Partito Comunista Internazionale Indice - Numero precedente - Numero successivo
Il Partito Comunista N. 275 - marzo-aprile 2000
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organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 1° MAGGIO 2000: IL NUOVO SECOLO PORTERÀ AI LAVORATORI LA VITTORIA CHE È MANCATA AL VECCHIO
– ALLEATI NEI FINI REAZIONARI ENTRAMBI I FRONTI IN KOSOVO
– LO SCIOPERO DEI FERROVIERI CONTRO IL TRADIMENTO DEI SINDACATI DI REGIME
ROMANIA: LA "LIBERAZIONE" DIECI ANNI DOPO
PAGINA 2 – SULL’ORIGINE DELLE RELIGIONI
RIUNIONE DI PARTITO A PARMA
PAGINA 3 – LE DIFFICILI CONDIZIONI DI ORGANIZZAZIONE E DI LOTTA DEL PROLETARIATO AGRICOLO PUGLIESE
MINIERE IN UCRAINA: ANCORA TRIBUTI DI SANGUE AL CAPITALE
PAGINA 4 LIQUIDAZIONI E REFERENDUM: I PEGGIORI SONO I FALSI AMICI

 
 
 
 
 
 
 

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 1° MAGGIO 2000 -  IL NUOVO SECOLO PORTERÀ AI LAVORATORI LA VITTORIA CHE È MANCATA AL VECCHIO

 Lavoratori, compagni!

 In questo secolo non fa che proseguire il peggioramento delle condizioni della classe lavoratrice a livello internazionale. La concorrenza sempre più stretta tra gruppi capitalistici, a livello mondiale, spinge all’aumento degli orari e dell’intensità del lavoro, mentre i salari diminuiscono. Centinaia di milioni di proletari, nell’Europa dell’Est, in Asia, in America Latina sono costretti a lavorare per salari da fame. Anche nei paesi “ricchi”, in Europa, negli Stati Uniti, in Giappone le condizioni della classe operaia occupata peggiorano di giorno in giorno, mentre aumentano i disoccupati, il lavoro precario, il lavoro nero.

 Le decine di migliaia di proletari costretti dalla fame a lasciare i loro paesi in cerca di lavoro, sono ricattati dalle classi dominanti per tenere bassi i salari e per imporre il peggioramento delle condizioni.

 Anche nei Paesi più ricchi del mondo l’insicurezza assoluta e la miseria tornano ad essere la prospettiva di vita dei giovani proletari.

 Il regime del Capitale, storicamente sulla difensiva, ha affinato i suoi strumenti di dominio; in ogni Paese industrializzato sindacati di regime controllano i lavoratori per impedire che si organizzino in combattivi organismi di classe: dal Giappone agli Stati Uniti, dalla Corea del Sud al Brasile, così come in Italia, i sindacati ufficiali sono la lunga mano del padronato.

 Ovunque i lavoratori intendano difendere le loro condizioni di vita, opporsi ai licenziamenti di massa, alle leggi antisciopero, alle riduzioni generalizzate di salario, devono organizzarsi fuori e contro i sindacati ufficiali, in nuovi organismi spesso illegali e fortemente osteggiati dallo Stato.

 Nonostante questa situazione quotidiana di vera e propria guerra del Capitale contro i lavoratori, tutta la propaganda borghese cerca di sviare le energie del proletariato dalla contrapposizione diretta fra le classi, in pace scaricandole improduttivamente sul logoro e vile torneo elettorale fra bande di mestieranti del politicantismo, ove “sinistra” e “democrazia”, e perfino “comunismo” sono falsi miti borghesi, in guerra nelle ubriacature nazionaliste e razziste per accomunare gli oppressi ai compatrioti loro oppressori e dividerli dalla classe internazionale del lavoro.

Lavoratori, compagni!

 Il capitalismo, che vi opprime e contro cui siete costretti a combattere, non è cambiato nella sua natura di regime disumano, fondato sullo sfruttamento del lavoro salariato, da quello descritto da Marx e che il comunismo rivoluzionario da sempre denuncia. Il più recente appropriarsi nelle produzioni di alcuni ritrovati della tecnica, che la martellante propaganda del regime decanta come fattore del suo salutare rinnovamento, non fa che accentuare la natura infame del Capitale, mostro da sempre smaterializzato e impersonale, e l’idolatria di un Sviluppo Tecnico asservito al Profitto e al Mercato.

 In quelli che la borghesia vanta come suoi progressi il proletariato vede prodotti del proprio Lavoro, che il Capitale imprigiona nei rapporti aziendali, nazionali, mercantili e che in realtà condannano il capitalismo ad ingombrante relitto della storia, né evitano il precipitare del mondo borghese in crisi di sovrapproduzione sempre più generalizzate e distruttive. Mentre da un lato si accumulano enormi profitti, enormi quantità di merci, dall’altra la stragrande maggioranza della popolazione mondiale non ha mezzi per sopravvivere.

 Questa ipertrofica produzione per il Profitto, ha bisogno della guerra. L’avvicinarsi della guerra al massimo centro capitalistico mondiale, l’Europa, è certo un segno della necessità per il regime del Capitale di arrivare ad un terzo macello mondiale. Inutile piangere sulle minacce di guerra, non ci sarà pace se non dopo la rivoluzionaria distruzione del mostro Capitale. Chi vuole la pace deve preparare la rivoluzione comunista.

 I capitalismi occidentali a seguito della guerra ipocritamente definita per la liberazione del Kosovo sono riusciti a penetrare stabilmente con i loro eserciti in una regione già loro preclusa, incalzando il rivale blocco imperialista dell’Est fin sotto i suoi confini. Dall’altro lato del fronte le popolazioni della Cecenia, che hanno la sfortuna di abitare sulla via del petrolio, stanno sperimentando come una totale continuità di imperialismo aggressivo e segni il trapasso della Russia capitalista dal periodo in cui si camuffava in socialista e pianificatrice a quello attuale democratico e liberista. I proletari russi, quelli non costretti ad immolarsi nel Caucaso per gli egoismi della loro borghesia, al pari dei loro compagni occidentali sono esposti ai marosi della universale crisi economica.

Lavoratori, compagni!

 E’ necessario è sempre più impellente che la classe lavoratrice ritrovi la strada della lotta contro l’ingordigia padronale, per la riduzione dell’orario e della vita di lavoro, contro ogni flessibilità, per la difesa dei salari e contro ogni disparità di trattamento verso i nuovi assunti, i precari, gli stranieri.

 E’ necessario che in ogni categoria si formino organizzazioni di lotta, fuori e contro le Confederazioni sindacali ufficiali passate ormai irreversibilmente dalla parte dei padroni.

 E’ necessario che queste organizzazioni rifiutino in linea di principio e resistano in pratica ad ogni tentativo di sottomettere la lotta operaia alle compatibilità del Capitale come i codici di autoregolamentazione, la registrazione dei sindacati, il riconoscimento della rappresentatività, il voto segreto, la riscossione per delega dei contributi sindacali ed anche i cosiddetti “diritti sindacali” come i distacchi e le riunioni in orario di lavoro, quasi sempre forme di corruzione e utili piuttosto al padrone che all’organizzazione proletaria.

 La parte più combattiva della classe ha bisogno della sua coscienza storica, di principi univoci, di stabiliti moduli di approccio e di battaglia al nemico, della sua originale dottrina, della sua visione del mondo. Per questo dovrà tornare a generosamente militare nel suo partito, anticipazione nell’oggi dei sentimenti e delle aspirazioni del domani e, liberatasi dalla corruzione borghese che da ogni lato oscena incalza, ritroverà se stessa, i suoi fini e destini di rivoluzionaria emancipazione cui sarà chiamata nel secolo che nasce la classe mondiale dei nullatenenti.
 
 
 
 
 
 

ALLEATI NEI FINI REAZIONARI
ENTRAMBI I FRONTI IN KOSOVO

 È passato poco più di un anno da quando, era la fine marzo del 1999, la NATO scatenò la sua guerra contro la Repubblica Iugoslava.

 Come hanno ricordato anche i commentatori di regime, la guerra ha presentato caratteristiche particolari: per la prima volta dalla fine della II guerra mondiale la NATO si sarebbe assunta il compito di "tutrice dell’ordine mondiale", scavalcando l’ONU; per la prima volta si sarebbe fatta guerra ad uno Stato indipendente per motivi di politica interna a quello Stato.

 L’interpretazione apologetica la descrive come guerra "umanitaria", "operazione di pulizia" necessaria per difendere la popolazione albanese del Kosovo dai soprusi della parte serba e dello Stato iugoslavo, benché ripetute "rivelazioni" giornalistiche abbiano confermato come gli Stati Uniti avessero diretto la regia dei movimenti diplomatici che prepararono la guerra, in modo da costringere infine Belgrado a respingere gli accordi di Rambouillet, dando un pretesto a Washington per scatenare gli attacchi aerei, coinvolgendo in essi gli alleati europei.

Ma nessuno ha potuto trarne un bilancio positivo. I massicci bombardamenti della NATO, spesso contro obbiettivi civili, mentre venivano a rafforzare, come facilmente prevedibile, il regime di Belgrado, non impedivano alle sue forze speciali di continuare i massacri e i saccheggi che spingevano centinaia di migliaia di kosovari a lasciare la regione per rifugiarsi in Albania, dove sono sopravvissuti per mesi nei campi profughi sotto la premurosa tutela delle mafie locali e occidentali, ufficiali e no.

 Tornati nel loro paese al seguito delle truppe Nato alla fine della guerra, hanno trovato case e paesi distrutti, campi devastati, mine e contenitori di bombe all’uranio impoverito dappertutto. I serbi, dal canto loro, sono scappati dal Kosovo quasi tutti rifugiandosi nella ex Iugoslavia, trovandosi lì in condizioni del tutto analoghe, anch’essi affidati alle cure della loro stracciona ma non meno spietata borghesia. I rimasti in Kosovo vivono nella paura delle non rare rappresaglie dei miliziani albanesi che ripetono le gesta dei loro colleghi serbi.

 Ma è il proletariato tutto della ex Iugoslavia — che non ha ancora l’energia per alzarsi in piedi — ad essere schiacciato dalle privazioni, dal regime di guerra, dalla disoccupazione, dai bassi salari, dalle bande paramilitari che il regime sguinzaglia contro ogni opposizione.

