Partito Comunista Internazionale
Il Partito Comunista N. 374 - novembre-dicembre 2015
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Indice dei numeri
Numero precedentesuccessivo
organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 Gli imperialismi si schierano: Il Trans-Pacific Partnership - L’imbroglio Volkswagen
– Dopo gli attentati di Parigi: Terrorismo borghese
– Giovedì 29 ottobre: Saluto ai lavoratori della logistica in lotta
PAGINA 2 Rapporti collegati alla riunione generale di Torino - 26-27 settembre [RG123]: I moti insurrezionali in Italia nel primo dopoguerra - La questione militare: le guerre balcaniche 1912-13 - La crisi finanziaria in Cina - Gli attuali flussi migratori verso l’Europa
Per
il sindacato
di classe
La istruttiva storia di una opposizione interna ad un sindacato che si dice di base (Rapporto esposto alla riunone generale del partito a Torino)
– Milano, venerdì 20 novembre, Sciopero generale del Pubblico Impiego
Lotte operaie nel mondo: In Svizzera, Israele, Germania, Stati Uniti
PAGINA 5
Le migrazioni di una classe di senza patria: La dimensione di un esodo incontenibile - La politica europea: le operazioni Mare Nostrum e Triton - La politica europea: la ripartizione delle quote - La speculazione sull’accoglienza
 

 
 
 
PAGINA 1

Gli imperialismi si schierano

Il Trans-Pacific Partnership

Il 5 ottobre scorso, ad Atlanta, Stati Uniti e undici paesi dell’area del Pacifico (Giappone, Singapore, Vietnam, Malaysia, Brunei, Australia, Nuova Zelanda, Cile, Perù, Messico e Canada), che rappresentano il 40% del prodotto mondiale, con un Pil complessivo di circa 28 mila miliardi di dollari, hanno firmato l’accordo detto Trans-Pacific Partnership. Questo, che vide le prime trattative nel 2007, è un accordo economico che tocca vari settori produttivi, dall’agricoltura, all’auto, ai farmaci.

Prevede delle clausole proprio sui brevetti farmaceutici, dove le multinazionali americane, dominanti nel settore, puntavano ad ottenere 12 anni di “protezione”; fra le prime 20 imprese farmaceutiche al mondo 11 sono statunitensi e fatturano circa 130.000 milioni di dollari l’anno. Il compromesso raggiunto da quei vampiri prevede una protezione per i farmaci tra i cinque e gli otto anni. Altre trattative difficili sono state quelle nel settore auto, sui latticini e in generale sulla “proprietà intellettuale”.

Riportiamo da “Il Sole 24 Ore” del 5 ottobre un passo significativo: «L’accordo, dal punto di vista strategico, forgia una nuova alleanza per contenere la crescente influenza economica nella regione della Cina, che è rimasta esclusa dal negoziato ed è impegnata a creare un proprio patto economico asiatico».

Chiarissimo come questa “alleanza” degli imperialismi capeggiata dagli Usa sia proprio in chiave anti-Cina. Riprova ne è il fatto che l’imperialismo cinese, escluso da questa importante fetta di mercato, non sia stato a guardare ma abbia attuato la sua controffensiva. Riporta “Il Fatto Quotidiano”: «All’Apec di Pechino del 2014 la Cina aveva risposto con la proposta di un’area di libero scambio più inclusiva, che comprendesse anche se stessa e la Russia, incassando il sì di tutti, tranne dagli Stati Uniti. Ma da allora non se ne è più sentito parlare. Pechino si è poi sempre più focalizzata sul progetto di Via della Seta, con la neonata Banca Asiatica degli Investimenti e delle Infrastrutture a fare da volano economico. Un istituto finanziario in cui, guarda un po’, non ci sono Stati Uniti e Giappone».

Nell’altro emisfero, nella vecchia Europa, sono in corso i negoziati con gli Usa denominati Ttip, in stallo per una serie di controversie sui prodotti agroalimentari. I “prodotti tipici” sarebbero protetti; ma in questione ci sono gli Ogm; ostili sono gli “ecologisti” e le “sinistre” dei vari paesi europei, ma di fatto «la UE importa ogni anno milioni di tonnellate per mangimi, e si tratta prevalentemente di soia Ogm».

Gli americani mostrano “prudenza” nel concludere entro il 2015, come vorrebbe l’Europa; probabilmente slitteranno di un paio d’anni per dar tempo all’imperialismo USA di imporre i suoi standard.

Insomma si delineano sempre più gli schieramenti e le alleanze, per ora nella guerra di spartizione dei mercati e accaparramento di risorse e materie prime; in un domani non lontano nell’immane terzo massacro mondiale.

Sempre da “Il Sole 24 Ore” leggiamo: «Ne esce più forte l’alleanza tra Usa e Giappone, a pochi giorni da un altro elemento di rafforzamento, l’approvazione di nuove leggi sulla Difesa in Giappone che consentiranno alle Forze di Autodifesa nipponiche di intervenire anche all’estero, in determinate circostanze, a supporto delle forze armate Usa».

La nostra lunga tradizione di comunisti rivoluzionari impone di schierarci al fianco del proletariato di tutti i paesi per condurlo nella sua rivoluzione, che abbatterà questo infame modo di produzione oramai giunto al capolinea da tempo e che attende solo la spallata finale.

L’imbroglio Volkswagen

A tutto si può pensare quando si prende in considerazione “l’affaire” Volkswagen meno che ad una improvvisa scoperta della truffa. Né alla volontà di difendere “l’ambiente”. Nella vicenda ogni aspetto appare finto, freddamente costruito “a tavolino” per altri scopi, che non son certo quelli della “ecologia”.

Lo scandalo accelera; la stessa Casa tedesca si trova costretta ad ammettere che anche le emissioni di anidride carbonica delle sue auto eccedono il dichiarato. Il governo tedesco vacilla, la potentissima storica casa automobilistica, che raggruppa anche i marchi Audi e Skoda, si trova costretta ad accantonamenti miliardari per pararsi dalle richieste di risarcimento, vede abbassarsi il suo “rating” stilato dall’agenzia americana Moody’s (parametro che serve al sistema bancario per erogare finanziamenti), crollare le vendite nei paesi anglosassoni mentre anche sugli altri mercati mondiali vendite e fatturati iniziano a calare.

È un terremoto produttivo, economico e finanziario per un ramo industriale di enormi dimensioni, che era riuscito nella fase più acuta della crisi del settore a mantenere quote significative di mercato e sfidare con successo i produttori americani e dell’Est; anzi a porsi come modello ed esempio di “produzione di élite” e indiscussa qualità costruttiva. La produzione di autoveicoli, commerciali e privati è un asse portante della produzione industriale mondiale.

Tutte le tipologie di motori a combustione interna sono sostanzialmente derivate dalle invenzioni di fine ‘800. La tecnologia ha fatto progressi sulle altre componenti dell’autoveicolo, ma il cuore, il dispendiosissimo motore a combustione interna, rimane con i limiti originali. Malgrado tutte le migliorie in un secolo di sviluppo, le innovazioni dei materiali, l’affidabilità delle diverse componenti, l’utilizzo di carburanti con caratteristiche più o meno “verdi”, concettualmente la sua struttura rimane la stessa, e la diminuzione delle sostanze “inquinanti” – qualunque cosa ciò significhi di fronte alla follia produttiva del sistema del profitto che impesta il mondo intero con gli scarti del suo incessante produrre – non superano qualche decina percentuale.

Magari gli ingenui sognatori del capitalismo “dal volto umano” e razionale possono pensare che il futuro “non inquinante” dell’autotrasporto – individuale, ben s’intende! – sia magari nella trazione elettrica, ma viene da domandarsi come questa possa venir prodotta in modalità “verde” per la ricarica delle batterie. Le bugie, le baggianate in questo campo si sprecano, per il solo uso della istupidita pubblica opinione. Basta rilevare che le stesse denunce alla Volkswagen sarebbero sicuramente da ribaltare su tutte le altre Case produttrici.

Disquisire sul valore etico delle dichiarazioni truffaldine, sui trucchi per fare rientrare i valori nei parametri dichiarati a noi comunisti non interessa nulla; e del resto stimiamo il capitalismo il sistema produttivo che per eccellenza si basa sulla truffa e sull’inganno, il fondamento di ogni “sana” concorrenza, quindi non diamo nessun valore agli scontri che si svolgono sul piano fittizio dell’ “etica”.

Allora si possono ipotizzare il o i motivi di questo attacco ad un gigante produttivo europeo, attacco che, rivolto ad una potenza industriale e commerciale di quelle dimensioni, si devono traslare direttamente alla stessa Germania.

In primis spiegare semplicemente questo “scandalo” come un episodio nel puro campo del commercio internazionale appare non sostenibile. Indubbiamente è un mercato colpito dalla crisi capitalistica. La Cina si conferma come il primo produttore al mondo, e l’Asia da sola quota oltre la metà della produzione mondiale, circa 40 milioni di auto; il Giappone supera (anno 2014) gli 8 milioni. La Germania è il terzo produttore mondiale, dopo Cina e Giappone. Degli altri produttori europei si può fare a meno di parlare: l’Italia è ormai superata anche dalla Repubblica Ceca. Negli Stati Uniti la produzione interna complessiva è inferiore alle immatricolazioni. Come vendite il gruppo Volkswagen è al secondo posto nel mondo dopo Toyota.

È alla luce di queste considerazioni che si evidenzia come l’attacco arrivato dagli USA non sia un semplice episodio di guerra commerciale, una concorrenza, sia pure scatenata con mezzi “non convenzionali”, ma sia da riferire al quadro generale che nella presente fase storica di lunghissima crisi acutizza lo scontro politico tra gli Stati imperialisti. L’attacco si rivolge allo Stato tedesco per interposta Volkswagen.

Su questo piano si possono trovare molte motivazioni che spaziano dalle posizioni in politica internazionale che contrastano nella sostanza le iniziative statunitensi in Medio Oriente e relative alle sanzioni alla Russia mai applicate sul serio, al potenziale economico che la impone come leader nella Comunità europea non allineata alle iniziative americane, alla sua aperta opposizione agli accordi TTIP che condiziona gli altri Stati membri, alla politica monetaria della Bundesbank che sta entrando in collisione con quella della FED, e via enumerando. Queste cause specifiche di frizione e scontro sono espressione di un unico formidabile processo in atto tra gli Stati, che si sta sviluppando a ritmi sempre più accelerati nel senso della storica evoluzione degli imperialismi verso lo scontro diretto.

La Germania è stata dal dopoguerra in poi un alleato occidentale su cui contare per il controllo dell’Unione Sovietica. Il suo peso e il ruolo che ha giocato sono però lentamente cambiati dall’unificazione Ovest-Est, fino allo spazio di autonomia attuale e di guida nell’Europa. Sebbene membro della Nato, sebbene formalmente tutta nel campo occidentale, è uno Stato che si va distaccando da un blocco geopolitico che mostra già molte vistose crepe.

Se con la Russia, che tenta di riproporsi con forza sullo scacchiere mondiale, gli Stati Uniti hanno potuto operare direttamente con strumenti economici palesi, oltre che con esibizione di forza militare, costringendo gli altri riottosi o rinunciatari Stati europei ad adeguarsi, per la Germania i tempi non sono ancora maturi per simili iniziative. Né del resto lo Stato tedesco si è mai posto in modo aperto contro gli alleati imperialisti di un tempo, quando i loro capitali costituirono la base per la rinascita della nazione. Ecco quindi gli avvisi obliqui, le dure pressioni indirette, le sanzioni non apertamente comminate: per ora un avviso che mette in crisi la maggior industria del Paese. Una pratica già nota e sperimentata nella storia degli scontri tra gli Stati.

In quasi otto anni di fasi più intense e di temporanei allentamenti, la crisi del capitalismo sta portando in modo lento ma costante a questo esito, previsto ed anticipato dalla nostra dottrina.

Sono queste indicazioni forti che non devono essere trascurate o sottovalutate dal Partito, anche se le condizioni generali del movimento rivoluzionario sono ad un livello minimo. Ma la Storia opera per la nostra parte.

 

 

 

 



Dopo gli attentati di Parigi
Terrorismo borghese

No, non è una guerra. È la sua preparazione, mentre i grandi Stati di America, di Europa, di Russia e dell’Asia stanno già scaldando i motori. Sia il “terrorismo” sia la “guerra al terrorismo” rappresentano l’anticipo della guerra in arrivo.

Non è la guerra dello Stato Islamico contro l’Occidente. È la guerra degli imperialismi fra di loro. Se gli esecutori di questo ennesimo atto di terrore sono giovani portati al fanatismo, i mandanti si trovano nei palazzi del potere delle potenze statali di tutto il mondo.

Lo Stato Islamico non è espressione del­le classi diseredate dei paesi arabi e non ne difende gli interessi. Nemmeno rappre­sen­ta la forza armata di borghesie nazionali arabe desiderose di affrancarsi dall’oppressione straniera, ex-coloniale o imperialista.

La sua forza sta in chi lo dirige dall’esterno. Sono truppe mercenarie cui fa comodo nascondere il loro mestiere dietro le fumisterie della religione. I loro finanziatori diretti sono alcune delle petro-monarchie del Golfo, in lotta fra di loro, e discreto protettore è il fronte imperialista attualmente dietro agli Usa, che li arma e li fa combattere, o li combatte, secondo i colossali interessi di tutti i capitalismi, strangolati dalla crisi economica della quale non vedono la fine.

La propaganda borghese capovolge la verità: nei paesi arabi la finta rivoluzione islamica nasconde dietro una profonda coltre ideologica solo la reazione delle classi dominanti, borghesi e fondiarie, e le sue prime vittime sono i proletari di quei paesi. Le quotidiane bombe nelle piazze e nei mercati di Baghdad, Aleppo, Islamabad, Beirut, Damasco, Kabul, Tripoli, Istanbul hanno segno antiproletario e di guerra fra bande borghesi.

I comunisti non danno un giudizio morale della guerra e delle sue atrocità e sanno che la violenza è connaturata alle società di classe, fondate esclusivamente sulla forza di dominio e sul terrore, anche quando non c’è bisogno di impiegarlo e basta la minaccia. Il terrorismo è uno strumento di guerra, che può essere usato fra gli Stati come fra le classi. Questo è terrorismo usato da alcuni Stati borghesi contro altri. E di tutti contro la classe operaia internazionale, per dividerla secondo artificiali barriere ideologiche e per impedire che unita possa rialzare la testa. Lo “stragismo” lo conosciamo fin troppo bene. Sono avvertimenti e segnali che quasi da mezzo secolo, anche in Europa, periodicamente le borghesie ritengono utile lanciarsi a vicenda. Incisi ovviamente sulla pelle dei proletari.

Qualche centinaio di morti non sono niente per la mostruosa società del capitale. Il dio del profitto richiede ben altri sacrifici umani. Il militarismo è l’unico vero volto della società del Capitale, in particolare delle imperialiste democrazie occidentali che parlano di pace ma stanno preparando il nuovo macello mondiale. Una guerra, costruita, alimentata e voluta per la sopravvivenza del Capitale, a costo di milioni di vite proletarie.

Le classi dominanti approfittano di ogni pretesto e di ogni emozione popolare per sottomettere alla loro disciplina la classe operaia, per terrorizzarla, stringerla fra la minaccia della violenza straniera e quella che la borghesia esercita direttamente, e sempre più rafforza.

I comunisti quindi si tengono lontano da ogni condanna astratta della violenza, da ogni avvicinamento alla falsa pietà ed indignazione dei borghesi, e da ogni manifestazione di solidarietà con gli Stati e con i borghesi, prima di tutti quelli dei loro paesi.

La prolungata agonia della società del capitale scatenerà una serie inimmaginabile di orrori e di menzogne, ben oltre quelli della prima e della seconda guerra mondiale. A questi la classe operaia, e prima di essa il suo partito comunista, devono essere preparati per mantenere inflessibile, contro tutti e contro tutto, la linea diritta, prima verso le verità della scienza di classe, poi, sola, nell’azione contro tutti i nemici.

Il capitalismo non morirà se non di morte violenta per mano del proletariato comunista. L’unica “guerra al terrorismo” possibile è quella contro questo barbaro sistema sociale, quindi l’unica che ha per scopo finale la rivoluzione comunista.

Chi invece accetta il capitalismo, in ogni sua forma e in ogni sua mascheratura, è costretto ad accettare i suoi terrorismi oggi e sarà costretto domani a subire la sua guerra.

 

 

 

 


Giovedì 29 ottobre
Saluto ai lavoratori della logistica in lotta

Di seguito riportiamo il nostro saluto ai lavoratori della logistica per lo sciopero nazionale del 29/30 ottobre scorso, organizzato da SI Cobas e ADL Cobas per il rinnovo del CCNL trasporti merci e logistica. È stato il quinto sciopero generale della categoria in tre anni: a marzo e luglio nel 2013; a febbraio e ad ottobre nel 2014.

Lo sciopero è stato a sostegno della piattaforma del SI Cobas per il rinnovo del contratto nazionale. Piattaforma positiva che, fra altri punti, rivendica: il superamento della figura di socio-lavoratore nelle cooperative, una clausola di salvaguardia nei cambi di appalto, la riduzione dell’orario di lavoro a 37,5 ore settimanali a parità di salario.

