Partito Comunista Internazionale Stampa in lingua italiana
Riprendendo la storia del movimento operaio in Francia


SECONDA PARTE: LA COMUNE
Il Partito Comunista n. 131 luglio 1985
  

E.1. La guerra dinastica
E.2. La repubblica
E.3. La rivoluzione continua
E.4. La capitolazione 

Il Partito Comunista n. 133 settembre 1985
  E.5. L’assemblea dei rurali
E.6. Reazioni della Parigi rivoluzionaria
E.7. Guerra civile
E.8. Significato delle rivoluzioni
Il Partito Comunista n. 134 ottobre 1985
  E.9. L’organizzazione della Comune
E.10. La Comune:26 marzo - 28 maggio 1871
Il Partito Comunista n. 135 novembre 1985
  E.11. In provincia
E.12. Dittatura del proletariato
Il Partito Comunista n. 136 dicembre 1985
  E.13. Immaturità della rivoluzione
E.14. Due compiti internazionalisti
E.15. Vigilia di guerra sociale
E.16. L’Internazionale
Il Partito Comunista n. 137 gennaio 1986
  E.17. Il governo della classe operaia
E.18. La dittatura del proletariato
Il Partito Comunista n. 138 febbraio 1986
  E.19. Gli insegnamenti della Comune di Parigi
E.20. Dal 1871 guerra aperta di classe
Il Partito Comunista n. 139 marzo 1986
  E.21. Perché la Comune fu sconfitta
E.22. Immaturità del partito
E.23. Un assalto al cielo!

Cartografia:
- Parigi e dintorni nel 1871
- L’assedio di Parigi

  

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Seconda parte
LA COMUNE


E.1. LA GUERRA DINASTICA

 
a) Circostanze e cause

L’imperialismo napoleonico agognava da tempo la riva sinistra, tedesca, del Reno e con questo “irredentismo” nutriva lo sciovinismo di una buona parte della popolazione francese. La guerra austro-prussiana del 1866 aveva aizzato il galletto bonapartista che in cambio della neutralità nel conflitto non aveva ottenuto i compensi territoriali che Bismarck aveva promesso.

Engels scrive così nell’introduzione del 1891 a “La Guerra Civile in Francia”: «Il Secondo Impero era l’appello allo sciovinismo francese, era la rivendicazione delle frontiere del Primo Impero, perdute nel 1814, o almeno di quelle della Prima Repubblica (...) Ma non c’era conquista che affascinasse tanto l’immagine degli sciovinisti francesi quanto quella della riva sinistra tedesca del Reno (...) Una volta accettato il fatto del Secondo Impero, la rivendicazione della riva sinistra del Reno, in tutto o in parte, erano solo una questione di tempo. Il tempo venne con la guerra austro-prussiana del 1866: privato dalle “compensazioni territoriali” che attendeva da Bismarck e dalla sua politica temporeggiante, non restò a Bonaparte che la guerra, che scoppiò nel 1870 e lo fece cadere a Sedan e poi a Wilhelmshöhe».

La guerra del 1870 si preparava dunque dal 1866, come Engels sottolinea in “Ruolo della violenza e dell’economia nell’instaurazione dell’Impero prussiano-tedesco”: «Che la pace con l’Austria (agosto 1866) portava in seno la guerra con la Francia, questo Bismarck non solo lo sapeva, ma anche lo voleva. Infatti questa guerra doveva fornire il mezzo per completare questo Impero prussiano-tedesco che la borghesia gli imponeva di realizzare».

Napoleone III e Bismarck volevano dunque entrambi la guerra, il primo per indorare il blasone, risolvere i problemi interni e spezzare la minaccia proletaria, il secondo per completare l’unità nazionale tedesca sotto l’egida della Prussia, con una guerra comune agli Stati del Sud e del Nord, e dunque realizzare l’unità dall’alto scavalcando le classi proletaria e borghese.

Dopo il 1866 le relazioni fra i due paesi erano diventate ogni anno più tese. Il pretesto fu fornito dalla questione della successione al trono di Spagna, per la quale la Prussia aveva proposto la candidatura del principe di Hohenzollern, alla quale la Francia si oppose violentemente domandando imperativamente il ritiro della provocatrice candidatura. Un comunicato falsificato da Bismarck, che faceva dire al re di Prussia di aver congedato l’ambasciatore di Francia, e fatto pubblicare nella Gazzetta di Colonia «produsse sul toro gallico l’effetto di un panno rosso», conducendo il governo francese a dichiarare guerra alla Prussia il 19 luglio 1870.

Chi dunque permise a Luigi Bonaparte di fare guerra alla Germania? Marx risponde, la Prussia: «Non dimentichiamo che sono i governi e le classi dominanti di Europa che hanno permesso a Luigi Bonaparte di esercitare per diciotto anni la farsa feroce della restaurazione dell’Impero (...) È Bismarck che ha cospirato con lo stesso Luigi Bonaparte al fine di spezzare l’opposizione popolare all’interno e di annettere la Germania alla dinastia degli Hohenzollern (...) Il regime bonapartista, che fino ad allora non aveva fiorito che su una riva del Reno, aveva ora la sua copia sull’altra, con il suo dispotismo di fatto e il suo democratismo di facciata, le sue illusioni ottiche in politica, i suoi intrighi finanziari, la sua fraseologia roboante e i suoi vili giochi di prestigio» (“Primo Indirizzo”).

È Bismarck che conduce il gioco mentre la Francia non è pronta, come scriverà Engels nel 1887 in “Scritti Militari”. Luigi Napoleone fu colto di sorpresa: «Non solamente capì di essere caduto in trappola, ma anche che ne andava del suo Impero. In effetti non aveva nessuna fiducia della banda dei furfanti bonapartisti che gli assicuravano che era tutto pronto fino all’ultimo bottone delle ghette, e nemmeno nel loro talento militare e amministrativo. Ma le conseguenze logiche del proprio passato lo spingevano alla disfatta (...) Invece Bismarck era davvero pronto per la guerra e in più aveva questa volta dietro di sé il popolo che nelle menzogne diplomatiche dei due ladroni non vedeva che una cosa: una guerra non solamente per il Reno, ma anche per l’esistenza nazionale (...) In questo slancio nazionale si vide sparire ogni differenza di classe».

La borghesia francese fu anch’essa molto sorpresa dall’annuncio della guerra per la quale ebbe da principio un atteggiamento di rifiuto.

Sempre nel “Primo Indirizzo” Marx afferma: «Il complotto guerriero del luglio 1870 non è che una edizione corretta del colpo di Stato del dicembre 1851. A prima vista la cosa sembrò così assurda che la Francia non volle assolutamente prenderla sul serio (...) Quando il 15 luglio la guerra fu infine ufficialmente annunziata al Corpo Legislativo, l’opposizione intera rifiutò di votare i crediti provvisori; anche Thiers la bollò come “detestabile”; tutti i giornali indipendenti di Parigi la condannarono e, cosa curiosa, la stampa di provincia si unì ad essi quasi all’unanimità».

La guerra appariva da parte tedesca come una guerra di difesa della Germania contro l’aggressione francese, contro l’imperialismo francese che vuole impedire l’unità tedesca e annettere la riva sinistra del Reno. L’Imperatore Guglielmo I affermò nel suo discorso al trono che si trattava di una guerra contro Napoleone III e non contro il popolo francese, di una guerra difensiva e non di una guerra offensiva.

 
b) Atteggiamento del movimento operaio

La minaccia di una guerra pesava sull’Europa fin dal 1866. In luglio 1866 l’ufficio parigino dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori consigliava la neutralità agli operai.

Dagli operai di Berlino fu lanciato un appello in favore della pace, alla quale l’ufficio parigino dell’Internazionale, con Varlin, Tolain, Fribourg rispose con un manifesto contro la guerra in cui si chiedeva l’abolizione degli eserciti permanenti e l’organizzazione delle milizie nazionali. Il 12 luglio 1870 i membri parigini dell’Internazionale pubblicarono un manifesto, “Ai lavoratori di tutti i paesi”, seguito da numerosi indirizzi di altre organizzazioni aderenti alla protesta dell’ufficio parigino contro la guerra. La minaccia della guerra dava luogo anche a manifestazioni operaie come sottolinea Marx nel “Primo Indirizzo del Consiglio generale”. «I veri operai dei sobborghi risposero con manifestazioni in favore della pace così massicce che Piétri, il prefetto di polizia, giudicò bene di metter fine subito ad ogni politica di strada».

Sempre nel “Primo Indirizzo”, del 23 luglio 1870, si ricordano le reazioni degli operai tedeschi in risposta all’appello di pace degli operai francesi. In linea di principio la classe operaia tedesca si opponeva alla guerra per il fatto che Bismarck voleva consolidare il predominio della Prussia in Germania e fare l’unità nazionale non dal basso, con l’appoggio popolare, ma dall’alto; in pratica non aveva la forza di opporsi e accettava la guerra come un male necessario ed inevitabile.
     «Con profondo rammarico e dolore ci vediamo costretti a sottometterci ad una guerra di difesa come ad un male inevitabile», questo esprimeva una riunione operaia di massa, tenuta a Brunswick il 16 luglio 1870. A Chemnitz, una riunione di delegati, rappresentante 50.000 operai sassoni, adottava all’unanimità la risoluzione seguente: «Noi dichiariamo che la guerra attuale è esclusivamente dinastica (...) Noi siamo felici di stringere la mano fraterna che ci tendono gli operai di Francia».

Ma la guerra in Francia, che mobiliterà gli operai, aumenterà la miseria e la disoccupazione, porterà anche alla rovina le organizzazioni operaie, che si erano straordinariamente sviluppate negli anni precedenti, sia l’Internazionale sia le società operaie.

La dichiarazione di guerra del luglio 1870 da parte del governo bonapartista sarà il primo colpo portato al movimento operaio che cresceva vigorosamente; il secondo colpo, che la borghesia vorrebbe fatale, sarà con la Comune di Parigi e di altre città di Francia per spezzare selvaggiamente e definitivamente il mortale nemico. È la borghesia che dà lezioni di politica al proletariato; a lui, al suo partito, imparare dalle sconfitte per portare domani il colpo mortale.

 

c) La disfatta militare

«Il rintocco funebre del Secondo Impero è già suonato. L’Impero finirà come è cominciato, con una parodia (“Primo Indirizzo”)». La società francese, dopo 18 anni di “basso impero”, come lo chiama Engels, era minata dalla corruzione, dall’incuria del sistema bonapartista, non può fare onorevolmente fronte al conflitto e l’Impero crollò come un castello di carte.

Dal luglio 1870 al febbraio 1871 Engels scrisse una sessantina di articoli militari sulla guerra franco-prussiana. Nel 1887 scrive: «Le truppe di Luigi Napoleone furono disfatte ad ogni combattimento e i tre quarti del suo esercito finirono in prigionia in Germania. Non era colpa dei soldati che si erano valorosamente battuti, ma piuttosto dei capi e dell’amministrazione. Ma Luigi Napoleone non aveva forse costruito il suo Impero con l’aiuto di una banda di canaglie, e non l’aveva mantenuto per 18 anni consegnando la Francia ai ladri? Non aveva dato tutti i posti decisivi dello Stato ai membri della sua banda e i posti subalterni ai loro accoliti? È chiaro che in queste condizioni non poteva ingaggiare la lotta per la vita e la morte senza rischiare di vedersi abbandonato da tutta quella gentaglia. In sole cinque settimane si disgregò tutto l’edificio dell’Impero tanto ammirato dai filistei d’Europa. La rivoluzione del 4 settembre non fece che disperderne i rottami e Bismarck, che era entrato in guerra per fondare l’Impero della Piccola Germania, si trovò un bel mattino ad essere il fondatore della repubblica francese».

Marx così scriverà ad Engels l’8 agosto: «Giusto nello spirito da basso Impero questa guerra, la sua conduzione e la sua diplomazia si effettuano secondo la formula: truffiamoci e mentiamoci».

Già dal 4 agosto le truppe dell’Impero lamentavano le prime sconfitte. Il 3 Engels scrive a Marx: «Se il nobile Luis avesse dato battaglia venerdì, sarebbe ancora potuto arrivare al Reno senza grandi difficoltà. Ma martedì la gente doveva essere poco pronta. La chance migliore dell’offensiva gli è venuta meno per colpa sua, cioè per colpa del bas empire, della jobbery nell’amministrazione dell’esercito, che gli ha fatto perdere cinque giorni e l’ha costretto probabilmente anche ora ad uscire con l’esercito non pronto».

L’esercito lanciato all’offensiva per invadere il territorio nemico all’altezza del Baden e dividere la Germania del Nord da quella del Sud, si vide costretto alla difensiva poiché i prussiani li avevano superati in velocità invadendo essi le due regioni di confine: l’Alsazia, difesa dal generale Mac Mahon, e la Lorena difesa dai generali Frossard e Bazaine. L’armata di Alsazia si ritirò con gravi perdite su Chalons-sur-Marne, mentre il grosso dell’armata del Reno che operava in Lorena si ritirò nella fortezza di Metz, subito raggiunta dal nemico il 14.

Il 9 agosto cadeva il ministro Ollivier e fu sostituito da un gabinetto di difesa dinastico diretto da Palikao. Il 23 Eugene e Palikao obbligarono l’armata di Châlons, guidata da Napoleone e Mac Mahon, a marciare verso quella di Bazaine circondata a Metz, ed è sulla strada di Metz, a Beaumont e intorno a Sedan, che si ebbero i disastrosi scontri che portarono il 2 settembre alla resa di Napoleone, fatto prigioniero.

La caduta di Napoleone avrebbe dovuto metter fine alla guerra dato che Bismarck e Guglielmo I avevano proclamato che la guerra era diretta contro Bonaparte e non contro il popolo francese.


E.2. LA REPUBBLICA

 
All’inizio di agosto a Parigi e a Marsiglia si erano avute manifestazioni popolari contro l’Impero a seguito delle sue prime sconfitte militari. Il 14 Blanqui e i suoi tentarono di sollevare Parigi contro Napoleone III, ma fu un nuovo fallimento (affaire de La Villette). Ma il 4, alla notizia della disfatta di Sedan e della prigionia di Bonaparte, a Parigi scoppiò la rivoluzione.

Con il crollo dell’Impero il terreno della lotta fra le classi si trovò liberato dal bonapartismo, la cui funzione era stata fin dal 1850 quella di impedire lo scontro fra borghesia e proletariato. A Parigi fu la rivoluzione: il popolo, con alla testa gli internazionalisti, i socialisti proudhoniani e soprattutto i blanquisti, insorse e travolse gli sbarramenti delle guardie nazionali davanti all’Assemblea dei Corpi Legislativi, penetrò nell’aula e qui il blanquista Granger intimò l’ordine ai deputati di decretare la caduta dell’Impero e la proclamazione della Repubblica. Era la ripetizione della scena del febbraio 1848 quando la Seconda Repubblica fu imposta da Raspail alla testa del popolo in armi. E come nel 1848 seguì la provincia, mentre Lione aveva preceduto Parigi di qualche ora.

Ma il 1870 non fu l’esatta ripetizione del 1848, quando il proletariato, cullato nelle illusioni della “fraternité”, si lasciò privare del potere che già aveva a portata di mano: se riconsegnò il potere ai deputati in carica fu perché non poteva fare altrimenti, come spiega Marx nel primo capitolo della “Guerra Civile”, con il nemico alle porte, le armate imperiali in parte assediate senza scampo a Metz in parte prigioniere in Germania, mentre i veri dirigenti della classe operaia erano ancora rinchiusi nelle prigioni di Bonaparte. In tali frangenti il popolo permise ai deputati parigini del vecchio corpo legislativo di costituirsi in “Governo di difesa nazionale”, ma lo permise alla condizione esplicita che questo potere si sarebbe esercitato solo al fine della difesa, e acconsentirono tanto più volentieri in quanto durante l’assedio di Parigi tutti i parigini atti alle armi entravano nella Guardia Nazionale in modo che gli operai ne andavano a costituire la grande maggioranza.

Il governo comprendeva Jules Ferry, Jules Favre, Gambetta, Rochefort, Jules Simon e come presidente il generale Trochu, governatore militare della piazza; Thiers rifiutò di parteciparvi. Solo un forte sentimento patriottico e la necessità della difesa della patria univano i rivoluzionari a questo governo. Fu così che gli internazionalisti e i delegati delle Camere Sindacali andarono all’Hotel de Ville per chiedere a Gambetta che il governo organizzasse la difesa, mentre Blanqui, nel suo giornale (“La Patrie en Danger”) sostenne sulle prime il governo. Marx ed Engels invece fin dall’inizio non si fecero alcuna illusione: in una lettera del 7 settembre Engels scriveva a Marx: «Tutta questa repubblica è finora una farsa pura e semplice (...) Gli orleanisti detengono il vero potere: Trochu ha il comando militare e Keratry ha la polizia, i signori della gauche hanno i posti delle chiacchiere».

Questo governo aveva promesso agli operai le immediate elezioni della Comune, ma non mantenne la parola e molto presto si dimostrò che aveva ben più paura della classe operaia, che gli aveva dato il potere, che del nemico prussiano. «In questo conflitto fra il dovere nazionale e l’interesse di classe, il governo di difesa nazionale si muta in governo di tradimento nazionale (“La Guerra Civile”)». E continua: «Come difendere Parigi senza armare la sua classe operaia, organizzarla in una forza effettiva e addestrare i suoi reparti per la guerra? Ma Parigi armata è la rivoluzione armata e una vittoria di Parigi sull’aggressione prussiana sarebbe stata una vittoria dell’operaio francese sul capitalista francese e sui suoi parassiti di Stato».

Mentre Thiers faceva il giro delle corti europee per mendicare il loro intervento, Jules Favre avvertiva per lettera Gambetta che coloro contro i quali ci si difendeva non erano i soldati prussiani ma i lavoratori di Parigi. Trochu la sera stessa del 4 settembre arringando i sindaci di Parigi li informava che il governo non riteneva la città in grado di sostenere un assedio dell’armata prussiana, il suo programma era la capitolazione di Parigi. Ma si guardò bene da dirlo al popolo e «decise di guarirlo della sua follia eroica». Questa fu la farsa della difesa che terminò con la resa del 23 gennaio 1871. Il governo non approntò la difesa né le operazioni logistiche, mandando per le lunghe la protezione delle opere esterne mentre le sortite erano mal organizzate e senza obiettivi precisi.

Nel secondo “Indirizzo”, del 9 settembre, Marx aveva preavvisato gli operai francesi: «Gli orleanisti si sono impossessati delle posizioni chiave dell’esercito e della polizia mentre i veri repubblicani sono ingabbiati nei ministeri dove solo si chiacchiera. Alcune delle loro prime azioni mostrano assai chiaramente che hanno ereditato dall’Impero non solo le rovine ma anche la paura della classe operaia». In effetti la borghesia sapeva molto bene che la classe operaia armata avrebbe condotto una guerra rivoluzionaria che avrebbe rimesso in causa l’esistenza stessa della borghesia; questa preferiva quindi venire a patto col nemico per poter schiacciare la rivoluzione comunista che la incalzava: «I governi nazionali fanno fronte unico contro il proletariato»!

Da ottobre, di fronte all’inerzia del governo, riprese lenta l’agitazione popolare.

La caduta di Napoleone, a dire di Bismarck e di Guglielmo, avrebbe dovuto essere lo scopo della guerra, ma evidentemente non lo era affatto, il conflitto infatti continuerà, rivelando come l’imperialismo di Bismarck si scagliava ormai solo contro il proletariato insorto a Parigi e altrove.


E.3. LA RIVOLUZIONE CONTINUA

 
a) Parigi si organizza

Il 18 settembre le armate tedesche provenendo da Sedan e senza trovare resistenza raggiunsero Parigi. Il giorno dopo dispersero le truppe francesi sull’altopiano di Châtillon accerchiando la città anche da Sud dove era meno difesa con i 16 forti distribuiti su di un perimetro di 53 chilometri. Dal 18 settembre Parigi fu dunque assediata, un duro assedio che farà conoscere alla popolazione fame e mortalità tre volte superiore al normale, ma che resisterà eroicamente.

Dal 5 settembre in ogni arrondissement fu eletto in pubbliche assemblee un Comité de Vigilance, su ispirazione delle forze rivoluzionarie rappresentate da internazionalisti, blanquisti e repubblicani, allo scopo di organizzare la difesa. Lissagaray racconta:
     «Il 5 settembre per centralizzare la difesa e per il mantenimento della Repubblica le forze del partito di azione avevano proposto che pubbliche assemblee nominassero in ogni quartiere un Comité de Vigilance incaricato di controllare i sindaci e raccogliere le proteste. Ogni Comitato doveva nominare quattro delegati e l’insieme dei delegati avrebbero formato un Comité Centrale dei venti arrondissement. La sana eccitazione in tale tipo di elezione aveva prodotto un Comitato composto da operai, impiegati, scrittori conosciuti nel movimento rivoluzionario e nelle riunioni degli anni precedenti».

Benché il Comitato tenesse alla sua autonomia e non si confondesse né con l’Internazionale né con i rappresentanti delle Camere Sindacali, la Corderie divenne il cuore della Parigi rivoluzionaria, realizzando così la saldatura delle diverse tendenze. Alcuni membri del Comitato: Lefrançais, Malon, Pindy, facevano parte dell’Internazionale, Ranvier era blanquista, Millière rappresentava gli intellettuali repubblicani. Dal 15 settembre il Comitato espose un programma: elezioni nelle municipalità e affidare a queste la responsabilità di polizia, elezione di tutti i magistrati e loro dovere di rispondere del mandato, libertà assoluta di stampa, di riunione, di associazione, espropriazione di tutte le derrate di prima necessità, armamento di tutti i cittadini e invio di commissari alla leva nelle province. Inoltre si andavano moltiplicando i club “rossi” nei quali si discuteva di tutti i problemi mentre la Guardia Nazionale, che prima della guerra era composta di fedeli all’Impero, comprendeva ora una maggioranza di operai che si arruolavano per difendere Parigi, facendone crescere gli effettivi a 380.000 uomini.

 

b) La Comune

Di fronte alla resistenza del governo, che non riconobbe le elezioni e non usò più la parola Repubblica nei documenti ufficiali, e a seguito delle successive sconfitte delle sortite fuori Parigi, male organizzate, Parigi si scosse: il 22 settembre i delegati del Comitato e i rappresentanti della Guardia Nazionale chiesero le elezioni della Comune, come nel 1792.

Il 30, alla notizia della capitolazione di Strasburgo, repubblicani rivoluzionari, contrapposti ai repubblicani parlamentari, che accettavano che la Repubblica fosse una forma politica del vecchio Stato, con alla testa blanquisti e internazionalisti, iniziarono l’agitazione, soprattutto fra le guardie nazionali.

Il 5 ottobre Flourens, uno studioso, comandante di un settore della difesa, calando da Belleville su Parigi con dieci battaglioni di guardie nazionali chiese armi, leva in massa, sortite per rompere l’assedio prussiano, epurazione del personale bonapartista tuttora in carica, elezioni immediate della Comune. Jules Ferry, segretario del governo, rifiutò il giorno 8 di ricevere una delegazione dei battaglioni operai, mentre il governo dichiarava in arresto Flourens e Blanqui.

 

c) L’insurrezione del 30 ottobre

La resa a Metz il 27 dell’armata del Reno di 180.000 uomini, senza che nemmeno facesse resistenza, comandati dal generale Bazaine, bonapartista, fu la prova del tradimento del governo della controrivoluzione borghese. Ecco come Bazaine mendicò l’armistizio: «La società è minacciata da un partito violento (...) La mia armata ha il compito di salvare la società, è la sola forza che possa vincere l’anarchia (...) Essa offrirà alla Prussia, con questa azione, la garanzia delle indennità che la Prussia potrà richiedere, contribuendo all’avvento di un potere normale». Le ripercussioni della caduta di Metz non tarderanno a manifestarsi nella memorabile giornata del 30 ottobre.

Gli operai, organizzati anche nella Guardia Nazionale insorsero e fecero prigioniero all’Hotel de Ville il governo quasi al completo poiché, della resa di Metz, «non esiste nella storia più alto tradimento» (Lissagaray). Blanqui e i suoi partigiani presero la testa del movimento: il nuovo potere comprendeva: Blanqui, Delescluze, Flourens, Félix Pyat, Millière, ma anche Ranvier, Dorian, V. Hugo, Rochefort, Louis Blanc e Raspail. Ma accettarono di trattare e rilasciarono i prigionieri il 31 sera contro la promessa di indire le elezioni per la Comune e di non perseguire gli insorti.

Engels così descrive l’esito dell’insurrezione: «Il tradimento, un vero e proprio spergiuro da parte del governo e l’intervento di alcuni battaglioni di piccolo borghesi gli resero la libertà e, per non scatenare la guerra civile all’interno di una città assediata da un esercito straniero, si lasciò in forza il medesimo governo».

Marx: «A Parigi le diverse azioni dell’inizio di ottobre tendevano ad instaurare la Comune come misura di difesa contro l’invasione straniera, dando corpo reale all’insurrezione del 4 settembre. Se l’azione del 31 ottobre non ottenne l’instaurazione della Comune è perché Blanqui, Flourens ed altri capi del movimento cedettero a “uomini di parola” che avevano dato la loro “parola d’onore” di dimissioni e di cedere il posto ad una Comune liberamente eletta da tutti gli arrondissement di Parigi. Questa fu sconfitta perché i suoi capi salvarono la vita a gente che non cercava che di uccidere i propri salvatori. Lasciarono fuggire Trochu e Ferry, e questi li assalirono con i bretoni di Trochu (...) Se la Comune avesse ottenuto la vittoria all’inizio di novembre 1870, quando era già impiantata nelle grandi città del paese, avrebbe certamente trovato una eco e si sarebbe estesa a tutta la Francia (...) avrebbe cambiato completamente la natura della guerra, che sarebbe divenuta la guerra della Francia repubblicana che alza lo stendardo della rivoluzione sociale del diciannovesimo secolo contro la Prussia, portabandiera della conquista e della controrivoluzione (...) Ingannando la Comune del 31 ottobre i Jules Favre e C. hanno assicurato la capitolazione della Francia davanti alla Prussia e suscitato l’attuale guerra civile».

 

d) La farsa del plebiscito

Il 3 novembre il governo di difesa nazionale, fortemente scosso dalle azioni rivoluzionarie del 30 ottobre, organizza in tutta fretta un plebiscito per la confermare il mantenimento del potere governativo. In una Parigi assediata e in un’atmosfera di paura e di soggezione e sotto l’effetto di un’intensa propaganda demagogica con la quale il governo denunciava il movimento del 30 ottobre come una cospirazione ordita con i prussiani e diffondeva il terrore delle classi medie per i battaglioni operai, il plebiscito dà 557 mila sì contro 62 mila no. Lissagaray così commenta: «Com’è che 60.000 coscienti (...) non riuscirono ad indirizzare le opinioni? È che erano divisi in cento correnti (...) Delescluze e Blanqui vivevano in una cerchia esclusiva di amici e partigiani. Félix Pyat (...) non riuscì ad aprire gli occhi che per effetto della paura, gli altri, Ledru-Rollin, Louis Blanc, Schoelcher, ecc., la speranza di repubblicani sotto l’Impero, erano rientrati dall’esilio pieni di vanità. I radicali, preoccupati del loro avvenire, non intendevano compromettersi con il Comitato dei venti arrondissement (...) Vidi lo stesso alla Corderie, i giovani scapestrati della piccola borghesia tenere in mano la penna o prendere la parola (...) Tranne che nei sobborghi Parigi sembra una stanza di ospedale dove nessuno osa dir parola».

 

e) Inizia la repressione aperta

Il 5 novembre si ebbero a Parigi le elezioni dei sindaci e dei vice che risultarono 12 favorevoli al governo e 8 partigiani della Comune, fra cui Delescluze al 19° arrondissement e Ranvier, Millière e Flourens al 20°. Di fronte a questo successo dei rivoluzionari il governo passò all’attacco con dei mandati di arresto contro i capi popolari: Flourens fu arrestato e non sarà liberato che il 21 gennaio dalle guardie nazionali.

Da novembre a gennaio l’esercito francese andò di disfatta in disfatta, il 28 novembre il generale Ducrot, dopo aver esposto le guardie nazionali ad inutili sacrifici per una sortita fuori Parigi, ordinò la ritirata.

 

f) L’armistizio

Il 6 gennaio il Comitato fece affiggere il “Manifesto Rosso”: «Posto al popolo, posto alla Comune!» redatto in parte da Jules Vallès. L’8 gennaio il Comitato si levò di nuovo contro i capitulards.

Dopo l’inutile e sanguinosa sortita di Buzenval il 19 gennaio il generale Trochu fu sostituito da Vinoy, ma la popolazione era esasperata e il 21, a sera, membri dei clubs e dei comitati di vigilanza costrinsero le guardie nazionali a recarsi in armi nella piazza dell’Hôtel de Ville, mentre i rivoluzionari liberavano Flourens e altri prigionieri del 31 ottobre. L’alleanza Repubblicana mandò una delegazione all’Hôtel de Ville ma fu respinta.

Una manifestazione diretta dai blanquisti per lo stesso giorno fu una nuova sconfitta: dall’Hôtel de Ville, fortificato e difeso da guardie mobili bretoni, partì una scarica di fucileria che spazzò la piazza facendo 30 morti. Delescluze fu arrestato, i club chiusi, i giornali repubblicani soppressi. Il governo di difesa nazionale era padrone della situazione e poteva mettere in atto il suo intendimento di sempre, vincere la resistenza e consegnare Parigi ai prussiani.

Il 23 gennaio, con il pretesto della carestia, Jules Favre negoziò a Versailles un armistizio, mentre il governo non osava ancora firmare la pace. Dieci giorni prima gli Stati del Nord e quelli del Sud della Germania avevano offerto a Versailles la corona imperiale a Guglielmo di Prussia!


E.4. LA CAPITOLAZIONE

 
a) Il governo vende la Francia

La notizia della capitolazione arrivò sui parigini come una bastonata; la città ne rimase tramortita, tanto che perché le masse si scuotessero bisognerà attendere l’ingresso dei tedeschi in Parigi.

