Partito Comunista Internazionale Indice - Numero precedente - Numero successivo
"Il Partito Comunista" n° 296 - febbraio 2003 - [.pdf]
PAGINA 1 – CONTRO LA GUERRA E CONTRO LA PACE DEL CAPITALE.
PACIFISMO IMPERIALISTA.
– Lo schermo Saddam.
Referendum articolo 18: UN REGALO AVVELENATO.
PAGINA 2 – Firenze, 25-26 gennaio - BEN ORDINATA RIUNIONE DI LAVORO  [RG85]:
Curve delle Produzioni - Storia della Guerra Civile americana - Origine dei sindacati in Italia - Guerra preventiva o Prevenire la guerra? - Militarismo e Antimilitarismo.
PAGINA 3 ALGERIA, IERI E OGGI - 8. Bilanci e prospettive marxiste dell’insurrezione algerina:
b) Il proletariato di fronte al movimento nazional-rivoluzionario - Gli accordi di Evian ovvero la collaborazione dell’FLN con la borghesia francese - Conclusioni sul passato, il presente e l’avvenire (nel 1961).
PAGINA 4 Una classe operaia elastica... e flessibile.
– I macchinisti FS sempre in trincea.

 
 
 
 
 
 

PAGINA 1


CONTRO LA GUERRA E
CONTRO LA PACE DEL CAPITALE

Il Medio Oriente è conteso dai blocchi capitalisti da più di un secolo. Dapprima fra Russia da una parte e Inghilterra, Francia e Usa dall’altra. Oggi, dopo il crollo russo, gli Stati Uniti d’America vengono ad imporvi la loro maggior forza militare. Non solo per il petrolio, il suo rifornimento e il suo prezzo, ma per il dominio strategico dell’area.

Il capitale statunitense – in una gravissima crisi economica, che si avvia ad essere la peggiore degli ultimi settanta anni e che già si scarica micidiale su milioni di lavoratori americani – intende penetrare la regione, installarvi le sue teste di ponte militari e commerciali allo scopo di risollevare con le armi i profitti.

Vere vittime delle guerre borghesi sono i lavoratori: oggi accomunati per primi nell’attacco gli iracheni e gli americani, civili o in divisa, poi i proletari di tutta l’area, arabi, curdi, israeliani, infine i lavoratori del mondo intero, immiseriti, terrorizzati, repressi nel povero Sud come nel sempre più simile Nord.

Stentati e contorti distinguo vengono da altri Stati ugualmente capitalisti, non perché amanti della pace e inorriditi dal carnaio che si prospetta, ma perché hanno da proteggere anch’essi i loro egoistici interessi borghesi nell’area e non sono ancora pronti a scendere in guerra per difenderli. Il fronte dell’Euro, nella misura in cui resiste, non rappresenta una forza di pace, in opposizione ad un guerrafondaio fronte del Dollaro, ma uno degli schieramenti nel generale scontro interimperialistico, verso cui il regime del Capitale va precipitando. Da questo scontro uscirà non una impossibile Europa diversa, ma inesorabilmente il confronto diretto fra i giganti mondiali del Capitale: Europa, Usa, Russia, Cina, Giappone..., e la Terza guerra sarà imperialista, così come lo è stata la Prima e come lo è stata la Seconda.

In Italia movimenti genericamente pacifisti e l’opposizione di sinistra (che già dettero l’adesione alla guerra in Iugoslavia) si sono dichiarati pronti ad unire la loro benedizione a quella delle Nazioni Unite – covo della diplomazia imperialista – anche su questa guerra, che non sarebbe schifosamente reazionaria e antiproletaria, ma necessaria e in difesa della pace, e si daranno essi stessi da fare per spingere i proletari ad aderirvi. Ciò conferma l’assunto comunista che l’involucro parlamentar-democratico, vanto ovunque e perenne della civiltà borghese, è perfetto a contenere il più micidiale e lubrificato militarismo e il miglior inganno per la ordinata traduzione dei milioni di proletari dalle fabbriche e dagli uffici alle trincee.

Intanto già partono mille alpini per l’Afghanistan, ma la Cgil si rifiuta di mobilitare i lavoratori contro la guerra, contro l’aumento dello sfruttamento, contro il restringimento ulteriore delle libertà sindacali che il regime di guerra determinerà. Sono solo i sindacati di base che hanno proclamato lo sciopero generale per il giorno in cui le prime bombe cadranno sull’Iraq.

- IL CAPITALE È ASSETATO DI GUERRA.
- SOLO LA CLASSE OPERAIA INTERNAZIONALE
  ha la forza di opporsi ai piani micidiali del capitalismo.

Solo il proletariato, classe di SENZA PATRIA – che non ha nulla da guadagnare né dal prevalere economico né dalla vittoria in guerra del proprio paese – ha una sua prospettiva di emancipazione storica e sociale e la forza per imporla, contro le guerre del Capitale e contro le sue altrettanto mostruose e invivibili paci. Per poter essere esplicata questa forza deve essere organizzata e diretta: devono rafforzarsi le organizzazioni sindacali di classe, capaci di mobilitare la grande maggioranza dei lavoratori, a scala nazionale ed internazionale, deve diffondersi il Partito Comunista Internazionale, strumento indispensabile per condurre la classe lavoratrice sul fronte dell’opposizione rivoluzionaria alla guerra imperialista.
Per l’emancipazione dei lavoratori.
Per la solidarietà di classe con il proletariato iracheno e di tutto il Medio Oriente.
Contro la guerra tra gli Stati, per la guerra di Classe contro il regime del Capitale.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Pacifismo imperialista

Sarà mai possibile fermare la guerra in Iraq?

I partiti di Stato, l’enorme e globale apparato della Chiesa, i sindacati di regime, che nelle capitali europee hanno radunato smisurate manifestazioni contro la guerra, in contemporanea ad altre minori in decine di paesi del mondo, hanno risposto che la guerra può essere fermata. Si appellano alla Carta dell’ONU e alle Costituzioni nazionali che, come quella italiana, ripudiano la guerra; oppongono ai governi e ai parlamenti la forza dell’opinione pubblica oggi contraria alla guerra, nella sua maggioranza, in tutti i Paesi, dall’Europa agli Stati Uniti, dal Giappone alla Russia. I più estremi minacciano azioni di disobbedienza civile per affermare il loro rifiuto della guerra “senza se e senza ma”.

