Partito Comunista Internazionale Indice - Numero precedente - Numero successivo
"Il Partito Comunista"   n° 326 - novembre-dicembre 2007 [.pdf]
PAGINA 1 Internazionalismo proletario su tutti i fronti e contro tutti gli imperialismi.
Contro il Capitale che uccide, Lotta e organizzazione di classe
Cina, “variante comunista” del capitalismo
PAGINA 2 – Ancora su Genova 2001: Capitalismo e Democrazia, Seppellire il cadavere!
Quatta quatta l’Italietta si riarma per la guerra
Ci riprovano col “Capitalismo cristiano”
PAGINA 3 Il Fondamentalismo religioso strumento di sviamento della lotta sociale e di penetrazione imperialista
PAGINA 4 Una lotta vittoriosa dei tessili egiziani
Alla Ibm fanno lo sciopero ‘virtuale’

 
 
 
 
 
 

PAGINA 1



Internazionalismo proletario su tutti i fronti e contro tutti gli imperialismi

Fin dal suo atto ufficiale di nascita, con la pubblicazione del “Manifesto del Partito Comunista” nel 1848, il comunismo rivoluzionario individuò nella guerra fra i moderni Stati uno strumento utile al capitalismo per distruggere le merci prodotte in eccesso e che tendono a soffocare ed impedire l’accumulazione del capitale. La guerra rimedia alla crisi di sovrapproduzione, tipica ed unica solo del modo di produzione capitalistico.

Sei anni di Seconda Guerra Mondiale rasero al suolo quartieri interi delle maggiori città dei paesi più industrializzati di allora: Europa, Russia e Giappone, con la sola eccezione degli Stati Uniti d’America. I bombardamenti sulle città inglesi, tedesche e giapponesi e due bombe atomiche spianarono intere città (Dresda, Berlino, Francoforte, Tokyo, Hiroshima, Nagasaki...), distruggendo gran parte di ciò che la classe operaia aveva edificato in un secolo di capitalismo.

Ma se quella guerra fu per l’umanità sfruttata il più grande orrore della storia, per il Profitto e per l’alta borghesia finanziaria e industriale, al sicuro nei quartieri ricchi risparmiati dal terrore bellico, rappresentò un miracoloso bagno salvifico: il mondo del Capitale, già vecchio e morente, riacquistò giovinezza e vigore abbeverandosi del sangue di 50 milioni di uomini. Sulla base di quella immane distruzione infatti poté ripartire il nuovo ciclo di accumulazione capitalistica e, col sudore e col sangue di nuove martoriate generazioni di proletari, il capitalismo celebrò la sua “ricostruzione” e il suo “miracolo economico”, ossia crescita economica con incrementi percentuali “a due cifre”, oggi eguagliati solo dalla Cina.

Ma presto il mondo capitalistico non tardò a saturarsi nuovamente di troppe merci e la crisi globale del 1973/74 segnò la fine del boom economico del secondo dopoguerra.

La storia del mondo però, aveva nel frattempo creato le condizioni per il superamento di quella nuova crisi di sovrapproduzione attraverso la seconda opzione indicata dal “Manifesto” del 1848, cioè “con la conquista di nuovi mercati”. Da un lato le rivoluzioni anticoloniali del secondo dopoguerra, dall’altro l’irradiarsi del mercato e degli investimenti dai paesi occidentali all’Asia, crearono le basi per lo impiantarsi stabile ed esteso del modo di produzione capitalistico in quel popolosissimo continente. La crisi del ‘73/74 così, non fu il prodromo della Terza Guerra Mondiale ma l’acceleratore di un ulteriore “mondializzazione” del capitalismo. Il maturare delle condizioni politiche, economiche e sociali per lo sviluppo e lo sfruttamento del vastissimo mercato asiatico permisero di assorbire quella crisi e la dilazione per alcuni decenni del crollo catastrofico dell’economia capitalistica.

Oggi, a 60 anni dalla fine del Secondo conflitto imperialistico, a 30 dallo spartiacque della crisi del ‘73/74, i segnali dell’economia mondiale lasciano intravedere l’approssimarsi della nuova generale crisi di sovrapproduzione. Sotto l’enorme pressione esercitata da questo fattore economico, la politica dei governi dei massimi Stati mondiali del Capitale è sempre più volta all’interventismo militare nelle aree geopolitiche in cui i contrastanti interessi imperialistici vengono con maggior forza a cozzare. Per ogni potenza acquisire una posizione dominante nelle differenti aree strategiche del mondo significa garantirsi un fondamentale vantaggio sulle altre, in vista dell’inevitabile futuro impiego delle armi.

Per questa ragione, al di sopra delle giustificazioni elaborate dai governi borghesi per ingannare e coinvolgere le classi subalterne, le numerose guerre locali di questi ultimi 15 anni (Kuwait, Bosnia, Kossovo, Somalia, Afghanistan, Iraq, Libano, Cecenia, Algeria) – spesso combattute per procura, attraverso bande mercenarie e con larghissimo impiego del terrorismo dissimulato in forme religiose ma di marca statale – sono state conflitti di preparazione alla nuova guerra mondiale. Tutti gli Stati stanno procedendo al riarmo: dal Giappone, che per far ciò si appresta a modificare la Costituzione impostagli nel 1945 all’indomani della disfatta, all’Italia, in cui il Governo di centro-sinistra in due anni ha aumentato la spesa militare del 23%, con l’appoggio “bipartisan” da AN a Rifondazione “Anticomunista”.

Questa prospettiva storica è la drammatica realtà cui inevitabilmente tende a condurci il capitalismo. Il marxismo rivoluzionario aveva previsto con largo anticipo tanto la Prima quanto la Seconda guerra mondiale, che venivano a confermare la definitiva sconfitta di ogni teoria pacifista e riformista. Se antecedentemente alla Prima Guerra mondiale il riformismo poteva ancora presentarsi con una sua dignità teorica, dopo le due terribili guerre non è altro che uno spregevole inganno per l’umanità che lavora.

Due soli decenni di deteriore “benessere”, limitato a una porzione ultraminoritaria della popolazione umana di Occidente, successivi alle distruzioni della Seconda Guerra, sono stati solo una breve parentesi all’interno di una storia del capitalismo, fatta di guerra, di sopralavoro, insicurezza e miseria per il proletariato di tutto il mondo. Spacciare questa parentesi come la norma e come un possibile futuro del capitalismo, questa è la vera follia e la peggiore infamia! A questo, si prestano tutti i partiti politici, unico escluso il partito del comunismo rivoluzionario.

Il futuro conflitto mondiale vedrà scendere in campo e scontrarsi apertamente le maggiori potenze: USA, Germania, Giappone, Russia, Cina, India... Contrariamente a certe illusioni sempre di moda su nuove forme di “guerra tecnologica”, anche la prossima sarà combattuta non da ridotti eserciti professionali ma dalla classica leva di massa, basata sulla coscrizione obbligatoria. Questo perché una delle sue funzioni essenziali, come fu delle due precedenti, e talvolta più importante di quella economica distruttiva, sarà quella di spostare dalle grandi metropoli milioni di proletari affamati, e resi pericolosamente rivoluzionari dalla crisi, per condurli inermi sul fronte di guerra a massacrasi a vicenda. Per le borghesie di tutto il mondo la guerra, oltre ad essere l’unica cura possibile alla crisi economica è anche uno degli strumenti migliori per scongiurare la rivoluzione.

Per questo, giunti a un certo grado della crisi economica, e di conseguenza sociale e politica, per tutte le borghesie nazionali, al di sopra degli schieramenti e delle alleanze, è fondamentale scatenare la guerra. Rinviare la guerra può significare esser travolti dalla rivoluzione. Perciò, la guerra imperialista, al di sopra dei fronti, è innanzitutto una unica guerra mondiale contro il proletariato. Perciò, nonostante la lotta fra di loro per la supremazia economica e politica, tutte le borghesie sono unite contro la classe operaia. Per la borghesia riuscire a portare la classe operaia alla guerra è una questione di vita o di morte. La storia insegna che a questo scopo è pronta a tutto, fino a scatenare il terrorismo “stragista” all’interno del proprio paese per farne ricadere la responsabilità sul “nemico”.

Ma nella storia del capitalismo gli strumenti più preziosi di cui dispongono i governi si sono dimostrati i falsi partiti operai. Nel 1914 le Socialdemocrazie della Seconda Internazionale, nel 1938 i Partiti ex Comunisti, ormai stalinizzati, della Terza, al momento storico decisivo hanno tradito l’internazionalismo proletario ed hanno appoggiato la propria borghesia nella guerra patriottica. I proletari, che per i comunisti, dal “Manifesto” del 1848, non hanno patria, questi partiti traditori improvvisamente scoprirono che ne hanno avuta una, da difendere contro un “nemico”, che non era più la propria borghesia, ma un intero popolo straniero. Anche il movimento pacifista ha storicamente seguito la stessa linea di tradimento: alla prova dei fatti, per salvare la pace... ha sempre invocato la guerra!

Quale pacifista odierno è pronto a negare che fosse “necessario” combattere sul fronte Alleato della Seconda Guerra? Solo la Sinistra Comunista – la corrente politica da cui è nato il nostro partito e che nel 1921 aveva fondato il Partito Comunista d’Italia – perseguitata sia dallo stalinismo sia dal fascismo, fin da allora denunciava il Secondo conflitto mondiale come imperialista su entrambi i fronti, così come lo era stato il primo, ed indicava la necessità della fraternizzazione al fronte fra proletari in divisa diversa e il compito di volgere il fucile di 180°, per puntarlo non contro il proprio fratello di classe, ma contro il nemico di classe, la propria borghesia, così come aveva fatto, con grandioso successo, il Partito Bolscevico contro la Prima Guerra mondiale.

Oggi, i movimenti e le organizzazioni politiche che scendono in piazza per protestare contro l’ampliamento della base militare statunitense di Vicenza, portano con sé, più o meno consapevolmente ed esplicitamente, tutti i fondamentali errori ideologici che condussero i falsi partiti operai ad aderire ai fronti delle guerre del Novecento: pacifismo interclassista, culto della democrazia, riformismo. Il “movimento” scende in piazza contro la base americana, ma non contro l’aumento della spesa militare (+11%), votato in parlamento il 12 novembre da uomini politici e partiti che del “movimento” fanno parte: ci si mobilita contro il militarismo di America ma si tace su quello della propria borghesia.

