Partito Comunista Internazionale
Il Partito Comunista N. 381 - gennaio-febbraio 2017
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Indice dei numeri
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organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 Il ciclo senza uscita delle riprese e delle crisi economiche del capitale
– Referendum: O farse elettorali o lotta di classe
– Dagli USA - Contro Trump o contro il capitalismo: La democrazia è il fascismo, il fascismo è la democrazia - Razza o classe? - L’immigrazione - Costruire la resistenza di classe: Necessità del sindacato - Costruire la resistenza di classe: Necessità del partito comunista
Il confronto tra gli imperialismi sul campo di battaglia siriano prefigura la guerra mondiale
PAGINA 2 Riunione generale del partito a Genova, 24-25 settembre 2016 [RG126] (sommario): L’India dalle origini alla emancipazione nazionale - Il secondo dopoguerra nel Regno Unito e in Europa - Siria teatro di scontro fra gli imperialismi - La rivoluzione ungherese - Il concetto di dittatura prima di Marx - Attività del partito in Venezuela - Attività sindacale
Riunione regionale in Venezuela, 3 dicembre
Ezio Baudone
Per
il sindacato
di classe
L’opposizione di facciata della Fiom spalleggia il corporativismo della Cgil - 8 anni di tradimento degli interessi operai (continua dal numero scorso) Il nuovo contratto Fiat - Premesse alla trattativa per il contratto - Il contratto metalmeccanico
– Vince la lotta ‘selvaggia’ della ATP di Genova
L’inferno del Qatar è il destino di tutta la classe salariata mondiale se non saprà organizzarsi e lottare
Minatori delle cooperative boliviane mobilitati in difesa dei soci-padroni
PAGINA 5 Il PCd’I e la direttiva del fronte unico sindacale - Al Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista luglio-agosto 1920 - Relazione in materia sindacale tenuta da Carlo Radek, seduta del 3 agosto 1920
In morte di Fidel Castro - Bilancio di una rivoluzione nazionale falsamente ammantata di socialismo
PAGINA 6 Il declino del Regno Unito fra fine dell’Impero e nel contesto europeo - Brexit, un lungo addio - Nell’Europa del dopoguerra - La nuova crisi mondiale
– A Bologna, sabato 10 dicembre, presso il circolo Arci di Via Gandusio, il partito ha tenuto una Conferenza pubblica sul tema: Siria, Iraq, Yemen, Libia - Il capitalismo è guerra, Guerra al capitalismo!
PAGINA 7 Come le classi dominanti curde si sono sempre sottomesse agli imperialismi e come ne sono state sempre infine tradite: La spartizione del Kurdistan - Il nazionalismo curdo - Il Kurdistan iracheno
PAGINA 8 I proletari della “Nuova Russia” fra guerra e sfruttamento di classe



 
 
 
 
 
PAGINA 1

Il ciclo senza uscita delle riprese e delle crisi economiche del capitale

Il mondo capitalistico è in questa tornata storica alle prese con una tipica sindrome da dissociazione: quanto più le condizioni generali politiche e militari, la guerra per il controllo di aree di influenza e punti di forza nello scacchiere mondiale si fanno gravi e alla scala internazionale lo scenario dello scontro tra gli Stati si fa sempre più complesso, aspro e sostanzialmente senza vie di uscita, tanto più torna a serpeggiare un tranquillo ottimismo relativamente allo sviluppo economico e finanziario.

Basta estrapolare qualche dato di breve periodo, trasformarlo in tendenziale, misurare gli incrementi degli indici senza depurarli dalle componenti più volatili e stagionali, e le difficoltà, se non la crisi, rimangono alle spalle.

Ecco quindi che la grancassa mediatica del capitalismo, ben sostenuta dagli economisti a libro paga statale, ricomincia a spargere una “moderata speranza” per il futuro, ed informa che l’andamento generale sta migliorando, piano ma progressivo. Sistemato questo fronte da troppo tempo dolente, l’altro, gli sconvolgimenti sul piano mondiale, generati ed amplificati dal procedere della crisi economica, saranno rimessi in sesto e superati dalla buona volontà e da opportuni accordi internazionali.

Assistiamo quindi a rialzi delle Borse che segnano nuovi massimi, mentre le quotazioni del petrolio, dopo i faticosi accordi internazionali tra produttori OPEC e indipendenti per la riduzione delle estrazioni, tornano a salire. Alcune materie prime, in primis il coke che ha triplicato il suo costo, vedono salire i loro prezzi; la disoccupazione tende a stabilizzarsi nelle aree più industrializzate e tra breve cesserà l’acquisto di titoli da parte delle Banche Centrali, con la coda della BCE che dichiara di prolungare ancora per un poco questa pratica: tanto che i programmi di allargamento della base monetaria sono abbandonati, o rallentati.

Pare davvero che il meccanismo infernale, dopo la lunga stasi, si stia rimettendo in moto. La finanza, e questa è la voce che più spinge all’ottimismo, ricomincia a far utili come ai bei tempi prima del fallimento Lehman.

Forse i tassi ricominceranno a salire dopo anni di indici intorno allo zero. E se forse le cose non vanno ancora troppo bene nell’Europa dell’euro, con una presunta prossima ripresa negli Stati Uniti d’America, la nuova dottrina economica del nuovo presidente Trump, che ricalca quella del predecessore Reagan, promette speranze di un aumento delle esportazioni da parte europea. Magari i problemi sempre più gravi economici, finanziari e politici dell’area euro potranno essere tenuti sotto controllo.

Se nel periodo precedente al fatidico 2008 lo spauracchio assoluto era l’inflazione, che rovinava i risparmiatori, strangolava la aziende, falcidiava utili e rendite, dopo quella data è finalmente emersa la dura realtà, la vera situazione critica, l’espressione della malattia mortale del capitalismo: la deflazione.

Ecco quindi l’augurio, la speranza: una moderata inflazione a significare la prossima uscita da una crisi ormai lunga otto anni, evento eccezionale nella storia del capitalismo. Ma i valori sbandierati sono da imputarsi essenzialmente ai prezzi energetici e alimentari, al faticoso risalire delle quotazioni del petrolio, cioè a componenti volatili, mentre l’inflazione in media è aumentata soltanto dello 0,9%, lontana da quel 2% augurato dalla BCE, ritenuto un “lubrificante” essenziale per il processo produttivo.

La notizia recente è che in Germania pare che l’inflazione l’anno appena trascorso sia risalita oltre l’1%. Avviso che ha solo significato “politico” tra i membri della UE, per far cessare l’acquisto di obbligazioni da parte della BCE, agitando l’abusato spauracchio, tutta polemica interna, ma che la dice lunga sugli effettivi rapporti tra gli Stati nella UE.

Inoltre la collazione degli indici industriali e del commercio internazionale che continuiamo a fare da lunghissimo tempo non fornisce certo materia per tutto questo ottimismo. La nostra lettura del processo capitalistico è un termometro chiaro e rigoroso che il Partito usa e rende pubblico e serve ad avere precisa conoscenza, senza infingimenti e mistificazioni. Sono dati riportati in modo chiaro ed esteso alle nostre riunioni, e non abbiamo alcun interesse a mistificarli.

Le cose insomma non vanno come l’ottimismo di maniera pretende che vadano o che andranno.

Tralasciamo le vicende italiche, con la ufficialmente dichiarata deflazione: quelle, nel contesto europeo ed internazionale, contano poco o nulla, non è quello l’epicentro, ma una situazione di crisi locale in un ambito ben più largo.

Ribaltiamo il concetto imperante. Dai segni della forma “mistificata” del capitalismo, quella finanziaria, traiamo ancora più forte la convinzione che il processo deflazionistico di crisi continua il suo percorso. I decimali di aumento percentuale del PIL, il cui calcolo tra l’altro è diverso da Stato a Stato e si basa su rilevazioni statistiche ed aggiustamenti ad hoc, non ci abbagliano: la ripresa del prezzo delle materie prime le correliamo ad accordi di cartello internazionali, e non ad una ripresa decisa delle fasi produttive.

Le mirabolanti salite delle borse, come i crolli, li consideriamo semplicemente indici, e qualche volta nemmeno troppo attendibili, di situazioni in atto, non necessariamente positivi per le salite, o negativi per i crolli. La febbre speculativa, come pure il panico reale o indotto, non danno la misura della situazione reale. Troppi e troppo sofisticati sono i meccanismi che guidano e regolano i processi borsistici per dare affidamento. Al più indicazioni di massima; la crisi borsistica generale è sempre un “dopo” rispetto a quella dell’economia reale o della finanza.

I tanto decantati numeri positivi sull’occupazione che si sarebbe “stabilizzata” nascondono un criterio di calcolo truffaldino nel quale eccellono gli Stati Uniti d’America, presi a paradigma ormai da tutti i sistemi di calcolo degli Stati mondiali, considerando occupato anche chi lavori una sola ora al giorno e non prendendo in considerazione quanti non siano più nelle liste dei non occupati.

Il debito mondiale, cioè la parte di capitale fittizio generato per la mera dinamica finanziaria, che non entra nel processo della produzione-consumo, ha raggiunto la cifra di duecentodiciassettemila miliardi di dollari; cifra in sé che non ci sorprende ma dà una misura, sia pure approssimativa, di un sistema nel quale il meccanismo produttivo è diventato subordinato all’emissione di liquidità virtuale, che serve essenzialmente a mantenere quanto più possibile i livelli di rendimento finanziario; un rendimento virtuale perché non più connesso al ciclo produzione-vendita-consumo.

Le politiche protezioniste cominciano a riprendere vigore, e questo è un sicuro indice politico della crisi in atto.

Non è certo deformazione ideologica il nostro catastrofismo, ma non vediamo alcun motivo di ottimismo o speranza – per chi ci vive e ci ingrassa, ovviamente – nel permanere di questo mostruoso meccanismo.  

 

 

 


Referendum
Farse elettorali o lotta di classe

Del risultato del voto referendario britannico che ha “deciso” l’uscita dall’Unione Europea, gli “opinionisti” hanno dato la colpa alla classe operaia inglese, contro cui si è mossa la riprovazione di tutti i sinistri. Taluni hanno persino rinnegato i principi democratici, alludendo all’inopportunità di lasciare decisioni di capitale importanza al popolo ignorante e credulone: “circonvenzione di incapace” sono arrivati a definire la democrazia. Definizione che condividiamo.

Lo stesso si è ripetuto con il voto per le presidenziali americane, con tutti i liberal indignati dinanzi alla vittoria di Donald Trump, giudicato, lui, un pericolo mondiale. Sarebbero stati gli operai americani bianchi a votare per quel plurimiliardario cafone e arrogante.

Infine è arrivato il referendum costituzionale italiano.

Qui il nostro partito ha invitato alla denuncia di ogni costituzione borghese, riformata o meno. Ha ricordato anche la storia particolarmente vile ed ipocrita della costituzione italiana “nata dalla resistenza”. Ed ha ripetuto la sua arcinota condanna del metodo democratico elettorale e referendario come la peggiore turlupinatura contro la classe operaia. Che anche in Italia, e non avrebbe potuto essere altrimenti, investita dalla squallida ma frastornante campagna pubblicitaria borghese, in gran parte si è sottomessa al rito impotente.

Anche perché partiti e movimenti che vorrebbero un incrocio fra la politica del proletariato e quella delle mezze classi hanno convinto una parte dei sindacati di base a impegnarsi in una campagna referendaria per il “no sociale”, uniti sullo stesso fronte con forze politiche di ogni provenienza, così sviando forze preziose dal percorso di ricostruzione di un vero fronte di classe.

Mentre la classe operaia italiana rimaneva imbambolata dinanzi allo spettacolo di marionette a reti unificate, il gatto e la volpe, cioè padroni e Stato da una parte, sindacati tricolore dall’altra, già in autunno hanno rinnovato contratti bidone di molte categorie: il 2 dicembre per la sanità, l’1 dicembre del pubblico impiego, il 30 novembre dei cartai e cartotecnici, il 27 novembre degli impiantisti e metalmeccanici, il 25 novembre del commercio e artigianato, il 17 novembre della ceramica e piastrelle, il 15 novembre del turismo.

Eppure nel movimento sindacale e fra i sinistri ci si vanta di aver avuto la meglio su Renzi e i suoi e ci si illude, e si illude, che sia stato per un “voto operaio”, una manifestazione di “lotta di classe”, risultato della loro grande mobilitazione politica.

Si vantano di aver rovesciato il governo! In realtà cambiare un governo non costituisce affatto una sconfitta per la classe padronale: lo dimostrano i listini finanziari che non hanno subito alcuna flessione. I padroni ringrazieranno Renzi, lo sostituiranno con un suo pari, e forse lo richiameranno fra qualche anno, quando servirà allo spettacolo.

In tutta questa vicenda nessuna meraviglia per noi comunisti, che sappiamo come la classe operaia, inglese, americana, italiana e di ovunque, finché sarà priva e separata dal suo partito, non può che essere come un giocattolo nelle mani dei mestatori della classe dominante. Solo quando scenderà nelle strade e sarà guidata dal partito comunista rivoluzionario non sarà più un “incapace” da circuire.  

 

 

 


Dagli USA
Contro Trump o contro il capitalismo

     Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti hanno mostrato il vero volto del capitalismo contemporaneo. Gli intrighi della Clinton alle primarie del Partito Democratico, la fuga di notizie dei repubblicani, gli hacker russi e i brogli ai danni degli elettori di minoranza in vari Stati: questa è la loro democrazia. Prendere o lasciare!

La democrazia è il fascismo, il fascismo è la democrazia
     Tutti i provvedimenti governativi adottati in questa società hanno il fine di conservare gli attuali rapporti di proprietà. L’unica domanda che ci si pone è come meglio gestire questi rapporti. Le risposte spaziano dal populismo di sinistra al fascismo. La scelta fra un populista liberale in uniforme tipo F.D. Roosevelt e un populista autoritario della variante Trump riflette i bisogni contingenti del capitalismo: tenere in piedi, con la dittatura del capitale, questo sistema sociale.

Razza o classe ?
     In tutto il mondo, i padroni e i governi borghesi, qualsiasi sia il loro colore politico, attaccano le condizioni di vita della classe lavoratrice, giacché il suo aumentato sfruttamento è l’unica vera condizione possibile per tenere insieme l’economia capitalista, che tende inevitabilmente al collasso e alla guerra mondiale fra gli Stati.
     Lo stesso discorso vale per il razzismo, la questione non è di razza ma di classe. Per questo i proletari immigrati non devono illudersi di poter risolvere i propri problemi affidandosi a ideali astratti borghesi. Combattere il nauseante razzismo con l’antirazzismo, con un moralismo superficiale e il rispetto delle culture, è senza speranza ma è altresì dannoso perché non affronta le profonde basi materiali di questa ideologia reazionaria. L’unica vera lotta al razzismo è e sarà la lotta di classe, perché unisce i lavoratori al di sopra delle razze e delle nazionalità e li conduce oltre il capitalismo.

L’immigrazione
     Mentre è illusorio per i lavoratori stranieri aspettarsi che il razzismo possa essere sconfitto con gli ideali astratti di uguaglianza borghesi, il proletariato cosciente deve abbracciare e far sua apertamente la lotta per la totale estensione dei diritti civili e di lavoro a chiunque vende la propria forza lavoro al Capitale. Per vincere questa lotta, gli immigrati come i lavoratori nativi devono riconoscersi come cittadini di un’unica classe mondiale. La lotta può avere molte sfaccettature, ma può essere portata avanti soltanto in un grande movimento sindacale, che tende a diventare un unico fronte difensivo per la lotta di tutta la classe lavoratrice, sia essa indigena o immigrata. Un movimento sindacale che è disposto a lottare contro la perdita del permesso di soggiorno in caso di licenziamento.

Costruire la resistenza di classe: Necessità del sindacato
     Soltanto il movimento rivoluzionario dei proletari di tutti i paesi, uniti nella lotta contro il comune nemico, la borghesia, potrà risolvere, insieme al problema dell’emigrazione forzata, anche quello dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ponendo le basi della futura società comunista.
     Movimenti come “Fight for $15” e “OurWalmart” sono stati utili ai fini dell’impegno della classe lavoratrice per il miglioramento delle sue condizioni. Ma i risultati di questi gruppi sono stati resi vani dai sindacati affaristi come il SEIU e l’UFCW. Questi sindacati hanno investito i propri fondi nelle elezioni e non per quello che i lavoratori potrebbero ottenere con le proprie forze. Significative energie per “Fight for $15” sono stati dirottate – prima delle primarie! – per sostenere un candidato oltretutto ostile ai sindacati: Hillary Clinton.
     Di questi tempi, sindacati di classe come l’ILWU, UE e l’IWW sono necessari, sindacati organizzati dai propri iscritti e che combattono duramente per i loro obiettivi. Anche i Centri Operai, come la Coalition of Immokalee Workers e il movimento Solidarity Network sono movimenti importanti per la costruzione di una resistenza indipendente della classe operaia all’immiserimento.

Costruire la resistenza di classe: Necessità del partito comunista
     Il partito è riconosciuto e fatto proprio dalla classe operaia quando essa esprime la necessità di reagire a quanto sta succedendo. I proletari e tutti coloro che sentono il bisogno di far fare passi in avanti alla classe operaia verso la trasformazione di questa società hanno una sola possibilità: militare nel Partito Comunista Internazionale.

 

 

 

 

 


Il confronto tra gli imperialismi sul campo di battaglia siriano prefigura la guerra mondiale

Entrata nel sesto anno di guerra la Siria è un paese completamente devastato. Dall’inizio della rivolta nei primi mesi del 2011, si calcola che i morti siano circa mezzo milione, altri due milioni sarebbero i feriti, più del dieci per cento della popolazione. A questo si aggiungono le distruzioni materiali e le sofferenze imposte a quanti costretti a fuggire: 5 milioni all’estero e 6,5 milioni gli sfollati interni, quasi la metà della popolazione.

La ricostruzione si presenta come un enorme affare su cui si getteranno i capitalisti di tutto il mondo: parlano di un giro di 200 miliardi di dollari. Damasco ha promesso di aprire alle compagnie russe. Distrutti industrie, settore agricolo, reti idriche e elettriche. La fuga di metà della popolazione ha privato il paese di professionisti, operai, contadini, insegnanti, medici. Esasperate le divisioni interne in etnie, gruppi politici, religioni.

Il regime imperialista, nella sua fase decadente, ha solo bisogno di distruggere, di radere al suolo quanto ha edificato nei suoi cicli precedenti, mandando al macello, insieme ai proletari, intere popolazioni.

Ad ottobre 2016 l’arcivescovo maronita di Aleppo, in una audizione davanti al Senato italiano ebbe a dichiarare: «In Siria non ci sono né una rivoluzione né una guerra civile; c’è la terza guerra mondiale per procura; noi siamo un giocattolo nelle mani delle grandi potenze». L’alto prelato metteva a nudo, in quel momento costretto alla sincerità, una realtà tenuta volutamente nascosta: in Siria si sta combattendo una guerra organizzata da potenze statali esterne per misurare i loro rapporti di forza nella regione ed essa continua e trova nuovo alimento dal fatto che i vari briganti imperialisti, sia regionali sia globali, non hanno ancora trovato le condizioni per un compromesso di divisione, per rinnovare, cento anni dopo, gli accordi Sikes-Picot che avevano spartito l’area mediorientale tra l’imperialismo inglese e quello francese.

