Partito Comunista Internazionale Indice - Numero precedente - Numero successivo
"Il Partito Comunista"   n° 328 - marzo-aprile 2008 [.pdf]
PAGINA 1 – 1° Maggio 2008: O preparazione rivoluzionaria, o preparazione elettorale
Iraq: partigiani sul fronte della guerra - Ancora petrolio e sangue
Spe Salvi
PAGINA 2 Un processo di pace in Irlanda del Nord, nell’interesse di Londra e di Washington: “Indipendenza” irlandese, sotto benedizione inglese - Il marxismo sulla questione irlandese
– La Cina è sempre più vicina - Scioperi anche in Vietnam
PAGINA 3 Giandomenico
PAGINA 4 – La sicurezza sul lavoro si difende con la forza della lotta di classe
– Il voucher contro i lavoratori occasionali nell’agricoltura
Notiziario dalla Spagna socialista
Errata corrige

 
 
 
 
 
 
 

PAGINA 1


1° Maggio 2008
O preparazione rivoluzionaria
O preparazione elettorale

Lavoratori, Compagni!

È clamorosamente fallita la pretesa di poter trasformare per via riformista e graduale il capitalismo, che ormai minaccia da vicino anche le condizioni base dell’esistenza dei lavoratori.

L’impennata dei prezzi degli alimenti ha già causato delle vere rivolte in Egitto, Haiti, Camerun, Costa d’Avorio, Burkina Faso e altrove mentre in Pakistan e Tailandia i governi hanno inviato l’esercito a presidiare i magazzini. Spesso le rivolte sono state precedute da dure lotte operaie e scioperi ve ne sono giornalmente in tutto il mondo, dai lavoratori della GM negli Stati Uniti alla Renault in Romania, dai siderurgici in Germania alla Ford di Pietroburgo, dai trasporti in Francia, Germania, Svizzera ai portuali di Tuzla in Turchia, dai lavoratori della Nike in Vietnam alle fabbriche di zucchero in Iran... In Italia questo aprile gli operai di Pomigliano e dell’Ilva di Genova hanno bloccato la produzione e i padroni hanno chiamato le forze dell’ordine a caricare gli operai. Lo scontro capitale salario è sempre vivo, benché nascosto dalla propaganda borghese.

Lavoratori, compagni,

Più di un secolo è trascorso da quando il movimento operaio dichiarò il 1° Maggio giornata internazionale di lotta dei lavoratori: dalle officine, dai luoghi di lavoro le energie proletarie tendevano all’unione del proletariato mondiale. Nel frattempo, la storia ha fatto il suo corso smentendo le ideologie dei movimenti falsamente operai e riproponendo in tutta la sua attualità il significato originario del 1° Maggio: Proletari di tutti i paesi unitevi!

L’illusione di un lento e graduale sviluppo verso il socialismo attraverso le schede elettorali e le riforme è affogata nel sangue di due guerre mondiali e, oggi, nella bancarotta internazionale del capitalismo che, sotto i colpi della crisi di sovrapproduzione, forse la peggiore dal 1929, si dimostra incapace di impiegare e alimentare una parte crescente della forza lavoro, determinando il flagello del precariato, della sotto-occupazione e della disoccupazione di massa.

Quanto la crisi economica passa velocemente dai vecchi capitalismi ai nuovi di Cina ed India, altrettanto la miseria dai paesi poveri sta debordando sui proletari dell’Occidente cosiddetto ricco, in realtà ricco solo di corruzione, ed inganni per i lavoratori.

Il progressivo e difforme collasso delle economie e dei mercati delle merci e dei capitali, determina la distruzione della vecchia sistemazione imperialista, in un processo che porterà inevitabilmente il capitalismo alla guerra. Gli imperialismi stanno già preparando le alleanze in vista di un futuro scontro mondiale, come dimostra l’aumento vorticoso delle spese militari. I conflitti nel vicino e medio Oriente, che dicevano doversi risolvere in breve, sono invece ad un punto di non ritorno. Solo il proletariato mondiale, mobilitato unito e guidato dal suo partito storico, potrà fermare questo ineluttabile cammino del capitalismo trasformando la guerra imperialista in guerra di classe.

Novant’anni fa la rivoluzione d’Ottobre aveva spazzato via, oltre alla guerra mondiale, sperammo per sempre tutte le menzogne e tutti gli istituti della democrazia rappresentativa, dando luminosa conferma storica che lo Stato non si conquista dall’interno, ma lo si distrugge per erigere sulle sue rovine la dittatura proletaria, negatrice di ogni libertà politica alla classe sfruttatrice.

Oggi che la democrazia è ancora presentata come un sistema di governo al di sopra delle classi, il parlamento come un organismo eterno e lo Stato borghese come una struttura capace di accogliere un’autentica rappresentanza delle forze della classe proletaria, occorre ricordare le parole di Lenin del 1919: «Il Parlamento borghese, sia pure il più democratico della repubblica più democratica nella quale permanga la proprietà dei capitalisti e il loro potere, è la macchina di cui un pugno di sfruttatori si serve per schiacciare milioni di lavoratori».

Nel 1920 l’Internazionale Comunista dettò il motto scolpito col sangue di troppi militanti operai caduti ingannati sul fronte della guerra di classe contro la borghesia: «Il comunismo nega il parlamentarismo come forma del futuro ordine sociale. Lo nega come forma della dittatura di classe del proletariato. Nega la possibilità di una duratura conquista del parlamento; si pone il compito di distruggere il parlamentarismo». Al contrario, per i partiti del tradimento proletario, il parlamento non solo non è da distruggere, è da tenere in piedi, caso mai crollasse, con le forze dei lavoratori e, se occorre, con il loro sangue. Per costoro la democrazia non solo non è più una menzogna da denunciare, ma un “bene” da proteggere. La via che essi additano ai proletari non è quella della conquista rivoluzionaria del potere, ma del gradualismo riformista, nazionale e patriottico, genuflessi di fronte a quel museo degli orrori che è Montecitorio.

Nel moderno periodo dell’imperialismo finanziario, successivo alla Prima Guerra mondiale, le circostanze storiche hanno portato lo Stato ad evolvere nel senso totalitario e fascista, e tutte le forze politiche del capitalismo, comprese quelle “democratiche”, hanno favorito e attivamente concorso a questo sbocco. I comunisti – che non sono democratici – fin dal 1919 avversano apertamente la partecipazione alle elezioni per parlamenti, consigli e costituenti borghesi. Non lo fanno alla maniera anarchica o qualunquista piccolo-borghese, ma perché ritengono che in questi organismi non sia più possibile fare opera rivoluzionaria e credono che l’azione e la preparazione elettorale sono un ostacolo alla formazione nelle classi lavoratrici della coscienza protesa verso l’instaurazione della dittatura del proletariato e il comunismo.

I risultati elettorali non misurano la forza delle classi, che non è determinata dalle schede ma dalla reale capacità di organizzazione e di mobilitazione operaia, in opposizione al padronato e a tutta la classe borghese.

Lavoratori, Compagni!

In Italia, in queste ultime elezioni del 14 aprile, il dimagrimento elettorale del Partito Democratico e l’annientamento parlamentare dalla Sinistra Arcobaleno non è stata una sconfitta per il movimento operaio. I lavoratori avevano già perso, qualunque fosse il risultato delle urne: hanno perso quando non hanno potuto opporsi con un fronte generale di lotta all’attacco del Capitale alle loro condizioni di vita e di lavoro, all’aumento dello sfruttamento, alla diminuzione di salari e pensioni, ai licenziamenti. I sedicenti partiti di sinistra, anche se da diverse posizioni, si sono rifiutati e si rifiutano di organizzare la lotta operaia, per puntare, come loro tradizione collaborazionista, sul gioco elettorale. Ma è proprio con l’assoggettamento del proletariato a questo gioco, alle regole democratiche, che la borghesia raggiunge il culmine del suo potere, che è sempre dittatoriale dietro la sceneggiata della colluttazione fra partiti di destra e di sinistra.

La vittoria del fronte di destra non significa quindi una svolta particolare della politica del regime, ma è la continuazione di quella azione anti-operaia in atto da decenni, e intensificata in ultimo dal governo Prodi, con il concorso diretto di Rifondazione e della cosiddetta ‘Sinistra radicale’, e che, in politica estera, porta i nomi di riarmo e guerre sempre più estese e senza fine e, in politica interna, riforma dello Stato sociale, delle pensioni, del lavoro, dei salari. Ossia, in termini non ambigui: riduzione dei salari (diretto e differito), aumento dell’orario, maggiore libertà di licenziamento. Ogni governo che segua queste strade, si dichiari di ‘destra’ o di ‘sinistra’, riceverà l’appoggio della Confindustria e la benedizione della Chiesa.

La stessa enfasi posta sul successo elettorale leghista serve a confondere i proletari. Il tentativo di sottomettere i lavoratori alle nevrosi della piccola borghesia artigiana e bottegaia del Nord, e in realtà alla grande borghesia industriale e finanziaria che regge le file dello Stato di Roma e che in esso ha il suo comitato d’affari generale, è volto ad indebolire ulteriormente la identità della classe lavoratrice, proprio quando sarebbe più urgente un suo rafforzamento per fronteggiare il pesante attacco padronale. Dalla Lega a Rifondazione tutti sono allineati in un unico fronte antiproletario.

Con buona pace di Montezemolo, i sindacati di marca tricolore, continuatori dello spirito concertativo del sindacalismo fascista, sono oggi giunti alla tappa conclusiva del loro processo di inserimento all’interno del regime capitalista, divenendo a tutti gli effetti suoi organi di controllo e di repressione della lotta di classe.

