Partito Comunista Internazionale
Il Partito Comunista N. 375 - gennaio-febbraio 2016
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Indice dei numeri
Numero precedentesuccessivo
organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 Il 2016 sarà ancora anno di crisi del capitale mondiale e di lotta operaia
– Contro lo sfruttamento capitalista solidarietà operaia in tutto mondo
Il capitalismo nazionale cinese rivendica il suo spazio vitale e si prepara allo scontro con gli altri imperialismi: Riarmo militare e strategico Le forze armate - La dottrina strategica (Negli anni Ottanta del Novecento - Gli anni Novanta - Inizio del Duemila) - La strategia della Marina - La “difesa attiva” - Tensioni nel Pacifico
PAGINA 2 Rapporti collegati alla riunione generale di Torino - 26-27 settembre [RG123]: La successione dei modi di produzione: Variante antico-classica, La Grecia - Storia dell’India: Il conflitto fra le potenze coloniali nel 18° secolo - Il concetto di dittatura prima di Marx: Massimiliano Robespierre - Storia del movimento operaio in Irlanda: dal 1907 al 1912
Per
il sindacato
di classe
Ikea ed autoferrotranvieri: Divisione fra sigle per scoraggiare la lotta, i referendum per fermarla - Due referendum
Nessuna “tregua natalizia” per le lotte del SI Cobas: Contro poliziotti e confederali
– A Roma l’usuale tattica della Fiom: illudere e disarmare i lavoratori
Ancora sulla opposizione in USB
– Le condizioni, le lotte e verso una nuova organizzazione dei braccianti
PAGINA 5
Le migrazioni di una classe di senza patria (Continua dal numero scorso) La regolamentazione dei flussi - Gli immigrati “regolari” -L’importanza delle rimesse (continua)
 

 

 
 
 
 
PAGINA 1
Il 2016 sarà ancora anno di crisi del capitale mondiale e di lotta operaia

Il nostro sicuro pronostico per il nuovo anno è che il capitalismo continuerà a portarsi dietro tutti i suoi vecchi vizi deformità e guasti che da troppo tempo ormai appestano il suo decrepito regime.

Subito abbiamo avuto una nuova scossa delle borse asiatiche, partito dalla Cina. Questo rigurgito della infinita crisi finanziaria, oltre i suoi motivi contingenti, dimostra che anche il giovane e potente imperialismo cinese non è affatto indenne dalla crisi del capitalismo mondiale, nel quale è sempre più integrato e con ripercussioni tettoniche sull’intera economia del pianeta.

Il prezzo del petrolio ha continuato a flettere, nonostante la guerra in Siria. Non può essere imputato solo all’Arabia Saudita, che non intende ridurne l’estrazione, ma alla recessione produttiva a livello mondiale che inghiotte meno dell’oleosa piena.

Non c’è continente esente da tensioni, interne e tra tutti gli Stati imperialisti. In Medio Oriente i loro rapporti in questi primi giorni dell’anno si stanno facendo sempre più aspri, proprio quando quelle potenze responsabili della carneficina in Siria starebbero per contendersene le spoglie.

La guerra per procura che i vari imperialismi si fanno nell’area è giunta al quinto anno e ha causato più di 250 mila morti, in grandissima parte civili, in un paese di poco più di 20 milioni di abitanti. Ha provocato la fuga in milioni dalle loro case, miseri, affamati e disperati. Il regime di Assad, ridotto alla difensiva, si trova in difficoltà sia sul piano politico sia militare. La Russia ha dunque deciso di intervenire direttamente a difesa sua e dei suoi alleati, le milizie sciite iraniane e il movimento libanese di Hezbollah. Questo fronte è appoggiato anche dall’attuale governo iracheno.

In risposta si è subito schierato il fronte avverso, capeggiato dall’Arabia Saudita e dalla Turchia, alleati degli Stati Uniti. Non sono mancate gravi provocazioni, la contraerea turca che abbatte un bombardiere russo, l’uccisione da parte dei russi di un capo delle milizie che si oppongono al regime di Assad, finanziate da Riad. Ultimo episodio in questo crescendo è stata l’esecuzione di un rappresentante dell’opposizione sciita al regime saudita, con conseguente rottura delle relazioni diplomatiche tra Arabia Saudita ed Iran, Stati già in forte tensione per la guerra nello Yemen che li vede schierati su fronti opposti.

La Cina, affamata di petrolio, mentre copre le spalle alla Russia e all’Iran, si avvicina a quella regione strategica e impianta una base militare a Gibuti.

Anche la Libia resta terreno aperto di scontro tra le milizie locali, finanziate e armate dall’Egitto, dal Kuwait, dal Qatar, mentre la diplomazia occidentale, fra cui l’Italia, non riesce ad imporre un governo amico che assicuri le forniture di petrolio e gas. Gli Stati Uniti, anch’essi sul campo, per adesso si tengono in secondo piano e agiscono tramite i loro alleati nella Nato, la Turchia, la Francia, la Germania.

Tutto sta a dimostrare come quelle dello Stato Islamico, presunto risorto Califfato, siano solo bande mercenarie ostentate ad un’opinione pubblica sempre più smarrita per nascondere la vera guerra, quella tra gli Stati imperiali per una nuova spartizione della regione mesopotamica, e non solo.

La polveriera del capitalismo è da un secolo pronta ad esplodere. La irrisolvibile sovrapproduzione di merci, che monta ormai da 40 anni, può essere sfogata solo con le commesse per il riarmo in grande. Solo la guerra può rimandare la fine della società borghese. Resta da stabilire quanto ancora il capitalismo mondiale potrà attendere prima di iniziare a distruggere in un nuovo conflitto mondiale la montagna di quanto inutilmente prodotto. Solo con una guerra riuscirà ad azzerare la traboccante massa del debito che non riesce più a ritrasformarsi in capitale e produrre plusvalore.

Una sola forza storica può spezzare questa condanna, quella del proletariato, classe internazionale chiamata a distruggere il capitalismo. È strada lunga e difficile. Inizia con la resistenza all’oppressione padronale e con l’organizzarsi in sindacati. Prosegue, scansato ogni pacifismo interclassista, con il rifiuto delle false vie del nazionalismo, del patriottismo, della solidarietà nella guerra borghese.

L’anno nuovo che noi comunisti attendiamo è quello della ripresa della solidarietà proletaria internazionale, della risoluta lotta sindacale, dell’opposizione proletaria al riarmo crescente, imponendo la guerra di classe ad impedire lo scatenarsi della guerra tra Stati, preparando la rivoluzione comunista internazionale.

 

 

 

 


Contro lo sfruttamento capitalista solidarietà operaia in tutto il mondo

Mentre tutto indica che la crisi economica continuerà a peggiorare a livello mondiale, i governi borghesi, ognuno con le sue peculiarità, si impegnano ad applicare misure antioperaie, contenere i salari, facilitare i licenziamenti, ridurre dei costi su igiene e sicurezza, rimandano la firma dei contratti, aumentano le imposte. In tutto il mondo calano i salari in rapporto ai prezzi delle merci e dei servizi necessari, aumenta la disoccupazione e peggiora l’accesso all’assistenza sanitaria, alla casa. Sui posti di lavoro pesanti ore straordinarie in molti casi non vengono pagate. La capitalista riduzione dei costi causa infortuni e malattie.

Nello stesso tempo si va appesantendo la repressione degli scioperi e delle manifestazioni operaie.

I lavoratori, per un cambiamento o solo un miglioramento della loro condizione, non devono riporre illusioni nell’alternarsi delle forze politiche che controllano i parlamenti e i governi, perché nella democrazia borghese (parlamentare, rappresentativa, partecipativa o popolare) i governi sono gli amministratori degli interessi della borghesia e la banda politica che detiene il controllo del governo o del parlamento, che si dica di destra o di sinistra, esegue esclusivamente i programmi di sostegno al capitale.

I partiti di governo e di opposizione cercano di indirizzare il malcontento dei lavoratori verso le elezioni parlamentari, alimentando l’illusione nella democrazia, cioè nel passare da un boia all’altro. Nel confronto elettorale i raggruppamenti dei partiti della borghesia di destra e di sinistra si presentano in opposizione ideologica, presunta espressione dello scontro fra i programmi socialista e capitalista; invece entrambi sono camarille borghesi che si contendono la direzione dello Stato.

Nemmeno i lavoratori saranno trascinati alla solidarietà fra le classi dal turpe mito nazionalista e militarista della “difesa della patria”, per la quale sono sempre i lavoratori ad essere immolati.

L’unica soluzione alla crisi del capitalismo è la rivoluzione socialista, attuata dalla classe operaia diretta dal suo partito, il partito comunista. Solo una rivoluzione potrà liberare i lavoratori dallo sfruttamento del lavoro salariato. La classe operaia deve rovesciare la borghesia, prendere il potere e instaurare la propria dittatura di classe, che è la dittatura del suo partito, il partito comunista. Solo questa potrà attuare un programma di trasformazione sociale che abolirà la proprietà privata, il denaro, le merci e lo sfruttamento del lavoro salariato, per liberare una società che potrà garantire la soddisfazione delle necessità materiali e spirituali dell’uomo.

Intanto, per difendersi dall’oppressione padronale, e per allenarsi in vista dei suoi compiti rivoluzionari di domani, la classe operaia deve da oggi affermare il metodo dello sciopero generale, da attuare in rottura con i sindacati del regime e col risorgere di veri sindacati di classe, nei quali i lavoratori si organizzino senza discriminazioni nazionali, professionali, di razza, fede religiosa o schieramento politico. Lo sciopero deve affasciare i lavoratori di diverse aziende, uniti per le medesime rivendicazioni.

Si devono sostenere i coordinamenti locali dei delegati sindacali e dei salariati delle varie aziende e rami di attività produttive, rompendo con gli inviti alla pace sociale dei sindacati di regime.

L’unità d’azione fra tutti i lavoratori di diverse località si deve stringere intorno a:
     1. Nessuna solidarietà nazionale nelle guerre imperialiste, contro tutti gli Stati belligeranti, invocando il disfattismo rivoluzionario e la guerra al governo e al padronato in ogni paese.
     2. Rifiuto di ogni appoggio alla patria nelle dispute territoriali tra Stati, riflesso dei conflitti interborghesi per il controllo delle materie prime e delle quote di mercato.
     3. Contro la repressione e l’intimidazione governativa delle lotte rivendicative, attuate sotto qualunque pretesto, di cospirazione antinazionale, pro-imperialista o “terrorista”. Contro i licenziamenti degli scioperanti e dei loro organizzatori e contro la persecuzione giudiziaria dei lavoratori in lotta con i padroni.
     4. Tornare ad affermare lo sciopero e la mobilitazione come forme principali di lotta, senza limiti, senza servizi minimi, coinvolgendo lavoratori dei diversi settori e rami di attività. Organizzare casse di sciopero per sostenere la propaganda e soddisfare le necessità che si presentano al movimento.
     5. Organizzare veri sindacati di classe, capaci di unire e mobilitare tutti i lavoratori per le loro rivendicazioni immediate fuori dagli attuali sindacati passati al nemico, senza separare i suoi aderenti per le loro opinioni politiche, per la loro nazionalità, razza o fede religiosa. Questi sindacati di classe devono inquadrare i lavoratori salariati territorialmente, superando i confini aziendali, uniti ai lavoratori disoccupati e ai pensionati. Per questo fine la classe deve procedere organizzandosi alla base, dentro e fuori il posto di lavoro, convocando assemblee e mantenendo la pressione operaia con la mobilitazione e la lotta durante le trattative con i padroni.
     6. Per una unica piattaforma operaia: aumento generale del salario uguale per tutti, riduzione della giornata di lavoro, salario ai lavoratori disoccupati; eliminazione delle discriminazioni fra lavoratori fissi e a contratto o in subappalto, riduzione dell’età pensionabile, contro lo straordinario, per l’igiene dell’ambiente di lavoro.
     7. Rifiuto di condizionare la firma dei contratti a qualsivoglia limitazione delle facoltà di lotta e di organizzazione proletaria: la firma dei contratti non deve rappresentare un atto di pace sociale.

– Unità di azione contro lo sfruttamento capitalista in tutto il mondo !
– Per l’abolizione del lavoro salariato !

 

 

 

 

 


Il capitalismo nazionale cinese rivendica il suo spazio vitale e si prepara allo scontro con gli altri imperialismi

Il 3 settembre scorso si è svolta a Pechino una grandiosa parata militare per i 70 anni dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Il governo di Pechino ha voluto ostentare i grandi risultati ottenuti dallo Stato nel rafforzamento ed ammodernamento delle sue forze armate. Hanno sfilato 12 mila soldati con centinaia di mezzi militari e circa 200 velivoli. La Cina ha mostrato al mondo la sua potenza, i più sofisticati sistemi d’arma frutto della tecnica nazionale, l’84% dei quali sono stati presentati per la prima volta. Secondo notizie di stampa, tra le nuove armi meriterebbero particolare menzione i missili balistici anti-portaerei DF-21D, con una gittata di 1.450 km.

La Cina è, per ammissione esplicita dell’amministrazione americana, il maggiore avversario globale degli Stati Uniti. Alcuni mesi fa il presidente Obama ha annunciato il riorientamento della politica strategica statunitense definito “pivot to Asia”, perno sull’Asia. Questo piano prevede di spostare entro il 2020 la maggiore parte della marina militare USA nel Pacifico, ribaltando le percentuali attuali: 60% nell’Oceano Atlantico, 40% nel Pacifico. Obama ha compiuto viaggi di corteggiamento ed amicizia in tutti i Paesi confinanti con la Cina, Paesi che percepiscono la crescita cinese sia come un’opportunità per reciproci vantaggi economici, sia come una minaccia per la propria sicurezza. Una campagna diplomatica quella di Obama volta a rassicurare alleati ed amici che gli Stati Uniti faranno di tutto per proteggerli dal vicino cinese se questo divenisse troppo aggressivo.

Sul piano economico il maggior frutto dell’attivismo diplomatico anti-cinese degli USA è stata la firma, il 5 ottobre, dell’accordo Trans-Pacific Partnership tra gli USA e altri 11 Stati dell’area del Pacifico e del quale abbiamo già scritto nel numero scorso. L’accordo, attraverso l’abbattimento delle barriere protezionistiche, dovrebbe portare a liberalizzare il commercio tra i firmatari. Da non escludere inoltre una successiva adesione delle Filippine e della Corea del Sud. Grande esclusa da questo accordo naturalmente è la Cina.

Ma i motivi di scontro tra Washington e Pechino non si limitano alle questioni economiche. I Paesi che si affacciano sul Mar della Cina Meridionale stanno cercando di ridefinire i loro confini marittimi, che in passato non avevano grande importanza ma che oggi diventano motivo di aspra contesa, con l’intensificarsi del commercio internazionale e il traffico dei cargo e delle petroliere, nonché per la prospettiva di sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio. Sono numerose le provocazioni, esplicite o meno, tra la Cina e gli altri Paesi, ma fino ad ora ha prevalso una certa prudenza, ci si è limitati ad un punzecchiarsi reciproco senza che il confronto divenisse aperta sfida.

Ma negli ultimi mesi le tensioni tra la Cina e gli Stati Uniti sono cresciute: da una parte il riarmo cinese e il tentativo di Pechino di proiettare la sua potenza nella regione, dall’altra il tentativo di Washington di contenerlo con dispiegamento di forze, di trattati e di accordi con i Paesi che se ne sentono minacciati. Dalla Corea del Sud all’India, gli Stati Uniti stanno cercando di creare uno sbarramento alla Cina composto da Paesi potenzialmente ad essa ostili. Oltre che l’Asia centrale, Corea del Sud, Giappone, Filippine e Australia ospitano installazioni militari statunitensi, altri paesi, Singapore, Vietnam, Indonesia, hanno diversi motivi per invocare la protezione americana e Taiwan deve agli Stati Uniti la sua stessa sopravvivenza.

 

Riarmo militare e strategico

L’aspetto fondamentale della storia nazionale della Cina dal 1949, anno dell’indipendenza nazionale e della fondazione della Repubblica Popolare, ad oggi è il passaggio di questo Paese da un’economia volta essenzialmente alla sua sussistenza e prima accumulazione capitalistica a quello di potenza regionale, poi imperialista. La crescita economica cinese ha naturalmente interessato tutti i settori, compreso quello militare, con risultati tali da permettere oggi a Pechino di proiettare il suo intervento e la sua forza oltre le frontiere nazionali.

La strategia militare della Cina e la potenza del suo esercito si sono trasformate parallelamente alla sua crescita economica, come è successo in ogni paese nella storia e in particolare nella fase del capitalismo imperialista che stiamo vivendo.

 

Le forze armate

Nel corso degli ultimi anni la Cina ha proceduto ad una revisione integrale delle sue forze armate. Obiettivo fondamentale della Cina è quello di trasformare il suo esercito di massa, due milioni di uomini, originariamente progettato per guerre di logoramento all’interno del proprio territorio, esclusa la possibilità di riuscire ad impedire una invasione, in una forza più snella e meglio armata, in grado di combattere e vincere contro avversari dotati di armi ad alta tecnologia. L’esercito cinese si è quindi concentrato sull’acquisizione dall’estero di sistemi d’arma avanzati e ha investito pesantemente nella propria industria militare. Inoltre ha avviato una serie di riforme organizzative e nella dottrina militare.

