International Communist Party Sulla questione sindacale
 

L’indirizzo di classe ai proletari di fronte all’offensiva capitalista

(da “Il Partito Comunista”, n.30 1977)




Ribadiamo ancora, a scanso di equivoci, che gli interessi dei proletari sono antitetici, opposti a quelli di tutte le altre classi della società presente. Lo ricordiamo ai lavoratori che, pressati dalla crisi economica, frastornati dalle mille corde della propaganda conservatrice della economia nazionale, del “benessere”, delle “conquiste”, piegano verso le chimere degli interessi “collettivi”, “nazionali”, “comuni” a tutte le classi, o comunque a tutti gli italiani “perbene”, e hanno perso quasi totalmente il senso dell’orientamento della loro classe. Sappiamo che non verranno riammessi in carreggiata da queste poche, semplici parole, di un giornale semi-sconosciuto, oggi, ma sappiamo anche che dovranno ritornare sulla strada della lotta di classe aperta e violenta contro il presente regime e i suoi supporti, che queste poche frasi preannunciano, ricordano.

Questa antitesi, insuperabile sinché la società resterà divisa in classi, si manifesta in ogni campo. In quello della produzione e dell’economia: il profitto d’impresa altro non è che salario non pagato, del quale vivono tutte le classi che non producono ricchezza. Nel campo sociale: la classe operaia tende a recuperare alla scala sociale tutto il valore prodotto dal suo lavoro, e le classi non proletarie, invece, resistono con tutti i mezzi. Nel campo dei rapporti proletariato-Stato: lo Stato è il mezzo decisivo col quale le classi non produttrici, ma detentrici della ricchezza sociale, impediscono alla classe proletaria di riprendersi tutto il valore prodotto e di amministrarlo secondo le sue esigenze di classe. Lo Stato, come macchina delle classi che monopolizzano la ricchezza, è da abbattere e non da conquistare. Nel campo politico: la classe operaia, come le classi borghesi e le classi che le hanno precedute, nel difendere e affermare i suoi interessi di classe esclusivi, cioè che non possono condividere le altre classi, pone all’ordine del giorno il suo regime politico, quello della Dittatura Proletaria. Allo stesso modo che il regime assolutista era congeniale agli interessi delle classi aristocratiche e feudali, quello democratico-liberale, poi fascista o totalitario si confà alle classi borghesi, così quello dittatoriale comunista è l’unico che rappresenti gli interessi storici della classe operaia.

Ogni classe, in breve, esprime un suo regime nel quale gli interessi delle altre classi sono subordinati oppure esclusi. Ritenere che possa esistere un regime che, al contrario, possa rappresentare “equamente” le aspirazioni di tutte le classi è demagogia, mistificazione, falsità. La democrazia, pertanto, non può rappresentare contemporaneamente gli interessi della classe operaia, classe oppressa, e quelli della borghesia, classe oppressiva. Questo regime, quindi, nato con la rivoluzione borghese, che rappresenta gli interessi generali della classe borghese, morirà con la classe borghese, e più in generale con il capitalismo.

Poste queste brevi e scarne premesse per “memoria” di classe, il compito del proletariato è quello di mettere in funzione tutte le difese possibili contro l’attuale offensiva economica del regime capitalistico, che inesorabilmente incede lungo la sua principale direttrice di marcia, che è quella del contenimento dei salari, per ora, del blocco e della loro riduzione anche nominale, poi, ed infine della repressione dei lavoratori. La estrema debolezza degli operai è rappresentata dalla loro adesione alla politica “nazionalista” dei loro partiti e dei loro sindacati, che offrono alle classi dominanti e al loro Stato i “sacrifici” dei lavoratori in cambio di un ipotetico, futuro ritorno al “benessere”. Noi escludiamo, come dimostriamo in continuazione, che esista una prospettiva di ripresa economica tale da consentire il miglioramento delle condizioni economiche degli operai.

Ma, a parte questa previsione, che di per sé non autorizza nessuno a barattare le condizioni vitali della classe proletaria, resta il fatto che soltanto la classe operaia deve decidere se ridurre o meno il proprio salario, non come concessione al nemico, ma come rafforzamento dei suoi interessi. I partitacci osano accennare, molto timidamente, agli eroici sacrifici dei lavoratori russi nel corso della guerra civile seguente alla presa del potere. È un esempio che calza, alla rovescia. I proletari russi misero a disposizione della loro rivoluzione, del loro regime, prima il sangue poi un superbo e inimitabile sacrificio di ogni immediato avanzamento economico per potenziare il loro Stato di Dittatura Proletaria. Non barattarono con le classi nemiche la loro astinenza, la loro fame, i loro bisogni elementari.

I Soviet, i Sindacati, il Partito, lo Stato, erano organi della classe operaia non organi borghesi e dei proprietari fondiari, dei bottegai e degli intellettuali, dei preti e degli intrallazzatori di ogni risma, non erano gli organi dei Lama e dei Berlinguer, degli Agnelli e delle Partecipazioni Statali, erano gli organi del riscatto sociale, della marcia verso la totale liberazione dei lavoratori dal giogo del capitalismo e dei proprietari fondiari. Ecco perché fu giusto anche imporre agli eventuali lavoratori arretrati il sacrificio comune, economico per i lavoratori sul fronte interno, della produzione, di sangue per quelli sul fronte della guerra contro i sette eserciti bianchi delle classi abbattute.

Merita questo regime, la cui denominazione lascia il tempo che trova – lo si chiami democratico, papalino, totalitario – merita questo regime che gli operai rinuncino alle loro condizioni economiche, che gli offrano il sacrificio di un loro minor salario, di peggiorate condizioni di lavoro? Vi sembra, operai, che questo regime sia il vostro regime, quello della liberazione dai padroni e della liberazione dallo Stato padrone?

I Sindacati e i partiti cosiddetti operai manifestano ogni giorno di essere i rappresentanti degli interessi nazionali e non degli interessi proletari. Ormai non si peritano più, negli scritti, nelle parole, nei fatti, a proclamarsi come i “salvatori” della democrazia, come gli artefici del “rinnovamento nazionale”. Non parlano mai di abbattimento del regime capitalistico, ma di fumosi “nuovi modelli di sviluppo”. Si legano sempre più strettamente al regime esistente, allo Stato politico delle classi privilegiate.

Ecco perché la lotta per aumenti salariali e per la difesa in generale delle condizioni economiche immediate dei lavoratori trova in questi sindacati e in questi partiti i maggiori e più accaniti nemici. Una vittoria dei lavoratori nel campo della difesa del salario e del posto di lavoro significherebbe la sconfitta non solo di questi partiti e di questi sindacati, ma anche quella del regime che sta dietro di loro; significherebbe che i lavoratori hanno strappato di mano al nemico di classe, allo Stato del capitalismo, le armi politiche principali con cui tengono lontani gli operai dalla lotta per la loro emancipazione sociale. Questi partiti e questi sindacati sono gli argini per il contenimento della pressione del proletariato sul regime esistente e sullo Stato totalitario borghese che, in previsione di un cedimento di questi argini, potenzia i suoi organi di repressione armata.

Oggi più di sempre, quindi, la difesa del salario, del posto di lavoro, di tutte le condizioni immediate dei proletari è una condizione di vita o di morte per la classe operaia, la quale deve decidere se vuole finalmente riprendere la lotta per la sua esistenza o restare sotto i colpi delle classi possidenti.