistarli all’influenza del partito:

«Per ottenere vittoria nella lotta economica, la grandi masse operaie che finora rimanevano estranee ai sindacati affluiscono nelle loro file. In tutti i paesi capitalistici si nota un forte potenziamento dei sindacati, che oggi sono un’organizzazione non più della sola parte avanzata del proletariato, ma delle sue grandi masse. Affluendo nei sindacati, queste cercano di farne la loro arma di combattimento. I contrasti di classe sempre più aspri costringono i sindacati a prendere la direzione degli scioperi, che sommergono in poderose ondate l’intero mondo capitalistico e interrompono costantemente il processo di produzione e di scambio. Elevando le proprie rivendicazioni parallelamente al rincaro dei prezzi e alla loro crescente miseria, le masse operaie sconvolgono le basi di ogni calcolo capitalistico, questo presupposto elementare di ogni economia ordinata. I sindacati che, durante la guerra, erano divenuti organi di influenzamento delle masse operaie nell’interesse della borghesia diventano organi di distruzione del capitalismo…

«In considerazione dell’affluire nei sindacati di poderose masse operaie, in considerazione del carattere obbiettivamente rivoluzionario della lotta economica che queste masse conducono in antitesi alla burocrazia sindacale, i comunisti devono in tutti i paesi entrare nei sindacati per farne degli organi di lotta per l’abbattimento del capitalismo, per il comunismo. Essi devono prendere l’iniziativa della costituzione di sindacati la dove questi non esistono.

«Ogni volontario estraniarsi dal movimento sindacale, ogni tentativo artificiale di creare particolari sindacati senza esservi costretti da eccezionali atti di violenza della burocrazia sindacate (scioglimento di gruppi locali rivoluzionari nei sindacati ad opera delle centrali opportunistiche) o dalla sua politica angustamente aristocratica, che vieta alle grandi masse di operai poco qualificati l’accesso alle organizzazioni, rappresenta un grave pericolo per il movimento comunista. Esso minaccia di consegnare ai capi opportunisti che lavorano al servizio della borghesia gli operai più progrediti, più dotati di coscienza di classe.

«La debolezza delle masse operaie, la loro indecisione, la loro accessibilità ai fittizi argomenti dei capi opportunisti, possono essere superate unicamente, via via che la lotta si inasprisce, nella misura in cui i più vasti strati della classe operaia imparano, attraverso la loro stessa esperienza, attraverso le loro vittorie e sconfitte, che sulla base del sistema economico capitalistico non si possono più conseguire condizioni di vita umane; nella misura in cui gli operai comunisti di avanguardia imparano ad essere, nella lotta economica, non solo i propagandisti delle idee del comunismo, ma anche i più decisi dirigenti della lotta economica e dei sindacati…

«Dato che i comunisti danno più importanza agli scopi e alla natura della organizzazione sindacale che alla sua forma, non devono arretrare di fronte a una scissione delle organizzazioni sindacali, se la rinuncia alla scissione dovesse equivalere alla rinuncia al lavoro rivoluzionario nei sindacati, alla rinuncia al tentativo di farne uno strumento della lotta rivoluzionaria, alla rinuncia alla organizzazione dei settori più sfruttati del proletariato. Ma anche se tale scissione si dimostra necessaria, vi si deve procedere soltanto se i comunisti riescono, con una lotta incessante contro i capi opportunistici e la loro tattica e con la più attiva partecipazione alle lotte economiche, a convincere le grandi masse lavoratrici che la scissione viene intrapresa non per obbiettivi rivoluzionari remoti e ad esse ancora incomprensibili, bensì per l’interesse concreto e più immediato della classe operaia nello sviluppo delle sue lotte rivendicative. I comunisti, qualora una scissione si renda necessaria devono valutare con la massima cura se essa non porti ad un loro isolamento dalle masse lavoratrici».

«La tendenza a creare consigli di fabbrica, che anima ogni giorno di più gli operai di diversi paesi, trae origine dalle cause più svariate (lotta contro la burocrazia controrivoluzionaria, demoralizzazione dopo le sconfitte nella lotta puramente rivendicativa, sforzo di creare organizzazioni che abbraccino tutti gli operai), ma sfocia sempre e dovunque nella lotta per il controllo dell’industria, compito storico specifico dei consigli di fabbrica. È quindi un errore voler organizzare consigli di fabbrica con i soli operai che si muovono già sul terreno della dittatura del proletariato. Al contrario, compito del partito comunista è di approfittare della rovina economica per organizzare tutti gli operai e armarli in vista della lotta per la dittatura del proletariato».

Da quanto scritto nelle Tesi riconfermiamo una conclusione che si ritrova in tutti i nostri testi del secondo dopoguerra. Non è la linea politica del sindacato, per quanto fetida possa essere, che determina l’uscita da esso dei comunisti. I comunisti devono militare nelle organizzazioni economiche, anche se dirette da una politica controrivoluzionaria e lavorare a conquistarle in base ad altre condizioni: 1) Che sia permesso loro di svolgere l’opera di influenzamento rivoluzionario del sindacato (in altre parole che il sindacato ammetta di fatto l’espressione nel suo seno delle correnti politiche). 2) Che non siano poste preclusioni all’organizzazione di tutti gli operai di una determinata categoria o ramo d’industria. Date queste condizioni i comunisti non perseguono la scissione dei sindacati esistenti, ma lavorano al loro interno per intraprenderne la conquista, “magari a legnate”.

Qualora queste condizioni non si diano più in un dato organismo sindacale (cosa che di fatto significa che sta perdendo la sua stessa natura di sindacato) i comunisti non preconizzano l’organizzazione dei soli operai che seguono la politica del partito o che aderiscono a determinate posizioni, bensì la rinascita di organismi economici aperti a tutti gli operai e all’interno dei quali essi possano svolgere la loro opera rivoluzionaria.


L’INTERNAZIONALE SINDACALE ROSSA

L’Internazionale sindacale rossa, coerentemente a quanto sopra, non si proponeva di riunire solo quelli operai che accettassero i principi della rivoluzione e del comunismo, ma quei sindacati e organismi economici di tutti gli operai (di fabbrica, di mestiere, di industria) che venivano conquistati e si sottomettevano all’indirizzo rivoluzionario.

Il suo statuto enuncia al punto 4: «Può diventare membro dell’internazionale dei sindacati rossi ogni organizzazione economica di carattere rivoluzionario di classe che accetti le seguenti condizioni: 1) riconoscimento dei principi della lotta rivoluzionaria di classe; 2) Attuazione di tali principi nella lotta giornaliera contro il capitale e lo Stato borghese; 3) riconoscimento della necessità di abbattere il capitalismo mediante la rivoluzione sociale, e d’instaurare, nel periodo di transizione, la dittatura del proletariato… 7) Unità d’azione con tutte le organizzazioni rivoluzionarie e col partito comunista del proprio paese, in tutte le azioni difensive e offensive contro la borghesia».

Gli organismi sindacali che aderivano all’Internazionale rossa rimanevano organismi operai aperti a tutti i lavoratori di qualunque opinione o ideologia fossero. Erano questi stessi organismi economici di tutti gli operai che riconoscevano l’influenza e la direzione dell’indirizzo comunista, senza per questo perdere la loro caratteristica di organismi sindacali. Cosa del tutto opposta alla pretesa dei “sinistri” di allora, come di oggi, di creare organismi che riunissero solo quegli operai che condividevano i principi rivoluzionari. Le stesse Tesi dell’Internazionale sindacale rossa (votate al suo I Congresso del 1921) si scagliano contro questa posizione antimarxista.

«La raccolta delle forze rivoluzionarie nel movimento sindacale deve farsi per il tramite dei Consigli di fabbrica e di azienda. Questi Consigli devono essere eletti da tutti gli operai di una data impresa, indipendentemente dalle loro opinioni politiche e religiose. Il tentativo di creare i consigli di fabbrica e di azienda in conventicole di compagni di una stessa tendenza, come avviene nella Confederazione Generale del Lavoro di Germania, costituisce di per sé una caricatura dei Consigli di fabbrica e di azienda e discredita fra le masse l’idea stessa di tale organizzazione.