Recenti documenti pubblicati dal Pentagono sottolineano con insistenza come l’ascesa militare cinese rappresenti la minaccia principale all’egemonia americana sugli spazi considerati “comuni”. La Cina non rappresenta ancora un rivale immediato: la sua spesa militare è circa 4 volte inferiore a quella americana; inoltre permane una notevole disparità tecnologica e una differente capacità di proiezione in teatri lontani dal territorio nazionale. Ma ciò che già adesso preoccupa gli USA è la nuova strategia cinese di Anti Access-area denial (A2ad), ovvero la capacità di contrastare la superiorità degli Stati Uniti sugli spazi comuni dell’area vicina, mettendo a rischio la possibilità per forze avversarie di dislocare basi, aeroporti e nodi logistici, così come di impiegare portaerei o forze aeree, nello spazio attorno al territorio cinese.

La Cina sta inoltre cercando di dotarsi di una capacità militare in grado di colpire l’avversario prima che sia questi a farlo. Al momento si riconosce da parte cinese la superiorità dell’avversario, si è consapevoli del fatto che, qualora gli Stati Uniti avessero la possibilità di dispiegare le loro risorse, non ci sarebbero speranze di vittoria per la Cina. Per questo l’esercito cinese si dà intanto l’obbiettivo di negare al nemico lo spazio vicino, di tenerlo lontano per impedirgli di “vincere prima di combattere”, ostacolando gli Stati Uniti nell’utilizzo del proprio potenziale bellico.

La prima e più evidente componente di questa strategia è la modernizzazione navale. La marina militare cinese è in rapida espansione in termini qualitativi e quantitativi. L’ambizioso programma di modernizzazione navale cinese sta trasformando quella che un tempo era una semplice forza costiera in una marina moderna, tecnologicamente avanzata e flessibile, capace di condurre missioni a lungo raggio anche oltre le acque dell’Asia orientale.

Piuttosto che impegnarsi in un programma di riarmo navale che sfidi il primato globale degli Stati Uniti, la Cina intende sviluppare una forza in grado di condurre operazioni di combattimento ad alta intensità con l’obiettivo di fondo di contrastare la libertà di movimento per le portaerei americane. Per questo Pechino ha sviluppato un’ampia e avanzata flotta di sottomarini. Tra questi spiccano i sottomarini nucleari di classe Jin e Shang e quelli diesel di classe Yuan e Kilo. Questi ultimi in particolare rendono estremamente rischioso l’utilizzo delle portaerei americane nel Mar Cinese Meridionale e Orientale. Durante gli ultimi anni, infatti, i sottomarini Kilo e Yuan hanno dimostrato più volte di poter avvicinare le portaerei americane senza essere individuati. L’impiego massiccio di sottomarini a difesa del Mare Cinese Orientale e Meridionale, contrastando la libertà di movimento delle portaerei nemiche, renderebbe molto difficile la fornitura di appoggio aereo in caso di conflitto in una zona vicina alle coste cinesi.

Oltre ad aver sviluppato strumenti per difendere la propria periferia marittima in un modo impensabile fino a 15 anni fa, l’entrata in servizio di nuove e moderne unità assicureranno alla Marina cinese capacità di intervento a lungo raggio. Pechino ha recentemente varato la sua prima portaerei, la Liaoning: una classe Varyag acquistata dalla Russia e rimodernata negli arsenali cinesi. Questa acquisizione, unita allo sviluppo dei nuovi cacciatorpediniere, testimonia la volontà cinese di espandere la propria capacità di controllo marittimo ben oltre lo stretto di Taiwan e di rafforzare le capacità di negazione dello spazio fino e oltre la prima catena di isole, compresa tra il Giappone, Okinawa e le Filippine.

Un’altra componente fondamentale di questa strategia è l’espansione e la modernizzazione dell’arsenale missilistico. Questo processo riguarda sia i missili balistici a medio raggio, destinati a colpire le basi americane in Giappone e in Corea, sia i missili balistici anti-portaerei. In un futuro conflitto le basi americane strategicamente più rilevanti – quelle in territorio giapponese, sudcoreano e quelle di Okinawa – potrebbero essere fortemente danneggiate da missili di questo tipo. Alcune previsioni ritengono che sia vulnerabile anche la base di Guam. Inoltre missili balistici, come ad esempio i DF-21D presentati durante la parata del 3 settembre, rappresentano un ulteriore fattore di vulnerabilità per le portaerei americane, intaccando la superiorità navale e aerea degli Stati Uniti.

La strategia A2ad cinese si compone di altri due elementi essenziali: la negazione della superiorità americana nello spazio e nel cyberspazio. Da tempo gli analisti militari cinesi hanno identificato nell’eccessiva dipendenza dall’alta tecnologia una delle principali debolezze della struttura militare americana. I cinesi prestano particolare attenzione allo sviluppo della loro capacità di disattivare le reti informatiche e i sistemi operativi del nemico e, in caso di conflitto, di attaccare l’infrastruttura informativa americana e soprattutto i sistemi di controllo satellitare.


La dottrina strategica

Il riarmo cinese è stato accompagnato da inevitabili mutamenti nella dottrina militare a guida dell’azione delle forze armate.

Negli anni Ottanta del Novecento

La dottrina operativa delle forze armate cinesi prima del 1985 era basata sul concetto maoista della “linea strategica militare della difesa attiva”. Questa prevedeva che la guerra fosse condotta in tre successive fasi strategiche: Difesa-Contrattacco-Attacco. Nella prima fase della guerra, all’attacco nemico l’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) avrebbe risposto ritirandosi e attraendo il nemico in profondità nel proprio vasto territorio. Compito dell’esercito cinese in questa fase era di indebolire il nemico combinando guerra di posizione, guerra di movimento e guerriglia. Una volta che l’equilibrio delle forze si fosse ribaltato, l’esercito cinese avrebbe contrattaccato, con l’obiettivo di annientare le capacità offensive del nemico. Nella fase finale l’EPL avrebbe lanciato una vasta offensiva di riconquista del proprio territorio.

Fino alla fine degli anni Settanta il giudizio sulla situazione internazionale era molto negativo, in quanto la dirigenza cinese valutava imminente lo scoppio di una terza guerra mondiale. Quindi la dottrina militare del periodo era basata sul principio di “combattere presto, combattere in grande, combattere una guerra nucleare”.

Negli anni Ottanta con l’inserimento sempre maggiore della Cina nel commercio mondiale, venne diffusa una valutazione più ottimista dell’ambiente internazionale e la dirigenza cinese ostentava la convinzione che la terza guerra mondiale potesse essere posticipata o persino evitata e la politica internazionale basarsi solo sulla pace e lo sviluppo. A ciò corrispondeva una fase di profondi cambiamenti della dottrina militare conclusasi nella primavera del 1985. In questo periodo la Commissione Militare Centrale, organo al vertice del sistema politico-militare cinese, adottò una nuova dottrina: la “transizione strategica” della politica militare cinese dallo “stato di guerra imminente” al “binario della costruzione pacifica”. Al posto del concetto “combattere presto, combattere in grande, combattere una guerra nucleare” fu introdotta la nuova dottrina delle “guerre locali”. Il nuovo tipo di guerra ipotizzato non era più lo scontro totale ma “una guerra condotta in un’area circoscritta, con fini, mezzi e portata piuttosto limitati”.

Se la dottrina precedente il 1985 prevedeva che la futura guerra sarebbe stata combattuta in profondità nel territorio cinese, con parte del paese invasa e occupata dal nemico, la nuova dottrina della guerra locale prevedeva invece combattimenti nelle regioni periferiche della Cina. Le operazioni militari avrebbero riguardato le frontiere strategiche del Paese, tanto quelle terrestri quanto quelle marittime. Quindi il teatro della guerra risultava spostato dall’interno alle frontiere e alle coste.

Questa nuova dottrina si prefiggeva di impedire al nemico di penetrare in profondità, di proteggere i centri politici e militari dello Stato e i punti di rilevanza cruciale. Essa imponeva all’EPL di fermare il nemico nel punto in cui avrebbe attaccato, sia nelle periferie continentali sia in quelle marittime. Se prima le maggiori campagne militari erano previste terrestri, ora l’esercito cinese doveva prepararsi a combattere anche per mare. Per questo diventava indispensabile un maggior coordinamento e il coinvolgimento integrato delle tre Armi.

Gli anni Novanta

La guerra del Golfo del 1991 ebbe una grande influenza sul dibattito interno cinese e contribuì ad aprire un secondo ciclo di revisione dottrinale. Tra il dicembre 1992 e il gennaio 1993 la Commissione Militare Centrale aggiornava il concetto di guerra locale in “guerra locale in condizioni di alta tecnologia”. La nuova guerra alla quale l’esercito cinese doveva prepararsi restava ancora una guerra locale ma era caratterizzata da una alta componente tecnologica. Veniva confermata l’attenzione per le regioni periferiche terrestri e marittime.

La vecchia dottrina prevedeva che l’EPL avrebbe contrattaccato solo dopo la difesa strategica, ma la guerra del Golfo aveva dimostrato impraticabile tale strategia: un nemico tecnologicamente superiore alla Cina avrebbe potuto sconfiggerla già dalle prime fasi della guerra senza darle la possibilità di passare dalla difesa strategica al contrattacco. Bisognava quindi abbandonare la divisione delle fasi belliche in azioni separate e successive, difesa-contrattacco-attacco. All’esercito cinese veniva ora richiesto di contrattaccare sin dalle prime fasi della guerra. La dottrina rimaneva difensiva sul piano strategico, ma offensiva a livello operativo.

Diventava necessaria una maggiore capacità di coordinamento dei diversi settori dell’esercito e delle operazioni: già la dottrina del 1985 aveva stabilito la necessità sia di combattimenti terrestri sia marittimi, ma i due teatri spaziali rimanevano indipendenti, con una propria catena di comando ed autonoma responsabilità operativa. La nuova revisione introduceva il concetto di integrazione spaziale del campo di battaglia con terra, mare e aria considerati un unico teatro.

Inizio del Duemila

Il concetto di guerre locali in condizioni di alta tecnologia era nuovamente precisato in “guerre locali in condizione di informatizzazione”: non introduceva fondamentali novità, limitandosi a recepire l’importanza dell’informatica, così come dimostrato dalle recenti guerre in Kosovo, Afghanistan e Iraq.

Ma un cambiamento significativo riguardava la dottrina operativa: l’obiettivo era ora limitare i combattimenti sul territorio nazionale per evitare danni all’economia del paese. Quindi all’esercito cinese veniva ora richiesto di contrattaccare al di fuori della Cina. Dopo che la guerra avesse avuto inizio, bisognava cercare di colpire il nemico il più lontano possibile, portare la guerra nelle basi del nemico per investire direttamente il suo sistema bellico.

Questo orientamento, colpire il nemico al di fuori del territorio cinese, voleva dire spostare il baricentro della dottrina operativa, rafforzando il ruolo di marina e aviazione. Si trattava di forme di controllo limitate a quanto strettamente necessario a proiettare la forza armata, ma l’introduzione stessa del principio di proiezione rappresentò un’importante discontinuità nella dottrina militare dell’ormai maturo imperialismo cinese.

 

La strategia della Marina

La forza più interessata dai cambiamenti derivanti dallo sviluppo della strategia militare cinese è la Marina, che ha visto il proprio perimetro di azione allargarsi gradualmente, andando ad includere spazi sempre più distanti.

A partire dal 1949, anno della sua fondazione, la Marina per circa un decennio adottò la dottrina “difesa lungo la linea di costa”, con operazioni navali di appoggio alle azioni delle forze sulla terraferma.

A fine anni Cinquanta fu adottata la nuova dottrina di “difesa costiera”. Tale revisione lessicale in realtà rappresentava un considerevole allargamento del perimetro d’azione agli spazi marittimi più genericamente vicini. Alla Marina era richiesto di operare su un campo di battaglia indipendente da quello terrestre, con la conduzione di azioni di guerriglia incentrate su operazioni di sabotaggio che facessero leva sulle isole vicine la terraferma.

A inizio anni Ottanta una nuova revisione dottrinale superò il concetto di difesa costiera con la più ampia “difesa nei mari vicini”. La revisione giunse a compimento definitivo tra il dicembre 1985 e il gennaio 1986. La nuova dottrina espandeva considerevolmente il perimetro d’azione della Marina. Ora i “mari vicini” includevano: Mar Giallo, Mar Cinese Orientale e Mar Cinese Meridionale. Ma l’estensione del perimetro di azione della Marina rivelava interessi ancora decisamente regionali.

Negli anni Novanta la definizione di “mari vicini” fu ancora rivista alla luce di importanti sviluppi che riguardavano il diritto internazionale del mare. Nel novembre 1994 entrava in vigore la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, ratificata dalla Cina nel maggio 1996. Oltre alla sovranità sui mari prossimi, fissata entro 12 miglia marine dalla linea di costa, la Convenzione attribuiva agli Stati costieri particolari diritti su ulteriori aree marine: la zona contigua, fino a 24 miglia dalla linea di base; la zona economica esclusiva, fino a 200 miglia; la piattaforma continentale, intesa come il naturale prolungamento sott’acqua della terra emersa.

All’interno dei “mari vicini” doveva concentrarsi l’azione della Marina, spazio in cui si sarebbero sviluppate le azioni in caso di guerra. Entro una “grande muraglia marittima” la Marina doveva proteggere lo spazio essenziale per lo sviluppo e la sicurezza nazionali. Ciò che vi stava dentro andava difeso, anche mediante l’uso della forza; ciò che stava fuori non rappresentava una minaccia diretta sino a quando non oltrepassasse la barriera. Quindi la dottrina navale cinese era ancora basata su una logica territoriale corrispondente al perimetro regionale dell’Asia Orientale.

Nei primi anni Duemila subentrò infine la inevitabile necessità: la nazione non ha più solo interessi regionali, ma propriamente globali, che costringono il capitalismo cinese a guardare oltre i suoi mari. Quindi i documenti del periodo, oltre a richiamare i diritti e gli interessi nelle acque regionali, iniziavano a riferirsi anche alla protezione ovunque della “sicurezza marittima”. Fondamentale era salvaguardare il commercio con l’estero considerato essenziale per lo “sviluppo economico e sociale”. Ciò ebbe riflessi nella definizione del perimetro di attività della Marina: le veniva ora richiesto di operare ovunque dovesse essere richiesta la difesa dei crescenti interessi imperialistici della Cina, secondo il nuovo slogan “costruire oceani armoniosi”.

 

La “difesa attiva”

Il 26 maggio 2015 la Cina ha pubblicato un nuovo Libro Bianco dal titolo “La strategia militare della Cina”. Vi si conferma la continuità con l’evoluzione del passato con qualche novità. Nel documento il governo delinea uno scenario complesso e non privo di pericoli per il futuro del paese. Mentre da una parte sono reiterati gli apprezzamenti per l’evoluzione politica ed economica recente dell’Asia Orientale, crescenti minacce esterne alla sovranità territoriale del paese lo spingerebbero ad una revisione della propria strategia militare, riassunta nel concetto “difesa attiva”, riconducibile alla massima, citando il documento; «non attaccheremo a meno di non esser attaccati per primi, ma sicuramente contrattaccheremo se ci attaccheranno».

La Cina, pur rassicurando che continuerà a percorrere la strada dello “sviluppo pacifico”, non cesserà di perseguire una difesa attiva della sua sovranità territoriale. Sarebbero quattro le aeree critiche per la sua sicurezza: spazio, oceano, nucleare e informatica. La Cina ribadisce l’opposizione alla militarizzazione dello spazio extra-atmosferico e ad una corsa agli armamenti in quell’ambito. Per quanto riguarda l’informatica, nel Libro è scritto che la Cina accelererà lo sviluppo di una forza specializzata nella consapevolezza della necessità di una difesa informatica contro gravi minacce alla sua sicurezza e per vincere guerre locali informatizzate.

Il Libro bianco denuncia poi che alcuni vicini marittimi intraprenderebbero azioni provocatorie per imporre la loro presenza militare sulle isole che avrebbero illegalmente occupato e sulle scogliere che apparterrebbero alla Cina. Quindi la Cina, per salvaguardare i propri diritti e interessi marittimi, intende sviluppare la capacità della sua flotta. Prevede anche per le forze terrestri una mobilità su scala nazionale e assegna all’aeronautica il duplice compito di difendere e di attaccare.

Il Libro Bianco è interessante anche riguardo la politica estera di Pechino. Vi si evidenzia la necessità e la prospettiva di cooperazione con le forze armate russe in un sistema integrato, versatile e stabile, base per un ulteriore sviluppo delle relazioni con Mosca nel settore militare.

Inoltre fa diretta menzione del rinnovato “pivot” sull’Asia dell’amministrazione Obama, delle riforme dell’assetto militare ed istituzionale giapponese sotto il governo di Shinzō Abe. Ciò indica chiaramente l’importanza delle dispute territoriali nel Mar Cinese Orientale e Meridionale e delle tensioni nell’area del Pacifico.

 

Tensioni nel Pacifico

Nella odierna strategia al capitalismo cinese è fondamentale garantirsi l’accesso alle risorse naturali provenienti dall’estero e la libertà delle vie di navigazione. Vedersi riconosciute una o più delle isole del Mar Cinese Meridionale e Orientale, naturali o artificiali, significherebbe garantirsi il controllo su di una estensione di 200 miglia intorno ad esse, nonché dei giacimenti sottomarini di petrolio e di gas.