L’anti-americanismo è una posizione né comunista né pro-operaia ma pienamente borghese e con esso si fa della classe lavoratrice una pedina nello scontro fra gli imperialismi. Il comunismo rivoluzionario non è né anti-americano né anti-israeliano o quant’altro. I comunisti non indicano al proletariato una lega di Stati capitalistici per i quali lottare. Non esistono “nazioni progressiste” da difendere: tutti gli Stati capitalistici sono nemici della classe operaia e schierarsi dalla parte di un fronte imperialista contro un altro conduce solo a far perdere di vista alle masse sfruttate di tutto il mondo il proprio fine politico, l’unico per il quale valga la pena per i lavoratori di versare il proprio sangue: il comunismo.

L´utopia del movimento pacifista ad altro non porta se non alla difesa degli interessi della borghesia nazionale. Il proletariato trova il nemico principale all´interno del proprio paese ed è contro di esso che deve lottare. Per fare ciò il proletariato internazionale dovrà inquadrarsi nell´organismo di difesa che è il Sindacato e ritessere le file del suo Partito, che lo guiderà all´assalto rivoluzionario per la presa del potere, l´instaurazione della transitoria dittatura, che libererà la prima società umana, davvero pacifica e senza Stato: il Comunismo!
 
 
 
 
 
 



Contro il Capitale che uccide
Lotta e organizzazione di classe

«Il risparmio dei mezzi di produzione sociali in mano al Capitale diventa sistematica rapina sulle condizioni di lavoro dell’operaio: dello spazio, dell’aria, della luce e degli strumenti di protezione personale contro gli eventi pericolosi o antigienici del processo produttivo». Così Marx denunciava nel “Capitale” le condizioni degli operai, costretti a turni di lavoro massacranti nell’Inghilterra dell’Ottocento. Nonostante sia passato un secolo e mezzo quella rapina è ancora in atto e si è generalizzata a tutto il pianeta.

L’ennesima tragedia del lavoro consumatasi giovedì 6 dicembre, all’una di notte, nell’acciaieria della Thyssen-Krupp di Torino non è stata né inevitabile né imprevedibile ma l’effetto di un rischio previsto e calcolato, quello della rottura di organi logorati di un vecchio impianto da tempo non più sottoposto a manutenzione e con inefficienti impianti di sicurezza. L’intero stabilimento avrebbe dovuto chiudere entro alcuni mesi, quindi, inutile, illogico, irrazionale, per il Capitale, spendere soldi per la sicurezza dei lavoratori.

Eppure il ciclo infernale della produzione non rallenta e non si arresta mai, fino all’ultimo minuto, e gli operai sono comunque sottoposti a ritmi notturni anche di più di 15 ore di lavoro, minacciati e ricattati di perdere l’unico lavoro che gli resta.

I proletari muoiono arsi vivi perché i capitalisti della Thyssen-Krupp possano esser fieri delle cifre dei loro bilanci aziendali: l’ultimo fatturato è aumentato del 10% a 51 miliardi di euro con un utile del 27%, mentre i dipendenti delle 670 società che il gruppo controlla nel Mondo, 191.350, sono aumentati solo del 2%. Questo grande incremento è frutto del lavoro sotto-pagato e super-sfruttato.

Lavoratori,

Le borghesie di tutti i paesi industrializzati, sotto la pressione della crisi economica e dell’accrescersi della concorrenza, adottano tutte le stesse misure, che tendono ad aumentare il plusvalore che traggono dal lavoro operaio. Queste misure, dai nomi ormai noti – riforma dello Stato sociale, flessibilità, moderazione salariale – in sostanza significano riduzione del salario reale (diretto e differito), aumento dell’orario di lavoro, maggiore libertà di licenziamento, precarietà e insicurezza costante, insomma peggioramento delle condizioni di vita e più sfruttamento.

Proletari,

I sindacati confederali sono complici di questo attacco borghese alla classe operaia. Al di là delle rituali e consolatorie parole di circostanza, i sindacati di regime hanno abbandonato da tempo il terreno della difesa delle condizioni di vita e di lavoro, sacrificate sull’altare dell’economia nazionale e della produttività.

Il problema della difesa operaia è rimesso quindi, ancora una volta e come sempre, alla forza delle lotte. Il fine non è solo la difesa dei salari e degli orari, ma soprattutto la crescente solidarietà di classe che le lotte creano tra gli operai di qualunque origine, di ogni condizione, di qualsiasi affiliazione politica. Dalla ripresa di queste lotte dovrà rinascere un genuino SINDACATO DI CLASSE strumento indispensabile perché la solidarietà e l’unione superi i confini della fabbrica, della categoria, perché le lotte possano trasformarsi da lotte locali in vera lotta di classe.

Il capitalismo non è eterno!

Il proletariato, sulla strada della lotta per opporsi al crescente sfruttamento, per offrire un futuro ai suoi figli, dovrà ritrovare la direzione del suo partito, il partito comunista internazionale, organo necessario a guidarlo nell’attacco per abbattere questo mostruoso e sanguinario modo di produzione e per sostituirlo con uno nuovo, fondato sulle necessità della specie e non sugli interessi di una classe: IL COMUNISMO.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 



Cina, “variante comunista” del capitalismo

Si è tenuto a Pechino il 17° Congresso del Partito Comunista Cinese, con 2.200 delegati, 100 in più rispetto al precedente. Si è dato il motto “Sviluppo nella armonia sociale”, mettendo quindi da parte ogni riferimento alla maoista “lotta di classe”, quella propria del periodo nazional-borghese-rivoluzionario del grande paese. Nella ideologia e negli apparati esteriori della società cinese, del “comunismo”, che mai vi ha albergato, sono stanno rimuovendo anche gli ultimi addobbi.

Il Congresso intende “Integrare scientificamente economia di mercato e dirigismo”, la quale è la funzione propria di ogni Stato borghese, una volta che si raddrizzi l’immagine nello specchio: il Capitale dirige, lo Stato esegue.

L’apparato del partito-Stato è sconfinato, secondo il modulo del partito-massa che fu inventato dallo stalinismo, dal fascismo e dal nazismo e come mai fu quello comunista di Marx, di Lenin e della Sinistra. Gli iscritti al partito sono 73 milioni, e in aumento, soprattutto fra gli universitari e la classe dirigente: il partito è «la base di partenza per ogni giovane carrierista (...) L’amministratore delegato delle aziende è anche il segretario della sezione del partito in essa» scrive Pierre Haski.

«Il PCC è il custode della stabilità per tutti quelli che hanno qualcosa da perdere, e ormai sono parecchi, in un cambiamento di potere». Chiara ammissione sulla matrice di classe del PCC che, oltre che partito del capitale nazionale cinese, se fu alle origini il partito dei contadini oggi è quello dei borghesi, che temono “un cambiamento di potere”, cioè il comunismo, quello vero.

All’altro estremo sociale, le condizioni in cui vive la classe operaia sono fra le peggiori al Mondo: la pensione e l’assistenza sanitaria sono riservati a pochi privilegiati e ne sono esclusi tutti i contadini. Della spesa pubblica a scuola, sanità e pensioni va il 12% del Pil, contro il 50% dei paesi occidentali: per la maggioranza dei lavoratori sanità e istruzione sono a pagamento.

I sindacati sono controllati dallo Stato, ma le proteste pubbliche, secondo il Ministero della Sicurezza, sono cresciute da 10.000 nel 1994 a 87.000 nel 2005; nel 2006 sarebbero diminuite in numero ma più violente.

Nella campagne, come è avvenuto da secoli nel vecchio mondo, si sta procedendo impietosamente alla violenta espropriazione capitalista delle terre comuni e dei villaggi.

Sono mantenute di proprietà dello Stato le banche, le assicurazioni, il settore dell’energia, i trasporti, le telecomunicazioni, la gestione dei quali settori è, s’intende, in tutto capitalistica.

Si assiste quindi all’assurdo che uno degli evidentemente massimi industrialismi fondati sui rapporti dell’economia capitalista, anzi, come dicono, “turbo capitalista”, e che è diretto da un partito-Stato, che non solo non si pone l’obbiettivo futuro del comunismo, anzi lo esclude, e che nemmeno riconosce l’esistenza della elementare lotta di classe, venga pacificamente ed universalmente catalogato come comunista.

Magia delle parole. La pressione controrivoluzionaria che grava incontrastata da ottanta anni sul movimento operaio internazionale e che ha così profondamente stravolto i suoi indispensabili riferimenti e chiavi di lettura della storia e del mondo, ha, di fatto cancellato dal vocabolario, come dalle coscienze, la nozione stessa del comunismo come negazione del capitalismo. Proprio in proporzione alla maturazione storica del comunismo, quello vero, che corrisponde alla crisi e fragilità estrema del modo di produzione capitalista in tutti i suoi aspetti, quanto più il comunismo vero oggettivamente si impone come necessità assoluta e inevitabile, tanto meno diviene possibile anche solo nominarlo.

Come il cristianesimo ad un certo punto cominciò a nascondere l’angoscia della morte dietro la illusione in una vita eterna, così il comune sentire dei borghesi ha avuto la necessità, a scopo controrivoluzionario ovviamente, di dare per imperituri e immutabili, come legge di natura, i rapporti economici fondati sull’accumulazione del profitto e sulla vendita della forza lavoro, e ridurre il comunismo ad una variante dell’inevitabile e sempiterno capitalismo.

Il marxismo ha previsto, fin dal suo erompere a metà Ottocento, che la sottostruttura economica capitalista si sarebbe incanalata, in tutti i paesi e in tutti i tempi, nelle strette di leggi economiche necessarie e univoche. La storia ha dato la più vasta conferma di questo nostro determinismo dialettico, al di sopra delle razze, delle lingue, delle storie e delle culture anche millenarie. Nei grattacieli che ormai circondano la Città Proibita come in quelli della City londinese pulsa ormai e circola lo stesso sangue e si pronunciano le stesse parole, quelle del capitale e della finanza, e nei sobborghi operai identica è la sottomissione della classe lavoratrice e sempre più uniformi le condizioni della estorsione del pluslavoro capitalista.