L’intero corso di questa guerra feroce sta a dimostrare quanto lo scontro di interessi regionali tra Iran, Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Israele, come quello più vasto tra Stati Uniti, Russia e Cina, sia stato determinante nel suo deflagrare, nella sua condotta, come lo sarà per il suo cessare.

In questo quadro le stragi e i misfatti perpetrati dai diversi gruppi guerriglieri, dall’Isis come dall’esercito siriano e dai suoi alleati, i bombardamenti aerei indiscriminati contro la popolazione civile, gli attacchi terroristici, sono tutti strumenti utilizzati scientemente per attizzare la guerra, per propagare il terrore e l’odio tra la popolazione, per spezzare ogni residua possibilità di organizzazione autonoma del proletariato di Siria e di Iraq.

Una guerra che è reazionaria, non lo si dimentichi mai, su entrambi i fronti.

* * *

In questa fase della guerra è stato determinante il recente voltafaccia “sunnita” Turchia, che ha rinunciato di fatto a pretendere la caduta del regime alawita di Assad, e il conseguente accordo tra Ankara e Mosca. La fine del sostegno ai gruppi armati “sunniti” anti-Assad che presidiavano una parte di Aleppo, ha causato la loro sconfitta e la presa della città da parte dell’esercito siriano e dei suoi molti alleati, in primis le milizie sciite controllate dall’Iran. In cambio la Turchia ha ottenuto mano libera nella sua azione contro i guerriglieri curdi siriani, come si rileva dall’accordo di tregua entrato in vigore il 29 dicembre scorso, tregua che non comprende quei gruppi che i vincitori definiscono “terroristi”, cioè l’Isis, le formazioni legate ad Al-Qaeda e quelle loro alleate, ma anche i guerriglieri curdi dell’YPG, braccio armato del Partito di Unione Democratica (Pyd) che nei mesi passati, con l’appoggio dell’aviazione russa prima e di quella statunitense dopo, hanno condotto l’offensiva proprio contro l’Isis nella Siria nord occidentale, al confine con la Turchia.

* * *

Poco sappiamo dei colloqui di pace che alla fine di gennaio inizieranno ad Astana, in Kazakistan e che vedranno protagonisti gli attuali vincitori, la Russia, la Turchia e l’Iran. I gruppi ribelli che hanno accettato il cessate il fuoco, hanno denunciato che l’esercito siriano ha ripreso l’avanzata nella Valle di Barada, vicino a Damasco, per riconquistare quella zona dove si trovano le principali fonti di approvvigionamento d’acqua per la capitale. Possiamo prevedere che poi sarà la volta di Idlib, una delle città ancora nelle mani dei rivoltosi finché non sarà ristabilito il controllo del regime su tutta la parte centro occidentale della Siria, sulle città e sulle linee di comunicazione.

La Turchia, da parte sua, si occuperà di mettere in sicurezza il suo confine meridionale riportando a più miti consigli le milizie curde dell’YPG che hanno costituito in territorio siriano una entità indipendente.

Qualunque sia l’aspetto che prenderà questa “pace”, che essa preservi o meno una Siria unita o, ancora peggio, la divida in cantoni su base etnica o religiosa, essa sarà nell’interesse dei paesi imperialisti, reazionaria quanto questa guerra.

Nonostante la situazione di controllo militare del territorio, di feroce repressione di ogni forma di opposizione, di scontro tra le varie etnie e religioni, il proletariato della regione dovrà cercare, appena ve ne sarà la possibilità, di ritrovare il cammino della sua unità su basi di classe, per la difesa delle sue condizioni di vita e di lavoro. Solo così potrà superare le divisioni che sono imposte e alimentate dall’imperialismo e dai suoi sgherri politici e sindacali locali.

Non è da una inconsistente prospettiva democratica che anche il proletariato siriano e iracheno può aspettarsi la sua emancipazione, ma solo dalla lotta internazionale per l’abbattimento di questo regime di sfruttamento di guerra e di terrore.

 
 
 
 
 
 
 
 
PAGINA 2


Riunione generale del partito a Genova
24-25 settembre 2016
[RG126]

(sommario della riunione)

 

L’India dalle origini alla emancipazione nazionale

Il compagno continuava la serie dei rapporti sulla storia indiana approfondendo il periodo dopo la rivolta dei sepoy, descritta nel precedente rapporto, fino al sorgere delle prime associazioni nazionaliste.

La grande rivolta del 1857 ebbe diverse e significative conseguenze. Per quanto predestinata a sconfitta, era stata tale che gli inglesi si dovettero organizzare per impedire che si ripetesse. Ne individuarono due principali cause: l’evidente debolezza di un apparato repressivo disgregatosi velocemente e che il regime mai aveva mantenuto gli impegni nei confronti dei propri collaboratori indigeni.

Per ovviare al primo problema, l’esercito indiano fu riorganizzato. Composto da un soldato britannico ogni otto sepoy, in seguito venne mantenuta la proporzione di uno a due. Capovolgendo l’atteggiamento nei cinquant‘anni antecedenti, gli ufficiali britannici non contrastarono l’osservanza delle regole religiose e castali dei soldati indiani. La politica inglese in India sarebbe stata fermamente orientata alla tutela e al mantenimento dei privilegi di tutte le classi e dei gruppi che, tradizionalmente, avevano posizioni predominanti nella società indiana.

Il secondo sviluppo fu l’introduzione, in particolare nel Maharashtra e nel Punjab, di leggi che proibivano alle classi mercantili urbane di prestare denaro ai contadini e di acquistare i loro fondi. Disposizioni che di fatto rafforzarono gli zamindar e le classi dei contadini ricchi che divennero l’unica fonte di credito per le classi subordinate del mondo rurale le quali, al di là dei progressivi capovolgimenti dovuti al nuovo modo di produzione, rimanevano sostanzialmente la base strutturale della società indiana.

La politica del governo coloniale era volta a mantenere un esercito pagato dai contribuenti indiani e l’attuazione di una politica economica che garantisse campo libero alla vendita dei manufatti industriali britannici in India, rendendola esportatrice di materie prime e di prodotti agricoli.

Sebbene gli avvenimenti del 1857 avessero convinto gli inglesi della pericolosità di aumenti indiscriminati delle tasse, il governo indiano, già alla fine degli anni Sessanta, dovette imporre un’imposta sulle entrate e un aumento, anche se di poco, di quella terriera. Ma la crisi montò dalla fine degli anni Sessanta quando intervennero due fattori. Il primo fu il declino, a livello mondiale, del valore dell’argento rispetto all’oro: dal momento che la rupia indiana si basava sull’argento e la sterlina britannica sull’oro, questa diminuzione comportò una impennata del costo in rupie delle home charges (pagate in sterline). Il secondo fu rappresentato dai costi per la difesa del sistema imperiale in Asia e in Africa. In questo periodo, infatti, l’espansione della Russia in Asia continuò con vigore non solo verso l’India ma anche la Cina dove, in seguito alle guerre dell’oppio, l’Inghilterra doveva difendere cospicui interessi economici.

Un complesso processo di riforma della burocrazia comportò un aggravio della spesa pubblica e spinse lo Stato coloniale sulla via di una maggiore imposizione fiscale. L’imperialismo britannico prese atto che l’unico modo per introdurre nuove tasse era devolvere una serie di compiti amministrativi e di governo a enti elettivi locali, con diritto d’imposizione fiscale.

Inoltre, il governo coloniale avviò un’indagine sulla composizione sociale dei sudditi indiani, disaggregandoli ufficialmente in base a categorie quali la religione e la casta. Questo processo culminò nel 1871 con l’introduzione di rilevazioni censuarie decennali che classificavano gli indiani secondo diversi criteri d’appartenenza. A partire dal censimento del 1901 le caste furono ordinate per legge secondo un criterio di precedenza legato al rango rituale. L’imperialismo britanno giustificò questo processo a tutela dei gruppi più deboli, ma era chiaramente volto a rafforzare le divisioni in caste e in infiniti particolarismi.

In questo periodo ci fu anche il primo sviluppo di una moderna industria, originariamente localizzata a Calcutta, Bombay e Ahmedabad, per poi diffondersi nel corso del ventesimo secolo in altre regioni del Nord. Questo comportò la comparsa della classe operaia indiana e, a Bombay e ad Ahmedabad, di quella imprenditoriale. Un’industria moderna che alterò solo parzialmente un’economia ed una società che erano ancora prevalentemente agrarie. Le classi sociali egemoni continuarono ad essere costituite dai grandi proprietari terrieri, dalle caste contadine dominanti a livello locale, ed in parte da quella nuova classe di mercanti di prodotti agricoli.

Gli inglesi avevano portato avanti con vigore l’espansione del sistema ferroviario, la cui costruzione obbediva in primo luogo a finalità militari, ma anche economiche. Da un lato ne era sostenuta l’industria inglese, che produceva il materiale rotabile, dall’altro facilitava l’esportazione di derrate con le quali si pagavano i manufatti inglesi. Per ferrovia i prodotti della terra potevano esser venduti sul mercato internazionale, a prezzi ben più alti.

Questo traffico portò notevoli benefici alle classi dominanti, inglesi e indiane. Ma non al contadiname impoverito. Milioni di contadini perirono in una serie di carestie.

Intanto l’opinione pubblica si politicizzava, influenzata dagli ideali di tipo nazionale. Due associazioni si dimostrarono particolarmente dinamiche: la Poona Sarvajanik Sabha, fondata nel 1870 a Pune, e la Indian Association, creata a Calcutta nel ‘76.

Nel 1883 per opera di Surendranath Banejea fu convocata a Calcutta una Conferenza Nazionale che, nelle parole dei suoi organizzatori, «poteva considerarsi il primo passo verso un parlamento nazionale» e che avrebbe dovuto riconvocarsi periodicamente: una seconda sessione si tenne alla fine del 1885. Ma in quegli stessi giorni era stato convocato un Indian National Congress animatore del quale fu uno scozzese, Allan Octavian Hume. A questa prima sessione presero parte un’ottantina di delegati di varie associazioni. Era nato il maggiore partito della borghesia indiana.

 

Il secondo dopoguerra nel Regno Unito e in Europa

Il rapporto appare in altra parte di questo stesso numero del giornale.

  

Siria teatro di scontro fra gli imperialismi

Ad un anno dall’intervento diretto della Russia, nel settembre 2015, il compagno incaricato ha cercato di fare il punto sulla complessa evoluzione dello scontro tra forze imperialiste che sta devastando i territori della Siria e dell’Iraq causando centinaia di migliaia di vittime.

A questo fine sono state esposte una serie di carte: la prima, riferita al marzo 2015, alcuni mesi prima dell’intervento russo, mostrava le forze principali che all’epoca si contendevano il territorio, che si sogliono dividere in quattro raggruppamenti: i ribelli, i lealisti, i curdi, le forze straniere. A nord le milizie curde dell’YPG, legate al Partito dei Lavoratori Curdi (PKK) che opera in Turchia, occupavano tre zone tra cui l’enclave di Kobane, recentemente allargatasi verso sud riprendendo territori all’Isis con l’aiuto di reparti dell’Esercito Siriano Libero (ESL) e dell’aviazione statunitense. Ad Aleppo l’Esercito siriano stava cercando di completare l’assedio della città ma ancora senza successo. L’esercito di Assad cercava anche di riprendere il controllo della fascia al confine con il Golan, con l’aiuto di pasdaran iraniani e miliziani hezbollah libanesi. Dopo queste offensive, finite con scarsi risultati, il governo subiva una serie di pesanti sconfitte: a sud l’ELS conquistava la città di Basra e i ribelli riuscivano ad occupare il valico di Nasib verso la Giordania, garantendosi una nuova via di rifornimento; a nord l’Esercito della Conquista, uno dei gruppi islamisti radicali, attaccava Idlib, a sud ovest di Aleppo, costringendo alla fuga le truppe governative.

La seconda carta mostrava la situazione sui vari fronti al 20 giugno 2015. L’Isis a metà maggio era riuscita a conquistare, con una rapida avanzata nel deserto, la città di Palmira sfruttando il fatto che parte delle truppe di Damasco era stata spostata verso Idlib; inoltre manteneva il controllo di una vasta porzione di territorio al confine con la Turchia; la città di Deir Ez-Zor e il suo aeroporto, in mano alle forze governative, restavano così isolati. I curdi a fine maggio, con l’appoggio dell’ELS e dell’aviazione statunitense, erano riusciti ad unire le due regioni sotto il loro controllo ad est dell’Eufrate, a danno dell’Isis, e la loro avanzata minacciava direttamente Raqqa, la capitale del Califfato. Un’offensiva dell’Isis contro Hassaké veniva respinta dalle milizie curde con l’aiuto dell’esercito regolare siriano. Aleppo, la seconda città della Siria dopo Damasco, restava ancora contesa tra forze governative e ribelli.

A fine settembre la Russia decideva di intervenire direttamente, su richiesta del regime siriano. La terza carta mostrava la situazione nel dicembre 2015, dopo tre mesi dall’intervento di Mosca. Ad occidente i curdi del JPG attaccavano l’Isis puntando verso Manbij da sud, dopo aver attraversato l’Eufrate su uno dei ponti non ancora distrutti, con l’appoggio dell’aviazione della coalizione occidentale a guida USA. Bisogna ricordare che l’Eufrate era stato posto dalla Turchia come limite che i curdi non avrebbero dovuto superare. Nella regione a sud di Aleppo le truppe governative erano all’offensiva ad ovest contro i ribelli per proteggere Aleppo e ad est contro l’Isis; nella zona di nord-ovest, i curdi conducevano un’offensiva contro i gruppi ribelli antigovernativi con l’appoggio dell’aviazione russa.

Il compagno dava quindi un quadro riassuntivo delle forze sul campo prima dell’invasione della Siria del nord da parte dell’Esercito turco, iniziata a fine agosto.

Il primo gruppo era quello delle forze governative centrali di Damasco, leali al regime di Bashar al-Asad e comprendenti delle piccole formazioni messe in piedi da alcune minoranze presenti sul territorio. La massa d’urto principale di questa componente è composta dalle forze armate regolari siriane, appoggiate sul terreno dalle milizie sciite libanesi di hezbollah, dai consiglieri militari iraniani e dalle forze armate russe.

Le forze governative controllavano circa un terzo del paese, in particolare la regione occidentale in prossimità della costa, a nord, e il confine con il Libano, a sud. Il controllo del territorio è tuttavia alquanto frammentato, risultando solido nelle aree costiere, in via di miglioramento nel centro e nel sud della zona ovest.

Le forze libanesi di hezbollah erano distribuite in un’ampia zona lungo il confine col Libano, e soprattutto nell’area di Qalamoun, di Damasco e più a nord nella provincia di Homs, ancora contesa principalmente alle forze jihadiste di Jabhat al Nusra.

Il personale militare iraniano è presente in diverse aree del paese, aggregato alle forze militari siriane ed impegnato soprattutto nello svolgimento di operazioni speciali, appoggio alla logistica e addestramento.

Le forze russe sono principalmente dislocate all’interno delle due storiche basi militari di Tartus e Latakia, da anni parte di un accordo di cooperazione militare bilaterale tra la Russia e la Siria, mentre una componente aerea è stata ospitata nell’aeroporto di Bassel al-Assad. Unità di fanteria russe hanno preso posizione anche a Damasco, Hama e Homs, dotate di mezzi corazzati e artiglieria.

Le forze governative mantenevano anche il parziale controllo della città di Deir ez-Zor, accerchiata dalle forze dell’Isis in un territorio sotto il controllo dello Stato Islamico, nelle province orientali del paese lungo l’asse viario che da Aleppo raggiunge l’Iraq.

Il confine settentrionale era di fatto integralmente sotto controllo delle milizie curde siriane, che esercitavano il loro ruolo all’interno di un’ampia fascia territoriale che si estendeva dal confine orientale con la Turchia e l’Iraq sino al Mediterraneo, con la sola eccezione della provincia di Aleppo, il cui territorio settentrionale, sino al confine con la Turchia era sotto il controllo dello Stato Islamico.

Le forze principali dell’opposizione al governo centrale di Damasco sono, invece, lo Stato Islamico e le formazioni jihadiste di estrazione genericamente qaedista. Sono ormai minoritarie le forze dell’Esercito Libero Siriano (un tempo appoggiate dalla Turchia e dagli Stati Uniti) e quelle delle milizie riconducibili a formazioni laiche.

Lo Stato Islamico si presenta come una forza omogeneamente distribuita nelle regioni centrali ed orientali del paese, controllante l’asse viario che da Aleppo (quindi dalla Turchia) raggiunge, attraverso Raqqa e Deir ez-Zor, il confine iracheno e prosegue verso Mosul (altra area sotto il loro dominio). La restante parte del territorio nominalmente sotto il controllo dello Stato Islamico è per lo più desertica e senza elementi di interesse strategico od economico. L’area compresa tra Raqqa e Deir ez-Zor costituisce, invece, il cuore del sistema di produzione petrolifero della Siria, dove lo Stato Islamico è riuscito a mantenere in attività alcuni giacimenti, collocando successivamente il greggio mediante una rete clandestina di trasporti via terra.

Aleppo rappresenta un caposaldo strategico anche per lo Stato Islamico, costituendo l’unico accesso al nord attraverso la Turchia, lungo le cui strade transitano buona parte dei rifornimenti e dei traffici gestiti dall’Isis. Se Aleppo dovesse cadere, con un consolidamento delle forze governative di Damasco, la posizione dello Stato Islamico sarebbe pericolosamente compromessa, mettendo in serio pericolo la città di Raqqa (considerata la capitale dello Stato Islamico in Siria). Le altre posizioni dell’Isis in Siria hanno scarso valore strategico, sostanziandosi in avamposti il cui unico scopo è quello di minacciare importanti centri urbani come Salamiyya e Damasco.

Tra le forze jihadiste che si riferiscono ad Al Qaeda, dominano le formazioni di Jabhat al-Nusra, Jaish al-Islam e Ahrar al-Sham. Non sussiste una vera alleanza tra queste forze, che si sono anzi spesso combattute per il controllo di piccoli avamposti. Non è tuttavia mancata la capacità di arrivare ad alleanze momentanee finalizzate al conseguimento di obiettivi particolari. Questo eterogeneo complesso di milizie ha la sua roccaforte nella vasta provincia di Idlib, dove esercita certamente un ruolo dominante, e tre più piccole enclave in prossimità della città di Homs, di Damasco e del villaggio di Daraa.

Gli Stati Uniti sono impegnati nella ricerca di una mediazione che separi gli interessi di Jabhat al-Nusra da quelli di Jaish al-Islam e Ahrar al-Sham, al fine di inglobare queste ultime due nel novero delle sedicenti forze “moderate” dell’opposizione, trasformandole nei principali interlocutori della comunità internazionale occidentale.

