Partito Comunista Internazionale
Il Partito Comunista N. 274 - febbraio 2000
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organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 CECENIA CAMPO DI PROVA DELLA GENERALE GUERRA IMPERIALISTA
– È IL COMUNISMO CHE RIEMPIE DI SÉ IL NOVECENTO
SCUOLA - STATO - CAPITALE
PAGINA 2 RIUNIONE GENERALE DI LAVORO - Firenze, 21-23 gennaio  [RG76] LAVORO, PLUSLAVORO, REDDITO - ORIGINE DEI SINDACATI IN ITALIA - MOVIMENTO OPERAIO IN NORD AMERICA - GLI INSEGNAMENTI DELLA PRIMA INTERNAZIONALE - LA QUESTIONE NAZIONALE NEI BALCANI - PER LA STORIA DELLA SINISTRA
PAGINA 3 HAIDER VENGA IN ITALIA AD IMPARARE DALLA "SINISTRA" A LAGERIZZARE GLI IMMIGRATI
PAGINA 4 IL PROLETARIATO INDONESIANO SA COMBATTERE
– RIUSCITO LO SCIOPERO DI COMU E COORD.CONSIGLI DEI DELEGATI
 

 
 
 
 
 

PAGINA 1


 CECENIA CAMPO DI PROVA
DELLA GENERALE GUERRA IMPERIALISTA

 È di qualche giorno fa la notizia che lo Stato russo ha deciso di aumentare notevolmente il bilancio militare; i giornali hanno parlato addirittura di «un aumento del 50% delle spese per la progettazione e per la produzione degli armamenti». Il presidente Putin ha commentato «Per molti anni l’industria della difesa e le forze armate erano sottofinanziate. La sicurezza del paese è in pericolo». I proletari russi, per la gran parte quasi ridotti alla fame, dovranno stringere ancora di più la cinghia: più cannoni, meno burro.

 La Russia sta impiegando nella guerra ben 140.000 soldati e 300 carri armati, appoggiati dall’artiglieria e dall’aviazione, circa un terzo dell’intero potenziale dell’armata. «Uno sforzo logistico enorme e un impegno considerevole in uomini, materiali e approvvigionamenti, una sfida che per l’esercito russo, visto il suo stato rovinoso, non sarà facile da affrontare. Inoltre, poiché da molti mesi non viene pagato il soldo ai mercenari (35$ al giorno) si fa sempre più grande la tentazione di vendere le armi ai "banditi", come è successo nella prima campagna cecena» ("Le Monde", 19 gennaio).

 Più ottimista il corrispondente de "La Stampa" del 14 febbraio che riporta una dichiarazione di un colonnello: «Stavolta a differenza della prima guerra cecena tutti hanno avuto quanto era stato pattuito (...) Chi partecipa alle operazioni belliche, chi si trova in zona di rischio prende 820 rubli al giorno, uno sull’altro. Faccia i conti, sono l’equivalente di 1.000 dollari al mese. Un ufficiale arriva vicino ai 1000 rubli al giorno, due volte una pensione minima mensile». L’articolo prosegue spiegando che il contratto può durare uno, tre o cinque anni e che i soldati che non partecipano alle operazioni militari prendono molto meno, circa 100 rubli al giorno.

 Sull’altro lato del fronte, i gruppi guerriglieri, ben pagati e finanziati dall’Occidente, Stati Uniti in prima fila, possono approvvigionarsi o corrompendo gli ufficiali russi o acquistando sul mercato internazionale delle armi, sempre aperto per chi ha denaro.

 Per la Cecenia, che prima del 1940 forniva il 45% del petrolio all’URSS, e adesso solo l’1%, la dichiarazione d’indipendenza ha significato la riduzione dei rapporti commerciali con la Russia e la fine dei finanziamenti che arrivavano dal governo centrale. I giovani, per sfuggire alla tremenda miseria in cui da anni si dibatte la regione, hanno davanti a loro l’alternativa fra farsi "guerrigliero" o arruolarsi nell’Armata russa, il che permette di ottenere un salario molto più alto di quello di un operaio. Mercenari contro mercenari, in una guerra in realtà contro i diseredati del Caucaso e contro l’intero proletariato di Russia.

 Mentre le autorità russe accusano i guerriglieri ceceni di essere dei barbari, assassini che rapiscono e torturano i prigionieri, si moltiplicano le notizie sull’esistenza di alcuni campi di concentramento, o meglio di sterminio, gestiti dall’esercito russo in cui sono rinchiusi decine di migliaia di civili ceceni, anche donne e bambini. A simbolo della ferocia di questa guerra la distruzione completa di Grozny tanto che non sarà più la capitale della Repubblica, probabilmente sostituita da Gudermes, che pare abbia subito minori distruzioni ed è in grado di ospitarne il governo.

 Frutti velenosi della guerra: secondo le ultime notizie sarebbero 15.000 i civili massacrati, 200.000 quelli costretti a fuggire dalle loro case; ma anche tra i soldati le perdite sarebbero ingenti, più di 3.000 i soldati russi caduti, 6.000 i feriti; anche le perdite dei guerriglieri ceceni dovrebbero essere di quest’ordine di grandezza; un tributo di sangue troppo alto per un’operazione "antiterrorismo".

 Secondo valutazioni russe restano ancora attivi alcune migliaia di guerriglieri che potranno dare molti fastidi alle truppe di Mosca, che dopo più di quattro mesi di guerra non hanno il completo controllo del territorio, soprattutto nella zona montagnosa a sud. Anche le zone "liberate" lo sono spesso solo parzialmente e ogni notte, mentre i soldati russi sono costretti ad asserragliarsi nelle caserme, i guerriglieri riprendono le posizioni perse durante il giorno. Il governo russo si prepara a lasciare nel paese un’armata d’occupazione di ben 50.000 uomini e costruisce caserme, aeroporti, campi fortificati.

 La Russia, incalzata ad occidente dall’offensiva della Nato, che è riuscita a portare basi, armamenti e centri di osservazione a poche decine di chilometri dal suo territorio, cerca di evitare che anche da est o da sud si minacci l’integrità delle sue frontiere e si dispone a difendere gli enormi interessi legati allo sfruttamento del petrolio del Caspio. Lo Stato russo sta quindi impegnando in questa guerra tutte le sue risorse per mostrare al mondo che è ancora una potenza militare degna di rispetto. La stampa russa intanto, tallonata da una censura "democratica" che maneggia mazzette di dollari e killer meglio del decaduto KGB, soffia sul fuoco del nazionalismo, non lesina accuse contro l’Occidente, contro gli Stati islamici, contro la Turchia... I popi benedicono il santo macello, canute barbe di "dissidenti" slavi non dissentono più...

 Questa è la guerra cecena, come è stata quella alla Serbia, un campo di prova per il terzo conflitto mondiale.
 
 
 
 

E’ IL COMUNISMO CHE RIEMPIE DI SE’ IL NOVECENTO

 Eric Hobsbawn, celebre storico che i borghesi spacciano per "marxista", ha denominato il Novecento "Il secolo breve", eleggendo i limiti del secolo fra il 1914, cioè allo scoppio del Primo Macello Mondiale, e il 1989, presunta caduta dei regimi falsamente socialisti.

 Concordiamo, fin da nostre ormai lontane indagini storiche-economiche, sulla prima data, culmine dell’imperialismo, fine irreversibile di ogni ottocentesca Belle Epoque borghese, apertura del ciclo "delle guerre e delle rivoluzioni", convulso trapasso mortale del capitalismo ove trionfa il fascismo come metodo di governo.

 Il crollo dell’URSS e satelliti, è invece un termine assai sciapo, senza un prima e senza un dopo, fenomeno che si iscrive nella generale crisi economica mondiale, giammai la sconfitta storica di una ideologia, quella produttivo-nazionalista dello stalinismo, né l’affermarsi di un modo nuovo di "pensare" la politica e l’economia, mercantile e democratico. La crisi dell’URSS è stato un fenomeno, a parte le dimensioni, qualitativamente della stessa natura del crollo del Sud-est asiatico e della Corea del sud, del Messico e del Sudamerica tutto.

