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"Il Partito Comunista"   n° 329 - maggio-agosto 2008 [.pdf]
PAGINA 1 Girano le parti nella farsa parlamentare, Rimane l’imbroglio per la classe operaia.
Il Comunismo non è né "di destra" né "di sinistra", ma contro tutta la società borghese.
Attacco anti-operaio e difficoltà della riorganizzazione sindacale: Sancita la fine dei contratti nazionali - La defiscalizzazione degli straordinari - Ribadita la precarietà del lavoro - Tagli al salario - Sindacalismo confederale, sinistra sindacale, sindacalismo di base: - L’assemblea della sinistra sindacale, Roma 23 luglio - Il sindacalismo “di base” - L’assemblea Cub-RdB - Confederazione Cobas - SdL intercategoriale, Milano 17 maggio - L’assemblea nazionale autoconvocata, Milano 21 giugno - La rifondata “Rifondazione”.
PAGINA 2-4 Riunione di lavoro, Torino 24 e 25 maggio[RG101]: L’ANTIMILITARISMO NEL MOVIMENTO OPERAIO - ORIGINE DEI SINDACATI IN ITALIA - VICENDE SINDACALI - LA GUERRA CIVILE IN LIBANO - CORSO DEL CAPITALISMO - ECONOMIA MARXISTA: PROFITTO ED INTERESSE - LA QUESTIONE MILITARE - Errata corrige.

 
 
 
 
 

PAGINA 1


Girano le parti nella farsa parlamentare
Rimane l’imbroglio per la classe operaia

Nel marxismo la democrazia è la mistificazione secondo la quale la maggioranza del popolo, chiamato ad esprimere il proprio parere attraverso il voto, avrebbe la facoltà di determinare l’azione politica dei governi che di volta in volta si succedono e i quali non farebbero altro che mettere in pratica l’alternante indirizzo sociale ed economico indicato dalla volontà popolare. Noi marxisti, al contrario, affermiamo che attraverso le libere elezioni il popolo può tutt’al più scegliere la congrega di politicanti che, per un dato numero di anni, gestiranno gli interessi della classe dominante, ossia del Capitale mentre per il proletariato la politica sociale di qualunque governo non sarà che sfruttamento e miseria. Dietro l’apparenza, non è il governo che comanda al capitale ma il capitale che ditta ed informa tutti i governi che si vengono ad avvicendare.

La massa di cittadini che compongono una nazione, per interessi di classe, personali, tradizione di famiglia, solitamente ripartisce le proprie simpatie elettorali in schieramenti politici che appaiono antagonisti. Ma, essendo i programmi di tutti i partiti sostanzialmente identici e negato ogni riferimento di classe, le preferenze elettorali si determinano su basi quanto mai effimere ed estetiche venendo ormai ad assomigliare alle mode o al tifo per la squadra di calcio.

Dietro la inconsistenza delle istituzioni parlamentari si erge la ipertrofia e resistenza della economia e dell’apparato dello Stato borghese. Scrivemmo già nel 1947: «Il regime capitalistico è oggi più pesante nello sfruttamento economico e nella oppressione politica sulle masse che lavorano e su chiunque e qualunque cosa gli traversi la strada (...) Il sistema capitalistico ha più che raddoppiata la sua possanza, concentrata nei grandi mostri statali e nella costruzione in corso del mondiale dominio di classe. Questo è vero, dopo la soppressione totalitaria degli organismi statali di Germania e Giappone. E perfino, e non meno, per lo stesso Stato italiano, battuto, deriso, vassallo, vendibile in ogni direzione, tuttavia attrezzato di polizie e più forcaiolo oggi che sotto Giolitti e Mussolini, più eventualmente forcaiolo se dalle mani di De Gasperi è passato a quelle dei gruppi di sinistra». Quanto preventivato è stato realizzato abbondantemente e oltre, compreso il passaggio dello Stato italiano, al centro e alla periferia, nelle mani dei partiti e delle mafie “rosse”, giustificando ancora una volta il metodo d’indagine marxista. È ormai diventato inevitabile riconoscere che la destra è impersonata dalla sinistra e che il potere democratico è la dittatura della classe borghese.

La schiera di partiti che si sono alternati a mantenere con l’inganno democratico il potere borghese sono ora accusati di aver abusato e pertanto screditato la democrazia, come comprova dal calo degli elettori. Alcuni vorrebbero ripristinarla presentando alle prossime elezioni una lista civica i cui componenti non siano aderenti ad alcun partito ma chiunque siano i protagonisti della maggioranza e dell’opposizione svolgeranno la finzione di partiti distinti, come in America, i cui programmi si equivalgono e la cui somma è un unico partito capitalista, le cui correnti vengono presentate artatamente come due partiti. Affermano di essere contro il partito unico, ma dietro le quinte hanno sempre costruito il partito unico del capitale.

Vediamo ora, nella pratica, il procedere di questo melmoso ondeggiamento di psicologia sociale nell’arco temporale della cosiddetta Seconda Repubblica.

Nell’autunno del 1993 la sinistra (soprattutto il Pds) conquistava le maggiori città italiane: Napoli, Roma, Firenze, Bologna, Torino, Venezia... Solo a Milano si impose la Lega, nel momento in cui, in quella città, partivano le inchieste giudiziarie che, dopo poco, avrebbero portato alla eliminazione politica dei più grandi e forti partiti del regime democratico. Milano a parte, l’Italia dava l’impressione di voler procedere sicura sul binario di sinistra.

Inaspettatamente le elezioni del 1994 furono vinte dalla coalizione del Polo delle Libertà, formato da un partito inventato lì per lì, quello di Berlusconi, e forze minoritarie, tradizionalmente di destra. Il cuore degli italiani batteva ora a destra? Niente affatto perché l’anno dopo il centrosinistra conquistava la maggioranza delle regioni italiane: 9 su 15 a statuto ordinario. Fin qui si può ravvisare una certa continuità con la tradizione politica repubblicana: Il governo a Roma in mano al centrodestra, gli enti periferici amministrati dal centrosinistra.

Ma nel 1996 è la coalizione dell’Ulivo (composto dai rottami degli storici nemici democristiani e comunisti) a vincere le elezioni politiche. Stavolta però, se la sinistra conquista lo Stato, la destra si impadronisce degli Enti Locali appropriandosi nel 1999 di numerose città medie e grandi e, soprattutto, riuscendo ad espugnare la “rossa” Bologna, da sempre roccaforte dell’opportunismo. Su questa scia l’anno dopo il Polo delle Libertà conquista 10 su 15 regioni a statuto ordinario.

2001, elezioni politiche: l’onda lunga nella palude riconsegna la palma della vittoria a Berlusconi ed alla sua coalizione che, in segno di innovazione, ora si chiama Casa delle Libertà.

Durante il quinquennio di governo Berlusconi la melma piccolo-borghese inverte nuovamente tendenza. Il centro-sinistra (Ulivo e Rifondazione) vivono il loro periodo aureo riappropriandosi di tutta l’amministrazione locale: 15 regioni su 19; 79 province contro le 26 in mano al centro-destra; 396 comuni sopra i 15 mila abitanti contro i 250 della Casa delle Libertà.

Questi fluttuanti vapori, mossi in qua e in là da ben regolate puzzette mediatiche, erano già in fase di inversione quando furono celebrate le elezioni politiche del 2006 ed il centro-sinistra più che una vittoria ottenne un pareggio. Da quel momento la débâcle: nelle elezioni amministrative del 2007 la Casa delle Libertà miete vittorie e dalle mani del centrosinistra vengono strappate Gorizia, Verona, Monza, Alessandria, Asti. E si arriva all’aprile 2008, l’odoroso vento di destra soffia impetuoso e l’effimera ondata si abbatte possente sulle insicure barriere della sinistra, le travolge e risucchia nel suo vortice. Il centro-destra (composto da Partito delle Libertà, Lega Nord e Mpa) ottiene una vittoria schiacciante ed inaspettata: al senato guadagna 174 seggi contro i 132 del centrosinistra (Partito Democratico più Italia dei Valori); alla Camera dei deputati del centrodestra sono 344 seggi contro 246 del centrosinistra e 36 dell’Unione di Centro. Il centro-destra ha quindi occupato la maggioranza assoluta degli scranni in entrambi i rami del parlamento, mentre la Sinistra Arcobaleno (Rifondazione Comunista, Pdci e Verdi) è stata spazzata via dalla compagine parlamentare.

Se però andiamo a vedere i consensi conseguiti dai singoli partiti balza agli occhi che vincitore dell’ultima “Isola dei Famosi” elettorale non è stato Berlusconi, ma Bossi. La vittoria del leghismo rappresenta la classica risposta piccolo borghese nei momenti di crisi, con la sua viltà e le sue paure, cosciente della propria impotenza, della incapacità di avere un programma ed una visione autonoma, di poter prospettarsi una via d’uscita dalla crisi che la minaccia. L’unica difesa che il piccolo borghese riesce a concepire è quella di rinchiudersi in se stesso, di barricarsi in casa; tutti gli altri sono solo dei nemici dai quali guardarsi, dai rumeni ai romani. Il medesimo significato può essere attribuito all’avanzata attuale dell’astensionismo, che è aumentato di ben 1.700.000 unità solo rispetto al 2006.

Ma tutto questo rappresenta ad un tempo la vittoria e la sconfitta dell’opportunismo pseudo-comunista. La loro vittoria perché giunge a compimento quel ciclo controrivoluzionario del quale sono stati espressione e strumenti: hanno realizzato il loro scopo, far smarrire ai proletari la coscienza di appartenere ad una classe distinta dal popolo e con interessi antagonisti agli interessi nazionali. Ma nello stesso tempo la loro sconfitta perché, a questo stadio della degenerazione parlamentare i falsi partiti comunisti sembrano non avere più ragione di esistere. La sola cosa degna di nota di queste ultime elezioni politiche quindi non è stata l’avanzata del centro-destra, ma la disonorevole disfatta di quell’opportunismo che aveva aderito in maniera totale alla democrazia borghese ed ai suoi sistemi, primo tra tutti la collaborazione di classe.