Dopo il tentativo di colpo di Stato di metà luglio 2016, il governo di Ankara ha cercato un riavvicinamento con la Russia. Ha offerto la cessazione dell’appoggio ai ribelli e il mantenimento di Assad al potere. In cambio ha ottenuto il via libera all’invasione della Siria in una fascia di una ventina di chilometri oltre il suo confine. Alla fine di agosto l’Esercito turco, appoggiato da alcune formazioni turcomanne e da formazioni dell’Esercito Siriano Libero, ha attaccato la città frontaliera di Jarabulus, occupata dall’Isis, senza incontrare resistenza. Successivamente la Turchia ha nuovamente intimato alle milizie curde di abbandonare Manbij e i territori ad est dell’Eufrate mentre i ribelli filo turchi avanzavano verso sud in direzione di Manbij scontrandosi con le forze curde. Intanto i ribelli della regione di Azez premevano verso est riuscendo in pochi giorni a ricollegarsi con la regione di Cerablus strappando all’Isis l’intera fascia di territorio al confine con la Turchia.

La priorità per la Turchia, dopo il fallito golpe, sembra quindi essere definitivamente passata dall’abbattere Assad allo scongiurare la nascita di un’entità autonoma curda. Damasco ha protestato ufficialmente per la violazione turca della sua sovranità nazionale, ma per il momento non si è registrata alcuna reazione militare sul campo.

Il compagno metteva infine in evidenza il fatto che a metà agosto una delegazione militare cinese di alto livello era stata ricevuta a Damasco sancendo la collaborazione tra i due Stati e i due eserciti.

 

La rivoluzione ungherese

Inizia con questa riunione l’esposizione del lavoro sulla Rivoluzione proletaria ungherese del 1919. Abbiamo cominciato elencandone i capitoli: Introduzione, Breve storia dell’Ungheria del periodo, Crollo dell’Impero Austro-Ungarico, La rivoluzione delle Rose e la spartizione dell’Ungheria, Nascita del partito comunista ungherese, La repubblica dei soviet, Tradimento del PSDU, La controrivoluzione, Perché fallì la rivoluzione ungherese, Conclusioni.

Il relatore ha introdotto l’argomento con un nostro appello apparso su “Il Soviet” del 5 agosto del 1919 che recitava: «La sanguinosa lezione dell’Ungheria ha insegnato a tutto il proletariato mondiale che non può esistere nessuna coalizione, nessun tipo di compromesso con i socialisti tanto inclini al tradimento. Lo strato corruttibile dei capi opportunisti deve essere asportato. Nuovi uomini saranno a capo del movimento. Essi emergeranno dalla classe operaia. Giacché a quest’ultima, e non ai suoi avversari, è destinata la vittoria. L’Ungheria sovietica è caduta: Viva l’Ungheria sovietica! Viva il Partito comunista ungherese! Viva la rivoluzione operaia del mondo intero! Viva il comunismo!»

Abbiamo quindi iniziato descrivendo brevemente quali fossero le condizioni economiche e sociali degli ungheresi, con un proletariato, in larga misura agricolo, costretto dalla monarchia a vivere in uno stato di estrema povertà e di schiavitù al servizio dei proprietari terrieri: aristocratici, nobili e preti, quest’ultimi possessori di buona parte delle terre coltivabili. Le minoranze etniche: slovacchi, serbi, tedeschi, ruteni, romeni, che componevano circa la metà della popolazione, subivano una oppressione ancora maggiore.

Nel 1914 solo l’8% dei 20 milioni di ungheresi avevano diritto al voto; solo il 72% dei bambini aveva frequentato una scuola, e di questi più del 70% non ultimava la scuola elementare. Le scuole erano in prevalenza private e gestite dalla Chiesa: l’80% di quelle elementari e il 65% delle medie-superiori.

L’industria era ancora poco sviluppata ma, grazie a consistenti investimenti dello Stato e del capitale straniero, vide nel giro di pochi anni forti aumenti di produzione che in alcuni settori toccarono anche il 500%. Questo sviluppo attirava i proletari agricoli verso le città dove trovavano un salario migliore. La popolazione occupata nell’agricoltura passò dall’80% al 64,5% nel periodo 1870-1910, mentre il proletariato industriale era più che raddoppiato dall’11,5% al 23,6%. Alla vigilia della guerra l’industria contribuiva ormai per un 28% al reddito nazionale, contro il 65% dell’agricoltura.

Si è poi illustrato lo sviluppo del movimento operaio e dei sindacati. Questi formalmente apparivano come società di mutuo soccorso, nel quadro della legge del 1872, emendata nel 1884, che considerava reato l’incitamento allo sciopero e limitava molto il riconoscimento delle associazioni. Questa forma palese serviva a coprire i due scopi per i quali erano raccolte sottoscrizioni dai soci: l’appoggio ai movimenti di fabbrica e il finanziamento del PSDU.

Al congresso dell’Internazionale dell’Aja del 1872, era presente un delegato ungherese, Kàroly Farkas, il quale votò con la maggioranza marxista, contro i seguaci di Bakunin.

Il Partito Socialdemocratico Ungherese fu fondato nel 1890. Subito strinse un’alleanza coi sindacati, costretti dalle leggi repressive all’attività clandestina.

Dal 1891 scoppiarono numerosi tumulti a causa delle misere condizioni in cui vivevano i proletari delle campagne, che ebbero il loro apice fra il 1896-1897. Vi furono anche molti scioperi a Budapest, ai quali anche in questo caso rispose una sanguinosa repressione statale e la deportazione di alcuni dirigenti sindacali nelle campagne, dove aiutarono ad organizzare le agitazioni del proletariato rurale.

Il governo ungherese ha sempre usato la mano pesante contro il proletariato, le sue giovani organizzazioni e la stampa, imprigionando i membri e sopprimendo i giornali. Lo sviluppo del movimento operaio fu quindi lento e difficile. Alla fine del XIX secolo gli iscritti alle varie unioni sindacali erano solo il 3% dell’intera classe operaia industriale; nel 1913 essi erano in totale 110 mila, il 10-15% della forza lavoro occupata nell’industria.

Nel 1905 a seguito delle sollevazioni agrarie vi fu l’inattesa elezione al parlamento di tre socialisti agrari: Vòrkonyi, Mezöfi e Andios Achin. Achin fu quasi subito assassinato. Il PSDU invece fino al 1914 non riuscì a far eleggere alcun deputato.

Abbiamo proseguito descrivendo il crollo dell’impero Austro-Ungarico a seguito della disfatta sui fronti dell’esercito, i complessi accadimenti che seguirono il primo macello mondiale, con la spartizione dei territori conquistati tra gli imperialismi vincitori, le spinte verso l’indipendenza delle numerose nazionalità che formavano l’Impero, nonché i timidi moti rivoluzionari delle borghesie, ma soprattutto quelli del proletariato e dei contadini, esausti e affamati da anni di guerra e carestie. Abbiamo concentrato intanto l’attenzione sull’ultimo periodo della guerra e in particolare sull’ottobre del 1918 e sui termini dell’armistizio di Villa Giusti che segnò la fine dell’Impero.

  

Il concetto di dittatura prima di Marx

Proseguendo sul tema del tentativo insurrezionale capeggiato da Babeuf, il relatore ha ricordato come il “Direttorio segreto esecutivo di salute pubblica”, istituito a Parigi il 10 germinale 1976 dalla “Cospirazione per l’Eguaglianza”, aveva deciso la nomina di un agente rivoluzionario principale in ognuno dei 12 Arrondissements di Parigi, e di agenti intermedi di collegamento tra questi e il direttorio stesso, agenti che poi si ridussero al solo Didier.

Filippo Buonarroti riporta nella sua storia della “Cospirazione” queste istruzioni del Direttorio: «Questi agenti terranno nota della temperatura giornaliera dello spirito pubblico. Renderanno conto delle disposizioni più o meno favorevoli dei patrioti; segnaleranno gli individui più capaci di assecondare i progressi del movimento (...) segnaleranno parimenti gli intriganti, i falsi fratelli che tentassero d’insinuarsi nelle riunioni (...) Il direttorio segreto ha spinto la sua prudenza fino ad isolare fra loro i dodici agenti principali. Essi riceveranno tutti le stesse istruzioni; saranno tutti incaricati di fare le stesse cose, di concorrere allo stesso scopo, e tuttavia non si conosceranno fra loro. Abbiamo pensato che questa conoscenza reciproca non fosse affatto necessaria; non ne potrebbe risultare alcun bene, poiché evidentemente basta che ogni agente riceva direttamente l’impulso dal direttorio segreto, e poiché è pure incontestabile che il successo non può dipendere se non dall’esatta esecuzione, ed un accordo fra i dodici agenti non potrebbe portare che ostacoli, ritardi o modifiche che forse si allontanerebbero dalle mire e dalle combinazioni del direttorio regolatore».

La segretezza della Cospirazione era una necessità e non una vocazione. Ma l’aspetto più interessante di queste parole è che intravediamo in esse una prima formulazione, primitiva quanto si vuole, del concetto di centralismo organico. La democrazia, rifiutata dagli Eguali verso l’esterno in nome della dittatura rivoluzionaria centralizzata, è rifiutata anche all’interno del partito rivoluzionario e nei livelli più alti.

La propaganda rivoluzionaria rivolta all’esercito aveva il compito di neutralizzarlo e di impedire che si rivolgesse contro gli insorti. A questo scopo il direttorio segreto aggiunse ai dodici agenti principali cinque agenti militari con le stesse funzioni presso i battaglioni di Parigi e dintorni.

Scrive Buonarroti che, dato che «la moltitudine era resa ignorante, credula e vittima di un lavoro eccessivo», sarebbe stato pericoloso, dopo un’insurrezione vittoriosa, andare alle elezioni. De Bon e Darthé proponevano la dittatura di un solo uomo, ma il Direttorio segreto preferì un organo collegiale poco numeroso.

La simpatia che i rivoluzionari riscuotevano presso la polizia e i granatieri di guardia al corpo legislativo preoccupava molto il governo che, il 9 floreale, ordinò ai due battaglioni più insubordinati della legione di polizia di uscire da Parigi. L’ordine non venne eseguito e il Direttorio segreto pensò che fosse il momento dell’insurrezione. Ma «non aveva potuto assicurarsi le polveri di cui era necessario munire gli insorti». Fermò quindi il movimento, pur rendendosi conto che non si poteva ritardare l’agire più di tanto, che avrebbe significato demoralizzare i rivoluzionari.

C’era anche un altro problema: il vecchio “Comitato di Amar”, gli ex montagnardi, voleva la costituzione del 1793 e diversi rivoluzionari fedeli al Direttorio segreto spingevano per una fusione tra i due Comitati. Il Direttorio segreto, dopo un’accesa discussione in cui Germain e De Bon si pronunciarono contro, decise di incontrare gli ex montagnardi, ai quali la mattina del 15 floreale furono consegnate una serie di proposte irrinunciabili per l’unificazione. Tali proposte, prima accettate, poi rifiutate, poi il 18 floreale vennero nuovamente accettate, condussero quindi all’unificazione. Il 19 floreale si tiene una riunione tra il Comitato di Amar e parte del Direttorio segreto dove viene deciso di riunirsi dopo due giorni per fissare il giorno dell’insurrezione.

Leggiamo: «Si può, senza esagerare, portare a 17.000 il numero degli uomini pronti a prendere l’iniziativa dell’insurrezione, che si trovavano allora a Parigi, senza contare la classe numerosissima degli operai, il cui malcontento e l’impazienza esplodevano da ogni parte».

La reale pericolosità dei cospiratori nei confronti del potere è dimostrata dall’atteggiamento ambiguo del membro del Direttorio Barras, che si dice pronto a mettersi a capo dell’insurrezione o a consegnarsi in ostaggio agli insorti.

Il famoso Manifesto degli Eguali di Sylvain Maréchal non fu reso pubblico perché il Direttorio segreto non condivideva la frase “sparisca finalmente la ripugnante distinzione di governanti e governati”, dove il sanculottismo evolveva nell’anarchia, cosa inaccettabile da chi era ben cosciente della necessità di un forte governo rivoluzionario.

Gli insorti erano anche consapevoli di dover trovare un sostegno, oltre che tra gli operai, tra i piccoli proprietari, i commercianti più poveri, i braccianti, i contadini, gli artigiani. I cospiratori si erano posti il problema di una doppia rivoluzione, la cui direzione sarebbe dovuta rimanere saldamente nelle mani del partito comunista.

Il traditore Grisel, uno dei cinque agenti militari, il 15 floreale informava il governo Carnot di ciò che sapeva (e secondo i piani non avrebbe dovuto sapere), ed il 21 la maggior parte dei capi della cospirazione furono arrestati. L’arresto è del 10 maggio, nell’agosto (fruttidoro) i detenuti furono portati a Vendome, scelta come residenza dell’Alta corte. Il processo iniziò il 20 febbraio 1797 e la sentenza arrivò il 27 maggio: Buonarroti, Germain ed altri 5 rivoluzionari furono condannati alla deportazione, Babeuf e Darthé alla pena di morte.

Scrive lo storico Dommanget che la congiura fu decapitata anche perché non era stata creata una direzione di emergenza in caso di arresti collettivi.

Se la coscienza storica di Babeuf, basata sul diritto di natura, già ai tempi di Marx era resa arcaica dallo sviluppo del comunismo materialista e dialettico, la teorizzazione e l’affermarsi di quel primo partito politico comunista e rivoluzionario destò grande interesse in Marx ed Engels, e lo studio su di esso ebbe parte importante su quel processo che portò al “Manifesto del partito comunista” del 1848, data di nascita del partito moderno e compiuto del proletariato.

Questo non significa rinnegare i comunisti del 1796, che riconosciamo come nostri predecessori. La grande e tragica vicenda della Comune di Parigi del 1871 ci mostra dei passi indietro rispetto a quel comunismo e a quella indispensabile centralizzazione del partito rivoluzionario. Una tra gli esempi più evidenti è che, mentre nel 1796 i rivoluzionari si proponevano di impadronirsi della tesoreria nazionale, nel 1871 non osarono violare la banca nazionale pur avendone la possibilità. Nella Parigi del 1871 il partito comunista era molto debole, gli aderenti alla Prima Internazionale erano pochi, e molti di questi su posizioni anarchiche. Ed è solo nell’anno successivo, nel 1872, che la Prima Internazionale si libera della zavorra anarchica.

  

Attività del partito in Venezuela

Nel 2016 il partito ha continuato la sua presenza in Venezuela con le sezioni di Caracas e di Valencia. Queste hanno tenuto riunioni regolari e continuato l’attività di studio e di propaganda. La stampa del partito, benché attualmente di modesta tiratura, è stata puntualmente distribuita tanto a Caracas quanto nello Stato del Carabobo.

È proseguita la consueta attività sindacale, in particolare nell’organismo intersindacale Fuerza Laboral del Eje Costero, ma i singoli sindacati che lo compongono sono al momento in una situazione di attività ridotta. Nonostante la nostra insistenza recentemente non siamo riusciti a mantenere la regolarità delle loro riunioni.

Abbiamo però mantenuto stabili contatti con lavoratori di numerosi grandi fabbriche e siamo riusciti a promuovere l’unificazione delle loro rivendicazioni in vista della vertenza per i nuovi contratti collettivi.

In un caso il movimento si è dovuto scontrare con i sindacati ufficiali che hanno concordato un aumento salariale in contropartita dell’accettazione di una lista di licenziamenti.

Abbiamo svolto una critica delle correnti politiche che si contendono il controllo della Federazione dei Lavoratori del Petrolio, come è apparso nell’articolo che abbiamo pubblicato in El Partito Comunista n. 7.

Materiale di propaganda del partito viene distribuito anche ai lavoratori dei tribunali nel Carabobo.

 

Attività sindacale

Il relatore ha riferito su una serie di piccole scissioni sindacali che recentemente hanno segnato il panorama delle organizzazioni dei lavoratori in Italia: quella da USB del gennaio 2016, che ha portato alla formazione di SGB; l’uscita (non propriamente una scissione) di una parte minoritaria dell’area “Il sindacato è un’altra cosa” dalla Cgil verso USB, nel maggio 2016; quella che ha colpito il SI Cobas portando alla formazione del piccolo SOL Cobas, il giugno successivo. Infine il passaggio di un gruppo di militanti sindacali che avevano animato il Coordinamento Iscritti USB per il Sindacato di Classe verso il SI Cobas.

Pur trattandosi di casi tra loro ben differenti, hanno in comune di muoversi in direzione opposta a quella preconizzata dal partito con la sua frazione sindacale da quando, nella seconda metà degli anni Settanta, indica ai lavoratori la strada della ricostruzione del sindacato di classe fuori e contro la Cgil, giudicata chiusa definitivamente quella per la sua riconquista.

Questo giudizio poggiò su tre gambe: la valutazione del decorso trentennale di quel sindacato (dalla sua ricostituzione dall’alto nel 1944), che eppure ha attraversato periodi di intensa lotta operaia; l’esperienza in quell’arco di tempo della battaglia al suo interno della nostra frazione sindacale; la necessità che consistenti gruppi di lavoratori stavano sperimentando, per lottare, di organizzarsi fuori e contro di essa, e che avrebbe fornito il terreno alla formazione, negli anni successivi, del sindacalismo di base.

Non è con leggerezza che il partito può dare l’indicazione di abbandono di un sindacato. Questo avviene in rapporto con un effettivo moto in questa direzione della base degli iscritti. Questa prospettiva viene indicata e spiegata in modo chiaro, non ambiguo, tale che non risulti improvvisa e imprevista allorquando se ne crei la necessità.

Il partito descrisse la Cgil già alla sua ricostituzione come un sindacato di regime, e fin da allora indicò una duplice strada per la rinascita del sindacato di classe: o la sua riconquista a legnate o la rinascita fuori e contro di essa. Nulla di ambiguo o nascosto: l’indirizzo pratico immediato dal 1945 alla seconda metà degli anni Settanta fu il primo; da allora è divenuto il secondo.

Questa chiarezza è mancata nella scissione che recentemente ha condotto alla formazione di SGB. Anche ne “Il sindacato è un’altra cosa” i fuoriusciti non hanno affrontato e preparato in modo chiaro, serio e approfondito la questione. Condotte che sono il riflesso dell’opportunismo politico dei loro dirigenti sindacali.

I militanti del Coordinamento Iscritti USB per il Sindacato di Classe passati al SI Cobas, infine, hanno agito in contrasto con l’orientamento dei lavoratori della loro categoria e del loro posto di lavoro.

Fine del resoconto di Genova

 

 

 

 


Riunione regionale in Venezuela
3 dicembre

Abbiamo tenuto la riunione regionale del partito a Valencia, capitale dello Stato di Carabobo, alla presenza della quasi totalità dei militanti.

La riunione, come nostra caratteristica, si è svolta con un metodo che è la negazione di quello praticato da tutti gli opportunisti e i controrivoluzionari. “Governare e ubbidire”, dicono gli opportunisti attualmente al governo in Venezuela; “rispettare i deliberati delle assemblee e dei congressi”, rispondono i loro oppositori, riferendosi alla vita interna di partiti e movimenti politici nei quali gli statuti danno al centro dirigente la libertà di assumere qualsiasi atteggiamento che traligni dai principi e affondi il proletariato nella palude di tattiche che lo allontanano dal suo fine storico e lo pongono alla coda della borghesia.

Nemmeno pratichiamo la tesi opportunista della “lotta di classe nel partito”, che implica la giustificazione della coesistenza di frazioni all’interno dell’organo rivoluzionario.