Nell’immediato dopoguerra si adoperarono perché il proletariato si sottomettesse alle condizioni di miseria e di fame imposte dalla ricostruzione dell’apparato produttivo nazionale sotto il pretesto di un riconquistato regime ‘democratico e antifascista’, che non sarebbe stato più espressione degli interessi delle classi padronali e possidenti.

Nella successiva fase di ripresa economica si impegnarono a tenere sotto controllo le lotte rivendicative e a deviarle nell’illusione di riforme del sistema capitalistico e del “potere in fabbrica”, acconsentendo alla politica dei partiti staliniano e socialdemocratici che indicavano nell’alleanza con i ceti medi e il successo elettorale la “via nazionale” per la scalata al potere delle classi lavoratrici, in realtà smantellando l’idea stessa della necessità del partito, della lotta e del sindacato classista.

In seguito alla ricaduta del capitalismo nella crisi economica e nella recessione, alla metà degli anni ’70 veniva varata la “politica dei sacrifici” e della “solidarietà nazionale”. In nome dell’economia, della produttività e della competitività sui mercati del capitale nazionale bisognava rinunciare alla difesa del salario falcidiato dall’inflazione, accettare ritmi e orari più pesanti in fabbrica, cassa integrazione e licenziamenti. Tappe successive sono state l’abolizione della scala mobile (1985), l’eliminazione dell’aggancio delle pensioni alla massa salariale e dei salari all’inflazione programmata anziché a quella reale (1992), il taglio delle pensioni con il passaggio al sistema contributivo (1995), l’introduzione a tappeto di nuove forme di rapporti di lavoro precario (1997)... Fino al protocollo di luglio 2007 su “Previdenza Lavoro e Competitività”.

Nelle parole di Franco Marini, ex-sindacalista nonché ex-presidente del Senato: «Nessuno può disconoscere il ruolo di equilibrio e il comportamento responsabile tenuto in questi anni nell’interesse del paese».

Parallelamente, sul piano politico, anche i falsi partiti operai rinati nel dopoguerra, il PCI e il PSI, dopo aver condotto la classe a chinare la testa, rinunciare a se stessa e sottomettersi allo Stato, hanno finito per gettare la maschera e, in una serie di scissioni e contorcimenti, si sono liberati anche formalmente di una scomoda tradizione e dei simboli e omologati pienamente a tutti gli altri partiti borghesi concorrenti alle poltrone di governo e ad infinite ruberie. Compito dei comunisti, oggi, non può essere che quello di denunciare apertamente tutti questi camaleonti, siano essi bianchi, verdi, neri o, peggio ancora, travestiti di rosso.

È tempo che la classe lavoratrice si opponga a tutti questi! Principale vittima del capitalismo, tanto in pace quanto in guerra, essa deve separare le sue speranze e le sue azioni dalle istituzioni della morente società del capitale. Il futuro dei lavoratori va ricercato nel passato del loro movimento: nella contrapposizione frontale al padronato per la difesa dei salari e del lavoro secondo la tradizione del sindacalismo rosso di classe. Questo inquadra nella lotta tutti i salariati indipendentemente dalle simpatie politiche, dalla razza, dalla lingua, dalla religione, superando le divisioni fomentate dal regime borghese (pubblici e privati, giovani e vecchi, precari e garantiti, occupati e disoccupati, indigeni e immigrati...). Rifiuta per principio ogni tentativo di sottomettere la lotta operaia alle compatibilità del capitale, come i codici di autoregolamentazione, la registrazione dei sindacati, il riconoscimento della rappresentatività, il voto segreto, la riscossione per delega dei contributi sindacali ed anche i cosiddetti “diritti sindacali” come i distacchi e le riunioni in orario di lavoro, quasi sempre forme di corruzione, intimidazione e ricatto. Per il sindacato di classe è indispensabile una organizzazione territoriale esterna ai luoghi di lavoro, nella tradizione delle Camere del lavoro, dove possano regolarmente incontrarsi le rappresentanze di fabbrica e i singoli lavoratori dispersi in piccole unità produttive per rafforzare e coordinare le iniziative. Il sindacato di classe non si fa carico di nessuna difesa dell’economia nazionale dello Stato borghese, ma si attesta sulla difesa intransigente della classe operaia.

Stracciare la scheda elettorale costa poco. Invece costa molto lavorare per il ritorno ai princìpi secolari del marxismo rivoluzionario, ma è il prezzo che si deve pagare per vincere, perché senza princìpi non c’è vita per la classe ma solo sbandamento e sottomissione ai princìpi del nemico. Né c’è possibilità di emancipazione senza l’incontro della classe con il suo partito, espressione militante del programma storico del comunismo.
 
 
 
 
 
 
 
 


Iraq: partigiani sul fronte della guerra
 

Nel 5° anniversario della guerra irachena la contabilità dei soldati statunitensi morti nel conflitto ha superato il numero di quattromila.

Pochi giorni dopo, l’8 e il 9 aprile, il comandante delle truppe, il generale David Petraeus, e l’ambasciatore USA in Iraq, hanno riferito davanti al Senato. Nel frattempo Bassora, città petrolifera di primaria importanza strategica ed economica, era di nuovo centro di una battaglia che minaccia di estendersi alle principali città del paese. Tutto questo ad un anno dall’inizio della cosiddetta “surge”, l’ondata, che, grazie ad un sostanzioso aumento del numero dei soldati americani, avrebbe dovuto riportare l’ordine nel devastato Paese.

In effetti negli ultimi mesi gli attentati contro i civili sono diminuiti e così pure le esecuzioni terroristiche e gli attentati contro le forze occupanti, ma questo risultato più che alla maggiore presenza militare si deve al completo stravolgimento dell’iniziale strategia statunitense, tornando ad arruolare, a suon di dollari, i membri del vecchio esercito e della passata amministrazione, spesso di origine sunnita.

Gli strateghi del Pentagono hanno infine compreso che la loro politica di puntare tutto sulle milizie sciite, escludendo dalle istituzioni e dall’esercito i membri del vecchio Partito Baath e in generale i sunniti, era sconsiderata, anche perché ha contribuito al rafforzamento dell’influenza dell’Iran.

I comandi americani hanno così iniziato a stringere accordi con i gruppi di insorti sunniti, fornendo loro armi e denaro in cambio della collaborazione nella lotta, dicono, contro i gruppi di Al Qaeda e per bilanciare il peso delle sempre più forti milizie sciite, foraggiate dall’Iran. Pare che, al momento, sul libro paga del Pentagono vi siano ben 80.000 miliziani sunniti, organizzati sotto forma di “Comitati” per un salario di 10 dollari al giorno. Che sono 5 milioni a settimana. Sembrerebbe un buon investimento, visto che la guerra irachena nel suo insieme costa, a settimana, ben 3 miliardi di dollaretti!

Principali oppositori della nuova “strategia” statunitense sono ovviamente le milizie sciite e il governo iraniano. La visita del presidente iraniano in Iraq il 2 e 3 marzo scorso ha posto in evidenza la influenza crescente del suo paese ed è servita tra l’altro a concludere parecchi accordi commerciali e di cooperazione economica.

Ma l’Iran, di fatto, ha collaborato attivamente in questi anni con gli Stati Uniti in Iraq: è anche grazie al suo aiuto che il governo Maliki riceve l’appoggio delle varie milizie sciite; ed è la diplomazia di Teheran che ha fatto pressioni su Moqtada al Sadr perché dichiarasse il cessate il fuoco del suo “esercito del Mahdi”. Adesso l’Iran considera fatto ostile che gli Usa finanzino una milizia sunnita e abbiano creato una intelligence irachena sotto il controllo sunnita alternativa a quella a controllo sciita. L’Iran accusa che gli USA, mentre sostengono il governo di Maliki, lo circondano di forze ostili.

Ma anche tra gli americani non tutti condividono la nuova strategia. Afferma un ex comandante di un battaglione dell’esercito Usa che è stato molto tempo in Iraq: «La mia sensazione è che i leader arabi sunniti stiano utilizzando la pausa nei combattimenti con le forze Usa per prendere fiato, consolidarsi, e raggrupparsi in modo molto simile a quello in cui un esercito convenzionale si riposerebbe e si rimetterebbe in sesto dopo una battaglia importante. Inoltre, i generali a Bagdad chi pensano che stia prendendo di mira e uccidendo le forze di sicurezza irachene? Sono gli insorti sunniti. È solo che al momento non stanno sparando contro di noi».

Per adesso questi “comitati popolari di autodifesa”, o, come li definisce, forse ironicamente, l’ambasciata statunitense, “cittadini del posto impegnati”, stanno usando le armi che gli sono state consegnate, oltre che per combattere l’influenza della sunnita Al Qaeda e per “ristabilire l’ordine”, come preteso da Washington, anche per vendicarsi dei torti subiti dalle milizie rivali e per darsi alla “pulizia etnica” verso i “non sunniti”. Così a Bagdad come nelle principali città irachene i quartieri misti sono ormai scomparsi; migliaia di persone sono state uccise, centinaia di migliaia sono state costrette a fuggire per evitare la stessa sorte.

Pare che presto anche questi mercenari avranno un loro partito, che si chiamerà, naturalmente, “Fronte iracheno dell’onore”.

Erano questi gruppi sunniti a comporre, assieme ad altri, come il famoso “esercito del Mahdi” degli sciiti, quella “resistenza” che negli anni recenti tanto scaldava il cuore alla nostra “sinistra” anti-americana!