L’importanza di queste dispute non è limitata solo a interessi economici ma presenta anche risvolti strategici che riguardano direttamente gli equilibri geopolitici e militari. Nell’area sono solo tre i paesi chiaramente schierati con la Cina: il Pakistan, il Nepal e la Corea del Nord. Molti di più quelli schierati con gli Usa: l’India, l’Indonesia, il Vietnam, il Giappone, le Filippine e l’Australia.

In una prima area marittima, ricchissima di risorse e contenziosi, si trovano le isole Senkaku, le Paracelso e le Spratly. Più lontano si arriva fino alla base statunitense di Guam in pieno Oceano Pacifico. Queste due aree corrispondono a due allineamenti successivi difensivi, appoggiati ad isole o su piattaforme ancorate a scogli. Il primo parte dal limite Sud del Mar Cinese Meridionale, che si estende fino al Borneo e prosegue per le isole Paracelso comprendendo le isole Spratly, Taiwan, Senkaku e Okinawa fino al Giappone. Questa prima linea include il Mar Cinese Meridionale e il Mar Cinese Orientale; la distanza tra la costa cinese e le isole varia dai 1.200 km delle isole Spratly ai 230 km di Taiwan. La seconda linea dista dalla costa cinese mediamente tremila chilometri.

Qui, prima di tutto c’è la questione irrisolta di Taiwan. L’obiettivo della riunificazione nazionale è ancora rivendicato da Pechino e l’opzione del ricorso alla forza potrebbe tornare tra i piani cinesi.

Il traffico mercantile per la Cina, la Thailandia, la Cambogia, il Vietnam, le Filippine, la Corea del Sud e il Giappone transita quasi interamente entro la prima area, dagli stretti di Malacca e della Sonda fino a Taiwan. Entro questa fascia si sviluppa anche il traffico commerciale tra Vietnam, Filippine, Thailandia, Malaysia, Indonesia, Cina, Giappone, Taiwan e Corea del Sud e quello fra tutti questi paesi e gli Stati Uniti e tutto il resto del mondo.

In quest’area la Cina ha sviluppato un sistema integrato di “area denial” che sarebbe in grado di limitare la libertà di movimento delle navi e dei velivoli di tutti i paesi con essa confinanti e dei mezzi militari statunitensi.

Da parte loro gli Stati Uniti per mettere in atto il “pivot” verso l’Asia-Pacifico hanno bisogno di tutto l’appoggio politico e militare dei loro alleati nella regione, fra cui primo il Giappone. Infatti anche Tokyo sta procedendo ad un accelerato riarmo. La borghesia giapponese punta a sciogliere i vincoli costituzionali che ancora le impediscono il pieno riconoscimento del ruolo del suo esercito, ancora denominato Forze di Autodifesa. Queste per la prima volta da 70 anni potranno agire all’estero, in aiuto di Paesi alleati, anche senza una diretta minaccia al territorio nazionale. È il concetto di “Difesa collettiva” previsto dalle nuove leggi sulla sicurezza.

Dopo la resa del 1945 la Costituzione, dettata dagli occupanti americani, “bandisce la guerra” e proibisce la stessa esistenza di forze armate; ma la norma è stata aggirata con la costituzione delle Forze di Autodifesa. Così oggi il Giappone ha forze armate che non si definiscono tali ma che sono tra le maggiori del mondo. Recente è il varo di una seconda portaerei. Per l’anno 2015 il bilancio delle spese militari ammonta a circa 36 miliardi di dollari, toccando il 5% del bilancio statale. Per il terzo anno consecutivo il premier Shinzō Abe ha aumentato il bilancio della difesa, questa volta del 2% rispetto al 2014. Nei 36 miliardi stanziati per le spese militari rientrano 20 aerei da pattugliamento antisommergibile P-1, tre droni Global Hawk prodotti dalla Northgrup Grumman, cinque apparecchi V-22 Osprey e sei caccia F-35 Stealth. La Marina avrà due cacciatorpediniere con sistema radar Aegis e 30 mezzi per operazioni anfibie. La flotta giapponese dunque, pur essendo già tra le più grandi del mondo con circa 120 navi da combattimento, tra cui 20 sottomarini, 180 aerei e 135 elicotteri, si rafforzerà ancora.

Il grande gioco in Asia orientale è in pieno svolgimento, con tanto di trattati, vertici e quant’altro per tentare di spostare gli equilibri nella regione.

Mentre si agita il mare del capitalismo per l’incedere minaccioso della crisi, gli Stati imperialisti rafforzano i loro dispositivi militari per prepararsi agli scontri di domani. Nessun fronte stabile divide ormai più i blocchi imperiali. Come ben sappiamo, ad un certo punto la guerra mondiale si impone da sé a causa della crisi economica. Per il capitale è importante riuscire a scatenarla, contro chi e per cosa è un fatto secondario ed ha poca importanza.

Ma nel gioco tra le grandi potenze imperialiste, c’è un’altra potenza che avrà la sua partita da giocare: il proletariato internazionale. Alla classe lavoratrice della Cina, del Giappone, dei grandi e popolosi come dei piccoli paesi dell’Asia meridionale ed orientale infatti si proporrà nuovamente la scelta se aderire alla guerra del capitale, legando i suoi interessi a quelli dei suoi sfruttatori, o ribellarsi alla guerra tra gli Stati e proclamare la sua guerra, la guerra tra le classi che affratellerà i proletari di tutto il mondo per abbattere questo sistema economico basato sullo sfruttamento, sulla violenza, sull’oppressione e sulla guerra.

 

 

 

 

 

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Rapporti collegati alla riunione generale di Torino
26-27 settembre 2015
[RG123]

(Continua dal numero scorso)

La successione dei modi di produzione:
Variante antico-classica - La Grecia

A buon diritto si può affermare che la forma di produzione secondaria nella sua variante antica è a base schiavistica. La schiavitù salariata è una forma particolare del più generale sfruttamento dell’uomo sull’uomo che connota tutti i modi di produzione divisi in classi.

Dopo aver brevemente accennato alla geografia essenziale ed alla storia della Grecia classica, la relazione si è addentrata nella descrizione degli albori della nuova forma di produzione. Si è in particolare posata l’attenzione sulla civiltà micenea quale formazione sociale di collegamento tra la variante asiatica e quella antica; nel regno miceneo, infatti, si trovano gli stessi elementi caratterizzanti le società asiatiche: economia templare e palaziale; grandi porzioni del territorio ancora in possesso collettivo; rigida centralizzazione nell’utilizzo della manodopera. La novità è rappresentata dall’eccezionale sviluppo del valore di scambio; dalla comparsa della produzione diretta al mercato delle merci; dall’uso del denaro, ecc.

Ritornando sul continente si è mostrato, ricorrendo a citazioni tratte dagli autori contemporanei all’epoca qui studiata, come Atene, tra i villaggi ellenici, sarebbe stato il primo a compiere il salto al di fuori del comunismo primitivo. Il progresso storico è di portata generale e le altre città ancora immerse nella “età dell’oro” non poterono che adeguarsi schiacciate dal progredire delle forze di produzione. L’antico organicismo comunistico è oramai spezzato e i dissidi tra clan rivali sfociano in sanguinose faide che il tessuto sociale definitivamente disintegrato e molecolarizzato non è più in grado di riassorbire. Il germe del valore di scambio ha incancrenito i rapporti naturali; i produttori saranno costretti ad una vita di schiavitù e i proprietari non produttori potranno succhiare beatamente il loro prezioso sopralavoro.

A questo punto lo scambio mercantile, estendendosi, acuisce la nascente divisione in classi e la loro lotta per i propri interessi particolari; la produzione di merci, presupponendo la separazione di compera e vendita fa sì che il produttore sia indifferente al prodotto del proprio lavoro, il quale prodotto si autonomizza e lo domina. La produzione per il giovane e vigoroso mercato permette un’abbondanza di prodotti prima impensabile. Ogni città inizia a sfruttare in maniera intensiva le risorse naturali di cui è ricca, dando avvio alla distruzione dell’ambiente circostante.

Una volta avviato il processo di riproduzione, le merci divengono indipendenti e portatrici di sopralavoro, prodotte per la creazione di un profitto e non per le proprie qualità fisiche di oggetti utili al consumo. Il lavoro dei campi in comune, fondamento delle comuni originarie, lascia lentamente spazio ai piccoli contadini parcellari. Il lotto di terra sarà prima assegnato in maniera temporanea e periodicamente ridistribuito; in seguito la proprietà privata individuale ha il sopravvento e si ha da una parte ancora il predominio del “demanio” collettivo rispetto alla parcella individuale e dall’altra la contrapposizione tra il primo e la seconda.

È la città l’emblema della nuova forma di produzione e la sede per eccellenza del potere statale di classe. È la violenza della classe dominante che permette di attuare le riforme istituzionali a Solone e Clistene. Non appena i suoi agenti consolidano il suo potere, i vecchi rapporti di produzione devono essere annientati anche giuridicamente e i consigli periferici devono essere spogliati delle restanti attribuzioni che testimoniano del recente passato e impediscono alla classe dominante di tenere schiacciati sotto il proprio giogo i produttori immediati.

Il processo di espropriazione compie passi da gigante e già all’epoca di Solone si può affermare come gran parte della terra sia nelle mani di poche famiglie; se i poveri non fossero stati in grado di pagare le locazioni sarebbero sicuramente stati ridotti in schiavitù. La proprietà da puramente collettiva si è scissa e la proprietà individuale si contrappone a quella collettiva e comunitaria. Storicamente la parcellizzazione dei beni del clan ha riguardato per prima la ricchezza mobiliare; la proprietà della terra è ancora collettiva e lega le famiglie tra loro; i proprietari sono contemporaneamente membri della comunità e solo in quanto membri sono proprietari. Essendo la cittadinanza legata alla proprietà il non proprietario è anche non cittadino, lo schiavo non è uomo ma cosa, uno instrumentum vocale.

Come tutti i rapporti sociali, la relazione di soggezione personale di un produttore ad un proprietario non produttore assume il proprio significato peculiare soltanto all’interno del modo di produzione specifico. La schiavitù non ha cessato di esistere con il tramonto della variante antico classica, essa ha rappresentato un fattore importante di formazioni economiche pienamente capitalistiche, ma come tale è da considerarsi un residuo di forme produttive precedenti dovuto al fatto che il capitale, forma di produzione classista, non è in grado di cancellare totalmente i vecchi vincoli personali che legavano i produttori immediati alla classe dominante trasformandoli soltanto in relazioni puramente economiche. La schiavitù nel comunismo primitivo comincia con la sconfitta della tribù o del clan avversari che non possono essere assorbiti dalla comunità vittoriosa. La situazione muta con il salto nella forma di produzione secondaria; il procacciarsi schiavi diventa un’attività accanto alle altre e tra le più redditizie; la schiavitù in tempo di guerra resta una parte importante dell’intero fenomeno, ma ora il mercato di schiavi si arricchisce di uomini caduti in questa condizione o per non aver pagato i propri debiti, o perché semplicemente nati da madre e padre a loro volta schiavi.

Accanto alla contrapposizione tra città e campagna si sviluppa la divisione sociale del lavoro ed al suo interno la distinzione tra lavoratori intellettuali e produttori manuali. La nascita di Stato e politica alimenta l’espansione di uno stuolo di intellettuali a proprio uso, incaricati di tessere le lodi dei rapporti di produzione nuovi e di marcare teoreticamente il confine che separa la classe dominante da quella dominata.

Per capire come nasca lo Stato il relatore ha letto un passo dai Fattori di Razza e Nazione, che qui si riporta: «La premessa dell’origine dello Stato è la formazione di classi sociali, e questa presso tutti i popoli si determina colla spartizione della terra da coltivare tra i singoli e le famiglie e con le parallele fasi della divisione del lavoro sociale e delle funzioni, da cui deriva una diversa posizione dei vari elementi rispetto alla generale attività produttiva, e il profilarsi di gerarchie diverse con funzioni di primo artigianato, di azione militare, di magia-religione, che è la prima forma della scienza tecnica e della scuola, a sua volta staccatasi dalla vita immediata della gens e della famiglia primitiva».

Le contraddizioni tra i produttori, che nel comunismo naturale la collettività poteva riassorbire in maniera organica, ora esplodono senza possibilità di sintesi spontanea; è necessario un complesso meccanismo di contrappesi per evitare che la inevitabile lotta di classe scoppi in aperta rivolta mettendo a rischio il potere degli sfruttatori. Membri della comunità diventano solo i proprietari (chi è capace di comprarsi l’armamento bellico). La stratificazione sociale aumenta sensibilmente e parallelamente le magistrature si differenziano. Già all’epoca di Draconte (620 a.C.) la partecipazione al governo della comunità avviene su base censitaria ed è già in uso l’istituto dell’ipoteca. La democrazia è il governo di una società divisa in classi. L’ateniese Solone è allora costretto a sancire a livello giuridico ciò che la sottostante struttura ha già creato. La popolazione dell’Attica venne divisa in categorie fondate sulla ricchezza prodotta e non più sulla nobilita ereditaria, e la ricchezza divenne il requisito di base per ottenere una funzione pubblica.

Il valore di scambio sta lentamente assoggettando a sé il valore d’uso. A tale scopo le transazioni divengono monetarie. È Clistene in persona che si incarica della creazione del nuovo organo di governo, la Boulè dei Cinquecento, designati per sorteggio: 50 per ciascuna delle 10 tribù.

L’assemblea, l’ekklesìa, non poteva discutere né votare se non sulle questioni messe all’ordine del giorno dai pritani. Nessun livello di censo era richiesto per candidarsi alla boulé, ma, nella realtà, erano in prevalenza i più ricchi a rendersi disponibili per questo incarico: chi era sorteggiato buleuta doveva sospendere per un anno la propria attività. Ogni buleuta poteva prendere la parola durante le sedute e presentare mozioni da sottoporre a discussione, mentre il cittadino comune poteva richiedere di essere ricevuto in udienza e prendere la parola solo su autorizzazione dei pritani; se voleva presentare una mozione poteva farlo solo attraverso la mediazione di un consigliere che l’assumeva a suo nome e a suo rischio.

Con il progredire del dominio della classe proprietaria dal sorteggio si passa all’elezione, la contrapposizione in classi si perfeziona; si fronteggiano partiti rappresentanti delle diverse classi e sottoclassi. La lotta si fa aperta. Le assemblee aumentano di poteri, ma nel nuovo ambiente (classismo compiuto) diventano organi del nuovo potere di classe; dal che si conferma la classica tesi comunista per cui uno stesso organismo può avere funzioni diverse, come provano i nostri lavori sulla natura dei soviet in epoca borghese.

Lo Stato diventa il difensore della ricchezza, caratteristica che lo Stato proletario perderà perché non ha da difenderne una particolare (la ricchezza è sempre unilaterale) ma è la classe che rappresenta gli interessi della società intera.

La divisione in classi dell’antichità è anche e soprattutto divisione tra liberi e schiavi; ancora non esiste il salariato libero. I produttori hanno ancora molte divisioni al loro interno (e si conservano tutt’ora se si pensa che l’artigiano e il bottegaio ancora hanno un peso non indifferente), perciò la linea divisoria fondamentale è altrove e la contrapposizione fondamentale non può essere tra lavoratori non proprietari e non lavoratori proprietari.

 

Storia dell’India
Il conflitto fra le potenze coloniali nel 18° secolo

Il compagno introduceva il nuovo rapporto sulla storia dell’India descrivendo, aiutato dall’utilizzo di alcune mappe geografiche, la delicata situazione politica indiana che si era creata dalla metà del Settecento. In particolare venivano dettagliate le dinamiche e le conseguenti battaglie tra la Compagnia inglese e quella francese.

Un piccolo ma ben preparato ed equipaggiato esercito franco/indiano ottenne alcune vittorie sugli inglesi e sui principi indiani loro alleati. Il conflitto fra le due nazioni europee in India continuò fino alla fine della Guerra dei Sette Anni in Europa (1756-1763). La battaglia decisiva fu combattuta nel Coromandel, dove gli inglesi sbaragliarono le truppe francesi. Da quel momento in poi ogni influenza o possedimento diretto dai francesi conquistati nel Deccan passò agli inglesi, che nel 1757 conquistarono tutto il Bengala, e due anni dopo l’importante città portuale di Surat. La conquista inglese del Bengala determinò un aumento del potere da parte della East India Company, premesse che portarono ad una serie di battaglie con diversi attori con la vittoria finale delle truppe della Compagnia.

Nel 1761 Hyder Ali, un capitano di ventura nel Sud dell’India, aveva intrapreso una politica d’espansione ai danni delle piccole monarchie del meridione. Giunse fino a minacciare Madras. Nel frattempo, nel 1770, Mahadaji Scindia, maharaja di Gwalior, uno dei maggiori signori della guerra maratti, riprese l’avanzata verso il Nord.

Nel frattempo gli inglesi di Bombay, che fin dal 1772 avevano esteso i loro confini nel Gujarat, capirono l’opportunità d’intromettersi nella nuova guerra civile maratta. La guerra di Bombay contro Pune (1773-1782) si rivelò tutt’altro che una passeggiata e, nel corso del tempo, si allargò a tutta l’India meridionale. In diverse battaglie gli inglesi ebbero contro il Nizam del Deccan, diversi principi indiani, i maratti ed anche alcune truppe francesi.