Perché i comunisti rivoluzionari praticano invece il centralismo organico. Il centro del partito adempie al lavoro di direzione ed i suoi ordini ed indicazioni sono eseguiti disciplinatamente da tutti i militanti. Però né un centro né un congresso né un qualsiasi comitato può, con la scusa di una “nuova analisi della situazione attuale”, annunciare nuovi corsi o revisioni storiche. Non c’è disciplina per la disciplina, cioè non è permesso al centro di stabilire corsi dello sviluppo storico non previsti dal partito.

La via da seguire è già segnata. Quindi non vi sono risoluzioni da votare, quorum da conteggiare, statuti ai quali appellarsi. Coloro che si predispongono alla fondazione di “una nuova teoria rivoluzionaria” o ad “adattare il marxismo alle nuove condizioni storiche e sociali” appartengono tutti alla palude dell’opportunismo. In realtà i voltagabbana che si vantano delle loro “innovazioni” non fanno altro che ripetere le vecchie e sconfitte tesi dei nemici del marxismo e della rivoluzione proletaria.

I lavori della riunione si sono suddivisi in questi rapporti: 1. Commento del testo “Partito e classe” del 1921. 2. Relazione sul corso dell’economia capitalistica. 3. Rapporto sulla situazione del movimento operaio in Venezuela e in altri paesi dell’America latina. 4. Rapporto sull’accordo di pace in Colombia. 5. Resoconto sul lavoro del partito nelle sezioni, sull’organizzazione, la propaganda, le finanze.

In merito a quest’ultimo argomento, è stato riferito che la sezione di Caracas si riunisce settimanalmente. È stato deciso di ripetere le riunioni della Sezione di Valencia in due sobborghi della città.

Frequentano le riunioni delle sezioni anche alcuni elementi attratti dalle nostre posizioni. Nei confronti di chi si sta avvicinando dobbiamo far presente che l’adesione al partito è volontaria ed individuale e che chi vi aderisce fa proprie tutte le sue tesi, comprese quelle che ancora non ha avuto modo di conoscere, assimilandosi così a quel blocco unitario di coscienza e di volontà di lotta rivoluzionaria che è il partito.

È stato confermato l’impegno di pubblicare la stampa nei tempi stabiliti dal centro del partito, infatti è in preparazione il numero 8 di “El Partito Comunista”, che comprenderà anche quanto già in anteprima sulla pagina web del partito.

Abbiamo quindi preso atto della situazione finanziaria e regolato il pagamento delle quote. Infine abbiamo stabilito il calendario delle riunioni regionali per il 2017.

 

 

 

 

 


Ezio Baudone

Il nostro caro Ezio ci ha lasciato. Per più di quaranta anni l’abbiamo avuto a fianco nel partito, sapendo che potevamo sempre contare su di lui, e fino all’ultimo giorno si è dedicato con tutti i suoi pensieri ed energie al comunismo.

In Ezio trovavamo riunito il proletario puro e il comunista. Del proletario aveva il disinteresse, il distacco materiale dalle miserie di questa società proprietaria ed individualista, la generosità, la disponibilità ad aiutare chi aveva intorno e l’abito e la prontezza ad assumere su di sé qualunque carico di lavoro. Quando fu necessario chiedergli di scrivere per il giornale sulla condizione operaia nell’emigrazione non se lo fece ripetere, benché, all’inizio, voi non immaginate com’è pesante questa penna, diceva.

Ma Ezio era un comunista, e lo divenne prima di aver potuto leggere e comprendere una parola di Marx. Lavoratore costretto ad emigrare in Svizzera, con la moglie Angela e presto con una figlioletta, entrò in contatto in fabbrica con altri operai più anziani e già militi del partito; questi lo invitarono ad alcune riunioni, una a Milano, una a Firenze. Non ebbe bisogno di confrontare testi e tesi: gli bastò per percepire il nostro mondo, il nostro metodo comunista, diverso, superiore, opposto a quello dei borghesi e dei partiti borghesi, in particolare l’allora grandeggiante partito stalinista. Era insieme una scoperta e un riconoscere vivente quel comunismo che stava cercando e che subito non poté non abbracciare.

Perché Ezio sapeva bene, anche per sua diretta esperienza in fabbrica, che non basta affidarsi all’istinto dei proletari per comprendere e fare, e che il partito deve confortare l’anelito al comunismo con una granitica e impersonale scienza di classe, con la conoscenza dei meccanismi della storia, che ne portano la disciplinata compagine ad assumere atteggiamenti opposti a quelli ai quali porterebbero il semplice impulso o il senso comune.

Né era per Ezio il partito un generico bisogno di fraternità e di vicinanza di vita fra compagni operai. Un comunista deve aver la forza, quando necessario, di mettersi e restare da solo. Ed Ezio scelse di rimanere solo quando tutti gli altri di quel nostro gruppo di fabbrica si misero su una strada che si allontanava da quella del comunismo, compagni con i quali era pur fortemente legato da anni di affetto, di amicizia fra le famiglie e di sostegno reciproco. Solo successivamente poté comprendere appieno cosa stava allora succedendo e quale fosse il vento avverso che portava via tutti, ma subito, giovane di milizia qual’era, si rifiutò di sottostare ad atteggiamenti che rigettava, personalistici, irrispettosi dei compagni, indegni di un comunista e devastanti il partito.

Questo istinto e forza che Ezio ha dimostrato in quella occasione particolarmente difficile, e sempre dopo, questo bisogno profondo è la dinamica prima, la fonte di energia che alimenta il partito comunista. Storicamente prima è nato il bisogno del comunismo, poi è stato teorizzato, e la utopia comunista ha preceduto la scienza marxista. Questo ciclo, che ha richiesto secoli, si ripete non solo alla scala individuale del singolo milite, non solo nei sentimenti potenti delle masse proletarie che, incoscienti, si muoveranno alla demolizione della società presente, ma anche nel formarsi e nel concrescere del partito comunista marxista che ne prevede le mosse e le dovrà dirigere.

Ezio nei successivi decenni si è inserito nella struttura del lavoro del partito, che ha oggi il fine primo, per la debolezza generale della situazione storica, della difesa della dottrina e del programma, e di lavoro ne ha fatto moltissimo, tanto che senza quel suo impegno incessante non avremmo potuto adempiere altrettanto bene ai nostri compiti.

Era più vecchio Ezio della nostra leva di partito, e ormai ne era il decano. Ma fin da giovane comunicava quella pacatezza di giudizio e giusta misura delle cose che dà il lavorare, tanto che è stato punto di riferimento, uno specchio nei suoi limpidi occhi dove potevamo riflettere e comprovare quello che si diceva e si scriveva.

Già vecchio ha avuto il dolore della grave e lunga malattia della sua adorata Angela alla quale per anni si è amorevolmente dedicato ad assisterla giorno per giorno, con quel suo fare di sempre, che mai chiedeva niente per sé.

 

 

 

 

 

Per il sindacato di classe Pagina di impostazione programmatica e di battaglia del Partito Comunista Internazionale
Per la rinascita del sindacato di classe fuori e contro il sindacalismo di regime. Per unificare le rivendicazioni e le lotte operaie, contro la sottomissione all’interesse nazionale. Per l’affermazione del­l’in­dirizzo del partito comunista negli organi di difesa economica del proletariato, al fine della rivoluzionaria emancipazione dei lavoratori dal capitalismo

L’opposizione di facciata della Fiom spalleggia il corporativismo della Cgil

8 anni di tradimento degli interessi operai

(continua dal numero scorso)


Il nuovo contratto Fiat

Il nuovo contratto collettivo specifico (Ccsl) per il gruppo Fiat Chrysler e Cnh Industrial, valido per il quadriennio 2015-2018, firmato il 7 luglio 2015 da Fim-Cisl, Uilm-Uil, Fismic, Uglm e AQCF – di cui abbiamo fatto cenno a conclusione della parte precedente di questo lavoro – andava a recepire una precedente intesa del 17 aprile dello stesso anno, su quello che nel contratto stesso (art. 15 della parte terza) veniva definito un “nuovo sistema retributivo”.

La novità constava nel fatto che gli aumenti salariali non erano più fissi e aggiunti alla paga base – com’era stato per i contratti Fiat (Ccs1l) per il biennio 2011-2012 e per il triennio 2013-2015 – ma premi variabili, legati al raggiungimento di determinati obiettivi aziendali, sia riferiti ai risultati di ciascun stabilimento (“Elemento retributivo per efficienza”) sia a quelli dell’ “area geoeconomica” (“Elemento retributivo per raggiungimento obiettivi Piano industriale 2015-2018”) denominata Emea: Europa, Medio Oriente, Africa.

Nella più favorevole delle ipotesi d’andamento economico aziendale, il premio medio fra i differenti livelli, per i 4 anni di vigenza del contratto, risulterebbe essere di circa 10.700 euro lordi, 220 mensili. Nella estrema ipotesi opposta la cifra si ridurrebbe a circa 26 euro medi lordi mensili. Inoltre ciò dipenderà in larga misura dall’andamento economico generale del capitalismo, per cui, se la crisi tornasse a spegnere la fievole ripresa del settore auto di quest’ultimi due anni – per la Fiat trainata soprattutto dal mercato nordamericano – gli operai non riceverebbero alcun aumento.

Le notizie degli ultimi giorni, dopo il salone dell’auto di Detroit, con la guerra commerciale del governo degli Stati Uniti contro gli industriali europei, mascherata da difesa dell’ambiente – prima la Volkswagen ed ora la FCA – evidenzia la fragilità del supposto miglioramento economico previsto per i lavoratori, oltre che della generale condizione operaia nel capitalismo.

A prescindere dall’entità dell’aumento, poi, ferie, permessi, tredicesima, indennità di turno, scatti di anzianità, straordinario e TFR rimanevano congelati alla paga base su cui vengono calcolati, riferita all’accordo del 1° febbraio 2013.

Questo era stato il giudizio del segretario generale della Fiom, Landini, sull’intesa di aprile: «È la fine del contratto nazionale (...) siamo alla conclusione di un percorso [iniziato con l’accordo di Pomigliano del giugno 2010, ndr] (...) C’era il contratto nazionale e la contrattazione aziendale; con questo sistema ci sarà un solo livello» (Il Fatto Quotidiano, 17 aprile 15).

In realtà il contratto aziendale in Fiat, relativo cioè ai soli lavoratori del gruppo e separato da quello metalmeccanico, esiste fin dal dicembre 2011, quando l’azienda uscì da Confindustria. La sostituzione degli aumenti fissi con premi variabili è un fatto certamente gravissimo, ma ha a che vedere solo in parte con la “fine del contratto nazionale”, i cui passi decisivi erano già stati compiuti dall’azienda automobilistica.

In questo senso un peso ben maggiore ha avuto l’accettazione della derogabilità al contratto nazionale su materie quali «la prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro», come stabilito dal Testo Unico sulla Rappresentanza del 10 gennaio 2014, firmato anche dalla Cgil, e che la Fiom, dopo averlo inizialmente osteggiato, ha poi posto a perno della sua strategia.

Queste affermazioni di Landini in realtà non erano pronunciate guardando alla Fiat – nella quale la Fiom continuava a non imbastire alcuna lotta – ma al rinnovo del contratto metalmeccanico la cui trattativa si sarebbe aperta da lì a poco. Il contratto aziendale Fiat serviva a giustificare l’arretramento avallato dalla Fiom su quello metalmeccanico, con un formale mantenimento dei due livelli contrattuali – nazionale ed aziendale – e un sostanziale travaso di contenuti dal primo al secondo.

Accettare un peggioramento minore, su cui attestarsi con un accordo fra le parti, per evitarne uno ancor più grave, può essere una scelta necessaria. Il punto è se essa serva a guadagnare tempo per svolgere il lavoro di rafforzamento della capacità di lotta della classe operaia. Al contrario, nell’arco degli ultimi quattro decenni, ogni arretramento accettato dalla Cgil è andato di pari passo ed ha contribuito all’indebolimento della forza operaia.

Ad ogni modo, prendendo per buone le affermazioni di Landini, ci si sarebbe dovuti attendere la massima mobilitazione da parte della Fiom, visto che ha sempre sostenuto di porre la “difesa del contratto nazionale” al centro della sua azione. Invece, come abbiamo visto nel numero passato, non una sola ora di sciopero nazionale – né dei metalmeccanici, né dei soli lavoratori del gruppo Fiat – veniva proclamata dalla Fiom, che si limitava ancora una volta ad enunciare la propria contrarietà al nuovo contratto. Né i lavoratori Fiat saranno coinvolti nelle, poche, mobilitazioni dei lavoratori metalmeccanici durante la lunga trattativa per il rinnovo contrattuale.

Anche a fronte dei risultati delle elezioni di maggio e giugno per i Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS) negli stabilimenti Fiat, che aveva visto la Fiom primo sindacato, questo atteggiamento del tutto remissivo non cambiava. Lo mostra bene una dichiarazione del segretario generale della Fiom torinese, Federico Bellomo, riportata da Il Sole 24 ore del 17 giugno 2015 (venti giorni prima della firma del nuovo contratto): «Anche se la trattativa sul Ccsl è in fase molto avanzata, credo che l’azienda farebbe un errore ad ignorare il consenso che la Fiom sta raccogliendo in Fca e CnhI (...) Per questa ragione credo che, al di là del Ccsl [!], il confronto dovrebbe tornare a coinvolgere tutti, con pari dignità». Tutto qua, a fronte della... “fine del contratto nazionale”!

Le altre novità del contratto Fiat erano la sua estensione, oltre ai 55 mila addetti del settore auto, ai 12 mila delle aziende di componentistica del gruppo industriale (Comau, Teksid, Magneti Marelli e altre) e ai 18 mila (in 16 stabilimenti) della CnhI (veicoli industriali), per un totale di 85 mila lavoratori, e la possibilità di estendere a tutti gli stabilimenti del gruppo il ciclo continuo a 20 turni settimanali già introdotto a Melfi nel febbraio precedente (i Ccsl del 2011 e del 2013 arrivavano al massimo a 18).

In campo padronale, il nuovo contratto veniva così commentato da parte del segretario generale del sindacato giallo Fismic: «È un sistema retributivo rivoluzionario che rompe gli schemi contrattuali del nostro Paese e ne definisce di nuovi. La Confindustria ne dovrà tenere conto se vuole fare funzionare il sistema manifatturiero del Paese». E la Confindustria rispondeva, per bocca del presidente di Federmeccanica: «Un esempio da guardare con molta attenzione. Basta salario a pioggia, torni ad essere variabile dipendente».

Premesse alla trattativa per il contratto

Il 15 giugno (siamo ancora nel 2015) si era riunito il Comitato Centrale della Fiom. Il documento finale, approvato con 103 voti favorevoli e 11 contrari, era dedicato interamente alla questione del rinnovo del contratto nazionale. Veniva confermata l’indicazione – già data dall’Assemblea Nazionale dei delegati del 28 febbraio a Cervia – della ricerca di una piattaforma unitaria con Fim e Uilm. A tal scopo si auspicava la messa in pratica del Testo Unico sulla Rappresentanza, firmato anche dalla Cgil il 10 gennaio 2014, inizialmente osteggiato, a parole, dal segretario generale Fiom, nonché sottoposto a un referendum degli iscritti che lo bocciò a larga maggioranza: di una sola categoria nella Cgil, ma ora divenuta il perno della sua azione.

Il Comitato Centrale inoltre faceva propria la proposta dalla Segreteria Confederale Nazionale di rivendicare, congiuntamente con Fim e Uilm, nei confronti del Governo un “provvedimento generale” per “la defiscalizzazione degli aumenti salariali”, che li renderebbe – in perfetta logica corporativa – meno gravosi per le imprese a parità di aumento salariale in busta.

La dichiarazione di voto contrario al documento della Segreteria, con primo firmatario Sergio Bellavita, portavoce nazionale dell’area di opposizione “Il sindacato è un’altra cosa”, dichiarava ciò che era tanto ovvio quanto taciuto dalla maggioranza Fiom: «Non si mettono in discussione, si riconoscono e si applicano tutti gli accordi separati sottoscritti dalla Fim e dalla Uilm (...) Il gruppo dirigente della maggioranza della Fiom ha deciso di rientrare nei contratti prima contrastati (...) Con la scelta di questo comitato centrale (...) si aiuta il percorso preteso da Confindustria per la cancellazione di un livello contrattuale».

Quattro giorni dopo, il 19 giugno ad Ancona, si riuniva l’Assemblea annuale di Federmeccanica, il sindacato degli industriali del settore metalmeccanico, ospite, come di consueto, il segretario generale della Fiom, insieme a quelli Fim e Uilm. «Per noi il Contratto nazionale di lavoro ha un ruolo fondamentale di garanzia e di tutela», affermava nel suo discorso il presidente di Federmeccanica. Oltre a questa generica asserzione, che sarebbe potuta uscire dalla bocca del segretario generale Fiom – a conferma di come pronunciarsi a favore del contratto nazionale significhi ben poco – il capo degli industriali del settore meccanico dava, fra altri punti, alcune indicazioni più specifiche da perseguire: aumenti definiti principalmente nella contrattazione di secondo livello; provvedimenti governativi volti a ridurre il carico fiscale e previdenziale sul salario definito a livello aziendale; un contratto nazionale senza costi aggiuntivi per gli industriali. Tutti elementi che, se posti in essere, sarebbero andati ad accrescere il peso della contrattazione aziendale a discapito di quella nazionale.

Il 10 e l’11 luglio, tre giorni dopo la firma del nuovo contratto Fiat, si teneva a Bologna l’Assemblea nazionale dei delegati Fiom. Come nella tradizione e scuola del sindacalismo di regime della Cgil, il segretario generale affogava l’assemblea col fiume di parole del suo discorso introduttivo di quasi due ore. Un abile parolaio che sa anche assumere, all’occorrenza, pose vagamente radicali fin tanto che i temi restano negli alti cieli della “politica”, giocando con le superficiali illusioni della sinistra borghese (spesa pubblica contro austerità, democrazia, coalizione sociale), per poi, quando scende sul concreto terreno sindacale, aprire sempre nuove porte al consociativismo e al collaborazionismo.

Il documento della segreteria, nel merito delle linee fondamentali per una piattaforma unitaria, indicava, fra altri elementi, un ambiguo recupero della “autorità salariale” da ottenersi «agendo su più istituti economici», quindi non solo in paga base; la valorizzazione della sanità integrativa, auspicata anche dagli industriali ad Ancona; il contrasto al Jobs Act «prevedendo anche per i nuovi assunti la tutela dell’art.18». Quest’ultimo elemento fra quelli esposti era l’unico chiaro e che interessasse davvero i lavoratori, e come vedremo decaderà nel corso della trattativa.

Si poneva la questione – già denunciata dalla minoranza nel Comitato Centrale di un mese prima – di quale contratto si sarebbe dovuto proporre di rinnovare, agli industriali e prima ancora a Fim e Uilm. Quello separato, cioè non firmato dalla Fiom, del 2013-2015, figlio di quello a sua volta separato del 2010-2012? o l’ultimo unitario del 2008-2011? Fim e Uilm ovviamente non avrebbero mai accettato una piattaforma unitaria che non riconoscesse gli ultimi due contratti da loro firmati. Una questione tanto cruciale – visto che ribaltava la linea apparentemente tenuta per sei anni – quanto disinvoltamente risolta dal segretario Fiom: «Nello stabilire quale contratto nazionale si rinnova nessuno deve chiedere l’abiura a nessuno. Noi non la chiediamo a Fim e Uilm, loro non devono chiederla a noi». Semplice no? Basta non parlarne! Che candore!