Lo sciopero in linea generale è andato bene, anche meglio dei precedenti, già riusciti. È stato ben preparato a Bologna da una quarantina di assemblee, col risultato del blocco dell’intero Interporto da parte di un corteo di circa 600 operai. Al lato opposto, a Torino lo sciopero alla Safim di None, forse perché è mancata un’assemblea che verificasse la disponibilità dei lavoratori alla lotta, nonostante il SI Cobas sia il primo sindacato nell’azienda di circa 120 operai, la maggioranza degli iscritti non ha aderito e il padrone ne ha subito approfittato sospendendo per alcuni giorni il gruppo minoritario degli scioperanti.

Lo sciopero è riuscito a Milano (Bartolini, Dhl, Sda, Chateaux dax, Ortofin), Brescia (Tnt, Sda, Gls) Pavia (Dico), Bergamo (Sda, Tnt, Dhl), Piacenza, Verona, Vicenza, Treviso, Udine, Padova (Interporto, Bartolini, Artoni), Cesena (Aster coop), Modena (Alcar uno, Global carni, cooperativa Alba), Ancona (Tnt, Bartolini), Roma (Magazzini Logistica, Fercam), Napoli (Tnt). Per la prima volta ha coinvolto Parma, col blocco dell’Interporto, Genova (Bartolini), Prato (Interporto, Fercam, Susa) e Novara (Dhl).

Un primo risultato dello sciopero è stato che le quattro committenti (Tnt, Gls, Dhl, Brt), che occupano più del 50% del mercato, con le quali SI Cobas e ADL Cobas avevano conquistato un accordo quadro nazionale di secondo livello, hanno proposto di incontrarsi coi due sindacati per discutere della piattaforma e alla riunione sarà presente come osservatore anche la Fedit, il maggiore sindacato padronale della categoria.

A Genova i nostri compagni hanno partecipato al primo sciopero del SI Cobas in città, alla Bartolini di Fegino, in cui un gruppo di una quarantina di lavoratori esterni (autisti, ospedalieri, comunali, vigili del fuoco e altri) che ha dato sostegno al gruppo minoritario di iscritti in azienda, da tempo sottoposti a discriminazioni di vario genere. Il picchetto ha bloccato l’ingresso dei camion dalle ore ventitré alle quattro del mattino. Lo sciopero, oltre a ottenere un incontro subito l’indomani, e poco dopo l’immediato versamento della liquidazione ancora dovuta ai lavoratori iscritti al SI Cobas, ha dato una dimostrazione alla maggioranza degli operai di come il sindacato sia una forza reale, pronta a dispiegarsi a difesa dei suoi iscritti. Nei giorni successivi i nostri compagni hanno contribuito a redarre un comunicato a firma “Lavoratori Solidali”, per propagandare l’episodio di lotta e rafforzare la solidarietà operaia in vista delle prossime battaglie.

* * *

Il nostro partito saluta i lavoratori della logistica che da questa notte scenderanno in sciopero organizzati dal SI Cobas e dall’ADL Cobas: è il quinto sciopero generale promosso da questi due sindacati.

In cinque anni di esistenza il SI Cobas è cresciuto sull’onda di battaglie operaie finalmente condotte coi metodi della lotta di classe: scioperi a sorpresa, a oltranza, con picchetti che bloccano merci e crumiri, fronteggiando le forze dell’ordine, scontrandosi coi crumiri organizzati dai padroni e anche dai sindacati di regime. Gli operai delle diverse aziende si aiutano reciprocamente nei picchetti spezzando così l’aziendalismo e rafforzando l’unità di classe. Ai licenziamenti per ritorsione agli scioperi non si risponde col piagnisteo democratico per i diritti lesi ma con la lotta e l’organizzazione, tornando a bloccare i cancelli e dando sostegno agli operai con una cassa di resistenza. In questo modo molti dei lavoratori licenziati, invece di allontanarsi dal sindacato, si sono legati ad esso in modo ancor più stretto.

Questi metodi di lotta non sono solo giusti, in quanto in armonia con la rabbia operaia, alimentata dallo sfruttamento che è connaturato alla società del Capitale. Sono anche vincenti, infatti vi hanno portato, a voi che siete una delle categorie più sfruttate, consistenti miglioramenti, mentre le condizioni delle altre categorie di lavoratori, molto spesso ancora succubi del sindacalismo collaborazionista, continuano a peggiorare.

È sulla scorta di queste vittorie che il SI Cobas è cresciuto, conquistando magazzino dopo magazzino, ed è riuscito a far salire la battaglia sindacale dal livello locale a quello nazionale, con lotte in interi gruppi aziendali (Sda, Gls, Dhl, Tnt, Brt) e nella categoria.

Con questo nuovo sciopero generale il SI Cobas e l’ADL Cobas tentano di imporre ai padroni del settore una trattativa sulla base della propria piattaforma. Al di sopra dell’ambizioso obiettivo, la scesa in lotta dei lavoratori di tutte le aziende in cui SI Cobas e ADL Cobas sono presenti è una vittoria in sé, un’azione che rafforza l’unità di classe e il sindacato.

* * *

La strada è ancora lunga. Il SI Cobas è una giovane pianta che il padronato non vede l’ora di sradicare. Perché ciò non accada devono crescere ancora le sue radici, dentro e fuori la logistica. Deve formarsi una leva di militanti operai che rafforzi la struttura del sindacato. Deve continuare il lavoro per convincere i lavoratori a superare ogni forma di aziendalismo, attraverso le lotte comuni tra più aziende, il sostegno reciproco nei picchetti, la convocazione di tutti i delegati e gli iscritti alle riunioni territoriali. Deve continuare senza tentennamenti il cammino fin qui percorso che ha portato in pochi anni allo sviluppo di una embrionale organizzazione e di un movimento di lotta riconosciuto e rispettato. Questo cammino, il cammino della ripresa della lotta sindacale di classe a livello nazionale, è ancora lungo ma i suoi tempi di sviluppo vanno rispettati senza cercare scorciatoie che rischierebbero di snaturarlo. Lo sviluppo di un movimento sindacale di classe e quello di un vero partito comunista non possono che giovare l’uno all’altro, nel rispetto reciproco delle differenti funzioni.

* * *

Per questo noi comunisti chiamiamo i proletari alla milizia nelle nostre file e lavoriamo con i nostri militanti operai nelle organizzazioni sindacali di classe per il loro sviluppo e allargamento, battendoci contro ogni tentativo di corromperle o di spezzarle messo in atto dall’opportunismo politico e sindacale e dallo Stato borghese.

VIVA LO SCIOPERO GENERALE DEI LAVORATORI DELLA LOGISTICA !
PER IL RAFFORZAMENTO DEL SI COBAS E LA RINASCITA DI UNA CONFEDERAZIONE SINDACALE DI CLASSE!
PER LA MILIZIA NEL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE !

 

 

 

 

 

PAGINA 2


Rapporti collegati alla riunione generale di Torino
26-27 settembre 2015
[RG123]

I moti insurrezionali in Italia nel primo dopoguerra
La questione militare: le guerre balcaniche 1912-13 [ resoconto esteso ]
La crisi finanziaria in Cina
Gli attuali flussi migratori verso l’Europa: cap. 3
La successione dei modi di produzione: variante antico-classica, Grecia [ resoconto esteso ]
Storia dell’India: il conflitto fra le potenze coloniali nel 18° secolo
Il concetto di dittatura prima di Marx: Massimiliano Robespierre
Attività sindacale [ resoconto esteso ]
Storia del movimento operaio in Irlanda: dal 1907 al 1912


Noi comunisti internazionalisti ci siamo convocati a Torino nei giorni 26 e 27 settembre per la riunione di lavoro del partito.

Molto opportunamente era stato prenotato un albergo con annessa sala per le sedute, il che ci ha permesso di utilizzare appieno tutte le ore disponibili, grazie anche alla puntualità e alla attiva disciplina di tutti, nell’esprimersi e nell’ascoltare.

Come di consueto abbiamo dedicato il sabato mattina al coordinamento dei numerosi compiti cui attendiamo, con l’impegno di diversi compagni, messo a punto il piano degli studi da proseguire o intraprendere e riferito dei risultati delle nostre iniziative di propaganda.

Ci sforziamo di mantenere raccordato il passato della nostra tradizione, di scienza sociale e di battaglia rivoluzionaria, con un difficile presente che, sappiamo, solo quell’organismo del tutto particolare ed unico nella presente società che è il partito comunista è in grado di decifrare e prevederne quei necessari sviluppi che gli permetteranno domani anche di intervenirvi come fattore attivo.

In particolare importante è il riscontro delle nostre valutazioni e delle indicazioni che già oggi diamo ai lavoratori, dove e quando si pongono sul piano della lotta di classe: una verifica continua che non attendiamo tanto dal giudizio dei lavoratori medesimi ma dallo studio attento del divenire del rapporto di forza fra le classi.

Qui, per informazione agli assenti e per promemoria ai presenti, diamo un primo riassunto dei rapporti esposti, che, anche quando risultato del lavoro di singoli compagni, vanno intesi espressione impersonale e collettiva tanto della attuale nostra compagine militante nel suo insieme, quanto di una ormai antica scuola, che è allo stesso tempo passione, scienza e metodo comunista.

 

I moti insurrezionali in Italia nel primo dopoguerra

Se fino al gennaio 1921 i massimalisti avevano giocato a fare i rivoluzionari (beninteso, solo a parole!), passato Livorno non ebbero più motivo di mascherare la loro funzione di disarmo e disgregazione del proletariato. Dopo avere predicato di inevitabilità della rivoluzione, di abbattimento violento dello Stato borghese, di formazione ed organizzazione dell’esercito rosso, ora confessavano la loro impotenza e resa di fronte alla reazione borghese. Cosa che, in altri termini, rappresentava collaborazione di classe a fini controrivoluzionari.

Così, appena sei mesi dopo il congresso di Livorno, il 3 agosto veniva firmato il famigerato “Patto di tregua” con i fascisti.

Dagli interventi parlamentari di Mussolini e dei parlamentari socialisti, dei quali sono state lette ampie citazioni, si capisce come i contatti e gli abboccamenti tra socialisti e fascisti, sia segreti sia palesi, non avessero il solo scopo della “pacificazione degli animi”, del ritorno alla “normale vita democratica”, ossia al mantenimento del regime di oppressione capitalista, ma miravano addirittura ad una partecipazione congiunta al governo.

Ora che il Partito Socialista aveva abiurato la lotta di classe, non solo nei fatti ma anche a parole, i fascisti potevano essere soddisfatti e dichiararsi pronti a far parte di un governo di coalizione social-popolar-fascista; e potevano, nell’eventualità di un governo a direzione socialista, proporre la disponibilità a mettere la loro organizzazione armata alle dipendenze di detto governo contro il pericolo rivoluzionario.

Sotto gli auspici del presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi e del presidente della Camera Enrico De Nicola, il 3 agosto 1921 era firmato il cosiddetto Patto di Tregua tra i rappresentanti del fascismo, del Partito Socialista e della Confederazione Generale del Lavoro. Mussolini, l’espulso per indegnità politica e morale nella memorabile riunione del novembre 1914, ora sedeva da pari con il segretario del Partito Socialista, con i rappresentanti del gruppo parlamentare e del sindacato. Nella bella compagnia di rinnegati si ritrovavano Bonomi, l’espulso da Mussolini nel 1912; Mussolini espulso nel 1914 e Bacci segretario del partito che lo aveva messo alla porta.

Attraverso quella che fu chiamata “pacificazione degli animi”, socialisti, dirigenti sindacali e fascisti dichiaravano di abbandonare ogni reciproca animosità per combattere uniti contro i veri nemici del paese: farla cioè finita con i comunisti. Infatti, riferito ai comunisti, Bonomi aveva dichiarato: «Cerchiamo di isolarli e poi tutti insieme premeremo su di loro». In molte parti d’Italia vennero formate commissioni miste social-fasciste che lanciavano manifesti congiunti “contro la violenza comunista” e che denunciavano per nome coloro che avevano aderito al partito comunista. Da parte sua la Confederazione Generale del Lavoro espelleva i comunisti dai sindacati. Nel corso del rapporto sono stati illustrati alcuni esempi del connubio tra socialisti e fascisti sufficienti a rendere l’idea di quella caccia al comunista che si scatenò.

Certamente questo non sconvolgeva i comunisti che il 31 luglio sull’organo centrale del partito, “Il Comunista”, avevano scritto: «Che i comunisti siano perseguitati e colpiti è un fatto di logica ferrea e stringente, per fascisti e socialisti». Con molta chiarezza il PCd’I già il 13 febbraio aveva affermato: «Fin da oggi facciamo comprendere al proletariato italiano la necessità di combattere fascisti e socialisti, i difensori di oggi e di domani della classe borghese, gli antilegalitari di oggi ed i legalitari di domani in casacche di guardie gialle». Ed ancora: «La guerra al comunismo, da parte della coalizione socialfascista, è virtualmente dichiarata. Attendiamo l’ultimatum? Macché! Noi non abbiamo nulla da attendere. Combattiamo socialisti italiani e borghesia coalizzati da parecchi mesi [...] Il fascismo, cioè la borghesia, ha vinto. E noi siamo soli, contro le forze dello Stato, contro l’armamento della classe avversa, contro il socialismo passato al nemico. Viva il Comunismo! Viva la Rivoluzione proletaria! Abbasso i rinnegati, i mercantucci da piccolo ghetto!» (“Il Comunista”, 10 luglio).

Tutta la stampa italiana gioì di fronte al ripudio ed alla sconfessione della lotta di classe fatta dal PSI. Ma dai giornali borghesi traspariva una certa preoccupazione dovuta al fatto che il partito comunista ne avrebbe approfittato per allargare la propria influenza fra i lavoratori e per inquadrare nel suo indirizzo programmatico le azioni spontanee della classe. Questa preoccupazione non era ingiustificata se si pensa che ancora nel 1925, “III anno dell’Era fascista”, Giolitti era costretto a scrivere: «Quello che è evidente è l’aumento del comunismo, poiché la francescana rassegnazione dei socialisti non ha presa sulle masse, lo si è visto nelle votazioni fra operai a Torino» (in una lettera del 14 aprile).

Di fronte al giudizio del proletariato, che giustamente considerò l’adesione socialista al patto di pacificazione un palese tradimento, il PSI tentò di giustificarsi in una maniera molto goffa. L’ “Avanti!” del 4 agosto dichiarava che nemmeno a loro gli accordi firmati soddisfacevano, e che il PSI non aveva ammainato le proprie bandiere ma aveva mantenuto i suoi caratteri distintivi. Terminava con questa affermazione: «Il socialismo resta il socialismo allo stesso modo che il fascismo resta il fascismo». La verità era racchiusa in questa frase: Il socialismo restava socialismo: imbelle, pacifista, antiproletario. Il fascismo restava fascismo, e non cessò mai di scatenare la più brutale violenza contro il proletariato e le sue organizzazioni.

Il Partito Socialista ripudiava la lotta armata non allo scopo di salvare il proletariato dalla violenza borghese, ma perché, essendogli il concetto di violenza rivoluzionaria del tutto estraneo, l’unica arma sulla quale puntava era quella della scheda. I proletari erano bastonati, banditi, uccisi; devastate ed incendiate le sedi dei partiti, delle Camere del Lavoro, dei giornali, delle cooperative e delle Case del Popolo. Poco importa, si trattava di fenomeni passeggeri, i socialisti confidavano nella “trasformazione cerebrale degli uomini”. Il non partecipare alle elezioni, quello sì che sarebbe stato un disastro per il Partito Socialista! I socialisti puntarono sulle elezioni, e “vinsero”: il PSI risultò ancora il primo partito con 123 eletti, ed esultò per la vittoria schedaiola. I fascisti, grazie all’ospitalità all’interno del Blocco Nazionale, poterono mandare in Parlamento 35 deputati, un numero risibile rispetto alla marea socialista. Con la differenza che i fascisti facevano poco conto sui risultati elettorali.

Mentre il Partito Socialista firmava il patto di pacificazione con i fascisti, una delegazione composta da Lazzari, Maffi e Riboldi era stata inviata a Mosca a giurare di fronte a Lenin ed ai dirigenti del Comintern che il PSI era sulle posizioni dell’Internazionale.

Scriveva “Rassegna Comunista” del 15 luglio: «Le brillanti esperienze che sulla funzione del “centrismo” presenta il partito socialdemocratico italiano dimostrano che si può nello stesso tempo promettere a Lenin per mezzo di una delegazione di accettare i canoni della azione rivoluzionaria contro la borghesia, e impegnarsi coi capi “bianchi” delle brigantesche bande del terrore borghese ad un disarmo definitivo che ha il valore di una complicità insuperabilmente vile e turpe (...) Il Gruppo parlamentare comunista, in conformità ed in consonanza con le dichiarazioni da tempo pubblicate dal Comitato esecutivo del Partito Comunista d’Italia, non partecipa alle trattative». Questo è quanto venne risposto al presidente della Camera che aveva invitato il PCd’I a prendere parte alle trattative per la Pacificazione.

