International Communist Party Sulla questione sindacale

I comunisti e l’organizzazione di classe


Il Partito Comunista, n.17, 1976
Il Partito Comunista, n.19, 1976




Il Partito Comunista n.17 1975

 

Nel numero precedente, sotto il titolo “Per ricostruire l’organizzazione di classe”, abbiamo esposto sommariamente, sulla scorta dell’esperienza del movimento operaio internazionale, l’inderogabile necessità della rinascita di organismi economici proletari la cui organizzazione sia libera e non coatta, aperta a tutti i lavoratori salariati di qualsiasi partito o gruppo politico e di nessun partito, e la cui azione poggi esclusivamente sul metodo della lotta di classe e dell’azione diretta.

Esistono oggi diversi nuclei operai, con svariate denominazioni, come i CUB, i CUDL, ecc., che si sforzano di contrapporsi alle Centrali sindacali ufficiali. Sono in pratica privi di effettivi collegamenti tra di loro e restii a confluire in un’unica organizzazione su base economica. Non siamo in presenza ancora di un movimento sindacale vero e proprio, tale cioè, da contrapporsi ai sindacati ufficiali e da imporre una propria alternativa classista che influenzi le masse proletarie.

Occorre ribadire alcuni punti elementari a proposito di questi gruppi agenti fuori dalle Organizzazioni confederali. Ritenere di classe un organismo operaio che si pone fuori e contro i sindacati ufficiali senza proclamare di agire coi metodi della lotta di classe e dell’azione diretta, è erroneo. L’esistenza dei sindacati cosiddetti autonomi ne è la prova. Questi si differenziano dalle Confederazioni soltanto per ragioni di bottega, ma si identificano con queste per perseguire una politica di collaborazione di classe, di pacifismo sociale, di nazional-sindacalismo, in breve una autonomia dagli interessi reali della classe operaia.

Altra erronea posizione è quella che pretende di tendere alla riorganizzazione di classe contrapponendo operai organizzati dalle Centrali a quelli fuori, o gli operai di un gruppo agli operai di un altro gruppo. Lo scopo di un movimento di classe, piccolo o poco esteso, o grande e diffuso, è quello di sottrarre le forze lavoratrici invischiate nei sindacati pacifisti, alla influenza della politica collaborazionista, rappresentata dai dirigenti confederali, funzionari mestieranti prezzolati dal nemico borghese.

Un vero organismo economico di classe, alieno da pregiudiziali partitiche e ideologiche, aspira all’unità sindacale dei salariati, sulla base di azioni rivendicative comuni a tutti i proletari, sentite da tutti i salariati.

Lo stato attuale della classe operaia, inchiodata all’impotenza dalla politica collaborazionista dei Sindacati ufficiali, in ogni paese, che abbia subìto o meno la dittatura fascista (e ciò dimostra che quando il proletariato abbandona la lotta di classe, automaticamente cade sotto l’influenza del totalitarismo capitalistico, più o meno mediato dall’opportunismo, fenomeno questo mondiale per effetto della disfatta internazionale della rivoluzione sociale), lascia prevedere che il risorgere di una potente organizzazione di classe non si manifesterà come un armonico e crescente movimento di opposizione, ma come una serie di tentativi crescenti dialetticamente con la ripresa generale e delle lotte rivendicative degli operai, vero motore del ritorno della classe alla battaglia diretta contro la borghesia e le sue impalcature politiche e statali.

Questo processo, il cui andamento esteriore potrà variare da paese a paese e da località a località, per effetto del contemporaneo e opposto processo di smantellamento delle posizioni oggi tenute dalle forze opportuniste in seno ai sindacati, la cui resistenza non è mai omogenea, rischierebbe di non sfociare in un unico e potente circuito organizzativo centralizzato se non persegue obiettivi unitari e non si svolge nel senso di collegare tutti i gruppi operai; circuito che garantisca l’unità di movimento, come si conviene a un esercito sul campo di battaglia, indipendentemente dalle sue dimensioni.

Stante l’assenza di una ripresa generale e radicale delle lotte rivendicative, gli attuali tentativi sporadici e circoscritti di svincolarsi dalla presa delle direzioni traditrici dei sindacati possono essere soffocati per la loro stessa limitatezza aziendale, locale e anche corporativa, nel senso di chiudersi in una sorta di autonomia territoriale e professionale, erroneamente ritenuta come garanzia protettiva dalle pressioni congiunte del regime borghese e della bestiale politica del sindacalismo tricolore. Questo poggia proprio sulla separazione dei vari reparti della classe operaia e su tutti gli elementi di divisione, economici, salariali, normativi, ecc.