Al lezzo di tanta ipocrisia la grande maggioranza dei delegati presenti in assemblea evidentemente era assuefatta: il documento della segreteria veniva approvato con 452 voti favorevoli; quello dell’area di minoranza “Il sindacato è un’altra cosa” respinto con soli 37 voti favorevoli.

Quest’ultimo, relativamente al rinnovo contrattuale metalmeccanico, indicava, correttamente, il rigetto dell’unità con Fim e Uilm, della defiscalizzazione degli aumenti salariali, della sanità e della previdenza integrative; la coerenza con la condotta che negli anni precedenti aveva portato a non firmare gli ultimi contratti; la non derogabilità del Ccnl; un forte incremento dei salari sui minimi tabellari.

Inoltre il documento di minoranza denunciava l’avvio di una trattativa riservata fra Confederazioni (Cgil, Cisl e Uil) e Confindustria per la definizione di un nuovo modello contrattuale, ne chiedeva l’immediata interruzione ed una preventiva discussione nel sindacato che desse alla segreteria confederale un mandato con un chiaro indirizzo sulla questione. In ciò la minoranza sembrava trovare appoggio nella segreteria Fiom. Infatti Landini chiudeva il suo sermone richiedendo la convocazione di un Comitato Direttivo nazionale confederale nel quale si discutesse il mandato a trattare sul tema.

Ma era il solito contentino per la minoranza di sinistra interna, un modo per tenere in vita la favola della opposizione fra la segreteria Fiom e quella Confederale, la cui reale consistenza si era già tastata, ad esempio, in merito agli accordi interconfederali sulla rappresentanza del 28 giugno 2011, del 31 maggio 2013 e del 10 gennaio 2014. Infatti il rinnovo contrattuale metalmeccanico non solo accoglierà pienamente i contenuti dell’intesa sulla riforma della contrattazione che i tre sindacati di regime raggiungeranno nel gennaio 2016, ma segnerà persino un ulteriore passo in avanti verso un nuovo modello contrattuale, va da sé peggiorativo per i lavoratori.

Nonostante la proposta della Fiom, il 16 luglio Fim e Uilm presentavano una loro piattaforma separata, con una richiesta di aumento salariale di 105 euro per il 5° livello. Poi altre richieste che sfondavano delle porte aperte, essendo state già avanzate dagli industriali e dalla Fiom: rafforzamento del cosiddetto welfare contrattuale (sanità e previdenza integrativa) e degli enti bilaterali, detassazione degli aumenti salariali definiti a livello aziendale.

Il 23 luglio Landini in una lettera a Federmeccanica richiedeva un tavolo di confronto unitario con Fim e Uilm, propedeutico «all’avvio di un negoziato per la realizzazione di un Contratto nazionale capace di coniugare il miglioramento della competitività delle imprese con il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro di tutte le lavoratrici e i lavoratori». Il solito bagaglio ideologico della sinistra borghese che vuole la lotta di classe non come il prodotto di un insopprimibile contrasto di interessi fra salario e capitale ma frutto di elementi di caratteri d’ordine culturale e morale, superabili quindi da uomini, partiti o movimenti di “buona volontà”.

Il 7 settembre si riuniva il Comitato centrale della Fiom. Il documento di maggioranza esprimeva soddisfazione per la positiva risposta di Federmeccanica alla lettera del 23 luglio, con la convocazione di un incontro unitario il 16 settembre; faceva propria la proposta della segreteria confederale Cgil per la sperimentazione di «un sistema di contrattazione nazionale annua del salario», la quale vedremo che significato avrà per i lavoratori; avviava un percorso di assemblee – già previsto nell’assemblea di luglio – per la definizione della propria piattaforma da sottoporre successivamente a voto referendario.

Il rappresentante nel Comitato Centrale della frazione sindacale del gruppo trozkista Sinistra Classe Rivoluzione, una delle componenti minoritarie dell’area d’opposizione “Il sindacato è un’altra cosa”, lamentava questa lunga procedura asserendo che in tal modo si lasciava spazio al proseguire della trattativa fra le segreterie confederali per la definizione del nuovo modello contrattuale, mentre la repentina presentazione della piattaforma, a suo dire, avrebbe ostacolato questa manovra. Ciò evidenziava le illusioni che ancora sussistevano all’interno dell’area di opposizione sulla possibilità di avere nella segreteria della Fiom un alleato contro l’offensiva padronale, assecondata dalla segreteria confederale.

Infine, in quanto al contrasto al famigerato al Jobs Act, enunciato, dopo l’approvazione della legge il 3 dicembre 2014, dal Direttivo Nazionale della Cgil del 18 febbraio successivo, calpestato in tutti i rinnovi contrattuali successivamente conclusosi dalle Federazione di mestiere della Cgil (terziario, bancari, chimico-farmaceutico, gomma-plastica, autoferrotranvieri, alimentaristi, igiene ambientale) e di cui la Fiom pretendeva mostrarsi ultima ed autentica portabandiera, esso si vedeva già ridimensionato alla richiesta del riconoscimento dell’articolo 18 nella versione già rimaneggiata dalla cosiddetta legge Fornero e in tempi di maturazione, dopo l’assunzione, da concordare.

Il 16 settembre si svolgeva l’incontro unitario richiesto dalla Fiom per discutere dell’andamento del settore con gli industriali, Fim e Uilm. L’8 ottobre il segretario generale Fiom scriveva una nuova lettera a Federmeccanica per richiedere un nuovo incontro unitario, questa volta per l’avvio della trattativa per il rinnovo del contratto nazionale.

Il 23 ottobre si teneva a Roma la terza Assemblea Nazionale dei delegati Fiom del 2015. Landini dava nuova prova delle sue qualità di trombone con un’altra relazione introduttiva di quasi due ore in cui, in un mare di concetti vaghi e contraddittori, nascondere i pochi punti concreti ed antioperai della piattaforma contrattuale che la Fiom si accingeva a varare.

Con la faccia di bronzo che compete a chi ricopre i ruoli apicali nei sindacati di regime, iniziava il discorso affermando che «al giudizio devono seguire le azioni!» Quali erano state le “azioni” della Fiom seguite, ad esempio, ai “giudizi” sull’accordo di Pomigliano nel giugno 2010, a quello a Melfi del 26 febbraio 2015 o al contratto nazionale del gruppo Fiat del luglio successivo, lo abbiamo già preso in esame in questo lavoro.

Quindi annunciava che il 21 ottobre Federmeccanica aveva inviato una lettera con la quale, per la prima volta dopo sette anni, il 5 novembre invitava Fim, Fiom e Uilm per avviare una trattativa unitaria per il rinnovo del contratto. Questa era presentata come una vittoria della Fiom, risultato della sua azione sindacale, quando invece si trattava solo di un cambio di strategia degli industriali, utile ai loro interessi come lo era stato l’atteggiamento precedente. D’altronde non è affatto credibile che il padronato italiano abbia mai avuto intenzione, in questi anni, di eliminare la Fiom dalle fabbriche, pienamente consapevole del suo ruolo concertativo grazie al quale, come da Landini ribadito cento volte, gli industriali hanno seguitato a sottoscrivere numerosissimi accordi.

A sostegno di questa sua tesi il segretario Fiom passava a snocciolare alcuni dati molto interessanti: dai risultati delle elezioni RSU in 3.500 aziende associate a Federmeccanica e Asisstel (le due associazioni degli industriali con cui viene siglato quello che generalmente è definito il contratto nazionale dei metalmeccanici e che riguarda circa 900 mila lavoratori), per un totale di circa 480 mila lavoratori coinvolti (quindi oltre il 50% degli interessati al rinnovo contrattuale), la Fiom aveva ottenuto il 64% dei voti, eleggendo 8.781 delegati, risultando il primo sindacato in 20 regioni su 21 e quello con maggioranza assoluta (più del 50% dei voti) in 12.

Facendosi forte di questi risultati Landini ribadiva l’utilità dell’accettazione del Testo Unico sulla Rappresentanza (TUR). Visto il testo di quell’Accordo, ciò potrebbe avere una sua logica, potendo la Fiom così ottenere la maggioranza assoluta in un buon numero di fabbriche, senza dover scendere a patti con Fim e Uilm se non addirittura sottostare alla loro maggioranza.

Ma il consociativismo e il collaborazionismo della Fiom non sono un suo carattere contingente, dovuto alla condizione di debolezza della classe operaia degli ultimi decenni, che potrebbe esser abbandonato quando ottenesse la maggioranza assoluta della rappresentatività, bensì tara sua propria sin dalla ricostituzione della Cgil sul finire del secondo conflitto imperialista mondiale e che l’ha irreversibilmente permeata e conquistata dalla seconda metà degli anni Settanta. La Fiom non cambierà questa sua natura nemmeno nella ipotesi, difficilmente realizzabile, di conquista della maggioranza assoluta della rappresentatività nella categoria, né come risultato della complesso della sua azione nelle aziende in cui detiene la maggioranza qualificata. Landini ha affermato in molte occasioni che mai siglerà accordi separati che escludano altri sindacati (facendo finta di non sapere che aderire al TUR implica automaticamente la privazione della facoltà di stare nelle RSU ai sindacati che non vi hanno aderito) e quindi dovrà sempre scendere a compromessi con Fim e Uilm.

A ennesima conferma di questo, il segretario generale passava a elogiare la capacità della Fiom – e ammoniva il padronato a tenerne conto – di «gestire situazioni complicate come quella alla AST di Terni»: è solo grazie alla Fiom che in determinate situazioni si è riusciti a contenere la lotta operaia! Dello sciopero alla AST di Terni abbiamo dettagliatamente scritto nel numero 369 del 2015 di questo giornale e di esso raccomandiamo la lettura.

Quindi il discorso entrava nel merito della piattaforma, che ripetutamente definiva “profondamente innovativa”. In in particolare sono da segnalare:
     - un indirizzo per passare a una contrattazione annua del salario, in cui non si tenga conto solo dell’inflazione ma anche dell’andamento complessivo del settore;
     - la rivendicazione del potenziamento dei “rinvii alla contrattazione aziendale” con la pretesa che ciò non andrebbe a detrimento bensì a beneficio della contrattazione nazionale in quanto porrebbe un freno alla libertà derogare ad esso senza limiti; la solita logica della gestione del peggioramento;
     - dopo aver denunciato la demolizione della sanità pubblica, l’indicazione di potenziare quella integrativa;
     - infine veniva proposta la costituzione di un Ente bilaterale per la Formazione, presentato con la foglia di fico che esso debba vivere di contributi versati esclusivamente dall’azienda (come già fatto per altri Enti bilaterali in altre categorie), come se ciò non venisse in un modo o nell’altro fatto comunque pagare ai lavoratori, ad esempio inserendo parte del contributo aziendale nel conto del costo complessivo del contratto, come avvenuto per quello della Igiene Ambientale siglato il 10 luglio 2016 (aumento salariale medio a regime di 120 euro lordi di cui 30 destinati a finanziare i Fondi previdenziali e sanitari integrativi, un Fondo di solidarietà per gli esuberi e il Fondo salute e sicurezza).

Su queste basi si apriva il 5 novembre 2015 la trattativa per il rinnovo del contratto nazionale metalmeccanico che si sarebbe conclusa 12 mesi dopo, il 26 novembre 2016, con la firma di un nuovo contratto unitario fra Fim, Fiom e Uilm dopo due contratti separati consecutivi.

Gli scioperi contro i sabati lavorativi alla Fiat

Nei capitoli precedenti di questo lavoro intitolati “Pompieri a Melfi” e “Il sindacato è un’altra cosa dopo il Jobs Act” abbiamo reso conto del sorgere e dell’acuirsi dello scontro fra alcuni delegati Fiom della Fiat Melfi e di Termoli, appartenenti all’area di minoranza più a sinistra nella Cgil, e le strutture territoriali della Fiom, spalleggiate dalla segreteria nazionale, e del parallelo inasprirsi delle divisioni interne all’area stessa.

A base dello scontro la volontà di questi delegati di continuare gli scioperi contro gli straordinari obbligatori il sabato e la domenica, di cui il 20 febbraio Direzione Nazionale e direzioni territoriali – e a Melfi la maggioranza della RSA – avevano deciso la sospensione.

Il 26 febbraio 2015 a Melfi era stato siglato l’accordo per l’introduzione dei 20 turni. Sabato 14 marzo l’area “Il sindacato è un’altra cosa” aveva indetto una manifestazione nazionale davanti alla fabbrica di Melfi a sostegno di un nuovo sciopero, cui avevano partecipato delegati e lavoratori di tutto il sindacalismo di base ma non la corrente minoritaria interna all’area stessa, appartenente alla frazione sindacale del gruppo trozkista “Sinistra Classe Rivoluzione”, a conferma dei dissidi interni.

Il 1° maggio a Termoli delegati delle fabbriche Fiat di Cassino, Termoli, Melfi e Atessa, aderenti all’area di minoranza Cgil “Il sindacato è un’altra cosa”, all’USB, allo Slai Cobas e alla Flmu CUB, costituivano un “Coordinamento lavoratrici e lavoratori della Fca nel Centro-Sud”. Fino a qui eravamo giunti.

Sabato 21 novembre, la maggioranza dei delegati RSA Fiom presso la Fiat di Termoli, appartenenti al “Il sindacato è un’altra cosa” e la cui principale delegata aveva guadagnato il maggior numero di voti alle recenti elezioni RSL, indicevano un nuovo sciopero contro lo straordinario. Il segretario regionale della Fiom Molise interveniva con un comunicato ufficiale, appeso nelle bacheche sindacali in fabbrica, in cui disconosceva lo sciopero.

Al Comitato centrale Fiom del 7 e 8 gennaio 2016 veniva comunicato che 16 delegati delle fabbriche Fiat di Melfi, Termoli e Atessa (SEVEL) erano stati denunciati dai segretari generali della Fiom Molise e Basilicata davanti al Collegio Statutario Nazionale della Cgil per aver aderito al “Coordinamento lavoratrici e lavoratori delle fabbriche Fiat del Centro-Sud”, costituito il 1° maggio 2015 a Termoli insieme ai delegati di vari sindacati di base (Flmu CUB, USB, Slai Cobas).

Il 13 gennaio l’area de “Il sindacato è un’altra cosa” replicava con un appello rivolto niente meno che al segretario generale della Fiom e al segretario confederale – cioè a Landini e alla Camusso – intitolato “Non licenziamoli di nuovo”, in cui si chiedeva l’intervento dei due dirigenti nazionali a difesa dei delegati accusati dalle loro strutture territoriali. Il giorno successivo un diverso appello veniva pubblicato dal delegati della frazione sindacale del gruppo di “Sinistra Classe Rivoluzione” e consegnato a Landini e alla Camusso durante un direttivo a Bologna, cosicché risultava mancare anche una unicità d’azione all’interno dell’area congressuale di opposizione.

Il 19 gennaio il responsabile nazionale del settore auto della Fiom, Michele de Palma, inviava una lettera ai delegati Fiat (FCH-CNHI) nella quale spiegava come l’adesione di quei delegati al Coordinamento della fabbriche Fiat del Centro-Sud Italia non era mai stata discussa «in alcuna sede con tutti gli altri delegati di stabilimento o del sud, tanto meno con i Segretari che seguono i due stabilimenti» e poi che «l’idea che ognuno, senza confronto e condivisione con gli altri delegati e la struttura della Fiom, possa decidere se firmare una intesa o proclamare uno sciopero farebbe emergere divisioni su cui la nostra controparte potrebbe far leva».

La discussione interna negli organi di un sindacato a suoi vari livelli, dalle sezioni di fabbrica agli organi territoriali fino ai nazionali, è sempre auspicabile, e necessaria la disciplina esecutiva alle loro decisioni. Non avendo proposto in questi organi l’adesione al Coordinamento intersindacale della fabbriche Fiat del Centro-Sud e proclamando a Melfi scioperi come minoranza della RSA questi delegati dell’area di opposizione in Cgil non avevano ottemperato né a l’uno né all’altra di queste regole fondamentali.

Tuttavia, se a Melfi i delegati che seguitavano a proclamare gli scioperi contro gli straordinari erano una minoranza della RSA Fiom, a Termoli erano invece la maggioranza, ciononostante la Fiom territoriale aveva disconosciuto la loro azione pubblicamente. Alla faccia della “unità di fronte alla controparte”!

Se è vero che nel sindacato si deve tendere ad un massimo di disciplina esecutiva, non solo all’interno dei vari suoi ambiti gerarchici ma anche degli organi inferiori ai superiori, questo obiettivo e disposizione in battaglia deve essere coerente al fine e non può essere imposto in modo meccanico e cieco. La frazione sindacale del partito comunista nel giudicare le situazioni deve valutare quale sia il corretto indirizzo di classe, se esso stia dalla parte di chi esige la disciplina o di chi la viola. Discussione interna e disciplina devono fare i conti col clima di relazioni interno all’organizzazione che, in un sindacato di regime come la Fiom Cgil, non può che confermarsi nemico della lotta operaia.

Fino alla fine degli anni Settanta il nostro partito indicava come possibile la riconquista della Cgil da parte di un indirizzo classista, non per via congressuale, pur dovendosi misurare anche in quel campo, ma solo a legnate, sotto la spinta di potenti lotte operaie, spezzando la disciplina imposta dalle strutture di questo sindacato nato di regime fin dalla sua ricostituzione dall’alto nel 1944. È sulla base di questa valutazione generale, confermata dalla condotta della Fiom in questi anni e presa in esame in questo lavoro, nonché da episodi contingenti quali il disconoscimento pubblico di fronte al padrone di uno sciopero della maggioranza di un gruppo di fabbrica, che ci schieriamo al fianco di questi delegati.

Naturalmente Landini e la Camusso, chiamati in causa dagli appelli de “Il sindacato è un’altra cosa”, si guardarono bene dall’intervenire a difesa di questi delegati, visto che oggettivamente erano i mandanti politici dell’attacco loro mosso dalle strutture territoriali. Landini a settembre-ottobre 2012 aveva epurato la segreteria nazionale Fiom dal rappresentante dell’area, Bellavita, con uno stratagemma organizzativo; non aveva mosso un dito quando nel febbraio 2014 Cremaschi era stato buttato fuori dall’attivo Cgil a Milano cui la Fiom stessa non era stata invitata; era intervenuto in prima persona l’11 marzo 2015 nell’attivo provinciale Fiom di Potenza ammonendo i delegati della minoranza di Melfi che avevano dichiarato di voler continuare con gli scioperi contro gli straordinari.

Il 2 marzo il Collegio statutario Cgil emetteva una delibera che definiva i 16 delegati chiamati in causa “incompatibili” con ruoli di direzione e rappresentanza nel sindacato. Il Comitato centrale Fiom del 7 marzo usava questo giudizio per bloccare l’ingresso, previsto da accordi interni, di due di questi delegati, di Melfi e di Termoli, al suo interno e demandava ai Direttivi regionali Fiom del Molise e della Basilicata la decisione se e come sanzionare i delegati giudicati incompatibili.