Chiudiamo questo riassunto con una citazione tratta da “Il Comunista” del 14 agosto: «Intorno al tavolo di De Nicola [...] vi fu un assente lontano. È questo assente che oggi diviene il perno della attività rivoluzionaria del proletariato italiano, ed il bersaglio della legge punitiva dello Stato borghese rafforzata dal richiamo solidale di tutti i partiti politici. Noi siamo l’Assente: il Partito Comunista. Siamo stati isolati perché volemmo isolarci. E non siamo in istupore [...] Gli articoli di Mussolini ed i comunicati di cui sopra [di PSI e CGL, n.d.r.] si integrano e si completano. Il concetto inspiratore degli appelli alle masse od... alle autorità politiche è in ciò: il patto firmato a Roma impegna i partiti alla pacificazione ed al disarmo. Qui... è l’errore. Ce ne duole per il signor Bonomi e per i suoi prefetti, ma noi abbiamo fatto a meno di recarci a Roma non già per evitare la noia o la spesa di un viaggio, bensì perché sappiamo che le classi né oggi né domani né mai potranno conciliarsi e pacificarsi, e che l’illusione di una tregua nella guerra di classe toglie al partito politico della classe lavoratrice il diritto di condurre il proletariato alla rivoluzione».

 

La questione militare: le guerre balcaniche 1912-13

La rapida e facile vittoria dell’esercito italiano su quello turco nella appena ultimata guerra di Libia dette l’occasione ai paesi balcanici, volti a raggiungere le loro storiche dimensioni territoriali, di tentare un decisivo attacco al traballante Impero ottomano che ancora a vario titolo manteneva il controllo in Europa di una vasta area balcanica.

Questo sullo sfondo di una mai risolta Questione Orientale, caratterizzata principalmente dal mantenere la Russia lontana dal Mediterraneo e dall’erosione dei territori europei ancora ottomani, col progressivo disfarsi della spartizione dell’area avvenuta tra le grandi potenze europee al Congresso di Berlino del 1878, a cui erano seguiti parziali ritocchi, fino a quelli a seguito della guerra greco-turca del 1897.

Nel frattempo si erano costituiti due blocchi di alleanze tra le grandi potenze: la Triplice Intesa tra Francia, Inghilterra e Russia e la triplice Alleanza tra Germania, Austria-Ungheria e Italia; entrambi i gruppi al momento non intendevano mutare lo status quo fra gli Stati dei Balcani, coi quali avevano separati accordi e alleanze militari.

Le due crisi marocchine del 1905 e del 1911 tra Francia e Germania mostrarono che era prevedibile a breve uno scontro diretto tra i due Stati, che avrebbe coinvolto le rispettive alleanze, soprattutto visto l’intenso e rapido programma di armamento attivato dalla Germania. Un diretto coinvolgimento di Germania e Francia a favore dei rispettivi alleati balcanici avrebbe sconvolto i piani degli altri imperialismi. Tra questi la Russia, la quale, dopo la dura sconfitta nella guerra russo giapponese del 1904/5, era la più esposta, con un esercito ancora in fase di ammodernamento.

Mentre le potenze cercavano mediazioni sul piano diplomatico, compresa l’offerta estorta al sultano di concedere l’indipendenza all’Albania, gli Stati balcanici si dotarono di una serie di trattati militari bilaterali, denominati Lega Balcanica, senza che vi fosse però un accordo unico condiviso. Il più importante fu quello tra Serbia e Bulgaria, i paesi più sviluppati, forti, agguerriti e determinati ad ampliare i loro territori. In particolare la Serbia pretendeva uno sbocco sull’Egeo o sull’Adriatico e di riunire in una Grande Serbia tutte le popolazioni serbe disperse nei vari paesi balcanici, osteggiata in questo da Austria-Ungheria. La Bulgaria voleva scrollarsi di dosso gli ultimi legami di sudditanza all’Impero Ottomano e costituire la Grande Bulgaria con sbocchi anche nell’Egeo, estendersi nella Tracia ottomana e nella Macedonia con il porto di Salonicco. In allegati segreti progettavano di dividersi la Macedonia e contavano sull’alleanza con lo zar di Russia.

Altro accordo militare fu tra Serbia e Grecia, entrambe smaniose di spartirsi la Macedonia. La Grecia, ammessa alla Lega più per la sua potente flotta militare che per le capacità del suo esercito di terra, voleva Creta, parte dell’Albania meridionale e le isole del Dodecanneso, ottomane ma ora occupate dall’Italia. Un vago accordo verbale mediato dalla Russia tra Bulgaria e Montenegro dava la possibilità al piccolo paese di ottenere tutti i territori che il suo piccolo esercito avrebbe conquistato. Difficile fu l’accordo tra Serbia e Montenegro per la spartizione del Sangiaccato, provincia ottomana a cavallo tra i due paesi.

Come si vede erano molte le aree geografiche contese, caratterizzate da mescolanze etniche, premesse di futuri scontri. Sono stati letti alcuni passi di Lenin sui compiti storici dei paesi balcanici, che saranno riprodotti per intero nel testo esteso del rapporto.

Nonostante le pressioni e le mediazioni diplomatiche delle varie potenze, la guerra nei Balcani iniziò l’8 ottobre 1912, col pretesto di una strage ottomana, venuta come ritorsione ad un attentato della Vrmo, un’organizzazione indipendentista macedone.

Le forze in campo della Lega erano complessivamente di oltre 650.000 uomini, prevalentemente bulgare e serbe che mobilitarono e armarono adeguatamente oltre mezzo milione di effettivi. La Grecia partecipò con 120.000 regolari ma soprattutto con la maggiore marina tra i belligeranti, dotata di naviglio moderno e veloce, con cui si assicurò il controllo dei mari costituendo un valido blocco navale all’arrivo di rinforzi ottomani. L’esercito montenegrino riuscì a costituire una estemporanea formazione di circa 40.000 unità, modestamente armata, priva di valida artiglieria e senza un vero stato maggiore e catena di comando.

L’esercito ottomano, reduce dalla sconfitta con l’Italia in Libia, era in fase di ammodernamento e manteneva i suoi caratteri multietnici e multilinguistici, con evidenti problemi organizzativi. Al momento dell’inizio delle ostilità poté schierare tra unità di campagna, territoriali e delle varie fortezze appena 350.000 regolari con organici incompleti rimpiazzati alla meno peggio, su un fronte bellico di oltre mille chilometri. Una citazione di Trotzki chiariva la differenza tra obiettivo politico e teatri di guerra.

Il piano serbo-bulgaro prevedeva un attacco diversivo dal Montenegro verso la base di Scutari in appoggio ai due fronti principali, di cui uno partiva dalla Bulgaria verso sud diretto al sistema di fortezze di cui Adrianopoli era la più importante sulla strada per Istanbul, mentre la Serbia avrebbe condotto le sue truppe al centro della Macedonia verso l’attuale Skopje. Da sud sarebbe partita la manovra greca. Il piano turco, inizialmente impostato sulla difensiva, fu improvvisamente improntato su attacchi fulminei nel tentativo di impedire la discesa e il posizionamento delle truppe occupanti. Questa irragionevole decisione provocò sconfitte, perdite di posizioni e di ingente materiale bellico ma soprattutto la caduta del morale delle truppe ottomane.

Il 18 ottobre i bulgari aprivano tre fronti nella Tracia puntando su Adrianopoli, verso il concentramento degli ottomani tra Adrianopoli e Kirklareli e verso est. Il massiccio attacco frontale ottomano contro i bulgari si trasformò, dopo vari contrattacchi degli avanzanti, in una disfatta con ripiegamento disordinato fino alla linea di­fen­siva a Lũleburgaz, a soli 150 chilometri da Istanbul. Un organizzato attacco bulgaro lì generò lo scontro più sanguinoso di tutte le guerre balcaniche con oltre 40.000 tra mor­ti e feriti. Gli ottomani, lasciato sul cam­po ingente materiale bellico, arretravano presso Çatalca, a soli 30 chilometri da Is­tanbul, dove già esisteva un poderoso sistema di difese realizzate durante la precedente guerra contro la Russia. Un avventato ten­tativo bulgaro di puntare sulla capitale ot­tomana fu fermato sotto quelle difese e bat­tuto. Nel settore la guerra diventò di posizione.

Nei giorni seguenti altre armate bulgare si diressero verso l’Egeo dove raggiunsero la penisola di Gallipoli isolando le truppe ottomane colà stanziate. In 8 giorni la Tracia fu completamente sotto il controllo bulgaro, eccetto l’assediata Adrianopoli, con le truppe ottomane in rotta.

Il giorno seguente l’attacco bulgaro, due armate serbe aprivano il fronte della Macedonia; la seconda mosse per prendere alle spalle le sparse forze turche che si stavano concentrando sull’attuale Skopje, dove ricevettero un inaspettato sostegno da formazioni irregolari albanesi, ora alleate con gli ottomani nel tentativo di opporsi all’occupazione serba e difendere l’autonomia appena loro concessa da Istanbul. Ciò complicò il già difficile quadro politico della situazione.

Anche in questo caso l’azzardato attacco frontale ottomano non seppe resistere al contrattacco serbo e si risolse in una pesante sconfitta con ingenti perdite di uomini e materiali. Nella loro avanzata i serbi invasero anche la zona riservata ai bulgari dopo che il governo di Sofia li aveva autorizzati allo scopo di impedire che Salonicco fosse occupata dai greci. La battaglia di Monastir chiuse la campagna della Macedonia durata appena un mese.

Il fronte greco si aprì 4 giorni dopo i due principali e fu caratterizzato dal contrasto tra il governo che voleva occupare Salonicco e quello del principe ereditario che intendeva prima dirigere su Monastir, come fece. Dopo una prima vittoria greca a Sarantaporo puntarono sull’importante città portuale, che conquistarono con il sostegno della flotta greca che attaccò dal mare.

Nel mentre le armate serbe occupavano il Kosovo e scendevano in Albania allo scopo di assicurarsi uno sbocco sull’Adriatico, che avvenne a Les. Anche i greci, con gli ottomani privi di rifornimenti dopo la conquista bulgara della ferrovia Istanbul-Salonicco, proseguirono nella conquista dei loro obiettivi nell’Epiro e di alcune isole Egee di fronte alle coste turche.

Dopo 40 giorni di duri scontri durante i quali tutti i territori europei ottomani erano stati conquistati, si aprivano a Londra il 16 dicembre dei difficili negoziati di pace per la definizione dei nuovi confini, soprattutto quelli a soli 30 chilometri a nord di Istanbul. Pressato dalla Russia, il sultano stava per accettare, quando, il 23 dicembre, un colpo di Stato dei Giovani Turchi, propensi a continuare la guerra, fece saltare i preliminari di pace e tutte le delegazioni abbandonarono Londra.

Il 13 maggio 1913 ripresero a Londra nuove trattative di pace sotto la pressione di tutte le potenze europee intese a controllare il conflitto. I confini risultarono quelli segnati dalle linee di occupazione delle varie armate. Nasceva il nuovo Principato di Albania, affidato ad un principe tedesco. Questo accordo principalmente scontentava la Serbia e la Bulgaria sui territori macedoni assegnati ai greci, che ancor prima della firma del trattato di pace stipularono un accordo militare segreto di mutuo aiuto. Per le continue proteste bulgare, i serbi firmarono con i greci a fine maggio un accordo militare anti-bulgaro, cui si aggiunsero Montenegro e Romania ora interessata ai territori della Dobrugia al confine bulgaro.

Il 26 giugno, unilateralmente, il nuovo primo ministro bulgaro attaccò improvvisamente i suoi ex alleati dando inizio alla seconda guerra balcanica. Tutto il fronte bulgaro fu sbilanciato verso la Macedonia e dopo un’iniziale avanzata, fu fermato dai serbi e dai greci mentre gli ottomani poterono così rioccupare rapidamente i territori persi a nord di Çatalca fino ad Adrianopoli. I rumeni occuparono la Dobrugia.

Allo scopo di limitare i danni i bulgari annullarono l’operazione e accettarono gli accordi di pace stipulati a Bucarest, alla presenza per la prima volta dei soli paesi belligeranti. La Romania perse parte dei territori conquistati, mantenne un tratto di costa sull’Egeo ma dovette rinunciare al progetto della Grande Romania; la Grecia ottenne Creta e ampliò notevolmente i suoi confini, mentre la Serbia dovette rinunciare allo sbocco sull’Adriatico e dovette rimandare la riunificazione in una Grande Serbia di tutti i serbi sparsi nei Balcani. L’Albania fu dichiarata indipendente e neutrale. La guerra non risolse le più importanti aspettative e contraddizioni. Si rimodellarono nuovi assi strategici con le potenze europee, soprattutto con la Germania, che cercava buoni appoggi per la sua politica di espansione verso est, “Drang nach Osten”, simbolizzata dalla ferrovia Berlino-Bagdad, per l’espansione della sua enorme potenza industriale.

 

La crisi finanziaria in Cina

Nella abituale presentazione dei fenomeni che scandiscono questa ultra decennale crisi, la relazione alla riunione di settembre ha preso in esame l’evoluzione finanziaria della Cina che in questi ultimi mesi dell’anno ha dato l’impressione di voler scatenare una guerra commerciale e finanziaria con Europa ed USA.

Scopo della esposizione è stato dimostrare che le perturbazioni più clamorose e violente nell’ambito finanziario sono state profonde ma, nella sostanza, non decisive, in un procedere di pari passo con le altre economie mondiali.

Le successive cadute della borsa di Shanghai nell’agosto di quest’anno, seguite da una rapida ed impetuosa salita, proprio quando a luglio le rilevazioni statistiche ufficiali presentavano dati gravemente negativi sul crollo dei prezzi alla produzione e sulle esportazioni, le svalutazioni ripetute dello yuan, i finanziamenti della Banca Centrale con una politica monetaria espansiva che è stata definita il “QE alla cinese”, hanno potuto far pensare ad una “crisi nella crisi” e parlare di guerra commerciale e valutaria, quasi si fosse alla vigilia di uno scontro aperto con l’occidente americano.

Per riportare gli avvenimenti in un quadro non esaltato come quello descritto da tanta stampa e dai canali informativi nei mesi di agosto e settembre, il rapporto è partito più da lontano, tratteggiando oltre trenta anni di eventi finanziari in Cina, dalla creazione nei primi anni ’90 delle banche commerciali, che allo scoppio della crisi asiatica del ’97 presentavano già una elevata percentuale di crediti inesigibili, e furono ricapitalizzate dal governo, fino all’enorme afflusso di capitali degli inizi del XXI secolo, ed infine allo spregiudicato ricorso al “sistema bancario ombra” per allargare oltremisura il circuito del credito evitando le restrizioni statali. Meccanismo che i governi locali hanno utilizzato quando non avrebbero potuto finanziarsi tramite i canali legali.

La crisi del debito contratto dai governi locali, strutture amministrative dello Stato Cinese che superano il numero di 2.800, ha cominciato ad aggravarsi quando fu varato nel 2008 un piano di stimolo finanziario per frenare le difficoltà interne in seguito alla crisi dei subprimes americani, ed i governi locali iniziarono ad emettere obbligazioni per finanziare opere pubbliche, finite nei bilanci delle banche cinesi, fuori perciò dal computo del debito pubblico ufficiale.

A fine 2012 il volume del debito contratto sul “sistema bancario ombra” è arrivato a 19 milioni di yuan, ossia il 37% del Pil cinese. Nel 2013 gli attivi totali del sistema bancario “ufficiale” cinese sono passati dai 53,1 trilioni di yuan del 2007 ai 151,4 del 2013, quindi sono triplicati, mentre il loro peso in relazione al Pil è passato dal 119,8% al 266%.

Un dato di estremo interesse è costituito dal fatto che la Cina è un esportatore netto di beni (e indirettamente di capitali). Il grafico esposto alla riunione del saldo importazioni-esportazioni indica crescita del surplus annuo sull’estero, quindi dei suoi crediti esteri netti. Questo evidentemente non è bastato per sostenere la borsa, in particolare quando, nel 2008, il governo cinese dovette varare un imponente piano di stimolo finanziario per frenare il crollo seguito alla crisi del subprimes americani, con emissioni forsennate di obbligazioni da parte dei governi locali.

Il relatore ha accennato ai meccanismi con i quali il sistema bancario ombra cinese è ricorso alla leva finanziaria, alla pari con quello delle fradice strutture di occidente, anche grazie alle piazze finanziarie “off shore”, in particolare Hong Kong.

La mondiale “fame di rendimento” ha portato nel 2014 ad un afflusso di capitali ancora più marcato, con l’esposizione verso l’estero del settore bancario cinese di 1,1 trilioni di dollari.

Dalla crisi 2008 il capitalismo cinese ha perso il suo slancio, e questo è il punto cruciale comune a tutti i sistemi finanziari. La formazione di bolle speculative è stata la prima reazione alla crisi mondiale. In assenza di una vera ripresa mondiale in termini di investimenti e profitti, è evidente la sovracapacità e sovrapproduzione del capitalismo cinese.

Nelle condizioni oggettive non era possibile un processo graduale e pilotato di controllo della bolla finanziaria e delle capacità produttive, né operare un rapido cambio di paradigma dalla produzione per l’esportazione a quella per il consumo interno.