«In realtà, sotto lo pseudonimo di Consigli di fabbrica, l’Unione Generale del Lavoro non fa che costituire i suoi nuclei di frazione, diritto incontestabile per ogni organizzazione: ma è inutile in tal caso appiccicare a questi nuclei etichette così pompose…

«L’atteggiamento antirivoluzionario assunto attualmente dalla burocrazia sindacale, l’aiuto da essa dato alla repressione del movimento rivoluzionario degli operai, ha spinto una parte dei proletari e rivoluzionari di tutto il mondo a romperla con i Sindacati e a creare nuove organizzazioni proprie, puramente rivoluzionarie, donde scaturiscono le parole d’ordine “distruzione dei sindacati”, “via dai sindacati” che trovano una certa simpatia fra gli elementi rivoluzionari più disperati, resi pessimisti dall’inerzia delle masse. Tale tattica di fuoriuscita degli elementi rivoluzionari, e di abbandono dei sindacati, di milioni di proletari, all’incontrastato influsso dei traditori della classe operaia, fa il gioco della burocrazia sindacale e deve essere perciò decisamente e categoricamente respinta. Non distruzione, ma conquista dei sindacati, cioè delle masse organizzate nei vecchi sindacati: ecco la parola d’ordine intorno a cui deve organizzarsi e svilupparsi la lotta rivoluzionaria…

«I fautori della Internazionale Rossa commetterebbero un errore gravissimo… se abbandonassero i sindacati per rinchiudersi nei piccoli aggruppamenti sindacali rivoluzionari. Gli operai espulsi dai sindacati non devono disperdersi, ma devono rimanere organizzati nello stesso quadro cui appartenevano prima dell’esclusione, agendo continuamente come regolare e legittimo membro del sindacato che li ha espulsi…

«Il compito degli elementi rivoluzionari del movimento sindacale consiste quindi, non nello staccare dai sindacati i migliori e più coscienti operai e formarne delle piccole organizzazioni, ma nell’infondere spirito rivoluzionario ai sindacati restando in seno ad essi, rivendicandovi giorno per giorno le aspirazioni rivoluzionarie della classe operaia e cercando così di trasformarli in strumenti della rivoluzione sociale.

«Tutta l’opera organizzatrice nei vecchi sindacati deve essere volta a combattere la passività e il tradimento della burocrazia sindacale, nel corso della lotta per gli interessi quotidiani degli operai. Conquistare i sindacati significa conquistare la massa operaia, che può essere conquistata solamente con un’opera sistematica e ostinata, col far continuamente risaltare il contrasto fra la tendenza del compromesso e della collaborazione di classe e la nostra tendenza strettamente rivoluzionaria. Il motto “via dai sindacati” ci impedisce di conquistare le masse e quindi ci allontana dalla rivoluzione sociale».

Un altro colpo ai “cultori delle forme”, questa volta ai cultori della “forma sindacale”, numerosi ancor oggi. Le Tesi infatti proseguono:

«Ma sarebbe altresì un errore considerare le organizzazioni dei sindacati come fine a sé. I sindacati non sono un fine, sono il mezzo per raggiungere il fine; e perciò mentre respingiamo la parola d’ordine di “via dai sindacati!” noi dobbiamo nel modo più risoluto affermarci contrari anche al feticismo di organizzazione e alla parola d’ordine di “unità ad ogni costo e senza riserva”. Conquistare i sindacati significa non già impadronirsi della cassa e dell’immobile sindacale, bensì conquistare l’anima dei membri dei sindacati. Molti compagni dimenticano tale distinzione, confondendo spesso il sindacato col suo locale, con la cassa e col personale dirigente. Tate punto di vista deve essere categoricamente respinto dai sindacati rivoluzionari di classe Questi sono per l’unità e contro la scissione, ma non temono la scissione: ecco un punto che deve essere chiaro per ciascuno di noi».

Cinquanta anni di incontrastato dominio opportunista sui sindacati operai congiunti alla tendenza capitalistica alla sottomissione dei sindacati allo Stato e al suo ingranaggio e all’assenza quasi assoluta del proletariato dalla lotta rivoluzionaria, hanno senz’altro dato ai sindacati attuali una caratteristica ben più reazionaria di quelli del 1921, sono riusciti a deformarne la prassi e la stessa organizzazione in maniera ben altrimenti deleteria di quello che poterono fare gli opportunisti del primo dopoguerra, premuti alle spalle da un proletariato in lotta a livello europeo. I sindacati tricolore di oggi non sono certo i sindacati di classe del 1921. Questo modifica i termini della tattica del partito nei confronti di questi sindacati, ma non modifica affatto i termini generali della posizione del partito verso gli organismi economici di classe che gli operai, ritornati alla lotta, saranno costretti a ricostituire. Sul filo della sua tradizione marxista il partito, a differenza di tutti gli altri raggruppamenti pseudo rivoluzionari, indica nella ripresa dell’azione di classe sul terreno economico e nella rinascita delle organizzazioni economiche di classe conquistabili all’indirizzo del partito e aperte a tutti gli operai la strada della ripresa della lotta rivoluzionaria.

 

 

 

 


(Il Partito Comunista, n.13, settembre 1975)

Partendo da quanto abbiamo scritto nel numero scorso presentiamo l’atteggiamento della Sinistra e del P.C. d’Italia di fronte al problema sindacale, perfettamente coerente alle posizioni della III Internazionale e dell’Internazionale sindacale rossa. Vedremo poi come l’impostazione data al problema dal Partito Comunista Internazionale nel secondo dopoguerra sia in perfetta linea con quelle posizioni. Infine sintetizzeremo in una serie di punti i cardini dell’impostazione marxista di questo problema.


LA SINISTRA COMUNISTA E LA QUESTIONE SINDACALE

Fin dal 1920 con le Tesi della Frazione astensionista del PSI la Sinistra combatté sulla strada «della più netta demarcazione fra partito e classe» contro coloro che in Italia vedevano nel sorgere dei consigli di fabbrica la forma finalmente scoperta dell’emancipazione proletaria, o addirittura un granello organizzativo della società futura già funzionante nel presente, così svalutando sia la funzione del partito politico, sostituito da una progressiva organizzazione della coscienza operaia, sia la funzione del sindacato operaio, “superato” dalla forma consiglio e dalla forma soviet, gradini più alti di questa coscienza.

La Sinistra riafferma la necessità assoluta del sindacato e del partito, ribadisce che gli organismi operai immediati altro non rappresentano che dei tentativi della classe operaia di reagire allo schiacciamento capitalistico e la loro funzione sta appunto in questo e non nella loro coscienza, che può essere volta in senso rivoluzionario solo dal partito; che questi organismi sorgono spontaneamente per la spinta delle situazioni economiche e che non si possono “creare” a piacere; che il loro valore insostituibile risiede nel fatto fisico di riunire le masse proletarie sulla base della comune situazione economica; infine il fatto che, in mancanza dell’azione del partito volta alla loro conquista, essi possono degenerare in organi di collaborazione con il potere borghese.

Tesi della frazione comunista astensionista del PSI, maggio 1920.

«II-10 - Le organizzazioni economiche professionali non possono essere considerate dai comunisti né come organi sufficienti alla lotta per la rivoluzione proletaria, né come organi fondamentali dell’economia comunista.
     L’organizzazione in sindacati professionali vale a neutralizzare la concorrenza tra gli operai dello stesso mestiere e impedisce la caduta dei salari a un livello bassissimo ma, come non può giungere alla eliminazione del profitto capitalistico, cosi non può nemmeno realizzare l’unione dei lavoratori di tutte le professioni contro il privilegio del potere borghese…
     «I comunisti considerano il sindacato come il campo di una prima esperienza proletaria, che permette ai lavoratori di procedere oltre, verso il concetto e la pratica della lotta politica il cui organo è il partito di classe.

«II-11 - È in genere un errore credere che la rivoluzione sia un problema di forma di organizzazione dei proletari secondo gli aggruppamenti che essi formano per la loro posizione e i loro interessi nei quadri del sistema capitalistico di produzione. Non è quindi una modifica della struttura di organizzazione economica che può dare al proletariato il mezzo efficace per la sua emancipazione. I sindacati di azienda e consigli di fabbrica sorgono quali organi per la difesa degli interessi dei proletari delle varie aziende, quando comincia ad apparire possibile il limitare l’arbitrio capitalistico nella gestione di esse. L’acquisto da parte di tali organismi di un più o meno largo diritto di controllo sulla produzione non è però incompatibile col sistema capitalistico e potrebbe essere per questo una risorsa conservativa.