In termini quantitativi la vergognosa sconfitta degli pseudo-comunisti è innegabile, tanto che per la prima volta nel parlamento italiano – pre- e post-fascista – viene azzerata la rappresentanza socialista e nazional-comunista. L’elettorato, interclassista, della “sinistra radicale” si è sciolto e confuso nella melma ondeggiante, tant’è che parte di quelli che erano suoi votanti sono andati a finire nella Lega Nord.

Non è bastato che alla vigilia delle elezioni i bonzi Bertinotti e Diliberto rispolverassero perfino timidi riferimenti alla lotta di classe: chi poteva credere loro quando avevano condiviso tutti i provvedimenti del governo Prodi tesi a colpire la classe operaia? Ed è stato inutile cercare di camuffare la collaborazione presentandola come lealtà al governo di centrosinistra. Che differenza c’è allora nel votare Bertinotti o Bossi? Quindi è stato votato Bossi. E Bertinotti? Come i topi che sono i primi ad abbandonare la nave che affonda, si è subito dimesso e ha tagliato la corda. Bella coerenza comunista!

Da più di mezzo secolo tutta l’attività dei nazional-comunisti è stata orientata esclusivamente in direzione di Montecitorio, tutte le energie del partito venivano assorbite dall’elettoralismo, nell’obbiettivo di raggiungere il traguardo della “metà più uno” e l’arma della difesa e del riscatto proletario è stata individuata nella scheda. La borghesia non temeva né il Pci di ortodossia staliniana, né poi i suoi epigoni in sedicesimo, li aveva accolti a pieno titolo nel suo ordine democratico certa che, con loro al suo fianco, meglio avrebbe trattenuto il movimento operaio.

Nel divenire di questo processo, più la borghesia si è mostrata insofferente e ha teso a liberarsi dell’impaccio del vaniloquio parlamentare, più ha cercato e cerca di rafforzare l’esecutivo sul potere legislativo e giudiziario, più i sedicenti comunisti si sono dimostrati intossicati da quella malattia che Engels e Marx diagnosticarono già nel 1848 con il nome di cretinismo parlamentare.

Oggi la sconfitta dell’opportunismo post-stalinista non rappresenta una vittoria del proletariato, nemmeno di quel proletariato che si è astenuto dal voto. Non si tratta certo di una astensione rivoluzionaria, che non può essere tale non essendosi ancora il proletariato riappropriato della propria coscienza di classe, cosa che avverrà solo ricongiungendosi con il suo partito comunista marxista.

Detto questo noi ugualmente salutiamo la sconfitta della “sinistra radicale” che è una sconfitta di tutta quanta la democrazia e della stessa classe dominante per la quale è necessaria l’esistenza di un partito operaio che abbia la funzione e la capacità di controllare il proletariato e di distoglierlo dal suo naturale sbocco rivoluzionario. La sconfitta dell’opportunismo, se per ora non è stata una vittoria nostra lo potrà diventare a patto che serva a sgombrare il campo dalle sirene della democrazia ed a preparare la ripresa dell’azione diretta, di classe e rivoluzionaria da parte del proletariato. Il suo partito, il partito unico della rivoluzione comunista, rifiuta fin da ora ogni politicantismo dichiarandosi apertamente anti-democratico ed anti-parlamentare.
 
 
 
 
 
 
 


Il Comunismo non è né "di destra" né "di sinistra",
ma contro tutta la società borghese

L´esito delle elezioni ha sancito la vittoria della coalizione di centro-destra, dopo che la borghesia italiana ha utilizzato i governi di centro sinistra, falsi amici dei lavoratori, per far digerire senza proteste misure antioperaie, non migliori di quelle fatte fare al “Cavaliere”. Oggi, quanto è smarrito il senso di classe fra i lavoratori, a causa del sinistrismo parlamentare, ottuso ed opportunista, tutti indistintamente i partiti del regime borghese sperano che i proletari siano pronti ad accettare ulteriori peggioramenti alle loro condizioni di vita e di lavoro.

Il nuovo esecutivo di destra, esattamente come il precedente di sinistra, asseconderà le esigenze di sopravvivenza dello zoppicante capitalismo italiano, stretto nella morsa della crisi del suo modo di produzione. Piaccia o no il capitalismo funziona solo per la sua infinita e mostruosa accumulazione, comunque costi alla classe operaia. Chi pensa che questo sia l’unico modo di vita possibile e che altro non possa esserci, si deve adeguare ad accettare tutte le condizioni di cui il capitale necessita per continuare a creare profitto, succhiando il sangue di ogni proletario, sia esso autoctono o immigrato, “garantito” o precario, cattolico o musulmano, ecc ecc.

Il capitalismo impone le sue leggi ed è impossibile riformarlo. È proprio questo punto che i falsi partiti stalinisti ed ex-stalinisti si ostinano a negare: sarebbe come ammettere la propria inconcludenza di fronte alle dinamiche imposte dalle nuove ed accresciute competizioni in un mercato sempre più incapace di smaltire la crescente quantità di merci prodotte, siano esse utili, inutili o dannose.

Per questo, se anche la “vittoria” elettorale fosse andata alla coalizione borghese di centro-sinistra invece che a quella borghese di centro-destra, nessuna differenza si sarebbero dovuti aspettare i lavoratori.

Solo il comunismo scientifico marxista può fare chiarezza su tutto ciò. Il comunismo non è né di destra né di sinistra, non frequenta i parlamenti e non contende brandelli di potere alle classi dominanti nei palazzi delle istituzioni centrali o periferiche. Il comunismo non si pone il fine di gestire meglio il capitalismo, come pretendono di fareinevitabilmente fallendoi partiti del tradimento, ma di abbatterlo distruggendolo alla base per liberare la nuova società di cui questa, al contrario di ciò che appare, è già gravido.

Il Comunismo dismetterà la produzione per cellule aziendali, finalizzata al profitto, attraverso lo sfruttamento del lavoro salariato, organizzerà la produzione secondo un piano sociale regolamentato secondo grandezze fisiche e non più economiche, con lo scopo unico del soddisfacimento dei reali bisogni della specie, ridurrà drasticamente l’orario di lavoro, dividendo il suo peso fra tutti i membri della società, abolirà insieme al lavoro salariato ogni rapporto monetario e mercantile.

Il Comunismo manterrà ciò che di progressivo ha creato il capitalismol’enorme sviluppo della forza produttiva del lavoro umano associatoliberandolo dalle pastoie delle leggi economiche capitalistiche che ne impediscono l’utilizzo a fini sociali invece che particolari, aziendali e borghesi.
 
 
 
 
 


Attacco anti-operaio
e difficoltà della riorganizzazione sindacale

Non passa settimana che il padronato, utilizzando il pieno accordo fra il governo e la cosiddetta opposizione, non ottenga nuovi provvedimenti per colpire la condizione della classe lavoratrice e smantellare quelle norme che per alcuni decenni ne hanno costituito una qualche difesa. A questo sporco lavoro collaborano i sindacati confederali, Cgil-Cisl-Uil, che confermano sempre più il loro ruolo di agenti e consiglieri dei padroni e dello Stato.

Sancita la fine dei contratti nazionali

Da alcuni mesi confederali e padronato intrigavano per rivedere l’ambito del contratto nazionale di lavoro. In realtà, nel trascorrere dei decenni il rinnovo dei contratti nazionali è stato già svuotato di ogni carattere di conflitto sociale, trasformato solo in un periodico rituale, gestito dai sindacati e dal padronato, con lo scopo di nascondere la reale “concertazione” che l’ha preceduto.

Ma, poiché l’occasione del rinnovo dei contratti nazionali rimane come ricordo di uno strumento per la difesa collettiva delle categorie e simbolo dell’unità e della solidarietà della classe lavoratrice, il contratto collettivo entra oggi nel mirino del padronato che intende approfittare della favorevole congiuntura economica e sociale per sanzionare per legge quello che già c’è al fine di rimuovere ogni residua possibilità di azione unitaria di classe e frammentare e individualizzare il rapporto di lavoro.

Su questa strada ha trovato la complicità del sindacalismo confederale. La triplice sindacale ha infatti confezionato un bel documento dal titolo “Linee di riforma della struttura della contrattazione” nel quale si concorre a snaturare completamente quel che resta della contrattazione di categoria.

Nel nuovo modello proposto il contratto nazionale, che ritorna a cadenza triennale anche per quanto riguarda gli adeguamenti salariali che adesso sono biennali, dovrebbe assicurare unicamente la tutela salariale rispetto all’aumento del costo della vita, mentre i veri aumenti salariali sarebbero legati direttamente agli aumenti di produttività e demandati alla contrattazione di secondo livello, cioè decentrata.

Gli aumenti salariali previsti dai contratti sarebbero quindi non il risultato dalla forza e dalla capacità di lotta della classe operaia ma preventivamente stabiliti da un ufficio statale, il quale calcola non l’inflazione reale ma quella che al padronato conviene. Così facendo negli ultimi 25 anni, in nome della sempre osannata “concertazione”, la quota dei salari rispetto al prodotto lordo è diminuita di oltre 15 punti percentuali, mentre la quota dei profitti è balzata dal 2 al 16%, aumentando vistosamente le disuguaglianze sociali e collocando i salari italiani in fondo alla graduatoria europea.

Per porre rimedio a questo “piccolo inconveniente” gli specialisti in imbrogli della Triplice hanno pensato di cambiare le parole, sostituendo la “inflazione programmata” con quella “realisticamente prevedibile”, formula fumosa e generica quanto la precedente e destinata ugualmente alla truffa, stante non solo l’oggettiva difficoltà in sede contrattuale a prevedere anticipatamente l’andamento dell’inflazione, ma per il fatto che questi indici sono stabiliti tra rappresentanti del padronato, sindacalisti e governo, tutti ben decisi a tenere al minimo il cosiddetto “costo del lavoro”, o come dovremmo dire, dal punto di vista operaio, il prezzo della forza-lavoro.

La riforma sposta la determinazione degli aumenti salariali essenzialmente nella contrattazione di secondo livello, specificando che saranno legati a ben cinque parametri: produttività, qualità, redditività, efficienza, efficacia. Questi sono tutti criteri che riguardano le aziende e non la condizione operaia, come potrebbero essere, per esempio, la particolare difficoltà o durezza del lavoro. Inoltre, quando mai il padrone darà le informazioni veritiere sui suoi conti: il padrone potrà sempre dimostrare di essere in perdita, che la produttività è diminuita ecc., evitando così di concedere aumenti. A loro volta questi complicati ed incerti conteggi dovrebbero articolarsi su una molteplicità di livelli: regionale, provinciale, settoriale, di filiera, di comparto, di distretto, di sito.