Dopo sessant’anni di partigianesimo interclassista questa ennesima cantonata non prendeva noi certo di sorpresa. Infatti, come non rilevare le affinità fra la situazione irachena di oggi e quella dell’Italia nella fase terminale della Seconda Guerra, quando un esercito imperialista invasore incalzava l’altro, e il tedesco riforniva le bande repubblichine mentre gli alleati quelle partigiane? Democratici e stalinisti ubriacavano i proletari con le stesse ideologie guerrafondaie e anticlassiste e la faciloneria che alligna “a sinistra” è sempre la stessa, alternativa e antitetica alle tesi marxiste. Lo scopo del partigianesimo e dei “liberatori nazionali” è far scordare assunti ben più netti, e pericolosi: l’esistenza delle classi moderne e la loro lotta anche al di sotto della guerra imperialista. Quindi la necessità per il proletariato non di difendere la “patria” dall’ “invasore”, ma di battersi “per sé”, in una propria organizzazione sindacale di classe, illuminato e guidato dal suo Partito mondiale.
 

Ancora petrolio e sangue

Quando gli inglesi, nel dicembre scorso, lasciarono la città di Bassora, passando le consegne all’esercito iracheno, fu chiaro che non si trattava di una “missione conclusa” ma di una precipitosa ritirata: il comportamento vessatore dei mercenari inglesi era riuscito a renderli talmente invisi alla popolazione da suscitare la sua reazione, incontenibile anche nei quartieri dove la presenza delle forze d’occupazione era più numerosa. Benché presentassero l’operazione come una sanzione della pacificazione del Paese, col passaggio di una delle sue città più importanti sotto il controllo del nuovo esercito iracheno, era invece chiaro che nemmeno le forze armate nazionali sarebbero state in grado di tenere la città.

A qualche mese di distanza ecco che il governo “nazionale” è costretto all’ennesima azione militare per riprendere il controllo di Bassora. La motivazione sarebbe la necessità di riportare l’ordine in una città in preda alla violenza delle diverse milizie e di numerose bande criminali che se ne contenderebbero il controllo. Il capo della polizia locale, generale Jalil Khalaf, uno dei due “uomini forti” inviati dal premier Nuri al Maliki per garantire la sicurezza nella provincia (l’altro è il generale dell’esercito Mohan al Firaji), in una recente intervista al “Guardian” ha ammesso apertamente che le truppe di Londra quando hanno abbandonato la città ne avevano ormai perso il controllo: «Mi hanno lasciato le milizie, mi hanno lasciato i banditi e mi hanno lasciato tutti i guai del mondo». Le varie milizie, ha aggiunto, sarebbero armate meglio dei suoi uomini.

Il problema è che la provincia di Bassora possiede oltre il 70% delle risorse petrolifere di tutto il paese e fornisce il 90% delle entrate del governo.

Nel dicembre 2007, proprio mentre le truppe britanniche abbandonavano la città per ritirarsi nell’area dell’aeroporto, veniva formalmente annunciata la creazione della Basra Development Commission (BDC), Commissione per lo sviluppo di Bassora, frutto delle discussioni fra il premier britannico Gordon Brown e il vice Primo Ministro iracheno Barham Salih. Alla presidenza della BCD, veniva nominato un uomo d’affari britannico.

A metà dello scorso marzo il Segretario britannico alla Difesa Browne in una conferenza stampa a Bagdad ribadiva che l’impegno della Gran Bretagna verso l’Iraq rimaneva “assoluto”, però la sua natura stava cambiando, per concentrarsi di più sullo sviluppo economico del Paese. In altre parole, dopo cinque anni d’occupazione, il pescecane britannico vorrebbe finalmente mettere le mani sulla sua parte di oro nero. Browne, in quell’occasione, definiva “quasi illimitato” il potenziale economico e di sviluppo del sud dell’Iraq. Sviluppare le risorse petrolifere e le infrastrutture è un imperativo economico, aggiungeva il ministro, ribadendo che il porto di Umm Qasr dovrà essere in grado di operare in tempo utile secondo i più alti standard internazionali.

Ma ammetteva che per proteggere qualsiasi nuovo investimento era necessaria maggiore sicurezza, soprattutto a Bassora e, come a confermare questa esigenza, nonostante le promesse di ulteriori riduzioni delle truppe, la commissione Difesa della Camera dei Comuni ha stabilito, pochi giorni dopo, che il costo delle operazioni militari in Iraq aumenterà del 72% nel corso del 2008, per raggiungere 1,6 miliardi di sterline.

Il 17-18 marzo il vice presidente Usa Dick Cheney, in visita a Bagdad, ha incontrato il Primo Ministro iracheno Nuri al Maliki: in cima all’agenda dei colloqui pare ci sia stata proprio “la famosa legge sul petrolio” che il Parlamento iracheno non riesce ad approvare ma che sta molto a cuore alle compagnie petrolifere che manovrano i governi delle truppe d’occupazione ed è probabile che proprio in quell’occasione sia stato deciso l’attacco contro Bassora.

L’operazione “Carica dei cavalieri” il cui obbiettivo dichiarato era dunque quello di far fuori tutti i “fuorilegge” e ristabilire l’ordine nella città meridionale, è iniziata all’alba del 24 marzo scorso; vi erano impegnate tre brigate dell’esercito iracheno, circa 15.000 uomini, ed era diretta dal capo del governo iracheno Nuri al Maliki in persona.

Alcuni attivisti sindacali locali hanno denunciato che al milione e mezzo di abitanti della città siano state tagliati elettricità, acqua e rifornimenti alimentari, mentre due divisioni corazzate dell’esercito venivano schierate, assieme a migliaia di poliziotti, con la copertura aerea Usa e britannica e mentre l’artiglieria britannica bombardava alcuni quartieri. Secondo queste fonti l’attacco delle forze governative contro Bassora non serve a riportare l’ordine ma a difendere gli interessi dell’occupazione. Il vero obbiettivo dell’attacco sarebbe quello di creare una situazione che consenta alle compagnie petrolifere di poter sfruttare i pozzi; ma anche di spezzare la resistenza dei sindacati dei lavoratori del settore petrolifero che si oppongono alle privatizzazioni; e anche ridurre il potere della criminalità organizzata e mettere fuori gioco il movimento sadrista che in questo momento segue una politica nazionalista e si oppone alla svendita del petrolio alle multinazionali.

Nonostante il capo del governo abbia voluto guidare l’attacco in prima persona, proprio per sottolineare l’importanza politica di questa azione militare, l’operazione non si è conclusa nel senso sperato dal governo e dai suoi sostenitori angloamericani; le milizie sadriste e gli altri numerosi gruppi paramilitari hanno resistito all’attacco e si è dovuti arrivare ad un accordo di cessate il fuoco sotto l’egida della diplomazia iraniana: non si sa se il governo iracheno abbia dovuto accettare alcune delle richieste di Sadr, come il rilascio dei 2.000 sadristi arrestati nei mesi precedenti.

Il nuovo esercito iracheno, nonostante sia composto in buona parte da militanti dell’ala militare dell’ISCI, Consiglio Supremo Islamico Iracheno, cioè l’organizzazione Badr, una milizia sciita ma dichiaratamente ostile ai Sadristi, non ha dimostrato molta determinazione e pare addirittura che più di un migliaio di uomini abbiano disertato e tra di essi anche alti ufficiali.

Alla fine di aprile Bassora è stata teatro di una nuova offensiva militare contro le ultime roccheforti dei combattenti di Sadr: operazione condotta, questa volta, con l’appoggio decisivo dei bombardamenti aerei Usa e dell’artiglieria britannica.

Mentre proseguono i combattimenti, non solo a Bassora ma anche in altre città del sud e soprattutto a Bagdad, nell’enorme quartiere sciita di Sadr city, ormai sotto assedio da più di tre settimane, con bombardamenti e scontri che hanno provocato centinaia di morti e feriti anche tra la popolazione civile, le compagnie petrolifere cercano di superare l’impasse provocato dalla mancata approvazione della nuova legge sul petrolio, nel tentativo di ottenere accordi temporanei per lo sfruttamento dei pozzi.

In una prima fase verrebbero assegnati contratti di servizio, i cosiddetti Technical Service Agreements (TSA), il cui obiettivo è quello di aumentare la produzione in cinque dei maggiori giacimenti iracheni già operativi, per un totale di circa 500.000 barili al giorno entro un anno. Questo aggiungerebbe oltre il 20% all’attuale produzione di greggio, che è intorno ai 2,2 milioni di barili. Sembra però che sia ancora alta la percentuale di petrolio che viene rubata.

Ma anche questi accordi vanno a rilento e da aprile sono slittati a giugno; non si trova un accordo sulla forma di pagamento, inoltre le compagnie vorrebbero avere un trattamento di favore per i contratti che verranno assegnati in seguito e che sono quelli che interessano davvero.

Le compagnie coinvolte sono la Shell, che sta negoziando per Kirkuk e assieme alla australiana BHP Billiton per Maysan, nel sud; la Chevron e la Total per West Qurna, la Exxon Mobil per Zubair e la BP per Rumaila, tutti giacimenti che si trovano nel sud dell’Iraq.

Thamir Ghadhban, consigliere del premier Nuri al Maliki per l’energia ed ex ministro del Petrolio, si dice certo che le compagnie internazionali accetteranno gli accordi, che sono relativi a giacimenti già in produzione. In una intervista con la rivista specializzata “Arab Oil and Gas Magazine”, il tecnocrate iracheno sostiene che l’attrattiva di questi giacimenti sta nelle loro caratteristiche geologiche, nel loro grandissimo potenziale, nei bassi costi di produzione, e nel livello futuro dei prezzi del petrolio.