Con la capitolazione la maschera ipocrita della borghesia era infine gettata: «Nella frenesia del tradimento il governo di difesa nazionale apparve con la capitolazione di Parigi come un governo di Francia formato di prigionieri di Bismarck (“La Guerra Civile”)». Di fatto la borghesia aveva fretta di farla finita con la rivoluzione e, poiché contava sull’aiuto di Bismarck, gli si gettava ai piedi in modo vergognoso e vendeva la Francia al vincitore prussiano senza nemmeno discutere il prezzo.

E il prezzo fu alto. Engels scrive negli “Scritti militari”: «Parigi capitola e paga 200 milioni di indennità di guerra, i forti consegnati ai prussiani, le guarnigioni dovettero deporre le armi davanti ai vincitori e consegnare l’artiglieria da campagna, mentre i cannoni dei bastioni furono smontati dagli affusti. Tutti i pezzi che potevano servire alla resistenza appartenenti allo Stato furono requisiti senza eccezione. Ma nessuno pensò di toccare quelli dei veri difensori di Parigi: la Guardia Nazionale e il popolo in armi. Nessuno osò pensare che si sarebbero disfatti delle loro armi, cannoni e fucili. Tutti videro come l’esercito tedesco si era rispettosamente fermato davanti al popolo parigino in armi, i vincitori non entrarono nella città ma si accontentarono di occupare per tre giorni i Champs Élysées, un giardino pubblico, ma controllati, sorvegliati e accerchiati dai parigini a guardia! Non un soldato tedesco mise piede all’Hôtel de Ville, nessuno si arrischiò di addentrarsi nei boulevard, i pochi che furono ammessi al Louvre per ammirarvi i tesori d’arte, avevano chiesto l’autorizzazione. La Francia era sconfitta, Parigi affamata, ma il popolo di Parigi si era guadagnato questo rispetto in forza del suo glorioso passato: nessuno osava disarmarlo, nessuno ebbe il coraggio di affrontarlo».

 

b) Bismarck complice del governo francese

L’Inghilterra e gli Stati Uniti non restarono esterni al complotto borghese. Il governo inglese, già alleato della Francia, poco incline a riconoscere la Repubblica del 4 settembre, passava dalla parte tedesca, nel campo della borghesia tedesca e francese: tutta la borghesia internazionale sarà così alleata contro i parigini insorti. Anche l’America borghese partecipò all’assassinio dei proletari parigini, come Marx dimostra col denunciare il comportamento dell’ambasciatore degli Stati Uniti a Parigi. Dopo la Comune gli americani perseguiteranno i membri dell’Internazionale: Internazionale borghese contro Internazionale operaia! Benché prudente, Bismarck voleva farla finita con Parigi. Con la resa il governo francese dava il via alla guerra civile, nella quale ora si impegnava con l’aiuto della Prussia, contro la Repubblica, contro Parigi e soprattutto contro la rivoluzione in marcia.

La trappola era tesa nelle stesse clausole della capitolazione nelle quali Bismarck esigeva l’elezione di una Assemblea Nazionale la quale entro otto giorni dovesse decidere della pace o della guerra. Marx così commenta: «In questo momento la capitale era separata dai dipartimenti e tutte le comunicazioni erano disorganizzate. Eleggere in queste circostanze una vera rappresentanza della Francia era impossibile senza un lungo tempo per i preparativi».


E.5. L’ASSEMBLEA DEI RURALI

 
a) Le elezioni dell’8 febbraio 1871

«Thiers, prima che si fosse divulgato in Parigi il segreto dell’armistizio, era partito per un giro elettorale nei dipartimenti per scuotere e resuscitare il partito Legittimista, che doveva ormai affiancarsi agli Orleanisti al posto dei Bonapartisti, non più accettati» (“Guerra Civile”).

Le elezioni dettero la maggioranza ai Monarchici: su 750 deputati, 450 furono Monarchici, raccolti fra gli aristocratici, l’alta borghesia orleanista, i signorotti legittimisti, quindi rappresentanti soprattutto la grande proprietà fondiaria, da cui l’epiteto di “Assemblea dei Rurali” gridato dalle tribune dal deputato radicale marsigliese Gaston Crémieux. A Parigi invece su 43 eletti solo 6 erano partigiani della capitolazione (Thiers, che sarà eletto anche in 13 dipartimenti, e Jules Favre, evidentemente). Lissagaray così commenta il fatto:
     «La lista che uscì l’8 febbraio fu un arlecchino di tutte le sfumature repubblicane e di tutte le fantasie politiche (...) Apriva Louis Blanc, candidato da tutti i Comitati tranne la Corderie, con 216.000 voti, seguito da Victor Hugo, Gambetta, Garibaldi. Delescluze raccolse 154.000 suffragi. Fu eletto Millière (...) Blanqui, il mastino sempre in guardia contro il governo, non ricevette che 52.000 voti, quasi come gli oppositori del plebiscito, mentre Félix Pyat ne riceveva 145.000 per le sue sonatine su “Combat” (...) Questa pasticciata elezione attesta almeno l’idea repubblicana».

Furono eletti anche alcuni rappresentanti dell’AIT e del Comitato di Venti arrondissement, come Tolain, Malon, Gambon.

 
b) La pace

Il 13 febbraio, quando questa assemblea si riunì a Bordeaux, il dibattito fra la minoranza repubblicana e la maggioranza monarchica fu molto aspro. Il 17 elesse a capo del potere esecutivo Thiers «espressione intellettuale più compiuta della corruzione della sua classe» (Marx), che anche scelse per suoi ministri figuri non proprio limpidi: Jules Favre, Picard, Dufaure, Jules Simon, Pouyer-Quertier, di ciascuno dei quali tristi personaggi Marx dipinse sarcasticamente nella “Guerra Civile” i vizi non molto nascosti.

Il 26 febbraio furono firmati a Versailles i preliminari di pace fra Thiers, Favre e Bismarck, a condizioni draconiane per la Francia: Bismarck estorceva alla Francia la favolosa somma di 5 miliardi di franchi; esigeva il sostentamento di mezzo milione dei suoi soldati sul suolo francese, con l’interesse del 5% sui pagamenti in ritardo; i prussiani dovevano rientrare a Parigi in gruppi di 30.000 uomini a partire dal 3 marzo e occupare gli Champs Élysées; i forti orientali dovevano essere occupati fino al pagamento dei primi 500 milioni e i dipartimenti dell’Est fino al pagamento finale. Infine Bismarck strappava alla Francia l’Alsazia meno Belfort e un terzo della Lorena tedesca con Metz e Strasburgo per incorporarli alla Germania, il che fa scrivere a Engels (“Scritti militari”): «Procedendo a queste annessioni, Bismarck mette in atto per la prima volta la sua vera politica (...) È così commette la sua prima grossa gaffe». Engels fa allusione alle conseguenze internazionali di questa annessione, che noi vedremo più avanti.

«Thiers fece intendere all’Assemblea che i preliminari di pace dovevano essere accettati sul campo, senza nemmeno avere l’onore di un dibattito parlamentare, solo a queste condizioni la Prussia permetteva loro di aprire l’ostilità contro la repubblica e la sua cittadella, Parigi. La controrivoluzione in effetti non aveva tempo da perdere» (Marx, “La Guerra Civile”). Il 1° marzo l’Assemblea ratificò il trattato malgrado la protesta dei deputati alsaziani e lorenesi. Félix Pyat, Malon, Rochefort dettero le dimissioni.

Liberata dalla guerra esterna, l’Assemblea poteva ora occuparsi di Parigi.

 

c) La controrivoluzione non ha tempo da perdere

Riprendiamo Marx: «La controrivoluzione non aveva in effetti tempo da perdere. Il Secondo Impero (...) aveva gonfiato le imposte in maniera spaventosa e devastato senza pietà le risorse della nazione. Per completare la rovina, c’era lo Shylock prussiano che esigeva (...) la sua indennità di 5 miliardi (...) Chi avrebbe pagato il conto? Era solo con il rovesciamento violento della Repubblica che coloro che si erano appropriati della ricchezza potevano sperare di far pagare ai produttori di questa ricchezza le spese di una guerra che essi stessi avevano provocato. Così è proprio l’immensa rovina della Francia che spingeva questi patriottici rappresentanti della grande proprietà terriera e del capitale, sotto gli occhi e l’alta protezione dell’invasore, a innescare sulla guerra straniera una guerra civile, una ribellione dei negrieri. C’era un grande ostacolo che sbarrava la strada al complotto: Parigi. Disarmare Parigi era la prima condizione del successo».

 

d) La controrivoluzione provoca la rivoluzione

Dapprima Thiers intima a Parigi di consegnare le armi, poi l’8 marzo fallisce un tentativo di rimuovere i cannoni di Parigi allineati nel Lussemburgo.

«Parigi fu provocata da frenetiche manifestazioni antirepubblicane dell’Assemblea dei Rurali e dalle dichiarazioni equivoche dello stesso Thiers sullo stato giuridico della Repubblica; con la minaccia di decapitare e di decapitalizzare Parigi (il 10 marzo l’Assemblea aveva scelto Versailles e non Parigi come luogo di residenza); con la nomina di ambasciatori orleanisti; con le leggi Dufaure sulle scadenze degli affitti che minacciavano il commercio e l’industria parigina».

Lissagaray scrive sulla legge Dufaure:
     «300.000 operai, bottegai, cottimisti, piccoli commercianti e fabbricanti, che avevano speso il loro gruzzolo durante l’assedio e non guadagnavano ancora niente, furono gettati alla mercé del proprietario e del fallimento.
     «Ciò che non avevano potuto i pericoli dell’assedio, lo fece l’Assemblea: unificare la piccola borghesia al proletariato.
     «In più la tassa Pouyer-Quertier su ogni esemplare di tutte le pubblicazioni, la sentenza di morte contro Blanqui e Flourens a causa del 30 ottobre (Blanqui sarà arrestato il 17 marzo nel Lot), la soppressione dei giornali repubblicani, il rinnovo dello stato d’assedio proclamato da Palikao e abolito il 4 settembre, la soppressione dei 30 soldi accordati alla Guardia Nazionale e infine la nomina di Vinoy il dicembrista a governatore di Parigi, quella di Valentin, il gendarme dell’Impero, a prefetto di polizia, quella di Louis d’Aurelle de Paladines, il generale gesuita, a comandante della Guardia Nazionale, al posto di Clément Thomas che aveva preferito dare le dimissioni».

Thiers aveva consegnato Parigi alla tenera sollecitudine di questo triumvirato! E questi signori del governo erano tanto più interessati, come sottolinea sempre Marx, dato che attendevano laute provvigioni da un debito di 2 miliardi che doveva essere versato, debito e mancia, solo dopo la “pacificazione” di Parigi. Marx aggiunge: «In ogni caso la cosa doveva essere molto urgente perché Thiers e Jules Favre, in nome della maggioranza dell’Assemblea di Bordeaux sollecitarono senza vergogna l’occupazione immediata di Parigi dalle truppe prussiane. Ma questo non entrava nel gioco di Bismarck».

 

E.6. REAZIONI DELLA PARIGI RIVOLUZIONARIA

 
a) Continuare la lotta

Già all’inizio di settembre, Parigi aveva nominato dei comitati di vigilanza incaricati di organizzare la difesa e l’approvvigionamento dei quartieri popolari. Durante l’assedio la Guardia Nazionale si era rinforzata in numero e materiale con le armi e i cannoni acquistati con la sottoscrizione; secondo Talès costituiva ora un esercito di più di 200.000 uomini divisi in 260 battaglioni, equipaggiati con 450.000 fucili, 2.000 cannoni con il loro approvvigionamento.

Thiers chiese a Parigi di deporre le armi sotto un pretesto che era dunque pura menzogna, che l’artiglieria della Guardia Nazionale appartenesse allo Stato mentre era stata ufficialmente riconosciuta come proprietà della Guardia Nazionale nella capitolazione del 28 gennaio e a questo titolo era stata esclusa dalla resa generale.

La rivoluzione non volle deporre le armi. Marx scrisse nella “Guerra civile”: «La sollevazione di tutta Parigi (...) contro il Governo di Difesa non data dal 18 marzo, benché riporti in quel giorno la prima vittoria sulla congiura, ma dal 31 gennaio, dal giorno stesso della capitolazione. La Guardia Nazionale – cioè tutti i parigini armati – si è organizzata e ha di fatto governato Parigi a partire da quel giorno, indipendentemente dal governo usurpatore dei capitulards messo in piedi grazie a Bismarck. Essa ha rifiutato di consegnare le armi e l’artiglieria che le appartenevano e che le erano state lasciate alla capitolazione perché erano di sua proprietà. Non è la magnanimità di Jules Favre che ha salvato queste armi dalle mani di Bismarck, ma la prontezza dei combattenti Parigini a lottare per strapparle a Jules Favre e a Bismarck».

 
b) La Federazione della Guardia Nazionale

Lissagaray riferisce che verso la fine di gennaio alcuni repubblicani avevano tentato di raggruppare le guardie nazionali per fini elettorali e che una grande riunione aveva avuto luogo al Circo d’Inverno sotto la presidenza di un negoziante, Courty. Una seconda riunione ebbe luogo il 15 febbraio nella sala del Wauxhall, ma ormai non si pensava più alle elezioni. Un solo pensiero occupava tutti i cuori: l’unione delle forze parigine per la difesa della Repubblica contro i rurali trionfanti. Dalla riunione scaturì l’idea della Federazione, si decise che i battaglioni si riunissero attorno ad un Comitato Centrale e fu incaricata una commissione di redigere gli statuti della nuova organizzazione, cioè della Federazione delle Compagnie, con la creazione di un C.C. formato di loro delegati. Ogni circoscrizione presente nella sala (18 su 20) nominò sul posto un commissario per questa commissione. «Chi sono? Gli agitatori dell’assedio, i socialisti della Corderie, scrittori famosi? Assolutamente no. Non c’è fra gli eletti nessun nome di notorietà borghese, i commissari sono piccoli borghesi, bottegai, impiegati, estranei a ogni consorteria, e per lo più anche alla politica» (Lissagaray). Fra di loro si trovano già Arnold, Alavoine, Da Costa, futuri comunardi. Courty, il loro presidente, è repubblicano e moderato.

Il 24 febbraio, l’Assemblea generale di Wauxhall di 2.000 delegati delle guardie nazionali approva gli statuti, si pronuncia per la «soppressione degli eserciti permanenti» e si impegna ad intervenire se i prussiani entrano a Parigi come previsto dal trattato. Manifestazioni hanno luogo a Parigi al grido di “Viva la Repubblica!”, l’atmosfera è esplosiva.

Il 27 febbraio, qualche giorno prima dell’entrata dei prussiani previsto dal trattato, i battaglioni della Guardia Nazionale decidono di recuperare i 227 cannoni e mitragliatrici, pagati con le sottoscrizioni di Parigi e abbandonati in modo traditore dai capitulards nei quartieri che i prussiani avrebbero dovuto occupare, nel parco di Passy e in Place Wagram. I cannoni sono trasportati a Montmartre, Belleville, La Villette, Place des Vosges e alla Barriére d’Italie, mentre gruppi armati attendono l’arrivo dei prussiani agli Champs Élysées e alla Avenue de la Grande Armée. Il 28 una riunione dei capi di battaglione e dei delegati dei comitati militari, presieduta da Bergeret, vorrebbe applicare le decisioni del 24, cioè impedire l’entrata dei prussiani, ma i membri della commissione, che si comporta come un C.C., li dissuadono. Il 28 mattina i tre organismi della Corderie pubblicano un manifesto che scongiura i lavoratori alla prudenza, ma questi tre gruppi, disorganizzati e ridotti, hanno poco credito in rapporto ai rappresentanti della massa armata.

Il 1° marzo i prussiani entrano nei quartieri alti: 30.000 uomini sfilarono silenziosamente sotto l’occhio degli insorti; l’imperatore Guglielmo rinuncia a presiedervi. Già il 2, d’altronde, lasceranno Parigi, ma la città non potrà dimenticare l’oltraggio. Le notizie dall’Assemblea di Bordeaux non fanno che infiammarla di più, con il progetto di legge sugli affitti, il voto delle condizioni di pace, ecc.

Il 3 marzo, l’assemblea dei delegati di 200 battaglioni vota gli statuti della Federazione Repubblicana della Guardia Nazionale e nomina una commissione esecutiva che deve precisare il ruolo del C.C. e che intanto si assume il comando della Guardia Nazionale. Vi si trova: Bergeret, Viard, Pindy, Varlin, Durand, ecc.

 

c) La Guardia Nazionale governa Parigi

Il 13 marzo, la Federazione della Guardia Nazionale è ratificata da 215 battaglioni su 270 ed elegge i suoi delegati. Marx nella prima stesura della “Guerra Civile”, così descrive la nuova organizzazione: «Sulla base di fatto della sua organizzazione militare, Parigi edificò una federazione politica, secondo un piano molto semplice: consisteva in una associazione di tutta la Guardia Nazionale, unita in tutte le sue parti dai delegati di battaglione, che a loro volta eleggevano delegati generali, i generali delle legioni – ciascuno di loro dovendo rappresentare una circoscrizione e cooperare coi delegati delle altre 19 circoscrizioni. Questi 20 delegati, eletti a maggioranza dai battaglioni della Guardia Nazionale, comprendevano il Comitato Centrale».

Il C.C. avrà sede in Place de la Corderie, centro rivoluzionario, nei locali che già occupano il Consiglio Generale dell’Internazionale a Parigi (che nell’insieme resta incerto quanto a partecipare a questo C.C., benché quattro membri ne facciano parte), la Federazione delle Camere Sindacali e il C.C. dei Venti arrondissement.

Chi sono i membri del C.C.? Lissagaray racconta della seduta delle elezioni: «Garibaldi fu acclamato generale in capo della Guardia Nazionale. Un oratore conquistò l’assemblea, Lullier, vecchio ufficiale di marina, e si fece nominare comandante dell’artiglieria. Si proclamò in seguito il nome degli eletti del C.C., una trentina circa; alcune circoscrizioni non avevano ancora votato. È il C.C. regolare, quello che entrerà nell’Hôtel de Ville. Molti degli eletti appartenevano alla precedente commissione. Gli altri erano tutti ignoti, di tutti gli strati del popolo, conosciuti solamente dai consigli di gruppo o dai loro battaglioni. Gli uomini di spicco non avevano chiesto i voti: la Corderie e i Blanquisti non volevano ammettere che questa Federazione, questo Comitato, questi sconosciuti fossero una forza. Essi non sono guidati, è vero, per un programma preciso, il C.C. non è il braccio militare di un partito, non ha ideali da seguire. Una idea molto semplice, difendersi dalla monarchia, ha saputo raggruppare tanti battaglioni. La Guardia Nazionale si costituisce come compagnia d’assicurazione contro un colpo di Stato e il C.C. ne è la sentinella, ecco tutto».

Si trovano così fra i membri del C.C. quattro internazionalisti (Varlin, Assi, Alavoine, Babick) e altri come Jourde, Fleury, Ranvier, Bergeret, Eudes, Duval, Lullier, Brunel, E. Moreau ecc.

Il C.C. si comporta come governo popolare della capitale riconosciuto da tutti i comitati di quartiere. Engels parla così del C.C. (Relazione sulla Comune al Consiglio generale del 21 marzo 1871): «Nessuno degli uomini del C.C. è celebre, non c’è fra di loro né un Félix Pyat né individui della sua specie; ma questi uomini sono ben conosciuti dalla classe operaia. Quattro membri dell’Internazionale fanno parte del Comitato. Il C.C. proclamò che avrebbe rispettato la libertà di stampa, ma che non avrebbe tollerato la corrotta stampa dei bonapartisti. La risoluzione più importante che adottò dichiarava che i preliminari della pace saranno rispettati».

E Marx: «Dal giorno stesso della capitolazione, con la quale il governo di difesa nazionale aveva disarmato la Francia, ma si era riservata una guardia del corpo di 40.000 uomini, con lo scopo di domare Parigi, Parigi si teneva sul chi vive (...) Per tutto il periodo che va dalla riunione dell’Assemblea nazionale a Bordeaux al 18 marzo, il C.C. era stato il governo popolare della capitale, ed era assai forte per mantenere il suo schieramento difensivo, malgrado le provocazioni dell’Assemblea, le violente misure dell’Esecutivo e le minacciose concentrazioni di truppe».

La situazione era esplosiva: mentre il popolo parigino esitava a dichiarare una guerra civile, la borghesia complottava già contro di lui e contro la Rivoluzione del 4 settembre. Il prussiano non voleva aiutare apertamente la borghesia francese nella sua sporca bisogna occupando Parigi; non restava a quest’ultima che darsi da fare. Il 18 marzo, passò dunque di nuovo all’attacco: disarmare Parigi, perché Parigi armata era la Rivoluzione!


E.7. GUERRA CIVILE

 
a) La borghesia passa all’attacco

Engels scrive nella Prefazione alla “Guerra Civile” del 1891: «Durante la guerra gli operai parigini si erano limitati a reclamare l’energico proseguimento del combattimento. Ma adesso, ritornata la pace dopo la capitolazione di Parigi, Thiers, il nuovo capo supremo del governo, dovette convincersi che il predominio delle classi abbienti – grande proprietà fondiaria e capitalisti – era in continuo pericolo finché gli operai di Parigi avevano in mano le armi. Suo primo atto fu il tentativo di disarmarli. Il 18 di marzo mandò delle truppe di linea con l’ordine di requisire l’artiglieria appartenente alla Guardia nazionale, formatasi durante l’assedio di Parigi e pagata con una sottoscrizione pubblica. Il colpo andò a vuoto; Parigi si armò come un sol uomo, pronta a resistere, e la guerra fra Parigi e il governo francese residente a Versailles fu dichiarata».

Possiamo ricostruire i fatti con l’aiuto di Lissagaray: Thiers aveva dato l’ordine a queste truppe dirette da Vinoy di occupare il Parc des Buttes-Chaumont, Belleville, le Temple, la Bastille, l’Hôtel de Ville, Montmartre, il Luxembourg, l’Hôtel des Invalides e di riprendere i cannoni da Montmartre. Il che è fatto alle tre del mattino senza colpo ferire, ma Vinoy non ha approntato i cavalli per trasportare i cannoni dando così tempo ai sobborghi di risvegliarsi. Sono intanto già stati affissi sui muri di Parigi dei manifesti firmati da Thiers e dai suoi ministri. La popolazione al risveglio si accorge subito dell’aggressione e reagisce immediatamente chiamando i soldati e dando l’allarme; il richiamo è accolto, guardie nazionali percorrono il 18° arrondissement, Montmartre.

Le truppe del generale Lecomte che dovevano occupare Montmartre fraternizzano con le guardie nazionali e la folla. Il generale Lecomte chiede per tre volte ai suoi soldati di sparare sulla folla, poi li insulta; i suoi soldati vogliono fucilarlo ma le guardie nazionali glielo impediscono e conducono Lecomte allo Château-Rouge, quartiere generale dei battaglioni di Montmartre. La reazione popolare e il capovolgimento della situazione è identico per gli altri quartieri. Alle undici, il popolo ha vinto l’aggressione su tutti i punti, ha conservato quasi tutti i suoi cannoni e guadagnato alcune migliaia di fucili. D’Aurelle de Paladines dopo le sei del mattino chiama all’appello le guardie nazionali: risposero in cinque-seicento!

L’aggressione del mattino sorprende il Comitato Centrale della Guardia Nazionale come tutta Parigi, i comitati di vigilanza e le guardie nazionali che si trovano nei quartieri possono solo appoggiare la reazione del popolo. Louise Michel e Ferrè, membro del comitato di vigilanza del 18° arrondissement, partecipano alla riconquista dei cannoni di Montmartre.

Verso le 16,30 Clément Thomas, l’uomo del giugno 1848, è arrestato in Rue des Martyrs nel 18° arrondissement. I soldati e la folla vincendo la resistenza delle guardie nazionali, fucilano il generale Lecomte, arrestato il mattino, e Clément Thomas, «questo nemico personale della classe operaia di Parigi», in Rue des Rosiers.

Poco a poco i battaglioni federati passano all’offensiva, occupano le caserme, la tipografia di Stato, circondano l’Hôtel de Ville e le truppe di Brunel lo occupano dopo che i membri del governo e i gendarmi ne sono fuggiti. Quando Thiers apprende la sbandata delle sue truppe e la fraternizzazione con la popolazione, dà l’ordine di farle ripiegare sul Champs de Mars. Si crede perduto al passaggio di tre battaglioni davanti al ministero dove si è rifugiato il governo, in preda al panico fugge per una scala segreta e si fa scortare fino a Versailles da uno squadrone. La sera del 18 marzo dà l’ordine di evacuare Parigi a tutti i servizi del governo e a tutte le caserme, pensando di riformare un’armata a Versailles; ordina anche di consegnare i forti meridionali restituiti dai prussiani 15 giorni prima, fra i quali Mont Valérien, punto strategico di difesa di Parigi e di Versailles, poiché Thiers non pensa che a proteggere Versailles da Parigi! È lo sbando. Sfortunatamente gli insorti, troppo “onesti”, mal organizzati e mal diretti, non ne approfittano.

 

b) Il governo del Comitato Centrale

«La gloriosa rivoluzione degli operai del 18 marzo prese possesso incontrastato di Parigi. Il Comitato Centrale fu il suo governo provvisorio» (“Guerra Civile”). In questa Parigi che comincia a svuotarsi di tutto quello che rappresentava il regime precedente (l’ordine di Thiers di evacuare Parigi riguarda anche l’intendenza militare che abbandona a se stessi 6.000 malati negli ospedali: «L’unico servizio che Thiers non sabotò fu quello dei cimiteri» (Lissagaray).

Il Comitato Centrale, suo malgrado, deve svolgere le funzioni di governo provvisorio perché è il solo a Parigi a poterlo fare. Gli sconosciuti che lo compongono, delegati dei battaglioni popolari, conosciuti solo nei loro quartieri, sono sorpresi dall’avvenimento e catapultati dall’insurrezione all’Hôtel de Ville. Sono esitanti e il loro primo atto è di rimettere il potere al popolo parigino, cioè di preparare le elezioni alla Comune.

Il 19 marzo il Comitato Centrale pubblica due proclami: ringrazia l’esercito di non aver voluto «mettere le mani sull’arca santa delle nostre libertà» e chiama Parigi e la Francia a «gettare insieme le basi di una repubblica elettorale con tutte le conseguenze, il solo governo che chiuderà per sempre l’era delle invasioni e delle guerre civili», quindi il Comitato chiama il popolo parigino a nuove elezioni. Un appello simile è indirizzato alle guardie nazionali. Benché decida di «conservare in nome del popolo» l’Hôtel de Ville, il Comitato non si considera quindi come un governo rivoluzionario ma come l’agente che permetterà al popolo di affermare la sua volontà con nuove elezioni. Fissa queste elezioni per il 22 marzo e nello stesso tempo assume il governo di Parigi.

- Amministrare Parigi

Bisogna che la vita di Parigi continui malgrado i disordini dei servizi. Spinto dalla necessità il Comitato prende coscienza del suo ruolo e della rivoluzione che si è compiuta il 18 marzo e invia con decisione delegati ad impadronirsi dei ministeri deserti e dei diversi servizi: Assi riceve il governo dell’Hôtel de Ville, Varlin e Jourde vanno alle finanze, Combatz alle poste, Edouard Moreau, blanquista, è delegato alla sorveglianza de “L’Officiel” e della Tipografia di Stato, Duval e Raoul Rigault, anch’essi blanquisti, vanno alla prefettura di polizia, Eudes, giornalista blanquista, alla guerra, Bergeret al governo della piazza. L’Internazionale ed il blanquismo si dividono dunque i posti importanti.

Lissagaray scrive: «Nel 1831 i proletari, padroni di Lione per 10 giorni, non avevano saputo amministrarsi. Tanto più grande la difficoltà per Parigi (...) Il Comitato Centrale non trovava che apparati immobilizzati: all’ordine di Versailles la maggioranza degli impiegati avevano abbandonato i loro posti (...) Si ricorse dappertutto al Comitato. I Comitati di quartiere fornirono il personale ai comuni; la piccola borghesia prestò la sua esperienza».

La questione urgente di fissare la paga delle guardie nazionali si risolve senza violenze. Varlin e Jourde non osano forzare le casse del Ministero delle Finanze ma ottengono 500.000 franchi da Rothschild, felice di cavarsela a così buon prezzo. Poi il governatore della Banca di Francia accorda loro un milione, poi un altro in vista di due battaglioni di federati pronti ad intervenire. Si distribuisce così ai 300.000 cittadini senza lavoro e senza risorse i 30 soldi quotidiani di cui vivevano da parecchi mesi. Il Comitato, considerando che la solidarietà dei soldati con la Guardia Nazionale ha consentito il successo del 18 marzo, vota all’unanimità l’abolizione dei Tribunali di guerra. Il 21 sospende la vendita degli oggetti lasciati al Monte di Pietà, proroga di un mese le scadenze dei pagamenti, proibisce ai proprietari di sfrattare gli inquilini, accorda l’amnistia a tutti i condannati politici.

Il Comitato Centrale si comporta dunque come un governo provvisorio. Ma il suo programma resta moderato. Varlin scriverà agli Internazionalisti svizzeri raggruppati attorno a Bakunin e Guillaume, che vedevano nel 18 marzo la rivoluzione sociale universale, che «non si trattava di una rivoluzione internazionale; che il movimento del 18 marzo non aveva avuto altro scopo che la rivendicazione delle libertà cittadine di Parigi e che questo scopo è stato raggiunto». Un tale programma non aveva niente di sovversivo e non implicava per niente un’azione militare contro Versailles.