L’aumento salariale sarà così legato, ancora più di prima, alla contrattazione dei premi di risultato, qualsiasi aumento dovrà essere erogato solo dopo l’aumento della redditività dell’impresa, raggiungendo gli obiettivi che i sindacati avranno precedentemente concordato con l’azienda. I lavoratori quindi potranno recuperare qualche spicciolo solo dopo che avranno lavorato di più e solo se l’azienda fa lauti profitti.

Il fantomatico aumento salariale sarebbe assegnato su base locale, proprio quando impazza la globalizzazione e si sa bene che una qualsiasi merce è composta di pezzi che arrivano da mezzo mondo.

I trattamenti salariali in questo modo verranno fortemente frammentati, prefigurando un arcipelago di gabbie salariali e indebolendo in generale le potenzialità di lotta delle categorie, in particolare quelle meno organizzabili e che nel privato sono la maggioranza. Una ricerca dell’Istat di qualche anno fa, evidenziava come il secondo livello di contrattazione avviene solo in un terzo delle imprese con più di 200 addetti, mentre rimangono scoperte milioni di piccole aziende che costituiscono il grosso del sistema produttivo, escludendo il 70% dei lavoratori dalla contrattazione aziendale.

La defiscalizzazione degli straordinari

Nel frattempo il nuovo governo ha introdotto la defiscalizzazione degli straordinari e dei premi di risultato, senza la ben che minima protesta da parte dei sindacati, che anzi hanno plaudito. Praticamente parte del salario per straordinari, invece che essere pagato dai padroni, viene scaricato sulla fiscalità generale dello Stato. Fatti bene i conti, però, a causa del meccanismo complicato del calcolo dell’IRPeF, i lavoratori a basso salario addirittura avranno qualcosa da perderci. Inoltre lo Stato dovrà risparmiare sulla spesa sociale, tagliando quei servizi, sanità, scuola ecc., di cui usufruiscono soprattutto i lavoratori.

La cosa peggiore è che, rendendo ancora più convenienti per il padrone gli straordinari, se ne incoraggia l’uso, invece di combatterlo, consentendo di evitare nuove assunzioni e condannando quindi i giovani disoccupati a rimanere tali mentre gli occupati sono schiacciati dal sopralavoro.

Ribadita la precarietà del lavoro

In perfetta continuità col precedente, il governo attuale conferma e, quando occorre peggiora, la legislazione che autorizza l’uso del lavoro precario. In particolare si legifera che le aziende ritenute in giudizio colpevoli di illegittimo licenziamento di lavoratori precari non possono essere condannate alla riassunzione del lavoratore ma solo alla corresponsione del danno e nella misura non superiore a sei mensilità.

Tagli al salario

Nel settore privato l’attuale ribasso dei salari è ammesso perfino dai padroni e dai sindacati di regime. La crisi economica, che porta alla continua chiusura di aziende e all’aumento del numero dei disoccupati e la pressione esercitata dall’afflusso di lavoratori stranieri, disperati e disposti ad accettare condizioni di sfruttamento estremo, permettono ai padroni di imporre condizioni che solo pochi anni fa nessuno avrebbe accettato, con salari di poche centinaia di euro.

A questa riduzione diretta del salario, ove si applicano ancora i contratti nazionali si aggiunge l’erosione continua prodotta dall’inflazione che verrà solo in minima parte recuperata dal rinnovo dei contratti di lavoro per i quali è stato previsto un recupero pari ad un misero 1,7%.

Ma anche per quei settori lavorativi che per anni hanno rappresentato condizioni lievemente migliori, come i dipendenti pubblici, si annunciano tempi duri sia per il drastico taglio del cosiddetto salario accessorio, sia per la miseria degli aumenti contrattuali previsti, sia per il drastico aumento dei carichi e delle condizioni di lavoro.

Inoltre l’età media dei lavoratori cresce costantemente per l’innalzamento dell’età della pensione.

Sindacalismo confederale, sinistra sindacale, sindacalismo di base

Questa grave situazione, in cui il padronato difende i suoi profitti scaricando il peso della crisi economica sui lavoratori, dovrebbe spingere il proletariato a rispondere in modo unitario, ritrovando la propria solidarietà di classe, comprendendo che il nemico è la classe borghese, i suoi partiti, il suo Stato, e non il lavoratore immigrato o, all’opposto, quello “garantito”.

Lo strumento per costruire questa solidarietà di classe, per unificare i lavoratori superando le divisioni, per condurre una lotta ordinata e duratura in difesa delle condizioni di vita è il Sindacato di classe. È solo attraverso l’organizzazione in sindacato che i lavoratori superano la limitatezza della fabbrica e della categoria per arrivare a mobilitarsi come unica classe sociale in difesa di interessi comuni.

In Italia, come in altri paesi europei, esistono grandi sindacati, tutti ricostruiti nel dopoguerra “su modello Mussolini”, cioè come sindacati “nazionali”, fedeli allo Stato borghese (nel loro linguaggio “alla Democrazia”) e al “regime”. Essi hanno svolto brillantemente la loro funzione di “regolazione del mercato del lavoro” negli interessi “del Paese”, cioè del Capitale. E questo tanto nei decenni di vacche relativamente grasse, quanto, oggi, in periodo di crisi, quando si tratta di far peggiorare le condizioni di vita e di lavoro della classe lavoratrice nel suo insieme.

La riprova di questo è costituita dal fatto che, nonostante in Italia esistano grandi confederazioni sindacali che organizzano milioni di lavoratori, le condizioni di questi, per livello dei salari e grado di sfruttamento, non sono migliori di quelle di altri paesi a minore sindacalizzazione.

Noi riteniamo che dalla fine degli anni ‘70 la Cgil si debba ritenere non più conquistabile alla lotta di classe. Questo nonostante che molti lavoratori, pur essendo stati traditi innumeri volte, vedano in essa la struttura che, proprio in quanto “di regime”, costituisce l’unico canale attraverso il quale ci si può rapportare con il padronato: o vai a bussare alla porta del funzionario sindacale o direttamente a quella dell’ufficio personale.

Inoltre il fatto che all’interno del sindacato agiscano correnti che usano un linguaggio “operaista” contribuisce a confondere le idee. Le critiche che, per esempio, il sindacalismo di base ha fatto al documento sindacal-confederale “Linee di riforma della struttura della contrattazione” a parole sono condivise all’interno della Cgil dalle componenti della cosiddetta “sinistra sindacale”: la Fiom, Lavoro e Società e la Rete 28 aprile. Esse però, pur facendo critiche appropriate, si riducono poi alla questione di metodo, alla denuncia di lesa democrazia da parte dei vertici, riconfermando la loro disciplina e obbedienza e guardandosi bene dall’organizzare una qualsiasi lotta in contrasto con la Direzione Nazionale.

Questa cosiddetta sinistra sindacale, che manovra all’interno del Sindacato con enunciazioni equivoche e solo apparentemente combattive, è complementare alle gerarchie sindacali nello scopo di illudere i lavoratori e seminare confusione e ritardare la vera riorganizzazione e mobilitazione generale. Con la richiesta tipica di “democratizzare il sindacato” la sinistra sindacale inganna i lavoratori. Il Sindacato non si è venduto ai padroni perché non ha ascoltato abbastanza la base operaia; al contrario, esso più non può ubbidire ai lavoratori perché segue un indirizzo politico di collaborazione sociale ed è politicamente, strutturalmente e perfino finanziariamente dipendente dal padronato e dallo Stato. Illudere gli operai che sia sufficiente riuscire a farsi ascoltare da questi dirigenti è solo una manovra dilatoria e diversiva, volta a rendere impotente il malcontento e a ritardare la riorganizzazione di un vero sindacato di classe.

- L’assemblea della sinistra sindacale, Roma 23 luglio

Anche l’ultima assemblea nazionale, convocata da 31 componenti del Direttivo, dal segretario generale Fiom Gianni Rinaldini, dall’”area” Lavoro e Società, dalla “Rete” 28 Aprile ha confermato il torbido della politica di questa componente ciggiellina. All’assemblea erano presenti il segretario generale della Funzione Pubblica Cgil Carlo Podda e, “a titolo personale” Morena Piccinini, segretaria confederale del sindacato. «In queste condizioni nessun accordo è possibile: dobbiamo preparare una mobilitazione in settembre, fino allo sciopero generale», tuona il documento finale, ma si intende e ci si aspetta, e si fa aspettare, che siano i vertici a prendere la decisione di preparare e di mobilitare.

- Il sindacalismo “di base”

Naturalmente di questa situazione di estrema debolezza dei lavoratori e di ristagno della lotta di classe risente anche il sindacalismo di base – che spesso si richiama alla volontà di dare vita a quel sindacato di classe che anche secondo noi rappresenta lo strumento fondamentale e indispensabile per porre un argine all’aggressività padronale – mostrando debolezze e talvolta gravi deviazioni che potrebbero compromettere questa necessaria evoluzione.

Il sindacalismo di base negli scorsi anni non ha visto confluire nelle proprie file che una minoranza dei lavoratori, pure delusi dalle ripetute scelte filopadronali dei Sindacati di regime. In alcune aziende o in alcuni settori sigle di opposizione sindacale hanno momentaneamente efficacemente convogliato la spinta dei lavoratori, e vinto alcune battaglie. Ma spesso gli atteggiamenti del sindacalismo di base, a livello nazionale o di azienda, sono apparsi gravemente affetti da settarismo di organizzazione e da pregiudizi ideologici sbagliati, entrambi nefasti per la sana crescita di un organo sindacale.

Ne è conseguita una frammentazione crescente che, nonostante i reiterati, e presumibilmente sinceri, appelli all’unità, non si riesce ad invertire e che risulta giustamente incomprensibile e condannata dalla massa dei lavoratori, che per primo istinto sanno bene che solo lottando uniti si può ottenere qualcosa. Solo se questi organismi riusciranno a superare queste angustie potranno domani concrescere nell’ambìto, almeno nei voti, sindacato di classe.