 Il "grande criminale" Milosevic, al contrario, sta al suo posto e nessuno lo tocca, elevato da tutti a simbolo della bistrattata "nazione serba" serve da garante della pace sociale interna, oggettivo alleato del "nemico" europeo e statunitense quanto un Saddam Hussein.

 Questa guerra imperialista è stata quindi doppiamente odiosa: sul fronte iugoslavo per cercare quella borghesia di mantenere in vita il cadavere del suo nazionalismo con la propaganda e le persecuzioni di razza e di religione; sul fronte degli occidentali per nascondere la protervia imperialista sotto la mistificazione dei fini umanitari e degli strumenti "chirurgici".

 Nei fini reazionari si rispecchiano i due fronti. Infatti la guerra è finita con una tregua di compromesso: la NATO ha concesso che il Kosovo, pur avendo diritto ad uno statuto di autonomia, resti parte integrante dello Stato iugoslavo; in seguito a questo riconoscimento le truppe di Belgrado hanno lasciato la regione permettendo all’alleanza di evitare quei combattimenti terrestri che erano paventati soprattutto dagli europei ma che sarebbero costati cari anche agli Stati Uniti.

 Il Kosovo adesso è occupato da circa 40.000 soldati della NATO, che certo non sono lì per evitare che si mantenga l’odio tra le diverse nazionalità; il Marco ha sostituito la moneta jugoslava; la polizia è guidata e composta dagli stessi mercenari che costituivano il famigerato UCK, l’esercito di liberazione albanese.

 Gli Stati Uniti hanno però stanziato le loro basi militari al confine bulgaro. Con la guerra l’imperialismo occidentale ha voluto aprire una via di penetrazione militare nei Balcani, una ferita aperta e che non si rimarginerà, tanto è il bisogno di guerra che il capitalismo mondiale ogni giorno di più manifesta per l’aggravarsi delle sue contraddizioni economiche fondamentali. È un episodio della guerra permanente fra colossi capitalistici produttori di merci che le leggi del Profitto spingono a sfociare nel lago di sangue di un terzo macello mondiale.

 Alla nuova guerra generalizzata una sola alternativa, la rinascita di un movimento anticapitalista del proletario mondiale, che impedisca la guerra preparando e vincendo la Rivoluzione Comunista.
 
 
 
 
 
 

LO SCIOPERO DEI FERROVIERI
CONTRO IL TRADIMENTO DEI SINDACATI DI REGIME

 Il successo degli scioperi del 3/4 febbraio e del 25/26 marzo indetti dall’ORSA, dai sindacati di base e dal Coordinamento delle R.S.U. ha dimostrato come i ferrovieri siano oramai ben decisi a non accettare le direttive dei sindacati di regime; controprova ne è stata la pressoché nulla adesione allo sciopero da questi indetto verso la metà di febbraio. Nonostante, infatti, il massiccio appoggio della dirigenza delle FS, che ha soppresso in anticipo la maggioranza dei treni, i lavoratori hanno disertato in massa l’appello ad uno sciopero che appariva come una serrata aziendale, dove scioperare equivaleva, per la prima volta nella storia recente, a sostenere scopertamente gli interessi del padrone. Interessi ben espressi nella bozza contrattuale firmata da CGIL, CISL, UIL, SMA e UGL, che scarica sui ferrovieri i costi enormi di una ristrutturazione selvaggia che comprometterebbe le loro condizioni di vita e di lavoro.

 Questo forse non hanno compreso sino in fondo quei delegati che il 19 marzo si sono ritrovati a Firenze per proseguire nella costruzione dell’opposizione nata quando è stato creato il Coordinamento delle RSU che si oppongono alla linea sindacale. La riunione ha sì espresso apprezzabili e corrette prese di posizione, ma ha mostrato anche le vecchie classiche ubbie del sinistrismo sindacale; soprattutto è sembrata lontana l’accettazione della fondamentale discriminante del fuori e contro i sindacati filopadronali. Questa incapacità ad accettare la realtà delle cose certo non giova al processo di riaggregazione della classe e del suo organismo sindacale, ripercorrendo una strada che rischia di vanificare gli sforzi e a favore delle spinte settorialI e categoriali.

 Fortunatamente marzo ha dimostrato quanto siano superate nei fatti queste incertezze; la paura di forti riduzioni di stipendio o del licenziamento sono stati più forti delle titubanze, più o meno sincere, e di qualsiasi abbaglio provocato da miraggi ed illusioni consolatorie. L’aver oramai preso posizione a fianco del padrone in forma scoperta obbliga i sindacati a proseguire su quella strada: un successivo sciopero è stato ritirato, ma le sollecitazioni sulla dirigenza FS perché si esponga maggiormente contro i ferrovieri non mancano. Siamo oramai al muro contro muro, le FS perseguono a parole il loro progetto, sostenute da una martellante pubblicità da parte della politica governativa, in realtà sono immobilizzate nella stessa applicazione della bozza contrattuale e a livello locale subiscono la pressione dei lavoratori che, in risposta alle arroganze aziendali, riescono quasi sempre a risultare vincenti nelle vertenze e nelle conciliazioni.

 Questo clima di acute contraddizioni e di maggiore pressione mostra i suoi effetti anche all’interno del COMU: aumenta la contrapposizione tra chi punta ad una politica imperniata sulla costante disponibilità ad accordi o accordicchi e chi lavora per consolidare i rapporti di forza, cercando di dare un quadro reale della situazione, per trasmettere fiducia ai lavoratori, sempre esposti alle intimidazioni o alla pressione psicologica esercitata dall’avversario. L’azione che esercitano deve divenire coscienza della loro forza: lo sciopero di marzo ha dimostrato che niente possono leggi o manovre antioperaie se è mantenuta l’unità d’intenti e se almeno una parte organizzata della categoria ha tratto alcune importanti lezioni dall’esperienza.

 Il governo socialdemocratico, con la collaborazione dei sindacati di regime, sta ridisegnando lo scenario contrattuale dell’intero mondo del lavoro. L’introduzione sempre più spinta del precariato nelle sue mille forme si sta saldando al progetto di diversificazione del salario tra vecchi e nuovi lavoratori, creando la base per un regresso epocale della condizione lavorativa. Il tutto si vorrebbe ottenere in una sola tornata di rinnovi contrattuali.

 La risposta della generalità della classe operaia appare ad oggi gravemente insufficiente. I ferrovieri rappresentano un’importante eccezione ed i macchinisti del COMU, al loro interno, un punto di riferimento per impegno e decisione nella lotta.
 
 
 
 
 
 

ROMANIA - LA "LIBERAZIONE" DIECI ANNI DOPO

 A dieci anni dalla "insurrezione" del popolo rumeno contro il tiranno Ceausescu, viene in luce che alcuni episodi, come ora denunciano documentari televisivi e stampa, furono messi in scena solo per essere ripresi dalle Tv. Il 16 dicembre è stato pubblicato su "Repubblica" un articolo dal titolo "Timisoara, quella strage inventata dalla Tv romena" in cui leggiamo come l’eccidio attribuito alla polizia di Ceausescu fosse simulato dai suoi stessi servizi segreti i quali, per dirne una, estrassero dalle celle frigorifere degli ospedali i cadaveri dei deceduti di morte naturale per farli passare per vittime della "repressione", fatto del quale furono testimoni alcuni reporter inglesi e tedeschi.

 Noi, pur non avendo reporter sul posto, ma seguendo il nostro metodo storico di interpretazione dei fatti, nel gennaio del 1990 definimmo questi come un ’48 in farsa. Scrivemmo che il movimento rumeno fu tutt’altro che una "rivoluzione popolare" ma un golpe militare ordinato dai quadri del vecchio regime, da buona parte degli ufficiali dell’esercito e della Securitate. Un’insurrezione spontanea non sarebbe mai stata in grado di mettere fuori gioco in poche ore tutto un apparato nemico.

 I golpisti rumeni, mossi dalla preoccupazione di salvare il regime borghese e se stessi, non hanno rinunciato al macabro piacere di processare Ceausescu e di condannarlo a morte con accuse anche assurde, addossando ad un solo "colpevole" crimini dei quali erano totalmente corresponsabili. Il programma dichiarato dai golpisti prevedeva in politica l’abbandono del ruolo guida del partito e l’introduzione del pluralismo politico e in economia l’adozione di criteri di efficienza eliminando i metodi amministrativi e burocratici etc. etc. Demagogia che nasconde l’eterna necessità di ingannare e super sfruttare la classe operaia. Noi marxisti sappiamo che per il proletariato il nemico è il capitalismo e non il governo che lo amministra, democratico, fascista-nero, fascista-rosso o post-fascista che sia.

 A dieci anni da questo polverone i proletari rumeni, spinti da una crisi sempre più pesante e da condizioni di vita sempre peggiori, hanno dato vita a numerosi scioperi, alcuni dei quali tramutati in violenti scontri con la polizia. Da ricordare le dure lotte di inizio 1999 dei minatori che hanno ripetuto la tenace prova del 1991, a maggio lo sciopero dei dipendenti della metropolitana e a dicembre dei ferrovieri.

 I "revisionismi" di questi giorni non escono quindi a caso: cercano di convincere i lavoratori che la tremenda crisi di questi anni all’Est è dovuta non al troppo capitalismo ma al suo mancato sviluppo, deviando le lotte proletarie verso i miti della democrazia parlamentare e dell’infernale produttivismo capitalistico.
 
 
 
 
 

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SULL’ORIGINE DELLE RELIGIONI

(Continua dal numero 273)

GIUSTO E INGIUSTO

 Se la tribù ritiene di essere offesa per una ingiuria sofferta da un suo qualunque membro, allo stesso modo tutta la tribù veniva considerata responsabile delle offese commesse da uno di loro. L’assassinio di un selvaggio equivaleva alla dichiarazione di guerra fra due tribù, perché l’offesa individuale si trasformava in offesa collettiva e la vendetta si abbatteva su tutti, compresi donne e bambini, nonché i loro animali. Proprio come fa il Dio biblico nei confronti degli egiziani, degli abitanti di Gerico e di tutti gli altri nemici.