Il 22 marzo interveniva direttamente la segreteria nazionale Fiom – a replica dei comunicati di denuncia della minoranza – affermando in modo chiaro e inequivocabile la condivisione delle motivazioni della delibera, cioè l’incompatibilità fra cariche direttive e di rappresentanza nella Cgil e l’appartenenza a «forme associative o parasindacali in competizione con la Cgil o che ne rompono l’unità come soggetto contrattuale nei confronti delle controparti».

(fine al prossimo numero)

  

  

  

  

  

  


Vince la lotta ‘selvaggia’ della ATP di Genova

A dicembre i lavoratori ATP, l’azienda dei trasporti provinciali di Genova, sono scesi in sciopero rivendicando il riconoscimento del recupero del 30% del contratto integrativo, che era stato tagliato in fase di concordato fallimentare nel 2013. Lo sciopero è durato cinque giorni nonostante la legge 146 anti-sciopero. Tutti i media borghesi e le locali istituzioni hanno condannato lo sciopero “selvaggio”. Il sindaco Doria, passato dal Pci al Sel passando per Rifondazione, è stato molto duro nei confronti dei lavoratori dicendo che si sarebbe concesso alla trattativa solo quando fosse terminato lo sciopero. Ha fatto la sua parte, quella del difensore delle istituzioni borghesi, che mai saranno dalla parte dei lavoratori.

Lo sciopero, al di là del risultato ottenuto, ossia il riconoscimento del recupero del 30% che sarà scaglionato nel 2017, ha indicato alcuni aspetti positivi.

Prima di tutto conferma che i lavoratori per ottenere qualcosa devono lottare e il fatto che lo debbono fare “illegalmente” è solo frutto di lotte poco incisive in passato che hanno permesso l’introduzione della legge 146. I lavoratori ATP, come i loro fratelli di classe della AMT di Genova nel 2013, hanno scioperato nonostante la precettazione che prevede una sanzione tra i 250 e i 500 euro giornalieri.

Altro dato positivo è che lo sciopero ha avuto una adesione pressoché totale e che si siano effettuate varie assemblee. Questo è notevole giacché le rimesse sono dislocate su tutto il territorio provinciale, molto lontane l’una dalle altre.

Importante è anche la frequenza di scioperi con modalità “radicali” come questo che si sono susseguiti in questo ultimo decennio di depressione economica, a conferma di quanto sostiene la nostra dottrina che i lavoratori, spinti dalla crisi, saranno costretti a ritornare ad organizzarsi per poter controbattere l’azione padronale. Il modo più efficace sarà quello di mobilizzarsi al di sopra delle aziende, delle categorie di appartenenza, per una azione unitaria.

Su questo punto registriamo invece il lato negativo di questa lotta, il fatto che i lavoratori, nonostante istintivamente comincino a capire, si lasciano ancora traviare e guidare dai quei sindacati che da oltre 40 anni sono passati irreversibilmente nel campo nemico. Infatti è stata la CGIL che ha prevalentemente diretto, con la condivisione di tutte le sigle sindacali, comprese quelle di base, lo sciopero alla ATP, e si è guardata bene dal proclamare scioperi di solidarietà nelle altre categorie, nemmeno degli autoferrotranviari cittadini tenendo così isolati i lavoratori in sciopero. Il motivo è che sanno bene della pericolosità che potrebbe avere un movimento unitario dei lavoratori, che sarebbe portato presto a prendere a calci nel sedere proprio i bonzi sindacali di CGIL-CISL-UIL-UGL e, in questo caso, FAISA. Una organizzazione che ha cuore l’interesse generale della classe lavoratrice dovrebbe battersi perché si tenda ad unire le lotte, ma questo indirizzo lo potrà dare solo il futuro sindacato di classe, che lo avrà sempre all’ordine del giorno.  

  

  

  

 


L’inferno del Qatar è il destino di tutta la classe salariata mondiale se non saprà organizzarsi e lottare

In questo giornale n.362 avevamo brevemente descritto le terribili condizioni in cui sono costretti a vivere e lavorare gli operai addetti alla costruzione degli stadi e di molte infrastrutture per i mondiali di calcio in Qatar nel 2022. Nel 2016 erano stimati quasi 2 milioni questi edili immigrati, la maggior parte dei quali proveniente dal Bangladesh, India e Nepal, che potrebbero arrivare a più di 2,5 milioni in questi ultimi anni prima dei mondiali. Cifre impressionanti se si considera un paese la cui popolazione supera di poco i 2 milioni e che ha il maggior reddito pro capite al mondo, 104.756 dollari, un emirato molto ricco, con grandi giacimenti di petrolio e gas naturale.

Secondo le stime di The Guardian e del sindacato internazionale ITUC, dal 2012 la media di morti sul lavoro è di 2,5 al giorno; il macabro conteggio arriva a contare più di 1.300 morti per incidenti sul lavoro, per il caldo o per suicidi. I lavoratori impiegati nei vari cantieri vivono in aree periferiche delle città, in baracche, e dormono su materassi stesi a terra, quando va bene. C’è anche chi è costretto a dormire sotto le gradinate degli stadi in costruzione. Alcuni di loro guadagnano la miseria di 60 centesimi di euro l’ora.

Alcuni non vengono neanche pagati, “incatenati” dai padroni che non permettono loro neanche di rientrare a casa. Infatti, fino al mese scorso erano soggetti alla Kafala, una legge per cui non era consentito cambiare lavoro o lasciare il paese senza il permesso del datore di lavoro. Alcuni operai del Nepal, per esempio, hanno riferito a delle associazioni internazionali che non è stato permesso loro di tornare a casa nell’aprile del 2015, dopo il terremoto che lasciò milioni di senza casa e causò la morte di più di 10 mila persone.

Il 12 dicembre scorso è entrata in vigore una nuova legge sull’entrata, l’uscita e la residenza dei cittadini stranieri, sostituendo la Kafala, legge che porrebbe fine allo sfruttamento dei lavoratori migranti. In realtà nulla è cambiato se non il nome. La nuova legge infatti prevede che: per cambiare impiego i lavoratori avranno bisogno del permesso del loro datore di lavoro, senza il quale potranno essere accusati del reato penale di “latitanza“; per lasciare il paese i lavoratori dovranno chiedere il permesso del datore di lavoro, che potrà negarlo; in caso di ricorso, deciderà una commissione governativa; i datori di lavoro potranno trattenere i passaporti dei lavoratori.

La legge, inoltre, non inciderà minimamente sulla drammatica situazione di che restano esclusi da ogni forma, anche solo scritta, di protezione. Nel ricco paese del Golfo sono impiegate più di 80.000 lavoratrici domestiche, tutte straniere. Assunte spesso con l’inganno nel loro paese d’origine e sono obbligate a orari di lavoro massacranti. Molte non hanno alcun giorno libero e sono recluse a chiave. Spesso vengono rivendute al miglior offerente.

95 donne su 100 che nel marzo 2013 si trovavano nel centro di espulsione della capitale Doha erano lavoratrici domestiche. Circa il 70 per cento delle detenute della prigione femminile di Doha, sempre nello stesso periodo, era costituito da queste lavoratrici, ribelli ai soprusi e alle violenze degli impunibili datori di lavoro.

Vi potranno essere dei miglioramenti solo quando questa porzione di classe si organizzerà e lotterà unita, quando la internazionale classe salariata sentirà come propria l’infamia e lo sfruttamento di questi lavoratori.  

  

  

  

 


Minatori delle cooperative boliviane mobilitati in difesa dei soci‑padroni

La produzione mineraria partecipa per il 25% all’esportazione della Bolivia, rivestendo un importante ruolo nell’economia.

L’uso delle cooperative nel settore è particolarmente cresciuto dal 2005, quando il Movimento per il Socialismo è andato al governo, dando alle cooperative la concessione per l’esplorazione e la coltivazione mineraria. Piccole, medie e grandi cooperative vi hanno investito. Fra di esse c’è libera iniziativa e concorrenza.

Le cooperative, negli anni ‘80, sono state il mezzo per scaricare la disoccupazione, prodotto della politica anti-crisi con il licenziamento dei minatori delle imprese statali. Si sono così convertite in grandi gruppi per tirar fuori dalle miniere abbandonate quanto si poteva, impiegando un gran numero di lavoratori e ottenendo privilegi da tutti i governi che si sono alternati, prerogative che mantengono ancora: non pagano molte tasse e non sono sottoposte a vincoli di carattere ecologico.

I “cooperatori” erano considerati il maggior flusso di voti a favore di Morales avendo più di 130.000 soci a livello nazionale, più i voti dei familiari. In Bolivia votano fra i 4 e i 5 milioni di cittadini. Nelle regioni minerarie Morales non ha mai fallito un’elezione.

In questi anni la legislazione mineraria ha ulteriormente privilegiato le cooperative, oltre ai settori privati e statali. Favorite dal prezzo del minerale e dalla copertura politica le cooperative sono aumentate di 5 volte negli anni di presidenza Morales. La loro influenza è cresciuta enormemente nell’ultimo decennio e adesso mettono loro uomini alla presidenza o vicepresidenza dei ministeri di loro interesse.

Il “caposquadra” Garcia Linera ha definito questi padroni minerari “nuova borghesia weberiana”, che andrebbe a compiere il ruolo “progressivo” di costruire lo Stato Multinazionale della Bolivia.

Il settore cooperativo minerario è presentato come “orizzontale” e “democratico” ma ciò è molto lontano dalla realtà. Il 95% dei lavoratori è sfruttato dal restante 5%, benché facciano passare i minatori come “soci”. Di fronte a un gran numero di salariati sta un pugno di padroni, travestiti da “dirigenti”. Così non pagano l’assicurazione sanitaria, non versano contributi previdenza ed escono indenni in ogni vertenza legale in materia del lavoro. Nelle piccole cooperative non sono forniti gli abiti e gli attrezzi.

Inoltre molti lavoratori non sono “soci” neppure formalmente ma assunti per un periodo di prova che può andare da 3 mesi a 2 anni senza poter avanzare rivendicazioni. In alcune regioni come nel Potosi questo lasso di tempo è indefinito.

Anche fra i soci solo quelli di categoria alta possono diventare dirigenti. Una minoranza dei soci sfrutta i restanti. Un’altra divisione è fra assegnatari di miniere ricche e di miniere più povere.

Le cooperative approfittano dell’assenza di organizzazione sindacale dei dipendenti: con l’avvento al governo di Evo Morales i lavoratori delle cooperative sono state esclusi dalle leggi sul lavoro e dai diritti sindacali.

Ma nell’agosto 2016 i soci-dirigenti delle cooperative si sono opposti ad una nuova legge che concedeva ai soci-lavoratori il diritto alla sindacalizzazione nei servizi, nei trasporti e nelle miniere, a decine di migliaia di giornalieri, a chiamata e braccianti. Per non rompere il patto con le cooperative il governo ha fatto marcia indietro, accampando una cattiva interpretazione della legge, che non riguarderebbe le cooperative. I loro dirigenti hanno contrattaccato esigendo un esplicito e legale divieto di organizzazione sindacale per i soci-lavoratori, i salariati ed i braccianti, oltre al riconoscimento della loro libertà di contrattazione diretta con le multinazionali dei diritti sui giacimenti statali.

I dirigenti delle cooperative, organizzati nella Federazione Nazionale Cooperative Minerarie, parte della Confederazione delle Cooperative della Bolivia, negano i diritti sindacali con il pretesto che i “soci” non sono “lavoratori”, e quindi nemmeno avrebbero diritto all’assicurazione sanitaria e alla sicurezza sociale.

Sono state quindi le cooperative a mobilitare i loro dipendenti nel blocco delle strade statali, una sorta di serrata reazionaria e antioperaia.

Il 10 agosto, diretti dai soci-padroni, migliaia di dipendenti delle cooperative iniziano i blocchi stradali. Nei giorni successivi seguono arresti di minatori, presa in ostaggio di poliziotti, ferimenti da entrambe le parti. Il 19 agosto il presidente Evo Morales vara la riforma che permette di creare sindacati nelle cooperative. Dal 23 agosto riprendono i blocchi stradali, con nuove feriti e due minatori uccisi.

Il 25 agosto il viceministro agli interni Rodolfo Illanes si reca nella località di Panduro, sull’altipiano, per tentare una trattativa e viene sequestrato dai minatori. Si denuncia a Panduro la morte di un minatore; il governo che Illanes è stato ucciso dai minatori a colpi di pietra. Lutto nazionale e la veglia nel palazzo del governo.

Nessun lutto per i minatori morti. Le vittime della repressione statale sono sempre i lavoratori, obbligati a mobilitarsi col ricatto della perdita del posto di lavoro. La crescente criminalizzazione della protesta sociale e la conseguente repressione va sempre, prima o poi, a colpire i proletari e in generale gli strati sociali oppressi, come i contadini.

Il conflitto attuale è espressione della contesa fra i vari gruppi capitalisti, governo incluso, per i profitti generati dallo sfruttamento minerario. Ciò di cui si tratta veramente è la lotta per l’accaparramento della rendita. Si può prevedere una ridefinizione delle alleanza fra il governo borghese del MAS e le cooperative minerarie, con queste che perdono le posizioni tenute negli ultimi anni e passeranno all’opposizione prima delle elezioni presidenziali.

In questi scontri si è vista la passività dei dirigenti della Federazione Sindacale dei Lavoratori delle Miniere della Bolivia e della Centrale Operaia Boliviana. Questi sindacati di regime sono sempre stati complici dei vari governi borghesi di turno, in questo caso del governo di Evo Morales. I sindacati di regime in Bolivia non chiamano alla lotta i lavoratori per aumenti di salario e migliori condizioni di lavoro. I lavoratori boliviani devono organizzarsi dalla base, fuori e contro i sindacati di regime, senza rinchiudere la lotta all’interno dell’azienda. I lavoratori salariati devono rompere con gli appelli ai fronti politici borghesi che si disputano il controllo del governo e che li usano come carne da cannone mobilitandoli per rivendicazioni antioperaie come la difesa della patria, della sovranità, dell’economia nazionale, dell’azienda.

I lavoratori devono tendere a organizzarsi in veri sindacati di classe per regione, per località, unificando settori e rami d’industria, senza compromessi con il governo e i padroni.

  

  

  

  

  

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Il Partito Comunista d’Italia e la direttiva del fronte unico sindacale

Al Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista
luglio-agosto 1920

     Oggi che il panorama sindacale italiano è caratterizzato dalla presenza di organizzazioni totalmente asservite al regime borghese, che tuttavia continuano ad inquadrare, seppur fiaccamente, la maggioranza del proletariato, e da un gran numero di piccoli sindacati, quello del fronte unico proletario è un problema teorico dai cruciali risvolti pratici.
     La Sinistra, prima Frazione all’interno del PSI, in seguito alla guida del PCd’I, ha sempre chiaramente affermato che un vasto strato di proletari, inquadrati per difendersi dalle conseguenze del meccanismo capitalistico di sfruttamento, costituisce una condizione dello sbocco positivo del processo rivoluzionario. Questo affermavamo anche allora, quando la imminenza dell’eversivo moto sociale si poteva misurare a mesi, e non come oggi, quando la classe operaia è tenuta divisa dai mandarini alla guida dei maggiori organismi di difesa economica.
     Riteniamo opportuno, prima di addentrarci nello studio specifico, riproporre ai lettori alcuni passi della relazione in materia sindacale che Carlo Radek tenne nella seduta del 3 agosto 1920 del secondo Congresso del Comintern. Traduciamo dal resoconto in inglese, “Minutes of the Second Congress of the Communist International, Ninth Session”. Tutto l’organico svolgimento esplicativo della relazione meriterebbe di essere attentamente considerato dai compagni.
     Nel movimento comunista si contrapponevano allora due tesi: l’una, sostenuta dai marxisti ortodossi, della necessità di lavorare nei sindacati, anche i più reazionari, per cercare di conquistarli all’indirizzo politico comunista; l’altra, solo apparentemente più a sinistra, fautrice della fuoriuscita dagli organismi a guida socialdemocratica in vista della formazione di sindacati “rivoluzionari”. La Sinistra italiana si attestava coerentemente e saldamente sulla prima tesi e, traendone le logiche conseguenze, impostava il suo lavoro per la creazione del fronte unico sindacale.
     Sarà uno snaturamento di questa direttiva il confonderlo con un’alleanza di sedicenti partiti “operai”.
     Ecco il testo. Solo alcune affermazioni possono considerarsi di non stretta ortodossia marxista, come la Sinistra, nel commentare le Tesi del secondo Congresso, non mancherà di rilevare.
     Dalla relazione emergono alcuni punti:
     1) I sindacati sono di vitale importanza per il successo dell’opera rivoluzionaria del PC.
     2) La regola generale è unire tutto il proletariato organizzato, ovunque si trovi inquadrato, senza creare nuovi organismi sindacali.
     3) La scissione da un sindacato non più conquistabile non è certo augurabile ma non è da escludere. Il nostro attuale in Italia “fuori e contro” ha un parente nel Radek, esponente dell’Internazionale, nell’esempio americano e inglese. La relazione avanza un concetto che i comunisti devono lottare nei sindacati in generale, ed è solo nella lotta che il partito può capire se determinati sindacati possono o meno essere riconquistati alla politica di classe. Solo la storia della lotta di classe concreta può stabilire l’alternativa: dentro o fuori.

    

Relazione in materia sindacale tenuta da Carlo Radek
Seduta del 3 agosto 1920

Compagni, la questione del rapporto fra la Internazionale Comunista e i sindacati è la più grave ed importante che sta davanti al nostro movimento. I sindacati sono le più grandi organizzazioni di massa della classe operaia; svolgono un ruolo decisivo nelle lotte economiche, i principali elementi di scompaginamento del capitale, e dopo la vittoria rivoluzionaria i sindacati saranno in prima linea tra le organizzazioni chiamate a lavorare alla costruzione economica del socialismo [...]

All’inizio della guerra molti di noi pensavano che il movimento sindacale fosse finito. Molti erano del parere che i sindacati, che in precedenza avevano combattuto il capitalismo principalmente utilizzando proprie risorse, sarebbero dovuti crollare alla fine della guerra di fronte ai grandi compiti che si sarebbero imposti loro. Non meno di un compagno come Rosa Luxemburg, all’inizio della rivoluzione in Germania, era dell’opinione che i sindacati erano fuori gioco. È significativo che questa questione non abbia trovato posto nei dibattiti alla conferenza di fondazione del KPD [...]

È certamente vero che durante la guerra la massa dei lavoratori vide il tradimento dei capi sindacali, ed in larga misura si riempì di rancore nei confronti della burocrazia sindacale [...] Ora che si trovano ad affrontare grandi lotte economiche, che sono sotto attacco a causa di un’inflazione spaventosa, a causa di difficoltà per la questione delle abitazioni e per il caos economico, i lavoratori cercano di estendere e rafforzare la propria forza in lotta. Per fare ciò non possono andare che nei sindacati, per trasformarli in grandi formazioni di massa. E lì è dove le masse stanno andando.

È significativo che in tutti questi paesi dove non vediamo particolare accrescimento nei sindacati rivoluzionari, le masse vanno direttamente nei grandi sindacati. Per esempio gli IWW in America o i sindacalisti in Germania sono è vero cresciuti di numero, ma solo molto poco in proporzione [...]

Sappiamo che la burocrazia sindacale, in linea con la propria prospettiva controrivoluzionaria, quale via d’uscita dalla situazione cerca sempre di escludere ogni lotta economica generalizzata [...]