«III-4 - … Soprattutto il partito esercita la sua attività di propaganda e di attrazione tra le masse proletarie, specie nelle circostanze in cui esse si mettono in moto per reagire alle condizioni loro create dal capitalismo, e in seno agli organismi che i proletari formano per proteggere i loro interessi immediati. I comunisti penetrano quindi nelle cooperative proletarie, nei sindacati, nei consigli di azienda, costituendo in essi gruppi di operai comunisti, cercando di conquistarvi la maggioranza e le cariche direttive, per ottenere che la massa dei proletari inquadrata in tali associazioni subordini la propria azione alle più alte finalità politiche e rivoluzionarie della lotta per il comunismo. Il partito comunista invece si mantiene estraneo a tutte le istituzioni e associazioni nelle quali proletari e borghesi partecipano allo stesso titolo, e cerca di distaccarne i proletari combattendone l’influenza…

«III-13 - I soviet o consigli degli operai, contadini e soldati costituiscono gli organi del potere proletario e non possono esercitare la loro vera funzione che dopo l’abbattimento del dominio borghese. I soviet non sono per se stessi organi di lotta rivoluzionaria: essi divengono rivoluzionari quando la loro maggioranza è conquistata dal partito comunista. I consigli operai possono sorgere anche prima della rivoluzione in un periodo di crisi acuta in cui il potere dello Stato borghese sia messo in serio pericolo. L’iniziativa della costituzione dei soviet può essere una necessità per il partito in una situazione rivoluzionaria, ma non è un mezzo per provocare tale situazione. Se il potere della borghesia si rinsalda, il sopravvivere dei consigli può rappresentare un serio pericolo per la lotta rivoluzionaria, quello cioè della conciliazione e combinazione degli organi proletari con gli istituti della democrazia borghese».

Nel 1921, fondato il partito comunista, la Sinistra, che ne aveva la direzione, impostò la questione dei rapporti con i sindacati stabilendo la permanenza dei comunisti al loro interno per conquistarli alla direzione del partito, sostenendo l’unificazione di tutti i sindacati di classe e la disciplina dei comunisti nel loro seno.

I sindacati italiani erano tradizionalmente organizzazioni rosse, cioè influenzate dal Partito Socialista (la grande Confederazione Generale del Lavoro) o dagli anarchici (il Sindacato Ferrovieri e la USI). Esistevano poi altre organizzazioni bianche e gialle, ma avevano scarsissimo seguito nel proletariato e a volte non organizzavano nemmeno salariati bensì strati piccolo borghesi come piccoli contadini veneti o grassi mezzadri romagnoli.

Il carattere rosso dei sindacati italiani si esprimeva non certo in una chiusura di essi ai proletari “non rossi”, ma nella affermata indipendenza rispetto allo Stato e ai partiti borghesi, nella adesione al metodo della lotta di classe, nella affermazione che le lotte economiche immediate dovevano sboccare nella emancipazione totale del lavoro salariato. Ma soprattutto questi sindacati erano la sede dove i proletari in lotta contro il padronato affluivano e ingaggiavano quotidianamente la battaglia contro la burocrazia opportunista. Le loro caratteristiche di classe e rosse erano perciò sostanziate dalla realtà della lotta, nonostante la burocrazia sindacale. Il partito sosteneva perciò l’unificazione di questi vari organismi economici e manteneva al loro riguardo la disciplina sindacale.

Le citazioni che seguono valgano a chiarire i termini del problema. Da “La tattica dell’Internazionale comunista”, gennaio 1922:

«Il compito del partito è la sintesi di questi moti iniziali nell’azione generale e suprema per la vittoria rivoluzionaria: a ciò si giunge non disprezzando e negando puerilmente quegli stimoli primordiali alla azione, ma assistendoli e sviluppandoli nella logica realtà del loro processo, armonizzandoli nella loro confluenza nella azione generale rivoluzionaria…
     «Noi siamo per la selezione politica più severa, ma per la unità di organizzazione sindacale, concezione e tattica questa che il partito controlla sui risultati di ogni giorno, in quanto l’andamento felice della nostra lotta contro l’opportunismo riformista italiano è figlio della posizione tattica per cui dopo la scissione politica di Livorno siamo tenacemente rimasti nella organizzazione sindacale malgrado la dirigessero i riformisti da cui ci eravamo staccati; e vi siamo rimasti a combatterli efficacemente…
     «Diamo anche per accettata definitivamente, e fin da quando si basarono sul metodo marxista le nostre conclusioni tattiche, la tesi che la agitazione e preparazione rivoluzionaria si fa soprattutto sul terreno delle lotte del proletariato per le rivendicazioni economiche. Questa concezione realistica ci spiega la tattica della unità sindacale, fondamentale per noi comunisti, altrettanto quanto la divisione spietata sul terreno politico da ogni accenno d’opportunismo…
     «Noi, fedeli alla più fulgida tradizione della Internazionale Comunista, non giudichiamo i partiti politici col criterio col quale è giusto giudicare gli organismi economici sindacali, cioè secondo il campo di reclutamento dei loro effettivi, bensì col criterio delle loro attitudini verso lo Stato ed il suo meccanismo rappresentativo…
     «Con una distinzione sufficientemente utile si suole indicare che vi sono condizioni soggettive e oggettive della rivoluzione. Quelle oggettive consistono nella situazione economica e nelle pressioni che essa direttamente esercita sulle masse proletarie, quelle soggettive si riferiscono al grado di coscienza e di combattività del proletariato e soprattutto dell’avanguardia di esso, il partito comunista. Una indispensabile condizione oggettiva è la partecipazione alla lotta del più largo strato delle masse, direttamente sollecitate dai moventi economici, anche se in gran parte non hanno coscienza di tutto lo sviluppo della lotta; una condizione soggettiva è la presenza, in una minoranza sempre più estesa, di una chiara visione delle esigenze del movimento nel suo corso, accompagnata da una preparazione a sostenere e dirigere le ulteriori fasi della lotta».

Tesi di Roma, 1922, III - Rapporti tra il partito comunista e la classe proletaria:
     «11 - La natura di questi rapporti [del partito col rimanente del proletariato] discende dal modo dialettico di considerare la formazione della coscienza di classe, e della organizzazione unitaria del partito di classe, che trasporta una avanguardia del proletariato dal terreno dei moti spontanei parziali, suscitati dagli interessi dei gruppi, su quello della azione proletaria generale, ma non vi giunge con la negazione di quei moti elementari, bensì consegue la loro integrazione e il loro superamento attraverso la viva esperienza, con l’incitarne la effettuazione, col prendervi parte attiva, col seguirli attentamente in tutto il loro sviluppo.
     «12) - L’opera di propaganda della sua ideologia e di proselitismo per la sua milizia che il partito continuamente compie è dunque inseparabile dalla realtà dell’azione e del movimento proletario in tutte le sue esplicazioni; ed è un banale errore il considerare contraddittoria la partecipazione a lotte per risultati contingenti e limitati con la preparazione della finale e generale lotta rivoluzionaria. La esistenza stessa dell’organismo unitario del partito, con le indispensabili condizioni di chiarezza di visione programmatica e di saldezza di disciplina organizzativa, dà la garanzia che mai verrà attribuito alle parziali rivendicazioni il valore di fine a sé medesime e si considererà soltanto la lotta per raggiungerle come un mezzo di esperienze e di allenamento per la utile e fattiva preparazione rivoluzionaria.
     «13) - Il partito comunista partecipa quindi alla vita organizzativa di tutte le forme di organizzazione economica del proletariato aperte a lavoratori di ogni fede politica (sindacati, consigli di azienda, cooperative ecc.). Posizione fondamentale per l’utile svolgimento dell’opera del partito è il sostenere che tutti gli organi di tal natura debbono essere unitari, cioè comprendere tutti i lavoratori che si trovano in una specifica situazione economica. Il partito partecipa alla vita di questi organi attraverso la organizzazione dei suoi membri che ne fanno parte in gruppi o cellule collegate alla organizzazione del partito. Questi gruppi, partecipando in prima linea all’azione degli organi economici di cui fanno parte, attirano a sé, e quindi nelle file del partito politico, quegli elementi che nello sviluppo dell’azione si rendono maturi per questo. Essi tendono a conquistare nelle loro organizzazioni il seguito della maggioranza e le cariche direttive divenendo così il naturale veicolo di trasmissione delle parole d’ordine del partito…
     «14) - … Considerando suo massimo interesse l’evitare le scissioni dei sindacati e degli altri organismi economici, fino a quando la dirigenza ne resterà nelle mani di altri partiti e correnti politiche, il partito comunista non disporrà che i suoi membri si regolino nel campo della esecuzione dei movimenti diretti da tali organismi in contrasto con le disposizioni di essi per quanto riguarda l’azione, pur svolgendo la più aperta critica dell’azione stessa e dell’opera dei capi.
     «15) - Oltre a prendere parte in tal modo alla vita degli organismi proletari naturalmente sorti per la pressione dei reali interessi economici, e all’agevolare la loro diffusione e rafforzamento, il partito si sforzerà di porre in evidenza con la sua propaganda quei problemi di reale interesse operaio che nello svolgimento delle situazioni sociali possono dar vita a nuovi organismi di lotta economica. Con tutti questi mezzi il partito dilata e rafforza la influenza che per mille legami si estende dalle sue file organizzate a tutto il proletariato approfittando di tutte le sue manifestazioni nella attività sociale.
     «16) - Totalmente erronea sarebbe quella concezione dell’organismo di partito che si fondasse sulla richiesta di una perfetta coscienza critica e di un completo spirito di sacrificio in ciascuno dei suoi aderenti singolarmente considerato e limitasse lo strato della massa collegato al partito ad unioni rivoluzionarie di lavoratori costituite nel campo economico con criterio secessionista e comprendendo solo quei proletari che accettano dati metodi di azione».