Nel 2015 il livello degli investimenti pubblici ha superato il 40% del Pil; questo stimolo ha parzialmente compensato il mutato clima internazionale nel settore del credito, al prezzo di un deterioramento nel settore finanziario. Un dato internazionale che ha reso ancora più difficile il quadro è stato il calo marcato dei prezzi delle materie prime che ha aggravato il deprezzamento dei cambi per molti paesi, in specie per quelli definiti “emergenti”.

L’apparente paradosso della finanza globalizzata ha portato ad uno squilibrio per cui da un lato la banche americane hanno sovvenzionato l’economia cinese ed in genere quelle asiatiche, dall’altro la Cina ha sovvenzionato lo Stato americano comprando a man bassa le sue obbligazioni.

Per tutti gli anni ’90 la Cina aveva mantenuto agganciato il cambio dello yuan al dollaro, malgrado le sue esportazioni verso gli Usa implicassero il rafforzamento della sua valuta; per impedire questo la Banca Centrale di Cina vendeva yuan acquistando dollari, con l’accusa da parte americana di manipolazione dei cambi, costituendo un fondo sostanzioso di valuta estera per ogni genere di evenienza, inclusa quella di una possibile crisi valutaria, sulla falsariga di quella toccata in sorte alle “tigri asiatiche” negli anni ’90.

Per dare qualche chiarimento sulle effettive condizioni monetarie e quindi sulle dinamiche finanziarie che le sostengono, sono stati riportati alcuni grafici storici del cambio ufficiale dello yuan col dollaro. Si è visto bene che, sebbene molto brusca e percentualmente elevata nel brevissimo periodo, la svalutazione ha appena lievemente interrotto un andamento rivalutativo iniziato con decisione fin dal 2010, mantenendosi poi in un regime di leggere oscillazioni per tornare infine, con le svalutazioni di agosto, al livello di tre anni fa. Le brusche svalutazioni avrebbero dovuto anche attutire il “commercio delle valute”, e raffreddare la bolla borsistica; eventi che non si sono però realizzati, ed hanno costretto la Banca Centrale ad interventi meno aggressivi sul piano monetario.

In effetti l’aggancio col dollaro era funzionale alla politica finanziaria della Banca Centrale, che pagando in yuan acquistava obbligazioni governative americane, operazione tipica dell’esportazione di capitali.

Più interessante il grafico per il periodo 1995-2015 del “tasso di cambio reale effettivo”, vale a dire il cambio dello yuan rispetto ai prezzi effettivi di un “paniere” di beni, espresso in una serie di altre monete. Un aumento del cambio indica una rivalutazione dello yuan, il che implica sul mercato mondiale un aumento del prezzo dei beni cinesi rispetto a quelli dei concorrenti.

Il grafico mostra che nel periodo in cui lo yuan è rimasto agganciato al dollaro, dal 1997 al 2006, il cambio ha avuto una fase di rivalutazione poi di svalutazione, ma con buon mantenimento del cambio reale. Invece nel 2006 c’è stata una rivalutazione sia nominale sia reale, cioè una minore convenienza dei prodotti cinesi rispetto a quelli di altri paesi. Questo fino al 2013, quando lo yuan ritorna in fase col dollaro, cioè si stabilizza nominalmente, ma il cambio reale bruscamente si alza. In questo periodo il dollaro si rafforza sull’euro e lo yuan si rafforza sulle monete di tutti i paesi con i quali intrattiene rapporti commerciali – esclusi ovviamente gli USA – con una marcata perdita di competitività.

Nella fase di aggancio al dollaro, imposta dalla sua politica finanziaria, la Cina ha rivalutato rispetto all’euro, con le prevedibili conseguenze sul piano commerciale.

 

Gli attuali flussi migratori verso l’Europa

Il secondo capitolo dello studio ha conermato come la migrazione “regolare” sia pianificata affinché le classi dominanti di entrambi i paesi, di partenza e di arrivo, possano beneficiarne e alimentare il Capitale: lavoro a basso e bassissimo costo da un lato, rimesse dall’altro. La migrazione “regolare” è uno degli strumenti classicamente utilizzati affinché, anche in periodi di crisi, venga mantenuto un certo equilibrio nel mercato del lavoro, a totale beneficio delle borghesie nazionali, sulla pelle dei proletari. Le modalità però sono tali da evitare che il proletariato immigrato e autoctono, messi in bestiale competizione, arrivino a fraternizzare e a lottare insieme, attentando agli interessi borghesi.

Il numero degli stranieri “regolari” che per motivi lavorativi può entrare per esempio in Italia è stabilito confacente alle esigenze del momento del capitale nazionale e rigidamente fissato in appositi decreti dello Stato, i cosiddetti “decreti flussi”.

Secondo i dati Istat gli immigrati sono passati da 1.341.209 nel 2002 a 5.014.437 nel 2015. Nonostante la crescita sia continua, negli ultimi anni è rallentata. I paesi di provenienza, a differenza che per i profughi, non sono in guerra ma poveri.

Secondo il Dossier Statistico Immigrazione 2014, il costo complessivo per lo Stato italiano derivante dalla presenza dei migranti nel paese era al 2012 di 12,6 miliardi di euro (+0.7 rispetto all’anno precedente), ripartiti in Sanità, Scuola, Servizi sociali, Casa, Giustizia, Ministero degli Interni, Trasferimenti economici. Si dà però il caso che gli immigrati, oltre a lavorare, cioè produrre plusvalore per il capitale, pagano tasse e imposte. Nel 2012 i benefici economici, ossia le entrate per l’Erario dello Stato italiano, sono stati di 16,5 miliardi di euro (+3,2 rispetto all’anno precedente) ripartiti tra Gettito Irpef, Imposta sui Consumi, Imposta su oli minerali, Lotto e lotterie, tasse e permessi. La differenza tra entrate e uscite è dunque un surplus di 3,9 miliardi (+2,5 rispetto all’anno precedente).

Altra enorme entrata sono i versamenti contributivi a carico del lavoratore. Infine da aggiungere le entrate “di fatto” fra le quali i fondi comunitari.

Se questi sono i benefici che gli immigrati apportano ai borghesi Stati che li ospitano non è da dimenticare il contributo che essi stessi, e sempre sulla loro pelle, danno agli Stati borghesi di provenienza. Parte più o meno grande del salario del lavoratore immigrato è spedita come “rimessa” ai familiari restati a casa. Nel 2013, dice Eurostat, 6,7 miliardi di euro sono usciti dall’Italia. La crisi, però, colpisce anche le rimesse: negli ultimi due anni, i trasferimenti di denaro verso l’estero sono crollati di oltre un quarto. La media mensile delle rimesse verso l’estero, è crollata nel 2013 e nel 2014 del -27%. Il crollo è avvenuto rapidamente a fronte di un aumento del numero di immigrati presenti: quindi le rimesse pro-capite sono diminuite in maniera ancora maggiore. Colpisce la contrazione delle rimesse verso la Cina: dai 2.537 milioni di euro del 2011 agli 819 milioni del 2014; poiché nel frattempo i cinesi residenti in Italia sono aumentati del 22,3%, le rimesse pro-capite si sono ridotte di un impressionante -73,6%.

Orbene, su questa parte del salario traggono sproporzionati aggi sia le agenzie di trasferimento denaro sia gli Stati riceventi che possono facilmente tassare.

Ma la funzione principale dell’immigrato è placare la inesauribile fame di pluslavoro del capitale. Secondo il quarto rapporto annuale “Gli immigrati nel mercato del lavoro in Italia” a cura del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, a partire dagli anni 2000, gli stranieri hanno assorbito buona parte della crescita dell’occupazione sino al 2007 e compensato la caduta dell’occupazione italiana nel corso della crisi economica degli anni recenti. Dunque l’incidenza degli stranieri nel mercato del lavoro italiano è aumentata. Essa ha assunto valori rilevanti sia complessivamente, toccando nel 2013 quota 10,5% del totale degli occupati, sia a livello settoriale, in particolare nei servizi collettivi e alla persona (37%), nelle costruzioni (19,2%), in agricoltura (13%), nei trasporti (11,7%).

Spesso è un’occupazione schiacciata su qualifiche di basso livello: il lavoro manuale non qualificato costituisce la forma principale di impiego della forza lavoro straniera. Un mercato del lavoro secondario, caratterizzato da mansioni sotto-pagate, dequalificanti e instabili, in cui il rischio di svolgere un’occupazione irregolare è molto alto e la mobilità è elevata. Gli stranieri disoccupati, infatti, per l’esigenza di mantenere se stessi e i familiari rimasti nel paese di origine, o di rinnovare il permesso di soggiorno, possono essere costretti ad accettare il primo lavoro che trovano.

La maggiore quota di occupati fra gli immigrati rispetto ai nativi è semplicemente il frutto di una maggiore disponibilità a svolgere qualunque lavoro. Infatti l’Osservatorio sull’immigrazione Ires-Cgil ci dice che la differenza tra la retribuzione media di un dipendente immigrato e quella di un dipendente italiano è in media -344 euro (-26,2%). Inoltre per gli immigrati il lavoro stagionale e i contratti a tempo determinato hanno una maggiore incidenza percentuale rispetto agli italiani.

Nell’edilizia sono riservate agli immigrati attività pericolose per la non attuazione delle misure di sicurezza, aggravate spesso dalla loro giovane età e dalla scarsa o nulla conoscenza del mestiere, oltre agli orari prolungati.

Anche in agricoltura si arriva a morire di sopralavoro. Quello che anche la scorsa estate è stato lamentato dalla ipocrisia borghese come uno scandalo locale è invece il sistema di produzione che in tutta l’Europa del Sud ha le stesse caratteristiche. Il fenomeno è strutturale e scarica costi e disagi sul soggetto più debole, i braccianti, spesso migranti di origine africana o dell’Est Europa: uso intensivo di manodopera altamente ricattabile (a causa di status giuridici precari e assenza di diritti riconosciuti); situazioni abitative al di sotto della dignità umana (tuguri fatiscenti, tendopoli, senza riscaldamento, baraccopoli, container...), lunghissimi orari di lavoro, con paghe ben al di sotto di quanto previsto dai contratti nazionali: 20 euro al giorno, in nero, per lavorare nei campi dall’alba al tramonto, corrispondenti a 1,60 euro l’ora, un quinto del minimo sindacale (dati Eurispes); necessità di forza lavoro molto flessibile, specie nelle raccolte (pomodoro, frutta, vendemmia), per brevi periodi di tempo, luoghi di lavoro estremi (serre, campagne isolate, spesso in stato di vera segregazione)

Nulla garantisce da mancati pagamenti, dalle minacce, dalle aggressioni fisiche, dallo sfruttamento sessuale. La manodopera è organizzata in squadre, con conseguente ricorso al caporalato o a “cooperative senza terra”, ossia che non producono ma offrono servizi: potatura, raccolta, etc. Spesso, dietro un contratto formale con l’azienda committente, può nascondersi il classico caporalato, lavoro nero, decurtazione delle buste paga, evasione contributiva.

Anche nel settore dei trasporti l’immigrato è oggetto di “segregazione occupazionale”, cioè di concentrazione dei lavoratori immigrati in alcune specifiche attività e settori: lavori connotati dall’elevato sforzo fisico e più alti rischi per la salute e gli infortuni. Anche in questo settore si confermano differenziali salariali enormi, più accentuati nel comparto della logistica.

Infine il settore delle donne di servizio e delle badanti, prevalentemente femminile, è sempre più prerogativa degli stranieri. Si tratta di donne soprattutto dell’Est Europa, con un buon grado di istruzione. Difficile calcolarne il numero. Tante lavorano in nero.

(continua al prossimo numero)

  
 
 
 
 
 
 
 

Per il sindacato di classe Pagina di impostazione programmatica e di battaglia del Partito Comunista Internazionale
Per la rinascita del sindacato di classe fuori e contro il sindacalismo di regime. Per unificare le rivendicazioni e le lotte operaie, contro la sottomissione all’interesse nazionale. Per l’affermazione del­l’in­dirizzo del partito comunista negli organi di difesa economica del proletariato, al fine della rivoluzionaria emancipazione dei lavoratori dal capitalismo

  
La istruttiva storia di una opposizione interna ad un sindacato che si dice di base
Rapporto esposto alla riunone generale del partito a Torino

Alla riunione generale di settembre abbiamo riferito della nostra attività sindacale, soffermandoci sulle vicende della Unione Sindacale di Base.

I dirigenti della Usb il 23 maggio scorso hanno deciso di aderire al Testo Unico sulla Rappresentanza, l’accordo interconfederale siglato il 10 gennaio 2014 tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria, del quale abbiamo ampiamente riferito nei nn. 364 e 372 di questo giornale, di luglio-agosto. Contro quella decisione hanno ritenuto necessario di reagire alcuni delegati e iscritti alla Usb; fra questi i nostri compagni hanno dato il loro contributo nel senso organizzativo e d’indirizzo.

Tutto il sindacalismo di base inizialmente si era schierato contro il Testo Unico. Questo rigetto avveniva però su basi che non hanno tardato a manifestare la loro debolezza.

Da un lato, contro l’accordo ogni sindacato ha agito per sé. L’inveterato politicantismo delle dirigenze delle varie organizzazioni cosiddette “di base”, come non ha permesso in oltre trent’anni la loro unificazione, così ha impedito di agire uniti anche in questa importante battaglia.

I dirigenti della Usb, a giustificazione della sua adesione al TU, hanno affermato d’essersi battuti contro di esso tanto strenuamente quanto da soli. Una duplice falsità. In primo luogo le energie impiegate in questa battaglia sono state poche. Lo conferma la scarsa conoscenza di tanti delegati dell’importanza e delle implicazioni di questo accordo, constata in questi mesi di opposizione interna. La lotta contro il Testo Unico è stata di facciata, non ha impegnato né mobilitato il corpo dei delegati del sindacato. In secondo luogo, l’Usb non è stata la sola a promuovere iniziative contro il TU: l’ha fatto, ad esempio, anche la Cub, con presidi, scioperi, azioni legali. La realtà è che sono state condotte iniziative deboli e separate dai parte dei vari sindacati di base.

La concorrenza fra le sigle, inoltre, non solo ha impedito una lotta unitaria contro il Testo Unico, ma è stato uno dei moventi che, al di là delle giustificazioni ufficiali, hanno condotto ad aderire all’accordo, col poco nobile intento di fregare i posti Rsu lasciati liberi dai sindacati di base che continuavano a non firmare. La Confederazione Cobas in tal senso si è dimostrata la più opportunista, aderendo al TU già il 24 marzo 2014, cinque giorni dopo che l’Usb aveva presentato il suo ricorso alla magistratura, dovendo così restare in attesa del giudizio della Corte per oltre un anno.

Altro fattore di debolezza stava nelle addotte ragioni di opposizione al Testo Unico. A tal proposito nel numero di luglio-agosto, cui rimandiamo, abbiamo esposto una parziale critica al testo del ricorso di Usb alla magistratura. Qui in sintesi diciamo che in esso si palesa come Usb ponga a perno della sua azione non la lotta operaia, ma la possibilità dei lavoratori di scegliere i loro rappresentanti e che essi siano riconosciuti dalla controparte. Ma ci sono solo due strade per le quali il padronato riconosce i rappresentanti dei lavoratori: o perché ha garanzie che ciò sia utile a contenere le lotte e le rivendicazioni, o perché costretto dagli scioperi. Se si pensa che per organizzare scioperi occorra essere rappresentativi, si ribalta la corretta impostazione del problema, e si cammina sulla strada del sindacalismo collaborazionista.

La parte iniziale del Testo Unico, che stabilisce le regole per la “misurazione della rappresentanza” – attraverso una media fra iscritti certificati e voti alle Rsu – era ben accetta dalla dirigenza dell’Usb, e anche da altri sindacati di base. Questo non è un elemento di novità, dato che la maggior parte del sindacalismo di base da anni sostiene la necessità di una “legge sulla rappresentanza”, illudendosi che il regime politico attuale – capitalista – stabilisca regole che tutelino i sindacati di classe! Una grossolana ingenuità che manifesta la fede superstiziosa nell’ideologia democratica. Se sarà promulgata una legge sulla rappresentanza essa servirà al medesimo scopo per cui è stato ideato il Testo Unico: proteggere il sindacalismo di regime ed ingabbiare quello classista.

Questa impostazione del sindacalismo di Usb si è infine conseguentemente manifestata: lo scorso 15 maggio la magistratura rigettava il ricorso e dopo soli otto giorni il Consiglio Nazionale Confederale di Usb decideva di aderire al TU.

Da gennaio 2014 la linea ufficiale della Usb era stata sempre la stessa: rifiuto del Testo Unico. E fino a pochi giorni prima del 23 maggio aveva promosso iniziative di lotta contro l’accordo, presidi e alcuni scioperi, come alla IHI di Lecco. La decisione è stata quindi repentina quanto inaspettata per la gran parte del sindacato, non c’era stata una discussione su cosa fare nell’eventualità del rigetto del ricorso, se non fra i dirigenti nazionali e pochi altri elementi, e il corpo del sindacato nel suo complesso è stato lasciato all’oscuro di ciò che andava maturando ai vertici.

