International Communist Party Sulla questione sindacale

La via del sindacato di classe


(Il Partito Comunista, n.25, 1976)



Su una cosa sono tutti d’accordo, gli uomini politici della destra e della sinistra parlamentare, gli esperti economici, gli studiosi, i sindacalisti ecc.: per il bene del Paese, della nostra amata Italia, le varie classi e sottoclassi sociali dovranno fare sacrifici e rinunzie per assicurare il risanamento e il progresso.

Rinunce e sacrifici che dovranno essere sopportati sia dall’operaio sia dal borghese, quelle stesse figure che il marxismo dipinge come non pacificabili nemici.

Enunciata “la legge” è iniziata la discussione sui metodi della sua attuazione, discussione che, crediamo, si farà di giorno in giorno più accesa, come l’annuncio dell’aumento delle tariffe elettriche ha mostrato: chi è che dovrà accollarsi il maggior numero di sacrifici richiesto dal Paese? Il fronte prima compatto degli onorevoli uomini politici italiani faccia a faccia a questo quesito si spacca e mille sottili distinguo differenziano un gruppo dall’altro: c’è chi vorrebbe colpire in misura maggiore le famigerate multinazionali, chi i proprietari assenteisti, chi gli speculatori e gli avidi commercianti, chi invece il grosso esercito dei proletari che basterebbe penalizzare di una piccola quota pro capite per far risparmiare e guadagnare all’azienda Italia un bel po’ di soldi.

Noi crediamo che saranno proprio i lavoratori a pagare per tutti, a meno che i lavoratori stessi non tirino giù dalle loro poltrone i sindacalisti e gli uomini politici attuali.

Le Confederazioni CGIL-CISL-UIL stanno perfettamente a loro agio in questo coro belante. Poverine, non vedono altra via di uscita dalla crisi economica attuale se non riducendo la quota consumi (leggi peggioramento delle condizioni di vita di tutti i salariati) a tutto vantaggio della quota investimenti. La loro unica richiesta è di essere un giorno consultate quando si tratterà di investire e di dare corso al famigerato piano di riconversione industriale, che dovrebbe allargare la parte produttiva, naturalmente per il bene di tutti.

Questa in definitiva la grande balla che si vuole propinare ai lavoratori. In verità l’economia italiana e internazionale è in un vicolo cieco dal quale non uscirà che con immane distruzione di uomini e di mezzi, se la rivoluzione comunista non aprirà la strada ad un diverso assetto economico e sociale.

Il dilemma è questo: da una parte i capitalisti devono ridurre i costi di produzione delle proprie merci per vincere l’agguerrita concorrenza internazionale, per dilatare la “base produttiva”, dopo avere investito una parte della massa dei profitti in capitale costante (nuove macchine più perfezionate) e in capitale variabile (altri operai per mettere in moto l’accresciuta massa di capitale costante). Lo può fare solo diminuendo e comprimendo i salari operai, come a ragione sostengono i borghesi dichiarati. Dall’altra parte, non basta premere solo sui salari, anche perché equivale a una immediata diminuzione della capacità di acquisto della grande massa dei consumatori, se tutti gli altri costi che concorrono alla formazione del prezzo della merce (e qui ci va un po’ tutto dalle tasse, ai crediti, al costo dell’energia elettrica, ecc., ecc.) aumentano, e qui hanno ragione gli opportunisti.

Il fatto gli è che, imboccato il binario del mantenimento di questo regime di produzione, hanno tutti ragione: tanto quelli che propugnano la politica dei redditi quanto i difensori della politica degli investimenti, sono dei falsi avversari che difendono un aspetto particolare degli interessi borghesi e presto o tardi tutti i distinguo spariranno e si avrà un fronte compatto di puntellatori tout court del regime.

Una politica sindacale di classe non deve difendere né quello né quell’altro aspetto dell’economia borghese perché il suo scopo è l’emancipazione della classe lavoratrice, l’abolizione del sistema del lavoro salariato.

Quale quindi dovrebbe essere l’indirizzo di un sindacato veramente proletario? È presto detto: i lavoratori non si devono accollare nessun sacrificio, e se questo loro rifiuto sarà la rovina per l’economia capitalista, che rovina sia.

L’altra strada, quella che tenta di far marciare fianco a fianco operai ed imprenditori su pretesi comuni interessi, è corporativismo fascista, corporativismo che si differenzia da quello medioevale, che univa chi esercitava un determinato mestiere (era, abbiamo detto una volta, corporativismo monopolare), per il fatto che blocca due classi, la proletaria e la capitalista, due classi dagli interessi opposti, un corporativismo bipolare.

Quindi, il principale punto distintivo del Sindacato di classe che necessariamente dovrà risorgere è che si farà carico degli interessi di una classe sola, la proletaria. Con questo si prendono le distanze da tutti i corporativismi, il primo basato sul mestiere ed il secondo su più classi.

Altro punto patrimonio del Sindacato di classe è la solidarietà internazionale fra le varie classi operaie nazionali, classi che non hanno da assolvere a nessuna finalità e scopo nazionale e di patria ma da lottare incessantemente per i propri comuni interessi di classe. Le merci italiane, se passeranno le intenzioni dei capitalisti nostrani di ridurre i costi di produzione, forse riconquisteranno le posizioni perdute in quest’ultimi tempi nel mercato mondiale, e di conseguenza delle briciole potranno cadere sul proletariato italiano, ma a che pro se il benessere di questo ci sarà (se ci sarà) sulle spalle dei proletari francesi, inglesi, spagnoli, iugoslavi, le merci dei quali sarebbero sconfitte nell’arena spietata del mercato mondiale?

Mors tua vita mea! Questo è stato innalzato a legge immanente dell’economia e della società del borghese, basata su aziende individuali che producono in una atmosfera mercantile. Il movimento operaio fin dai suoi albori vi contrappose la solidarietà internazionale di classe che travalica le frontiere ed unisce le nazionalità; il Mors tua vita mea lascia il campo al conosciutissimo Proletari di tutti i Paesi unitevi!

Cosa resta pertanto alla classe operaia dei vari Paesi di nazionale per giustificare i suoi sacrifici per il bene dell’economia? Non rimanendole assolutamente niente la classe si deve invece predisporre ad abbattere il proprio nemico nazionale, lo Stato, sia questo italiano, francese o polacco.

Rompere ogni solidarietà bastarda fra padroni ed operai è il primo passo che il proletariato dovrà fare per impadronirsi di una sua classica arma: il Sindacato di classe difensore indefesso degli interessi del proletariato contro tutte le esigenze delle economie nazionali.