Sotto l’urto di una così vasta coalizione l’intero sistema di potere inglese in India sembrò vacillare. Ma alla fine del 1781 la fase più acuta della crisi era ormai superata. Inoltre in aiuto degli Inglesi arrivò la pace di Versailles, anche nota come trattato di Parigi, che nel 1783, oltre a definire la nascita degli Stati Uniti d’America, determinò il ritiro delle truppe francesi che combattevano al fianco di Fateh Ali Tipu, subentrato ad Hyder, e della flotta francese sull’Oceano Indiano.

Tipu Sultan era un avversario troppo pericoloso perché la Compagnia lo lasciasse indisturbato. Dopo diverse battaglie il sultano fu costretto a firmare un nuovo trattato di pace, ma la battaglia decisiva avvenne nel 1799.

Alcuni anni dopo nel Deccan, gli inglesi attaccarono a tradimento un esercito congiunto di alcuni principi maratti. Il potere dei maratti era stato spezzato per sempre e la nuova potenza egemone a sud dell’Himalaya era ormai quella inglese. Per l’India era di fatto l’inizio dell’era coloniale.

Intorno al 1765 la inglese Compagnia delle Indie Orientali, pur mantenendo il ruolo di grande società per azioni dedita ai commerci, si era trasformata in una grande potenza territoriale. I suoi possedimenti in India erano ben più ampi e popolosi di tutto il regno d’Inghilterra e le risorse legate al gettito fiscale nei territori conquistati ne divennero il principale introito.

Spesso però le guerre di conquista non rappresentavano un buon affare perché, qualunque ne fosse l’esito, erano talmente onerose da mettere in crisi, quantomeno a breve termine, i bilanci della Compagnia. Le spese belliche e i limitati guadagni diedero così il via a una crisi finanziaria che costrinse la Compagnia a richiedere aiuti economici alla Corona, che furono concessi, ma comportarono un costo politico assai pesante: da quel momento i poteri decisionali della Compagnia in ambito politico sarebbero stati inesorabilmente erosi da una serie di leggi promulgate dal Parlamento inglese tra cui, il Regulating Act del 1773, che fece del governo del Bengala il ”governo supremo” in India. Nel 1784 una nuova legge pose le basi di quello che sarebbe poi stato il sistema politico con cui l’Inghilterra avrebbe governato l’India.

Dall’Inghilterra venne imposto un Comitato di Controllo (Board of Control) con ampi poteri verso le iniziative di natura politica della Compagnia. In pratica era una sorta di ministero per l’India, attraverso il quale il governo di Sua Maestà sottrasse la gestione della politica indiana alla Compagnia. In questo scenario venne mandato in India un integerrimo gentiluomo, Charles Cornwallis, che dal 1790 iniziò una profonda riforma del sistema di governo indiano ed in particolare affrontò la delicata questione dell’esazione dell’imposta terriera nel Bengala. Dal 1772 essa era stata parcellizzata dandola in appalto ai migliori offerenti. Un sistema poco proficuo anche perché gli appaltatori nel periodo 1772-1777 erano, in genere, estranei al mondo rurale e incapaci di stabilire un rapporto di cooperazione con le classi che vi dominavano, in particolare con gli zamindar.

Nello stesso periodo si sviluppò un serrato dibattito sulla questione di chi fosse l’effettivo detentore del diritto di proprietà sulla terra. Secondo una scuola di pensiero la proprietà era appartenuta al re, quindi doveva passare nelle mani della Compagnia; secondo un’altra erano gli zamindar gli equivalenti indiani dei proprietari terrieri europei. L’influenza di Cornwallis, egli stesso un grande proprietario terriero, fece pendere la bilancia del dibattito a favore di questa tesi. Gli zamindar furono considerati da questo punto in avanti gli effettivi proprietari della terra.

Nel 1793 Cornwallis si convinse della necessità di rendere permanente l’imponibile sui terreni. La sua proposta divenne legge il 23 marzo 1793, dando origine al cosiddetto permanent settlement. Il proprietario terriero, pienamente riconosciuto nel suo diritto di proprietà sulle terre coltivate dai contadini, doveva corrispondere un ammontare fisso come imposta agraria. Il permanent settlement e il riconoscimento degli zamindar avevano il fine di creare una classe di proprietari terrieri, sul modello degli squires britannici. Salvo poche eccezioni, gli zamindar bengalesi non si trasformarono in imprenditori rurali, dato che spesso non erano loro a gestire la coltivazione della terra, bensì quei gruppi di famiglie contadine che già gestivano i singoli villaggi, caratteristica del modello di produzione asiatico. Dal punto di vista politico l’introduzione del permanent settlement comportò la trasformazione della classe degli zamindar e dei suoi dipendenti in un pilastro del nascente ordine coloniale.

Fra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, Europa e America settentrionale furono caratterizzate da una grande trasformazione conseguenza di una serie di rivoluzionari mutamenti economici e politici. L’economia mondiale fu radicalmente cambiata dalla rivoluzione industriale, in corso in Inghilterra dalla seconda metà del Settecento ma destinata a influenzare in un modo o nell’altro il resto del mondo a partire dall’inizio dell’Ottocento.

 

Il concetto di dittatura prima di Marx
Massimiliano Robespierre

Robespierre nasce nel 1758 ad Arras, nell’Artois, in una famiglia della piccola borghesia, in cui il padre ed il nonno erano avvocati. Studia presso gli oratoriani, nutrendosi di Plutarco e di storia antica, e subendo l’influenza dell’illuminismo ed in particolare di Rousseau. A 23 anni vive del proprio lavoro di avvocato definendosi “povero”, una vita dignitosa ma sobria ed austera, lontana dal lusso che intende corruzione ed assenza di virtù.

Il 26 aprile 1789 viene eletto tra gli 8 deputati che l’Artois manda agli Stati generali di Parigi. Nell’aprile del 1791 si esprime contro il decreto sul Marco d’argento, in cui i diritti elettorali attivi e passivi erano diversi per censo, considerando ciò come una nuova e peggiore aristocrazia: quella dei ricchi.

Dopo la tentata fuga del re, nel giugno 1791, Robespierre e la più gran parte dei rivoluzionari, fino ad allora sostenitori di una monarchia costituzionale, divengono apertamente repubblicani.

L’essere seguace di Rousseau e della Legge di Natura non fa di Robespierre un utopista che non vede la realtà: quando la corte, i monarchici costituzionali di Lafayette e i repubblicani di Brissot si pronunciano per la guerra contro i nemici della Francia, egli sostiene, con scarsa fortuna, che la guerra è in realtà un mezzo per riportare il re sul trono, data la situazione del momento ed in particolare il fatto che l’esercito della nuova Francia era guidato da generali monarchici e traditori. Sostiene quindi la necessità della pace, riconoscendo che una parte dei repubblicani favorevoli alla guerra era in buona fede, ma si lasciavano trascinare dall’entusiasmo facendo così il gioco della controrivoluzione. La sua posizione sulla guerra ci ricorda un po’ quella di Lenin sulla pace di Brest-Litovsk del 1918, pace ottenuta dal nostro Vladimiro con notevoli difficoltà, anche all’interno del partito. Ciò che accomuna i due grandi rivoluzionari è la consapevolezza che la salvezza della Rivoluzione, che è lotta fra classi, viene innanzitutto, per quanto dure, difficili e umilianti siano le condizioni della pace: non c’è posto per entusiasmi rivoluzionari esaltati né per orgogli feriti.

Nel maggio 1792 Robespierre scrive: «È forse nelle parole “repubblica” o “monarchia” che si trova la soluzione del grande problema sociale?». Per l’autore, a differenza dei girondini e di una parte degli stessi giacobini, esiste dunque un problema sociale, per quanto subordinato all’esistenza di una repubblica basata sulla virtù.

Dai suoi discorsi pronunciati alla Convenzione nell’aprile 1793, sulla Gironda e sulla proprietà: «Hanno ben presto spaventato i cittadini con il fantasma di una legge agraria: hanno separato gli interessi dei ricchi da quelli dei poveri (...) Questa legge agraria, di cui avete tanto parlato, è solo un fantasma creato dai briganti per spaventare gli imbecilli (...) Siamo convinti che l’uguaglianza dei beni è una chimera (...) La capanna di Fabrizio non ha nulla da invidiare al palazzo di Crasso (...) Il diritto di proprietà non può recar pregiudizio né alla sicurezza, né alla libertà, né all’esistenza, né alla proprietà dei nostri simili».

Il diritto di proprietà per i robespierristi è un “diritto di natura”, ma che deve tener conto anche degli altri “diritti naturali”, a cominciare da quello all’esistenza. Se la proprietà contrasta la libertà e l’esistenza dei cittadini la legge può e deve regolarla e limitarla. Una concezione che, benché pienamente e rivoluzionariamente capitalistica, è sicuramente distante dalla piena e incontrastata proprietà borghese che, come un monarca assoluto o come un dio, si siede sul trono costruito appositamente dal Codice napoleonico.

In un altro discorso del maggio 1793 si esprime decisamente contro l’equilibrio dei poteri e sul modello costituito dall’Inghilterra: «È una sorta di governo mostruoso, dove il fantasma della libertà annienta la libertà stessa, dove la legge consacra il dispotismo, dove i diritti del popolo sono oggetto di traffico comune». Montesquieu era ammirato dai giacobini in quanto visto come un sostenitore della repubblica e delle virtù repubblicane, ma la sua concezione di divisione dei poteri non era accettata.

Il 27 luglio Robespierre è eletto nel Comitato di Salute Pubblica, creato il 6 aprile. Da un suo rapporto alla Convenzione del dicembre 1793: «La teoria del governo rivoluzionario è nuova come la rivoluzione che le ha dato vita (...) Il fine del governo costituzionale è di conservare la Repubblica: mentre quello del governo rivoluzionario è di fondarla. La rivoluzione è la guerra della libertà contro i suoi nemici (...) Esso è sottomesso a regole meno uniformi e meno rigorose, perché le circostanze in cui si viene a trovare sono tempestose e mobili».

In un analogo discorso del febbraio 1794: «Si è detto da alcuni che il terrore è la forza del governo dispotico. Il vostro terrore rassomiglia dunque al dispotismo? Sì, ma come la spada che brilla nelle mani degli eroi della libertà assomiglia a quella della quale sono armati gli sgherri della tirannia».

Il Comitato di Salute Pubblica, con i suoi inviati nei dipartimenti, ha certamente esercitato la sua funzione di dittatura rivoluzionaria, anche se si preferiva parlare di governo rivoluzionario. Tale dittatura rivoluzionaria, spesso efficace, aveva molti ostacoli, a cominciare dal Comitato di Sicurezza Generale di Amar, che, tranne David e Lebas, era nemico di Robespierre e del Comitato di Salute Pubblica. La Convenzione restava la detentrice del potere legittimo, e nessuno pensava di esautorarla, ma di conquistarla con la forza degli argomenti, cosa che Robespierre faceva continuamente anche con lo stesso Comitato di Salute Pubblica. Al massimo si pensava di epurarla, cosa che aveva fatto anche Cromwell in Inghilterra nel secolo precedente con il proprio parlamento e con esito positivo; la differenza sta nel fatto che quest’ultimo aveva il comando dell’esercito e quindi il potere reale nelle mani. Il Comitato di Salute Pubblica dirige lo Stato e le armate repubblicane, e dispone del Tribunale Rivoluzionario, ma viene rieletto ogni mese dalla Convenzione. Possiamo parlare di dittatura rivoluzionaria, ma solo parzialmente.

Parlare poi di dittatura di Robespierre, come hanno fatto i termidoriani e poi gli storici anti-robespierristi, è ancor meno sostenibile. Nel Comitato era una direzione collegiale. Robespierre non ne era presidente, non aveva scelto gli altri membri e vi era entrato per ultimo: la sua posizione preminente era dovuta unicamente al suo prestigio, cioè alla giustezza delle sue tesi.

La necessità di un governo rivoluzionario si impose a Robespierre nel luglio 1793, quando le armate dei monarchici coalizzati presero Magonza e Valenciennes, quando girondini e monarchici sollevavano i dipartimenti e consegnavano Tolone agli inglesi.

Cercò di frenare gli eccessi del Terrore e di salvare i repubblicani sinceri che ne erano stati colpiti, criticò e richiamò diversi terroristi in missione come Carrier a Nantes e Fouché a Lione, resisi famosi per la loro ferocia, spesso indirizzata verso gli stessi rivoluzionari. Furono questi esponenti del Terrore, insieme ad alcuni membri del Comitato di Salute Pubblica e del Comitato di Sicurezza Nazionale, gli artefici del Termidoro con la conseguente condanna a morte di Robespierre, Saint-Just ed altri 90 giacobini.

Secondo lo storico Mathiez, Robespierre era di idee comuniste. Questa sua convinzione era dovuta alla testimonianza di Babeuf e Buonarroti. Babeuf non aveva conosciuto Robespierre, a differenza di Buonarroti. Quest’ultimo ha detto, come anche Babeuf, che Robespierre non aveva mai manifestato apertamente tali idee in quanto troppo in anticipo sui tempi. In questo caso non possiamo accettare l’intuizione di Buonarroti, nonostante il totale accordo tra i due nelle vicende della rivoluzione. Queste idee comuniste non sono presenti in nessuno dei suoi discorsi e in nessuno dei suoi scritti, né ci sono testimoni ad averle sentite da lui, cosa che non afferma lo stesso Buonarroti. È con Babeuf e Buonarroti che le idee di “giustizia” dell’illuminismo e del giacobinismo arriveranno alle estreme e razionali conseguenze nel fuoco della rivoluzione approdando al comunismo.

Giacobino e sostenitore di Robespierre fino all’ultimo fu Louis Antoine Leon De Saint-Just, di origine plebea, nato a Decize nel Bourbonnais nel 1767 da un militare di carriera dell’esercito. Ma vive in una famiglia agiata, studia presso gli Oratoriani e si laurea in legge nel 1788. Il 3 giugno 1790 viene nominato colonnello della Guardia Nazionale di Blérancourt.

Il 13 novembre 1792 parla alla Convenzione per chiedere l’esecuzione del re come nemico pubblico. Il giorno 5 precedente era stato eletto alla Convenzione, all’età di 25 anni. In un discorso alla Convenzione dello stesso mese sostiene la libertà di commercio. Nel febbraio 1793 sostiene la necessità di sottrarre l’esercito alla direzione dell’esecutivo in favore della Convenzione, che esprime la sovranità popolare. Il 30 maggio entra a far parte del Comitato di Salute Pubblica. Il 10 ottobre 1793 Saint-Just presenta alla Convenzione, a nome del Comitato di Salute Pubblica, il “Rapporto sulla necessità di dichiarare il governo rivoluzionario fino alla pace”. Tale centralizzazione della direzione rivoluzionaria era indispensabile per salvare la repubblica, minacciata dalla Vandea, dall’insurrezione federalista e dagli eserciti di Coblenza. Era indispensabile anche per l’applicazione, molto problematica, del maximum dei prezzi e dei salari.

Leggiamo: «La repubblica sarà fondata soltanto quando la volontà del popolo sovrano comprimerà la minoranza monarchica, e regnerà su di essa per diritto di conquista (...) Tra il popolo e i suoi nemici non c’è più niente in comune fuorché la spada. Bisogna governare col ferro coloro che non possono essere governati con la giustizia; bisogna opprimere i tiranni (...) Nella situazione in cui si trova la repubblica, la Costituzione non può essere applicata; si distruggerebbe da se stessa. Essa diverrebbe la garanzia degli attentati contro la libertà perché sarebbe priva della forza necessaria per reprimerli (...) È certo che nelle rivoluzioni (...) il nuovo governo si afferma con difficoltà, e solo con fatica può formare i suoi piani e i suoi principi; esso resta a lungo senza risoluzioni ben decise: la libertà ha la sua infanzia; non si osa governare né con vigore né con debolezza, perché la libertà viene attraverso una salutare anarchia e la schiavitù viene spesso insieme all’ordine assoluto».

Le misure di governo approvate erano disposte in 14 articoli. Leggiamo i primi due: «Art. 1 - Il Governo Provvisorio della Francia è rivoluzionario fino alla pace. Art. 2 - Il Consiglio Esecutivo Provvisorio, i ministri, i generali, i corpi costituiti sono posti sotto la sorveglianza del Comitato di Salute Pubblica, che renderà conto ogni otto giorni alla Convenzione».

Dal “Rapporto sulle persone incarcerate” del 26 febbraio 1794 (8 Ventoso) leggiamo: «Ciò che costituisce una repubblica è la distruzione totale di quanto le è contrario. Ci si lamenta delle misure rivoluzionarie! Ma noi siamo dei moderati in confronto a tutti gli altri governi (...) In realtà la forza delle cose ci conduce forse a risultati ai quali non avevamo pensato (...) Quelli che fanno le rivoluzioni a metà non fanno che scavarsi la fossa».

Dai decreti di Ventoso leggiamo: «Art. 2 - Le proprietà dei patrioti sono inviolabili e sacre. I beni delle persone riconosciute nemiche della rivoluzione saranno sequestrati a profitto della repubblica: queste persone resteranno detenute fino alla pace e poi esiliate per sempre».

