International Communist Party Sulla questione sindacale
 

Sui comitati operai

(da “Il Partito Comunista”, n.68, 1980)




Nel campo specifico dell’organizzazione di classe, il Partito, premesso lo scopo fondamentale di portarvi il suo indirizzo rivoluzionario comunista, svolge un’azione tendente alla unificazione di tutte le forze, poche o tante che siano, disposte in opposizione alla politica borghese delle centrali sindacali ufficiali, allo scopo di potenziarne la lotta contro il regime capitalistico. Il Partito è consapevole che non potrà esserci ripresa della lotta rivoluzionaria di classe e tanto meno con esito vittorioso, senza una organizzazione vasta e potente di puri proletari in lotta per difendere i propri interessi immediati. Questo indirizzo viene costantemente proposto in ogni occasione che al Partito si offre, e in particolare in ogni gruppo e comitato operaio, nei quali i suoi membri lavorano.

In una recente riunione di gruppi operai di diverse fabbriche e categorie di alcune città, abbiamo dovuto constatare per l’ennesima volta, e forse nemmeno l’ultima, l’assenza di rappresentanti degli importanti gruppi di lavoratori i quali si battono mirabilmente entro le rispettive fabbriche e luoghi di lavoro contro le bonzerie e contro i padroni. È sinora apparso a questi lavoratori di non primaria importanza, o comunque così sembra che sia, l’adesione organizzativa a una più vasta associazione di proletari combattenti contro le direttive tricolore.

Non vogliamo per questo accusarli di insensibilità di classe, di corporativismo. Siamo consapevoli delle estreme difficoltà in cui si dibattono già sui posti di lavoro, rese più difficili dall’opera nefasta dei sindacati di regime. Conosciamo i non lievi sacrifici ai quali questi lavoratori sono costretti per tenere in piedi i piccoli gruppi e comitati, e quanto sia difficile, in questa situazione, vincere resistenze per pregiudizi verso l’attività politica e in genere verso il Partito, diseducati e fuorviati dalla politica di tradimento di sedicenti socialcomunisti.

In tal modo, le ricorrenti pressioni e proposte da parte di alcuni gruppi operai per trasformare i comitati operai da associazioni di difesa economica in organi a cavallo tra il Partito e il sindacato non giovano alla coagulazione delle forze, né tantomeno portano chiarezza nella lotta economica contro il capitalismo. Gli organi di lotta economica proletaria non devono essere “chiusi” a nessun lavoratore da sbarramenti ideologici e partitici, né da disegni politici immaturi, né tanto meno strani.

I comitati operai sono oggi una realtà. Non c’è categoria in cui non siano diversi piccoli organi di lavoratori. È evidente che la necessaria loro unificazione non sarà il risultato di prediche e di proclami. Ma fa obbligo a tutti coloro che condividono l’affasciamento delle forze proletarie di battersi per liberare la strada dagli impedimenti che si frappongono al conseguimento di questo primo importante risultato nella lotta contro il comune nemico, i sindacati del regime capitalista, e il capitalismo.

Riteniamo che tra gli impedimenti ve ne siano due che vanno rimossi con determinazione. Uno è di natura politica, e va aspramente combattuto senza riguardi. Lo ravvisiamo nel contorto indirizzo politico che considera la lotta economica e la conseguente organizzazione proletaria come un “pretesto” per far prevalere il proprio programma politico: come si usa dire oggi “una tigre da cavalcare”. Questo indirizzo politico è disfattista verso la lotta economica della classe operaia e verso la riorganizzazione operaia. Pretende di “utilizzare” le lotte per il pane e per il lavoro dei proletari, i loro sacrifici, le loro organizzazioni alla stessa maniera con cui le utilizzano le centrali sindacali: mezzi per far prevalere la loro politica, indipendentemente dalle necessità immediate degli operai.

L’altro impedimento è di natura pratica e trae origine dalle condizioni limitate e asfittiche in cui operano i comitati operai. Si tratta della tendenza a trasformare i convegni e le riunioni in piccoli parlamenti operai, in cui prevale e domina spesse volte la “chiacchiera”, anziché lo studio di una pratica attività di più intensa propaganda e diffusione delle posizioni, di una ricerca di occasioni per sollecitare i lavoratori alla lotta. Ciò non significa che si debba “inventare” una attività, che l’assenza di forze e di condizioni debba essere surrogata da inutili espedienti attivistici. Sta di fatto che se scimmiottano il borghesaccio “molino di parole”, ridurranno questi piccoli organi operai all’impotenza assoluta, e alla successiva scomparsa.