Le gloriose Camere del Lavoro del primo dopoguerra assolvevano egregiamente al compito di amalgamare le forze proletarie, dando loro una visione d’insieme degli interessi generali della classe operaia. Oggi, come si sa, sono diventate piuttosto dei centri amministrativi di carattere giuridico-assistenziale.

S’impone, quindi, una oculata valutazione di ogni azione da intraprendere, in stretta relazione agli effetti che potrebbe produrre sull’estensione, sul potenziamento dell’organizzazione, tenendo sempre presente che il risultato più importante è il raggiungimento della saldezza organizzativa e l’unità di movimento. Non si devono svalutare, né tanto meno screditare o biasimare le lotte proletarie per la difesa economica e sociale, svincolate dalla disciplina sindacale o contro le disposizioni delle Centrali, ma si deve valutare seriamente che la frammentazione delle lotte operaie nella attuale fase storica non favorisce la riconquista della funzione sindacale di classe da parte dei lavoratori salariati.

In sintesi le condizioni del movimento sindacale operaio si possono riassumere così: 1) Confederazioni ufficiali CGIL, CISL, UIL; 2) Comitati o gruppi operai fuori dalle Confederazioni.

Qual è la posizione dei comunisti rivoluzionari?

I lavoratori comunisti rivoluzionari, organizzati in gruppi sui posti di lavoro, operano anche nel campo sindacale con una caratteristica politica di classe che li distingue da tutti gli altri raggruppamenti politici in seno al movimento sindacale, ufficiale o meno. L’indirizzo generale, in base al quale i gruppi comunisti si muovono è quello della «ricostruzione della Confederazione sindacale autonoma dalla direzione di Uffici di Stato, agente coi metodi della lotta di classe e dell’azione diretta contro il padronato, dalle singole rivendicazioni locali e di categoria a quelle generali di classe», o comunque della «rinascita» di una rete associativa di classe a sfondo economico con le stesse finalità e attribuzioni, nella quale entrino «lavoratori appartenenti singolarmente ai diversi partiti o a nessun partito». Sulla base di questo indirizzo, i lavoratori comunisti favoriscono e sostengono ogni azione di classe e, in condizioni favorevoli, la promuovono e la dirigono nel duplice intento di difesa degli interessi immediati dei lavoratori e della «ricostruzione» della organizzazione di classe, consapevoli «che la funzione sindacale si completa e si integra solo quando alla dirigenza degli organismi economici sta il Partito politico di classe del proletariato» e che «ogni diversa influenza sulle organizzazioni sindacali proletarie non solo toglie ad essi il fondamentale carattere di organi rivoluzionari, dimostrato da tutta la Storia della lotta di classe, ma le rende sterili agli stessi fini del miglioramento economico immediato, e strumenti passivi degli interessi del padronato».

Di fronte alle Confederazioni ufficiali, sorte «tra gruppi di gerarchie di cricche extra-proletarie», eredi del sindacalismo fascista, il Partito incita «i lavoratori a rovesciare tale opportunistica impalcatura di controrivoluzionari di professione».

A questo fine i lavoratori comunisti hanno respinto, sin dall’inizio, l’adesione al sindacato per delega e invitano tutti i salariati a seguire il loro esempio, che costituisce, appunto, un atto che, per l’esiguo numero dei proletari ribelli, può sembrare solo simbolico, di aperta indisciplina e di incitamento «a rovesciare tale opportunistica impalcatura», in assenza di un movimento radicale di lotte di classe decisivo per spazzar via la direzione reazionaria della organizzazione operaia.

I gruppi comunisti, quindi, operano all’interno del movimento ufficiale, in quanto sia possibile il loro inquadramento, in aperto contrasto con le dirigenze e la politica delle Centrali, sforzandosi di organizzare le forze operaie intorno ad una «opposizione sindacale di classe», la quale operi anche dall’esterno dei sindacati ufficiali, in stretto collegamento con gli organismi spontanei degli operai, con lo scopo preciso di strappare l’iniziativa e la direzione delle lotte operaie alle bande dei dirigenti sindacali tricolore, senza per questo, sabotare gli scioperi promossi da questi messeri, pur criticandone ferocemente le intenzioni e gli scopi anticlassisti.

Di fronte ai Comitati o organismi operai dissidenti fuori dalle Confederazioni il Partito indirizza i suoi militanti a lavorare dentro quelli “aperti”, che non siano cioè emanazione dirette di partiti o gruppi politici, in grado quindi di non porre condizioni politiche di partito o di sètta e di organizzare in principio ogni lavoratore, consentendo ai comunisti libertà di organizzazione e di diffusione del loro programma. In essi i comunisti si organizzano in gruppi, ovvero lavorano in gruppi contemporaneamente operanti nei sindacati ufficiali con lo scopo di prenderne la direzione, conducono una intensa propaganda e assumono atteggiamenti per promuovere e facilitare il collegamento tra i diversi organismi operai operanti sul terreno della lotta di classe, per la loro unificazione in una unica e unitaria organizzazione su più vasto territorio.