Intanto i governi di Francia e Germania, sostenuti da Russia e Cina, a quella guerra oggi si mostrano contrari ma solo per difendere i loro interessi imperialisti sull’Iraq e sulla regione, minacciati dall’offensiva degli Stati Uniti; sul fronte opposto persino Washington e Londra dichiarano di voler scendere in guerra contro l’Iraq per difendere la pace mondiale, minacciata dal “terrorismo” e dagli “Stati canaglia” che lo proteggono.

Eppure, in questo clima di generale “ricerca della pace”, la guerra ci sarà, “senza se e senza ma”, e nessun movimento pacifista, interclassista e non-violento potrà fermarla. Mai, nel lungo secolo appena finito, scandito da guerre terribili tra fronti imperialisti rivali e da centinaia di loro interventi “locali”, si è dato che una guerra sia stata impedita da forze richiamantesi al pacifismo democratico e interclassista. Né mai una guerra è stata impedita dal democratico voto di un parlamento.

La guerra scoppierà perché il Capitale mondiale è assetato di sangue e distruzioni: l’economia mondiale ristagna, gli Stati Uniti hanno bisogno di guerra per sfuggire alla crisi della loro economia ormai in recessione da molti mesi. C’è la necessità di rispartirsi il petrolio iracheno e mediorientale e, a questo fine, di guadagnare posizioni strategiche vitali per lo scontro che si appresta fra gli imperialismi: Stati Uniti d’America, Europa, Russia, Cina, India, Giappone. Sarà la guerra di trent’anni di cui ha parlato il portavoce dell’apparato militare-industriale degli Stati Uniti, George Bush Jr.

Noi comunisti sappiamo quanto il pacifismo “stagionale” della borghesia sia pronto a mutarsi in interventismo al cambiare della convenienza economica. Ricordiamo che il pacifismo delle Chiese si è sempre ribaltato, al momento opportuno, nella benedizione degli eserciti; denunciamo il pacifismo degli Stati come uno strumento di propaganda utile a giustificare il loro militarismo; ricordiamo che il pacifismo dei sindacati di regime si è sempre tradotto in strumento per l’arruolamento patriottico e per la disciplina nella produzione di guerra. Solo la mobilitazione della classe lavoratrice, che compone il nerbo degli eserciti borghesi, che dà ad essi forza e sangue, può impedire la guerra.

In un articolo dal titolo tagliente “Pacifismo servo dell’imperialismo”, scritto nella prima metà del 1917, durante il primo macello mondiale, Leone Trotzki scriveva: «Non ci sono mai stati tanti pacifisti al mondo quanti ve ne sono oggi, quando in tutti i Paesi gli uomini si stanno uccidendo l’un l’altro. Ogni epoca storica ha non solo la propria tecnica e la propria forma politica, ma anche una forma di ipocrisia ad essa peculiare. Una volta i popoli si distruggevano l’un l’altro nel nome dell’insegnamento cristiano di amore per l’umanità. Oggi solo i governi arretrati si richiamano a Cristo [o ad Allah, ndr]. Le nazioni progredite si sgozzano a vicenda in nome della Pace. Wilson trascina l’America in guerra nel nome della Società delle nazioni [oggi ONU] e della pace perpetua. Kerensky e Tsereteli [dirigenti democratici e “di sinistra” del governo borghese in Russia] richiamano all’offensiva nell’interesse della pace imminente».

Pochi mesi dopo la guerra sul fronte orientale veniva fermata: il proletariato russo, sotto la guida del Partito bolscevico, fraternizzava col “nemico” tedesco e abbandonava le trincee per rivolgere il fucile al petto della propria borghesia; si impadroniva del potere politico ed imponeva la pace a tutta Europa, sotto la minaccia della rivoluzione internazionale.

Solo la vittoria della controrivoluzione, in Russia e a livello mondiale, con l’assoggettamento del proletariato internazionale all’economia e all’ideologia borghese, prolungatosi per tanti decenni, hanno consentito che altre guerre borghesi venissero a fermare la ruota della storia e cancellato il ricordo di quegli avvenimenti nelle giovani generazioni proletarie. Sta al partito, memoria storica della classe, ricordare e indicare la strada.

In Italia i sindacati anticoncertativi, che hanno aderito e fatto confluire i lavoratori alla manifestazione romana, devono aver presente che l’attuale “idillio” di tutte le classi intorno al “no alla guerra” è apparente effimero infondato e fallace e che presto si troveranno del tutto soli anche sul tema dell’antimilitarismo di classe. Hanno lanciato la parola d’ordine dello sciopero generale contro la guerra. Tra i sindacati confederali, ad oggi, avrebbe risposto la FIOM, con tiepida adesione della CGIL. La UIL è già partita per il fronte, come gli alpini; la CISL tiene il piede in tre scarpe, chiede pace ma non muove un dito. Ma la storia dell’ultimo secolo ci insegna che i sindacati di regime, e la CGIL è un sindacato di regime, non si schiereranno mai contro gli interessi dell’economia e della politica nazionale. Lo stesso giudizio vale, ovviamente, per i partiti parlamentari, anche di “sinistra”.

Nessuno si illude che uno sciopero – oltreché attuato con le modalità attuali, per un giorno, per un turno, assicurando i servizi essenziali, indetto da sindacati minoritari (e anche se ci fossero FIOM e CGIL) – possa costituire un deterrente per la Borghesia e per lo Stato contro l’adesione alla guerra. Costituisce però oggi un passo necessario, verso quella riorganizzazione della classe senza la quale le sarà impossibile opporsi domani, non solo a nuove guerre locali, ma anche alla forse non lontana negli anni, nuova guerra mondiale.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Lo schermo Saddam

È cominciato il conto alla rovescia per la guerra contro l’Iraq: gli interessi del capitale internazionale sul Medio Oriente devono essere imposti.

Gli USA, divenuti l’unico “poliziotto mondiale” dopo il crollo della Russia, vengono ad imporre i loro voleri in Medio Oriente, area da sempre di conflitto fra i grandi paesi capitalisti

Non c’è solo il petrolio, il suo rifornimento e il suo prezzo, ma anche il dominio strategico dell’area. Il capitale statunitense intende penetrare la regione, installarvi le sue teste di ponte militari e commerciali allo scopo di sollevare le quotazioni di Wall Street, proteggere il Dollaro contro l’Euro, ed è costretto a perseguire questo scopo con qualunque mezzo, pacifico o cruento.