 La vendetta collettiva poteva però, alla lunga, mettere in pericolo l’esistenza stessa della comunità. Nella necessità di prevenire le disastrose conseguenze della vendetta estesa a livello clanico o tribale, i selvaggi dovettero adottare dei sistemi tendenti a domare loro sentimenti di rappresaglia sottoponendoli a regolamentazione. Questo sistema, che apparentemente sembrava venire meno al senso di solidarietà, consisteva nel sacrificare il solo membro che aveva commesso l’offesa consegnandolo al clan al quale la vittima apparteneva perché solo su di lui venisse esercitata vendetta. Solo si garantiva che la pena non sarebbe stata superiore all’offesa arrecata. Nacque in questo modo la legge del taglione: «Vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, ferita per ferita, piaga per piaga» (Esodo, 21-23 ss).

 La legge del taglione, che oggi, secondo la morale borghese, appare così brutale e selvaggia, al contrario serviva a garantire sia il colpevole (che non avrebbe ricevuto pena superiore al danno arrecato), sia il suo clan (che non avrebbe subito alcuna ritorsione).

 Questa legge con l’istituzione della proprietà privata a poco a poco cadde in disuso finché non venne del tutto soppiantata. La proprietà fece cessare lo scorrere del sangue a causa di morti ed amputazioni: non più "vita per vita, occhio per occhio, dente per dente", ma "beni per vita, beni per occhio, beni per dente". Il sangue non chiamava più sangue ma un semplice risarcimento materiale. Questo nuovo costume costrinse l’uomo ad entrare nel mondo dell’astrazione per risolvere i nuovi problemi che era chiamato a risolvere. Doveva trovare degli equivalenti tra cose che non avevano nessun rapporto materiale diretto; trovare lo equivalente economico per una vita, una ferita, una ingiuria, cosa che secondo la legge del taglione era del tutto immorale se non impensabile.

 Continua Lafargue: «Probabilmente la trasformazione del taglione è stata facilitata dallo schiavismo e dal commercio degli schiavi, la prima forma di commercio internazionale che si sia stabilita in forma regolare. Lo scambio di uomini vivi con buoi, armi ed altri oggetti, indusse il barbaro a convincersi che il taglione potesse trovare un equivalente diverso dal sangue. Ma avvenne un nuovo fenomeno familiare, che contribuì ancor più del commercio degli schiavi a modificare il taglione. Fino a quando esisté la famiglia matriarcale, la donna visse nell’ambito del suo clan, con uno o più mariti. Invece, nella famiglia patriarcale, la giovane abbandonava la propria famiglia per trasferirsi in quella del marito; il padre veniva indennizzato a titolo di compensazione per la perdita della figlia, la quale, sposandosi, cessava di appartenergli. La giovane, quindi, divenne oggetto di scambio, colei che può procurare buoi (alphesiboia, secondo la terminologia omerica): infatti in Grecia veniva scambiata proprio con buoi. Il padre cominciò col barattare le figlie e finì col vendere i figli, come dimostrano le leggi greche e romane. Il padre, vendendo il proprio sangue, spezzava l’antica solidarietà che univa i membri della famiglia e li legava per la vita e per la morte. I genitori, che ormai scambiavano i figli, sangue del loro sangue, con bestiame ed altri beni, a maggior ragione erano disposti ad accettare bestiame od altri beni per il sangue versato, per il figlio ucciso. Dal canto loro i figli, seguendo l’esempio dei genitori, arrivarono ad accontentarsi di una qualsiasi indennità per il sangue versato dei loro genitori».

 Non si deve però credere che questo "innaturale" costume, che sovvertiva tutte le leggi dell’egualitarismo primitivo, sia riuscito facilmente ed in breve tempo a sradicare dal cuore umano i sentimenti e gli istinti per tanto tempo inveterati. Sia la religione, custode degli antichi costumi, sia il senso dell’onore e della dignità si opposero per molto tempo alla sostituzione del sangue e dell’offesa con il denaro.

 Aiace, che, assieme ad Ulisse e Fenice, era stato inviato presso Achille per convincerlo ad accettare i doni di Agamennone e, placata con questi la sua collera, a tornare alla battaglia, si rivolse all’eroe offeso in questi termini: «Spietato! Eppure anche da chi gli uccise / Un fratel suo, da chi gli uccise un figlio, / Altri accetta un’ammenda; e nel paese / Quello, il fatto espiato, ancor rimane, / E all’altro, poi che accolto ebbe il riscatto, / Il cuor si placa e l’animo superbo» (Iliade, IX). Questi pochi versi dimostrano come il prezzo del sangue ormai riuscisse ad acquietare l’antico istinto della vendetta. Ma evidentemente le resistenze al nuovo costume erano ancora forti perché non solo Achille non volle piegarsi di fronte ai doni di Agamennone: «Anche se tanti / Tesori egli mi dia quanti granelli / Han l’arena e la polvere, piegarmi / L’animo non ancora egli potrebbe, / Prima che tutto mi abbia ripagato / L’amaro oltraggio».

RELIGIONE E SCIENZA

 Nel testo del Catechismo della Chiesa Cattolica leggiamo che l’uomo «Scopre alcune "vie" per arrivare alla conoscenza di Dio». Queste «vengono anche chiamate "prove dell’esistenza di Dio" non nel senso delle prove ricercate nel campo delle scienze naturali, ma nel senso di "argomenti convergenti e convincenti" che permettono di raggiungere vere certezze. Queste "vie" per avvicinarsi a Dio hanno come punto di partenza la creazione: il mondo materiale e la persona umana». Tali prove sarebbero: 1) «Il mondo: partendo dal movimento e dal divenire, dalla contingenza, dall’ordine e dalla bellezza del mondo si può giungere a conoscere Dio come origine e fine dell’Universo»"; 2) «L’uomo: (...) egli percepisce segni della propria anima spirituale. Germe dell’eternità che porta in sé, irriducibile alla sola materia. La sua anima non può avere origine che in Dio solo (...) Dio può essere riconosciuto con certezza con il lume naturale della ragione umana partendo dalle cose create».

 A tale proposito non sono mancate, fino dalla antichità, profonde intuizioni. Ad esempio il poeta latino Lucrezio, vissuto al tempo della Repubblica, in merito all’origine della religione ci lascia in De Rerum Natura questi possenti versi:

 «Come si è sparsa tra i popoli l’idea del divino / e perché le città son piene di are, di culti / e di riti solenni che tutt’ora si compiono in eventi / insoliti, e donde provenga ai mortali l’orrore / che in tutta la terra fa sorgere questa infinita / serie di templi e alle feste li stipa di genti; / non è da spiegarsi una cosa difficile.

 Dalle veglie stanche e dai sogni degli uomini / alte figure sorgevano, forse memorie del giorno / tormentato; e le credemmo vive perché ci pareva / che si muovessero e dai volti imperiosi mandassero / voci superbe. E siccome restavano / immensi fantasmi fissi nel fondo dell’animo / pensammo che nessuna forza nemica mai / li potesse distruggere; e così furono essi / di vita immortale immaginati. Ed anche / sembrarono più di noi fortunati e sereni / perché non poteva toccarli paura di morte / e perché senza fatica in quei sogni lontani / nascevano liberi e belli e autori di meraviglie.

 E gli uomini inoltre guardavano / l’immutabile norma dei cieli / e i ritorni costanti delle stagioni: / ma per scoprire le cause non bastava guardare. / Allora fu solo rifugio dover tutto agli Dei, / tutte ai lor cenni rimettere le cose del mondo. / E subito posero in cielo ai Numi le sedi, / templi di nebbie, / perché in cielo si vede la luce, la luna, il giorno; / in cielo si vede la notte e si vede / ai severi silenzi il chiaro andar delle stelle; / in cielo le nubi, il sole, la pioggia, la neve, / la grandine, il fulmine, il vento; e i cupi / ululati del tuono sembrano lunghe / mormorate minacce allargarsi nell’aria.

 Certo che fu sventurata la stirpe degli uomini / tali fatti credendo ed altre ire crudeli / venir dagli Dei. / Quante paure avrebbero scansato per sé / e quante per noi pene e pianti e sfortune. / Eppure mostrarsi col capo velato / vicino a una statua, andar visitando gli altari / non è religione; non è religione cadere / distesi per terra, alzare verso i marmi / le palme supine e sporcare / con sangue di forti animali le are; / è religione, se mai, poter guardare / con la mente tranquilla l’immenso / della materia (...)

 E ancora degli uomini il meschino animo trema / alla vana paura dell’ira divina quando / colpita dal fulmine la torrida terra sussulta / e sotto l’aerea corsa del tuono nei liquidi nembi / scompare il profilo dei monti e il fragore celeste / si spande e batte sui colli e da lungi si ode / se dalle valli la vasta eco risponde; / allora i superbi tiranni rammentano / la rotta fede e si nascondono e temono / che della pena il grave tempo sia giunto. / E quando sul mare la flotta pesante di eserciti / e di elefanti entra nell’ombra della burrasca / il capitano prega dal cielo la calma dei venti / inutilmente: perché mentre va su la prua / al supplice voto un turbine sorge violento / e lo prende e contro le rocce lo sbatte, al guado / ignoto dell’implacabile morte. / A tal segno una forza segreta calpesta le cose / umane e sembra schernire, deridere / i fasci superbi e la scure feroce. / E in fine, quando tutta la terra / sotto i piedi vacilla e cadono al suolo / o stanno lì lì per cadere le nostre città, / qual meraviglia se gli uomini tengono a vile / se stessi e lasciano ai numi un’immensa / occulta potenza che tutto governi?»

 L’uomo, dice il poeta, si è creato l’idea degli Dei in considerazione della propria debolezza nei confronti di forze terribili e sconvolgenti, incapace di comprenderne i fenomeni: un fulmine, una morte improvvisa, l’eruzione di un vulcano. Tutto questo ha portato l’uomo ad immaginare la presenza di esseri sovrannaturali ai quali ha dato forme in parte umane ed in parte animalesche, corpi materiali od invisibili ed immateriali. Per conciliare queste forze, per rendersele amiche innalza templi, offre sacrifici, istituisce culti. Risalta la potenza dei versi: "È religione, se mai, guardare con la mente tranquilla l’immenso della materia". Quello di Lucrezio è un materialismo ingenuo perché mancava di solide premesse scientifiche. La superstizione religiosa non prende alimento dall’ignoranza, ma dalla oppressione delle masse, schiacciate dal meccanismo della dominazione di classe. Dio, che la scienza ha scacciato sia dal Cielo sia dalla Terra, continua a regnare nella società.

