Partito Comunista Internazionale Stampa in lingua italiana
Riprendendo la storia del movimento operaio in Francia


PRIMA PARTE: DAL 1789 ALLA COMUNE
Introduzione
Prima parte: dal 1789 alla Comune
Il Partito Comunista n. 125 gennaio 1985
  

A. La “Grande Rivoluzione” 1789‑94
A.1. I movimenti operai sotto l’antico regime
A.2. Sviluppo economico nel XVIII secolo
A.3. La crisi dell’antico regime
A.4. I sanculotti
A.5. Dalla Lega con i Montagnardi alla rottura
A.6. Dalla doppia rivoluzione alla rivoluzione puramente proletaria
A.7. I movimenti salariali durante la rivoluzione

Il Partito Comunista n. 126 febbraio 1985

 

B. La rivoluzione di Luglio 1831 e crescita del movimento operaio
B.1. Organizzazioni operaie e potere borghese
B.2. Sviluppo industriale e speculazione finanziaria
B.3. La rivoluzione di Luglio 1830
B.4. 1831, La rivolta dei Canuts
B.5. Il movimento repubblicano
B.6. Mutue e società di resistenza
B.7. I moti del 1833‑34
B.8. Nascita del movimento comunista
B.9. Prime mutue regionali e nazionali

Il Partito Comunista n. 127 marzo e 128 aprile 1985
 

C. Il 1848
C.1. I movimenti di opposizione
C.2. La crisi economica
C.3. Prima della rivoluzione
C.4. Da febbraio a giugno
C.5. Dittatura proletaria
C.6. Il partito di fronte ai ceti medi
C.7. Il declino dei repubblicani
C.8. Il 12 giugno 1849
C.9. L’imposta sulle bevande
C.10. Il proletariato guida naturale del contadino povero
C.11. L’atteggiamento dei ceti medi
C.12. Lo sbocco storico della democrazia

Il Partito Comunista n. 129 maggio e 130 giugno 1985
 

D. La Prima Internazionale
D.1. Il bonapartismo
D.2. Imperialismo economico
D.3. Il movimento sociale
D.4. Pregiudizi per l’organizzazione delle proletarie
D.5. Primi contatti coi proletari inglesi
D.6. Verso organismi di classe autonomi
D.7. L’Associazione Internazionale dei Lavoratori
D.8. L’Internazionale e il marxismo
D.9. La sezione francese
D.10. Marxismo e origine dei sindacati
D.11. Rinascita del movimento operaio
D.12. La situazione alla vigilia della Comune

 
 
 


INTRODUZIONE

La Francia è per il marxismo la maestra della politica per il proletariato internazionale, intendendo con questa parola, in senso proprio, arte della conquista e del mantenimento del potere statale. In verità la storia delle rivoluzioni in Francia, dal 1789, per ottanta anni presenta il paradigma delle diverse situazioni, dalla rivoluzione antifeudale alla dittatura del proletariato.

Il nostro partito ha inserito nel suo pluridecennale piano di riordino e ripresentazione del bagaglio dottrinario marxista lo studio metodico della storia del movimento francese, sulla scorta delle lezioni tratte dai nostri maestri in testi famosi e preziosi per i rivoluzionari di domani, come lo furono per quelli di ieri. Dal 1962 al 1966 queste sintesi furono illustrate alle riunioni generali del partito ed appaiono ben ordinate ed efficacemente presentate sulla sua stampa periodica. Ne diamo qui un rapido indice.

Nel numero 8 del 1962 di Programma Comunista, riferendo della riunione di Firenze di marzo, un primo rapporto, "Uno sguardo all’economia francese", dava le tappe principali dello sviluppo economico capitalistico post rivoluzionario. Si descrive l’importanza delle imprese di costruzione della rete ferroviaria e dello sviluppo, alla metà del secolo, dei grandi e rapaci Istituti finanziari che caratterizzeranno la Francia. Si riportano i dati indice che misurano il prodotto nazionale, la produzione agricola, quella industriale e il bilancio statale per gli anni chiave 1789, 1835, 1892, 1910, concludendone, fra l’altro, del regresso della produzione agricola come quota sul tutto, sebbene meno veloce che in altri paesi capitalistici, e della modesta industrializzazione a dispetto di una accumulazione finanziaria enorme. La Francia diventa paese usuraio del mondo nella seconda metà del secolo scorso grazie allo sfruttamento coloniale e alla stabilità del Franco.

È la prima guerra imperialista e le sconfitte sulla Marna che risvegliano bruscamente il rentier dai fumi della belle èpoque, con la svalutazione monetaria e la non convertibilità con l’oro, la crisi e il marasma finanziario dell’interguerra. Solo la seconda guerra imperialista segna, con la ripresa dell’industria, specialmente produttrice di armamenti, e con la guerra di Algeria, una nuova e più decisa proletarizzazione della numerosa piccola-borghesia.

Segue alla riunione di Genova del novembre con "Sviluppo del capitalismo in Francia e caratteri del movimento operaio", pubblicato nei numeri 6, 7 e 8 del 1963, con seguito alla successiva riunione a Milano nel maggio col titolo "Il movimento operaio francese", con resoconto breve nel numero 13 ed esteso nei numeri 14 e 15. Il rapporto dà un primo cenno cronologico degli avvenimenti dal 1789 al 1871 come necessaria premessa per descrivere e commentare ampiamente le vicende dei partiti operai dal 1880 al 1920. Vi si tratta dapprima delle basi ideologiche della rivoluzione borghese in Francia, espresse nell’universalismo e nel laicismo, massime vette del pensiero sociale borghese e proprio per questo remore per il successivo movimento proletario. Si accenna agli elementi di non sufficiente sviluppo: l’origine della parcellizzazione della terra negli avvenimenti pre e post rivoluzionari e la sconfitta coloniale, commerciale ed industriale del 1815. Ma la Restaurazione, anche se elimina la borghesia dalla direzione dello Stato con l’affermazione dell’aristocrazia fondiaria, non è considerata un ritorno al feudalesimo. La grande borghesia degli affari ascende al potere statale con la rivoluzione del luglio 1830.

Il partito proletario rinasce nel 1880 direttamente ispirato da Marx, e resiste per più di due decenni per la fedele e intransigente battaglia della sua frazione di sinistra marxista agli attacchi da tre fronti: del sindacalismo rivoluzionario di ispirazione anarchica; del radicalismo piccolo borghese di matrice giacobina; del possibilismo dall’interno del partito di tipo opportunistico, del quale ultimo ci si libera coraggiosamente con la scissione del 1882. Tre aspetti tattici restano non ben risolti nel partito francese: la questione agraria, con le concessioni ritenute necessarie alla numerosa piccola proprietà contadina; la questione elettorale che non escludeva fronti con partiti della sinistra borghese; la questione coloniale che, pur condannando la rapina borghese, non considerava la possibilità della lotta anticoloniale delle popolazioni sottomesse.

Particolarmente delicato si poneva inoltre il problema dell’atteggiamento nei confronti del movimento sindacale, tradizionalmente ispirato e diretto dagli anarchici: di fatto si addivenne malamente ad una scissione sindacale CGT‑SFIO, l’uno sindacato-partito, l’altro organo divenuto poi esclusivamente parlamentare.

Ben formulata la posizione del partito durante l’ondata di scandali di fine secolo che contrapponevano la borghesia finanziaria, “di sinistra”, alla destra fondiaria e militarista: di fronte agli affaire di Panama e Dreyfus il partito, pur condannando senza incertezze l’antisemitismo, dava la consegna al proletariato di tenersene fuori e di non schierare le sue forze per nessuno dei due fronti.

Viene fatta risalire al 1905 la morte della frazione di sinistra marxista nel partito francese in occasione del blocco delle sinistre, prendendo ormai il sopravvento il “ministerialismo” alla Millerand, che pur fece caso nell’Internazionale.

La guerra imperialista vide l’adesione all’Union sacrée della SFIO quasi senza eccezioni mentre alcune resistenze vennero e si fecero onore da minoranze del sindacalismo anarcoide; lo stesso nei confronti della rivoluzione russa. Comunque molto poco per arrivare ad un partito comunista.

È descritto con dovizia di particolari significativi la partecipazione dei sindacalisti rivoluzionari, Rosmer, Monatte e Merrher – quest’ultimo rappresentante dei metallurgici – al movimento di Zimmerwald e Kienthal. Ma basta il tradimento di alcuni capi per lasciare gli operai privi di guida. Del 1917 sono descritti gli scioperi e gli ammutinamenti fra le truppe, repressi con una violenza inaudita. Si riferisce poi delle lotte sociali del dopoguerra, culminanti nello sciopero dei ferrovieri del 1920. La scissione sindacale del 1921 tende ad isolare la massa dei lavoratori dal partito. Ma il PCF, che si costituì a Tours nel dicembre del 1920, segna solo il trionfo della frazione centrista tardo-giacobina.

Riprendeva con maggiore approfondimento, dal 1789, la lunga serie di rapporti «Questione militare - fase dell’organizzazione del proletariato in partito» il cui esposto, solo nella parte afferente il movimento in Francia, occupò quattro riunioni generali: Firenze, novembre 1963, Marsiglia, luglio 1964, ancora Firenze, novembre 1965, e Milano, aprile 1966.

Il testo si può dividere nei capitoli Rivoluzione francese, dalla Bastiglia alla Congiura degli Eguali, con resoconto breve sul giornale numero 21 del 1963 e testo nel numero 23 successivo e 1 e 2 del 1964. Qui bene si inserisce altro rapporto sullo stesso cruciale periodo, preparato da diverso compagno, “Origine e caratteri del movimento operaio francese”, con resoconto breve nel numero 15 del 1964 e testo nei numeri 4, 5 e 6 del 1965.

Nel primo rapporto si studiano le forze presenti sulla scena sociale e i movimenti e gli interessi che culminano nell’assalto alla Bastiglia e nel trasferimento con la forza a Parigi della Corte e della compromissoria Assemblea Costituente. Si descrivono le vicende precipitate della fuga e dell’arresto del re, della prima guerra all’Austria e alla Prussia, la Convenzione e la Repubblica. Si documenta la pratica felice di vero originale parlamentarismo rivoluzionario attuato non con le schede ma con le picche, ove la minoranza rivoluzionaria schiaccia e ditta la maggioranza moderata. Si passa poi a descrivere i momenti della dittatura giacobina e del sano terrore sulla controrivoluzione, contro la coalizione continentale-inglese, contro la Vandea federalista: è la folla che inventa e impone il Comitato di Salute Pubblica.

Conclude il rapporto l’episodio della congiura degli Eguali, repressa dal giacobinismo piccolo-borghese, ma rilevando che «la costituzione di un embrionale partito comunista durante la rivoluzione francese fu un fatto essenziale della stessa».

Il secondo rapporto si addentra invece nella nostra valutazione e critica delle ideologie e dei partiti che si incalzavano in quegli anni: con ampie citazioni di Marx si colloca la Grande Rivoluzione nel quadro della affermazione borghese, nella quale il proletariato lotta per obbiettivi borghesi, è forza motrice della rivoluzione, ma non dirigente di essa; lotta già, però, “alla sua maniera”.

Si riferisce quindi dell’ideologia borghese di una “comunità nuova”, che per vie diverse culmina nell’idolatria dello Stato, dell’inevitabile contraccolpo della rivoluzione giunta a metà e del cannibalismo fra i suoi partiti.

Si passa quindi ad ampiamente trattare, sulla scorta di estratti da “La Sacra Famiglia” di Marx, della feroce e limpida critica di Babeuf e degli Eguali degli appena nati principi borghesi di uguaglianza politica e di libertà. È già presente al partito comunistico la negazione della democrazia e la necessità della violenza rivoluzionaria, mentre in teoria si anticipano già tutti i caratteri fondamentali della società comunista.

Altro capitolo riguarda il 1848 e la rivoluzione europea, che tratta dei fatti parigini da febbraio a giugno, nei numeri 7 e 8 del 1965. Si definisce il significato della rivoluzione di febbraio come il passaggio del potere all’intera classe borghese mentre era nelle mani di solo una sua frazione. La repubblica è comunque, ancora una volta, imposta dalla sollevazione dei proletari, ancora alleati ai borghesi. È invece nel giugno, come confermano brani delle “Lotte di Classe in Francia”, il primo vero e proprio scontro militare fra le due classi moderne.

Il terzo capitolo descrive la Comune del 1871, con resoconti brevi nei numeri 20 del 1965 e 7 del 1966 e testo completo nei numeri 2, 3, 4, 11, 12 e 13. Una premessa, dopo riferimenti storici, definisce la Comune primo grande trionfo della teoria marxista alla prova del laboratorio della storia. Segue la cronaca commentata dei gloriosi e tragici avvenimenti, sulla base degli Indirizzi redatti da Marx per l’Associazione Internazionale dei Lavoratori. Si rivendica infatti, come già nel 1796, l’attiva e diffusa presenza del partito proletario, rivoluzionario, comunista sebbene ancora non totalmente e indiscutibilmente marxista, aspetto questo un po’ sottovalutato in un articolo pubblicato nel 1971.

Seguendo gli avvenimenti militari si osserva come la Comune sia il primo caso di trasformazione di una disfatta militare in assalto rivoluzionario.

Non si manca di rilevare, con Marx, Engels, Lenin e Trotzki, le ingenuità commesse dai rivoluzionari parigini, nel campo della guerra e delle disposizioni militari, ritenendo possibile la tattica difensiva contro le forze borghesi: si riferiva del tentativo di sortita contro i versagliesi, della formazione sul campo intorno a Parigi dei due eserciti nemici, rappacificati contro la dittatura proletaria, della inadeguata strategia delle barricate, delle lezioni da trarre dalla feroce repressione nella settimana di sangue.

In anni più recenti abbiamo ripubblicato, nel numero 10 del 1969, un articolo tratto da “L’Unità” del 29 marzo 1924 dal titolo “Dalla Comune alla Terza Internazionale” che rigetta le false lezioni gradualiste che i riformisti traggono dall’episodio della Comune: «L’incomprensione di quel notevolissimo movimento noi la rimproveriamo ai partiti proletari dei decenni successivi come gravissima colpa, ma non la rimproveriamo agli attori della grande tragedia, che la necessità della lotta di classe, nel suo procedere, posero sulla giusta piattaforma di azione, seppure non muniti di tutto il complesso necessario armamento».

Infine nel numero 6 del 1971 è ripubblicato l’articolo di Trotzki del 1920 «Gli insegnamenti della Comune di Parigi», dove i fatti di mezzo secolo innanzi vengono apprezzati alla luce della vittoriosa rivoluzione in Russia.

Il testo che qui iniziamo a presentare, purtroppo con ritardo per esigenza di esaurire precedenti trattazioni ed evitare sovrapposizioni, è stato esposto in due volte: per il periodo 1789‑1871 nella riunione generale del partito a Firenze nel settembre 1983, del quale demmo resoconto breve nel successivo giornale di ottobre, e, circa l’origine delle organizzazioni difensive operaie e sulla Comune, esposti da due altre compagne ad Ivrea nel gennaio 1984, con resoconto sul giornale di febbraio.

Lo studio è una rilettura dei testi del partito sulla nostra storia di classe in Francia tendente a ripresentare tutta la parabola della rivoluzione borghese e dell’intrecciarsi con essa del movimento proletario, al fine di rendere sempre più netto il divenire dell’indirizzo tattico del partito, parallelamente al maturare della situazione storica e dei rapporti fra le classi: dalla doppia rivoluzione e dalla consegna della rivoluzione in permanenza, teorizzata già dai primi comunisti, alla rivoluzione univoca anti-capitalistica ed internazionale.

Secondo lo schema di Lenin, ripreso dal nostro Partito fin da numerosi “Filo del tempo”, sulla seriazione delle aree geografiche dello sviluppo del capitalismo europeo, si può dividere la storia del movimento operaio francese in tre epoche.

I. La prima epoca comincia con la rivoluzione borghese (1789‑94) e termina nel 1871 con la Comune. Questo periodo, per tutta l’Europa occidentale, corrisponde all’era delle doppie rivoluzioni e delle guerre nazionali progressiste. Il proletariato è qui portato a realizzare una parte dei compiti della borghesia. L’Inghilterra, che aveva realizzato la rivoluzione borghese nel XVII secolo e che dal 1689 conosce una rimarchevole continuità costituzionale, si trovava al di fuori di questa area e costituiva un caso a parte.

II. Il secondo periodo va dal 1871 al 1905. Corrisponde alla fase dello sviluppo ancora progressivo e più o meno pacifico del capitalismo. Esso inizia nel 1871, perché a partire da quel momento, con lo schiacciamento della Comune, «tutte le armate borghesi europee sono alleate contro il proletariato» (Marx). I paesi continentali dell’Europa occidentale hanno raggiunto allora la situazione dell’Inghilterra: la rivoluzione borghese è compiuta, dappertutto è stata realizzata l’unità nazionale, solo la rivoluzione proletaria è all’ordine del giorno.

III. La terza epoca comincia con la rivoluzione russa del 1905 che apre l’era delle rivoluzioni e delle guerre imperialiste. Essa si estende fino ai nostri giorni e corrisponde allo stadio imperialista e fascista del capitalismo. Essa ha visto alla scala internazionale la seconda ondata d’assalto del proletariato (la prima ebbe luogo nel 1848), e conoscerà ben presto la terza e, speriamo, l’ultima.

 

 

 

 


Prima parte
DAL 1789 ALLA COMUNE

 

È senza dubbio il più ricco per il movimento operaio francese. È questo che offre a Marx ed Engels il modello politico delle lotte di classe moderne. In questa Francia della fine del XVIII secolo e della prima metà del XIX, le lotte di classe si sviluppano ogni volta in tutta la loro gamma, tanto che Engels, nella sua introduzione del 1885 al “18 Brumaio” di Marx, ha potuto scrivere: «La Francia è il paese in cui le lotte di classe sono state portate ogni volta e più che altrove con la massima decisione e dove per conseguenza le mutanti forme politiche, all’interno delle quali si muovono e nelle quali se ne riassumono i risultati, prendono i contorni più netti».

Lenin nel 1902, nel “Che Fare”, faceva notare che se in Germania Bernstein aveva teorizzato il riformismo con la sua celebre formula, «Il movimento è tutto, il fine è niente», in Francia i socialisti passavano alla pratica con Millerand, e il riformismo vi assumeva un aspetto molto più netto e maturo che altrove. Questo perché «essendo le condizioni politiche più evolute nel senso democratico, questo ha permesso loro di passare immediatamente al “Bernsteinismo pratico”». Ne concludeva che la nota di Engels era sempre valida.

Questo si spiega con ragioni storiche: «Centro del feudalesimo nel Medioevo, paese classico, dopo il Rinascimento, della Monarchia ereditaria, la Francia ha nella sua grande Rivoluzione distrutto il feudalesimo e dato al dominio della borghesia un carattere di purezza classica che nessun altro paese ha raggiunto in Europa».

Nel 1917 Lenin ritornò sulla nota di Engels nella sua prefazione al “18 Brumaio” e scrisse: «Questa ultima nota è invecchiata, poiché dopo il 1871 ci fu una interruzione della lotta rivoluzionaria del proletariato francese. Tuttavia questa interruzione, benché lunga, non esclude per niente la possibilità che nella rivoluzione proletaria di domani la Francia si affermi come il paese classico della lotta di classe portata risolutamente fino alla estrema conseguenza» (“Stato e Rivoluzione”).

Ognuno sa che il marxismo è nato dalla sintesi delle esperienze del movimento operaio inglese, francese e tedesco. Oggi, quando tutto si attenua e quando le differenze nazionali hanno tendenza a stemprarsi, si può pensare che queste tradizioni sono scomparse. Tuttavia le differenze nazionali non scompariranno che con le nazioni, nel comunismo. Quando si studia un movimento operaio è importante ricercare le sue tradizioni e le sue caratteristiche proprie, i suoi punti forti e i punti deboli, e di vedere in quale misura influenzano il movimento contemporaneo.

  

A. LA “GRANDE RIVOLUZIONE” 1789‑94

La Grande Rivoluzione del XVIII secolo ha potuto avere la ripercussione che ha avuto solo perché fu superata nei suoi obiettivi puramente borghesi dai Sanculotti, che le dettero il carattere così energico e radicale. Le differenti frazioni della borghesia (Orleanisti, Girondini, poi Montagnardi) nella loro lotta contro la nobiltà e la reazione feudale per arrivare al potere non esitarono ad appoggiarsi sulla frazione immediatamente più avanzata e ad utilizzare l’energia dei Sanculotti. A differenza della borghesia tedesca, che troppo debole si precipitò in braccio alla reazione, quella francese fu effettivamente all’altezza del suo compito storico.

Tuttavia la vera forza motrice della rivoluzione fu costituita dai plebei delle città e dai contadini poveri. Fu grazie all’intervento energico dei Sanculotti, i proletari dell’epoca, che fu presa la Bastiglia. Sono sempre loro che il 10 agosto 1792 presero d’assalto le Tuileries e arrestarono il re, e che poi in settembre imposero la repubblica. Engels, in una lettera a Kautsky del febbraio 1889, ha rimarcato «che dall’inizio e alla fine è la plebe che ha dovuto fare per loro tutto il lavoro», essendo la borghesia troppo debole per realizzare da sola i propri obiettivi. I marxisti studiando le rivoluzioni francese ed inglese, ne hanno concluso che questa doveva essere una legge delle rivoluzioni borghesi: per essere intraprese e compiute dovevano essere superate nei loro obiettivi puramente borghesi.

Se la rivoluzione fosse stata fatta dalla borghesia liberale, si sarebbe fermata allo stadio della monarchia parlamentare, come era avvenuto in Inghilterra.


A.1 I MOVIMENTI OPERAI SOTTO L’ANTICO REGIME

Da secoli l’importanza dell’artigianato aveva portato allo sviluppo di associazioni di mestiere. Dapprima dirette dalla Chiesa (le Confraternite) acquistarono in seguito la loro autonomia sotto forma di Corporazioni. Le Corporazioni nascevano dall’esigenza degli artigiani di controllare la produzione e la vendita dei loro prodotti.

All’inizio Confraternite e Corporazioni raggruppavano nella stessa organizzazione padroni e operai. Non è che dal XVI secolo, quando il padronato sarà diventato una casta chiusa, e il mestiere si trasmetteva per lo più da padre a figlio, o da suocero a genero, che si operò una scissione e gli operai si organizzarono a parte, sia in Confraternite, sia, soprattutto, in Compagnie. Le Confraternite, vere società di mutuo soccorso, potevano occasionalmente trasformarsi in società di resistenza. Esse sopravvissero fino al XVIII secolo, quando declinarono fino a scomparire.

La Compagnia fu l’organizzazione per eccellenza di questi operai qualificati; ebbe origine dalle società operaie segrete del Medio evo, come quelle degli operai che costruirono la cattedrale di Strasburgo. La parola stessa deriva da due radici latine, cum pane, colui col quale si divide il pane. Organizzate secondo il particolarismo di ciascun mestiere, come le Confraternite e le Corporazioni avevano delle rigide prescrizioni strette, riti complicati e quote di iscrizione. Le risorse provenivano dalle quote e dalle ammende inflitte agli operai che non rispettavano le regole dell’assunzione.

I padroni potevano assumere solo un numero limitato di apprendisti e non impiegarli al posto degli operai. Oltre alla difesa delle condizioni di lavoro e del salario la compagnia si occupava della qualificazione professionale pubblicando libri tecnici e organizzando viaggi per la Francia per iniziare i membri alle tecniche dei diversi maestri. Gli operai erano alloggiati e nutriti dal loro padrone e a lungo manterranno la speranza di realizzare il capolavoro, pagare così il padrone e mettere in proprio.

Le Compagnie erano forti soprattutto nella stampa, nella lavorazione della carta e nelle costruzioni che esigevano una manodopera qualificata e dove non si era ancora iniziato il processo di concentrazione. La loro forza derivava dall’assenza della concorrenza in queste professioni. Con il tempo la Compagnia non venne a raggruppare che una minoranza perché a fianco degli operai qualificati si trovarono lavoranti a domicilio, della campagna e della città, gli operai delle manifatture centralizzate, i minatori e gli operai agricoli.

I primi movimenti di sciopero duro apparvero nel XVI secolo con la nascita del capitalismo. Il rincaro costante delle derrate conseguente all’arrivo dell’oro dall’America provocò numerose lotte per il salario. Per esempio dal 1539 al 1572 gli operai tipografi di Lione sostennero lunghi scioperi per il salario e le condizioni d’apprendistato: alla fine ottennero soddisfazione. Il XVIII secolo conobbe anch’esso il rincaro costante delle derrate e fu il teatro di numerosi scioperi, anzi di sommosse, come la guerra delle farine del 1775‑77. Un sistema comune di resistenza consisteva nella “dannazione”, la messa all’indice dei prodotti di una fabbrica o di una città: «Dopo un certo tempo (un anno e mezzo, una volta, due anni un’altra, a Digione) i padroni capitolano» (É. Coornaert).


A.2. SVILUPPO ECONOMICO NEL XVIII SECOLO

Il capitalismo si sviluppa in Francia sin dal XVI secolo, ma più lentamente che in Inghilterra, in rapporto alla più grande inerzia offerta dagli antichi rapporti di produzione. Nel XVII secolo, mentre in Inghilterra la borghesia realizzava la sua rivoluzione, in Francia l’assolutismo con Luigi XIV raggiungeva il suo apogeo. I nobili furono spogliati di ogni potere politico e trasformati in cortigiani mentre le cariche amministrative erano assunte da borghesi. I ministri provenivano dall’alta borghesia. Quest’ultima si poté sviluppare all’ombra dell’assolutismo come in una serra.

Tutte le guerre che ebbero luogo a partire dalla fine del XVII secolo in Europa Occidentale furono in fondo guerre fra la Francia ed l’Inghilterra per la supremazia in Europa e il dominio dei mari e delle colonie. Ebbe la meglio l’Inghilterra industrializzata. Ma, malgrado le ripetute disfatte e la perdita delle sue filiali commerciali in India, nel corso del XVIII secolo la Francia conobbe un grande sviluppo economico.

Sebbene all’indomani del 1789 l’agricoltura dominasse ancora in misura preponderante gli altri settori dell’economia (la popolazione rurale costituiva circa l’80% della popolazione totale), le condizioni economiche e sociali di una rivoluzione borghese erano ben più mature che nell’Inghilterra del XVII secolo. C’era cioè una popolazione più proletarizzata, così come più tardi per la Germania del 1848 e la Russia del 1917.

Grazie alle imprese coloniali ed ai prestiti di Stato si era costituita una grande borghesia finanziaria: armatori, banchieri, speculatori in borsa, appaltatori generali. Gli appaltatori generali erano particolarmente odiati dal popolo perché anticipavano allo Stato il denaro delle imposte, che avevano il diritto di riscuotere. Saranno tutti mandati al patibolo dal 1793, sotto il Terrore gran parte della borghesia finanziaria sarà decimata. Gli interessi di questo strato della borghesia, che sotto l’antico regime era il più importante economicamente e socialmente, si confondevano in parte con quelli di una frazione della nobiltà. Questi due strati, grossi proprietari fondiari ed aristocrazia del denaro, costituivano la base dell’Orleanismo.

Accanto a questa borghesia finanziaria si era costituita una grossa borghesia commerciale. Il commercio estero della Francia, sebbene inferiore in volume a quello dell’Inghilterra, s’accrebbe più velocemente che in quest’ultima e aumentò 4 volte nel corso del secolo. Bordeaux, La Rochelle, Nantes e Le Havre s’arricchirono enormemente con il commercio con le colonie e la tratta dei negri. Marsiglia, specializzata con il commercio con il Levante, era il primo porto del Mediterraneo. Questa frazione della borghesia sarà la principale base sociale dei Girondini.

