International Communist Party Sulla questione sindacale


La rinascita dei sindacati nel dopoguerra

(Comunismo nn. 33 e 35 del 1992-93)



Le tesi del partito

 

Il partito comunista è organo della classe operaia, rappresenta la classe nel suo corso e divenire storico. L’azione del partito nel trasmettere il programma comunista è il cardine fondamentale per il quale il partito è organo vivente. Tale trasmissione non si riduce né alla semplice ristampa e produzione dei testi della teoria marxista né alla sola attività di agitazione nella classe. L’unità teorica e pratica è del partito, in tale unità risiede la reale trasmissione. Nelle diverse fasi storiche tale binomio resta permanente.

Nella Tesi del 1951 possiamo leggere:

«Oggi, nel pieno della depressione, pur restringendosi di molto le possibilità d’azione, tuttavia il partito, seguendo la tradizione rivoluzionaria, non intende rompere la linea storica della preparazione di una futura ripresa in grande del moto di classe, che faccia propri tutti i risultati delle esperienze passate. Alla restrizione dell’attività pratica non segue la rinuncia dei presupposti rivoluzionari. Il partito riconosce che la restrizione di certi settori è quantitativamente accentuata ma non per questo viene mutato il complesso degli aspetti della sua attività, né vi rinuncia espressamente».
Ancora, dalle tesi di Lione del 1926:
«L’attività del partito non può e non deve limitarsi solo alla conservazione della purezza dei principi teorici e della purezza della compagine organizzativa, oppure solo della realizzazione ad ogni costo di successi immediati e di popolarità numerica. Essa deve conglobare in tutti i tempi e in tutte le situazioni, i tre punti seguenti:
 a) la difesa e la precisazione in ordine ai nuovi gruppi di fatti che si presentano dei postulati fondamentali programmatici, ossia della coscienza teorica del movimento della classe operaia;
 b) l’assicurazione della continuità della compagine organizzativa del partito e della sua efficienza, della sua difesa da inquinamenti con influenze estranee ed opposte all’interesse rivoluzionario del proletariato;
 c) la partecipazione attiva a tutte le lotte della classe operaia anche suscitate da interessi parziali e limitati, per incoraggiarne lo sviluppo, ma costantemente apportandovi il fattore del loro raccordamento con gli scopi finali rivoluzionari (...)
«Scopo supremo di questa complessa attività del partito è preparare le condizioni soggettive di preparazione del proletariato nel senso che questo sia in grado di approfittare delle possibilità rivoluzionarie oggettive che presenterà la storia, non appena queste si affacceranno, ed in modo di uscire dalla lotta vincitore e non vinto. Da tutto ciò si parte nel rispondere ai quesiti sui rapporti tra il partito e le masse proletarie, e tra il partito e gli altri partiti politici, come il proletariato e le altre classi sociali».
Rispondere a tali quesiti, cioè l’insieme dei rapporti tra partito e classe, partito e azione della classe, partito e organismi intermedi, significa rifarsi agli enunciati che il partito ha cristallizzato definendo le sue caratteristiche teorico-programmatiche, strategiche, tattiche e organizzative.

Nulla vi è da correggere a tale corpo compiuto: i comunisti lavorano alla conferma, conoscenza di tale arma, e nello stesso tempo registrano e inquadrano scientificamente i fenomeni sociali.


Ancora dalle tesi di Lione:

«Negare la possibilità e la necessità di prevedere le grandi linee della tattica – non di prevedere le situazioni, il che è possibile con sicurezza ancora minore (...) – significa negare il compito del partito, e negare la sola garanzia che possiamo dare alla rispondenza, in ogni eventualità, degli iscritti al partito e delle masse agli ordini del centro dirigente».
Questo vale per tutti i campi di attività del partito: fondamentale è il rapporto partito-classe-organismi intermedi.
 


Precedente corso storico

 

Nel riprendere lo studio di tale rapporto altro non facciamo che utilizzare il consueto e provato metodo materialista, ripercorrendo la storia del movimento sindacale, analizzando vittorie e sconfitte, determinando le linee di tendenza, forgiando l’arma del prossimo domani.

Il proletariato si è già manifestato come classe autonoma una volta finite le guerre nazionali antifeudali, avendo proprie rivendicazioni e organizzazioni. Questa fase è caratterizzata dal divieto posto dalla borghesia alle forme di associazione economica operaia. È l’epoca liberistica della borghesia, dominata dal libero mercato. Il divieto genera lo scontro diretto con l’apparato statale, un forte antagonismo di classe, determinando inizialmente anche una sovrapposizione tra organismi di difesa immediata e circoli politici; non era sviluppata ancora la distinzione tra organismi puramente economici e il partito politico.

Già con Marx però tale divisione diviene chiara e netta. La ritroviamo nel nostro corpo di tesi del 1951:

«Il marxismo ha rigorosamente respinta, ogni volta che è apparsa, la teoria sindacalista, che dà alla classe organi economici nelle associazioni per mestiere, per industria o per azienda, ritenendoli capaci di sviluppare la lotta e la trasformazione sociale. Mentre considera il sindacato organo insufficiente da solo alla rivoluzione, lo considera però organo indispensabile per la mobilitazione della classe sul piano politico e rivoluzionario, attuata con la presenza e la penetrazione del partito comunista nelle organizzazioni economiche di classe».
Tale ciclo si chiude in Europa con la Comune di Parigi con un risultato definitivo: il movimento economico e l’organizzazione operaia sono ineliminabili; per la borghesia l’indirizzo da seguire non sarà più la distruzione di ogni forma di associazione ma il suo influenzamento e distacco dall’indirizzo rivoluzionario. La borghesia, rendendosi conto che la repressione altro non fa che spingere l’inevitabile lotta di classe verso la via rivoluzionaria, è costretta ad ammettere l’esistenza dei sindacati, contrapponendovi sindacati bianchi e gialli ed operando per l’imbastardimento di quelli rossi.