 Proprio quando la borghesia costringe, come ora, i proletari ad abituarsi alla precarietà della propria esistenza senza dar loro prospettive di lavoro e si dedica alacremente a preparare nuovi conflitti dove gettare missili ed uranio, come in Serbia e in Cecenia, proprio ora la borghesia pretende decantare ai proletari quanto vi sarebbe stato di "grande" nel Novecento: dalla nuova vittoria della Ragione, della Pace e della Libertà democratica nella seconda metà del secolo, "superando" nei decenni la "barbarie" fascista e nazista. Qualche scheletro nell’armadio la borghesia di oggi ammette di averlo, ma come paragonarli agli "olocausti" che gli Hitler del passato hanno provocato?

 Noi che invece, noiosi come sempre, non perdiamo tempo nella ricerca giallesca di qualche scheletruccio, guardiamo in grande ed affermiamo che nella sostanza sociale ed economica il fascismo ha vinto e si è imposto in tutti i paesi sia dell’Est sia dell’Ovest come unica forma politica possibile per il Capitale nell’epoca dell’imperialismo. Negli Stati Uniti come in Europa o in Russia l’ipocrisia del galateo democratico super-ostentato copre la dittatura tirannica del grande Capitale che pervade ogni minimo anfratto delle cosiddette "libertà individuali" e collettive, partiti e sindacati.

 Spacciano i borghesi il Novecento come il loro secolo, con la "vittoria dell’individuo" sulle "ideologie". Sotto queste frasi di povero significato si cela il fallimento di un secolo segnato fin dai suoi primi anni dell’irreversibile incarognirsi borghese, almeno nelle sue metropoli classiche. La borghesia in tutti i campi è in ritirata e in difensiva. Tanto più ingigantiscono le sue cattedrali del profitto in macchine mostruose, che la dominano, di altrettanto cresce il suo senso di smarrimento, impotenza, imprevidenza, insicurezza; di pessimismo in tutte le manifestazioni del suo pensiero.

 Provò a reagire col Futurismo in Arte e col Fascismo in politica, ma solo perché costretta dall’incalzare della nostra classe, cui, vecchia bagascia, cerca di rubare il segreto della vita.

 Le vantate acquisizioni in tutti i campi delle scienze dell’uomo e della natura, comprese quelle circa la fisica delle particelle e la stessa teoria della relatività e dei quanti, trovano le loro fondamenta nelle scoperte frutto dello spirito illuminato dei rivoluzionari secoli precedenti. L’incalare mercantile di infiniti sorprendenti aggeggi forniti da una deificata "Tecnologia" non allievano la miseria materiale e l’infelicità di sterminate masse umane.

 Il Novecento, per chi saprà finalmente vedere la storia, resterà solo il secolo del proletariato, nel quale ha trionfato prima sul terreno della teoria sociale, poi con la vittoria in Russia del 1917. Tutto l’onore del Novecento va solo al proletariato rivoluzionario e al suo per lunghi anni minuscolo partito di sinistra comunista, i soli che, battendosi in una prospettiva di rigenerazione dell’umanità lavoratrice, hanno alzato voce e, nella Prima, armi contro i due apocalittici macelli delle guerre mondiali.

 È la classe operaia la protagonista del trascorso secolo. Non solo si è numericamente diffusa, come previsto da Marx, in tutti i continenti, ma con la sua sollevazione allo svolto degli anni ’20 a seguito dell’Ottobre rosso, ha imposto alla borghesia l’edificazione degli attuali Stati ultracentralizzati, ultrapolizieschi e ultrarepressivi. Anche dopo la sconfitta della Rivoluzione, ogni volta che il proletariato è tornato, seppure episodicamente, nell’arena della lotta di classe la borghesia si è sempre mossa risolutamente per arginarne l’oggettiva potenza, o con mezzi diretti, polizia, carceri, leggi anti-sciopero, intimidazioni, o con mezzi "indiretti" quale l’utilizzo dell’opportunismo di sindacati di regime e di partiti pretesi comunisti.

 Il portato del Novecento siamo solo noi, Sinistra Comunista, prima reale minaccia al mondo borghese, poi, come in altre epoche storiche, piccola scuola che ha conservato, di fronte ad un mare di smarrimento, il senso del domani, il Filo del Tempo.

* * *

 Come il secolo che è appena iniziato, il Novecento è cominciato con una gravissima crisi economica, la più grande che il capitalismo avesse visto fino ad allora. Come per ogni sua crisi il Capitale reagì con la violenta ricerca di nuovi sbocchi commerciali, con la caccia di materie prime a basso costo, con la vittoria dei monopoli e dei trust sui "pesci piccoli" dell’industria, ecc.

 Il Proletariato, che come sempre della crisi subisce il maggior peso, a differenza di oggi era in lotta coraggiosa, seppure guidato da una Seconda Internazionale troppo riformista che da lì a poco avrebbe tradito. Unica forza veramente vitale, la Sinistra dei partiti socialisti, in particolare in Italia e in Russia, per determinazione di classe sola nemica della retorica riformista e progressista di fine secolo e dell’anti-retorica ugualmente reazionaria e interventista del nuovo, gridava la condanna a questo mondo morente e lanciava al proletariato la consegna della sua violenta distruzione con le armi della sollevazione, della presa del potere politico, dell’esercizio della dittatura rossa.

 Nel ’14, terribile attesa apocalisse di cose, partiti e programmi, il Capitale dovette precipitarsi nella guerra, la Grande Guerra, massacro di proletari sui fronti a fine controrivoluzionario e per il tornaconto delle varie borghesie. Solo la guerra dà vigore al Capitale in crisi, soltanto 9 milioni di morti potevano ringiovanire il Dio Profitto.

 Ma qualcosa andò storto e il ’17 per la borghesia fu la grande paura: il proletariato in Russia aveva rovesciato lo zarismo ma, su indicazione del partito di Lenin, non cedendo lo Stato ad una democratica borghese repubblica ma assumendo su di sé tutti i poteri. Così cominciò il Novecento: fu il proletariato a prendere in mano i suoi destini minacciando l’ordine costituito. La minaccia proletaria fece cessare la guerra e in tutta Europa risuonò la parola d’ordine di "Tutto il potere ai Soviet". Si combatté la internazionale guerra di classe.

 Fortunatamente per gli Dei borghesi in Italia fallì il Biennio rosso, per responsabilità politica della direzione riformista, in Germania Rosa e Carlo indugiarono a rompere con i socialdemocratici, i quali non persero tempo ad ammazzarli. Per le stesse incertezze i comunisti in Ungheria non mantennero il potere per più di un mese.

 Non si può comprendere la restante parte del secolo, quella del fascismo trionfante, poi della democrazia post-fascista, se non si conoscono cause ed effetti della sconfitta della Rivoluzione in Europa e in Unione Sovietica, nozione che è patrimonio esclusivo della Sinistra comunista.

 Il 1923 fu l’anno fatidico, quello della definitiva sconfitta della Rivoluzione in Germania. La Russia economicamente arretrata, non potendo procedere nelle sue riforme comunistiche senza l’appoggio materiale dei più industriali paesi occidentali, si trovò completamente isolata e l’Internazionale di Mosca, timorosa di "perdere il treno" della storia, volontaristicamente spinse i partiti comunisti ad adottare il metodo dei compromessi (già provatisi fallimentari) con la Socialdemocrazia, a non imporsi più una drastica selezione per l’accesso di nuovi elementi ed infine a piegarsi alle esigenze nazionali e alla forma di funzionamento politico interno del Partito Comunista Russo, devoto ormai solo alla "costruzione del socialismo in un solo paese", perifrasi che altro non significa che capitalismo.

 Vinse, imponendo a forza concessioni e tattiche errate, lo Stalinismo. Esso si rilevò per quello che era, una forza del capitalismo russo, como si dimostrò con il tradimento della proletaria Comune di Shangai del ’27 e nel suo tragico epilogo. In Russia lo Stato, già proletario e comunista, divenne un altro leviatano borghese e i Partiti comunisti in tutto il mondo corsero dietro al carro dello Stalin vincitore, cioè della Controrivoluzione trionfante.

 Sconfitto il Comunismo il Capitale poté dedicarsi a risolvere la sua tremenda crisi economica del ’29 sulle spalle dei proletari, non più in grado di reagire, e riarmandosi per la ripresa del conflitto interrotto. In Italia il fascismo, in Germania il nazismo, negli Stati Uniti il New Deal, in Francia il Fronte Popolare, in Russia la corsa all’accumulazione sotto specie di "edificazione del socialismo": queste le diverse ma convergenti forme che il Capitale poté imporre. In tutti i paesi capitalisti e nelle colonie del mondo il piombo fu l’immediata risposta ad ogni conato di ripresa rivoluzionaria e, grazie allo stalinismo, tutto fu benedetto dai capi "comunisti".