Le accuse a Saddam Hussein di disporre di armi di distruzioni di massa sono solo un paravento. Quando, negli anni ’80, usò i gas contro i Curdi tutte la maggiori potenze capitaliste si affannavano a fornirgli armi in modo che centinaia di migliaia di giovani proletari in divisa fossero trucidati nella guerra con l’Iran. L’ipocrisia dell’accusa all’Iraq di detenere “armi di distruzione di massa” si accresce considerando che tutte le grandi potenze dispongono di simili armi e sono ben pronte ad utilizzarle. E le hanno utilizzate: anche se solo “convenzionali”, dal macello in Afghanistan, alla Cecenia, alle continue “guerre civili” in Africa finanziate e dai governi e dalle compagnie internazionali, per non ricordare la Corea, il Vietnam...

Qualche brontolio viene da Germania, Francia, Russia e Cina, non certo in quanto “amanti della pace” o inorridite dal macello che si prospetta, ma solo perché hanno i loro interessi finanziari, commerciali e petroliferi da proteggere. Si appellano alle Nazioni Unite, consesso di Stati capitalisti, come se la benedizione dell’ONU potesse rendere la guerra meno schifosamente borghese e antiproletaria.

Che la guerra sia combattuta dispiegata o che venga imposta agli Usa una soluzione di “pace”, gli interessi del capitalismo internazionale non saranno minacciati mentre la morte, le brutalità la fame e la miseria dilagheranno ancora nella regione. È così che il Capitale fa i suoi interessi. Ogni alternativa che si propone sarà solo un’illusione, al servizio di uno dei gruppi capitalisti contro un altro.

Solo la classe operaia internazionale potrebbe avere al forza di opporsi ai piani micidiali del capitalismo. Il pacifismo delle altre classi, della piccola borghesia, degli intellettuali, della Chiesa, degli “europeisti” è destinato o all’impotenza o a farsi strumento della propaganda dei uno dei blocchi imperiali. Solo il proletariato ha una sua prospettiva storica e sociale, che può imporre solo con la sua forza organizzata di classe e col suo programma emancipatore comunista, contro tutte le guerre del Capitale.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Referendum articolo 18
Un regalo avvelenato

La Consulta, organo dell’italico Stato borghese, ha dichiarato ammissibile il quesito referendario sull’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che prevede in caso di vittoria dei “sì” il diritto al reintegro sul posto di lavoro anche a chi è impiegato in imprese sotto i 15 dipendenti.

Il quesito, proposto da Rifondazione Comunista e che si è fatta carico della raccolta delle firme, viene al culmine di una “lotta”, essenzialmente parolaia, della sinistra opportunista contro l’intenzione del governo di concedere al padronato alcune deroghe su codesto articolo per poter più facilmente licenziare, oggi verbo considerato quasi magico dalla classe industriale italica e internazionale. Il governo “delle destre” ha proclamato di voler revocare un “diritto” che alla sua base elettorale di piccoli borghesi è sempre apparso come la negazione di una “naturale” facoltà padronale e un “ingiusto” prodotto del “consociativismo”.

Si sono subito prestate a questa manovretta, contro il governo “di destra”, “dei ricchi”, le “sinistre”, “del popolo”. Per non mettere sul tavolo pericolose rivendicazioni attuali, come avrebbe potuto essere la riduzione dell’orario di lavoro o la difesa dei salari, d’accordo i sindacati (che hanno finto di dividersi), hanno gettato nelle cronache e fra i piedi del movimento una questione del tutto eccentrica rispetto ai problemi, alle preoccupazioni e alle pressanti necessità della classe operaia. A questa, sempre più precaria, sottoccupata e sparpagliata, licenziabilissima ad nutum, dalla sera alla mattina, affamata di pane gli si offre la brioscina della difesa dell’Articolo 18. Si raccoglie la provocazione governativa e si rilancia col referendum.

* * *

Lo “Statuto dei Lavoratori” nacque in tempi di pieno impiego sulla base di illusioni di progresso sociale e giuridico, alimentate dalla bugiarda ideologia del potere e della cogestione in fabbrica, che tanto danno hanno fatto, dall’ordinovismo, passando per il fascismo, lo stalinismo fino al sessantotto ed oltre. I tempi sono però cambiati e la lunga crisi ha messo in chiaro che non solo la fabbrica non è “degli operai”, ma nemmeno “del padrone”, forse delle banche, sicuramente “del Capitale” anonimo e globale.

Gli sottostà una diffusissima, da sempre e forse inevitabile, illusione all’interno del movimento sindacale non diretto dai comunisti, che limita il fine della lotta di classe ad accumulare diritti nella cassaforte delle istituzioni e della legislazione borghese. È il sindacalismo dei diritti, esplicitamente così formulato dai teorici e dai propagandisti dei sindacati di regime. Qui si finisce per difendere più dei principi astratti che le reali condizioni materiali, il cittadino-lavoratore dal cittadino-padrone, uguali nei diritti, più che la generale e immediata difesa della classe. Si riduce quindi uno scontro di interessi che è sociale e ciclopico, e richiede strumenti corrispondenti, ad una miriade di casi individuali, col lavoratore cui non resta che andare dall’avvocato e il sindacato costretto a ridursi ad ufficio di consulenza legale. È evidente che con simili mezzi non si otterrà mai la reale difesa di classe, ma solo la soddisfazione di averla spuntata in qualche caso singolo.

L’articolo 18, di fatto, ha un’applicazione limitatissima, si parla di un cento casi l’anno, rimanendo, comunque vada nell’aula del tribunale, molti altri strumenti alle direzioni per rendere la vita impossibile ad un lavoratore e costringerlo a licenziarsi.

Per contro, nel caso specifico della licenziabilità, tutti, destri e sinistri, sono d’accordissimo che esistono giuste e legalissime cause per licenziare, le cause del Capitale, le idolatrate e intoccabili necessità produttive, che nessuna legge borghese verrà mai a contrastare: quando serve a rialzare i profitti, è ovvio, si licenzia e zitti. È ingiusto licenziare un operaio, è giustissimo licenziarne migliaia!

* * *

Lo sporco gioco fra politicanti borghesi per intorbidire le acque dunque continua. Quando è stata resa nota l’ammissibilità del quesito, i principali detrattori del referendum sono stati proprio i partiti “della sinistra” e i sindacati della Triplice, quelli che non tanto tempo fa accusavano il Governo di “fare una politica troppo vicina ai voleri di Confindustria”. A distanza di mesi è doveroso riportare i commenti attuali di questi signori al quesito referendario.

