Partito Comunista Internazionale Stampa in lingua italiana
Fuori e contro gli attuali sindacati
(da Il Partito Comunista, n. 64, 1979)

 La nostra attuale parola d’ordine d’indirizzo sindacale, Fuori e contro i sindacati di regime, non è una scoperta dell’ultima ora, né un adeguamento codista a quello che pensano i lavoratori, ma scaturisce da una coerente lettura dei fatti, in linea con tutta la nostra tradizione. Le "idee", gli "ideali" non fanno parte del nostro bagaglio dottrinario, programmatico, tattico: il marxismo li ha da tempo buttati alle ortiche. La nostra dottrina non è che «la descrizione di un processo reale che si svolge sotto i nostri occhi»; il nostro programma, la nostra tattica rappresentano la definizione del percorso pratico che la classe operaia deve compiere per liberarsi e liberare l’umanità da ogni sfruttamento e da ogni sopraffazione.

Perciò noi ricerchiamo la conferma delle nostre tesi e la risposta ai problemi attuali nei fatti, nello svolgersi del processo reale e nell’esperienza storica, e non nel campo delle elucubrazioni intellettuali. Proprio perché la nostra è una dottrina scientifica e non un insieme d’idee. Se anche uno solo dei nostri teoremi fosse in contrasto con la realtà, fosse smentito dai fatti, il marxismo non sarebbe più una scienza ma un’ideologia. Naturalmente, dato che siamo militanti e non freddi studiosi, non cesseremmo per questo di lottare per abbattere il capitalismo.

La questione sindacale nel secondo dopoguerra si pone al partito nei seguenti termini: qual’è il carattere dei sindacati attuali? È possibile una loro riconquista a una direzione classista?

Sulla prima questione non avemmo mai alcun dubbio: CGIL, CISL, UIL sono sindacati legati allo Stato e alla solidarietà nazionale "cuciti sul modello Mussolini", continuatori delle corporazioni fasciste.

Per rispondere alla seconda questione, prendemmo in considerazione vari elementi:
     1) Dopo la scissione del 1948, la CGIL, si richiamava – usurpandola – alla gloriosa tradizione rossa delle Camere del Lavoro, nella quale la parte più combattiva del proletariato italiano credeva.
     2) Formalmente veniva mantenuta l’adesione libera e diretta (non era ancora stato instaurato il metodo della delega).
     3) La CGIL fu costretta dalla pressione operaia a prendere in mano fortissimi scioperi, cioè gli operai, nella fase di ricostruzione e d’espansione economica, poterono utilizzare le strutture della CGIL nella loro lotta difensiva antipadronale.
     4) In tutti questi scioperi, anche nelle fasi più dure, mai gli operai furono costretti ad organizzarsi fuori della CGIL.
     5) Era irreversibile il processo che avrebbe portato all’inserimento aperto degli attuali sindacati nell’ingranaggio statale, ma questo non era ancora compiuto, e nostro compito era opporsi ad esso come vi si opponevano – in maniera istintiva – gli operai più combattivi.
     6) La parte più combattiva del proletariato italiano, quanto di sano c’era nella classe operaia, militava allora nella CGIL e conduceva una reale lotta antipadronale.

Queste considerazioni ci portarono a non escludere la possibilità che un giorno, sull’onda della lotta operaia, fosse possibile rovesciare la politica e la struttura della CGIL, riconquistandola – tutta o in parte – ad una politica di classe. Perciò parlammo di "riconquista a legnate". Se ciò non si fosse verificato, dicemmo allora, avrebbero dovuto risorgere delle nuove organizzazioni classiste; libere, cioè non legate allo Stato ed ai partiti che lo sostengono, nettamente anticapitaliste, aperte a tutti i proletari.

Per questo i nostri militanti condussero la battaglia dentro la CGIL. Da qui le nostre parole d’ordine "Per la CGIL rossa contro l’unificazione tricolore", "Contro la delega", ecc. Lavoravamo dentro e fuori la CGIL, lavoravamo sempre nella doppia eventualità: o riconquista a legnate o sorgere di nuove organizzazioni. La nostra parola d’ordine generale però comprendeva tutte e due le possibilità, ponendo l’esigenza della rinascita dei sindacati di classe.

Oggi, dopo oltre 30 anni, possiamo sciogliere la riserva ed escludere senz’altro la possibilità di una riconquista della CGIL. Questo significa che la rinascita dei sindacati di classe potrà avvenire solo attraverso il sorgere di nuove organizzazioni operaie, e il corrispondente svuotamento degli attuali sindacati tricolore.