Le compagnie puntano però ad ottenere i cosiddetti Production Sharing Agreement (PSA), i contratti a lungo termine assai vantaggiosi per loro, ma avversati aspramente da molte forze politiche irachene, dall’opinione pubblica, e dai sindacati dei lavoratori del settore petrolifero. Questo tipo di contratto pare sia stato tolto (almeno come formulazione esplicita) dal testo della legge sul petrolio approvata dal Consiglio dei ministri, ma potrebbe essere reintrodotto almeno per le zone non ancora esplorate, fra cui quelle del cosiddetto Deserto occidentale, questo perché in zone di questo tipo per le compagnie ai rischi di esplorazione si aggiunge il fatto che anche le infrastrutture più basilari sono praticamente inesistenti.

Il governo iracheno da tempo subisce le pressioni della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, organismi sotto controllo degli Stati Uniti, perché abolisca il “Public Distribution System”, il sistema delle razioni alimentari dal quale dipende la sopravvivenza di buona parte della popolazione irachena: oltre 4 milioni di persone, il 15,4% della popolazione, sono considerate bisognose di aiuti alimentari e altri 8,3 milioni di persone, quasi il 32%, lo diventerebbero senza le razioni governative.

Ma secondo un rapporto di Refugees International, già oggi il governo fa assai poco per assistere gli strati più disagiati della popolazione mentre sono molto attive, in questo campo, le milizie confessionali, soprattutto, l’Esercito del Mahdi, la milizia fedele a Sadr. Essa aiuta esclusivamente i membri della propria confessione religiosa ed ha “risistemato”, gratis, moltissimi sfollati sciiti nelle case che un tempo appartenevano a sunniti, costretti a lasciare le loro zone a causa delle violenze confessionali. Ma non c’è solo la casa. La milizia fornisce anche aiuti finanziari, generi alimentari, olio, e combustibile per il riscaldamento. Anche altri gruppi sciiti e sunniti, secondo il rapporto, stanno guadagnando terreno e sostegno attraverso la fornitura di cibo, olio, elettricità, vestiti e denaro ai civili che vivono nei territori da loro controllati.
 
 
 
 
 
 
 
 


Spe Salvi

Il comunismo materialista, a differenza dell’ateismo che è una delle ideologie della borghesia, si è sempre interessato allo studio delle sovrastrutture religiose. E l’ultima enciclica di Benedetto XVI è interessante proprio perché si porta sul piano della dottrina.

La speranza è sicuramente indispensabile alle società come ai singoli individui; noi comunisti lo sappiamo bene, dato che non prendiamo in considerazione l’ipotesi, pure possibile, di una comune rovina di tutte le classi.

Leggiamo dal testo vaticano: «Il cristianesimo non aveva portato un messaggio sociale-rivoluzionario come quello con cui Spartaco, in lotte cruente, aveva fallito». Intanto la Chiesa di Roma tiene a chiarire subito che la sua – almeno quanto ai mezzi da impiegare per raggiungerla – non è speranza in una rivoluzione sociale.

In altri passi si accenna ad “una società nuova”, non meglio definita, ma successiva e diversa alla “società presente”: «La società presente viene riconosciuta dai cristiani come una società impropria; essi appartengono ad una società nuova, verso la quale si trovano in cammino e che, nel loro pellegrinaggio, viene anticipata». Poi, riguardo alla fede: «Essa attira dentro il presente il futuro, così che quest’ultimo non è più il puro “non ancora”. Il fatto che questo futuro esista cambia il presente; il presente viene toccato dalla realtà futura, e così le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future».

La nostra tradizione, e traduzione nel nostro linguaggio di questa elementare dialettica, è che il comunismo è contenuto negli attuali rapporti di produzione capitalistici, che “portano in grembo” la società futura così come la statua è già racchiusa dentro il blocco di marmo, come diceva Michelangelo, e il nostro compito è solo quello di “liberarla”. Sosteniamo inoltre che nel partito il comunismo è già vivo e pulsante e il concetto della necessità di una speranza, non solo individuale e intuita, ma condivisa, conosciuta e voluta, ci trova d’accordo.

Continuiamo a leggere: «La stessa Lettera agli Ebrei (Paolo di Tarso) parla di una “città” e quindi di una salvezza comunitaria. Coerentemente, il peccato viene compreso dai Padri come distruzione dell’unità del genere umano, come frazionamento e divisione. Babele, il luogo della confusione delle lingue e della separazione, si rivela come espressione di ciò che in radice è il peccato. E così la “redenzione” appare proprio come il ristabilimento dell’unità».

Ovviamente la Chiesa – nel suo compito storico di confondere le idee e le coscienze, e la Speranza – non dice che la distruzione dell’unità del genere umano ha avuto inizio con la sua divisione in classi, conseguente al formarsi della proprietà privata, e che il ristabilimento dell’unità è la società senza classi.

Si passa poi a criticare l’illuminismo e il marxismo per aver preteso di instaurare il “regno di Dio” sulla Terra. «Con puntuale precisione, anche se in modo unilateralmente parziale, Marx ha descritto la situazione nel suo tempo ed illustrato con grande capacità analitica le vie verso la rivoluzione – non solo teoricamente: con il partito comunista, nato dal manifesto comunista del 1848, l’ha concretamente avviata. La sua promessa, grazie all’acutezza delle analisi e alla chiara indicazione degli strumenti per il cambiamento radicale, ha affascinato ed affascina tuttora sempre di nuovo». La Chiesa, a differenza di vari gaglioffi, non è così inesperta da poter sperare in un marxismo “morto”.

Nel proseguo si comincia però platealmente a barare: «La rivoluzione poi si è anche verificata nel modo più radicale in Russia. Ma con la sua vittoria si è reso evidente anche l’errore fondamentale di Marx. Egli ha indicato con esattezza come realizzare il rovesciamento. Ma non ci ha detto come le cose avrebbero dovuto procedere dopo. Che egli di ciò non dica nulla, è logica conseguenza della sua impostazione. Il suo errore sta più in profondità. Il suo vero errore è il materialismo: l’uomo, infatti, non è solo il prodotto di condizioni economiche e non è possibile risanarlo solamente dall’esterno creando condizioni economiche favorevoli».

Qui si finge di ignorare che il marxismo dispone di una esplicita definizione, e non solo in negativo, della società comunista. E ancora una volta viene fatta una caricatura, interessata, del materialismo, presentato come economicismo. Ma certamente non siamo al livello dell’ex presidente del consiglio italiano, che si vantava di non aver mai letto Marx...

È interessante infine il concetto di libertà, di cui si rimprovera Marx di non tener conto. Leggiamo: «La libertà presuppone che nelle decisioni fondamentali ogni uomo, ogni generazione sia un nuovo inizio. Se ci fossero strutture che fissassero in modo irrevocabile una determinata – buona – condizione del mondo, sarebbe negata la libertà dell’uomo, e per questo motivo non sarebbero, in definitiva, per nulla strutture buone. Il tempo moderno ha sviluppato la speranza dell’instaurazione di un mondo perfetto che, grazie alle conoscenze della scienza e ad una politica scientificamente fondata, sembrava esser diventata realizzabile. Così la speranza biblica del regno di Dio è stata rimpiazzata dalla speranza del regno dell’uomo (...) Diventò evidente che questa era una speranza contro la libertà, perché la situazione delle cose umane dipende in ogni generazione nuovamente dalla libera decisione degli uomini che ad essa appartengono».

Quindi, la dottrina attuale della Chiesa cattolica, nega che la Libertà individuale sia contenuta, parte interna del Bene. Al contrario, con Libertà intende libertà del male, la libertà individuale da difendere sarebbe quella in conflitto col bene generale. È trasparente che la Chiesa intende e rivendica la libertà borghese, quella della società del Capitale, dove per i più la sola libertà è quella di ammazzarsi di lavoro.

Dopo Adamo ed Eva, la libertà di ogni nuovo nato è condizionata dalla “libertà” delle generazioni precedenti, cioè dalla storia. Nella piatta concezione individualistica, del tutto liberal-borghese, né la Chiesa con la sua dottrina, né il Partito comunista con la sua rivoluzionaria, potrebbero esistere, se ogni generazione avesse la libertà di buttare tutto a mare e cominciare da capo. La specie umana sarebbe condannata come Sisifo che, nel mito, sospinge un masso enorme fino in cima ad una montagna, per poi vederlo eternamente rotolare in basso.

Concludendo: le accuse a questo papa di essere un reazionario sono ridicole. Egli è in perfetta sintonia con la modernità e con il Concilio Vaticano II. La Chiesa cattolica si è ormai scrollata di dosso le scorie dei secoli passati ed è perfettamente funzionale al capitalismo, che ha pienamente accettato anche nelle sue espressioni, e contraddizioni, più attuali. E nella sua disperazione.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Un processo di pace in Irlanda del Nord
nell’interesse di Londra e di Washington
 

Nelle sei Contee dell’Ulster che fanno parte del Regno Unito si è insediato e pare consolidarsi un governo “democratico”, risultato di un “processo di pace” imposto con forti pressioni da Washington.

La soluzione è sul modello di quella del Sud Africa, dove il potere della maggioranza negra ha sostituito quello della minoranza bianca e la borghesia negra è nel governo per stabilizzare la società e proteggere gli interessi del capitalismo sudafricano. Il brutale dominio razzista dei bianchi è stato sostituito da un più “moderno” Stato “democratico”, che meglio protegge gli interessi di tutti i settori della borghesia, indipendentemente da colore della pelle, fede religiosa, ecc.