 In occasione della pubblicazione in lingua italiana dell’Origine delle Specie, "La Nazione" di Firenze, il 30-31 maggio 1865, scriveva: «Il giorno 24 novembre 1859 il signor Carlo Darwin pubblicava in Inghilterra un libro intitolato; The Origin of Species by Natural Selection ecc. Il signor Carlo Darwin era da lunga pezza conosciuto in Inghilterra come naturalista segnatissimo e noto ai dotti di tutte le nazioni pel celebre viaggio di circumnavigazione fatto a bordo del vascello inglese The Beagle in qualità di naturalista (...) Il nuovo libro fu subito avidamente cercato e letto in Inghilterra e si trovò conforme alla autentica salda riputazione dell’autore, e ricco di pregi ammirati negli altri scritti. Ma l’argomento qui era diverso: non si trattava di descrizione o comparazione di specie, ma della questione della specie in generale (...) Darwin, appoggiato ad una serie di osservazioni e di fatti, e promettendo maggior copia di fatti e di osservazioni in un più ampio lavoro di prossima pubblicazione, sostiene che la specie può mutare, e deve mutare col mutare delle esterne condizioni in cui l’animale vive (...) Darwin si appoggia ai fatti e dai fatti si studia di trarre le sue deduzioni, sviluppa ad ogni passo quelle gravi obiezioni che gli si affacciano mostrando bene di valutarne tutta la importanza, e procede con riguardo, con cautela, dubitosamente: la qual cosa cresce il valore dei suoi argomenti e gli fa attento e fiducioso il lettore, il quale sente d’esser chiamato piuttosto a compagno in una ricerca difficile, che non ad uditore di una nuova teoria. E invero, il libro di Darwin ebbe, un ottimo accoglimento (...) Ma in breve le cose mutarono, perché, letto meglio il libro, ci trovarono dentro, come dice Dante, il velen dell’argomento. Ammettendo le trasformazioni delle specie e la derivazione delle une dalle altre in luogo delle creazioni successive, si viene a contrastare la parola della Bibbia dove dice espressamente che Dio creò le une dopo le altre le varie specie degli animali, e i teologi inglesi, molti dei quali sono pure naturalisti valenti, insorsero contro la nuova teoria gridando tanto nel nome della rivelazione, quanto in quello della scienza».

IL SEGRETO DELLA VITA

 Dottrine apertamente materialistiche hanno accompagnato, in tutti i tempi, i progressi della ricerca scientifica. Il materialismo nacque ai tempi delle repubbliche della Grecia classica e di Roma. Ma il libro di Darwin venne a rivoluzionare le scienze naturali e segnò una tappa importantissima nella elaborazione del pensiero materialistico moderno, che aveva avuto rigogliosa ripresa ad opera degli enciclopedisti francesi della fine del 1700 e doveva poi raggiungere il punto più alto, ad opera di Marx, nella dottrina del materialismo dialettico. Agli enciclopedisti, che già avevano raggiunto notevoli risultati, mancavano i preziosi materiali documentari accumulati dalle ricerche geografiche, geologiche, paleontologiche che Darwin doveva genialmente intraprendere, leggendo la storia segreta della vita sulla Terra.

 L’importanza della dottrina evoluzionistica di Darwin, nel campo della conoscenza scientifica della materia organizzata vivente, eguaglia senza dubbio le opere dei fondatori della moderna meccanica celeste: Copernico, Keplero, Galilei e Newton. Le scoperte di questi grandi dell’indagine astronomica dovevano conseguentemente portare alle ipotesi sulla formazione dei corpi celesti e, in particolare, del sistema solare. Dal tempo in cui Kant, e più tardi Laplace, formularono la nota ipotesi della formazione del sistema planetario per emissione di materia solare, le ipotesi cosmogoniche si sono susseguite. Differiscono le une dalle altre, ma tutte hanno in comune il principio informatore dell’evoluzione del cosmo. Le scoperte della moderna astrofisica non permettono di nutrire dubbi sul fatto che le costellazioni, gli astri, i pianeti, fino alla nostra piccola Terra hanno tutti una storia, anche se si misura a milioni di anni. I corpi astrali non sono né fissi né eterni: oltre ad essere in perpetuo moto, sorgono, vivono, si trasformano nelle immensità dello spazio. La materia evolve. Il mondo fisico e lo stesso Universo stellare che cadono sotto la nostra osservazione sono lo stadio attuale di un processo evolutivo che è innegabile, anche se, al momento, non conosciamo tutte le leggi del suo sviluppo.

 L’evoluzionismo cosmico fu grande conquista del pensiero, ma prima di Darwin mancava ancora una dottrina che spiegasse materialisticamente le leggi che governano il regno della vita. L’ipotesi nebulare, formulata da Kant nel 1755 e più tardi perfezionata da Laplace, aveva scacciato il mito creazionista almeno dai confini del sistema solare. Esso però restava inattaccabile nel campo della biologia e, in definitiva, continuava ad apparire come l’unica spiegazione delle origini dell’uomo, proposte dalla religione nella sua pretesa natura contraddittoria di materia e di spirito, di corpo e di anima. La gloria imperitura di Darwin è quella di avere svelato il mistero che circondava l’origine delle diverse forme di vita sulla Terra. L’Origine delle Specie conquistava all’evoluzionismo il grande regno della materia organizzata vivente; introduceva il principio dialettico della trasformazione nel campo biologico. Da allora sappiamo che non solo le nebulose, gli astri, i pianeti sono testimonianza del perenne movimento della materia, ma le stesse forme nelle quali la vita si manifesta sulla Terra.

 Fino ad allora era stata quasi unanimemente accettata la formula di Carlo Linneo secondo cui "tante sono le specie quante fin dal principio furono create da Dio". I ritrovamenti fossili, che documentavano l’esistenza in un remoto passato di specie animali oramai estinte, non metteva in nessun imbarazzo la dottrina di Linneo, perfettamente aderente ai dogmi biblici e lo scienziato francese George Cuvier argomentava ipotizzando una serie di catastrofi ognuna della quali avrebbe eliminato delle specie animali esistenti, ma attribuiva ancora al Padreterno il crearne di nuove e più perfette. Con Darwin invece viene a crollare il mito della creazione separata delle specie, animali e vegetali, che, fino a quel momento, erano state considerate fisse ed immutabili, come già, prima di Copernico, le stelle fisse dell’Ottavo Cielo. Nella grande concezione darwinista il mondo biologico quale ci circonda oggi non è esistito da sempre, ma ha subìto una lunga e complessa trasformazione, per cui le specie animali e vegetali ora viventi, e fra esse la umana, sono eredi delle specie scomparse.

 Ma la vera vittoria del pensiero materialistico non consiste tanto nel principio della trasformazione della specie, quanto nel fatto che la trasformazione biologica viene spiegata con fattori assolutamente naturali. Nella lotta contro l’ambiente ostile la vita viene a conservare per selezione quelle mutazioni nelle funzioni organiche, quei nuovi caratteri che facilitano la sopravvivenza. Questi caratteri, più capaci d’esser trasmessi ereditariamente di altri meno favorevoli, finiscono con il costituire i tratti fondamentali di nuove specie. Con ciò si spingeva l’indagine scientifica dal mondo inorganico, minerale a quella del multiforme mondo della vita, superando l’antitesi metafisica tra spirito e materia.

 Darwin tentò di dimostrare inoltre come vita fisica e vita psichica obbediscano alle stesse leggi oggettive di evoluzione. Come afferma Engels, la mente appare come il livello più alto raggiunto nella organizzazione della materia. Anche in tal senso il darwinismo rappresenta una tappa importantissima ed una battaglia vinta del pensiero materialistico moderno.

 I materialisti, ai quali Darwin forniva un’altra formidabile arma di lotta contro l’idealismo e la superstizione religiosa, non seppero però rendersi conto del fatto, apparentemente paradossale, per cui la scienza aveva dovuto faticare con maggiore asprezza per strappare Dio dalla Terra che per strapparlo dal Cielo.

 Durante il convegno annuale della Società Britannica, del 1860, mentre si discuteva delle tesi darwiniste sull’origine delle specie, l’erudito arcivescovo anglicano Samuel Wilberforce si rivolse a Thomas Huxley, sostenitore dell’evoluzionismo, in questi termini: «È da parte di suo nonno oppure di sua nonna, Sir, che lei è imparentato con le scimmie?». Al che Huxley rispose: «Se dovessi scegliere per mio antenato fra una scimmia ed un uomo che, per quanto istruito, usi la sua ragione per ingannare un pubblico incolto, non esiterei un istante a preferire la scimmia».

 Le Chiese infatti osteggiarono immediatamente la teoria di Darwin. Solo quando si accetti la creazione dell’uomo per intervento diretto di Dio, possiamo ammettere che l’idea di un Essere Supremo sia nata assieme all’uomo. Ma quando si ammetta la tesi dell’evoluzione, crolla tutta l’impalcatura teologia. Se oggi il papa può permettersi di "riabilitare" Darwin senza per questo incrinare la potenza della religione, ma anzi raccogliendo il plauso di tutta la cultura "laica" borghese, non significa affatto che religione e scienza non siano in contraddizione, come preti e scienziati borghesi pretendono di dimostrare. Al contrario, ciò dimostra la giustezza della tesi marxista secondo la quale la religione non affonda le sue radici nel terreno dell’ignoranza, ma deriva da profonde ragioni sociali e che potrà essere abolita solo dopo l’abolizione della società divisa in classi. Dimostra altresì l’impossibilità, per l’eunuca scienza borghese, di liberarsi dall’abbraccio della superstizione religiosa, sua indispensabile alleata nel mantenere lo stato di sfruttamento e di dominio sul proletariato.

RELIGIONE E MARXISMO

 Né le scoperte dei grandi scienziati dell’antichità, né quelle che gettarono le basi della scienza moderna sono valse a scalzare il dominio della religione. L’articolo del giornale fiorentino, tra le altre cose, affermava: «Certo è che oggi taluni teologi in Inghilterra (...) dicono che il concetto della creazione non perde della sua grandezza, anzi acquista, considerato per questo nuovo verso, ed è certo ancora che se la teoria di Darwin è destinata a prevalere, i teologi troveranno che essa è nella Bibbia chiara e lampante, e che è tutto difetto dei nostri poveri occhi se prima d’ora non ve l’abbiamo saputa leggere».