Il Comitato ha in partenza un orrore superstizioso dell’illegalità, perché teme la sua conseguenza: la guerra civile; invita costantemente alla moderazione, vota all’unanimità la revoca dello stato d’assedio, ristabilisce la libertà di stampa. Fin dal 23 marzo così precisa il suo programma: constatato il fallimento di un potere che ha portato alla disfatta e alla capitolazione, «il principio d’autorità è ormai impotente per ristabilire l’ordine nelle strade, per far rinascere il lavoro nelle fabbriche e questa impotenza è la sua negazione». Bisogna dunque ritrovare un ordine e riorganizzare il lavoro su nuove basi «che faranno cessare l’antagonismo delle classi e assicureranno l’uguaglianza sociale». I lavoratori emancipati e i delegati alla Comune dovrebbero assicurare il controllo efficace degli incaricati del popolo per le riforme sociali. Queste riforme sarebbero: l’organizzazione del credito, delle scambio e dell’associazione al fine di assicurare al lavoratore il valore integrale del suo lavoro, cioè la scomparsa del profitto capitalista; l’istruzione gratuita, laica ed “integrale”; le libertà civili (riunione, associazione, stampa); la organizzazione sul piano comunale della polizia e dell’esercito. Il principio che deve governare la società tutta intera è quello che organizza il gruppo e l’associazione. C’è dunque il rifiuto di ogni autorità centrale, sia di amministrazione, sia di un sindaco o di un prefetto.

- La pace con la Prussia

Il Comitato si pronuncia chiaramente il 19 marzo per la pace con la Prussia: «Noi dichiariamo fin da oggi di essere fermamente decisi a far rispettare i suoi preliminari al fine di arrivare a salvaguardare sia la salvezza della Francia repubblicana sia la pace generale». Ma, di fatto, questa risoluzione implica la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile, come sottolinea Lenin: «La trasformazione della guerra imperialista attuale in guerra civile è la sola parola d’ordine proletaria giusta, insegnata dall’esperienza della Comune».

- Inerzia militare

Mentre la controrivoluzione se ne fugge da Parigi, i battaglioni federati nulla le tentano contro. Fin dal pomeriggio del 18 marzo, il Comitato offre il comando delle forze di Parigi al vecchio comandante di vascello Charles Lullier, alcolizzato e millantatore che, per tradimento o per incompetenza, è di una totale passività: invece di far chiudere la città lascia aperte tutte le porte all’esercito e a tutti i fuggitivi, non fa occupare immediatamente i forti abbandonati dalle truppe di Thiers: i forti di Ivry, di Bicêtre, Montrouge, Vanves ed Issy, non saranno ripresi che il 19 e il 20 e, quanto al Mont Valérien punto strategico chiave della difesa parigina, non ci si penserà che dopo che Vinoy ha infine convinto Thiers a metterci una guarnigione sufficiente. Infine non ordina la marcia su Versailles allora senza difese.

Lullier, conosciuta la sua incompetenza, sarà arrestato alcuni giorni più tardi (evaderà in seguito) ma troppo tardi! Tutti i fuggiaschi avranno lasciato tranquillamente Parigi e la borghesia si sarà riorganizzata. Lullier è rimpiazzato da tre uomini pieni di energia: il patriota esaltato Brunel, e i due blanquisti Eudes e Duval. Essi dichiararono subito: «non è più il tempo del parlamentarismo; bisogna agire e punire severamente i nemici della Repubblica. Tutto ciò che non è con noi è contro di noi. Parigi vuole essere libera». Duval chiede la marcia su Versailles, ma la maggioranza del Comitato preferisce trastullarsi nella preparazione delle elezioni e nella ordinaria amministrazione piuttosto che affrontare la realtà della guerra civile.

Marx scrive nella “Guerra Civile”: «Nella sua opposizione ad accettare la guerra civile aperta contro l’aggressione notturna di Thiers a Montmartre, il Comitato Centrale si rendeva colpevole di un errore decisivo, col non marciare immediatamente su Versailles, che allora era affatto sprovvista di soccorsi per mettere così un termine alle cospirazioni di Thiers e dei suoi junker agrari. Invece esso permise al partito dell’ordine di misurare ancora una volta le sue forze con l’urna elettorale quando il 26 marzo fu eletta la Comune». Lissagaray così scusa il Comitato Centrale: «Si dice che avrebbero dovuto marciare il 19 o il 20 su Versailles (...) I battaglioni popolari erano troppo mal preparati per tenere nello stesso tempo questa città aperta e Parigi».

- La resistenza borghese

Se il Comitato centrale e la popolazione di Parigi, per niente demoralizzata e di umore eccellente, dimenticano la guerra civile, la borghesia invece resiste con rabbia. A Parigi i quartieri del centro del 1° e 2° arrondissement divengono il luogo di raccolta di tutti i malcontenti: la Resistenza comprende dapprima tutti i nostalgici dell’Impero, poi la borghesia e gli intellettuali repubblicani (gli intellettuali del quartiere latino, gli studenti del politecnico, della facoltà di medicina condannano questo Comitato senza mandato popolare), i sindaci già in carica che rivendicano essere loro una Comune legale e sono ostili alle nuove elezioni municipali, i deputati di Parigi (tra cui Louis Blanc, Tolain e Clemenceau) e alcuni capi di battaglione. Le posizioni di queste opposizioni sono molto varie: gli uni sono per trovare una soluzione di compromesso fra Parigi e Versailles, gli altri sono per la politica di Thiers e cercano di far guadagnare tempo alla controrivoluzione.

Manifestazioni di borghesi hanno luogo il 21 e il 22 marzo con l’obbiettivo di piazza Vendôme, dove è installato lo stato maggiore della Guardia Nazionale diretto da Bergeret. Il 21 i manifestanti che acclamano l’Assemblea e l’ordine sono dispersi senza vittime. Il 22 invece i manifestanti malmenano le guardie nazionali, parte una scarica di fucile che fa una dozzina di morti fra gli “amici dell’ordine”, soprattutto bonapartisti.

Il Comitato trova maggiore difficoltà per la resistenza dei vecchi sindaci alle nuove elezioni: fin dal 19 marzo si annuncia che i sindaci, i deputati della Senna e i capi di battaglioni sono riuniti all’ Hôtel de Ville del 3° arrondissement per deliberare sulla convocazione degli elettori; il Comitato, conciliante, fa loro sapere che è pronto a negoziati, che si trascinano interminabili. Vi sono quattro delegati: Varlin, Moreau, Jourde e Arnold, che cederanno su tutti i punti, fra cui quello di lasciare l’Hôtel de Ville agli eletti di Parigi; ma il Comitato dei venti arrondissement si oppone alla transazione e il Comitato Centrale è obbligato a sconfessare i suoi delegati. D’altra parte i sindaci sono male accolti anche dall’Assemblea di Versailles, che non vuole la conciliazione.

Il Comitato rimanda le elezioni al 26 marzo e fa occupare gli uffici dai sindaci; contro quelli del centro che resistono Brunel si reca con 600 guardie nazionali e dopo negoziati i sindaci si arrendono e trattano. Di fatto questa resistenza, non sostenuta da Versailles, presto si disperde.

 

c) Gli internazionalisti parigini

A parte Varlin, membro del Comitato Centrale, gli internazionalisti parigini hanno mantenuto finora molto riserbo, benché la stampa borghese li accusi di essere responsabile degli avvenimenti.

Il 23 marzo ha luogo una riunione mista dell’Internazionale parigina e della Camera Federale delle Società operaie. Richiesto da Frankel, è redatto nella notte un manifesto che conforta il Comitato Centrale di «tutta la nostra forza morale», un appello alla rivoluzione per la Comune ed un programma politico. Gli internazionalisti parigini cercano insomma di dare al movimento insurrezionale un programma, delle linee direttrici: l’organizzazione del credito, dello scambio; istruzione gratuita, laica; il diritto di riunione e di associazione; la libertà di stampa; l’organizzazione municipale della polizia, delle forze armate, dell’igiene e delle statistiche.


E.8. SIGNIFICATO DELLE RIVOLUZIONI

 
«Il proletariato si assume due compiti, uno nazionale, l’altro sociale: la liberazione della Francia dall’invasione tedesca e la liberazione socialista degli operai dal giogo del capitalismo. L’unione di questi due compiti costituisce il tratto più originale della Comune» (Lenin, “Gli insegnamenti della Comune”, 1908).

Se dal 4 settembre la borghesia, cosciente della sua parte sociale, tradiva senza vergogna la sua nazione con la commedia della difesa, le altre classi con alla testa il proletariato, cioè la Rivoluzione, si drizzavano coraggiosamente contro il nemico.

È la Rivoluzione che prendeva il potere lasciato vacante e che ridava vigore e vita a questa Francia decomposta e degenerata da anni di parassitismo bonapartista. Rigenerò la Francia in due tappe: prima con la Repubblica che impose alla borghesia il 4 settembre; il governo borghese che lascerà in carica trarrà la sua legalità dagli operai. Quindi istituendo la Comune, organismo giovanile, edificato sulle rovine del vecchio Stato, cadavere putrido di cui essa liberò la società francese.

Nella prima stesura della “Guerra civile” Marx scrive: «Il solo potere legittimo in Francia è dunque la Rivoluzione stessa il cui focolaio è Parigi. Questa Rivoluzione non è stata fatta contro Napoleone il Piccolo, ma contro le condizioni sociali e politiche che avevano generato il Secondo Impero. Esse avevano ricevuto le loro forme definitive sotto questo regime ed esse non avrebbero lasciato della Francia che un cadavere se non fossero state rovesciate dalle forze rigeneratrici della rivoluzione compiuta dalla classe operaia francese».

Il 18 marzo la rivoluzione operaia parigina accettò la sfida che le lanciava la borghesia, per impedire «la beffa di Repubblica che preparavano i principi di Orleans e il loro incaricato, M. Thiers». Marx spiega perché i parigini non dovevano indietreggiare: «Le canaglie borghesi posero i parigini davanti all’alternativa, o accettare la sfida, o soccombere senza combattere. Nell’ultimo caso, la demoralizzazione della classe operaia sarebbe stata una sfortuna ben più grande che la perdita di un numero qualsiasi di “capi” (...) in qualsiasi modo le cose vadano all’immediato, il risultato sarà un nuovo punto di partenza di importanza storica mondiale» (lettera a Kugelmann del 17 aprile 1871).

I parigini non indietreggiarono: «Sul viso i segni della lunga fame, sotto la minaccia delle baionette prussiane, la classe operaia parigina si lanciò d’un balzo all’avanguardia del progresso» (“Guerra civile”), anche se non doveva essere che un assalto al cielo!

Il 18 marzo, il popolo parigino rivoluzionario capì il tradimento della borghesia e si affermò «devoto fino al sacrificio della Francia», che bisognava rigenerare distruggendo le condizioni politiche e sociali che avevano generato il Secondo Impero ed erano maturate fino ad imputridire.

Ma per questo il proletariato rivoluzionario mirava oltre la Repubblica, che non era che una tappa. Il 1° marzo rivelò il vero significato della repubblica: il popolo parigino fece della sua reazione di difesa il primo atto di una rivoluzione sociale, di una rivoluzione comunista.


E.9. L’ORGANIZZAZIONE DELLA COMUNE

 
«Sì, signori, la Comune intendeva abolire la proprietà di classe che fa del lavoro dei più la ricchezza di alcuni. Essa mirava alla espropriazione degli espropriatori (...) Ma è il comunismo, è l’”impossibile” comunismo!» (Marx, “La guerra civile”).

«Si raffrontino i parigini lanciati all’assalto al cielo con gli schiavi celesti del Sacro Romano Impero prusso-germanico, con le sue mascherate postume, il suo tanfo di caserma, di Chiesa, di feudalità incallita e soprattutto di filisteismo» (Marx a Kugelmann il 12 aprile 1871).

«Noi siamo in altre condizioni, proprio perché innalzati sulle spalle della Comune di Parigi, e approfittiamo del lungo sviluppo della socialdemocrazia tedesca, noi, che possiamo vedere chiaramente ciò che facciamo, abbiamo creato il potere dei Soviet» (Lenin).

«La Comune di Parigi è stato il primo, ancora debole, tentativo storico di dominio della classe operaia» (Trotzki, “Terrorismo e Comunismo”).

«La Comune, forma positiva della rivoluzione contro l’Impero e contro le condizioni della sua esistenza, si affermò dapprima nelle città del mezzogiorno della Francia e fu incessantemente richiesta nel corso delle azioni spasmodiche durante l’assedio di Parigi (...) Finì per trionfare il 26 marzo, ma non nacque quel giorno: essa era lo scopo permanente della rivoluzione operaia» (Marx, prima stesura de “La Guerra civile”).

 

a) Cacofonia di tendenze

Alle elezioni del 26 marzo ci furono 229.000 votanti su 485.000 iscritti, differenza che si spiega con la diminuzione della popolazione parigina in seguito alla guerra, all’assedio, alle fughe in provincia e a Versailles. La partecipazione elettorale fu più forte nei quartieri operai che in quelli borghesi. I sobborghi votarono a scrutinio pubblico. Dato che tutti gli strati della popolazione potevano votare furono eletti numerosi avversari del Comitato Centrale e solamente 13 dei suoi membri poiché nessuno aveva votato questi “sconosciuti”; ma la nuova assemblea aveva una maggioranza di rivoluzionari, venuti dal Comitato Centrale, dai club rossi, dalle società operaie, dall’Internazionale, dai partiti repubblicani legati ai giacobini, ecc.

Il 28 marzo, in una cerimonia sulla piazza del Comune, il Comitato Centrale consegnò i poteri alla Comune che scelse per sede lo Chateau d’Eau. 92 consiglieri municipali furono dunque eletti con il suffragio universale nei diversi arrondissement di Parigi (l’11 e il 18 ne elessero sette ciascuno e il 16 due) su una popolazione che era in tempi normali di 1.873.713 abitanti.

Al di fuori dei borghesi del partito dell’ordine, che dettero rapidamente le dimissioni, vi si trovava grande varietà di condizioni sociali. V’erano molti professionisti (impiegati, contabili, medici, insegnanti, uomini di legge, numerosi pubblicisti) e 25 operai, ma non impiegati nella grande industria. La metà apparteneva all’Internazionale.

22 membri della Comune che non vorranno occupare il posto daranno le dimissioni e saranno rimpiazzati con le elezioni complementari del 16 aprile.

I tre principali gruppi politici erano costituiti dagli internazionalisti, dai blanquisti e dai giacobini. Engels scrive nella Introduzione del 1891 a “La Guerra Civile” che la Comune era composta da una maggioranza blanquista e di una minoranza di internazionalisti, per lo più socialisti proudhoniani.

Gli internazionalisti sono più di una quindicina: l’infaticabile E. Varlin, B. Malon, l’operaio ungherese Leo Frankel, che aveva fondato a Parigi una sezione tedesca dell’Internazionale e che conosceva Marx e le sue teorie, di cui sarà uno dei rappresentanti in seno alla Comune, l’operaio proudhoniano Theisz, l’operaio Dupont, Pindy, l’operaio meccanico Assi, che aveva già organizzato degli scioperi a Creusot nel 1870, Langevin, Avrial, gli operai gioiellieri Combault e Camélinat, Serraillier, il giornalista proudhoniano Carlo Longuet, l’impiegato di commercio blanquista Cournet, che aderì all’Internazionale nel 1871, il blanquista Ed. Vaillant, l’operaio blanquista Duval già membro del Comitato Centrale come Varlin, il francese Babick. Questi membri dell’Internazionale, ad eccezione di alcuni blanquisti, influenzati dalle dottrine di Proudhon con il mutualismo e l’autonomia dei Comuni, si opponevano alla utilizzazione della fraseologia e dei metodi del 1793 (Comitati di Salute Pubblica) e tenevano atteggiamenti da moderati.

I blanquisti erano rappresentati principalmente da Eudes, Duval, membro dell’Internazionale, Ranvier, Ferré, Rigault, uomini di un coraggio, di energia e ardore rivoluzionario incontestabili, col culto del 1793. Addestrati alla disciplina secondo i principi dell’antica carboneria, avevano bisogno del loro capo, Blanqui, che però mancherà loro.

I giacobini costituivano la maggioranza della Comune. Meno attivi dei blanquisti, anch’essi rivendicavano la loro tradizione del 1793: sognavano una rivoluzione politica che avrebbe dovuto portare a completamento e perfezione il regime democratico. Erano diretti dal sessantenne repubblicano Charles Delescluze, combattente delle giornate del 1830 e del 1848, che si imponeva a tutti i rivoluzionari. Fra loro c’era anche il vanitoso retore Félix Pyat, il “genio cattivo della Comune”, che lavorava per la divisione suscitando le più violente polemiche e soffiando sulle più basse rivalità personali; si mise in urto con i membri dell’Internazionale e a questi Marx scrisse una lettera per aiutarli a rispondere ai suoi attacchi.

Molti altri rivoluzionari sarebbe difficile iscriverli in uno dei blocchi: il proudhoniano e seguace di Fourier Beslay, di 72 anni, cui fu affidata la presidenza della prima sessione della Comune, capo d’industria, fu uno dei fondatori dell’Internazionale, da cui ben presto si separò, occupandosi con troppo spirito conciliatore delle relazioni con la Banca di Francia; Gustave Flourens, studioso di tendenza blanquista, che aveva conosciuto Marx nel 1870, d’indole estremista, aveva già fatto dei disperati tentativi insurrezionali sotto l’Impero, morì durante la sortita del 3 aprile; il milionario blanquista Tridon, favorevole alle idee della Internazionale, il giornalista proudhoniano Vermorel, che era stato in relazione con Engels, calunniato durante la Comune da Pyat, morto sulle barricate. Inoltre il pittore Courbet, il contabile Jourde, proudhoniano, che militerà poi nel POF, il vecchio ufficiale blanquista Brunel, lo scrittore Jules Vallès, J. B. Clément...

La netta contrapposizione tra maggioranza e minoranza si verificò a partire dal 28 aprile sulla discussione per la creazione o meno di un Comitato di Salute Pubblica. 22 membri della Comune, gli internazionalisti, a cui si erano aggiunti tra gli altri Tridon, Vallès, Courbet, Vermorel e Jourde, formarono quella minoranza che, secondo Lissagaray, comprendeva i membri più intelligenti e più coscienti della Comune. Tra maggioranza e minoranza sorse un’aspra polemica che andò esasperandosi. Quando i suoi membri furono eliminati dalla direzione la minoranza annunciò il suo ritiro dalla Comune, pubblicando un manifesto sui giornali, con gran gioia dei versagliesi. Essa si ravvide il 17 maggio: troppo tardi.

 

b) La Comune, organo legislativo ed esecutivo

Dal 29 marzo, la Comune decise di formare delle commissioni corrispondenti ai diversi ministeri che il C.C. aveva preso in mano, eccetto quello dei Culti, che fu soppresso. Alle Finanze si trova Varlin che, infaticabile, passerà alla Sussistenza e poi all’Intendenza, e Jourde, proudhoniano di destra ma uomo integro. Quest’ultimo si sforzò di riscuotere le esazioni tradizionali ed evitare gli sperperi. L’intermediario tra la Banca di Francia e la Comune fu il proudhoniano Beslay. Bourgin scrive: «Per 9 settimane di governo, e tenendo in campo un esercito di 170.000 uomini, il C.C. e la Comune hanno speso poco più di 46.300.000 franchi, di cui 16.696.000 forniti dalla Banca, il resto dai servizi rimessi in piedi, in particolare dal dazio che fornì 12 milioni», mentre Thiers emetteva sulla Banca di Francia tratte per 257.630.000 franchi!

Alla Sussistenza Viard dovette prendere rapide misure perché Parigi aveva sofferto la fame durante l’assedio. Tassò pane e carne in accordo con i sindaci, si assicurò il controllo di magazzini e mercati. La Sureté General fu messa nelle mani del blanquista Rigault che, insieme ai suoi amici, combinò dei guazzabugli terribili, ed esasperò i cattolici con le sue “razzie fra le sottane”. Questo studente di 24 anni prese come capo di gabinetto Da Costa, che ne aveva solo 20, età d’oro pei rivoluzionari, ma se inquadrati nel partito.

Il servizio postale fu affidato all’operaio cesellatore Theisz, che lo trovò in grande disordine, ma lo fece funzionare in Parigi, e riuscì a cavarsela per la provincia.

Camélinat, montatore in bronzo, fece funzionare la zecca, Alavoine la tipografia, Avrial la direzione degli Arsenali, Combault e Faillet i servizi delle imposte dirette e indirette. Alla Giustizia l’avvocato blanquista Protot, che decise la gratuità dei ricorsi al giudice, il principio della loro elezione e della gratuità delle funzioni di ufficiale giudiziario, misure che avevano per scopo di togliere all’esercizio della giustizia il carattere di classe.

Il delegato per l’Istruzione fu E. Vaillant. Al commissariato Lavoro e Industria e Commercio Leo Frankel era assistito da una commissione composta da operai e vi lavoravano anche B. Malon, Theisz, Dupont, Avrial. Essi presero le note misure sociali concernenti il Monte di Pietà, gli affitti ed il lavoro notturno.

La Commissione per le Relazioni Estere, presieduta da Paschal-Grousset, non ebbe che un ruolo insignificante e fece ben poco per tenersi in contatto con l’estero. Il delegato inviò qualche emissario nelle province, con palloni si fecero partire dei proclami nei dipartimenti, come quello della giornalista Léo André, che si indirizzava ai contadini: «Fratello, ti ingannano. I nostri interessi sono gli stessi».

La delegazione della Guerra fu infine consegnata al delegato Eudes, al comandante militare della Prefettura di Parigi Duval ed al comandante della piazza Bergeret. Poi la Comune aggiunse ad Eudes il generale avventuriero Cluseret.

La macchina amministrativa di Parigi funzionò così con 10.000 impiegati in luogo dei 60.000 precedenti. La Comune era dunque insieme organo legislativo ed esecutivo. Il potere esecutivo fu affidato ad una commissione esecutiva, che doveva indirizzare tutto il sistema, composta da Eudes, Tridon, Vaillant, Duval, Pyat, Bergeret. Ma il primo maggio, aggravandosi la situazione militare, fu decisa la creazione del Comitato di Salute Pubblica, malgrado l’opposizione della minoranza.

 

c) Il programma di una repubblica sociale universale

Il 19 aprile, in una dichiarazione, la Comune spiegava i suoi compiti al popolo francese. Vi si parlava del riconoscimento e del consolidamento della Repubblica, non centralizzata ma risultato della federazione di tutte le Comuni di Francia. Seguiva poi l’enumerazione dei diritti della Comune: voto del bilancio comunale, organizzazione della magistratura, della polizia, dell’insegnamento, reclutamento di tutti i funzionari per elezione o concorso, amministrazione dei beni appartenenti alla Comune, garanzia assoluta della libertà individuale, della libertà di commercio, della libertà di lavoro, intervento permanente del cittadino negli affari della Comune, organizzazione della Guardia Nazionale per elezione dei capi. La Comune rifiutava la centralizzazione «dispotica, non intelligente, arbitraria od onerosa» che era stata imposta alla Francia dalla monarchia, dall’Impero e dalla repubblica parlamentare. «Noi abbiamo la missione di portare a compimento la rivoluzione moderna più ampia e più feconda tra tutte quelle che hanno illuminato la storia».

La Comune cercò di far conoscere questo programma al resto della Francia ma non ne ebbe il tempo; inviò qualche emissario nei dipartimenti e lanciò un appello ai contadini.

La Comune si annunciò come Repubblica Universale, affermata la fraternità dei popoli, concepiva il mondo intero unito sotto la forma repubblicana: «Viva la Repubblica universale!» fu il grido della Comune ed iscritto al fondo dei proclami. In tal modo la rivoluzione parigina ebbe l’appoggio degli italiani, dei polacchi, numerosi a Parigi dopo l’insurrezione infruttuosa del 1863, degli svizzeri, dei belgi, dei russi, che essa considerava come «soldati della Repubblica universale». Nella “Guerra Civile” Marx scriveva: «Alla Comune appartenevano gli operai del mondo intero (...) La Comune ha concesso a tutti gli stranieri l’onore di morire per una causa immortale (...) La Comune ha fatto ministro del lavoro un operaio tedesco (...) La Comune ha dato ai figli eroici della Polonia l’onore di metterli alla testa della difesa di Parigi».

 

d) Gli insorti

Al potere è tutto il popolo di Parigi attraverso le sezioni della Associazione Internazionale, le Camere Sindacali che riprendono vita, le Cooperative, i Comitati di vigilanza dei quartieri cittadini, con a capo il Comitato Centrale dei venti quartieri, i Clubs.

Le donne sono raggruppate nella «Unione delle donne per la difesa di Parigi ed il soccorso ai feriti» fondata da Elisabetta Dmitrieff, emigrata russa, marxista, aderente all’Internazionale, e da altre come la giornalista Léo André. L’11 aprile è creato il Comitato Centrale di questa Unione. Una assemblea di donne viene convocata per il 18 maggio al fine di costituire delle Camere Sindacali i cui delegati debbono formare a loro volta la Camera Federale delle lavoratrici. Thiers non lascerà loro il tempo.

Le donne sono presenti nei comitati di vigilanza, nei Clubs, e Louise Michel, che combatté il 18 marzo per difendere i cannoni, reclamerà il diritto delle donne a difendere la rivoluzione con le armi. Le donne di Parigi partecipano tanto attivamente alla rivoluzione che il “Times” esclamerà: «Se la nazione francese fosse composta solo di donne, che terribile nazione sarebbe!» (citato da Lissagaray). Non ci potrebbe essere stato omaggio più eloquente. Molte operaie, che per mantenere le famiglie erano state costrette a prostituirsi dalla terribile miseria che aveva seguito la guerra franco-prussiana, durante la Comune divengono vivandiere, portaferiti, salgono sulle barricate, soldati sui baluardi, al servizio negli ospedali, incalzando chi mostra debolezza. Durante la settimana di sangue si battono ferocemente.

Anche la dedizione di ragazzi ed adolescenti è straordinaria, donando con slancio la vita sulle barricate e davanti ai plotoni di esecuzione e non mancano le testimonianze esplicite del loro eroismo.

Le successive statistiche degli arrestati (fonte G. Duby) fatte dalla giustizia militare confermano che sono principalmente gli operai ad insorgere. Tra gli arresti eseguiti dal governo Thiers durante e dopo la settimana di sangue, si contano 8% di impiegati; 8% di piccoli commercianti, piccoli possidenti, membri di professioni liberali; 5% di domestici; 15% di giornalieri; 16% di operai dell’edilizia; 12% di operai più evoluti della metallurgia; infine gli artigiani dei vecchi mestieri: 8% tappezzieri, 8% della sartoria, 10% dei lavori artistici, tra i quali si trovavano molti dei quadri, ufficiali e sottufficiali della Comune.


E.10. LA COMUNE: 26 marzo - 28 maggio 1871

 
«Quando la Comune di Parigi prese la direzione della rivoluzione nelle sue mani, quando semplici operai, per la prima volta, osarono alzare la mano sui privilegi di governo dei loro “superiori naturali”, i padroni (...) il vecchio mondo si torse in convulsioni di rabbia alla vista della bandiera rossa, simbolo della repubblica del lavoro, sventolante su l’Hôtel de Ville» (“La Guerra civile”).

 

a) La rivolta degli schiavisti

Il primo tentativo di abbattere la Comune fu di far occupare Parigi dai prussiani; ma Bismarck aspettava ora migliore e meno rischiosa per intervenire. Il secondo, quello del 18 marzo, era abortito per lo sbandarsi dell’esercito e la fuga a Versailles del governo e dell’amministrazione. A Versailles la borghesia, col suo buffone Thiers, preparò con metodo il nuovo attacco. Era necessario trovare un esercito, colpire Parigi dalla provincia e guadagnare tempo simulando negoziati.

Thiers aveva ben capito che era fondamentale che Parigi fosse colpita dalla Provincia; altre Comuni scoppiavano in successione nelle grandi città della Francia; solo Parigi sarebbe stata capace di legarle tra loro, di dirigere la rivoluzione alla scala nazionale.

I resti dei reggimenti di linea erano deboli di effettivi e poco sicuri. I pressanti appelli di Thiers alle province furono accolti da un rifiuto netto. Solo la Vandea fornì un pugno di volontari che combatteva sotto la bandiera bianca al grido «Viva Gesù, viva il Re». Thiers fu dunque costretto a raccogliere in tutta fretta una banda eterogenea composta di marinai, di fucilieri di marina, di zuavi del pontefice, gendarmi di Valentin, guardie municipali e spie della polizia. Ma questa armata era ridicolmente impotente senza il rimpatrio dei prigionieri di guerra imperiali che Bismarck rilasciava al contagocce, tanto quanto bastava per tenere assoggettato alla Prussia il governo di Versailles. Questa armata penosamente riunita era così poco fedele a Thiers che era sorvegliata dalla polizia di Versailles.

«Mentre il governo di Versailles, non appena ebbe ritrovato un poco di coraggio e di forza usava i mezzi più violenti contro la Comune; mentre sopprimeva la libera espressione di opinione per tutta la Francia, arrivando fino a proibire di riunirsi ai delegati delle grandi città; quando sottometteva Versailles ed il resto della Francia ad uno spionaggio che sorpassava di gran lunga quello del Secondo Impero; mentre faceva bruciare dai suoi gendarmi, trasformati in inquisitori, tutti i giornali editi a Parigi, ed intercettava ogni lettera per e da Parigi; quando all’Assemblea Nazionale i tentativi più timidi di fare una parola in favore di Parigi erano sommersi da urla (...) essendo manifesta la condotta sanguinaria della guerra da parte dei versagliesi fuori di Parigi, ed i loro tentativi di corruzione e complotto contro Parigi», la Comune osservava con cura tutte le convenienze ed apparenze del liberalismo, come in tempo di pace.

Deputazioni ed indirizzi piovevano da tutte le parti a Thiers e sui suoi rurali, reclamando la riconciliazione con Parigi (sindaci e deputati di Parigi il 25 marzo, i frammassoni il 10 aprile, il giorno 11 i delegati delle camere sindacali; il deputato della Senna, il 20 aprile, propose di nominare una commissione di pacificazione, richiesta che fu accolta da una esplosione di rabbia dei rurali; la Lega dell’Unione repubblicana dei delegati del commercio e dell’industria il 6 maggio, ed altre delegazioni di provincia), tanto che Dufaure, ministro della giustizia di Thiers, chiese il 23 aprile ai procuratori di trattare «la parola di riconciliazione come un crimine!».