IN DIFESA DEI SINDACATI DI CLASSE E CONTRO IL LORO DIRADAMENTO

La borghesia italiana e l’opportunismo intendevano bene che l’inquadramento classista costituito dagli organismi economici era un terreno fertilissimo al propagarsi dell’indirizzo rivoluzionario. Di conseguenza rivolgevano la loro offensiva non solo contro l’organizzazione del partito, ma anche contro le organizzazioni economiche. Questa offensiva si svolgeva contemporaneamente su due fronti. Da una parte la violenza armata dello Stato e del fascismo, dall’altra la politica dei capi opportunisti, che riprendeva fiato e ingigantiva dopo ogni colpo della reazione. Questa, non solo espelleva i comunisti dai sindacati, ma tendeva a togliere a questi ultimi ogni carattere rosso, sostenendone la funzione di collaborazione nazionale, di azione solo nell’ambito delle istituzioni nazionali, di partecipazione alla ricostruzione della economia nazionale. Era questa una politica dei capi opportunisti presente in tutti i paesi europei. I sindacati dovevano tener conto delle esigenze generali dell’economia della nazione e svolgere la loro azione nell’ambito di questa, essendo la classe operaia nient’altro che uno dei fattori che partecipano alla produzione.

D’altra parte dovevano essere messi in piedi nelle aziende e a livello nazionale degli organismi di controllo e di direzione dell’economia a cui i lavoratori partecipassero allo stesso titolo dei borghesi. Le formule della cosiddetta “socializzazione del capitale”, della “cogestione aziendale” ecc. sono dunque vecchie di cinquanta anni.

Questa politica già nettamente indirizzata verso il sindacalismo tricolore del secondo dopoguerra non poté trovare allora completa realizzazione in quanto negli anni dal 1920 al 1926 venne efficacemente ostacolata dalla vivacità delle lotte operaie e dall’influenza dei comunisti nei sindacati. È questa politica borghese-opportunista che, svolgendosi liberamente dopo la definitiva sconfitta proletaria e la controrivoluzione staliniana, ha prodotto gli attuali sindacati tricolore.

Ecco cosa intendiamo sostenendo che gli attuali sindacati, completamente asserviti allo Stato e alla sua difesa, non sono una nuova forma inventata dal capitale, ma il risultato di un rapporto di forza fra le classi, alla scala mondiale e nell’arco di cinquanta anni, che ha visto il proletariato battuto e disperso non solo nel suo partito rivoluzionario ma perfino nelle sue manifestazioni di lotta immediata.

Al giganteggiare di questa sfavorevole situazione il Partito Comunista d’Italia oppose l’appello alla difesa dei sindacati di classe tradizionali, sia contro la reazione sia contro la politica opportunista. L’appello del partito costituì l’oggetto di un convegno delle “sinistre sindacali”, cioè degli operai anarchici, massimalisti e comunisti organizzati nei sindacati che si tenne nell’ottobre 1922 e di cui riportiamo la parte più significativa della mozione conclusiva:
     ««Le organizzazioni sindacali dei lavoratori devono rimanere indipendenti da ogni influenza e controllo dello Stato borghese e dei partiti della classe padronale, loro programma e loro bandiera deve essere la lotta per l’emancipazione dei lavoratori dallo sfruttamento capitalistico, le loro file devono essere aperte ad ogni propaganda delle idealità rivoluzionarie del proletariato…
     «Ogni manovra tendente sotto varie formulazioni a intaccare questi capisaldi, col voler raffrenare l’azione sindacale entro i limiti delle istituzioni borghesi, escludere la propaganda e l’azione dei partiti estremi dai sindacati, legalizzare l’opera e l’attività di essi sullo stesso piano delle corporazioni dei ceti abbienti per una pretesa collaborazione ricostruttiva dell’economia, ammainare il glorioso vessillo rosso emblema delle altissime tradizioni delle organizzazioni classiste italiane, corrisponde al tentativo reazionario di stroncare la lotta di classe, rendere impossibile ogni resistenza economica dei salariati e avvilire a un livello schiavistico il tenore di vita delle classi lavoratrici per consentire alle classi sfruttatrici di consolidare le basi compromesse del loro dominio».

Ma l’opera congiunta del fascismo e delle forze statali da una parte e della politica opportunista dall’altra provocavano, nonostante l’azione del partito, i loro effetti disastrosi: i sindacati si indebolivano, i proletari li abbandonavano demoralizzati dalla violenza aperta e dal sabotaggio delle loro lotte da parte dei capi. Si manifestava un processo di diradamento dei sindacati contro il quale il partito reagiva con tutte le sue forze vedendo in esso il pericolo che venisse a mancare la base stessa della mobilitazione rivoluzionaria di classe. Distruzione e abbandono dei sindacati economici vuol dire infatti che la classe operaia, nonostante la miseria ed il malcontento, non è capace di reagire al suo schiacciamento in maniera organizzata neanche sul puro terreno economico e, secondo le classiche parole di Marx, sebbene la lotta economica sia limitata, «se la classe operaia rinunciasse per viltà a questa lotta si priverebbe della possibilità di intraprendere battaglie ben più grandi e generali».

Sono già impostati i termini della nostra prospettiva attuale e futura: non bastano la crisi e il malcontenuto diffuso dalla miseria nella classe operaia. O questa crisi riporterà la classe ad organizzarsi sul terreno della sua difesa economica o non ci sarà possibilità di sviluppo della lotta sul terreno rivoluzionario. La crisi deve far risorgere gli organismi operai di difesa economica, i sindacati di classe, preludio al ritorno del partito alla testa delle lotte proletarie. Ma se il proletariato europeo attuale, corrotto da cinquanta anni di dominio opportunistico, non sarà in grado di riorganizzare la difesa delle sue condizioni di vita è vano sperare che un qualche miracolo lo porti alla capacità di mobilitarsi sul terreno dell’assalto rivoluzionario al potere. Pensare questo significa uscire dalla prospettiva marxista per cadere nell’idealismo più triviale.

Dal progetto di programma di azione presentato al IV congresso mondiale, 1922:
     «Per la resistenza dei sindacati – 7) - Il lavoro nei sindacati tendente alla conquista di essi al partito e alla conquista al partito di nuovi proseliti a scapito degli altri partiti che nei sindacati agiscono, nonché tra i senza partito, è quello più utile per un rapido incremento della influenza del P.C. Però in Italia la situazione sia economica che politica, ha prodotto e tende a ulteriormente produrre un indebolimento o diradamento dei sindacati, che mette in grave pericolo le sorti di una buona preparazione rivoluzionaria.
     «Il P.C. deve dunque lottare per la resistenza dei sindacati e per il loro rinvigorimento. Questo si raggiunge primieramente con l’opera attenta e assidua come militanti sindacali e membri del partito, col proteggere a mezzo del partito e del suo attrezzamento i sindacati dai colpi della reazione».

Dalle Tesi presentale dal P.C. d’Italia al IV congresso mondiale, 1922:
     «La conquista delle masse organizzate – L’esistenza di forti e fiorenti organizzazioni economiche è una buona condizione per il lavoro di penetrazione delle masse. L’accentuarsi del dissesto della economia capitalista crea una situazione oggettivamente rivoluzionaria. Ma poiché la capacità di lotta del proletariato al momento in cui, dopo l’apparente floridezza del dopoguerra immediato, la crisi è apparsa in tutta la sua gravità s’è rivelata insufficiente, assistiamo oggi allo svuotamento dei sindacati e di tutte le organizzazioni analoghe in moltissimi paesi: in altri è prevedibile che un tale fenomeno non tarderà a verificarsi. Per conseguenza, la preparazione rivoluzionaria del proletariato si rende difficile, malgrado il dilagare della miseria e del malcontento».