Se unico è il Capitale, che turbina ormai vorticoso sopra i continenti, diversi sono stati i percorsi che hanno successivamente portato al potere le classi borghesi nelle rispettive Nazioni. Questo ha comportato un diverso evolversi e confliggere dei rapporti fra le classi dominanti e forme diverse della loro condivisione o successione al potere statale. Questo spiega perché si siano date forme di governo difformi del potere borghese-fondiario. Le borghesie di Occidente vantano nel loro passato regimi di multipartitismo parlamentare, che, in una boria eurocentrica e a scopo di intorbidamento nelle file proletarie, viene conclamato come perfetto ideale, il più rispondente alla società moderna, cioè capitalista, fondata sull’individualismo e sul mercato.

Ma, come evolve la sottostruttura economica, pur restando in tutto capitalista, nel senso della concentrazione delle produzioni, dei capitali e in un piccolo numero di grandi banche, e con perdita di forza sociale delle classi piccolo borghesi, parallelamente si rende superato il regime centrato nel Parlamento, che viene svuotato di ogni potere reale e sopravvive, in pochi paesi occidentali, solo come organo decorativo, un ambiente “virtuale”, mantenuto solo in una autoreferenziale vita mediatica al solo scopo di nascondere al proletariato i veri detentori del potere grande borghese e di illuderli con le elezioni di addivenire a detenere di quello una certa quota.

La variante “comunista” del capitalismo, che si contraddistinguerebbe per presentare il suo apparato statale apertamente diretto da un unico partito-Stato e per disciplinare con più rigore che in Occidente i diritti delle opposizioni, ha quindi altrettanta e più rispondenza alla realtà economica e sociale del capitalismo moderno dei regimi liberali. Del resto se il partito a capo dello Stato è unico ciò non significa affatto che sia anche monolitico e che al suo interno, particolarmente in Russia e in Cina, non si siano combattute guerre continue di frazioni le più aspre e sanguinose. La storia del maoismo e della sua fine lo dimostra a sufficienza.

A Mosca ed a Pechino, su di una economia modernamente capitalista e una struttura di classe corrispondente, che domina anche su rapporti più antichi nelle campagne, risiedono quindi dei regimi borghesi e forme di governo adeguate alla loro funzione di classe, e meno ipocriti e insinceri di quelli di Washington, di Europa o di Nuova Delhi. La “società armoniosa” dei nazional-comunisti pechinesi, se è vista dagli ideologi borghesi occidentali tipo Haski come “un modello ibrido”, cioè una democrazia liberale incompiuta o fallita, una specie di dispotismo illuminato, un Mandato celeste di discendenza confuciana, nella lettura marxista non va annoverato che fra le forme dell’organicismo fascista, il più classico, moderno e... occidentale.

È infine evidente che, con tutto questo, il Comunismo non ha niente a che fare e che, a suo tempo, disperderà insieme liberali e illiberali, di Oriente e di Occidente.
 
 
 
 
 
 
 

PAGINA 2



Ancora su Genova 2001
Capitalismo e Democrazia:
Seppellire il cadavere!

A sei anni dalle giornate del G8 il cosiddetto movimento è tornato a sfilare per le vie di Genova, questa volta per manifestare contro la requisitoria del pubblico ministero a carico dei 25 imputati, accusati di reati quali saccheggio e devastazione, e, in una sua parte, in favore dell’istituzione di una commissione d’inchiesta parlamentare che indaghi sulle responsabilità nella “gestione dell’ordine pubblico” in quelle giornate.

Gli attori in campo nel 2001 furono questi. Da una parte lo Stato, ben schierato con le forze repressive di tutte le armi, fino ai finanzieri e i forestali, e appoggiato, dichiaratamente o di fatto, da tutti i partiti, dai sindacati di regime, dalla Chiesa e, come si vede, dalla Magistratura. Due giornate “cilene” non hanno suscitato nessuna reazione, né una manifestazione né un’ora di sciopero. E, alla fine, nemmeno una “commissione parlamentare”. Insomma: “va bene così e siamo pronti a rifarlo”!

Dall’altra una miscellanea in cui era rappresentato tutto il bestiario ideologico pre-, anti- e post-comunista: antiautoritarismo, ribellismo sottoproletario e pandistruttivo, pacifismo, cattolicesimo missionario o francescano, terzomondismo, ecologismo, antifascismo militante e... gruppi fascisti.

Tuttavia questo movimento – che vanta il suo interclassismo e si autorappresenta come moltitudine, il vero popolo, portatore e difensore dell’autentica democrazia – insiste ad appellarsi alla Democrazia e al Parlamento, si esprime con la sua stessa retorica e invoca le sue indagini e la sua “giustizia”. Denuncia che l’esecutivo, la macchina secolare dei fedeli servitori dello Stato, si sia reso irresponsabile di fronte alla Legge e che Ministri e parlamentari “eletti dal popolo” non abbiano potuto guidarlo a loro volere.

Lo Stato per il marxismo è il prodotto degli antagonismi inconciliabili tra le classi. Esso appare dove e quando tali antagonismi condurrebbero irrimediabilmente alla guerra civile. Lo Stato è l’organo del dominio di classe, un organo armato di oppressione di una classe da parte di un’altra. È a difesa di un “ordine” che legalizza e consolida questa oppressione.

La vicenda del G8 ha fornito una limpida dimostrazione di questa verità storica. In quei giorni il regime borghese, che emana dal grande Capitale e ad esso risponde, infastidito e approfittando dello schiamazzo di strati di piccola borghesia, ha deciso di dare una ben chiara ed evidente lezione a tutti, in particolare alla classe operaia: si è tolto la maschera democratica e ha mostrato il suo vero volto: quello della dittatura di classe.

Chi ha organizzato anche questa nuova manifestazione a Genova la lezione, evidentemente, la legge capovolta: lo Stato è democratico e popolare, e solo per una violenza che avrebbe subito dal suo interno, in quei giorni del 2001 ha visto le sue regole eccezionalmente sospese. La lotta per costoro è dunque contro i responsabili politici di questo contingente attentato alla democrazia. Per il movimento no-global c’è da difendere: in economia, i rapporti attuali, contro la globalizzazione che avanza; in politica, la democrazia contro il ritorno di un “nuovo” fascismo.

Opposta la diagnosi del comunismo marxista: da un secolo il capitalismo è globalizzazione e fascismo. La globalizzazione è un processo in perfetta continuità con tutta l’evoluzione del modo di produzione capitalistico: un capitalismo senza internazionalizzazione dei mercati e vertiginosa concentrazione del capitale è una pura assurdità. Il regime politico corrispondente a questo stadio finale di sviluppo del capitalismo è quello del rafforzamento estremo della macchina statale, finalizzato alla sua penetrazione e controllo in ogni aspetto della vita sociale. La sottomissione di tutti i partiti allo Stato, questo è il contenuto reale del fascismo. La apparente periodica scelta elettorale fra schieramenti, sempre meno distinguibili fra loro, serve solo come mascheratura di questa sostanza.

Anche sul piano del diritto, il regime borghese si è dotato degli strumenti adatti per passare legalmente alla dittatura aperta. Quando ciò non basta ricorre senza remore ai mezzi illegali. Dal 1945 al 1969 le forze dell’ordine uccisero centinaia di operai durante gli scioperi. Dal 1969 lo “stragismo” mieteva altre centinaia di vittime. Un intero apparato paramilitare (Gladio) per anni è stato pronto ad intervenire nello scontro sociale per ristabilire l’ordine.

Il capo della polizia durante il G8 oggi è al servizio del Ministero degli Interni in un governo di cui fa parte una “sinistra” che vanta la patente di “radicale”. E questo governo è riuscito a predisporre provvedimenti antioperai non meno duri di quelli della stessa “destra”.

La democrazia non è un grande malato che la classe operaia avrebbe interesse a curare ma un inganno, un fantasma, un cadavere da seppellire!

L’abbattimento e il superamento del regime sociale e politico capitalistico, che vomita quotidianamente abbrutimento e putrescenza, non sarà il risultato di un indistinto movimento di “contestazione”, ma il prodotto dell’azione del proletariato internazionale, che per il semplice difendere le sue condizioni di esistenza verrà a scontrarsi mortalmente con l’ordine presente.

La Rivoluzione comunista sarà il prodotto della fusione del movimento di lotta della classe operaia col suo partito, fondato sul programma politico del marxismo di sinistra. Non sarà pluralista, interclassista e democratica, ma monoclassista e ad un tempo antidemocratica ed antifascista, queste due intercambiabili facce del regime borghese.

Contro la dittatura della borghesia il potere rivoluzionario instaurerà la sua dittatura, la dittatura del proletariato, inconciliabilmente nemico di tutte le altre classi. La dittatura del proletariato eliminerà imperialismo e fascismo perché distruggerà la loro base economica: il capitalismo. Essa sarà la necessaria fase di transizione verso il comunismo, cioè verso una società senza più classi e perciò senza più Stato.
 
 
 
 
 
 
 
 



Quatta quatta l’Italietta si riarma per la guerra

Di tanto in tanto sfuggono alla nazionale censura democratica notizie imbarazzanti o quanto meno poco edificanti sugli affari di Palazzo che, come tanti segreti di Pulcinella, volano di bocca in bocca, o meglio oggi si può anche dire di blog in blog, fino a diventare leggende metropolitane che si accumulano in una torreggiante e maleodorante discarica di schifezze.

Mesi fa, ad esempio, circolava una voce secondo la quale sarebbero state inviate in Afganistan un certo numero di ambulanze destinate al soccorso umanitario a quelle disgraziate popolazioni: in realtà si sarebbe trattato invece dei carri armati di ultimo tipo, per affrontare un nuovo tipo di impegno militare, malgrado tutti gli sforzi dei nostri peacekeepers, cioè di coloro che là mantengono la pace. Probabilmente gli artefici di questo invio avranno pensato sicuramente che anche questi mezzi corazzati, se pur in modo diverso dalle ambulanze, sarebbero stati d’aiuto a quella miseranda gente. Questo falso invio sarebbe avvenuto perché gli accordi internazionali con cui le forze armate italiane sono presenti fra quelle impervie montagne non prevedono un tale tipo di armamento pesante, mentre le pressioni americane e lo stallo tattico in cui tutti si trovano da anni impongono urgentemente un potenziamento militare con conseguenti diverse regole di ingaggio, che però necessiterebbero di un’approvazione del Parlamento.