Il “cinese-padano” Sergio Cofferati, ex leader CGIL oggi impiegato modello alla Pirelli: «Non sosterrò questo referendum, distruggerebbe quello che con fatica abbiamo costruito». Cosa abbia costruito negli ultimi tempi la CGIL per tutelare i lavoratori, specie i cosiddetti “atipici” come i part-time, i tempo determinato, quelli in nero, gli interinali e collaboratori coordinati e continuativi o senza contratto, ci viene difficile ricordarlo. Il segretario dei DS Piero Fassino, come altri esponenti del suo partito, vuole percorrere la strada della via legislativa: «La coalizione presenterà un disegno di legge specifico in grado di dare soddisfazione ai lavoratori delle aziende minori»; mentre alcuni “petali” della Margherita, come l’ex ministro Treu, gran guru della flessibilità di marca ulivista, sostiene che la via legislativa è «tecnicamente inefficace e politicamente non condivisibile». Terrorizzato invece risulta il senatore DS Franco De Benedetti, esponente del grande Capitale italiano in quel coacervo del centro-sinistra, «in quanto comunque vada il referendum sarà un successo per Bertinotti poiché raccoglierà più consensi di quanti ne abbia presi alle politiche, così il centro-destra potrà dipingerci come pericolosi estremisti».

Ugualmente “sfumate” le posizioni della Triplice sindacale. Pezzotta della CISL, dopo un iniziale no-comment, se la prende con la classe politica: «Il referendum è una grana creata dai politici, se la risolvano!». Angeletti della UIL vuole «sentire la base», mentre la CGIL aspetterà il Consiglio Nazionale per decidere la posizione ufficiale, anche se la FIOM (la federazione più numerosa) si è schierata subito apertamente per il “sì”, com’è ormai sua ingloriosa tradizione di “non-lotta”.

Contrario gran parte dell’establishment governativo, anche se il Presidente del Consiglio, il “premier”, esperto in democrazia plebiscitaria, è sicurissimo di una sconfitta del “sì” o di un mancato quorum: «Non senza ironia – ha sostenuto – la sinistra ha voluto la bicicletta, ora pedali».

E forse il Cavaliere l’ha detta più giusta di tutti: non è affatto da escludere che Rifondazione si presti, con la trovata del referendum, a far da sponda per una nuova legge che, concedendo qualcosa di insignificante ai lavoratori delle piccole aziende, in nome della “eguaglianza”, venga a peggiorare la normativa di quelli delle grandi. Qualche proposta in merito è già circolata, di sostituire per tutti un compenso monetario, stabilito dal giudice, al reintegro nel posto di lavoro.

* * *

Noi abbiamo dovuto scrivere, purtroppo ormai molte volte: “Referendum, ovvero il contrario della lotta di classe”, traducendosi quel meccanismo legislativo in una vera e propria violenza istituzionale borghese, con intrusione indebita del populismo di regime e della sua costruita “maggioranza”, in un terreno che è privato, libero, contrattuale, ove ce la dovremmo vedere fra proletari e padronato. Se così non è, se un castello di apparati statali e di propaganda enorme appoggia il nostro avversario, se lo strepito e il voto delle intimorite mezze classi è sempre lì di rincalzo al capitale, che almeno non siamo noi a chiederlo!

Corrono tempi così confusi che questo elementarissimo fondamento di ogni rapportarsi del movimento operaio all’ipocrita mondo borghese non è assimilato nemmeno all’interno del sindacalismo che si dice “di base”. Le ben organizzate frazioni dei partiti opportunisti, Rifondazione e simili, statolatri, legalitari e compromessi con tutti gli apparati nemici, vi diffondono e alimentano l’illusione che, per “muovere i lavoratori” nei momenti nei quali non sussiste la possibilità di mobilitarsi sul terreno dello sciopero, si possa ripiegare sulla scheda referendaria che, gratis e benigne, le nemiche istituzioni ci offrono. Come non capire che è un regalo avvelenato! E non solo perché sicuramente perderemmo, come perdemmo per la Scala Mobile, ma per una questione di principio, e nemmeno per un sindacato i principi sono un inutile lusso.

In molti settori le grandi società, col sostegno da una parte consistente del sindacalismo di regime, tendono a dividersi a passare interi rami produttivi o di servizi in subappalto a piccole aziende, spesso con meno di 15 dipendenti (Telecom, Trenitalia, ecc). Ma non ci si può illudere che i lavoratori e le loro organizzazioni sindacali possano trovare riparo da questi scorpori dietro un articolo di legge contro i licenziamenti individuali.

Ci si è dati così a costituire “Comitati per il SI”, in disperata concorrenza con i mastodonti della propaganda del regime, certo preponderante e prevalente al di fuori dell’ambiente operaio. Dato che, su quel terreno schifoso, il voto di un lavoratore conta quanto quello del borghese, del piccolo borghese, del proprietario di case, ecc., ecco che il Sindacato è costretto ad andare a pietire il voto ai... padroni, cercando di convincerli che... le leggi del governo “di destra” non fanno gli interessi dei... borghesi.

I metodi che i comunisti propongono ai sindacati sono diversi: autonomia di classe nei fini della difesa proletaria, nell’organizzazione e nei metodi di lotta. L’esperienza che sindacati e lavoratori stanno facendo li convincerà, presto speriamo, della giustezza dei nostri pregiudizi.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

PAGINA 2


BEN ORDINATA RIUNIONE DI LAVORO

Firenze, 25-26 gennaio 2003  [RG85]



 
 
 
 
 
 

Curve delle Produzioni
Storia della Guerra Civile americana - [Resoconto esteso] The American Civil War [Extended report]
Origine dei sindacati in Italia - [Resoconto esteso]
Guerra preventiva o Prevenire la guerra?
Militarismo e Antimilitarismo - [Resoconto esteso]

 
 

Il partito ha convocato la sua riunione di lavoro, che conteremmo come 85ª dal 1974, a Firenze gli scorsi 25 e 26 gennaio. Erano presenti rappresentanti dei gruppi in Italia più nostri compagni dalla Francia, la Spagna, l’Inghilterra.

Abbiamo potuto riscontrare ancora una volta il clima di seria preparazione rivoluzionaria che ci contraddistingue, lontano da ogni personalismo e impaziente ricerca di risultati immediati, che sappiamo impossibili, in un ambiente fraterno di lavoro al quale tutte le forze, giovani e meno giovani, sono chiamate a inquadrarsi.

Il partito comunista – finalmente del tutto libero al suo interno ogni forma di dibattito nonché di lotta politica, che rivolgiamo esclusivamente contro i nostri ben numerosi e agguerriti nemici – studia attentamente l’evoluzione della situazione sociale ad esso esterna, in particolare quella che viviamo in questi mesi, nei quali sembra precipitare la crisi a lungo rimandata del capitalismo mondiale e lo scontro fra imperialismi, secondo le traiettorie storiche dal partito da sempre previste ed esattamente delineate con certezza di scienza.

