International Communist Party Sulla questione sindacale
 

La via dell’opposizione proletaria

(da “Il Partito Comunista”, n.33, 1977)




I lavoratori italiani sembrano avviati a capire la gravità e la feroce determinazione dell’offensiva economica capitalistica, malgrado le molteplici reticenze dei partiti, le cattoliche diplomazie del governo, le malcelate acquiescenze dei sindacati. Dalla forte azione degli operai della Italsider di Bagnoli a Napoli per gli aumenti salariali, contro l’immancabile opposta decisione dei bonzi, alla legalitaria manifestazione al Lirico di Milano dei delegati di molte aziende lombarde in timida opposizione alla politica delle Centrali, alle numerose proteste più o meno esplicite e accentuate di lavoratori di diverse categorie, infine alle opposizioni che si manifestano nei congressi locali, periferici, di zona e categoria della CGIL, provengono segnali premonitori del crescente malessere operaio.

Le dichiarazioni dei promotori di queste manifestazioni rivelano le più svariate tendenze e sfumature politiche, per lo più riconducibili a posizioni populiste, anarchiche, di sapore gruppettaro e spesso di opposizione leale. Ma, in questa situazione stagnante, il significato che da cogliere va oltre le parole, scaturisce dalla contraddizione tra le forme con cui si manifestano le recenti spinte operaie e le cause profonde che le determinano. Tra i lavoratori che ogni giorno dissentono dalla politica sindacale ufficiale, non pochi sono politicamente inquadrati nel PCI, nel PSI e tutti, o quasi, sono organizzati nei sindacati confederali. Le cause oggettive profonde sono di ordine economico e materiale, i salari che decrescono, i prezzi che salgono, la paura di perdere il posto di lavoro e quella di lavorare e non percepire salario, il dissesto economico, organizzativo, tecnico alla scala sociale del presente regime. Sono questi fenomeni che straripano dalle consuetudini artificiose cui la società borghese ha abituato gli operai da un cinquantennio, come un fiume impetuoso costretto da una pretenziosa diga tracima dall’invaso incapace a contenere le travolgenti acque minaccianti l’intero manufatto.

In alcuni casi il dissenso operaio non è solo verbale, “ragionato”, ma assume toni forti e si esprime in odio verso tutto quanto sa di sindacato. In casi più rari, dove predomina l’influenza dell’indirizzo comunista vero, il dissenso si prospetta continuità di organizzazione aperta e punta verso il rovesciamento della politica sindacale ufficiale per instaurare organi economici classisti, secondo la tradizione del proletariato.

Questi modi di manifestazione della lotta operaia in difesa del salario, suscitata dalla offensiva padronale, sono per lo più incoerenti, non rispondono né all’immediato bisogno economico né alla conseguente necessità generale di una direzione di classe. I diversi gruppi operai dissenzienti dalle Centrali sindacali spesso si chiudono in un paranoico odio antisindacale nel quale non si fa differenza né tra bonzi e lavoratori sindacalizzati, né tra sindacato a direzione para-fascista, come quella ufficiale, e sindacato di classe, e di conseguenza tendono ad arruolare non su basi di classe, cioè solo salariati, ma su basi politiche, partitiche, ideologiche, cioè in ordine a predeterminati convincimenti. Quando questi gruppi si comportano in tal modo si mettono sullo stesso piano dei sindacati costituzionali presenti, i quali a loro volta, sebbene non rifiutino nell’azione qualsiasi lavoratore, respingono però dall’organizzazione quei proletari che non condividono, anzi contrastano, la politica ufficiale dei sindacati. Cioè, la disposizione è di frazionismo politico contro frazionismo politico. Cosicché, non è un puro caso che bonzi e dirigenti assimilino dei gruppi operai dissenzienti agli “studenti” e in generale a tutti quanti ne condividano le posizioni politiche. Il miscuglio sindacato-partito è inevitabile. È inevitabile che da questo miscuglio esca, magari con etichette suggestive come “Consigli operai”, ecc. un mostruoso aborto che in definitiva impedisce lo spostamento degli operai verso l’organizzazione di classe.

