International Communist Party Sulla questione sindacale
 

Sul nostro indirizzo di lavoro sindacale

(da “Il Partito Comunista”, n.71, 1980)




La nostra parola d’ordine del secondo dopoguerra di lavorare all’interno della CGIL richiamandoci alla tradizione rossa, difendendone i caratteri di classe che ancora permanevano contro i dirigenti che volevano affossarli, non poggiava su considerazioni teoriche astratte o formali ma sul fatto materiale, visibile a tutti allora, e fino a tutti gli anni ’60, che gli operai dettero vita a grandi scioperi, con scontri violenti contro la polizia e contro i padroni e che riuscivano sotto le insegne della CGIL a difendersi e anche ad ottenere notevoli miglioramenti salariali e di condizioni di lavoro. In questo senso allora, la struttura della CGIL era utilizzabile dagli operai e, fino al 1975, non vi furono episodi significativi di lotte condotte fuori e contro i sindacali ufficiali.

La nostra non fu una cavillosa ricerca di ragioni di carattere statutario o formale che ci inducevano a scegliere la via del lavoro all’interno, ma la semplice constatazione che – nonostante gli sforzi opportunisti –  il nome CGIL significava “rosso”, faceva paura ai padroni, significava lotta di classe e sotto questo nome gli operai affrontavano la polizia, gli arresti, i licenziamenti.

Il nostro giudizio sul carattere dei sindacati rifondati nel secondo dopoguerra col Patto di Roma fu tuttavia sempre inequivocabile: si trattava di ”sindacati tricolore”, nati non dal basso ma per volontà dei partiti che sostenevano lo Stato, sindacati che erano i continuatori delle corporazioni fasciste, che avevano proprio lo scopo di mantenere le lotte operaie nell’ambito dell’interesse nazionale, che marciavano ineluttabilmente verso l’inserimento nell’ingranaggio statale, verso la definitiva aperta trasformazione in organi dello Stato.

Ugualmente inequivocabile fu la nostra riaffermazione delle classiche posizioni della Sinistra Comunista sulle necessità dei sindacati di classe. Il sindacato di classe deve risorgere o con il rovesciamento dei rapporti di forza all’interno della CGIL, o con la formazione di nuove organizzazioni e lo svuotamento dei sindacati attuali.

Era una doppia eventualità che aveva come perno la costante tradizionale riaffermazione della necessità del risorgere di organizzazioni classiste e la chiarissima coscienza che solo dal risorgere di queste organizzazioni sarebbe venuto il terreno favorevole alla propaganda e all’azione comunista. I fatti avrebbero sciolto il nodo e ci avrebbero indicato quale delle due vie si doveva percorrere.

Oggi i fatti hanno parlato in maniera suficiente per i nostri raffinati e sperimentati strumenti di lettura: la via interna è sbarrata, la struttura della CGIL si è irrigidita fino ad un livello insopporlabile non solo per noi comunisti ma anche per qualsiasi operaio combattivo, Passi decisivi e irreversibili sono stati compiuti verso l’inserimento dei sindacati nello Stato. Oggi il nome CGIL significa collaborazione con lo Stato e con i padroni, significa polizia del regime in fabbrica.

Che ci si debba muovere, organizzare fuori dai sindacati ufficiali è una constatazione obbligata ammessa persino dalla sinistra sindacale. Da questa constatazione possono derivare tre diversi atteggiamenti:
     - Organizzarsi fuori per fare pressione dall’esterno nei confronti dei sindacati - posizione tipica della sinistra sindacale.
     - Organizzarsi fuori e contro il sindacato, ma su base politica, negando la necessità della rinascita dei sindacati di classe - posizione tipica degli spontaneisti, dei gruppettari di ogni genere, degli autonomi
     - Organizzarsi fuori e contro i sindacati di regime per lavorare alla ricostruzione dei sindacati di classe - questa è la posizione comunista, l’unica concreta e reale perché non è una bella pensata di intellettuali, ma un’indicazione che scaturisce dalla tradizione storica, dalla lettura dei fatti e delle tendenze in atto.