È emblematico che il 22 maggio, il giorno prima del Consiglio nazionale confederale, si sia riunito il Consiglio nazionale del Lavoro Privato, l’organo massimo del sindacato per il settore, e che in esso non si sia nemmeno accennato alla questione. Al responsabile del Lavoro Privato della Federazione di Lecco-Merate – un’area molto industrializzata dove Usb ha gruppi di operai negli stabilimenti Fomas di Cernusco Lombardone e Osnago, nella Finder Pompe e nella IHI di Lecco, alla Granarolo di Usmate – il quale ha chiesto un impegno del sindacato per formare i delegati e i militanti sulla questione dell’accordo, i dirigenti non hanno neppure risposto. Terminata la riunione, i delegati che hanno fatto ritorno a casa restavano convinti che riguardo al TU nulla fosse cambiato, ed hanno salutato quelli che si fermavano a Roma per il Consiglio nazionale confederale del giorno successivo ignorando che quasi tutti loro avrebbero lì votato a favore dell’adesione.

Questo modo di procedere conferma alcune semplici constatazioni.

In Usb, in generale e tranne poche e parziali eccezioni, non esiste una reale vita sindacale, fatta di riunioni dei delegati, dei militanti e degli iscritti – nelle sedi territoriali – di azienda, di settore e intercategoriali. Non vi è la possibilità di discutere con la base le direttive prese dalla dirigenza, di favorire – come si afferma a parole – la partecipazione degli iscritti, di formare, far crescere, maturare, un corpo militante del sindacato. Dalla nascita di RdB, nei primi anni ‘80, a quella di Usb, nel 2010, si è invece assistito a un processo opposto, cioè di decadimento della partecipazione e della preparazione dei militanti sindacali. I dirigenti lamentano la passività dei lavoratori, ma sono i primi, con questa condotta, a impedire un miglioramento della situazione. Le riunioni, semplicemente, non sono convocate. Le sedi sindacali sono frequentate dai funzionari distaccati, da quelli stipendiati, dagli impiegati e, solo in parte, dai delegati. Somigliano assai più ai grigi uffici dei sindacati concertativi che ai vivi centri di organizzazione e di lotta di un sindacato di classe.

Questo stato di cose giova alle intenzioni della dirigenza che ha così gioco più facile nell’imporre le sue decisioni. Può contare da un lato su uno stuolo di funzionari e distaccati, spesso fedeli per interesse, per necessità, dall’altro sulla passività di una parte considerevole dei delegati, formatisi in un’attività sindacale chiusa nei confini aziendali e in quelli di una prassi sostanzialmente concertativa, incentrata sulle trattative fra direzione padronale e Rsu, disinteressata a questioni d’ordine più generale.

È vero che la situazione generale è sfavorevole al lavoro sindacale classista e che a parole la dirigenza Usb si impegna nell’obiettivo di colmare il distacco fra iscritti, delegati e dirigenza, a favorire l’unità fra le categorie e la partecipazione dei lavoratori. Ma queste intenzioni, ribadite, ad esempio, nel corso della prima Conferenza di organizzazione nazionale confederale a Chianciano Terme, a marzo scorso, rimangono sulla carta perché cozzano con la volontà di evitare il formarsi di ogni opposizione interna.

Nei giorni successivi alla decisione del Consiglio nazionale confederale di aderire al Testo Unico, i nostri compagni, preso contatto con un primo gruppo di iscritti e in collaborazione con essi, hanno redatto un “Appello alla dirigenza dell’Unione Sindacale di Base in merito alla decisione del Consiglio nazionale confederale di aderire al Testo Unico sulla Rappresentanza del 10 gennaio 2014”. L’Appello, che ha raccolto un primo gruppo di adesioni principalmente da Napoli (tranvieri ANM) e da Genova (comunali e vigili del fuoco), è stato pubblicato il 1° giugno. Iniziative analoghe, tra loro indipendenti, con lettere o comunicati rivolti alla dirigenza, erano state nel frattempo intraprese dalla Usb trasporti Veneto, dai responsabili del settore appalti a Milano, dagli iscritti dell’azienda Serravalle (gestore dell’autostrada Milano-Genova), dalla Federazione Lavoro Privato di Lecco-Merate.

Ciononostante il 3 giugno la Confederazione Usb provvedeva a inviare la lettera di adesione al Testo Unico a Confindustria e sindacati confederali. Questi avrebbero replicato, dopo alcuni giorni, che l’adesione era sospesa in attesa della rinuncia esplicita da parte di Usb ad impugnare la sentenza sfavorevole della magistratura del 15 maggio.

Dai primi giorni successivi alla sua pubblicazione le adesioni all’Appello sono giunte in buon numero, superiori alle nostre attese, con gruppi di iscritti da Roma (Atac e Pubblico Impiego), dalla Sevel di Atessa (Chieti), da Varese (Sanità privata), Milano, Torino, Udine, Ferrara, Livorno, dal Lazio, dall’Umbria e dalla Calabria. Si sono avuti contatti con il gruppo di Usb trasporti Veneto.

L’11 giugno, con lettera rivolta all’Esecutivo e al Coordinamento Nazionali Confederali, la maggioranza del gruppo dirigente dell’Emilia Romagna, 16 componenti del Coordinamento regionale confederale, fra cui tutti i membri tranne uno dell’Esecutivo regionale confederale, in ragione di uno scontro con la dirigenza nazionale, comunicavano la fine della loro milizia in Usb. I motivi del conflitto non sono sinora pienamente chiari: questione centrale sembrerebbe essere una bozza di un nuovo regolamento interno che vorrebbe ulteriormente rafforzare la sottomissione della base alla dirigenza e che lascerebbe ancor meno spazio a posizioni o correnti di opposizione. Ma, dei sedici dirigenti regionali firmatari della lettera, solo tre hanno sottoscritto l’appello per il ritiro dell’adesione di Usb dal Testo Unico, dei quali due successivamente hanno cambiato idea e ritirato la firma. Quindi la grande maggioranza del gruppo dirigente dell’Emilia Romagna ha condiviso la scelta della dirigenza in merito a questo accordo. Successivamente, per ragioni che non sono state rese note, giustificandosi con la pressione di “centinaia di iscritti” in tal senso, le dimissioni dal sindacato sono state “sospese”.

Questo conflitto fra dirigenza regionale emiliana e nazionale, pur restando estraneo alla questione del Testo Unico, ha tuttavia dato il via alle critiche alla dirigenza, e quindi anche contro l’adesione al Testo Unico: nella regione da metà giugno numerosi delegati, principalmente di Bologna e Reggio Emilia e soprattutto della scuola, hanno iniziato ad aderire all’Appello.

Cresciute le adesioni, stabilita una costante comunicazione fra i più attivi, si è potuta impostare un piano di diffusione dell’Appello, intervenendo a suo sostegno in alcune delle principali riunioni del sindacato: venerdì 19 giugno, al Coordinamento congiunto regionale e provinciale della Lombardia; sabato 20, alla Conferenza di organizzazione per la Toscana, alla Conferenza di organizzazione dell’Abruzzo e all’Assemblea autoconvocata Bologna; lunedì 22, al Coordinamento regionale confederale del Veneto; venerdì 26, al Coordinamento nazionale Beni Culturali; sabato 27, alla Conferenza di organizzazione per la Liguria e alla Conferenza di organizzazione Lombardia.

Questi incontri non erano stati convocati per discutere del Testo Unico e, in generale, la dirigenza non ha accettato di variare l’ordine del giorno; benché abbia successivamente ammesso la presenza di un vivace malcontento per la firma del TU, affermava che urgeva il lavoro da portare avanti e che spostare la discussione sul TU era un lusso che non ci si poteva permettere, rimandando la cosa a eventuali incontri futuri.

Gli interventi dei firmatari dell’Appello sono però riusciti, in generale, a far dedicare parte di questi incontri alla esposizione delle loro ragioni. Le argomentazioni della dirigenza a giustificazione della firma, per quanto contraddittorie, hanno convinto parte dei presenti, trovando buon terreno nell’impreparazione sulla questione e nel generale scarso interesse verso le questioni generali. I dirigenti hanno ammesso esser mancato il coinvolgimento del sindacato nella discussione, giustificandolo con la pretesa urgenza nel prendere la decisione, e promettendolo in futuro, cosa che poi, in realtà, non è mai avvenuta. Non vi è stato, infatti, un programma di riunioni territoriali per discutere della questione.

Ciò è stato dichiarato dallo stesso Esecutivo del Lavoro Privato, riunitosi il 14 luglio, nel rapporto della riunione: «Non si può non rilevare come il percorso seguito, senza possibilità di metabolizzare la decisione della firma (...) abbia creato qualche sconcerto (...) Rimane sul tappeto la necessità di approfondire con le nostre strutture sia il rilancio dell’intervento nei settori del privato sia la discussione di cosa significa agire nella prospettiva di un sindacato di massa. A tale scopo l’esecutivo decide di convocare le riunioni degli organismi statutari dell’Usb Lavoro Privato (...) L’esecutivo nazionale ha inoltre deciso di avviare una serie di incontri con le strutture provinciali/nazionali che hanno manifestato, pubblicamente ed in vari modi, il loro dissenso alla firma del 10 gennaio».

Quindi a livello territoriale si sono svolte riunioni dedicate al tema solo laddove la pressione dei contrari alla firma lo rendeva inevitabile: nel Coordinamento regionale Lavoro Privato della Lombardia e in quello del Veneto. Laddove la forza dell’opposizione era, pur presente, minore, non si è fatto nulla.

Dopo di che si è passati direttamente alla convocazione dell’organo sindacale al vertice del settore, il Consiglio nazionale Lavoro Privato, che il 26 settembre ha ratificato la decisione. Ciò a fronte di quanto dichiarato, scritto nero su bianco, nel ricorso alla magistratura del 19 marzo 2014, e cioè che «Aderire alle parti III, IV e alle clausole finali comporterebbe la violazione dello statuto e il crollo della propria linea di politica sindacale». Il solo organo del sindacato che può cambiare la linea congressuale, ovviamente, è un nuovo congresso. Ciò dà la misura della distanza fra il coinvolgimento del sindacato che era necessario per prendere la decisione in merito al Testo Unico e quello che è stato in effetti messo in atto.

Quindi, ammessa la colpa con riguardo al metodo, promesso – con somma ipocrisia – di rimediarvi attraverso una discussione postuma, la dirigenza ha invece proseguito sulla stessa strada, fregandosene di aver essa stessa dichiarato che una simile condotta avrebbe significato calpestare statuto e congresso!

Quella dell’urgenza era solo una menzogna: il coinvolgimento dell’intero corpo del sindacato è stato evitato prima del 23 maggio, e dopo, fino a quando il 26 settembre la decisione è stata ratificata. D’altronde non è mai stato spiegato perché vi fosse tanta fretta. In un primo momento i dirigenti hanno affermato che era necessario firmare quanto prima per fermare la perdita di iscritti e di strutture aziendali. I dati forniti a sostegno di questa spiegazione però sono stati molto deboli: a fronte di circa 5.000 strutture sindacali aziendali dichiarate nel Privato, quelle che il dirigente nazionale alla Conferenza organizzativa della Liguria il 27 giugno a Genova ha affermato esser state perse erano 27, da cui sottrarre 12 nuove Rsa costituite. Non è stato chiarito, inoltre, se si sia trattato di una perdita di queste strutture aziendali o solo di un loro ridimensionamento, né è stata fornita una documentazione che attestasse la veridicità di queste affermazioni.

Fatta notare l’incongruenza di questa argomentazione coi numeri forniti, la dirigenza si è attestata su quella che si è poi dimostrata essere la sua ultima e centrale linea difensiva: che non aderire al TU avrebbe comportato non tanto una perdita di iscritti, quanto frenato o persino fermato la forte crescita di Usb nel settore Privato. Questa tesi, evidentemente, contraddice la prima, visto che un rallentamento della crescita degli iscritti non è una sua diminuzione!

Ciò è stato ripetuto dall’Esecutivo nazionale Lavoro Privato nel resoconto della riunione del Consiglio nazionale del Lavoro Privato del 26 settembre, in cui si legge: «È stato evidenziato come il 10 gennaio abbia costituito un tappo molto concreto allo sviluppo dell’organizzazione, sia per la perdita di decine di Rsu come conseguenza della esclusione delle nostre liste in oltre 30 aziende, sia per il mancato sviluppo, visto l’impossibilità di accedere alle richieste di quanti, nell’approssimarsi delle elezioni Rsu nelle proprie aziende, ci chiedevano di poter presentare nostre liste».

Non aderire al Testo Unico impedirebbe a Usb di diventare quel sindacato “di massa” che è suo proclamato obiettivo. Ma il vero problema è che tipo di “sindacato di massa” si vuole diventare. Questa linea politica è stata così stigmatizzata nell’Appello per il ritiro della firma: «La dirigenza di Usb dichiara di volere costruire un sindacato “di classe” e “di massa”. Ha scelto la via più comoda e veloce per arrivare ad essere un sindacato di massa: quella di entrare nel circolo dei sindacati concertativi».

Inoltre, se non si trattava di fermare una perdita di iscritti in atto ma di consentire una crescita futura, evidentemente tanta fretta non era giustificata. Nemmeno erano in previsione nell’immediato numerosi rinnovi di Rsu. Ne abbiamo contati tre in cinque mesi: a giugno nello stabilimento Barilla di Novara, dove Usb ha ottenuto il 10% di voti fra gli operai; a luglio alla Chemiplastica di Buccino (Salerno), con un delegato Usb eletto; a ottobre alla Kuehne-Nagel in appalto presso l’Iveco di Torino, con un delegato eletto. Davvero poco per giustificare che una decisione di tale gravità sia stata presa in otto giorni. Due importanti rinnovi delle Rsu saranno quelli nelle ferrovie e alla Terna il 24-25-26 novembre. Quindi c’erano a disposizione almeno quattro mesi, se si fosse voluto, per coinvolgere tutto il sindacato nella decisione.

È da sottolineare come in tutte le elezioni Rsu sinora svoltesi l’Usb ha ottenuto solo una minoranza dei delegati, come scontato che fosse, che perciò ora dovranno sottomettersi alle decisioni prese dalla maggioranza sugli accordi aziendali, senza, una volta che questi siano stati firmati, potervisi opporre.

Lunedì 22 giugno si riuniva il Coordinamento confederale Veneto – cosa che pare non avvenisse dal primo congresso nazionale di Usb del maggio 2013! – che all’unanimità richiedeva all’Esecutivo e al Coordinamento nazionali confederali la convocazione di «un’assemblea nazionale per affrontare e discutere la questione della firma al Testo Unico da parte di Usb e le sue ricadute nei vari settori del mondo del lavoro del Privato». Richiesta, anche questa, rimasta inevasa. Nei giorni successivi, alle altre firme all’Appello che intanto continuavano ad affluire (Alessandria, ospedalieri di Padova, Ikea di Milano, autoferrotranvieri di Cremona), si aggiungevano numerose quelle dal Veneto, principalmente del settore privato, portando a fine giugno le adesioni a un’ottantina.

Il 26 giugno si riuniva il Coordinamento nazionale dei Beni Culturali (il MiBACT). Il documento conclusivo affermava: «In riferimento alla decisione presa dal Consiglio nazionale confederale di aderire all’accordo del 10 gennaio 2014 sulla rappresentanza sindacale (...) il Coordinamento ha espresso il proprio dissenso (...) Inoltre ha manifestato perplessità per il mancato passaggio democratico tra gli iscritti, prioritariamente nel settore privato, attraverso dibattiti e confronti, con l’obiettivo di una condivisione, almeno maggioritaria, in merito alla firma».

Ai primi di luglio a Merate (Lecco) si è organizzato un primo incontro tra firmatari dell’Appello di Genova, Milano, Bologna, Varese e un compagno responsabile del Lavoro Privato della locale provincia, che, come detto, con altri delegati aveva redatto un altro documento di contenuto analogo. Nell’incontro si è deciso di scrivere un nuovo documento comune, per aggiungervi le adesioni degli iscritti della zona, principalmente lavoratori dell’industria, e di apporvi la firma “Coordinamento Nazionale Iscritti Usb contro l’adesione al Testo Unico sulla Rappresentanza”.

Il 7 luglio, ulteriori contatti e adesioni si sono presi nel corso della manifestazione nazionale dei lavoratori della scuola a Roma – presenti tutte le sigle sindacali di categoria – nella quale, per altro, la partecipazione di Usb scuola è stata particolarmente ridotta, nonché nullo il sostegno dalla Federazione romana, a causa dei contrasti fra la dirigenza nazionale confederale e quella di categoria. Questo episodio mostra come tali contrasti vadano a danno della mobilitazione, in questo caso della scuola, abbandonata, se non persino ostacolata, proprio quando il governo si apprestava all’approvazione del disegno di legge.

Il 20 luglio si svolgeva a Venezia un incontro fra tredici componenti del Coordinamento confederale veneto e due dirigenti dell’Esecutivo nazionale del Privato, nel quale la maggioranza del Coordinamento ribadiva la contrarietà all’adesione al Testo Unico.