Non è un cambiamento di linea ma una riaffermazione delle nostre vecchie posizioni. Il processo reale, i fatti, non le nostre opinioni, ci portano alla conclusione che ormai la strada del lavoro all’interno della CGIL è sbarrata, non è più percorribile; rimane aperta solo la strada della rinascita di nuove organizzazioni proletarie. Perciò noi oggi dobbiamo indicare agli operai questa strada e non altre. Rinascita delle organizzazioni proletarie fuori e contro gli attuali sindacati di regime.
 
Quali le considerazioni che ci portano a questa conclusione?

1) La struttura organizzativa della CGIL si è progressivamente chiusa, non è permeabile alle posizioni di classe: la delega è ormai una pratica consolidata in tutte le categorie; con la linea dell’EUR, il sindacato accetta formalmente i postulati dell’economia capitalista; le Camere del lavoro sono state abolite per sostituirle con gli interclassisti consigli di zona; il sindacato s’impegna direttamente per l’aumento della produzione e per la riduzione dei costi del lavoro; con l’autoregolamentazione, si è ridotto lo sciopero ad una pura azione dimostrativa; viene richiesta agli iscritti la formale sottomissione allo Stato.

2) Dal 1975 vi sono stati episodi di lotta di strati di lavoratori peggio pagati: ospedalieri, ferrovieri, assistenti di volo, lavoratori della scuola, con scioperi anche massicci e senza limiti di tempo (cioè veri scioperi). In tutti questi episodi si è visto il sindacato compatto, in tutte le sue strutture, anche quelle di fabbrica, svolgere un’opera di sabotaggio, di denuncia, di appello alla repressione statale, di crumiraggio aperto. Questi scioperi a partecipazione massiccia e condotti ad oltranza, non hanno prodotto neanche una piccola incrinatura nelle strutture sindacali, neanche in quelle di fabbrica. Nello stesso periodo, anche sulla scena internazionale, si sono visti scioperi grandiosi: in Polonia, in Egitto, in Tunisia. In tutti questi casi gli operai hanno dovuto rompere la disciplina delle centrali sindacali ufficiali.

3) L’unico episodio di reazione interna alle strutture sindacali è la manifestazione "del Lirico", che non ha prodotto nessuna lotta, ma è stata monopolizzata dalla sinistra sindacale. Dov’erano gli organizzatori del Lirico all’epoca dell’unanime sciopero ospedaliero? Anch’essi contribuirono a stringere il cordone sanitario che isolò i lavoratori in lotta.

4) Numerosi episodi anche limitati, di lotte anche parziali e minime, dimostrò che è ormai un fatto incontestabile che solo fuori e contro questi sindacati i proletari possono difendere le loro condizioni di vita e di lavoro.

5) I coordinamenti e comitati fuori delle strutture sindacali sono ormai una realtà operante da anni e tendono a sorgere in ogni categoria: ora anche nel cuore della classe operaia; i metalmeccanici.

Queste considerazioni hanno per noi il valore di un campionamento o di una misurazione: qui non si tratta di opinioni o di idee, ma di prendere atto della realtà. Se negli anni ’50 potevamo dire che la parte migliore del proletariato era organizzata nella CGIL e lì intendeva (e poteva) lottare, oggi dobbiamo dire che la parte più combattiva e cosciente del proletariato tende ad abbandonare gli attuali sindacati e a dar vita a nuove organizzazioni. È un processo lungo, duro, difficile, ma ormai la tendenza si è già delineata.

È una tendenza che riguarda ancora sparute minoranze, ma questo non sminuisce la nostra analisi. Le sparute minoranze che si organizzano fuori e contro sono sulla strada giusta, i milioni di lavoratori che sonnecchiano e si illudono ancora che in qualche modo il sindacato ufficiale li difenderà, hanno torto. Domani le sparute minoranze diventeranno milioni e i sindacati tricolore si svuoteranno. Questo lo sappiamo noi che abbiamo un collaudato metodo di lettura dei fatti, questo abbiamo il dovere di dire agli operai.

Certo, non porremo la questione di definire l’atteggiamento verso i sindacati nel corso di uno sciopero al quale possono e devono aderire anche lavoratori che ancora non hanno idee chiare in proposito, o che addirittura non sono interessati alla questione.

Ma quando si pone concretamente il problema di definire i caratteri di una organizzazione operaia, che agisce e deve agire al di là di un singolo episodio di lotta o di una singola rivendicazione, che deve essere permanente, perché questa e non altra è la strada, abbiamo il dovere storico di essere categorici: fuori e contro i sindacati di regime, per la rinascita della organizzazione di classe!