 Altra trappola scattò intorno ai proletari con l’insurrezione del ’35 in Spagna: frastornati militanti e proletari si trovarono coinvolti in una guerra non loro, costretti a battersi sia con i fascisti di Franco, sia con i "compagni" stalinisti. Non esisteva più il loro partito rivoluzionario e si trovarono a fare i conti anche con gli opportunismi del POUM trotzkista e con gli anarchici. Circa 700 mila furono i morti.

 Provate le armi nella guerra di Spagna e provata la debolezza proletaria i briganti poterono riaprire le danze della guerra del Secondo Macello Mondiale. Il Capitale tedesco, nella stessa morsa in cui era stato stretto venticinque anni prima, aprì quel conflitto che tutti i principali Stati del mondo attendevano e in cui trovarono interesse a precipitarsi. La borghesia vincitrice, quella americana, poté poi imporre la propria "verità", quella della "cattiveria" congenita dei tedeschi e che la guerra fosse fra la barbarie nazista e l’alta civiltà democratica. Ma anche quella guerra, e il nostro partito fu l’unico a dirlo durante e dopo, altro non era che una contesa fra predoni imperialistici. Tanto per l’Asse quanto per gli Alleati si trattava di guadagnare alla sua fine enormi fette di mercato e di profitto. Entrambi massacrarono senza ritegno quanto era loro necessario per vincere.

 Il proletariato non poté rispondere come splendidamente aveva fatto nel ’17. La Russia di Stalin, ormai completamente capitalista, dopo una breve alleanza con Hitler aveva partecipato alla guerra, cambiando solo l’alleato. I vari partiti comunisti, completamente stalinizzati, dirottarono con abilità gli scioperi di fabbrica fra il ’43 e il ’45, nati istintivamente contro e per la cessazione della guerra, in lotta al tedesco "invasore e sanguinario" e la classe operaia venne spinta ad appoggiare uno dei predoni, quello anglo-americano, attraverso il coinvolgimento nel mito interclassista della guerra partigiana. Dalla formula leniniana della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile fra le classi alla formula stalinista e democratica: dagli al tedesco!

 Come nella precedente guerra imperialista entrambi i contendenti erano nemici naturali del proletariato. La Germania ebbe i suoi campi di concentramento (riservati per molti anni ai comunisti tedeschi), ma i francesi, gli americani e i russi non furono da meno. La Democrazia, santa e libera, si rivelò appieno nei bombardamenti sui quartieri proletari delle città tedesche e italiane ed infine con le bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki, vero inizio della pax americana. Così vinse il Capitale, democratico e costituzionale. Così perdette il proletariato.

 Questa la prima metà del Novecento dall’originale punto di vista del marxismo. Ma la seconda metà non sarà da meno. Dopo i circa 60 milioni di morti nella Seconda Guerra, altre decine ne faranno guerre più o meno locali, per non contare i morti di fame in un Terzo mondo che ha visto nell’ultimo cinquantennio il peggioramento ulteriore della possibilità di sopravvivenza dei propri abitanti. A questo prezzo è stato pagato il falso e fugace "benessere" occidentale.

 Dopo il ’45, come dopo ogni guerra, il Capitale si ritrovò rinvigorito e poté tornare a sfornare profitti su profitti per alcuni decenni. Ma per il proletariato la ricostruzione non significò altro che fame e sopralavoro. Le lotte di classe in Europa non erano cessate con il conflitto, come nemmeno sotto il fascismo: l’unica differenza fu che partiti come il PCI di Togliatti e sindacati come la CGIL di Di Vittorio erano ora collaudati per imbrigliare il proletariato accodandolo al carro borghese, facendo sfogare, quando incontenibile, la combattività proletaria per poi bloccarla a tempo opportuno.

 La Democrazia si era rilevata la continuazione del Fascismo: la polizia si potenziò ulteriormente e in Italia, Germania, Francia vennero mantenute pressoché intatte le vecchie prefetture fasciste o collaborazioniste. Si ereditò dal Fascismo la fusione fra lo Stato e i Sindacati compreso la costituzione corporativistica di questi, continuò la repressione in fabbrica e fuori numerosi sono i morti degli imponenti scioperi dell’immediato dopoguerra. Se una differenza vi era rispetto al Ventennio fascista fu questa: dopo il ’45 il capitalismo si ritrovò in un’epoca di forte espansione, di boom economico e poté così permettersi di corrompere parte del proletariato con briciole quali il "welfare state", il "consumismo" mentre il pieno impiego garantiva un minimo di certezza del lavoro e un salario un po’ meno misero. Inoltre poterono svilupparsi nuovamente ampi strati di piccola-borghesia che fecero da fondamentale cuscinetto ideologico allo scontro di classe.

 Il proletariato, seppur sempre combattivo sul piano difensivo, non poteva riportarsi sul terreno rivoluzionario. Oltre al boom economico agirono in tal senso la pressione ideale dell’opportunismo del PCI e il mito dell’Unione Sovietica, che abilmente spogliarono la classe proletaria di ogni istinto rivoluzionario e anche classista. Il ruolo controrivoluzionario del PCI e dei suoi deteriori nipotini spontaneisti e maoisti si rileveranno nelle lotte operaie dal ’69 all’80 in cui, mentre la borghesia espresse tutto il suo apparato repressivo per mezzo della polizia e fino allo "stragismo", l’opportunismo deviò costantemente ogni possibile istinto combattivo del movimento operaio fino a portare la classe operaia a ritrovarsi più nuda di prima.

 Tutte queste forze della conservazione hanno fatto degli ultimi vent’anni per il proletariato occidentale un periodo di inerzia e di sconfitta.

 In questi frangenti il partito, portatore della tradizione della Sinistra comunista, ha avuto il compito di difesa del programma originale ed incorrotto dall’assalto controrivoluzionario, proteggendolo dagli errori stalinisti, piccolo-borghesi, sessantottini, "brigatisti", ecc.

 Nella seconda metà del secolo, invece, al di fuori delle metropoli imperialistiche il ciclo vitale del modo di produzione capitalistico aveva da compiervi passi epocali. I moti di indipendenza dei massimi paesi dell’Asia portavano ad una innegabile emancipazione di molti di quei popoli dal giogo coloniale dando vita a nuovi grandi Stati nazionali pronti a scendere sul terreno prima della accumulazione originaria, poi del commercio e della concorrenza mondiale e infine, domani, del confronto imperialista armato sull’intero sferoide.

 Queste emancipazioni nazionali di giovani borghesie, dal portato potentemente rivoluzionario, si sono avute in lotta aperta sia contro la politica post-coloniale dell’Occidente democratico (che in questa sua estrema resistenza trovava occasione per coprirsi ulteriormente di infamia, si pensi alla Francia in Algeria o gli Stati Uniti contro il Vietnam) sia contro le mene dell’Unione Sovietica, tendenti solo ad una spartizione del mondo con i compari occidentali.

 Il capitalismo occidentale ovunque ha teso al pieno controllo economico e militare; ovunque ha incontrato proletari pericolosi e guadagni da fare il Capitale non si è riguardato ad impiegare il suo arsenale dal napalm alle armi chimiche. Ha messo in piedi e sostenuto dittature feroci (come in Iran o in America Latina) e venduto armi per combattere i contadini poveri e i diseredati del mondo.

 Il Novecento borghese è il secolo della storia che ha visto più guerre e massacri. Il fascismo ha vinto su tutti i fronti: tutti gli organismi già della classe sono assoggettati allo Stato e anche il proletario occidentale si ritrova sempre più precario nelle sue condizioni materiali. Gli spazi anche solo di ritrovo e di discussione fra proletari sono ormai ridotti a nulla mentre sempre in aumento è la forza nemica, poliziesca e militare, che con metodi di controllo sempre più sofisticati quali droga e televisione mantengono il proletariato idiotizzato. Mussolini non avrebbe potuto far di meglio.