Per altri Thiers si era preoccupato all’inizio di coniugare la sua guerra di banditi contro Parigi con una farsa di riconciliazione, che doveva servire a più di uno scopo, sia per accontentare la provincia, sia per ingannare gli elementi borghesi della Comune, e così guadagnare tempo, infine per dare ai repubblicani la occasione di mascherare il loro tradimento verso Parigi.

Il 21 marzo, quando ancora non disponeva dell’esercito, dichiarò all’Assemblea che mai avrebbe attaccato Parigi; il 27 che era risoluto a mantenere la Repubblica, ma avrebbe abbattuto la rivoluzione comunale, in nome di quella stessa repubblica, nelle città di Lione e Marsiglia, mentre i muggiti dei suoi rurali coprivano il suono stesso di quella parola. Il suo Dufaure agiva tra le quinte; vecchio avvocato orleanista, già in sella nel 1839 sotto Luigi Filippo e nel 1849 sotto Luigi Bonaparte, aveva fatto votare all’Assemblea Nazionale una serie di leggi repressive che avrebbero dovuto, dopo la caduta di Parigi, estirpare le ultime vestigia di libertà repubblicana, aveva abrogato la procedura delle corti marziali e promulgato una legge draconiana di deportazione (la rivoluzione del 1848 aveva abolito la pena di morte, poi rimpiazzata dalla deportazione).

Infine Thiers si decise ad organizzare per tutto il paese le elezioni municipali per il 30 aprile, sperando, grazie agli intrighi dei suoi prefetti ed all’intimidazione poliziesca, che il verdetto delle province avrebbe dato all’Assemblea quel potere morale e materiale di cui aveva bisogno per la conquista di Parigi. In questa occasione giocò, il 17 aprile, una delle sue grandi scene di conciliazione, presentandosi come il difensore della Repubblica attaccata «da un pugno» di cospiratori parigini che era necessario, loro soltanto, punire; ma il cervello da ruminante dei suoi rurali non capiva niente del suo gioco, ed accoglieva i suoi discorsi sentimentali con muggiti di rabbia.

Ma la Francia fu sorda al canto di sirena di Thiers. Su 700.000 consiglieri municipali eletti da 35.000 comuni i legittimisti, gli orleanisti e i bonapartisti non ne contarono che 8.000, e per completare la sconfitta, i nuovi consiglieri municipali eletti dalle città minacciarono apertamente l’Assemblea usurpatrice di Versailles di una contro-assemblea a Bordeaux.

Thiers ed i suoi rurali si trovavano quindi in una situazione molto difficile mentre Bismarck non aspettava che un cattivo momento del genere per imporre condizioni di pace draconiane e liquidare la rivoluzione parigina senza troppo danno per la Prussia.

Bismarck ingiunse a Thiers di inviare a Francoforte plenipotenziari per la definitiva regolazione della pace e Thiers obbedì all’invito del padrone, incaricando il fedele Jules Favre ed il ministro delle finanze Pouyer-Quertier. Quest’ultimo, industriale delle filande di Rouen, che considerava la cessione delle province francesi come un mezzo per far aumentare i prezzi delle sue merci in Francia, era la persona più adatta alla bisogna!

Le esigenze di Bismarck, alle quali i due si affrettarono a piegarsi, comportavano un accorciamento del tempo di pagamento dell’indennità di guerra e l’occupazione continua della piazza di Parigi da parte delle truppe prussiane fintantoché Bismarck non si fosse sentito soddisfatto dell’andamento delle cose in Francia! La Prussia era così riconosciuta come l’arbitro supremo degli affari interni della Francia.

In contropartita egli offriva di rilasciare per lo sterminio di Parigi l’ex armata bonapartista prigioniera, di prestare l’assistenza diretta delle truppe dell’imperatore Guglielmo e non esigeva il pagamento dei primi versamenti di indennità che dopo la “pacificazione” di Parigi.

Il trattato di pace fu firmato il 10 maggio, e l’Assemblea di Versailles lo ratificò prontamente il 18. Con un sospiro di soddisfazione e piena riconoscenza verso il suo salvatore, la controrivoluzione francese baciava i piedi della controrivoluzione tedesca.

 

b) Guerra alla rivoluzione!

Come il governo borghese costrinse il Comitato Centrale ad assumere un ruolo di governo lasciando Parigi nelle sue mani, così attaccando per primo la capitale costrinse la Comune a prendere le armi.

Il potere militare della Comune faceva capo a tre personaggi: il delegato alla guerra Eudes, al quale la Comune affiancò l’avventuriero Cluseret, il comandante militare della prefettura di polizia Duval e il comandante del presidio Bergeret.

Dopo l’insuccesso del 18 marzo, il partito dell’Ordine guidato da Thiers iniziò le operazioni contro Parigi. Il 21 marzo Vinoy aveva ripreso il forte di Mont Valérien che, nel panico, Thiers aveva abbandonato. Il 2 aprile i versagliesi attaccarono i federati condotti da Bergeret mentre erano usciti in ricognizione verso Courbevoie: troppo inferiori di numero e temendo di essere tagliati fuori da Parigi, i federati evacuarono Courbevoie e furono respinti fino al ponte di Neully. I gendarmi di Versailles fecero cinque prigionieri che fucilarono ai piedi di Mont Valérien. Quando si venne a sapere questo fatto e per Parigi iniziò a correre la voce che l’assedio ricominciava, da tutti i quartieri venne un’esplosione di rabbia e 50.000 uomini si riunirono al grido: A Versailles!

La Comune doveva reagire. La commissione esecutiva si riunì ed emise un proclama: «I cospiratori realisti hanno attaccato! (...) Il nostro dovere è quello di difendere la grande città contro queste colpevoli aggressioni». In realtà la discussione era molto vivace in seno alla Commissione. Duval, Bergeret e Eudes si pronunciarono energicamente a favore dell’attacco, Tridon, Vaillant, Lefrançais e F. Pyat, esitanti, aggiunsero Cluseret a Eudes, pensando di mettere al comando un militare serio. Questa mancanza di coesione spiega in buona parte l’insuccesso della sortita del 3 aprile: mancava anche un piano serio, coordinato fra i vari ufficiali, e fra loro e la Comune non vi era determinazione a combattere energicamente contro il nemico.

I quattro membri civili richiesero ai generali di presentare uno stato dettagliato delle forze, delle artiglierie, delle munizioni e dei trasporti, e i generali se ne partirono senza un ordine formale, stanchi di queste dilazioni.

Marx scrisse su questo argomento (“La Guerra Civile”, prima stesura): «La marcia su Versailles fu decisa, preparata ed intrapresa dal Comitato Centrale ad insaputa della Comune e persino contro la sua volontà chiaramente manifestata».

Il piano della sortita si basava sulla certezza della neutralità di Mont Valérien e sull’illusione di una “passeggiata” a Versailles in tre colonne che dovevano ricongiungersi ad un punto dato: la colonna di destra comandata da Bergeret assistito da Flourens con 15.000 uomini si sarebbe concentrata a Rueil per attaccare Versailles dal nord; quella di centro comandata da Eudes con 10.000 uomini e quella di sinistra comandata da Duval di 3.000 uomini. I generali inviarono ai capi delle legioni l’ordine di formare delle colonne sulla riva destra e sulla riva sinistra ma la manovra, mancando ufficiali esperti, fu eseguita molto male. Molti battaglioni erano senza capi dal 18 marzo, le guardie nazionali senza quadri dirigenti e i generali improvvisati senza esperienza. Trascurarono le disposizioni più elementari, non approntarono né le artiglierie né le ambulanze, dimenticarono di stendere un ordine del giorno, lasciarono gli uomini senza viveri per molte ore. Ogni federato si prese il capo che voleva. Molti non avevano cartucce, credendo, secondo quando dicevano i giornali, che fosse una semplice sfilata militare, come racconta Lissagaray. Così, in tale confusione, ogni armata andava all’avventura, sprovvista di tutto. Dei 100.000 uomini di cui si era parlato all’inizio non si riuscì che a mobilitarne 23.000.

Nella prima colonna il disordine cominciò non appena iniziarono a piovere le prime cannonate dal Mont Valérien, mentre si era persuasi che da lì non avrebbero aperto il fuoco; mentre Bergeret era costretto a ritirarsi verso Parigi, l’ardito Flourens continuò con alcuni uomini la marcia su Rueil, trovandovi una morte eroica all’arrivo dei numerosi rinforzi mandati da Vinoy. Un’altra sconfitta colpì la colonna di sinistra incapace di rispondere al fuoco del nemico e fu dunque costretta a ripiegare su Châtillon; Duval vi troverà la morte al grido di «Viva la Comune» davanti ad un plotone di esecuzione versagliese. Infine la colonna di centro fu costretta a ritirarsi nel forte di Issy perché impotente a rispondere ai colpi dell’artiglieria nemica. Nel frattempo la Comune era in seduta dalle 10 di sera a mezzanotte ma nessuno parlò della sortita.

Invece di tirare le lezioni di questa disfatta, di rimproverare gli autori degli errori, essa lasciò loro piena libertà per la conduzione delle operazioni militari. La loro incuria, la loro incapacità erano state mortali, ma «la Comune capì che era essa la responsabile e che, ad essere giusti, avrebbe dovuto essere anche lei sotto accusa» (Lissagaray). Dopo questo disastro, l’ardore delle masse si raffreddò. La Comune perse gli incerti e gli esitanti e rinunciò definitivamente all’offensiva, limitandosi ad una tattica puramente difensiva. Cluseret divenne così signore dei destini militari della Comune.

Questo vecchio ufficiale della guardia mobile che nel giugno del ’48 aveva schiacciato gli operai in rivolta, che in seguito troviamo in Italia agli ordini di Garibaldi, poi in America, in Irlanda, era divenuto il generale degli insorti. Il 28 settembre, a Lione, i rivoltosi lo chiamarono: egli arrivò insieme a Bakunin, fu acclamato ma non fece niente e sparì. Quando la Comune lo delegò alla guerra, egli si guardò bene dall’impedire la sortita del 3 aprile, che avrebbe screditato gli eventuali rivali. Non tentò alcuna offensiva contro Versailles e se si eccettua qualche colpo di mano dovuto all’iniziativa di capi come Dombrowski, la difesa di Parigi assunse un aspetto completamente passivo.

I combattimenti montavano. Il 7 i versagliesi si impadronirono del passaggio della Senna a Neuilly sul fronte ovest. I bombardamenti di questa parte della città non cessarono, sebbene il 25 venisse accettata una tregua per permettere agli abitanti di Neuilly di evacuare la zona colpita dai bombardamenti versagliesi. L’8 aprile Mac Mahon fu nominato comandante in capo dell’esercito versagliese. Il 26 aprile De Cissey e le truppe versagliesi occuparono Les Moulineaux. Il 27 quattro federati furono massacrati dai versagliesi. Il 28-29 i versagliesi attaccarono il forte d’Issy.

Davanti all’aggravarsi della situazione militare Cluseret fu revocato e sostituito dal militare di carriera Rossel. Questo studente del Politecnico aveva che aderito alla Comune per motivi patriottici, si sforzò di mettere un po’ di chiarezza nell’organizzazione militare: delimitò le responsabilità dei capi militari come Dombrowski, La Cécilia, Wroblewski, Bergeret e Eudes. Si oppose alle pretese del Comitato Centrale ma trascurò la difesa interna di Parigi. Dopo la caduta del forte d’Issy diede le dimissioni e sparì. L’incarico di Rossel non era durò nemmeno dieci giorni.

Il 28 aprile Miot, membro della Comune, propose la creazione di un Comitato di Salute Pubblica malgrado la resistenza di una minoranza formata dagli internazionalisti ed altri. Questo Comitato comprendeva Ranvier, l’unico veramente energico, Léo Melliet, Gérardin, F. Pyat. Ma questo Comitato non valse di più della Commissione Esecutiva.

 

c) La vittoria della controrivoluzione

L’arrivo scaglionato delle truppe liberate da Bismarck all’inizio di maggio dette a Versailles la superiorità decisiva che fu evidente il 23 aprile quando Thiers ruppe i negoziati richiesti dalla Comune per lo scambio di tutti gli ostaggi contro il solo Blanqui. Il linguaggio dei versagliesi divenne ora minaccioso e brutale. Da quando Mac Mahon, alla testa dell’esercito restituitogli da Bismarck, gli aveva assicurato che avrebbe potuto presto entrare in Parigi, Thiers non parlò più all’Assemblea di conciliazione ma di «espiazione completa».

Fin dai primi giorni di maggio, con Parigi sotto i bombardamenti, la guerra assorbì tutte le forze della Comune. Sul fronte meridionale il 3 maggio i versagliesi presero, col tradimento, la ridotta di Moulin-Saquet; il 9 il forte d’Issy assediato fu distrutto a colpi di cannone e occupato; il 13 è la volta del forte di Vanves. Il 21, quando il tradimento aprì al generale Douay la porta di Saint Cloud, Thiers, visto che i prussiani avrebbero tenuto gli occhi ben chiusi, diede carta bianca ai suoi banditi al grido «Spietati: espiazione completa, giustizia inflessibile».

Il Comitato di Salute Pubblica non fu pienamente all’altezza dei suoi compiti, lasciando che il Comitato Centrale si immischiasse nella conduzione della guerra. Di fatto il Comitato Centrale della Guardia Nazionale aveva ripreso vigore dopo il 30 marzo e si arrogava la direzione esclusiva. Il primo di aprile rivendicò il diritto d’Intendenza, di nominare cioè il capo di stato maggiore e da allora non smise di rivendicare la conduzione della guerra per la quale costituì delle speciali commissioni. La minoranza della Comune richiese il loro scioglimento ma esse avevano l’appoggio della maggioranza e del Comitato di Salute Pubblica. Il Comitato Centrale frustrò anche gli sforzi di Rossel che dopo le sconfitte di Moulin-Saquet e del forte d’Issy preferirà rassegnare le dimissioni.

Il 9 maggio la Comune nominò allora un delegato civile, Delescluze, che mal conosceva di questioni militari. Dombrowski, vecchio ufficiale dell’esercito russo insorto in Polonia e proscritto, fu il suo miglior collaboratore.

La situazione dei federati restava più che confusa, Parigi brulicava di stati maggiori perché era priva di una unica e vera testa: la delegazione alla guerra, la piazza, i generali... ogni Legione disponeva di un suo stato maggiore. L’Intendenza fu molto spesso un vero caos. Mentre l’esercito di Versailles si rafforzava quello federato andava affondando e la disorganizzazione faceva sì che i battaglioni fedeli restassero a volte in linea perché privi del cambio. Ai 100.000 uomini di Versailles la Comune non ne opponeva che 10-15.000, quando a Parigi erano nei ruoli paga più di 120.000 guardie nazionali.

La sera del 21 maggio, quando la Comune fu informata dell’entrata dei versagliesi, sospese la seduta delegando ogni iniziativa al Comitato di Salute Pubblica, il quale si contentò di far tappezzare i muri di proclami e cessò letteralmente di esistere. Come la Comune anche il delegato alla guerra Delescluze rinunciò all’azione nel momento decisivo: il terribile mattino del 22 dichiarò delirante: «Troppo militarismo, posto al popolo, ai combattenti con le nude mani!».

Fu la guerra di barricate, che ciascuno organizzò nel suo quartiere; l’esercito della Comune si disperse così nei quartieri, senza più comando centrale. Il Comitato Centrale cercò di intervenire, ma senza risultato, la lotta continuava secondo il caso, colpo su colpo, di fronte alla macchina da guerra di Versailles che di proposito avanzava lentamente per schiacciare senza pietà gli insorti della Parigi rivoluzionaria in estenuanti combattimenti di posizione.

 

d) La settimana di sangue

La soldataglia sanguinaria si gettò sulla rivoluzione parigina per perpetrare un macello preordinato. La causa della Giustizia, dell’Ordine, della Civiltà così trionfava.

I versagliesi entrarono in Parigi il 21 maggio dalla porta di Saint-Cloud col tradimento e per la negligenza delle guardie nazionali sul posto. I prussiani che già occupavano i forti settentrionali e orientali, lasciarono avanzare i versagliesi nella campagna a nord della città, benché interdetta ai francesi dall’armistizio, permettendo loro così di attaccare su di un fronte più esteso, che i parigini ingenuamente credevano protetto e che avevano difeso solo con poche truppe.

Nei lussuosi quartieri occidentali di Parigi non si ebbe che una debole resistenza, che si faceva più violenta via via che i versagliesi si avvicinavano ai quartieri operai orientali. Il 21 fu occupato il Trocadero, le porte di Sèvres e di Versailles, il quindicesimo arrondissement. Il 22, mentre Douay e le sue truppe si trovavano sui Champs Élysées, De Cissey occupò la stazione di Montparnasse e il generale Ladmirault si spinse lungo i boulevard esterni fino alle porte di Asnières e di Clichy. Barricate furono erette alle Batignolles, in rue de Rivoli, al Carrefour Châteaudun e nel nono arrondissement. Il 23 furono prese le Batignolles ed accerchiate le colline di Montmartre mentre i versagliesi guadagnavano verso il centro ed incendiavano con le granate i lungosenna.

Il 24 la Comune si trasferì al municipio dell’undicesimo arrondissement mentre i versagliesi attaccavano la Banca di Francia e il Louvre massacrando i federati. Il 25 le barricate erano ancora difese nel secondo e nel terzo arrondissement così come la Butte-aux-Cailles e lo Château d’Eau presso Place de la République. Seguì l’attacco al tredicesimo a sud e all’undicesimo sulla riva destra. Il 26 furono prese Ménilmontant e Belleville. Il 27 una resistenza isolata si aveva ancora nel ventesimo arrondissement, dove l’attacco contro il cimitero del Père Lachaise fece milleseicento fra caduti in battaglia e fucilati. Altre esecuzioni in massa con la mitraglia proseguirono fino all’inizio di giugno.

Il 28 caddero le ultime barricate di rue de Faubourg du Temple e di rue Ramponneau. Varlin, riconosciuto, fu linciato e fucilato. Delescluze, Dombrowski, Rigault, Vermorel, Millière caddero tutti con le armi in pugno.

Il 29 capitolò il forte di Vincennes.

I proletari parigini si erano lanciati nella guerra con slancio, con la generosità di chi non ha nulla da perdere, difesero la loro rivoluzione strada per strada, barricata per barricata, fino alla morte. Se utilizzarono l’incendio, con grande scandalo dei borghesi, mentre questi stavano incendiando Parigi con le loro granate, e senza parlare degli agenti bonapartisti che davano fuoco per far sparire gli archivi compromettenti della gestione imperiale, lo fecero soltanto per difendersi e per distruggere i simboli di quella “civiltà” che li stava sterminando. Le donne, le “petroleuses”, incendiavano Parigi per impedire alle truppe di Versailles il tiro dell’artiglieria lungo boulevard aperti da Haussmann. Bruciarono Le Tuileries, il Consiglio di Stato, la Corte dei Conti, il Ministero delle Finanze, la Biblioteca del Louvre, l’Hôtel de Ville.

Negli ultimi giorni di combattimento alcuni insorti disperati fucilarono una sessantina di ostaggi: 34 sbirri, 10 religiosi fra i quali l’arcivescovo Darboy, alcune spie, che Varlin e Serraillier cercano invano di sottrarre alla collera dei federati.

Marx scrisse ne “La Guerra Civile” che «per trovare un riscontro della condotta del Thiers e dei suoi sanguinari accoliti, dobbiamo ritornare ai tempi di Silla e dei due triumvirati romani. Lo stesso eccidio in massa, a sangue freddo; la stessa indifferenza nell’uccidere, di fronte all’età e al sesso; lo stesso sistema di torturare i prigionieri; le stesse proscrizioni, ma questa volta contro una classe intera; la stessa caccia selvaggia contro i capi nascosti, perché non ne sfugga uno; la stessa delazione contro i nemici politici e personali; la stessa indifferenza nel sopprimere persone del tutto estranee alla lotta. Solo una differenza: che i romani non possedevano ancora mitragliatrici per disfarsi in massa dei ribelli e non alzavano in mano “la legge” né avevano sulle labbra la parola “civiltà”».

Intanto i fuoriusciti borghesi, i “francsfileurs”, come li chiama Marx, stavano rientrando a frotte e festeggiavano fragorosamente la loro rioccupazione di Parigi, nei ristoranti e nei cabaret, finalmente riaperti, e mentre ancora infuriavano i combattimenti ed i massacri.

L’abominio borghese che nel giugno 1848 fece tremila morti fra gli operai appare ora poca cosa di fronte al mostruoso primato di infamia delle classi dominanti, con l’eccidio del 1871 di decine di migliaia di rivoluzionari, uomini, donne e adolescenti. Il generale Galliffet si distinse per la sua crudeltà al confronto con la quale impallidisce quella di qualsiasi Cavaignac.

Scrive Lenin: «Più di 30.000 parigini furono massacrati dalla soldataglia scatenata, più di 45.000 furono arrestati, dei quali molti saranno poi fucilati; migliaia furono mandati ai bagni penali o deportati. In tutto Parigi perse circa 100.000 dei suoi figli e fra questi i migliori operai di ogni professione». Fosse comuni furono scavate alla Square Saint Jacques, al parco Monceau, al Père Lachaise. Dal 3 maggio 1871 al dicembre 1874 si tennero 24 tribunali di guerra con la condanna di 9.950 uomini, di 132 donne e di 80 bambini ai lavori forzati, alla deportazione, ai campi di concentramento, alla Cayenna, a morte. Ferré e Rossel furono fucilati.

Alcune industrie, come la falegnameria e la corderia, furono completamente private dei loro operai: «L’industria parigina era distrutta», scrisse Lissagaray.

Le truppe di Thiers su 130.000 uomini lamentarono 600 morti, 7.000 feriti.

L’esercito prussiano, accampato ed occupante la regione a nord di Parigi, aveva l’ordine di non lasciar passare i fuggitivi, ma gli ufficiali, di fronte a tanto massacro civile allora sconosciuto a qualsiasi guerra fra stranieri, chiudevano talvolta un occhio. Molti transfughi si rifugiarono a Londra dove trovarono assistenza da parte del Consiglio Generale dell’Associazione Internazionale.

L’Associazione Internazionale dei Lavoratori fu perseguitata in tutta Europa, in Francia la legge del marzo 1872 previde multe e prigione per ogni affiliato, la sezione francese non vi poteva vivere che come società segreta riducendosi ad una rete minima.

«I governi nazionali sono tutti coalizzati contro il proletariato!». Bismarck, fattosi sbirro per la borghesia francese, poteva essere soddisfatto contemplando le rovine di Parigi e i mucchi di cadaveri di proletari: era non solo il trionfo sulla Rivoluzione proletaria ma anche sulla Francia borghese e antifeudale, e sul suo governo attuale stesso.

Marx così chiude l’opuscolo sulla “Guerra Civile in Francia”, datato Londra, 30 maggio 1871: «La Parigi dei lavoratori, con la sua Comune, sarà sempre magnificata come il glorioso annuncio di una nuova società. I suoi martiri hanno un posto nel grande cuore della classe lavoratrice. I suoi oppressori li ha già inchiodati alla vergogna la storia; e per strapparveli non basteranno tutte le preghiere dei loro preti».

 

E.11. IN PROVINCIA

 
La Comune di Parigi non fu isolata nella Francia del Secondo Impero, anche in provincia scoppiarono insurrezioni comunarde e addirittura alcune precedettero quella di Parigi. La situazione rivoluzionaria interessava tutta la Francia, ma si esprimeva con più violenza a Parigi che centralizzò le energie e le ondate rivoluzionarie. La Comune di Parigi fu l’episodio culminante di un movimento insurrezionale sparso che durò quasi un anno, il suo risultato e la sua fine.

Il governo provvisorio, cosciente del pericolo dei movimenti provinciali e dei suoi legami con Parigi, delegò a riportare l’ordine in provincia il repubblicano Gambetta, il quale subì la politica capitolarda del governo Trochu, avendone in comune la paura del movimento insurrezionale. Lasciò Parigi il 18 settembre per imporre l’ordine del governo di bloccare le elezioni comunali in provincia e fare restare al suo posto tutto il personale bonapartista, che sabotava la guerra e scoraggiava coloro che si presentavano per «difendere la Patria».


a) Il Sud e l’Ovest

Marsiglia era una città fiorente di 315.000 abitanti, il più grande porto della Francia. La sezione dell’Internazionale, fondata nel 1867, era sotto l’influenza di Bakunin. Alle elezioni del 1869 l’apporto dei militanti operai aveva assicurato la vittoria dei candidati repubblicani. Marsiglia aveva votato no al plebiscito bonapartista dell’8 maggio 1870.

Dopo la proclamazione della Repubblica a Parigi, il 5 settembre a Marsiglia si installò un potere “popolare”. Si affermavano le idee della Comune rivoluzionaria e della federazione mentre la situazione imponeva le esigenze della difesa nazionale. La Comune insurrezionale si costituì qui con l’appoggio della sezione dell’Internazionale e della Guardia civica, formata il 4 settembre. Il 14 settembre, all’annuncio dell’attacco a Parigi dei prussiani, si aprirono sottoscrizioni per “La Patrie en Danger” e in alcuni giorni 10.000 volontari formarono dei corpi franchi.

L’8 settembre l’Internazionale aveva dichiarato: «Bisogna spezzare la macchina amministrativa e rendere l’iniziativa alle Comuni rivoluzionarie di Francia, chiamate a formare una nuova organizzazione federandosi fra loro per la difesa». Bastelica, principale dirigente della sezione marsigliese, chiese un governo del Mezzogiorno, appoggiato dai lavoratori, la leva in massa e l’imposta sui ricchi. La Lega del Mezzogiorno si costituì fra 14 dipartimenti allo scopo della difesa nazionale, con capitale a Marsiglia. Gambetta si oppose alla Lega, non voleva sentire parlare di autonomia delle province, né rompere con la borghesia.

La Comune rivoluzionaria fu proclamata a Marsiglia il 31 ottobre: «La Francia meridionale vuole lavorare alla salvezza della Francia intera». Nominò Cluseret comandante della Guardia Nazionale e generale in capo. Questa Comune cadrà il 3 novembre: il 14 nuove elezioni municipali sanciranno la vittoria della lista moderata; Alphonse Gent, amico di Gambetta, repubblicano radicale, riuscirà a far prevalere la politica del governo di difesa nazionale. Gambetta anche dichiarerà illegale la Lega del Mezzogiorno, che verrà affossata nel generale scoraggiamento.

Ma l’annuncio della rivoluzione parigina del 18 marzo 1871 sarà il segnale di una nuova insurrezione. La Comune sarà di nuovo proclamata il 23 per l’insistenza di Gaston Crémieux, e la borghesia, abbandonando la città ai comunardi, applicherà la tattica di Thiers nei confronti di Parigi.

La repressione sarà poi spietata: la città rimarrà in stato d’assedio fino al 1876!

Sollevazioni si ebbero anche a Tolosa e a Narbonne. A Tolosa Thiers inviò Keratry, il vecchio prefetto di polizia del 4 settembre, che riprese la città il 27 marzo.

 

b) L’Isère

La caduta dell’Impero è ben accolta a Grenoble dove, dopo la capitolazione di Sedan, si decise di reclutare volontari per una compagnia di franchi tiratori per difendere la Repubblica. Si offrirono anche battaglioni stranieri. Un inviato di Gambetta tentò di radunare un’armata delle Alpi con i battaglioni delle guardie nazionali; una compagnia di franchi tiratori del Delfinato si batté nell’Est agli ordini di Garibaldi. Nella maggioranza delle città e dei villaggi si formarono battaglioni della Guardia Nazionale che chiesero armi alle prefetture. Sempre in vista dell’organizzazione della difesa nazionale, l’Isère aderì alla Lega del Mezzogiorno.

A Lione, il 4 settembre era scoppiata l’insurrezione. Bakunin, arrivato il 15 nella città, brigò per prendere la direzione del movimento. Marx in una lettera a Beesly del 19 ottobre scrisse: «Per la pressione della sezione della Internazionale si proclamò la Repubblica prima ancora che Parigi facesse questo passo. Si formò anche un governo rivoluzionario – La Comune – composto in parte di operai appartenenti all’Internazionale, in parte di repubblicani radicali della borghesia. Si abolirono immediatamente i dazi e questo giustamente (...) L’azione lionese ebbe anche un effetto sensibile a Marsiglia e a Tolosa, dove le sezioni dell’Internazionale sono forti. Ma gli asini di Bakunin e di Cluseret arrivarono a Lione e rovinarono tutto. Poiché entrambi appartenevano all’Internazionale ebbero purtroppo abbastanza influenza per fuorviare i nostri amici. Si impadronirono del Comune – per poco tempo – e proclamarono le leggi più insensate sull’abolizione dello Stato ed altre bestialità di tal fatta. Cluseret poi si comportò da folle e da vile. Tutti e due sono fuggiti da Lione dopo la sconfitta».

Fin dal 19 marzo si erano manifestate a Lione reazioni di simpatia per Parigi. La Comune fu proclamata il 22; Garibaldi fu nominato generale della Guardia Nazionale. Questa Comune si disgregherà il 25.

Nell’insieme la popolazione operaia dell’Isère, che aveva condotto alla fine dell’Impero delle lotte notevoli per il miglioramento delle sue condizioni di vita, non sostenne Parigi con sufficiente determinazione. In questa regione, che non aveva conosciuto la guerra che da lontano e che non aveva subito le sofferenze dell’assedio, il popolo si sentiva solidale ma non direttamente coinvolto. I repubblicani di tendenza radicale contribuirono largamente a smorzare le azioni favorevoli a Parigi, lanciando i lavoratori nelle campagne di petizioni indirizzate a Versailles ma condannando le azioni condotte dai più decisi.

Vi furono anche Comuni a Saint Étienne, a Le Creusot, a Limoges, ma che durarono solo alcuni giorni. Tutti questi movimenti senza collegamento erano condotti da un pugno di militanti.

 
E.12. DITTATURA DEL PROLETARIATO

 
«La grande misura sociale della Comune era la sua stessa esistenza operaia» (Marx).

 

a) Provvedimenti della Comune

1. Misure a favore della classe operaia

Soppressione del lavoro notturno degli operai fornai e soppressione dei caporali, veri parassiti ai quali erano obbligati a rivolgersi per trovare il lavoro. Questo compito fu affidato ai comuni.