Colossale bufala, verità trapelata o lasciata trapelare ad arte? Per il momento la registriamo e attendiamo che il dubbio sia chiarito...

Più certo è invece questo recente trucchetto contabile, tipico della putrida classe borghese, destra o sinistra che sia, giacché in cotanta stessa merda allegramente sguazzano. È pubblicato a firma dell’On. Severino Galante della Commissione Difesa della Camera dei Deputati apparso sul Corriere della Sera del 6 novembre scorso nella pagina in cui l’ex ambasciatore Sergio Romano dà spazio e commenta le voci dei lettori. Il titolo della lettera in questione, che si riferiva ad una precedente questione posta da un lettore, è: “La spesa militare e gli obiettivi strategici” e così inizia: «Proprio per un dovere di completezza (...) va precisato che la spesa militare va ben oltre il bilancio preventivo del ministero della Difesa. Parte delle spese per armamenti, 1,3 miliardi di euro, sono allocate nel bilancio del ministero dello Sviluppo Economico, mentre i costi delle missioni all’estero, un miliardo, sono nel bilancio del ministero dell’Economia. Dunque, nel 2008 la spesa militare aumenterà di oltre un miliardo e mezzo di euro, di cui 683 milioni per le nuove armi (4,5 miliardi in totale) e 160 milioni per l’esercizio (2,5 miliardi in totale)».

La diffusa abitudine, ad ogni livello e a scala internazionale, di far tornare i conti o di nascondere spese scomode fra le mille pieghe dei bilanci, è ormai una imprescindibile necessità dell’economia capitalista, che anche in questo modo cerca di nascondere nei suoi stessi numeri la sua globale, profonda e, ci auguriamo, irreversibile crisi. Non deve quindi sorprendere che anche in Italia del taroccare i bilanci si faccia di necessità virtù. In verità, in questo i “nostri” sono riconosciuti maestri.

Ciò premesso dobbiamo ammettere che si nota chiaramente una sorta di ipocrita correttezza contabile: in effetti ammodernare le attuali fabbriche di armi, farne o comperarne di nuove più micidiali è un evidente investimento per lo sviluppo industriale e economico, come pure le spese delle missioni all’estero non sono un fatto di pace ma di economia! Con noi quindi ammettono che la loro guerra è un fatto economico e che gli ideali li mettono così per imbrogliare gli illusi dandosi un tono di portatori di pace, progresso e civiltà.

Candidamente la lettera nel dettaglio ci informa che questo aumento di spese e correzioni di bilancio non è un fatto isolato: «Anche nel 2007 si è avuto un forte incremento per la spesa in armamenti (+116%), e per l’esercizio, cui la Finanziaria 2007 aggiunse 400 milioni di euro, per il 2007, e 500 milioni, per il 2008 e il 2009. A tali cifre si sommano quelle seguenti ai vari assestamenti di bilancio nel corso dell’anno: 500 milioni in più nel 2006, e, nell’ultimo assestamento del 2007, un miliardo di euro». E sono capitali attentamente ripartiti secondo un chiaro piano di investimento economico perché: «la ripartizione della spesa tra personale e investimento è molto meno squilibrata di quanto si sostiene e, soprattutto, risulta in linea con quella dei principali Paesi Nato ed Ue».

Si è usato questo artificio contabile per far entrare dalla finestrella quello che non poteva e doveva entrare dal portone, per non turbare il sonno, molto pesante, di tutti i pacifisti e benpensanti, cioè l’aumento della spesa militare soprattutto per quanto concerne la voce armamenti piuttosto che la voce salari a volontari militari di professione con extrasoldo per le missioni all’estero. Il nostro Onorevole in merito precisa che, stornando le spese ai carabinieri, che svolgono altre funzioni: «solo intorno il 50% va in stipendi, mentre i costi degli armamenti superano il 20% del totale, più della Germania e poco meno della Francia e Gran Bretagna. Sempre la Germania, con un Pil del 61% superiore a quello italiano e con più soldati all’estero, spende in assoluto per gli armamenti solo il 4% in più (4,7 miliardi)».

Ma una cosa preoccupa e tiene a precisare il nostro Parlamentare: poiché questi spostamenti di cifre nel bilancio della Difesa non sono né casuali né solamente tecnica finanziaria e teme possano indicare la volontà di una strategia più ampia in ambito internazionale che necessita di un diverso orientamento militare dell’Italia con adeguati programmi «incentrati sulla costruzione di un dispendioso potere aeronavale di “proiezione della forza” (vedi al proposito anche l’introduzione della seconda costosissima portaerei Cavour), che moltiplicano la potenza di fuoco delle FF.AA, ben oltre la necessità delle missioni di peacekeeping, piuttosto che aggiungere nuovi costosi programmi, come quello del cacciabombardiere joint strike fighter, che costerà 10-15 miliardi, bisognerebbe concentrarsi sul funzionamento di quello che esiste e sulle condizioni di vita inadeguate dei nostri soldati».

Dissentiamo da lui quando pensa che siano i vertici militari a condizionare le scelte di politica estera, al contrario è la necessità del capitale italiano di stare ancora in gioco, anche se in seconda fila, a dover investire negli armamenti: il prezzo del biglietto d’ingresso per sedere al tavolo del congresso dei grandi briganti del mondo è aumentato e bisogna mettere mano al portafoglio.

È vero, Onorevole, l’Italia non ha mai avuto, e mai potrà avere un ruolo di grande potenza internazionale, le mancano i capitali e una classe borghese meno servile. Il suo ruolo è sempre stato quello di alleata poco affidabile, pronta, come i suoi navigati parlamentari, a saltare la trincea quando il gioco si fa duro o altrove viene offerto di più. È il limite e la condanna del capitalismo italiano che tardi riuscì a raggiungere la sua unità nazionale e solo con repentini salti di alleanze e perdendo sui campi di battaglia. Facendo però pagare molto caro il costo al proletariato che ha versato il suo sangue per la “libertà”, vostra, di sfruttarlo mediante nuove gabbie economiche e ideologiche.

Il vostro prossimo compito sarà quello di far digerire alla classe lavoratrice queste ed altre nuove spese quando non si potranno più nascondere in farraginosi bilanci. Ma tranquilli, non sarete soli. Alla bisogna arriverà l’aiuto delle frange della cosiddetta “sinistra radicale” e la ben collaudata organizzazione della trimurti sindacale Cgil-Cisl-Uil, che da organo di lotta e difesa degli interessi dei lavoratori è diventata un ingranaggio dello Stato borghese contro i suoi stessi iscritti e tutta la classe operaia. Questo in cuor vostro è un bel desiderio ma il rapido procedere della crisi capitalista, nonostante i possibili sbocchi ammortizzatori di India e Cina, non farà altro che accelerare la reazione della classe operaia che, con sue rinate e genuine organizzazioni di lotta e di difesa, vi rivolgerà contro quelle stesse armi che ora preparate contro i proletari di altri paesi.
 
 
 
 
 
 
 


Ci riprovano col “Capitalismo cristiano”

Dal Vaticano arrivano con regolare e ravvicinata frequenza i santi moniti di Sua Santità e di tutti i suoi prefetti: giustamente – diremmo – dicono la loro sulle umane cose – né si vede perché non dovrebbero. L’ultimo, dello scorso settembre, ha “spiazzato” – per un breve arco di tempo, un paio di giorni! – economisti, politici e perfino filosofi. Ovviamente i giornali hanno fatta da grancassa e passato la notizia.

Rivolgendosi ai fedeli all’Angelus del 23 settembre, Papa Benedetto XVI ha detto che capitalismo ed un’equa distribuzione delle risorse non sono in contraddizione ma che non si deve consentire una ricerca di profitto incontrollata. «Il denaro non è “disonesto” in se stesso, ma più di ogni altra cosa può chiudere l’uomo in un cieco egoismo. Si tratta dunque di operare una sorta di “conversione” dei beni economici: invece di usarli solo per interesse proprio, occorre pensare anche alle necessità dei poveri, imitando Cristo stesso (...) La dottrina sociale cattolica ha sempre sostenuto che l’equa distribuzione dei beni è prioritaria. Il profitto è naturalmente legittimo e, nella giusta misura, necessario allo sviluppo economico (...) L’emergenza della fame e quella ecologica stanno a denunciare, con crescente evidenza, che la logica del profitto, se prevalente, incrementa la sproporzione tra ricchi e poveri e un rovinoso sfruttamento del pianeta (...) Quando invece prevale la logica della condivisione e della solidarietà, è possibile correggere la rotta e orientarla verso uno sviluppo equo e sostenibile».

Questa, pur Santa, ma del tutto dozzinale pillola di verità sarebbe scivolata via senza sortire grande effetto se il filosofo Emanuele Severino, autorità riconosciuta nel campo del sottile ragionamento, sulle pagine del “Corriere della Sera” non si fosse sobbarcato del difficile compito di obiettare a Sua Santità e correggerne le incertezze in campo economico.

Prima però di entrare nel merito della querelle dobbiamo precisare che con la nostra tradizionale critica marxista, di buonisti del capitalismo abbiamo dovuto irridere non pochi e fin dai tempi di Marx la perniciosa e folta genia di quanti, alcuni anche in buona fede, auspicavano un “capitalismo dal volto umano” è sempre stata criticata e aspramente combattuta come una delle difese, controrivoluzionarie, del capitalismo. Se è una specie estremamente mutante nelle connotazioni esteriori, il suo nucleo però è resistente e immutabile. Assume nei tempi forme religiose, pacifiste, razionaliste o laiche. Ne sono un esempio quelle ambientaliste attuali che pretendono la salvaguardia della Terra mantenendo in vita un capitalismo “eco-compatibile”.

Tutti questi signori ammettono che il rovescio della medaglia del progresso e del benessere sviluppato dal capitalismo, distribuito in modo fortemente ineguale, sono fame, malattie e brutale sfruttamento per un’enorme massa di esseri umani, oltre alla distruzione senza limiti di tutte le risorse del pianeta. Le loro statistiche denunciano che si apre sempre di più la “forbice” tra i ricchi del pianeta, che diminuiscono in percentuale sul totale della popolazione mondiale, rispetto lo sterminato esercito degli sfruttati, dei senza riserve. Ma, diciamo noi, le due facce non sono scindibili né tantomeno modificabili perché parti integranti dello stesso modo di produzione capitalistico: o tutte due o niente. Qui sta il problema!