Ognuno deve fare la sua strada fino in fondo ed è la lotta materiale che seleziona le tattiche, i programmi, le organizzazioni. Per parte nostra ci interessa soprattutto che le posizioni siano chiare, nette, distinte; per il resto ci affidiamo all’insegnamento delle lotte passate, alla nostra tradizione comunista, unica sicura bussola nel vortice della lotta sociale che si scatenerà come è nelle nostre previsioni.

Ribadiamo che:

1) La funzione dei comunisti non è quella di registrare ciò che fanno le masse, ma quella di prevedere per poter dare il giusto indirizzo rivoluzionario in ogni situazione. Le masse si muoveranno spontaneamente nella direzione della ricostituzione dei sindacati classisti spinte dai fattori oggettivi. Ma fa parte dei fattori oggettivi la presenza di piccoli gruppi già organizzati, che molto tempo prima si muovano in questa direzione.

2) Qualsiasi operaio che voglia difendere il suo lavoro è costretto oggi ben presto a constatare qual è la vera funzione dei sindacati di regime. È puro eufemismo dire: noi abbiamo i nostri obiettivi e non siamo in principio contro gli attuali sindacati, quando questi obiettivi vengono con tutti i mezzi combattuti prima di tutto dai sindacati stessi, dalle dirigenze nazionali agli organi di fabbrica. Presentare delle piattaforme rivendicative di classe senza proclamare chiaramente che sostenere queste piattaforme significa prima di tutto lotta feroce contro i sindacati di regime, significa ingannare i proletari che ben presto – se si muovono – si accorgono sulla propria pelle di questa realtà.

3) Va sempre fatta una distinzione: una cosa è un comitato di sciopero locale o di fabbrica che nasce per sostenere obiettivi limitati e che conclusa la lotta, in quanto organismo contingente, muore; altra cosa è un gruppo di lavoratori deciso a organizzarsi permanentemente al di là di una singola rivendicazione o di un singolo episodio, perché ha ormai capito che la sola garanzia di difesa sta nella organizzazione autonoma e permanente.

4) Questi comitati o coordinamenti di carattere permanente devono in qualche modo giustificare, spiegare a se stessi e agli altri lavoratori le ragioni della propria esistenza e la spiegazione non può essere che una semplice e chiara: ci siamo organizzati da soli perché i sindacati sono al servizio dei padroni e dello Stato, sono sindacati di regime.

5) Stabilita la necessità dell’organizzazione autonoma proletaria, se non si vuole che i gruppi che attualmente si formano si isolino dalla massa dei lavoratori diventando dei gruppetti politici, la sola prospettiva possibile è quella di marciare nella direzione della ricostituzione di una grande organizzazione economica di classe. Non tutti quelli che si muovono in questa direzione hanno questa coscienza, è vero, ma è giusto e necessario che i gruppi che sono arrivati a comprendere questa necessità, la sostengano apertamente e la propagandino tra i lavoratori.

6) Acquisire questo livello di coscienza non significa separarsi dagli altri lavoratori che ancora non vi sono giunti. Quando un gruppo proletario chiama a uno sciopero lo fa su obiettivi ben precisi e limitati e si rivolge a tutti, anche agli iscritti a PCI e sindacati. In questo modo si sono svolte le lotte più importanti sviluppatesi negli ultimi anni. Che cosa sarebbe stato lo sciopero ospedaliero del 1978 se non vi avessero partecipato gli iscritti o i simpatizzanti del PCI, del PSI, ecc? Il coordinamento ospedaliero non ha chiuso la porta a nessuno, ma non per questo ha smesso di sostenere che CGIL, CISL, UIL sono sindacati di regime al servizio dello Stato e dei padroni. L’adesione a un singola lotta comporta solo l’accettazione degli obiettivi e dei metodi di azione. L’entrare a far parte di un gruppo operaio permanente comporta qualcosa di più. Questo qualcosa di più noi comunisti vogliamo che diventi la coscienza della necessità del risorgere del sindacato di classe.