La condizione generale della classe operaia è tale per cui qualsiasi impostazione tattica riformista, di un graduale incremento nei salari reali della classe operaia, nelle sue condizioni di vita, è solamente un inganno opportunista [...]

È chiaro in tale situazione che la tattica dei sindacati, gli obiettivi della lotta dei comunisti, non può consistere nel restauro dell’edificio del capitalismo, ma nel lavorare consapevolmente per il rovesciamento del capitale. In che modo dobbiamo condurre questa battaglia? Qui è dove spesso incontriamo, nella nostra ala “sinistra”, questa concezione: poiché è impossibile migliorare la condizione della classe operaia aumentando le paghe, è inutile combattere per questo [...] Anche se la classe operaia non è in grado di proteggersi con aumenti dei salari, rimangono valide ragioni perché non rimanga indifferente alle lotte per gli aumenti salariali [...] Anche se l’aumento dei salari non è un mezzo per risolvere la questione, è un mezzo per mantenere la abilità di lottare dei lavoratori [...]

La classe operaia può convincersi che la situazione del capitalismo è senza speranza solo quando, spinta dalla necessità, entra in lotta e si convince nel corso di questa lotta che non c’è salvezza per essa sulla base del capitalismo. Le battaglie salariali, i cui risultati sono solamente temporanei, hanno grande importanza nella mobilitazione delle grandi masse lavoratrici per la lotta rivoluzionaria [...] Questa è la questione: le lotte parziali condurranno infine le masse lavoratrici all’attacco generale al capitalismo [...]

Ora veniamo alla questione delle possibilità pratiche di trasformare i sindacati reazionari in istituti della rivoluzione. Nelle nostre Tesi sottoposte al Congresso lanciamo la seguente parola d’ordine come regola generale per i comunisti: entrate nei sindacati e battetevi nei grandi sindacati per conquistarli [...]

In America e Gran Bretagna ci sono organizzazioni sindacali nei quali la burocrazia sindacale è eletta a vita. Perciò, pur mantenendo la linea generale delle nostre Tesi, dobbiamo chiamare i comunisti d’America e di Gran Bretagna a prendere in considerazione la possibilità e la necessità della formazione di nuovi sindacati in tutte le grandi organizzazioni d’America [...]

Negli interessi del movimento operaio britannico e americano, dobbiamo evitare l’isolamento dei sindacati rivoluzionari. Dobbiamo attaccare il capitalismo non solo tramite le nuove organizzazioni, dobbiamo anche penetrare nella AFL. I compagni americani rispondono d’aver cercato di trasformare l’AFL per decenni; ma questo argomento è poco convincente. Per quanto riguarda l’AFL, siamo entrati nei sindacati con la buona intenzione di prendere immediatamente le armi; ma non vi sono qui solo elementi rivoluzionari, e non dobbiamo dimenticare che tutti quegli sforzi sono stati fatti durante un periodo di sviluppo pacifico [...]

Se dovesse emergere dalle loro lotte che sarà necessario distruggere l’AFL, dovranno farlo. Non c’è però alcun interesse tattico che richieda di ostinarci nel rifiuto di penetrare nell’AFL. Il compito è di lavorare ed intervenire come il fattore che unifichi tutte quelle forze che vi operano al di fuori con le forze dei lavoratori americani che sono organizzati nell’AFL e la cui arroganza aristocratica sarà infranta da tutte le sofferenze che il crollo del capitalismo porterà loro anche in America.

Stabiliamo, pertanto, come regola generale la lotta per conquistare i sindacati [...]

Il compito del comunismo riguardo i sindacati è molto difficile e ingrato. È qui nei sindacati che vediamo il confluire di milioni di lavoratori chiamati dalla storia a diventare l’esercito principale della rivoluzione. Essi vi giungono con tutti i loro pregiudizi, tutta la loro inerzia, tutti i loro stati d’animo mutevoli [...]

Il Partito Comunista basa la propria linea politica sugli elementi che scaturiscono dalla società borghese. Cercheremo di trasformare i sindacati in organizzazioni di combattimento. Qualora la resistenza della burocrazia si dimostrasse più forte di quanto riteniamo, non avremo timore ad abbatterla, perché sappiamo che importante non è la forma ma la capacità dei lavoratori di organizzarsi e la loro volontà di organizzare la lotta rivoluzionaria. Entreremo nei sindacati e cercheremo di conquistarli con tutte le nostre forze, senza legarci a loro. Non permetteremo che la burocrazia sindacale ci riduca all’impotenza, e dove lottano per limitare la possibilità della nostra battaglia rivoluzionaria noi, alla testa delle masse, li cacceremo da questi sindacati. Penetriamo nelle organizzazioni sindacali, non per difenderli, ma per creare coesione tra i lavoratori, sui quali solamente possono formarsi i grandi sindacati operai della rivoluzione sociale. La cosa più importante è l’unione di due aspetti: stare con le masse, al fianco delle masse, ma nemmeno accodarci alle masse. Questa è la linea politica comunista nei sindacati [...]».

(continua al prossimo numero)

 

 

 

 


In morte di Fidel Castro
Bilancio di una rivoluzione nazionale falsamente ammantata di socialismo

La nostra corrente, nella sua storia ormai ultrasecolare, si è costantemente caratterizzata per una profonda avversione nei confronti di ogni forma di esaltazione degli individui, per la ripulsa di ogni idolatria di capi sagaci, di “uomini della provvidenza” e dell’idea che un singolo uomo, si trovi pure alla guida della nazione più potente del mondo, possa cambiare con le sue scelte il corso della storia. In maniera analoga siamo contrari a ogni forma di demonizzazione degli esponenti politici al servizio della classe borghese, non perché non meritino il nostro più cordiale disprezzo, o perché ispirati da un ipocrita umanitarismo, ma perché non li riteniamo in grado, pur con tutta la nequizia di cui sono capaci, di provocare effetti più nefasti di quanto i rapporti di forza oggettivi fra le classi rendano possibile.

Anche in occasione della morte del cubano Fidel Castro Ruz, non ci interessa giudicare l’uomo e le sue faccende personali quanto cogliere l’occasione per fare una valutazione da un punto di vista marxista della natura della Rivoluzione Cubana e tirare un bilancio dei quasi sessant’anni di regime. Nostro scopo è sfatare miti e menzogne che confondono e disorientano molti proletari i quali si fanno accecare dal miraggio di un preteso ordine sociale socialista che albergherebbe nell’isola caraibica.

Il rovesciamento politico che portò al potere i castristi nel 1959 fu il risultato di un moto di carattere anticoloniale, nato in opposizione alla dominazione economica statunitense, che si era imposta progressivamente sull’isola a partire dal 1898, anno della sua indipendenza dalla Spagna. Tale moto anticoloniale non si era riproposto mai di andare oltre l’orizzonte politico, economico e sociale borghese, né il regime che ne scaturì tentò mai di rivolgere le basi capitalistiche della società cubana.

Il capitalismo si era già impiantato a Cuba da molti decenni al momento in cui il “Movimento 26 Luglio”, guidato da Fidel Castro, intraprese la strada che lo avrebbe portato alla presa del potere. Quindi al moto anticoloniale cubano difettava il carattere di lotta contro le strutture sociali tradizionali, feudali o semifeudali, proprio delle rivoluzioni che fra la metà degli anni ’50 e i primi anni ’60 del secolo scorso scossero ampie aree dell’Asia e dell’Africa.

Tuttavia la giovane borghesia cubana, pur cresciuta nella soggezione al capitale statunitense, trovò, nella sua storia e nelle forze suscitate dall’accumulazione capitalistica, la determinazione a dividere le proprie sorti da quelle del potente vicino.

Se la direzione del movimento nazionale-anticoloniale rimase saldamente in mani borghesi, fu il proletariato cubano la classe che si impegnò maggiormente in lotte coraggiose e generose contro il fatiscente regime del dittatore, nonché curatore degli interessi economici statunitensi, Fulgencio Batista.

Il proletariato non riuscì a contendere alla borghesia la direzione del movimento anticoloniale per due fattori: 1) l’assenza del partito comunista, che solo può indicare alla classe lavoratrice i propri compiti e interessi storici; 2) un contesto internazionale in cui la classe operaia delle metropoli capitalistiche, paralizzata dall’egemonia politica ed ideologica dello stalinismo e del riformismo, non fu in grado di unirsi alle lotte dei popoli coloniali e dei paesi economicamente dipendenti, come era il caso dell’Isola caraibica, per scuotere il giogo della dominazione borghese in primo luogo in casa propria.

Gli strati proletari e sottoproletari delle campagne e delle città ebbero un ruolo notevolissimo nel processo che portò al rovesciamento del regime di Batista anche in virtù della loro cospicua consistenza numerica e peso relativo nella composizione della società cubana del tempo.

Scrivevamo nel 1961, riunione di Roma del 3 e 4 marzo: «Vittima di un capitalismo abnorme, innestatosi su un regime semi-schiavista di grossi proprietari terrieri, era sorto a Cuba un vasto proletariato e semiproletariato sfruttatissimo in condizioni di estrema indigenza. Su una popolazione attiva di circa 2 milioni di individui, un milione e mezzo era ed è costituito da salariati puri di cui 800.000 agricoli, le classi medie formate da imprenditori artigiani e professionisti, non contavano in tutto che mezzo milione di unità (...) Dalla sola industria zuccheriera dipendono circa 500.000 operai agricoli che però lavorano solo quattro mesi l’anno, al tempo del raccolto: la disoccupazione raggiunge nel “tiempo muerto” stagionale il 15-20%. Grazie all’importazione delle tradizioni anarco-sindacaliste spagnuole, la rapida manomissione capitalistica dell’economia indigena provocò il raggruppamento dei salariati in organizzazioni sindacali».

Questo bracciantato agricolo poverissimo, elemento di instabilità permanente e ribelle alla pace sociale, fu determinante nello scontro che oppose il movimento castrista al regime di Batista e che si manifestò nella “guerra di guerriglia” sviluppatasi nelle campagne. Eppure la rivoluzione cubana fece leva anche sulla lotta urbana, aspetto questo sottovalutato dall’agiografia castrista e guevarista, che vide attiva la classe operaia con atti di sabotaggio, azioni violente e soprattutto con l’arma proletaria per eccellenza dello sciopero. Ma l’impegno della classe operaia cubana nella lotta contro il regime di Batista, in assenza di una direzione rivoluzionaria, la borghesia cubana seppe utilizzarlo per i propri fini di affermazione nazionale.

La coltivazione della canna saccarifera aveva un ruolo centrale nell’economia cubana, tanto che nel 1957 lo zucchero superava i tre quarti del totale delle esportazioni. L’anarchia della produzione capitalistica mondiale ed il ruolo imposto a Cuba dalla divisione internazionale del lavoro avevano imposto quella monocoltura che era andata radicandosi di pari passo con l’affermazione degli interessi del capitale statunitense.

Tale processo non era stato indolore anche a causa delle periodiche crisi provocate dalle oscillazioni delle quotazioni internazionali dello zucchero che talora conobbero anche ribassi repentini come negli anni ‘20 del secolo scorso quando il prezzo crollò di oltre il 75%.

Alla metà degli anni ’50 la maggior parte delle terre coltivate era di proprietà statunitense e i due terzi del prodotto raffinato usciva da zuccherifici americani.

Inoltre, si legge in “Il significato della rivoluzione cubana alla luce del marxismo”, in “Il Programma Comunista” n.20 del 1961, «tutto o quasi tutto Cuba doveva importare dalla vicina America: dai manufatti ai generi alimentari. Le materie prime esportate negli USA facevano ritorno a Cuba sotto forma di beni di consumo dopo aver subito colà i processi dì trasformazione industriale. Questo “vassallaggio al colosso straniero” può essere illustrato da un rapido esame della bilancia dei pagamenti. Per l’intero periodo della seconda dittatura di Batista (1950-58), essa è passiva con un disavanzo di circa mezzo miliardo di dollari, che le riserve auree non bastano a coprire, e per cui è necessario domandare prestiti agli stessi americani che ne traggono ingenti interessi».

Questa soggezione al capitale straniero si manifestava con profondi squilibri su quella che era un’economia relativamente prospera e ai primi posti per reddito pro-capite e per tasso di alfabetizzazione fra i paesi dell’America Latina. La relativa ricchezza di alcune città era in contrasto con l’estrema condizione di miseria dei lavoratori della canna e con le pessime condizioni sanitarie in cui vivevano gli strati poveri della popolazione, mentre la decadenza sociale si manifestava anche nel proliferare di attività quali il gioco d’azzardo e la prostituzione, legate al flusso di “turisti” fra le due sponde degli Stretti della Florida.

Fu dunque per opporsi a questa dominazione, cavalcando il diffuso malcontento sociale, che elementi della media e piccola borghesia, delusi da ogni tentativo di cambiamento per via democratica e pacifica, decisero di imprimere una svolta violenta al movimento che si opponeva alla dittatura di Batista, e dunque per necessità anche alla dominazione economica statunitense.

Con l’assalto armato alla caserma Moncada nella città di Santiago de Cuba del 26 luglio del 1953, Fidel e i suoi seguaci consumavano una rottura definitiva nella vita politica dell’isola caraibica, che tuttavia nelle loro stesse intenzioni non li poneva ancora in urto con gli Stati Uniti in maniera aperta. Infatti in un primo tempo anche settori dell’amministrazione nordamericana videro con favore il movimento di opposizione al sempre più instabile regime di Batista e valutarono di appoggiarne anche la svolta verso la lotta armata.

A conferma dell’assenza di alcun contenuto proletario rivoluzionario nella lotta della guerriglia castrista vi è il “Programma del Moncada”, le cui rivendicazioni erano tutte interne al quadro politico ed economico borghese. Tale programma, che avrebbe dovuto essere letto per radio dopo la presa della caserma, consisteva in cinque punti fondamentali: 1) ripristino della costituzione del 1940; 2) distribuzione della terra a tutti i contadini (coloni, affittuari, mezzadri e giornalieri) che occupavano appezzamenti inferiori a cinque caballerias (1 caballeria = 13,43 ettari) mediante esproprio dei proprietari da parte dello Stato con indennizzo pagabile in dieci anni; 3) diritto degli operai e degli impiegati a partecipare al 30% degli utili delle grandi aziende industriali, commerciali, minerarie; 4) concessione ai coloni del 55% delle rendite della coltivazione della canna da zucchero; 5) confisca dei beni dei malversatori e dei loro eredi per mezzo di tribunali ad hoc dotati di ampi poteri investigativi.

A sostegno di questo programma lo stesso Fidel, dopo che venne arrestato e sottoposto a processo, sottolineò che tale programma era ispirato a due articoli della costituzione del 1940 i quali proscrivevano il latifondo e impegnavano lo Stato a impiegare tutti i mezzi a propria disposizione per offrire un lavoro a quanti ne erano privi. Dunque, secondo lo stesso Fidel, nessuna di queste misure poteva essere considerata incostituzionale e aggiungeva: «Il problema della terra, il problema dell’industrializzazione, il problema degli alloggi, il problema della disoccupazione, il problema dell’istruzione e il problema della salute del popolo: ho qui riassunto i sei punti verso i quali i nostri sforzi sarebbero stati diretti, assieme alla conquista delle libertà pubbliche e della democrazia politica».

Dopo l’esordio della lotta armata, passarono altri tre anni e mezzo prima che, con lo sbarco nel dicembre del 1956 di un nutrito gruppo di combattenti stipati nello yacht Granma partito dal Messico, si realizzasse quel radicamento della guerriglia sul territorio cubano che in poco più di due anni aprì ai castristi la strada del potere.

In tutto questo periodo e nei primi tempi successivi all’insediamento del nuovo regime, avvenuto il 1° gennaio del 1959, non si assistette ad alcun sostanziale cambiamento del programma originario del movimento, dal quale non si discostarono sul piano sociale ed economico neanche le prime misure del governo castrista. Nel corso dei primi tempi il nuovo regime nazionalizzò il 90% del debole settore industriale e circa il 70% delle terre.

I provvedimenti di esproprio nei confronti delle proprietà terriere al di sopra dei 405 ettari, che colpirono prevalentemente compagnie e cittadini statunitensi, provocarono fra l’estate e l’autunno del 1960 la rottura con l’amministrazione americana, seguita dalle ritorsioni economiche culminate in seguito col “bloqueo”, il blocco economico imposto dagli Stati Uniti e dai loro alleati che per oltre mezzo secolo ha impedito un vero decollo dell’accumulazione capitalistica a Cuba.

Fu dunque questa inimicizia con il vicino nordamericano, dettata da interessi economici nazionali e borghesi, e non di opposta classe sociale, che impose alla direzione cubana l’alleanza con l’Unione Sovietica e i paesi del blocco di Varsavia, e quindi l’adozione di una facciata “socialista”.

Iniziava allora una lunga stagione in cui la collocazione di Cuba nella divisione internazionale del lavoro è rimasta sostanzialmente invariata, basata sulla monocoltura della canna da zucchero. Per le sue necessità imperiali il blocco sovietico acquistava lo zucchero a prezzi al di sopra di quelli del mercato internazionale in cambio della fornitura di petrolio russo.

Questa imposizione esterna comportò un sostanziale fallimento del progetto, legato alla riforma agraria, di differenziare la produzione agricola. Nel 1978, a quasi 30 anni di distanza dalla conquista del potere da parte dei castristi, lo zucchero raggiungeva la quota record del’87% sul totale delle esportazioni.

Il ritardo nello sviluppo della produzione agraria poteva attribuirsi anche al persistere della condizione parcellare, elemento di freno allo sviluppo capitalistico delle campagne, ma anche quanto di più lontano dal socialismo, la cui bandiera il regime cubano continuava ad agitare abusivamente a fini di repressione sociale.

Nei primi anni ’90 il collasso dell’Unione Sovietica e del Comecon fece venire meno uno dei principali sostegni all’economia cubana che, anche per il persistere del blocco economico nordamericano, subì una crisi gravissima. A essere colpito maggiormente fu l’approvvigionamento energetico, che risentì fortemente del crollo delle importazioni di petrolio russo, e di generi alimentari. Iniziò dunque quello che venne chiamato il “período especial” in cui la penuria di idrocarburi ebbe un effetto paralizzante anche sulla produzione interna, tanto che il Pil fra il 1990 e il ‘93 crollò del 36%.

Fu un periodo di duri sacrifici per il proletariato la cui dieta venne razionata al limite della denutrizione. Il consumo di carne annuo nello stesso periodo crollò da 39 a 21 chili pro-capite, quello di pesce scese da 18 a 8 chili.

La penuria di carburante per le macchine agricole determinò anche un drastico calo della produzione di canna da zucchero, che da allora, pur senza perdere la sua centralità nell’economia cubana, perse terreno rispetto ad altre produzioni.

L’esigenza di sfamare la popolazione risparmiando sul carburante per i trasporti, spinse il governo a destinare significative estensioni di terreno alla coltivazione di ortaggi per il consumo locale. Nacquero così nel 1994 i “mercados agropecuarios” in cui era possibile vendere liberamente i prodotti ortofrutticoli provenienti da appezzamenti coltivati da singoli o da cooperative di contadini, che vennero invitati a rilevare e a mettere a coltura anche terreni incolti.