* * *

 Il nuovo secolo del quale siamo sulla soglia come il Novecento comincia con una grave crisi economica che dal ’75 scava sotto il terreno dell’ormai gracile Capitale, continua a confermarsi e a lentamente acuirsi. Le leggi economiche che regolano ogni crisi capitalistica sono implacabili, che nessuna volontà può eliminare, portano irreversibilmente, se non soccorre l’intervento politico del proletariato rivoluzionario, alla finale soluzione militare della crisi, al Terzo Macello Mondiale. Il Capitale non possiede nella propria natura altro metodo che la guerra per risolvere le sue crisi strutturali. Con la guerra il Capitale distrugge le merci già vendute che intasano il commercio, conquista nuovi mercati attraverso la sconfitta del proprio concorrente economico, devìa i movimenti proletari nella difesa della patria dei padroni, e risolve alla radice il problema della disoccupazione.

 Di nuovo o Guerra o Rivoluzione è l’alternativa di questo nostro XXI secolo. Da un lato il perpetuarsi dell’infame presente, dall’altro la sua Fine, il proletariato mondiale che rialza la testa e generosamente abbatte il mostro capitalista, pone le fondamenta di una società in cui la guerra sia un ricordo sui libri di storia e l’intero globo partecipe del prodotto e del piano di vita sociale.

 Danno il Comunismo per sconfitto, e noi suoi difensori inconsistenti idealisti, perché vogliono convincersi che il proletariato subirà sempre sottomesso e che la storia si è fermata per sempre a questa fase di immondezzaio. Il nostro materialismo ci fa vedere periodi per il proletariato di avanzata a cui sono seguiti anche lunghi cicli di ritirata, sempre questi due poli della possibilità proletaria creati dalla realtà materiale in una data sequenza storica. Ci limitiamo ad osservare che le condizioni materiali determinate dalla crisi in atto non promettono nulla di buono alla classe da troppo tempo ormai dominante.

 In Asia, dove la crisi già manifesta gran parte della sua virulenza, il proletariato non è rimasto sull’attenti e, tanto nell’occidentalizzata Corea del Sud quanto nel Sud-est, i carri armati borghesi sono stati costretti ad uscire dalle caserme. La crisi in Sudamerica, causata dalla necessità del Capitale europeo ed americano di schiacciarne l’economia per imporre le proprie merci, ha anche mostrato un proletariato che, sebbene senza direzione e senza uno straccio di programma, alla crisi sa rispondere ed affrontare coi i propri petti il piombo della polizia. Il proletariato occidentale non si aspetti un’accoglienza migliore quando nelle metropoli del Capitale il peggioramento radicale delle condizioni di vita lo porteranno nuovamente a lottare.

 La classe dei senza riserve, quando si guarderà intorno alla ricerca dell’originale suo programma emancipatore, troverà il suo Partito e il ricordo della sua gloriosa secolare tradizione. Siatene certi, nel nuovo secolo ne vedremo delle belle!
 

 (Gennaio 2000)

 
 
 
 
 
 


SCUOLA - STATO - CAPITALE

 Gli insegnanti italiani sono scesi in sciopero in massa, sotto le bandiere del Cobas, rigettando unanimi le direttive produttivistiche e la disciplina ai Confederali, ed hanno numerosissimi manifestato a Roma sotto il Ministero per rifiutare un aumento salariale di 6 milioni annui conferito con metodi mafiosi al 20% di loro. L’adesione allo sciopero è stata così alta da dimostrare che vi ha aderito anche la gran parte dei lavoratori che dell’aumento avrebbero beneficiato. A quelle condizioni non l’hanno voluto.

 In gioco è, affermano, l’onore della categoria che svolge un difficile e delicato lavoro e del quale è fiera. Lavoro del quale vanno orgogliosi e che ritengono di far al meglio, in postura di resistenza al cinico sabotaggio dello Stato-padrone, cui unico metro e fobica ossessione è risparmiare.

 Questi lavoratori rifiutano, per principio, la “mercificazione” della scuola. Resistono cioè alla penetrazione del veleno del carrierismo e della concorrenza — vero scopo del ministro (non a caso proveniente dall’Università, passerella di carriere) e dei fedeli consiglieri sindacalisti — cui oppongono la solidarietà fra lavoratori. Chiedono aumenti salariali uguali per tutti e, anche a chi sparla di qualità dell’insegnamento, richiedono paghe adeguate per tutti, riduzione dell’orario e del numero di alunni per classe.

 Il vento giacobino venne ad oppore il modello statalista, unificato e obbligatorio, a quello pre-borghese chiesastico. Fino al prebellico socialista De Amicis la scuola borghese interclassista è considerata una acquisizione civile della classe operaia, cui certo non opporremo la scuola dei poveri, utopie operaiste che non possono non ridursi a ghetti di diseredati e di abbandono.E’ chiaro che il proletariato deve conoscere il suo nemico ed apprendere la sua cultura, l’unica che esiste. Che i lavoratori della scuola, anche se individualmente comunisti, insegnino la cultura borghese è cosa utile e necessaria e non scandalizza nessuno.

 Per il regime del Capitale ormai la "questione scuola" non è affrontabile che con il metro Berlinguer-confederale.E’ un fatto che certe attività umane, come quella di generare e allevare i piccoli o di curare gli ammalati, secondo la logica mercantile proprio “non rendono” e a farli rientrare nelle leggi del capitale bisogna pigiarceli forte. Le hanno chiamate Aziende Sanitarie Locali, ma dubitiamo che una assistenza sanitaria di massa possa mai presentare un bilancio in attivo. Fino a non molti decenni addietro scuole ed ospedali erano mandati avanti col non salariale lavoro dei religiosi.

 E questo è il problema finanziario: masse monetarie assai cospicue vengono così spese improduttivamente. Ben diversa è la situazione nelle scuole private ove il Capitale gira e lo scopo dichiarato non è l’istruzione ma il Profitto. Nei paesi anglosassoni l’istruzione è un fiorente ramo del terziario e scuole e ospedali pubblici non sono visti come funzioni della Repubblica, finalizzate alla formazione e al mantenimento in salute del cittadino, ma come un mal sopportato settore della generica assistenza ai bisognosi. Accanto alla scuola pubblica hanno sempre coesistito le private, da quelle cattoliche, Salesiani per poveri, Scolopi per ricchi, alle laiche ove, pagando, arrivano a diplomarsi i rampolli meno dotati della classe dominante.

 Nelle scuole private, almeno in Italia, il trattamento dei lavoratori, tranne che per una minoranza, è notevolmente peggiore che nelle scuole dello Stato e la loro forza più suddivisa e ricattata. E’ anche per questo che sono molto diffusi nei Cobas e fra i lavoratori della scuola sentimenti ed atteggiamenti a difesa della scuola pubblica, breccia dalla quale facilmente il sinistrume fa passare ogni genere di cedimento in nome dei miti della cogestione e della solidarietà col padrone-Stato.

 Sprezzante di queste ubbie il Ministro ex-stalinista (che comunista non sa nemmeno cosa vuol dire) minaccia: attenti, la scuola privata costa meno e qui si chiude! Ed è vero, è la strada segnata da poste, ferrovie, ecc. ecc. Un ulteriore drastico ridimensionamento dei finanziamenti alla scuola di Stato (mascherato sotto l’autonomia o imbrogli simili) porterà ad un indebolimento progressivo della forza dei lavoratori che sempre meno potranno richiedere.

La risposta proletaria impone quindi al Cobas scuola o a chi per esso di infrangere alcuni suoi tabù costitutivi. Primo fra tutti rigettare certi snobismi da impegnati, vero dochisciottisco giacobinismo fuori tempo, e ricercare il collegamento organizzativo come lavoratori e la solidarietà rivendicativa e di azione con i super-sfruttati e precari lavoratori delle scuole private. Sono i bassi salari di costoro e le loro troppe ore di insegnamento che fanno le scuole private meno costose, così come le paghe-mancia dei pony express quelle che minano la forza dei lavoratori delle poste. Per far questo salto occorre che il Cobas si liberi da simili preclusioni ideologiche di presunta “sinistra”.

 Le borghesie e i loro Stati hanno ormai esaurito ogni loro portato progressivo materiale e morale. Lesinando i soldi per l’istruzione provano la loro natura antisociale e il loro mortale senso di vuoto verso il futuro. Nella scuola privata ma anche in quella dello Stato borghese l’unica forza viva è quella della classe lavoratrice, che per difendere se stessa e la crescita sana delle nuove generazioni dovrà distruggere e scuola e Stato borghese. E alla fine di simile trapasso rigenerativo, che attingerà alle energie di tutto il proletariato mondiale e comunista, anche la classe dei lavoratori si troverà assai mutata. Difficile qui prevedere la Scuola di domani, quando, Stato, pubblico e privato saranno parole dal significato ormai incomprensibile.
 