- L’assemblea Cub-RdB - Confederazione Cobas‑ SdL intercategoriale,Milano 17 maggio

L’assemblea aveva proprio lo scopo di superare le divisioni e confermare una unità d’azione su una piattaforma comune. Più di mille lavoratori hanno ribadito la loro opposizione all’ennesimo duro attacco della classe padronale.

Ma l’assemblea non è potuta andare oltre l’obbiettivo di: «indicare per l’autunno la necessità di realizzare uno sciopero generale nazionale dell’intera giornata a sostegno della piattaforma di lotta e per sconfiggere le politiche economiche e sociali imposte dal liberismo e dalla globalizzazione e realizzate dai governi».

Si annuncia a maggio uno sciopero che è stato poi fissato per il 17 ottobre. Questo solo fatto dimostra come, nonostante i peggioramenti, la spinta alla lotta da parte dei lavoratori sia al minimo. Ma dimostra anche come nel sindacalismo di base si fraintenda persino cosa sia uno sciopero, nella realtà, nelle possibilità e nei sentimenti della classe. Questo, come spesso è accaduto negli anni scorsi, è visto non come una vera battaglia, che ha le sue regole, i suoi gravi costi, dipendente strettamente dal reale rapporto delle forze, con un vincitore, e un vinto che ne paga duramente e a lungo le conseguenze, ma come una “manifestazione di dissenso” di una minoranza cosciente rispetto ad alcune scelte di politica economica. Una sorta di liturgia laica e pacifica che vede il sindacalismo di base proclamare due scioperi l’anno, uno a primavera e uno in autunno, così come la chiesa celebra Pasqua e Natale.

Un’altra manchevolezza è rappresentata dal fatto che queste organizzazioni, per poter operare in condizioni di legalità, partecipare alle trattative nazionali, firmare i contratti, hanno scelto di accettare le regole stabilite dallo Stato e dai Sindacati di regime: regolamentazione degli scioperi, iscrizione per delega, funzionari stipendiati dai padroni e dallo Stato, assemblee retribuite, ecc... Tutte queste apparenti concessioni padronali sono in realtà regali avvelenati che si ritorceranno contro le stesse strutture sindacali appena si ripresenterà una decisa lotta di classe.

A questa visione diciamo “istituzionale”, tutta orientata all’organizzazione, si contrappone quella dello Slai-Cobas, che pur ha aggiunto al suo nome il motto “per il sindacato di classe”. Lo Slai-Cobas sembra rifuggire da ogni assimilazione con la struttura organizzativa confederale e della stessa Cub, ma continua a ribadire la natura insieme politica e sindacale della sua organizzazione impedendo così, per definizione, di potersi evolvere in quel sindacato di classe a cui pur si richiama.

Per raggiungere la massima mobilitazione, il Sindacato di classe ha sempre reclutato chiunque si trovi nella condizione oggettiva di lavoratore, indipendentemente dalle sue simpatie politiche. Alla classe occorre sia l’organo sindacato sia l’organo partito politico, che però sono funzioni diverse, se pure complementari e richiedono organizzazioni distinte.

- L’assemblea nazionale autoconvocata, Milano 21 giugno

Il documento uscito dalla assemblea nazionale “autoconvocata” svoltasi a Milano il 21 giugno scorso al contrario proclama: «Nell’attuale situazione economica di crisi e recessione i proletari per difendersi devono darsi un’organizzazione indipendente – anticapitalista e antimperialista – sul piano politico e sul piano sindacale che, lottando contro gli effetti del capitalismo, al tempo stesso mette in discussione l’attuale sistema economico sociale e rompe con tutte le politiche collaborazioniste della sinistra “istituzionale”».

Nella nostra tradizione, e per necessità di cose, la costituzione di un sindacato formato da soli “rivoluzionari” o da soli “comunisti”, così come di un’organizzazione ibrida, a metà strada tra il sindacato e il partito, sono operazioni sbagliate che condannano queste organizzazioni all’impotenza, oltre che a continui scontri intestini tra le varie correnti, mentre abbandonano la maggioranza dei lavoratori, “incoscienti” e “non politicizzati”, prigionieri del sindacalismo di regime.

Il sindacato di classe deve distinguersi proprio per la sua natura di organizzazione economica, di difesa immediata delle condizioni di vita e di lavoro, aperta a tutti i lavoratori indipendentemente dalle loro concezioni politiche, fedi religiose ecc. In un’organizzazione di questo tipo i lavoratori comunisti non nascondono di voler lavorare per allargare l’influenza del partito nella classe lavoratrice, guidandola nella difesa quotidiana delle sue condizioni di vita e insieme preparando le condizioni per l’abbattimento rivoluzionario di questa società basata sullo sfruttamento del lavoro salariato, facendo del sindacato quella “scuola di guerra” di cui parlava Lenin.

- La rifondata “Rifondazione”

Sempre su questo tema è interessante, per finire, analizzare anche il documento programmatico della “nuova” Rifondazione Comunista, che si pretende più “sinistra” di prima. Si tratta, né poteva essere altrimenti, di un vero capolavoro di cerchiobottismo: «Pur nel rispetto dell’autonomia del sindacato, non possiamo che sottolineare la necessità assoluta che vengano superate le logiche concertative che hanno reso impossibile la difesa dei lavoratori e delle fasce a basso reddito (...) Auspichiamo la costruzione di un’ampia sinistra sindacale che ponga al centro i nodi della democrazia e della ripresa del conflitto. Così come salutiamo positivamente ogni forma di coordinamento e di cooperazione nell’ambito del sindacalismo di base”.

Si rispetta la “autonomia” dell’attuale direzione ciggiellina, legata a doppio filo con lo Stato e il padronato, ma si auspica al contempo l’allargamento dell’influenza della sinistra sindacale; contemporaneamente si saluta “ogni forma di coordinamento” (?) col sindacalismo di base... Opportunismo, opportunismo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

PAGINE 2-4


Riunione di lavoro a Torino
24 e 25 maggio 2008
[RG101]

Working meeting in Turin
L’antimilitarismo nel movimento operaio [resoconto esteso] Working class anti-militarism
Origine dei sindacati in Italia[resoconto esteso] Origin of the trade unions in Italy
Vicende sindacali [resoconto esteso] Trade union activity
La guerra civile in Libano Class struggle in the Middle East
Corso del capitalismo Course of the economy
Economia marxista: Profitto ed Interesse Financial capital
La questione militare [resoconto esteso] The Military Question

 

Anche questa riunione generale, che si è tenuta nella nostra sede di Torino, si è svolta nella consueta atmosfera ordinata e fattiva, alla presenza di compagni da quasi tutti i nostri gruppi.

Vi abbiamo percorso insieme e scambiati ricordi e considerazione del carissimo Giandomenico, che da poco ci aveva lasciato dopo una vita di milizia, la sua e di molti di noi.

Una prima parte della riunione, come d’uso e di necessità, è stata dedicata ad armonizzare il lavoro nei diversi campi, oggi per forze di cose prevalentemente, ma non esclusivamente, rivolto allo studio della storia del movimento e della sua dottrina. Come è noto questo convergente lavoro di ricerca esclude il metodo del confronto di tesi opposte, preferendogli, in caso di incertezza, la sospensione del giudizio e lo studio ulteriore. Nella nostra prospettiva e metodo, fretta non ce n’è mai.

Le sedute del sabato pomeriggio e della domenica mattina sono state dedicate all’ascolto delle relazioni, come sempre insegnamenti densi di contenuto e che, come radici di un albero, si spingono sempre più profonde e si ramificano a penetrare la massa compatta, che è storica e materiale, della nostra dottrina di classe.
 

L’ANTIMILITARISMO NEL MOVIMENTO OPERAIO

Apriva i lavori il rapporto sull’atteggiamento comunista nei confronti della guerra borghese. Benché i capitoli fin qui esposti si siano riferiti in massima parte al movimento operaio italiano, giunti all’anno 1917 non potevamo non soffermarci sulla rivoluzione russa del febbraio, che determinò conseguenze impreviste a livello mondiale.

Come ricordava lo stesso Trotzki la rivoluzione di febbraio scoppiò inaspettata, nessun partito, nemmeno il bolscevico l’aveva avvertita o preparata. Questo conferma ancora una volta come i movimenti sociali non siano frutto di arbitraria volontà di partiti od organizzazioni politiche, ma scaturiscano dalle contraddizioni sociali quando queste raggiungono un grado di tensione tale che è impossibile controllarle o soffocarle. Le stesse truppe inviate dal potere zarista per schiacciare il movimento proletario montante rimasero assoggettate alle medesime leggi del determinismo sociale. Dapprima si limitarono a contenere i manifestanti, poi, in un rapido evolversi della situazione, si astennero dalla repressione, dando anzi segni di tolleranza per poi, in larga misura, solidarizzare apertamente. Il tirannico e poliziesco potere zarista di fatto si dileguava così, quasi senza colpo ferire.

I paesi dell’Intesa, appresa la notizia, cercarono di presentare la rivoluzione di febbraio come la volontà del popolo russo e dei suoi partiti democratici di continuare ed addirittura intensificare la guerra contro la Germania. Tutti i borghesi ed i transfughi del socialismo, attraverso la stampa, e gli organi di propaganda di cui disponevano inneggiavano alla nuova Russia.

Un dispaccio dell’Agenzia Stefani, del 16 marzo 1917, terminava con queste parole: «Il movimento tende all’eliminazione delle influenze reazionarie, ritenute favorevoli alla pace». In effetti Miliukov, capo del nuovo Governo russo uscito dalla prima fase della rivoluzione, aveva inviato ai Governi dell’Intesa una nota nella quale si assicurava che la Russia avrebbe continuato la guerra a fianco dei suoi alleati.

Anche Il Popolo d’Italia si sforzava di presentare la rivoluzione russa come una conferma della giustezza della posizione interventista, la dimostrazione che la guerra aveva scopi e fini rivoluzionari. “La Vittoriosa Rivoluzione Russa contro i Reazionari Tedescofili”, questo uno dei tanti titoli usciti sul giornale mussoliniano che, nei suoi articoli, assicurava cosa impossibile che Lenin ne potesse “snaturare” il significato.