Il Partito non lavora con gruppi organizzati all’interno di altri organismi chiusi, nei quali gli sia impedito di esplicare la sua attività e sviluppare l’organizzazione dei suoi gruppi operai comunisti. Non partecipa in assoluto a organismi in cui confluiscano elementi di più classi e semi-classi, come comitati di quartiere, comitati “per l’autoriduzione”, organi collegiali della scuola, consulte amministrative aziendali, ecc., né ad iniziative promosse da altri partiti “operai”, anche se enunciano pretese azioni sindacali con organi interpartitici.

L’azione dei comunisti si sforzerà sempre di essere un coefficiente di attrazione delle forze proletarie, comunque siano politicamente e sindacalmente dislocate, su un terreno di classe al fine della rinascita di una organizzazione veramente proletaria e combattente con i mezzi della lotta di classe e dell’azione diretta, opponendo a tutte le iniziative centrifughe ed eccentriche rispetto all’unità di movimento l’azione coordinata e centralizzata degli operai in lotta per difendere i loro interessi economici immediati.







Il Partito Comunista n. 19 del 1976

 

Il Partito comunista deve inquadrare e dirigere lo sforzo rivoluzionario del proletariato.

Questo il contenuto di un manifesto con il quale il 30 gennaio 1921, subito dopo il Congresso di Livorno, il Partito Comunista d’Italia si rivolse al proletariato per chiamare le masse lavoratrici a stringersi attorno ad esso, accogliendolo come il solo e vero strumento della loro lotta. Il Partito dichiara che la sua finalità è la preparazione ideale e materiale del proletariato alla lotta rivoluzionaria per la conquista del potere usando come mezzi per la sua propaganda e organizzazione l’intervento nell’azione sindacale e cooperativa, nelle elezioni e nei parlamenti, ma non considerando affatto le conquiste che si realizzassero con queste azioni come fini a sé stesse.

L’indirizzo tattico del Partito Comunista d’Italia è ispirato alle deliberazioni dei congressi internazionali e quindi l’atteggiamento del Partito nei confronti delle lotte economiche e sociali è di avvalersi della lotta sindacale attraverso l’intimo contatto con le masse lavoratrici in tutte le occasioni in cui queste sono spinte ad agitarsi dall’insofferenza alle loro condizioni di vita.

Il Partito svolge in questi momenti la migliore propaganda dei concetti comunisti suscitando nel proletariato la coscienza delle circostanze, delle fasi, delle necessità che si presenteranno in tutto il complesso svolgimento della lotta rivoluzionaria.

Queste parole d’ordine di ieri e di oggi, che sintetizzano i compiti del Partito in rapporto al suo essere reale nella lotta di classe, sia riguardo alle organizzazioni distinte (che non significa affatto autonome, come si usa dire oggi dall’opportunismo militante), sia ai moti spontanei della classe operaia, sia riguardo ai metodi di organizzazione e di inquadramento, di direzione, di centralizzazione e affasciamento delle lotte proletarie.

La natura del Partito, in ordine a questi compiti, non muta in rapporto alle diverse situazioni empiriche della lotta di classe, allo stato contingente della lotta di ordine esterno.

I motivi dell’inquadramento della generalizzazione, della centralizzazione, della direzione delle lotte non sono elementi contingenti ma imperativi e invarianti finché la classe operaia o i contadini non avranno raggiunto l’obiettivo, unica forma di transizione tra la società borghese e il socialismo, della dittatura del proletariato.

L’analisi delle forme che questi imperativi hanno assunto non smentiscono queste necessità.

Gli interventi sindacali riportati dall’ “Ordine Nuovo” anche precedentemente al Congresso di Livorno in relazione alle direttive da dare alle varie categorie in agitazione sono rigorosamente ispirate a queste parole d’ordine:

«La propaganda, il proselitismo, l’organizzazione e la preparazione rivoluzionaria delle masse avvengono tramite la costituzione di gruppi comunisti che raccoglieranno gli aderenti al Partito che lavorano nelle medesime aziende o che comunque partecipino al medesimo raggruppamento di lavoratori. Questi gruppi o cellule comunisti agiscono in stretto contatto con il Partito che assicura loro una visione d’insieme in tutte le circostanze della lotta. Le leghe, le cooperative, il sindacato diventano strumenti dell’azione rivoluzionaria diretta dal Partito».