Nel 1926 il processo era giunto ormai al suo culmine. È caratteristico della convergenza fra la violenza fascista e la politica opportunista il fatto che i dirigenti della CGL ne dichiarassero proprio allora lo scioglimento, demoralizzando così quei proletari che nonostante tutto si battevano ancora sul fronte dei sindacati rossi. Fu l’ultima pugnalata alla schiena del proletariato che garantì l’affermarsi totalitario dei sindacati fascisti. Intanto all’interno del partito, diretto dal 1923 dagli ordinovisti, riprendevano piede le vecchie fisime consiliaristiche e si approfittava della demolizione dei sindacati per avanzare di nuovo la tesi del loro “superamento” e della loro sostituzione con altre “forme”.

A questa opera disfattista la Sinistra reagì con decisione e nelle Tesi presentate al congresso di Lione del 1926 viene combattuta questa tendenza della centrale del partito e riproposta la tesi che devono risorgere i sindacati rossi tradizionali.
     «II-8 – Questione sindacale…
     «La sinistra del partito italiano ha sempre sostenuto e lottato per la unità proletaria nei sindacati, attitudine che contribuisce a renderla inconfondibile con le false sinistre a sfondo sindacalista e volontarista, combattute da Lenin. Inoltre la Sinistra rappresenta in Italia la concezione esattamente leninista del problema dei rapporti tra sindacati e consigli di fabbrica, respingendo sulla base della esperienza russa e delle apposite tesi del secondo congresso la grave deviazione di principio consistente nello svuotare di importanza rivoluzionaria il sindacato, basato su adesioni volontarie, per sostituirvi il concetto utopistico e reazionario di un apparato costituzionale e necessario aderente organicamente su tutta la superficie al sistema della produzione capitalistica, errore che praticamente si concreta nella sopravalutazione dei consigli di fabbrica e in un effettivo boicottaggio del sindacato…
     «III-7 – Attività sindacale del partito.
     «Un altro grave errore è stato commesso nello sciopero metallurgico del marzo 1925. La Centrale non comprese come la delusione proletaria nei riguardi dell’Aventino lasciava prevedere un impulso generale alle azioni classiste sotto forma di una ondata di scioperi, mentre, se lo avesse fatto, si sarebbe potuto, come si trascinò la FIOM a intervenire nello sciopero iniziato dai fascisti, spingerla decisamente oltre, fino allo sciopero nazionale, attraverso la costituzione di un comitato di agitazione metallurgico poggiato sulle organizzazioni locali, dispostissime allo sciopero in tutto il paese. L’indirizzo sindacale della Centrale non corrispose chiaramente alla parola dell’unità sindacale nella Confederazione, anche malgrado il disfacimento organizzativo di questa. Le direttive sindacali del partito risentirono di errori ordinovisti a proposito dell’azione nelle fabbriche nelle quali non solo si crearono o si proposero organi molteplici e contraddittori, ma spesse volte si dettero parole che svalutavano il sindacato e la concezione della sua necessità come organo di lotta proletaria…
     «11 – Schema di programma di lavoro del partito.
     «… Ponendosi oggi il grave problema del diradamento dei sindacati di classe e degli altri organi immediati del proletariato, il partito anzitutto agiterà la parola della difesa dei sindacati rossi tradizionali e della necessità del risorgere di essi. Il lavoro nelle officine eviterà di creare organi suscettibili di svuotare della loro efficacia le parole sulla ricostruzione sindacale. Tenendo conto della situazione attuale il partito agirà per il funzionamento dei sindacati nelle “sezioni sindacali di fabbrica”, le quali, rappresentando la forte tradizione sindacale, si presentano come gli organismi adatti alla direzione delle lotte operaie in quanto la difesa di queste è oggi possibile appunto nelle fabbriche. Si tenterà a far eleggere la commissione interna illegale dalla sezione sindacale di fabbrica, salvo a rendere, non appena possibile, la commissione interna un organismo eletto dalla massa della fabbrica…
     «Circa i rapporti con i sindacati fascisti, tanto più oggi che essi non appaiono neanche formalmente come associazioni volontarie delle masse, ma sono veri organi ufficiali della alleanza fra padronato e fascismo, è da respingere in generale la parola della penetrazione nel loro interno per disgregarli. La parola di ricostruzione dei sindacati rossi deve essere contemporanea alla parola contro i sindacati fascisti».


LA PROSPETTIVA DEL PARTITO

Dal 1926 ad oggi, al posto dei sindacati rossi di allora si sono affermati i sindacati tricolore. Essi proseguono la tradizione opportunista e fascista di sottomissione del sindacato operaio agli interessi dello Stato borghese.

Il nostro testo del 1951 “Partito rivoluzionario ed azione economica” traccia così il processo della loro affermazione:
     «Nella ripresa del movimento dopo la rivoluzione russa e la fine della guerra imperialista si trattò di fare il bilancio del disastroso fallimento dell’inquadratura sindacale e politica, e si tentò di portare il proletariato mondiale sul terreno rivoluzionario eliminando con le scissioni dei partiti i capi politici e parlamentari traditori, e procurando che i nuovi partiti comunisti pervenissero a buttare fuori gli agenti della borghesia nelle file delle più larghe organizzazioni proletarie.
     «Dinanzi ai primi vigorosi successi in molti paesi, il capitalismo si trovò nella necessità, per impedire l’avanzata rivoluzionaria, di colpire con la violenza e porre fuori legge non solo i partiti ma anche i sindacati in cui questi lavoravano.
     «Tuttavia, nelle complesse vicende di questi totalitarismi borghesi, non fu mai adottata la abolizione del movimento sindacale. All’opposto, fu propugnata e realizzata la costituzione di una nuova rete sindacale pienamente controllata dal partito controrivoluzionario, e, nell’una e nell’altra forma, affermata unica e unitaria, resa strettamente aderente all’ingranaggio amministrativo statale.
     «Anche dove, dopo la seconda guerra, per la formulazione politica corrente il totalitarismo capitalista sembra essere stato rimpiazzato dal liberalismo democratico, la dinamica sindacale seguita ininterrottamente a svolgersi nel pieno senso del controllo statale e della inserzione negli organismi amministrativi ufficiali. Il fascismo, realizzatore dialettico delle vecchie istanze riformiste, ha svolto quella del riconoscimento giuridico del sindacato in modo che potesse essere titolare di contratti collettivi col padronato, fino all’effettivo imprigionamento di tutto l’inquadramento sindacale nelle articolazioni del potere borghese di classe. Questo risultato è fondamentale per la difesa e la conservazione del regime capitalista appunto perché l’influenza e l’impiego di inquadrature associazioniste sindacali è stadio indispensabile per ogni movimento rivoluzionario diretto dal partito comunista».

Da questa situazione dei sindacati attuali il partito non poteva, mantenendosi sulla coerente linea marxista, far discendere una posizione di svalutazione della funzione sindacale, “in quanto l’influenza e l’impiego di inquadrature associazioniste sindacali è stadio indispensabile per ogni movimento rivoluzionario diretto dal partito comunista”. Dalla affermazione che i sindacati di oggi non sono più sindacati di classe, che sono completamente asserviti alla difesa delle istituzioni capitalistiche, si può far discendere una sola e unica conseguenza: che i sindacati di classe devono risorgere, o si cade nel volontarismo e nella linea a noi opposta del kaapedeismo.

Perciò il partito fin dal 1945 ha stabilito questa prospettiva:
     «In prima linea fra i compiti politici del partito è il lavoro nella organizzazione economica sindacale dei lavoratori per il suo sviluppo e potenziamento.
     «Dev’essere combattuto il criterio, ormai comune alla politica sindacale sia fascista che democratica, di attrarre il sindacato operaio tra gli organismi statali, sotto le varie forme del suo disciplinamento con impalcature giuridiche. Il partito aspira alla ricostruzione della Confederazione sindacale unitaria, autonoma dalla direzione di uffici di Stato, agente coi metodi della lotta di classe e dell’azione diretta contro il padronato, dalle singole rivendicazioni locali e di categoria a quelle generali di classe. Nel sindacato operaio entrano lavoratori appartenenti singolarmente a diversi partiti o a nessun partito.
     «I comunisti non propongono né provocano la scissione dei sindacati per il fatto che i loro organismi direttivi siano conquistati e tenuti da altri partiti, ma proclamano nel modo più aperto che la funzione sindacale si completa e si integra solo quando alla dirigenza degli organismi economici sta il partito politico di classe del proletariato. Ogni diversa influenza sulle organizzazioni sindacali proletarie non solo toglie ad essi il fondamentale carattere di organi rivoluzionari dimostrato da tutta la storia della lotta di classe, ma le rende sterili agli stessi fini dei miglioramenti economici immediati e strumenti passivi degli interessi del padronato.
     «La soluzione data in Italia alla formazione della centrale sindacale con un compromesso non già fra tre partiti proletari di massa, che non esistono, ma fra tre gruppi di gerarchie di cricche extraproletarie pretendenti alla successione del regime fascista, va combattuta incitando i lavoratori a rovesciare tale opportunistica impalcatura di controrivoluzionari di professione. Il movimento sindacale italiano deve ritornare alle sue tradizioni di aperto e stretto fiancheggiamento del partito proletario di classe, facendo leva sul risorgere vitale dei suoi organismi locali, le gloriose Camere del Lavoro, che tanto nei grandi centri industriali quanto nelle zone rurali furono protagoniste di grandi lotte apertamente politiche e rivoluzionarie».