Il 25 luglio si è svolto a Roma il secondo incontro del Coordinamento per il ritiro della firma dal TU, presenti firmatari dell’Appello della Capitale, della Sevel di Atessa, di Livorno, Genova, Milano, e Bologna. Si sono confrontate le situazioni nelle rispettive federazioni territoriali, affrontati alcuni problemi pratici e discusso, come già fatto nella corrispondenza, se mantenere la battaglia entro i confini dell’Usb o farsi promotori di un’azione trasversale al sindacalismo di base. L’orientamento condiviso è stato di condurre prima una battaglia interna e successivamente, a seconda del suo esito, valutare il da farsi. Sono stati esclusi due orientamenti minoritari opposti: quello di condurre una battaglia solo interna evitando anche la propaganda pubblica alle posizioni del gruppo; l’altro propendente a muoversi in modo deciso verso l’uscita dal sindacato.

A fine luglio, Confindustria e sindacati confederali, ricevuta la conferma ufficiale delle rinuncia al ricorso in appello contro la sentenza del 15 maggio, comunicavano di accettare l’adesione di Usb al Testo Unico.

In agosto è proseguito il lavoro di diffusione dell’Appello e di raccolta delle adesioni, fino a giungere ai primi di settembre a 210 firme, oltre la metà dal settore privato, con la maggioranza o la totalità di 21 Rsu o Rsa.

Il 1° settembre si riuniva a Roma l’attivo nazionale dei ferrovieri di Usb che inviava una lettera in al Consiglio nazionale confederale e a quello del Lavoro Privato in cui si legge: «L’attivo dei ferrovieri Usb riunito oggi a Roma presenti rappresentanti territoriali di Puglia, Lazio, Emilia Romagna, Liguria e Campania dopo ampia ed approfondita discussione giudica profondamente sbagliata la decisione del Consiglio Nazionale Confederale di aderire al TU... riteniamo grave l’aver maturato la decisione in tempi sorprendentemente rapidi rispetto alla sentenza sfavorevole e soprattutto senza aver aperto tra gli iscritti una discussione sull’argomento... Oggi siamo a domandarci quanto Usb sia cambiato o stia cambiando la propria caratteristica di sindacato conflittuale e di lotta... Non siamo di fronte ad una firma “strategica”, ma ad una possibile deriva concertativa che dobbiamo affrontare aprendo urgentemente un franco dibattito in tutte le sedi consiliari territoriali e nazionali e con i lavoratori iscritti che vedono ancora in Usb un sindacato alternativo perché fuori dal coro concertativo che solo danni ha portato alla classe operaia».

Nonostante questa presa di posizione dura e pienamente condivisibile, i ferrovieri non hanno voluto aderire all’Appello.

Il 5 settembre si è tenuta a Bologna una terza riunione del Coordinamento No Testo Unico, la più numerosa, con presenze da Padova, Bologna, Reggio Emilia, Novara, Varese, Milano, Cremona, Genova, Firenze, Perugia, Roma, Chieti e Napoli. In seguito ad essa è stato redatto un comunicato in cui, fra l’altro, si legge: «È emersa unanimemente la convinzione che la vicenda del Testo Unico non rappresenti né un’eccezione all’interno di una corretta prassi sindacale classista né un primo segnale di una degenerazione di Usb verso il sindacalismo concertativo e sia invece la eclatante manifestazione di un processo in atto da tempo: ciò è stato efficacemente descritto negli interventi di diversi militanti con disparati esempi».

A questa condivisa constatazione però non ha corrisposto una sufficiente disponibilità ad un impegno coordinato centrato sulla battaglia per il ritiro della firma dal Testo Unico e, a maggior ragione, contro il più generale opportunismo sindacale della dirigenza e di cui è intriso in modo sempre più profondo questo sindacato. Diversi gruppi, divisi sostanzialmente per federazioni territoriali – del Veneto, dalla Lombardia, dall’Emilia e altri – sono confluiti nell’Appello contro il Testo Unico, però inquadrandolo nel loro percorso sindacale, ciascuno con la propria origine, propri obiettivi e mezzi per perseguirli.

Nonostante il buon numero di adesioni raccolte attorno all’Appello – ad oggi quasi 250 – non si è stati disposti ad impiegare questa forza proprio quando, a settembre, la battaglia è giunta allo svolto decisivo, con l’approssimarsi del Coordinamento e del Consiglio nazionali del Lavoro Privato, il 25 e il 26 settembre, nei quali la dirigenza ha ratificato e, nelle sue intenzioni, archiviato la decisione assunta a maggio dal Consiglio nazionale confederale.

Il 14 settembre, un comunicato di Usb Lavoro Privato/Comparto Trasporti intitolato “Eleggere le RSU/RLS riprendere a lottare”, annunciava la partecipazione dei ferrovieri di Usb alle elezioni RSU/RLS del 24-25-26 novembre, senza nemmeno attendere che l’adesione al TU fosse ratificata dal Consiglio nazionale LP. Il 16 settembre il Coordinamento per il ritiro della firma dal TU pubblicava un nuovo comunicato per commentare la decisione.

Il 21 settembre si è riunito il Coordinamento regionale Lavoro Privato della Lombardia. Nonostante la consistente forza dei contrari all’adesione al TU, forse maggioritaria, i firmatari dell’appello presenti hanno preferito proporre una mozione, votata all’unanimità, da presentare al Consiglio nazionale Lavoro Privato, in cui non veniva richiesto il ritiro della firma ma solo si affermava che «Il Coordinamento regionale Lavoro Privato Lombardia (...) ha registrato una diffusa contrarietà alla scelta di firmare il TU» e si richiedeva di «approfondire le tematiche relative al rispetto della libertà di espressione e del dibattito democratico». Assai debole, considerata anche la condotta di una dirigenza che per ottenere i suoi obiettivi aveva violato statuto e linea congressuale del sindacato. La mozione è stata presentata alla presidenza del Consiglio nazionale, che ne ha preso atto senza alcuna rimostranza, visto che, nei fatti, non obbligava a nulla se non a un generico dibattito. Diverso sarebbe stato se dalla regione più industrializzata d’Italia fosse giunta una mozione di esplicita contrarietà alla firma del TU con la chiara richiesta del suo ritiro. Valeva la pena rischiare di essere sconfitti al Coordinamento regionale, piuttosto che portare al Consiglio nazionale una mozione non a caso approvata all’unanimità, cioè anche dai favoreli all’adesione all’accordo sulla rappresentanza.

Il 25 settembre il Coordinamento per il ritiro della firma dal TU riceveva una lettera dal Coordinamento Usb Pubblico Impiego dell’Università di Trieste nella quale si affermava che «questo coordinamento... condivide l’opinione di quanti, all’interno del nostro sindacato Usb, ritengono che solo il Congresso nazionale è il massimo organo decisionale della Confederazione Usb­... Richiede di convocare... il Congresso nazionale allo scopo di decidere – definitivamente – in merito all’adesione ovvero alla non adesione all’accordo di gennaio 2014».

Il 25 e il 26 settembre il Coordinamento e il Consiglio nazionali del Lavoro Privato hanno affrontato, fra le altre, la questione dell’adesione al Testo Unico. I dirigenti non hanno avanzato nuove argomentazioni, oltre a quelle qui già indicate e criticate, se non dichiarare che «la decisione fosse pienamente legittima, essendo il Consiglio nazionale confederale l’organo che tra un congresso e l’altro è deputato a guidare l’organizzazione e che le decisioni che assume sono vincolanti per tutta l’organizzazione». Come abbiamo già detto, invece, tale organo era solo il Congresso.

Nel resoconto dell’Esecutivo Nazionale delle due riunioni si legge inoltre: «Il Consiglio Nazionale Confederale, convocato con un altro ordine del giorno, appreso che la sera precedente il tribunale aveva rigettato il nostro ricorso ha, inevitabilmente, deciso di discuterne e, con una sofferta discussione, ha ritenuto di dare l’adesione al fine di mettere in sicurezza l’organizzazione». Altra falsità, dato che la sentenza non è stata emessa la sera precedente del Consiglio Nazionale del 23 maggio ma il 15 maggio: forse per giustificare il fatto che al Consiglio nazionale del Lavoro Privato del 22 maggio non si sia fatto minimo accenno alla questione.

Il resoconto riporta la contrarietà alla firma del TU delle Federazioni di Venezia e Reggio Emilia, del Coordinamento confederale Veneto, del settore trasporti Veneto, del Coordinamento nazionale delle Agenzie Fiscali, cita la mozione del Coordinamento regionale Lavoro Privato Lombardia e il documento del Coordinamento No Testo Unico, appoggiato da 240 firme, dimenticando le importanti prese di posizione della Federazione di Lecco-Merate, del Coordinamento Nazionale Beni Culturali, dell’attivo nazionale dei ferrovieri, del Coordinamento Usb PI-Università di Trieste.

Al Consiglio nazionale sono intervenuti, e sono poi risultati i loro due voti contrari alla ratifica dell’adesione, solo due firmatari dell’Appello, il delegato della Sevel di Atessa e il responsabile della federazione di Lecco-Merate.

Quindi l’insieme quasi completo di questo organo del sindacato condivide le posizioni della sua dirigenza. Se da un lato questo è ottenuto cooptando o estromettendo i componenti degli organi direttivi, dall’altro è evidente che buona parte dell’attività sindacale della Usb, anche nel settore privato, è già impostata su binari concertativi. L’adesione al Testo Unico è stata coerente con queste convinzioni. I lavoratori sono attratti da questo sindacato, e i delegati si formano, sulla fiducia di essere difesi dagli organismi aziendali “riconosciuti” quali le Rsu e le Rsa, assai più che nella capacità di mobilitarsi e di lottare come classe. Certo è vero che questo permette una crescita più rapida del sindacato. Ma quel che va a costruire non è un sindacato di classe ma un nuovo sindacato concertativo, solo a parole più combattivo.

Questo è un processo la cui irreversibilità dovrà essere messa alla prova della lotta di classe, del generale rafforzarsi o indebolirsi del bisogno di vera e fattiva solidarietà all’interno del movimento operaio, il che influirà anche sulle forze dei piccoli movimenti di opposizione interna che sono venuti a formarsi.

Al di là della ratifica dell’adesione di Usb al Testo Unico sulla Rappresentanza, che era prevedibile, il lavoro di organizzazione di una opposizione interna contro questa decisione ha avuto l’importante risultato di rompere le paratie stagne con cui gli iscritti e i militanti sono divisi e mantenuti isolati in questo sindacato, mettendo in contatto alcuni dei lavoratori più attivi, e di riproporre e condividere alcuni degli importanti assunti del sindacalismo di classe. Un piccolo passo in direzione di un possibile lavoro futuro, più organico e coordinato.

 

 

 



Milano, venerdì 20 novembre 2015
Sciopero generale del Pubblico Impiego

Qui di seguito riportiamo il testo del volantino distribuito ai lavoratori nella manifestazione di Milano del 20 novembre per lo sciopero del pubblico impiego proclamato dall’Usb. La ragione centrale dello sciopero stava nel rinnovo del contratto nazionale, bloccato da quasi sei anni. La Consulta, quest’estate, ha dichiarato illegittimo un’eventuale proroga del blocco, avviando così la procedura per il suo rinnovo.

Il governo prevede di stanziare risorse che corrisponderebbero a un aumento medio di circa 15 euro lordi pro capite, quindi nulla. La piattaforma dell’Usb è molto ambiziosa richiedendo, fra l’altro, 300 euro di aumento e una drastica riduzione dell’orario di lavoro. Questo parrebbe positivo, ma se non vi è un’effettiva azione sindacale volta a spiegare ai lavoratori la piattaforma, per coinvolgerli nella mobilitazione e per preparare i mezzi per imporla, si riduce a un atto propagandistico volto, al più, a raccogliere qualche tessera, utile solo al fine della cosiddetta rappresentatività.

Il Coordinamento Nazionale Usb del Pubblico Impiego del 18 luglio aveva deciso di «avviare un confronto ampio e diffuso in ogni luogo di lavoro per l’immediata elaborazione delle piattaforme di settore, attraverso la convocazione delle Assemblee degli Iscritti, come deciso alla Conferenza di Organizzazione e di Programma di Chianciano, e di indire un’assemblea nazionale degli eletti RSU, dei delegati, dei lavoratori da tenersi entro la fine di settembre». Tutto questo non è stato fatto e la piattaforma è “calata dall’alto” sui lavoratori, che sono rimasti indifferenti.

La bassa partecipazione alla mobilitazione è stata una conseguenza anche di questa condotta. A Milano, i numeri erano appena sufficienti a non far apparire la manifestazione un fallimento: circa 800 lavoratori per tutto il Nord Italia! Il gruppo forse più numeroso, quello dei vigili del fuoco, era di 50 lavoratori, forse meno. Basti pensare che erano cento alla manifestazione genovese, ben riuscita, del dicembre scorso. Si è trattato quindi dell’ennesimo sciopero rituale, che dirsi sciopero non è nemmeno corretto, essendo ridotto a una manifestazione di testimonianza.

Altro fattore determinante che ha condotto a questo risultato è stata la scelta della Usb di scioperare sola, non unendosi allo sciopero della scuola di una settimana prima, il 13 novembre, proclamato dagli altri sindacati di base. La responsabilità di questa divisione non ricade solo sulla dirigenza della Usb. È stata infatti la Confederazione Cobas a voler far scioperare i lavoratori della scuola separatamente dal resto degli statali. Ma Usb, restando ferma sulla sua data, si è posta sullo stesso piano.

Una parte dei firmatari dell’Appello per il ritiro della firma della Usb dal Testo Unico sulla Rappresentanza – di cui riferiamo qui a lato – ha redatto un nuovo documento in cui si richiede alla Usb di tentare una nuova trattativa con gli altri sindacati di base per uno sciopero unitario e, nel caso, come prevedibile, fosse fallita, di convergere sulla data del 13. Nei pochi giorni a disposizione l’appello ha raccolto un’ottantina di adesioni, di cui un quarto nuove rispetto a quello sul Testo Unico.

* * *

LAVORATORI !

Oggi l’USB vi chiama allo sciopero generale della categoria a sostegno della sua piattaforma per il rinnovo del contratto nazionale, bloccato da oltre cinque anni.

Questo blocco, che ha determinato una grave perdita del potere d’acquisto dei salari, è stato effettuato – in Italia come in molti altri paesi d’Europa e del mondo – dai governi di vario colore, dietro la cui alternanza si nasconde il regime politico del Capitale, perché aumentare lo sfruttamento della classe lavoratrice è il solo mezzo che il capitalismo ha a disposizione per tenere ancora un poco in piedi il capitalismo e rimandare il precipitare – inevitabile – della sua crisi, a dispetto delle illusioni che spaccia la destra (neoliberismo) e la sinistra (interventismo statale in economia) borghesi.

Il mezzo fondamentale che hanno a disposizione i lavoratori per difendersi, invece, è lo SCIOPERO. I regimi borghesi lo sanno bene, per questo, in sempre più paesi, sono varati provvedimenti per limitarne l’uso e renderlo inefficace: in Germania, Inghilterra, India, Uruguay, Venezuela...

In Italia il padronato si è affidato – per ora – ad un accordo coi sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil, Ugl), chiamato Testo Unico sulla Rappresentanza, che concede di partecipare alle RSU e di godere delle agibilità sindacali in azienda (permessi sindacali, assemblee retribuite, ecc.) solo ai sindacati che accettino di limitare gravemente la propria libertà di sciopero. Due disegni di legge antisciopero – uno di Sacconi (ex FIOM), l’altro di Ichino (ex Cgil ed ex PCI) – sono stati però già depositati a luglio al Senato e attendono di essere discussi.

Lo sciopero è l’arma difensiva dei lavoratori e il padronato vuole strapparla loro di mano. Il solo modo per impedirlo non è appellarsi al diritto ma usarla. Lo sciopero è un’azione di forza, non una manifestazione di opinione. Il padronato può essere vinto non dall’idea espressa da un numero più o meno grande di persone ma dall’entità del danno economico causato dal numero di scioperanti, dalla durata della fermata dal lavoro, dalle modalità con cui è messa in atto.

La chiamata allo sciopero odierno di USB è giusta, perché rivolta a tutto il pubblico impiego e – ancor più positivo – ai lavoratori delle ditte partecipate e in appalto, come giusta è la radicale piattaforma contrattuale che rivendica forti aumenti salariali e riduzione dell’orario di lavoro. Ma è anche del tutto evidente che USB, da sola, è molto lontana dal poter dispiegare una mobilitazione che abbia la possibilità di raggiungere, anche solo parzialmente, questi obiettivi. In queste condizioni, lo sciopero decade al rango di un’inoffensiva manifestazione d’opinione.

Per questo, se da un lato è stata corretta la scelta di USB di proclamare lo sciopero generale di tutto il settore pubblico, dall’altro è stato sbagliato non unirsi allo sciopero dei lavoratori della scuola – che sono il comparto pubblico più numeroso – del 13 novembre scorso, proclamato inizialmente dalla sola Confederazione Cobas, ma a cui hanno poi dato adesione CUB, UNICobas, USI e la corrente minoritaria di sinistra della FLC Cgil. Se è vero che era sbagliato dividere i lavoratori della scuola dal resto del pubblico impiego – come ha ottusamente voluto la Confederazione Cobas – USB, impuntandosi sulla sua data, nei fatti si è messa su quello stesso piano. Le dirigenze dei sindacati di base hanno così dato una ennesima prova di non sapere e volere andare oltre le loro misere rivalità di sigla.