Da un suo rapporto dell’aprile 1794: «Una rivoluzione come la nostra non è un processo, ma un colpo di tuono su tutti i perversi. Non si tratta più di dar loro lezioni: bisogna reprimerli e annientarli». L’organizzazione del Terrore viene centralizzata e i Tribunali Rivoluzionari dei dipartimenti soppressi a vantaggio di quello di Parigi.

Dopo quella data Saint-Just viene inviato dal Comitato di Salute Pubblica in missione presso le Armate del Nord, da cui tornò, a parte un breve intervallo, dopo la vittoria di Fleurus, il 26 giugno.

Il 9 Termidoro tentò di pronunciare un discorso alla Convenzione ma venne interrotto. Rimase quindi in silenzio, come anche il giorno successivo sulla ghigliottina.

Se è vero che il solo Marat ha teorizzato apertamente la dittatura rivoluzionaria, è innegabile che Robespierre, Saint-Just e gli altri giacobini l’abbiano anch’essi teorizzata e soprattutto praticata. L’hanno vista nascere sotto i loro occhi prima ancora di comprenderla. La loro teorizzazione non poteva che essere parziale e contraddittoria, dato che non esisteva ancora il soggetto di tale dittatura, cioè il partito rivoluzionario. Il club dei giacobini aveva soltanto alcuni degli aspetti di un moderno partito, ma sicuramente non possiamo definirlo tale.

I limiti dell’ideologia giacobina erano i limiti dello sviluppo economico, dei rapporti di produzione e dei rapporti di classe della Francia e del mondo di allora.

Scrive Marx ne “La Sacra famiglia”: «Robespierre, Saint-Just ed il loro partito caddero perché scambiarono l’antica comunità realisticamente democratica che poggiava sulla schiavitù reale col moderno Stato rappresentativo spiritualmente democratico che poggia sulla schiavitù emancipata, sulla società civile. Che colossale illusione dover riconoscere e sanzionare nei diritti dell’uomo la moderna società civile, la società dell’industria, della concorrenza universale, degli interessi privati che perseguono liberamente i loro fini, la società dell’anarchia, dell’individualità naturale e spirituale estraniata a se stessa, e al tempo stesso voler poi annullare le manifestazioni vitali di questa società nel singolo individuo, modellare il vertice politico di questa società alla maniera antica».

 

Storia del movimento operaio in Irlanda:
dal 1907 al 1912

Dopo aver riassunto l’essenziale del primo capitolo dello studio in corso, il secondo ha coperto il periodo dallo sciopero di Belfast del 1907 alla formazione del Sindacato Irlandese dei Trasporti e Generale.

Poiché lo sviluppo del socialismo in Irlanda, fino alla guerra di indipendenza, era molto legato al cosiddetto “risveglio socialista” degli anni 1880 in Gran Bretagna, è stato presentato un succinto panorama del movimento inglese, sulla scorta di abbondanti citazioni di Marx e di Engels. All’epoca, approssimativamente dalla fine degli anni 1870 in poi, gli operai avevano cercato di esprimere un partito di classe indipendente e di separare la propria politica da quella del liberalismo.

Il primo tentativo fu la Federazione Democratica, nata in una mal definita alleanza fra radicali e socialisti. Questo gruppo fu mosso, durante la guerra per la terra in Irlanda degli anni 1879-1882, dalla opposizione alla Legge Coercitiva, introdotta dal governo Gladstone per annientare l’opposizione ai proprietari fondiari. La Federazione Democratica strinse solidi legami con la Lega Irlandese per la Terra ed una delegazione viaggiò nell’isola proponendo programmi comuni; ma non riuscì a fondarvi alcuna sezione.

Dopo essersi liberata della maggior parte dei suoi elementi borghesi radicali, nel 1884 la Federazione Democratica avrebbe cambiato nome in Federazione Socialdemocratica. Verso la fine dell’anno la maggioranza del suo Esecutivo, sotto la riluttante direzione di Morris, si sarebbe scissa per formare la Lega Socialista, ma su basi più personalistiche che programmatiche: secondo Engels nessuna organizzazione aveva raggiunto un minimo di chiarezza.

Lontano dagli intrighi di Londra, di fatto i due partiti spesso operavano insieme e molti militanti avevano entrambe le tessere.

Il relatore ha quindi ricordato il grande stimolo alla organizzazione politica ed economica proveniente dal grande sciopero dei portuali del 1889, nel quale Engels aveva riposto molte più speranze per la futura organizzazione della classe operaia che non in quei piccoli gruppi di socialisti.

Ha poi riferito del Partito Indipendente del Lavoro, che si proponeva di arrivare ad una legislazione favorevole alla classe operaia, e ai sindacati in particolare.

Abbiamo infine ascoltato come si stabilissero in Irlanda sezioni del Sindacato Nazionale dei Lavoratori Portuali, questo con base in Gran Bretagna, e descritto le fasi principali dello sciopero dei portuali del 1907. Particolarmente degno di nota fu il gran risultato di riuscire ad unire la classe operaia al di sopra delle divisioni settarie.

Per contro si rese evidente una crescente integrazione nell’apparato governativo borghese della dirigenza dei sindacati inglesi, che già operavano come agenti di divisione all’interno della classe operaia con la loro impostazione corporativa e riformista. Questa corruzione dei dirigenti sindacali alla fine avrebbe portato, come reazione, alla formazione del Sindacato Irlandese dei Lavoratori dei Trasporti e Generale. La storia dei suoi successivi sviluppi sarà trattata nel terzo capitolo.

(Fine del resoconto della riunione)


 
 
 
 
 
 
 

Per il sindacato di classe Pagina di impostazione programmatica e di battaglia del Partito Comunista Internazionale
Per la rinascita del sindacato di classe fuori e contro il sindacalismo di regime. Per unificare le rivendicazioni e le lotte operaie, contro la sottomissione all’interesse nazionale. Per l’affermazione del­l’in­dirizzo del partito comunista negli organi di difesa economica del proletariato, al fine della rivoluzionaria emancipazione dei lavoratori dal capitalismo

 
Ikea ed autoferrotranvieri
Divisione fra sigle per scoraggiare la lotta, i referendum per fermarla

Nel numero di settembre-ottobre abbiamo riferito della lotta all’Ikea durante i mesi estivi. In alcuni dei 21 negozi i lavoratori hanno scioperato ad oltranza, anche fino a nove giorni. Un fatto notevole, in un’azienda modello per le relazioni sindacali concertative, che dimostra come la lotta operaia sorga da condizioni materiali, non ideologiche, e come il futuro vedrà il suo prepotente riaccendersi, rompendo le gabbie del sindacalismo di regime.

Nell’articolo abbiamo messo in evidenza la strategia dei sindacati confederali, in particolare della Cgil, tesa a dividere la mobilitazione dei lavoratori, in continuità con la pratica sindacale degli anni precedenti, con la firma di accordi che separavano i lavoratori dei negozi di nuova apertura da quelli più antichi. Ciascun negozio è stato fatto scioperare per sé. Il coordinamento nazionale dei confederali è servito proprio a impedire che i lavoratori entrassero in contatto per unire la lotta. Fatto che il nostro partito ha previsto, denunciato e verificato in analoghi coordinamenti aziendali, come ad esempio in Fincantieri ed in Electrolux.

Infine sottolineavamo la condotta riprovevole dei sindacati di base, divisi e in concorrenza gli uni con gli altri. All’Ikea, Cub e Usb, invece di agire uniti, formando un coordinamento alternativo a quello dei confederali – che avrebbe dovuto coinvolgere anche il SI Cobas – si sono bellamente ignorati nei tre mesi durante i quali i lavoratori erano in piena mobilitazione.

Così, quando i confederali, con la solita strategia, dopo aver fatto stancare i lavoratori in scioperi divisi per negozio, e senza picchetti che per lo meno dissuadessero il crumiraggio, chiudevano la mobilitazione col pretesto della riapertura della trattativa, Cub e Usb non sono stati in grado di farla proseguire.

La Cub, forte ma isolata nel negozio di Roma Anagnina, ha promosso altri due scioperi a settembre, cui la Usb non ha aderito. Come abbiamo già scritto, alcuni delegati e distaccati di Usb hanno avuto persino la faccia tosta di organizzare un presidio al negozio di Anagnina, dove Usb non è presente, senza nemmeno accordarsi con la Cub e i suoi delegati. L’Usb, poi, ha organizzato una giornata d’incontro a Firenze per organizzare – ormai tardi – un coordinamento nazionale, che la Cub ha pensato bene di disertare. I delegati e gli iscritti delle rispettive organizzazioni si sono assoggettati alle decisioni dei dirigenti, senza dar segno evidente di opposizione. A cospetto di questo misero quadro non ci si può certo stupire del fatto che i sindacati di regime abbiano gioco facile a mantenere il controllo sui lavoratori!

Il risultato finale è stato un accordo sottoscritto il 28 ottobre da Cgil, Cisl e Uil che nega ai nuovi assunti il premio aziendale e uniforma le maggiorazioni per il lavoro domenicale e festivo al 60%: la diminuzione per chi aveva una percentuale superiore è immediata, l’aumento per chi l’ha minore sarà invece dipendente dall’andamento del punto vendita. I futuri assunti potranno usufruire delle maggiorazioni solo dopo due anni di anzianità.

Due referendum

A novembre l’accordo Ikea è stato sottoposto a quello che si conferma un prezioso strumento antioperaio: il referendum.

Il risultato è stato 73% di favorevoli all’accordo e 27% di contrari, su un totale di votanti dell’80% degli aventi diritto. È interessante notare come i voti contrari abbiano prevalso solo nei negozi di Bologna e Brescia, dove i sindacati di base non sono presenti; nel secondo l’Usb è entrata in contatto con un gruppo di lavoratori solo durante l’estate. Nei negozi di Corsico e Carugate (Milano), dove Usb è insediata da più tempo, l’accordo è passato e così pure a Sesto Fiorentino, negozio di recente ingresso di questo sindacato. Anche a Roma Anagnina, dove la Flaica Cub è il primo sindacato, l’accordo è stato approvato.

Altro referendum si è svolto fra gli autoferrotranvieri sull’ipotesi di rinnovo del contratto nazionale, scaduto da ben otto anni, dal 31 dicembre 2007, siglata il 28 novembre da Filt-Cgil, Fit-Cisl, UIL-Trasporti, Faisa Cisal e Ugl-Fna. Il nuovo contratto è fortemente peggiorativo prevedendo: l’aumento della flessibilità nell’orario di lavoro, l’iscrizione coatta al fondo di previdenza integrativa di categoria Priamo, il contratto “a tutele screscenti” e le nuove norme del cosiddetto “apprendistato professionalizzante” (introdotti dal Jobs Act) per i futuri assunti, il peggioramento della normativa sul risarcimento danni, un irrisorio aumento del salario.

I voti contrari all’ipotesi di rinnovo hanno prevalso in importanti città quali a Roma, Milano, Bologna, Modena, Reggio Emilia e Parma – il 48% in Emilia Romagna – e in tutta la Toscana. Ma sul piano nazionale il nuovo contratto sarebbe stato approvato con il 64,89% di voti a favore.

Se i lavoratori contrari ove in maggioranza, e le robuste minoranze contrarie di Genova, Venezia e Napoli, fossero stati in sciopero “selvaggio”, ciò avrebbe opposto un forte ostacolo alla nuova vittoria padronale. In quanto solo “voti” non sono serviti a nulla, affogati nel mare dei lavoratori più intimoriti, dispersi e disabituati alla lotta della provincia e dei settori impiegatizi.

Quel che bisogna costruire è la capacità sindacale di organizzare scioperi ad oltranza, come avvenne in tutta Italia nel dicembre del 2003, a Genova con cinque giorni di sciopero nel novembre 2013, a Roma con le otto giornate di sciopero degli autisti del consorzio Tpl Scarl a novembre scorso, proprio durante la firma del nuovo contratto!

I sindacati di base avrebbero dovuto propagandare quell’esempio in tutta la categoria, per cercare di mobilitarla, in solidarietà con quegli autisti – cui non era pagato il salario da tre mesi – e contro il contratto peggiorativo in procinto d’essere firmato. Questo non è minimamente avvenuto.

L’Usb, presente nel consorzio Tpl Scarl, durante tutto lo sciopero ha puntualizzato di non voler “strumentalizzare” la lotta, in quanto decisa autonomamente dai lavoratori. Come se in questione fosse chi si dovesse “prendere il merito” dello sciopero e non invece di dargli appoggio ed indirizzo sindacale! Un atteggiamento ambiguo non certo utile al rafforzamento della lotta e al suo estendersi: nelle città in cui è presente fra i tranvieri la Usb non ha prestato sostegno organizzativo allo sciopero (ad esempio formando una cassa di resistenza), né l’ha propagandato (con la parola d’ordine “Fare come alla Tpl Roma!”), tanto meno ha chiamato allo sciopero di solidarietà i tranvieri dell’Atac.

Addirittura in un comunicato del 29 novembre, mentre i tranvieri della Tpl Scarl erano al sesto giorno di sciopero, l’Usb Lavoro Privato Eav (l’azienda che fornisce parte del servizio ferroviario e funiviario regionale in Campania) si complimentava coi macchinisti per il senso di responsabilità dimostrato, continuando a lavorare pur non avendo ancora recepito lo stipendio! Quindi, dovremmo dedurne, i tranvieri romani erano degli irresponsabili!

Le offensive padronali e gli accordi peggiorativi siglati dai sindacati di regime si possono rigettare solo con la lotta, non con una manifestazione di opinioni. Di più, il metodo referendario di “una testa un voto” è, nella generalità di casi, dannoso alla lotta e alla difesa di classe. Lo sciopero non parte e vince perché la maggioranza dei lavoratori decide, individualmente e a mente fredda, di farlo, ma è iniziato e sospinto da una parte dei lavoratori, sufficientemente consistente e decisa, che spesso, specie in una intera categoria, ne è solo una minoranza.

Al referendum vengono invece chiamati a votare, sotto il ricatto aziendale, capi reparto, crumiri, bonzi sindacali, proni alle intimidazioni padronali. Il voto di tutti questi ha lo stesso peso di chi ha scioperato e lottato, di chi si impegna per la difesa degli interessi operai collettivi, studiando e tessendo collegamenti, a sacrificio del suo tempo ed esponendosi alla repressione padronale.

Il movimento sindacale ed i suoi dirigenti non possono quindi sottomettere le loro gravi e difficili decisioni sui tempi e sui metodi di lotta ad una consultazione indifferenziata della base operaia. Fuori dalla borghese mitologia elettorale e individuale, è il sindacato, sono i delegati che debbono sapere e prevedere, più e meglio della massa degli iscritti, e, peggio ancora, dei non iscritti. Al massimo una consultazione, una votazione assembleare a voto palese può essere utile, quando siamo certi di prevalervi ampiamente, per confortare e rendere visibile ai lavoratori la loro forza e determinazione. Altrimenti il metodo referendario va denunciato come strumento per dividere i lavoratori dalla loro organizzazione, va boicottato e ne va negata ogni validità.

Invece la critica mossa dai Sindacati di Base al metodo referendario non va, generalmente, in questa direzione. Ai lavoratori quasi sempre è indicato di partecipare ai referendum e di votare. Poi, subìta la sconfitta, al massimo se ne denuncia la gestione “poco democratica”. «Un referendum che aveva un esito scontato, perché male organizzato, male pubblicizzato», denuncia un documento del “Coordinamento Nazionale Autoferrotranvieri 27 marzo 2015”.

Anche il voto referendario, come quello per le RSU o, la “certificazione degli iscritti” ai fini della rappresentanza come stabilita dal Testo Unico del 10 gennaio 2014, sono strumenti padronali per far prevalere la parte più arretrata della classe lavoratrice. Il sindacato, lo sciopero, il picchetto, l’assemblea degli scioperanti, che lasciano fuori i crumiri, gli intimoriti, i ricattati, sono gli strumenti naturali del maturare e del rafforzarsi della combattività operaia.

 

 

 

 

 


Nessuna “tregua natalizia” per le lotte del SI Cobas
Contro poliziotti e confederali

Per la piena applicazione del contratto industria-alimentari all’alba del 21 dicembre sono scesi in sciopero, bloccando con i picchetti i camion in ingresso, più di 100 operai alla Alcar Uno di Castelnuovo Rangone e 50 alla Globalcarni di Spilamberto, stabilimenti di lavorazione della carne suina in provincia di Modena. Dopo varie ore di blocco gli operai si sono spostati sotto la prefettura dove una mediazione ha condotto a una tregua sindacale in vista di un incontro il 13 gennaio.

Gli operai della GLS di Montale (Piacenza) erano stati alla testa degli scioperi nei principali stabilimenti dell’azienda in Italia, che portarono ad un accordo nazionale che fece da apripista ad altri analoghi in TNT, SDA e Bartolini.

L’azienda però ha creduto di poter passare al contrattacco. Già il 5 giugno scorso vi fu un’aggressione a un delegato SI Cobas del magazzino di Piacenza, duramente picchiato.

In prossimità dell’ultimo sciopero generale della logistica organizzato per il 29 ottobre scorso, tre dei quattro delegati del SI Cobas sono passati alla Cgil e con essi buona parte degli iscritti, restando al SI Cobas 25 lavoratori su 125. Lo sciopero, riuscito a livello nazionale, andò male in questo magazzino, con la Cgil che fece opera di crumiraggio, come in tutta Italia.