E nel 1951, nel testo già citato:
     «8 – Al disopra del problema contingente in questo o quel paese di partecipare al lavoro in dati tipi di sindacato ovvero di tenersene fuori da parte del partito comunista rivoluzionario, gli elementi della questione fin qui riassunta conducono alla conclusione che in ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale non possono non essere presenti questi fondamentali fattori: 1) un ampio e numeroso proletariato di puri salariati; 2) un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda una imponente parte del proletariato; 3) un forte partito di classe, rivoluzionario, nel quale militi una minoranza dei lavoratori ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale a quella della classe e del potere borghese.
     «Le linee generali della svolta prospettiva non escludono che si possano avere le congiunture più svariate nel modificarsi, dissolversi, ricostituirsi di associazioni a tipo sindacale di tutte quelle associazioni che ci si presentano nei vari paesi, sia collegate alle organizzazioni tradizionali che dichiaravano fondarsi sul metodo della lotta di classe, sia più o meno collegate ai più diversi metodi e indirizzi sociali anche conservatori».

 

 

 

 



(Il Partito Comunista, n.14, ottobre 1975)


PUNTI SOMMARI CHE RIASSUMONO LA VISIONE DEL PARTITO MARXISTA VERSO LE LOTTE ECONOMICHE E GLI ORGANISMI DIFENSIVI IMMEDIATI DELLA CLASSE OPERAIA

1) - Necessità inderogabile dell’azione e dell’organizzazione degli operai sul terreno economico: l’azione difensiva degli operai sul terreno economico e la conseguente organizzazione sono un dato oggettivo, scaturiscono non dalla volontà ma dalle stesse condizioni in cui gli operai si trovano a vivere. Questa necessità oggettiva della lotta e della organizzazione proletaria economica è stata storicamente riconosciuta dalla borghesia stessa la quale, passato un primo periodo, ha considerato ineliminabile il movimento economico del proletariato e si è sforzata, al contrario, di controllarlo in mille forme.

2) - La lotta economica degli operai, cioè la lotta sul terreno della difesa delle condizioni di vita nei loro diversi aspetti, fornisce la base reale della lotta di classe e della lotta rivoluzionaria. Da sempre per la mostra teoria marxista la mobilitazione rivoluzionaria della classe proletaria si fa sul terreno delle rivendicazioni e delle lotte immediate che i gruppi proletari conducono per i loro interessi contingenti e che il partito ha il compito di indirizzare verso l’urto rivoluzionario contro lo Stato borghese e per la dittatura, non negandole, ma incoraggiandole, estendendole, potenziandole e dimostrandone l’inevitabile sbocco rivoluzionario. La lotta rivoluzionaria di classe, la lotta politica, non è altro che la lotta per le condizioni materiali giunta ad un certo grado di intensità che la rende obbiettivamente incompatibile con la permanenza del regime borghese ed è influenzata dal partito di classe.

3) - Il dato di fatto che la lotta economica degli operai divenga ad un determinato momento obiettivamente rivoluzionaria, cioè urti obbiettivamente contro le basi stesse del regime capitalistico, non implica la coscienza soggettiva di questo fatto nei singoli partecipanti alla lotta né tanto meno la loro globale coscienza politica. Crea soltanto il terreno favorevole all’affermarsi dell’indirizzo politico del partito nelle organizzazioni economiche di classe, il terreno favorevole alla conquista di queste al partito e al passaggio nella sua organizzazione dei singoli proletari che, nel corso della lotta stessa, hanno preso coscienza della necessità dell’attacco politico e del partito.

4) - Nella nostra visione marxista gli organismi immediati della classe operaia non esprimono mai in se stessi (tanto meno per la loro forma strutturale) la coscienza rivoluzionaria. Essi esprimono le esigenze dell’azione proletaria, mentre la coscienza è rappresentata solo dall’organo specifico partito. Esprimendo esigenze immediate della classe operaia questi organismi non possono che esprimere il grado di coscienza che deriva loro dall’azione stessa: la coscienza della necessità della unione di tutti gli operai per reagire allo schiacciamento capitalistico. Il raccordo dell’azione proletaria alla finalità generale e storica della rivoluzione non può venire che dal partito.

5) - Ne deriva che gli organismi operai immediati possiedono una loro funzione e sono in grado di svolgerla non in quanto esprimono un determinato indirizzo politico ma in quanto sono aperti a tutti gli operai, e soltanto ad essi, indipendentemente dalle loro convinzioni ideologiche, religiose, politiche. I sindacati economici, per esempio, devono essere in grado di riunire tutti i lavoratori disposti a condurre la lotta per la difesa delle loro condizioni materiali di esistenza contro la pressione capitalistica; gli organismi sovietici devono riunire tutti gli operai che sentono la necessità di organizzare il potere della classe lavoratrice; i consigli di fabbrica sorsero, come ricordano le tesi del secodo Congresso, in quanto si pose materialmente al proletariato l’esigenza di superare la divisione professionale in ogni singola fabbrica e di controllare la produzione. Negli organismi operai immediati l’elemento di classe si presenta non come un elemento di coscienza, ma come un elemento fisico: organizzazione di elementi provenienti da un’unica classe sociale, i lavoratori salariati. Ma il raccordo fra queste azioni e queste organizzazioni degli operai e la finalità rivoluzionaria è affare del partito politico di classe senza il cui intervento esse continuano a svolgersi nell’ambito dei rapporti borghesi di produzione e del dominio borghese.

6) - Sta in questo la base del materialismo marxista secondo il quale l’azione precede la coscienza, la coscienza è riflessa, ritardata, anticipata solo nel partito di classe che ne è l’unico depositario prima, durante e dopo la rivoluzione. Negli organismi immediati l’azione di classe si svolge in maniera incosciente e questo vale per qualsiasi azione di classe: il proletariato segue il partito nella lotta per la conquista del potere, violenta e armata, non perché abbia razionalmente conquistate le nozioni di violenza e di dittatura di classe. Le ha conquistate in maniera immediata, istintiva; gli si presentano cioè come una immediata ed inderogabile necessiti pratica per difendere le proprie condizioni di vita. Perfino il passaggio dalla lotta di singole fabbriche e categorie per limitati interessi a una lotta difensiva generalizzata si presenta al proletariato come una necessità pratica, non come un fatto di coscienza razionale. Il partito, che questa coscienza possiede in termini generali e teorici, spinge l’azione proletaria verso questi obbiettivi finali spiegandoli e sollecitandoli come una necessità degli operai stessi per il buon risultato delle loro lotte immediate.

7) - È in base a questa visione che il marxismo giudica il carattere di classe degli organismi operai immediati. Non li valuta dalla “coscienza che hanno di sé”, ma dalle loro caratteristiche: riuniscono grandi masse di operai, li organizzano senza alcuna preclusione di carattere ideologico o politico, riuniscono solo elementi della classe operaia, sono strutturalmente indipendenti dallo Stato e dai partiti borghesi. Come è interesse del partito e della rivoluzione che le lotte immediate degli operai siano le più vaste ed estese possibili, cosi è interesse del partito che gli organismi operai siano aperti al maggior numero possibile di proletari. Mentre sosteniamo la necessità della massima chiusura del partito, sosteniamo la necessità della massima apertura degli organismi operai immediati.