Questa fase è caratterizzata da un forte sviluppo economico e da una relativa pace sociale. L’espansione permette il crearsi di una aristocrazia operaia che, corrotta, sarà la base del revisionismo. L’assenza di grosse crisi aumenta tale cancro. In seno ai sindacati il tumore si manifesta nelle rivendicazioni di una autonomia rispetto alla politica, rispetto al partito, propagandosi fino a dominare alla vigilia della prima guerra mondiale nei sindacati europei. Grazie alla complicità dei dirigenti riformisti la borghesia schierò facilmente, divisi gli uni contro gli altri, i proletari dei paesi coinvolti nel conflitto.

Se i primi anni di guerra sono privi di una forte opposizione di classe, la fame, i massacri, le privazioni rimettono in moto il proletariato. L’ottobre rosso, la brace mai spenta di una tradizione classista, determina un forte slancio della classe operaia in tutto il mondo; scioperi e insurrezioni si susseguono.

I vecchi sindacati crescono enormemente, gli operai vi entrano tentando di servirsi di tali organismi per la loro lotta. I riformisti sono al loro posto: con ogni mezzo cercano di fermare e deviare nell’alveo istituzionale le lotte; è l’ultima carta da giocare per la borghesia vacillante.
   


Le Tesi di Roma

 

Il movimento comunista ha ben chiaro tale processo, la tattica che ne segue imposta magnificamente il problema, le tesi di Roma, del 1922, ne sono una riprova:
«Rapporti tra il partito comunista e la classe proletaria:
 Tesi 10.
 Tesi 11.
 Tesi 12.
 Tesi 13.
 Tesi 14.
 Tesi 15».
   


Il primo dopoguerra

La spinta proletaria era un terreno di immediata verifica per la tattica del partito. L’ondata proletaria aveva selezionato le forze atte alla guida del proletariato, ossia il partito di classe. Ma mancò l’intersezione tra l’assalto proletario e la formazione del partito comunista. Il partito comunista mondiale, la Terza Internazionale, nata nel primo dopoguerra, cominciò a funzionare proprio quando iniziava il riflusso delle lotte e la borghesia, difesa sino a quel momento dai riformisti, passò all’offensiva.

Le questioni che si pongono all’ordine del giorno in quel periodo sono molteplici; qui ci interessa ricordarne due. La prima riguarda la parabola degenerativa dell’Internazionale e la risposta della Sinistra italiana. La seconda riguarda il modo in cui la borghesia passò all’offensiva e come si premunì contro futuri assalti da parte della classe operaia.

L’Internazionale si trovò ad affrontare, appena muoveva i primi passi, la calante marea proletaria. I problemi erano enormi, la questione della conservazione del potere in Russia era legata alla rivoluzione internazionale. I rapporti di forza ormai non erano più favorevoli in molti paesi, tra cui la Germania, alla rivoluzione. Con espedienti tattici si cercò di rovesciare tali rapporti di forza. Nell’Internazionale venne teorizzato che se non era il proletario ad avvicinarsi al partito comunista, allora era il partito comunista che doveva con qualsiasi mezzo andare alla ricerca del proletariato. La corretta visione materialista del rapporto tra partito e classe veniva invertita, stravolta. Fu l’inizio della fine: le varie manovre si ripercossero all’interno del partito minandolo nei principi.

Se per il fronte unico politico i contrasti furono notevoli, nel campo sindacali le cose non furono da meno. La parola fronte unico sindacale veniva portata avanti dalla direzione dell’Internazionale come una fusione delle varie sigle esistenti da farsi a tavolino fra partiti e non come processo che partiva dagli interessi immediati della classe operaia. Pur di "far numero", le tesi dell’Internazionale venivano stravolte.

Nelle tesi del II congresso la milizia comunista nei sindacati era subordinata a due precise condizioni: la presenza del proletariato e la possibilità della conquista di quel sindacato agli interessi rivoluzionari.

«Avendo presente questo confluire di gigantesche masse operaie nei sindacati, avendo presente il carattere rivoluzionario oggettivo della lotta economica condotta da queste masse in opposizione alla burocrazia sindacale, i comunisti di tutti i paesi devono entrare nei sindacati per trasformarli in consapevoli strumenti della lotta per la caduta del capitalismo, per il comunismo».
La seconda condizione veniva tralasciata, i fini e i principi assumevano importanza secondaria a fronte dei risultati immediati. Questo processo degenerativo fu ben chiaro alla sinistra russa ed italiana; la lotta si fece serrata, l’esito dello scontro dipendeva dal raddrizzamento del pilastro portante, ossia dell’Internazionale. Alle prime avvisaglie la sinistra italiana rispose prontamente cercando di mantenere nei binari del marxismo la tattica da adottare.

Nel progetto di tesi del 1922 per il IV congresso la questione del fronte unico sindacale veniva affrontata in maniera cristallina. Il partito non chiedeva certo agli altri partiti di fare «un pezzo di strada» in comune ma al contrario li metteva con le spalle al muro. Partendo da un programma di rivendicazioni immediate tendeva a scardinarli; al loro rifiuto o tradimento sarebbero stati denunciati e il partito si sarebbe posto alla testa delle rivendicazioni, allargato la sua sfera di influenza e condotto i lavoratori allo scontro finale.