Queste divisioni sono state aggravate dal gravissimo opportunismo che ha condotto la Confederazione Cobas e l’USB ad aderire al Testo Unico sulla Rappresentanza, accettando così di sottomettere la propria libertà di sciopero alla volontà delle organizzazioni sindacali maggioritarie, in azienda e nelle categorie, cioè ai sindacati di regime!

L’offensiva borghese contro i lavoratori, sempre più cinica e spregiudicata, non incontra quindi un sindacalismo di base forte, unito e pronto alla battaglia, ma in grave crisi.

Sta ai militanti, ai delegati, agli iscritti più combattivi organizzarsi e battersi contro l’opportunismo delle attuali dirigenze:
per l’ UNITÀ D’AZIONE DEI LAVORATORI, contro la divisione degli scioperi per sigle sindacali;
per la PIENA LIBERTÀ di SCIOPERO, rigettando ogni sua limitazione in cambio di pretesi vantaggi, quali le agibilità sindacali in azienda, che si sono dimostrate assai più utili a corrompere il movimento invece che a rafforzarlo;
per una CASSA DI RESISTENZA a sostegno degli scioperi e dei sempre più frequenti licenziamenti punitivi contro i militanti dei sindacati combattivi;
PER L’UNIFICAZIONE DAL BASSO DEL SINDACALISMO DI BASE !

 

 

 



Lotte operaie nel mondo

IN SVIZZERA
Il 1° novembre nella Svizzera italiana sono scesi in sciopero 2.500 edili contro il contratto nazionale siglato dai sindacati maggioritari. Il giorno seguente e per tre giorni si sono uniti altri 3.000 lavoratori del settore nei cantoni germanofoni. 10.000 lavoratori cantonali hanno scioperato a Ginevra dal 9 novembre per tre giorni contro i tagli al salario. Si tratta di episodi importanti in uno dei paesi in cui più antico e comprovato e il metodo della concertazione, ossia il corporativismo sindacale. Si dimostra che la lotta di classe può essere imbrigliata ma non è eliminabile e prima o dopo rompe i lacci del regime borghese e del suo falso sindacalismo.

IN ISRAELE
Due episodi di lotta dura in uno dei paesi in cui la classe lavoratrice più è bombardata di propaganda nazionalista. Il 26 ottobre gli operai dell’azienda elettrica nazionale sono scesi in sciopero lasciando senza luce per alcuni giorni oltre 200.000 utenze. Il 15 novembre i ferrovieri sono scesi in sciopero a oltranza: 5 stazioni ferroviarie sono state chiuse improvvisamente senza preavviso e in alcuni casi i passeggeri sono stati fatti scendere a metà corsa. Ma il sindacato ha preso le distanze da questi episodi.

IN GERMANIA
Sette giorni di sciopero alla Lufthansa: il più lungo nella storia della categoria nel paese. Ha raddoppiato il totale dei giorni di sciopero per quest’anno, provocando 10 milioni di euro di danni al giorno. L’azienda ha provato ad appellarsi alla recente legge anti-sciopero – di cui abbiamo riferito nel n.372 – chiedendo l’intervento del tribunale di Dusseldorf. Il tribunale ha in un primo momento lasciato intendere che lo sciopero fosse illegale, per poi smentire in seguito. Forse lo Stato ha tentato di intimorire gli scioperanti, ma verificato che lo sciopero si allargava, ha preferito evitare di trasformare uno sciopero che rivendicava una riduzione dell’età di pensionamento in uno scontro apertamente politico.

NEGLI STATI UNITI
Il 15 novembre i lavoratori dei fast-food hanno organizzato il più esteso sciopero della categoria da quando è iniziato il movimento per rivendicare uno stipendio minimo di 15 dollari l’ora. Lo sciopero ha raggiunto 270 città americane. Sono 3 anni che la categoria si sta organizzando e si tratta del nono sciopero a carattere nazionale. Ormai il movimento è diventato un riferimento per lavoratori di altri settori – ospedalieri, asili, alberghi, benzinai, negozi di dettaglio, personale universitario – che si sono aggregati allo sciopero. Anche per questo ha incontrato una dura repressione con più di 500 arresti. Nel movimento è presente una forte influenza della Service Employees International Union, un sindacato legato al Partito Democratico, nonché uno dei primi finanziatori della campagna elettorale dell’attuale presidente Obama, che opera per frenare il movimento e solo guadagnare consensi elettorali.

 

 

 

 

 

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Le migrazioni di una classe di senza patria

«Non volevamo partire, c’era brutto tempo. Ma ci hanno costretti con le armi. Siamo partiti in 460 a bordo di quattro gommoni, ma durante la traversata uno è affondato: sono morti tutti. Tra loro c’erano tre bambini». Questo è il racconto di un superstite il giorno 11 febbraio scorso, solo uno di una serie infinita di tragedie, che si sono intensificate negli ultimi anni a causa degli “effetti collaterali” delle guerre in Libia, in Siria e in molti altri paesi.

La dimensione di un esodo incontenibile

Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, dall’inizio del 2015 a fine maggio sono quasi 90.000 gli uomini che hanno attraversato il Mediterraneo: di questi circa 46.500 sono sbarcati in Italia e 42.000 in Grecia. Durante lo stesso periodo dello scorso anno avevano attraversato il Mediterraneo per raggiungere l’Europa meridionale in 49.000. In tutto il 2014 gli sbarchi in Italia, secondo i dati del Ministero dell’Interno, furono circa 170.000. In Grecia invece 50.000. È evidente che vi è stato uno spostamento ad est degli arrivi. L’UNHCR ha annunciato quindi un rafforzamento della propria presenza nelle isole greche nell’Egeo orientale, dove nelle ultime settimane una media di 600 uomini, per lo più rifugiati, sta arrivando ogni giorno via mare dalla Turchia.

Arrivi via mare in Grecia, Malta, Spagna (escluse le Canarie) e Italia

2010 2011 2012 2013 2014 Totale
Grecia 1.765 1.030 3.610 11.447 37.590 55.442
Italia 4.406 62.692 13.267 42.925 154.075 277.365
Malta 47 1.579 1.890 2.008 568 6.092
Spagna 3.436 5.103 3.631 3.039 3.000 18.209

Abbiamo raccolto qui due tabelle che danno la dimensione del fenomeno, con i dati forniti dal Ministero dell’Interno. Come si può notare negli ultimi 3 anni vi è una impennata del numero di arrivi via mare, sino ad arrivare a ben 154.075 in Italia nel 2014 contro i 62.692 del 2011, anno delle “Primavere Arabe”. I numeri eccezionali del 2014 riflettono la situazione di guerra in Nord Africa e Medio Oriente: i fronti siriano e libico e l’avanzata del fantomatico Stato Islamico stanno provocando un esodo senza precedenti verso l’Europa. La seconda tabella conferma come i primi quindici paesi da cui provengono gli immigrati con richiesta di asilo politico sono prevalentemente paesi in guerra.

Italia. 15 maggiori nazionalità dei migranti per anno
2010
2011 2012 2013 2014
Afghan. 1.699 Tunisia 28.047 Tunisia 2.268 Siria 11.307 Siria 36.351
Tunisia 650 Nigeria 5.480 Somalia 2.179 Eritrea 9.834 Eritrea 33.872
Egitto 551 Corno d’A. 4.157 Afghan. 1.739 Somalia 3.267 Afr.Subs. 20.549
Algeria 297 Africa cen. 3.987 Eritrea 1.612 Egitto 2.728 Mali 8.899
Iraq 207 Ghana 2.655 Pakistan 1.247 Nigeria 2.680 Nigeria 8.031
Iran 206 Mali 2.393 Egitto 1.223 Gambia 2.619 Gambia 6.787
Siria 191 Afghanist. 2.175 Banglad. 622 Pakistan 1.753 Palestin. 5.044
Turchia 160 Egitto 1.989 Siria 582 Mali 1.674 Somalia 4.965
Cisgiord. 128 Pakistan 1.423 Nigeria 358 Senegal 1.314 Banglad. 4.362
Somalia 61 Banglad. 1.279 Gambia 348 Cisgior. 1.075 Egitto 3.860
Pakistan 55 Costa d’A. 1.232 Mali 224 Afghan. 964 Senegal 3.594
Altri 201 Altri 7.875 Altri 865 Altri 3.710 Altri 17.761

Il motto delle classi dominanti “divide et impera” non viene meno e in questo scenario trova la sua massima espressione. Non basta la divisione tra proletari autoctoni e immigrati, ma questi vengono ulteriormente divisi in regolari, irregolari o clandestini, facenti parte dell’Unione europea o extra europea, tutti messi in competizione per la felicità del capitale. Nella attuale situazione, e senza organizzazioni sindacali classiste in grado di reagire a queste divisioni, il padronato riesce ad ottenere l’abbassamento medio dei salari, l’innalzamento delle ore di lavoro, la revoca di ogni diritto. Anche gli immigrati regolari, prevalentemente comunitari ma anche dal di fuori, servono a coprire settori del mercato del lavoro altrimenti scoperti e a costi bassissimi.

 

La politica europea: le operazioni Mare Nostrum e Triton

Il 14 ottobre 2013, dopo la morte di 366 immigrati vicino all’Isola dei Conigli, il governo di Enrico Letta annunciò ufficialmente l’inizio di un’operazione “militare e umanitaria”. L’operazione denominata Mare Nostrum, consisteva, in sostanza, in un potenziamento dei controlli già attivi, utilizzando personale e mezzi navali e aerei della Marina Militare e, in misura minore, dell’Aeronautica Militare, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e delle Capitanerie di Porto. Sulle navi era presente la polizia per l’identificazione dei migranti e personale medico per i controlli e gli interventi sanitari. A detta loro questa operazione aveva due obiettivi: «garantire la salvaguardia della vita in mare» e «assicurare alla giustizia coloro che lucrano sul traffico illegale di migranti».

Lo stanziamento destinato dall’Italia, dal 18 ottobre 2013 al 31 ottobre 2014, è stato di 9,3 milioni di euro al mese e vedeva impegnati 4 elicotteri, 3 velivoli, 7 pattugliatori, 2 corvette, 2 aeromobili a pilotaggio remoto e una nave anfibia.

Alla fine di agosto del 2014, Frontex, l’Agenzia per la gestione della “cooperazione internazionale” alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea, aveva promesso di sostenere l’operazione italiana Mare Nostrum con un’operazione, definita all’inizio Frontex Plus, che avrebbe dovuto garantire anche la lotta alle “mafie” sulle coste africane e agli scafisti. Mare Nostrum e Frontex Plus hanno poi dato vita all’operazione europea Triton, che è partita il 1° novembre 2014, ed ha sostituito le altre missioni attive nel Mediterraneo, sia di Frontex sia quella nazionale di Mare Nostrum. Triton è stata finanziata dall’Unione europea con 2,9 milioni di euro al mese: circa due terzi in meno di quanti erano destinati a Mare Nostrum. Inoltre prevedeva il controllo delle acque internazionali solamente fino a 30 miglia dalle coste italiane: il suo scopo principale era il controllo della frontiera, non il soccorso. Prevedeva l’impiego solo di 1 elicottero, 2 velivoli, 2 pattugliatori d’altura.

In seguito all’ennesima tragedia del mare, è riecheggiato l’ipocrita piagnisteo dei borghesi “di sinistra”, Arci, Acli, Cgil, Libera, Legambiente, Gruppo Abele e Uil, che altro non hanno saputo fare che richiedere il ripristino di Mare Nostrum. “Il Manifesto”, che continua ad autodefinirsi “quotidiano comunista” (cosa che non è mai stato), il 12 febbraio in prima pagina titolava “Torni Mare Nostrum”.

Nel gioco delle parti interno allo schieramento borghese sul problema immigrazione trovano terreno fertile i nazional-populisti con la Lega in testa, i quali, per accaparrarsi consensi e voti, professano la difesa della Patria dall’invasione che minaccerebbe il lavoro, la sicurezza, la casa, etc., utilizzando argomenti che fanno presa sulla piccola e media borghesia e purtroppo anche su quella parte del proletariato che ha perso, o non vede ancora, la solidarietà di classe. La presunta “pericolosità” assicura la divisione tra migranti e autoctoni atta a scongiurare una alleanza proletaria contro lo Stato che difende gli interessi borghesi.

Come prevedibile ed inevitabile, il 19 aprile, a soli due mesi di distanza, la tragedia si ripete e in dimensioni ben peggiori, la più grave sciagura in mare dal secondo dopoguerra. I media borghesi si affannano a chi dà per prima la “diretta” della strage, 700 morti, dovuti al numero sconsiderato di immigrati a bordo del barcone naufragato.

La borghesia affianca alla vacua pietà cristiana, capeggiata dal Papa e dal neoeletto presidente della repubblica Mattarella, le sue rivendicazioni politiche in sede europea. Il premier Renzi il giorno stesso si affretta a chiedere la convocazione di un vertice straordinario dell’UE sul tema dell’immigrazione: «Chiediamo di non essere lasciati soli. Ma la nostra questione è di dignità dell’uomo oltre che di sicurezza delle nazioni, ed è quella di bloccare gli schiavisti in mare». Si appella poi all’unità nazionale, che non fa mai male.

La politica europea: la ripartizione delle quote

Anche altri capi europei chiedono una riunione di emergenza lanciando vani propositi su come contrastare “i trafficanti di esseri umani”.

È stato così varato un Piano della Commissione Europea che prevedeva la redistribuzione obbligatoria di 40 mila richiedenti asilo, arrivati dopo il 15 aprile e di quelli che sarebbero arrivati. Di questi l’Italia potrà “esportarne” 24 mila, mentre gli altri 16 mila saranno quelli transitati dalla Grecia. Le quote dei profughi da ripartire tra i paesi membri sarebbero da decidere in base a criteri che tengano conto della popolazione, del Pil, della disoccupazione e delle richieste di asilo già accordate.

Danimarca, Irlanda e Regno Unito si dicono subito contrari, forse per tirare sul prezzo dei 6 mila euro che gli Stati riceverebbero per accogliere ogni migrante.

Il piano prevede che possano rientrare in queste quote unicamente profughi di nazionalità siriana ed eritrea, quelle che hanno finora ottenuto il più alto tasso di accoglimento delle richieste di asilo, superiore al 75%. Dunque tutti i migranti di nazionalità differente dovranno rimanere in Italia e in Grecia così come quelli arrivati precedentemente al 15 aprile.

Ma queste due nazionalità rappresentano solo il 31% dei 41 mila sbarcati sulle coste italiane da gennaio ad aprile 2015. Questo meccanismo di emergenza rimarrà in vigore per i prossimi 2 anni: ciò significa che i 24 mila profughi e i 16 mila che, rispettivamente, Roma e Atene potranno trasferire in altri Paesi della UE saranno ridistribuiti nel corso di un paio di anni. Alla faccia dell’emergenza.

In ogni caso questo ben pianificato trasferimento di mandrie umane potrà avvenire soltanto quando entreranno in funzione i centri di smistamento “hotspot”: nuove strutture, dove gli stranieri dovranno essere portati subito dopo l’arrivo e rimanere fino al termine della procedura per l’identificazione, rilevamento delle impronte digitali, ecc. Queste operazioni verranno coadiuvate da squadre internazionali composte da funzionari di Frontex, Europol ed Easo. L’ipotesi è arrivare al massimo a 500 ospiti per centro di smistamento.

Sono previsti anche cambiamenti sulla missione di Frontex-Triton: pensata per agire sotto le coste europee, arriverà a coprire 138 miglia nautiche a sud della Sicilia, praticamente fino in prossimità delle coste libiche. Saranno così impiegati 3 aerei, 6 navi d’altura, 12 pattugliatori e 2 elicotteri. L’importo che la UE darà a Frontex e, in parte, a Poseidon, sull’Egeo, per i prossimi sei mesi, sarà di 26,25 milioni di euro, per un totale annuo di 38 per Frontex e 18 per Poseidon, mentre per il 2016 sono già previsti solo 45 milioni per entrambe le operazioni.

Il 25-26 giugno i 28 Stati membri della Unione Europea si riuniscono ma, come previsto, le conclusioni sono nebulose e vi è un ulteriore rimando a luglio.

Rai News 24 così commenta l’ambiguo accordo: «L’accordo c’è ma con molti chiaroscuri, fatto di compromessi letterari e problemi di consenso (...) Sembrerebbe che non vi siano sostanziali novità rispetto all’intesa precedente sul “collocamento” di 40 mila migranti all’interno della UE. Il testo non specifica la ripartizione tra i singoli Paesi ma rimanda a una successiva decisione da prendere a luglio, e introduce una esenzione totale per l’Ungheria (...) e una parziale per la Bulgaria».

Continua così il cinico mercanteggio borghese sulla pelle dei proletari.