Ma la funzione del partito, che molto prevede, richiede che mantenga il suo orizzonte, il suo sapere e sentire ampiamente al di sopra e, in un certo senso, immune dalla situazione contingente. La situazione che vivono i comunisti comincia circa un milione d’anni fa, quando una certa scimmia si chinò a raccogliere quella certa pietra, e si spinge in un domani, non millenario né millenaristico, ma semplicemente di possibile e prossima ricomposizione umana, quando il capitalismo, esaurita la sua potentemente rivoluzionaria funzione corrosiva e distruttrice a scala mondiale, si farà abbattere dall’esercito, affratellato e risoluto, dei suoi becchini.

* * *

Alcuni relatori sono arrivati a Firenze fin dal precedente giovedì mattina, in particolare è stato possibile mettere a punto il resoconto del rapporto economico, con la tracciatura dei diagrammi aggiornati agli ultimi dati, ed affrontare insieme alcuni problemi relativi alla redazione e manutenzione del sito e dell’indirizzo del partito su internet, tecniche che non hanno nulla di trascendentale (difficile davvero era per i frati dei conventi conciare e scrivere le pergamene...) e alle quali nessun compagno deve sentirsi escluso e tutti sono chiamati a collaborare.

Al sabato mattina si è tenuta la riunione organizzativa, con particolare attenzione dedicata ai piani editoriali sui nostri organi nelle diverse lingue. Non ci attendiamo l’aumento delle forze del partito da una particolare attività o tecnica di propaganda, ma da un felice raccordarsi dell’istintivo rinato bisogno e ricerca di orientamento delle nuove leve proletarie con la continuità vivente del partito, chiaro nelle sue posizioni di dottrina, nelle sue direttive di battaglia e nell’esclusivo spontaneo e cristallino suo proprio metodo di lavoro comunista.
 

Curve delle Produzioni

Com’è consuetudine iniziavamo i lavori, al pomeriggio del sabato, con l’esposizione dei quadri statistici aggiornati secondo l’andamento in corso della crisi. A questa riunione abbiamo sperimentato, con piena soddisfazione, l’uso di una “lavagna luminosa”, che, semplicemente, proietta ingranditi sul muro grafici e tabelle disegnate su di un foglio trasparente: l’uditorio può seguire agevolmente l’esposizione, accostando e confrontando fra loro curve di fenomeni diversi, nel tempo o nello spazio geografico, se ne apprezzano le interazioni e il dialettico vibrare.

Sono stati così esposti i diagrammi delle produzioni afferenti tutto il ciclo semisecolare di questo dopoguerra, per i principali paesi, mettendone bene in evidenza sia l’andamento mediamente declinante del saggio del profitto, sia le ripetute alternanze cicliche, con continue inabissate sotto la linea media, in tutti i capitalismi.

Per gli ultimi due anni si è invece rappresentato un “ingrandimento”, basato sui dati mensili.

Particolarmente impressionante il grafico della produzione industriale degli Stati Uniti: certamente, stando ai dati ufficiali, la peggiore crisi dal 1929. Nel gennaio del 2002 toccava il meno 17% rispetto all’anno prima; nell’ottobre 2002 segnava meno 12% rispetto all’ottobre 2001 nel quale, però già era contratta del 6,6% rispetto al 2000. Quindi nell’ottobre scorso, ultimo dato disponibile, la recessione viaggiava a meno 17,8% sul massimo precedente.

Inutile domandarci il perché della attuale foia guerresca del capitale americano.

Anche i paesi europei sono in recessione, ma con gravità meno epocale. Il Giappone anzi, senza esser certo tornato alle produzioni degli anni ’90, dà qualche segno di ripresa. Ma la crisi qui, in Europa e ovunque, è solo rimandata, come è solo rimandato un loro risorto interventismo “antiterrorista”.

Non sono stati esposti ancora i grafici relativi ai paesi di nuova industrializzazione, necessari per completare il quadro di un capitalismo “globale” che se è in America, in Europa e in Giappone stramarcio e letteralmente sopravvive a stesso – e gli urge la guerra – altrove, in paesi come la Cina o il Brasile sembra abbia ancora “fiato” per tirare avanti (il che non significa che della guerra possa fare a meno). Alla prossima riunione saranno esposti quindi i diagrammi, dei quali stiamo ordinando i dati, di: Cina, India, Corea del Sud, Brasile, Argentina, Messico e, fra i “vecchi”, per completezza, aggiungeremo il Belgio.
 

Storia della Guerra Civile americana

La prosecuzione del rapporto sulla guerra civile americana ha affrontato il periodo che dai primi anni ’50 del secolo porta allo scoppio della guerra di secessione. Si tratta di un periodo in cui tutti i problemi di convivenza tra le due economie nordamericane, quella industriale, finanziaria e commerciale del Nord, e quella prevalentemente agraria e schiavistica del Sud, si manifestano in un modo non più conciliabile.

Dopo la crisi della California, che pretende restare non schiavista, nel 1854 una crisi più grave scoppia per il Kansas, nuovo Stato che il Sud vuole schiavista; la questione del Kansas, dove si hanno anche scontri cruenti, segna la spaccatura tra le due anime del partito democratico, fino a quel momento unite. Il Midwest dei pionieri non si riconosce più nella politica filoschiavista del partito, e se ne separerà in occasione delle elezioni presidenziali che vedranno Lincoln, candidato del nuovo partito repubblicano, vittorioso.

Ma il Sud non può più concedere niente, pena il declino inarrestabile del suo sistema economico; quando quindi i repubblicani inviano alla Casa Bianca il loro rappresentante, undici Stati del Sud dichiarano la Secessione e la fondazione dei Confederate States of America. Lincoln è possibilista sulla questione dello schiavismo, ma inflessibile sulla integrità dell’Unione. Ed è guerra.

Il rapporto quindi si è soffermato sulla situazione delle due parti di fronte alla guerra: il Nord è apparentemente soverchiante come potenziale economico e popolazione, ma una serie di condizioni particolari conferisce al Sud dei vantaggi che, soprattutto nei primi due anni, contribuiscono a ristabilire l’equilibrio.