Dopo tanti decenni di scontri nelle sei Contee – di solito chiamate Ulster ma che in realtà sono quella parte dell’Ulster rimasta sotto il dominio inglese dopo la divisione dell’Irlanda nel 1921 – la parte più lungimirante della borghesia inglese si è resa conto che non poteva sperare in una soluzione soltanto militare: ha dovuto cercare una strada politica, che ha richiesto un cammino di quindici anni.

Nel 1992 si ebbero due eventi che avrebbero condizionato il nuovo approccio alla pacificazione interna dell’Irlanda del Nord. In quell’anno i servizi segreti (MI5), allora in fase di “apertura”, assunsero i compiti dell’anti-terrorismo interno, mentre le unità militari in Irlanda del Nord (tra cui l’Ulster Defence Regiment) furono accorpate nel Royal Irish Regiment, reclutato “sul posto” e lì di stanza. Ma la soluzione politica infine adottata, dopo fermate e riprese, è il risultato di pressioni esercitate sui capi cattolici e protestanti dell’Irlanda del Nord da parte dei governi di Dublino, di Londra e di Washington.

Al momento in cui scriviamo (inizio settembre 2007), l’Accordo di Pace in Irlanda è vantato da Washington esempio di come anche altri paesi possono risolvere le loro “divergenze religiose”, divergenze che il più delle volte sono robustamente incoraggiate al fine di soffocare la coscienza di classe. La stampa ha dato risalto alla notizia che rappresentanti dei musulmani sunniti e sciiti iracheni si stanno incontrando in Finlandia con gli irlandesi Trimble e McGuinness dai quali riceverebbero lezioni su come diverse comunità possano vivere accanto felicemente in pace: se sètte diverse della cristianità possono mantenersi insieme pacificamente, perché non potrebbe far lo stesso le diverse correnti dell’islamismo?

 

“Indipendenza” irlandese, sotto benedizione inglese

Sarebbe sottovalutare gli strumenti del controllo inglese sull’Irlanda pensare che esso sia incompatibile con un governo irlandese indipendente, almeno nella misura in cui sia assicurato l’Home Rule, cioè l’autogoverno e un suo parlamento, ma sotto la tutela sul paese del governo di Sua Maestà Britannica. Su questa eventualità non sono emerse divisioni di fondo all’interno delle classi dominanti inglesi.

Non è stato sempre così in passato: il fallimento di una proposta di Home Rule avanzata da Gladstone nel secolo XIX, nella speranza che il politico irlandese Parnell riuscisse a concludere un adeguato accordo anglo-irlandese, aveva mostrato che all’interno della borghesia inglese non mancavano i sabotatori di qualsiasi ipotesi del tipo.

Altre proposte di Home Rule, stavolta agli albori del secolo XX, furono contrastate dalla rivolta di Carson, quando i protestanti firmarono un Patto per resistere a qualsiasi ipotesi di un Home Rule in Irlanda. La resistenza dei carsonisti era così estesa e l’opposizione diffusa anche nella borghesia inglese che fu impensabile utilizzare la forza per sedarla. Sembra però che nel 1912 Churchill fosse pronto a far salpare la flotta britannica verso Belfast per sottometterla a suon di cannonate; come d’altronde era stato in procinto di fare con gli scioperanti di Liverpool solo un anno prima, se la situazione fosse divenuta incontrollabile.

Il dilemma se pretendere per l’Irlanda l’indipendenza tout court, oppure solo lo Home Rule avrebbe provocato gravi conflitti tra i nazionalisti e di fatto, negli anni, determinò opposte strategie volte ad allentare in qualche modo la presa della Gran Bretagna sul paese. Dietro l’aperta ribellione, più volte repressa con grandi spargimenti di sangue, le linee di pensiero e le strategie in gioco erano due: quella “degli scalini” e quella “le disgrazie dell’Inghilterra sono opportunità per l’Irlanda”.

L’approccio “degli scalini” è esemplificato nella richiesta di Arthur Griffith a Michael Collins nel 1921, di accettare una qualsiasi forma di indipendenza per l’Irlanda, anche implicante la divisione del Paese, e rimandando il raggiungimento della indipendenza piena a piccoli passi da compiere nel corso di decenni. Questa fu la via che prevalse, che però nelle 26 contee della Stato Libero d’Irlanda suscitò una fiera resistenza e una guerra civile. Alla fine il nuovo governo di Dublino riuscì ad imporre la sua scelta sui recalcitranti nazionalisti solo con la forza delle armi (soprattutto fornite dagli inglesi). Per questo gli “scalinisti” negli anni successivi sono stati marchiati dall’opinione pubblica come tradimenti della causa indipendentista.

L’altra linea, quella “le disgrazie dell’Inghilterra sono opportunità per l’Irlanda”, è la più tradizionale, e in pratica ha consistito nel sostenere i nemici dell’Inghilterra, soprattutto in tempo di guerra. Questa debole politica è riuscita solo a creare dei fastidi nelle retrovie inglesi e non un appoggio sufficiente a raggiungere l’indipendenza dell’isola. O il nemico dell’Inghilterra non aveva i mezzi militari ed economici per sconfiggere Londra o non era suo interesse sostenere l’indipendenza dell’Irlanda; da qui l’impotenza della linea “opportunista”. Eppure, storicamente, all’Inghilterra non sono mancati i nemici, dalla Spagna alla Russia solo per nominarne due. Ma la strategia inglese in Europa è stata sempre quella di combattervi la potenza più forte (inizialmente la Spagna, poi la Francia e infine la Germania) stringendo alleanze con gli altri Stati del continente: l’Irlanda vi si trovava condannata perché nessuno dei successivi avversari era abbastanza forte da sconfigge da solo la Gran Bretagna, la cui flotta dominava i mari.

Inizialmente i nazionalisti irlandesi sperarono nelle potenze cattoliche, Francia e Spagna. Ma la famosa Invincibile Armata fu sconfitta nelle acque della Manica e costretta a un ignominioso ritorno in madrepatria. Va detto però che, seppure l’obbiettivo degli spagnoli era il rovesciamento del protestantesimo in Inghilterra, se fossero riusciti ad imporre un potere cattolico a Londra, questo avrebbe mantenuto la soggezione dell’Irlanda al re inglese.

Altre simpatie cattoliche, stavolta dalla Francia, non si materializzarono mai in un serio sostegno all’indipendenza irlandese. Lo impedì sempre il controllo che la marina inglese esercitava sui mari attorno l’isola, e la impossibilità di una conquista militare della stessa Inghilterra. Nemmeno riuscirono gli atteggiamenti bellicosi di Napoleone Bonaparte, che pure aveva approntato un esercito per una progettata invasione dell’Inghilterra, ma che nemmeno prevedeva alcun serio tentativo di invadere l’Irlanda. Inviare e mantenervi una forza di invasione avrebbe richiesto il controllo almeno temporaneo del mare e la capacità di sconfiggere le forze inglesi di contrasto, condizioni che sconsigliarono i piani di Parigi.

Il dominio inglese sulle isole britanniche, e sulle altre colonie sparse per il mondo, ebbe inizialmente origine dallo sviluppo mercantile del paese. Ma ciò che assicurò la continuità del suo predominio fu la rivoluzione industriale e le immense risorse che ne scaturirono. La ricchezza proveniente dall’industria si affiancò agli interessi storicamente retrivi dell’aristocrazia per costituire un insuperabile baluardo a qualsiasi progresso in Irlanda. L’aristocrazia inglese preferiva vedere il popolo irlandese morire di fame, o disperdersi sui continenti per fornire lavoro a basso prezzo, piuttosto che permettere che fosse messo in discussione il suo privilegio fondiario in Irlanda.

 

Il marxismo sulla questione irlandese

Marx ed Engels studiarono a fondo la storia dell’oppressione del popolo irlandese da parte dell’Inghilterra. Le loro conclusioni sono evidenti in una lettera di Marx a Meyer e Vogt, del 9 aprile 1870:

     «L’Irlanda è il baluardo dell’aristocrazia terriera inglese. Lo sfruttamento di quel paese non è solo una delle fonti principali del benessere materiale di questa aristocrazia, ma anche la sua più grande forza morale. Esso, infatti, rappresenta il dominio dell’Inghilterra sull’Irlanda. L’Irlanda è quindi il principale strumento della conservazione dell’egemonia dell’aristocrazia inglese nella stessa Inghilterra.
     «D’altro lato, se domani l’esercito e la polizia inglese dovessero lasciare l’Irlanda, lì vi scoppierebbe immediatamente una rivoluzione agraria. Ma il tracollo dell’aristocrazia inglese in Irlanda comporterebbe necessariamente il suo tracollo in Inghilterra, e ciò determinerebbe la condizione preliminare per la rivoluzione proletaria in Inghilterra. L’annientamento dell’aristocrazia terriera inglese in Irlanda è infinitamente più facile che in Inghilterra, perché in Irlanda la questione agraria è stata finora l’unica espressione della questione sociale, perché essa è una questione di sopravvivenza, di vita o di morte, per l’immensa maggioranza del popolo irlandese, e perché essa è nello stesso tempo inseparabile dalla questione nazionale. A parte il fatto che la natura degli irlandesi è più passionale e rivoluzionaria di quella degli inglesi.
     «In quanto alla bourgeoisie inglese, essa è innanzitutto interessata, al pari dell’aristocrazia inglese, a quella conversione dell’Irlanda in mera terra da pascolo che procura al mercato inglese carne e lana al più basso prezzo possibile. Essa è altrettanto interessata a ridurre la popolazione irlandese, con gli sfratti e l’emigrazione forzata, in misura tale che il capitale inglese (capitale investito in terra affittata a pascolo) possa lì funzionare “con sicurezza”. Essa ha nello spopolamento delle terre irlandesi lo stesso interesse che ha avuto nello spopolamento dei distretti agricoli dell’Inghilterra e della Scozia. Non devono inoltre essere dimenticate le 6.000-10.000 sterline che, attraverso le entrate dei landlord assenteisti e altre forme, entrano ogni anno dall’Irlanda in Inghilterra.
     «Ma la borghesia inglese ha anche interessi molto più importanti nell’economia irlandese di oggi. A causa della concentrazione sempre crescente delle proprietà in affitto, l’Irlanda travasa senza soste il suo surplus di forza-lavoro sul mercato del lavoro inglese, con il conseguente abbassamento dei salari e delle condizioni morali e materiali della classe operaia inglese».