Nelle tesi di Lione il fine delle lotte economiche veniva nuovamente ribadito:

«La tattica del fronte unico non va intesa come una coalizione politica con altri partiti cosiddetti operai, ma come utilizzazione delle rivendicazioni immediate sollevate dalle situazioni allo scopo di estendere l’influenza del partito comunista sulle masse senza compromettere la sua autonomia di posizione. Vanno dunque scelti a base del fronte unico quegli organismi proletari in cui i lavoratori entrano per la loro posizione sociale ed indipendentemente dalla loro fede politica e dal loro inquadramento al seguito di un partito organizzato».
 


Il sindacato sotto il fascismo

 

Passando al secondo punto, certamente non slegato dal primo, possiamo dire che la borghesia trasse validi insegnamenti dalla recente esperienza. I sindacati, anche se a guida borghese, potevano diventare uno strumento di lotta proletaria; la direzione riformista, prezioso appoggio durante la guerra, non era più un baluardo sufficiente a contrastare e stornare l’assalto della classe operaia.

Si rendeva dunque necessario, essendo inevitabile l’associazionismo economico, l’inquadramento di questo in un alveo ben determinato, da cui non fosse possibile debordare. La fase in cui avviene tale processo è l’ultima del capitalismo, l’imperialismo; il capitale monopolistico ha bisogno di un rigido controllo del mercato della mano d’opera, di condizioni uniformi su tutto il territorio nazionale, di contratti nazionali di lavoro ovunque validi e rispettati.

Si deve assolutamente affossare il sindacalismo classista e inquadrare tutti i lavoratori salariati nel sindacato di Stato. Il processo non è istantaneo, comincia con la formazione di sindacati bianchi e gialli, nello stesso tempo i riformisti portano gli operai sulla via della disfatta e della sfiducia.

La velocità del processo non è la stessa per i vari paesi; in quelli come USA e Inghilterra, dove il potere borghese è assai saldo, il passaggio fu graduale. Nei paesi in cui la borghesia si dimostrava debole fu necessario un atto di forza per assestare il colpo decisivo.

Se in Germania la forza del proletariato risiedeva nella sua grande estensione, in Italia la direzione di sinistra conduceva una battaglia serratissima di ritirata ordinata, contendendo il terreno palmo a palmo, misurandosi con lo Stato e le sue appendici e la direzione riformista della CGL.

La degenerazione dell’Internazionale segnò l’esito dello scontro, fu il colpo di grazia, portando scompiglio e rassegnazione nelle file dei lavoratori. Da allora la sconfitta pesa più che mai sulle spalle della classe operaia.

La "Carta del lavoro" emanata dallo Stato italiano nel 1927 può essere considerata il culmine della controffensiva borghese. In essa sono contenuti i fondamenti, formulati chiari, e concisi, dell’inquadramento sindacale all’interno dello Stato. Al punto 3 vi si legge:

«L’organizzazione sindacale o professionale è libera. Ma solo il sindacato legalmente riconosciuto e sottoposto al controllo dello Stato ha il diritto di rappresentare legalmente tutta la categoria di datori di lavoro e lavoratori».
Gli anni che seguono sino allo scoppio della II guerra mondiale sono privi di ampi movimenti di classe, nonostante la profonda crisi del 1929. Il merito di questa putrida pace sociale va certamente condiviso tra i traditori e i sindacati ormai inquadrati all’interno dello Stato. Se la borghesia può stornare l’inevitabile lotta di classe, non può certo eliminare le sue cause, ossia realizzare un capitalismo senza contraddizioni. Lo scoppio del secondo conflitto mondiale è una riprova. Durante i sette anni di conflitto di sussulti proletari ce ne furono, ma per lo più spontanei, in cui la mancanza di una organizzazione classista si fece sentire.
   


Rinascita della CGL a Napoli
 

La dinamica sindacale in Italia durante la guerra merita considerazione in quanto il repentino cambiamento di fronte non permise alla borghesia di dotarsi prontamente di un valido sostituto dei sindacati fascisti.

Nel nord Italia nel ’43 e nel ’44 ci furono notevoli scioperi da parte della classe operaia, che partivano da rivendicazioni immediate ma che portavano inevitabilmente i lavoratori a scontrarsi con la classe nemica negando il sangue proletario per gli interessi del capitale. L’opportunismo utilizzò tutti i mezzi a sua disposizione per condurre la classe operaia su un terreno estraneo ai propri interessi; la seppur debolissima organizzazione del partito centrista fu certamente un buon punto di partenza.

Nel sud Italia, dove era completamente assente il partito togliattiano, lo sviluppo della formazione del sindacato ebbe un percorso diverso e vi si manifesta il tentativo di riorganizzazione alla base del proletariato.

Volatilizzatosi lo Stato e il suo sindacato, si determinò una situazione che non trovava alcuna organizzazione per ingabbiare i lavoratori. Nell’ultimo convegno del sindacato riformatosi su base classiste uno degli oratori rievoca brevemente la nascita del movimento:

«Il nostro primo pensiero fu quello di far risorgere la gloriosa CGL. Le prime intese corsero tra uno sparuto numero di compagni, ma la nostra iniziativa fu entusiasticamente seguita da vari gruppi di operai. Incominciò un complesso lavoro che non aveva soltanto il compito di procedere alla riorganizzazione della CGL, ma anche e soprattutto quello di risolvere di ora in ora complessi problemi di carattere individuale e collettivo. Gli operai erano sbandati e duramente provati dalle sofferenze fisiche di ogni specie, mentre la prospettiva di una ripresa di lavoro appariva assai lontana, poiché le industrie locali per la quasi totalità non potevano essere riattivate per i gravissimi danni subiti. I primi utili risultati furono da noi raggiunti ottenendo dagli alleati l’assorbimento di molta manodopera e il miglioramento dei salari (...) Le Camere del Lavoro si costituirono rapidamente ed ovunque l’attività della CGL è stata intensa e febbrile, l’assistenza ai lavoratori continua. I metallurgici, la SICI, l’Acquedotto, i Pubblici Servizi, i Trasporti richiesero un’assiduità di lavoro senza precedenti (...) Furono tenute sempre vive le campagne per l’adeguamento delle paghe e per la ripresa dei mezzi di comunicazione, si fece ogni sforzo per la creazione di cooperative di consumo, spacci, mense aziendali ecc. (...) Fra le tante vittorie la più clamorosa fu quella dei Servizi Pubblici (...) Stabilì virtualmente il principio dello sblocco dei salari e dell’adeguamento a quelli delle categorie meglio retribuite.
«Tutto il lavoro della CGL si svolse del resto in condizioni difficilissime; per la quasi assoluta mancanza di mezzi nella quale la Confederazione si è sempre dibattuta, dovuta soprattutto alle manovre della confederazione di Bari, la quale pretendeva che ci astenessimo da qualsiasi attività confederale e ci boicottava in ogni maniera perfino non rimettendoci più tessere».
La relazione terminava fornendo alcune cifre assi interessanti; nella sola provincia di Napoli le tessere furono 44.500, ma non è disponibile la cifra complessiva in quanto la questione del tesseramento era a carico della CGL di Bari.

Altri documenti sull’attività e l’espansione del nascente sindacato rosso li si possono rintracciare sul giornale stesso della confederazione, "Battaglie Sindacali", che riprende, non a caso, l’antica testata della CGL prima del fascismo.

Riferendo la sua storia al primo congresso, "Battaglie Sindacali" riporta la notizia che già ad ottobre, poco più di un mese dopo le "4 giornate", si tenne un convegno sindacale dal quale scaturì la necessità di un coordinamento fra le varie categorie. Vi parteciparono soprattutto lavoratori di Napoli e provincia, presenti le ricostruite Camere del lavoro di Pozzuoli, Castellammare di Stabia, Torre del Greco, Torre Annunziata, Nola, Salerno.

Le prime battaglie sono assai importanti, mostrano l’orientamento classista del sindacato e l’impulso alla crescita dello stesso. A Bagnoli gli operai dell’ILVA ottengono aumenti salariali, alla Navalmeccanica di Castellammare il sindacato riesce ad imporre la riapertura dei cantieri, così come all’ILVA di Torre Annunziata. Il Lavoro e la lotta del sindacato funzionano da calamita, altre Camere del lavoro fuori provincia appena formatesi si ricongiungono alla costituente CGL (Potenza, Nocera, Aversa, Foggia). Per la fine di febbraio è previsto il primo congresso della CGL.

Il PCI, come tutta la borghesia, non vede certo di buon occhio la nascita di un organismo di classe, si dà quindi da fare. Organizza a ridosso del congresso dei CLN a Bari un "congresso" che dovrebbe dare vita alla CGIL. Questo non è altro che un incontro a tavolino fra i maggiori partiti borghesi che però non dispongono al momento che di una bassissima influenza in seno al proletariato.

Raffaele Pastore al primo congresso della CGIL dichiarerà: «Noi nelle Puglie, che vedemmo poche rovine della guerra, fummo i primi a ricostruire il movimento sindacale. E poiché alle diverse correnti sindacali erano stati affidati i vecchi sindacati, ci mettemmo subito a trasformarli, a renderli cioè democratici» ("Dal patto di Roma al congresso di Genova"). Il mandante di tale "affidamento" il Pastore non lo rivela e non fornisce spiegazioni in cosa consiste la "trasformazione democratica".

Chiuso il "congresso" di Bari questi si presentano con credenziali che vengono accettate con la formula del dubbio, al primo congresso della CGL a Salerno. Netta è però la differenza sulla concezione della forma sindacale:

«Dal punto di vista sindacale dopo il 25 luglio si sono imposti gravi interrogativi: se sia più opportuno utilizzare il vecchio apparato sindacale fascista oppure crearlo "ex novo"; ancora se sia preferibile il sindacato unico riconosciuto dallo Stato o il sindacato libero. Si tentò da parte dei compagni Buozzi e Roveda di utilizzare l’apparato fascista; e questo tentativo in quelle circostanze non poteva non essere fatto. Ma occorre rendersi conto che un simile tentativo ritentato ora urterebbe contro la necessità di sottrarre il sindacato al controllo statale. Il sindacato deve essere libero, unitario sì, ma non traente la sua unità dal riconoscimento giuridico dello Stato. Infatti il sindacato può trovarsi nelle condizioni di dovere ingaggiare una lotta proprio contro lo Stato, ed è evidente quanto sarebbe danneggiato in questo caso da un controllo dello stesso Stato» ("Battaglie Sindacali", 27 febbraio 1944).
Non bisogna pensare che il sindacato fosse totalmente su posizioni classiste; esistevano al suo interno correnti legate al Partito di Azione e ai servizi americani, in funzione anti PCI, che tiravano la corda in direzione non proletaria. La questione sulla partecipazione alla "guerra di liberazione" non rimase mai definita; sono due le mozioni a questo proposito votate all’unanimità alla fine del primo congresso e sono in perfetta opposizione: da una parte si plaude allo sforzo bellico, dall’altra si ribadisce l’autonomia di classe con interessi propri in contrapposizione alla borghesia.

Il congresso ha un carattere fortemente tecnico, per la riorganizzazione sindacale in tutti i territori in mano agli alleati. Questo il compito che viene assegnato al consiglio direttivo appena nominato. In tale consiglio siedono sette membri eletti a Salerno e cinque provenienti da Bari i quali si incaricano del tesseramento (e quindi dei fondi) e faranno di tutto per sabotare: a Napoli non invieranno mai una tessera.