Interdizione della pratica in uso presso i padroni che consisteva nel ridurre il salario degli operai con ammende per diversi pretesti, «procedimento per il quale il padrone concentra nella propria persona l’ufficio di legislatore, di giudice e di esecutore, e per giunta intasca la penale».

Consegna alle associazioni degli operai, con promessa di compensazione ai proprietari, di tutti gli stabilimenti e le fabbriche chiusi.

Engels nella introduzione alla “Guerra Civile” del 1891 spiega: «Nel 1871 la grande industria aveva già cessato di essere una eccezione anche a Parigi, sede centrale del lavoro e delle arti, quindi il decreto di gran lunga più importante della Comune ordinava un’organizzazione della grande industria e perfino della manifattura, la quale non doveva fondarsi soltanto sull’associazione degli operai in ogni fabbrica, ma doveva anche riunire tutte queste società in una grande federazione; in breve: un’organizzazione la quale, come perfettamente dice Marx ne “La Guerra Civile”, doveva alla fine scivolare nel Comunismo, vale a dire nell’esatto opposto della teoria proudhoniana».

Anche per questo la Comune fu la tomba della scuola proudhoniana del socialismo.

Gli espropriatori sono espropriati!

Monte di Pietà: proibizione della vendita degli oggetti depositati, mentre gli oggetti di valore inferiore a 20 franchi potevano essere disimpegnati gratuitamente. La Comune ordinò la soppressione del Monte poiché costituiva uno sfruttamento privato dei lavoratori.

Per il diritto all’indennità di 75 centesimi non si doveva fare distinzione fra le mogli cosiddette illegittime e le madri e le vedove delle guardie nazionali.

Emancipazione intellettuale del popolo: riorganizzazione dell’istruzione pubblica allontanando l’elemento religioso e clericale, e nomina di una commissione per l’organizzazione dell’insegnamento primario e professionale diretta da Edouard Vaillant. La Comune ordinò che tutti gli strumenti del lavoro scolastico fossero forniti gratuitamente tramite gli insegnanti.

2. Misure a favore anche di ceti medi

Condono totale dell’affitto delle ultime tre scadenze fino ad aprile senza contropartita per i proprietari, blocco degli sfratti per i successivi tre mesi; requisizione dei locali abbandonati in favore degli abitanti di appartamenti danneggiati dai bombardamenti.

Sospesa ogni scadenza nel pagamento delle cambiali, posticipata a tre anni senza interessi. Queste misure contrastavano gli effetti della legge di Dufaure che avevano portato alla bancarotta la maggioranza dei commercianti di Parigi. Per quel che riguardava la giustizia, notai, uscieri, periti, cancellieri ed altri ufficiali giudiziari furono trasformati in funzionari della Comune, ricevendone un salario fisso come gli altri lavoratori. La Comune nominò procuratore l’avvocato Rigault per il lavoro più urgente del Tribunale civile della Senna, i cui magistrati erano fuggiti, attendendo la riorganizzazione dei tribunali a suffragio universale. Nomina di una commissione incaricata di fondare università libere, non più parassiti dello Stato.

3. Misure generali

La coscrizione fu abolita; l’esercito permanente e la polizia, strumenti materiali del potere dell’antico governo furono soppressi. La sola forza armata era la Guardia Nazionale.

Separazione effettiva della Chiesa dallo Stato, soppressione dei contributi statali, trasformazione di tutti i beni ecclesiastici in proprietà nazionale. I preti dovevano vivere delle elemosine dei fedeli.

La retribuzione di ogni impiegato della Comune, come dei suoi membri, non poteva superare i 600 franchi del salario operaio. Tutti i posti dell’amministrazione, della giustizia e dell’insegnamento furono sottomessi alle scelte dei diretti interessati per elezione con suffragio universale e alla revoca in ogni momento. La Comune degradò ed arrestò suoi generali sospettati di negligenze nel loro dovere.

Le due ghigliottine furono bruciate e, dopo inchieste giudiziarie, furono liberati tutti i prigionieri politici incarcerati come sospetti sotto il regime bonapartista.

Demolizione della colonna della Piazza Vendôme, fusa da Napoleone con i cannoni conquistati dopo la guerra del 1809, simbolo del militarismo e negazione del diritto internazionale.

Elezione del tedesco Leo Frankel, membro dell’Internazionale, all’Esecutivo della Comune come delegato alla Commissione Commercio e Lavoro, perché la bandiera della Comune era quella della Repubblica Universale e ogni straniero era suo cittadino.

La Comune abolì le formule di giuramento politico e professionale. Distruzione della Cappella Espiatoria, elevata in riparazione dell’esecuzione di Luigi XVI, perché insulto permanente alla prima rivoluzione e simbolo della reazione contro la giustizia del popolo.

4. Misure di salute pubblica

Disarmo delle guardie lealiste (obbedienti al governo di Versailles) per opera del Comitato Centrale della Federazione della Guardia Nazionale dopo la manifestazione reazionaria di Piazza Vendôme il 21 marzo.

Decreto sulle rappresaglie del 6 aprile, mai eseguito: per rispondere al massacro dei federati perpetrato dai versagliesi, la Comune aveva fatto arrestare il sessantaquattrenne arcivescovo di Parigi, Darboy, il parroco di Le Madeleine, tutto il personale del collegio dei gesuiti, i canonici di tutte le chiese principali; alcuni avevano cospirato con Versailles, altri avevano tentato di salvare i beni della Chiesa dalla confisca della Comune. L’arcivescovo di Parigi ed il parroco di Le Madeleine scrissero a Thiers per appoggiare la richiesta della Comune di scambiare gli ostaggi contro il solo Blanqui, ma il capo della controrivoluzione si guardò bene dall’accettare perché sapeva che con Blanqui avrebbero dato una testa alla Comune. Ma i federati non fucilarono un solo prigioniero, ufficiale, soldato o ostaggio fino al 23 maggio, nonostante il massacro, l’assassinio delle guardie nazionali fatte prigioniere dai versagliesi. Solo il 26 maggio, nello sbando e nella disperazione, saranno uccisi i 52 ostaggi. La regola della fucilazione del tempo di guerra fu applicata solamente a tre spie e dopo regolare processo.

5. Misure finanziarie

I provvedimenti finanziari si distinsero per efficacia e correttezza. La Comune requisì dai beni ecclesiastici solamente 9.000 franchi.

La Comune non saccheggiò la Banca di Francia. Engels nel 1891 scriveva che sul piano economico erano state ignorate molte cose: «Più che mai difficile a comprendersi rimase sempre il sacro rispetto col quale ci si arrestò in atto di devota soggezione innanzi alle porte della Banca di Francia. Questo fu anche un grande errore politico. La Banca in mano alla Comune rappresentava un valore maggiore di diecimila ostaggi. Questo avrebbe determinato la pressione su tutta la borghesia francese, sul governo di Versailles, nell’interesse della pace con la Comune».

La maggioranza di queste misure furono prese dalla Commissione Lavoro, Industria e Commercio creata il 21 aprile dalla Comune. La commissione era composta quasi esclusivamente di operai e membri dell’Internazionale, coadiuvata da un comitato formato da lavoratori, e in collegamento con le camere sindacali.

La Commissione dovette far fronte a due urgenze: migliorare le condizioni dei lavoratori e procurare un impiego ai disoccupati che si erano moltiplicati durante l’assedio (su 600.000 operai parigini lavoravano in poco più di 100.000).

Per migliorare le condizioni dei lavoratori i membri della Commissione si scontrarono con la tendenza maggioritaria dei delegati della Comune che pensavano di non dover intervenire nelle questioni sociali. A coloro che insistevano perché ci si mettesse d’accordo con i padroni, Frankel rispondeva: «Non ho accettato altro mandato qui che quello di difendere il proletariato e quando una misura è giusta l’accetto e l’eseguo senza preoccuparmi di consultare i padroni».

La Commissione si occupò dei casi degli operai impiegati all’edificazione delle barricate (infatti, contrariamente alle barricate “spontanee” del 1848, nel 1871 le più grandi furono commissionate ad imprenditori che impiegavano sterratori pagati a giornata: questi chiesero un aumento del salario). Allo stesso modo gli operai panettieri si rivolsero alla Commissione per domandare la soppressione del lavoro notturno e del caporalato. Ma non fu soppresso dalla Comune il “libretto operaio”, che faceva del lavoratore un sorvegliato a vita. Il Secondo Impero aveva ristabilito il libretto istituito da Luigi XV e poi da Napoleone I; era tenuto dal padrone e vi era riportata la carriera del lavoratore, tenuto a presentarlo a qualsiasi richiesta delle forze di polizia. Sarà soppresso solo nel 1890.

Per lottare contro la disoccupazione si istituirono in ogni dipartimento dei pubblici registri per le domande e le offerte di impiego. Le camere sindacali redassero l’inventario delle fabbriche abbandonate dai padroni che saranno affidate, materiali e impianti compresi, agli operai che vi erano impiegati dopo che si erano organizzati in cooperative. Furono così confiscati circa dieci stabilimenti, dati in gestione alle corporazioni operaie.

Frankel affidò l’organizzazione del lavoro delle donne ad Elisabeth Dmitrieff, che era in corrispondenza con Marx, che fonderà l’Unione delle Donne.

Gli operai eleggevano delegati per le Camere sindacali, poi per una Camera Federale dei lavoratori, in modo che il movimento delle società operaie, fermo dal luglio 1870, riprese la sua attività, con 34 camere sindacali e 43 associazioni di produzione.

 

b) La Comune e le classi medie

La rivoluzione rappresentava tutte le classi che non vivevano del lavoro altrui. Le misure della Comune che contrastavano le leggi di Dufaure salvarono dalla bancarotta la piccola borghesia dei bottegai, negozianti e commercianti, che si spostò nel campo del proletariato perché lo riconosceva come il solo capace di salvarla dal disastro.

La Comune si rivolgeva anche ai contadini, dicendo: «La nostra vittoria è la vostra sola speranza». Le leggi del Partito dell’ordine nel gennaio e febbraio 1850 non erano che di repressione contro i contadini. La Comune pubblicò il 28 aprile il proclama per il popolo delle campagne: solo la Comune poteva risolvere «la questione del debito ipotecario che pesava come un incubo sul pezzetto di terra». «I rurali sapevano che tre mesi di comunicazione fra la Parigi comunarda e le provincie avrebbe determinato una sollevazione generale di contadini. Di qui la loro fretta ansiosa di cingere Parigi con un blocco poliziesco e di arrestare il diffondersi della peste». Marx conclude: «La Comune era la vera rappresentazione di tutti gli elementi sani della società francese e quindi il vero governo nazionale» (“Guerra Civile”).

 

c) L’organizzazione nazionale - la centralizzazione

«La Comune di Parigi avrebbe dovuto naturalmente servire di modello a tutti i grandi centri industriali della Francia. Appena introdotto l’ordine comunale degli affari a Parigi e nei centri di secondo ordine, il vecchio governo accentrato avrebbe dovuto cedere anche nelle province al governo autonomo dei produttori (...) La Comune è la forma politica anche del più piccolo villaggio e l’esercito permanente deve venir sostituito nei paesi da una milizia popolare con un turno di servizio il più breve possibile. Le comuni rurali di ogni circondario dovevano amministrare i loro affari con una assemblea dei delegati nel capoluogo del circondario, e queste assemblee di circondario dovevano poi mandare altri delegati alla delegazione nazionale a Parigi; i delegati dovevano essere in ogni momento revocabili e legati dal mandato specifico dei loro elettori. Le poche, ma importanti funzioni, che rimanevano ancora al governo centrale, non dovevano affatto, come è stato detto in malafede, essere abolite, ma trasferite a impiegati comunali, vale a dire strettamente responsabili. L’unità della nazione non doveva per nulla essere infranta, al contrario, organizzata dalla costituzione comunale (...) Il diritto di voto universale doveva servire al popolo costituito in comuni, così come il diritto di scelta individuale serve ad ogni padrone per scegliersi operai, direttori, contabili nella propria azienda».

 

d) Un mondo nuovo

La Comune era dunque un organo di lavoro esecutivo e legislativo insieme.

Realizzò «il governo a buon mercato» abolendo le due grandi fonti di spese, l’esercito permanente e il funzionarismo di Stato, e impiegò due mezzi infallibili per evitare la trasformazione del governo da servitore della società in suo despota: i funzionari furono eletti con il suffragio universale ed erano revocabili e retribuiti per ogni servizio con il salario che ricevevano gli altri operai bloccando così ogni arrivismo.

Tutto per un fine ultimo: l’emancipazione economica del lavoro, la società comunista.

Senza poter raggiungere questo scopo, la Comune aveva già instaurato un mondo nuovo a Parigi. «Mirabile a dir vero fu la trasformazione compiuta a Parigi dalla Comune. Nessuna traccia più della Parigi licenziosa del Secondo Impero (...) Parigi che lavora, che pensa, che lotta, che sanguina, quasi immemore, alla vigilia di una nuova società, dei cannibali che stavano alle sue porte, e raggiante di entusiasmo per la sua storica iniziativa. Ed ecco, per contrapposto, a questo nuovo mondo di Parigi, il vecchio mondo di Versailles, il verminaio di tutto il defunto regime: legittimisti ed orleanisti, avidi di divorare il cadavere della nazione, con un codazzo di repubblicani andati a male, i quali con la loro presenza nell’assemblea approvavano la ribellione degli schiavisti (...) Questa adunanza era la rappresentante di tutto ciò che era morto in Francia».


E.13. IMMATURITÀ DELLA RIVOLUZIONE

 
Marx ed Engels conoscevano le debolezze del movimento operaio in Francia. Nel 1866 Marx, dopo il primo congresso dell’Internazionale a Ginevra, in una lettera a Kugelmann del 9 ottobre così parla dei membri della sezione francese: «I signori parigini avevano la testa piena delle più vane frasi proudhoniane. Cianciano di scienza e non ne sanno nulla. Disdegnano ogni azione rivoluzionaria, cioè ogni azione che scaturisca dalla lotta di classe stessa, ogni movimento sociale concentrato, tale cioè che si possa attuare anche con mezzi politici (come p.e. riduzione della giornata di lavoro per legge), col pretesto della libertà e dell’antigovernativismo o dell’individualismo antiautoritario – questi signori che da 16 anni hanno sopportato e sopportano tanto tranquillamente il più miserabile dispotismo! – e predicano in realtà la volgare economia borghese, soltanto proudhonianamente idealizzata».

Ma scriveva a Kugelmann il 3 marzo 1869: «In Francia ha luogo un movimento interessantissimo. I parigini studiano seriamente il loro più recente passato rivoluzionario per prepararsi all’imminente nuovo assalto» e a Engels il 14 luglio: «Ho passato una settimana a Parigi, dove, detto per inciso, salta agli occhi la crescita del movimento».

Marx ed Engels giudicano questo risveglio del movimento senza illusioni perché resta sotto l’egida dei proudhoniani e dei blanquisti; malgrado lo sviluppo delle sezioni dell’Associazione Internazionale sanno che gli operai francesi, cullati in illusioni democratiche e nazionaliste e che «escono ora dal basso impero», hanno ancora molto da imparare e che al momento sarebbe follia impegnarsi per rovesciare Bonaparte.

Engels in una lettera a Marx dell’11 febbraio 1870 denuncia l’assenza di capi rivoluzionari: «D’altra parte i capi “seri” del movimento sono davvero troppo seri. È veramente strano. La supply di teste che fino al 1848 veniva al proletariato da altre classi, sembra questa volta totalmente esaurita, e in tutti i paesi. Sembra che sempre più gli operai debbano far le cose da sé».

Quando la piega presa dagli avvenimenti militari fin dai primi giorni della guerra fa apparire inevitabile la rivoluzione in Francia, Marx nota ancora, in una lettera a Engels dell’8 agosto, che la classe operaia francese non è preparata ai compiti che le incombono: «Se a Parigi scoppierà una rivoluzione, rimane il problema se hanno i mezzi e i capi per opporre una resistenza seria ai prussiani. Non ci si può nascondere che i venti anni di farsa bonapartista hanno portato a una demoralizzazione enorme. Difficilmente si è autorizzati a contare sull’eroismo rivoluzionario. Che cosa ne pensi?»

Engels la pensava allo stesso modo quando nella risposta condanna lo sciovinismo di una parte del proletariato francese: «Badinguet non avrebbe potuto fare questa guerra senza lo sciovinismo della massa della popolazione francese, dei borghesi, piccoli borghesi, contadini, e del proletariato edilizio imperialista, haussmaniano, proveniente dal ceto contadino, che il Bonaparte ha creato nelle grandi città. Fintantoché questo sciovinismo non sarà bastonato in testa e come si deve, la pace fra Germania e Francia è impossibile. Ci si poteva aspettare che questo lavoro sarebbe stato assunto da una rivoluzione proletaria; ma dal momento che c’è la guerra, ai tedeschi non rimane altro che farlo loro stessi e subito».

Coscienti delle debolezze del proletariato francese Marx ed Engels osservano il maturare del proletariato tedesco, la classe operaia tedesca ha in effetti, nel corso degli ultimi anni, mostrato maggiori capacità di organizzarsi e maggiore ricettività al socialismo scientifico. Gli operai francesi sono forti del loro passato rivoluzionario, ma la mancanza della teoria scientifica farà sentire i suoi effetti deplorevoli: sono troppo imbevuti di pregiudizi democratici ed i loro rappresentanti (proudhoniani e blanquisti) non hanno superato lo stadio del socialismo utopistico.


E.14. DUE COMPITI INTERNAZIONALISTI

 
Di fronte dalla guerra franco-prussiana il socialismo scientifico è per la vittoria prussiana, per la guerra nazionale rivoluzionaria tedesca. La vittoria prussiana avrebbe rinforzato il proletariato tedesco e quello francese. Si tratta per la Germania di regolare finalmente il problema della unità nazionale permettendo così al proletariato tedesco di organizzarsi sul piano nazionale e di esprimere appieno la sua forza. Engels lo spiega a Marx il 15 agosto, mettendo chiaramente in evidenza che in questa guerra ciò che preoccupa i marxisti non sono gli interessi della borghesia ma dei proletariati nazionali: «Se vince la Germania, il bonapartismo francese è ad ogni modo finito, l’eterno litigio per la creazione dell’unità tedesca è eliminato, gli operai tedeschi potranno organizzarsi su una scala ben diversamente nazionale che non prima, e gli operai francesi avranno certo un campo più libero che non sotto il bonapartismo, qualunque sia il governo che gli succederà. L’intera massa del popolo tedesco di tutte le classi ha capito che si tratta per l’appunto in prima linea dell’esistenza nazionale, e per questo si è subito impegnata».

La vittoria prussiana rinforzerebbe dunque non solamente il proletariato tedesco ma anche quello francese; impegnarsi in una guerra di difesa della Germania unita contro l’imperialismo francese, concorrere a battere Napoleone dall’esterno era dunque per gli operai tedeschi il modo pratico di provare il loro internazionalismo aiutando il proletariato francese a sbarazzarsi del parassita bonapartista.

Marx ed Engels erano dunque favorevoli ad una guerra difensiva tedesca e l’appoggiarono già nel Primo Indirizzo del Consiglio generale sulla guerra franco-tedesca. Nel settembre Marx scriveva al Comitato socialdemocratico di Brunswick, sezione dell’Internazionale: «Mentre le armate di Napoleone minacciavano la Germania, il nostro dovere di tedeschi era la guerra difensiva, la guerra per l’indipendenza della Germania». Anche si criticavano i deputati socialisti W. Liebknecht e Bebel che predicavano l’astensione: «Mi sembra impossibile che, in queste circostanze, un partito politico tedesco possa predicare l’ostruzionismo totale, come fa Wilhelm e porre condizioni secondarie di ogni genere al di sopra della considerazione principale», scriveva Engels all’amico il 15 agosto.

Marx spiegava così la questione al Consiglio Generale del 26 luglio: «Nel parlamento della Germania del Nord due membri della nostra Associazione, Liebknecht e Bebel, si sono astenuti dal votare i 120 milioni dei crediti di guerra dando per ragione, in una dichiarazione scritta, che essi non potevano votarli perché si trattava di una guerra dinastica e che un voto favorevole avrebbe implicato la loro fiducia nel primo ministro e un voto negativo come favorevole ai piani criminali di Napoleone III».

I deputati lassalliani avevano invece votato a favore dei crediti e l’atteggiamento dei due deputati socialisti si scontrò con una viva ostilità all’interno della loro stessa frazione, notoriamente dalla parte del comitato esecutivo del Partito Operaio Democratico Socialista, il comitato di Brunswick. Quando nel novembre la guerra prese una svolta imperialista essi votarono contro i crediti, e furono subito arrestati.

Ma, sempre nella sua lettera a Marx, Engels aveva ben precisato i limiti del loro appoggio alla guerra difensiva: unirsi al movimento nazionale nella misura in cui si limita alla difesa della Germania; sottolineare la differenza fra gli interessi nazionali della Germania e gli interessi dinastici e prussiani; opporsi ad ogni annessione dell’Alsazia Lorena; adoperarsi per una pace onorevole già con l’instaurazione a Parigi di un governo repubblicano non sciovinista.

Nella sua lettera al Comitato di Brunswick del settembre Marx prevedeva che l’annessione dell’Alsazia Lorena sarebbe stata motivo di continui conflitti fra i due paesi, avrebbe gettato la Francia nelle braccia della Russia e avrebbe fatto di quest’ultima l’arbitro dell’Europa; mentre una pace onorevole avrebbe liberato l’Europa dalla dittatura moscovita. Una campagna contraria all’annessione dell’Alsazia e della Lorena, si stava intanto organizzando in Germania.

Il Consiglio Generale di Londra trovava dunque giusto dare agli operai tedeschi, quando scoppiò la guerra, la parola d’ordine della difesa della patria perché la guerra era conforme agli interessi del proletariato sia tedesco sia francese, ma a condizione che questa guerra non perdesse il suo carattere difensivo e che fosse conclusa con la Francia una “pace onorevole”.

Marx nel Secondo Indirizzo del 9 settembre affermava chiaramente che «la classe operaia tedesca ha appoggiato con decisione la guerra – che essa non aveva la possibilità di impedire – come guerra per l’indipendenza della Germania e la liberazione della Francia e dell’Europa dall’incubo pestilenziale del Secondo Impero» ed al Comitato di Brunswick il 22 agosto: «Se i vincitori tedeschi concludono una pace onorevole con la Francia, la guerra russo-tedesca che, se seguirà, farà assorbire la Prussia nella Germania [e non l’inverso come invece fu], permetterà al continente europeo di svilupparsi in pace e aiuterà infine la rivoluzione russa che ha bisogno solo di un colpo esterno per scoppiare in favore di tutto l’intero popolo russo!».

Questa vittoria avrebbe permesso di far progredire il movimento operaio internazionale. Il 20 luglio Marx scriveva ad Engels: «Se vincono i prussiani, l’accentramento dello state power sarà utile per l’accentramento della classe operaia tedesca. La preponderanza tedesca sposterebbe inoltre il centro di gravità del movimento operaio dell’Europa occidentale dalla Francia in Germania, e basterà paragonare il movimento nei due paesi dal 1866 fino ad ora per vedere che la classe operaia tedesca è superiore a quella francese sia dal punto di vista teorico sia da quello organizzativo. La sua preponderanza nei confronti di quella francese sulla scena universale sarebbe allo stesso tempo la preponderanza della nostra teoria nei confronti di quella di Proudhon, ecc.».

Questa predizione si è ancora una volta mostrata vera. È nell’interesse del movimento operaio internazionale che Marx si augura di vedere il proletariato tedesco prendere la testa del movimento operaio in Francia.

Questo finché la guerra non degenererà in guerra offensiva da parte della Germania, cioè in guerra imperialista. Nel Primo Indirizzo del Consiglio Generale ai membri dell’Internazionale in Europa e negli USA, del 22 luglio, Marx lancia già un avvertimento agli operai tedeschi: «Se la classe operaia tedesca permette alla guerra attuale di perdere il suo carattere strettamente difensivo e di degenerare in una guerra contro il popolo francese, vittoria o disfatta, questo sarà comunque un disastro. Tutte le miserie che si sono scagliate contro la Germania dopo le guerre dette di liberazione rinasceranno con nuova intensità».

Predizione questa, come sottolinea Engels nella Introduzione del 1891 alla “Guerra Civile”, che si è avverata con i 20 anni di dominio di Bismarck, la caccia ai socialisti, ecc.

L’Indirizzo ricordava poi che dietro questa lotta suicida incombeva l’ombra della Russia, alla quale la Prussia poteva fare appello, mettendo ancora una volta la Germania ai piedi dello Zar. Il compito del proletariato tedesco è dunque di aiutare il proletariato francese a liberarsi e non di contribuire alla sua oppressione.


E.15. VIGILIA DI GUERRA SOCIALE

 
a) Il crollo dell’Impero

Il “generale Engels”, che dedicherà una sessantina di articoli alla guerra franco-prussiana, scrisse a Marx dopo le prime disfatte dell’armata francese, il 10 agosto: «Il bas empire si risolve, a quanto pare, in un peto. Badinguet abdica all’esercito e deve consegnarlo a Bazaine, il quale ora è il suo miglior uomo fra quelli non ancora sconfitti. Ma questo significa effettivamente che egli abdica in generale. Pare che la rivoluzione sarà resa molto più facile alla gente; tutto si sfascia da sé, come non era da aspettarsi diversamente. I giorni prossimi decideranno sicuramente della cosa. Credo che gli orleanisti – senza l’esercito – non siano forti abbastanza da poter rischiare subito una restaurazione».

Marx ed Engels si aspettano quindi un assalto rivoluzionario, lo sperano anche perché la situazione è favorevole e la borghesia non è pronta. Sottolineano la decomposizione rapida della società bonapartista che apre la via alla imminente presa di Parigi da parte delle truppe prussiane. Prefigurano dunque questa tattica (Engels a Marx il 15 agosto): «Pare orrenda la débacle in Francia. Tutto è malandato, venduto, pieno di imbrogli. Gli chassepots sono confezionati male e fanno cilecca nei combattimenti, non ce ne sono più, bisogna cercar di ritirar fuori di nuovo i vecchi fucili ad acciarino di pietra. Malgrado questo un governo rivoluzionario, se viene presto, non necessariamente deve disperare. Ma dovrà abbandonare Parigi al suo destino e continuare la guerra dal sud. Sarà sempre ancora possibile allora che possa reggersi finché saranno comprate le armi e organizzati nuovi eserciti, con i quali il nemico sarà mano a mano respinto di nuovo al confine. Questa sarebbe propriamente la vera fine della guerra, cioè che i due paesi si fornissero a vicenda la prova della loro invincibilità».

Ed il 17 Marx può infine scrivere ad Engels: «Con il rintocco a morte del secondo impero, che sarebbe finito, come era cominciato, con una parodia, ho davvero indovinato nel mio Bonaparte!», alludendo alla conclusione del “18 Brumaio”.

Disgraziatamente le forze sociali non sono intervenute ed hanno lasciato passare l’occasione favorevole. Il 20 Engels scrive a Marx: «Credo che l’annessione dei francesi-tedeschi sia ora cosa decisa. Si sarebbe ancora potuto fare qualche cosa se fin dalla settimana passata si fosse costituito a Parigi un governo rivoluzionario. Adesso arriva troppo tardi e non può più che rendersi ridicolo parodiando la Convenzione. Sono convinto che Bismarck avrebbe concluso una pace senza cessione di territorio con un governo rivoluzionario che fosse intervenuto a tempo».

E quando la situazione militare precipita: «Ora c’è però da aspettarsi che, se la cosa è resa nota a Parigi, un qualche cosa succederà. Non posso pensare che questa doccia fredda di notizie che oggi o domani devono pur essere conosciute, non abbia un qualche effetto». Righe queste scritte proprio il giorno della proclamazione della Repubblica, il 4 settembre. «La guerra è finita. Esercito non ce n’è più in Francia. Non appena Bazaine capitola, il che succederà probabilmente questa settimana, una metà dell’esercito tedesco andrà fino alle porte di Parigi, l’altra passerà la Loira e spazzerà il paese da tutti i concentramenti armati». Ciò che fu fatto.

 

b) La Repubblica del 4 settembre

Fin da quando si conobbero i membri del nuovo governo Marx ricordò tutti i tradimenti di Jules Favre fin dal 1848; Engels scrisse a Marx il 7: «Tutta questa Repubblica è finora una farsa pura e semplice come lo è la sua origine esente da lotte».

Nel Secondo Indirizzo del Consiglio Generale sulla guerra franco-tedesca, Marx sarà estremamente chiaro: «Noi salutiamo la venuta della Repubblica in Francia; ma non senza timori che speriamo si riveleranno infondati. Questa Repubblica non ha rovesciato il trono, ma ha semplicemente preso il suo posto lasciato vacante. È stata proclamata non come una conquista sociale, ma come una misura di difesa nazionale. È nelle mani di un Governo Provvisorio composto in parte di noti orleanisti, in parte di repubblicani borghesi, su cui l’insurrezione del giugno 1848 ha lasciato dei segni indelebili. La divisione del lavoro fra i membri di questo governo non preannuncia niente di buono. Gli orleanisti si sono impossessati delle posizioni strategiche dell’esercito e della polizia, mentre ai repubblicani sono rimasti i ministeri delle chiacchiere. Alcuni dei loro primi atti mostrano assai chiaramente che essi hanno ereditato dall’Impero non solamente le rovine, ma anche la paura della classe operaia (...) Agli occhi di certi borghesi che ne hanno assunto l’incarico, forse la Repubblica dovrebbe servire di transizione ad una restaurazione orleanista?».

Non si stupirà quindi dalla defezione nazionale di questo governo di cui non si era stancato di denunciare le menzogne.