 La religione è inseparabilmente legata alla società divisa in classi. L’intellettuale può, senza cambiare il suo stato sociale, rigettare la superstizione religiosa ed abbracciare le dottrine dell’ateismo borghese, ma per le grandi masse sfruttate è impossibile, continuando a vivere nelle atroci condizioni imposte dalla divisione in classi, liberarsi dalle credenze religiose. Si dice che Napoleone avesse affermato che il compito della religione è quello di fare accettare la "disparità delle fortune" e che "un uomo muoia di fame vicino ad un altro che ha mangiato troppo". Che il generale corso non fosse uno sprovveduto in materia ce lo conferma l’organo teorico della chiesa cattolica che scrive: «L’idea di un Catechismo "unico" e "universale" risale a Napoleone che, per fini politici, volle un catechismo unico — il "Catechismo di Napoleone" (1806) — per tutto il suo impero» ("Civiltà Cattolica", 2 gennaio 1993).

 Engels, nel suo discorso davanti alla tomba aperta di Carlo Marx, pronunciò queste parole: «Così come Darwin ha scoperto la legge dello sviluppo della natura organica, Marx ha scoperto la legge dello sviluppo della storia umana, cioè il fatto elementare, finora nascosto sotto il manto ideologico, che gli uomini devono innanzi tutto mangiare, bere, avere un letto e vestirsi, prima di occuparsi di politica, di scienza, di arte, di religione e che, per conseguenza, la produzione dei mezzi materiali immediati di esistenza e, con essa, il grado di sviluppo di un popolo e di una epoca in ogni momento determinato costituiscono la base sulla quale si sviluppano le istituzioni statali, le concezioni giuridiche, l’arte ed anche le idee religiose degli uomini, e partendo dalla quale esse devono venir spiegate, e non inversamente come si era fatto fin’ora».

 Ciò non significa che Engels e i marxisti ignorino le sovrastrutture d’ogni ordine e il loro effetto, ma rivendicano che ogni società storica ha le proprie e che è solo rivoluzionando le prime che si rivoluzionano le seconde. Il devoto crede: una religione è vera, le altre false; il materialista borghese opina: le regioni sono tutte false; la critica del monismo marxista stabilisce che le religioni, in quanto manufatte, sono tutte vere.

 Marx scrive in Per la Critica della Filosofia del Diritto di Hegel: «L’uomo fa la religione, la religione non fa l’uomo. E precisamente la religione è la coscienza di sé ed il sentimento di sé dell’uomo che non ha ancora acquistato o ha subito perduto se stesso. Ma l’uomo non è un essere astratto, rintanato fuori dal mondo. L’uomo è il mondo dell’uomo, lo Stato, la società. Questo Stato, questa società producono la religione, una coscienza del mondo rovesciata, perché essi sono un mondo rovesciato. La religione è la teoria generale di questo mondo, il suo compendio enciclopedico, la sua logica in forma popolare, il suo point d’honneur spiritualistico, il suo entusiasmo, la sua sanzione morale, il suo completamento solenne, la sua ragione generale di giustificazione e di conforto. È la realizzazione fantastica della essenza umana, perché l’essenza umana non ha vera realtà (...) La miseria religiosa è da una parte l’espressione della miseria reale e dall’altra la protesta, contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il cuore di un mondo spietato, come è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l’oppio del popolo. La vera felicità del popolo esige la eliminazione della religione in quanto illusoria felicità. L’esigenza di abbandonare le illusioni sulla propria condizione è l’esigenza di rinunciare ad una condizione che ha bisogno dell’illusione. La critica della religione è così in germe la critica della valle di lacrime, di cui la religione è il nimbo. La critica non ha tolto uno per uno i fiori immaginari alla catena perché l’uomo porti quella catena priva di illusioni e di conforto, ma perché si liberi dalla catena e colga il fiore vivente. La critica della religione disinganna l’uomo, affinché pensi, agisca, plasmi la sua realtà come un uomo disincantato, arrivato al possesso del giudizio, affinché si muova intorno a se stesso e quindi intorno al suo vero sole. La religione è soltanto il sole illusorio, che si muove intorno all’uomo finche egli non si muove intorno a se stesso. Dunque il compito della storia, dopo che è scomparso l’al di là della verità, è di stabilire la verità di qua. Il compito della filosofia, che è al servizio della storia, dopo che è stata smascherata la figura sacra dell’auto-alienazione umana, è in primo luogo di smascherare l’auto-alienazione nelle sue figure profane. La critica del Cielo si converte così nella critica della Terra, la critica della religione nella critica del diritto, la critica della teologia nella critica della politica».

 Lenin scrive: «Il marxismo è materialismo. A tale proposito, esso è altrettanto implacabilmente ostile alla religione quanto lo è il materialismo degli enciclopedisti del XVIII secolo o il materialismo di Feuerbach. Ciò è innegabile. Ma il materialismo dialettico di Marx e di Engels va più in là degli enciclopedisti e di Feuerbach, nell’applicazione della filosofia materialistica nel campo della storia, nel campo delle scienze sociali: noi dobbiamo combattere la religione: questo è l’abbiccì di tutto il materialismo, e perciò anche del marxismo. Ma il marxismo non è un materialismo che si limita all’abbiccì. Il marxismo va più in là. Esso dice: bisogna saper lottare contro la religione e per questo bisogna spiegare materialisticamente l’origine della fede e della religione delle masse».

 La religione non nasce come "oppio dei popoli", lo diventa nella società divisa in classi. La religione è "l’oppio dei popoli", "l’acquavite spirituale" di cui le masse hanno bisogno per dimenticare la loro materiale sottomissione sociale e rappresentare il loro anelito ad una umanità umana. I diseredati nella religione cercano la realizzazione del loro fondamentale bisogno di fratellanza e di felicità terrena. Per questo in tutti i movimenti religiosi si sono sempre manifestate vere e proprie correnti di rivolta sociale. Gli esempi sono innumerevoli: possiamo accennare al messianismo e profetismo ebraico, ai culti salvifici dell’Oriente, al cristianesimo primitivo, a tutta la serie delle eresie medioevali, alle revisioni dell’islamismo, a svariate sette protestanti nate sulla scia della Riforma, ai movimenti di libertà dei popoli coloniali ed ex-coloniali, ecc. Ma i movimenti religiosi, che talvolta furono dei veri e propri partiti rivoluzionari, oggi sono tutti quanti al servizio della peggiore reazione con il fine di distogliere il proletariato dalla via della sua emancipazione sociale, dal ricongiungersi alla dottrina rivoluzionaria marxista.

 Soltanto il proletariato cosciente, che ha spezzato le catene della rassegnazione e si è votato alla lotta contro il capitalismo abbracciando il programma e la teoria marxista, può emanciparsi dalla religione; per contro non è possibile che i progressi della Scienza vengano a minacciare la sopravvivenza della superstizione religiosa nelle masse. Se, ad onta dei progressi scientifici conseguiti nell’indagine dell’Universo e della vita, la superstizione religiosa continua a dominare le coscienze ciò è da spiegarsi innanzi tutto interpretando le reali radici della religione. Lenin a tale proposito scriveva: «Perché la religione si mantiene negli strati arretrati del proletariato delle città, nei larghi strati del semiproletariato, come pure nelle masse dei contadini? Per l’ignoranza del popolo, risponde il progressista borghese, il radicale o il materialista borghese; dunque abbasso la religione, viva l’ateismo: la diffusione delle idee atee è il nostro compito principale. Il marxista dice: ciò è falso. Tale punto di vista non è che un "illuminismo" superficiale, borghesemente limitato. Un simile punto di vista non spiega abbastanza a fondo, non spiega in senso materialistico, bensì in senso idealistico le radici della religione. Nei paesi capitalistici moderni queste ragioni sono soprattutto sociali».

 Il marxismo afferma che la religione, che soggioga ed addormenta i popoli, non è il risultato di un duello di idee nel chiuso della coscienza, ma l’unica maniera non rivoluzionaria di reagire all’ingiustizia, alla prepotenza, ai delitti impuniti, al dominio del terrore inseparabilmente legati alla divisione in classi economiche della società, e che la vittoria della "scienza" sulle religioni non può essere l’effetto della predicazione illuminista, ma una delle conseguenze della trasformazione sociale che cancelli la paurosa condizione materiale delle masse. Tale compito non poteva spettare ai pensatori atei della borghesia, ma solo alla avanguardia della classe che storicamente ad essa si oppone, al comunismo rivoluzionario.

BORGHESIA E RELIGIONE

 Se le tenebre della religione potessero essere dissolte semplicemente con la luce delle scoperte scientifiche oggigiorno la superstizione dovrebbe essere da un gran pezzo scomparsa. Al contrario, proprio in questi ultimissimi anni assistiamo ad una rivitalizzazione di tutte le religioni, ad un loro riaffermarsi offensivo nella società, all’abbandono totale, da parte della borghesia, dell’ateismo illuministico, al riconoscimento dell’importanza religiosa da parte di tutti quegli uomini e partiti che un tempo ostentavano richiamarsi alla ideologia marxista. Già Marx scriveva, il 28 giugno 1855: «Antica storia è la dottrina secondo cui le classi sociali nominalmente sopravvissute e ancora in possesso di tutti gli attributi del potere, dopo che la base della loro esistenza è imputridita da lungo tempo sotto i loro piedi — e continuano a vivere stentatamente, poiché già prima che sia stato stampato il manifesto a lutto e aperto il testamento, sono scoppiate fra gli eredi liti sul diritto all’eredità — si stringono insieme ancora una volta, prima dell’estrema agonia, passano dalla difensiva all’offensiva, sfidano invece di ripiegare, e cercano di tirare dalle premesse le condizioni più estreme che, nonché essere messe in discussione, sono già condannate. Così ora l’oligarchia inglese. Così la chiesa, sua sorella gemella. Innumerevoli sono i tentativi di riorganizzazione all’interno della Chiesa di Stato, quella alta e quella bassa, i tentativi di venire ad un accomodamento con i dissidenti per ripristinare così una potenza compatta di fronte alla massa profana della nazione, con la rapida susseguente istituzione di regole religiose con effetto coercitivo».