Accanto a queste due frazioni della grande borghesia c’era la classe degli imprenditori. Sebbene l’economia fosse ancora largamente dominata dall’agricoltura e l’artigianato dominasse l’industria, cominciavano a nascere grandi centri industriali come Lione e Parigi. Sia nelle nuove industrie, metallurgia, estrazione del carbone, sia in vecchie che si erano rinnovate, costruzioni, tessile ecc., si era addivenuti ad un certo grado di concentrazione e cominciava ad apparire l’uso in grande delle macchine.

Accanto alla borghesia, che era divenuta la principale potenza economica, si era costituito il proletariato. Questo, pur non avendo ancora le caratteristiche dell’operaio moderno, benché già salariato, fu sufficiente per dare alla rivoluzione i suoi aspetti peculiari. Comprendeva in primo luogo i lavoranti a domicilio che lavoravano per un negoziante che forniva loro la materia prima e li pagava a cottimo, dunque con un salario. Si trattava sia di contadini che esercitavano una attività industriale per integrare le loro entrate, sia di artigiani rovinati. In quest’ultimo caso potevano ancora esercitare il mestiere e si raggruppavano per professione nello stesso quartiere; in periodi favorevoli potevano impiegare uno o due operai, come i setaioli di Lione e i cappellai e i setaioli di Parigi. Il padrone di industria, ancora largamente dominata dall’artigianato, impiegava tre o quattro operai ed in certi casi fino a dieci. Essi costituivano con i lavoratori a domicilio la massa del proletariato. Ma molti operai speravano ancora di diventare a loro volta padroni.

Oltre a questi due strati, esisteva un proletariato più moderno nei rami dell’industria in cui si era già operata una certa concentrazione: industria tessile, fonderie, miniere e costruzioni. Ci si può render conto dell’importanza di questa ultima attività sapendo che un terzo di Parigi fu interamente ricostruita durante gli ultimi 25 anni dell’Antico Regime.


A.3. LA CRISI DELL’ANTICO REGIME

Lo Stato era pesantemente indebitato. Il suo indebitamento non aveva fatto che aumentare dalla fine del XVII secolo in seguito alle guerre disastrose contro l’Inghilterra, le guerre di successione spagnola, la guerra dei Sette anni, la guerra di indipendenza americana.

Questo indebitamento arricchiva la borghesia finanziaria, la frazione più potente della borghesia.

Ma venne un momento in cui le entrate di denaro non erano più sufficienti a pagare il debito ed in cui il popolo, segnatamente i contadini, rifiutarono di pagare le imposte divenute sempre più pesanti e li schiacciavano totalmente: le imposte potevano divorare la metà e spesso i 2/3 dell’entrata di un contadino.

La bancarotta dello Stato minacciava a sua volta la borghesia che gli aveva prestato il denaro: le si imponeva l’imperativo di trovare una soluzione.

A questa grave crisi finanziaria si aggiunse nell’inverno ‘88/89 una grave crisi agricola. La carestia scoppiò nelle campagne e presto raggiunse le città con la scarsezza del pane. La crisi agricola, a causa del contrarsi dei mercati, portò ad una crisi industriale, che a sua volta fu causa di disoccupazione. È sotto il pungolo di questa crisi, alla quale si aggiungevano tutte le contraddizioni dell’Antico Regime, che la Francia entrò nella fase rivoluzionaria.


A.4. I SANCULOTTI

La vera forza motrice della rivoluzione furono i plebei delle città e i contadini poveri, sono loro che radicalizzarono all’estremo la rivoluzione, permettendone il completamento.

Dopo il Termidoro la rivoluzione è terminata, con l’insieme della borghesia al potere. Essa è da allora reazionaria.

Tuttavia dopo la Beresina e la disfatta di Waterloo la Francia conobbe una restaurazione. Così che fu necessaria una nuova rivoluzione nel 1830, e poi quella del 1848 per proclamare la Repubblica e perché l’insieme della borghesia si ritrovasse al potere.

Inoltre, facendo la Francia parte di un’area più vasta, con la Germania e l’Italia, solo nel 1871, con la Comune, la rivoluzione borghese fu portata a suo compimento, e nello stesso tempo superata. Questo si riscontra nel nostro testo “Russia e Rivoluzione nella teoria marxista” del 1954‑55, di cui ecco due passi significativi: «La rivoluzione borghese cade dopo un periodo breve quanto multiforme che va dall’89 al 1815, e dopo questi 26 anni ce ne vorranno altri 33 per “rifarla” traverso le lotte del 1830‑31 e del 1848. In tale periodo è presente la classe proletaria francese, ma deve dividersi tra il compito di affrontare i padroni industriali e quello di aiutarli a prendere il potere nello Stato contro la reazione antidemocratica. Quindi l’area francese ha una fisionomia propria fino al 1848». «Nell’area continentale europea si pone il problema delle rivoluzioni liberal-nazionali cui il proletariato darà il suo appoggio per un periodo che si chiude nel 1871. In questa area figura la Francia, sebbene nei periodi 1789‑1815 e 1848‑1852 sia stata governata dalla borghesia e retta a repubblica» (Programma 22/1954).

Nel 1789 Parigi, che fu il cuore della rivoluzione, comprendeva, secondo Necker, da 640.000 a 660.000 abitanti, così divisi secondo Lèon Cahen ed il censimento della Comune del 1791: 10.000 preti, 5.000 nobili, 40.000 borghesi, 300.000 operai; il resto era composto da piccoli commercianti, piccoli bottegai, artigiani ecc.

Gli operai costituivano dunque la metà della popolazione di Parigi. Anche se non si tratta di proletariato in senso moderno della parola come quello della grande industria, queste cifre danno la misura del suo peso sociale. Accanto a loro si trovavano i piccoli artigiani ed i piccoli bottegai che saranno rovinati ed affamati dalla crisi. Insieme costituivano i Sanculotti, che non formano dunque una classe sociale omogenea, né una forza sociale puramente proletaria. La frazione proletaria dei Sanculotti sta uscendo proprio ora dal limbo della piccola borghesia. Gli operai di bottega, che formano nelle città la maggioranza, vivono molto spesso sotto lo stesso tetto del loro padrone e gran parte di loro sperano di potersi un giorno mettere in proprio; tanto che la frazione operaia dei Sanculotti non si staccherà completamente dalla ideologia democratica e avrà difficoltà a ripudiare la proprietà privata.

Tuttavia il primo partito comunista, il partito di Babeuf, nacque dalla rivoluzione francese. Babeuf non fu il primo a formulare in Francia delle idee comuniste nel XVIII secolo, preceduto dall’abate Morelly. È da notare che potette formulare il suo programma comunista non solamente perché partecipò agli avvenimenti delle giornate rivoluzionarie del 1793‑94 a Parigi, ma anche perché visse in Piccardia a contatto con i contadini poveri che lottavano contro la borghesia per conservare le loro tradizioni comunitarie. Nel XVIII secolo le comunità di villaggio erano molto numerose e vitali in Francia e certe sue tradizioni si mantennero durante tutto il XIX secolo. Per il contadino povero la difesa dei beni comuni ed il diritto di libero passaggio era una necessità di vita o di morte. Questo diritto d’uso permetteva ai contadini il pascolo delle bestie sulle terre dopo il raccolto o su quelle a maggese. Questo presupponeva che le particelle non fossero recintate.

Durante la Rivoluzione, sotto i Giacobini, i contadini poveri proposero di dividere in maniera ugualitaria le terre comunali, poi tutte le terre, cosa a cui si opposero i contadini ricchi. Babeuf era più radicale e andava più lontano dei contadini ugualitari dato che proponeva di abolire la proprietà e di coltivare le terre in comune.

La comunità di villaggio offriva loro inoltre un mezzo per resistere sia ai nobili sia alla borghesia. Ciò che distingue Babeuf dall’abate Morelly è che addivenì ad una chiara coscienza delle lotte di classe e che seppe tradurre il suo programma teorico in programma politico e per questo organizzare un partito. In questo il portato dei Sanculotti.


A.5. DALLA LEGA CON I MONTAGNARDI ALLA ROTTURA

In seguito ad una effervescenza rivoluzionaria montante dall’inizio del 1793, il 2 giugno, forti dell’appoggio della Comune con un esercito di 20.000 Sanculotti e di alcuni battaglioni, i Montagnardi eliminarono i Girondini e s’impadronirono del potere.

Questo movimento segnò l’inizio di una alleanza fra Montagnardi e Sanculotti. Di fatto i plebei delle città, a parte una loro minoranza, durante le giornate rivoluzionarie del 1793‑94 ed i moti del 1795, non cercarono di mettere in discussione il dominio della borghesia, ma di mantenersi l’alleanza della frazione borghese più radicale, imponendole un certo numero di misure a loro favore.

A Parigi, focolaio della rivoluzione, si evidenziarono due tendenze fra i Sanculotti nel 1793‑94: quella di Jacques Roux, che esercitava la sua influenza attraverso il Club dei Cordiglieri, e quella d’Hébert e di Cloots, che erano i veri capi della Comune rivoluzionaria.

Jacques Roux era contro la guerra perché era a carico essenzialmente dei poveri e permetteva alla borghesia di arricchirsi. I Giacobini, di fronte alla resistenza della borghesia, invece di imporre una imposta straordinaria emisero valuta, gli assegnati. Questo produsse una enorme inflazione che mise alla fame i Sanculotti. Il partito di Jacques Roux denunciò allora senza riguardo i nuovi ricchi e tentò di attaccare direttamente la borghesia. Questo il discorso che tenne il 25 giugno 1793 al palco della Convenzione (il parlamento rivoluzionario), allora dominata dai Montagnardi. Si tratta di un petizione proveniente dalla sezione dei Grovilliers (Parigi era divisa in 48 sezioni, unità amministrative) che corrispondeva approssimativamente al quartiere delle Arti e Mestieri, la zona di concentrazione proletaria nel Centro e nel Nord di Parigi.

«Delegati del popolo francese, cento volte questo sacro anfiteatro è risuonato dei crimini degli egoisti e dei furfanti [i Girondini]. L’atto costituzionale deve essere presentato alla sanzione del Sovrano [il popolo]. Avete voi proscritto l’aggiotaggio? No. Avete pronunciato la pena di morte contro gli accaparratori? No. Avete definito in che consiste la libertà di commercio? No. Ebbene, vi dichiariamo che non avete fatto tutto per il bene del popolo [...] La libertà non è che un vano fantasma quando una classe di uomini può affamarne un’altra impunemente. L’uguaglianza non è che un vano fantasma quando il ricco, con il monopolio, esercita il diritto di vita e di morte sul suo simile. La Repubblica non è che un vano fantasma, quando la Contro-Rivoluzione si adopera di giorno in giorno aumentando il prezzo delle derrate alle quali tre quarti dei cittadini non si possono avvicinare senza versare lacrime!» (riportato in “Peuple Français”, n. 26, aprile-giugno 1977).

In settembre il partito di Jacques Roux, alla testa di una sommossa, tentò di rovesciare la borghesia e disperdere la Convenzione. Ma non fu seguito dagli hebertisti, che preferirono mantenere l’alleanza con i Montagnardi. Tuttavia la sollevazione costrinse il Comitato di Salute Pubblica a prendere delle misure rigorose contro gli speculatori, gli aggiotatori, i grossisti e i grossi commercianti. Durante tutto il periodo che va dal settembre 1793 al marzo 1794 la ghigliottina funzionò in pieno contro questa frazione della Borghesia e la dittatura dei Montagnardi fu anche quella dei Sanculotti.

La Comune rivoluzionaria con Hébert e Cloots, a differenza di Jacques Roux e dei suoi compagni del Club dei Cordiglieri, era per mantenere l’alleanza con i Montagnardi e sosteneva attivamente la guerra rivoluzionaria all’esterno. Contro Danton e Robespierre, erano fervidi difensori della guerra in tutta l’Europa feudale e di propaganda della Repubblica Universale, perché avevano compreso che la Rivoluzione prendeva la sua forza dalla guerra rivoluzionaria contro le potenze feudali e che la sua estensione era anche l’estendersi della rivoluzione. È per questa ragione che Engels nelle sue lettere sulla Rivoluzione francese presenta Hébert e Cloots come i veri capi dei Sanculotti.

A partire da marzo, la Montagna ruppe l’alleanza, soppresse la tassazione e ristabilì la libertà di commercio. La lotta fra i Sanculotti, diretti dalla Comune, ed i Giacobini moderati, Camille Desmoulins, Danton ecc., ma anche contro il Comitato di Salute Pubblica, riprese più forte. La tensione sociale e politica non fece che accentuarsi in tutto il mese di febbraio e l’inizio di marzo. Ma la Comune, con il Club dei Cordiglieri che spingeva all’attacco e all’insurrezione, non seppe prepararsi seriamente: alla fine di marzo Hébert, Cloots, Chaumette ecc., furono arrestati e mandati al patibolo.

L’impotenza della Comune, così come il comportamento di Hébert nelle giornate del settembre 1793, quando rifiutò di prendere il potere, non può spiegarsi che con la mancanza di maturità delle condizioni economiche e sociali che permettessero l’inizio di una nuova rivoluzione. Una rivoluzione che sarebbe stata non soltanto politica, ma anche sociale.

Nella “Guerra dei contadini”, trattando una situazione analoga, Engels sottolinea: «Il peggio che possa accadere ad un capo di un partito estremo è quello di essere obbligato di prendere, di occupare il potere in un’epoca in cui il movimento non è ancora maturo per la dominazione della classe che rappresenta e per l’applicazione delle misure che esige il dominio di questa classe (...)È posto in un dilemma insolubile: ciò che può fare contraddice tutto quello che ha difeso fino ad allora, i suoi principi e gli interessi immediati del suo partito; e ciò che deve fare non può essere applicato. In una parola è obbligato a rappresentare non il suo partito o la sua classe, ma la classe per la dominazione della quale il movimento è attualmente maturo».

Nel periodo che noi studiamo le condizioni economiche e sociali erano appunto mature per il dominio della borghesia, ma non ancora per quello del proletariato. Questo spiega l’impotenza della Comune a disperdere la Convenzione dominata dai Montagnardi ed a sciogliere il Comitato di Salute Pubblica quando ne aveva la forza militare.

Né Jacques Roux, né Hébert, arrivarono ad esprimere la critica completa ed esplicita dell’ordine economico e sociale esistente. Il loro ideale restava quello della repubblica dei plebei dominata dalla piccola proprietà. Una stessa lotta, una stesso interesse unificava gli operai salariati ai piccoli artigiani ed ai piccoli bottegai: la lotta contro gli aggiotatori, gli accaparratori, i grossi commercianti e i grossi industriali che sfruttavano e affamavano il popolo. Solo Babeuf già rimetteva in causa la proprietà privata, ma non osava ancora formulare apertamente il suo programma comunista. Non fu che più tardi, ma troppo tardi, che lo fece con la sua Lega degli Eguali. Tentò allora di rovesciare i rapporti di forza e di accelerare la marcia della storia tentando di prendere il potere. Ma per la mancanza di maturità economica e sociale che un tale movimento avrebbe richiesto, il suo partito ebbe poca influenza in mezzo ai plebei e il suo tentativo di rovesciare il dominio della borghesia non potrà riuscire.


A.6. DALLA DOPPIA RIVOLUZIONE ALLA RIVOLUZIONE PURAMENTE PROLETARIA

Durante il XVIII secolo, prima e dopo la Rivoluzione, il proletariato si era manifestato sia in lotte economiche sia in rivolte, come quella dei “senza farina” sotto Turgot, all’inizio del regno di Luigi XVI. Tuttavia fu nella Rivoluzione chi si manifestò per la prima volta sulla scena storica e sociale a scala nazionale.

Dalla Rivoluzione uscì il primo partito comunista, con nel programma l’abolizione della proprietà, la comunanza dei beni, la vita comunitaria e che formulò la necessità, a tal fine, della dittatura dei poveri sui ricchi. Come la rivoluzione del 1789‑94 anticipa più di un carattere delle rivoluzioni future, la Comune rivoluzionaria di Hébert anticipa quella del 1871. Ciascuna delle nuove rivoluzioni che segnano la prima metà del XIX secolo (1830, 1848, 1871) riprodurranno in qualche modo il modello della Grande Rivoluzione francese. Con la sola differenza che essendo le condizioni economiche e politiche nel frattempo cambiate non si avrà più a che fare con i Sanculotti, ma con il proletariato industriale moderno. E sviluppandosi, di rivoluzione in rivoluzione, sempre di più le condizioni economiche, il proletariato interverrà in misura sempre più autonoma e con una maturità teorica e politica crescente. Non a caso questo periodo terminerà nel 1871, con la presa del potere da parte del proletariato.

Il 1871 chiude il ciclo delle rivoluzioni borghesi, sia perché dopo la Comune la repubblica si sarà definitivamente affermata, sia perché il proletariato, prendendo il potere, supera la rivoluzione borghese e mette all’ordine del giorno la sua rivoluzione. E questo, da allora, per tutta l’Europa occidentale.

La teoria della rivoluzione permanente o doppia di Marx ed Engels viene descritta sulla base delle rivoluzioni borghesi, e specialmente di quella francese: non solamente osservano che il proletariato ed i contadini poveri vi costituivano la forza motrice, ma soprattutto che queste rivoluzioni non avevano raggiunto appieno i loro propri obiettivi borghesi perché erano incalzate dalle rivendicazioni dall’elemento plebeo. Ne deriva che, sullo slancio di una rivoluzione borghese, ove le condizioni economiche lo permettano, si poteva innestare una rivoluzione proletaria. È quello che succederà in Russia, dal febbraio all’ottobre del 1917.

Marx ed Engels, forti delle lezioni del passato, avevano previsto possibile un tale schema per la rivoluzione europea del 1848 che essi speravano si svolgesse secondo questa sequenza. In seguito alla proclamazione della repubblica a Parigi in febbraio, presa del potere del proletariato in Francia; rivoluzione borghese in Germania, Polonia, Ungheria ed Italia; guerra rivoluzionaria contro la Russia zarista (l’insieme dell’Europa rivoluzionaria in lega contro la potenza feudale russa, appoggiandosi al proletariato francese); con l’approfondirsi della rivoluzione, rivoluzione proletaria in Germania; poi, dopo il rovesciamento dello zarismo, finalmente in Inghilterra. Questo schema non si realizzò, ma Lenin ed i bolscevichi seppero applicarne vittoriosamente il principio in Russia. Un tale schema era valido anche per la Cina e le rivoluzioni dei popoli di colore in generale.

Dopo il Termidoro la Rivoluzione si arrestò in Francia. Essa sarà continuata all’esterno con le guerre napoleoniche, che si appoggiarono non più sui Sanculotti, ma sui piccoli contadini. Dopo Babeuf bisognerà attendere il 1830 perché compaiano di nuovo sulla scena storica i discendenti dei Sanculotti.


A.7. I MOVIMENTI SALARIALI DURANTE LA RIVOLUZIONE

Durante la rivoluzione la lotta contro il caro vita si espresse essenzialmente in richieste di provvedimenti fiscali, ma nel corso di sommosse che organizzavano i Sanculotti procedevano alla requisizione delle derrate e alla loro distribuzione ad basso prezzo. Non mancarono le rivendicazioni salariali che presero con la rivoluzione nuovo vigore.

La prima grande esplosione popolare, l’affaire Réveillon, fu causata dal discorso che avrebbe tenuto l’omonimo grosso industriale all’assemblea elettorale del distretto Saint Marguerite sul problema dei salari, deplorandone, come altri fabbricanti, l’alto livello. L’indomani gruppi di operai marciarono verso la casa di Réveillon e quella di Henriot mettendole al sacco. La sommossa durò due giorni e lasciò numerosi morti. Ma questa sommossa ebbe carattere quasi eccezionale, fu un movimento di puri salariati mentre i Sanculotti erano composti solo per metà da salariati e il resto artigiani e piccoli bottegai in via di proletarizzazione per effetto della crisi.

In seguito gli operai cominciarono ad organizzarsi intorno al rivendicazioni salariali. Il 18 agosto 1789 i sarti parigini tennero una riunione sul prato del Louvre per reclamare un salario di 40 soldi al giorno, richiesta soddisfatta dal Comitato di Città. Il 4 settembre gli operai calzolai si «riunirono in numero dai cinque ai seicento nei Campi Elisi, nominarono un comitato incaricato di vegliare sugli interessi dell’associazione e a raccogliere la quota mensile destinata a soccorrere chi fra di loro era senza lavoro» (É. Levasseur).

I movimenti rivendicativi non fecero che amplificarsi durante tutto il 1790, di relativa calma nelle tensioni e lotte politiche. I carpentieri raggruppati nell’Unione Fraterna reclamarono un salario di 50 soldi in estate e di 45 in inverno (al posto dei 36). Gli operai impiegati a costruire il porto Luigi XVI chiesero un salario di 36 soldi al posto di 30. Seguendo l’esempio ogni categoria operaia entrò in lotta. Si misero in sciopero i 17.000 operai della fabbrica di carta di Montmartre, poi i facchini di Les Halles, ecc. Tutti questi movimenti rivendicativi si spiegano con il costo della vita che non faceva che aumentare. Sotto la spinta di questi movimenti un certo numero di confratelli si organizzarono sul piano della località e per mestiere. Queste lotte economiche non si fermarono nel 1791 e non fecero che continuare.

I giornali dell’epoca fanno il punto sulle riunioni operaie. Si legge sul “Monitor” del 29 aprile 1791: «Il corpo municipale è informato che gli operai di alcune professioni si riuniscono giornalmente in gran numero, si coalizzano ed in luogo di impiegare il loro tempo per lavorare fanno dei decreti e deliberano il prezzo arbitrario delle loro giornate; che molti fra loro si recano nelle diverse fabbriche, comunicano i loro pretesi decreti a chi non ha partecipato e usano minacce e violenza per portarli dalla loro parte e far loro abbandonare il lavoro».

La Città di Parigi fu costretta a reagire e dichiarò «nulli, incostituzionali e non obbligatori questi decreti emessi dagli operai» e che «il prezzo del lavoro deve essere fissato di volta in volta fra essi e coloro che li impiegano» (decreto del 4 maggio 1791). Si vede già profilarsi in questo decreto la legge Le Chapelier. Gli operai, tuttavia, non si lasciarono intimidire ed i carpentieri, che avevano formato una loro Unione Fraterna, decisero che il prezzo della giornata doveva essere di 50 soldi (il lavoro stagionale non li occupava, in generale, che 6 mesi all’anno).

Questo a Parigi, ma anche in altri centri industriali, come Lione per esempio, che allora superava Parigi sul piano industriale, si assisteva a tutto un movimento rivendicativo di salariati. Il movimento nasce soprattutto nelle Compagnie che hanno delle tradizioni e fra i lavoratori a domicilio dei centri urbani, come i cappellai mentre gli operai delle manifatture sono ancora poco numerosi e dispersi.

Davanti al montare dei movimenti rivendicativi la borghesia reagì e, discussa nel giugno-luglio ’91, l’Assemblea vota la legge Le Chapelier che, col pretesto della libertà individuale e della lotta contro il sistema corporativo del Medio evo, interdiceva ogni associazione operaia che avesse per scopo di fare pressione sui padroni per ottenere aumenti salariali. «Il fine di queste assemblee, che si propagano nel regno e che hanno già stabilito fra loro dei legami, è di forzare gli imprenditori ad aumentare il prezzo della giornata lavorativa e di impedire agli operai di fare degli accordi amichevoli (...) Non dovrebbe essere permesso ai cittadini di certe professioni di riunirsi per i loro pretesi interessi comuni». «L’annientamento di ogni specie di corporazioni di cittadini dello stesso stato e professione era una delle basi fondamentali della costituzione francese, è proibito di ristabilirle di fatto, sotto qualsiasi pretesto e sotto qualsiasi forma».

Lo scopo di questa legge era ridurre gli operai «alla condizione di polvere», come disse un rappresentante delle maestranze, Pierre‑Paul Royer Collard.

L’ipocrisia della borghesia si svelò apertamente con il voto del 17 giugno che precisò che la Legge non s’applicava alle organizzazioni padronali. Il 26 luglio 1791 un decreto interdì gli scioperi ed il codice rurale, recentemente promulgato, pubblicò misure analoghe relative alle coalizioni aventi per scopo di agire sui salari.

Tuttavia dal 1792 al 1793 proseguirono le lotte rivendicative. Si ebbero “atti d’insubordinazione” nelle fucine della Nièvre, nell’acciaieria di Ambroise, presso i fabbri, i minatori, gli operai delle cartiere, i mietitori del Nord ecc. Queste azioni, legate a forti aumenti dei prezzi, sono incoraggiate dalla scarsezza della manodopera, dovuta all’arruolamento nell’esercito della Rivoluzione. Ma le organizzazioni operaie restano tuttavia ancora rare, effimere e legate al mestiere. Inoltre a partire dal 1792 le lotte politiche sostituiranno le lotte rivendicative. I Sanculotti si batteranno per imporre la Repubblica e per la detassazione delle derrate.

 
 
 
 
 
 


B. LA RIVOLUZIONE DI LUGLIO 1831 E LA CRESCITA DEL MOVIMENTO OPERAIO

B.1. ORGANIZZAZIONI OPERAIE E POTERE BORGESE

Il XIX secolo vede, con la nascita della grande industria, l’aumento dei conflitti di lavoro e l’apparizione di nuove organizzazioni operaie. È da notare però che lo sviluppo industriale è molto lento, soprattutto durante la Restaurazione. Sotto Napoleone lo Stato interviene attivamente per incoraggiare l’agricoltura e l’industria, sono create le associazioni d’arti e mestieri e sviluppati i vitali mezzi di comunicazione, l’industria si sviluppa e si modernizza. Per contro sotto la Restaurazione la classe al potere non ha interesse a migliorare la situazione economica, lo Stato non se ne interessa, nessun grande lavoro è intrapreso, lo sviluppo economico è più lento. È dopo la Rivoluzione di Luglio, sotto il regno di Luigi Filippo, che l’economia e l’industria prenderanno abbrivio.

Contemporaneamente gli operai tendono a formare nuove organizzazioni al di fuori delle Compagnie, la cui prima forma è quella delle Società di mutuo soccorso. Fondate in origine per assicurare all’aderente una sepoltura decente, «il principio del mutuo soccorso si estese ben presto alle altre calamità dell’esistenza, alle quali l’operaio non poteva far fronte: l’età, la malattia, incidenti sul lavoro» (Les luttes ouvrières, p.29).

Dal 1794 al 1806, si costituiscono 16 Società che raggruppano gli operai dell’oreficeria, i meccanici, i panettieri, gli stagnai, ecc. A Grenoble gli operai guantai fondano una Società nel 1803 i cui statuti serviranno di modello alle altre. I tintori di canapa seguono, come i calzaturieri nel 1804. A Lione i tessitori ne fondano una, poi i muratori, i carpentieri ecc. Il movimento interessa molte altre, Roubaix, Bordeaux, Marsiglia. Nel 1821 sono recensite ufficialmente 124 società che raggruppano più di 10.000 aderenti, ma ne esistono senza dubbio molte di più. Anche i minatori si danno delle mutue, ma più tardi, per lungo tempo non potendo trarre le quote dai loro miseri salari.

Sono questi i primi balbettii del movimento operaio moderno, che si libera molto lentamente del vecchio mondo, essendo queste mutue più meccanismi di sostegno che di lotta. Un contributo di iscrizione e quote periodiche assicurano delle indennità in caso di malattia, di disoccupazione (talvolta in caso di sciopero) o di perdita dell’impiego. L’operaio pensa prima di tutto a premunirsi contro le malattie, la disoccupazione ecc. Il debole sviluppo delle forze produttive di allora non permette a queste organizzazioni di soccorso di superare il limite del mestiere. Ma, a differenza delle Compagnie, che si facevano concorrenza, non conoscono rivalità e discordie e, quando il loro sviluppo avrà raggiunto una certa ampiezza, si aiuteranno.