A rendere il mercato capitalista “equo”, “solidale”, “ecologico” non basta la buona volontà dei grandi della terra; le leggi del capitalismo non sono state inventate dai capitalisti ma sono frutto di un processo che la società umana ha sviluppato nelle diverse ere storiche, e provengano da più o meno lente e complesse trasformazioni sociali. È il capitalista ad essere un prodotto del capitalismo e non l’inverso. Ed è il capitalismo in sé ad essere “egoista”.

Il monito del Pontefice è quindi pertinente e puntuale ma confuso e, come da tradizione ecclesiastica, il contrario che netto e irreversibile.

Invece il filosofo nostrano, si comprende bene, sta dalla parte del capitalismo, quello vero e pieno. Questi osserva al Papa che la sua affermazione è fasulla e gli rimprovera di non aver capito bene come funziona il capitalismo. Santità, il profitto è il profitto e segue una sua logica e dinamica indipendente che non contempla affatto il “bene comune”! Bene professore, ma nel 1848 Marx lo aveva scritto nel Manifesto del Partito Comunista. E continua protestando che se il profitto, che è l’anima stessa e sinonimo del capitalismo, va bene perché diamine dobbiamo pensare ad altra organizzazione economica; e quale, visto che anche il comunismo è stato da tempo messo “all’indice”.

Santità, si spieghi meglio, chiede Severino. Noi pure saremmo a questo punto curiosi di conoscere i punti salienti di questa “economia cristiana”, la nuova via Vaticana al bene comune, forse un modello rivisitato delle antiche abbazie benedettine? Benedetto XVI così chiamato in causa non potrà non rispondere.

Marx ne “Il Capitale” spiega e dimostra che il capitalismo non ha una sua morale, una sua volontà o intelligenza; obbedisce ad una legge, quella del saggio del profitto che deve sempre crescere, pena la morte dei singoli capitali e dell’intero modo di produzione. Non conosce né può conoscere limiti o remore morali, deve avanzare sempre e sempre più in fretta. La caduta tendenziale del saggio del profitto, bestia nera di ogni capitalista, è la curva, l’andamento della sua agonia, nella quale tutto travolge e fagocita al fine di poter sopravvivere. Queste sono le “preoccupazioni” del capitalismo, questo il suo senso di “bene comune”. Del resto se ne impippa. Solo il Comunismo, dopo aver sostituito il modo di produzione capitalistico, avrà come sua primaria attività l’organizzazione e la realizzazione di un altro “bene di tutta la specie umana”.

Il cambiamento del Mondo, in una società effettivamente solidale e armoniosa, non avverrà attraverso la democrazia borghese, né le istituzioni benefiche o religiose, non sarà frutto della buona volontà né di governati né di governanti, ma stà nella vigorosa e decisa lotta anticapitalistica che storicamente solo il proletariato può sviluppare attraverso il suo partito politico.

In quella società non ci sarà una casta di sacerdoti affittati e difesi dal potere statale di classe. Questo le Chiese lo sanno perfettamente e proprio per questo, per illudere le masse ed evitare la loro rivolta, predicano per un “capitalismo più giusto”.
 
 
 
 
 
 
 

PAGINA 3



Il Fondamentalismo religioso strumento di sviamento della lotta sociale e di penetrazione imperialista

Da aree sempre più vaste del pianeta – dai Balcani alle Filippine all’Africa – arrivano con costante regolarità notizie di tensioni e di scontri tra opposti gruppi religiosi: quotidianamente le pagine dei giornali grondano sangue per i massacri di cristiani, di musulmani, ebrei, indù, buddisti.. Poi, in modo apparentemente “irrazionale”, queste notizie spariscono dalle prime pagine con la stessa velocità con cui sono comparse, lasciando però presagire che la temperatura della gigantesca caldaia capitalista è vicina allo stato di ebollizione.

Negli ultimi tre decenni il fondamentalismo è dilagato in tutto il mondo islamico seguendo le crepe aperte dalla crisi mondiale dell’economia capitalista, dopo l’esaurimento della spinta propulsiva innescata dalle distruzioni della Seconda guerra. Le prime a cadere sono state naturalmente le economie più deboli e in particolare le classi lavoratrici le quali, orfane del loro partito e quindi private della prospettiva di classe, sono spesso facile preda dell’oppio della religione e delle reti di spionaggio e di controllo delle varie chiese.

* * *

Un punto di svolta, la cui importanza difficilmente può essere sottovalutata, è stato il crollo del regime filo-occidentale dello scià Reza Pahlavi nel gennaio 1979, al culmine di un lungo periodo di scontri sociali affrontati col pugno di ferro da parte della polizia e dell’esercito: nel solo “Venerdì nero” del settembre 1978 la repressione del governo aveva provocato duemila morti tra i dimostranti, oltre all’arresto di migliaia di oppositori.

Le cause remote della crisi vanno cercate nel fallimento della politica riformista e modernizzatrice filo-occidentale tentata dallo scià negli anni ‘60. La cosiddetta “rivoluzione bianca” mirava ad avviare una riforma agraria (naturalmente avversata dal clero sciita grande proprietario fondiario), una riforma del sistema educativo e a favorire l’intervento dello Stato in campo sociale ed economico, fino a prevedere la partecipazione dei lavoratori ai profitti delle imprese. Si trattava di una politica, nella sostanza, “antislamica” che alienò allo scià l’appoggio degli ulema.

Ma quando negli anni ‘70 la crisi economica colpì il Bazar e l’intelligenza giovanile, la sorte di Muhammad Reza fu segnata. Nell’autunno del 1978 la situazione precipitò, anche per il mancato appoggio allo scià da parte dell’allora presidente americano Carter. A raccogliere il potere fu l’ayatollah Khomeini che da oscuro religioso, dicono grazie alle sue capacità mediatiche, e il discreto appoggio di qualche potenza occidentale, seppe trasformarsi in simbolo per gli sciiti iraniani. Si era guadagnato l’esilio nel vicino Iraq già dagli anni ‘60 per essersi opposto al servizio militare obbligatorio che il regime aveva esteso anche ai religiosi e per le sue denunce al regime di servilismo filo-occidentale. Quando su pressione dell’incauto scià fu costretto ad abbandonare l’Iraq per Parigi, la sua visibilità internazionale aumentò. Il 19 gennaio 1979 almeno quattro milioni di iraniani accolsero ebbri d’entusiasmo Khomeini al suo ritorno dal confortevole esilio parigino, dove nei giorni precedenti le diplomazie internazionali avevano pianificato il trapasso.

Il nuovo governo dei preti barbuti si presenta subito sotto la veste nazionalista e antimperialista, richiamandosi ai precetti semplici e moderati della solidarietà coranica, ma in netta opposizione con quelli del “mondo occidentale capitalista degenerato”.

Basteranno pochi anni per mostrare il rovescio della medaglia di un regime dispotico, pur se sotto forme differenti dal precedente. La natura reazionaria e antiproletaria del regime islamico trovò conferma nella condotta della guerra contro il vicino Iraq quando migliaia di giovani furono mandati al massacro all’arma bianca e adolescenti appena usciti dall’infanzia furono utilizzati per sminare il terreno e aprire il passaggio alle truppe regolari, facendone così degli immortali, dei martiri e degli eroi di Allah!

Per contro assai poco si conosce dei sollevamenti degli operai in sciopero nella zona industriale nel sud del paese che, subito bollati come nemici della rivoluzione, furono sterminati dai “guardiani della rivoluzione”, il braccio armato di un regime appena uscito vittorioso da feroci lotte intestine e rafforzato dalla vittoria contro l’ala “laica” della coalizione che aveva contribuito alla caduta dello scià.

Di diversa natura è l’eterno e insolubile calvario del problema palestinese con la sua interminabile e quotidiana scia di morti. La situazione, imbastardita da decenni di stermini, è qui complicata dai doppi giochi politici, dai finanziamenti segreti di Israele e dalla vendita di armi ai diversi gruppi palestinesi. Le cause del dramma vanno cercate nelle necessità strategiche e nei contrasti delle grandi potenze imperialiste, le cui decisioni sono state sempre avallate dall Nazioni Unite, prone alle ragioni dei suoi finanziatori. Ai filistei piccolo-borghesi piace pensare che la soluzione sarà fornita proprio dall’ONU, che pure in tutti i conflitti ha dimostrato la sua perfetta impotenza, se non addirittura la sua collusione con i veri responsabili imperialisti. Per i marxisti, al contrario, la soluzione non può che trovarsi nell’alleanza solidale di classe del proletariato del Medio Oriente, che al di sopra di tutte le frontiere borghesi e sotto l’unica bandiera della rivoluzione comunista spezzerà le catene che lo legano alle “buone intenzioni” delle classi sfruttatrici.

Sempre aperta è la questione afgana. Attualmente la presenza degli Usa e dei loro alleati – ONU compresa – assomiglia sempre di più alla situazione in cui fu costretta l’ex-URSS dalla guerriglia afgana, allora finanziata dalla CIA e sostenuta dal governo americano in funzione anti-sovietica: controllo limitato del territorio in attesa del consolidamento del sistema di governo tribale e dei signori della guerra, con cui le forze multinazionali sono costrette a patteggiare volta per volta. In pratica, gli attuali “liberatori” sono accerchiati nelle loro basi i cui rifornimenti dipendono solo dai ponti aerei.

La guerra-lampo contro l’Iraq, dopo aver schiacciato il laico regime di Saddam Hussein sotto le bombe americane messaggere di democrazia, ha creato più problemi di quanti ne abbia risolti. Nel sud del paese è in corso la lotta per il potere da parte dei fondamentalisti sciiti locali, che sull’esperienza del vicino Iran mirano alla creazione di un governo teocratico. Il processo è ancora in corso, ma non sembra che il principio sciita, che vuole il potere civile soggetto ai precetti del Corano, incontri grandi resistenze. Tutto dipenderà dal livello di soggezione del futuro potere locale ai bisogni di “sicurezza” americana. Al contrario nelle zone a maggioranza sunnita la situazione è più difficile per le forze della coalizione e la stessa stampa accreditata non nasconde il rischio della temuta – o forse desiderata – “libanizzazione” della regione.