«Da qualunque punto di vista la si consideri, la guerra civile americana presenta uno spettacolo senza confronti negli annali della storia militare. L’immensa ampiezza del territorio conteso, la vasta estensione del fronte e delle linee di operazione; la consistenza numerica degli eserciti nemici, la cui organizzazione trovava ben poco sostegno in una precedente struttura organizzativa; il costo favoloso di questi eserciti; il modo di guidarli e i principi tattici e strategici generali secondo i quali viene fatta la guerra, sono tutti elementi nuovi agli occhi dello spettatore europeo». A queste parole di Marx del 1862 si possono aggiungere altre innovazioni della guerra, che lasceranno il segno nella storia militare dei decenni che seguiranno: innovazioni nella tattica militare, legate all’utilizzazione della fanteria, dell’artiglieria, della cavalleria e della marina. Cresce l’importanza della tattica difensiva, e del genio, e soprattutto, in una guerra di lunga durata (altra novità), delle distruzioni delle retrovie, del terrore sistematico, dei bombardamenti, del coinvolgimento della popolazione civile nella guerra.
 

Origine dei sindacati in Italia

È stata esposta la terza parte dello studio sulla nascita della CGL in Italia.

Con ampie citazioni, anche di scritti di dirigenti sindacali dell’epoca, si dimostrava come prevalesse nel nuovo sindacato una concezione per niente estrema della lotta di classe. Su varie questioni particolari, come quella del cottimo o delle differenziazioni salariali, si assumevano atteggiamenti e si avanzavano rivendicazioni commisurate alle necessità generali dell’economia. «I danni ricadrebbero sui lavoratori quando la strategia sindacale si disinteressasse delle legittime e oggettive esigenze della produzione».

Il cottimo, rifiutato in linea di principio e denunciato per i suoi effetti sulla condizione operaia, la Confederazione, nei fatti, e su pressione degli stessi operai, «abbandonando il vecchio e semplicistico concetto dell’abolizione del cottimo», tende a contrattarlo. Il Terzo Congresso dei metallurgici, nell’ottobre 1907, delibera di indirizzare la propaganda per la sostituzione del cottimo individuale con quello collettivo.

Sullo straordinario ugualmente l’impostazione, direbbe il sindacalese odierno, è a “monetizzarlo”, cioè disincentivare il padrone per la sua alta tariffa.

Le Federazioni accettavano la pretesa padronale di concedere forti aumenti salariali ad una minoranza di operai specializzati mantenendo stazionaria la paga della massa.

Insomma, anche all’epoca, la impostazione riformistica della direzione della CGL faceva suo il concetto, e la certezza, di uno sviluppo produttivo crescente e della sua intrinseca ed oggettiva positività per i lavoratori. Questo implicava un venire incontro alle esigenze della borghesia “più avanzata” e dei “settori di punta”. Gli aumenti salariali per la minoranza superiore della classe operaia avrebbero suggellato, sul piano sindacale, questa “alleanza per il progresso”.

Conclude lo storico della CGL: «Il ruolo delle Federazioni veniva a perdere i connotati tipici dell’organizzazione di classe per assumere quelli più sfumati, ambigui ed in apparenza dotati di maggior potere, della compartecipazione alla gestione e alla vita produttiva dell’azienda».

Qui siamo al 1907. Nel prosieguo dello studio vedremo come reagirà la classe operaia italiana, all’avvento della crisi e della guerra, nei confronti di questa CGL e di questi suoi dirigenti.
 

Guerra preventiva o Prevenire la guerra?

Alla domenica mattina iniziavamo con il rapporto sulla “questione militare”.

Nel sistema sociale capitalistico la questione sta diventando un garbuglio infinito: ci sarà la guerra in Iraq? sembra la domanda dominante. Noi diciamo che c’è già, non è mai finita dal 1991 ad oggi. E non per la cattiveria esclusiva del Rais. Se ci sarà, si tratterà dell’ulteriore “escalation” del Capitale Mondiale per assicurarsi posizioni di dominio nei confronti d’ogni tentativo di ripresa della lotta di classe. Niente di nuovo sotto il sole.

In termini sociali la guerra è permanente, poiché la pressione sul proletariato è costante e sempre più dura. In termini squisitamente “militari” la guerra è una realtà ben specifica, tanto che soltanto nel XX secolo ha dato come risultato due guerre generalizzate, mondiali, e circa 160 conflitti regionali, ultimo dei quali sembra essere l’attuale promessa di scontro tra imperialismo occidentale e mondo islamico, in particolare anti-Iraq.

Il conio enunciato da Bush dopo l’assalto alle due torri, chiamato “guerra preventiva”, non è affatto una novità. Ad esempio, lo Stato d’Israele l’ha praticato più d’una volta, giustificato dall’accerchiamento a cui era sottoposto, in quanto Stato, dal variegato degli Stati arabi.

Allora perché tanto chiasso, come se la dottrina Bush fosse stata enunciata solo ora?

Il fatto è che l’unica “guerra preventiva” che noi conosciamo ci riguarda, essendo sempre stata sostenuta dal Partito Comunista, in modo da evitare un ulteriore salasso contro il proletariato alla scala mondiale.

Ma siamo anche abbastanza lucidi per dire che oggi la classe operaia non è in grado, almeno per ora, di prevenire l’attacco borghese. Allora, mentre non rinunciamo alle nostre posizioni tattiche e strategiche, ci troviamo di fronte al pericolo che sia la borghesia a colpire per prima a livello generale, per i suoi calcoli economico sociali, ma anche militari in senso stretto.
 

Militarismo e Antimilitarismo

E’ stato esposto infine il primo di quello che ci ripromettiamo essere una serie di rapporti su militarismo ed antimilitarismo.

La relazione iniziava con l’analizzare l’introduzione della leva obbligatoria dopo la costituzione dello Stato unitario italiano è l’impatto negativo che questa ebbe, specialmente nelle popolazioni del centro e del sud, sia da un punto di vista psicologico poiché, in pratica, questa obbligatorietà era precedentemente sconosciuta, sia soprattutto dal punto di vista economico e sociale: l’arruolamento, per una durata di ben cinque anni provocava di fatto lo spopolamento dei giovani nel pieno delle loro forze ed accollava ai vecchi ed alle donne il gravoso compito della conduzione familiare. Basti pensare al tipo di conduzione dell’agricoltura della seconda metà dell’XIX secolo per farsi un’idea di quanto l’introduzione della leva obbligatoria abbia gravato sulla popolazione rurale e proletaria.

La prima ed istintiva forma di reazione spontanea provocò, come manifestazione di massa, la diserzione e la renitenza, fenomeno questo che, nei primi anni, toccò sommità elevatissime, con una media del 40% negli ex Stati pontifici e borbonici, raggiungendo, in dei casi, punte superiori al 50%.