Il SI Cobas piacentino ha reagito prontamente organizzando prima una riunione il 4 novembre di fronte al posto di lavoro e poi altre nella sede territoriale del sindacato. A seguito della sospensione “per ragioni disciplinari” dell’unico delegato rimasto col SI Cobas, l’8 dicembre è stato organizzato uno sciopero, appoggiato da una fermata di un’ora nei magazzini di tutta Italia. Dopo 5 ore di blocco dei mezzi in entrata e uscita l’azienda ha annullato la sospensione. Il successo dello sciopero ha fatto tornare un buon numero di operai col SI Cobas, riportandone gli iscritti a 52.

Risultato dello sciopero generale del 29 ottobre, e di tutto il movimento di lotta precedente, è stato l’incontro con la parte padronale il 18 novembre a Bologna, nella sede del SI Cobas, cui per la prima volta hanno partecipato insieme tre delle principali aziende del settore – Bartolini, GLS e TNT – e la FEDIT, il principale sindacato degli industriali della categoria, un fatto importante in quanto riconoscimento di fatto da parte padronale del SI Cobas. Gli va dato il giusto peso, e il riconoscimento non può diventare il perno dell’azione sindacale, perché solo il mantenimento della forza che lo ha conseguito, anzi il suo accrescimento, assicura un potere contrattuale reale.

Infatti gli eventi successivi confermano che il padronato, mentre sembra voler scendere a patti col sindacato, adopera ogni mezzo per spezzarne la forza. Nella notte fra il 22 e il 23 otto iscritti alla Cgil del magazzino GLS di Piacenza hanno violentemente aggredito quattro militanti del SI Cobas. L’aggressione è avvenuta prima contro due operai nella sala mensa, poi contro altri due che lavoravano in postazioni isolate. Tutti e quattro sono stati ricoverati in ospedale, uno per diverse ore in stato di coma. Per protesta ottanta operai sono subito usciti dal magazzino restando per alcune ore in sciopero. Poi, per decisione assembleare, dietro promessa aziendale di punire gli aggressori, che sono poi stati tutti licenziati, sono rientrati.

Come detto, i picchiatori erano tutti iscritti alla Cgil, dalla quale non è giunta nessuna condanna dell’accaduto. Peggio, ricordiamo, aveva fatto la Filt Cgil Lazio, che in un comunicato aveva difeso, giustificandoli, il gruppo di suoi iscritti che il 19 maggio scorso aggredirono gli operai in sciopero col SI Cobas, nel magazzino SDA Roma 1. Quanto ai sindacati di base, solo la CUB ha espresso la sua solidarietà con i lavoratori aggrediti e il SI Cobas. Gli altri non hanno ritenuto di dover dire nulla su un episodio evidentemente gravissimo.

Anche a Roma il Si Cobas riesce a mobilitare un certo numero di lavoratori che prendono parte ai picchetti, spostandosi in un territorio molto ampio, da Fiano a Santa Palomba o sulla Tiburtina, distanti fra loro oltre 80 chilometri.

Al magazzino Carrefour di Santa Palomba, sulla via Ardeatina, a luglio una trentina dei 45 lavoratori dipendenti del consorzio Euro Progea avevano scioperato per ricevere l’accredito dello stipendio, dopo l’ennesimo ritardo nei pagamenti, chiedendo l’apertura di un tavolo per discutere delle pessime condizioni di lavoro: turni di lavoro di 12 ore all’interno di celle frigorifere pagati appena 50 euro. Le istruzioni sulla collocazione dei pacchi sono impartite ai facchini attraverso cuffie auricolari, che provocano mal di testa, mentre l’azienda non fornisce nemmeno gli adeguati indumenti e dispositivi di protezione, che i facchini sono costretti a portarsi da casa. Denunciano inoltre ore non conteggiate e non pagati malattie, assegni familiari e scatti di anzianità.

Una nuova mobilitazione vi si è avuta il 23 dicembre quando la direzione ha negato la riassunzione di un gruppo di sette lavoratori il cui contratto a tempo determinato era scaduto. Il Si Cobas ha organizzato tre blocchi del movimento merci del magazzino. Il primo la sera del 23, di tre ore; e il secondo la sera del 28, di cinque ore; il terzo, il più numeroso, con una sessantina di lavoratori, il 15 gennaio. Presenti i nostri compagni.

La mattina del 23 dicembre è iniziato lo sciopero alla Bormioli Rocco di Fidenza (Parma) per il mantenimento di tutti i posti di lavoro e dei livelli retributivi, messi in discussione dal cambio di appalto della cooperativa operante nello stabilimento. Anche qui il picchetto ha bloccato l’ingresso delle merci. Lo sciopero è proseguito a oltranza con il picchetto mantenuto giorno e notte, nonostante il freddo e le festività. Il 30 dicembre l’azienda ha annunciato di aver raggiunto un accordo con Cgil e Cisl ma la maggioranza dei facchini lo ha rigettato, in quanto ancora peggiorativo. Una determinazione e uno spirito di sacrificio esemplari. L’accordo firmato dai confederali prevedeva il mantenimento del posto di lavoro solo per i 50 operai con contratto a tempo indeterminato e non per quelli a tempo determinato con il contratto in scadenza a fine anno e a marzo; non garantiva il mantenimento dei livelli contrattuali né il proseguimento dell’attività lavorativa in quel magazzino, aprendo la porta a possibili trasferimenti.

Dalle quattro del mattino del 5 gennaio entrano in sciopero i facchini della cooperativa Servizi Associato in appalto presso il magazzino Penny Market di Desenzano sul Garda, il più importante per questa catena in Italia, per ottenere l’adeguamento delle mansioni, il riconoscimento degli scatti di anzianità e l’applicazione del contratto nazionale. Lo sciopero e il picchetto proseguono ad oltranza. È fallito un incontro in prefettura a Brescia, nel quale si proponeva ai lavoratori di smobilitare in cambio di un incontro dopo due settimane.

Venerdì 8, davanti ai picchetti a Fidenza e a Desenzano, sono schierati due numerosi contingenti della forza pubblica. Nonostante i picchetti siano robusti e tenaci, alla fine devono cedere. La mattina è sgombrato quello a Desenzano. Alcuni facchini pakistani, quando vengono aggrediti gridano “Allah akbar”, Dio è grande. La stampa borghese ne approfitta per descrivere il picchetto come promosso da estremisti islamici. L’assessore regionale alla Protezione Civile dichiara che “bisogna rispedire questi estremisti in Pakistan in poche ore”. L’obiettivo borghese è isolare gli operai pakistani dagli operai italiani, che non devono vedere in questo sciopero un esempio di vera lotta.

Il giorno dopo i lavoratori tornano a lavoro e trovano il magazzino chiuso per serrata, con le merci dirottate nello stabilimento di Arborio (Vercelli).

Alla Bormioli la polizia politica si fa persino carico di riproporre, sotto la minaccia del ricorso alla forza, l’accordo dei confederali. Al netto rifiuto passa alle vie di fatto. I lavoratori resistono. Uno ad uno sono strappati al picchetto, caricati sui blindati. In tutto sono condotti in questura una quarantina di operai, lì trattenuti per otto ore e rilasciati con denunce per resistenza a pubblico ufficiale e violenza privata. Ma non piegano la testa: sabato notte percorrono in corteo il centro di Fidenza al grido di “Bormioli Rocco, domani un altro blocco” e lunedì mattina tornano a picchettare l’azienda. Dopo undici ore intervengono nuovamente quattro blindati di polizia e carabinieri. La mattina seguente anche questo stabilimento resta chiuso per serrata.

In risposta alla serrata di Desenzano, mercoledì 13, dalle 4 del mattino, il SI Cobas schiera un picchetto di un’ottantina di lavoratori al magazzino Penny Market di Arborio (Vercelli). Oltre ai facchini di Desenzano sono presenti operai e militanti del SI Cobas di Brescia, Milano, Parma, Piacenza, Torino e Genova, fra cui un gruppo di autisti in sciopero di un’azienda che opera all’interno del magazzino stesso; tutti di svariate nazionalità: italiani, pakistani, rumeni, polacchi, marocchini, senegalesi. Operai di tanti paesi, uniti da uno scopo comune – la lotta contro lo sfruttamento – per la quale la patria non ha importanza. Gli operai che lavorano nel magazzino, nessuno dei quali è iscritto al SI Cobas, non si risentono per il blocco, che è totale, ed alcuni si fermano a parlare al picchetto prima di entrare. Il piazzale esterno si riempe di camion. La Penny Market ha in Italia sei magazzini logistici, due dei quali, i più importanti, ora sono bloccati, uno per la serrata, l’altro dagli operai. Nel primo pomeriggio l’azienda accetta di incontrare una delegazione del SI Cobas. Alle cinque, dopo tredici ore, il blocco viene sciolto, con un accordo che impegna Penny Market e cooperativa alla riapertura, entro dieci giorni, del magazzino di Desenzano, col rientro dei lavoratori, e all’avvio di una trattativa sull’applicazione del contratto nazionale.

Due giorni dopo, venerdì 15, i facchini scendono in sciopero alla ND Logistics e alla DHL di Settala (Milano), alla ND di Pontenure (Piacenza) e un nuovo blocco è organizzato di fronte lo stabilimento produttivo della Bormioli, a Fidenza. Nel primo pomeriggio termina lo sciopero alla ND e parte dei lavoratori del magazzino di Pontenure, insieme a un gruppo di operai di Desenzano che erano andati a sostenerli, vanno a rafforzare il blocco alla Bormioli. Verso sera, due reparti, uno della polizia e l’altro dei carabinieri, attaccano i lavoratori, questa volta non limitandosi a uno sgombero del picchetto – il quarto in una settimana – ma con una una vera e propria carica, manganelli alla mano, inseguendoli fino nel traffico della tangenziale per poi schierarsi dentro i cancelli della fabbrica.

Nemmeno questo uso ancor più brutale della forza borghese piega il SI Cobas e gli operai. La sera stessa gli operai sfilano di nuovo in corteo per il centro di Fidenza. La mattina dopo, sabato, mentre ci apprestiamo a chiudere il giornale, un nuovo picchetto è schierato dinanzi alla fabbrica, rafforzato da lavoratori di Desenzano, Brescia, Milano, Piacenza e Bologna. Intanto nel milanese scendono in sciopero i lavoratori alla Ortofin di Trucazzano, Settala e Liscate.

Forse il governo, cioè la borghesia, ha deciso di spezzare il movimento operaio nella logistica e il suo sindacato, il SI Cobas, con le buone o con le cattive, prima che valichi i limiti della categoria, contagiando e organizzando altri reparti della classe operaia. Ma stanno trovando un osso duro e noi ci auguriamo che, e ci adoperiamo affinché, ci si spezzino i denti.

Una cosa è certa: quando i lavoratori intraprendono la strada della lotta, con veri scioperi, ad oltranza, con picchetti che bloccano merci e crumiri, il regime borghese cala la maschera democratica e mostra il suo vero volto, quello della dittatura del capitale sulla classe lavoratrice.

 

 

 

 

 


A Roma l’usuale tattica della Fiom:
illudere e disarmare i lavoratori

La società del trasporto pubblico di Roma, l’Atac, intende riportare al suo interno il servizio di manutenzione dei treni, gestita oggi dalla Caf-Italia. Quest’azienda ha così aperto una procedura di licenziamento collettivo. L’esasperazione dei lavoratori ha spinto l’unico sindacato presente, la Fiom, a proclamare 7 giorni di sciopero a partire dal 9 dicembre scorso. Ciò ha destato un certo scalpore, amplificato dalla stampa, in quanto lo sciopero è stato convocato al principio del Giubileo, disattendendo un protocollo firmato da Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti per una tregua sindacale riguardante almeno 31 giorni nel periodo dall’8 dicembre 2015 al 20 novembre 2016, similmente a quanto fatto a Milano durante l’Expò.

Benché i pellegrini al momento siano pochi, e Confcommercio abbia registrato un flusso di visitatori persino inferiore agli anni precedenti, per la borghesia è sempre importante impedire gli scioperi, in un momento in cui il proletariato subisce attacchi sempre più aspri.

Questo sciopero di sette giorni sarebbe stato la seconda lotta operaia ad oltranza nella Capitale nel giro di tre settimane, dopo quella dei tranvieri del consorzio Tpl Sarl, terminata il 1° dicembre.

Ma questi lavoratori non dovevano riporre illusioni in un sindacato come la Cgil. Infatti, il 10 dicembre, al suo primo giorno, lo sciopero era revocato. Il solito bluff della Fiom, con cui accompagna alla sconfitta i metalmeccanici, da Pomigliano al rinnovo contrattuale disastroso che si profila.

Ne dava annuncio la segretaria generale della Fiom di Roma Sud: «Con senso di responsabilità... la Fiom revoca lo sciopero a cui aveva partecipato il 100% dei lavoratori». La “responsabilità” cui fa sempre riferimento la Cgil (e in queste pagine abbiamo visto anche l’Usb Trasporti all’Eav di Napoli) non è mai verso i bisogni dei lavoratori ma verso l’economia nazionale, ossia verso il Capitale. Se il 100% degli operai aveva aderito al primo giorno di sciopero era il momento di andare avanti nella lotta per ottenere quanto più si poteva, puntando all’assunzione in Atac. È da serpi in seno ai lavoratori disarmarli prima che il nemico abbia ceduto. Ma spegnere il fuoco della lotta – fare i pompieri – è la funzione in virtù della quale Cgil, Cisl, Uil e Ugl sono tutelati dal presente regime.

Smobilitato lo sciopero, la lotta è divenuta il consueto rito istituzionale da un tavolo all’altro, che, mentre ingrassa i sindacalisti di regime, stanca e disarma i lavoratori, ridotti a spettatori, al più impegnati in qualche innocuo presidio sotto il palazzo ove si svolgono le trattative.

La Fiom a parole recita la parte di ala sinistra e combattiva della Cgil, ma nei fatti si allinea alla politica antioperaia di tutta la Confederazione. Un doppio gioco però che sarà sempre più difficile da attuare, coi lavoratori spinti dal maturare della crisi a intraprendere la strada della lotta.

 

 

 

 

 


Ancora sulla opposizione in USB

Prosegue l’attività dei nostri compagni volta a contribuire alla formazione di una corrente sindacale classista dentro Usb, di cui abbiamo ampiamente reso conto nel numero passato del giornale.

Eravamo giunti a esporre gli avvenimenti e l’attività sino al Coordinamento ed al Consiglio nazionali del Lavoro Privato di Usb, svoltisi il 25 e 26 settembre, nei quali fu ratificata l’adesione al Testo Unico sulla Rappresentanza, già decisa dal Consiglio nazionale confederale. Come abbiamo scritto, per la eterogeneità di intenti interna al Coordinamento iscritti Usb per il ritiro dell’adesione al Tur, è mancata la capacità di organizzare una battaglia organica e risoluta proprio in vista di quelle due importanti riunioni. La ratifica dell’adesione al Tur ha determinato una difficoltà nell’attività del Coordinamento, o meglio si è delineata più nettamente la differenza tra chi riteneva necessaria una battaglia più generale contro l’opportunismo sindacale della dirigenza e chi invece intendeva solo sottoscrivere un documento sulla questione del Tur.

Il 17 ottobre si è svolto a Bologna il quarto incontro del Coordinamento, dopo il primo a Merate (2 luglio), il secondo a Roma (25 luglio) e il terzo a Bologna (5 settembre). Presenti compagni da Milano, Cremona, Alessandria, Genova, Bologna, Firenze, Perugia, Roma. In esso si è riproposta quella divisione. Si è così stabilito che il Coordinamento avrebbe proseguito la sua attività solo su due fronti: la raccolta di adesioni al documento per il ritiro della firma del Tur e l’osservazione dell’effettiva applicazione del Tur per verificare nei fatti le conseguenze dell’adesione ad esso sull’attività sindacale, senza promuovere iniziative ulteriori a nome del Coordinamento.

Il 25 ottobre una parte dei componenti del Coordinamento ha redatto un nuovo appello intitolato “Per l’unità d’azione dei lavoratori”, cui abbiamo già fatto breve cenno nel numero scorso. Con esso, in vista dello sciopero generale della scuola – proclamato dalla Confederazione Cobas per il 13 novembre, a cui avevano aderito anche UniCobas, Cub e la sinistra Cgil – e di quello generale del pubblico impiego proclamato dalla sola Usb per il 20 novembre, si richiedeva alla dirigenza Usb di tentare una nuova mediazione con le dirigenze degli altri sindacati di base e, nel caso, come prevedibile, questa fallisse, di convergere sullo sciopero del 13. L’appello ha raccolto, in un arco di tempo assai breve, quasi 80 adesioni, 60 delle quali già del documento sul Tur.

Come prevedibile le dirigenze delle organizzazioni sindacali di base hanno mantenuto divisi gli scioperi, che, nonostante i proclami ufficiali, sono andati molto male, come abbiamo riferito nel numero scorso.