 La borghesia nacque atea. Con il suo trionfo Satana, preso a simbolo dell’ateismo, trionfò su Dio. «La borghesia, classe sociale poco stimata dal Padreterno, si impadronì del potere e ghigliottinò il re, che Dio stesso aveva consacrato. Le scienze naturali, da Lui maledette, trionfarono arrecando ai borghesi più ricchezze di quanto Dio avesse potuto donare ai suoi protetti, i nobili ed i sovrani legittimi. La Ragione, che Dio aveva incatenato, spezzò le sue catene e lo trascinò davanti al suo tribunale. Il regno di Satana cominciava. I poeti romantici della prima metà dell’800 composero inni in suo onore: era il vinto indomabile, il grande martire, il consolatore e la speranza degli oppressi. Simbolizzava la borghesia in perpetua rivolta contro l’aristocrazia, il clero, i tiranni» (P.Lafargue).

 Per gli artisti borghesi Satana, ovvero la negazione di Dio, rappresentava tutto ciò che collabora al progresso umano, una sorta di principio di vita, indissolubilmente legato alla civiltà, alla scienza, alla ragione, alla libertà di pensiero ed alla evoluzione sociale. Satana incarnava lo spirito di rivolta contro ogni forma di autorità e di potere che limitano le potenzialità materiali e spirituali dell’uomo. I borghesi individuavano nella religione la forza reazionaria e frenante della storia, l’espressione principale dell’autoritarismo e della violenza sull’uomo. Carducci terminava la sua ode A Satana con questi versi: «Salute, o Satana, / O ribellione / O forza vindice / De la ragione! / Sacri a te salgano / Gl’incensi e i voti! / Hai vinto il Geova / Dei sacerdoti».

 Già prima di prendere il potere la borghesia aveva infatti scritto sulla sua bandiera e sul suo programma il grido di "Morte a Dio!". Se non fossimo dei materialisti non riusciremmo a comprendere come le "idee" in certi momenti si manifestano in modo violento e si impongono (ironia dei fatti concreti) a dispetto delle menti che le hanno formulate.

 Ma la borghesia, appena preso il potere, non solo si guardò bene dal mettere in opera gli estremismi dei negatori del regime aristocratico, e si affrettò a rimettere sugli altari quel Dio che la Ragione aveva violentemente abbattuto. Continua il nostro Lafargue: «Non riponendo più fede assoluta sulla sua potenza, gli accostò un esercito di semidei: Progresso, Giustizia, Libertà, Civiltà, Umanità, Patria, etc, cui venne conferito l’incarico di tutelare i destini delle nazioni che si erano scrollate di dosso il giogo dell’aristocrazia (...) In Inghilterra e in Francia la vittoria definitiva della borghesia rivoluzionò il pensiero filosofico: le teorie di Hobbes, di Locke e di Condillac, dopo aver svolto un ruolo primario, vennero detronizzate. Non erano nemmeno più oggetto di discussione: venivano menzionate in forma artatamente incompleta, oppure falsificata per dimostrare a quale livello sappia pervenire lo spirito umano quando abbandona le vie del Signore. La reazione arrivò a tali estremi che, durante il regno di Carlo X, erano guardate con sospetto perfino le teorie dei sofisti dello spiritualismo, e si cercò di vietarne l’insegnamento nelle scuole. La borghesia trionfante rimise sull’altare della sua Ragione le verità eterne e lo spiritualismo più volgare.
 Già nel 1794 la borghesia francese istituiva la festa dell’"Essere Supremo" con un decreto (di Robespierre!) che all’art.1 recita «Il popolo francese riconosce l’esistenza dell’Essere Supremo e dell’immortalità dell’anima».

 Afferma Marx in La Questione Ebraica: «Il problema è questo: come si articola una completa emancipazione politica nei confronti della religione? Se perfino nel paese della completa emancipazione politica (gli Stati Uniti, dove non esiste né religione di Stato, né religione dichiarata come della maggioranza, né la preminenza di un culto sugli altri - ndr) troviamo non solo l’esistenza, ma l’esistenza vivace e vitale della religione, abbiamo la dimostrazione che l’essenza della religione non contraddice la perfezione dello Stato (...) L’emancipazione politica dell’ebreo, del cristiano, dell’uomo religioso in genere, s’identifica con l’emancipazione dello Stato dall’ebraismo, dal cristianesimo, dalla religione in genere. Nella sua forma, in modo conforme alla sua natura di Stato, lo Stato si emancipa dalla religione in quanto si emancipa dalla religione di Stato, quando cioè lo Stato come tale non professa alcuna religione, quando lo Stato si riconosce appunto come tale. L’emancipazione politica dalla religione non è l’emancipazione definitiva e coerente dalla religione, perché l’emancipazione politica non è la forma definitiva e coerente dell’emancipazione umana. Il limite dell’emancipazione politica si rivela immediatamente nel fatto che lo Stato si può liberare da un vincolo senza che l’uomo ne sia realmente libero (...) L’elevazione politica dell’uomo al di sopra della religione implica tutti i difetti e tutti i pregi dell’elevazione politica in genere. Lo Stato in quanto Stato annulla, per esempio, la proprietà privata, l’uomo dichiara politicamente abolita la proprietà privata non appena abolisce il censo quale elemento determinante per l’elettorato attivo e passivo (...) Non è forse idealmente abolita la proprietà privata quando il nullatenente diventa legislatore del possidente? Il censo è l’ultima forma politica del riconoscimento della proprietà privata. Tuttavia con l’annullamento politico della proprietà privata, non solo essa non viene abolita, ma è addirittura presupposta (...) L’uomo si emancipa politicamente dalla religione relegandola dal diritto pubblico al diritto privato. Essa non è più lo spirito dello Stato in cui l’uomo, anche se in modo limitato, in una forma ed in una sfera particolari, si comporta come specie, in comunità con altri uomini: è diventata lo spirito della società borghese, della sfera dell’egoismo, del bellum omnium contra omnes. Non è più l’essenza della comunità, ma l’essenza della discriminazione (...) Quindi l’uomo non venne liberato dalla religione: ricevette la libertà religiosa».

COMUNISTI, CHIESE, RELIGIONE

 Scrivemmo su "L’Avanguardia" il 14 febbraio 1913: «L’attuale borghesia era atea ed infrangeva gli altari, quando la religione costituiva l’ultima difesa del regime feudale e della monarchia assoluta dei re per "diritto divino", e rappresentava un ostacolo alla sua ascensione. Ma, oggi la borghesia rinuncia al suo bagaglio filosofico e ridiviene cristianuccia perché a sua volta, scossa dai moti rivoluzionari del proletariato, sente il bisogno di aggrapparsi a tutte le ancore di salvezza. Per noi socialisti che vogliamo contrastare gli effetti di questa alleanza fra capitalismo e clericalismo, è quindi necessario non mettere fuori causa la religione. È assurdo pretendere che il prete non si occupi di politica e si mantenga neutrale nei conflitti economici. Bisogna mirare alla distruzione dell’istituto ecclesiastico non solo nelle sue manifestazioni "temporali", ma anche nella sua essenza religiosa e spirituale, perché è impossibile separare quelle due esplicazioni dell’attività dei preti».

 Per il partito marxista è quindi inaccettabile l’atteggiamento di disinteressarsi del fatto religioso perché ritenuto affare di sola coscienza privata, e di limitarsi a denunciare ai proletari il danno che deriva al loro movimento dalla dedizione al prete quando essa esorbita dal campo strettamente spirituale. A questo vero e proprio cedimento al nemico abbiamo esaurientemente risposto al punto 20 della nostra Piattaforma Politica del 1945: «Il partito proletario comunista non può commettere il colossale errore di considerare la potente organizzazione della Chiesa come neutrale nei conflitti di classe, né lasciarsi indurre a questo dal fatto storico che la Chiesa stessa, fulcro sociale e politico dei regimi pre-borghesi, sia oggi passata alla solidarietà totale con gli istituti capitalistici succeduti alla rivoluzione democratica. Anzi, proprio per questo la Chiesa va considerata come fattore di prim’ordine nella conservazione degli istituti capitalistici, tanto più quanto essa, come in Italia, è riconciliata con lo Stato ed è ispiratrice di partiti che hanno deposto la impostazione antidemocratica e antisociale in corrispondenza della parallela rinuncia dei partiti borghesi all’anticlericalismo massonico. Il partito proletario di classe, dinanzi alla collaborazione senza riserve tra cattolici e sinistra democratica, non proclama certo il ritorno all’anticlericalismo borghese di tipo massonico, fieramente avversato dalle sue migliori tradizioni, ed alla religione non contrappone un ateismo di antico tipo borghese, ispirato alla formula antimarxista secondo cui occorre prima liberare le coscienze dall’oscurantismo religioso per avere poi il diritto di voler liberare le classi inferiori dallo sfruttamento sociale. Il partito però, nella sua propaganda, pone in evidenza l’antitesi fondamentale tra la sua teoria del mondo e della storia e ogni concezione trascendente, mistica, religiosa, e dichiara incompatibile con l’appartenenza alle file rivoluzionarie quella ad associazioni e confessioni religiose di qualunque scuola. Il regime proletario, dopo la rivoluzione, escluderà programmaticamente qualsiasi associazione religiosa, ritenendo che non possa non presentare caratteri politici, e si riprometterà di far sparire progressivamente ogni credenza religiosa, in quanto le masse, liberate dagli estremi della depressione economica, saranno condotte sempre più alla conoscenza scientifica ed alla concezione propria della dottrina del partito. La stessa campagna di chiarificazione politica e teorica deve avere di mira la critica, insieme alle concezioni religiose, di quelle di natura ’immanentistica’ ossia che sostengono come direttrici delle attività umane forze e valori immateriali collocati nella sfera della pura attività ideale. Come coefficiente di degenerazione teorica, queste concezioni possono essere ancora più pericolose di quelle trascendenti, che, facendo salvo un incomprensibile mondo dell’al di là, impediscono meno la concreta conoscenza dei rapporti reali; sicché ogni ateismo che ricadesse nella incredulità di tipo borghese illuministico non va considerato un progresso verso la concezione dottrinaria comunista».