Terminato il congresso le lotte si susseguono a ritmo incalzante, ed alla loro testa troviamo sempre la CGL. Dal notiziario sindacale che appare su "Battaglie" si ha un rapido quadro del livello ed estensione delle lotte, la Fiom in poco tempo arriva alla cifra di 6.000 iscritti su circa 12.000 lavoratori (B.S. 30 aprile 1944).

Si può certo capire le preoccupazioni in seno alla borghesia ed ai suoi servi. Con l’arrivo a Salerno del capo dell’opportunismo, la linea antiproletaria del PCI prende forma ben definita, gli attacchi verso la CGL si fanno sempre più frequenti e duri. L’occasione del primo grosso scontro si ha per la celebrazione del Primo Maggio; PCI-PSIUP cercano di scavalcare il sindacato nell’indire le manifestazioni celebrative. Si arriva ad un compromesso, vengono indette manifestazioni comuni dove ciascuna organizzazione lancerà i suoi appelli. Il PCI salta quindi al collo della CGL accusandola di non avere posto la questione della lotta di liberazione nel suo appello. La ripresa non fu certo delle migliori.

Ormai l’opportunismo aveva già fissato la sua linea d’azione, che tendeva alla formazione di un sindacato che rinunciasse alla lotta di classe, che ponesse i propri obiettivi fuori dagli interessi dei lavoratori, che avesse un riconoscimento giuridico da parte dello Stato borghese.

La direzione provvisoria della CGIL uscita dal patto di Roma fissa nei primi due punti degli obiettivi immediati:

«Promuovere l’organizzazione e l’inquadramento del movimento sindacale in tutte le regioni liberate, in uno con la rigorosa difesa degli interessi urgenti dei lavoratori. Sostenere con tutte le proprie forze la guerra di liberazione nazionale onde affrontare la liberazione totale del paese condizione pregiudiziale per la realizzazione dei postulati dei lavoratori».
È palese la contraddizione, ma ben sappiamo che la confusione e la mancanza di chiarezza sono armi proprie della borghesia e dei suoi servi.

L’ostacolo alla realizzazione dei piani dell’opportunismo, ossia la CGL rossa, non era di poco conto in quanto essa battendosi con foga alla testa delle rivendicazioni dei lavoratori ne aveva conquistato la fiducia.

In un primo tempo Togliatti cercò la direzione del sindacato rosso col solito sistema del bastone e della carota, con offerte di soffici poltrone e di non troppo velate minacce. Nell’articolo di Valenzi apparso su "Rinascita" del 19 marzo 1974 viene riportata una dichiarazione di Togliatti in proposito:

«Occorre liquidare in fretta questa situazione, accelerare la riorganizzazione sindacale. Prendere contatti col PSI per averne la direzione effettiva. Parlare con Russo, se non c’è soluzione sconfessarlo».
Russo come gli altri della direzione sono irremovibili e non si lasciarono corrompere; non restò altro che "sconfessarli". La calunnia volta contro i singoli dirigenti è tipica del partito stalinista, nei trafiletti de "L’Unità" abbondanti sono le accuse di sinistrismo, trotskismo, di mancanza di impegno nella lotta di liberazione nazionale. Il settarismo (leggasi difesa degli interessi di classe), lo scissionismo (leggasi divisione tra interessi nazionali e proletari), l’antidemocrazia (leggasi guerra ai traditori) vengono costantemente rinfacciati alla direzione del sindacato rosso. Unica via di sopravvivenza per la CGL è l’ampliamento del suo raggio di azione, il che non è semplice, sia per la difficoltà dei mezzi di comunicazione, sia per il muro opposto dagli opportunisti, dallo Stato, dagli alleati, uniti contro il comune nemico.

Il giornale "Azione proletaria" settimanale del partito staliniano di Potenza scrive il 15 giugno 1944:

«Si porta a conoscenza dei contadini, degli impiegati e degli operai che la CGL di Napoli è un organismo che si propone di intaccare l’unità e la concordia delle classi lavoratrici. La confederazione di Bari rappresenta e tutela gli interessi e diritti della classe lavoratrice».
Questo non è che un’inezia, una valanga di falsità si rovesciava contro il sindacato, che rispondeva punto su punto attraverso il suo organo.

Visto che le calunnie non sono sufficienti a stroncare il sindacato, in occasione di una agitazione dei telefonici, "L’Unità" plaude all’intervento delle autorità alleate, che decretano la pena di morte in caso di sospensione del lavoro.

«La federazione comunista napoletana ricorda agli operai che in alcuni casi, la tensione creatasi nelle officine avrebbe potuto essere evitata se nelle organizzazioni sindacali tutti i dirigenti sindacali avessero lavorato senza vana demagogia a far valere le aspirazioni dei lavoratori».
Non sono rari i casi in cui, come riferisce "Battaglie Sindacali", i sindacalisti inviati nelle fabbriche per trattare delle vertenze trovino ad accoglierli gli sbirri chiamati non si sa da chi.

Per il sindacato l’unica via possibile per resistere agli attacchi concentrici della borghesia, sta nel radicarsi ed espandersi, attraverso le lotte, il più possibile in tutte le regioni. Questo purtroppo non fu possibile, poiché su tutto il territorio la presenza dell’opportunismo cominciava a farsi sentire. Avvicinandosi lo scontro decisivo nei confronti della CGL il sindacato rosso non ebbe il tempo materiale per farsi conoscere altrove attraverso le lotte.

Incomincia quindi l’agonia dell’organizzazione, accelerata anche dal fatto che la corrente azionista nella quasi totalità si staccò per aderire al sindacato corporativo, così il sindacato di Bari, intaccando la struttura organizzativa della CGL.