Un nostro compagno ha quindi partecipato a tre assemblee sindacali sul tema del Testo Unico sulla Rappresentanza. La prima il 22 ottobre a Torino, organizzata da Cub, SI Cobas e dalla corrente minoritaria di sinistra in Cgil denominata “il Sindacato è un’altra cosa”. La seconda a Firenze, il 13 novembre, nella sala del dopolavoro ferroviario, organizzata dalla Cub-Trasporti Toscana e dal Cat-Toscana. In entrambe le occasioni abbiamo raccontato la vicenda dell’opposizione interna a Usb e la nostra posizione in merito al Tur e alle sue conseguenze sull’attività sindacale, ampiamente esposta nei numeri passati di questo giornale. Entrambe le iniziative sono state positive perché hanno confermato la fermezza del proposito di quelle organizzazioni sindacali di base di non aderire al Tur e manifestato la volontà di favorire il reciproco aiuto nelle lotte condotte da ciascuna organizzazione. La terza assemblea si è tenuta il 28 novembre a Spoleto, rivolta agli iscritti Usb, con presenti alcuni dei firmatari del documento per il ritiro dell’adesione dal Tur, da Perugia, Terni, Genova e Roma. In questa occasione si sono affrontati i problemi interni a Usb e presi accordi per proseguire e migliorare l’attività di opposizione, superando lo stallo in cui si era venuto a trovare il Coordinamento No-Tu.

Nel resoconto sul numero passato avevamo brevemente riferito dello scontro accesosi a maggio e giugno fra la dirigenza nazionale di Usb e quella emiliana. Questa aveva persino rassegnato le dimissioni dal sindacato per poi, a metà giugno, ritirarle, per ragioni non chiare. Ciò che contrapponeva i due schieramenti non erano posizioni di politica sindacale – entrambi ad esempio erano favorevoli all’adesione al Tur – ma il metodo di gestione del sindacato da parte della dirigenza, il cui carattere sempre più impositivo minaccia di accentuarsi ulteriormente con l’elaborazione di un nuovo regolamento interno, in via di approvazione proprio in questi giorni.

La parte minoritaria non mostra l’intenzione di organizzare una corrente che combatta la dirigenza sul piano di una differente linea sindacale, ma cerca un accordo con essa, minaccia la fuoriuscita dal sindacato, per poi fare marcia indietro nella speranza di ottenere qualcosa. In questo quadro rientrano le dimissioni annunciate a maggio e ritirate a giugno.

Ma era intuibile che il problema era solo rimandato. Infatti a fine novembre si riproponeva ingrandito, con un manifestino che convocava un’assemblea aperta a tutti gli iscritti e i militanti di Usb per il 5 dicembre a Bologna, con all’ordine del giorno i problemi della democrazia interna, per iniziativa degli Esecutivi confederali Usb della Lombardia e di Bologna e della Federazione Usb di Firenze.

Questa era un’evidente violazione delle norme statutarie, dato che gli organi del sindacato, quali gli Esecutivi confederali (la Federazione non è nemmeno un organismo previsto dallo statuto di Usb!), servono a farlo funzionare, non a condurre la battaglia – naturale e legittima – fra le correnti al suo interno. In questo modo la macchina sindacale si disarticolerebbe e si finirebbe in una sorta di feudalesimo organizzativo in cui gli organismi combattono gli uni con gli altri. La fine del sindacato, insomma.

Difficile credere, data l’esperienza sindacale dei promotori, dirigenti storici di RdB prima e di Usb poi, che non avessero previsto come convocando in questa forma l’assemblea si sarebbero esposti all’accusa della dirigenza nazionale di violare lo Statuto. È plausibile che questo modo di procedere rientri nella condotta sopra indicata, di esercitare pressioni, mettendo la dirigenza di fronte alla scelta se cedere o rischiare di perdere una fetta dell’organizzazione che, con l’allargarsi della crisi, è divenuta consistente. Un agire manovriero, che mostra incuranza per il sindacato nonostante, per altro, se ne condivida sostanzialmente la linea politico-sindacale opportunista, assai lontano dai canoni di relazioni interne necessari alla vita di un’organizzazione sindacale di classe.

Il 2 dicembre l’Esecutivo Nazionale Confederale emanava un ordine del giorno in cui si denunciava che «alcune strutture formali dell’organizzazione hanno convocato un incontro nazionale degli iscritti Usb per il 5 dicembre prossimo a Bologna per la costituzione di un’area organizzata interna a Usb che si pone al di fuori di ogni contesto statutario». In realtà, ad essere fuori dello Statuto non era la costituzione di un’area, che non rientrava nelle intenzioni dei promotori dell’assemblea e su cui lo Statuto non si pronuncia, ma le sue modalità di convocazione. La dirigenza faceva appositamente confusione perché il suo obiettivo non è far rispettare lo Statuto, che essa per prima ha calpestato per imporre l’adesione al Tur, ma eliminare il dissenso interno.

L’odg dell’Esecutivo invitava quindi «gli organizzatori dell’incontro del 5 dicembre a revocare tale iniziativa».

L’assemblea si è tenuta ugualmente, presenti circa 150 iscritti. Il tenore di tutti gli interventi è stato quello di una denuncia dei metodi impositivi utilizzati nella gestione del sindacato. Tutte cose vere ed anche interessanti. Ma in nessun modo si è discusso su cosa fare per rimediarvi. Quello era già deciso dai dirigenti promotori dell’iniziativa e alla fine è stata presentata una mozione, già preparata, votata senza essere discussa. Non ve ne sarebbe stato nemmeno il tempo, dato che l’assemblea, nazionale, per far tornare tutti a casa doveva ragionevolmente terminare per le sei di sera, ma il suo inizio era stato stabilito appena per le tre del pomeriggio. Un tempo insufficiente per discutere di questioni tanto gravi.

All’assemblea è intervenuto un nostro compagno che ha esposto i punti seguenti.

1) I problemi di democrazia interna a Usb sono evidenti ma non nuovi; ad esempio nel primo congresso del 2013 fu applicato un regolamento appositamente concepito per impedire la presentazioni di mozioni alternative: fu un congresso a mozione unica. Nemmeno in Cgil si è giunti a tanto. Ciò fu giustificato con la tesi che le correnti sono un carattere proprio del vecchio sindacalismo confederale che non deve appartenere a un sindacato di base. Dai promotori dell’assemblea bolognese allora non si levò alcuna denuncia di questo grave problema. Eppure ciò condusse alla fuoriuscita della parte largamente maggioritaria delle federazioni di Brescia e di Varese, nonché alla mancata partecipazione al congresso dei coordinamenti di tre Ministeri. Il responsabile della federazione di Varese, presente ed intervenuto all’assemblea di Bologna, si schierò con la dirigenza contro la maggioranza dei militanti, che abbandonarono Usb per formare l’Adl-Varese.

Il formarsi di correnti è un fatto naturale ed inevitabile nel sindacato: il problema non è quello di proibirne la formazione, ma di come farle coesistere all’interno dell’organizzazione. Il patologico frazionamento del sindacalismo di base è un’altra manifestazione di come la formazione di correnti sia un fatto ineluttabile. Il problema è che le dirigenze di questi sindacati non sono state in grado di creare le condizioni affinché queste diverse correnti convivessero in un unica organizzazione.

2) Il sindacato è costantemente sottoposto alla pressione del padronato e del suo regime politico, che cercano di sottometterlo, di farlo diventare un sindacato di comodo, collaborazionista. Quello che è successo nel secondo dopoguerra alla Cgil, con un processo che è giunto a compimento nella seconda metà degli anni Settanta e che ha condotto alla nascita dei sindacati di base, accade a tutti i sindacati, perché il padronato da ormai un secolo ha imparato che è molto meglio “comprare” il sindacato che combatterlo. In questo quadro si situa anche la volontà padronale di sottoscrivere il Testo Unico sulla Rappresentanza. È inevitabile che nel sindacato si sviluppi una corrente opportunista che lo vuole condurre sulla strada di quella che oggi è chiamata concertazione. Questa corrente è attiva in Usb già da tempo ed è rappresentata dalla dirigenza del nostro sindacato.

3) Da ciò consegue che se si difende il sindacalismo di classe non ci si può accordare, non si può arrivare a una sintesi di posizioni con una dirigenza che è espressione dell’opportunismo sindacale. Non dobbiamo esercitare pressioni sulla dirigenza nazionale con manovre e forzature ma organizzarci in una corrente che si batta per una linea di politica sindacale diversa da quella concertativa ed opportunista della dirigenza. Si propongono quattro punti base.
     a) Privilegiare la struttura territoriale del sindacato rispetto a quella aziendale, avendo massima cura nel convocare periodiche riunioni intercategoriali cui invitare i delegati e gli iscritti più attivi, rifacendosi all’esperienza storica delle originarie Camere del Lavoro;
     b) Ritiro dell’adesione al Testo Unico sulla Rappresentanza;
     c) Adesione a tutte le iniziative unitarie del sindacalismo conflittuale e di base;
     d) Attenersi all’indirizzo pratico dell’unità d’azione dei lavoratori: no agli scioperi divisi per sigla sindacale ed in concorrenza fra loro, anche con riguardo al sindacalismo confederale. Ci si deve distinguere per scioperare di più e con metodi e rivendicazioni più radicali, senza boicottare gli scioperi degli altri sindacati se suscettibili di mobilitare parte apprezzabile dei lavoratori.

L’intervento è stato ascoltato con attenzione dai presenti ma la proposta di discutere una piattaforma sindacale comune non è stata raccolta e i dirigenti, nei loro interventi e nella mozione finale, hanno confermato di non voler formare una corrente ma di cercare, attraverso la minaccia di rotture organizzative, un accordo con la dirigenza.

La mozione finale, approvata dall’assemblea quasi all’unanimità, invitava a promuovere nel sindacato, a scopo di trovare l’agognata sintesi, una discussione sui seguenti punti: - l’organizzazione di uno sciopero generale; - la verifica dell’utilizzo delle risorse del sindacato; - la definizione di cosa si intenda per “confederalità sociale”; - la composizione dei dipartimenti, in particolare di quello organizzativo; - il nuovo regolamento in via di definizione e approvazione. Infine era convocata una nuova assemblea per il 24 gennaio a Firenze.

L’11 e il 12 dicembre si è riunito il Coordinamento nazionale confederale, presenti i tre dirigenti promotori dell’assemblea di Bologna, per due dei quali – il coordinatore di Usb Lavoro Privato Lombardia e il coordinatore confederale dell’Emilia Romagna – è stata decisa a maggioranza – 42 voti a favore, 8 contrari e 1 astenuto – l’esclusione dall’Esecutivo nazionale confederale, a seguito del mancato rispetto di quanto deciso dall’Esecutivo stesso il 2 dicembre. Il terzo, il dirigente della federazione fiorentina, sembra sia rientrato nei ranghi. Forse avrà trovato una sintesi!

L’intervento del nostro compagno all’assemblea di Bologna è stato fatto a nome solo di una parte del Coordinamento nazionale iscritti Usb per il ritiro dell’adesione di Usb dal Testo Unico sulla Rappresentanza, dato che in esso una parte era favorevole al modo di agire dei promotori, un’altra contraria, al punto da non voler nemmeno presenziare all’assemblea. Si è quindi palesata una volta di più la necessità di organizzarsi in un gruppo più ristretto all’interno del Coordinamento per muovere un’azione di critica e battaglia sindacale classista più risoluta ed organica all’interno di Usb.

L’occasione per muovere il primo passo in questa direzione è stato un editoriale pubblicato il 21 dicembre sul sito della Confederazione Usb, intitolato “I fatti hanno la testa dura”, dedicato a dimostrare la bontà della scelta di aver aderito al Testo Unico sulla Rappresentanza e l’erroneità della posizione di chi ad essa si è opposto. I “fatti con la testa dura” sarebbero stati, secondo la dirigenza, i risultati positivi conseguiti da Usb in alcune elezioni RSU.

A questo editoriale si è risposto, il 30 dicembre, con una comunicato intitolato “Fatti con la testa dura e propaganda coi piedi d’argilla” a firma del Coordinamento iscritti Usb per il sindacato di classe.

Il 12 gennaio si pubblicava un secondo comunicato a nome del Coordinamento iscritti Usb per il sindacato di classe, in solidarietà con gli operai in lotta a Fidenza e Desenzano, aggrediti dalle forze dell’ordine. In esso, dopo aver brevemente riportato i fatti, si denuncia il silenzio in merito di quasi tutto il sindacalismo di base.

Entrambi i comunicati si possono leggere interamente sulla pagina facebook “No all’adesione di Usb al Testo Unico sulla Rappresentanza - Per il sindacato di classe”.

 

 

 

 

 


Le condizioni, le lotte e verso una nuova organizzazione dei braccianti

L’attività dell’organizzazione sindacale Rete Campagne in Lotta ha preso impulso da due importanti battaglie nel 2011. La prima fu il luminoso esempio di ribellione proletaria a Rosarno nel gennaio, rivolta fatta passare dai giornali come “degli immigrati” per mettere in ombra il suo carattere operaio e mantenere quei lavoratori divisi da quelli italiani. Di fatto fu uno sciopero che assunse un carattere violento per la scomposta repressione padronale, a colpi di fucile.

La seconda lotta fu lo sciopero di circa 400 braccianti alloggiati nella antica Masseria Boncuri a Nardò, durato circa otto giorni. I lavoratori rivendicavano l’assunzione con regolare contratto; l’aumento del salario per cassone o la paga oraria; l’abolizione del sistema del caporalato; un centro per l’impiego dentro al campo; mezzi di trasporto e i medici.

Dopo otto giorni di sciopero, in un incontro in prefettura a Lecce, ai braccianti furono fatte solo promesse. Mentre i lavoratori si riducevano per alcuni giorni ad un presidio sotto la prefettura, alla masseria l’azienda faceva ricorso a crumiri.

L’anno successivo a Nardò la condizione era persino peggiorata. Il campo nella Masseria Boncuri, che il comune aveva fatto allestire negli anni precedenti, era stato dismesso, nella consapevolezza che l’avervi concentrato troppi braccianti, di diverse nazionalità, era stata una delle cause del loro prendere coraggio e scendere in sciopero. Inoltre a maggio Cgil, Cisl e Uil avevano siglato il nuovo contratto provinciale che tornava a introdurre il cottimo!

Un altra lotta è stata quella dell’estate del 2012 nelle campagne della bassa val Scrivia, vicino Tortona (Alessandria), a dimostrazione di come lo sfruttamento dei braccianti non sia una peculiarità dell’Italia meridionale. Una quarantina di braccianti marocchini, trenta uomini e dieci donne, protestarono e scioperarono per miglioramenti salariali presso l’azienda Lazzaro che, per risposta, li licenziò per assumere al loro posto lavoratori indiani provenienti da Brescia.

Il 4 settembre scorso la Rete Campagne in Lotta ha organizzato una prima manifestazione a Foggia. Vi hanno partecipato circa duecento braccianti immigrati percorrendo con un agguerrito corteo le strade della città. In un incontro in prefettura sono state presentate le rivendicazioni: permesso di soggiorno, residenza, casa, acqua e trasporto gratuito al posto di lavoro; rispetto del contratto provinciale. Da quell’incontro in prefettura, cui ne sono seguiti altri due, sono emersi vaghi impegni poi non rispettati, che hanno condotto alla manifestazione del 4 dicembre organizzata a Foggia dalla Rete Campagne in Lotta.

Quel giorno una delegazione di operai del SI Cobas ha partecipato alla manifestazione della Rete dei braccianti, la quale, in un comunicato, ha apprezzato questa solidarietà. È stato un atto piccolo ma importante che testimonia la volontà di avvicinare il movimento operaio nella logistica, in piedi da cinque anni, con le lotte degli operai agricoli, ancora molto esili. Due categorie fra le più sfruttate del proletariato.

La forza di un vero sindacato di classe sta nel riuscire a mobilitare tutte le categorie, qualifiche e strati della classe operaia, senza lasciare indietro le sue componenti più sfruttate. La partecipazione del SI Cobas alla manifestazione dei braccianti dimostra questa consapevolezza. Organizzare gli strati più sfruttati del proletariato è importante sia perché colpisce la concorrenza al ribasso dei salari, sia perché apporta al movimento l’energia e la genuina combattività di questi lavoratori, come le lotte di questi ultimi anni nella logistica – con le dure battaglie davanti ai cancelli – dimostrano.

I braccianti in Italia, che sono oggi un settore della classe lavoratrice meno sindacalizzato, sono stati una delle colonne del movimento operaio dalle sue origini fino al fascismo, con le Leghe Bracciantili e la Federazione Lavoratori della Terra, e il loro movimento era ancora forte nella prima parte del secondo dopoguerra, temuto dal padronato e dallo Stato: basti pensare agli eccidi di Portella delle Ginestre, il 1° maggio 1947, e di Avola, il 2 dicembre 1968.

Che da una tradizione tanto nobile di lotta ed organizzazione proletaria si sia potuti cadere nello stato attuale è da imputare, non tanto alla riduzione numerica della categoria, ma principalmente all’opera disfattista dell’opportunismo politico e sindacale del PCI e della CGIL che, tradendo le precedenti direttive e principi di lotta classisti, hanno indirizzato il proletariato agricolo verso l’alleanza interclassista coi coltivatori diretti ed avanzata la rivendicazione della proprietà della terra, per la loro trasformazione in contadini piccoli proprietari, del tutto illusoria. Hanno così separato il movimento operaio delle campagne da quello delle città. Mentre la meccanizzazione abbatteva il numero degli operai agricoli fissi, il sindacalismo di regime ha fatto il resto per spezzare la forza e la tradizione di lotta della categoria.

Il ruolo dei braccianti nella lotta di classe però sarà ancora importante, sia nel mondo, dove in gran parte dei paesi la popolazione contadina è ancora numerosa, sia in occidente.