La speculazione sull’accoglienza

Altro aspetto dell’immigrazione odierna è quello del giro di affari che ci ruota intorno. Secondo un articolo di “Avvenire” del 26 gennaio 2011: «Il giro d’affari mondiale della tratta di esseri umani è di circa 32 miliardi di dollari». Questo dato posizionerebbe il traffico di esseri umani dietro solo a quello delle armi e della droga. In Italia al giro contribuisce una serie di numerose sigle di strutture apposite delle quali qui riassumiamo il ruolo.

I Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE), sono strutture detentive create nel 1998 dalla legge Turco-Napolitano, denominate originariamente Centri di Permanenza Temporanea (CPT), il cui scopo è di confinare gli stranieri destinati all’espulsione, in attesa dell’esecuzione del provvedimento. Si contano 11 CIE in Italia con 1.791 posti letto. Con 54.767 ingressi dal 2008 risulta una detenzione della durata media di 2-3 mesi.

All’interno dei CIE lo straniero subisce la privazione della libertà personale, pur senza aver violato alcuna legge penale. Secondo l’attuale legislazione l’immigrato irregolare in attesa di espulsione può essere trattenuto fino a 18 mesi. Anche se adesso, rispetto ad un recente passato, è formalmente prevista la possibilità di adottare misure di controllo alternative (come l’obbligo di consegna dei documenti, di firma o di dimora) i requisiti di “affidabilità sociale” che lo straniero deve possedere per poter accedere ad una delle misure non-detentive sono tali e tanti (possesso di documenti, di adeguate fonti di reddito, di una dimora fissa, ecc.) che la detenzione finisce per essere ancora la misura più ricorrente. I CIE, ex-CPT, hanno chiaramente assunto i tratti di centri chiusi sin dalla loro istituzione, tanto che la medesima legge Turco-Napolitano ed il suo regolamento attuativo, pur affermando che «la detenzione deve avvenire nel rispetto della dignità dello straniero» e che gli deve essere assicurata «la garanzia dei contatti, anche telefonici, con l’esterno», stabilivano l’assoluto divieto di allontanarsi da tali centri ed affidavano alla polizia la sorveglianza e sicurezza interna.

La situazione di gravissimo disagio vissuto dagli immigrati all’interno di queste, che sono a tutti gli effetti delle galere, ha dato origine a numerose rivolte, il cui unico esito è stato la chiusura di alcuni CIE (anche in risposta alle denunce di diverse associazioni) con il risultato di una diminuzione dei posti disponibili e quindi l’aggravio delle condizioni dei detenuti.

I Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo (CARA), istituiti nel 2002 con la denominazione di Centri di Identificazione (CDI), sono chiamati ad ospitare i richiedenti asilo presenti sul territorio nazionale in attesa dell’esito della concessione.

La storia dei CARA è legata a quella dei CDA, situati nei pressi delle frontiere meridionali d’Italia. Alle sue origini il sistema di detenzione per richiedenti asilo era stato concepito come una propaggine del sistema di accoglienza per gli immigrati sbarcati sulle coste meridionali, tanto che alcuni CDA avevano cominciato ad operare sin dal 2002 secondo un rigido regime detentivo. Tale prossimità tra CARA e CDA perdura tutt’oggi, anche perché, a causa del limitato numero di posti disponibili nei primi, i richiedenti asilo transitati da un CDA sono sovente ospitati presso altri CDA o, peggio, nei CIE, con un ulteriore peggioramento delle loro condizioni.

In base alle disposizioni varate nel 2002 e nel 2004, i CDI hanno assunto il carattere di centri aperti da cui gli stranieri possono uscire durante le ore diurne. Negli originari CDI l’allontanamento non autorizzato dal centro comportava la perdita del diritto alla protezione internazionale. La riforma del 2008 ha fatto assumere agli attuali CARA uno statuto più schiettamente “umanitario” sancendo il carattere aperto. Tuttavia all’interno dei CARA la vita resta infernale.

Sono presenti al loro interno gli uffici della UNHCR e di organizzazioni umanitarie, quali Save The Children a tutela dei minori. Questi organismi sono evidentemente impotenti, se non in minima misura, a risolvere le sofferenze prodotte dalla mondiale società del capitale, ma ben servono agli Stati per nascondere le loro responsabilità. Le condizioni di vita nei CARA sono quasi insostenibili, per la mancanza di igiene, di una reale assistenza sanitaria, di pasti decenti, di una effettiva possibilità di ricevere assistenza dall’UNHCR. Non rari sono i casi non solo di rivolte ma anche di atti di autolesionismo.

Il periodo di accoglienza nei CARA non dovrebbe eccedere i 35 giorni, oltre i quali il richiedente asilo dovrebbe ricevere un permesso di soggiorno della durata di tre mesi, rinnovabile fino alla definizione della richiesta. Di fatto, a causa dei ritardi delle Commissioni territoriali nella definizione delle domande, i tempi di permanenza superano in genere i sei mesi.

I CARA attualmente operativi sono 10, alcuni dei quali svolgono anche la funzione di Centri di Accoglienza. Dispongono di circa 4.000 posti letto e dal 2008 hanno ospitato 65.850 stranieri, quindi con permanenza media di 4 mesi.

I Centri di Accoglienza (CDA), alcuni dei quali sono definiti Centri di Primo Soccorso ed Accoglienza (CPSA), dovrebbero invece garantire un primo aiuto allo straniero rintracciato nei pressi della zona di frontiera, ospitandolo in attesa della determinazione della sua posizione giuridica. La legge si limita ad affermare che la permanenza in tali strutture deve durare “il tempo strettamente necessario”. Di solito non si superano le 48 ore ma non sono mancati casi in cui, in occasione delle ricorrenti “emergenze sbarchi”, la permanenza si è protratta per settimane.

La dichiarata finalità di accoglienza e primo soccorso non ha impedito che in realtà tali centri abbiano finito per essere gestiti con modalità del tutto analoghe a quelle dei CIE, e in assenza delle limitate garanzie giurisdizionali previste nel caso dei provvedimenti di trattenimento nei centri per stranieri in via di espulsione.

Attualmente le strutture attive con funzioni di CDA o CPSA sono 8, tutte situate nelle regioni meridionali, per un totale di 2.800 posti letto circa. Con 99.928 ingressi dal 2008 si ha una permanenza media di 10 giorni. Si tratta di strutture molto grandi che in alcuni casi svolgono al contempo la funzione di accoglienza per richiedenti asilo, e che possono giungere ad ospitare fino a 1.000 persone contemporaneamente, come nei casi dei centri di Bari, Foggia, Crotone e Lampedusa, tra le strutture per migranti più grandi in Europa.

Durante i periodi di crisi i CDA hanno sovente ecceduto i limiti di capienza. Così sono nati i Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS). Questi, che sono strutture di emergenza per alloggiare i richiedenti asilo, sono completamente fuori controllo.

Nel 2011, l’anno in cui il numero degli sbarchi fu definito “eccezionale”, il governo di allora (alla presidenza del consiglio Silvio Berlusconi, agli Interni Roberto Maroni) decretava la cosiddetta “emergenza Nord Africa” e approntava un “sistema di accoglienza straordinario”, accanto a quello “ordinario”, dando mandato alle prefetture di identificare palestre, alberghi, palasport e luoghi di vario genere da adibire a strutture per gli arrivati via mare. In tutta la penisola si è sviluppato un sistema diffuso di centri, con cooperative, associazioni, soggetti vari già operanti nel terzo settore, oppure del tutto improvvisati, che hanno risposto all’appello, accogliendo migranti a fronte di una retta media di 45 euro al giorno.

L’emergenza è stata chiusa, per decreto, il 28 febbraio 2013 dal ministro dell’interno Anna Maria Cancellieri, durante il governo presieduto da Mario Monti. I migranti che ancora erano dentro le strutture sono stati allontanati con una buonuscita di 500 euro.

Sono passati tre anni dall’inizio dell’ “emergenza Nord Africa” e oggi siamo al punto di partenza. Per i molteplici nuovi sbarcati è stato approntato un sistema del tutto analogo a quello del 2011. Anche in questo caso, oltre alla cosiddetta accoglienza ordinaria, è stato chiesto alle prefetture di identificare luoghi temporanei per i migranti: di nuovo alberghi, palestre, palazzetti dello sport e altre strutture palesemente inadeguate. Centri di accoglienza straordinaria sono stati aperti sia per gli adulti sia per i minori non accompagnati, i quali ultimi nell’ultimo periodo sono arrivati in numero molto più alto del solito (11.507 dal gennaio all’ottobre 2014, secondo i dati di Save the Children).

Gli immigrati vi sono costretti a vivere in desolanti e precari alloggi se non nei container, infestati da scarafaggi, con servizi igienici in comune per uomini e donne, lavandini otturati, rubinetti e vetri rotti; bambini insieme agli adulti; difficile a volte trovare persino una bacinella e il sapone per il bucato. Segregati a chilometri dalle città, senza mezzi di trasporto. Giovani rifugiati che alla fine del lungo periodo passato nei CARA ne escono senza che neanche abbiano potuto imparare l’italiano. Importante che vadano a infoltire l’enorme esercito di riserva proletario, in continuo aumento.

Il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR) costituisce una rete di centri di “seconda accoglienza” finalizzato alla “integrazione sociale ed economica” di soggetti già titolari di una forma di protezione internazionale (rifugiati, titolari di protezione sussidiaria o umanitaria).

Lo SPRAR, che si propone gli obiettivi di offrire misure di assistenza e di protezione e di favorire i “percorsi di integrazione” verso “una ritrovata autonomia”, cioè, un lavoro salariato, è costituito sulla rete degli enti locali. Il Ministero dell’Interno emana ogni tre anni un bando per l’assegnazione dei posti. Gli enti locali interessati, congiuntamente ad “organizzazioni” del terzo settore presenti localmente, partecipano a tale bando presentando propri progetti. Questi prevedono l’accoglienza di singoli o famiglie in appartamenti o in centri collettivi e lo svolgimento di una serie di attività per favorire la loro integrazione. I servizi offerti sono assistenza sanitaria e sociale, inserimento scolastico dei minori, mediazione linguistica e interculturale, orientamento e informazione legale, servizi per l’alloggio, per l’inserimento lavorativo e per la formazione.

Come nel caso dei CARA, tali progetti divengono la gallina dalle uova d’oro per le Cooperative sorte per la loro gestione.

Lo SPRAR è evidentemente molto richiesto dagli immigrati. Chi ha il “privilegio” di entrarci? «Pura questione di fortuna», dice Ivan Mei, di un’associazione romana, «per la disponibilità di posti o persino per l’umore del funzionario di turno, la prefettura può inviare una persona in un Centro Straordinario, in un CARA, oppure in un centro SPRAR». Quello che gli immigrati ambiscono è poter entrare nel mercato del lavoro, seppure come salariati a basso costo, demansionati rispetto alle competenze personali e senza la millantata “formazione” quale, ad esempio, la conoscenza della lingua italiana che il progetto prevederebbe.

Meno di un terzo dei pretendenti riesce ad entrarci: dei 61.238 migranti attualmente in accoglienza, più della metà, 32.335, sono in centri temporanei, 10.206 nei CARA e 18.697 in strutture afferenti allo SPRAR.

Nel 2011, secondo i dati del Servizio Centrale, sono stati complessivamente accolti 7.598 stranieri nella rete dei 209 SPRAR in 128 enti locali, con 3979 posti. Il 18% di questi era costituito da rifugiati; il 38% da titolari di protezione sussidiaria, il 16% da titolari di protezione umanitaria, il 28% da richiedenti una forma di protezione internazionale.

L’inazione, l’incertezza del futuro, la mancanza di spiegazioni dominano in buona parte del sistema d’accoglienza: arrivati in Italia gli immigrati sono portati nei centri dove la sospensione temporale è la peggiore tortura per l’immigrato.

Ma l’attesa gratifica chi specula: più tempo, più soldi. Attualmente per ogni richiedente asilo lo Stato versa in media 35 euro al giorno agli enti gestori dei centri, con cui questi dovrebbero assicurare vitto, alloggio, vestiti, qualche corso di italiano e una somma di 2,5 euro (che spesso i migranti neanche vedono) fornita per le piccole spese.

Durante gli scontri di Tor Sapienza i residenti inferociti erano convinti che lo Stato versasse i 35 euro direttamente ai migranti. Daniela Di Capua, direttrice di un programma di assistenza precisa: «Una bufala mostruosa e pericolosa, perché alimenta il razzismo». Si, una bufala, che fa comodo all’italico Stato borghese per dividere i proletari. «In un momento come questo di recessione e crisi, lo straniero “indolente e parassita” diventa il facile capro espiatorio di tutte le frustrazioni».

I 35 euro per le strutture con grande capienza e pochi servizi, come i CARA e buona parte dei CAS, sono un vero affare: il centro di Mineo, ad esempio, che ha ufficialmente 2.000 posti ma che arriva a ospitare anche 4.000 migranti, frutta a chi lo gestisce tra i 70.000 e i 140.000 euro al giorno. Il contratto di assegnazione, recentemente confermato (nonostante le svelate brutali speculazioni al suo interno), prevede una spesa di 97,9 milioni di euro per tre anni corrisposta all’ente gestore, un consorzio di aziende e cooperative che vanta forti legami con la politica siciliana, tanto a “destra” quanto a “sinistra”.

Grandi aziende, consorzi di vario genere, piccoli e medi imprenditori si sono gettati nel settore dell’accoglienza traendone profitti considerevoli. La “gestione straordinaria” dell’emergenza si è rivelata un grosso affare. Colossi, come la Domus Caritatis, legata all’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e Trifone e vicina a Comunione e Liberazione, o la Cascina, azienda specializzata in servizi di catering in ospedali e mense in mezza Italia (incriminata in questi ultimi giorni), hanno ottenuto appalti importanti nella gestione di diversi centri.

Quali sono le cifre che ruotano intorno all’accoglienza? «Tra i 700 e gli 800 milioni all’anno», afferma il prefetto Morcone. Di questi, una porzione minima arriva dall’Unione europea, che ha destinato all’Italia per il periodo 2014-2020 poco più di 320 milioni, circa 45 milioni l’anno. Il resto lo mette il governo.

Visti i numeri è facile capire perché, come sostiene Buzzi (protagonista della inchiesta “Mafia Capitale”) gli immigrati fruttano più del traffico della droga e anche perché il sistema dell’emergenza sia stato tenuto in piedi per tutto questo tempo nonostante la sua palese inadeguatezza e la consapevolezza che l’immigrazione non è una casualità imprevista ma un fenomeno che investe strutturalmente l’Italia da almeno vent’anni. L’emergenza in sé, parlare di emergenza, alimentare l’emergenza è sempre utile al capitale. Inoltre la recente inchiesta aperta a Roma dimostra come il business dell’accoglienza sia diventato strumento di spartizione di potere, creazione di clientele e gestione di influenze politiche.

«Non sarà anche per questo che lo SPRAR è rimasto fino ad oggi la Cenerentola del sistema?», si chiede ipocritamente la borghesia italiana; e continua sostenendo che sono soprattutto i centri con più capienza (come i CARA e i CAS) che garantiscono i profitti più alti, per le economie di scala e per gli scarsi controlli a cui sono sottoposti. Gli SPRAR sono invece in generale strutture più piccole. Invece «lo SPRAR riceve esattamente la stessa cifra dei CAS e dei CARA, 35 euro per ospite».

Perché allora, si chiede retoricamente la borghesia nostrana, non si smantellano questi ultimi a vantaggio di quello che tutti, anche in Europa, ritengono un sistema più efficiente? Perché si perpetua il circolo dell’emergenza e dei Cara, che non solo non produce risultati positivi, ma è anche occasione di malaffare e di profitti!

Morcone lo dice: «I CARA e i CAS sono aperti dalle prefetture per lo più in aree demaniali dismesse o in edifici privati lontani dai centri abitati; gli SPRAR rispondono alla logica opposta: devono essere integrati nel territorio, avere con il quartiere circostante una relazione, garantire un percorso di scambio e d’inclusione». E ancora: «Gli enti locali devono capire che per loro gli SPRAR sono un’opportunità, sia perché sul medio periodo gli immigrati si rivelano una risorsa sia perché garantiscono occupazione nel territorio (...) La gran parte dei posti di lavoro in Calabria e in Sicilia in questi ultimi anni è stata creata grazie all’accoglienza dei migranti».

E ancora Morcone: «I sindaci e i governatori di molte regioni si oppongono alla creazione dei posti SPRAR. E così i grandi e più che ragionevoli piani del Viminale rischiano di rimanere lettera morta e la gestione dell’immigrazione finisce per essere occasione di business per imprenditori e faccendieri con pochi scrupoli. Con buona pace degli immigrati che potrebbero essere una risorsa per un paese che invecchia».

La “dialettica” tra gli interessi borghesi finisce per tenere in piedi i tanto additati CARA & Co da un lato, e dall’altra far crescere i progetti SPRAR che consentono anche agli enti locali di mettere le mani in pasta, accrescere le sfere di influenza politica di sindaci e governatori regionali, e la forza delle “mafie” locali, in veste di nuove cooperative.

Ecco, dunque, come guadagna il Capitale sulla pelle dei proletari immigrati nella prima fase, seguita, come vedremo, dal totale abbandono dell’immigrato ai capricci del mercato del lavoro salariato.

(Continua al prossimo numero)