Nella CGL si fa strada quindi l’idea della necessità di fusione col sindacato romano: si pensa di poter trattare alla pari per tale unione. Ma ormai i bonzi romani sentono di essere più forti e pongono pregiudiziali sempre più dure, in pratica chiedono l’autoscioglimento.

Il convegno di Napoli del 27 agosto 1944 decide l’ingresso nella CGIL invitando i propri iscritti e simpatizzanti a lavorare attorno al "Comitato della sinistra sindacale" per la difesa dell’"essenza classista del sindacato".

Per il sindacato romano la resa deve essere incondizionata. Così commenta Di Vittorio:

«La mozione votata al convegno di Napoli è pur sempre una mozione di carattere scissionistico, perché con l’affermazione del postulato della lotta classistica accentua in questo senso le posizioni di una parte delle forze proletarie e mira a provocare la scissione coi democristiani che non possono seguire su questo piano il sindacalismo».
Al comitato della sinistra sindacale veniva poi tolto di mano la direzione del giornale "Battaglie Sindacali", con l’aiuto degli alleati che concessero l’autorizzazione a continuare la pubblicazione ad un fedele del PCI. Ai dirigenti dell’ormai disciolto sindacato rosso veniva poi negata ogni possibile attività, al segretario dei tessili fu impedito di partecipare al primo congresso con pretestuose motivazioni.

Si spegneva quindi l’esperienza della CGL rossa che rimase però viva in mezzo ai lavoratori: nell’immediato dopoguerra molti furono gli scioperi selvaggi e quelli definiti incontrollabili da parte dei bonzi sindacali.

Si può dire che il crollo dell’Internazionale pesò senz’altro sulla vicenda del sindacato rosso. La confusione generata da tale crollo permise all’opportunismo di operare al meglio, la mancanza di un partito marxista si fece più che mai sentire nonostante gli sforzi di moltissimi compagni.
   


Gli scioperi al Nord

 

La necessità della rinascita, o meglio della continuazione del sindacalismo fascista attraverso la CGIL ha certamente salde radici negli scioperi scoppiati nel marzo del ’43 nel Nord Italia, in particolare a Torino. La storiografia borghese col PCI in testa ne hanno sempre fatto un episodio della lotta popolare contro il fascismo. Montagne di carta sono state riempite dall’opportunismo per dimostrare la natura non spontanea dello sciopero e la sua direzione e pianificazione da parte dal partito stalinista.

Amendola nella sua "Storia del PCI" parla di circa mille militanti comunisti alla fine del 1942 a Torino, nello specifico parla di ottanta militanti alla Mirafiori, settantadue all’Aereonautica, 30 alla Lancia... Le cifre fornite appaiono del tutto sproporzionate e ingigantite a dismisura; se tale era realmente la forza del PCI la lotta non si sarebbe estesa gradualmente ma si sarebbe svolta in maniera coordinata. Lo sciopero iniziò il 5 marzo alla FIAT Mirafiori:

«la notizia dello sciopero corse per la città, scioperi scoppiarono alla FIAT Grandi motori, alla FIAT Lingotto, alla Savigliano, alle Ferriere Piemontesi (...) alla Rasetti, alla Microtecnica».
Nei giorni seguenti lo sciopero interessò un crescente numero di aziende, nel mese di marzo in tutto il Piemonte gli scioperi furono 107 con circa 100.000 partecipanti. Lo sciopero si estese quindi nei giorni e settimane successive a parecchi centri industriali del Nord Italia. Le ragioni delle lotte non vanno affatto ricercate nella presunta coscienza antifascista, nel senso democratico dei lavoratori, ma nelle durissime condizioni di vita della classe operaia durante la guerra. La giornata lavorativa era di 10, 11, 12 ore al giorno, e si lavorava anche al sabato; nel 1942 la razione di pane era di 150 g., 200 g. per i lavoratori, al mercato nero i generi alimentari avevano prezzi inabbordabili per i proletari: un chilo di pane costava 80 lire mentre la paga media giornaliera per gli operai era di circa 30 lire.

La goccia che fece traboccare il vaso fu il rifiuto da parte del padronato di pagare 192 ore di tredicesima mensilità ai capifamiglia sfollati. Nel corso della lotta la riscossione della tredicesima divenne rivendicazione generale, non solo per gli sfollati.

Un volantino degli scioperanti, riportato dal "Calendario del Popolo" n. 563, esprimeva in maniera ultrasintetica le rivendicazioni operaie: Pane e pace. Lo stalinismo nei suoi aggiungerà la parola Libertà, nel senso democratico e nazionale. Nel giro di un mese l’ondata di scioperi si concluse, la borghesia vi fece fronte da una parte operando numerosi arresti e minacce, ma nello stesso tempo concedendo sostanziali aumenti che vedevano praticamente accolte le rivendicazioni operaie.
   


Il Patto di Roma

 

Il partito centrista ebbe modo di farsi conoscere ed apprezzare dalla borghesia per la sua condotta socialpatriottica che sarà di utilissimo aiuto nell’immediato futuro. Il 10 luglio le truppe angloamericane sbarcarono in Sicilia, che venne occupata nel giro di una settimana. La guerra era perduta e la borghesia italica cercò di salvare il salvabile offrendo la pace separata con le potenze alleate. Il 25 luglio si ha il colpo di palazzo, Mussolini venne destituito e messo a riposo; al suo posto venne chiamato il generale Badoglio che se a parole dichiarava che la guerra sarebbe continuata nella pratica intavolava trattative per la pace separata, che in sostanza sarà una resa incondizionata.