Dopo la proclamazione della Repubblica si manifesta un certo sciovinismo anche nell’ufficio parigino dell’Associazione Internazionale, che pur il 15 luglio aveva organizzato una manifestazione al grido di «Viva la pace» e pubblicato il 12 il manifesto «Ai lavoratori di tutti i paesi» di protesta contro la guerra che si annunciava, e che ora lancia un appello «al popolo tedesco, alla democrazia socialista della nazione tedesca» il cui tono sciovinista solleverà il sarcasmo di Engels (il 1° settembre a Marx): «Se l’appello internazionale dei parigini è stato telegrafato qua con una certa fedeltà dimostra certamente che quella gente è ancora sotto il completo dominio delle frasi. Questi uomini che hanno tollerato Badinguet per 20 anni, che ancora 6 mesi fa non hanno saputo impedire che ricevesse 6 milioni di voti contro un milione e mezzo e che li aizzasse senza alcuna ragione e senza alcun pretesto contro la Germania, questa gente pretende ora, perché le vittorie tedesche le hanno regalato una repubblica – et laquelle! – che i tedeschi abbandonino il sacro suolo della Francia, altrimenti: guerre à outrance!».

Serraillier, operaio francese che viveva a Londra e che aveva raggiunto Parigi il 6 settembre, descrisse la situazione degli internazionalisti parigini al Consiglio Generale. Marx cita un passo di una delle sue lettere a César de Paepe, il 14. «È incredibile pensare che alcuni possono per sei anni essere internazionalisti, abolire le frontiere e non conoscere stranieri, e dopo ritornare indietro per conservarsi una popolarità fittizia e di cui, presto o tardi, saranno le vittime. Quando mi indegno per la loro condotta essi rispondono che se dicono altrimenti saranno eliminati (...) E in più con i loro discorsi ultra sciovinisti che propaganda fanno all’Internazionale? (...) Succede che altro non sanno produrre che una parodia della rivoluzione del 1793!».

Di fatto la situazione dell’Associazione in Francia non era per niente brillante in questo momento. I processi, le persecuzioni degli ultimi anni, la mobilitazione della guerra avevano svuotato le organizzazioni operaie. Alcuni militanti come Varlin, Theisz, Frankel, Avrial, Combault, che si sforzavano di ricostituire le sezioni disorganizzate o distrutte, chiesero consigli al Consiglio Generale di Londra. Marx in una lettera ad Engels del 6 precisa che «Al Conseil Fédéral ho risposto oggi stesso ampiamente assumendomi allo stesso tempo lo spiacevole compito di aprir loro gli occhi sul reale stato delle cose». Sfortunatamente la lettera non è stata trovata, ma quei consigli dovevano essere simili a quelli del Secondo Indirizzo del Consiglio Generale.

 

c) Il Secondo Indirizzo del Consiglio Generale di Londra

Dopo Sedan la guerra non era più una guerra per la difesa del territorio nazionale tedesco. Il 5 settembre il Comitato Socialdemocratico tedesco di Brunswick aveva lanciato un appello che invitava la classe operaia tedesca a manifestare pubblicamente in favore di una pace onorevole con la Repubblica francese e contro l’annessione dell’Alsazia Lorena. Ma il 9 i firmatari dell’appello furono arrestati dalle autorità militari e rinchiusi nella fortezza di Lotzen nella Prussia orientale.

Il giorno stesso degli arresti, il Consiglio Generale dell’Internazionale si esprimeva in un Secondo Indirizzo redatto da Marx ed in parte da Engels per spiegare la nuova situazione alle classi operaie di Europa e degli Usa. L’Indirizzo denuncia il carattere imperialistico della guerra di Bismarck e dietro di lui della borghesia tedesca; esamina le “giustificazioni” che gli “intrepidi patrioti” tedeschi avanzano contro la Francia come pretesti per l’annessione dell’Alsazia-Lorena e spiega che questa annessione avrebbe spinto la Repubblica francese nelle braccia dello zarismo: «Se la fortuna delle armi, l’arroganza del successo, e gli intrighi dinastici la conducono a spogliare la Francia di una parte del suo territorio, la Germania si troverà di fronte ad un dilemma: o divenire lo strumento dell’espansione russa, con grande pericolo, oppure, dopo un breve respiro, si dovrà preparare ad una nuova guerra “difensiva” che non sarà più una di queste guerre “locali” al modo d’oggi, ma una guerra di razze contro l’alleanza di slavi e latini».

Infatti l’Alsazia, conquistata da Richelieu, e la Lorena, acquisita dall’Austria nel 1735, liberate dalle pastoie feudali dopo il 1789 (la Marsigliese fu composta a Strasburgo) erano francofile, benché vi si parlasse usualmente un dialetto tedesco. L’importanza della posizione strategica era il solo pretesto plausibile all’annessione, ma le conseguenze politiche erano gravi. L’annessione dell’Alsazia-Lorena faceva della Russa l’arbitro dell’Europa. Strappando alla Francia le due province fanaticamente patriottiche, la si spingeva nelle braccia di chiunque le prospettasse il loro recupero e la Germania si faceva della Francia una eterna nemica. E contro la Germania l’alleato naturale della Francia sarebbe stata la Russia. Se le due nazioni più grandi del continente occidentale si neutralizzavano per un eterno motivo di discordia che le spingeva a combattersi, la Russia avrebbe avuto le mani più libere per manovrare.

Gli operai tedeschi dovevano dunque esigere una «pace onorevole» per la Francia e il riconoscimento della Repubblica francese. Quanto agli operai francesi essi si trovavano in una posizione alquanto difficile con questa Repubblica proclamata non per conquista sociale ma come misura di difesa nazionale, che poteva anche nascondere una manovra orleanista in vista di una restaurazione monarchica.

L’Indirizzo sconsiglia con forza alla classe operaia francese di rovesciare ora il nuovo governo: «Ogni tentativo di rovesciare il nuovo governo, quando il nemico quasi bussa alle porte di Parigi, sarebbe vana follia. Gli operai francesi devono fare il loro dovere di cittadini; ma non si devono lasciare trascinare dai ricordi nazionali del 1792, come i contadini francesi sono stati ingannati dai ricordi nazionali del Primo Impero (...) È bene, con calma e risoluzione, approfittando della libertà repubblicana, che procedano con metodo alla loro organizzazione di classe. Così verrà loro nuovo vigore, forze erculee per la rigenerazione della Francia e per il nostro comune compito, l’emancipazione dal lavoro. La sorte della Repubblica dipende dalla loro energia e dalla loro saggezza».

 

d) L’insurrezione sarebbe una follia

Si denunciavano le illusioni nazionaliste: «Battersi per i borghesi contro i prussiani sarebbe pazzia» scriveva Engels a Marx il 12. Nella stessa lettera si diceva che bisognava impedire che gli operai scatenassero un movimento prima della pace, perché se avessero vinto allora, al servizio della difesa nazionale, avrebbero dovuto assumere l’eredità di Bonaparte e dell’attuale miserabile Repubblica e, visto che sarebbero stati inevitabilmente battuti dall’esercito tedesco, sarebbero ritornati indietro di venti anni. Con la pace, il governo non sarebbe durato a lungo e le possibilità per gli operai sarebbero state migliori di prima. Ma Engels lamentava come fossero così in pochi ad avere il coraggio di considerare la situazione così com’era.

In tutto il periodo che andò dalla proclamazione della Repubblica a quella della Comune Marx ed Engels, con il Consiglio Generale, faranno tutto il possibile per aiutare la classe operaia francese. Attraverso i canali di Lafargue, di Serraillier e di altri moltiplicarono i consigli agli operai e denunciarono il sabotaggio della difesa nazionale della borghesia.

Marx lanciò in Inghilterra una campagna per il riconoscimento da parte del governo britannico della Repubblica in Francia, per diminuire la minaccia di una restaurazione orleanista. Fin dal 5 settembre i sindacati convocarono a Londra, Birmingham e Newcastle delle imponenti manifestazioni a sostegno della Repubblica francese; ma è solo dopo la formazione del governo controrivoluzionario di Thiers, in febbraio, che il governo inglese riconobbe la Repubblica francese.

 

E.16. L’INTERNAZIONALE

 
Gli internazionalisti parigini mostrarono prima delle riserve riguardo al Comitato Centrale della Guardia Nazionale ed esitarono a mischiarsi alle sue azioni. Il 1° marzo, alla seduta del Consiglio Federale, Varlin, che prevedeva gli avvenimenti che stavano per svolgersi, non volendo che la sezione ne fosse estranea, chiese che gli internazionalisti facessero il possibile per farsi nominare delegati nelle compagnie della Guardia Nazionale e sedere nel Comitato Centrale. Varlin esclamò: «Andiamo là non come internazionalisti, ma come guardie nazionali e lavoriamo per impadronirci dell’Assemblea!». Ma il Consiglio Federale rimase dubbioso; Frankel rispose anche: «Ciò rassomiglia ad un compromesso con la borghesia: io non lo voglio!». Il Consiglio Federale decise comunque di delegare presso il Comitato Centrale della Guardia Nazionale una commissione di quattro membri la cui azione avrebbe dovuto essere puramente individuale e non compromettere l’Internazionale. Gli internazionalisti (Babick, Varlin, Assi, Alavoine) andarono dunque a far parte del Comitato Centrale.

L’Internazionale, in quanto gruppo rivoluzionario, anche se fu accusata di esserne l’istigatrice, partecipò ben poco all’attuazione della giornata del 18 marzo (il nome di Assi, membro dell’Ufficio parigino e del Comitato Centrale, a causa dell’ordine alfabetico, era posto in testa ai proclami, e ciò induceva molti in errore). Il 22 marzo, i membri del Consiglio Federale tennero a sottolineare che l’Internazionale era «sciolta da ogni responsabilità» di fronte al Comitato Centrale. Solo con la seduta del 23-24 marzo la Camera Federale delle Società Operaie ed il Consiglio Federale dell’Internazionale rafforzeranno il Comitato Centrale con tutta la loro forza morale e pubblicheranno un manifesto in cui affermeranno fra l’altro che «la delegazione comunale è la garanzia dell’emancipazione dei lavoratori».

In quello del 18 marzo essi non ravvisarono un movimento rivoluzionario; così Varlin rispose alla lettera di Bakunin e di Guillaume, che invece vi vedeva la rivoluzione sociale universale, «che non si trattava di rivoluzione internazionale, che il movimento del 18 marzo non aveva altro scopo che la rivendicazione delle franchigie municipali di Parigi e che questo scopo era raggiunto; che le elezioni erano fissate per l’indomani 26 e che una volta eletto il Consiglio municipale il Comitato Centrale avrebbe rassegnato i suoi poteri e tutto sarebbe finito».

Un tal programma non aveva niente di sovversivo. In seguito, gli internazionalisti cercheranno di dare al movimento un programma e linee direttrici; si incaricheranno fra l’altro nella Comune del programma economico e sociale per mezzo della Commissione del Lavoro.

Il 29 marzo fu nominata una commissione intermediaria tra il Consiglio e la Comune; il 12 aprile all’unanimità fu escluso Tolain, che si era messo dalla parte di Versailles e fu proposto al Consiglio Generale di Londra di ratificare questa espulsione (il che fu fatto il 29 aprile); il giorno 8 maggio alla sezione di Carrieres e di Montmartre dell’Internazionale fu fatta una mozione per l’istruzione primaria laica e professionale obbligatoria e gratuita per ogni grado; il 20 maggio alla seduta straordinaria del Consiglio Federale delle sezioni parigine dell’Internazionale gli aderenti membri della Comune furono invitati a fare «ogni sforzo per mantenere l’unità della Comune».

Lenin scriverà nella prefazione delle Lettere a Kugelmann: «Marx che considerava nel settembre 1870 l’insurrezione una pazzia, vedendo nell’aprile 1871 il movimento delle masse popolari lo considera con l’attenzione estrema di un uomo che partecipa a grandi movimenti che segnano un progresso del movimento rivoluzionario mondiale». Marx scriveva a Kugelmann il 17 aprile 1871: «Le canaglie borghesi di Versailles posero i parigini di fronte all’alternativa o accettare la sfida o soccombere senza combattere. In questo caso la demoralizzazione della classe operaia sarebbe stata un male ben più grande della perdita di un qualunque numero di “capi” (questo in risposta a Kugelmann che aveva scritto che la disfatta avrebbe privato gli operai dei loro capi). Grazie alla battaglia data da Parigi, la lotta della classe operaia contro la classe capitalista è entrata in una fase nuova. Ma, quale che sia l’esito immediato, il risultato sarà un nuovo punto di partenza d’importanza storica mondiale».

Lenin continua: «Quando le masse si sollevano Marx è con loro, impara insieme a loro durante la lotta e non dà lezioni burocratiche. Capisce che ogni tentativo di anticipare con infallibile precisione le possibilità della lotta significherebbe ciarlatanismo e incurabile pedanteria. Mette al di sopra di tutto il fatto che la classe operaia, eroicamente, con abnegazione e iniziativa, crea la storia del mondo. Marx considerava la storia dal punto di vista di coloro che la fanno senza avere la possibilità di prevedere prima infallibilmente le speranze del successo e non dal punto di vista dell’intellettuale piccolo-borghese che fa la morale: “si sarebbe dovuto prevedere... non si doveva rischiare” (...) Marx sapeva anche vedere che ci sono dei momenti della storia in cui una lotta disperata delle masse, anche per un causa perduta in partenza, è indispensabile per l’educazione ulteriore delle stesse masse e la loro preparazione alla lotta successiva».

Marx seguì molto da vicino gli avvenimenti parigini, insieme al Consiglio Generale. Il Consiglio Generale era anche intervenuto delegando gli operai francesi Dupont e Serraillier, che saranno eletti alla Comune all’indomani delle elezioni complementari del 16 aprile; Serraillier farà anche parte della Commissione del Lavoro. È dunque grazie a loro, a Leo Frankel, a Lafargue, arrivato a Parigi da Bordeaux il 6 aprile 1871, che il Consiglio generale di Londra fu tenuto informato. Marx ebbe anche altri corrispondenti: il proudhoniano Carlo Longuet, il blanquista Vaillant, Varlin, Vermorel, Dmitrieff.

Marx scrisse anche numerose lettere a Frankel ed a Varlin che gli chiedevano consiglio. Il 26 aprile Marx scrisse a Frankel riguardo alle calunnie che Pyat diffondeva su Serraillier e Dupont. Il 13 maggio scriveva a Frankel e a Varlin: «Sarebbe forse utile mettere in luogo sicuro le carte compromettenti per le canaglie di Versailles. Una simile precauzione non può nuocere (...) Ho scritto parecchie centinaia di lettere in tutti gli angoli del mondo dove noi abbiamo contatti per esporre e difendere la vostra causa (...) La Comune mi sembra perdere troppo tempo per bagatelle e questioni personali. Si vede che ci sono altre influenze oltre a quelle operaie. Tutto questo non significherebbe niente, se voi aveste tempo per recuperare il tempo perduto (...) I prussiani permetteranno al governo di circondare Parigi con i suoi gendarmi (...) Essendo la conquista di Parigi la condizione preliminare della realizzazione del loro trattato, essi hanno pregato Bismarck di ritardare il pagamento della prima rata fino alla conquista di Parigi. Bismarck ha accettato questa condizione. Dato che la Prussia ha un estremo bisogno di questo denaro, darà ogni facilitazione a Versailles per accelerare l’occupazione di Parigi. Così, state attenti!».

La maggioranza di quelle lettere non sono state ritrovate. Marx trattava questioni assai importanti, di ordine finanziario, al fine di assicurare mezzi materiali alla Comune, di ordine militare per la sua difesa o di ordine politico per metterla in guardia contro nemici confessi o mascherati e per consigliare questa o quella misura sociale.

In una lettera del 12 giugno 1871, Marx spiega a Beesly i suoi collegamenti con la Comune: «Un mercante tedesco che viaggia tutto l’anno per affari fra Londra e Parigi ha assicurato il tramite tra la Comune e me. Tutto veniva svolto verbalmente salvo che per due affari. Attraverso questo intermediario ho risposto ai membri della Comune con una lettera sulla questione che mi ponevano circa la possibilità di negoziare alcuni valori alla borsa di Londra. La seconda volta, il giorno 11 maggio, 10 giorni prima della catastrofe, ho inviato attraverso lo stesso canale tutti i particolari dell’accordo segreto tra Bismarck e Favre a Francoforte. L’informazione mi era stata trasmessa da un collaboratore diretto di Bismarck che era appartenuto ad una società segreta (1848-52) che io dirigevo».

Infatti all’indomani della firma del trattato di pace a Francoforte il 10 maggio 1871, Bismarck e Favre avevano concluso un accordo segreto che prevedeva una collaborazione franco-prussiana contro la Comune. L’accordo stabiliva che le truppe di Versailles sarebbero state autorizzate a traversare le linee tedesche per «ristabilire l’ordine a Parigi», a bloccare l’approvvigionamento di viveri alla città e a imporre alla Comune attraverso il Comando tedesco il disarmo delle fortificazioni che essa teneva intorno a Parigi.

«Ma la Comune non ha seguito i miei avvertimenti! Consigliai ai suoi membri di fortificare il lato nord delle alture di Montmartre (il lato prussiano) quando erano ancora in tempo e già dissi loro che rischiavano altrimenti di essere presi in trappola. Inoltre li misi in guardia contro Pyat, Grousset e Vésinier. Infine chiesi loro di inviare subito a Londra i documenti compromettenti per i membri della Difesa nazionale, per potere in questo modo tenere in scacco per qualche tempo la ferocia dei nemici della Comune. Questo avrebbe potuto far fallire, in parte, il piano di Versailles: se i versagliesi non avessero trovato questi documenti non ne avrebbero pubblicato di falsi».

Dopo la Comune il terrore della borghesia internazionale, ossessionata dallo spettro del comunismo, si scatenò contro operai, comunardi e membri della Associazione Internazionale dei Lavoratori. Questa repressione prese la forma della delazione, della fabbricazione di falsi, della diffamazione e della mistificazione degli scopi e dei principi della Comune e del socialismo. L’Internazionale rispose colpo su colpo, con i mezzi di cui disponeva, per difendere dovunque la Comune e l’Associazione. Marx dichiarava così il 21 settembre 1871: «Seguendo l’esempio di Vaillant, è necessario che noi gettiamo una sfida a tutti i governi, dappertutto, anche in Svizzera, in risposta alle loro persecuzioni contro l’Internazionale. La reazione si estende su tutto il continente; è generale e permanente, anche negli Stati Uniti ed in Inghilterra sotto altra forma».

A questo Marx ed Engels si impegnarono con energia, come scrive la moglie di Marx in una lettera del 26 maggio 1872 a W. Liebknecht: «Voi non potete aver idea di quel che abbiamo dovuto sopportare a Londra dopo la caduta della Comune. Miserie da non dire e continue persecuzioni. Ed in più lavoro quasi insostenibile per l’Internazionale (...) senza tregua né riposo, giorno e notte!».

Si trattava anche di aiutare i comunardi rifugiati a Londra. Così la figlia di Marx, Jenny, in una lettera a Kugelmann del 21 dicembre 1871: «Nelle tre ultime settimane ho corso da un quartiere di Londra ad un altro ed ho spesso scritto lettere fino alle una del mattino. Lo scopo di questi spostamenti e di queste lettere è trovare soldi per i rifugiati (...) Sono più di tre mesi che l’Internazionale sostiene la gran massa degli esiliati, cioè li tiene letteralmente in vita».

Marx così scrisse a Kugelmann il 12 maggio 1871: «L’insurrezione parigina, anche se verrà infangata dai lupi, maiali e cani della vecchia società, è la più gloriosa impresa del nostro partito dopo l’insurrezione parigina del giugno». Ed Engels a Sorge nel settembre 1874: «La Comune era intellettualmente figlia dell’Internazionale» anche se «l’Internazionale non ha fatto niente per realizzarla».

Abbiamo il diritto di rivendicare la Comune come un successo del nostro partito perché la classe operaia era l’ossatura del movimento e i membri parigini dell’Internazionale erano coloro che vedevano più chiaro negli avvenimenti.

Ma non furono le persecuzioni a distruggere l’influenza dell’Associazione, ma lo sviluppo pacifico del capitalismo in Europa occidentale dal 1871 al 1914, mentre il centro di gravità del movimento rivoluzionario si spostava verso la Russia.


E.17. IL GOVERNO DELLA CLASSE OPERAIA

 
«La Comune di Parigi è stata il primo tentativo storico, seppure debole, di dominio della classe operaia» (Trotzki in “Terrorismo e Comunismo”).

La Comune è espressione di una rivoluzione proletaria. Engels nella introduzione alla “Guerra Civile” afferma che i movimenti insurrezionali dopo il 1789 hanno sempre avuto in Francia carattere proletario: «Grazie allo sviluppo economico e politico della Francia dal 1789 in poi, da cinquant’anni Parigi è in posizione tale che nessuna rivoluzione vi è potuta scoppiare che non assumesse un carattere proletario: il proletariato, che aveva ottenuto la vittoria a prezzo del suo sangue, dopo la vittoria ha avanzato le sue rivendicazioni».

Ma queste mettevano in causa il nuovo ordine sociale. Così nel 1848 la borghesia si affrettò a disarmare gli operai. Il tratto nuovo della rivoluzione del 1871 «è che il popolo, dopo la prima sollevazione, non viene disarmato e non consegna il potere nelle mani dei saltimbanchi repubblicani della classe dirigente; con la formazione della Comune ha preso nelle sue mani la direzione della rivoluzione” (Marx, Prima stesura della “Guerra Civile”).

Infatti la guerra con la Prussia, il tradimento della borghesia, la disoccupazione del proletariato e la rovina della piccola borghesia spinsero il popolo di Parigi alla rivoluzione del 18 marzo che rimise il potere nelle mani della Guardia Nazionale, cioè della classe operaia e della piccola borghesia, che si era schierata al suo fianco e che la riconosceva la sola capace di salvare Parigi dal disastro e la Francia dall’annientamento, la sola capace d’iniziativa sociale. Infatti il proletariato era la sola classe sana, dinamica, rivoluzionaria. Questa classe non si può accontentare della Repubblica borghese, che realizza superandone i limiti, cercando già di spezzare il mondo borghese.

«Ma nella società attuale il proletariato, economicamente asservito dal Capitale, non può dominare politicamente se non spezza le catene che lo legano al Capitale» (Lenin, “In memoria della Comune”), cioè distruggere le basi economiche sulle quali si fonda l’esistenza delle classi. È in questo modo che il lavoro sarà emancipato dallo sfruttamento (Marx descrive il governo operaio della Comune «il campione audace dell’emancipazione del lavoro»), che il lavoro produttivo cesserà di essere esclusivo di una classe e che l’uomo sarà liberato dalla schiavitù di sfruttato e di sfruttatore. Ogni uomo sarà infine un lavoratore.

Continua Marx: «La Comune era una forma politica particolare, capace di espansione, mentre tutte le forme di governo antecedenti erano state forze di negazione. Il suo vero segreto, in sostanza, era che si trattava di un governo della classe operaia, il risultato della lotta della classe produttrice con la classe usurpatrice, la forma politica finalmente scoperta, in grazia della quale si poteva effettuare l’emancipazione economica del lavoro. Senza quest’ultima condizione, la costituzione comunale era un assurdo e un’illusione. Il potere politico dei produttori non può sussistere a fianco della perpetuazione del suo asservimento sociale. La Comune doveva quindi servire di leva per rovesciare le basi economiche sulle quali si fonda l’esistenza delle classi e perciò il potere di classe. Una volta emancipato il lavoro, ogni uomo diventa un lavoratore; e il lavoro produttivo cessa di essere una proprietà di classe».

In tal senso questo governo operaio non è più uno Stato, come sottolinea Lenin sulla scorta di Engels: «uno Stato che, secondo l’espressione di Engels (vedi lettera a Bebel del 28 marzo 1875), già cessa, sotto alcuni aspetti, d’essere uno Stato», non è più uno Stato nel senso proprio del termine. Perché il fine di questo governo proletario è il comunismo.

Delegati alla Comune erano 25 operai o loro rappresentanti. Dall’Introduzione di Engels: «Dal 18 marzo in poi balza fuori preciso e netto quel carattere di classe dei moti parigini, respinto fino allora nella penombra a causa della lotta contro l’invasione straniera. Come nella Comune non c’erano se non operai o rappresentanti riconosciuti degli operai, così anche le loro deliberazioni portavano un’impronta proletaria ben delineata. O decretavano riforme che la borghesia repubblicana aveva trascurate soltanto per viltà, ma che rappresentavano una base necessaria per la libertà d’azione delle classi lavoratrici, come l’ammissione del principio che “di fronte allo Stato” la religione non è che un semplice affare privato; oppure emettevano deliberazioni nell’interesse diretto della classe operaia, e talvolta anche in profondo dissidio con l’antico ordinamento sociale».

D’altronde il carattere proletario della rivoluzione parigina non si esprimeva solo con la Comune, centro della rivoluzione proletaria, ma anche con associazioni territoriali come i Club “rossi” in cui tutti i rivoluzionari discutevano dei problemi generali, o di organizzazione o di difesa, come i gruppi di donne organizzate da Elisabeth Dmitrieff e come i comitati di vigilanza di ogni circoscrizione che si occupavano della difesa e del vettovagliamento dei quartieri popolari. Louise Michel, strenua eroina della Comune, che sarà deportata dopo il maggio, racconta che «i comitati di vigilanza di Montmartre non lasciavano nessuno senza asilo o senza pane (...) non si risparmiavano i beni comunali per coloro che avevano bisogno, né i mezzi rivoluzionari e le requisizioni. Il 18° arrondissement era il terrore degli accaparratori. Quando si diceva: “scende Montmartre!”, i controrivoluzionari si nascondevano nelle loro tane, abbandonando come bestie inseguite i viveri ad imputridire nei nascondigli, mentre Parigi moriva di fame». Bell’esempio di dittatura proletaria!

L’errore che non si può imputare alla Comune è che il proletariato abbia accettato di governare insieme alla piccola borghesia. Lenin lo spiega così: «L’entrata nel governo rivoluzionario di rappresentanti del proletariato socialista accanto alla piccola borghesia è sul piano dei principi perfettamente accettabile e, in determinate condizioni, semplicemente obbligatorio. Questa nozione ci mostra anche come il compito reale al quale la Comune ha dovuto adempiere, fosse la realizzazione di una dittatura non socialista ma democratica, l’applicazione del nostro “programma minimo”» (“La Comune di Parigi ed i compiti della dittatura democratica”, 1905).

Infatti la Comune di Parigi non poteva vincere che alleandosi con i contadini: «Disperando nella restaurazione napoleonica, il contadino francese perde la fede nel suo campicello e capovolge tutto l’edificio impostato dallo Stato su quei campicelli, e la rivoluzione proletaria realizza così il coro senza il quale, in tutte le nazioni contadine, il suo a-solo diventerebbe un canto funebre» (Marx, “Il 18 Brumaio”).


E.18. LA DITTATURA DEL PROLETARIATO

 
Lenin parlando dello Stato proletario, del quale considera modello la Comune di Parigi, scrive: «Un tale potere è una dittatura, cioè non si appoggia sulla legge, né sulla volontà formale della maggioranza, ma direttamente sulla violenza». Ma fu così per la Comune? Si. Ci fu dittatura del proletariato a Parigi nel 1871, come Engels apostrofa al filisteo socialdemocratico: «Osservate la Comune di Parigi. Questa è la dittatura del proletariato!». E Trotzki nel 1920, in “Terrorismo e Comunismo”, risponde al rinnegato Kautsky, il quale fa della Comune di Parigi un modello di governo, operaio certamente, ma... democratico e pacifista, rinnegando così il potere dittatoriale dei Soviet: «Egli vede i pregi principali della Comune là dove noi vediamo i suoi difetti e le sue debolezze».

A Kautsky, che vuol opporre la magnanimità dei comunardi all’intransigenza dei bolscevichi, Trotzki, citando Lavrov, ritorce: «Sono proprio coloro che danno tanto valore alla vita umana, al sangue umano, che devono far di tutto per ottenere una vittoria rapida e decisa e che, in seguito, devono agire più velocemente ed energicamente per sottomettere il nemico; perché è solo in questo modo che si possono ottenere il minimo delle inevitabili perdite ed il minimo sangue versato».

Trotzki cita poi le misure dittatoriali che la Comune, spinta dalla necessità, ha dovuto prendere, o almeno tentare: «Spinta dalla logica della lotta, la Comune seguì in linea di principio la via dell’intimidazione. La creazione del Comitato di Salute Pubblica era dettato da parecchi dei suoi partigiani con l’idea del terrore rosso. Questo Comitato aveva per compito di “far cadere le teste dei traditori” e di “reprimere i tradimenti” (seduta del 30 aprile e del 1° maggio). Fra i decreti di intimidazione conviene segnalare l’ordinanza del 3 aprile sul sequestro dei beni di Thiers e dei suoi ministri, la demolizione della sua casa, l’abbattimento della colonna Vendôme e in particolare il decreto sugli ostaggi: per ogni partigiano o prigioniero della Comune fucilato dai versagliesi, dovevano essere fucilati tre ostaggi. Le misure prese dalla Prefettura della polizia, diretta da Raoul Rigault, erano di tipo puramente terroristico, sebbene non fossero sempre adatte allo scopo. L’efficacia di tutte queste misure d’intimidazione fu frustrata dall’inconsistenza e dallo stato d’animo conciliatore dei dirigenti della Comune, dai loro sforzi di fare accettare il fatto compiuto alla borghesia con misere frasi, con la loro oscillazione fra la finzione della democrazia e la realtà della dittatura».

Il 19 marzo fu proposto al Comitato Centrale la marcia su Versailles e le elezioni per la Comune. Ma per intraprendere la marcia su Versailles bisognava riorganizzare la Guardia Nazionale, respingere le elezioni e stabilire in città un regime militare. Trotzki cita ancora Lavrov: «Bisognava lottare contro una moltitudine di nemici interni che brulicavano in Parigi e che ancora si aggiravano nei pressi della Borsa e di piazza Vendôme, che avevano i loro rappresentanti nella amministrazione e nella Guardia Nazionale, che avevano la loro stampa, le loro riunioni, che mantenevano rapporti quasi alla luce del sole con Versailles, e che diventavano sempre più risoluti ed audaci ad ogni imprudenza ed ad ogni insuccesso della Comune».