Marx dimostra che la massiccia emigrazione irlandese è stata sfruttata per dividere i proletari inglesi e irlandesi in due campi ostili, una strategia che la classe dominante inglese utilizzò cinicamente fino in fondo.

     «Ma il male non è solo qui e si estende al di là dell’Oceano. L’antagonismo tra inglesi e irlandesi è l’invisibile radice del conflitto tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra. Esso rende impossibile ogni onesta e seria cooperazione tra le classi lavoratrici dei due paesi e consente ai governi di entrambi i paesi, ogniqualvolta lo ritengano opportuno, di smorzare lo scontro sociale con le loro spacconate e, in caso di necessità, con la guerra fra i due paesi.
     «L’Inghilterra, essendo la metropoli del capitale, la potenza che ha dominato fino ad oggi il mercato mondiale, è al momento attuale il paese più importante per la rivoluzione dei lavoratori, ed è inoltre il solo paese nel quale le condizioni materiali per questa rivoluzione abbiano raggiunto un certo grado di maturità. Accelerare la rivoluzione sociale in Inghilterra rappresenta perciò l’obiettivo più importante dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori. L’unico modo per accelerarla è rendere l’Irlanda indipendente. Per cui l’Internazionale deve mettere ovunque al primo posto il conflitto tra Irlanda e Inghilterra e schierarsi ovunque e pubblicamente a fianco dell’Irlanda. Ed è compito precipuo del Consiglio Centrale di Londra rendere i lavoratori inglesi coscienti del fatto che per loro la emancipazione nazionale dell’Irlanda non è una questione di giustizia astratta o di sentimenti umanitari, bensì la condizione primaria della loro stessa emancipazione sociale».

La strategia di Marx e Engels appare qui molto chiara: favorire la rivoluzione proletaria nel solo paese allora maturo per il socialismo. Tutto quello che si poteva fare per indebolire la classe dominante in Gran Bretagna e aprire la strada a una rivoluzione operaia andava fatto. Marx e Engels vedevano l’Irlanda come una Spada di Damocle puntata al cuore dell’ordine costituito inglese, ed era l’interesse della rivoluzione che imponeva una siffatta valutazione. Come Marx sottolinea nella citazione, per i comunisti lo scopo dell’indipendenza per l’Irlanda non aveva tanto un valore di per sé, quanto come una tappa nel processo del rovesciamento del capitalismo come sistema sociale.

Nonostante le indicazioni di Marx e di Engels circa la questione irlandese, il movimento operaio non fu capace di mettere in difficoltà la presa del capitalismo inglese sul paese. A togliere ogni speranza fu la quasi totale assenza di una classe borghese irlandese sufficientemente sviluppata, capace di guidare la lotta per l’indipendenza nazionale. Quella che vi si trovava era nella gran parte di due tipi: o apparteneva alla stessa aristocrazia anglo-irlandese, o era totalmente controllata dalla classe dominante britannica, e con interessi ad essa comuni; in queste condizioni nella grande maggioranza non aveva interesse a rischiare per una lotta per l’indipendenza nazionale.

La Legge di Unione del 1801 aveva eliminato il protezionismo sull’agricoltura e il commercio del paese, e le attività economiche che vi sopravvissero furono di fatto integrate nel mercato britannico. Questo spiega, tra l’altro, il voltafaccia della borghesia protestante che, principale promotrice della rivolta degli United Irishmen alla fine del secolo XVIII, divenne in seguito il bastione del dominio britannico sull’Irlanda. Quindi restava solo la questione della terra, e una massa di contadini poveri, che sarebbe stata alla base delle rivolte contro il dominio inglese. Una massa che però sarebbe rimasta da sola, senza alcun sostegno dalla borghesia cattolica. Queste sono le ragioni dell’incapacità dell’Irlanda dell’epoca di accedere a una rivoluzione nazional-borghese, e della storica impotenza della borghesia irlandese.

Non solo l’Irlanda non riuscì a condurre la propria rivoluzione nazionale borghese, ma è rimasta anche a lungo arretrata economicamente a causa dell’effetto di blocco che il dominio inglese aveva sul suo sviluppo. I profitti estratti da agricoltura e commercio passavano direttamente nelle tasche della classe dominante inglese, e quindi nel crogiolo della rivoluzione industriale e dell’espansione dell’Impero Britannico. Fu un sistematico prosciugamento del paese.

Ma, a fin dei conti, la rivoluzione industriale in Gran Bretagna fu un fatto comunque storicamente importante anche per l’Irlanda: anche se tolse qualsiasi speranza di indipendenza nazionale e di sovranità, vi creò una classe operaia ponendo così la base per la futura conquista del socialismo, per i lavoratori irlandesi come per quelli del resto del mondo.

Il nazionalismo è parte del programma della borghesia nella sua battaglia contro il localismo e contro il cosmopolitismo pre-nazionale feudali. In generale è importante fino a che non viene a formarsi un mercato interno e non si crea un ambiente adatto all’organizzazione dei suo affari e all’effettivo sfruttamento del proletariato. Storicamente il proletariato appoggia questa battaglia, poiché è anche nel suo interesse combattere il feudalesimo.

La questione è come deve interpretarsi il nazionalismo irlandese nelle sue varie fasi, alle sue origini e poi dopo che il suo compito storico fu adempiuto. In fasi successive, per esempio quando il proletariato inglese si mise al seguito della borghesia industriale per combattere la riforma del 1832, non è in nome del nazionalismo, ma dell’appoggio dei suoi propri interessi in alleanza con la borghesia industriale contro la borghesia agraria.

In Irlanda nel 1916 c’erano realmente interessi feudali da rovesciare? Oppure si combatteva la stessa battaglia fra borghesia fondiaria e industriale? Oppure era solo il caso di una borghesia indigena, con capitalismo già affermatosi, che non desiderava dividere il malloppo con le controparti inglesi? In questo caso la posizione dei comunisti doveva essere: fuori dell’Irlanda nessun appoggio alla “nostra” borghesia contro il movimento indipendentista della borghesia irlandese; all’interno dell’Irlanda, dove le forme capitalistiche sono divenute dominanti, i comunisti devono indicare al proletariato di non lasciarsi deviare verso l’appoggio agli scopi della sua classe nemica, la borghesia nazionale, ma di combattere la sua propria battaglia, contro la sua e contro tutte le borghesie.

Le questioni dirimenti sono quindi: in quale fase di sviluppo si trova il capitalismo; e quale classe ha raggiunto il potere sociale. Per il proletariato invece si tratta di considerare il grado del suo sviluppo e le sue possibili interazioni con i diversi settori della popolazione lavoratrice, in particolare quelli rurali: i lavoratori dei campi che vivono solo del loro lavoro; il piccolo contadino; il contadino medio. I grandi fondiari, da parte loro, sono composti sia di indigeni sia, talvolta in modo preponderante, di “stranieri”.

In Irlanda la questione centrale è individuare in quale fase il proletariato avrebbe potuto trarre vantaggio nell’appoggiare la borghesia nazionale (benché Marx avvisasse che, anche in questa fase, è importante per il proletariato mantenere la sua identità politica, attraverso il suo partito) e in quale i suoi interessi sono meglio rappresentati revocando del tutto questo appoggio

Qualunque conclusione si raggiunga su questa questione si può sicuramente dire che la classe operaia in Irlanda del Nord nella storia più recente non ha niente da guadagnare dall’appoggio alla causa nazionalista. In Irlanda del Nord vi è solo una classe operaia che è stata divisa in due frazioni allo scopo di consentire le mene delle borghesie irlandese e inglese al fine di mantenere il loro dominio. L’odio di classe viene deviato vuoi nella difesa del nazionalismo irlandese vuoi nell’ottuso patriottismo del “diritto di rimanere inglesi”. A base materiale di questa contrapposizione è che un settore della classe operaia, quella protestante, ha da difendere, contro l’altra, la cattolica, alcuni privilegi dovuti al suo storico collegamento con la nazione inglese.

È vero che se oggi l’Ulster divenisse in qualche modo indipendente, o almeno raggiungesse una forma di vera auto-amministrazione, anche se con qualche complicato meccanismo di divisione del potere fra le due nazioni, sarebbe fatto favorevole al risanamento della divisione all’interno della classe operaia in Irlanda del nord. E più si sviluppa una coscienza di identità di classe più si avvicina lo scopo della emancipazione di classe, nella sua complessità internazionale. Questo naturalmente è ignorato da tanti sedicenti socialisti irlandesi, che non riescono a vedere oltre alla questione nazionale, che tendono a vedere in modo astorico. Poiché mancano di distinguere quando è una rivendicazione storicamente progressiva, come era al tempo del capitalismo in ascesa, e quando serve solo come copertura fra le rivalità degli interessi borghesi, essi insistono a imporla come uno scopo che il proletariato deve appoggiare, al massimo giustificata essendo “una precondizione per lo sviluppo storico”. Questo fu il dilemma che portò James Connolly alla rovina che sappiamo.
 