I limiti di queste organizzazioni sono evidenti: votate ad un ruolo soprattutto passivo, sono rispettose delle leggi, e non potrebbe essere altrimenti in questo stadio del movimento, soprattutto sotto la legge Le Chapelier e tutto l’arsenale giuridico diretto contro gli operai; inoltre non raggruppano che una parte degli operai specializzati. Tuttavia, di fronte alla concorrenza che divide i lavoratori e all’individualismo istillato dalla borghesia, affermano la solidarietà operaia e ben presto, con lo sviluppo della grande industria, si trasformeranno in organismi di lotta.

Di fronte alla crescita del mondo operaio e alla moltiplicazione delle lotte, la borghesia sotto Napoleone affina le sue armi giuridiche. Così la legge del 22 germinale, anno IX (12 aprile 1803), attua i principi della legge Le Chapelier. «Determinando i rapporti dei padroni con i loro operai», essa precisa che le coalizioni dei padroni sono accusabili solo nel caso in cui cerchino di abbassare i salari, mentre le coalizioni operaie sono sempre un delitto punibile con la prigione. Il padrone ha una superiorità legale: «è creduto sulla parola in caso di contestazione». Dato che i contratti sono quasi tutti verbali, ha dunque sempre ragione. Il codice civile di Napoleone riprende questo principio all’articolo 1781: «Il padrone è creduto sulla parola, per la qualità dei compensi, per il pagamento dei salari dell’anno trascorso e per il pagamento degli acconti per l’anno in corso» (articolo abrogato solo nel 1868!). Questa legislazione sarà confermata ed anche aggravata dal codice del 1810, con gli articoli 414, 415 e 416. Il diritto di sciopero resta solo se individuale e lo sciopero costituisce rottura del contratto di lavoro (principio questo in vigore fino al 1950).

A partire dal 1805 si formano i primi sindacati padronali. In parallelo a questo arsenale giuridico il 1° dicembre 1803 è imposto il libretto operaio, che riporta il luogo e data dell’ultimo lavoro dell’operaio: questo senza libretto è considerato un vagabondo e rischia 6 mesi di prigione, mentre il libretto permette al padronato un controllo della sottomissione del lavoratore per tutta la vita.

D’altra parte, sebbene le controlli strettamente, lo Stato è abbastanza tollerante con le mutue che si relegano nel loro stretto ruolo di cassa di previdenza e di assicurazione: permettendo ai lavoratori di sopravvivere durante i periodi difficili, ricoprire un ruolo di stabilità sociale e a questo scopo alcune ricevono dei sussidi da parte dello Stato.

Sempre allo scopo di mantenere la pace sociale, l’Impero, con la legge del 18 marzo 1806, istituisce i Consigli dei Probiviri, vera giustizia di pace per l’industria: i fabbricanti vi detengono la metà più uno dei seggi e i salariati sono rappresentati da piccoli fabbricanti e da capireparto; questo “tribunale familiare” è stemperare con i conflitti particolari e mantenere la “buona armonia”. Fin da allora questi tribunali hanno assicurato il pane a generazioni di burocrati servili.

 

B.2. SVILUPPO INDUSTRIALE E SPECULAZIONE FINANZIARIA

In rapporto alla relativa stagnazione economica sotto la Restaurazione, dopo la Rivoluzione di Luglio l’industria conoscerà un vero sviluppo. Lo Stato intraprenderà numerosi lavori che permetteranno alla speculazione di correre e soprattutto alla borghesia finanziaria, allora istallata al potere, di accumulare favolosi profitti. Ma l’apertura di nuovi canali, il miglioramento delle strade e dei ponti e soprattutto lo sviluppo delle ferrovie saranno di aiuto notevole per l’industria. Lo sviluppo industriale che verrà dalla introduzione delle macchine, benché ancora timido, accrescerà la popolazione operaia e la ravvicinerà alla fisionomia del proletariato moderno. Tuttavia, in questo periodo, Marx ed Engels impiegano ancora la parola popolo per indicare e gli operai e gli artigiani proletarizzati, che combattono insieme contro il loro nemico di classe, la borghesia. È dunque molto lentamente che il proletariato francese si emanciperà dai suoi tratti plebei.


B.3. LA RIVOLUZIONE DI LUGLIO 1830

Durante la Restaurazione, imposta dall’Europa coalizzata con la forza dei cosacchi, il potere era tenuto esclusivamente dalla grande borghesia fondiaria e tutte le altre frazioni della borghesia ne erano escluse.

Così, dopo la grande crisi economica del 1825, e soprattutto dopo le misure prese da Carlo X per restringere il potere del parlamento e sopprimere ogni libertà di stampa, queste frazioni della borghesia cominciarono una campagna politica contro il potere. Fu la frazione più potente, i liberali, che rappresentavano la borghesia finanziaria, gli armatori e gli azionisti in borsa, che prese la testa del movimento. Economicamente era diventata la classe dominante della borghesia. La frazione repubblicana era più marginale e il suo seguito in seno alla borghesia ancora limitato. La borghesia liberale, appoggiandosi sui repubblicani, non esitò a fare appello agli operai per abbattere Carlo X. Fu così che Barthe, futuro ministro dell’economia, ebbe l’idea di far chiudere le tipografie per spingere i loro operai nelle strade. Dopo la serrata delle tipografie seguirono gli altri padroni dicendo agli operai che non potevano più assicurare loro il pane e che dovevano andare a battersi.

La Rivoluzione di Luglio 1830 fu una svolta perché permise agli operai di prendere coscienza della loro importanza sociale. Furono loro in effetti che dopo tre giorni di combattimento rovesciarono la monarchia di luglio, e grande fu il tributo pagato dalla classe operaia: nella sola Parigi 1.800 morti. Ma la rivoluzione non portò nessun cambiamento alla loro situazione. La borghesia liberale, che dopo il 1789 era sempre stata Orleanista, mise sul trono Luigi Filippo; alla monarchia di Carlo X successe quella di Luigi Filippo e al dominio dei proprietari fondiari successe quello dei banchieri, secondo il giudizio dello stesso Rothschild. Sotto il nuovo regime il diritto di voto fu esteso abbassando il censo: si passò da 100.000 elettori a 200.000 su una popolazione di 32 milioni.

Ma persistendo la crisi economica la situazione materiale del popolo non migliorò. Possiamo renderci conto della situazione dalle cifre relative da una crisi anteriore, quella del 1813, quando su 66.850 operai viventi all’epoca a Parigi si contavano 21.851 disoccupati, cioè il 33%; dal 1817 al 1833 i minatori di Anzin videro diminuire il salario del 20%. Un profondo risentimento si sviluppava nella classe operaia.


B.4. 1831 - LA RIVOLTA DEI CANUTS

Gli anni seguenti furono segnati da parecchi moti che furono tutti passi importanti di maturazione della organizzazione della classe operaia.

La prima rivolta fu quella dei Canuts, i setaioli, di cui Eugène Tarlé ha scritto: «La sommossa di Lione del 1831 costituì una svolta nella storia della classe operaia, non soltanto in Francia ma nel mondo intero. Si è detto che l’operaio russo prima del 9 gennaio 1905 e dopo erano due uomini diversi che non si rassomigliavano affatto. Si può dire altrettanto dell’operaio francese prima e dopo l’insurrezione di Lione: dopo i sentimenti degli operai nei riguardi del potere sono cambiati. La tradizione della grande rivoluzione, risvegliata, ma non ancora sufficientemente nel corso delle Giornate di Luglio 1830, riprende i suoi diritti dopo l’insurrezione di Lione».

Mentre nelle Giornate di Luglio gli operai si erano battuti a fianco dei piccolo-borghesi e dei borghesi repubblicani, a Lione, sebbene avessero la simpatia generale, si scontrarono soli contro il potere centrale e contro i padroni di fabbrica. La lotta dei setaioli fu il primo scontro diretto fra proletariato e la borghesia che ebbe un’eco nazionale ed anche internazionale.

Con 30.000 telai, in questo periodo la seteria di Lione, che era una delle più importanti di Europa, occupava 60‑70.000 lavoratori su una popolazione totale di 170.000 abitanti, di cui 8.000 capiofficina e 30.000 operai. Il capo officina di solito disponeva del telaio, il fabbricante o il negoziante gli forniva la materia prima e lo pagava a cottimo. Un capo officina poteva avere da 1 a 8 telai, in media 3; alcuni li affittavano. La manodopera impiegata erano prima di tutto le donne e i bambini della sua famiglia. Accanto a questi lavora l’operaio salariato, proletario che non possedeva che le sue braccia. Nei periodi di crisi si trovava licenziato e non aveva altra possibilità che cercare impiego nella campagna circostante. Senza alloggio, come ogni apprendista, era ospitato dal capo officina.

Nel 1825, epoca di relativa prosperità per i setaioli, un capo officina con tre telai guadagnava da 4 a 5 franchi, la sua donna 3 franchi, gli operai da 1 a 1,50 franchi; il prezzo di due libbre di pane 40 centesimi. Da allora, con la crisi, la loro situazione non fece che degradarsi. Il prezzo della manodopera diminuì dal 25 al 33%, mentre quello dei prodotti alimentari aumentava: 70% di aumento per il pane fra il 1825 e il 1832. Per compensare la diminuzione del salario gli operai prolungavano la giornata lavorativa che passò da 13 a 18 ore. Infine gli affitti aumentarono sensibilmente nel 1831 e le imposte sul reddito del 20%. 2/3 di questa imposta supplementare era sottratto ai poveri, che fino a quel momento non pagavano niente o quasi allo Stato (“Les Luttes Ouvrières”, Ed. Floréal).

Numerosi capiofficina erano inquadrati in “Le Devoir Mutuel”, associazione segreta di difesa degli interessi dei setaioli e nella “Société des Mutuellistes”, più antica; gli operai ne erano esclusi.

Ridotti alla miseria mentre l’attività economica aveva ripreso ed i telai erano in funzione, i setaioli, inquadrati dalle loro mutue, sostenuti dai Repubblicani e da “l’Echo de la fabrique” (giornale sansimoniano), intrapresero una vigorosa campagna d’agitazione in favore della revisione delle tariffe. Ottennero una tariffa più elevata, ma un certo numero di fabbricanti rifiutò l’accordo portando l’affare di fronte al governo, che dette loro ragione. Il 21 novembre lo sciopero generale trascinò, volenti o nolenti, tutti i setaioli che, scontratisi con la Guardia Nazionale e l’esercito, diventarono padroni militari della città lasciando 600 fra morti e feriti nelle strade.

I setaioli si divisero i due tendenze, una moderata che voleva ottenere un compromesso con le autorità e si lascerà manovrare dal prefetto Bouvier du Mollart, l’altra più radicale, espressione degli operai, non arriverà ad imporsi. Lo stato maggiore provvisorio che prese il potere all’Hôtel de Ville in seguito all’insurrezione, composto da capiofficina, artigiani e bottegai, cadde sotto l’influenza del prefetto e si lasciò sfuggire di mano il potere. Le pattuglie operaie saranno inquadrate nella Guardia Nazionale alla difesa dell’ordine. In poco tempo la polizia, reintegrata nelle sue funzioni, disarmerà gli operai, cosicché quando il Principe di Orleans entrerà in città alla testa di 20.000 uomini di truppa questa sarà già pacificata. In seguito il prefetto, giudicato favorevole agli insorti, sarà destituito e il 7 dicembre il maresciallo Soult annullerà l’accordo sulle tariffe.

Come il resto dei movimenti operai di allora, i Canuts di Lione erano apolitici e non mettevano in discussione la monarchia. All’indomani dell’insurrezione fu costituito un governo rivoluzionario dai Repubblicani, ma restò senza influenza e morì appena nato. I Canuts non vollero compromettersi con i Repubblicani, perché speravano, con l’intermediazione del prefetto, di ottenere un compromesso con il governo sulle questioni delle tariffe e sulle condizioni di lavoro. Il seguito degli avvenimenti spazzò via queste illusioni.

La rivolta dei Canuts, che mostrava alla classe operaia l’antagonismo profondo che esisteva fra essa e la borghesia, fra essi ed il governo in carica, ebbe una grande risonanza e cambiò profondamente il proletariato, gli operai cominciarono allora a politicizzarsi e a organizzarsi sul piano professionale ed interprofessionale. Durante la rivolta le Società di mutuo soccorso superarono il loro primo ruolo per assumere la funzione di organo di lotta dando nascita delle Società di resistenza.


B.5. IL MOVIMENTO REPUBBLICANO

Il partito dei Legittimisti faceva appello a Luigi XVIII e all’appena rovesciato Carlo X, che si appoggiava sulla grande borghesia fondiaria e non sui banchieri né sugli industriali.

Dopo la Rivoluzione di Luglio i Repubblicani avevano iniziato a fare propaganda fra gli operai per guadagnarli alla loro causa, ma cominciarono ad avere una certa influenza solo dopo la rivolta dei Canuts, quando crebbe l’influsso operaio nel partito Repubblicano. Il movimento repubblicano si ispirava direttamente alla tradizione giacobina: era essenzialmente “politico”, si trattava di cambiare le forme del governo. Come ai tempi dei giacobini della grande tradizione si dividevano in due tendenze: l’una moderata, aveva dapprima accettato la monarchia orleanista, poi davanti alla dominazione esclusiva dei banchieri era passata all’opposizione; la sua opposizione era strettamente legale e si esercitava attraverso le elezioni, il parlamento, la stampa. L’altra tendenza, quella dei repubblicani democratici, era più radicale e reclamava il suffragio universale; si rivolse alla classe operaia e l’assistette materialmente in parecchie sue lotte.

Nasceranno due partiti, dapprima gli Amici del Popolo, poi, dopo la loro dissoluzione in seguito alle giornate del 1832, la Società dei Diritti dell’Uomo che conterà ben presto parecchie migliaia di membri di cui un buon numero operai. Questa modificò la sua organizzazione in modo di formare sezioni di un sol mestiere e dette ai suoi aderenti soccorso in caso di malattia e disoccupazione. Nel 1833 redasse un programma unico che adottò i principi della Dichiarazione dei diritti dell’uomo di Robespierre. Nel movimento repubblicano convivevano uomini molto differenti come Cavagnac, Ledru‑Rollin, Blanqui, Buonarroti, ecc.


B.6. MUTUE E SOCIETÀ DI RESISTENZA

Questo periodo è segnato dal declino delle Compagnie. Dilaniate da rivalità soprattutto fra aspiranti e inscritti, legate al peso della tradizione, devono affrontare la venuta di nuovi operai in numero sempre più grande e la creazione di nuovi mestieri. Questi operai, senza qualifica, per la maggior parte venuti dalla campagna, non assomigliavano all’operaio artigiano, né all’operaio dell’Ancien Régime. A Parigi, dal 1830 al 1833, su alcuni scioperi recensiti, 5 solamente sono diretti dalle Compagnie. Le scissioni che scuotono questo tipo di organizzazione confermano il loro declino. Nuove società sono create da giovani operai che mettono sullo stesso piano tutti i lavoratori, dello stesso mestiere o no, come gli aspiranti fabbri di Tolone che fondano nel 1830 la società Unione di tutti i lavoratori francesi, aperta a tutte le professioni. Ma si diffondono soprattutto le Società di mutuo soccorso e le Società di resistenza. Unico raggruppamento autorizzato dal potere, le Società di mutuo soccorso adempiono a poco a poco a funzioni che sorpassano la vicendevole assicurazione.

Negli anni 1820 nascono delle casse più o meno improvvisate nel corso degli scioperi, poi negli anni 1830 le mutue cominciarono a prevedere i fondi di sciopero. È così, in modo clandestino, camuffate ed illegali, che sorgono le prime società di resistenza: le mutue servono come facciata legale di fronte alla repressione. Divenute permanenti, le società di resistenza avanzano sul terreno delle rivendicazioni economiche, della lotta per aumenti di salario, per la diminuzione della giornata di lavoro.

Queste organizzazioni compaiono prima nelle professioni dove predomina una manodopera qualificata, i cappellai, i sarti, i doratori, i tipografi ecc. L’operaio qualificato può organizzarsi più facilmente, oltre a possedere delle entrate sufficienti, è meno sottoposto alla concorrenza rispetto al manovale. Per questo che l’organizzazione più forte è quella dei sarti e dei tipografi.

All’indomani della rivolta dei Canuts gli operai tessitori di Parigi fondano il 14 ottobre 1832 la Società di unione fraterna e filantropica. Sono seguiti il 1° dicembre 1832 dai sarti di Parigi che ricalcano la loro organizzazione sulla Società dei diritti dell’uomo; a loro volta, i doratori di Parigi riprendono l’organizzazione dei sarti. Tutte queste associazioni sono società di resistenza camuffate che si danno per scopo la fissazione del salario, la regolamentazione della giornata di lavoro ecc. In seguito, nel marzo 1833, è creata la Associazione degli operai della stampa e della tipografia con il fine di assicurare «un salario capace di procurarci un letto modesto, un alloggio al coperto dalle vicissitudini del tempo, del pane per i nostri vecchi giorni». Questi obiettivi devono essere raggiunti nella misura del possibile attraverso il «negoziato con i padroni».

Dal luglio a settembre 1833 scoppia uno sciopero per il mantenimento dei salari e il reintegro dei licenziati; gli scioperanti sono soccorsi dall’Associazione, che riveste simultaneamente il ruolo di società di soccorso e di resistenza. Più tardi a Parigi si creerà, nel 1839, la Camera tipografica che raggrupperà fino a 1.500 aderenti nel 1848. Nel luglio 1843 la Camera otterrà una sorta di contratto collettivo che si riferisce al prezzo del “mille”, i caratteri composti, con una clausola che prevede la revisione delle tariffe ogni 5 anni. Il suo programma, adottato nel 1849, si proporrà sempre la muta assistenza, ma anche il mantenimento del salario e l’aiuto in caso di licenziamento. I tipografi formano associazioni di questo anche in altre città (Lione, Bordeaux).

Queste società di resistenza camuffate si formano in numerosi mestieri: i sarti, gli scalpellini e i raffinatori di zucchero di Parigi, i calzolai di Caen, i calderai, i chiodaioli, guantai ecc. Alcune volte queste società di resistenza sono create dal nulla. A Mulhouse, essendo le società di mutuo soccorso cadute sotto il controllo padronale, dal 1840 gli operai ne crearono di nuove.


B.7. I MOTI DEL 1833‑34

Dopo il 1830, e soprattutto dopo la rivolta dei Canuts, la solidarietà operaia, non solamente dello stesso mestiere ma anche fra professioni diverse, aveva fatto grandi progressi. Le organizzazioni delle mutue, abbozzo dei futuri sindacati, si diffondevano.

Dal 1833 al 1834 scoppiarono dappertutto numerosi conflitti di lavoro. Le forze dell’ordine, intervenendo ogni volta per reprimere brutalmente ogni sciopero, ogni manifestazione operaia, trasformavano, contro la volontà degli operai, questi movimenti in sommosse dando loro un carattere politico.

Due avvenimenti furono così decisivi nella storia delle lotte proletarie: i moti di marzo‑aprile 1834 a Lione, poi quelli di aprile a Parigi.

Dal 1831 i Canuts di Lione non avevano abbandonato la speranza di ottenere un aumento delle tariffe: con la ripresa economica era seguito solo un leggero miglioramento. Nel 1833 fu fatto un primo tentativo per ottenere un aumento dei cottimi più bassi: un nuovo tariffario era stato proposto ai fabbricanti e tutti quelli che l’avessero rifiutavano avrebbero perso i loro lavoratori. Il potere intervenne per far indietreggiare i Canuts, ma i fabbricanti cedettero: fu vittoria su tutta la linea.

Venne nel 1834 un rallentamento dell’attività delle fabbriche e il marasma economico. All’inizio di febbraio, con la diminuzione degli ordini i commercianti in scialli e felpati abbassarono le tariffe di 25 centesimi per canna di tessuto (una canna corrispondeva a 1,18 m.). I capireparto, organizzati attraverso la rete delle mutue, e gli operai organizzati, nella Società degli Operai Ferrandieri decisero allora uno sciopero generale per l’aumento delle tariffe e la diminuzione dell’orario. È proclamato lo sciopero generale, al quale i Canuts volevano dare un carattere puramente apolitico e di categoria, pur subendo minacce, intimidazioni e pressioni di ogni genere da parte dei pubblici poteri, che rinforzano ostentatamente gli effettivi di polizia. Davanti all’aggravarsi del clima politico e delle minacce, la maggioranza dei capireparto tornò indietro e lo sciopero finì senza contropartite.

Il potere ne approfittò allora per annunciare la discussione in parlamento di un progetto di legge sulle associazioni che aggravava quella di Le Chapelier. Erano prese di mira sia le organizzazioni del proletariato sia le organizzazioni repubblicane. Ogni associazione politica od economica, anche frazionata in sezioni di meno di 20 persone, dovevano essere sciolte, con pene pesanti in caso di infrazione.

Repubblicani e mutue si impegnarono in una vigorosa campagna di protesta attraverso i rispettivi organi di stampa: la “Glaneuse” per i primi e “L’Echo de la fabrique” per le seconde (un giornale sansimoniano che nel frattempo era divenuto il giornale delle mutue). Il 6 marzo la “Glaneuse” annunciò che tutte le associazioni operaie e repubblicane avrebbero raggruppato le loro forze contro il progetto di legge. Per l’occasione vennero richiamate delle truppe di rinforzo.

Durante il processo agli scioperanti di febbraio fu proclamato una fermata generale del lavoro e il 9 aprile 1834 da 5.000 a 6.000 operai occuparono pacificamente una parte di Lione, contro 13.000 uomini di truppa e 10 brigate di polizia. “Stranamente” i raduni non furono vietati. Partì un colpo ed è la sparatoria, si alzano le barricate, si sollevano interi quartieri. Ma gli operai non riuscirono ad impadronirsi della città, la sera la truppa teneva il centro e soprattutto i ponti, tagliando così le comunicazioni fra i quartieri. Le alture furono occupate dagli insorti che organizzarono la difesa intorno alla Croix‑Rousse. A differenza dell’insurrezione del 1831, i combattenti dalla parte degli insorti non superavano i 2.500 uomini: la grande massa dei Canuts, in particolare i capireparto, davanti alla dubbia riuscita, anche se manifestando simpatia, esitarono ad impegnarsi nel combattimento. I rivoltosi erano giovani operai di tutti i mestieri.

Malgrado il rapporto di forza schiacciante dalla parte del potere, in uomini ed armi, la difesa fu accanita e si protrarrà per 6 giorni. La Croix‑Rousse, ultimo punto di resistenza, si arrese il 14 sera. Lione fu devastata dalle forze della repressione.

Il 12 aprile a Parigi, Thiers, ministro dell’interno, venendo a sapere che la sommossa lionese sta per essere sconfitta, al fine di provocare allo scontro i movimenti repubblicani e operai, fece dire alla stampa che l’insurrezione lionese era vittoriosa, mentre segretamente rinforzava le forze armate a Parigi. L’indomani repubblicani e operai caddero nella trappola: alle 5 di sera, assembramenti si formarono in Rue Transnonain (oggi Rue Beaubourg), e nel quartiere delle Halles e si rizzarono barricate. Intervennero allora le truppe per “far pulizia”: «senza quartiere», ordina Thiers; e il generale Bugeaud, alle truppe sulla piazza dell’Hôtel de Ville, «bisogna ucciderli tutti, siate spietati» e, ad un parigino capo della Guardia Nazionale, «facciamo un macello di 3.000 faziosi». Fu una facile vittoria di un esercito di 40.000 soldati contro un pugno di uomini. Gli ordini saranno eseguiti: in una sola casa della Rue Transnonain si ritroveranno 12 cadaveri orrendamente mutilati. Furono massacrati donne, bambini e vecchi.


B.8. NASCITA DEL MOVIMENTO COMUNISTA

Le lotte operaie furono meno numerose negli anni che seguirono. Le organizzazioni operaie non scomparvero, ma divennero clandestine. La stampa operaia, sola forma di espressione legale ancora possibile, si fece portavoce del movimento imbavagliato delle mutue. Come conseguenza di questi avvenimenti sanguinosi il proletariato si voltò verso i Repubblicani e soprattutto ritornò alle sorgenti vive e alla scuola della grande Rivoluzione, s’impadronì appieno del comunismo di Babeuf, la cui teoria e storia erano state nel 1828 pubblicate dal Buonarroti, a tempo per suscitare un grande scalpore.

Accanto al repubblicanismo borghese apparve dunque una corrente operaia organizzata in modo autonomo. Colpiti da divieti, i Repubblicani operai e piccolo-borghesi si organizzarono in società segrete. Alla Lega dei Diritti dell’Uomo successero la Società delle Stagioni, fondata da Blanqui e Barbès, comunista, e quasi esclusivamente composta di proletari, e le Falangi Democratiche, che invece rappresentavano la corrente plebea e piccolo-borghese del movimento repubblicano. Contemporaneamente fu fondata da operai immigrati tedeschi la Società dei Giusti che si tenne in stretta relazione con la Società delle Stagioni.

Nel 1839 Blanqui e i suoi operai avevano tentato di impadronirsi dell’Hôtel de Ville, sede del parlamento e del governo: l’azione fu sconfitta. Nel 1840 gli affiliati alla Società delle Stagioni che si trovavano ancora in libertà si unirono alla Montagna per formare una nuova società segreta che si divise in tre tendenze, la Montagna, gli Egualitari, gli Umanitari, questi ultimi rappresentanti della tendenza di Blanqui.

Accanto a queste società segrete cominciò a diffondersi il Comunismo Icariano di padre Cabet, che riprendeva il meglio di Saint Simon e Fourier: comunismo cristiano e pacifico, potette svilupparsi alla luce del sole e per questo ebbe una larga diffusione fra le masse operaie. Il suo comunismo, benché arretrato rispetto a quello di Blanqui sul ruolo della violenza nella lotta di classe, era però più ricco e sottile sul piano della dottrina.


B.9. PRIME MUTUE REGIONALI E NAZIONALI

Nello stesso tempo in cui si sviluppava il senso teorico della classe operaia questa continuava ad inquadrarsi sul piano economico. Dall’associazione locale e di mestiere il proletariato cominciava ad organizzarsi sul piano regionale ed anche nazionale.

Già nel 1833 l’opuscolo dell’operaio calzolaio Efrahem proponeva di riunire in una sola federazione tutti gli operai calzaturieri di Francia. Lottando contro i resti delle Compagnie avanzava anche l’idea di una associazione degli operai di tutti i mestieri. «Il primo passo – scrive – è quello di formare un organismo composto da tutti i lavoratori della stessa categoria, dare a questo una direzione che la governi, una commissione che discuta con i padroni gli interessi della categoria o che riceva dal fornitore il lavoro da fare e che lo distribuisca agli associati. Dalle federazioni professionali ci vorranno cinquanta anni perché gli operai giungano ad una confederazione interprofessionale (...) Voi tutti comprendete che l’Associazione degli operai di tutti i mestieri ha il doppio vantaggio di riunire tutte le forze e di dare a queste una direzione. Se restiamo isolati, sparpagliati, siamo deboli (...) Ci vuole un legame che ci unisca, una intelligenza che ci governi, ci vuole dunque un’associazione».

Anche se in questo momento l’opuscolo di Efrahem non fu letto che da pochi, riflette bene la coscienza degli operai più avanzati dell’epoca. Le lotte di Lione del 1833‑34 avrebbero mostrato, e gli operai la costatavano ogni giorno l’importanza della solidarietà fra professioni, tanto sul piano delle rivendicazioni quanto dell’organizzazione.

Questa tendenza si troverà accelerata dalla crisi del 1839‑40. Numerosi conflitti sociali si leveranno allora dappertutto, sciopero degli operai del porto di Le Havre, dei minatori a Rive‑de‑Gier, contro la riduzione dei salari ecc. Nel luglio 1840 scoppia uno sciopero dei sarti che è sostenuto dalla loro associazione, e quello dei tipografi di Parigi.