8) - L’organizzazione operaia immediata non può coincidere con l’organizzazione del partito, né il partito ha interesse che questo avvenga neanche in manifestazioni parziali e locali. La conquista all’indirizzo politico del partito di un organismo operaio immediato non significa, mai e in nessun momento, la sua trasformazione in un organo chiuso accessibile solo a quei proletari che ne condividono l’indirizzo predominante. Questa tesi vale per tutto il corso rivoluzionario e imposta correttamente il problema del necessario risorgere dei sindacati rossi diretti dal partito. La loro formazione non corrisponde a una forma sindacale speciale, né tanto meno alla creazione di sindacati di partito, o ad organismi nei quali sono ammessi solo quei proletari che condividono determinati principi, bensì a un grado molto evoluto dello sviluppo della lotta di classe e dell’influenza del partito, che perviene a sottomettere al suo indirizzo le associazioni operaie economiche senza che peraltro venga meno il loro carattere e la loro funzione operaia ed economica.

9) - L’assoluta necessità degli organismi operai agli effetti dell’azione di classe e dell’attacco rivoluzionario deriva dal loro carattere immediato e non cosciente, poiché il partito non potrà mai comprendere nelle sue file organizzate la maggioranza della classe operaia. Il partito di classe per portare al combattimento questa maggioranza deve conquistare gli organismi operai. Ovvero saranno conquistati ad un indirizzo politico collaborazionista, borghese e perfino reazionario e controrivoluzionario. Nelle lotte economiche che gli operai ingaggiano e nelle loro organizzazioni si svolge perciò una lotta costante per il loro influenzamento in senso rivoluzionario o in senso conservatore.
     È evidente che la prevalenza dell’indirizzo rivoluzionario porta al completamento, all’approfondimento, all’estensione della funzione sindacale di difesa e delle lotte economiche; mentre la prevalenza di indirizzi borghesi e conservativi non può, a lungo andare, che snaturare la stessa funzione difensiva degli organismi operai. Lo stesso influenzamento da parte di indirizzi borghesi è possibile per gli organismi di tipo sovietico.

10) - La realtà degli organismi economici immediati degli operai non può essere compresa in chiave formalistica dandosi a definizioni e studi statici della loro struttura e dei loro statuti, che sono essi stessi il risultato di questo storico scontro per l’influenza sul movimento operaio economico. Tanto meno può essere dedotta dal loro indirizzo politico. La politica, la prassi, la struttura e la capacità di assolvere i propri compiti degli organismi economici immediati è comprensibile soltanto in una lettura dinamica e storica della lotta di classe che vede alla base una necessità oggettiva ed ineliminabile (quella dell’organizzazione degli operai per la difesa delle loro condizioni di vita e di lavoro) e l’intervento, sulla base di essa, di vari fattori: tendenza del modo di produzione capitalistico, Stato e partiti borghesi, partito comunista ecc. L’intersecarsi di questi vari fattori e della loro azione determina la sorte delle lotte e degli organismi operai, sorte che si riflette nella loro politica e nella loro stessa struttura in un determinato momento.

11) - Nei grandi cicli storici della lotta di classe la dinamica delle forme sindacali ha subito vicissitudini varie che hanno condotto a risultati diversi in ragione dell’azione dei fattori suddetti.
     Sommariamente, il primo grande slancio proletario (1848‑71) ha visto la spinta operaia ad organizzarsi sul terreno della difesa economica svolgersi in piena epoca liberistica e parlamentare della borghesia. Le organizzazioni e le lotte operaie sono proibite per legge e questo dà ad esse una caratteristica immediatamente (cioè incoscientemente) rivoluzionaria. Fatto economico e fatto politico si presentano immediatamente collegati nella repressione armata dei moti economici e questo collega con mille fili favorevolmente il partito proletario agli organismi economici. Alla fine del ciclo c’è la repressione armata del proletariato francese, la scissione dell’Internazionale, l’abbandono di essa da parte delle potenti Trade Unions inglesi, che preannunciano già una tendenza alla chiusura corporativa ed alla subordinazione ad indirizzi conservatori borghesi.
     Alla fine del ciclo un risultato è fissato per il proletariato europeo: il movimento economico e l’organizzazione economica degli operai appare ormai ineliminabile. La borghesia non si proporrà più la sua distruzione ma il suo influenzamento e il suo distacco dal partito politico. Il secondo ciclo (1871‑1914) vede quindi crescere ed estendersi il movimento e l’organizzazione operaia sul terreno economico. II partito proletario interviene attivamente nell’incoraggiare e potenziare le lotte e le organizzazioni economiche. La borghesia tende ad influenzarle con tutte le armi a sua disposizione: contro i sindacati “rossi”, cioè influenzati e collegati al partito, crea le organizzazioni bianche e gialle. Negli stessi sindacati rossi fa penetrare tramite la destra riformista la tesi della neutralità sindacale; approfittando del periodo espansivo della propria economia tende a concedere tutta una serie di benefici immediati a gruppi del proletariato basando sopra questa realtà la tendenza a sopravvalutare l’azione economica, a volgerla sui binari della pacifica e giuridica trattativa, a separarla dall’azione politica contro lo Stato.
     È l’epoca in cui nel partito proletario, l’ala rivoluzionaria marxista combatte contro la neutralità dei sindacati, contro il loro tentativo di imporsi, insieme con il gruppo parlamentare, allo stesso partito. Il ciclo termina con l’aggiogamento dei sindacati operai al carro della difesa della patria. È la più grande vittoria della classe borghese sulla classe operaia.
     Il terzo ciclo si apre con la fine della prima guerra. Il proletariato dà il via a una potente ondata di lotte ed affluisce nei sindacati esistenti cercando di strapparli dalle mani dei dirigenti opportunisti. In ogni paese immenso aumento degli iscritti ai sindacati, mentre le stesse necessità della lotta creano nuovi organismi economici (Consigli di fabbrica ecc.). Viene spezzata dallo slancio proletario la pratica legalitaria della burocrazia sindacale, imposta l’eliminazione di tutte le clausole restrittive nel campo organizzativo che impedivano l’accesso ai peggio pagati ecc.
     I sindacati, che durante la guerra si erano completamente asserviti alle rispettive borghesie ed erano divenuti strumenti dello sforzo bellico, ora, sotto la spinta delle masse in lotta divengono rapidamente organismi di battaglia di classe. La situazione economica e l’influenza del partito rivoluzionario convergono nell’elevare le lotte economiche a lotte politiche per la conquista del potere e, man mano che la lotta si radicalizza, una parte sempre maggiore degli organismi sindacali passa sotto l’influenza dell’indirizzo rivoluzionario.
     Si creano due centri internazionali del movimento sindacale: Mosca contro Amsterdam. La parola d’ordine dell’Internazionale comunista e dell’Internazionale dei sindacati rossi è “Conquista dei sindacati!”. Viene combattuta la parola d’ordine di falsa sinistra: “Distruzione dei sindacati! Loro sostituzione con Unioni operaie rivoluzionarie!”. È l’epoca del fronte unico sindacale: il partito “costruisce nei sindacati il sicuro congegno della sua influenza sulla classe”. È l’epoca in cui il partito combatte contro le tendenze kaapedeiste, per l’apertura degli organismi economici ad ogni e qualsiasi operaio e contro la loro chiusura su basi ideologiche.
     Al 1926 il ciclo è chiuso con la più colossale sconfitta che il movimento proletario abbia mai subito nella sua storia. Si apre il ciclo che chiamiamo della controrivoluzione, tuttora in atto. Già nel ciclo precedente si erano delineati metodi e concezioni che si esplicheranno pienamente nell’epoca attuale: la tendenza a chiudere le organizzazioni sindacali all’influenza del partito e ai proletari peggio pagati, cioè alle restrizioni organizzative, la tendenza a portare i sindacati nell’ambito nazionale sottomettendoli a una politica di ricostruzione dell’economia nazionale. Contro questa politica degli opportunisti il partito ha fatto, per esempio in Italia nel 1922, appello alla “difesa dei sindacati rossi tradizionali”. A fianco di questa tendenza c’è stata la distruzione fisica dei sindacati in Italia ed in Germania e l’inquadramento del proletariato in organismi coattivi strettamente dipendenti dall’apparato statale.
     Il ciclo della controrivoluzione si apre su di un riflusso della lotta operaia non solo sul terreno rivoluzionario ma sullo stesso terreno economico. Per la prima volta nella storia la borghesia dopo il 1926 è completamente libera nell’influenzamento del movimento sindacale operaio. Ma il capitalismo stesso si svolge nel senso dell’accentramento economico monopolistico e dell’interventismo statale, in tutti i paesi sia “democratici” sia fascisti.
     Lo Stato diventa il protagonista dello svolgimento capitalistico e tende al controllo non solo dell’economia ma dello stesso movimento sindacale il quale, da parte sua, in mancanza di una qualsiasi influenza rivoluzionaria tende a sottomettersi allo Stato, ad essere giuridicamente riconosciuto ecc. Questo “gran fatto nuovo dell’epoca contemporanea” è stato riconosciuto dal partito e “segna lo svolgimento sindacale in tutti i paesi”. La prima caratteristica di questo svolgimento è stata la sparizione storica della differenziazione fra sindacati bianchi, gialli e rossi. A questa è subentrata in tutti i paesi la monosindacalità, cioè l’esistenza di un’unica centrale sindacale, strettamente infeudata ad una politica legalitaria e di difesa degli “interessi nazionali”. È interessante, a questo proposito, la trasformazione su basi non confessionali degli ex sindacati cristiani, ad indicare che il metodo usato dalla borghesia per influenzare il movimento operaio nel periodo “pacifico” contrapponendo ai sindacati rossi sindacati “scissionisti” bianchi e gialli ha fatto il suo tempo subentrandovi il diretto collegamento fra sindacati e Stato. in tutti i paesi.
     La scissione sindacale del 1949 in Italia ed in Francia si spiega così non come un ritorno alla vecchia differenziazione sindacale, ma come un coefficiente di politica estera da una parte e di indebolimento e disorientamento del proletariato dall’altra. Non centrali bianche e gialle opposte a una centrale rossa, ma tre centrali tricolore con le stesse caratteristiche e la stessa politica. Il risultato di questo ciclo è stato l’affermarsi del sindacato tricolore.