Ma altre cose che non poteva divulgare sul suo giornale, Mussolini le mandava a dire al governo italiano, e cioè che era «necessario che la guerra finisse entro l’anno, poiché in caso contrario non si sarebbero più potute contenere le masse».

In Russia infatti i soldati abbandonavano il fronte. Lenin dichiarò: “L’esercito votò la pace con le proprie gambe”.

Quando s’incominciò a comprendere il carattere antimilitarista della rivoluzione russa si incominciò anche a calcolare l’importanza militare dell’avvenimento e lo sbilanciamento delle forze a favore degli imperi centrali che una pace separata della Russia avrebbe prodotto.

L’equilibrio venne immediatamente, ed abbondantemente, ristabilito con l’intervento degli Stati Uniti. Con l’intervento dell’America, guidata dal “pacifista” Wilson e la partecipazione della Russia democratica sembrò riprendere fiato l’impostura secondo la quale la guerra avrebbe assunto un carattere rivoluzionario e di liberazione dei popoli oppressi, e tale posizione venne fatta propria anche dall’ala destra del Partito Socialista Italiano, senza che la direzione si sentisse in dovere di smentirla.

In effetti la rivoluzione russa, se non fosse uscita a tempo da quel dualismo di potere che si era creato con la caduta dello zarismo, correva il rischio di trasformarsi in una Stato di conciliazione e collaborazione di classe tale da garantire al nuovo governo, borghese, di continuare la guerra imperialista a fianco dell’Intesa.

Lenin comprendeva interamente il pericolo che minacciava la rivoluzione, che non era costituito dalle armi del nemico di classe ma dall’inquinamento dell’ideologia piccolo borghese che quotidianamente guadagnava terreno all’interno degli organismi proletari, e perfino del partito. Il pericolo che maggiormente minacciava la rivoluzione, che avrebbe impedito il suo sbocco nella dittatura del proletariato era costituito dalla teoria del difesismo rivoluzionario, che non solo era stata fatta propria da tutti i partiti borghesi e socialdemocratici, ma che era largamente penetrata anche nel partito bolscevico.

Le prime prese di posizione da parte dei bolscevichi furono addirittura aberranti: la Pravda, facendo proprie le posizioni del menscevismo dichiarava la necessità della continuazione della guerra per la difesa della rivoluzione contro l’aggressione dell’imperialismo germanico. Kamenev scriveva molti articoli apertamente difesisti affermando, ad esempio, che «un popolo libero risponde alle palle di cannone con palle di cannone (...) Non facciamo nostra l’inconsistente parola d’ordine: “Abbasso la guerra!”». In un altro articolo si poteva leggere: «Ogni “disfattismo”, è morto nel momento in cui è comparso nelle vie di Pietrogrado il primo reggimento rivoluzionario».

Il giorno in cui la Pravda usciva con queste dichiarazioni, fu di giubilo per i fautori della guerra. In tutto il palazzo di Tauride riecheggiava la notizia della vittoria dei bolscevichi moderati, ragionevoli, sugli estremisti. Nel marzo una conferenza bolscevica, su proposta di Stalin, approvava una risoluzione nella quale si affermava che il ruolo dei Soviet era quello di «appoggio al governo provvisorio nella sua azione finché continuerà a soddisfare la classe operaia». Nessuna meraviglia quindi se, nel corso della medesima assemblea, venne deliberato di prendere in considerazione la proposta di riunificazione avanzata dai menscevichi.

Le disposizioni di Lenin furono perentorie: bisogna costituire una milizia operaia destinata ad essere l’organo esecutivo del Soviet; bisogna immediatamente preparare la rivoluzione proletaria; denunciare i trattati di alleanza con gli imperialisti, rifiutarsi di cadere nella trappola del “difesismo rivoluzionario”; lavorare per la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile.

Però in Russia i bolscevichi si rifiutavano di accettare le direttive intransigenti di Lenin che, credevano, lontano dagli avvenimenti, fosse male informato. Così solo la prima delle quattro “lettere da lontano” fu pubblicata.

Lenin, arrivato alla stazione di Finlandia dopo il viaggio nel famoso “vagone piombato”, si rivolse direttamente alla folla di comunisti venuti ad accoglierlo: «Cari compagni, soldati, marinai e operai, sono felice di salutare in voi la rivoluzione russa vittoriosa, di salutarvi come avanguardia dell’esercito rivoluzionario mondiale (...) Non è lontana l’ora in cui, all’appello del compagno Karl Liebknecht, i popoli rivolgeranno le armi contro i capitalisti sfruttatori. La rivoluzione russa da voi compiuta ha inaugurato una nuova epoca. Viva la rivoluzione socialista mondiale».
 

ORIGINE DEI SINDACATI IN ITALIA

Seguiva, proseguendo dalla riunione di Genova di settembre, la rilettura in dettaglio del percorso storico delle organizzazioni difensive della classe operaia in Italia è addivenuto a questo dopoguerra, ammantato di anti-fascismo, in realtà continuatore dei suoi fini e metodi anche nel partitone staliniano e nei grandi sindacati che pur a parole si richiamavano alla lotta di classe.

Nelle parole di Di Vittorio al Congresso nazionale della Cgil di Firenze del 1947, che alla riunione si riportavano per esteso, si riconosceva alla classe operaia in Italia una “funzione nazionale”, prodotto della sua “maturità” e della quale dovrebbe andare orgogliosa. In realtà per i lavoratori questo più che un onore si sarebbe tradotto solo in un gravoso onere e in una maggiore sottomissione degli interessi proletari alle necessità cosiddette del paese, cioè del capitale e della classe dominante.

«Non si devono formulare rivendicazioni quando si sa che, pur rispondendo esse a bisogni reali e a criteri di giustizia, non sono realizzabili nella situazione generale del paese o particolare di quel ramo dell’industria». Ogni tradeunionista, cioè un non-comunista, deve convenire in questa affermazione. Risulta inevitabile che per ammettere che la vita dei lavoratori deve essere difesa indipendentemente dai «problemi fondamentali del Paese e della Nazione», come chiede Di Vittorio, occorre aver abbracciato una prospettiva anticapitalista in generale e che per dirigere coerentemente la lotta anche puramente difensiva occorre una direzione politica insensibile ai richiami alla solidarietà nazionale e alle costrizioni proprie del capitalismo.

L’opportunismo va oltre nella teorizzazione: «la Patria è il popolo e coloro che lavorano assicurano la vita e il progresso della Nazione», il che è evidente, e per questo nobile scopo occorrerebbe «accettare i sacrifici che questa responsabilità comporta».

Di Vittorio, poi rivendica al sindacato la funzione di decidere quali operai assumere e quali licenziare, anche questo nel quadro di una accettazione di tutte le tristi necessità del capitalismo, che sono sì reali e inevitabili, ma solo se ci si chiude all’interno della società presente.

Volendo prospettare alla classe operaia l’alleanza con i ceti medi il sindacalista nazional-stalinista spende molte parole contro la grande industria e la grande finanza, in continuità con la demagogia di stile mussoliniano. Ma si barcamena nella rivendicazione tanto della iniziativa privata quanto delle nazionalizzazioni, che infatti, per il marxismo, non sono per niente in contraddizione fra loro. Anche nel successivo intervento, di Roveda, viene ribadita la funzione della iniziativa privata per la “ricostruzione del paese”, pressante necessità capitalistica di quegli anni come oggi è quella per “uscire dalla crisi”, a fase del ciclo economico inversa.

Si passa poi alla richiesta, ancor oggi avanzata, della «partecipazione dei lavoratori alle decisioni del sindacato». In cosa questa consista traspare chiaramente da queste affermazioni: «i lavoratori sono stati delusi dalla tregua passata, la speranza che i prezzi sarebbero stati bloccati è svanita e i lavoratori si sono trovati con il blocco dei salari e i prezzi che marciavano per proprio conto». Se ne deduce che «per l’avvenire bisognerà adottare il criterio di far partecipare i lavoratori in queste discussioni, che si rendano conto dell’importanza dell’accordo, soltanto partecipando direttamente si renderanno conto che se l’organizzazione del lavoratori chiede loro dei sacrifici nello stesso tempo sacrifici maggiori saranno imposti ai datori di lavoro».

Altro imbroglio e mito è quello della cosiddetta “cogestione” o “democrazia industriale”. Su questo interviene Sarti, del Psi che, dopo aver difeso il “movimento cooperativo” che sarebbe da «collegare alla organizzazione dei lavoratori», si spinge ad affermare che «noi dobbiamo tendere a sostituire all’effettivo governo economico della Confindustria il governo economico della Cgil». Tutte illusioni ed errori che, allora già da un secolo il marxismo aveva denunciato e delle conseguenze dei quali il movimento operaio aveva fatto la triste esperienza.

Sulla questione del riconoscimento giuridico del sindacato molto preciso è il milanese Ferrari-Bravo: «Sull’ordinamento sindacale italiano è di attualità l’approvazione recentemente avvenuta alla Costituente dell’articolo 35 che prevede il riconoscimento giuridico dei sindacati attraverso l’istituto della registrazione. Questo articolo ha un significato politico che si incontra col pensiero già illustrato dall’on. Di Vittorio nella sua relazione, e cioè il sindacato non è più ai margini della vita politica nazionale. Il sindacato si inserisce nello Stato, anche se non fa parte integrante dello Stato stesso e se non è divenuto suo organo. Pur allontanandosi dalla concezione volontaristica del sindacato quale fu nella prima fase del movimento operaio, non è ancora un organo dello Stato perché lo Stato che abbiamo non è lo Stato dei lavoratori».

Sono questi i nodi che la classe operaia ha tutt’oggi ancora da sciogliere.
 

VICENDE SINDACALI

Qui si inseriva il ragguaglio ai compagni circa le più recenti vicende dell’organizzazione operaia. La situazione della economia, in particolare in Europa, non è tale da favorire la forza della classe operaia sul piano ristretto della lotta sindacale quando la disoccupazione e la insicurezza del lavoro, al momento, rendono più difficile imporre al padronato la difesa dei salari e degli orari.

Per di più vengono oggi ad esalare pestilenziali miasmi dal cadavere della cosiddetta “sinistra radicale”, parlamentare e sindacale, il che intorbidisce ulteriormente e confonde un sano orientamento della classe operaia. Tutto viene fatto e detto per coinvolgere i lavoratori in questo sfacelo, che è in realtà solo l’ultima, e non forse nemmeno l’ultima, conseguenza di un tradimento ormai molto lontano e che niente ha a che fare con il proletariato e col comunismo.