Il fondamentalismo islamico nel Maghreb e in Egitto è stato temporaneamente messo alla catena, soprattutto in Algeria, ma la crisi che l’aveva fatto generare si è ulteriormente aggravata e continua la sua opera devastatrice delle coscienze proletarie, lasciando prevedere per il prossimo futuro sconvolgimenti ancora più ampi e profondi di quelli passati.

* * *

Il nostro partito ha costantemente seguito gli avvenimenti con il metodo che lo contraddistingue e che esclude il sensazionalismo dei facili slogan: esso non condanna astrattamente la violenza, né si preoccupa della “democrazia violata”, ma analizza con metodo materialista gli accadimenti politici ed economici, senza fermarsi agli aspetti tragici che i conflitti sociali portano necessariamente con sé o agli aspetti etnici, culturali e religiosi che la società borghese dello spettacolo utilizza come modelli esplicativi. Il marxismo indaga il ruolo e le finalità storiche di cui le classi sono portatrici, e in particolare come il proletariato si organizza per la sua difesa e quali alleanze tattiche è costretto a subire quando le forze storiche non sono ancora mature per la vittoria nella lotta contro le classi borghesi.

La nostra teoria studia le origini materiali dei fenomeni religiosi sulla base degli esistenti rapporti economici e delle lotte tra le classi. Così l’islamismo, con i suoi “feroci Saladini”, gli “integralisti” moderni, è parte del sistema economico-produttivo fondato sulla divisione e sullo sfruttamento delle classi lavoratrici da parte della classe borghese, del Lavoro da parte del Capitale. Questo contrasto, in dati periodi di crisi, esplode in forme violente assumendo spesso una esteriore connotazione religiosa. Per il marxismo, le religioni appartengono alla sfera della sovrastruttura ideologica di controllo, ciascuna riflesso e complemento della forma produttiva di cui è emanazione: si stabilisce un nesso dialettico tra la base economica che genera la sovrastruttura di costrizione della coscienza, e la sovrastruttura che agisce come funzione di conservazione del sistema sociale.

I movimenti politico-religiosi di massa che si richiamano all’Islam e che assumono le forme esteriori della “guerra santa”, fanno derivare i loro principi politici dai testi della tradizione religiosa, da cui discenderebbe direttamente la pratica quotidiana e privata.

Per brevità si possono distinguere tre periodi che vedono diversi gruppi combattersi tra loro: Risveglio, Riformismo, Fondamentalismo (vedi “Il fondamentalismo islamico nei paesi del Maghreb una fuorviante prospettiva per il proletariato” nel nostro “Comunismo” n. 41).

Il termine Risveglio va riferito ai movimenti islamici sorti nel corso del 18° e 19° secolo spesso confinati in aree periferiche al di fuori della portata dell’autorità centrale. Fondati principalmente su basi tribali, questi movimenti tentavano di opporsi all’inesorabile crollo economico e commerciale del grande impero formato dai quattro grandi Stati dinastici dell’Egitto mamelucco, della Turchia ottomana, della Persia safavide e dell’India mogul, attaccati militarmente dall’Europa e dalla Russia. La prima e forse la più celebre manifestazione del movimento del Risveglio ebbe luogo in Arabia Saudita nel 1749 sotto la guida di un rappresentante religioso e di un capo locale, con l’obiettivo di riportare al potere l’emarginato gruppo arabo.

Il Riformismo islamico è stato, al contrario, un movimento cittadino attivo tra il 19° e il 20° secolo, sviluppatosi un po’ ovunque anche se in tempi differenti. I suoi capi erano funzionari, intellettuali e ulema (esperti in materia coranica), che si opponevano tenacemente alle interpretazioni tradizionali della religione ed erano aperti fautori del dialogo con la cultura e la filosofia europea, nel tentativo di contrastare il declino dell’Islam. Studiando le fasi di sviluppo della civiltà europea, i suoi rappresentanti speravano di scoprire le premesse per la costruzione di strutture politiche e di una base economica utili al passaggio del mondo arabo, ancora prevalentemente agro-pastorale, all’inevitabile economia capitalista. Essi anelavano a gettare un mitico “ponte” tra le due culture proprio quando lo sviluppo capitalista abbatteva ogni ostacolo che incontrava sul proprio cammino, senza alcuna possibilità di un ritorno a qualsivoglia “età dell’oro” islamica o di altre religioni.

Il Fondamentalismo, infine, è il movimento più recente.

Nel 1918 il grande Impero Ottomano, che un tempo si estendeva dalla Spagna all’Afghanistan, era ridotto in frantumi. Il Gran Turco pagò con lo smembramento la sua alleanza con gli Imperi Centrali nella Prima Guerra mondiale. Sotto il controllo anglo-francese si formarono diversi Stati e Protettorati, laici e “democratici”, ma indipendenti solo sulla carta. Tuttavia, tranne chi in Turchia, i nuovi governanti fecero atto di obbedienza formale all’Islam, che diventò religione di Stato e, per motivi d’opportunità politica, venne riconosciuta al clero la prerogativa di fonte legislativa.

In questa situazione, grazie alle protezioni politico-militari straniere e alle enormi masse monetarie frutto della rendita petrolifera depositate nelle banche europee, le varie marionette in fez e turbante al servizio dell’imperialismo del vecchio mondo alimentarono i miti del Riformismo islamico, che finì per incarnare la tendenza sovrastrutturale meglio rispondente alle necessità del vampiro capitalista in quelle aree e come tale divenne un’ideologia incoraggiata quasi ovunque.

La tradizione della Chiesa islamica, a differenza di quella cristiana e in ispecie cattolica, non demanda al clero l’interpretazione dei testi né l’intercessione per i favori divini. Ma, nonostante questa maggiore semplicità, si è consolidata nel tempo una casta di religiosi dediti, oltre che al controllo dei fedeli, alla gestione delle enormi rendite finanziarie derivanti dalle offerte “per la sussistenza dei bisognosi”, che storicamente erano stabilite in percentuali fisse ed erano assimilabili alle “decime” per la chiesa cattolica. La rendita petrolifera ha contribuito ad aumentare notevolmente tale introito, che da elemosina a carattere volontario come era in origine, consistente nel 10% del grano e nel 2,5% degli animali, è diventata nel tempo una imposta regolare in denaro “a favore dei poveri” dell’Umma, la grande comunità di tutti i musulmani che non conosce frontiere statali ma solo religiose.

È in queste grandi concentrazioni monetarie e finanziarie, che suppliscono alla mancata accumulazione da parte delle deboli borghesie industriali nazionali, incapaci di lottare contro i capitalisti occidentali, che va cercato il punto di partenza e di forza dei movimenti islamici. Di qui il proliferare di “integralisti” e “riformatori” decisi a far convivere i semplici e rigorosi precetti coranici con quelli della rendita fondiaria, del profitto, dell’interesse bancario, della finanza, dei prestiti, delle ipoteche, leasing, ecc. e in generale di tutto l’armamentario necessario al funzionamento dell’economia capitalista che ha nel profitto il suo unico dio.

Delle due correnti maggiori, la sunnita riconosce la separazione e una relativa autonomia tra affari politici e religione, non prevede un’autorità unica superiore e consente ai fedeli di seguire le direttive di più capi religiosi; la corrente sciita impone la soggezione della politica al dominio della religione, prevedendo come guida una figura carismatica a carattere sovranazionale.

I fondamentalisti odierni, come organizzazione attiva, hanno un’origine e un passato relativamente recenti essendo nati nelle vicissitudini della formazione degli Stati arabi moderni, spesso in opposizione ai gruppi di potere locali messi in piedi dall’imperialismo – prima europeo e poi americano e russo – per governare sotto tutela le nuove entità statali.

Negli anni dal 1930 al 1950 la confraternita dei Fratelli musulmani, fondata nel 1928 in Egitto dal maestro elementare sufi Hasan al-Banna come società filantropica-religiosa, divenne in breve tempo il più vasto movimento di massa a sfondo politico-religioso dell’epoca moderna. A differenza dei vecchi riformatori arabi modernisti dei primi decenni del secolo, i Fratelli musulmani avevano un programma radicale che non mirava a riformare l’Islam in funzione delle modernizzazioni necessarie al nascente capitalismo, ma puntava ad un ritorno al vecchio insegnamento dei patriarchi, unico fondamento dell’organizzazione politica e sociale. Per raggiungere questo obiettivo non escludevano il ricorso all’azione violenta. Per essersi opposti in maniera decisiva agli immensi interessi economici in gioco, essi subirono una repressione estremamente violenta negli anni dal 1954 al 1966: corda e catene non furono risparmiate nei confronti delle migliaia di militanti arrestati. La repressione culminò nell’esecuzione di Sayyid Qutb, il massimo ideologo dell’integralismo islamico, il che non impedì al movimento di estendersi anche in Siria e nel Libano.

Il risultato immediato della repressione fu la radicalizzazione di una parte del movimento in direzione di una condanna senza appello dei governi “non islamici”.

Indubbiamente la sconfitta araba del 1967 nella guerra “dei Sei Giorni” rappresentò un punto critico nei rapporti tra Stato e Islam, dal momento che da allora in poi la politica non potrà più non ricorrere all’elemento religioso. Nel suo primo discorso pubblico dopo la disfatta, il presidente egiziano Nasser dichiarò che la religione avrebbe dovuto avere un ruolo più centrale nella società. La situazione rappresentò per i fondamentalisti una nuova opportunità, anche se ai Fratelli musulmani non fu mai concesso di ricostituirsi in maniera legale.

Dal 1974 al 1981, l’attività dei gruppi che nel frattempo si erano riorganizzati si esercitò in una nutrita serie di azioni violente tra cui spiccano il sanguinoso attacco al Collegio tecnico-militare del Cairo, il sequestro e l’uccisione del ministro del Waqf (un ministero appositamente creato per la gestione delle ricche fondazioni di beneficenza) e gli scontri con l’esercito e la polizia nel Medio e Alto Egitto culminati nell’assassinio del presidente Sadat avvenuto durante una parata militare nell’ottobre 1981, dopo la firma della pace separata con Israele. A salvare Sadat non era bastato il doppio salto mortale di aver introdotto nella costituzione, insieme al multipartitismo, il riconoscimento del “diritto islamico” quale principale fonte legislativa.