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Le migrazioni di una classe di senza patria

(Continua dal numero scorso)

Parte seconda

Nel primo capitolo abbiamo visto come il Capitale riesca a far soldi anche approfittando di un flusso migratorio inatteso e travolgente. In questo secondo capitolo descriveremo come anche la normale emigrazione sia regolata da entrambi gli Stati, quello di ingresso e quello di uscita, affinché possano beneficiarne e alimentare il Capitale: lavoro a basso costo da un lato, rimesse e smaltimento della “eccedenza umana”, fertile terreno per la lotta di classe, dall’altro. L’emigrazione è uno degli strumenti da sempre utilizzati, anche in periodi di crisi, per il governo del mercato del lavoro a totale beneficio delle borghesie nazionali, sulla pelle dei proletari.

In precedenti studi, tra cui “Ogni lavoratore è un lavoratore straniero” dell’aprile del 1975 e “La classe operaia è una classe di emigranti” del 1976-78, ai quali rimandiamo, descrivevamo i meccanismi che regolano il fenomeno della emigrazione. Mettevamo in risalto, oltre la speculazione economica, quella politica e “moralistica” dei borghesi, inclusi quelli di “sinistra” che con la loro schiera di sindacati e organizzazioni “umanitarie”, si danno da fare affinché i proletari immigrati e gli autoctoni siano mantenuti in competizione e non fraternizzino, con il rischio di loro lotte comuni.

«Lo Stato “italiano” è sempre stato subordinato agli interessi dell’imperialismo internazionale. Borghesia e organizzazione statale lottano per i privilegi e i vantaggi del capitale nazionale, aiutati e consigliati da tutto l’apparato dei partiti e delle organizzazioni sindacali. Se è vero che “almeno 4 milioni di persone in eccesso” nel 1945-49 sono troppo pericolose, è necessario trovare dei “piani realistici” per liberarsi da una parte dal soprannumero di forza lavoro, dall’altra fare in modo che la grande maggioranza degli operai ora “improduttivi” sia trasformata in operai “produttivi”. Per cui l’improduttività nazionale della “fanteria leggera del capitale” diventa produttività per il capitale. La disoccupazione diventa così esportazione di capitale variabile, cioè forza lavoro, che sarà venduta come una qualsiasi merce sul mercato internazionale; la disoccupazione si trasforma in emigrazione la quale permette di avviare la ripresa e la ricostruzione dell’economia capitalistica» (“Il Partito Comunista” n. 28 del 1976).

 

La regolamentazione dei flussi

L’odierno glossario borghese divide anche gli immigrati extracomunitari fra di loro: è “regolare” lo straniero che ha il permesso di soggiorno, “irregolare” se ha perduto i requisiti per la permanenza sul territorio nazionale, come il permesso di soggiorno scaduto, “clandestino” chi è entrato in Italia senza regolare visto di ingresso.

Il permesso di soggiorno per motivi di lavoro è rilasciato a seguito della stipula di un contratto di lavoro. Il datore di lavoro deve garantire la disponibilità di un alloggio e l’impegno a pagare le spese del viaggio di rientro. La durata del permesso di soggiorno è quella prevista dal contratto, ma non può superare nove mesi se in relazione a contratto di lavoro stagionale; un anno in caso di contratto a tempo determinato; due anni se a tempo indeterminato.

Il numero degli stranieri che possono entrare in Italia per motivi lavorativi è rigidamente fissato, secondo i bisogni del Capitale, in appositi decreti, i cosiddetti “decreti flussi”, emanati sulla base delle indicazioni fornite dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Nella determinazione dei flussi si possono stabilire quote preferenziali a favore degli Stati con i quali l’Italia abbia concluso specifici accordi bilaterali, ovvero restrizioni contro quelli che non collaborano nel rimpatrio dei propri cittadini.

Il decreto flussi per il 2015 prevedeva 17.850 mila posti. In realtà la maggioranza di questi (12.350, quasi il 70%) sono stati destinati agli immigrati già presenti in Italia ma con permessi di soggiorno di altro tipo. Gli ingressi dall’estero, invece, sono molto meno: 5.500, di cui 2.000 previsti per l’Expo.

Gli ingressi (escluso i 2.000 assicurati all’Expo) sono stati: 1.000 che avevano completato programmi di formazione nei Paesi d’origine; 2.400 lavoratori autonomi, cioè imprenditori, liberi professionisti, dirigenti; 100 lavoratori con parenti di origine italiana. Questi dati parlano da soli.

Riguardo invece la conversione in permessi di soggiorno per motivi di lavoro per gli immigrati già presenti in Italia ma con permessi di soggiorno di altro tipo, il decreto prevedeva per il 2015: 4.050 permessi di soggiorno per lavoro stagionale; 7.050 permessi per studio, tirocinio e formazione professionale; 1.250 per permessi rilasciati da altro Stato dell’Unione europea.

 

Gli immigrati “regolari”

Quanti sono gli stranieri “regolari” attualmente in Italia e quale i loro paesi di provenienza?

Stranieri residenti al 1º gennaio
Anno Numero Anno Numero
2002 1.341.209 2009 3.402.435
2003 1.464.663 2010 3.648.128
2004 1.854.748 2011 3.879.224
2005 2.210.478 2012 4.052.081
2006 2.419.483 2013 4.387.721
2007 2.592.950 2014 4.922.085
2008 3.023.317 2015 5.014.437

Secondo i dati Istat relativi al bilancio demografico nazionale, alla data del 1° gennaio risultavano regolarmente residenti in Italia 4.922.085 cittadini stranieri, corrispondenti all’8% della popolazione residente totale, con un incremento rispetto all’anno precedente del 12%. Al 1° gennaio ne risultavano 5.014.437, con analogo incremento dell’1,8%. Dunque, la crescita continua ma si è fortemente rallentata.

L’incremento della popolazione straniera residente è dovuto sia al saldo migratorio positivo tra immigrati ed emigrati, sia all’eccesso dei nati sui morti: i nuovi immigrati sono in calo da alcuni anni (da 530.456 nel 2007 a 248.360 nel 2014), ma continuano a superare gli emigranti; per quanto riguarda il saldo naturale, nel corso del 2014 ci sono stati 75.067 nati stranieri (in diminuzione rispetto ai due anni precedenti) contro 5.792 morti.

I principali paesi di provenienza sono riportati in tabella con le relative presenze nel 2008 e nel 2015. Le comunità elencate sono quelle che superano i 50.000 residenti nel 2015 e complessivamente costituiscono oltre 83% degli immigrati in Italia.

Stranieri regolarmente residenti
al 1º gennaio
Paese di
cittadinanza
2005 Varia-
zione
%
2015
Romania 248.849 355 1.131.839
Albania 316.659 55 490.483
Marocco 294.945 52 449.058
Cina 111.712 138 265.820
Ucraina 93.441 142 226.060
Filippine 82.625 104 168.238
India 37.971 289 147.815
Moldavia 54.288 171 147.388
Bangladesh 35.785 222 115.301
Perù 53.378 105 109.668
Egitto 52.865 96 103.713
Sri.Lanka 45.572 121 100.558
Polonia 50.794 94 98.694
Pakistan 35.509 171 96.207
Tunisia 78.230 23 96.012
Senegal 53.941 74 94.030
Ecuador 53.220 72 91.259
Macedonia 58.460 33 77.703
Nigeria 31.647 125 71.158
Bulgaria 15.374 268 56.576
Ghana 32.754 54 50.414

Si nota che i paesi di provenienza dei migranti “economici” (noi preferiamo dire per fame) inseriti regolarmente nel mercato del lavoro sono per lo più diversi dai quelli di chi sbarca clandestino e che, fuggito per motivi di guerra, è destinato al calvario descritto nel primo capitolo, altrimenti al lavoro in nero o al rimpatrio.

La stampa borghese (in questo caso Il Sole 24 Ore) ci riferisce che: «Il catalogo dei rilievi Ocse parte dal fatto che l’Italia sia ancora caratterizzata da una vasta area di lavoro in nero, che l’organizzazione stima al 10% dell’economia nazionale, ma anche da grandi sacche di lavoro precario e temporaneo. Per gli immigranti, ciò significa lavoro non documentato e non tutelato (...) Tra il 2007 e il 2012, la disoccupazione fra gli immigrati uomini è cresciuta dal 5,3 al 12,6%. L’Ocse suggerisce il riassorbimento dei disoccupati già presenti sul territorio, prima di reclutare forza lavoro dall’estero, nonché la limitazione dei permessi di soggiorno per gli immigrati di età inferiore ai 18 anni, che non abbiano compiuto la scuola secondaria di primo grado».

L’OCSE fa il suo lavoro al soldo dei padroni europei. Questi sono in concorrenza fra loro e l’Ocse certamente non ignora quanti soldi portano gli immigrati allo Stato italiano e quanto poco qui costi il loro lavoro ai capitalisti.

Secondo il Dossier Statistico Immigrazione 2014 (è la fonte, borghese, più autorevole di dati sulle migrazioni) il costo complessivo della presenza dei migranti in Italia è, al 2012, di 12,6 miliardi di euro (+0.7 rispetto all’anno precedente), così ripartiti: Sanità 3,7; Scuola 3,5; Servizi sociali 0,6; Casa 0,4. Sommando altre voci minori si arriva ad un totale uscite nel 2012 di 12,6 miliardi. Nel 2011 era stato di 11,9.

Ma gli immigrati, oltre ad usufruire dei servizi sanitari e scolastici, producono plusvalore e pagano le tasse. Nel 2012 solo le entrate per l’Erario sono state di 16,5 miliardi di euro (+3,2 miliardi rispetto all’anno precedente). Sommando i contributi previdenziali di 8,9 miliardi, il totale delle entrate nel 2012 è di 16,5 miliardi. Nel 2011 è stato di 13,3.

Quindi la differenza tra entrate e uscite per lo Stato è stata di 3,9 miliardi (+2,5 rispetto all’anno precedente).

Ma ci sono altre entrate. Bisogna aggiungere i fondi che l’UE versa all’Italia in misura proporzionale al numero di immigrati: a dispetto della propaganda anti-europea, nel quadriennio 2007-2011 l’UE ha versato all’Italia 2,36 miliardi.

Ci sono poi i contributi previdenziali, che sono in crescita: +1,9 miliardi rispetto al 2011. Data l’età media dei lavoratori immigrati, più bassa degli italiani, assicureranno molti anni di versamenti alle Casse. Come si legge nella ricerca del CNEL e del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali “Il ruolo degli immigrati nel mercato del lavoro italiano (2012)”: «la differenza tra i benefici sociali ricevuti e le imposte pagate rispettivamente per le due popolazioni (gli immigrati e gli autoctoni) non mostra un maggior ricorso al welfare da parte degli immigrati. Ciò risulta particolarmente evidente qualora si considerino i benefici legati all’anzianità: in questo caso, infatti, i dati evidenziano un trasferimento netto di risorse dagli immigrati agli italiani».

Soprattutto, gran parte di questi contributi non si trasformerà mai in pensione. Gli immigrati infatti matureranno al 65° anno di età una pensione proporzionale ai contributi versati, a condizione che abbiano raggiunto i 20 anni di contribuzione. Nel caso l’immigrato faccia ritorno al paese d’origine, i contributi non potranno seguirlo (per effetto della legge 189/2002), ma resteranno in Italia. Se avrà versato contributi per meno di 20 anni, oppure se tra il suo paese e l’Italia non esiste una convenzione bilaterale (che l’Italia sarebbe tenuta a stipulare con tutti i paesi, ma che è molto restia a stipulare), o se sarà incorso in qualche intoppo burocratico senza saperlo, quei contributi, che sono a tutti gli effetti suoi, non gli frutteranno alcun beneficio, e resteranno a rimpinguare il bilancio dell’Inps.

Ovviamente immigrato non è sinonimo di proletario: si contano in Italia 497.080 imprese intestate a soggetti nati all’estero, che impiegano circa 300.000 dipendenti (elaborazione della Camera di Commercio di Milano su dati del Registro delle Imprese); di questi circa 200.000 sono italiani.

 

L’importanza delle rimesse

Accanto ai benefici che gli immigrati apportano al borghese Stato italico, tramite le rimesse danno un grande contributo non solo alle loro famiglie ma anche agli Stati borghesi di provenienza. Questi grandi flussi di ricchezza sono spesso una spinta verso la modernità nei paesi di origine.

Lo Stato italiano infatti interveniva a tutela delle rimesse (e non certamente dei suoi proletari emigrati), sollecitato dai partiti sedicenti rappresentanti della classe operaia e dei loro apparati sindacali impegnati a mantenere la pace sociale.

“Il Sole 24 Ore” scrive: «Cosa sono le rimesse? Invii di denaro alle famiglie in patria. Effettuate in valuta dei paesi ricchi, costituiscono un prezioso contributo al riequilibrio della bilancia dei pagamenti dei paesi poveri che da quelli devono importare materie prime e macchinari. Fondamentali per il primo decollo industriale italiano furono le rimesse nel decennio giolittiano (1903-1914)». Da “Il Brigantino” leggiamo: «Dell’età giolittiana resta impresso nella memoria il fatto che la moneta nazionale faceva aggio sull’oro (1909), vale a dire che la valuta circolante era proporzionale alle riserve auree del Regno. Ciò accadeva in Italia, nei principali Paesi europei e negli U.S.A., facilitando le transazioni ed i commerci internazionali mediante la stabilità delle monete e la certezza dei cambi tra diverse valute. Tale risultato venne ottenuto ad un costo umano incalcolabile. Dall’inizi del 1900 circa dieci milioni di italiani, nessuna regione del Bel Paese esclusa, lasciarono l’Italia per emigrare, principalmente verso l’America, sia negli Stati Uniti che in Perù, Argentina e Cile (...)

«Gli emigranti costituirono una solida base per la politica giolittiana, il cui disegno si fondava sullo stimolo e la protezione industriale, la protezione e la difesa del Bilancio del Regno, l’eliminazione del monopolio da parte dei privati e sull’opposizione alle forze finanziare estere. Da un lato, infatti, l’emigrazione risolveva drasticamente problemi sociali incombenti ed enormi, semplicemente espellendoli dal Paese, dall’altro il governo poté contare sull’enorme massa di valuta pregiata che gli emigrati stessi inviavano in Italia alle loro famiglie».

Venendo all’oggi, da “Il Sole 24 Ore” leggiamo: «Secondo uno studio di Eurostat l’Italia è il secondo paese UE per le rimesse degli immigrati inviate nei rispettivi paesi d’origine, ed è anche il quinto per quelle ricevute dagli italiani residenti all’estero. Nel 2013, dice Eurostat, 6,7 miliardi di euro sono usciti dall’Italia e 2 miliardi sono entrati, con un saldo negativo di 4,7 miliardi che è il secondo maggior deficit tra i paesi europei».

La stampa borghese punta il dito sulle rimesse in uscita maggiori di quelle in entrata. Ma sul “Corriere della Sera” di luglio 2014 notiamo una contraddizione: «Cosa succede agli italiani che hanno cercato fortuna all’estero? Anche se ormai i risparmi rimpatriati pesano in misura inferiore al passato sulla bilancia dei pagamenti e sui conti economici nazionali, in passato hanno rappresentato una fonte di ricchezza non indifferente».

Rimesse in Italia
(mil.€)
1947 183
1950 791
1960 3.000
1968 5.000
2001 359
2010 435
2011 478
2012 486
2013 486

Tabelliamo qui noi le cifre delle rimesse in entrata in Italia riportate dall’articolo, in milioni di euro, dal 1947 al 2013:

La differenza è che mentre la emigrazione odierna degli italiani si connota fondamentalmente come “fuga di cervelli” (ma pur sempre puri proletari sono), l’immigrazione ha invece gli stessi connotati della migrazione italiana in età giolittiana.

La crisi però colpisce duro le rimesse degli immigrati: negli ultimi due anni, i trasferimenti di denaro verso l’estero sono crollati di oltre un quarto. La media mensile delle rimesse, dopo aver raggiunto un picco sopra i 600 milioni di euro nel 2011, è crollata nel 2013 e nel 2014 ad un livello pari a 440 milioni di euro (-27%). Il crollo è avvenuto quindi in un arco temporale molto breve. Tuttavia nello stesso periodo il numero di immigrati è andato aumentando (da 4,57 milioni nel 2010 a 4,92 milioni nel 2013, + 7,7%), quindi le rimesse pro-capite si sono ridotte in maniera ancora maggiore (da 1.618 euro nel 2011 a 1.084 euro nel 2014).

Incrociando i dati della Banca d’Italia sulle rimesse con i dati Istat sull’immigrazione è possibile calcolare il dato pro-capite disaggregato per i paesi di origine.

Colpisce il crollo verticale delle rimesse verso la Cina: dai 2.537 milioni di euro del 2011 agli 819 milioni del 2014. Da notare che nel frattempo i cinesi residenti in Italia sono cresciuti del 22%, riducendo le rimesse pro-capite di un impressionante -73,6%.

Se il caso della comunità cinese è eclatante, il segno meno lo troviamo in quasi tutte le righe, con cali percentuali pro-capite a doppia cifra. Unica eccezione, tra le prime venti comunità, quella pakistana. L’entità dei cali e la loro distribuzione generalizzata tra tutte le comunità rende meno plausibile una spiegazione basata su forme non registrate di trasferimento di denaro all’estero.

(Continua al prossimo numero)