Poiché il testo della relazione è pubblicato in questo numero del giornali, a quello rimandiamo e qui non riferiamo oltre.
 

LA GUERRA CIVILE IN LIBANO

L’ultima relazione del sabato ci aggiornava sugli eventi successivi all’invasione del Paese da parte dell’esercito israeliano di due anni fa. Da allora si è mantenuta la instabilità del Paese.

Questo risulta essere, come molti altri, una creatura delle potenze coloniali, edificato artificialmente in funzione dei loro interessi regionali e del loro conflitto. Non può vantare alcuna tradizione non solo nazionale ma nemmeno una cultura unitaria pre-nazionale. Rimane diviso, prima e dopo la formazione dello Stato, in gruppi chiusi su base religiosa ed economica, il che ostacola la delimitazione delle classi moderne e la conduzione centralizzata dello Stato, dell’esercito e dei rapporti con l’estero.

Avendo inoltre curato l’imperialismo di mantenere un equilibrio di forza fra le diverse componenti sociali e le loro rappresentanze armate le possibilità di un consolidamento statale restano sempre più remote.

Tuttavia il Paese non è dei più poveri della regione e riesce a dare occupazione a consistenti strati proletari. Questi sono composti per una parte significativa dai palestinesi qui rifugiatisi nel 1949.

È quindi un caso evidente in cui la lotta moderna della classe operaia si trova ad imporsi in un ambiente politico-istituzionale non-nazionale, nel quale la classe borghese non ha compiuto né potrà mai compiere la sua rivoluzione. La fase, quindi, patriottica, liberale, democratico-parlamentare in questi paesi non è da attendersi né da rivendicarsi, e il movimento proletario e comunista si trova a doversi districare da un lato da una rete di retaggi culturali e di relitti di caste e cerchie quasi tribali, dall’altro dai modernissimi rapporti economici mercantili e di oppressione capitalistica.

Il fatto che la riunione si sia svolta proprio in concomitanza con la conferenza di Doha, convocata per cercare di porre fine alla battaglia che nella prima metà di maggio ha interessato Beirut e altre località nel nord del Paese, ha costretto il compagno incaricato di seguire gli avvenimenti mediorientali a riferire in merito con l’intento di chiarirne il significato di classe.

Il Libano rischia, ancora una volta, di diventare il campo di battaglia dello scontro tra imperialismi e in questo caso il proletariato deve evitare di farsi travolgere nuovamente dalle divisioni nazionali, etniche e religiose divenendo così uno strumento cieco nelle mani della classe dominante, divisa tra i due campi in lotta, ma pronta ad unirsi nel difendere i suoi interessi.

Ripercorrendo le vicende tragiche della guerra civile si dimostra come il proletariato abbia nemici ambedue gli schieramenti politici del paese e tutti gli Stati borghesi. Esso non può sperare nulla dall’azione controrivoluzionaria della diplomazia internazionale ma può contare solo sulle proprie forze. Deve, partendo dalla difesa delle sue condizioni immediate di vita e di lavoro, ricostituire la sua unità di classe superando le divisioni artificiali tra religioni e nazionalità diverse; deve accogliere nelle sue organizzazioni sindacali tutti i proletari, senza alcuna preclusione, deve aiutare i fratelli di classe palestinesi a liberarsi da quella condizione di “profughi” in cui vengono relegati; deve riarmarsi, oltre e prima che di fucili, della sua teoria rivoluzionaria, del suo partito comunista.

Questo obbiettivo dovrà tornare ad essere perseguito se il proletariato vorrà sfuggire dallo svolgere, ancora una volta, il tragico ruolo di carne da cannone nella prossima guerra imperialista.
 

CORSO DEL CAPITALISMO

Alla domenica mattina riprendevamo i lavori con il rapporto sul corso dell’economia capitalistica che ci ha aggiornato sull’andamento delle produzioni, del commercio mondiale e dei prezzi esponendo le serie grafiche. In particolare si esponevano le modalità di ricerca sui prezzi delle materie prime le cui andamento irregolare viene ad ulteriormente turbare i ritmi dell’accumulazione di capitale.

Si esponeva poi il quadro sintetico sul succedersi dei cicli di accumulazione nei diversi Paesi, che al momento non sono sincroni fra loro. Ne possiamo dedurre una previsione del precipitare della crisi, con origine negli Stati Uniti ma a diffusione planetaria, Cina compresa, nel torno dei prossimi due anni.

Per la parte riguardante lo studio delle serie di statistiche storiche ben raccolte dal passato lavoro del partito, si dava incarico al relatore di predisporre anche per la loro rappresentazione grafica, che sarà e messa a disposizione dei compagni entro la prossima riunione generale ed ivi meglio illustrata.
 

ECONOMIA MARXISTA: PROFITTO ED INTERESSE

Proseguendo il lavoro intrapreso sul III Libro del Capitale, nella riunione di Genova si è affrontato il ventunesimo capitolo della V Sezione, relativo al capitale produttivo di interesse e alla suddivisione del profitto in Interesse e Guadagno di imprenditore

Innanzi tutto si è osservato che il saggio generale del profitto è lo stesso per il capitale commerciale e per il capitale industriale: che il capitale sia investito nella sfera della produzione o del commercio, nella sfera della circolazione, esso produce in proporzione della sua grandezza il medesimo profitto annuale medio.

Il denaro considerato come espressione autonoma di una somma di valore, sia essa sotto la forma effettiva di denaro sia di merci, è trasformato in capitale nel ciclo della produzione capitalistica e, oltre al valore d’uso che esso possiede come denaro, acquista un valore d’uso addizionale, quello di operare come capitale; valor d’uso nel profitto che esso può produrre una volta utilizzato, “trasformato” in capitale: in questa qualità di capitale potenziale, cioè di mezzo per la produzione del profitto, esso diventa merce, ma una merce di tipo particolare.

Interesse è la parte di profitto pagata al prestatore. È il possesso giuridico del capitale che dà al prestatore il “diritto” di impadronirsi dell’interesse, di una parte di profitto prodotta dal suo capitale.

Il concetto fondamentale di questa funzione del denaro è che esso sia impiegato come capitale, che sia investito in mezzi di produzione, capitale industriale, o in merci, capitale commerciale.

Quando il detentore del denaro A lo presta al capitalista B, anche senza considerare alcun tipo di contratto formale tra i due soggetti della transazione, ad esempio le “garanzie”, il denaro prestato si trasforma in capitale e compie il movimento D-M-D’, e torna ad A come D’, cioè come D + ΔD.

Non consideriamo per ora i meccanismi reali degli interessi (ad esempio il tempo di permanenza di D in mano a B) e schematizziamo il movimento secondo il nostro solito formalismo: DDMD’D’. In questa relazione ciò che figura due volte è la spesa ed impiego del denaro come capitale, e il suo ritorno come capitale realizzato nella forma D’ o D + ΔD.

Nella forma MDM avviene due volte un cambiamento di posto della stessa quantità di denaro; ma esso indica la completa metamorfosi della merce, che prima viene trasformata in denaro e poi da denaro nuovamente in una merce di un altro tipo.

Nella relazione base del capitale produttivo di interesse, il primo cambiamento di posto di D non significa nessun tipo di metamorfosi delle merci, né riproduzione del capitale. Esso diventa invece capitale solo quando è utilizzato per la seconda volta tra le mani del capitalista operante che lo immette nel commercio e lo trasforma in capitale produttivo. Il primo mutamento di posto di D non esprime altro che il suo trasferimento dal possessore all’utilizzatore, che di solito avviene sotto varie forme e riserve giuridiche.

A questa duplice spesa del denaro come capitale corrisponde il suo duplice riflusso come D’ o D + ΔD che ritorna al capitalista B. Questi lo trasferisce di nuovo al prestatore A insieme ad una parte del profitto, come capitale realizzato cioè D + ΔD, dove questo secondo addendo, ΔD, non corrisponde però all’intero profitto, ma è soltanto una sua parte, cioè l’interesse.

Questo chiude il riflusso completo del denaro. Il proprietario di denaro A, che lo vuole valorizzare come capitale produttivo di interesse, lo aliena a B, lo immette nel processo di circolazione e ne fa una merce. Merce in quanto capitale, non unicamente come capitale per A, ma anche per B; non è soltanto capitale per chi lo aliena ma anche per colui al quale viene ceduto, come valore che possieda la caratteristica di generare valore profitto, si conservi nel movimento e torni in seguito al suo originario possessore.

Quindi non viene né dato in pagamento, né venduto, ma soltanto prestato; e viene alienato alla condizione di ritornare dopo un tempo determinato al punto di partenza, ma soprattutto di tornare come capitale realizzato, così da generare il suo valore d’uso, che è quello di produrre plusvalore.

La merce prestata come capitale, secondo la sua natura, può venire prestata come capitale fisso o circolante. Alcune merci per le caratteristiche del loro valore d’uso possono essere prestate soltanto come capitale fisso: case, capannoni, macchinari, e così via.

Però ogni capitale prestato, quale che sia la sua forma e quale che sia la forma del rimborso in relazione alla sua natura e al suo valore d’uso, è sempre una forma particolare del capitale monetario; poiché in ogni caso si presta sempre una determinata somma di denaro e su questa somma viene calcolato l’interesse.

Il modo in cui si determina il ritorno è ovviamente determinato ogni volta dal modo effettivo con cui ha circolato il capitale e si è riprodotto, e dalle sue forme particolari. Ma per il capitale prestato il riflusso assume la forma del rimborso perché l’anticipo dello stesso ha la forma del prestito.

Nel caso presente, il denaro, prestato come capitale è prestato proprio come somma monetaria che si conserva e si accresce e può ripetere da capo lo stesso processo. Esso non è speso né come denaro né come merce: quando è anticipato come denaro non è scambiato in corrispettivo di una merce; né, quando è anticipato come merce non è venduto contro denaro. È speso come capitale. Quando questo denaro viene prestato, viene alienato come capitale, non mediato dal movimento intermedio ma semplicemente come denaro che genera denaro.