Il Fondamentalismo islamico effettua il reclutamento soprattutto tra gli strati più poveri e sfruttati della società: salariati, contadini espropriati e urbanizzati, la piccola borghesia che ruota attorno all’economia dei bazar, una parte del clero. Più che negli appelli religiosi e nell’efficacia delle prediche degli ulema, l’adesione al movimento islamico trova la sua causa nella crisi capitalista che ricaccia “in un passato oscuro” le classi inferiori.

La teoria di questo movimento interclassista si può riassumere in tre punti fondamentali: 1) la modernità laica rappresenta il male per antonomasia, per cui i politici e i religiosi che governano secondo i principi laici e moderni sono “infedeli” da combattere fino alla loro distruzione; 2) l’unico rimedio al male consiste nella ribellione guidata dall’avanguardia dei veri credenti; 3) ad un certo stadio, la ribellione si trasforma in guerra santa (jihad) che comporta il sacrificio e il martirio per amore della comunità.

Ma le differenze tra le diverse correnti e sette e tra le diverse protezioni istituzionali dei gruppi fondamentalisti, siano essi legali o illegali, locali o regionali, non corrispondono a un significativo divergere nei loro programmi sociali e politici. Si tratta sempre dell’utilizzo dello scontro tra gruppi, di origine dal tribale al mercenario, da parte dalle centrali imperialiste per il controllo di Stati, poco importa se laici o teocratici, e delle loro grandi ricchezze. La tattica è quella di sempre del colonialismo, di promuovere e di approfittare dello scontro fra ideologie e gruppi armati locali, espressione di classi e residui di classi anche precapitaliste e le più reazionarie; col che, fra l’altro, il centro imperiale può atteggiarsi ad importatore di “progresso”, di “pace” e di “civiltà”.

Ma i Fondamentalisti moderni non sono da giudicare anti-capitalisti e difensori del mondo antico: si dimostrano sempre solidali nella difesa della proprietà privata fondiaria e del profitto e convengono nella progressiva abolizione degli antichi beni collettivi, acqua, pascoli, campi, e nel mantenimento della divisione in classi moderne.

È necessario saper leggere gli sviluppi materiali degli avvenimenti storici senza fare concessioni all’estetismo della propaganda borghese, né lasciarsi trascinare nelle dispute teologiche tra sciiti, sunniti, sufiti, waabiti, fondamentalisti... Tutto questo apparato, che è finanziario prima che militare e religioso, serve solo a spezzare l’unità di classe dei proletari dei paesi arabi, a confonderli con le classi che in patria li opprimono e a sviare le loro energie dall’unico vero scopo, la rivoluzione proletaria mondiale.
 
 
 
 
 
 
 
 

PAGINA 4



Una lotta vittoriosa dei tessili egiziani

“Tutti gli operai in lotta sono fratelli”, così hanno scritto tra le loro rivendicazioni gli operai dell’industria tessile di Kafr el-Dawwar, una delle più grandi fabbriche d’Egitto, chiamando tutti i lavoratori alla mobilitazione contro i padroni, il governo, il sindacato di Stato.

Sono mesi che l’Egitto è scosso da un’ondata di scioperi partiti proprio dalle fabbriche tessili del Delta del Nilo, una delle maggiori concentrazioni industriali del Medio Oriente, poi estesi a varie altre categorie di lavoratori.

Il governo accusa i “fratelli musulmani” e i “comunisti” di aver fomentato i disordini ma i motivi che hanno spinto gli operai a scendere in sciopero, nonostante sia illegale in Egitto, sono i bassi salari, le condizioni di lavoro, l’atteggiamento di aperta collaborazione col padronato tenuto dai sindacati ufficiali.

La notizia delle lotte operaie in corso in Egitto è apparsa sul “Manifesto” del 2 ottobre perché qualche giorno prima si era concluso con la vittoria dei lavoratori lo sciopero di sei giorni in un’altra fabbrica tessile, la più grande di tutta la regione, la Misr Spinning and Weaving Company, nella città di Mahallah al Kubra, a 170 chilometri a nord del Cairo. La fabbrica, che produce filati, tessuti e capi d’abbigliamento anche per l’esportazione, è di proprietà statale e vi lavorano circa 27.000 operai di cui un terzo sono donne. Con lo sciopero i lavoratori hanno ottenuto aumenti di salario del 40% ma anche la liberazione di 7 loro compagni che erano stati arrestati dalla polizia durante la lotta e la rimozione del direttore dell’Azienda.
 

Contro il blocco dei salari, il peggiorare delle condizioni di lavoro, il collaborazionismo sindacale

Il movimento era già iniziato nel 2006: i lavoratori erano orientati alla lotta soprattutto dopo i vertiginosi aumenti dei prezzi al consumo, che negli ultimi due anni sono saliti del 160%, rendendo i salari sempre più insufficienti. Inoltre è in corso da tempo anche in Egitto la privatizzazione dell’industria a partecipazione statale. «Dal 1999 sono state vendute più di cento imprese pubbliche e uno dei settori più colpiti è proprio quello tessile; al momento attuale il settore privato controlla il 58% delle filature di cotone mentre prima del processo di privatizzazioni ne controllava solo l’8%. Recentemente il governo ha lanciato una seconda ondata di privatizzazioni che è stata la causa diretta dell’attuale movimento di scioperi. Gli operai temono la perdita del loro status di lavoratori del settore pubblico con i vantaggi e la sicurezza dell’impiego che vi sono connessi» (da “Una serie di scioperi scuote l’Egitto”, di Y. Malek, 6 giugno 2007 sul sito Mondialization.ca). Una sicurezza relativa, aggiungiamo noi, dato che lo Stato, prima di vendere le sue industrie ai privati, usa tutti i mezzi per ridurre il personale.

Nel novembre 2006 si sono svolte le elezioni per rinnovare 816 consigli locali di undici tra le più importanti federazioni sindacali, dai tessili alle ferrovie, dal comparto alimentare a quello elettrico, metallurgico, chimico. Sono andati a votare circa 1,4 milioni di lavoratori. La delusione per l’esito delle elezioni truffa, che naturalmente hanno riconfermato le vecchie burocrazie sindacali, pare sia stata grande e abbia fatto crescere la determinazione dei lavoratori contribuendo alla riuscita degli scioperi.

Come ha scritto Paola Caridi sul “Riformista” del 16 febbraio 2007, «il quarto stato egiziano, insomma, è andato a votare per i consigli locali e, a piramide, per i vertici nazionali di un sindacato che è sempre stato controllato dalle autorità. Perché in Egitto non esiste la possibilità legale di un sindacato indipendente (...) L’ondata di proteste che è seguita alla tornata elettorale, dunque, ha reso evidente la distanza tra la burocrazia sindacale e le nuove leve dei lavoratori. Prima Ghazl el Mahalla, all’inizio di dicembre, e poi a seguire mille operai della Torah Cement, con management italiano della Italcementi, in sciopero per il bonus. I netturbini del quartiere bene del Cairo, Ma’adi. Quelli di uno degli allevamenti intensivi di polli, che chiedevano incentivi legati alla pericolosità del lavoro per i casi di febbre aviaria negli uomini. I lavoratori tessili di Ghazl Shebeen al Kum, in via di privatizzazione. E infine Kafr el Dawwar, l’aristocrazia operaia del tessile egiziano».
 

Lo sciopero a Mahallah Al-Kubra

È interessante seguire la descrizione del montare dello sciopero del dicembre 2006 nella fabbrica tessile più grande, quella di Mahallah Al-Kubra, così come viene riportata da Joel Beinin et Hossam el-Hamalawy, “Les ouvriers du textile égyptien s’affrontent au nouvel ordre économique”, pubblicato sul sito “Middle East Report Online”. Il resoconto, si dichiara, è basato su interviste a due operai della fabbrica.

I 24.000 operai di quel complesso di tessitura e filatura erano in attesa di novità riguardo alle promesse fatte il 3 marzo 2006 secondo le quali il Primo Ministro Ahmad Nazif avrebbe decretato un aumento del premio annuale, corrisposto a tutti gli operai del settore industriale pubblico, da 100 lire egiziane (17 dollari) a un premio pari a due mesi di salario. Gli ultimi aumenti dei premi annuali risalivano al 1984 e avevano comportato un aumento da 75 a 100 lire.

«Abbiamo letto il decreto e cominciato a parlarne in fabbrica – racconta un operaio – I sindacalisti avevano pubblicarono la notizia come una delle loro conquiste. Dicembre arrivò [è il mese in cui vengono pagati i premi annuali] e eravamo tutti ansiosi. Ma ci accorgemmo di essere stati ingannati: non ci offrivano che le vecchie 100 lire, in realtà 89 lire per essere precisi perché il resto andava in trattenute».

Si respirava un’aria di lotta. Nei due giorni seguenti gruppi di operai rifiutarono di ritirare il salario in segno di protesta. Poi, il 7 dicembre alcune migliaia di operai della squadra del mattino cominciarono a riunirsi davanti all’entrata della fabbrica. Il ritmo di lavoro della fabbrica era già rallentato ma la produzione cadde di colpo quando 3.000 operaie della sartoria lasciarono il posto di lavoro e si diressero verso le sezioni del tessile e della filatura dove i loro colleghi maschi non avevano ancora fermato le macchine: Le operaie gridavano cantando: “Dove sono gli uomini? Ecco le donne!” Spinti dall’esempio, gli uomini si unirono allo sciopero.

Circa 10.000 operai si riunirono nei cortili gridando: “Due mesi! Due mesi!” per affermare la rivendicazione dei premi promessi. La polizia antisommossa fu rapidamente spiegata intorno alla fabbrica e nella città ma non entrò in azione per reprimere le manifestazioni. «Erano impressionati dal nostro numero – prosegue l’operaio – Speravano che saremmo diminuiti molto durante la notte e il giorno seguente». La direzione, sotto pressioni della Polizia, offrì un premio di salario di 21 giorni, ma «i lavoratori scacciarono tutti i rappresentanti della direzione che erano venuti a negoziare».