Le parole "la guerra continua" non vengono credute dai lavoratori, essi avvertono la grande debolezza della borghesia italica. Dal 25 luglio all’8 settembre durante i 45 giorni del governo Badoglio, è un susseguirsi di scioperi e manifestazioni operaie in tutto il paese fino a culminare nello sciopero generale:

«Il 17, 18, 19 agosto scendono in sciopero generale in maniera semispontanea gli operai delle fabbriche di Bologna, Milano, Torino e poi dell’intero settentrione per chiedere la fine della guerra, la liberazione dei detenuti politici» (Del Carria, "Proletari senza rivoluzione").
La reazione dello Stato in disfacimento è duplice, da una parte c’è la bruta repressione, dall’altra si cerca di inquadrare e controllare le masse proletarie. La circolare del generale Roatta è significativa:
«Qualunque pietà e riguardo nella repressione è un delitto (...) Ogni movimento deve essere inesorabilmente stroncato in origine (...) muovendo contro gruppi di individui che turbino l’ordine pubblico si proceda in formazione di combattimento e si apra il fuoco a distanza anche con mortai e artiglieria (...) si tiri sempre a colpire come in combattimento».
Secondo il Del Carria la repressione militare costò ai proletari complessivamente 93 morti e 536 feriti nel solo periodo dei 45 giorni.

Il primo tentativo per porre un controllo sulle masse fu quello di resuscitare le vecchie corporazioni fasciste ponendovi commissari dal passato illustre e pulito agli occhi dei proletari.

«Già dopo il 25 luglio, fra i primi provvedimenti del governo Badoglio, c’è la nomina dei commissari ai sindacati fascisti, e questi commissari sono già individuati nei futuri dirigenti che emergeranno dopo la liberazione» (P. Boni, "Sindacato e lotta di classe").
Fra di essi troviamo il "socialista" B. Buozzi, il democristiano A. Grandi, i nazionalcomunisti G. Di Vittorio, G. Roveda.

I centristi del PCI non spaventano per nulla la borghesia, cosa del tutto naturale, visto che questi socialtraditori si sono stancati la lingua a furia di ripetere la loro linea patriottarda. A proposito di un comitato d’azione fra i partiti antifascisti da essi caldeggiato a Torino nell’inverno 1942-’43 si può leggere su "Trent’anni di vita e lotta del PCI":

«Esso si impegnava a condurre in comune, nel quadro di un’alleanza che deve essere estesa a tutte le forze nazionali, l’azione per salvare l’Italia imponendo la pace separata».
Ma la prova pratica del tradimento dei principi del comunismo il PCI l’aveva mostrata durante gli scioperi di marzo, quando alle rivendicazioni classiste aggiunse e sovrappose parole d’ordine interclassiste e patriottiche.

Per confermare le affermazioni del Boni traiamo da "Storia del sindacato in Italia dal 1943 al crollo del comunismo" del Turone: Leopoldo Piccardi, nominato da Badoglio ministro delle corporazioni,

«fece liberare Buozzi dal confino e convocatolo al ministero gli espose il suo proposito di attingere agli esponenti del sindacalismo prefascista per nominare i commissari alle organizzazioni sindacali ancora strutturate secondo il modulo corporativo e rimaste dal 25 luglio senza dirigenti».
Buozzi espresse le sue preoccupazioni, senza la presenza del PCI i sindacalisti del PSI non sarebbero stati in grado da soli di assicurare la riuscita dell’operazione.
«Piccardi portò la proposta al consiglio dei ministri, facendo i nomi dei designati, comunisti compresi, nessuno protestò».
Buozzi con i vicecommissari Roveda e il democristiano Quorello si occuparono dell’organizzazione dei lavoratori dell’industria, all’agricoltura furono nominati Grandi e Lizzadri; l’organizzazione dei braccianti fu affidata a Di Vittorio.

L’accettazione incondizionata degli incarichi avrebbe potuto palesare dinanzi ai lavoratori il senso di un’adesione alla politica generale del governo, screditando notevolmente l’opportunismo. "L’Unità" del 12 agosto 1943 intervenne quindi precisando il carattere di semplice collaborazione tecnica sul problema sindacale. Lo stesso ministro Piccardi avvertendo il problema si incaricò di far accettare dal governo un documento in cui sosteneva la non corresponsabilità politica col governo. A parole politicanti e ministri erano riusciti a far quadrare il cerchio, da una parte si faceva da stampella ad un governo che aveva emanato la circolare Roatta, dall’altra si voleva a parole dimostrare il contrario.

Il 19 agosto in seguito allo sciopero generale scoppiato nel Nord Italia il ministro prese il treno per recarvisi, con lui viaggiarono Buozzi e Roveda, il loro compito era quello di frenare e castrare la lotta. Furono all’altezza della situazione, alcune concessioni furono fatte (gli operai arrestati furono rilasciati) e gli operai persuasi dalle paternali dei perseguitati del fascismo tornarono nelle fabbriche; Buozzi, Roveda ed il ministro tornarono insieme a Roma.

Con l’otto Settembre, con l’arrivo dei tedeschi e la resurrezione del regime fascista vengono dichiarati decaduti i commissari assegnati alle organizzazioni sindacali dal governo Badoglio e nominati dei nuovi. Il 23 settembre gli spodestati fanno una dichiarazione denunciando «l’illegalità di queste nuove nomine» ("Avanti" del 10 ottobre 1943). Molto probabilmente i vari Buozzi, Roveda, Lizzadri ritenevano i sindacati fascisti già cosa loro.