 Noi non accettiamo quindi che la religione possa esser considerata questione privata, vedendo nella religione uno dei mezzi di difesa della borghesia e fattore importantissimo della vita sociale.
 
 
 
 
 
 
 
 
 

RIUNIONE DI PARTITO A PARMA

 A Parma domenica 27 febbraio ottima e riuscita riunione di lavoro. Ai compagni convenuti dalle regioni limitrofe un relatore ha ripresentato il corpo di tesi che inquadra e descrive il modo di sempre di lavorare del Partito Comunista.

Le tesi sul centralismo organico sono il naturale risultato del lavoro di tutto il movimento comunista condensato nella forma partito, a partire dal Manifesto, passando per le successive Internazionali, per addivenire alle codificazioni della Sinistra Comunista. Le lezioni delle controrivoluzioni, ultima quella staliniana, sono espresse nelle tesi.

Non ci occorrono più codici o statuti, ben ci guardiamo dal rivendicare democrazie o dialettiche fra maggioranza e minoranza. Definito un programma invariante fin dal Manifesto del 1848, il nostro lavoro di preparazione rivoluzionaria, centralizzato e coordinato, la nostra battaglia contro la borghesia e i suoi servi approfondiscono l’esperienza storica del movimento ma non ne modificano la fondante teoria.

 Oggi, se la situazione sfavorevole nel rapporto fra le classi ci costringe nell’angolo, non per questo rinunciamo a tutte le attività proprie del Partito, propaganda, attività sindacale, organizzazione e studio. Attività a cui tutti i Compagni sono chiamati. Le questioni che via via si presentano vengono affrontate nello sforzo collettivo di rimanere sulla via tracciata dal programma comunista. Il Centro del partito non deve essere come un partito nel partito, non il depositario esclusivo del suo sapere, ma l’organo, il punto topologico verso cui convergono le disciplinate forze del Partito, potenziando così infinitamente lo sforzo dei singoli e dei gruppi nell’unica battaglia generale contro il nemico di classe.

Un secondo relatore esponeva alcuni punti di un lavoro sulla "globalizzazione" e sulle fesse e antiproletarie teorie economiche della borghesia, tutte centrate nel negare lo sfruttamento del capitale sul lavoro vivo.
 
 
 
 
 
 
 
 

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LE DIFFICILI CONDIZIONI DI ORGANIZZAZIONE E DI LOTTA DEL PROLETARIATO AGRICOLO PUGLIESE

 Le federazioni agricole pugliesi di CGIL-CISL-UIL il giorno 1° marzo hanno mobilitato per uno sciopero di quattro ore la numerosa categoria dei braccianti contro l’INPS. L’Istituto, cui vengono addebitate alcune inadempienze come il ritardo nella compilazione degli elenchi degli operai disoccupati per la riscossione dei sussidi, essendo un organo dello Stato borghese, non può non essere scandalosamente lassista nell’esercitare i controlli sulla regolarità della contribuzione previdenziale. La sua complicità col padrone è fatto diremmo statutario e scandalizza solo gli ipocriti democratici.

 La manifestazione si è tenuta quindi sotto la sede INPS di Bari con un concentramento di braccianti, cosa che non avveniva da anni, fatti venire da tutta la Puglia. Si indirizza così la combattività proletaria verso un obiettivo del tutto laterale rispetto al vero nemico che sono le imprese agrarie e la vera questione che è quella di cercare di imporre loro almeno il rispetto degli accordi contrattuali, gli sciagurati contratti di "riallineamento". Indicare ai lavoratori l’INPS come avversario serve a lasciar defilate le responsabilità della borghesia agricola, dimostrando ancora come questi sindacati siano talmente degenerati da ignorare perfino quale sia la controparte! Purtroppo centinaia di braccianti sono stati irreggimentati dietro questa povera piattaforma.

 Mentre la Confagricoltura minaccia di ricorrere alla Corte Costituzionale pur di non cedere al modesto contratto di riallineamento, il sindacato di regime spinge la categoria ad affidarsi alle sole sovvenzioni statali, che certo non evitano le asperità di un confronto di classe durissimo. Quando non può evitare le mobilitazioni fa il suo sporco gioco, riprende il frasario massimalista e rispiega le bandiere rosse, ma contro quel carrozzone dell’INPS che, detto per inciso, è diretto proprio da sindacalisti che hanno fatto carriera.

 Ma l’attivismo sindacale non si ferma qui, segno che la classe minaccia di far da sé. La FLAI-CGIL del comprensorio di Bari ha indetto per il 3 marzo una "giornata dei diritti dei lavoratori"; la manifestazione, simboleggiata, nello stile fra l’asettico e il demente in voga, da una margherita pratolina, è organizzata anche per richiedere l’introduzione delle RSU nelle aziende agricole, ritenute strumento utile per la tutela degli interessi dei lavoratori.

 L’Italia è un paese industrializzato, ma nel suo Mezzogiorno il 50% della manodopera attiva è in agricoltura; ci sono centri come Andria (90.000 abitanti) nel barese, che sono enormi città agricole; quel centro nel ’22 vide il suo proletariato resistere strenuamente, su basi di classe, alle squadracce fasciste, tradizione che la FLAI-CGIL di oggi cerca ancora di usurpare come dirigente di lotte operaie. Certi geografi, come il Baldacci, riconoscono ancora nel proletariato la tradizionale vis combattiva, scrivendo in un testo del 1972, "Puglia": "La notevole massa di popolazione, affollata più che accentrata, costituisce un problema economico particolarmente preoccupante dato che l’unica risorsa è rappresentata dall’agricoltura, che assorbe la maggior parte della popolazione attiva. Gli addetti all’agricoltura sono 13.684, di questi 11.196 — cioè l’82% — sono coadiutori di indipendenti e dipendenti, che, in parole povere, vuol dire braccianti. Questo grosso gruppo di individui forma la piaga sociale che bisogna sanare, e dalla quale possono essere ottenuti ottimi risultati di operosità e di lavoro".

 In Puglia, regione che concorre per il 9% alla costituzione del prodotto lordo vendibile agrario italiano, con punte del 37% per l’olivocoltura, del 17% per la viticoltura e del 16% per gli ortaggi, la FLAI recentemente ha mostrato una certa vivacità, di fronte ad una situazione di sua palese resa nei confronti della voracità vampiresca dei capitalisti agricoli: convegni e dossier di denuncia sono stati approntati per cercare di accreditarsi come organizzazione di tradizionale riferimento per i braccianti, mentre in realtà è in totale balia degli agrari. Anche le federazioni agricole di CGIL-CISL-UIL (FLAI, FISBA, UILA), nonostante in periferia mostrino ancora atteggiamenti "intransigenti", non possono più nascondere il ruolo di organizzazioni divenute ormai emanazioni statali e quindi al servizio dell’accumulazione capitalistica e della pace sociale.

 Dall’altra parte, la borghesia agricola, dopo aver ripreso con il fascismo il controllo dei campi e manovrato poi nel dopoguerra in chiave "democratica", grazie ai buoni uffici del PCI e della CGIL nel lavoro di pompieraggio, ha potuto godere per decenni di una posizione di forza tale per cui, per esempio, solo agli inizi degli anni ’70 ha dovuto accettare l’applicazione di un qualche contratto di lavoro collettivo, mentre l’obbligo della busta paga risale a solo gli anni ’90. Nel settore dei contributi, poi, è nota l’evasione per migliaia di miliardi all’anno, con l’effetto che ai pensionati agricoli l’INPS assicura un trattamento da miseria, mentre sul rispetto di leggi a tutele del lavoratore e accordi salariali gli inadempimenti sono frequentissimi e solo l’intervento dello Stato per mezzo dei sussidi di disoccupazione tempera il caldo clima dei rapporti di classe.

 Le recenti concessioni al comparto in termini di finanziamenti europei ("Agenda 2000"), proroga di regimi fiscali privilegiati e sanatorie previdenziali, "vittorie" per cui vanno tanto fieri Confagricoltura, Coldiretti e CIA, mostrano quanto politicamente siano forti in Italia i capitalisti agrari; se negli ultimi tempi lo Stato ha esercitato una minima attività di controllo è stato su pressione delle altre borghesie europee, concorrenti, che hanno imposto si toccasse questo settore prima dimenticato dai vari gabellieri.

 Ma il "lavoro di sensibilizzazione" della FLAI ha riscosso da parte del governo e dell’INPS risposte deludenti: l’allora sottosegretario al Lavoro circa l’intermediazione clandestina della forza lavoro si limitò alla platonica affermazione che "la richiesta di manodopera va effettuata tramite il collocamento", quando ben conosce le lamentele dei vari dirigenti INPS circa la carenza in pianta organica di personale ispettivo.

 Dal canto suo la FLAI ha ammesso di aver "collaborato" nel ricercare delle soluzioni, aprendo a relazioni "più moderne", cioè la concertazione e la flessibilità, accettando i famosi contratti di riallineamento che, pur essendo favorevoli al padrone, sono rimasti disattesi.

 Non sono quindi le manifestazioni con l’offerta di margherite pratoline ai braccianti a far recuperare terreno nello scontro fra le classi.

 Il padronato agricolo per difendere i suoi interessi arriva fino al’omicidio, anche in tempi di repubblica democratica e col centro-sinistra al governo, come è avvenuto nel settembre scorso in Capitanata durante la raccolta del pomodoro: un bracciante albanese fu ucciso perché aveva rifiutato di versare parte della sua paga giornaliera ai caporali. Le carogne sindacali locali stravolsero l’accaduto insinuando un legame tra caporalato e delinquenza organizzata al fine di nascondere il contenuto sociale e di classe di queste forme di violenza.

 È noto che il caporalato è una funzione organica all’azienda agricola: il "fattore" o "caporale" per conto del proprietario acquista la forza lavoro e controlla il "regolare" svolgimento dei lavori, anche ricorrendo alle armi.