È evidente quindi che la preoccupazione costante del gruppo dirigente è che il Partito estenda le sue direttive al movimento sindacale e l’azione sindacale cresca sotto la spinta del Partito fino a diventare lotta rivoluzionaria, cioè una forza generale socialmente costruttiva. Ciò implica uno sforzo continuo del Partito che deve essere attentamente e sempre impegnato nella valutazione di qualsiasi movimento rivendicativo (infatti dialetticamente se questi movimenti presuppongono una certa organizzazione sono a loro volta mezzi per sviluppare questa organizzazione – Marx).

Consegue da ciò che:
     I) Le rivendicazioni economiche non debbono necessariamente rispondere in forma assoluta alle indicazioni del Partito: i gruppi comunisti importano la dottrina nella classe non enunciandola in forma pedagogica o costituendo gruppetti dimostrativi, ma forgiando in prima linea le lotte contro il capitale.
     II) La presenza dei gruppi comunisti nelle organizzazioni intermedie (Soviet, sindacato, movimento proletario) non assume mai l’aspetto di “manovra democratica” o di “unificazione diplomatica”.

Quando, come nella situazione contingente attuale, nelle situazioni locali che si determinano la direzione opportunistica frappone sbarramenti formali, tipo delega, alla presenza dei comunisti, compito di questi è di denunciare tali ostacoli non a parole ma con l’azione politica (quando e se è possibile). Non valgono per noi abilità manovriere per aggirare gli ostacoli.

Solo a queste condizioni si possono portare avanti le lotte in modo organico seguendo cioè un programma politico ben preciso, che è quello della distruzione dello Stato e della presa del potere politico da parte del proletariato e della sua dittatura, unico obiettivo intermedio come è già stato detto. Solo a queste condizioni si sconfigge il “minimalismo” che non può portare la classe operaia ad altro che a sconfitte continue e debilitanti.

Conducendo le lotte in modo isolato è più facile la vittoria della borghesia ed essendo sconfitto in episodi separati è più difficile che il movimento sindacale cresca, diventi rivoluzionario, diventi la forza veramente, concretamente antagonistica del capitalismo.

Ecco, tanto per illustrare la perfetta correttezza degli interventi sindacali nel gennaio 1921, un ordine del giorno (8 gennaio) sulla disoccupazione dilagante redatto dalla Camera del Lavoro e dalla sezione socialista di Torino:
     1) Svolgere un’attiva propaganda tra il proletariato acciocché vengano conosciute le vere cause che determinano le crisi industriali.
     2) Invitare gli organismi delle classi lavoratrici a farsi promotori di un’agitazione nazionale per il controllo sui licenziamenti e sulla produzione.
     3) Riduzione dell’orario di lavoro nelle officine dove si manifesti la disoccupazione per impiegare gli operai disoccupati.
     4) Invitare gli operai delle industrie non colpite a manifestare la loro solidarietà stabilendo turni di lavoro o diminuzione dell’orario lavorativo per potere assorbire la mano d’opera disoccupata.

La questione del controllo operaio veniva posta in modo chiaro senza possibilità di fraintendimenti o manipolazioni, cioè come lotte spontanee e separate che diventano una sola vasta offensiva contro il regime capitalistico.

I bonzi odierni sono effettivamente i traditori e gli assassini delle lotte di allora, le loro pantomime odierne sono molto più tragiche di quelle dei dirigenti industriali di allora se, come si può leggere, il presidente della Lega Industriale ing. Mazzini, concedendo una intervista a un giornale, si lamentava che in quel momento di crisi così grave gli industriali stessi non potessero prendere nessuna iniziativa perché sarebbe stata bloccata da una crisi di fiducia dovuta principalmente all’azione svolta dalle organizzazioni operaie.

I dirigenti industriali oggi chiedono aiuto alle organizzazioni operaie che sono la loro àncora di salvezza.

L’ingegnere Mazzini si lamentava che le organizzazioni operaie erano diventate organismi di lotta politica e che lo scopo vero cui erano orientate le masse non era economico ma politico.

«La questione del controllo sarebbe accettabile – dice l’ingegnere Mazzini – se fosse impostata nel senso di conoscere l’andamento delle fabbriche, perché i sindacati impedissero agli operai richieste assurde». Le organizzazioni di allora rispondevano agli industriali che non sperassero affatto nel buon senso della classe operaia perché ciò sarebbe stato in realtà la disfatta degli operai.

Ciò che all’ingegner Mazzini sembrava catastrofico, cioè la lotta per la distruzione del capitalismo, era contrariamente considerata l’unica e necessaria lotta da fare da parte degli operai e delle loro avanguardie. La distruzione del lavoro salariato per la difesa della produzione sociale erano allora contenuti politici unificanti, patrimonio politico della classe di cui essa si deve sempre riappropriare nel condurre avanti vittoriosamente la sua battaglia contro la classe borghese, sua avversaria e parassita.