Fra le diverse figure dell’epoca si staglia quella di Flora Tristan. Militante infaticabile e appassionata della causa operaia, andando di città in città, dette la sua vita per realizzare a scala nazionale l’unificazione delle organizzazioni operaie. Prima della Lega dei Comunisti scrisse il progetto di una associazione operaia internazionale: «L’unione operaia non deve fare alcuna distinzione fra le nazionalità e degli operai e delle operaie appartenenti a qualsiasi nazione della terra. Così per ogni individuo cosiddetto straniero i benefici dell’unione saranno assolutamente gli stessi che per i francesi. L’unione operaia dovrà stabilire nelle principali città d’Inghilterra, d’Italia, di Germania, in una parola nelle capitali d’Europa, dei Comitati di Corrispondenza».

Fra il 1830 e il 1848 quindi, parallelamente allo sviluppo del capitalismo nell’industria, e più debolmente nelle campagne, l’organizzazione operaia sia economica sia politica fa dei progressi. E queste organizzazioni, dapprima limitate ad uno stretto strato di operai qualificati, si diffondono largamente nel proletariato. Una parte del movimento operaio ritorna alle sorgenti del comunismo rivoluzionario di Babeuf.

Engels, per riassumere l’importanza di quegli anni, tirò nel 1844 un parallelo fra il 1830 e il 1789: se la Grande Rivoluzione aveva prodotto il comunismo di Babeuf, quella del 1830 aveva generato un nuovo comunismo, ma ad una scala ben più diffusa e più profonda.

 
 
 
 
 
 


C. IL 1848

In un articolo sul “Northern Star” del 3 luglio 1847 Engels traccia un quadro della situazione della borghesia francese paragonandola a quella dell’Inghilterra. In questo paese il potere è ancora detenuto, in nome della borghesia, dall’aristocrazia, mentre dopo la Rivoluzione questa classe non esiste più in Francia. Governando in nome della borghesia, l’aristocrazia inglese ha permesso ad ogni frazione divenuta economicamente dominante di prendere a sua volta il potere pacificamente e nei limiti istituzionali. Questo spiega la notevole stabilità delle istituzioni in questo paese dal 1688.

Al contrario in Francia ogni cambiamento politico si è svolto nella violenza e infrangendo le istituzioni. Risalta dall’analisi di Engels che se i proprietari fondiari che dominano sotto Luigi XVIII e Carlo X non hanno più niente a che vedere con l’aristocrazia dell’Ancien Régime, tuttavia essi non possono rappresentare l’insieme della borghesia, che arriva al potere solamente con il regno di Luigi Filippo.

Solo dal 1830 l’insieme della grande borghesia (fondiaria, finanziaria, commerciale) domina in Francia, in special modo mettendo i pubblici beni al servizio dei suoi interessi. Gli industriali, al contrario, sono esclusi dal potere, come il resto della borghesia media e piccola, che non ha diritto di voto. Si poteva dunque prevedere che la borghesia industriale avrebbe lottato a sua volta per impadronirsi del potere, appoggiandosi alla piccola-borghesia e alla classe operaia, come era successo in Inghilterra negli anni ’30, dove gli industriali avevano preso la testa della lotta per il “Reform Bill” che aveva esteso il diritto di voto alla piccola borghesia.

Engels sottolinea che in Francia sarebbe andata diversamente, perché lì non sono da attendersi delle lotte serie degli industriali contro i detentori del denaro, i banchieri e gli armatori. In effetti la potenza economica e politica dei fabbricanti non aveva fatto che declinare dopo il 1830, l’industria si era sviluppata sotto Luigi Filippo, ma la concorrente inglese aveva segnato uno sviluppo ben più formidabile, tanto che i fabbricanti francesi non potevano sostenere la concorrenza straniera e conservavano la loro parte di mercato nazionale grazie al sistema del protezionismo (come niente muta sotto il sole del capitalismo! Pare di ritrovare la stessa situazione oggi). Il loro relativo declino economico si rifletteva sul piano politico: mentre il loro partito costituiva la metà della Camera nel 1830, nel 1847 era solo un terzo. La borghesia finanziaria, grazie alla speculazione, specialmente nelle ferrovie, all’indebitamento dello Stato, allo sfruttamento in tutte le forme del paese, dunque di tutte le classi della società, essenzialmente il proletariato ed il contadiname, vedeva al contrario la sua potenza economica accrescersi costantemente. In una parola il capitale finanziario si accumulava più in fretta del capitale industriale.

La speculazione e la corruzione avevano preso tali proporzioni sotto il regno di questa borghesia che Marx poté scrivere che si era costituito nelle alte sfere della società il corrispondente borghese del sotto-proletariato. Engels ne conclude che, visto che più niente può produrre il governo di Luigi Filippo, avendo questo consumato tutte le sue possibilità, e dato che gli industriali sono troppo deboli economicamente per ingaggiare e dirigere una lotta seria contro i banchieri, la grande borghesia non può più apportare alcun progresso, invece di avanzare non può che rinculare andando in rovina. La possibilità di una evoluzione può venire solo dalle frazioni della borghesia escluse dal potere, e dal proletariato.


C.1. I MOVIMENTI DI OPPOSIZIONE

Alla vigilia della Rivoluzione di Febbraio il movimento di opposizione ufficiale, a parte una minoranza di Monarchici Liberali, era rappresentato dai Repubblicani e dai Democratici. I Repubblicani, raggruppavati attorno al giornale National, rappresentavano più una lobby di borghesi che una classe ben definita. Vi si ritrovavano esponenti della media borghesia (avvocati, medici ecc.), rappresentanti della piccola borghesia e qualche industriale. Oltre ad alcune riforme politiche e legislative proponevano di ridurre il censo al fine di estendere il diritto di voto alla piccola borghesia e fino al suffragio universale, come con la “Reform Bill” del 1830 in Inghilterra.

Engels, in “Il movimento di riforma in Francia” sul “Northern Star” del 4 dicembre 1847, nota a questo proposito che «la piccola borghesia in Francia è a tal punto oppressa dai grandi capitalisti che sarà obbligata a ricorre a misure direttamente aggressive contro i ricchi, fino a quando non avrà ottenuto il diritto di voto». Cosicché «essa sarà sempre spinta più avanti, anche contro la sua stessa volontà; sarà obbligata o ad abbandonare la posizione che ha appena conquistato, o a formare una alleanza aperta con la classe operaia, e questo porterà presto o tardi alla Repubblica».

Aggiunge che essa ne era in una certa misura cosciente, tanto che i suoi rappresentanti più radicali, i Democratici, che si raggruppavano attorno al giornale La Réforme, preconizzavano il suffragio universale. Questa tendenza, erede della Montagna, aveva un’ala plebea il cui rappresentante era Louis Blanc. Il partito della “Riforma”, rappresentato da Ledru‑Rollin, preconizzava, oltre al suffragio universale, alcune riforme sociali che dovevano interessare gli operai, misure che, beninteso, restavano molto vaghe.

Accanto a questi movimenti legali avanzava quello della classe operaia che, a causa della repressione della polizia, si manteneva nella clandestinità mentre si radicalizzavano le lotte operaie. In questo momento i Comunisti, il cui rappresentante più autentico era Blanqui, costituivano la maggioranza dell’opposizione operaia, essendo Cabet caduto in oblio. Engels afferma che c’erano allora in Francia almeno 500.000 comunisti, cifra enorme che mostra il grado di maturità del proletariato.


C.2. LA CRISI ECONOMICA

Gli anni 1843‑45, dopo la depressione del 1837‑42, erano stati di prosperità. Ma a partire dall’autunno 1845 scoppiò in Inghilterra – il capitalismo più avanzato di allora – una crisi finanziaria dovuta alla speculazione nelle ferrovie. Nello stesso tempo, tanto in Inghilterra quanto sul continente, cominciò una grave crisi agricola causata dalla malattia dei pomodori e da un cattivo raccolto del grano. La crisi finanziaria, segno precursore della sovrapproduzione, raggiunse il continente e si trasformò, aggravandosi, in crisi commerciale e questa a sua volta in crisi industriale che raggiunse il suo apogeo durante il 1848.

Il 1830 era stato l’ultimo momento rivoluzionario in tutta Europa. La reazione aveva poi prevalso e si era rafforzata per trovare il suo culmine nel 1840. A partire da questa data i movimenti rivoluzionari e di opposizione cominciarono a rialzare la testa e a riorganizzarsi, tanto che la crisi commerciale ed industriale del 1847‑48 portò una nuova ondata rivoluzionaria in Europa. È da questa che venne il primo assalto frontale del proletariato contro la borghesia. Marx ed Engels, che l’avevano previsto e che speravano che lo schema della rivoluzione permanente si realizzasse alla scala del continente, fecero pubblicare a questo fine il Manifesto del Partito Comunista, che uscì solamente alcune settimane prima delle rivoluzioni di Febbraio e di Marzo (la rivoluzione di Berlino scoppiò nel marzo 1848).


C.3. PRIMA DELLA RIVOLUZIONE

A questo contesto di crisi economica internazionale si aggiungeva la crisi politica sull’onda di uno scandalo che aveva infangato il governo di Guizot. I Repubblicani con i Democratici avevano organizzato per tutto l’anno 1847 dei “banchetti”, comizi, in tutte le città di Francia e a questi si aggiunsero l’opposizione liberale e monarchica. Mentre l’opposizione si estendeva e la tensione sociale montava, il movimento si scisse in due campi, con la polemica fra il National e La Réforme: davanti all’ascesa del radicalismo, per paura del proletariato, il National si avvicinò ai Liberali accettando un compromesso sulla rivendicazione della repubblica. Al contrario i Democratici si accostavano al movimento operaio e nella polemica con il National, da cui uscirono rinforzati, presero la parte dei Comunisti. Il rapporto di forze fra i due gruppi era tale che in tutte le grandi città vincevano i Democratici, mentre nelle piccole città, in cui si faceva sentire l’influenza della campagna, vincevano i Repubblicani, con i Monarchici all’opposizione.

Nello stesso tempo il movimento operaio marciava a fianco del movimento dei “banchetti”, in maniera silenziosa e sotterranea, dato che ogni manifestazione operaia, anche la minima, era rigorosamente vietata. Il governo di Luigi Filippo sapeva che il pericolo veniva da là, ne aveva paura estrema e tentò anche più volte, come gli era già riuscito in Rue Transnonain, di provocare la classe operaia al fine di schiacciarla nel sangue quando il movimento non era sufficientemente maturo. Tuttavia il proletariato francese lo fu sufficientemente dopo il 1830 per non cascare nella medesima trappola.


C.4. DA FEBBRAIO A GIUGNO

Il 22 febbraio a Parigi era stato indetto un “banchetto” da tutta l’opposizione organizzata a difendere il diritto di riunione. All’ultimo momento, davanti al rifiuto del ministro dell’Interno di autorizzare la riunione, i Liberali e i Repubblicani del National, vigliacchi e pacifisti, indietreggiarono e restarono a casa. Ma la classe operaia non si lasciò intimorire, scese nelle strade e presto gli operai si disposero a combattere. Tutti i punti strategici erano stati occupati dall’esercito. Tuttavia questa dispersione per Parigi ne consentiva la passività, anche perché i soldati tendevano alla neutralità e restando solo a guardare gli scontri. La Guardia Nazionale, composta di borghesi e soprattutto di piccoli borghesi, allineata a La Réforme, non intervenne e manifestò nel corso degli avvenimenti una ostilità sempre più aperta al governo. Solo la Guardia Municipale attaccò, con rara violenza, gli operai. Tuttavia dopo una giornata e mezzo di combattimenti Luigi Filippo fu costretto a lasciar cadere Guizot e costituire un nuovo ministero.

La borghesia appena fatta la sua rivoluzione, rovesciato Guizot e con lui il potere esclusivo dei grandi finanzieri, si ritirò dalla scena e si mise a sedere.

«Ma il popolo – gli operai – che erano stati i soli a costruire barricate, a combattere contro la Guardia Municipale e a tener testa alle pallottole, alle baionette e agli zoccoli dei cavalli, gli operai non avevano alcuna voglia di battersi unicamente per il signori Molé e Billaut. Essi continuarono dunque la lotta. E così mentre si esultava in Boulevard des Italiens, si mitragliava con violenza in rue Saint Avoie e in rue Rambuteau, la battaglia continuò fino ad un’ora avanzata della notte e riprese giovedì mattina» (Engels, La rivoluzione a Parigi, “Deutsch Brüsseler Zeitung”, 27 febbraio 1848).

Dopo tre giorni di combattimento Luigi Filippo fu rovesciato e fu costituito un governo provvisorio che comprendeva tutti i rappresentanti del movimento di opposizione, dai Repubblicani del National fino ai Democratici passando attraverso i Monarchici Liberali ed ai rappresentanti operai, Louis Blanc e Albert. In realtà Louis Blanc rappresentava l’ala plebea del partito della Montagna (i Democratici); solo Albert, che con Blanqui e Barbès aveva fatto parte della “Società delle Stagioni” e dopo il 1839 della “Nuova Società delle Stagioni”, era un autentico rappresentante del proletariato. In seno alla coalizione i Democratici dominavano ampiamente. Benché il governo avesse avuto il tempo di costituirsi e di ripartire i portafogli tra i suoi membri, non proclamò la repubblica.

Marx ne “Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850” fa notare che se Parigi domina politicamente la provincia, nei movimenti rivoluzionari il proletariato parigino domina Parigi: il nuovo governo borghese che derivava la sua autorità solo dall’insurrezione vittoriosa del proletariato, volle sfuggire alla sua influenza contando sul contrappeso della provincia, cercò di tenerlo buono con belle parole al fine di prender tempo fino alla convocazione della nuova Assemblea Nazionale che doveva decidere della forma di governo. La classe operaia di Parigi, che era stata ingannata all’indomani delle giornate di luglio 1830, e che ne aveva tratto delle lezioni amare, non la intese così, pronta a combattere e a imporre la repubblica con la forza delle armi. «È con questa missione che Raspail si presentò all’Hôtel de Ville e in nome del proletariato parigino ordinò al governo provvisorio di proclamare la repubblica, dichiarando che se questo ordine del popolo non fosse stato eseguito nelle due ore successive sarebbe ritornato alla testa di 200.000 uomini». Il governo provvisorio, sapendo di non aver forza da opporre a quella del proletariato, non poté non eseguire: in meno di due ore su tutti i muri di Parigi fu affissa la proclamazione della repubblica.

È dunque contro la volontà della borghesia che il proletariato impose la repubblica, forma di governo altamente borghese. Infatti con la proclamazione della repubblica la lotta di classe faceva un salto in avanti: fintanto la borghesia poteva nascondere il suo dominio fra le pieghe di una monarchia tipo Luigi Filippo, questo non poteva apparire in piena luce, si impediva ogni chiarificazione e si ostacolava lo sviluppo della lotta di classe. Inoltre fintanto che il dominio della borghesia non fosse pienamente stabilito, una frazione di questa classe poteva combattere contro l’altra in nome dell’insieme del popolo, come avevano fatto i Liberali prima del 1830, poi i Repubblicani.

Invece con la democrazia tutte le frazioni della borghesia accedono al potere e le loro lotte intestine possono svolgersi liberamente sotto gli occhi di tutti sul terreno parlamentare. Nella lotta contro il proletariato queste diverse frazioni, che dominano il parlamento e lo Stato, si alleano e la democrazia, con l’approfondirsi della lotta di classe, appare sempre più apertamente quello che è, cioè il dominio esclusivo della borghesia. In regime democratico il proletariato non può lottare che per una sola forma di governo: la dittatura del proletariato.

È per questo che Engels, citato da Lenin nella “Riflessione sul periodo attuale”, scrisse: «Nello stesso modo che la lotta tra il feudalesimo e la borghesia non poteva essere portata fino alla sua conclusione decisiva nella vecchia monarchia assoluta ma solo in una monarchia costituzionale, nello stesso modo la lotta tra la borghesia ed il proletariato non può essere portata fino in fondo che in una repubblica».

Nell’atmosfera di pace sociale che oggi regna questo fenomeno è meno visibile perché, grazie alla prosperità generale, il dominio della borghesia ottiene un generale consenso; ma domani, quando la crisi si farà duramente sentire e la lotta di classe rimpiazzerà la pace sociale, il governo democratico apparirà apertamente come il governo della borghesia, la sua dittatura di classe senza finzioni.

La grande borghesia, che aveva già fatto l’esperienza della Prima Repubblica, questo lo sentiva istintivamente e, come in Inghilterra, era monarchica. La monarchia costituzionale bastava per il suo dominio. Come sottolinea Lenin, fu il proletariato francese che, prima nel 1848 e poi nel 1871, dovette imporre alla borghesia, contro la sua volontà, una forma di governo che gli era più conveniente: la repubblica. Ciò facendo, prosegue Lenin in un altro testo, ha, con l’aiuto degli elementi democratici borghesi, «rimodellato la borghesia francese tutta intera in borghesia repubblicana rovesciando la sua mentalità, le sue abitudini il suo stesso essere» (Lenin, “Questioni di principio nella campagna elettorale”).

Il governo di febbraio nacque su una ambiguità. Diventato governo grazie al suo energico intervento, il proletariato lo ritenva il suo governo: per il proletariato col febbraio il dominio della borghesia era finito. Ma, se si era avuto moralmente il rovesciamento della borghesia, il suo dominio si manteneva nei fatti. Il governo era ora un blocco di differenti tendenze rappresentanti più classi. Dopo che, in accordo con queste differenti tendenze borghesi, il proletariato aveva fatto la rivoluzione di Febbraio, così cercò di far prevalere i suoi interessi di classe accanto a quelli della borghesia, facendo sedere nel governo fra i borghesi due suoi rappresentanti. Lo fece con la rivendicazione del diritto al lavoro, ma che si ridusse nella formazione di un Ministero del Lavoro, senza alcun credito, che fu esiliato nel palazzo del Lussemburgo, il che permise ai membri borghesi del governo di sbarazzarsi dei rappresentanti operai e di restare soli.

Tutta la storia degli avvenimenti tra Febbraio e Giugno è l’avvolgersi in questa ambiguità, che apprendeva alla classe operaia la natura dei suoi alleati di ieri, i repubblicani del National e la Montagna. Il governo provvisorio, dominato dai Democratici, si aprì all’insieme della borghesia francese e cercò di affrancarsi dalla pressione degli operai parigini.

Come pegno, mentre lo Stato si trovava in una situazione di cessazione dei pagamenti in seguito alla perdita del credito pubblico e privato, il governo provvisorio pagò prima della scadenza le tratte dei debiti contratti sotto Luigi Filippo e consolidò la Banca di Francia dando corso forzoso alla sua moneta. Avrebbe potuto, in modo del tutto incruente, spingere la Banca alla bancarotta e creare poi una Banca nazionale per subordinare il credito nazionale al controllo della nazione. «La bancarotta della banca sarebbe stato il diluvio che avrebbe spazzato in un attimo dal suolo francese l’aristocrazia finanziaria, il più potente nemico della repubblica, il piedistallo d’oro della monarchia di luglio». Invece rinforzò la bancocrazia. Poteva anche, seguendo il consiglio di Fould, divenuto ministro delle finanze, dichiarare la sospensione dei pagamenti da parte dello Stato. «Riconoscendo le tratte che la vecchia società borghese aveva emesso, il governo provvisorio si era messo a sua disposizione». Bisognava che qualcuno pagasse, e fu Jacques Bonhomme, il contadino, e con lui la piccola borghesia ed il proletariato.

Fu decretata una tassa addizionale di 45 centesimi per franco sulle imposte dirette, che colpì prima di tutti i contadini che dovettero così pagare le spese della rivoluzione di Febbraio. Si convertì poi il risparmio dei piccoli borghesi, depositato nei libretti, in prestito di Stato, cioè in buoni del tesoro. Quelli, già ridotti in miseria dalla crisi, furono costretti a vendere in borsa i loro buoni del tesoro, e così consegnarsi in mano ai finanzieri contro i quali avevano fatto la rivoluzione.

Tutte queste misure spinsero i contadini, la maggioranza della nazione francese, e la piccola borghesia, in braccio alla reazione che lottava contro Febbraio e contro il proletariato. Questa lotta, che non poteva che essere condotta che in nome della repubblica, fu diretta dai Repubblicani del National. Alla fine di aprile ebbero luogo le elezioni, la prima volta con il suffragio universale, per designare l’assemblea che avrebbe doveva redigere la nuova costituzione. I Democratici speravano di vincere, ma la provincia, per la quale il governo provvisorio appariva fra i fautori del disordine, votò soprattutto per i Repubblicani.

Questi ultimi all’apertura del parlamento portarono subito un’offensiva contro il proletariato: il governo provvisorio fu disciolto e rimpiazzato da un comitato esecutivo da cui furono eliminati i due rappresentanti operai e il Ministero del Lavoro fu abolito. Gli operai, vedendo la piega degli avvenimenti, risposero in massa occupando l’Assemblea Nazionale e tentando di disperderla e di imporre la loro volontà. L’azione ebbe per risultato l’arresto dei capi del proletariato: Blanqui, Barbès, Albert e Raspail. Il proletariato non si era preparato realmente per una presa del potere, né d’altronde le condizioni per questo non erano ancora mature, essendo il rapporto delle forze sociali in suo sfavore.

Quest’azione rinforzò la determinazione della borghesia a sopraffare il proletariato e a riportarlo all’ordine: profittando delle circostanze favorevoli lo mise con le spalle al muro con la fame, nelle giornate di Giugno, quando il proletariato, solo contro tutte le altre classi, per 5 giorni, eroicamente, come un leone tenne in scacco la borghesia. Aveva contro tutti gli strati della borghesia, dall’aristocrazia finanziaria alla piccola borghesia, alle quali si aggiungevano il contadiname ed il sottoproletariato. Solo, quasi senza armi, doveva battersi contro l’esercito che si era addestrato in Algeria, contro le Guardie Mobili costituite da 20.000 sottoproletari, contro la Guardia Nazionale di Parigi e contro quella che era venuta in rinforzo dalla provincia.

Giugno 1848 fu il primo scontro diretto di classe fra il proletariato e la borghesia; da questo momento la borghesia francese non è più rivoluzionaria. Per imporre definitivamente la repubblica, ci vorrà ancora il 1870, ma questo compito sarà opera unicamente del proletariato.


C.5. DITTATURA PROLETARIA

Prima di Febbraio Rivoluzione aveva significato sovversione della forma dello Stato, dopo Giugno Rivoluzione significava sovversione della società. Il grido di guerra del proletariato parigino nella sua lotta contro la borghesia fu: rovesciamento del dominio borghese, dittatura della classe operaia. Le battaglie di Giugno confermarono magnificamente la teoria comunista del “Manifesto”, pubblicato alcune settimane prima degli avvenimenti di febbraio: le lotte di classe moderne devo necessariamente portare al rovesciamento della borghesia e alla dittatura del proletariato.

Gli operai francesi dimostrarono nei fatti queste previsioni scientifiche. Il “Manifesto” non impiega esplicitamente la parola dittatura del proletariato, ma il suo equivalente. Nel capitolo “Borghesi e Proletari” si legge: «il proletariato fonda il suo dominio rovesciando con la violenza la borghesia», e nel capitolo, “Proletari e Comunisti” si parla di «costituzione del proletariato in classe, rovesciamento del dominio borghese, conquista del potere politico da parte del proletariato», e più avanti: «il primo passo nella rivoluzione operaia è la costituzione del proletariato in classe dominante». E ancora: «Il proletariato si servirà della sua supremazia politica per strappare poco a poco alla borghesia tutto il suo capitale».

Dunque conquista del potere politico, costituzione del proletariato in classe dominante, uso della sua supremazia politica per trasformare la società. In sintesi, secondo il “Manifesto” si tratta per il proletariato di esercitare la sua dittatura di classe al fine di trasformare il mondo.

È dopo gli avvenimenti di Giugno 1848, ne “Le lotte di classe in Francia”, che Marx ed Engels adottano la dicitura esplicita dittatura del proletariato. Gli operai parigini non solo avevano confermato le previsioni teoriche del “Manifesto dei Comunisti”, ma avevano apportato qualche cosa di più all’esperienza mondiale dal proletariato, mostrando che la macchina dello Stato borghese non poteva essere recuperata ed utilizzata, ma doveva essere distrutta. Non si sapeva ancora con cosa rimpiazzarla: per questo bisognerà attendere il 1871.

Il Giugno 1848, benché sanguinoso per gli operai parigini, fu una tappa importante della maturazione dell’esperienza del proletariato mondiale.


C.6. IL PARTITO DI FRONTE AI CETI MEDI

«Nello stesso tempo in cui crollò il potere rivoluzionario degli operai crollò anche l’influenza politica dei Repubblicani Democratici, cioè dei repubblicani nel senso piccolo borghese, rappresentati nella Commissione Esecutiva da Ledru‑Rollin, nell’Assemblea Nazionale costituente dal partito della Montagna, nella stampa da La Réforme. Essi, “ringraziati”, furono disdegnati e respinti come alleati, scesero al basso rango di satelliti dei Repubblicani Tricolore, ai quali non potevano strappare nessuna concessione, ma di cui erano costretti a sostenere il potere e con esso la Repubblica ogni qualvolta veniva messa in forse dalle frazioni antirepubblicane della borghesia». Lavorando di concerto con i Repubblicani del National per distruggere il potere rivoluzionario degli operai, i Democratici avevano minato anche il loro proprio potere.

La piccola borghesia che non è portatrice di un proprio modo di produzione, non può che scegliere fra la grande borghesia ed il proletariato. La situazione economica e sociale la rende tale da poter tener il piede in due staffe: in quanto piccola proprietaria è legata al capitalismo e alla grande borghesia, d’altro lato viene schiacciata proprio da questa grande borghesia e la sua proprietà è spazzata via proprio dalla grande proprietà. L’accumulazione capitalistica fa sì che frazioni sempre più grandi di questo ceto siano proletarizzate. In periodo di crisi questo processo viene accelerato in maniera formidabile. Di fronte alle rivendicazioni comuniste del proletariato, che rimettono in causa la proprietà privata, la piccola borghesia si getta nelle braccia della reazione. È quello che è successo da Febbraio a Giugno 1848, e successivamente in Italia dal 1920 al ´22, quando la piccola borghesia passò dalla parte del fascismo. Tuttavia, espropriata, è sospinta nelle file del proletariato. La condanna di questo strato sociale è dunque di oscillare tra i due poli fondamentali della società: il proletariato e la borghesia. Questo è valido anche per i contadini, come si vedrà in seguito.

Per il proletariato è vitale guadagnare o almeno neutralizzare questi larghi strati sociali. È infatti dal loro appoggio che la grande proprietà trae la sua forza sociale e politica. Senza il loro sostegno è perduta.

Su questo punto cruciale la tattica del partito marxista differisce radicalmente dai partiti che si richiamano al socialismo ma che rappresentano nei fatti gli interessi della piccola borghesia e della aristocrazia operaia. La tattica di questi partiti (rappresentati ieri dalla Montagna, successivamente dalla Socialdemocrazia e oggi, accanto ai grandi partiti ufficiali, dai trotskisti, dai maoisti, ecc.) consiste nel condurre la lotta sul terreno democratico proponendo di realizzare un fronte unico politico, più o meno largo secondo le correnti, agli altri partiti detti di “sinistra”. Questa tattica deriva dallo schema della lotta fra le classi proprio delle rivoluzioni borghesi. In queste il proletariato non è la sola classe rivoluzionaria della società, tutte le altre classi, a parte la aristocratica, si mettono in moto in un fronte comune contro un nemico comune. Si ha allora un movimento ascendente in cui ogni frazione della borghesia dominante la scena politica finisce per cedere il potere alla frazione immediatamente più radicale. Così dal 1789 al 1793 gli Orleanisti cedono il potere ai Girondini, questi ai Montagnardi, che a loro volta si trovano superati a sinistra dai Sanculotti.