Il fenomeno della renitenza venne ben presto ridimensionato grazie ali metodi brutalmente repressivi adottati dallo Stato: nel solo 1865 i tribunali militari emanarono 146 condanne a morte, vennero istruiti circa 8.000 processi con circa 4.000 condanne in contraddittorio e quasi altrettante in contumacia. Nello stesso periodo i detenuti nelle carceri militari oscillavano attorno ai 2.300. Molto di frequente per sottrarsi al servizio militare il coscritto simulava malattie oppure si provocava delle mutilazioni. Nel corso del rapporto sono stati elencati gli espedienti più frequentemente adottati dai coscritti e la reazione degli alti gradi dell’esercito che per scoraggiare e scoprire i simulatori arrivano a praticare vere e proprie torture. In un manuale militare del 1875 si legge infatti: “Nei casi in cui l’individuo si ostina, e ricusa di capitolare, e s’hanno grandi indizi di simulazione si può senza dubbio ricorrere all’applicazione di vescicanti, di ventose secche e a taglio, all’elettricità e alla doccia fredda, mezzi tutti che stancano maledettamente i simulatori”.

All’interno delle caserme la disciplina veniva ottenuta attraverso la repressione e, ad ogni minimo sospetto di insubordinazione, si procedeva con la prigione (che poteva essere semplice, di rigore, con i ferri), l’assegnazione alle compagnie di disciplina, alle classi di punizione, ecc. Le condizioni alle quali i soldati venivano sottoposti possono essere solo intuite se prendiamo in considerazione i casi di suicidio verificatisi nel decennio 1874/1883. Secondo i dati ufficiali, in questo periodo, si verificarono 777 suicidi, con una punta di 86 nel 1880. Ogni 4-5 giorni un soldato si toglieva la vita. Non erano rarissimi nemmeno casi di soldati che, in preda a raptus di follia, sparavano ed uccidevano commilitoni o superiori.

Negli ultimi anni dell’800, quando in Italia si affermarono le prime organizzazioni proletarie, il rapporto tra esercito e paese appariva delineato in questi termini: il tentativo di sottrarsi alla coscrizione obbligatoria era stato debellato attraverso una sistematica repressione e sostituito, nella coscienza popolare, da una rassegnata accettazione. Nondimeno rimaneva nella coscienza della stragrande maggioranza della popolazione una forte ostilità nei confronti del militarismo e dei suoi miti. Ciò determinò il permanere, anche nei documenti ufficiali delle organizzazioni proletarie, di tematiche comuni alle correnti del pensiero democratico quali la denuncia degli eserciti permanenti rovinosi per la pubblica finanza e pericolosi per la libertà. Ma, accanto a questi temi, sempre più guadagnava terreno l’analisi sotto il profilo di classe e la condanna del militarismo inteso come strumento di repressione contro le lotte e le rivendicazioni proletarie.

A questo riguardo, oltre all’esposizioni di dati ed all’elencazione di episodi di violente repressioni, sono state lette illuminanti citazioni tratte dal testo “Militarismo e Antimilitarismo” di C. Liebknecht.

Non appena lo Stato italiano mise in pratica la sua politica espansionistica con le imprese africane ricevendo il plauso, per la “missione civilizzatrice”, anche da parte delle correnti democratiche e radicali tradizionalmente antimilitariste, rimase ai movimenti proletari e socialisti la prerogativa esclusiva di condanna e di avversione alla politica militarista.

Fu proprio in tale occasione che si delineò nettamente l’atteggiamento di opposizione del movimento socialista interpretato soprattutto dalle prese di posizione di Andrea Costa che, dai banchi del parlamento, denunciava in modo inequivoco la politica militarista dello Stato e dissociava gli interessi del proletariato da quelli della borghesia.

L’avvertimento di Andrea Costa, “Noi non vi daremo né un uomo né un soldo!”, caratterizza ancora oggi il rifiuto, da parte del proletariato, di fare causa comune con la propria borghesia, né in guerra né in pace.

* * *

La riunione si concludeva, con unanime soddisfazione, prendendo gli ultimi accordi per la redazione stampa e diffusione di testi alcuni di propaganda.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

PAGINA 3


ALGERIA, IERI E OGGI

8. BILANCI E PROSPETTIVE MARXISTE
    DELL’INSURREZIONE ALGERINA
(continua dal n. 295)

Gli accordi di Evian ovvero la collaborazione dell’FLN con la borghesia francese
CONCLUSIONE SUL PASSATO, IL PRESENTE E L’AVVENIRE (nel 1961)

(Continua al prossimo numero)

 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Una classe operaia elastica

Il 5 febbraio il senato ha approvato in via definitiva la riforma del mercato del lavoro nota come il “Libro Bianco di Marco Biagi”. Tra le maggiori novità della riforma troviamo la delega ai privati del collocamento, nuove forme contrattuali ed aggiustamenti su alcuni contratti in essere. Con tutto ciò – in buona pace all’anima del professore bolognese – il padronato ha sferrato un nuovo duro attacco alle condizioni dell’inerme proletariato.

La delega del collocamento consente a strutture private il ruolo di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro tra cui le agenzie di lavoro interinale (sulle quali abbiamo già scritto, n.290). Fra le nuove “forme contrattuali” troviamo il Job on Call (Lavoro su Chiamata - ahimè il Ministro padano sa l’inglese!), tipologia di contratto che permette ad un’impresa di utilizzare il lavoratore in qualunque momento, a seconda delle necessità produttive. Questo che verrà retribuito per le ore di lavoro svolto più una indennità di disponibilità, che dovrà essere quantificata. Questa indennità decade quindi nel momento in cui il lavoratore revochi la propria disponibilità.

Col Job Sharing (Lavoro Condiviso) invece si tratta di un contratto di lavoro subordinato tra il padrone e due o più lavoratori i quali si impegnano ad eseguire un’unica prestazione restando liberi di dividersi come vogliono l’orario di lavoro.

Con lo Staff Leasing (Affitto di Personale) le aziende possono affittare manodopera a tempo indeterminato presso agenzie specializzate le quali, come nell’interinale, mantengono il lavoratore alle proprie dipendenze. Le aziende in questo modo, pagando solo una prestazione, hanno, in virtù del regime fiscale, una riduzione dei costi rispetto a quanto costa un dipendente.

Il Part Time (Tempo Parziale) esiste già, ma un po’ di flessibilità in più non fa male al Capitale. Attualmente ne esistono tre tipologie: quello orizzontale quando si riduce l’orario giornaliero, verticale quando la prestazione è svolta a giornate intere ma concentrate in periodi, stabiliti preventivamente, nel corso della settimana del mese o dell’anno, e quello misto quando la riduzione dell’orario è una combinazione tra le precedenti.