La cosiddetta “sinistra sindacale”, in leale opposizione interna ai sindacati tricolore, tende allo stesso risultato di immobilizzazione degli operai. È una opposizione di comodo, che serve soprattutto ai bonzi per propagandare la loro “democrazia” operaia e mira a far entrare i suoi dirigenti nell’apparato ufficiale dei sindacati, a mo’ di una opposizione parlamentare, in cui dominano le chiacchiere e gli sforzi per conservare intatto e intoccabile il meccanismo. Allo stato presente delle cose, questa “opposizione” gioca il ruolo di copertura “a sinistra” della direzione tricolore dei sindacati e controlla la gran parte degli operai dissenzienti, inquadrati nelle confederazioni. Le Centrali tollerano questi dissensi perché non vanno oltre la disciplina sindacale formale, non mettono in discussione la politica dei bonzi, ma si limitano solo ad esprimere le stesse linee politiche ufficiali con più attivismo e a voce alta. Tutto qui.

La caratteristica generale di questi gruppi è di ritenersi gli artefici delle attuali spinte operaie, anziché i prodotti. In tal modo ciascuno di essi si presenta come l’incarnazione della verità e pretende seguito e obbedienza, senza considerare la relazione tra i bisogni che muovono istintivamente gli operai e le loro interpretazioni, in generale confusionarie e pericolose, al fine di ritessere l’organizzazione di classe del proletariato.

È questo spirito di partito che li anima a pregiudicare la ripresa. I comunisti, al contrario, sono unitari nel campo economico e sindacale dei lavoratori, e frazionisti e settari in quello politico. L’esatto opposto esprimono le dirigenze di questi gruppi le quali discriminano gli operai nell’organizzazione di classe e li uniscono, o meglio pretendono di unirli, in quella politica; sono per il fronte unico politico e per la divisione sindacale, per la confusione dei programmi e per la separazione dell’azione.

Per queste considerazioni, noi comunisti, partendo dalla convinzione che i dissensi, le rivolte, la formazione di gruppi operai in contrasto con la direzione ufficiale dei sindacati sorgono dalle necessità economiche comuni a tutti gli operai, come hanno le stesse cause anche gli scioperi addomesticati, pilotati e frazionati dai bonzi, lottiamo per incoraggiare e rafforzare il movimento di opposizione di classe alle Centrali costituzionali; ma al tempo stesso lottiamo per spezzare ogni impedimento alla unificazione degli sforzi, delle lotte, dei tentativi proletari. Sarebbe come andare contro la natura stessa della classe operaia se anche noi prospettassimo la separazione in isole chiuse dei singoli gruppi e reparti operai. E si separa e si divide quando all’operaio in lotta per il pane e il lavoro chiedessimo a quale chiesa politica appartiene e lo considerassimo un traditore o un crumiro perché non professa le nostre idee. La stessa opera di divisione e di disfattismo la si compie quando ci si rifiuta di lottare con gli operai col pretesto che a chiamarli sono altri dirigenti, altri sindacati. Che questi atteggiamenti li abbiano o meno gli operai non cambia nulla. Devono essere combattuti come estranei alla tradizione, ai bisogni e alla grandiosa lotta di emancipazione della classe operaia.

Guardiamo a queste lotte, in dissenso aperto o meno alle Centrali, con particolare interesse, perché sono le prime nelle quali una parte, seppure esigua, del proletariato alza la testa di fronte all’incallito tradimento dei capi ufficiali. Le consideriamo, quindi, le prime mosse della futura ripresa generale di classe.

Ma non possiamo né vogliamo nasconderci i pericoli che sono rappresentati dai ripetuti tentativi di gruppi e partiti politici che, spacciandosi per radicali e rivoluzionari, vogliono prenderne la testa deviando la massa operaia dalla strada della rivoluzione sociale. Lo diciamo nel senso proprio di Partito di classe, nel senso cioè degli interessi storici permanenti del proletariato mondiale, nel cui ambito può avere un significato serio anche la lotta di un solo operaio, anche se espressa in modo rovesciato. Il Partito, e qualunque partito, non crea nessuna lotta, nessuna condizione, astraendo dai dati economici e materiali di fatto, i quali sono le prime e vere cause di ogni sommovimento. Ma il Partito può e deve intervenire nella classe per guidarla in mezzo a questi fatti materiali verso la vittoria, per indicarle quali sono le vie da percorrere e quelle da rifuggire o abbandonare. La via dell’Unità proletaria nella ritrovata e conquistata organizzazione di classe a base economica e unitaria, per difendere il salario e la vita, per marciare a ranghi serrati contro i padroni e il loro apparato politico, spezzando il laccio soffocatore del tradimento dei falsi partiti operai e della direzione politica dei sindacati attuali: è questa la direzione di marcia che il Partito persegue e indica a tutti i lavoratori.