I bolscevichi, che avevano da realizzare compiti democratico-borghesi, applicarono magnificamente questo schema, che Marx ed Engels avevano sperato di vedere realizzato già nel 1848 alla scala europea. A partire dal momento in cui i compiti della rivoluzione borghese sono terminati, in Francia dopo giugno 1848, il proletariato diviene la sola classe rivoluzionaria. Può allora guadagnarsi la piccola borghesia e il contadiname solo lottando sul proprio terreno di classe, nell’attesa che nel fuoco della rivoluzione e sotto la pressione della crisi economica questi strati sociali siano spinti verso di lui. Questa situazione cominciò a realizzarsi in Francia negli anni che seguirono il Giugno 1848, e si realizzerà in pieno nella Comune del 1871.

«Abbiamo visto a poco a poco i contadini, i piccolo-borghesi, le mezze classi in generale passare dalla parte del proletariato, spinti alla opposizione aperta contro la Repubblica ufficiale, che li trattava come nemici. Il corso della rivoluzione aveva con tanta rapidità fatto maturare la situazione che i riformisti d’ogni tinta, con le pretese più modeste delle classi medie, erano forzati a stringersi attorno alla bandiera del partito sovversivo estremo, attorno alla bandiera rossa» (Marx, “Le lotte di classe in Francia”).


C.7. IL DECLINO DEI REPUBBLICANI

Dopo la repressione di Giugno, i Democratici furono ricompensati col pagamento dei loro crediti, che erano stati sospesi fino a che il proletariato era rimasto una forza politica. Dalla stessa parte della barricata, accanto al piccolo-borghese della Guardia Nazionale, c’era il creditore, e questo, appena l’ordine fu ristabilito, richiese i suoi diritti e il bottegaio capì che la proprietà per cui si era battuto non era più sua. Fu la sua rovina. Nello stesso tempo, la borghesia monarchica, i Legittimisti e gli Orleanisti, cominciarono a sollevare la testa, dapprima timidamente, a causa della dittatura di Cavaignac e dello stato d’assedio a Parigi. I Repubblicani del National che erano una consorteria di borghesi di diverse sponde sociali, avvocati, medici, giornalisti, commercianti, industriali, non erano in grado di lottare contro l’aristocrazia finanziaria e i grandi proprietari fondiari. Gli industriali, abbiamo visto, non avevano fatto che decadere politicamente a causa della loro debolezza economica e non potevano essere di aiuto ai Repubblicani nella lotta contro i Monarchici.

Vennero le elezioni del presidente della Repubblica, a suffragio universale. I Monarchici si unirono in un solo partito, il partito dell’ordine e si accordarono per presentare un uomo di paglia, Luigi Napoleone, avventuriero che cercava di ricostituire le sue finanze. Queste elezioni permisero l’entrata in scena politica di una classe che fino ad allora era stata ignorata, il contadiname, ma che aveva pagato in gran parte la rivoluzione di Febbraio. Napoleone le rappresentò per un attimo la speranza di ritrovare le ore di gloria che aveva conosciuto sotto l’Impero; ma i tempi erano cambiati ed il nipote ben poco assomigliava allo zio.

Accanto a Napoleone i Repubblicani presentarono come loro uomo il generale Cavaignac, il macellaio di Giugno, e la Montagna Ledru‑Rollin.

Le elezioni furono un plebiscito in favore di Luigi Napoleone. Si assistette in apparenza ad una ripetizione degli avvenimenti che seguirono il Termidoro: la lotta si svolgeva tra i Repubblicani Tricolore ed il partito dell’ordine, la Montagna ora lottando contro i Repubblicani ora con essi contro il partito dell’ordine.

Luigi Napoleone nel gennaio 1849 costituì un governo con solo i rappresentanti del partito dell’ordine. I Repubblicani, che avevano espulso i rappresentanti dei Democratici dalla Commissione Esecutiva (il governo) furono così ripagati; mentre avevano esercitato la loro dittatura senza ostacoli da giugno a dicembre 1848, da questo momento il loro declino politico divenne irreversibile.

Da una parte la reazione si rafforzava, dall’altra la rivoluzione riprendeva nuovo vigore con la rovina della piccola borghesia delle città e con i contadini spinti dalla parte del proletariato.


C.8. IL 12 GIUGNO 1849

Da Febbraio a Giugno 1848 il proletariato si era ritrovato solo di fronte alla borghesia; dopo Giugno, con l’ascesa della reazione, si sviluppava un processo inverso, la piccola borghesia ed il contadiname, che fino ad allora erano passati nel campo della borghesia, sotto l’effetto della crisi modificarono il loro atteggiamento e si avvicinarono al proletariato.

Due avvenimenti contribuirono a questo fenomeno: la sconfitta della manifestazione del 13 giugno 1849 organizzata dalla Montagna e l’imposta sulle bevande. Dopo le giornate di Giugno i creditori avevano presentato il conto ai debitori. I piccoli borghesi, che si erano battuti a fianco della borghesia contro il proletariato per difendere la proprietà delle loro botteghe, capirono che quella proprietà non l’avevano più. A seguito del loro partito, la Montagna, tentarono di lottare contro i Repubblicani, dapprima timidamente, cercando un accordo amichevole per il pagamento dei debiti, poi, peggiorando la situazione, la stampa piccolo borghese, come La Réforme, cominciò a difendere gli operai socialisti perseguitati dai Repubblicani.

La Montagna cercò allora di attrarre il proletariato ed utilizzare la sua energia di classe per i suoi scopi. In gennaio concluse un accordo con il Partito Sociale degli Operai, così dando nascita al Partito Socialdemocratico detto il “partito rosso”.

In maggio il partito dell’ordine impose lo scioglimento della Camera e la convocazione di nuove elezioni. Due grandi forze ne vennero fuori: il partito dell’ordine, che ricevette la maggioranza alla Camera, e la Montagna con un numero notevole di deputati.

La Montagna, che aveva dietro la grande massa della piccola borghesia e che cominciava ad avere qualche influenza nelle campagne, si sentiva una forza in ascesa. Ma la grande borghesia, per eliminare alla svelta questo avversario, sapendo che la sua forza principale era nel parlamento, attraverso una provocazione cercò di farla scendere nelle strade ove stroncarla. L’esca che il partito dell’ordine lanciò ai Democratici fu il bombardamento di Roma da parte delle truppe francesi per ristabilire il Papa sul trono. La Montagna vi si gettò a testa bassa. «Ledru‑Rollin in nome della Montagna fece atto di accusa del presidente e del ministero per violazione della Costituzione a causa del bombardamento di Roma» (“Le lotte di classe in Francia”). «Irritata dalle punzecchiature di Thiers, arrivò fino a minacciare di voler difendere la Costituzione con tutti i mezzi, compresa la forza armata».

La sera stessa ebbe luogo un incontro tra alcuni membri della Montagna e i delegati di società segrete operaie. Questi proposero una insurrezione nella notte quando il governo non se l’aspettava, ma la Montagna rifiutò perché si preparava ad una azione puramente parlamentare che smorzasse la potenza della borghesia senza dover sciogliere la catena al proletariato, per utilizzarlo senza correre rischi. Benché avesse l’appoggio dei bottegai e simpatie fra la Guardia Nazionale, sovrastimava la sua forza ed influenza in seno all’esercito. I delegati proletari fecero impegnare la Montagna ad uscir dai limiti della lotta parlamentare qualora il suo atto d’accusa fosse stato respinto. Il 12 giugno, l’Assemblea nazionale respinse la richiesta di messa in accusa e la Montagna abbandonò il parlamento.

Frattanto il governo aveva preso le sue misure, allontanando i reggimenti poco sicuri e portandone degli altri. Il 13 giugno la Montagna lanciò un “Proclama al popolo”, che apparve su due giornali socialisti, che invitava la Guardia Nazionale, l’esercito ed il popolo a “sollevarsi”. Si ebbe una dimostrazione pacifica di 30.000 piccolo borghesi, la maggioranza Guardie Nazionali disarmate, mentre il proletariato, diffidente del suo alleato, attendeva per intervenire che gli avvenimenti prendessero una piega seria e che si arrivasse agli scontri. In previsione di un’eventuale vittoria si era già costituita una Comune. Era questa la lezione di Febbraio. Alla prima scaramuccia il corteo fu disperso dai dragoni e dai cavalleggeri. L’artiglieria impedì al popolo di elevare barricate. Seguì un caos incredibile che impedì ogni decisione. Una parte dei rappresentanti democratici furono fatti prigionieri. L’insurrezione della piccola borghesia si concluse così in un fiasco.

Se il 23 giugno ´48 fu l’insurrezione del proletariato rivoluzionario, il 13 giugno 1849 fu quella dei piccolo borghesi democratici, ciascuna fu la espressione pura, classica, della classe che le animava.

In seguito a questi avvenimenti la Montagna fu squalificata e ignorata e questo rinforzò l’influenza del proletariato nel partito “dell’anarchia”.

Il partito dell’ordine si assicurò dunque la supremazia politica e la repubblica assunse il suo vero contenuto, quello della dittatura della grande borghesia. Ma nella misura in cui si sviluppava la controrivoluzione, si approfondiva anche la rivoluzione.


C.9. L’IMPOSTA SULLE BEVANDE

Luigi Bonaparte costituì un nuovo ministero, il ministero Hautpoul, con alle Finanze una vecchia volpe, il banchiere Fould. Il ritorno della reazione coincideva con il ritorno al potere della grande borghesia finanziaria.

La dominazione della finanza era il saccheggio dello Stato, era l’abbandono della ricchezza nazionale alla Borsa, era l’amministrazione della cosa pubblica da parte della Borsa e nell’interesse della Borsa. Con il ritorno ufficiale dell’alta finanza al potere, la repubblica legislativa aveva compiuto il ciclo cominciato sotto quella di Febbraio che, come si è visto, lungi dal portare un attacco alla sua potenza, non aveva fatto sin dai primi giorni che fortificarla. La differenza fra l’uno e l’altro governo era che il primo aveva fatto delle concessioni all’alta finanza come per una necessità alla quale ci si sottomette senza accettarla, mentre il secondo lo proclamava come il suo scopo.

L’aristocrazia finanziaria saccheggiava la ricchezza pubblica con l’indebitamento crescente dello Stato, cioè con l’eccesso continuo delle sue spese rispetto alle sue entrate. Ma l’indebitamento dello Stato significava più tasse, e chi pagava principalmente le imposte se non la gran massa del paese, i contadini?

Il 20 dicembre, su proposta di Fould, l’assemblea votò il ristabilimento della imposta sulle bevande mentre soppresse quella sulle entrate. Questa imposta risaliva ai tempi dell’Ancien Règime, era stata abolita dalla Rivoluzione, poi ristabilita nel 1808, sotto una nuova forma, da Napoleone, che dichiarò più tardi a S. Elena che il suo ristabilimento aveva contribuito alla sua caduta più di tutto il resto, alienandogli i contadini del mezzogiorno della Francia. Dopo era stata mantenuta dagli Orleanisti e dai Legittimisti. Tuttavia la Rivoluzione di Febbraio aveva promesso la sua soppressione. Ed ecco il ministero di Luigi Bonaparte, che era stato eletto da 7 milioni di contadini, la ristabiliva! In Francia l’imposta sulle bevande, diminuendone il consumo popolare, tagliava le entrate a 12 milioni viticoltori. In questo periodo di crisi agricola, in cui il prezzo del grano non faceva che calare, questa legge non poteva non spingerli verso il socialismo.

Luigi Bonaparte era l’eletto dei contadini perché rappresentava l’idea dell’Impero, cioè gli anni di gloria della piccola proprietà. I contadini erano stati l’alleato naturale della borghesia durante la rivoluzione del 1789; fu su di loro che si appoggiò la controrivoluzione Termidoriana ed il potere statale di Napoleone. «Questa classe era il prolungamento universale del regime borghese al di là delle porte della città, la sua realizzazione alla scala nazionale». Essa beneficiò sotto Napoleone di un trattamento di favore perché «forniva più di tutte le altre classi una base offensiva contro la restaurazione feudale» (“Il 18 Brumaio”).

Dalla analisi di Marx ed Engels sulla questione contadina, Lenin dedusse che il contadino doveva svolgere il ruolo del borghese radicale nella Rivoluzione russa, ma anche che, poiché come piccolo proprietario è l’alleato naturale della piccola borghesia, previde la possibilità della controrivoluzione che sarà staliniana.

«Qual’è il fondamento economico di una restaurazione sulla base del modo di produzione capitalistico, cioè non di una umoristica “restaurazione della Russia moscovita”, ma di una restaurazione del tipo della restaurazione francese dell’inizio del XIX secolo? La base è la situazione del piccolo produttore di merci in ogni società capitalistica. Il piccolo produttore oscilla fra il capitale ed il lavoro. Con la classe operaia lotta contro la schiavitù e l’autocrazia poliziesca, ma nello stesso tempo tende a consolidare la sua posizione di proprietario nella società borghese ed è per questo che, se le condizioni di sviluppo di questa società diventano un poco più favorevoli (per esempio prosperità industriale, estensione del mercato interno in seguito alla rivoluzione agraria ecc.) [situazione che si realizzò tra il 1923 e il 1926], il piccolo produttore si volge inevitabilmente contro il proletariato, che lotta per il socialismo. Per questo direi che la restaurazione sulla base della piccola produzione mercantile e della piccola proprietà contadina nella società capitalista non solo è possibile in Russia, ma anche inevitabile, perché la Russia è un paese a predominanza piccolo borghese» (Vol. 10 Opere Complete).

Per Lenin la sola garanzia possibile contro la restaurazione era l’esistenza di una riserva socialista in Occidente. Non venendo di là la Rivoluzione, questa ipotesi è svanita con l’affossamento del movimento operaio in una nuova ondata senza precedenti di opportunismo. Da allora si è imposta la seconda ipotesi, il trionfo della controrivoluzione staliniana, prodotto dei piccoli produttori russi.


C.10. IL PROLETARIATO GUIDA NATURALE DEL CONTADINO POVERO

Nel 1849 i contadini avevano votato in massa per Bonaparte perché incarnava l’idea dell’Impero, ma la situazione economica e sociale era radicalmente cambiata dal 1815. «Le idee napoleoniche erano idee conformi agli interessi della parcella agricola non ancora sviluppata ed ancora giovane, ma erano in contraddizione con gli interessi della parcella invecchiata» (“Il 18 Brumaio”). Le condizioni materiali che avevano fatto del contadino feudale francese un contadino parcellare e di Napoleone un imperatore, oggi rovinavano il contadino francese. «La prima generazione, affrancata gratuitamente dalla Rivoluzione del 1789 dai carichi feudali, non aveva pagato niente per la terra. Ma le generazioni seguenti pagarono sotto forma di affitto ciò che i loro avi semischiavi avevano pagato sotto forma di rendita, di decima, di corvè» (“Le lotte di classe in Francia”).

Due generazioni erano state sufficienti per produrre questo risultato inevitabile: l’aggravarsi progressivo della situazione dell’agricoltura e il suo progressivo indebitamento. L’accrescersi della popolazione provocava lo spezzettamento delle terre, che a sua volta diminuiva le rendite del contadino e della sua famiglia e provocava il rialzo del prezzo della terra e la diminuzione della fertilità del suolo.

Quindi «è proprio la stessa piccola proprietà, la divisione del suolo, la forma di proprietà che Napoleone consolida in Francia, a rovinare oggi il contadino francese». Infatti la dinastia dei Bonaparte non rappresenta più i contadini rivoluzionari, ma contadini conservatori, «non il contadino che si vuol liberare dalle sue condizioni sociali di esistenza rappresentate dalla terra, ma il contadino che vuole al contrario rafforzarle» (“Il 18 Brumaio”).

«Nel corso del XIX secolo, l’usuraio delle città si sostituì ai feudali, la ipoteca alle servitù feudali del suolo, il capitale borghese alla proprietà fondiaria aristocratica. La terra del piccolo contadino non è più che un pretesto che permette al capitalista di trarre dalla terra profitto, interesse e rendita e di lasciare al contadino stesso il peso di come riuscirà a tirarne fuori il salario». «Si vede che il suo sfruttamento non si distingue che per la forma dallo sfruttamento del proletariato industriale. Lo sfruttatore è lo stesso: il Capitale. Il singolo capitalista sfrutta il singolo contadino con le ipoteche e l’usura. La classe capitalista sfrutta la classe contadina con l’imposta dello Stato» (“Le lotte di classe in Francia”), e Marx ne conclude: «Solo la caduta del capitale può elevare il contadino, solo un governo anticapitalistico, proletario, può farlo uscire dalla sua miseria economica, dal suo degrado sociale».

A questa situazione economica e sociale già difficile venne ad aggiungersi la crisi agricola degli anni 1845‑46, con la caduta della produzione dei cereali, poi quella degli anni 1849‑50, in cui il prezzo del grano ribassava a causa di una raccolta troppo abbondante. La prima reazione dei contadini era stata quella di votare in massa per Bonaparte, ma il ristabilimento dell’imposta sul vino modificò questo atteggiamento. «È dopo il ristabilimento dell’imposta sulle bevande che si manifestò in maniera più evidente questo rivoluzionamento della classe più statica della società».

Tutte queste condizioni riunite spingevano il contadiname verso il proletariato.

Il contadiname in quanto tale non forma una classe nel senso moderno della parola capace di difendere direttamente i suoi interessi, essa deve al contrario farsi rappresentare.

«Nella misura in cui milioni di famiglie contadine vivono in condizioni economiche che le separano le une dalle altre e oppongono il loro genere di vita, i loro interessi e la loro cultura a quelle delle altre classi della società, esse costituiscono una classe. Ma esse non costituiscono una classe nel senso che non esiste fra i piccoli contadini che un legame locale e la somiglianza dei loro interessi non crea alcuna comunanza, alcun legame nazionale, né alcuna organizzazione politica. È per questo che sono incapaci di difendere i loro interessi di classe in prima persona, né con l’intermediazione di un parlamento né di una Assemblea. Non possono rappresentarsi da sé stessi, devono essere rappresentati».

Mentre i contadini conservatori si riconoscono nello Stato napoleonico, i contadini rivoluzionari non possono cercare la loro guida naturale che nel proletariato.

«L’interesse del contadino non è più, quindi, come sotto Napoleone, in accordo ma in contraddizione con gli interessi della borghesia, con il capitale. Essi trovano per conseguenza il loro alleato e la loro guida naturale nel proletariato delle città, il cui compito è il rovesciamento dell’ordine borghese».


C.11. L’ATTEGIAMENTO DEI CETI MEDI

In dicembre, al ristabilimento della tassa sul vino, i contadini della Gironda, fino ad allora la terra promessa dei Legittimisti, risposero con l’elezione di un deputato rosso. Altre elezioni parziali mostrarono la crescita del partito socialdemocratico. Il partito dell’ordine replicò con una serie di misure: il maestro fu sottomesso all’autorità del prete, il sindaco a quella del prefetto. Questo non impedì all’ondata rivoluzionaria di montare. Il 10 marzo 1850 ebbero luogo nuove elezioni a Parigi e in alcuni dipartimenti per rimpiazzare i deputati della Montagna che dopo il 13 giugno erano stati arrestati o erano fuggiti. Queste elezioni furono un vero trionfo per il partito rosso, il partito socialdemocratico. La borghesia atterrita dai risultati, per due mesi restò come paralizzata.

Ma i socialdemocratici, invece di sfruttare la situazione e utilizzare l’effervescenza rivoluzionaria, dissiparono quell’energia nella preparazione di nuove elezioni. Questo si spiega con il fatto che il partito socialdemocratico non era omogeneo, ma risultato di due tendenze, nato dalla fusione dell’ala socialista piccolo borghese (i democratici) con l’ala comunista proletaria. Questa unione, come qualsiasi fronte unico politico, si era costituita sugli obbiettivi massimi comuni alle due tendenze, cioè su obbiettivi puramente democratici.

«In febbraio 1849 si organizzarono banchetti di riconciliazione. Si scelse un programma comune, si nominarono dei comitati elettorali comuni e si presentarono candidati comuni. Si tolse alle rivendicazioni sociali del proletariato la punta rivoluzionaria e si dette loro una smussata democratica. Si tolse alle rivendicazioni democratiche della piccola borghesia la forma puramente politica e si tirò fuori la punta socialista. È così che fu creata la socialdemocrazia» (“Il 18 Brumaio”).

Questa nuova Montagna, come scrive Marx, era inadatta a dirigere la rivoluzione. La disgrazia era che, se la piccola borghesia svolgeva il ruolo degli industriali, che erano assenti nella lotta contro la borghesia finanziaria, il proletariato svolgeva quella della piccola borghesia, riprendendo ogni volta come sue le rivendicazioni democratiche. Marx sottolinea che «la generazione attuale assomiglia agli ebrei che Mosè condusse attraverso il deserto: non ha solo un nuovo mondo da conquistare, ma è necessario che perisca per far posto agli uomini che saranno all’altezza del nuovo mondo». Di fronte alla triste situazione di oggi non c’è dubbio che queste parole sono valide anche per la rivoluzione mondiale di domani.

Anche se coraggioso e radicale sulle barricate, il proletariato francese era ancora pieno di illusioni e di pregiudizi democratici. Ci vorrà ancora molta strada perché nasca, con difficoltà, con Guesde, un partito marxista in Francia.

Il proletariato non può vincere se non si piazza risolutamente sul suo terreno di classe, è questo l’insegnamento del ´48, rompendo con la tradizione delle rivoluzioni borghesi.

L’atteggiamento degli strati intermedi dipende dai rapporti di forza fra i due protagonisti, che sono il proletariato e la borghesia. Nei periodi di crisi la loro situazione economica li spinge verso il proletariato, ma nello stesso tempo il legame con il capitale li risospinge verso la borghesia. Nell’Italia degli anni ´20 del Novecento, nella fase di riflusso del movimento operaio, questi strati sociali sono passati dalla parte del fascismo; e quando questo è arrivato al potere gli hanno dovuto pagare il conto, proprio come dopo il giugno 1848.

Engels in una lettera per la Democratic Review del maggio 1850, definisce molto bene l’atteggiamento di questi strati sociali:

«Il partito socialista non approfitta della vittoria come avrebbe dovuto fare. La ragione è molto chiara: questo partito non consiste solamente di operai, ma oggi comprende la grande massa dei bottegai, una classe che il socialismo e il proletariato spaventano. I bottegai e i piccoli artigiani sanno molto bene che la loro salvezza dalla rovina dipende interamente dall’emancipazione del proletariato, che i loro interessi sono indissolubilmente legati a quelli del proletariato. Ma sanno anche che se il proletariato conquisterà il potere politico con una rivoluzione, loro saranno messi da parte e costretti ad accettare dalle mani del proletariato ciò che questo vorrà loro dare. Se il presente governo dovesse, al contrario, essere rovesciato con mezzi pacifici, i bottegai e i piccoli artigiani, le meno antipatiche classi ora all’opposizione, vorrebbero entrare subito nel governo e tenerlo, dando comunque agli operai il meno possibile. La classe dei piccoli commercianti è tanto atterrita dalla sua vittoria quanto il governo dalla sua disfatta. Vedono una rivoluzione prendere il via sotto i loro occhi e si sforzano da subito di prevenirla».

La Montagna e la piccola borghesia, rese presuntuose dalle vittorie elettorali di marzo e aprile 1850, sperano di arrivare al potere pacificamente con le elezioni presidenziali del 1852 ed evitare così l’intervento rivoluzionario del proletariato, che la loro stampa esortava alla calma.

La grande borghesia, passata la paura, vedendo che non accadeva niente, si riprense e passò all’offensiva. Decise di sopprimere il suffragio universale mettendo il proletariato fuori della società. L’8 maggio il progetto fu portato alla Camera ma il 21 la Montagna chiese che non fosse posto in discussione in quanto in contrasto con la Costituzione. Il partito dell’ordine rispose che avrebbe anche violato la Costituzione, se ce ne fosse stato bisogno, ma che nel caso presente non era necessario perché della Costituzione era suscettibile ogni sorta di interpretazione. Il 22 maggio la questione fu messa da parte con 462 voti contro 227 e il 31 maggio fu votata l’abolizione del suffragio universale, riportando al grado di paria 3 milioni di cittadini.

Nondimeno il proletariato non si mosse e lasciò passare l’avvenimento con indifferenza. Engels sottolineò che mancò una grande occasione perché se si fosse preparato a prendere il potere avrebbe allora avuto il sostegno di una gran parte dei contadini e della piccola borghesia e lo stesso esercito, guadagnato alle idee socialiste, gli era favorevole.

«Il popolo di Parigi ha commesso certamente un serio errore non approfittando dell’occasione per una insurrezione che gli dava l’abolizione del suffragio universale: l’esercito era ben disposto, la classe dei piccoli commercianti era spinta ad andare con il popolo. Sia la Montagna sia il partito di Cavaignac sapevano che in caso di disfatta ne avrebbero inevitabilmente sofferto, quelli che erano contro il popolo e quelli a favore. Dunque in quel momento era sicuro il sostegno almeno morale della piccola borghesia e del suo organo parlamentare, la Montagna, quando l’insurrezione fosse scoppiata».

Il non intervento del proletariato dimostrò che non era più in grado di dirigere la rivoluzione e che la rivoluzione era ormai rimandata. Il processo storico proseguiva senza di essa, e bisognerà attendere che un nuovo ciclo di crisi riporti il proletariato e la rivoluzione sulla scena sociale e politica.

Il proletariato si era lasciato ingabbiare perché la tensione sociale era stata dissipata dall’agitazione elettorale e dagli appelli alla calma della stampa piccolo borghese, ma anche e soprattutto dal ritorno della prosperità nella industria e nel commercio. L’attività industriale e commerciale, che aveva ripreso vigore alla fine del 1848, raggiunse il massimo nel 1850, tanto che il proletariato parigino si trovava tutto occupato. L’attività decrebbe in seguito per ricadere in pieno marasma nel 1852. E non si deve neppure dimenticare il terribile salasso che il proletariato parigino aveva pagato nel giugno del 1848.

Fin verso la metà del 1850 Marx ed Engels credettero nella possibilità di una ripresa rivoluzionaria in Europa, ma, vista l’indifferenza del proletariato parigino di fronte all’abolizione del suffragio universale, e soprattutto essendosi resi conto della prosperità industriale, compresero che la rivoluzione era rimandata.

 
C.12. LO SBOCCO STORICO DELLA DEMOCRAZIA

«Il suffragio universale aveva compiuto la sua missione: la maggioranza del popolo era passata alla sua scuola, la sola cosa che il suffragio universale può dare, in epoca rivoluzionaria. Bisognava che fosse abolito, da una rivoluzione o dalla reazione» (“Le lotte di classe in Francia”). Come Engels sottolinea in un articolo per il New Moral World del 4 novembre 1843, la democrazia è una contraddizione in termini, essa deve significare o autentica libertà, e quindi condurre al comunismo, o una reale schiavitù. La democrazia rivoluzionaria del 1789 aveva prodotto questi due elementi, con il partito di Babeuf e Napoleone. Quella di Febbraio doveva essere o rovesciata dal proletariato o condurre a un nuovo Napoleone.

«La storia delle elezioni, dopo il 1848, prova irrefutabilmente che quando si sviluppa la dominazione di fatto della borghesia, questa perde la sua influenza morale sulle masse popolari. Il 10 marzo si erano pronunciate nettamente contro il dominio della borghesia. Questa rispose abolendo il suffragio universale» (“Il 18 Brumaio”).