Il lavoro supplementare è ammesso, rispetto ai limiti giornalieri ed annui, in misura non superiore al 10% dell’orario medio mensile concordato. Soprattutto nel caso del tipo orizzontale si potrà liberalizzare la quota di lavoro supplementare. È stata inserita anche una clausola chiamata di elasticità attraverso cui si stabilisce la variazione della collocazione temporale della prestazione rispetto a quella concordata nel contratto, purché sia comunicata al lavoratore con preavviso di dieci giorni. A fronte della stipula dell’accordo il lavoratore ha diritto ad una maggiorazione economica.

Insomma quanto diventa rigido e sclerotico il vampiro Capitale, sempre più in crisi, tanto dovrebbe farsi elastico il proletariato da cui succhia il sangue vitale.

La CGIL, in combutta con il padronato, ha centrato la propria battaglia sullo stralcio dell’articolo 18 con scioperi rituali a cadenza semestrale, distogliendo i lavoratori da lotte assai più importanti. Intanto, sui contatti atipici, se il Capitale chiama la CGIL subito risponde. Ai proletari l’ennesima lezione: la “combattiva” CGIL (nei teledibattiti) ha tentato di rifarsi una verginità, ma la sostanza non cambia. Dunque ancora, fuori e contro i Sindacati di regime, per la rinascita del Sindacato di Classe!

... e flessibile

Dal Sole 24 Ore di mercoledì 5 febbraio: «Se qualcuno cercavaun esempio estremo di flessibilità del lavoro questo è giunto ieri da Ryanair, laregina delle linee aeree a basso costo che ha minacciato di chiudere la neo-acquisitaBuzz nel caso i sindacati decidano di mettersi di traverso avviando una serie di agitazioni per arginare forti tagli al personale». La Ryanair ha messo in chiaro che per portare all’utile in tempi brevi la malandata Buzz, almeno un centinaio dei 570 dipendenti della piccola compagnia dovranno andarsene. Come sempre avviene il basso costo per l’utenza viene pagato a duro prezzo dalla classe proletaria, oggi completamente in balia alle necessità del Capitale.
 
 
 
 
 
 


I macchinisti FS sempre in trincea

Gli ultimi mesi hanno evidenziato l’innalzamento del livello di scontro da parte di FS. Bloccata da dodici anni la ristrutturazione del settore, bloccata l’attuazione del contratto firmato nel 1999 dai sindacati Confederali e mai applicato grazie alle lotte di tutti i ferrovieri, la SpA tenta la sua ultima carta attaccando a testa bassa macchinisti e personale viaggiante. La posta in gioco è altissima, perché da questo scontro sarà determinato il futuro, vale a dire: o la fine del processo di ristrutturazione con ottomila macchinisti a casa (ed a seguire altri quattromila capi treno), o la possibilità di ottenere un contratto che determini nuove regole da far applicare a qualsiasi società si affacci (laddove fosse possibile!) alla gestione del trasporto su ferro.

L’attacco padronale ha un suo cavallo di Troia: il vigilante, una semplice ed obsoleta macchinetta, non più tecnologica di una sveglia, che obbligherebbe i macchinisti, ogni 55 secondi, a rispondere ad un segnale acustico che attesterebbe la “presenza mentale e fisica” del conducente. A prima vista appare più come una vessazione verso il personale che come uno stravolgimento del mansionario, in realtà il marchingegno prevede l’eliminazione del secondo agente in cabina di guida (macchinista o capotreno) addossando l’intera sicurezza della circolazione sul solo guidatore.

È evidente che quando un lavoratore si accolla compiti cui umanamente non può far fronte, diviene schiavo della controparte, perde la capacità di lotta e, conseguentemente, ogni potere contrattuale.

Questi attacchi non sono nuovi e si sono più volte ripetuti nella storia recente: negli anni trenta, nel 1947, nei primi anni sessanta, alla fine degli ottanta. Ma questa volta esiste una condizione nuova ed originale: le FS, adoprando come loro “braccio armato” RFI (la società che gestisce l’infrastruttura), cercano di dare un’apparenza di legalità all’operazione, condizione sempre negata dai governi e dalle passate gestioni aziendali. In passato il tentativo passava attraverso la convinzione, oggi si nasconde dietro il parere favorevole della Commissione Sicurezza del Governo e dietro le direttive (con apparente valore di legge) emesse da RFI.

L’innalzamento del livello di scontro prevede dunque che anche i macchinisti ed il personale viaggiante rispondano adeguatamente. Chiaramente soltanto una minoranza riuscirà, in un primo tempo, ad opporsi ad ingiunzioni, intimidazioni, punizioni e denunce non attaccando la famigerata macchinetta. Gli scioperi di tutti i ferrovieri OrSA da una parte, il comportamento deciso e risoluto dei macchinisti dall’altra, sono le uniche condizioni per battere questo progetto.

Quello che ha permesso al CoMU prima ed all’OrSA oggi di mantenere la propria posizione è soltanto l’accresciuta coscienza della forza posseduta dalla categoria. Nonostante, infatti, il dilagare di pratiche scorrette come quella dell’uso dello straordinario per far lievitare i salari, i ferrovieri hanno capito che gli interessi incrociati di Confindustria, Governi, Sindacati di regime e Società portano inevitabilmente ad un ridimensionamento ancor più pesante di quello attuato negli anni ottanta, ristrutturazione che eliminò centomila posti di lavoro. Oggi la ferrovia corre il rischio di omologarsi a quella inglese, di moltiplicare i rischi, le situazioni di pericolo, addossando su chi lavora la responsabilità di questo macello sociale.

I comunisti continuano a lavorare affinché ci si avvii verso la strada che porta alla ricostituzione dell’organismo sindacale di classe, unica condizione per guidare una lotta serrata e conseguente opposta agli interessi padronali. Il CoMU, o l’OrSA, è solo un sindacato di categoria, ma assieme ad altre organizzazioni di base può rappresentare una delle strutture dalle quali potrà germogliare.

Chi oggi ancora fa la fronda nella CGIL o ne simula l’opposizione interna è oramai fuori del gioco. È un fatto che i ferrovieri in Italia, a differenza dell’industria privata, non hanno mai partorito i loro Cofferati e ali rifondarole. Tutto quello che sindacalmente c’è di buono, e anche di meno buono ovviamente, sta, oggi, nell’OrSA e là noi lavoriamo, prendendo le distanze da coloro che fanno dell’unità a tutti i costi il loro feticcio, maschera dietro la quale si nasconde il collaborazionismo e la mancanza d’indipendenza.