 
 
 
 

 

 


La Cina è sempre più vicina

Secondo i governanti cinesi il loro paese si trova “nella prima fase del socialismo e deve mantenersi sulla base di questo sistema economico, secondo il quale la proprietà pubblica predomina, coesistendo con altre forme di proprietà”. Nonostante tutta la retorica impiegata, la stessa medesima di quella che usava lo stalinismo, i fatti sono caparbi ed il sistema economico imperante in Cina, come in tutto il pianeta, non è altro che capitalismo puro e crudo. Già avvertiva Engels nell’Antidühring che far lo Stato proprietario di tutti i mezzi di produzione non è socialismo. Così succede in Cina, benché la proprietà individuale vi sia un fatto, come lo è la presenza di una classe imprenditoriale privata che ottiene di gran guadagni dal plusvalore estorto ai proletari cinesi. La Cina è sempre più vicina - non alla società socialista, senza lavoro salariato, senza denaro e senza Stato politico - ma al capitalismo classico liberale di occidente. Il regime politico è indifferente al capitale e una dittatura capitalista di taglio fascista, come è in Cina, sta dando al capitalismo internazionale un vero bagno di gioventù, almeno per il momento.

Scioperi anche in Vietnam

Nell’estremo oriente stavolta tocca al “socialista” Vietnam esser travolto un’ondata di scioperi nel settore tessile. I media borghesi hanno riferito la notizia avvertendo i capitalisti che l’Eldorado delle industrie in oriente presenta anche i suoi rischi. Gli scioperi del 2007 sono stati la continuazione di quella del 2006. È solo questione di tempo perché tutta la classe operaia di oriente, sottomessa ad un brutale regime di sfruttamento e violenza, simile a quello in Europa nel 19° secolo, si levi contro questa ignominia rivendicando aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro. Evoluzione questa grandemente preoccupante per la borghesia internazionale.
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Giandomenico

Il nostro caro Giandomenico Briganti è morto, per una malattia incurabile, nella sua casa di Cortona, lunedì 21 aprile scorso, all’età di 66 anni. Oltre a noi lascia la sua, e nostra, compagna, la figlia e il nipote, che tutti profondamente amava.

Era di una intelligenza brillante, fuori del comune, guidata da interessi e sensibilità estrema in tutti i campi, e alimentata dal bisogno degli altri, e in particolare dei compagni che tutti, e il loro lavoro, apprezzava.

Ha dedicato le sue doti e la sua estesa cultura alla causa del comunismo, milite della rivoluzione internazionale della classe operaia. Per quasi quaranta anni ha messo a disposizione la sua vita al partito e dedicato la sua competenza e passione allo studio metodico della storia, della dottrina, di quegli insegnamenti imprescindibili per l’emancipazione del proletariato dalla schiavitù salariata.

Da giovane aveva portato la voce del partito nella organizzazione dei compagni lavoratori della scuola.

Poi, nella sua casetta in Val di Chiana, ignoto alla classe lavoratrice di oggi, schivo e riservato e aborrendo ogni forma di pubblicità, in particolare sulla sua non certo piccola persona, si è offerto per un continuo e sistematico lavoro di ricerca e di elaborazione, anche su argomenti dei meno esplorati, con risultati notevoli ed originali che, immancabile, consegnava al partito quando, ad ogni riunione, ci esponeva “a braccio”, in termini netti e rigorosi ma accessibili a tutti, il sorriso della loro asprigna dialettica, o, con controllato sdegno, ne svelava il meccanismo per la stampa del partito. Anche quando il progredire della malattia arrivò ad impedirgli di viaggiare, ha voluto restare legato al ritmo collettivo del nostra sconosciuta ma non per questo meno grave battaglia, e, puntuale, ha fatto ogni volta pervenire per tempo la stesura scritta del suo rapporto perché lo potessimo esporre ed utilizzare.

I giovani comunisti, tornati domani a levarsi in piedi con un’energia ed una generosità che oggi sembrano smarriti, troveranno nelle sue affilate parole, scelte ognuna come si sceglie un’arma, fuse nel corpo della produzione collettiva del partito, una denuncia delle troppe viltà e tradimenti dei nostri nemici e un bagaglio ideale e scientifico indispensabile per affrontare e senza incertezze abbattere il mostruoso nemico che ci domina.

Giandomenico, disciplinato prima di tutto con se stesso come solo sanno essere i comunisti marxisti, ha affrontato i cinque anni di guerra con la sua terribile malattia, assistito dall’amore e dalla forza impareggiabili della sua compagna, con tutta la determinazione necessaria ma mantenendo sempre e fino all’ultimo quella serenità, e anche godimento e gioia individuale di vivere, che ci proviene dal sentire la nostra persona parte di una classe e di un movimento più vasti e che portano in grembo il futuro dell’uomo.

A noi suoi compagni ha lasciato detto fosse consegnata una mole di appunti che ha allo scopo ordinato dei suoi semilavorati, perché noi diamo continuità, come possiamo, e dobbiamo, alla sua milizia, robusta e intransigente e ad un tempo fraterna e affettuosa.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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La sicurezza sul lavoro si difende con la forza della lotta di classe
 

L’incidente sul lavoro alla Truck Center di Molfetta il 3 marzo, seguito dopo non molto all’altro massacro di operai alla Tyssen-Krupp di Torino, ha suscitato indignazione per l’alto costo di vite umane: 4 operai e il datore di lavoro. Il giorno 5 fu indetto dai sindacati confederali uno sciopero regionale per rivendicare maggiore sicurezza sul lavoro, con manifestazione nella città a Nord di Bari, con una partecipazione al corteo di 4.000 manifestanti, tra operai, pensionati e studenti.

La vicenda conferma le implacabili leggi del mercato, del profitto e della concorrenza.

L’azienda, piccola e recente, offre servizi all’autotrasporto, il rimessaggio e il lavaggio dei camion e per questo dispone delle autorizzazioni. Però presta anche altri servizi come il lavaggio delle autocisterne, compito che prevede maggiori conoscenze tecniche, dato che si tratta di venire a contatto con sostanze chimiche, spesso con rischi per la salute degli operatori. Sembra che per queste lavorazioni più pericolose la ditta non fosse stata autorizzata dalla prefettura, sebbene abbia preso delle commesse con ditte del calibro di Eni e FS Cargo, con regolare emissione di documenti comprovanti la regolarità delle procedure.

Per competere sul mercato la Truck Center è costretta ad applicare prezzi bassissimi e risparmiare sulle procedure e anche su di un minimo di attrezzatura per la sicurezza.

Se la piccola azienda di Molfetta ha le sue colpe, non dobbiamo però trascurare il fatto che questo ennesimo incidente sul lavoro è figlio delle politiche di esternalizzazione delle lavorazioni meno qualificate che le grandi aziende, per ridurre i costi ed essere competitive sui loro mercati, spesso internazionali, appaltano al ribasso ai fornitori più ricattabili. Così viene scatenata una micidiale concorrenza tra pesci piccoli, dove non si lesinano colpi bassi, pagamenti di tangenti, evasioni da obblighi salariali e previdenziali di ogni tipo pur di accaparrare qualche briciola in più del magro pasto. È un circolo vizioso che conduce a mille espedienti pur di rientrare nei preventivi.

Alla fine è la classe operaia a far le spese di tutto questo giro: la concorrenza tra colossi internazionali e la compressione parossistica dei costi determina, oltre al sopra-lavoro e ai sotto-salari, che niente si spenda per la sicurezza, con i tragici risultati che vediamo. Grande e piccolo capitale, squalo l’uno sardina l’altro, si cibano così delle carni del lavoro salariato. I lavoratori, incalzati dalla deregulation e dalla precarietà del rapporto di lavoro, tipica e inevitabile nel capitalismo, sono costretti a scambiare il rischio di morire con il pane (sempre meno) da portare a casa.

La recente promulgazione di un decreto ministeriale più severo verso le inadempienze padronali sulla prevenzione degli incidenti arriva con funzione consolatoria e fuori tempo massimo, gadget da campagna elettorale. Ma nessuna legge, per quanto severa sia, sarà applicata dai borghesi se non vi saranno costretti dalla forza organizzata della classe operaia, unita al di sopra delle località e delle grandi e delle piccole aziende. Quella contro il capitalismo è una vera guerra sociale: in questa la classe operaia o combatte o muore.
 
 
 
 
 
 
 


Il voucher contro i lavoratori occasionali nell’agricoltura
 

È stato emanato nel mese di marzo il decreto ministeriale che applica un nuovo meccanismo retributivo per un tipo di lavoratori salariati dell’agricoltura: l’hanno chiamato il “voucher”. Per i lavoratori impiegati in agricoltura per la vendemmia o per altri lavori, classificati come “collaboratori per prestazioni occasionali di tipo accessorio”, al posto di regolare assunzione, anche se a tempo determinato, come quasi tutte per chi lavora la terra, si passa al “carnet” di buoni nominali dal valore orario di 10 Euro lorde. Verrebbe così attuata anche in agricoltura la famigerata legge Biagi.

Propagandano vantaggi per il datore di lavoro, che avrà semplificata la procedura di assunzione: il padrone acquista questi buoni presso l’Inps e li passa al giornaliero, che, presentando il “voucher”, riscuoterà la sua paga, decurtata dagli oneri sociali, direttamente dall’agenzia previdenziale.