 
 
 
 
 

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RIUNIONE GENERALE DI LAVORO
Firenze, 21-23 gennaio 2000 [RG76]


  • LAVORO, PLUSLAVORO, REDDITO - [Resoconto esteso]
  • ORIGINE DEI SINDACATI IN ITALIA - [Resoconto esteso]
  • MOVIMENTO OPERAIO IN NORD AMERICA -
  • GLI INSEGNAMENTI DELLA PRIMA INTERNAZIONALE - [Resoconto esteso]
  • LA QUESTIONE NAZIONALE NEI BALCANI  -
  • PER LA STORIA DELLA SINISTRA

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     Si è tenuta a Firenze nei giorni 21, 22 e 23 gennaio la riunione di lavoro del partito con ampia rappresentanza di tutti i nostri gruppi. È un metodo di lavoro che ci siamo dati, nulla inventando ma solo esplicitando tendenze di sempre del comunismo, travalicante ormai lunghi decenni di controrivoluzione, che vuol esprimere lo sforzo solidale dei militanti, al di fuori di ogni goffo personalismo, teso a confermare la energetica del programma e della dottrina nelle vicende dell’oggi e a cercare di ristabilire quel naturale rapporto fra il partito e la classe che la sconfitta ha spezzato da tre quarti di secolo. Non lo consideriamo un lavoro interno di tipo "ridotto", se non quantitativamente, non una fase "letargica" propria di questi tempi non favorevoli al movimento. Al contrario siamo coscienti dalla inevitabilità sociale materiale della presenza del nostro piccolo partito che lancia al mondo la sua sfida e prevediamo che sarà su questi moduli che si dispiegherà il risorto partito internazionale di domani.

     Lo svolgimento della riunione, comodamente ospitata nella sala di in una piccola biblioteca cittadina, si è diviso in una seduta organizzativa, al sabato mattina, e in due per l’esposizione delle relazioni dei gruppi di studio, al sabato pomeriggio e la domenica. Tutto si è potuto svolgere in piena concentrazione e tranquillità, nella coscienza che i nostri esposti non sono da considerarsi romantici, "unici" e imperfettibili parti di individui ispirati, ma risultati di un lavoro in corso di svolgimento, contributi che solo nel loro insieme e nella continuità di atteggiamenti definiscono il partito.

    LAVORO, PLUSLAVORO, REDDITO

     Quanto più e meglio penetriamo nei misteri dell’economia politica tanto più ci addentriamo nella mistica, che per noi non è misticismo, notte nera in cui tutte le vacche sono nere, ma conoscenza che coinvolge e fa collaborare intelligenza e sentimento.

     Ciò che ha fatto arricciare sempre il naso ai "marxologi" è il fatto che Marx, nelle sue opere di tipo economico, ad un tratto, dopo aver messo le mani sulla questione analiticamente, secondo il metodo dichiarato delle scienze naturali, si "lasci andare" a sfuriate ed invettive più degne di un moralista che di uno scienziato, che costoro immaginano freddo, "imparziale" e distaccato. Noi invece abbiamo sempre inteso i due momenti come l’uno la premessa dell’altro e vibriamo di sdegno insieme a Marx quando affonda la spada vendicatrice e, riposto il fioretto delle stringenti dimostrazioni matematiche e storiche, fa sentire tutto il peso del suo disgusto e promette la giusta punizione di un modo di produzione, quello capitalistico che, se ha avuto storicamente i suoi vantaggi ed i suoi meriti, chiede solo oramai d’essere ucciso.

     Con questo lavoro abbiamo inteso colpire le ultime difese teoriche di correnti segnate dal democraticismo e dall’opportunismo più estenuato ed imbelle, che credono di tenere in piedi il cadavere del capitalismo giocando con i temi della redistribuzione del reddito, dimenticando la nozione base che è il plusvalore, e non il reddito, la categoria storico-sociale che tiene in piedi l’interno edificio del modo di produzione. La redistribuzione non è che un ennesimo intervento nel campo della distribuzione, che nell’analisi materialistico-dialettica è indissolubilmente legato a quello della produzione.

     Nella vile pratica contingente "redistribuire" vuol dire togliere ancora a chi è in ogni momento del suo lavoro estorto di plusvalore. Si vuole rendere più "razionale" lo "Stato sociale", che altro non significa che decurtare ancora quanto la lotta operaia ha storicamente strappato alla classe borghese.

    ORIGINE DEI SINDACATI IN ITALIA

     Molti dibattiti nella C.G.d.L. appena sorta, 1906, potrebbero sembrare datati 2000 tanto si assomigliano le argomentazioni dei servi della borghesia di ieri e di oggi. Il relatore veniva infatti a dar lettura di estratti da articoli di Turati, da l’"Avanti!", dalla "Confederazione del Lavoro" e dalla "Critica Sociale" di quei mesi.

     I temi in discussione (davvero attuali) sono i seguenti.
    — Condizionare il diritto di accesso alla contrattazione al riconoscimento giuridico del sindacato. I favorevoli fra i sindacalisti (oltre ovviamente al padronato) sostenevano che l’ufficialità avrebbe favorito il reclutamento e la maggiore autorevolezza del sindacato sui lavoratori, non più "irresponsabile" ma con un ruolo di disciplinamento degli scioperi e di collaborazione.
    — Forza giuridica del contratto di lavoro, mentre invece la parte migliore del sindacato lo riteneva solo la sanzione transeunte di un rapporto di forze. La Confederazione poteva accettare un’autodisciplina sugli scioperi e sul rispetto degli accordi, ma non limitazioni legali esterne.
    — Registrazione dei sindacati con controllo formale dello Stato sulla sua attività, sullo statuto, i promotori, gli iscritti, la convocazione e le votazioni delle assemblee per gli scioperi. In contropartita lo Stato garantiva l’applicazione obbligatoria degli accordi anche per i non iscritti al sindacato.
    — Proposta Giolitti di divieto dello sciopero per i pubblici dipendenti ed arbitrato obbligatorio.
    — Monopolio sindacale delle assunzioni tramite il controllo sull’ufficio di collocamento.
    — Ritenuta diretta dalle paghe della quota per l’iscrizione alla F.I.O.M.
    — Deposito versato dal sindacato a garanzia dei danni provocati al padrone per scioperi entro il termine contrattuale.

     Da notare che solo il fascismo riuscirà nella piena realizzazione formale e attuale di queste pressanti tendenze della democrazia borghese. Il post-fascismo, se ne abbandonerà in parte le forme giuridiche, ne manterrà la sostanza, come si dice oggi, "concertativa".

    MOVIMENTO OPERAIO IN NORD AMERICA

     Il rapporto iniziava con la descrizione delle forme di lavoro esistenti nelle colonie inglesi sulla costa atlantica del nord America. Si faceva notare come il capitale, per diffondersi e radicarsi in quelle pressoché vergini terre dovette ampiamente servirsi di forme di lavoro coatto, da cui trarre l’energia necessaria ad avviare i propri cicli di accumulazione.

     Molto diffuso era il contratto di servitù, con il quale l’individuo che si imbarcava per il nuovo mondo si vincolava a servire per un certo numero di anni, in genere sette, un padrone con l’obbligo di lavorare senza ricevere paga e con il divieto di abbandonare il posto di lavoro; il padrone era tenuto da parte sua a pagare il costo della traversata atlantica, a fornire vitto e alloggio al servo e a versare una indennità di fine servizio al termine dei sette anni. La durata relativamente limitata del contratto e la facilità con cui il servo, finito il servizio, poteva diventare contadino indipendente, proprietario di un proprio terreno data la vastità di terra disponibile, stimolarono molto l’emigrazione verso il nuovo mondo.

     Nelle colonie meridionali lo sviluppo del sistema delle grandi piantagioni impose la necessità di adoperare una quota crescente di lavoranti, cosicché a fianco del servo bianco vennero introdotti sempre più massicciamente gli schiavi negri, importati con la forza dall’Africa, a cui venne tolta la libertà personale vita natural durante loro e dei loro figli.