«Quando venne la notte ci mettemmo delle ore a convincere le operaie a tornare a dormire a casa e ritornare in fabbrica il giorno dopo. Le donne erano più combattive degli uomini: erano pressate dalla polizia antisommossa ma tennero duro».

Prima dell’ora della preghiera della sera la polizia si precipitò davanti agli ingressi della fabbrica. Gli operai, alcune decine in quel momento, si erano chiusi dentro. «Gli ufficiali di polizia ci dissero che eravamo poco numerosi e che avremmo fatto bene ad uscire – riferisce uno degli occupanti – Noi cominciammo a battere contro le porte d’acciaio. Svegliammo tutti nel quartiere e in città. Usammo i nostri cellulari per avvisare le nostre famiglie e i nostri compagni che erano rimasti fuori di affacciarsi alle finestre e far sapere alla polizia che erano a guardare quello che succedeva; poi chiamammo tutti i lavoratori che conoscevamo dicendo loro di venire di corsa alla fabbrica.

«La polizia intanto aveva tagliato l’acqua e l’elettricità alla fabbrica. Gli agenti dello Stato alle stazioni a dicevano agli operai in arrivo con i treni da fuori città che la fabbrica era stata chiusa per un guasto elettrico ma l’inganno non ebbe successo. Più di 20.000 operai arrivarono – prosegue il testimone – Organizzammo una manifestazione di massa e falsi funerali ai nostri padroni. Le donne arrivarono con viveri e sigarette e si unirono alla manifestazione. I servizi di sicurezza erano paralizzati. I ragazzi delle scuole elementari e gli studenti delle superiori che si trovavano nella zona scesero in strada per unirsi agli scioperanti».

Il quarto giorno di occupazione della fabbrica gli ufficiali del governo, in preda al panico, offrirono un premio di 45 giorni di salario e assicurarono che la compagnia non sarebbe stata privatizzata. Gli operai avevano vinto, almeno momentaneamente: lo sciopero spontaneo si concludeva con una netta sconfitta per la direzione della fabbrica e la federazione sindacale controllata dal governo.

Nell’aprile del 2007 il conflitto tra lavoratori di Mahalla e lo Stato è tornato di nuovo alla ribalta. Gli operai infatti volevano che le promesse della direzione della fabbrica venissero mantenute e decisero di inviare un’importante delegazione al Cairo per negoziare con la Federazione Generale dei Sindacati (il sindacato di Stato) delle rivendicazioni di aumento dei salari e procedere alla messa sotto accusa del comitato sindacale di fabbrica per aver sostenuto i padroni durante lo sciopero di dicembre. La risposta delle forze di sicurezza governative consistette nel mettere la fabbrica in stato d’assedio. Gli operai allora si misero in sciopero e due altre grandi fabbriche tessili dichiararono la loro solidarietà a Mahalla, la Ghazl Shebeen e quella di Kafr el-Dawwar.

La dichiarazione degli operai di quest’ultima fabbrica si rivelava particolarmente lucida sul percorso da fare: «Noi operai tessili di Kafr el-Dawwar dichiariamo la nostra piena solidarietà con voi, per realizzare le vostre giuste rivendicazioni, che sono le stesse nostre. Noi denunciamo fortemente l’assalto delle forze di sicurezza che impedisce alla delegazione di operai di Mehalla di andare al quartier generale della Federazione Generale dei Sindacati al Cairo (...) Seguiamo con attenzione quello che vi succede e dichiariamo la nostra solidarietà con lo sciopero degli operai del reparto confezioni di ieri l’altro e con lo sciopero parziale alla fabbrica di soia. Vogliamo farvi sapere che noi operai di Kafr el Dawwar e voi di Mehalla marciamo sulla stessa strada e abbiamo lo stesso nemico. Dopo la fine del nostro sciopero la prima settimana di febbraio, il nostro comitato sindacale di fabbrica non ha fatto niente per rendere concrete le rivendicazioni all’origine dello sciopero. Esso ha ferito i nostri interessi (...) Noi, come voi, aspettiamo la fine di aprile per vedere se il ministro del lavoro accetterà o meno le nostre rivendicazioni, ma non abbiamo molta fiducia nel Ministro o del Comitato sindacale di Fabbrica. Non possiamo contare che su noi stessi per ottenere le nostre rivendicazioni. Per questo insistiamo sul fatto che siamo nella vostra stessa barca e viaggeremo insieme verso la stessa meta (...) Affermiamo che siamo pronti per un’azione di solidarietà se vi deciderete per un’azione nell’industria. Informeremo della vostra lotta gli operai della fabbrica di seta artificiale El Beida Dyes e Misr Chemicals per creare dei legami che permettano di allargare il fronte di solidarietà. Tutti gli operai sono fratelli durante la lotta. Dobbiamo creare un largo fronte per rinforzare la nostra lotta contro i sindacati del governo. Dobbiamo rovesciare questi sindacati adesso, non domani» (nostra traduzione dal sito internet Arabawy).
 

La lotta continua

A fine settembre è ripresa la lotta «dopo giorni di blocco degli impianti e di proteste in strada – scrive “Il Manifesto” dell’8 novembre – i 27 mila operai delle Industrie Tessili Ghazl Mahalla avevano ottenuto un aumento dello stipendio mensile, rimasto fermo sulle 300-400 lire egiziane (intorno ai 50 euro) e bonus di produzione pari a 90 giorni di lavoro. “Alle parole non sono seguiti i fatti – racconta uno dei capi della lotta – gli aumenti promessi sono arrivati con contagocce”. Più di tutto è iniziata una costante azione di mobbing, spesso con la collaborazione attiva dei sindacati di Stato, nei confronti di tutti quelli che avevano capeggiato la ribellione. (Alcuni di loro sono stati licenziati in tronco, ndr). Ai lavoratori di Mahalla non resta che scendere di nuovo in strada a manifestare. Lo sciopero ad oltranza dovrebbe riprendere a metà dicembre, a un anno esatto dalle prime sollevazioni operaie nel delta del Nilo».

Sembrerebbe dunque che gli operai siamo tornati al punto di partenza di un anno fa, ma non è così. Forse anche lo sciopero che si prepara non porterà che un sollievo di breve durata alla condizione degli operai, dato che il padronato sembra avere la forza di resistere e addirittura di rimangiarsi le promesse fatte, grazie all’appoggio incondizionato dello Stato e del suo apparato repressivo. Forse alcuni degli organizzatori pagheranno con la galera il loro coraggio e la loro ribellione all’ordine costituito. Ma l’esperienza di questo sciopero non andrà perduta, come attestano le lucide dichiarazioni dei capi della lotta, e quando la lotta ripartirà si svolgerà ad un livello più alto.

I dirigenti di queste lotte hanno chiaro che per lottare con successo contro i padroni è necessario, prima di tutto, entrare in collisione con i sindacati di regime e, necessariamente, costituire nuove strutture sindacali indipendenti dallo Stato e dal padronato, decise a difendere la classe lavoratrice su posizioni di classe. Hanno chiaro che questo va fatto in una situazione di dittatura aperta della classe borghese, operando dunque clandestinamente perché è illegale organizzare sindacati indipendenti e scioperi e chi lo fa rischia le bastonate e il carcere.

L’esperienza degli operai del Delta del Nilo, le loro prime vittorie, favorite dalla loro concentrazione, come le loro sconfitte, dimostrano che tanto più si allarga il fronte operaio tanto più esso è unito e forte, tanto più grandi sono le possibilità di ottenere risultati meno effimeri. Per questo bisogna resistere alla tentazione di rinchiudersi nella fabbrica, nella categoria e cercare con ogni mezzo di estendere l’organizzazione alle altre fabbriche, alle altre concentrazioni operaie, alle altre categorie per arrivare a costituire un forte sindacato di classe radicato in tutto l’Egitto.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Alla Ibm fanno lo sciopero ‘virtuale’

Alla Ibm di Vimercate l’azienda si rifiuta di pagare la parte integrativa del salario, disattendendo gli accordi con i sindacati. Da decenni, siamo abituati a registrare atti sempre più offensivi del padronato contro i lavoratori. È un periodo questo di “disarmo sindacale”, dove perfino la “riforma” delle pensioni è stata varata senza una parvenza lotta.

Ma la Rsu Ibm di Vimercate, là dove tra i dipendenti ci sono sicuramente fior di informatici, ha pensato di mostrarsi innovativa introducendo “una nuova forma di lotta”: fare scioperare gli avatar. Per coloro che non sono pratici di simili inezie, gli avatar sono dei personaggi che popolano una sorta di video-gioco.

E così quelli della Rsu Ibm di Vimercate, che sono certamente del mestiere, si vantano di aver fondato il “Sindacato 2.0”, basato sulla lotta di classe “fantasmatica”. Mentre l’azienda, negando la parte accessoria del salario, quella che si matura secondo il buon andamento sul mercato, ed è quindi molto precaria, sferra colpi reali sul salario dei lavoratori, peggiorandone davvero le condizioni di vita, il sindacato supera e conferma se stesso nelle pratiche illusionistiche dedicandosi alle lotte virtuali. Si, gli attuali sindacati di regime sono sindacati virtuali, finti, sembrano ma non sono.

A questo sciopero di fantasmi il 28 settembre avrebbero aderito circa 1.800 “internauti” da tutto il mondo. La IBM, dove i capoccia si saranno sganasciati dalle risate e molto compiaciuti per questo modo inoffensivo di fare lotta, è stata pure al gioco! Oltre, ovviamente, a non sganciare un euro.

Non ci mancava che l’internet, ai sindacati confederali, per sviare in un altro modo ancora le spinte dalla base operaia che inevitabilmente la lotta di classe sprigiona. I professionisti del tradimento sindacale, al pompieraggio sociale, ai diversivi tattici, agli scioperetti politici, ai referendum e alle manifestazioni indette successivamente agli accordi-bidone da loro stipulati con governo e padronato... provano a far scendere in campo anche i giochi elettronici. E che questo venga offerto dalle federazioni metalmeccaniche della Triplice, in ambito Ibm, non ci sorprende proprio. Sono sindacati facenti parte del dispositivo di protezione capitalistico e assoggettati allo Stato.