A distanza di anni nonostante tutte le manifestazioni e le falsificazioni, il disegno della borghesia appare ben chiaro, ma già allora nel 1943 i compagni della sinistra comunista ne inquadravano e definivano i punti essenziali mostrando al proletariato l’unica via da percorrere. Su un opuscolo del Partito Comunista Internazionale dell’ottobre 1943 possiamo leggere:

«L’esperimento Badoglio può essere definito come un tentativo borghese, poggiante sulla base tradizionalmente conservatrice della monarchia, di risolvere il problema del fascismo e di una guerra in sommo grado impopolare, parando nello stesso tempo, col miraggio di un ritorno alle libertà costituzionali, la minaccia di un assalto del proletariato al potere (...) La grande borghesia cambiava il pelo per non perdere il vizio: ripetendo a rovescio l’esperimento del 1922. Essa che, impotente a tenere nel quadro delle istituzioni democratiche l’ondata rivoluzionaria sprigionata dalla crisi dell’altro dopoguerra, aveva creato il fascismo, lo liquidava d’accordo ancora una volta con la monarchia, per le stesse ragioni. La manovra ebbe tanto più l’effetto sperato, in quanto le avevano preparato il terreno fra le masse la degenerazione del partito operaio, il Partito Comunista Italiano, la sua accesa campagna a favore del fronte nazionale. La borghesia non aveva che da far sue le parole d’ordine di unione antifascista lanciate dal centrismo e ottenere così alla dittatura militare monarchica un consenso di popolo (...)
«Così il collaborazionismo, che il centrismo sbandierava come una tattica per battere d’astuzia la borghesia, serviva come sempre al regime borghese per addormentare il proletariato. E il blocco dei sei partiti – di cui è stato l’ispiratore più acceso il Partito Comunista – si strinse, pur mordendo il freno, intorno al governo cosiddetto antifascista di Badoglio, ne accettò cariche ed onori pur negando ogni corresponsabilità politica con esso, come se il fatto di assumere incarichi ufficiali non importasse di per sé, al di là di qualunque riserva mentale, una corresponsabilità col mandante (...) Lungi dell’aver tratto una lezione dall’esperienza, i due vecchi partiti operai insistono sulla via presa e attorno alla bandiera della "Guardia Nazionale" che è poi strumento inglese e al canto dell’inno dei Garibaldi preparano un nuovo capestro da gettare al collo del proletariato. La lezione di questo mese e mezzo di errori è nello stesso tempo la conferma di quanto noi sostenevamo, cioè che il problema del fascismo e della guerra è tutt’uno con quello del sistema di produzione capitalistico e che, perciò, l’unica forza capace di risolverlo è la classe antagonista del capitalismo, il proletariato (...)
«Poco dopo il crollo del fascismo noi affermammo che la crisi non poteva e non doveva fermarsi alla restaurazione delle libertà costituzionali e che solo il proletariato – non la borghesia né la monarchia né la chiesa – aveva il diritto di dire in essa una parola decisiva. L’opportunismo, impedendo al proletariato di dirla, ha servito, come ieri e come sempre, gli interessi del suo nemico di classe. I lavoratori italiani ne prendano atto e ne traggano le necessarie conseguenze.
«Come si è appena visto, fu proprio l’intervento dello Stato a mettere fisicamente insieme gli estensori del Patto di Roma; nel breve periodo di occupazione tedesca, tra passeggiate mattutine e incontri nei salotti i tre partiti, comunista, socialista e democristiano, tramite i loro rappresentanti siglarono l’accordo di intervento e spartizione nel campo sindacale. Tale accordo avvenne, come riferiscono le mielate cronache, nella più completa armonia; l’associazione era nata per mettere le mani sul movimento operaio e imbrigliarlo, il che era tutto ancora da fare, solo una volta riuscita l’operazione iniziarono le beghe per la spartizione delle aree di influenze più o meno grandi all’interno del sindacato».
Il problema della dirigenza delle federazioni e camere del lavoro fu subito risolto assegnando equamente le varie poltrone prima ancora dell’esistenza di tali organismi. Nel testo del Patto di Roma, del 3 giugno 1944, si legge:
«Le correnti sindacali nominate costituiscono la direzione provvisoria dell’organizzazione che viene così composta: un comitato direttivo di quindici membri per ciascuna delle tre correnti, una segreteria generale provvisoria, con poteri esecutivi, di tre membri, uno per ciascuno delle tre correnti (...) Con lo stesso criterio verranno formate le direzioni provvisorie delle federazioni nazionali e delle camere confederali del lavoro provinciale».
Fu quindi dall’alto che venne creato il sindacato, proprio per impedire che il proletariato in lotta si desse il suo strumento per la difesa dei suoi interessi.

Lo spirito nazionale e patriottico del costituendo sindacato è ben messo in evidenza dal secondo e quarto punto degli obiettivi immediati fissati nel Patto di Roma:

«Sostenere con tutte le proprie forze la guerra di liberazione nazionale onde affrettare la liberazione totale del paese, condizione pregiudiziale per la realizzazione dei postulati dei lavoratori (...) Studiare tutte le iniziative atte a preparare ed effettuare la ricostruzione del paese nello spirito del pieno riconoscimento del diritto del lavoro».
Al sindacato venne data una struttura verticale ossia le varie federazioni rispondevano direttamente al centro scavalcando le camere del lavoro rendendo più difficile il contatto fra tutti i lavoratori.

Sempre allo scopo di dividere e rinchiudere all’interno della fabbrica i lavoratori nell’ottobre del 1944 fra le tre correnti sindacali fu raggiunto l’accordo per la rinascita delle commissioni interne. Con tale strumento durante la prima guerra mondiale la borghesia cercò di spezzare l’influenza di un sindacato unico, di tutti i salariati, all’interno della fabbrica sostituendo la figura del delegato di fabbrica, emanazione del sindacato; nello stesso tempo tale strumento serviva per legare l’operaio alle sorti dell’azienda. Il fascismo, più che averle abolite, nella sostanza le aveva disciplinate all’interno delle corporazioni.

Il sindacato in Italia dunque rinasce cucito "sul modello Mussolini", creato dall’alto con spirito patriottico e corporativo.