     Il rapporto proseguiva soffermandosi sul processo che, col nascere e svilupparsi dei primi grandi centri urbani nel nord, determinò la crescita del numero dei lavoratori liberi possidenti abilità artigiane che avrebbero costituito in seguito il primo nucleo del proletariato americano.

     Negli anni successivi il conseguimento dell’indipendenza, i mercati si ampliarono e con essi crebbe l’industria manifatturiera; questo avvio di produzione su scala più vasta, portando con sé una crescita numerica del proletariato, diede la spinta al sorgere dei primissimi organismi di difesa economica costituita da soli salariati. Tali associazioni erano organizzate su rigorose basi di mestiere (craft-unionism) ed erano composte da lavoratori altamente qualificati dotati di una notevole abilità artigiana. Ben presto tutti i mestieri ebbero le proprie associazioni che in seguito iniziarono a federarsi a livello cittadino.

     Nel 1834 venne fondata finanche una federazione nazionale: la National Trade Unions che ebbe però vita breve, si sciolse tre anni dopo per effetto della crisi commerciale del 1837.

     Non mancano in questa fase gli scioperi, condotti con audacia da queste Unions e sfocianti spesso nella aperta violenza dato il risoluto divieto da parte della borghesia di ogni forma di associazionismo sindacale operaio sancito dalla Common Law che colpiva la "cospirazione per limitare la libertà di commercio".

     Tale divieto iniziò ad essere allentato solo a partire dal 1842, allorquando le pressioni delle Unions resero impraticabile per la borghesia il perdurare del regime basato sull’aperta proibizione dell’associazionismo operaio ed inaugurarono un periodo fondato sul riconoscimento formale della sua legittimità, continuando ovviamente l’opera di ostruzione in mille altre guise.

     Il rapporto si concludeva esponendo sommariamente le cause economiche e sociali che determinarono lo scoppio della guerra di secessione.

     Si faceva risaltare come il sistema delle piantagioni, tenendo in vita l’istituto della schiavitù, frenasse il pieno sviluppo del capitalismo e come la situazione esistente nel Sud del paese rendesse manifesta l’insufficienza delle conquiste e delle acquisizioni della rivoluziona americana, perdurando di fatto l’ingerenza del capitalismo imperialista britannico e la sua politica di rapina attingendo dall’economia statunitense, ancora di tipo coloniale, le materie prime che alimentavano la sua industria, principalmente cotoniera. In tale situazione la lotta contro la schiavitù significava nient’altro che lotta contro l’influenza imperialista inglese, suggello e conclusione del lungo e travagliato processo rivoluzionario nazional-borghese nel nuovo continente.

     I padroni del Nord avrebbero guadagnato dall’abolizione della schiavitù anche sul piano dei rapporti tra capitale e lavoro, concorrendo decisamente questo evento alla formazione di un vasto e stabile esercito industriale di riserva, condizione per avviare l’accumulazione sempre più allargata di capitale e battere la concorrenza dell’Europa (ove, non dimentichiamolo, prima della guerra civile i salari erano notevolmente più bassi che in America).

     Per quanto non determinata dall’umanitarismo verso i negri ma dalle spietate leggi del capitalismo, l’emancipazione degli schiavi fu fatto oggettivamente progressivo e per le sorti del socialismo internazionale, in quanto fattore acceleratore dello sviluppo capitalistico americano e della formazione di un moderno e concentrato proletariato nel nuovo mondo, fatti questi gravidi di conseguenze economiche, politiche e sociali alla scala mondiale.

    GLI INSEGNAMENTI DELLA PRIMA INTERNAZIONALE

     Si concludeva il lavoro sulla Prima Internazionale dopo diverse riunioni generali — rapporto che sarà pubblicato per intero sulla rivista del partito — in cui se ne sono evidenziate le vicende alla luce delle valutazioni dirette di Marx ed Engels, protagonisti in prima persona dello sviluppo di questo capolavoro proletario. Le conclusioni tratte sono le seguenti:

     1. La Lega dei Comunisti, vent’anni prima, aveva raggiunto il grande traguardo storico del chiarimento all’interno del movimento dei propri obiettivi e della sua peculiare visione programmatica del mondo: il Manifesto rappresenta l’insieme delle conquiste teoriche della Lega, un testo definitivo, che cioè definisce il comunismo per tutto il ciclo storico proletario, benché gli argomenti siano trattati ancora nelle linee generali. La Prima Internazionale, fondata nel 1864, nella sua parabola dette ragione storica dei risultati ottenuti dalla Lega dimostrando la forza solida del comunismo di Marx dinanzi alle altre ideologie rivoluzionarie, da quella proudhoniana a quella anarchica, dal blanquismo al sindacalismo tradeunionista, ecc. La lotta accanto agli altri partiti rivoluzionari permise al marxismo di imporsi all’avanguardia proletaria come sua unica e vincente dottrina.

     2. L’ideologia proudhoniana venne sconfitta teoricamente ai congressi di Ginevra (1866) e Bruxelles (1868) dopo la ormai verificata sconfitta sul piano pratico. Vennero così rigettate le tesi su uno sviluppo pacifico del cooperativismo come sistema efficace per la lotta contro il capitalismo e quelle sul rifiuto dell’azione economica. È indicativo che gli stessi proudhoniani si allontanarono gradualmente dalle proprie utopiche posizioni, spingendosi addirittura durante la Comune di Parigi su posizioni istintivamente tendenti al comunismo.

     3. Il tragico epilogo della Comune confutò poi le tesi degli anarchici di Bakunin sull’abolizione dello Stato, dimostrando al contrario l’importanza dell’offensiva continua dell’esercito rivoluzionario a guida centralizzata, e sul rigetto della centralizzazione nell’organizzazione politica. Il Congresso dell’Aja nel 1872 condannerà ufficialmente l’idealismo anarchico dimostrando la sua pericolosità per il proletariato rivoluzionario.

     4. Venne confutato dall’esperienza decennale dell’Internazionale anche l’idealismo sindacalista ponendo in primo piano che per i proletari è un errore mortale pensare che basti la lotta economica per ottenere una società socialista e dimostrando che soltanto la radicalizzazione della lotta politica nella Rivoluzione potrà creare un mondo dove cessi l’eterna lotta economica fra proletariato e borghesia.

     5. La Prima Internazionale, durante il suo percorso storico dalla fondazione all’Aja, passò dalla iniziale accettazione del libero dibattito sui mezzi per ottenere l’estinzione delle classi, alla selezione storica, per dimostrazione sperimentale, di un unico corpus dottrinario con ben chiari gli obiettivi e i mezzi per raggiungere questi obiettivi, il marxismo.

     6. Il trasferimento del Consiglio generale a New York, caldeggiato soprattutto da Marx e da Engels, dopo la sconfitta della Comune e i saturnali della controrivoluzione e nell’impossibilità di prevedere lo sblocco del treno della storia in tempi brevi, fu motivato dalla preoccupazione di salvare il patrimonio teorico e pratico dell’Internazionale dagli influssi opportunistici che inevitabilmente si andavano diffondendo. Il volontarismo del blanquismo portò alla sua separazione dall’Internazionale.

    LA QUESTIONE NAZIONALE NEI BALCANI

     Il rapporto sulla storia delle nazionalità nei Balcani riferiva, con numerose citazioni, il lavoro di ricerca marxista sulla non facile questione, raffrontando gli atteggiamenti del vecchio Engels, di Lenin e con alcune precisazioni della nostra Sinistra all’epoca delle guerre balcaniche, anticipatrici di pochissimo la prima guerra mondiale.

     In quell’area, come dimostrerà la stesura definitiva del lungo rapporto, venivano a intersecarsi questioni di nazionalità di debole slancio e in grave ritardo rispetto alla tabella di marcia dei paesi europei, mentre il fatto gigantesco della guerra imperialistica incombeva, travolgendo nel suo turbine i piccoli paesi al seguito dei massimi. Veniva così a scadere il tempo per le borghesie balcaniche di affermarsi in loro dignità nazionali.

    STORIA DELLA SINISTRA

     Il rapporto sulla Storia della Sinistra ha voluto essere un primo esame introspettivo del partito nato nell’ultimo dopoguerra. Solo in questo modo sarà possibile anche comprendere ed interpretare nel giusto modo le vicende che negli anni successivi investirono l’organizzazione e ne determinarono la spaccatura. Compito nostro sarà quindi quello di documentare il percorso reale della nostra organizzazione nelle sue importanti affermazioni positive, escludendo ovviamente ogni tipo di personalismo e pettegolezzo.