12) - È importante comprendere che si è trattato e si tratta di un risultato dello scontro di forze storiche nettamente sfavorevole alla classe proletaria e al partito rivoluzionario e non di una nuova forma o di una nuova ricetta che il capitalismo avrebbe inventato. Il sindacalismo tricolore, cioè la sottomissione della politica sindacale alle sorti dell’economia nazionale, i mille legami che collegano i sindacati attuali al padronato e allo Stato, la loro prassi opposta all’uso dei metodi della lotta diretta e contraria alle stesse rivendicazioni economiche nella misura in cui esse urtano contro le esigenze della conservazione sociale e politica, non sono altro che il risultato di un ciclo che ha visto il proletariato come classe rivoluzionaria completamente assente dalla scena storica e che ha permesso perciò al capitalismo di svolgersi “liberamente” secondo le sue esigenze e le sue leggi, con la complicità del monopolio opportunista sulla classe operaia.
     In questo senso il sindacalismo tricolore è, per quanto strano possa sembrare, il modo in cui il proletariato d’Europa si è organizzato per condurre le sue lotte economiche, sconfitto fisicamente e moralmente in una lunga e generale battaglia in cui aveva tentato l’assalto al potere borghese, privato del suo partito di classe dalla controrivoluzione staliniana, corrotto dalle briciole dei profitti realizzati dalla borghesia europea e americana nello sfruttamento del resto del mondo e, infine, in presenza di uno sviluppo che tende alla concentrazione e al monopolio statale di tutta la vita sociale ed economica.
     Per questo il partito non ha mai preconizzato l’uscita dai sindacati esistenti o il loro boicottaggio, purché mantenessero il carattere di adesione libera e permettessero di fatto il lavoro dei comunisti al loro interno. Perché l’esistenza di questi sindacati esprime uno stato reale della classe operaia da cui essa uscirà soltanto attraverso la ripresa delle lotte economiche, conseguente a una crisi capitalistica che farà perdere ai proletari europei le loro riserve, i loro privilegi di aristocrazie.

13) - Nel riproporsi di un ciclo critico mondiale della economia capitalistica, il partito ha previsto l’immancabile ripresa di azione sindacale delle masse contrapponendosi frontalmente a tutte le previsioni aberranti e antimarxiste che vorrebbero superata l’azione e l’organizzazione sindacale, cioè la lotta e l’organizzazione dei proletari sul terreno economico. Sarà ingaggiata di nuovo la lotta fra le esigenze immediate degli operai e quegli organismi sindacali che sono il prodotto del ciclo controrivoluzionario. Da questa lotta rinasceranno gli organismi economici di classe, i sindacati di classe. Varie potranno essere le forme che questi organismi assumeranno, ma unica la caratteristica e la funzione: saranno organismi operai aperti e a carattere economico.

14) - In questo processo di ricostituzione dei sindacati di classe vanno tenuti presenti diversi fattori. In primo luogo la corretta argomentazione di Trotzki (“I sindacati nell’epoca imperialistica”) secondo la quale le distanze fra lotta economica e lotta politica nell’epoca dell’imperialismo avanzato risultano accorciate. Questo significa non che gli organismi economici di classe risorgeranno solo sotto l’impulso del partito ritornato per chissà quale miracolo ad essere una forza operante, né tanto meno che saranno organismi di partito o a base ideologica. La nostra prospettiva è opposta e afferma che solo dalla rinascita della rete associativa economica di classe il partito trarrà gli elementi del suo rafforzamento in modo autonomo. Inoltre la nostra prospettiva descrive un corso complesso di lotta che dovrà dare al partito l’influenza su questi nuovi organismi, i quali perciò potranno (e in una certa misura dovranno) essere all’inizio influenzati da tendenze non rivoluzionarie preponderanti sulla nostra.
     La tesi di Trotzki e nostra è che questi organismi avranno un ciclo di vita “autonoma” estremamente più breve di quella che potevano avere nell’epoca progressiva del capitalismo. Dopodiché o ricadranno sotto l’egida dello Stato borghese o cadranno sotto l’influenza dell’indirizzo rivoluzionario. Questa prospettiva è coerente al ruolo preponderante assunto dallo Stato, non solo come organo politico, ma anche come gestore dell’economia. Ne deriva l’urto ravvicinato delle lotte economiche proletarie contro l’apparato statale, e perciò la loro rapida trasformazione in lotte politiche.
     La questione dell’indirizzo politico che deve influenzare gli organismi economici e della conquista di questi da parte del partito diventerà perciò più immediata e pressante, perché costituirà la garanzia del loro permanere su basi classiste anche solo nell’azione economica.

15) - Gli organismi economici di classe risorgeranno dalla ripresa della lotta di classe la quale urterà contro lo Stato da una parte e contro l’opportunismo tricolore dall’altra. Perciò il partito non surroga questo processo proponendosi esso la fondazione di sindacati, i quali per esistere hanno bisogno del concorso di masse estese di proletari. Ciò non toglie che il partito indichi alla classe questa inderogabile necessità e ne favorisca con tutte le sue forze la realizzazione. Nella misura in cui riesce a parlare agli operai indica loro la necessità di organizzarsi sul terreno sindacale economico contro la politica sindacale ufficiale in vista del risorgere dei sindacati di classe.
     Alle lotte anche episodiche, agli episodi di insubordinazione alla politica sindacale ufficiale, agli scoppi di azioni economiche “selvagge” anche limitate ad una fabbrica o ad un gruppo ristretto di proletari il partito deve indicare la necessità che gli sforzi anche di pochi operai non si disperdano e si esauriscano nei limiti dell’azione contingente ma si rivolgano all’organizzazione di una opposizione sindacale la quale in mille modi potrà favorire il risorgere, in svolti favorevoli, di lotte ampie e generali di organismi economici di classe.
     In questa previsione e in questa azione il partito, a differenza di tutti gli altri raggruppamenti, proporrà una opposizione globale alla politica opportunistica riconoscendo che questa in cinquanta anni è pervenuta non solo a subordinare gli interessi del proletariato allo Stato borghese, ma anche a uno snaturamento dei metodi della lotta di classe e a una deformazione della stessa organizzazione del sindacato.
     In contrapposizione a tutti gli altri raggruppamenti politici che tendono ad indirizzare gli sforzi dei pochi operai che sono disposti a combattere contro la politica tricolore verso forme spurie e “popolari” di organizzazione, da una parte, verso forme intermedie fra partito e sindacato dall’altra, chiudendo perciò in limiti ideologici e politici i primi gruppi operai, il partito rivendicherà che l’opposizione deve svolgersi sul terreno economico sindacale e che gli organismi operai eventualmente sorti devono essere non chiusi su presunti programmi politici, ma aperti a tutti i lavoratori indipendentemente dalle loro convinzioni politiche su di una piattaforma di difesa delle condizioni economiche.
     Il partito rivendicherà perciò la costituzione, contro la politica dei tricolore, di organismi che comprendano solo operai e ai quali gli stessi possano aderire senza nessuna preclusione. Il partito, nella giusta comprensione materialistica del processo rivoluzionario, sarà perciò, come nel primo dopoguerra, il garante della apertura indiscriminata degli organismi operai economici, cosa che gli permetterà nella pratica di essere il difensore più accanito, oggi come allora, della “chiusura” assoluta del partito.