L’innovazione, fortemente richiesta da Confagricoltura, dicono che sarebbe di argine al lavoro nero, ampiamente usato per la raccolta, regolando così l’impiego degli avventizi. In realtà le associazioni di categoria pensano non a contrastare gli illeciti dei loro associati, ma ad evitare le pesanti sanzioni introdotte nel 2006 da un decreto legge piuttosto punitivo nei confronti del lavoro irregolare, con sanzioni non inferiori ai 3.000 Euro. Gli agricoltori auspicano quindi i regimi contrattuali più “liberi” che si otterrebbero applicando la legge Biagi in agricoltura. Contano comunque di far ricorso a mezzucci, tipo barare sul computo delle ore di lavoro: possono sempre pagare con un “voucher” più di una ora effettiva, così come già fatto da anni sui cedolini.

Nello stesso tempo l’apparato di propaganda borghese (giornali, tv ecc.) cerca di far credere che il lavoro coperto da questo tipo di rapporto sia, appunto, solo “accessorio”, cioè “secondario”, diciamo “amichevole”, svolto da parenti, conoscenti, magari pensionati o studenti... mica da lavoratori veri! Come se gli affari legati all’agricoltura non fossero una cosa seria e voce importantissima per il capitalismo italico.

Le “prestazioni occasionali accessorie”, concetto introdotto nell’attuazione della legge sforna-precari, sono in pratica attività considerate di “serie C” rese da soggetti particolarmente deboli: precisamente quelli che rischiano l’esclusione sociale, l’estromissione dal mercato del lavoro o non ancora entrati, o in procinto di uscirne. In pratica la platea di lavoratori è vastissima, visto che il fenomeno delle “marginalità”, anche grazie a leggi di questo tipo, è dilagante. Chi non è “a rischio” di estromissione dal mercato del lavoro? Quanti sono i disoccupati da oltre 12 mesi?

Per poter accedere al lavoro a “voucher” il lavoratore deve iscriversi ad una speciale lista presso l’ufficio di collocamento. Se già il lavoro agricolo è precario e per sua natura non facilmente inquadrabile nel rassicurante rapporto regolato dal contratto a tempo indeterminato, così facendo, e mantenendolo precario, con divisioni contrattuali si frammenta ancora il fronte del lavoro, quel bracciantato agricolo ormai composto fortemente da lavoratori immigrati e spesso vittima di caporalati vecchi e nuovi.

Non è un caso che queste misure, spacciate per combattere l’illegalità, poi servono a spostare verso il basso le retribuzioni legali e la normativa di tutti. Nel caso degli immigrati, ad esempio, il “voucher” si applica solo a quelli regolarmente soggiornanti in Italia che non siano disoccupati da oltre sei mesi (altrimenti sarebbero da espellere). Ai molti altri non “regolari” resta solo il lavoro nero sotto caporale, magari polacco o tunisino, pagato a 3 Euro l’ora o anche niente, ridotto a vera schiavitù.

Il “voucher” non è un passo avanti ma indietro nella “dialettica sindacale”, visto che, tra l’altro, l’importo della retribuzione non è concordato tramite contrattazione collettiva, ma calato dall’alto! È un atto unilaterale che mette a nudo la debolezza attuale del proletariato agricolo, e non solo. Altro svantaggio è che le giornate a “voucher” non sono utili per determinare il numero di giornate minime (51) per il godimento del diritto all’indennità di disoccupazione, forma di integrazione del salario necessaria per questi lavoratori che per molti mesi sono inattivi. È in progetto, inoltre, l’estensione di questo tipo di retribuzione anche a lavori non di raccolto.

Il precariato avanza, quindi, con il “voucher”, uno dei colpi che la borghesia e il suo Stato continuano ad assestare sul proletariato. Urge la sua riorganizzazione sindacale e politica.
 
 
 
 
 
 


Notiziario dalla Spagna socialista
 

La “produttività” dei dipendenti pubblici

Ogni volta che è il turno al governo del Psoe la borghesia ne approfitta per dare quei nuovi giri di vite antioperai che al governo della destra del capitale non osava far fare per timore di contestazioni sociali: del lavoro sporco incarica la canaglia socialdemocratica. Così succede con il governo di Rodriguez Zapatero e il suo modo di “far governo”, sempre al servizio del capitale. Ora vuol introdurre la norma di modulare i salari individuali dei dipendenti pubblici legandoli alla “produttività”. È la stessa ricetta che in Francia propone il governo della “destra” e in Italia quello di “sinistra”: il salario uguale per tutti sarebbe “ingiusto”, e andrebbe premiato il “merito”, ecc. ecc. Con il beneplacito sindacale questi ed altri provvedimenti tendono ad introdurre forme di straordinario più o meno obbligatorio, cioè aumento di orario per compensare i bassi salari. Ma anche meschini pretesti di divisione fra lavoratori, mandando avanti non tanto i migliori lavoratori quanto i più sottomessi o ambiziosi e suscitando quella competizione e concorrenza che l’azione sindacale dovrebbe invece arginare.

La “politica di sinistra” del governo Psoe

Una conferma di come la politica “chiaramente di sinistra” del governo Psoe sia in realtà al sevizio del capitale la fornisce niente meno che la Commissione europea, organismo certo non contaminato da pregiudizi “comunisti”, la quale denuncia che in Spagna, per legge, le imprese godono di una tariffa elettrica assai ridotta. Poiché viviamo nella società del profitto d’impresa è chiaro che la società elettrica non può, per questo, soffrire delle perdite: Come tappare il buco? La soluzione è stata molto semplice: paghino quelli di sempre, i piccoli consumatori, la maggioranza della popolazione che paga regolarmente le bollette, cioè la classe operaia.

Scavalcati i sindacati in Galizia

Nella primavera scorsa si sono avute in Galizia una serie di mobilitazioni dei lavoratori del settore navale. Nella capitale industriale della regione, Vigo, si è registrata la maggior forza dei lavoratori con manifestazioni, aggressioni contro le sedi padronali e l’assalto di un gigantesco picchetto di 2.000 lavoratori alla sede della Giunta della Galizia. La sorpresa e l’impotenza dei gran bonzi sindacali di fronte a queste “provocazioni” sono stati grandi, tanto che si sono impegnati a fondo per firmare un accordo alla svelta, visto che stavano per confluire nella lotta i 45.000 lavoratori della metallurgia della provincia di Pontevedra.

Vogliono far tornare le donne in miniera

Al tempo della Seconda Internazionale, e dopo dure lotte della classe operaia, si ottenne che fosse proibito il lavoro delle donne e dei fanciulli nelle attività pericolose, come le miniere. Oggi, ammantati di “progressismo” e incitati da tutto lo spettro dell’opportunismo sindacale e politico e del femminismo borghese, cioè di quelle donne che in miniera mai ci andranno comunque e di sicuro, presentano come una “conquista” nel senso della “uguaglianza dei sessi” il ritorno delle donne a scavare sotto terra. In un periodo storico come l’attuale, segnato nettamente col marchio della più nefasta controrivoluzione, non c’è da stupirsi che ci vogliano presentare come passi in avanti quelli che in realtà sono tristi regressi.

Il comunismo, vero salto dalla preistoria alla storia umana, andrà nella direzione opposta, abolendo anche per i maschi adulti le attività pericolose, o relegandole ad una scala minima, con l’aiuto della tecnica e con la riduzione drastica dei consumi, delle produzioni, specialmente quelle nocive, e della giornata di lavoro.

Pagano solo i salariati

A costo di perdere, a causa del ripeterci, alcuno dei nostri pochi lettori, ancora una volta teniamo a dire che nel capitalismo le tasse le pagano praticamente solo i salariati. Mentre i governi che si susseguono affermano di voler ridurre le “disuguaglianze sociali”, come figura nelle loro demagogiche promesse elettorali, secondo un rapporto dell’Istituto di Studi Fiscali di Madrid, “su ogni dieci euro incassati dall’imposta sulle persone fisiche otto derivano da reddito da lavoro”, mentre si riducono sensibilmente le imposte sulla rendita da capitale. Cioè, anche in Spagna, i capitalisti, le tasse le fanno pagare ai loro operai.

Nuova tragedia marittima

Il peschereccio galiziano “Cordero” di base a Ribeira è affondato lo scorso 15 gennaio nel mezzo di una tremenda burrasca che batteva la costa atlantica. Si trattava di una nave moderna, di 28 metri di lunghezza e 223 tonnellate di stazza e dotata di tutti gli strumenti di, sempre ipotetica, sicurezza in mare. Dei suo otto marinai, al momento solo tre sono potuti essere recuperati in vita; del capitano della nave è stato rintracciato il cadavere nelle infuriate acque dell’Atlantico e altri quattro marinai restando dispersi. Che non si trattava di una precaria piccola impresa lo prova il fatto che accorsero al recupero altri suoi cinque pescherecci. In questa società mercantile capitalista rimane pratica abituale obbligare i pescatori a giocarsi la vita in mare come in una specie di roulette russa. Anzi, nel capitalismo è anche peggio che nei regimi precedenti. Come denunciava alla stampa un capitano della marina mercantile: “È più di venti anni che non si chiudono i porti in caso di forte temporale. Le Capitanerie di Porto hanno sostituito la prudenza con la burocrazia. I documenti sono regolarmente compilati, ma ai criteri di stabilità e sicurezza non si bada”.
 
 
 
 
 


ERRATA CORRIGE

Fra i rapporti della scorsa riunione di Sarzana, nel numero precedente del “Partito”, di quello sul Movimento operaio americano abbiamo impaginato per errore il riassunto del capitolo 4° e non dell’ultimo esposto, il 6°. Sull’edizione elettronica, che appare nel sito ed è distribuita su CD, l’errore, come tutti quelli che vengono via via segnali dai compagni, è già corretto.