Bisognava anche prendere misure rivoluzionarie di ordine finanziario ed economico per soddisfare i bisogni dell’esercito rivoluzionario. Compito del Comitato Centrale non era rincorrere la legalità ma portare un colpo mortale al nemico. L’aspirazione del Comitato Centrale ad un governo “legale” era infatti dettata dalla paura delle proprie responsabilità, secondo Trotzki, perché, in effetti, dopo le elezioni della Comune, il Comitato Centrale continuerà ad immischiarsi in tutti gli affari, soprattutto quelli militari, negando così quella legalità tanto cercata.

Come si coniugò la Comune democratica con la dittatura rivoluzionaria? A parere di Trotzki la Comune, sia per i tradimenti sia per le intenzioni e le tradizioni del suo partito dirigente, i blanquisti, era espressione della dittatura della città rivoluzionaria su il contado, sulla Francia contadina. Fu così nella Grande Rivoluzione francese; sarebbe stato così nella rivoluzione del 1871, se la Comune non fosse caduta sin dall’inizio.

Dapprincipio si fecero le elezioni, ma dopo la fuga della borghesia che sosteneva Thiers e mentre quella che restò veniva terrorizzata dai battaglioni rivoluzionari. Nei fatti il Comitato Centrale, malgrado la sua dittatura fosse inconsistente e debole, attentò al principio del suffragio universale, anche se non era affatto nei suoi desideri. Dopo le elezioni gli elementi borghesi, coscienti dei rapporti di forza favorevoli agli operai, si ritirarono rapidamente dalla Comune. E Trotzki ricorda come anche nel novembre del 1917, all’indomani delle elezioni per una Comune sulla base del suffragio “più democratico”, senza restrizioni per la borghesia, questa boicottasse le elezioni; la Comune eletta a maggioranza rivoluzionaria si sottomise lo stesso al Soviet di Pietroburgo, cioè mise il fatto della dittatura del proletariato al di sopra del principio del suffragio universale.

Comunque queste elezioni riflessero la speranza di un accordo pacifico con Versailles: i dirigenti rivoluzionari volevano l’intesa e non la lotta, e le masse non avevano ancora rinunciato alle loro illusioni. «Dobbiamo dominare i nostri nemici con la forza morale», predicava Vermorel, «Non bisogna attentare alla vita ed alla libertà dell’individuo»; Longuet scriveva il 3 aprile: «Ogni dissidenza si spezzerà perché tutti si sentono solidali, perché mai c’è stato meno odio, meno antagonismo sociale».

Questa finzione di legalità, che faceva credere che la questione potesse risolversi senza lotta, andò fino alla macabra farsa delle elezioni complementari del 16 aprile. Arthur Arnould scrive: «Non sapevamo che farcene del voto. La situazione era divenuta tragica (...) Tutti gli uomini fedeli alla Comune erano sulle fortificazioni, nei forti, negli avamposti. Il popolo non dava nessuna importanza a queste elezioni complementari (...) Non era più l’ora di contare i voti, ma i soldati. Non di sapere se si era aumentati o diminuiti nell’opinione di Parigi, ma di difenderla dai versagliesi».

Solo alcuni avevano coscienza del ruolo che avrebbe dovuto svolgere la Comune. Così scrisse Millière: «La Comune non è un’assemblea costituente, è un consiglio di guerra: deve avere uno solo scopo, la vittoria, una sola un’arma, la forza, una sola legge, la salute pubblica». Lissagaray aggiunse: «I dirigenti della Comune non hanno mai capito che era una barricata, non un’amministrazione».

Malgrado queste debolezze la Comune era la negazione vivente della democrazia formale, perché, nel suo svolgimento, ha significato la dittatura della Parigi operaia sulla nazione intera. Ogni azione della comune prova la sua natura illegale. La Comune, municipalità solo parigina, abrogò la coscrizione nazionale, intitolò il suo organo: Giornale Ufficiale della Repubblica Francese, prelevò, anche se troppo poco, della Banca di Francia, proclamò la separazione della Chiesa dallo Stato, ebbe relazioni con le ambasciate straniere, ecc. Tutto questo lo fece in nome della dittatura rivoluzionaria di Parigi, senza l’autorizzazione della democrazia nazionale, che aveva trovato la sua espressione “legale” nell’Assemblea dei Rurali.


E.19. GLI INSEGNAMENTI DELLA COMUNE DI PARIGI

 
a) Marx e Lenin

L’insegnamento delle lotte di classe dal 1848 al 1851 è che la rivoluzione proletaria deve spezzare la macchina dello Stato borghese per esercitare la sua dittatura; la Comune ha mostrato con che cosa deve essere rimpiazzato: questa è la tesi trattata in modo magnifico e limpido da Lenin in “Stato e Rivoluzione”, sulla traccia del “18 Brumaio” di Marx.

Marx sottolinea nell’ultimo capitolo del “18 Brumaio” che lo scopo immediato della rivoluzione di Febbraio fu il rovesciamento della dinastia degli Orleans e della frazione borghese che con loro dominava, scopo raggiunto solo il 2 dicembre 1851. Infatti nella repubblica parlamentare il dominio della borghesia, dopo aver unito tutti i suoi elementi e fatto del suo dominio il dominio della sua classe, appare in tutta la sua nudità. «Fu necessario che la rivoluzione stessa creasse prima la forma nella quale il dominio di classe borghese acquista la sua espressione più ampia, più generale, più completa, e potesse poi, di conseguenza, essere rovesciata senza speranza di ritorno».

È solo il 2 dicembre che fu eseguita la condanna pronunciata in Febbraio contro la borghesia orleanista, cioè la frazione più vitale della borghesia francese. Con Luigi Bonaparte fu battuta nel suo parlamento, nelle sue università, nella sua stampa e nella sua letteratura, nelle sue entrate e nei suoi redditi amministrativi, «nello spirito e nella carne». Il 2 dicembre rappresenta la vittoria del potere esecutivo sul legislativo, e come Napoleone fu l’esecutore testamentario della Rivoluzione di Febbraio, Marx cita Guizot, che rappresenta la politica dell’alta borghesia conservatrice, per esclamare, parlando del colpo di Stato, «è il trionfo completo e definitivo del socialismo!».

La rivoluzione non era che il suo primo atto, come spiega magnificamente Marx: «Ma la rivoluzione va al fondo delle cose. Sta ancora attraversando il purgatorio. Lavora con metodo. Fino al 2 dicembre 1851 non ha condotto a termine che la prima metà della sua preparazione; ora sta compiendo l’altra metà. Prima ha elaborato alla perfezione il potere parlamentare, per poterlo rovesciare. Ora che ha raggiunto questo risultato, spinge alla perfezione il potere esecutivo, lo riduce alla sua espressione più pura, lo isola, se lo pone di fronte come l’unico ostacolo, per concentrare contro di esso tutte le sue forze di distruzione. E quando la rivoluzione avrà condotto a termine questa seconda metà del suo lavoro preparatorio, l’Europa balzerà dal suo seggio e griderà: “Ben scavato, vecchia talpa!”». E più avanti: «È soltanto sotto il secondo Bonaparte che lo Stato sembra essere diventato completamente indipendente. La macchina dello Stato si è talmente rafforzata di fronte alla società borghese che le basta avere alla sua testa il capo della Società del 10 dicembre».

Marx parla quindi delle forze distruttive che si devono concentrare sul potere esecutivo, la cui stessa origine storica porta alla conclusione della sua distruzione: «Questo potere esecutivo, con la sua enorme organizzazione burocratica e militare, col suo meccanismo statale complicato e artificiale, con un esercito di impiegati di mezzo milione accanto a un altro esercito di mezzo milione di soldati, questo spaventoso corpo parassitario che avvolge come un involucro il corpo della società francese e ne ostruisce tutti i pori, si costituì nel periodo della monarchia assoluta, al cadere del sistema feudale, la cui caduta aiutò a rendere più rapida». Si arriva così ad un potere di Stato «il cui lavoro è diviso e centralizzato come in una fabbrica».

Il Manifesto del 1848 nel programma immediato comunista afferma: «Lo Stato, cioè il proletariato organizzato in classe dominante». Nella loro prefazione del 1872 al Manifesto, Marx ed Engels precisano che quel programma non è più attuale che su un punto, quello dello Stato: «La Comune in particolare, ha fornito la prova che la classe operaia non può semplicemente prendere possesso del meccanismo politico esistente e metterlo in funzione per la realizzazione dei suoi propri scopi. La nuova Comune che spezza il moderno potere dello Stato è la forma politica infine scoperta con la quale è possibile realizzare l’emancipazione del lavoro». Infine il passaggio del “18 Brumaio” commentato da Lenin in cui Marx parla di spezzare la macchina dello Stato: «La repubblica parlamentare, infine, si vide costretta a rafforzare, nella sua lotta contro la rivoluzione, assieme alle misure di repressione, gli strumenti e la centralizzazione del potere dello Stato. Tutti i rivolgimenti politici non fecero che perfezionare questa macchina, invece di spezzarla».

Lenin commenta questo passo in maniera fulgida in “Stato e Rivoluzione”: «In questo ammirevole ragionamento il marxismo fa un grandissimo passo in avanti in confronto al Manifesto del Partito Comunista. Il problema dello Stato nel Manifesto era posto in modo ancora troppo astratto, in nozioni e termini dei più generici. Qui il problema è posto concretamente e la conclusione è estremamente precisa, ben definita, praticamente tangibile: tutte le rivoluzioni precedenti non fecero che perfezionare la macchina dello Stato, mentre bisogna spezzarla, demolirla.

«Questa conclusione è la cosa principale, essenziale della dottrina marxista sullo Stato (...) Il problema di determinare in che cosa consista – dal punto di vista storico – questa sostituzione dello Stato proletario allo Stato borghese (...) questo è il problema che Marx pone e risolve nel 1852. Fedele alla sua filosofia, il materialismo dialettico, Marx prende come base l’esperienza storica dei grandi anni rivoluzionari 1821-1851. Qui, come sempre, la dottrina di Marx è il bilancio di un’esperienza, bilancio illuminato da una profonda concezione filosofica del mondo e da una vasta conoscenza della storia.
     «Il problema dello Stato si pone in modo concreto: come è sorto storicamente lo Stato borghese, la macchina statale necessaria al dominio della borghesia ? (...) Il potere statale centralizzato, proprio della società borghese, apparve nel periodo della caduta dell’assolutismo. Le due istituzioni più caratteristiche di questa macchina statale sono: la burocrazia e l’esercito permanente (...) Questo corso degli avvenimenti obbliga perciò la rivoluzione a “concentrare tutte le sue forze di distruzione” contro il potere dello Stato; le impone il compito non di migliorare la macchina statale, ma di demolirla, di distruggerla.
     «Non le deduzioni logiche, ma il corso reale degli avvenimenti, l’esperienza vissuta del 1848-1851, hanno condotto a porre il problema in questi termini. Fino a che punto Marx si attenga strettamente alla base reale della esperienza storica è dimostrato dal fatto che nel 1852 non si domanda ancora in concreto che cosa si debba sostituire a questa macchina dello Stato che deve essere distrutta. L’esperienza non aveva allora fornito degli esempi che potessero far sorgere questa questione, che solo più tardi, nel 1871, la storia mise all’ordine del giorno. Nel 1852 si poteva unicamente constatare, con la precisione propria delle scienze naturali, che la rivoluzione proletaria affrontava il compito di “concentrare tutte le sue forze di distruzione” contro il potere dello Stato, il compito di “spezzare” la macchina statale».

La Comune del 1871 pone all’ordine del giorno la conclusione che con Napoleone III la macchina statale ha gettato la maschera parlamentare ed ha raggiunto il massimo della sua concentrazione, facilitando così il lavoro della rivoluzione proletaria. Il periodo 1848-1851 aveva dimostrato che la rivoluzione proletaria doveva esercitare la dittatura, cioè un potere basato sulla repressione della classe già dominante e che inoltre non poteva utilizzare la macchina statale borghese. La Comune verificò questa previsione.

Fin dal 12 aprile 1871 Marx scriveva a Kugelmann: «Nell’ultimo capitolo del mio 18 Brumaio sottolineo che il prossimo tentativo della Rivoluzione in Francia dovrà consistere non più nel far passare in altre mani la macchina burocratica e militare come è stato fino ad oggi, ma di spezzarla. Questa è la prima condizione di ogni rivoluzione popolare sul continente. È questo che hanno tentato i nostri eroici compagni di Parigi». E lo ripeterà nella “Guerra Civile”: «La classe operaia non può contentarsi di prendere tal quale la macchina statale e di farla funzionare per proprio conto». La Comune è la scoperta forma politica che rimpiazzerà la macchina statale borghese. «La nuova Comune che spezzi il moderno potere statale è la forma politica infine trovata con la quale è possibile realizzare l’emancipazione del lavoro» (Introduzione del 1872 al “Manifesto”).

Noi possiamo esclamare con Lenin e Marx che la sostituzione dei nuovi organi proletari agli antichi è il più grande passo in avanti del movimento proletario mondiale. Lenin riprendendo la parola d’ordine di Marx, spezzare la macchina burocratica e militare, esclama: «In queste poche parole si trova brevemente espressa la principale lezione del marxismo sui compiti del proletariato nei riguardi dello Stato nel corso della rivoluzione» (“Stato e Rivoluzione”). La Comune di Parigi ha tentato di portare a termine questo compito e lo avrebbe realizzato – se ne avesse avuto il tempo – in alleanza con i contadini (da cui il termine di rivoluzione “popolare” che impiega Marx nella sua lettera a Kugelmann del 12 aprile del 1871), alleanza verso cui era avviata.

 

b) Caratteri dello Stato proletario

«Dal XIX secolo le epoche rivoluzionarie esprimono un tipo superiore di Stato democratico, uno Stato che secondo l’espressione di Engels, cessa già, sotto certi aspetti di essere uno Stato, “non è più uno Stato nel senso proprio del termine”. È lo Stato del tipo della Comune di Parigi» (Lenin, che riprende la lettera di Engels a Bebel sul programma di Gotha del 18-28 marzo 1875). Ed ancora: «Un tal potere è una dittatura, cioè si appoggia non sulla legge, non sulla volontà formale della maggioranza, ma direttamente sulla violenza».

Da queste due caratteristiche fondamentali dello Stato proletario discendono le conseguenze: soppressione del funzionariato; soppressione dell’esercito permanente; soppressione del potere della Chiesa; soppressione del parlamentarismo; organizzazione nazionale.

1) La soppressione del funzionariato e dell’esercito permanente si realizza grazie all’eleggibilità e alla revocabilità in ogni momento e con retribuzioni che non superano quelle degli operai. Engels nella sua introduzione alla “Guerra Civile” scrive: «La Comune dovette riconoscere sin dal principio che la classe operaia, una volta giunta al potere, non può continuare ad amministrare con la vecchia macchina statale; che la classe operaia, per non perdere di nuovo il potere appena conquistato, da una parte deve eliminare tutto il vecchio macchinario repressivo già rivolto contro di essa, e d’altra parte deve assicurarsi contro i propri deputati e impiegati, dichiarandoli revocabili senza alcuna eccezione e in ogni momento (...) Per questa trasformazione, inevitabile finora in tutti i Paesi, dello Stato e degli organi dello Stato da servitori della società in padroni della società, la Comune applicò due mezzi infallibili. In primo luogo, assegnò elettivamente tutti gli impieghi, amministrativi, giudiziari, educativi, per suffragio generale degli interessati e con diritto costante di revoca da parte di questi. In secondo luogo per tutti i servizi, alti e bassi, pagò solo lo stipendio che ricevevano gli altri lavoratori. Il più alto assegno che essa pagava era di 6.000 franchi. In questo modo era posto un freno sicuro alla caccia agli impieghi e al carrierismo».

E Lenin, sempre in “Stato e Rivoluzione”: «Parigi si era sbarazzata dell’esercito e l’aveva rimpiazzato con la Guardia Nazionale, la cui massa era costituita da operai (...) Il primo decreto della Comune fu dunque di soppressione dell’esercito permanente ed il suo rimpiazzo con il popolo armato (...) La Comune non doveva essere un organismo parlamentare ma un corpo attivo, esecutivo e legislativo insieme. Invece di continuare ad essere lo strumento del governo centrale, la polizia fu immediatamente spogliata dei suoi attributi politici e trasformata in strumento della Comune, responsabile e revocabile in ogni istante (“La Guerra Civile”)».

È così che «la Comune ha realizzato la parola d’ordine di tutte le rivoluzioni borghesi, il governo a buon mercato, abolendo le due grandi fonti di spese: l’esercito permanente ed il funzionarismo».

2) Soppressione del potere della Chiesa: «La religione è solo un affare privato nei confronti dello Stato, non nei confronti dei partiti» (“Stato e Rivoluzione”). E Marx: «Sbarazzatasi dall’esercito permanente e della polizia, elementi della forza fisica del vecchio governo, la Comune si preoccupò di spezzare la forza della repressione spirituale, il “potere dei preti”, sciogliendo ed espropriando tutte le Chiese in quanto enti possidenti. I sacerdoti furono restituiti alla quiete della vita privata, per vivere delle elemosine dei fedeli, ad imitazione dei loro predecessori, gli apostoli. Tutti gli istituti di istruzione furono aperti gratuitamente al popolo e liberati in pari tempo da ogni ingerenza della Chiesa e dello Stato». Non si trattava dunque di attaccare direttamente l’oppressione spirituale – ciò non avrebbe fatto altro che rafforzarla – ma di sopprimerne le basi materiali.

3) Sull’organizzazione nazionale e sulla soppressione del parlamentarismo lasciamo parlare Marx: «La Comune di Parigi doveva naturalmente servire di modello a tutti i grandi centri industriali della Francia. Una volta stabilito a Parigi e nei centri secondari il regime comunale, il vecchio governo centralizzato avrebbe dovuto cedere il posto anche nelle province all’autogoverno dei produttori. In un abbozzo sommario di organizzazione nazionale che la Comune non ebbe il tempo di sviluppare è detto chiaramente che la Comune doveva essere la forma politica anche del più piccolo borgo, e che nei distretti rurali l’esercito permanente doveva essere sostituito da una milizia nazionale, con un periodo di servizio estremamente breve. Le comuni rurali di ogni distretto avrebbero dovuto amministrare i loro affari comuni mediante un’assemblea di delegati con sede nel capoluogo, e queste assemblee distrettuali avrebbero dovuto a loro volta mandare dei rappresentanti alla delegazione nazionale a Parigi, ogni delegato essendo revocabile in qualsiasi momento e legato al mandato vincolante dei suoi elettori.

«Le poche ma importanti funzioni che fossero ancora rimaste ad un governo centrale, non sarebbero state soppresse, come venne affermato falsamente in malafede, ma adempiute da funzionari della Comune, e quindi strettamente responsabili. L’unità della nazione non doveva essere spezzata, anzi doveva essere organizzata dalla Costituzione comunale, e doveva diventare una realtà attraverso la distruzione di quel potere statale che pretendeva essere l’incarnazione di questa unità indipendente e persino superiore alla nazione stessa, mentre non ne era che un’escrescenza parassitaria».

Qui non troviamo traccia del federalismo di Proudhon o di Bakunin. Lenin così riassume i caratteri dello Stato proletario parlando del potere del 1917: «Questo potere è dello stesso tipo della Comune di Parigi, del quale ecco le principali caratteristiche:
     «1) La fonte del potere non è la legge, precedentemente discussa e votata da un parlamento, ma l’iniziativa delle masse popolari, iniziativa diretta, locale, proveniente dal basso, un colpo di forza diretto, tanto per impiegare una espressione corrente.
     «2) La polizia e l’esercito, istituzioni separate dal popolo e opposte al popolo, sono rimpiazzate dall’armamento diretto di tutto il popolo; sotto questo potere sono gli operai ed i contadini armati, è il popolo in armi che sorveglia esso stesso il mantenimento dell’ordine pubblico.
     «3) Il corpo dei funzionari, la burocrazia, sono anche loro rimpiazzati dal potere diretto del popolo; o almeno posti sotto speciale controllo; non solo i posti divengono elettivi, ma i loro titolari, lasciati allo stato di semplici mandatari, sono revocabili alla prima domanda del popolo; i corpi privilegiati che godevano di sinecure ad alti compensi, borghesi, diventano operai di un “corpo speciale”, il cui trattamento non supera il salario abituale di un buon operaio. Questa e solo questa è l’essenza della Comune di Parigi in quanto tipo di Stato particolare».

Lenin insiste molto sulla partecipazione della popolazione lavoratrice all’amministrazione dello Stato: «Il lavoro in questo senso (lotta contro la burocrazia), che è indissolubilmente legato alla realizzazione del principale compito storico del potere sovietico, cioè la soppressione completa dello Stato, deve consistere, primo, che ogni membro di un soviet debba avere un compito determinato nell’amministrazione statale, secondo, che questi compiti siano a turno ruotati in maniera di abbracciare tutto il ciclo degli affari concernenti l’amministrazione statale, terzo, che, in parallelo alle misure prese in modo graduale e con discernimento, ma in maniera costante, tutta la popolazione lavoratrice deve essere chiamata a prendere parte personalmente all’amministrazione dello Stato».

Noi ripetiamo dunque con Marx, Engels, Lenin che la Comune è il primo tentativo proletario per spezzare la macchina dello Stato borghese ed è la forma politica “infine trovata” con la quale si può e si deve rimpiazzare ciò che è stato spezzato.


E.20. DAL 1871 GUERRA APERTA DI CLASSE

 
Per l’area europea occidentale il 1871 è il confine che segna la separazione fra le guerre borghesi progressive e quelle imperialiste, alle quali il proletariato non deve dare il suo appoggio. In un Filo del Tempo in “Battaglia Comunista” n. 11 del 1950, intitolato “Guerra imperialista e guerra rivoluzionaria”, il nostro Partito scriveva sulla traccia di Lenin: «Concetto fondamentale: due tipi di guerre. Le guerre borghesi progressive, di sviluppo antifeudale, di liberazione nazionale; le guerre imperialiste. Data di separazione tra le due epoche di guerre: 1871; Comune di Parigi. Il movimento del proletariato mondiale si porta sul piano della Rivoluzione, rompe con la Nazione».

E ancora, in “Russia e Rivoluzione nella teoria marxista” (“Il Programma Comunista” n. 22 del 1954): «Area continentale europea ove si pone il problema delle rivoluzioni liberal-nazionali cui il proletariato darà il suo appoggio per un periodo che si chiude al 1871. In quest’area figura la Francia, sebbene nei periodi 1798-1815 e 1848-1852 sia governata dalla borghesia e retta a repubblica».

Il 1871 segna la fine di ogni unione tra il proletariato e la borghesia, che in Francia all’indomani della Comune preferì allearsi con il nemico contro l’interesse della sua nazione per combattere il proletariato, cosciente di aver davanti a sé il proprio becchino.

Marx in un esposto sulla Comune di Parigi del 23 maggio 1871 al Consiglio generale, parla di questa connivenza tra le borghesie nazionali contro il proletariato parigino: «La Comune di Parigi è stata distrutta con l’aiuto dei prussiani, che hanno assunto il ruolo di gendarmi di Thiers. Bismarck, Thiers, Favre hanno cospirato per liquidare la Comune. A Francoforte Bismarck ha accettato la richiesta di Thiers e Favre di intervenire. Il risultato dimostra che è disposto a fare tutto ciò che è in suo potere per aiutarli – senza rischiare la vita dei soldati tedeschi, non perché risparmia le vite umane quando gli si apre la prospettiva di un bottino, ma perché vuol umiliare maggiormente i francesi che si combattono fra loro per poter estorcere loro ancora di più. Bismarck ha autorizzato Thiers ad utilizzare più soldati che non prevedesse la convenzione; in cambio non ha permesso che un approvvigionamento limitato a Parigi di viveri».

E Marx continua ricordando che si tratta di una pratica di ogni classe dominante: «Tutto questo non è che la ripetizione di pratiche antiche. Le classi superiori si sono sempre messe d’accordo quando si è trattato di massacrare la classe lavoratrice. Nell’XI secolo, all’indomani di una guerra fra cavalieri francesi e normanni, i contadini si sollevarono ed organizzarono un’insurrezione. Subito i cavalieri dimenticarono le loro differenze e si allearono per spezzare il movimento contadino. Per mostrare come i prussiani facessero da poliziotti è sufficiente ricordare che nella città di Rouen fecero arrestare 500 uomini sotto il pretesto che appartenevano all’Internazionale».

La borghesia dimostra dunque con la Comune che non è più capace di fare una guerra nazionale e che il suo ruolo rivoluzionario aperto nel 1789 è chiaramente chiuso nel 1871. Si delimita così il campo storico della rivoluzione borghese con il compimento della rivoluzione borghese democratica, si parla della sparizione del substrato sociale stesso capace di dar vita ad una rivoluzione borghese, della chiusura del ciclo completo delle rivoluzioni borghesi.

«Il fatto che dopo la guerra più terribile dei tempi moderni, l’esercito vincitore e l’esercito vinto fraternizzino per massacrare in comune il proletariato, questo fatto senza precedenti non indica, come pensa Bismarck, lo schiacciamento finale di una nuova società al suo sorgere, ma la decomposizione completa della società borghese. Il più alto slancio di eroismo di cui la vecchia società era ancora capace era la guerra nazionale; e oggi è dimostrato che questa è una semplice mistificazione governativa, la quale tende a ritardare la lotta delle classi e viene messa in disparte non appena la lotta di classe divampa in guerra civile. Il dominio di classe non è più capace di coprirsi di una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti. Dopo la Pentecoste del 1871 non vi può essere né pace né tregua tra gli operai francesi e gli appropriatori del prodotto del loro lavoro. La mano di ferro di una soldataglia mercenaria potrà per un certo tempo tenere le due classi legate sotto una stessa oppressione; ma la battaglia tra di loro dovrà scoppiare di nuovo in proporzioni sempre più grandi, e non può esservi dubbio chi sarà alla fine il vincitore; se i pochi appropriatori o l’immensa maggioranza lavoratrice. E la classe operaia francese non è che l’avanguardia del proletariato moderno».

Il proletariato resta la sola classe rivoluzionaria: «Eppure, questa fu la prima rivoluzione in cui la classe operaia sia stata apertamente riconosciuta come la sola classe capace di iniziativa sociale, persino dalla grande maggioranza della classe media parigina – artigiani, commercianti, negozianti – eccettuati soltanto i ricchi capitalisti. La Comune li aveva salvati con una saggia regolamentazione dal problema che è causa eterna di contrasti all’interno stesso della classe media: il conto del dare e dell’avere. Questa stessa parte della classe media, aveva aiutato a schiacciare la insurrezione operaia del giugno 1848 (...) Di fatto, dopo l’esodo da Parigi di tutta l’alta bohéme bonapartista e capitalista, il vero partito dell’ordine della classe media si era presentato nelle sembianze dell’Union Républicaine, schierandosi sotto le bandiere della Comune e difendendola dalle premeditate falsificazioni di Thiers».

O ancora dalla prima stesura della “Guerra Civile”: «Per la prima volta nella storia, la piccola e la media borghesia si sono unite apertamente alla rivoluzione operaia e proclamato che essa è il solo strumento della loro salvezza e di quella della Francia! Esse costituivano, accanto agli operai, la massa della Guardia Nazionale, sedevano al suo fianco alla Comune, e la loro Unione Repubblicana fece per essi da mediatore (...) Esse sentono che solo la classe operaia può emanciparle».

In effetti con la legge Dufaure «ciò che il pericolo dell’assedio non aveva potuto, lo fece l’Assemblea: l’unione della piccola borghesia con il proletariato» (Lissagaray).

Ma la sola classe veramente determinata a battersi, rivoluzionaria per la sua natura, è la classe operaia, che al momento della carneficina si troverà abbandonata dagli alleati di ieri: «Gli operai furono i soli a restare fino alla fine alla Comune. I repubblicani borghesi e i piccoli borghesi se ne staccarono presto; gli uni furono spaventati dal carattere proletario, rivoluzionario e socialista del movimento, gli altri si ritirarono quando videro il movimento destinato ad una sicura disfatta (...) Abbandonata dai suoi alleati della vigilia e priva di qualsiasi appoggio, la Comune era destinata alla disfatta» (Lenin, “In memoria della Comune”).

Il proletariato deve organizzarsi indipendentemente dalle altre classi, questa una delle lezioni della Comune di Parigi, come scrive Lenin in “Le lezioni della Comune”: «Profondi cambiamenti si sono prodotti dopo la Grande Rivoluzione, gli antagonismi di classe si sono aggravati (...) oggi il proletariato non può più confondere i suoi interessi con quelli delle altre classi, delle classi che gli sono ostili. Che la borghesia porti la responsabilità dell’umiliazione nazionale! Il compito del proletariato è lottare per affrancare il lavoro dal giogo della borghesia, per il socialismo».


E.21. PERCHÉ LA COMUNE FU SCONFITTA

 
Lenin e Trotzki ben conoscevano la storia della Comune di Parigi, sulla cui esperienza combatterono la rivoluzione in Russia del 1905, sul bilancio, in dottrina e nei fatti, dei meriti e degli errori della Comune. Con il loro aiuto tenteremo di definire quali ne furono i punti deboli.

«Più ci è cara la Comune di Parigi del 1871 meno ci è permesso citarla con leggerezza, senza esaminare i suoi errori e le condizioni particolari in cui si svolse. Il farlo significherebbe seguire l’esempio assurdo dei blanquisti, derisi da Engels, che si genuflettevano (nel loro ‘manifesto’ del 1874) davanti ad ogni atto della Comune (...) Dobbiamo imitare non i suoi errori (...) ma le sue azioni coronate dal successo, che ci mostrano la strada da seguire». E noi possiamo concludere, con Lenin, che per i suoi errori la Comune «fu un governo come non deve essere il nostro».