Nella cessione del denaro sotto la forma di capitale produttivo di interesse non si ottiene in cambio nessun equivalente, come accade in ogni atto di acquisto e vendita in cui l’oggetto viene ceduto. L’oggetto che si vende si cede, ma non se ne dà via il valore, che viene restituito sotto forma di denaro, oppure di titolo di credito o promessa di pagamento, che ne rappresentano una forma diversa.

Nella fase in cui viene prodotto plusvalore, non avviene nessuno scambio; quando ha luogo lo scambio, il plusvalore si trova già nelle merci.

Ma è proprio questo processo di D in quanto capitale, quello su cui si fonda l’interesse del capitalista monetario. Ciò che contraddistingue il capitale produttivo di interesse è la forma esteriore del ritorno, indipendentemente dal ciclo che media questo ritorno. Il prestatore trasferisce al capitalista industriale il suo capitale senza ricevere un equivalente, e la sua cessione introduce il ciclo che sarà compiuto dal capitale industriale.

Questo primo mutamento di posto del denaro non esprime alcun atto della metamorfosi, né acquisto, né vendita. La proprietà non è ceduta, perché non ha luogo nessuno scambio. Anticipato in forma di denaro il capitale, tramite il processo ciclico, ritorna al capitalista industriale nuovamente sotto la forma di denaro. Ma come il capitale non apparteneva a costui al momento della spesa, non gli appartiene nemmeno al momento del ritorno.

Il prestatore cede il suo denaro non come denaro, ma come capitale; e la sua effettiva trasformazione in capitale si compie soltanto in mano al capitalista. Per il prestatore però esso è diventato capitale con il semplice atto di cessione. E il ritorno dal processo di produzione e di circolazione avviene solamente per il capitalista a cui è stato prestato, ma per il prestatore il rientro avviene nella stessa forma in cui avviene l’alienazione.

L’effettivo movimento del capitale prestato in quanto capitale, cioè sotto la forma di capitale, è un’operazione che sta oltre gli atti di chi dà a prestito e di chi prende a prestito. E in quanto merce di una natura particolare il capitale possiede anche un tipo particolare di alienazione.

Il ritorno si esprime qui come conseguenza di un particolare negozio giuridico fra prestatore e prenditore. Il tempo del ritorno dipende dal corso del processo di riproduzione. Ma per il capitale produttivo di interesse il ritorno del capitale sembra dipendere dal puro e semplice accordo fra prestatore e chi prende a prestito. In questo modo il rientro del capitale non appare come risultato del processo di produzione ma come se la forma del denaro non fosse mai cambiata per il capitale prestato.

Infatti, se il riflusso reale non avviene al giusto tempo allora chi ha preso a prestito deve vedere da quali altre fonti far fronte ai suoi impegni verso il prestatore.

Nel movimento reale il ritorno è una fase del processo di circolazione. La sequenza è: denaro trasformato in mezzi di produzione – col processo di produzione trasformazione in merce – con la vendita della merce ritrasformato in denaro – infine ritorno in mano al capitalista che aveva per primo anticipato il capitale.

Per quanto attiene l’analisi dell’interesse, cominciamo con l’osservare che chi presta, cede il suo denaro come capitale. La somma di valore che cede ad altri è capitale e a lui deve ritornare. Il semplice riflusso verso di lui non sarebbe però riflusso della somma di valore prestata sotto forma di capitale se tornasse inalterata, una semplice restituzione di una somma di valore prestata.

Per rifluire come capitale la somma anticipata non soltanto deve essersi conservata nel movimento ma deve aver valorizzato se stessa e accresciuto la sua grandezza di valore, e quindi deve ritornare con un plusvalorecome D + ΔD.

Questo ΔD è l’interesse o la parte del profitto medio che non rimane nelle mani del capitalista operante, ma tocca al capitalista monetario.

Osserviamo la differenza tra la alienazione di una merce e quella di un capitale produttivo di interesse. Il capitalista monetario aliena di fatto un valore d’uso e, in tal modo ciò che egli cede è ceduto come merce. Sotto questo riguardo l’analogia con la merce come tale è completa. Una differenza sorge dalla considerazione che nell’operazione di prestito il capitalista monetario dà via un valore che però è legalmente garantito dal futuro rimborso; per la merce invece lo stesso valore rimane nelle mani tanto del compratore come del venditore, evidentemente in forma diversa, merce o denaro. Nell’atto del prestito riceve valore solo una delle due parti, ed un effettivo valore d’uso viene alienato da una parte ed utilizzato dall’altra.

Il capitale monetario non è che una somma di denaro o il valore di una determinata massa di merci fissata come somma di denaro. Se una merce è ceduta in prestito come capitale essa non è che forma mediata di una somma di denaro.

Il proseguimento dell’analisi dell’interesse affronterà la definizione di prezzo del capitale. Occorre riferirsi al capitale come somma di denaro anche se non come moneta corrente. È intanto evidente che una somma di valore non può avere altro prezzo oltre al proprio prezzo, espresso nella sua stessa forma monetaria.
 

LA QUESTIONE MILITARE

Il rapporto è iniziato con un breve riassunto delle precedenti esposizioni e del principio base della nostra teoria marxista secondo il quale «La violenza è la levatrice di ogni vecchia società, gravida di una società nuova. Ed è essa stessa un agente economico» (Il Capitale, Libro I, cap 24/6).

L’uso della forza appartiene alla sfera dei modi di produzione, all’economia e non al libero arbitrio delle persone, di capi più o meno spietati, perché in una società divisa in classi, in cui gli uomini sono totalmente dominati dalle forze produttive, nessuna libera scelta di mezzi è ad essi lasciata. Discende dallo sviluppo reale della società ed ha caratteristiche e ruolo ben determinati e che in date condizioni storiche lo rendono inevitabile.

In una prima serie di rapporti abbiamo esposto l’impiego della violenza e delle guerre durante il comunismo primitivo nel trapasso alle società di classe e “l’invenzione” della schiavitù, usata in particolare dalla società greca prima e romana dopo che ne fecero un pilastro economico.

Queste si dotarono di adeguate strutture militari basate sulle falangi, che con continue modifiche sia tecniche sia organizzative, permisero l’affermarsi di queste società. La grande e continua espansione di Roma, il cui esercito era formato inizialmente da cittadini liberi che dovevano abbandonare le loro attività per partecipare agli eventi bellici, mise in crisi i piccoli proprietari di terre e Gaio Mario fu costretto, ancora in epoca repubblicana, a istituire l’esercito professionale permanente regolarmente stipendiato per sopperire ad eserciti sempre più grandi.

Abbiamo riferito sul continuo sviluppo e organizzazione dell’esercito romano da quello della città-stato a quello repubblicano, l’esperienza delle guerre puniche, fino alle legioni dell’età imperiale. Queste non riuscirono ad impedirne il crollo che fu causato da fattori economici legati al sistema del latifondo in agricoltura condotto con lavoro coatto, ad un impero divenuto troppo grande e all’impossibilità pratica di condurre nuove guerre per procurarsi schiavi mentre da Est premevano continue invasioni di nuove popolazioni nomadi e guerriere.

Ci siamo soffermati sulla formazione e la nascita del potere temporale e fondiario della Chiesa di Roma e la gestione del potere fra le due massime potenze medievali, Chiesa ed Impero. Il successivo scontro di questi due poteri si risolse, tranne per l’Italia dove sopravvissero le due entità, nella sottomissione della Chiesa allo Stato in Francia e la formazione delle chiesa nazionale in Inghilterra e in Germania.

In seguito si forma il capitale mercantile dallo scambio su vasta scala delle eccedenze delle prime produzioni artigiane, manifatturiere e quanto si ottiene da viaggi di mercanti in paesi sempre più lontani mentre in periodi di bassi conflitti si possono avviare commerci sicuri.

Questo capitale ha subìto la necessità di una monarchia accentrata e assoluta contro il localismo dei piccoli feudatari che frenano lo sviluppo dei traffici commerciali, quando non usano la rapina dei convogli per arricchirsi, e delle prime attività artigiane. Versailles celebra la definita vittoria dell’unità centrale sulla nobiltà locale e periferica, che ora funge solo come comparsa alla corte del monarca assoluto. In questo ampio scorcio storico si ha un continuo e profondo evolversi della tecnica militare segnata da un poderoso sviluppo tecnico e produttivo. Sostanzialmente la cavalleria pesante e leggera, arma della nobiltà feudale, cede il suo ruolo primario in battaglia alla fanteria, segno della collaborazione in campo delle nuove classi sociali.

Dall’impetuoso scorrere del capitale mercantile nasce una nuova nobiltà: all’antica di origine guerriera, che aveva ottenuto le terre feudali dal re, unico proprietario, come ricompensa o incarico, si affianca, ora che la terra diviene una merce oggetto di compravendita, una nobiltà di origine mercantile che con le sue ricchezze può comprarsi i feudi che il re è costretto a cedere per finanziare le sue guerre e il suo potere. Ben presto le due nobiltà dovranno entrare in conflitto.

Le tecniche militari furono un continuo adeguamento di quelle più antiche secondo le nuove armi che davano un vantaggio relativo che presto perdevano.

A corredo di questi primi capitoli della relazione è stato presentato un approfondimento sulle origini e sviluppo delle prime forme statali in Cina, organizzate sotto un’efficiente unità centrale con una struttura economica e sociale che presenta alcune affinità, pur nella sua specificità, ad alcune forme che molti secoli dopo in Europa furono proprie della società feudale.

Il nuovo capitolo del rapporto iniziava con le prime espressioni della borghesia e del nascente proletariato negli embrioni di capitalismo nell’Italia nel 13° secolo e il suo prolungamento nei Comuni cittadini dove il mercantilismo crea la base di una prima forma di produzione capitalista con le seguenti caratteristiche: 1) il capitale accumulato in Italia poggiava, prima che sul commercio, sulla grande proprietà fondiaria che controllava l’approvvigionamento delle città ed era esportatrice di derrate alimentari; 2) le ricchezze monetarie così accumulate si riversavano in una piccola industria, soprattutto tessile, che attingeva le sue materie prime prevalentemente dal Nord Europa (Inghilterra per la lana, Fiandra per il lino e per le tele grezze da trasformare e tingere), ed era quindi vitalmente legata al mercato internazionale sul quale tornavano i suoi prodotti finiti; 3) contrariamente agli artigiani, gli operai non lavoravano per una clientela diretta ma per dei mercanti imprenditori che possedevano gli strumenti di lavoro, disponevano del monopolio del lavoro salariato, fissavano arbitrariamente i salari ed i fitti, escludevano gli operai da ogni partecipazione alla vita politica, negavano loro il diritto di coalizione, colpivano di pena di morte lo sciopero.