Dopo giugno 1848 le differenti frazioni della borghesia si erano mantenute al potere solo con lo stato d’assedio e le misure eccezionali. Avevano dovuto, l’una dopo l’altra, rafforzare l’apparato esecutivo dello Stato e i suoi mezzi coercitivi. Più il potere della borghesia si rafforzava, più la democrazia appariva come la sua dittatura aperta ed esclusiva. Ma la grande borghesia è una minoranza in seno alla società e non le sarebbe possibile governare se non avesse l’appoggio di una parte delle mezze classi e del contadiname.

In una lettera Engels sottolinea che sembra essere una legge che la borghesia non possa conservare il potere e governare direttamente che per un breve periodo. Luigi Napoleone, rappresentante del potere esecutivo eletto da 7 milioni di contadini, poteva difendere meglio gli interessi della società borghese dei rappresentanti della borghesia e poté presentarsi di fronte alle differenti classi della società come al disopra degli interessi particolari. Il rafforzamento costante del potere esecutivo permise la sua emancipazione nei confronti della società e a Luigi Napoleone di usare una classe contro l’altra. Alla fine del 1852 la grande massa della borghesia aveva perduto la fiducia nelle capacità di governo del partito dell’ordine; e preferì darla a Luigi Bonaparte, che appariva come il miglior garante della pace sociale. Aveva d’altronde già perso il sostegno della borghesia finanziaria nominando Fould ministro delle finanze.

In questo senso il bonapartismo, che farà scuola in Germania con Bismarck, fu un anticipatore della forma moderna dello Stato borghese: il fascismo. Ecco un passo di Marx a questo proposito: «L’impero non è solamente, come i suoi predecessori, monarchia legittima, monarchia costituzionale e repubblica parlamentare, una delle forme politiche della società borghese, è nello stesso tempo la sua forma più prostituita, la più compiuta e l’ultima. È il potere di Stato della dominazione di classe dell’epoca moderna, almeno sul continente europeo» (“La guerra civile in Francia”).

La democrazia dei giorni nostri non ha più niente di rivoluzionario, e dal fascismo in poi il parlamento è ridotto dappertutto ad un ruolo solo di imbonimento. Quanto al suffragio universale, il voto maggioritario e le manovre elettorali, la divisione delle circoscrizioni che permette ad un partito minoritario di ottenere la maggioranza dei seggi, il clientelismo e la manipolazione delle opinioni attuata col ferreo monopolio borghese e statale dei mezzi di propaganda, il suffragio universale è, diciamo noi, diventato una farsa.

Malgrado questo non è affatto escluso che domani, quando si scateni la lotta di classe ma il proletariato non riuscisse ad impadronirsi del potere, riappaia un nuovo Luigi Bonaparte o un Mussolini, e la democrazia si mostri apertamente come la dittatura della borghesia.

 
 
 
 
 
 
 


D. LA PRIMA INTERNAZIONALE

 
D.1. IL BONAPARTISMO

«La penitenza non si fece attendere. Se il proletariato non poteva ancora governare in Francia, la borghesia già non lo poteva più. Almeno a quell’epoca, quando era ancora in maggioranza di tendenza monarchica e si scindeva in tre partiti dinastici (Legittimisti, Bonapartisti, Orleanisti) e in un quarto Repubblicano. Sono le sue liti intestine che permisero all’avventuriero Luigi Bonaparte di impossessarsi di tutti i posti chiave – esercito, polizia, macchina amministrativa – e di fare saltare il 2 dicembre 1851 l’ultima fortezza della borghesia, l’Assemblea Nazionale» (Engels, “Introduzione del 1891 alla Guerra civile” di Marx).

Come Marx sottolinea nel Primo Indirizzo del 1870, Luigi Bonaparte usura il potere sfruttando le lotte delle classi. All’indomani del colpo di Stato del 2 dicembre 1851, che Marx paragona ironicamente a quello del 18 Brumaio di Napoleone I, i Repubblicani hanno tentato di resistere, poco o punto seguiti dalla classe operaia. Si contano 400 morti sulle barricate a Parigi, mentre in provincia la resistenza si manifesta in maniera dispersa ma coinvolge anche i contadini. La repressione sarà feroce con migliaia di arresti (27.000, di cui 6.000 deportati in Algeria) e giudizi a porte chiuse.

La borghesia sceglie Luigi Bonaparte per assicurare l’ordine. Nel “18 Brumaio” Marx scrive: «Manifestamente la borghesia non aveva allora altra scelta che eleggere Napoleone. Dispotismo o anarchia, ed essa si pronunciò naturalmente per il dispotismo (...) Solo il furto può ancora salvare la società borghese!». Perché la borghesia sa bene che la “Società del 10 dicembre” che Bonaparte dirige non è che un ammasso di sottoproletari e di mascalzoni.

Bonaparte rappresenta i contadini conservatori. Sempre nel “18 Brumaio” Marx scrive: «Bonaparte rappresenta una classe ben definita e anche la classe più numerosa della società francese: i contadini piccoli proprietari (...) Ma, intendiamoci: la dinastia di Bonaparte non rappresenta il contadino rivoluzionario, ma il contadino conservatore».

In effetti le “idee napoleoniche” di cui Marx parla e che Bonaparte difende imitando lo zio, sono conformi agli interessi di una piccola agricoltura in sviluppo e non con quella del tempo del Secondo Impero. 1) Sotto Napoleone I lo sviluppo della piccola proprietà migliorò la vita dei contadini, essa è divenuta ora la causa principale della loro schiavitù ed del loro impoverimento. 2) Un governo forte ed assoluto, che significa imposte pesanti ed una burocrazia potente e numerosa, grava sul contadino povero. 3) Il dominio dei preti. 4) Il predominio dell’esercito, che ormai «non è più il fiore della gioventù contadina, ma la melma del sottoproletariato rurale».

Bonaparte «vorrebbe apparire come il benefattore paterno di tutte le classi della società. Ma non può che dare all’una ciò che toglie all’altra». Si rivolge ai contadini, agli operai, alla borghesia, al sottoproletariato di cui si circonda. «Queste ambizioni contraddittorie del personaggio, spiegano le contraddizioni del suo governo, i suoi tentennamenti confusi, sforzandosi ora di guadagnare ora di umiliare tale o tal’altra classe, finendo per sollevarle tutte contro di sé».

Il bonapartismo è la vera religione della borghesia. Engels scrive a Marx il 13 aprile 1866 confrontando Bismarck a Bonaparte al tempo della guerra austro-prussiana: «Il bonapartismo è la vera religione della borghesia moderna. Secondo me è sempre più evidente che la borghesia non ha la stoffa necessaria per esercitare direttamente il potere e che, per conseguenza, dove non esiste un’oligarchia che possa incaricarsi, come in Inghilterra, di dirigere, in cambio di una buona retribuzione, lo Stato e la società nell’interesse della borghesia, una semi‑dittatura bonapartista è la forma normale del governo borghese».

In effetti si tratta di una semi‑dittatura perché Bonaparte si è ben guardato dal sopprimere tutte le illusioni democratiche. Così nell’autunno 1852 il paese è consultato sul ristabilimento dell’Impero: 7.824.000 si, contro 253.000 no; i ministri dei primi anni saranno dei borghesi orleanisti; è mantenuto un corpo legislativo di 260 deputati, ma non ha che poteri molto limitati e i deputati, seppure eletti a suffragio universale, sono prima scelti dai prefetti. Anche la Chiesa, fino al 1860, sarà uno dei pilastri del regime. Il corpo della polizia si gonfia come tutta la burocrazia.

Sotto questo governo forte la Francia conosce uno sviluppo economico considerevole. «L’industria e il commercio, e di conseguenza gli affari delle classi medie, prosperano sotto un governo forte come in una serra calda. Ne è venuta l’elargizione di innumeri concessioni sulle linee ferroviarie. Ma bisogna arricchire ugualmente il sottoproletariato bonapartista, quindi imbrogli in Borsa degli iniziati alle concessioni delle ferrovie».


D.2. IMPERIALISMO ECONOMICO

Engels nell’introduzione del 1891 alla Guerra Civile così descrive il Secondo Impero:

«Varato il Secondo Impero cominciò anche lo sfruttamento della Francia da parte di una banda di avventurieri della politica e della finanza; ma nello stesso tempo l’industria ebbe un progresso tale che mai il sistema meschino e timoroso di Luigi Filippo, con la dominazione esclusiva di una piccola parte solamente della grande borghesia, avrebbe potuto dargli. Luigi Bonaparte tolse ai capitalisti il potere politico col pretesto di proteggere, loro, i borghesi, dagli operai, e a sua volta di proteggere gli operai contro di loro; per contro il suo dominio favorì gli investimenti e l’attività industriale, in breve il progresso e l’arricchimento di tutta la borghesia in misura da non credere. Tuttavia la corruzione e il furto in grande si svilupparono ancora di più intorno alla corte imperiale che prelevava su questo arricchimento copiose percentuali».

Gli affari finanziari cominciano a passare in primo piano nella vita economica. In effetti l’accumulazione di capitali è favorita dall’aumento di disponibilità di metalli preziosi dovuto alla scoperta dei giacimenti auriferi in California e in Australia (dal 1848 al 1856 la massa monetaria mondiale è più che raddoppiata). Napoleone III si circonda di uomini in contatto stretto con l’ambiente economico (Morny è direttore dell’industria zuccheriera francese, Persigny è sposato con la nipote del banchiere Lafitte, e Fould, il ministro delle finanze, è un banchiere). Si appoggia a grandi amministratori, tecnici e finanzieri. Il Secondo Impero, molto più che il regno di Luigi Filippo, è l’apogeo della borghesia francese. Si sviluppa il credito industriale, cioè la partecipazione delle banche alla costituzione e alla espansione delle società industriali.

Nel 1852, due sansimoniani, i fratelli Pereire, fondano il Crédit Mobilier per il finanziamento delle imprese, saranno seguiti dai Rothschild. Tutte queste creazioni di società finanziarie si traducono in un grande afflusso di capitali che dà grande impulso alla Borsa di Parigi e fa di Parigi la maggiore piazza finanziaria d’Europa.

Lo sviluppo del capitalismo finanziario in rapporto a quello commerciale e industriale segnerà l’economia francese in modo durevole. Tuttavia sotto il Secondo Impero l’artigianato fornisce ancora più di due volte posti di lavoro dell’industria e questa rimane di piccole dimensioni (la media è di 14 operai per padrone). La Francia resta ancora a maggioranza rurale: nel 1870 due abitanti su tre vivono in campagna (uno su tre nel 1970). Nella regione parigina coabitano sempre artigiani e operai industriali. I lavoratori dei metalli a Parigi passano da 15.000 nel 1847 a 29.000 nel 1860; il settore tessile, il carbone, poi la metallurgia si sviluppano nel Nord, Nord‑Est, Nord‑Ovest, favorendo le concentrazioni operaie, come nella regione di Lione e nei settori industriali del centro. La produzione della ghisa passa da 400.000 tonnellate a 1.400.000 e quella dell’acciaio da 283.000 a 1.014.000. La rete ferroviaria si sviluppa notevolmente, da 3.000 chilometri nel 1852 a 18.000 nel 1870.

Anche i lavori pubblici conoscono uno sviluppo considerevole: con gli interventi legati al nome del prefetto Haussmann Parigi è trasformata in 18 anni, sono tracciate larghi viali che favoriranno l’uso dell’artiglieria per il mantenimento dell’ordine; il numero delle circoscrizioni passa da 12 a 20 con l’assorbimento dei comuni suburbani. Parigi diviene la testa ipertrofica del paese, conseguenza di una possente centralizzazione statale e finanziaria.

L’industria e l’agricoltura erano dipendenti dal regime protezionista che permetteva loro di produrre per il mercato nazionale protetta dai diritti di dogana. Ma Napoleone siglerà un trattato commerciale con l’Inghilterra nel 1860, poi con altri paesi, per favorire il libero scambio e costringere l’industria francese a modernizzarsi.

La politica estera è segnata da una serie di guerre: contro la Russia con la guerra di Crimea nel 1854, che non sarà condotta fino in fondo, come avrebbero sperato Marx ed Engels, e che condurrà lo Zar a firmare la pace nel 1856; contro l’Austria nel 1859, con lo scopo di favorire, in accordo con Cavour, la formazione di una federazione italiana sotto la guida del Papa, in cambio di Nizza e della Savoia.

Napoleone vincitore si impantanerà poi nella questione italiana essendo sopravvenuta l’opposizione fra il Piemonte e il Papa a partire dal 1861, ciò che contribuirà a fargli perdere l’appoggio dei cattolici. Contro la Prussia infine: Bismarck aveva bisogno di una guerra per unificare gli Stati tedeschi, fu quella del 1870.

Per l’espansione fuori dell’Europa ricordiamo la costruzione del Canale di Suez nel 1869, la conquista della Cocincina, della Cambogia, della Nuova Caledonia, del Senegal, dell’Algeria. Ma l’intervento in Messico fallisce.


D.3. IL MOVIMENTO SOCIALE

La prosperità economica aggrava di fatto le tensioni fra gli operai, che non hanno visto migliorare affatto, anzi peggiorare le loro condizioni di vita e di lavoro, la piccola borghesia e una parte della grande (gli industriali svantaggiati dal trattato economico del 1860), esclusa dal banchetto bonapartista.

Nell’Indirizzo Inaugurale dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori nel 1864 Marx scrive:

«È un fatto che la miseria delle masse operaie non è per niente diminuita dal 1848 al 1864, in un periodo peraltro che si distingue negli annali della storia per uno sviluppo senza precedenti dell’industria e del commercio». Marx cita anche il Cancelliere inglese Gladstone che esclamava: «Dal 1842 al 1852 il reddito imponibile del paese si è accresciuto del 6%; prendendo per base l’anno 1853, abbiamo nel 1861 una crescita del 20%. È un fatto così stupefacente che è quasi incredibile! Questo enorme aumento delle ricchezze e di potere è esclusivamente riservato alle classi possidenti». Anche se «in seno alle classi lavoratrici una minoranza ha ottenuto un certo progresso nel salario reale, cioè dei mezzi di sussistenza che il salario può acquistare».

L’opposizione al regime apparirà dopo il 1860. A partire dal 1861 Napoleone III, anche per la sua politica italiana, perde l’appoggio dei cattolici. Alle elezioni del 1863 del Corpo Legislativo i Legittimisti, gli Orleanisti, i protezionisti, i cattolici si uniscono nella Unione Liberale. L’Imperatore, dopo la sconfitta dell’Austria in Messico e a Sadowa contro la Prussia, sarà portato nel 1868 a fare concessioni liberali. Ma alla vigilia delle elezioni del 1869 l’opposizione sarà ancora più potente e varia, sebbene Napoleone III avesse chiamato al governo Émile Ollivier, repubblicano.

Negli anni 1860 numerosi uomini d’affari, tra cui gli industriali protezionisti esasperati dal trattato del 1860, si uniranno all’opposizione al trono e nel 1870 sosteranno la repubblica conservatrice. Una frazione della borghesia liberale e della piccola borghesia va oltre, si avvicina al radicalismo repubblicano e diviene alla fine dell’Impero una forza politica importante. I Repubblicani radicali sono raggruppati attorno a Gambetta e si rifanno al “programma di Belleville” definito da quest’ultimo nel 1869 per le elezioni al Corpo Legislativo: suffragio universale, libertà individuale, di riunione, di stampa, separazione Chiesa‑Stato, istruzione primaria.

L’accumulazione del capitale sotto il Secondo Impero è di gran peso sulle condizioni di vita degli operai. Secondo D’Orleans, i prezzi agricoli aumentano del 25%, gli affitti ancora di più, mentre i salari dei lavoratori maschi non aumentano che dal 14 al 19% e i salari delle donne dell’8%, con riduzione delle entrate operaie e aumento dell’insicurezza. Si comprende così come il proletariato non sia rimasto passivo, anche se la sorveglianza della polizia è stretta e dura la repressione verso i “fautori di disordine”.

La borghesia, incapace com’è di governare, ha rimesso il potere nelle mani di Napoleone III dopo la farsa del colpo di Stato, scimmiottamento del 18 Brumaio. Tocca quindi ad un imperatore di paccottiglia di svolgere i bassi uffici della borghesia, cioè la repressione feroce del movimento operaio delle città e soprattutto delle campagne, il Sud e l’Ovest della Francia in particolare, che resistono alla liquidazione della Repubblica. Così nelle giornate del dicembre 1851 centinaia di rivoltosi sono uccisi, migliaia gli arresti, i giudizi a porte chiuse, le deportazioni. Poi seguiranno le leggi contro le coalizioni operaie e nel 1854 il libretto obbligatorio sia per l’operaio a domicilio sia in fabbrica. Le classi lavoratrici delle città e delle campagne vivranno sotto la tutela della gendarmeria, degli alti funzionari di cui il maggiore è il prefetto, saranno sorvegliate dalla polizia, dal clero e da informatori di ogni tipo.

Malgrado questa repressione il movimento operaio non è morto: gli scioperi persistono. Durante gli anni ´50 sono numerosi, per l’aumento dei salari, per la riduzione della giornata lavorativa, contro le cattive condizioni di lavoro. Le Società di Mutuo Soccorso continuano a raccogliere casse comuni per la disoccupazione così dissimulando le società di resistenza. L’azione dei raggruppamenti operai è poco visibile fino al 1859 «ma molte Società di Soccorso, gruppi riuniti sotto un’etichetta neutra e anodina, sopravvivono più o meno clandestinamente. In mancanza di potersi lanciare in una lotta aperta, obbligati a tener conto della sorveglianza inquieta del potere, hanno riflettuto in quegli anni sul senso, i metodi e gli scopi della loro azione» (J. Bron).

Il decreto del 26 marzo 1852 era tornato ad autorizzare le Società di Mutuo Soccorso ma sotto il controllo del sindaco e del prete e a condizione che non portino aiuto ai disoccupati. La repressione non arriva però ad impedire la formazione di queste associazioni: 2.237 nel 1851, diventano 6.139 nel 1869, di cui 4.398 legali. P. Louis ha fatto i seguenti calcoli: dal 1848 al 1864, 1.144 coalizioni sono state citate in giudizio, con 6.812 imputati dei quali 4.765 sono stati condannati a pene inferiori ad un anno e 80 a più di un anno.

L’aumento degli scioperi a partire dal 1860 è dovuto ad un cambiamento di comportamento di Napoleone III che adotta un atteggiamento più favorevole alla classe operaia. Vi cerca appoggio per bilanciare l’arroganza crescente della borghesia e la perdita del sostegno dei cattolici in seguito alla campagna d’Italia del 1859‑60. Gli scioperi diventeranno sempre più numerosi e andranno aumentando fino al 1868, per acquistare in tutta la Francia una grande ampiezza negli anni 1868‑70, senza tuttavia suscitare una reazione energica da parte del potere che si trova in piena decomposizione.


D.4. PREGIUDIZI PER L’ORGANIZZAZIONE DELLE PROLETARIE

Lo sviluppo industriale richiese fin dal secolo XIX l’utilizzazione di manodopera femminile e infantile, con salari più bassi di quelli degli uomini e con più alta disoccupazione. Le donne erano utilizzate per spezzare gli scioperi degli operai maschi, che le consideravano come ladre di lavoro, concorrenti che facevano abbassare i salari. I progressi della meccanizzazione modificarono inoltre la ripartizione dei compiti tra uomini e donne: a causa della diminuzione dei lavori di fatica, gli uomini vennero rimpiazzati dalle donne in alcune industrie (tessile, oreficeria). Ma alle donne spettavano sempre compiti secondari, i più monotoni, talvolta i più malsani, mentre i più qualificati eranno appannaggio degli uomini.

Nel 1867 l’Internazionale francese ispirata dai proudhoniani dichiarava: «In nome della libertà di coscienza, in nome della libertà della madre, strappiamo alla fabbrica che la demoralizza e la uccide questa donna che noi sogniamo libera (...) La donna ha come scopo essenziale quello di essere madre di famiglia, la femmina deve restare al focolare, il lavoro deve esserle proibito». Questa concezione proudhoniana della donna al focolare nasconde soltanto la diffidenza dell’operaio che vede nella donna una concorrente e che, invece di esigere per lei uguali diritti, si impantana nei suoi pregiudizi di sesso e di operaio aristocratico.

In Francia le prime organizzazioni operaie si mostrarono sin dall’inizio ostili alle operaie. Mal accolte dai compagni maschi, le donne si batterono a lungo da sole. Erano state praticamente escluse da tutte le organizzazioni operaie fino all’inizio del Novecento, e poco accette nelle Società di Mutuo Soccorso, nelle Camere del Lavoro, nella nascente CGT dei fine Ottocento.

Nel 1860, quando il sindacalismo non era ancora riconosciuto ma le Società di Mutuo Soccorso avevano un ruolo assai importante, la gran parte delle lavoratrici ne erano escluse. Su 472.855 membri di queste società, le donne erano 69.670, e quando venivano ammesse lo erano in condizioni di inferiorità.

Escluse dalle organizzazioni maschili, le operaie fondarono loro associazioni. Vi furono Società di Mutuo Soccorso femminili: nel 1860 ve ne erano 140, con 120.000 iscritte. Vi furono anche sindacati di donne.

Nella seconda metà del XIX secolo le donne furono sempre più presenti nelle lotte a fianco degli uomini, e da sole condussero scioperi molto duri: gli scioperi di Lione nel 1869, la partecipazione delle donne alla Comune del 1871 (ove furono organizzate da E. Dmitrieff), lo sciopero degli zuccherifici nel 1872, lo sciopero di 108 giorni delle bustaie di Limoges, lo sciopero di 40 giorni nelle filande di Rouen nel 1877. Una lunga serie di scioperi fu stata necessaria perché i sindacalisti, a partire dai primi anni del Novecento, cominciassero a preoccuparsi della sindacalizzazione delle donne.


D.5. PRIMI CONTATTI COI PROLETARI INGLESI

Il risveglio politico del movimento operaio francese dal 1859 si sviluppò a livello internazionale, grazie agli insegnamenti degli operai inglesi. Riprendiamo l’analisi di F. Mehring della situazione del movimento operaio internazionale a quel tempo in “Vita di Marx”.

Dopo aver parlato di Italia e Germania, aggiunge: «Diversamente stavano le cose in Francia e in Inghilterra, dove l’unità nazionale era da lungo tempo assicurata quando sorse il movimento proletario. Qui l’idea internazionalista era molto diffusa già prima del Quarantotto: Parigi era considerata la capitale della rivoluzione europea, e Londra la metropoli del mercato mondiale.

«Eppure anche qui, dopo le sconfitte del proletariato, l’idea internazionalista perse più o meno terreno. Lo spaventoso salasso nelle giornate di Giugno paralizzò la classe operaia francese e la ferrea oppressione del dispotismo bonapartista ostacolava la sua organizzazione sindacale e politica. Essa ricadde nella confusione pre‑quarantottesca delle sette, dalle quali emersero con più chiarezza due tendenze che in qualche modo isolarono l’elemento rivoluzionario e l’elemento socialista. La prima tendenza si ricollegava a Blanqui, non aveva un programma propriamente socialista, ma voleva conquistare il potere politico mediante il colpo di mano di una minoranza decisa. L’altra tendenza — incomparabilmente più forte — era sotto l’influenza ideologica di Proudhon, che, con le sue Banche di Scambio per istituire il credito gratuito e simili esperimenti dottrinari, si allontanava dal movimento politico; di questo movimento Marx aveva già detto, nel “18 Brumaio”, che rinunciava a trasformare il vecchio mondo coi grandi mezzi suoi propri, e cercava al contrario di conseguire la propria emancipazione per così dire fra le quinte della società, in via privata, entro i limiti ristretti delle sue condizioni d’esistenza (...)

«Le ventate che rianimarono il movimento internazionalista furono successivamente alla crisi commerciale del 1857, alla guerra del 1859 e soprattutto alla guerra civile che era scoppiata nel 1860 fra gli Stati del Nord e gli Stati del Sud dell’Unione nordamericana. Dopo che la crisi commerciale del 1857 aveva inferto il primo duro colpo allo splendore bonapartista in Francia, era completamente fallito il tentativo di parare questo colpo grazie a una riuscita avventura di politica estera. La macchina che l’uomo di Dicembre aveva messo in moto gli era sfuggita dalle mani da un pezzo. Il movimento per l’unità italiana era diventato più grande di lui, e quanto alla borghesia francese questa non si era lasciata soddisfare dai magri allori delle battaglie di Magenta e di Solferino. Per smorzare la crescente arroganza della borghesia si cercò di accordare un più largo margine d’azione alla classe operaia; la possibilità d’esistenza del Secondo Impero dipendeva proprio dal riuscire a far sì che borghesia e proletariato si neutralizzassero a vicenda. Naturalmente Bonaparte non pensava a concessioni politiche, ma sindacali (...) Il risveglio politico della classe operaia inglese e francese ridestò l’idea internazionalista».

Così a partire dal 1859‑60, la sorveglianza poliziesca si allenta e nascono gran numero di società: cooperative di produzione, di consumo, di credito, di risparmio, e, naturalmente, società di resistenza. Lo sviluppo delle vie di comunicazione favorisce lo stabilirsi di legami tra proletari.

Per accattivarsi le masse sfruttate Napoleone III, per mezzo del suo sinistreggiante cugino Girolamo Bonaparte, soprannominato Plon‑plon, permette la partecipazione di una delegazione operaia all’Esposizione Universale di Londra del 1862. Si tratta anche di una operazione di prestigio nazionale, come spiega “L’Opinion Nationale” del 2 ottobre 1861: «Bisogna che la classe operaia parigina si affermi se vuole conservare sugli operai delle altre nazioni quella superiorità che fino ad oggi ci siamo assicurati sui mercati».

Tolain, operaio cesellatore in bronzo, proudhoniano, che frequenterà i salotti di Plon‑plon (questo legame con il Secondo Impero sarà rimproverato agli internazionalisti proudhoniani fino al 1870) e che sarà uno dei membri più attivi dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori in Francia, risponde nello stesso giornale che gli operai non hanno interessi comuni con i borghesi e che l’organizzazione operaia deve essere indipendente: «Che un Comitato esclusivamente composto di operai si formi al di fuori del padronato, della autorità o dei fabbricanti, che tenti di formare un centro, di raggruppare intorno a sé degli aderenti, di riunire delle sottoscrizioni, per inoffensivo che sia il suo scopo, siate certi che non gli si permetterà di raggiungerlo».

Duecento delegati operai, eletti dai presidenti delle società di mutuo soccorso vanno a Londra dal 19 luglio al 15 ottobre 1862. Qui scoprono una classe operaia inglese meglio organizzata e meglio pagata, sviluppo libero dell’organizzazione operaia, essendo stato abrogato in Inghilterra il delitto di coalizione dal 1825 (ma la grande massa degli aderenti alle Trade Unions erano privati del diritto di voto) e salari più elevati (circa del 30%) per una durata del lavoro minore. I delegati tornano con risoluzioni che il potere certo non si attendeva! Queste sono favorevoli alle Camere Sindacali, definite come «organismi di educazione in vista dell’emancipazione della classe operaia», all’estensione delle Società di Mutuo Soccorso, allo sviluppo delle Società di Resistenza come organi di difesa categoriale, al diritto di sciopero, alla fraternità operaia internazionale, come riferiscono gli operai della bigiotteria:

«Il nostro soggiorno a Londra è una condanna formale del funesto principio di nazionalità e se l’avvenire vuole che le esposizioni universali si propaghino così come le delegazioni, è certo che si avranno parecchie sorprese. Propaghiamo le nostre idee, cerchiamo di rinnovare le delegazioni, sia nell’interesse dell’industria sia per la fraternità della classe operaia».

I 53 rapporti dei delegati vantano tutti l’idea dell’associazione operaia, anche se reclamano ancora l’intervento dello Stato per rafforzare queste associazioni. Questi contatti con gli operai d’oltre Manica all’apogeo del cartismo sono stati più che benefici per il proletariato francese.