Assenza di un’unica teoria proletaria. L’introduzione di Engels del 1891 alla “Guerra Civile” enumera le tendenze politiche nel seno della Comune: «I membri della Comune si dividevano in una maggioranza di blanquisti, i quali avevano predominato anche nel Comitato Centrale della Guardia Nazionale, e in una minoranza composta di membri dell’Associazione Internazionale degli operai, seguaci in prevalenza della scuola socialista di Proudhon. Nella maggioranza i blanquisti allora erano socialisti soltanto per istinto rivoluzionario, proletario; solo pochi erano arrivati a una maggiore chiarezza di princìpi grazie a Vaillant, che conosceva il socialismo scientifico tedesco (...) Come sono responsabili soprattutto i proudhoniani dei decreti economici della Comune, per i loro aspetti gloriosi e per i loro aspetti ingloriosi, così sono responsabili i blanquisti delle azioni e delle omissioni politiche. E in entrambi i casi l’ironia della storia volle – come avviene di solito quando dei dottrinari arrivano al potere – che gli uni e gli altri facessero precisamente il contrario di quello che prescriveva la dottrina della loro scuola».

Le decisioni più significative dei comunardi non derivarono dalle loro precostruite dottrine, ma, come sottolinea Lenin, furono dettate dalla necessità dei fatti: i proudhoniani, malgrado il loro anticollettivismo e l’opposizione all’azione politica indipendente del proletariato, si batterono nella Commissione del Lavoro per l’associazione e la federazione dei lavoratori; i blanquisti, malgrado la teoria della centralizzazione dittatoriale di Blanqui, invitarono i francesi ad una libera federazione di tutte le Comuni, ad una organizzazione nazionale creata dalla stessa nazione che rovesciasse la forza repressiva, centralizzata del governo.

Come Lenin scrisse ne “Le due tattiche della socialdemocrazia”, «La Comune era un governo operaio che all’epoca non sapeva né poteva distinguere tra gli elementi democratici e socialisti della rivoluzione, che confondeva i compiti della lotta per la Repubblica con i compiti per il Socialismo». L’assenza di una chiara teoria rivoluzionaria, di un programma politico preciso ha avuto per conseguenza una mancanza di organizzazione, un abuso di frasi nazionaliste ed errori economici e militari.

Mancanza di organizzazione. Il governo della Comune mancò di coerenza e di coesione per le contrastanti tendenze politiche che vi si trovavano e per l’immaturità del movimento operaio francese dal punto di vista politico, economico e teorico rispetto ad una situazione rivoluzionaria moderna.

Si governò nel disordine, oscillando senza posa fra dittatura e democrazia. I responsabili delle diverse commissioni incaricati dei servizi ministeriali cambiarono a più riprese, soprattutto per gli affari militari. Essa si dovette liberare dell’avventuriero Cluseret, che a sua volta aveva messo in mora Bergeret a seguito della sortita del 3 aprile e scoraggiò con la sua indecisione il generale Rossel, che preferì dare le dimissioni. I dissensi in seno della Comune riguardarono anche il Comitato di Salute Pubblica: solo aggravandosi la situazione militare, i giacobini, eredi della Rivoluzione del 1789, lo fecero votare, con difficoltà, 45 voti contro 23; ma il suo intervento negli affari della guerra fu particolarmente sfortunato. Rinnovato dopo le dimissioni del delegato alla guerra Rossel, questa volta con l’appoggio della minoranza, il nuovo Comitato prese alcune misure salutari ma troppo tardive.

Mentre la lotta fra le differenti tendenze, piccolo-borghesi e proletarie, e la rivalità personali minavano la Comune dall’interno, all’esterno l’ingerenza continua del Comitato Centrale della Guardia Nazionale intralciava e spesso paralizzava la sua azione. Il Comitato Centrale aveva rimesso i poteri alla Comune il 26 marzo e si era ritirato al Chateau d’Eau, ma continuava a tener riunioni ed a intervenire negli affari militari: all’inizio di aprile proporrà l’avventuriero Cluseret per il dipartimento della guerra e frequenti furono gli scontri con i membri della Comune.

Anche l’esercito della Comune, la Guardia Nazionale, soffriva di mancanza di coesione, le guardie nazionali erano combattenti rivoluzionari ma privi della necessaria disciplina. Trotzki, lo stratega militare della rivoluzione russa, ha ben esposto i difetti di questa armata rossa ne “Gli insegnamenti della Comune”, insistendo che l’eleggibilità dei capi e la facilità con la quale potevano essere revocati fu piuttosto origine di debolezza che di forza.

Abuso di frasi nazionaliste rivoluzionarie. Invero il proletariato francese non era ancora libero dalle illusioni nazionali che lo facevano combattere accanto alla borghesia e lo distoglievano dal concentrare le forze nelle sue organizzazioni di classe. Lenin ne “Gli insegnamenti della Comune” scrive: «L’idea del patriottismo risale alla grande Rivoluzione del XVIII secolo; essa si impossessò dello spirito dei socialisti della Comune e Blanqui, ad esempio, rivoluzionario incontestabile e fervente adepto del socialismo, non trovò per il suo giornale titolo più appropriato del grido borghese: la Patria in pericolo! Unire questi due obiettivi contraddittori – patriottismo e socialismo – costituì l’errore fatale dei socialisti francesi».

Lenin spiegherà ancora in “Il socialismo e la guerra”: «Mezzo secolo fa il proletariato era troppo debole, le condizioni oggettive del socialismo non ancora mature, non ci potevano essere né legami né cooperazione fra i movimenti rivoluzionari in tutti i paesi belligeranti; l’infatuazione di una parte degli operai parigini per la ideologia nazionale (tradizione del 1792) attestava da parte loro una debolezza piccolo borghese che Marx aveva allora sottolineato e che fu una delle cause della sconfitta».

Marx nel Secondo Indirizzo del Consiglio Generale di Londra, il 9 settembre 1870, metteva già in guardia il proletariato francese contro l’infatuazione per l’idea nazionale, contro la tradizione del 1792: il proletariato non doveva confondere i suoi interessi con quelli di altre classi; che la borghesia porti la responsabilità dell’umiliazione nazionale; il compito del proletariato è lottare per affrancare il lavoro dal giogo della borghesia, per il socialismo. La sconfitta della Comune avrebbe dovuto insegnarlo al proletariato francese ed al movimento operaio internazionale.

Gli errori economici. Ancora Lenin: «Due errori annullarono i frutti di una brillante vittoria. Il proletariato si fermò a metà strada, al posto di procedere alla “espropriazione degli espropriatori”, si lasciò trascinare dalla chimera di una giustizia superiore in un paese unito da un comune compito nazionale; non furono occupate istituzioni come le banche per esempio, fra i socialisti regnava ancora la teoria proudhoniana del giusto scambio. Il secondo errore fu la eccessiva magnanimità del proletariato: invece di schiacciare i suoi nemici cercò di esercitare un’influenza morale su di loro, sottovalutando l’importanza delle azioni militari nella guerra civile, e, invece di coronare la vittoria a Parigi con un’offensiva risoluta su Versailles, perse tempo dando così modo al governo di Versailles di riunire forze oscure e di prepararsi alla settimana di sangue di maggio».

Furono i proudhoniani dell’Internazionale che si occuparono della parte economica e ciò spiega come «molte cose fossero trascurate» (Engels, 1891). Non hanno preso la Banca di Francia. Lissagaray scrive: «La Comune nel suo cieco furore non vedeva gli ostaggi che aveva sotto gli occhi: La Banca, il Registro, il Demanio, la Cassa Depositi e Prestiti, ecc.: con questi teneva in mano le ghiandole genitali di Versailles, poteva ridere della sua esperienza e dei suoi cannoni. Senza rischiare un uomo, la Comune non aveva che da intimare: Cedi o muori. Ma i delegati del 26 marzo non erano fatti per osare (...) Dopo il 19 marzo i responsabili della Banca si attendevano ogni mattina la requisizione della cassa (...) Ma sin dal primo incontro con i delegati dell’Hotel de Ville, il governatore si accorse della loro tendenza, combatté, sembrò piegarsi, e fece sparire il denaro scudo per scudo (...) La Comune aveva sotto mano quasi tre miliardi, di cui quasi un miliardo liquido, con cui comprare mille volte tutti i Gallifet e gli alti funzionari di Versailles; per ostaggio teneva i 90.000 depositi di titoli ed i due miliardi in circolazione il cui pegno si trovava in via della Vrilliére».

Le sciocchezze di Beslay, scelto come intermediario con la Banca, del genere «la Banca di Francia è la fortuna del paese; senza di lei non c’è più industria, più commercio; se voi la violate tutta la moneta farà fallimento», furono bene accolte dai proudhoniani. E Lissagaray conclude: «La fortezza capitalista non aveva a Versailles difensori più accaniti».

Debolezza militare e illusioni democratiche. «Domare la borghesia e spezzarne la resistenza rimane una necessità. Questa necessità si imponeva particolarmente alla Comune ed una delle cause della sua disfatta è che non l’ha fatto con sufficiente risolutezza» (Lenin “Stato e Rivoluzione”).

In effetti la Comune esercitò una dittatura “troppo magnanima”. Cosciente della sua debolezza tentò di rafforzarsi con la creazione del Comitato di Salute Pubblica; fatica persa, troppo pochi comunardi erano convinti della necessità di utilizzare la violenza contro la borghesia, che non risparmiava alcuna ferocia contro gli insorti. Trotzki, nel 1921, ne “Le lezioni della Comune” precisa che si sarebbe dovuto far prigionieri tutti i ministri e Thiers per primo; che si sarebbero dovuti infiltrare negli eserciti in ritirata alcune centinaia o decine di operai devoti con lo scopo di eccitare il malcontento dei soldati contro gli ufficiali per riportarli a Parigi. Nessuno ci pensò.

Marx scrisse a Kugelmann il 12 aprile 1871: «Se soccombono la colpa sarà solo della loro magnanimità. Si sarebbe dovuto marciare subito su Versailles, dopo che Vinoy prima e gli elementi reazionari della Guardia Nazionale dopo avevano lasciato libero il campo. Si lasciò passare il momento propizio per scrupolo di coscienza: non volevano scatenare la guerra civile (...) Seconda colpa: il Comitato Centrale abbandonò troppo presto il potere cedendo il campo alla Comune. Ancora per un eccessivo scrupolo di “onore”!».

Si, il Comitato Centrale aveva dato prova di irrisolutezza non marciando sin dal 19 marzo su Versailles, allora senza difese, e non occupando i punti strategici come il Mont Valérien. In più abbandonò il potere alla Comune troppo presto, poiché il problema militare si poneva in maniera molto più urgente di quello legale: pensare di fare elezioni della Comune il 26 marzo e il 16 aprile e ai faticosi colloqui con i sindaci, significò perdere tempo prezioso.

Le illusioni autonomiste. Con le elezioni e le trattative il Comitato Centrale tentò di scrollarsi delle sue responsabilità. Trotzki afferma che si cercò di mascherare la montante rivoluzione proletaria come una riforma piccolo borghese, l’autonomia comunale, mentre il vero compito era assicurare al proletariato il potere in tutto il paese; per raggiungere questo scopo bisognava senza perdere tempo vincere Versailles, inviare agitatori per tutta la Francia e nell’esercito. In luogo di questa politica di offensiva, di aggressione, che solo poteva salvare la situazione, i dirigenti di Parigi si fermarono su chiacchiere idealiste su di una autonomia comunale e sul sacro diritto di ogni città all’autogoverno per nascondere la loro indecisione di fronte all’azione rivoluzionaria. Trotzki conclude così la questione, anche pensando al PCF del 1921: «L’ostilità all’organizzazione centralizzata – eredità del localismo e dell’autonomismo piccolo borghese – è senza dubbio il lato più debole di una certa frazione del proletariato francese (...) La tendenza verso il particolarismo, qualunque forma rivesta, è una eredità di un morto passato».

La paura della guerra civile. La Comune trascurò dunque la strategia militare, non per mancanza di uomini all’altezza – i generali Dombrowski e Wroblewski, e uomini pieni di energia come Duval e Flourens – ma per mancanza di convinzione, di coscienza politica, per paura dell’illegalità e soprattutto della guerra civile. Di fatto né il Comitato Centrale né tanto meno la Comune, in cui il suffragio universale aveva apportato elementi piccolo borghesi, non si auguravano la guerra civile, non dedicarono quindi grande attenzione alla strategia militare (la sortita del 3 aprile fu una disfatta), né all’organizzazione dell’esercito comunale, la Guardia Nazionale.

La Guardia nazionale e l’armata rossa. Per Trotzki il Comitato Centrale della Guardia Nazionale non era che «Un consiglio di deputati degli operai armati e della piccola borghesia (...) Questo organo, eletto direttamente dalle masse rivoluzionarie, può essere uno stupendo strumento di azione, ma nello stesso tempo, a causa del suo diretto legame con le masse, che si trovano nello stato nel quale la rivoluzione le ha sorprese, riflette non solo i punti forti ma anche i punti deboli delle masse, e più quelli deboli di quelli forti; in esso si riconosceva lo spirito d’indecisione, di attesa, di tendenza alla passività dopo il primo successo (...) Il Comitato Centrale aveva bisogno di una guida».

Trotzki così critica l’eleggibilità degli ufficiali da parte dei loro uomini. «Varlin formulò la rivendicazione per cui tutti i comandi della Guardia Nazionale dall’alto in basso dovessero essere eletti dalla Guardia Nazionale stessa». Ma bisogna inquadrare la questione dal punto di vista politico e militare: dal punto di vista politico questa misura permette di depurare la Guardia Nazionale dal comando controrivoluzionario e permette di dividere l’esercito in due secondo il confine di classe.

Marx scrive così a W. Liebknecht il 6 aprile 1871: «Sembra che i parigini abbiano la peggio. È colpa loro, ma una colpa che proviene di fatto dalla loro grande onestà. Il Comitato Centrale e più tardi la Comune lasciarono il tempo all’aborto deforme Thiers di concentrare le forze nemiche: primo perché avevano la folle volontà di non scatenare la guerra civile, come se Thiers non l’avesse già intrapresa tentando con la forza di disarmare Parigi, come se l’Assemblea Nazionale, convocata solamente per decidere della guerra o della pace con la Prussia, non avesse già dichiarato guerra alla Repubblica. In secondo luogo, perché non volevano che incombesse il dubbio di aver usurpato il potere, persero tempo prezioso per le elezioni della Comune, la cui organizzazione costò parecchio tempo, mentre bisognava scagliarsi direttamente su Versailles, dopo la fuga dei reazionari da Parigi (il 18 marzo)».

Ma, dal punto di vista militare, la liberazione dall’esercito del vecchio apparato di comando porta inevitabilmente all’indebolimento della coesione dell’inquadramento e alla diminuzione della forza combattiva. Il comando eletto è spesso molto debole sotto l’aspetto tecnico militare, per il mantenimento dell’ordine e della disciplina. Bisogna dunque dare un comando rivoluzionario e questo non può essere assicurato con semplici elezioni, perché non si può attendere che i soldati acquisiscano l’esperienza di scegliere bene i loro comandanti. Bisogna quindi utilizzare misure di selezione dall’alto, e questo è il ruolo del partito. Trotzki conclude: «Se il particolarismo e l’autonomia democratica sono estremamente pericolosi per la rivoluzione proletaria in generale, essi sono dieci volte più pericolosi per l’esercito. L’abbiamo visto con l’esempio tragico della Comune».

Nella sua opera “Terrorismo e Comunismo” Trotzki ci descrive l’esercito della Comune: a dispetto delle magnifiche qualità di combattenti degli operai parigini, l’indecisione e lo spirito di conciliazione ai vertici avevano diffuso la disgregazione alla base. Mentre erano ai ruoli 162.000 soldati semplici e 6.500 ufficiali, il numero che andava realmente al combattimento variava tra 20 e 30.000 poiché i federati mancavano di un apparato di direzione preciso e centralizzato. L’incuria dell’apparato militare (cattiva organizzazione materiale, incoerenza di ordini) scalzò presto la disciplina. «La condotta della guerra non era il punto forte della Comune. È la ragione per la quale essa è stata sconfitta e con quale furore! (...) Gli operai russi invece hanno mostrato che sono capaci di rendersi padroni della macchina da guerra. Noi vi vediamo un gigantesco passo avanti in rapporto alla Comune, che noi risponderemo colpo su colpo ai suoi carnefici. Rivendicando la Comune ne prendiamo la rivincita».

Il Comitato Centrale si affrettò a trasmettere i suoi poteri ai rappresentanti della Comune che aveva bisogno di una base democratica ampia. Fu già un grande errore baloccarsi in quel momento alle elezioni, ma dopo di queste, riunita la Comune, bisognava concentrare tutto in essa. Il Comitato Centrale rimase invece una forza politica in concorrenza rispetto alla Comune, privandola di quella energia e fermezza necessaria nelle questioni militari. Trotzki dice: «L’elezionismo, i metodi democratici non sono altro che una delle armi nelle mani del proletariato e del suo partito. L’eleggibilità non può essere in alcun modo un feticcio, una panacea. Bisogna conciliare i criteri d’eleggibilità con quelli della designazione. Il potere alla Comune le provenne dalla Guardia Nazionale eletta. Ma, una volta creata, la Comune avrebbe dovuto riorganizzare con gran fermezza la Guardia Nazionale dall’alto in basso, mettendovi capi sicuri e instaurando una disciplina molto severa. La Comune non l’ha fatto, mancando essa stessa di un potente centro direttivo rivoluzionario. Per questo fu schiacciata».


E.22. IMMATURITÀ DEL PARTITO

 
La “spontaneità rivoluzionaria” del proletariato non può bastare per sconfiggere la borghesia organizzata, spietata e con in mano il potere economico. La insurrezione armata e la condotta militare della guerra civile non potevano essere lasciati alla improvvisazione della mobilitazione delle masse. Il fatto che, come sottolinea Trotzki, i bolscevichi del 1917, in condizioni simili qualitativamente, siano riusciti in ciò che i Comunardi del 1871 hanno fallito, mette in luce il ruolo primario di un saldo partito rivoluzionario.

Marx, nel Secondo Indirizzo dell’Internazionale, consigliava gli operai parigini di organizzarsi approfittando della libertà ottenuta con la repubblica. Noi non dobbiamo affatto glorificare, come fece Kautsky, quello “spontaneismo” dei Comunardi che li portò alla sconfitta. Come visto sopra, mancava una teoria del proletariato pienamente sviluppata nel movimento operaio francese di allora per il fatto che non esisteva un partito del tutto autonomo, di classe come lo intendevano Marx ed Engels. In una lettera a G. Trier del 18 febbraio 1889 Engels così scrive: «Affinché nel giorno decisivo il proletariato sia abbastanza forte per vincere, bisogna che si organizzi in un Partito autonomo, un Partito di classe cosciente, distinto da tutti gli altri. Questo Marx ed io non abbiamo mai negato fin dal Manifesto del ‘48».

Lenin scrive in “Memoria della Comune”: «Il capitalismo in Francia era ancora poco sviluppato e la Francia era soprattutto un paese di piccola borghesia (artigiani, contadini, bottegai, ecc.). Infatti non esisteva il partito operaio; la classe operaia non aveva preparazione, né molto allenamento, e nella massa non aveva un’idea molto chiara sui suoi compiti, né sui mezzi per realizzarli. Mancava una seria organizzazione politica del proletariato, sindacati o associazioni cooperative di massa».

Il partito marxista francese nascerà dopo. Nella Comune solo Franckel conosceva la teoria di Marx e Vaillant, proveniente dall’esilio a Londra, la diffonderà tra i blanquisti. Trotzki precisa come l’azione di un partito comunista sarebbe stata determinante. Paragonando il movimento rivoluzionario del 1871 con quello dell’Ottobre 1917 Trotzki chiaramente dimostra come la Comune di Parigi accusasse l’assenza del partito veramente marxista. Così definisce il “partito operaio”: «Il partito operaio – quello vero – non è una macchina per manovre parlamentari, ma è l’esperienza accumulata e organizzata del proletariato. È solo servendosi del partito, che si basa su tutta la storia del suo passato, che prevede in teoria le vie del futuro sviluppo, le sue tappe e ne trae la formula di azione necessaria, che il proletariato si libera della necessità di ricominciare sempre daccapo la sua storia: le sue esitazioni, la mancanza di decisione ed i suoi errori. Al proletariato di Parigi mancava un tale Partito».

In seguito Trotzki precisa dettagliatamente come l’azione di un partito operaio avrebbe cambiato radicalmente il corso degli avvenimenti. Innanzitutto la Comune arrivava troppo tardi. Dalla prima stesura della Guerra Civile: «Se la Comune avesse ottenuto la vittoria all’inizio di novembre del 1870 (...) avrebbe sicuramente avuto risonanza e si sarebbe estesa a tutta la Francia (...) Sarebbe diventata la guerra della Francia repubblicana che innalza lo stendardo della Rivoluzione sociale del XIX secolo, contro la Prussia, portabandiera della conquista e della controrivoluzione». Aveva avuto la possibilità di prendere il potere il 4 settembre, permettendo al proletariato parigino di mettersi alla testa dei lavoratori nella lotta contro le forze del passato, contro Bismarck e Thiers.

Le masse esitavano e l’assenza di un partito pienamente cosciente ebbe come risultato lo scoppio ritardato di sei mesi della rivoluzione, quando Parigi era già accerchiata: passarono sei mesi prima che il proletariato ricordasse gli insegnamenti delle rivoluzioni passate e si impadronisse del potere. «Quei sei mesi sono stati una perdita irreparabile. Se nel settembre del 1870 alla testa del proletariato di Francia si fosse trovato il partito accentrato dell’azione rivoluzionaria, la storia della Francia e della Umanità intera avrebbe preso un’altra direzione».

In effetti il ruolo del partito è di cogliere il momento più favorevole per la rivoluzione e per il collegamento con le masse: esso vi interviene in modo cosciente. Il proletariato di Parigi si era sì impadronito del potere, ma non in modo cosciente, perché i suoi nemici avevano preso l’iniziativa di lanciargli la sfida. «La rivoluzione gli cadde addosso senza che se l’aspettasse». Paragonando la Comune alla Rivoluzione del novembre 1917, Trotzki dirà che a Parigi i capi erano alla coda degli avvenimenti, registrandoli e criticandoli quando questi si erano già compiuti, mentre a Pietrogrado il partito si poté dirigere deciso alla presa del potere.

Con il partito alla testa della Rivoluzione la dittatura proletaria sarebbe stata più rigida: «In presenza di grandi avvenimenti tali decisioni non potevano essere prese che da un partito rivoluzionario, che attende la rivoluzione, si prepara, non perde la testa, da un partito abituato ad avere una visione d’insieme e che non ha paura di agire». Un partito marxista sarebbe intervenuto per fare della Guardia Nazionale una vera armata rossa. Trotzki così conclude: «C’è bisogno di una forte direzione di Partito. Il proletariato francese più di ogni altro proletariato si è sacrificato per la Rivoluzione. Ma più di ogni altro è stato ingannato (...) Questi combattenti del 1871 non mancavano certo di eroismo. A loro è mancata la chiarezza di un metodo e una organizzazione dirigente centralizzata. Per questo sono stati sconfitti».

Non dobbiamo dimenticare che questo testo è stato scritto nel 1921 quando già il PCF avvertiva i suoi primi drammi e le sue prime manchevolezze. Insistendo sulla necessità di un partito depositario dell’esperienza del proletariato internazionale, centralizzato e chiaro nel metodo e nella teoria, si voleva lanciare un avvertimento al PCF.


E.23. UN ASSALTO AL CIELO!

 
Si deve concludere evidentemente che l’insuccesso della Comune non deriva dall’assenza di un partito comunista che disciplini il movimento, ma, con Lenin, che la situazione della Francia nel 1871 non era matura per la vittoria rivoluzionaria, né, di conseguenza, per il formarsi di un partito proletario cosciente del suo compito rivoluzionario. La Francia non poteva allora produrre tutto questo. La Comune di Parigi fu un anticipo della rivoluzione proletaria mondiale, un “assalto al cielo”. La rivoluzione russa del 1917 poté servirsi della esperienza della Comune, coi suoi apporti e lezioni, e si trovò in condizioni materiali più favorevoli per l’esplosione di un movimento rivoluzionario comunista e quindi per lo sviluppo del Partito comunista. Le condizioni in Francia insomma, non erano ancora mature per una rivoluzione proletaria; Marx, pur prevedendola, non considerava favorevole la situazione per l’insurrezione.

Lenin spiega, come sempre in modo limpido, perché questa rivoluzione non poteva che essere un assalto al cielo. «Affinché una rivoluzione sociale possa trionfare sono necessarie almeno due condizioni: forze produttive altamente sviluppate e un proletariato ben organizzato. Ma nel 1871 mancavano queste due condizioni. Il capitalismo in Francia era ancora poco sviluppato e la Francia era un paese soprattutto di piccola borghesia (...) Peraltro non esisteva un partito operaio, la classe operaia non aveva né preparazione, né allenamento, e nella massa non aveva un’idea molto chiara dei compiti e dei mezzi per realizzarli». Ma, conclude Lenin: «Nonostante tutte queste debolezze, la Comune è il più grandioso esempio del più grandioso movimento proletario del XIX secolo».

Ancora Lenin: «Marx non s’accontenta di ammirare l’eroismo dei comunardi “che vanno all’assalto del cielo”, secondo la sua espressione. Nel movimento rivoluzionario delle masse, nonostante non avesse raggiunto il suo scopo, vedeva un’esperienza storica di immensa portata, un passo certo in avanti della rivoluzione proletaria universale, un passo reale ben più importante di centinaia di programmi e ragionamenti. Analizzare questa esperienza, trarne lezioni di tattica, servirsene per passare al vaglio la sua teoria: tale è il compito che Marx si è dato» (“Stato e Rivoluzione”).

Lenin ci ricorda l’importanza di questo passo in avanti, questo «nuovo punto di partenza di importanza storica mondiale», sulla scorta di quanto Marx scrive a Kugelmann il 17 aprile 1871: «Marx così apprezza la portata storica della Comune: se nel momento in cui la cricca di Versailles tentava di impossessarsi delle armi del proletariato parigino, gli operai le avessero lasciate senza combattere, il danno per la demoralizzazione che questa debolezza avrebbe recato nel movimento proletario sarebbe stata molto più grave della perdita subita dalla classe operaia nella lotta in difesa del suo armamento. Sebbene i sacrifici della Comune siano stati enormi, tuttavia sono stati ripagati dall’importanza che essa ha per la lotta generale del proletariato: essa ha profondamente rimesso in moto il movimento socialista in Europa; ha rivelato la forza della guerra civile, dissipato le illusioni patriottiche, stroncato la fede sincera nelle aspirazioni nazionali della borghesia. La Comune ha insegnato al proletariato europeo a porsi concretamente il problema della rivoluzione socialista».

I massacri della Comune e la repressione internazionale dell’Associazione Internazionale hanno sbandato il movimento operaio, ma solo per poco. Dopo qualche anno dalla sconfitta della Comune, il movimento operaio in Francia risorgeva: «La borghesia era contenta. Per bocca del suo capo, il nano sanguinario Thiers diceva: “dunque il socialismo non si è fatto e per molto tempo ancora” (...) Circa sei anni dopo l’annientamento della Comune, quando ancora molti dei suoi combattenti marcivano in galera, rinasceva in Francia il movimento operaio (...) Qualche anno più tardi il nuovo partito operaio e l’agitazione che aveva iniziato nel paese, obbligavano le classi dominanti a rimettere in libertà i comunardi rimasti in mano al governo (1880)» (Lenin).

La Comune permise anche il folgorante avvio del nascente movimento operaio tedesco, che si prende la rivincita sulla borghesia, fondato sulla teoria scientifica marxista del proletariato, sintesi essa stessa del movimento operaio europeo. Engels così scrive nel 1874 nella prefazione a “La Guerra dei contadini”: «Gli operai tedeschi hanno due sostanziali vantaggi sui rimanenti operai d’Europa. In primo luogo essi appartengono al popolo più teorico d’Europa (...) poi c’è il fatto che i tedeschi sono arrivati assai tardi al movimento operaio, quasi ultimi. Come il socialismo teorico germanico non dimenticherà mai di essersi rizzato sulle spalle di Saint Simon, Fourier, Owen, tre uomini che malgrado le loro dottrine fantasiose e utopistiche sono tra i più grandi cervelli di ogni tempo, avendo anticipato genialmente molte idee di cui noi ora mostriamo l’esattezza scientifica, così il movimento evoluto di Germania non deve dimenticare di essersi sviluppato dopo il movimento inglese e francese, semplicemente approfittando della loro esperienza dolorosamente acquisita ed evitando, oggi, i loro errori, allora per la maggior parte inevitabili. Senza il passato delle trade-unions inglesi e delle lotte politiche operaie francesi, senza l’impulso gigantesco dato particolarmente dalla Comune di Parigi dove saremmo noi oggi?».

Con la Comune, il movimento operaio francese ha passato la fiaccola a quello tedesco, permettendo così il prevalere della teoria marxista su quella di Proudhon. Il 20 luglio 1870 Marx così scriveva ad Engels: «La superiorità sulla scena del mondo della classe operaia di Germania su quella francese significa la superiorità della nostra teoria su quella di Proudhon». Engels aggiungerà nella introduzione del 1891 alla “Guerra Civile” che «la Comune fu la tomba della scuole proudhoniana del socialismo».

Nemmeno la magnifica Rivoluzione russa ha dimenticato gli insegnamenti della Comune di Parigi, considerandosi anzi come sua diretta continuatrice. Aggiungiamo, fra le tante, alcune citazioni di Lenin: «La lezione che il proletariato ne ha tratto non sarà dimenticata. La classe operaia ne ricaverà giovamento, come ha già fatto in Russia durante l’insurrezione di dicembre». «Le rivoluzioni russe del 1905 e del 1917, in un contesto differente ed in condizioni diverse, proseguono l’opera della Comune e confermano la geniale analisi storica di Marx». «Noi ci troviamo in altre condizioni perché innalzati sulle spalle della Comune di Parigi e, traendo vantaggio dal lungo sviluppo della socialdemocrazia tedesca, possiamo vedere chiaramente quello che facciamo nel creare il potere dei Soviet».

Se i bolscevichi hanno rivendicato la Comune di Parigi, noi oggi ci riferiamo allo Stato russo proletario che è il nostro modello di domani, e rigettiamo in faccia alla borghesia le parole di Marx: «Pur se la Comune è vinta la lotta è solo rimandata. I fondamenti della Comune sono eterni e non possono essere distrutti: risorgeranno sempre di nuovo sino a che la classe operaia si sarà emancipata».


(Segue)