    Il P. C. Internazionalista, nato nel 1943-1945, rivendicava la propria continuità da Livorno 1921 e da tutta la tradizione della Sinistra Comunista italiana, caratterizzata soprattutto dalla coerente ed inflessibile battaglia contro la degenerazione della III Internazionale e la successiva controrivoluzione stalinista. Non a caso aveva assunto posizioni ben nette sul carattere imperialista della II guerra mondiale e sulla funzione controrivoluzionaria svoltavi dalla Russia, alleata, alternativamente, delle potenze nazi-fasciste e di quelle democratiche; sul rifiuto dei blocchi partigiani etc. Risentiva però della tremenda sconfitta subita dalla classe proletaria che era stata schiantata sotto i colpi congiunti di fascismo, democrazia e stalinismo e dissanguata per sei anni dalla bestiale carneficina imperialista.

    Quello che al piccolo partito difettò fu la coscienza della situazione oggettiva e cioè della forza della controrivoluzione. Questa errata valutazione fece sì che stati d’animo troppo ottimisti che intravedevano vigilie insurrezionali si alternassero a teorizzazioni pessimistiche che decretavano la classe operaia ormai indissolubilmente legata agli interessi capitalistici. Da tale mancanza di chiarezza derivavano errori tattici non di poco conto che, a loro volta, si riflettevano sul terreno dei principi: questione nazionale e coloniale; questione sindacale; astensionismo e parlamentarismo; vita interna di partito.

     Dopo un’introduzione così intonata, appoggiata da articoli significativi tratti dalla stampa, resoconti congressuali etc., il relatore passava alla lettura di alcuni coevi documenti di partito esprimenti la prioritaria necessità di compiere un vasto lavoro di riordinamento teorico al fine di ricollocare al loro giusto posto i termini della dottrina della lotta di classe quanto a cause determinanti, fattori agenti e rapporti di forze. Prima di avere adempiuto a questo fondante lavoro di ricerca collettivo sarebbe stato inutile, se non dannoso, pretendere di dare indirizzi di azione pratica al proletariato, soprattutto se frutto di estemporanee decisioni e valutazioni contingenti, mossi solo dalla preoccupazione "di non essere trovati in casa dalla Rivoluzione". La consegna quindi era. "La Rivoluzione bussa sempre mille volte. Meglio ancora: trova sempre qualcuno in casa".
     
     
     
     
     
     

    PAGINA 3

    HAIDER VENGA IN ITALIA
    AD IMPARARE DALLA "SINISTRA" A LAGERIZZARE GLI IMMIGRATI

     A seguito della vittoria — democraticissima — del destro Haider in Austria sono tornati a risuonare i belati sulla tolleranza democratica e sui genocidi etnici del nazismo. Ma in tutto la realtà di oggi si rivela una continua conferma della vittoria totalitaria del fascismo.

    Una delle tante conferme ci è data non dall’Austria ma dalla rinascita nella (ancora demosinistra doc) Italia dei campi di internamento per immigrati (ben 11 in soli sei mesi!) dove sono rinchiusi gli stranieri senza permesso di soggiorno, in attesa della seletcia: i più sani, docili e robusti saranno inseriti nella macchina del superlavoro, gli altri rigettati nell’inferno del proprio paese di provenienza, con gli auguri, altra delicatezza democratica, di una silenziosa morte per fame. Il nome dato a questi istituti è molto soft: "campi di accoglienza provvisori". Quanto questi campi siano accoglienti ci è mostrato dalle numerose rivolte degli ultimi mesi contro gli alimenti avariati e le condizioni igieniche, dalla morte di 5 internati a Roma e a Trapani durante un disperato tentativo di fuga e da un’altra fuga tentata da 22 prigionieri dal campo di internamento di Torino.

     Mentre in Italia si parla di immigrazione con toni da teatro delle marionette, un episodio in Spagna dimostra come la questione immigrazione può essere fomentata nel momento che la crisi economica si fa crudamente sentire. In Andalusia, a El Ejido, l’assassinio di una ragazza da parte di un maghrebino è stato utilizzato per provocare una caccia all’immigrato, quasi un linciaggio: gli arabi sono stati costretti alla fuga, hanno trovato bruciati i propri negozi e i bar dove si ritrovano, le automobili rovesciate, ecc. Il tutto con il beneplacito della polizia che non ha gran ché disturbato le azioni. Migliaia di questi immigrati lavorano nella zona 10-12 ore al giorno per stipendi decisamente più bassi del normale. «Da anni si è lasciato che la situazione si deteriorasse, scrive "Le Monde". Datori di lavoro senza scrupoli utilizzano marocchini e africani, giovani, poveri, forniti dalle reti clandestine di manodopera. I dirigenti politici chiudono gli occhi davanti a questa situazione, dato che gli stessi lavoratori non posseggono alcun diritto, vivono in baracche insalubri e subiscono quotidianamente soprusi di vario genere. E le autorità, abituate alla pratica di due pesi e due misure, spesso terrorizzano gli immigrati, e più sovente ancora fanno loro subire vessazioni o comunque li fanno sentire indesiderabili in una regione che però deve molto al loro contributo di lavoro. Questo insieme di vigliaccherie non confessate e di irresponsabilità condivise è andato a finire come era logico: col grido all’omicidio». E pensare che Andalusia è nome arabo che sta per "paese che è al di là".

     Eppure il bombardamento ideologico cui siamo costantemente sottoposti fa demagogicamente appartenere il "valore" dell’antirazzismo alla sinistra borghese e l’anti-valore del razzismo alla destra. I "sinistri" sarebbero quelli dal cuore tenero e "aperti" ad ogni popolo, i "destri" i pragmatici senza un briciolo di solidarietà. Pare dunque che nella società multietnica, che si sta estendendo a paesi che ancora non la conoscevano, la grande questione che si imporrà all’Uomo del XXI secolo sarà quella del suo rapporto con lo "straniero", quella della "scelta" fra "tolleranza" e "non tolleranza".

     Noi siamo da 150 anni, per definizione, internazionalisti, da sempre disdegnamo l’appartenenza ad una qualsiasi patria o stirpe, da sempre preconizziamo l’abbattimento dei confini nazionali. La questione, però, della contrapposizione "ideale" fra razzismo e antirazzismo, diciamo noi, non è altro che una mistificazione costantemente alimentata da una propaganda oculata che fa credere al proletariato che le grandi questioni storiche siano decise dai buoni sentimenti, dall’individuale volontà o dalla morale democratica, escludendo sempre la ripresa della lotta di classe.

     L’emigrazione è fenomeno che ha avuto grande sviluppo negli ultimi due secoli, da quando cioè domina il modo di produzione capitalistico. Il capitalismo ha costretto gli uomini — per fame — ad andare a vendere la propria forza lavoro a decine di migliaia di chilometri di distanza, ha basato l’accumulazione di profitti sulla trasformazione in proletari della gran parte dei viventi. Ma prospera anche sulla sottomissione dei 3/4 del pianeta ai diktat delle metropoli del Capitale.

     È «nel carattere di crisi storica del Capitale lasciare sussistere un Nord senile e sempre più sterile, in cui la popolazione è stagnante e decrescente, e un Sud vitale e prolifico che tende a sommergere di bipedi umani il mostro capitalista, ma al quale lo sviluppo economico viene proibito», scrivemmo in "Emigrazione, fattore di progresso e di rivoluzione" su questo giornale nel 1995.

     Mentre diffonde il suo modo di produzione e i suoi "valori" individualistici e mercantili in tutto il mondo, sconvolgendo cose e ritmi di vita, e lacerando corpi, affetti e menti, il Capitale conserva, insieme alle forti differenze economiche, distinzioni per nazionalità, per etnia, per religione, per razza. Costringendo i gruppi umani ad una lotta perenne e ad una disperata difensiva dei soccombenti, ne rafforza e perpetua l’attaccamento alle forme culturali specifiche, agli stili di vita e di pensare la vita. Insomma obbliga gli uomini a mantenere le loro differenze ideali e lo spirito chiuso di gruppo come sollievo all’individualismo e alla concorrenza borghese dominante.