D.6. VERSO ORGANISMI DI CLASSE AUTONOMI

Gli scioperi sono numerosi nel 1862, 1863, 1864, specialmente quelli dei minatori del Nord e del Pas de Calais e quelli dei tipografi parigini. Si nota un’accelerazione nella creazione delle società operaie fin dal 1863, sia delle associazioni di produzione sia delle società di risparmio o di resistenza al riparo delle mutue.

Nel maggio 1863, lo stesso Tolain pubblica un opuscolo (“Alcune verità sulle elezioni di Parigi”) che difende già il principio di una riorganizzazione autonoma del proletariato: «Gli operai reclamano oggi, in nome del diritto comune, la libertà di formare, in ogni professione, camere sindacali operaie. La camera sindacale operaia sarà, nell’ordine economico, l’istituzione base di ogni progresso futuro».

Tolain qui anticipa di cinque anni il movimento di creazione delle camere sindacali. Questa rivendicazione di autonomia è ripresa l’anno seguente dall’“Opinion Nationale”, che appoggia la candidatura di Tolain:

«Una strana confusione è sorta fra alcuni che raccomandano le camere sindacali; secondo loro le camere sindacali sarebbero composte di padroni e di operai, come dei probiviri nel mestiere, arbitri incaricati di decidere di volta in volta sulle questioni che si presentano. Ora quello che noi chiediamo è una camera composta esclusivamente di operai, eletti con il suffragio universale, una Camera del Lavoro, potremmo dire con analogia alla Camera di Commercio».

Questa citazione illustra il progresso della coscienza operaia, benché Tolain e suoi compagni rimangano proudhoniani convinti.

Mehring scrive a questo riguardo:

«Ma Tolain non raccolse che alcune centinaia di voti. Proudhon era d’accordo con il contenuto del Manifesto ma condannava la partecipazione elettorale, stimando che le schede bianche costituivano una protesta più vigorosa contro l’Impero. I blanquisti, da parte loro, giudicavano il documento troppo moderato, mentre la borghesia, sia di colore liberale sia radicale, non ebbe, a parte qualche rara eccezione, che sarcasmo per questa manifestazione di autonomia operaia, benché il programma elettorale di Tolain non avesse niente di inquietante (...) Incoraggiato da tutto questo, Bonaparte rischiò un po’ di più; nel maggio 1864 fu promulgata una legge che non giunse ancora a togliere la proibizione delle associazioni professionali (per questo bisognerà attendere altri quattro anni), ma abrogò i paragrafi del Codice Penale che vietavano le coalizioni operaie per il miglioramento delle condizioni di lavoro».

L’esclusività e il marcato carattere di classe di queste Camere mostrano il netto progresso del movimento operaio negli anni ´60. «Queste società esistevano già a Parigi presso i calzolai, i tipografi, i cappellai, nelle costruzioni, come società di resistenza più o meno camuffate in società di mutuo soccorso» (J. Bron). La moltiplicazione degli scioperi porta il governo, con la legge del 25 maggio 1864, a riconoscere il diritto di coalizione, ma solo in teoria perché ogni riunione resta proibita! Il diritto di sciopero è solo individuale e lo sciopero costituisce la rottura del contratto di lavoro (principio questo in vigore fino al 1950). Infine il 2 agosto 1868 viene abrogato l’articolo 1781 del Codice Napoleone («Il padrone è creduto sulla parola»).

È soprattutto nei vecchi mestieri e nelle regioni che avevano una tradizione di lotta (bronzisti, sarti, tipografi parigini, vasai di Limoges...) che hanno luogo nel 1864‑65 numerosi conflitti, soprattutto per la riduzione della giornata lavorativa. A partire dal 1866‑67 sono soprattutto i centri industriali provinciali che sono all’avanguardia delle rivendicazioni e delle lotte, mentre prima erano indietro.

Questa manodopera poco qualificata come minatori, tessitori, sterratori, per lungo tempo schiacciati dalle condizioni di lavoro, rassegnati, cominciano ad alzare la testa e ad organizzarsi. I loro scioperi ben condotti sono spesso vittoriosi. Così i minatori della Loira, che creano nel 1866 la Cassa Fraterna degli Operai Minatori della Loira che li inquadra e interviene attivamente negli scioperi del 1869 nei paesi minerari; lo stesso per i metallurgici e i minatori contro il capitalista Schneider che ha organizzato le sue imprese in modo patriarcale (costruzione di case per gli operai, opere sociali ecc.).

Un osservatore dell’epoca, Veron, nel 1865 nota: «Si manifesta a Parigi e nella maggioranza dei dipartimenti, un movimento di associazione che indica nella popolazione un bisogno serio di fuggire alle condizioni provocate dall’immenso sviluppo della grande industria e del grande commercio».

Questa tendenza all’organizzazione autonoma degli operai per difendere i loro interessi è il fine di decenni di lotte, di speranze, di miserie e di disfatte come di vittorie temporanee della classe che si va formando. In quegli anni 1860 è stato fatto un passo importante: i gravi rovesci del 1831, 1834, 1848, 1851 divengono ora un’arma per la classe operaia perché acquisisca l’indipendenza delle sue organizzazioni, fattore primordiale e condizione di successo.


D.7. L’ASSOCIAZIONE INTERNAZIONALE DEI LAVORATORI

«Il risveglio politico della classe operaia inglese e francese ridanno vita alla idea internazionalista. Già l’Esposizione Universale del 1862 era stata l’occasione di una “festa di fraternizzazione” fra delegati francesi e operai inglesi» (Mehring).

Due avvenimenti accelereranno il processo di formazione di un legame internazionale: la guerra civile negli USA del 1861 e l’insurrezione polacca del 1831. Per reazione all’appoggio del governo inglese agli schiavisti del Sud, viene costituito un comitato di sostegno per iniziativa delle Trade Unions londinesi mentre a Parigi si crea lo stesso comitato e fra i due si stabiliscono dei contatti.

Nella stessa epoca l’insurrezione polacca contro lo zarismo provoca un’ondata di simpatia in tutta Europa. In Francia si organizza una serie di assemblee e un comitato diretto dagli operai di Tolain e Perrachon; in Inghilterra due tradeunionisti, Cremer e Odger, e un borghese radicale, il professor Beesly, sono alla testa della campagna polacca. Nell’aprile 1863 si tiene a Londra un grande comizio di sostegno e si decide di convocare una manifestazione internazionale destinata a spingere i governi inglese e francese a intervenire in favore dei polacchi. L’incontro ha luogo a Londra il 22 luglio sotto la presidenza di Beesly. Odger, Cremer e Tolain vi prendono la parola; all’indomani un incontro organizzato su iniziativa del Consiglio londinese delle Trade Unions riunisce la delegazione parigina (Tolain, Perrachon, Limousin) con i capi operai inglesi, senza la partecipazione degli elementi borghesi.

Nel novembre gli inglesi inviano un Indirizzo agli operai francesi per ringraziarli di aver partecipato agli incontri sulla Polonia sottolineando la necessità di relazioni sistematiche fra le classi lavoratrici di tutti i paesi per sfuggire alla concorrenza fra le classi operaie nazionali imposta dal capitale internazionale. «La fraternità dei popoli, scrivono i tradeunionisti inglesi, è estremamente necessaria nell’interesse degli operai. Perché ogni volta che noi tentiamo di migliorare la nostra condizione sociale con la riduzione della giornata lavorativa e l’aumento dei salari, ci minacciano sempre di far venire francesi, tedeschi, belgi che lavorano per meno».

Questo Indirizzo riscontra una viva eco nelle fabbriche parigine, tanto che Tolain e i suoi decideno di presentare candidati operai alle future elezioni complementari del marzo 1864 al fine di manifestare l’autonomia della classe operaia di fronte ai borghesi radicali.

È questo il tema del «Manifesto dei Sessanta», del febbraio 1864, firmato da 60 operai parigini che afferma: «Il suffragio universale ci ha reso maggiorenni politicamente, ora dobbiamo emanciparci socialmente».

Nel settembre gli operai parigini redigono la loro risposta all’Indirizzo inglese e incaricano una delegazione di portarla a Londra. Per ricevere questa delegazione il comitato inglese tradeunionista convoca una riunione al Saint Martin’s Hall che si tiene il 28 settembre 1864 in una sala strapiena. Fra i delegati francesi, tutti provenienti dalla tradizione proudhoniana, Tolain, Perrachon, Limousin. Il discorso di Tolain mette in luce la necessità dell’unione dei proletari di fronte al capitale:

«Lavoratori di tutti i paesi che volete essere liberi, tocca oggi a voi di darvi dei Congressi (...) Spinti dalla necessità del momento e dalla forza delle cose i capitali si concentrano e si organizzano in potenti associazioni finanziarie e industriali (...) Davanti a questa potente organizzazione tutto si piega, tutto cede, l’uomo isolato non è niente, sente tutti i giorni diminuire la sua libertà di azione, la sua indipendenza (...) Lavoratori di ogni paese bisogna unirci per opporre una barriera insormontabile a un sistema funesto che divide la umanità in due classi: una plebe ignorante e affamata e dei mandarini pletorici e panciuti. Salviamoci con la solidarietà».

Mehring, parlando sempre della fondazione dell’Associazione Internazionale, così continua: «Dopo un dibattito animato, nel corso del quale Eccarius prese la parola in nome dei tedeschi, il convegno adottò la proposta del tradeunionista Wheeker di incaricare un comitato di redigere lo statuto provvisorio di una associazione internazionale, statuto che un congresso internazionale sarebbe stato chiamato ad adottare l’anno seguente a Bruxelles. Fu eletto questo comitato dotato del diritto di cooptazione; era composto di numerosi tradeunionisti e di delegati stranieri della classe operaia fra i quali figuravano per i tedeschi un uomo che i resoconti della stampa citavano per ultimo: Karl Marx».


D.8. L’INTERNAZIONALE E IL MARXISMO

«Fino ad allora Marx non aveva preso parte attiva al movimento. Il francese Le Lubez, rifugiato a Londra, aveva sollecitato la sua partecipazione al convegno per rappresentare gli operai tedeschi, e gli aveva evidentemente domandato di nominare un operaio suscettibile di prendere la parola in loro nome. Marx propose Eccarius, accontentandosi da parte sua di assistere dal palco da spettatore muto».

Marx sentiva che erano in gioco delle “forze reali”. A Weydemeyer e in termini simili ad altri amici, scrisse: «Il Comitato Internazionale operaio ricostituito non è senza importanza. I suoi membri inglesi sono reclutati per la maggioranza fra i capi delle Trade Unions locali, cioè i veri re degli operai di Londra, le stesse persone che hanno riservato a Garibaldi una accoglienza trionfale (...) Da parte francese i membri sono delle personalità insignificanti, ma sono i porta parola diretti dei capi “operai” parigini (...) Benché abbia rifiutato sistematicamente per anni ogni partecipazione a ogni “organizzazione”, ecc. qualunque essa fosse, ho accettato questa volta perché si tratta di una storia dove è possibile esercitare un’influenza importante».

In effetti il movimento operaio internazionale era maturo per una organizzazione reale in vista della lotta. Così in una lettera a Bolte del 1871 Marx spiegava la dinamica del movimento che porta alla fondazione dell’Internazionale:

«L’Internazionale è stata fondata per mettere al posto delle sette socialiste o semisocialiste l’organizzazione reale della classe operaia in vista della lotta. Gli Statuti provvisori così come l’Indirizzo inaugurale lo dimostrano al primo colpo d’occhio. Del resto l’Internazionale non avrebbe potuto affermarsi se l’evoluzione storica non avesse già maturato il fenomeno delle sette. Lo sviluppo delle sette socialiste e quello del movimento operaio reale si fanno sempre in senso inverso l’una e l’altra. Quando le sette si giustificano (storicamente), la classe operaia non è ancora matura per una organizzazione storica indipendente. Ma quando essa è arrivata a maturità, tutte le sette divengono essenzialmente reazionarie. È così che la storia dell’Internazionale ha riflesso ciò che la storia rivela dappertutto: ciò che è caduto cerca costantemente di ricostituirsi sotto una nuova forma per perpetuarsi. Così la storia dell’Internazionale è stata una lotta continua del Consiglio Generale contro le sette e gli intrighi di dilettanti, che tentarono sempre di affermarsi nel seno dell’Internazionale stessa, in opposizione al movimento reale della classe operaia. Questa lotta è stata fatta anche nei Congressi, ma molto di più nei rapporti privati del Consiglio Generale con ogni sezione particolare».

Marx divenne allora «l’ispiratore ideale del comitato. Il comitato eletto cooptò dei nuovi membri, così raggruppando circa 50 persone di cui la metà erano operai inglesi, la Germania seguiva per ordine di importanza con circa 10 membri che, come Marx, Eccarius, Lessner, Lochner e Pfänder, avevano già aderito alla Lega dei Comunisti, la Francia aveva 9 delegati, l’Italia 6, la Polonia e la Svizzera 2» (Mehring).

Questo comitato provvisorio era molto eterogeneo e rappresentava bene le correnti costitutive dell’Internazionale: ci erano prima di tutto gli inglesi, che a loro volta si dividevano in più frazioni, i principali dirigenti del movimento sindacalista fra cui George Odger, che divenne il primo presidente del Consiglio Generale, gli owenisti e i vecchi cartisti. I francesi si riallacciavano per la maggior parte alla tradizione proudhoniana, gli italiani con il maggiore Wolff si rifacevano a Mazzini (misto di repubblicanismo, di misticismo religioso e di antisocialismo), infine una corrente molto minoritaria tedesca rappresentata da vecchi membri della Lega dei Comunisti rifugiati a Londra con Eccarius, Lessner, Pfänder e Marx. Una volta creato, il comitato costituì un sottocomitato incaricato di elaborare Programma e Statuto. Marx fu eletto anche in questo sottocomitato.

Per liberarsi completamente della fraseologia sonora e vacua dei mazziniani e dei delegati inglesi e francesi, Marx redasse – cosa che non era stata prevista subito dopo l’incontro del Saint Martin’s Hall – un Indirizzo alle classi lavoratrici, una sorta di retrospettiva della storia della classe operaia dopo il 1848, in modo che gli Statuti potessero in seguito essere redatti in termini più chiari e concisi. Il sottocomitato si allineò di getto alle posizioni di Marx e questo, su richiesta, aggiunse nel Preambolo degli Statuti, e non nell’Indirizzo, alcune frasi roboanti sulla verità, la giustizia e la morale che, come scrisse ad Engels, seppe inserire in tal maniera «da non far danno».

In questo Indirizzo inaugurale e negli Statuti, Marx indicava al proletariato la strada da seguire per evitare lunghe peregrinazioni. Ma dovette tenere conto della debolezza e della disomogeneità del movimento. Scrisse così ad Engels:

«Ci vorrà del tempo perché il risveglio del movimento autorizzi di nuovo l’audacia del linguaggio di una volta. È necessario essere energici nella sostanza e dolci nella forma», e aggiungeva che l’Indirizzo era redatto «in modo che le nostre vedute appaiano sotto una forma che le renda accettabili dal movimento operaio, tenuto conto del suo livello attuale».

Perché questi due documenti avevano una funzione diversa da quella del Manifesto: «Era importante ormai fondere tutti gli operai di Europa e d’America pronti alla lotta in una grande armata, di elaborare un programma che, secondo le parole di Engels, non chiudesse la porta né alle Trade Unions inglesi, né ai proudhoniani francesi, belgi, italiani e spagnoli, né ai lassalliani tedeschi. Per la vittoria finale del socialismo scientifico quale fu enunciato nel Manifesto Comunista, Marx si rimetteva unicamente alla maturità intellettuale della classe operaia, che doveva essere il frutto della sua azione unita» (Mehring).

La classe operaia era dunque matura per un’organizzazione unica internazionale e dunque per superare il quadro ristretto delle sette. L’Internazionale rendendo più forte la classe operaia europea avrebbe dovuto diventare un utensile potente per la conquista del potere politico, problema già posto dalle lotte operaie dal 1848 e che era stato definito dalle analisi marxiste.

Nell’Indirizzo Inaugurale, Marx riconobbe che le cooperative, benché avessero avuto il ruolo sovversivo di dimostrare che la produzione a grande scala è possibile senza una classe di padroni, non saranno tuttavia mai capaci «di arrestare la progressione geometrica dei monopoli né di liberare le masse».

Prodotto del movimento storico l’Internazionale, rispondeva ad un bisogno preciso, quello di «generalizzare ed unificare i movimenti spontanei della classe operaia». Il suo compito non era ancora quello «di prescrivere o di imporre un sistema dottrinario quale che sia», ma di organizzare le forze del proletariato. L’Internazionale era dunque aperta a tutte le concezioni proletarie.

Marx così scrisse negli Statuti Provvisori dell’Internazionale: «La presente Associazione è creata per stabilire un punto centrale di comunicazione e di cooperazione fra le società operaie di differenti paesi aspiranti allo stesso scopo, cioè, la difesa, il progresso e l’emancipazione completa della classe operaia».

Il carattere necessariamente internazionale della lotta e dell’organizzazione operaia si sarebbe dovuto esprimere nell’Internazionale: non solamente questa organizzazione sarebbe stata un’arma potente per la lotta contro gli industriali, ma nel suo sviluppo avrebbe rappresentato la sintesi di tutte le esperienze di lotta sociale della classe operaia di tutti i paesi. L’Internazionale avrà dunque una funzione centralizzatrice e sarà anche organizzata in modo centralizzato con un Consiglio generale.

Nell’Indirizzo Generale: «Il Consiglio Centrale funziona come agenzia internazionale fra le diverse società che collaborano, in modo tale che gli operai di ogni paese sono costantemente al corrente dei movimenti della loro classe in tutti gli altri paesi; che una inchiesta sulla situazione sociale dei diversi paesi di Europa sia fatta simultaneamente e sotto una direzione comune, che le questioni di interesse generale proposte da una società, siano riprese da tutte le altre e che in caso di necessità, come in caso di contese internazionali, tutti i gruppi dell’Associazione possano agire simultaneamente ed in maniera uniforme. Per questa ragione, i membri dell’Internazionale dovranno sommare i loro sforzi per riunire le società operaie ancora disperse dei loro rispettivi paesi in associazioni nazionali, dotate di organi nazionali centrali».

Marx precisava così chiaramente, di fronte agli elementi anarchici, la funzione centralizzatrice dell’Internazionale.

Il Consiglio centrale, da confermarsi ogni anno, eleggeva sede a Londra e si componeva di lavoratori appartenenti ai differenti paesi rappresentati dall’Internazionale. Le organizzazioni di mestiere, le associazioni di mutuo soccorso e altre associazioni operaie erano invitate ad aderire collettivamente. Dupon divenne il segretario corrispondente per la Francia, Marx per la Germania. Il Consiglio centrale riconosceva alle società affiliate il diritto di eleggere i loro rappresentanti, ma si riservava la facoltà di confermarli. Le organizzazioni operaie dei diversi paesi aderendo all’Internazionale conservavano la loro organizzazione a condizione che il loro statuto non fosse in contrasto a quello dell’Internazionale. I lassalliani, che Marx ed Engels accusarono di collaborazione con Bismarck, furono subito esclusi.

L’Internazionale si era proposta un compito immenso e Marx non misurò lavoro e impegno per venirne a capo.


D.9. LA SEZIONE FRANCESE

Nel settembre ´65 a Londra si tenne una conferenza ristretta dell’Internazionale. La Francia era rappresentata da Tolain, Fribourg, Limousin, Schily, vecchio amico di Marx dal 1848, e Varlin. Fribourg e Tolain fecero il rapporto per la Francia: l’Internazionale aveva ricevuto un’accoglienza favorevole ma gli operai attendevano di vedere prima di aderire. I francesi chiesero che ogni iscritto avesse diritto di seggio e di parola ai congressi e non fu che alla fine di dibattiti tumultuosi che vinse il principio della delega di potere. Chiesero anche di scrivere all’ordine del giorno del successivo congresso la questione religiosa (l’influenza delle sue idee sul movimento sociale e politico), ma si opposero all’ordine del giorno sulla Polonia cioè alla «necessità di arginare il progresso dell’influenza russa in Europa ristabilendo una Polonia indipendente su una base democratica e socialista» appoggiato da Marx; Proudhon si era pronunciato infatti contro il ristabilimento dell’indipendenza della Polonia.

Al loro ritorno in Francia i delegati parigini pubblicarono un rapporto sulla conferenza e sull’ordine del giorno del successivo congresso, rapporto che ricevette un’eco favorevole nella stampa parigina. Marx notava in una lettera ad Engels: «I nostri parigini sono un po’ stupiti che i paragrafi sulla Russia e la Polonia, che non volevano, sono giustamente quelli che fanno più scalpore».

Sul continente era Ginevra che stava per diventare la capitale del movimento. La causa dell’Internazionale guadagnava terreno anche in Francia, ma l’assenza totale della libertà di stampa e di riunione rendeva difficile la creazione di veri centri del movimento; in più l’opera del proudhonismo non era tale da dare al proletariato lo slancio necessario per organizzarsi. Quando scoppiò la guerra austro-prussiana del 1866 i membri francesi dell’Internazionale furono all’origine di alcune polemiche: essi dichiararono sorpassata l’idea della nazione e reclamavano la loro dispersione in piccoli “gruppi” destinati in seguito a prendere forme di “associazioni” che si sarebbero sostituite allo Stato.

Marx non partecipò al congresso ma ne seguì attentamente i lavori e redasse un memorandum per i delegati londinesi che formulò in punti: «che permettessero un accordo immediato e un’azione concreta dei lavoratori, che rispondessero in modo immediato ai bisogni della lotta di classe, che aiutassero i lavoratori ad organizzarsi in classe e li spingessero a farlo» (Marx a Kugelmann).

Erano presenti 60 delegati. Marx stimò che era riuscita al di là delle sue speranze e non ebbe parole severe che per i francesi, scrivendo a Kugelmann:

«I signori parigini avevano la testa piena di frasi proudhoniane, le più vuote: ciarlano sulla scienza e non ne sanno niente; disdegnano ogni azione rivoluzionaria che sorga direttamente dalla lotta di classe, ogni movimento sociale generale, cioè realizzabile anche con mezzi politici (per esempio la riduzione della giornata lavorativa con una legge) sotto il pretesto della libertà, dell’antigovernativismo e dell’individualismo antiautoritario. Essi che per 16 anni hanno sopportato e sopportano con tanta tranquillità il dispotismo più miserabile, esaltano nei fatti il sistema borghese ordinario, accontentandosi di idealizzarlo alla Proudhon. Proudhon ha fatto un male enorme. La sua pseudo-critica e la sua pseudo-opposizione agli utopisti (e lui stesso non è che un utopista piccolo borghese, mentre nelle utopie di Fourier, di un Owen si legge il presentimento e l’espressione fantastica di un mondo nuovo) hanno dapprima conquistato e sedotto la gioventù brillante, gli studenti, poi gli operai, soprattutto parigini che, poiché lavorano nelle industrie di lusso, sono, senza saperlo, ancora assai legati al vecchio sudiciume borghese. Ignoranti, vanitosi, chiacchieroni, presuntuosi, enfatici, erano sul punto di rovinare tutto, perché accorsero al congresso in numero per nulla corrispondente al numero dei loro membri».

La mozione della delegazione francese, che limitava l’ammissione nell’Internazionale ai soli lavoratori manuali, cadde in pieno. Tolain e Fribourg, malgrado l’obiezione di Varlin e di altri delegati francesi, fecero passare una mozione che condannava il lavoro delle donne, relegate al focolare.

All’inizio del programma adottato dal congresso figuravano le risoluzioni sulla legislazione del lavoro e sui sindacati (riduzione dell’orario di lavoro). Il congresso ribadì la necessità di società operaie per impedire la concorrenza tra operai, ed anche per la loro azione contro il sistema capitalistico stesso.

Nel primo periodo dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori si manifestò il contrasto con i proudhoniani, che rifiutavano lo sciopero ritenendolo economicamente dannoso e socialmente pericoloso, e si opponevano a qualsiasi forma di collettivizzazione.

Nel 1867‑68 numerose formazioni operaie parteciparono a elezioni. In Svizzera vi fu un netto disaccordo con i membri della sezione di Locle che arrivarono a rifiutare qualsiasi partecipazione elettorale: il nucleo “bakuninista” si era costituito.

Scrive Marx a Bolte il 23 novembre 1871: «Poiché i proudhoniani (mutualisti) avevano partecipato alla fondazione dell’Internazionale, fu del tutto naturale che per i primi anni tenessero il timone a Parigi. Più tardi gruppi collettivisti, positivisti, ecc., iniziarono a formarsi in opposizione ai proudhoniani».

Tolain, proudhoniano, dogmatico, operaista, chiederà al primo congresso dell’Internazionale del 1866 che potessero esservi ammessi solo i lavoratori manuali. A partire dalla fine del 1866 Varlin si oppose a Tolain su due punti: l’educazione laica, opposta all’educazione familiare difesa da Tolain, e il lavoro femminile, cui Tolain era contrario.

Nel 1865 vi era stato un conflitto all’interno della sezione parigina, che contrappose gli operai proudhoniani Tolain e Limousin alla tendenza socialista repubblicana all’avvocato Lefort, legato a Le Lubez, emigrato a Londra, segretario corrispondente per la Francia. Era iniziato in seguito ad un articolo di Moses Hess, sul Sozial‑Demokrat, che accusava Tolain di essere legato ad ambienti bonapartisti. Marx ed Engels ruppero definitivamente con i lassalliani di quel giornale, che si intendevano con Bismarck, e confermarono la direzione della sezione parigina a Tolain, Fribourg e Limousin; ma il Consiglio generale fece di tutto per mantenere entrambi i gruppi nell’Internazionale.

La fine della Comune con la disfatta del proletariato parigino spostò il centro di gravità del movimento socialista dalla Francia alla Germania. Ma l’Internazionale era vietata in Germania, mentre in Inghilterra le riforme democratiche del ministro Gladstone avevano allontanato le Trade Unions dall’Internazionale e in Spagna ed in Italia, a causa della debolezza locale del movimento operaio, le sezioni dette anti‑autoritarie progredirono notevolmente. Al congresso dell’Aja del 1872 l’adozione della risoluzione sulla necessità per il proletariato di costituire un suo distinto partito politico segnò il prevalere del marxismo sull’anarchismo.


D.10. MARXISMO E ORIGINE DEI SINDACATI

I sindacati nascono dal fatto economico. Nell’ultimo capitolo della “Miseria della Filosofia”, scritto nel 1846, intitolato “Gli scioperi e le coalizioni degli operai”, Marx spiega chiaramente: «Più si sviluppa l’industria moderna e la concorrenza più ci sono elementi che provocano e assecondano le coalizioni, e quando le coalizioni sono diventate un fatto economico, prendendo di giorno in giorno sempre più consistenza, non possono tardare a diventare un fatto legale. Così l’articolo del codice penale (che in Francia proibiva gli scioperi e le coalizioni) prova tutt’al più che l’industria moderna e la concorrenza non erano ancora ben sviluppate sotto l’Assemblea Costituente e sotto l’Impero (...) Le coalizioni non hanno cessato di progredire e di ingrandirsi con lo sviluppo e l’ampliamento dell’industria moderna, tanto che il grado in cui è arrivata la coalizione in un paese segna esattamente la posizione che esso occupa nella gerarchia del mercato mondiale. L’Inghilterra, in cui l’industria ha raggiunto il più alto grado di sviluppo, ha le coalizioni più vaste e meglio sviluppate».

La creazione dei sindacati è un progresso gigantesco della classe operaia. Lenin ne “l’Estremismo” scrive: «I sindacati hanno segnato un progresso gigantesco della classe operaia all’inizio dello sviluppo del capitalismo; essi hanno segnato il passaggio dallo stato di dispersione e di impotenza in cui si trovavano gli operai, ai primi tentativi di raggruppamento di classe (...) In nessuna parte del mondo lo sviluppo del proletariato si è fatto e non si poteva fare altrimenti che attraverso i sindacati, attraverso l’azione reciproca dei sindacati e del partito di classe».