Nell’impossibilità di migliorare le loro condizioni di vita con metodi incruenti gli operai ricorrevano spesso alla violenza, di cui è segnata tutta la storia dei Comuni italiani. Abbiamo qui, in piccolo, una prefigurazione di quelle che saranno le condizioni invarianti di vita e di lotta del proletariato moderno.

Il capitalismo mercantile prosegue la sua marcia in Inghilterra mentre il suo sviluppo si blocca in Italia e Fiandra per cause storiche ed economiche. La Guerra dei Cent’anni e la peste che spopolò da sola mezza Europa impediscono il rimborso delle gigantesche somme prese a prestito dai banchieri italiani, che quindi in gran parte falliscono, e chiudono ai mercanti lo sbocco sul mercato inglese. Analogo effetto hanno le lotte tra Papato e Impero e l’avanzata dei turchi e dei magiari in Oriente.

L’asse dello sviluppo economico e sociale si sposta quindi verso il Centro Europa, dove sulla base del capitale mercantile divampa la lotta contro il feudalesimo: è quello la forza sociale che dirige i moti delle città e delle campagne contro i signori feudali. La lotta rivoluzionaria dei contadini segue e si conforma al grado di sviluppo sociale dei singoli paesi a seconda che la sua azione si fondi sul lotto di proprietà privata che cerca di difendere contro le ingerenze della gerarchia feudale accaparratrice delle terre comunali, come fu in Svizzera, Inghilterra e Francia o invece sulla proprietà comune del suolo che cerca di mantenere contro le usurpazioni dei feudatari, come invece fu in Germania e in Russia. Si è esposto sinteticamente ma in modo compiuto di questi cinque diversi Paesi ed in modo particolare sulla guerra dei contadini in Germania e del suo profondo seguito fino alle guerre napoleoniche.

Di seguito si è passati all’importante capitolo dedicato agli scontri di masse armate nella tempesta della Grande Rivoluzione, d’impeto tutt’ora impareggiato e che sconvolse il mondo e che sarà oscurata solo dal futuro insorgere comunista e internazionale della classe operaia.

Nella Francia del XVIII secolo erano giunte a maturazione le contraddizioni che nei secoli precedenti si erano accumulate fra le forze produttive in sviluppo e tutto l’apparato giuridico e politico feudale. I reciproci effetti della rivoluzione agricola sull’industria e della rivoluzione industriale sull’agricoltura, e la trasformazione del capitale mercantile in capitale industriale e agrario, avevano già talmente trasformato la realtà economica che le vecchie sovrastrutture non le corrispondevano più, anzi impedivano la definitiva liberazione delle forze produttive.

La fondamentale condizione per tale emancipazione era la completa libertà di commercio della terra. In Marx: «Gli uomini hanno spesso fatto dell’uomo stesso, nella figura dello schiavo, il materiale originario del denaro, ma non lo hanno fatto mai della terra. Questa idea poteva affiorare soltanto in una società borghese già perfezionata; essa data dall’ultimo trentennio del XVII secolo e la sua attuazione su scala nazionale venne tentata soltanto un secolo più tardi nella rivoluzione borghese dei francesi» (Il Capitale, vol. I).

Il rapporto di forza tra le classi in lotta vedeva il partito della borghesia in testa. La sua fisionomia ed il suo carattere si discostano da quelli dei moderni partiti borghesi: allora era un partito autonomo e sovversivo, che ambiva alla conquista del potere; i partiti di oggi, oltre ad esprimere solo conservazione, ricevono riconoscimento e tutto l’appoggio che necessitano dallo Stato.

Il proletariato è in un primo periodo confuso con le altre classi e appoggia la borghesia contro la monarchia e la reazione feudale; è una forza ancora popolare, uno “stato”, un “ordine” della società. Durante questa fase, di alleanze fra le classi, la sua lotta si confonde con quella di altri gruppi sociali: i contadini, gli artigiani ed altri strati borghesi e piccolo borghesi. È il periodo in cui per la prima volta il lavoro si distacca completamente dalla terra e da tutti gli altri mezzi di produzione.

In un secondo periodo, a fianco della piccola borghesia, spinge la grande borghesia ormai al potere a portare a termine la stessa rivoluzione borghese con le più coraggiose riforme. Infine, in un terzo periodo, quando la grande borghesia si sente pienamente vittoriosa e sicura contro le forze del passato interne ed esterne, il proletariato, ergendosi con Babeuf contro la nuova classe al potere, si rende del tutto autonomo dalle altre classi e si contrappone al nuovo ordine con un’altra lotta e con le sue rivendicazioni storiche. Il proletariato, ricevute le armi dalla borghesia, gliele rivolge contro.

Poiché i proletari si trovano coinvolti nella maggior parte delle lotte rivoluzionarie borghesi, il loro obiettivo segue, in questa fase, il corso sinuoso del movimento borghese. Assistiamo quindi a situazioni storiche che possono sembrare, a chi non abbia una visione chiara del moto della storia, paradossali, ingarbugliate, assurde, perfino “contro natura”.

Gli eventi precipitarono quando, il 27 aprile 1789, a Parigi le truppe spararono sulla folla che protestava per la carestia. Pochi giorni dopo, 5 maggio, con la convocazione degli Stati Generali, un’assemblea consultiva di origine feudale, si aprì la crisi politica. Questa fu sollecitata dagli stessi aristocratici, una “rivoluzione aristocratica” con l’immediato intento di varare una riforma finanziaria per salvare lo Stato dalla bancarotta.

Nessuno dei tre ordini che la componevano in ordine gerarchico: clero, nobiltà e borghesia o terzo stato, dimostrò di avere idee chiare e volontà precisa sul da farsi, e nessuno sospettava nemmeno ciò che riservava l’imminente futuro. Ma gli ordini privilegiati si accorsero da subito che nessuna riforma finanziaria poteva migliorare la situazione ma occorreva cambiare la società dalle sue fondamenta e le discussioni economiche cedettero il passo a quelle costituzionali mentre quelle procedurali sulla maniera di votare portò alla rottura tra le parti. I rappresentanti del terzo stato fanno il primo esperimento del meccanismo democratico e oppongono la votazione per testa a quella per ordine forti di questo rapporto numerico: su 1.039 deputati eletti agli Stati Generali, 291 sono ecclesiastici, 270 nobili e 578 del Terzo Stato.

L’indecisione del Re, favorita dalla disgregazione degli ordini privilegiati, il passaggio dalla parte della borghesia dei rappresentanti del basso clero e di alcuni nobili, come il marchese La Fayette comandante del corpo di spedizione francese inviato in soccorso della rivoluzione anticoloniale e borghese americana nel 1780, portarono già ad un virtuale sdoppiamento del potere con la trasformazione in Costituente dell’Assemblea Nazionale. Il Re prima di capitolare, con un atto di forza, reagiva cercando di esautorare l’Assemblea e ripristinare il pieno assolutismo. Ma grazie al pronto intervento popolare il tentativo fallì e l’Assemblea fu salva.

Conseguenza di questo fatto fu l’immediata creazione della Guardia Nazionale, inizialmente composta da volontari, il cui scopo era la difesa dell’Assemblea da eventuali colpi di Stato monarchici attuati dalla Guardia Regia. Organizzata e comandata da La Fayette fu la prima e immediata struttura armata rivoluzionaria.

L’assalto e la presa della Bastiglia da parte del popolo, il 14 luglio 1789, una fortezza nel cuore di Parigi usata come carcere degli oppositori del Re, fu il primo grande atto di violenza rivoluzionaria. Il suo immediato eco nelle altre città fece insorgere tutta la Francia contro i poteri locali del Re mentre nelle campagne si scatenava la furia della rivolta contadina contro il potere e la classe signorile e contro i castelli e le proprietà terriere di nobili ed ecclesiastici. L’intera nazione ne fu scossa e la “grande paura” che seguì armava la rivoluzione, ovvero le classi oppresse, con le quali le stesse Guardie Regie passavano a far causa comune.

Il potere poteva dirsi ora veramente frantumato, e trasferito per metà in mano alla borghesia. Solo per metà, perché la borghesia non solo non spingeva avanti e subito la rivoluzione e si riappacificava col Re, ma aveva essa stessa paura della violenza scatenatasi dal profondo delle masse contadine ed urbane nelle quali l’odio di classe si era andato accumulando in lunghi secoli di servitù.

A Parigi e nel resto del Paese la borghesia aveva nelle mani i due organi fondamentali del potere: il governo municipale e la Guardia Nazionale. L’Assemblea Costituente non poté che prendere atto della realtà e, soprattutto nel tentativo di fermare la rivolta che si era estesa in pochi giorni in tutta la Francia, fu costretta ad andare incontro alle esigenze dei contadini: nella sola notte del 4 agosto, con una drastica decisione, abolì tutti i diritti ed i privilegi feudali; due settimane dopo nella “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo” consacrava l’ordine borghese, fondato non più sulla nascita e sul sangue ma sul censo. Questo sovvertimento di antiche norme e certezze non fu determinato da un romantico e idealistico amore per una nascente società “naturalmente” democratica; e nemmeno dalle necessità intrinseche dell’impellente sviluppo capitalistico: all’immediato fu soprattutto effetto dalla “grande paura”, così nominata dagli stessi borghesi, prodotta dalla generale e violenta rivolta.

Si conferma così che è la violenza la levatrice di ogni vecchia società, gravida di una società nuova.
 

Errata corrige

Nel numero 327 de “Il Partito”, nel resoconto della scorsa riunione di Sarzana, del rapporto sul Movimento Operaio Americano abbiamo impaginato per errore il riassunto del capitolo 4° e non dell’ultimo esposto, il 6°, che è riprodotto qui sotto. Sull’edizione del giornale che appare nel sito ed è distribuita in forma elettronica, l’errore, come tutti quelli che vengono via via segnalati dai compagni, è già corretto.