     Essendo però l’emigrazione un fenomeno di cui il Capitale avrà sempre bisogno affinché si possa procurare forza-lavoro a basso costo e possa così spingere verso il basso la media dei salari, vengono a diffondersi sempre più le società multietniche, misto di integrazione sostanziale e di separazione ideale. In queste società fa decisamente comodo al Capitale alimentare il fenomeno razzista, sia a sfogo di una demente e schifosa piccola-borghesia precipitante nella crisi, sia a dividere un proletariato smarrito dalla controrivoluzione ma che minaccia di ritrovare la sua unità di classe, sia a terrorizzare i "salvati". Un popolo che ne opprime un altro non potrà mai essere libero.

     Mentre è una illusione per i proletari stranieri attendersi di ottenere che il razzismo sia sconfitto dagli astratti ideali di uguaglianza borghese, il proletariato cosciente deve far propria e lottare per la rivendicazione della totale estensione dei diritti civili e di lavoro a chiunque presti la sua opera al Capitale. Il proletariato conosce solo la cittadinanza di classe, che sola può fa sentire il lavoratore straniero veramente uomo fra gli uomini. La difficile questione — nelle condizioni di oggi fonte di non poca concorrenza fra venditori di braccia — potrà porsela solo un risorto e forte movimento sindacale di classe, che punterà non soltanto a che tutti i lavoratori stranieri abbiano la necessaria Carta che consenta loro almeno di farsi sfruttare liberamente, cosciente del fatto elementare che la difesa di tutti passa per la difesa delle condizioni dei più deboli compagni di lavoro.

     È una questione di classe e in quanto ciò i lavoratori non si schiereranno a favore delle varie leghe antirazziste che accettano servilmente che gli stranieri si facciano massacrare 10 o più ore al giorno per una paga che permette a malapena di vivere!

     Manifestazioni come quella di Haider in Austria, di El Ejido in Spagna, dei campi di internamento in Italia altro non esprimono che l’attuale necessità del capitalismo da una parte di utilizzare come propri schiavi i disperati del Terzo Mondo, dall’altra di fomentare sempre, anche in modo non esplicito, l’odio razzista e ritardare così il risorgere del genuino e giusto odio di classe.

     Il capitalismo è basato sull’emigrazione forzata di masse di proletari. Il comunismo è invece un piano razionale e necessario che prevederà il progressivo confluire, sulla base della tecnica e della scienza moderna, dei mille sfaccettature del complesso percorso storico umano, tutto fondendo, nulla perdendo. Per questo occorre che gli attuali diseredati di tutto, i senza-cultura e senza-terra si riapproprino del loro unico motto: Proletari di tutti i paesi unitevi!
     
     
     

    IL PROLETARIATO INDONESIANO SA COMBATTERE

     "Il potenziale esplodente è quello della classe operaia indonesiana", titolava un recente numero del nostro giornale in riferimento all’ormai passata in sordina crisi di Timor Est ma che potrebbe estendersi alla successiva nelle Molucche, volendo rimarcare che la vera questione insoluta in Indonesia non è la questione nazionale, ma quella dei rapporti di classe fra borghesia e proletariato. A dimostrazione di quale sia questo "potenziale esplosivo" la notizia di qualche giorno fa di una vera e propria rivolta scoppiata tra i lavoratori di una fabbrica della Nike che chiedevano una gratifica in coincidenza con le festività.

     In Indonesia lavorano per la Nike, a quanto riporta la stampa, ben 120.000 lavoratori in 12 fabbriche di scarpe e in altri 20 stabilimenti in cui si producono abbigliamento ed accessori. «Un operaio guadagna 330 mila rupie al mese, molto di più del minimo sindacale previsto in Indonesia che è di 172.500 rupie». Per ottenere questo salario (che corrisponde a 45 dollari, meno di 100.000 lire mensili) devono lavorare a cottimo per circa 60 ore settimanali.

     La rivolta degli 8.000 lavoratori di una di queste fabbriche, che hanno sfasciato macchine e attrezzature e sono stati impediti dall’assalire i dirigenti di fabbrica dall’intervento di centinaia di poliziotti, dimostra, al di là del motivo contingente, l’energia di questi lavoratori supersfruttati, benché non dispongano di alcuna organizzazione di difesa economica dato che i sindacati ufficiali sono legati a doppio filo col padronato e col governo.

    Queste rivolte si moltiplicheranno, si allargheranno sempre più, diverranno base solida per il formarsi di organizzazioni sindacali di classe che riuniranno tutti i lavoratori dell’arcipelago indipendentemente dalla loro razza e dalla loro religione. Questa è la nostra certezza.
     
     
     
     

    PAGINA 4

    RIUSCITO LO SCIOPERO
    DI COMU E COORD.CONSIGLI DEI DELEGATI

     Lo sciopero del 4 febbraio ha evidenziato che in ferrovia esiste una lotta che abbraccia tutte le categorie: non sono più soltanto i macchinisti a scendere in campo, ma ampi settori che vanno dalle stazioni, agli uffici, alle officine.

     La bozza di contratto siglata dai sindacati tricolore, che attacca a tutto campo le condizioni di lavoro dei ferrovieri, ha rotto l’immobilismo di tanta parte della categoria. Illusioni e speranze sono cadute dinanzi alla richiesta di una diminuzione occupazionale di altre 20.000 unità, dopo le 100.000 perse dal 1987 ad oggi, calo che comunque non coprirebbe la richiesta del 20% di abbattimento del costo del lavoro. Sono stati, infatti, ipotizzati altri tagli. Sei giornate di ferie in meno, il giorno di Pasqua non più considerato festivo, niente aumenti salariali, anzi la costituzione di una quota parte da separare dallo stipendio base e che sarà assicurata agli attuali ferrovieri soltanto sino al 2003, mentre non sarà considerata per i nuovi assunti, cifra che si aggira nell’ordine delle 3/400 mila lire. Oltre a queste richieste si pretenderebbe un ovvio aumento della produttività grazie a nuove "elasticizzazioni".

     Insomma un attacco massiccio portato da un padrone costretto ad una infinita "ristrutturazione" aziendale e che vede diminuire il tempo a disposizione. Gli "ammortizzatori sociali" sin qui usati trovano oggi contrari i governanti, stretti a loro volta tra necessità politiche e ristrettezze finanziarie. Nuovi prepensionamenti sarebbero il solo modo per espellere altri lavoratori, ma alla maggioranza di questi, assunti nei primi anni settanta, mancano troppi contributi per giustificare un ricorso massiccio alla cassa integrazione in attesa della quiescenza.

     Il Coordinamento Macchinisti Uniti all’interno di questo movimento appare ancora il punto di riferimento, anche se il Coordinamento dei Consigli dei delegati, nato negli ultimi mesi, ha avuto un’importanza fondamentale per allargare le iniziative e per organizzare le altre categorie.

     La preoccupazione dei sindacati di regime di fronte a questa mobilitazione è stata tale da subito proclamare per il 18 febbraio uno sciopero, nella speranza di recuperare un minimo di consenso e credibilità. Chiaramente un’azione di disturbo e di disorientamento che, se mai fosse confermata, chiederebbe ai ferrovieri un suicidio per pura fede, in nome di un accordo mai discusso e men che meno approvato in una qualsiasi assemblea o tanto meno con referendum. Ma la volontà della base si è ben manifestata ugualmente con l’adesione maggioritaria allo sciopero.

     Apprezzando come sia complessivamente corretta la struttura organizzativa, lodevole l’opera di allargamento agli altri ferrovieri e relativamente in crescita la combattività, rileviamo come all’interno del CoMU si siano recentemente espressi notevoli dissensi tra chi si dimostrerebbe sin troppo disponibile alla trattativa pur di esserci e chi invece da sempre sostiene che i rapporti con la dirigenza FS possono affrontarsi soltanto facendo leva su rapporti di forza favorevoli e che qualsiasi compromesso deve chiaramente finalizzarsi al rafforzamento generale e alla chiarezza di indirizzo del movimento.

     Deve esser chiaro che, come per FS e Confederali, che si appoggiano a tutte le risorse del regime borghese e del suo Stato, anche per il CoMU valgono le necessità di uno scontro che non può essere vinto se non in una prospettiva ampia, che veda nella lotta di tutti i lavoratori la via unica e necessaria per imporre le necessità di classe ad un padrone forte soltanto in apparenza, profondamente vulnerabile dalla ben diretta lotta generale operaia.