Di fronte allo sfruttamento feroce dei capitalisti, alle condizioni di stretta sopravvivenza che loro imponevano, i proletari non hanno che una soluzione: associarsi per spezzare la concorrenza che li divide e che fa la forza dei loro sfruttatori.

«È sotto la forma delle coalizioni che hanno sempre luogo i primi tentativi di associazione dei lavoratori» (“Miseria della Filosofia”). I sindacati e gli scioperi hanno un’importanza fondamentale: «Perché sono il primo tentativo degli operai tendente a sopprimere la concorrenza. Di fatto presuppongono la coscienza che la dominazione della borghesia si fonda necessariamente sulla concorrenza fra gli operai, cioè sulla divisione del proletariato e sulla contrapposizione fra singoli e gruppi di operai» (“La situazione della classe operaia in Inghilterra”).

I sindacati difendono il valore della forza lavoro: «Il valore della forza lavoro costituisce la base razionale e dichiarata dei sindacati, dei quali non si deve sottovalutare l’importanza che hanno per la classe operaia. I sindacati hanno per scopo di impedire che il livello dei salari scenda al di sotto del valore normalmente pagato nei diversi rami d’industria e che il prezzo della forza lavoro cada al di sotto del suo valore» (“Il Capitale”).

Il movimento politico è lo sbocco delle lotte economiche: «La coalizione ha sempre un duplice scopo, quello di far cessare la concorrenza al suo interno per poter fare una generale concorrenza al capitalista. Se il primo scopo della resistenza non è stato che il mantenimento dei salari, quando i capitalisti a loro volta si riuniscono al fine della repressione delle coalizioni, all’inizio isolate, queste tendono a raggrupparsi e, di fronte al capitale sempre unito, la difesa dell’associazione diventa per esse più necessario che quella del salario (...) In questa lotta – vera guerra civile – si riuniscono e si sviluppano tutti gli elementi necessari per la battaglia avvenire. Giunta a questo punto, l’associazione assume un carattere politico.

«Le condizioni economiche avevano dapprima trasformato le masse del paese in lavoratori. La dominazione del capitale ha imposto a questa massa una situazione comune, degli interessi comuni. Così questa massa è già una classe di fronte al capitale, ma non ancora per se stessa. Nella lotta, della quale non abbiamo ricordato che alcune fasi, questa massa si riunisce, si costituisce in classe per se stessa. Gli interessi che difende diventano gli interessi della classe. Ma la lotta fra le classi è una lotta politica» (“Miseria della Filosofia”).

Le coalizioni «rappresentano un mezzo di unificazione della classe operaia che si prepara così a rovesciare la vecchia società tutta intera e le sue contraddizioni di classe» (Marx, Manoscritto sul salario, in “Syndacalisme”, Maspero).

Marx scriverà nella Risoluzione dell’Associazione Internazionale sui sindacati adottata al congresso di Ginevra del 1866: «A parte la loro opera immediata di reazione contro le manovre truffaldine del capitale, essi devono oggi agire come ambienti per l’organizzazione della classe operaia per il grande scopo della sua emancipazione radicale. Devono appoggiare ogni movimento sociale e politico svolgentesi in questa direzione».

Per concludere scegliamo una lettera di Marx a Bolte del novembre 1871: «Lo scopo finale del movimento politico della classe operaia è naturalmente la conquista del potere politico a suo vantaggio, il che naturalmente la conquista del potere politico a suo vantaggio, il che implica in modo assoluto che precedentemente una organizzazione sufficientemente sviluppata della classe operaia sia nata e cresca a partire dalla sue lotte economiche stesse. Però, per diventare politico, un movimento deve opporre alle classi dominanti gli operai agenti come classe, per poterle vincere con una pressione da esse indipendente. Così, l’agitazione è puramente economica quando gli operai tentano, per mezzo di scioperi, ecc., in una sola fabbrica o anche in un solo ramo industriale, di ottenere dai capitalisti privati una riduzione del tempo di lavoro; per contro è politica quando essi strappano con la forza (erzwingen) una legge che fissi ad otto ore la giornata di lavoro, ecc.».

E Lenin completa: «La classe operaia, durante uno sciopero politico, appare come la classe dirigente di tutto il popolo. Il proletariato svolge in tali circostanze non solo il ruolo di una delle classi della società borghese, ma anche quella di forza dominante, cioè che dirige, che guida e di avanguardia. Le idee politiche che si esprimono in un tale movimento hanno un carattere che vale per tutta la nazione, nel senso che si riferiscono alle condizioni fondamentali più profonde di tutto il paese» (“Scioperi economici e scioperi politici”).

Lenin più sopra, citate le statistiche governative, scriveva: «Lo sciopero politico e lo sciopero economico si sostengono l’un l’altro, costituendo l’uno per l’altro una fonte di energia. Senza uno stretto legame fra queste forme di sciopero, un movimento veramente vasto e di massa – per di più con un significato nazionale – è impossibile. All’inizio di un movimento, lo sciopero economico ha spesso la proprietà di svegliare e scuotere i più arretrati, di generalizzare il movimento, di portarlo ad un grado superiore».


D.11. RINASCITA DEL MOVIMENTO OPERAIO

Dalle rivendicazione tendenti a migliorare le sorti degli operai, si passa alla fine degli anni ´60, a rivendicazioni contro lo Stato capitalista e le sue industrie, così esprimendo il passaggio dalle Associazioni operaie di resistenza alle prime Camere Sindacali. Fin dal 1867 le Camere Sindacali nascono un po’ ovunque, più o meno tollerate dal governo, l’Imperatore volendo passare per “sociale”, il che non gli impedisce di ordinare o di nascondere massacri di proletari. Molte di queste Camere sono ancora moderate e favorevoli a soluzioni pacifiche. Nel 1867 a Parigi sono organizzate Camere Sindacali dagli ebanisti, dai calzaturieri, dai tipografi, dagli orafi.

I bronzisti si danno questo statuto: «Gli operai del bronzo, risoluti a resistere con tutti i mezzi legali allo svilirsi sempre crescente dei salari e risoluti a mantenere il limite di dieci ore di lavoro (ottenuto grazie agli scioperi del 1864) (...) hanno deciso di fondare una società allo scopo di sostenere queste condizioni». La Camera Sindacale dei bronzisti adotta un programma che prevede la revisione periodica ed obbligatoria dei compensi, la solidarietà fra confratelli, punto importante quando si sappia della rivalità fra lavoratori di città o di regioni diverse. Essa raggruppa più di cinquemila membri e nel 1867, nell’occasione del suo sciopero generale del marzo 1867 che si conclude con la vittoria, ottiene il sostegno dell’Internazionale e forti sottoscrizioni da parte di altre associazioni operaie (dagli stagnai, dai tipografi...).

Nel 1868 Camere Sindacali sono organizzate dagli scalpellini, dai conciatori, dai sarti, dai meccanici, dagli ebanisti, dagli imbianchini; nel 1869 dai falegnami, dai muratori, dai cappellai, dagli impiegati e dai panettieri; il movimento si estende anche in provincia, in particolare a Marsiglia, a Bordeaux, a Lione. Questo sviluppo è parallelo al moltiplicarsi degli scioperi, dei movimenti rivendicativi. Alla fine del Secondo Impero la lotta economica si fa sempre più aspra, essendo gli operai sempre meglio organizzati e con più esperienza.

Fra il 1869 e il 1870 sono create 67 Camere, tollerate dal potere.

Questo sviluppo dell’organizzazione operaia, tappa importante nel rafforzarsi della classe, non deve far dimenticare la repressione brutale che colpisce gli scioperanti: a La Ricamarie, nella Loire, la truppa il 16 giugno 1869 fa 13 morti, ad Aubin (Aveyron) nell’ottobre 14 morti. Se il governo tollera le Camere Sindacali che si sviluppano alla fine degli anni ´60, è che vi è costretto dalla forza operaia: ed è solo qui il perché del fare “sociale” di “Badinguet”.

Verso la fine degli anni ´60 e parallelamente allo sviluppo delle Camere Sindacali alcuni gruppi escono dall’ambito del mestiere e associano lavoratori di più industrie. Nel 1868 i bronzisti parigini preparano gli statuti per la Camera Federale delle Società Operaie di Parigi, adottati nel 1869. Quaranta Camere Sindacali vi aderiscono immediatamente. Questa Camera Federale, che per due anni svolgerà il ruolo di centrale sindacale, è creata il 1° dicembre 1869 grazie anche allo sforzo dell’Internazionale parigina ed ha sede insieme a questa in Place de La Corderie du Temple, anche se le due Federazioni si vogliono indipendenti.

Federazioni nazionali di mestiere sono costituite fra i lavoratori del cuoio e pelli e fra i bronzisti. La forte solidarietà che si impone negli scioperi permette di stabilire legami orizzontali e verticali, tanto che lo sciopero dei bronzisti del 1867 può ricevere il sostegno di numerose associazioni: «Lo sciopero dei bronzisti rimette di nuovo in questione la solidarietà che deve assicurare la nostra indipendenza e la nostra dignità. Operai, siamo tutti uniti, leviamoci come un sol uomo!».

Anche in provincia si verificano sforzi per organizzare Camere Sindacali: a Saint Etienne un comitato di sciopero si trasforma in Ufficio Sindacale permanente; a Marsiglia una Federazione Sindacale raggruppa alcune Camere Sindacali e delle Cooperative di produzione; a Lione la Federazione delle Camere Sindacali locali raggruppa 30 Società operaie nel luglio 1870.

«Così si evidenziano due tipi di solidarietà che poi si riunificheranno: la solidarietà nazionale fra lavoratori dello stesso mestiere che rifiutano ormai che la concorrenza possa opporli gli uni agli altri a profitto del padrone, e la solidarietà fra lavoratori di mestieri diversi che scoprono che ciò che li unisce è più importante di ciò che li divide, e che quindi hanno delle idee comuni. Il sindacalismo operaio parte dunque da una base completamente opposta a quella della Costituente del 1791, ispiratrice della legge Le Chapelier che parlava di pretese idee comuni» (Lefranc).

Il 1869 è anno di molti scioperi in Francia e negli altri paesi industrializzati. Il governo risponde con mezzi militari come contro i minatori di La Ricamarie e ad Aubin nell’Aveyron. Si notano allora anche le prime manifestazioni delle donne operaie che culmineranno nella Comune del 1871.

Nel 1866 l’Internazionale contava in Francia 500 aderenti, nel 1869 sono diventati 245.000; alcune società operaie aderiscono in blocco all’Associazione. I due processi intentati contro l’Internazionale nel 1868 da parte del governo, se portano a qualche scioglimento di organizzazioni, non fanno che aumentare la sua popolarità, tanto che i militanti della disciolta Associazione consacrano la loro attività alle Società Operaie percorrendo i dipartimenti per costituire nuovi gruppi.

L’ufficio parigino, diretto ora da Varlin, collettivista anti‑autoritario, fa di tutto per cercare di coordinare fra loro le Camere Sindacali. L’ufficio parigino con consigli e con aiuto materiale sostiene attivamente gli scioperi e favorisce la solidarietà nazionale, fra Parigi e la provincia, e internazionale: gli scioperi di Le Creusot a gennaio e nel marzo 1870 ricevono la solidarietà di numerose società e camere federali, quelle di Parigi, Lione, Marsiglia, Rouen. Nel marzo 1868 un duro sciopero scoppia nelle costruzioni a Ginevra per la riduzione della giornata di lavoro da 12 a 10 ore e questo sciopero diviene subito una prova di forza fra il padronato ginevrino e l’Internazionale: in 15 giorni una sottoscrizione aperta a Parigi da Varlin raccoglie diecimila franchi, somma considerevole per l’epoca.

Si rafforza dunque l’Associazione in Francia. Al secondo congresso a Losanna sono presenti numerose sezioni francesi: Parigi, Lione, Rouen, Caen, Vienne, Villefranche, Marsiglia. A questo congresso si oppongono le tendenze mutualiste di Proudhon (francesi e italiani) difesa da Tolain alle collettiviste rappresentate da Eugene Varlin.

NNel 1869, al quarto congresso dell’Internazionale, si esprimono tre tendenze: una larga maggioranza di collettivisti non autoritari, anti‑statali, contrapposti ai proudhoniani e ai marxisti. L’influenza di Bakunin era dunque cresciuta. Le preferenze di Varlin vanno alla tendenza federalista e anti‑statale.


D.12. LA SITUAZIONE ALLA VIGILIA DELLA COMUNE 

LLe tensioni sociali si facevano acute e l’ambiente politico era in effervescenza tanto da far prevedere un prossimo sommovimento sociale. Così nel novembre 1868 Engels scriveva a Marx: «Militarmente parlando i parigini non hanno la minima possibilità di successo se scatenano ora la rivoluzione. Non ci si sbarazza tanto facilmente del bonapartismo. Niente da fare senza rivolta dei militari. A mio avviso bisogna che almeno la Guardia Mobile esiti fra il popolo e l’esercito perché si possa rischiare il colpo. Salta agli occhi che Bonaparte si augura un tal tentativo, ma i rivoluzionari sarebbero degli asini se realizzassero i suoi voleri (...) Ma perché dovrebbero lanciare un movimento proprio ora? Il prolungarsi di questo stato di cose nuoce ogni giorno di più a Bonaparte».

Ma i rivoluzionari parigini non potevano ancora intendere quelle lezioni e si precipitarono nell’azione prematuramente in occasione dei funerali di Victor Noir.

All’inizio del 1870 durante una lite il giornalista repubblicano Victor Noir fu ucciso da un membro della famiglia di Bonaparte, il principe Pierre. I funerali si tennero il 12 gennaio, con la capitale sull’orlo della sollevazione: le società cooperative organizzarono una manifestazione e un tentativo insurrezionale fu ordito dai blanquisti che avrebbe potuto finire in un massacro, tanto era mal preparato e inopportuno. Possiamo citare a questo proposito la lettera di Marx ad Engels del primo febbraio 1870:

«È una vera fortuna che malgrado G. Flourens non sia scoppiato nulla ai funerali di Noir. La rabbia del “Pays” fa capire la terribile delusione dei bonapartisti. Giacché non ci si può augurare nulla di meglio che di cogliere en flagrant delit tutta la massa rivoluzionaria di Parigi fuori di Parigi, anzi fuori dalle mura della fortezza che hanno solo pochi passaggi. Mezza dozzina di cannoni ai passaggi delle mura, un reggimento di fanteria in schiere di tiratori e una brigata di cavalleria per menar botte e per l’inseguimento – entro una mezz’ora tutta la moltitudine inerme – le poche rivoltelle che alcuni potevano avere in tasca non contano – dispersa, massacrata o fatta prigioniera. Ma siccome si avevano 60.000 uomini, la si poteva perfino far entrare nelle mura della fortezza, poi occuparle e massacrarla a cariche di cavalleria e mitragliare la massa sul terreno aperto degli Champs Élysées e nell’Avenue de Neully. Una cosa stupenda 200.000 operai senza armi dovevano, partendo dall’aperta campagna, conquistare Parigi, occupata da 60.000 soldati!».

L’imminenza dell’avvenimento rivoluzionario si traduce nella riscoperta che stavano facendo i parigini del loro passato rivoluzionario e delle origini del Secondo Impero, il quale mostrava segni di esaurimento e che bisognava dunque aiutare a spirare.

Marx, parlando di un libro sul Secondo Impero allora pubblicato, scriveva ad Engels il 14 dicembre 1868: «La straordinaria sensazione creata dal Libro a Parigi e in Francia in generale, dimostra un fact molto interessante, cioè che la generazione cresciuta sotto Badinguet non sapeva assolutamente nulla della storia del regime sotto il quale vive. Costoro ora si strofinano gli occhi e sembrano caduti dalle nuvole». E a Kugelmann il 3 marzo 1869: «In Francia si profila un’evoluzione molto interessante: i parigini si rimettono seriamente a studiare il loro passato rivoluzionario recente. Si preparano così alla nuova impresa rivoluzionaria che si avvicina (...) Queste opere emanano dall’opposizione (...) Tutta la canaglia liberale e illiberale della opposizione ufficiale favorisce questo movimento. La democrazia repubblicana fa lo stesso; per esempio Delescluze (...) Lo stesso governo francese ha fatto pubblicare “I massacri di giugno 1848” (...) È un ceffone a Thiers, Falloux, Marie, Jules Favre (...) Poi è stato il partito socialista che ha fatto delle “rivelazioni” sull’opposizione e sui repubblicani democratici della vecchia razza (...) Infine furono i blanquisti (...) È così che la storia fa bollire la sua pentola infernale».

Il 20 aprile 1870 il governo annunciò un plebiscito per confermare l’attaccamento della Francia al regime imperiale. I quesiti erano stati formulati in modo tale che una sconfessione della politica imperiale avrebbe significato anche la revoca di tutte le riforme sociali. Le due federazioni della Corderie du Temple (l’Internazionale e le Associazione Operaie parigine) lanciarono un manifesto il 24 aprile nel quale denunciavano la manovra come demagogica e chiamavano gli operai ad astenersi. Il manifesto servì di pretesto per l’arresto di alcuni operai e di 34 militanti dell’Internazionale di Parigi, Lione, Marsiglia, ecc. Varlin riuscì a fuggire a Bruxelles. Da luglio ad agosto 72 rivoluzionari furono processati per aver complottato contro Napoleone III, compresi i blanquisti Tridon, Ferré, Flourens che si rifugiò a Londra.

L’8 maggio il plebiscito dà 7.359.000 si contro 1.572.000 no a favore dell’Impero.

L’Internazionale si trovò così completamente disorganizzata, ma Marx scrisse ad Engels il 18 maggio: «I nostri members francesi dimostrano al governo francese ad oculos la differenza fra una società politica segreta e una vera associazione operaia. Ha appena arrestato tutti i members dei comitati di Parigi, Lione, Rouen, Marsiglia, ecc. (in parte si sono rifugiati in Svizzera e in Belgio) ed ecco che si annuncia un numero raddoppiato di comitati come loro successori nei giornali con le dichiarazioni più sfrontate, più ribelli (...) Il governo francese ha fatto finalmente quello che noi da tanto desideravamo, ossia ha trasformato il problema politico: empire o repubblica in un problema de vie ou de mort della classe operaia!».

Parigi era diventata nel diciannovesimo secolo una città mostruosa, la testa ipertrofica del paese. Se nel 1810 contava 550.000 abitanti, nel 1850 ne ha più di un milione e sotto il secondo Impero, nel 1870, con le modifiche di Haussmann che inglobano nella città i comuni suburbani, il nuovo agglomerato si avvicina ai due milioni. Si profila allora una netta divisione: i ricchi rimangono al centro della città, mentre gli strati popolari sono allontanati sulle colline di Parigi, Belleville, Montmartre, nei quartieri periferici. Una cintura rossa quindi circonda il centro e contrappone chiaramente la città della miseria a quella del lusso.

Nel 1866 secondo G. Duby, su 1.800.000 abitanti, Parigi contava più di un milione di viventi di salario, dei quali 730.000 operai. Dei 370.000 padroni, alcuni sono così piccoli che difficilmente si distinguono dai loro salariati; su 120.000 proprietari o viventi di rendita molti sono vicini alla miseria. La grande industria, la grande fabbrica, sono l’eccezione, la bottega piccola o media la regola. I mestieri tradizionali hanno ancora il loro peso: la sartoria, le costruzioni, gli artisti, i fabbri. Parigi è una città per le industrie di lusso.

Il proudhonismo ha influenzato profondamente il movimento operaio francese dal 1848 e ha contraddistinto la fondazione della sezione francese dell’Internazionale. Proudhon, socialista piccolo-borghese, con il suo “credit gratuit” e la sua “banque du peuple” aveva concezioni economiche del tutto errate. Questo “socialista individualista”, come lo definì Blanqui, diffuse un socialismo non politico che tendeva ad una concezione borghese e conservatrice delle rivendicazioni operaie. Si opponeva quindi al “collettivismo” e rigettava l’azione politica indipendente del proletariato.

Engels nella prefazione del 1891 a “La Guerra Civile”, scriveva di Proudhon: «Proudhon, il socialista del piccolo contadino e dell’artigiano, nutriva un odio sincero per l’associazionismo. Diceva che comportava più inconvenienti che vantaggi, che era sterile per natura, anzi nocivo perché frapponeva ostacoli alla libertà del lavoratore (...) La Comune fu la tomba della scuola del socialismo proudhoniano (...) Non è ormai che fra la borghesia “radicale” che si trovano ancora dei proudhoniani».

Proudhon è in effetti «dalla testa ai piedi filosofo ed economista della piccola borghesia». È il rappresentante della piccola proprietà (operai-artigiani privilegiati, piccoli contadini), in lotta costante con il capitalismo che la spinge verso il proletariato. Per il suo legame con la piccola proprietà, della quale non auspica la sparizione, era anche difensore della famiglia patriarcale, sciovinista.

Tuttavia, in contraddizione con le loro idee, durante la Comune gli internazionalisti proudhoniani, che presiedevano la Commissione del lavoro, si batterono ugualmente per l’associazione e la federazione dei lavoratori, denunciando così nei fatti le catastrofiche ubbie del proudhonismo.

Di fatto Proudhon, contrariamente a Blanqui, non fu mai uomo di azione, da filosofo passava il suo tempo a giustificare la necessità della piccola proprietà. Morì nel 1865.

Ma furono operai proudhoniani che parteciparono alla fondazione della sezione francese dell’Internazionale. Dal 1866 la corrente più influente in seno all’ufficio parigino non sarà più quella dei fondatori Tolain e Camélinat, ma quella dei “comunisti anti‑autoritari” di Eugene Varlin; quest’ultimo era ancora influenzato dal proudhonismo e seguirà poi l’anarchismo (il bakuninismo comincerà a diffondersi nell’Internazionale e in Francia grazie a Richard e a Bastelica, membri a Lione e Marsiglia) nel suo rifiuto della centralizzazione.

Nel 1870 l’ufficio parigino contava 70.000 aderenti, secondo Bourgin. Ma da una parte la mobilitazione di guerra, con la disoccupazione e la miseria che provocavano, dall’altra la repressione (due processi nel 1868, un terzo nel 1870 che terminò con l’arresto di numerosi militanti) disorganizzarono completamente l’Internazionale francese. La maggior parte delle sezioni saranno disperse alla vigilia della Comune.

Blanqui era discepolo di Babeuf e si era formato alla scuola di Buonarroti, membro della congiura degli Uguali con Babeuf; questo appassionato militante passerà metà della sua vita in prigione.

Engels scriverà su Blanqui nel Volkstaat del 26 giugno 1874: «Blanqui è essenzialmente un rivoluzionario politico. Socialista per sentimenti, soffre per i patimenti del popolo, benché non possieda teoria socialista né soluzioni pratiche ben definite per rimediare ai mali sociali. La sua attività politica è essenzialmente quella di un “uomo di azione”, essendo persuaso che una piccola minoranza ben organizzata possa, al momento buono, tentare un colpo di mano rivoluzionario e riuscire, in seguito ai primi successi, a trascinare le masse popolari ed assicurare così il trionfo della rivoluzione».

La prima cerchia di blanquisti si era costituita nel 1864, soprattutto a Parigi, con studenti ed intellettuali. In un secondo tempo riuscì a guadagnare un’elite operaia formata soprattutto di operai metallurgici. I blanquisti avevano già tentato una prima insurrezione sotto Luigi Filippo il 12 maggio 1839. Alla vigilia della Comune i blanquisti, con alla testa il vecchio ma sempre impetuoso capo, si erano rafforzati soprattutto fra gli intellettuali e gli operai più combattivi, come Duval. Nel 1870, secondo Talès, il partito blanquista a Parigi contava dai 3 ai 4.000 aderenti infiltrati nella Guardia Nazionale. I blanquisti, rifacendosi alla tradizione del 1793, pensavano che la rivoluzione si potesse condurre attraverso piccoli gruppi organizzati in società segrete. In assenza del loro capo, arrestato alla vigilia della Comune, i blanquisti come Raoul Rigault, Théophile Ferré si riferiranno ad Hebert, a Chaumette e a personaggi che avevano dominato la Comune di Parigi e fatto tremare la Convenzione, imponendo per qualche tempo la dittatura di Parigi alla Francia. I blanquisti, all’inizio ostili all’Internazionale parigina, a causa del suo proudhonismo e dell’accondiscendenza dell’Impero al momento della sua fondazione, cominciarono ad aderirvi nel periodo rivoluzionario 1870‑71.

Anche i blanquisti, come i proudhoniani, non rispettarono la loro dottrina e si dovettero piegare alle esigenze della situazione rivoluzionaria; così essi che erano per una centralizzazione dittatoriale della Comune, invitarono i francesi ad una libera federazione di tutte le comuni, ad una organizzazione nazionale creata dalla nazione stessa, per rovesciare la forza repressiva e centralizzata del governo.

Negli avvenimenti rivoluzionari del 1870‑71 i blanquisti si troveranno spesso nelle prime file. Tentarono prima diversi assalti insurrezionali, spettacolari ma senza prospettiva, prima quello del 12 gennaio 1870, giorno dei funerali di Noir; di nuovo l’insurrezione del Boulevard de La Villette nella domenica del 14 agosto; saranno ancora loro nell’insurrezione del 30 ottobre e poi del 22 gennaio.

Blanqui aveva scritto nel 1867 una “Istruzione per la presa delle armi” dove esponeva in dettaglio le misure da prendere dopo la rivoluzione per impiantare la dittatura e vi sviluppava il suo piano di combattimento, schemi di appelli al popolo, ecc. Nei mesi che precedettero la Comune, pubblicherà numerosi articoli, appelli, proclami, nei quali indicherà come condurre la difesa di Parigi e quali misure prendere per mantenerla. In questi consigli darà prova di profonda intelligenza e di grande conoscenza di tattica militare.

Arrestato il 17 marzo 1871, non sarà liberato che dopo la Comune, benché questa lo richiedesse in cambio di ostaggi. Ma Thiers si guarderà bene dal liberarlo perché sapeva che avrebbe così restituito alla rivoluzione il suo capo militare.

Per concludere questo capitolo citiamo da Lenin: «Le concezioni di Proudhon sono il riflesso naturale, comprensibile ed inevitabile dei punti di vista e dello stato d’animo della piccola borghesia francese (...) Trenta anni fa il marxismo non dominava ancora nemmeno in Germania, prevalevano concezioni transitorie, miste, eclettiche che si collocano fra il socialismo piccolo-borghese e il socialismo proletario. Nei paesi latini in Francia, in Spagna, in Belgio, le dottrine più diffuse fra gli operai progrediti erano il proudhonismo, il blanquismo, l’anarchismo, che esprimono il punto di vista della piccola borghesia e non del proletariato» (“Socialismo piccolo borghese e socialismo proletario”).

Talès, nel suo libro sulla Comune scrive: «A fianco di queste due minoranze si agitavano gruppi di varia provenienza, tutta la piccola borghesia dalle idee “avanzate”, più o meno impregnate dei ricordi della prima rivoluzione: giacobini, vecchie barbe del 1848, radicali, repubblicani senza nome, una gamma di opinioni che andavano dal rosso vivo al rosa pallido. Dopo la caduta dell’Impero avevano tentato di organizzarsi, erano nati alcuni partiti dei quali il più importante, l’Alleanza Repubblicana, comprendeva uomini dal noto passato democratico come Ledru‑Rollin, Delescluze».

Quanto all’influenza marxista, questa era debole o quasi inesistente. Le opere di Marx erano poco conosciute e solo Frankel, operaio di origine ungherese, si rifaceva nell’Internazionale francese alle teorie del materialismo scientifico.