 Le forze dell’ordine sono ovviamente più impegnate ad individuare e a sanzionare i braccianti immigrati senza documenti in regola che a debellare queste floride organizzazioni illegali. Durante la raccolta del pomodoro a Palazzo San Gervasio (PZ) un rastrellamento in una tendopoli al bordo dei campi fece scaturire una risposta violenta dei braccianti lì ammassati per essere ingaggiati "in nero". In questo clima di totale subalternità lo Stato si accanisce sui lavoratori extracomunitari stagionali non riconoscendo loro l’assegno familiare (che, se riscosso, sarebbe comunque predato dall’imprenditore) e l’indennità di disoccupazione: i contributi che si sarebbero dovuti versare agli stagionali sono invece collocati in un "Fondo nazionale per le politiche migratorie", l’uso delle quali risorse, è facile prevedere, non andrà certo a favore dei lavoratori né tantomeno degli immigrati!

 Del caporalato si sa tutto. A Foggia per ogni cassone di pomodori (3 quintali) l’azienda versa al caporale 13.000 lire di cui solo 8.000 vanno all’operaio; il caporale riceve anche 5.000 lire per il trasporto di ogni lavoratore sui campi e 100.000 lire giornaliere per il controllo e la gestione della manodopera. Gli operai stranieri devono pagare anche un capetto connazionale che procaccia loro l’ingaggio. A Potenza caporali "neri" contrattano a cassone una tariffa che va dalle 11.000 alle 17.000 lire. A Taranto è avvenuto che rispettabili Cooperative di servizi facessero da intermediari illegali di manodopera. A Brindisi ogni lavoratore paga di tasca propria al caporale almeno 15.000 lire al giorno per l’intermediazione e il trasporto. Da notare che la paga giornaliera stabilita dai contratti di riallineamento è di 99.000 lire, mentre il minimale stabilito dall’INPS è di 57.000 lire; la paga di fatto oscilla dalla 30.000 alle 70.000 lire. La Confagricoltura in Puglia raccomanda ai suoi iscritti di riconoscere agli operai solo il minimale, così giocando al risparmio anche sulla paga di piazza.

 Nonostante tutto gli agricoltori si lamentano che il costo del lavoro è alto, anche 10 volte di più rispetto a quello di altri paesi mediterranei.

 Oggi il proletariato agricolo, al pari di quello industriale e dei servizi, non riesce a salvaguardare i diritti più elementari; a tale risultato si è giunti anche grazie all’opera guastatrice di sindacati e partiti ritenuti amici. Solo la riorganizzazione di classe in organismi estranei a CGIL-CISL-UIL — che organizzi, difenda e mobiliti insieme lavoratori italiani e stranieri — può portare con le lotte alla tutela di questi diritti così palesemente calpestati. Una forte organizzazione della solidarietà proletaria che sola può piegare agrari e loro caporali i quali ricorrono alle minacce, alla bastonature e anche all’omicidio per zittire i lavoratori più coraggiosi e scoraggiare il risorgere di un Sindacato degno di questo nome e delle grandi tradizioni di lavoratori della terra.
 
 
 
 
 
 

MINIERE IN UCRAINA
ANCORA TRIBUTI DI SANGUE AL CAPITALE

 Sabato 11 marzo 2000 verrà ricordato come un’altra tragica giornata per la classe operaia. Teatro di questo ennesimo lutto è la miniera di Barakova a Krasnodon, 850 chilometri ad est della capitale ucraina Kiev. Intorno alle 13 si è verificata una tremenda esplosione alla profondità di 664 metri. Ha provocato la morte di circa ottanta minatori.

 Questo disastro è il più recente di una lunga serie; ne citiamo alcuni dei più importanti: aprile 1998 Donest 63 morti, maggio 1999, in un’altra miniera sempre a Donest 50 morti. Il totale dei morti nel 1999 è di almeno 274; 380 del 1998. Nel "nuovo millennio" e prima di Barakova i minatori vittime da incidenti erano già 48.

 In questa miniera lo scorso anno una trentina di minatori, esasperati dai continui ritardi dei salari, cosa molto frequente in Ucraina e non solo in questo settore, si rifiutarono di risalire dal ventre della terra minacciando il suicidio; risalirono solo quando i dirigenti accettarono di liquidare i compensi arretrati.

 Per la capitalistica legge della rendita è il prezzo di produzione delle miniere più avare che determina il prezzo mondiale di mercato del minerale. I proprietari delle miniere più ricche, siano essi privati o statali, guadagnano in più la differenza dovuta ai loro minori costi di estrazione. Quindi la loro ricchezza si fonda proprio sulle miniere meno redditizie e dove il lavoro è più difficile e meno remunerato. Che ci si muoia a centinaia è previsto e dovuto. I morti non costano. Qualche lacrima di coccodrillo, messe funerarie, inchieste impantanate, promesse legislative e amministrative per ingannare i nuovi senza riserva che prenderanno il posto dei morti nelle lugubri gabbie degli ascensori.

 Solo la comunistica distruzione dei ciechi e spietati meccanismi del mercato capitalista ci potrà consentire di sigillare i pozzi di quelle infernali trappole, quando anche la richiesta di combustibili e metalli di molto si ridurrà in seguito alla eliminazione degli enormi sprechi dovuti all’assurdo iperproduttivismo attuale. Allora la scelta su quale miniera coltivare non sarà fondata soltanto sul monodimensionale criterio aziendale del numero di ore di lavoro necessarie alla produzione di una tonnellata di prodotto raffinato, ma si aggiungeranno nell’equazione molti altri coefficienti per dilatare il raggio di sapienza e previdenza nel tempo e nello spazio. Il comunismo è senz’altro un modo di produzione dai costi alti. Tutto il contrario della razionalità capitalista. Potremmo coltivare a cielo aperto una miniera oggi dai profondi neri pozzi per riempirla, fra un secolo, di acque increspate a scorta di quello che era un deserto venti gradi più a sud.

 Oggi intanto i minatori possono e devono difendersi per imporre al loro bestiale nemico di classe tutti i provvedimenti per ridurre il rischio di incidenti, per alleviare la loro fatica e per ottenere le loro paghe. Per questo l’unica arma disponibile è quella di unirsi e di lottare.
 
 
 
 
 
 

LIQUIDAZIONI E REFERENDUM
I PEGGIORI SONO I FALSI AMICI

Compagni, Lavoratori,

 Il convergere degli attacchi alle condizioni di vita della classe operaia è innegabile.

 Il metodo, nell’assenza di una difesa organizzata, è sempre quello dei due sbirri: il cattivo che sbraita e molla i ceffoni, il buono che si dimostra amico, ma nella comune intesa di fregarla.

 Gli esempi non mancano. Sulla questione delle liquidazioni le alternative proposte dalla "destra" e dalla "sinistra" sono una finzione, ai lavoratori si chiede comunque di pagare le difficoltà dell’economia borghese.

 I piani padronali prevedono l’abbandono del vecchio sistema pensionistico, già pagato con le trattenute obbligatorie su un’intera vita di lavoro, e la sua sostituzione, a livelli minimi, col sistema dei fondi pensione che sarebbero finanziati, in fase di avvio, con le liquidazioni accumulate. Per altro l’adescamento fatto con i vari fondi ha il duplice obiettivo sia di illudere i lavoratori di poter risparmiare, con ulteriori privazioni, una sorta di piccolo capitale personale — cosa impossibile in tempo di crisi e sempre reazionaria ed antioperaia — sia dividere il fronte di classe fra giovani e vecchi, micro-accumulatori e del tutto diseredati.

 Le contrapposizioni a questo piano sono false recitazioni per creare confusione. In realtà l’unico dissidio è su chi riuscirà a mettere le mani sul bottino "partecipando" alla "gestione" del fondo. I lavoratori, scippati del TFR, in caso di licenziamento dovranno rinunciare a quel minimo di provvidenza e quindi sempre più costretti a spremersi in difesa dell’azienda. L’alternativa è la prospettiva di una vecchiaia senza alcun sostegno.

 Il referendum sull’abrogazione della legge che impediva il licenziamento nelle aziende superiori ai 15 dipendenti senza "giusta causa" è un’altra offesa ai principi della lotta della classe operaia. La questione vede in opposizione la forza del padronato e quella della classe lavoratrice. Solo il primo ha interesse a lasciar "democraticamente esprimere" il "popolo" indistinto, composto in non piccola parte dalla masnada di mantenuti su cui poggia il regime borghese, dai bottegai agli "artisti" ecc, tutti materialmente cointeressati al massimo sfruttamento della classe operaia. Nessuna fiducia quindi nei Comitati per il Si o in quelli per il No o per l’astensione, che hanno il compito di illudere i lavoratori e nascondere la semplice verità: le leggi le fanno i padroni e questi stringono le chiappe non quando i lavoratori votano ma quando scioperano.

Ma per scioperare la classe dei lavoratori abbisogna di una organizzazione di difesa economica centralizzata e non sottomessa alle sorti dell’economia aziendale e tantomeno nazionale.

 È questo nodo centrale che i partiti sedicenti comunisti e proletari, si sforzano di tenere ben stretto, mostrando come sotto lo strato di vernice rossa si scopra il borghese tricolore. Tutto per esorcizzare la ripresa della lotta di classe, per negare la necessità del Sindacato di Classe. La sinistra sindacale, da questi partiti emanante ed ispirata, nel difendere ad oltranza la disciplina alla CGIL illude i lavoratori sulla possibilità di recupero di un apparato quasi ministeriale ormai nemico degli interessi della classe operaia, di un cadavere passato irreversibilmente nel campo nemico.

 Urge invece ricostruire un’organizzazione di difesa economica, impresa non certo semplice e che richiede il duro lavoro dei compagni più combattivi. Si tratterà di far convergere i comitati di lotta che nasceranno verso una struttura territoriale che, infrante le gabbie aziendali, affratelli e rafforzi la lotta dei Lavoratori.

Il pluridecennale lavoro dell’opportunismo ha come risultato lo sfacelo del movimento operaio: da una parte l’inquadramento del sindacato all’interno dello Stato borghese, dall’altra il terrore ideologico contro ogni prospettiva di rovesciamento del modo di produzione capitalistico.

 L’accanimento con il quale la borghesia tenta di riprendersi le piccole migliorie conquistate dalla classe operaia, conferma in pieno la previsione marxista che il capitalismo corre verso una nuova crisi.

 Crisi del Capitale significa necessità del Partito Comunista per il rovesciamento della società presente. Non basterà a salvarla il fiele che i cortigiani del regime borghese sputano contro il Comunismo nell’infinito resuscitare della menzogna del "socialismo reale", che tutti ben sanno che comunismo non era. Ma il Comunismo, quello vero, sarà.