Nello stesso tempo venne autorizzata la libera circolazione del dollaro, che si affiancò alla doppia circolazione monetaria di pesos convertibili e non convertibili. Inoltre vennero permessi gli investimenti stranieri, ci fu una maggiore apertura al turismo ed autorizzato il lavoro autonomo per quasi 150 professioni.

Con la progressiva apertura al settore privato, mai scomparso del tutto neanche negli anni di maggiore avvicinamento di Cuba al “modello” del capitalismo a tendenza statale russo, la quota di addetti al settore passava all’8% del 1981 al 23% del 2000. Queste cifre non danno conto del settore illegale dell’economia, un elemento persistente della vita cubana e forse l’unico settore che non abbia mai conosciuto crisi e che a partire dai primi anni ’90 ha segnato un vero boom.

Tuttavia le liberalizzazioni e le privatizzazioni, misure dall’effetto tutt’altro che taumaturgico, non hanno portato sostanziali miglioramenti all’economia cubana, la quale è riuscita ad evitare nuovi tracolli anche grazie alle forniture di petrolio a basso costo dal Venezuela.

A impedire miglioramenti sostanziali nelle condizione di vita dei salariati cubani è stato il divieto degli scioperi, rimasto punto fermo in quasi sei decenni di regime castrista. A escludere già nel 1961 la legalità dello sciopero fu Ernesto Che Guevara il quale sosteneva che i lavoratori cubani, dovendo abituarsi a lavorare in maniera collettiva, non potessero astenersi dal lavoro per avanzare rivendicazioni economiche.

Mentre i salari del settore pubblico restano molto bassi e sono pagati con pesos non convertibili, il governo cubano nel 2008 ha adottato nuove misure a carattere sfacciatamente antiproletario e in linea con la maggior parte degli esecutivi borghesi del pianeta, innalzando l’età pensionabile da 55 a 60 anni per le donne e da 60 a 65 anni per gli uomini. A questo va aggiunto che le pensioni garantiscono appena una stentata sopravvivenza essendo anch’esse molto basse e pagate in pesos non convertibili.

Negli ultimi anni all’accelerazione del processo di liberalizzazione dell’economia e della privatizzazione di una parte cospicua del patrimonio pubblico, ha corrisposto la continuità ideologica e politica del regime.

Il cambio fra fratelli al vertice del potere, con le cose rimaste in famiglia, si spiega con l’impossibilità di manomettere la vasta rete di interessi legata alla macchina statale che ha permesso al regime di sopravvivere tanto a lungo.

Ora il capitalismo cubano, il quale sembra sempre più orientato a un modello “vietnamita” di liberismo coniugato al sistema politico del partito unico, si trova di fronte a nuove sfide che metteranno a dura prova il regime del falso comunismo: il persistere della crisi economica mondiale e le crescenti difficoltà del Venezuela a fornire petrolio a prezzi politici.

Il grande capitale statunitense potrà anche favorire un cambiamento di regime sull’isola pur di dare sbocco ai suoi capitali in esubero, riversandovi fiumi di dollari da investire nel settore immobiliare e nelle infrastrutture turistiche. Magari anche per riprendersi il controllo del settore agricolo e tornare in possesso degli zuccherifici nazionalizzati nei primi anni ’60! Si chiude un cerchio.

Tutti fattori che pongono interrogativi circa la tenuta del logoro e corrotto regime castrista, nato da un moto anticoloniale e nazionale, e rimasto sempre nell’ambito della normale amministrazione dell’economia borghese, al prezzo di duri sacrifici per i proletari cubani.

 

 

 

 

 

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Il declino del Regno Unito fra fine dell’Impero e nel contesto europeo

Brexit, un lungo addio

Il “traumatico” risultato del referendum inglese sull’Unione Europea di giugno continua a spandere i suoi effetti.

Irritati, i capi di Stato dell’Unione Europea hanno subito preteso che il Regno Unito ricorresse senz’altro alle dure condizioni dell’Articolo 50 del Trattato, che prevede un periodo di due anni per il compimento della revoca dell’adesione da parte di un paese membro. Il Regno Unito sta avendo difficoltà ad imporre una sua posizione negoziale e molti Stati, Germania compresa, hanno detto che non si può aspettare un trattamento migliore fuori della UE di quello di cui godeva dentro.

Il primo ministro inglese, per rassicurare i “brexiters”, ha confermato che il risultato del referendum sarà onorato: “Brexit significa Brexit”. Ma, ancora oggi, nessuno ha idea di cosa “Brexit” significhi, primi fra tutti i “brexiters”. Le lacrime di coccodrillo del nuovo primo ministro, in un improvviso slancio di solidarietà sociale noi sappiamo vogliono essere solo il dolce rivestimento di una pillola amara.

I legami economici, commerciali, finanziari, politici, diplomatici, militari, normativi, istituzionali, ecc. che costituiscono l’Unione Europea, dai quali sganciarsi, o da rinegoziare, non solo non sono ancora stati affrontati ma nemmeno elencati. L’appello all’Articolo 50 è quindi per ora rimandato ad un giorno, indefinito, nel corso del 2017.

Quel che è sicuro è che il voto per la Brexit ha innescato ogni sorta di dislocazioni all’interno del tradizionale apparato dei partiti. Gli impavidi brexiters, dopo le celebrazioni di rito, sono spariti di scena, ma il risultato del referendum ha messo in crisi anche entrambi i maggiori partiti. La dirigenza dei Conservatori si è rapidamente risolta nel nominare Teresa May; Jeremy Corbin ha dato le dimissioni dal Governo Ombra e la lotta per la direzione del Labour Party è ancora in corso. A parte il completo sparire di Cameron dalla scena, niente di visibile succede e le argomentazioni di entrambi i campi su sovranità, l’immigrazione ecc, restano sostanzialmente le stesse.

Si deve ancora capire cosa significhi la presunta nuova politica detta “Una Nazione” di Teresa May, richiamantesi, dice, alla linea di Joseph Chamberlin nel 19° secolo in difesa del declinante colonialismo imperialista britannico. È evidente che le decisioni su come procedere e su quale tipo di Brexit sono ancora da esser prese.

La sterlina si è svalutata, ma per adesso non vi sono state più importanti conseguenze economiche, anche per l’intervento della Banca d’Inghilterra successivo al voto, che ha abbassato i tassi di interesse.

Nell’Europa del dopoguerra

Abbiamo dato una prima valutazione del voto sulla Brexit nelle note “Vacillano le impalcature del capitalismo mondiale”, in Comunismo n.80, e “Ultima risorsa di classi borghesi in crisi mortale, un nauseante razzismo contro il proletariato e contro il comunismo”, in questo giornale n.378. Qui continuiamo la disamina degli eventi che hanno portato alla situazione presente.

Nel primo articolo abbiamo accennato alle vicende, interne ed internazionali, che nel 1970-74 misero in crisi il governo Heath. Il governo fu travolto dagli scioperi, compresi quelli dei minatori; il mancato rifornimento di petrolio, che costrinse le industrie alla settimana di tre giorni, e i tagli alla distribuzione dell’elettricità contribuirono all’immagine di un paese non più sotto controllo. Fu in questa situazione che il governo Heath si precipitò ad aderire alla Comunità Economica Europea.

Aderendo alla CEE il Regno Unito non avrebbe certo interrotto il lungo declino dell’economia inglese, ma dato l’opportunità ai monetaristi, e in particolare a quella disgustosa loro variante che circondava la Thatcher, di “ristrutturare” l’economia nazionale. Questo rappresentò una svolta nella giustificazione keynesiana della pianificazione degli investimenti statali post-bellici al loro opposto, secondo i principi del “libero mercato”. Quello che appare infine oggi, come un abbandono del monetarismo, non significa un ritorno alla ortodossia keynesiana, ma ad un annaspare fra le due ideologie.

Il mondo appena uscito dalla Seconda Guerra mondiale, con gli USA economicamente e militarmente forti ed una Europa bottino di guerra, con timore di sommovimenti sociali, presentava un nuovo panorama del capitalismo.

L’Impero britannico era finito, bastò un decennio per le ultime formalità della sua liquidazione e fu infine accettato come inevitabile il rito che lo portava all’eterno riposo. Nuove realtà geopolitiche si erano in qualche modo affermate, benché inventate da righe disegnate sulle mappe da un primo ministro inglese rappresentante delle classi dominanti illuse che la Gran Bretagna fosse ancora una potenza mondiale in grado di affrontare chiunque. I fatti di Suez del 1956 vennero a confermare questa nuova realtà.

La nuova realtà era la divisione dell’Europa fra gli imperialismi americano e russo, imposta con la forza militare ed economica. All’inizio l’America, dapprima unica potenza atomica, con la sua enorme supremazia, affrontava una Russia che disponeva sul terreno solo di gran numero di stivalati. Nel periodo della cosiddetta Guerra Fredda, fatta di finte e contro-finte, la corsa all’armamento nucleare da entrambi i lati, le guerre per procura (Corea, Vietnam, ecc), le purghe del maccartismo e dello stalinismo, le alleanze della Nato e del Patto di Varsavia, sovente restituivano immagini grottesche da quegli specchi deformanti.

Così divisa l’Europa, era esclusa la possibilità di una minaccia alla pace da parte di un riemersa Germania. Fu infatti rigettato e non più riproposto il piano Morganthau, appoggiato dalla Francia, di deindustrializzare la Germania per riportarla ad un passato agricolo. Inoltre la ricostruzione dell’Europa occidentale era divenuta una necessità sia economica sia geopolitica per gli americani. Per l’Europa continentale ci fu il piano Marshall; per la Gran Bretagna i prestiti, i duri termini dei quali dimostrarono la ridimensionata influenza inglese sulla scena mondiale.

Tutto questo si è infine riflesso nella moderna Unione Europea.

Il Regno Unito era in bancarotta, il rischio di rivolte sociali notevole. Il rapporto Beveridge, del 1942, aveva anticipato un piano di obbiettivi per il dopoguerra per i quali sarebbe valsa la pena di combattere, di fatto era pura propaganda per sostenere il morale delle truppe in tempo di guerra; fu pubblicato dalle stamperie reali e distribuito in milioni di copie, specialmente fra le forze armate. La conseguenza, forse involontaria, fu che nessuna maggioranza parlamentare l’avrebbe potuto ignorare. Gli americani ne furono inorriditi e dichiararono Beveridge straniero indesiderabile quando fu invitato negli Stati Uniti per un giro di conferenze.

Nel Regno Unito, a seguito dell’elezione di un governo laburista, che fece suo il rapporto Beveridge, e dell’aiuto Marshall nell’Europa occidentale, politiche economiche keynesiane furono abbracciate dai governi sia socialdemocratici sia conservatori.

In America invece, dove i consumi crescevano, Keynes era bollato come “comunista”. Negli anni Trenta Roosevelt era riuscito a far passare il suo New Deal (solo retrospettivamente riconosciuto come keynesiano) convincendo i democratici del sud che l’idea era basata sulle politiche adottate da Mussolini in Italia. Fino all’entrata dell’America nella Seconda Guerra mondiale il Dipartimento di Stato regolarmente mandava ricercatori in Italia per scoprire buone pratiche per l’efficiente conduzione delle imprese di Stato e private.

Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale furono istituiti nei termini dettati dagli americani, rigettando alcune delle proposte di Keynes, che avrebbero consentito delle interferenze esterne sulla politica economica americana. Il FMI e la BM divennero arnesi degli USA per imporre la loro politica economica, a gradi diversi, su tutti gli altri Paesi.

Ma anche gli Stati Uniti presero in considerazione politiche di ispirazione keynesiana, sebbene mai l’abbiano riconosciuto. Alla metà degli anni Sessanta, mentre in Europa erano apertamente adottate le politiche economiche keynesiane, negli Stati Uniti l’elezione di Lyndon Johnson, a seguito dell’assassinio di Kennedy, sembrò il momento di riformare il sistema assistenziale per portarlo ad un livello confrontabile con quello in Europa. Nel mezzo del movimento e delle richieste per i Diritti Civili, ancora una volta si dovette nascondere lo statalismo di fatto imperante anche in USA. Servì allo scopo la diffusione del Rapporto Moynihan, che praticamente diceva che chiunque avesse avuto bisogno di assistenza sociale era o pigro, o criminale, immorale, mentalmente malato, sub-umano...

La ricetta keynesiana, cioè l’intervento dello Stato nell’economia, detto meglio, l’intervento dell’economia nello Stato, sono una realtà e una necessità del capitalismo in crisi. Questa non è una sua “politica”, tanto meno “di sinistra”. Infatti non è alternativa ad una diretta oppressione della classe operaia con una spietata austerità, o a provvedimenti coercitivi antisindacali, o alla sanguinosa repressione tramite le forze armate dello Stato. Non è come i socialdemocratici vorrebbero farci credere, che sia un passo verso il socialismo. Non significa automaticamente aumento dei benefici sociali ed assistenziali per la classe operaia.

Le economie keynesiane prevedono il coinvolgimento dello Stato attraverso la spesa in infrastrutture (in alcuni casi utilizzando i disoccupati come lavoro a buon mercato), la nazionalizzazione delle industrie essenziali, divenute troppo poco redditizie per il capitale privato. Elemento chiave di questa prospettiva è la stampa di carta moneta per pagare questi investimenti. Il che aumenta l’inflazione, così abbassando le condizioni di vita della classe operaia. Qui di nuovo il capitalismo rivela la sua vera natura, in pieno accordo con le politiche dei socialdemocratici (come il Labour Party in Gran Bretagna), che cercano di imporre il controllo delle paghe e di introdurre una legislazione anti-sindacale. Il tutto finisce nella austerity e nel controllo coercitivo con altri mezzi della classe operaia.

La nuova crisi mondiale

La scuola di Keynes ha quindi ben servito anche il capitalismo inglese durante il periodo postbellico e della ricostruzione. Ha aiutato a mantenere la pace sociale e dato un alimento ideale alla burocrazia sindacale.

Ma il vero problema dell’industria inglese era la mancanza di investimenti e la necessità della sua “ristrutturazione”. Questo era una questione di mentalità, oltre che economica, per i capitalisti inglesi: pretendevano di continuare coi vecchi metodi sopravvissuti alla guerra: con macchinario superato ed uso intensivo della forza lavoro. I concorrenti europei avevano visto le loro industrie rase al suolo ed avevano dovuto ricostruirle più moderne. La accresciuta efficienza dei compari dell’industria tedesca consentiva loro di poter concedere agli operai migliori condizioni di vita.

Nel Regno Unito dure lotte operaie riuscirono a mettere in crisi il governo laburista del 1964-71, ottenendo che fosse sospesa la legge antisindacale di Barbara Castle “Invece di scontrarci”, subito ripresa sotto il governo Heath nel 1970-74. La svalutazione della sterlina da parte del governo Wilson negli anni Sessanta, nel brutale tentativo di gettare il carico della crisi sulla classe operaia, non ottenne gli attesi effetti sull’economia.

Il movimento di scioperi nel Regno Unito negli anni Sessanta e Settanta fu il modo in cui la classe operaia inglese cercò di opporsi alla austerità del dopoguerra. La rielezione di Wilson al governo nel 1974, che anche allora prometteva un referendum sull’adesione del Regno Unito alla CEE, non risolse alcuno dei problemi fondamentali che stava affrontando la borghesia inglese. Il consenso postbellico stava per finire.

Il Regno Unito era in fallimento. Il ministro del tesoro, il laburista James Callaghan, dovette chiedere un prestito al Fondo Monetario Internazionale. I termini del prestito erano gravosi, ed era condizionato ad un cambiamento nella politica economica. Callaghan annullò un biglietto aereo e dall’aeroporto andò al Congresso delle Trade Unions per leggervi un testo: “Come vivere con le risorse del paese”. Usciva Keynes di scena e vi entrava il monetarismo!

Non c’è una vera opposizione nei programmi economici dei partiti del capitale: tutti cambiano strategia ogniqualvolta il capitale lo richiede. I governi Blair e Brown continuarono a richiamarsi al monetarismo del precedente governo Callaghan, come a quello della Thatcher. Gli alibi economici del monetarismo, ora chiamato neo-liberismo, erano invocati da entrambi i partiti Laburista e Conservatore.

Il governo Thatcher aveva spinto all’estremo gli attacchi contro la classe operaia. Facendo di necessità virtù affermò che “una buona dose di disoccupazione” l’avrebbe resa più arrendevole per accettare qualsiasi condizione. Alcuni decenni ed almeno una generazione dopo, i lavoratori inglesi sono proprio nello stato d’animo giusto per accettare le poche briciole che loro si offrono.

La linea della Thatcher era di cercare di mantenere solvibile il paese affidandosi alla City di Londra, ai servizi finanziari, al turismo, alle industrie di nicchia, ecc. L’adesione alla CEE era centrale in questa strategia, mentre interi rami industriali rovinavano a terra. “La forgiatura dei metalli può esser fatta da qualche altra parte”, così ci si consolava. Quel che si ebbe fu la generale de-industrializzazione.

Oggi anche il neo-liberismo sembra aver fatto il suo corso. Nessuno dice cosa comporterà all’economia la messa in esecuzione del voto per la Brexit, né le conseguenze sull’indirizzo del governo. Tutto rimane vago e confuso: le classi dominanti di rado rivelano le loro intenzioni pratiche e le loro motivazioni, specie quando non sanno cosa fare e come.

 

 

 

 

 


A Bologna, sabato 10 dicembre alle ore 15,30, presso il circolo Arci Via Gandusio 6 il partito ha tenuto una

CONFERENZA PUBBLICA
Siria, Iraq, Yemen, Libia:
IL CAPITALISMO É GUERRA, GUERRA AL CAPITALISMO !

     Da lunghi anni lo scontro fra imperialismi nella regione mediorientale e in nord Africa semina fame, distruzione e morte. Milioni di persone si trovano costrette a fuggire nella condizione di profughi. Ma la guerra non è una calamità naturale. È un prodotto della crisi capitalistica mondiale, la stessa che ogni giorno schiaccia i proletari sotto il tallone dello sfruttamento.
     Il capitalismo sopravvive alle proprie crisi aggredendo le condizioni di vita e di lavoro dei proletari di tutti i paesi e scatenando guerre. Queste guerre sono tutte contro i lavoratori come lo sono i tagli del salario, l’aumento dell’intensità del lavoro e quello della disoccupazione.
     Sia le grandi potenze come gli Stati Uniti, la Russia, la Cina e la Germania, che quelle secondarie come l’Italia, la Francia, la Turchia, l’Arabia Saudita, l’Iran e Israele, intervengono in questi paesi come banditi pronti a fare stragi per spartirsi il bottino.
     Anche le forze che paiono opporsi all’oppressione nazionale, etnica e religiosa come i vari partiti curdi, i guerriglieri Houthi o quelli islamisti, fanno parte di questi schieramenti.
     I proletari di tutti i paesi non devono preferire uno schieramento di banditi rispetto a un altro. Il Partito ripropone l’unica via possibile per opporsi alla guerra e alle sue tragiche conseguenze:

     Nessuna solidarietà agli Stati borghesi e alle forze che ne appoggiano le azioni militari!
     Organizzazione indipendente del proletariato, a livello internazionale, per la sua difesa economica, sociale, politica e per la sua stessa sopravvivenza!
     CONTRO le guerre tra gli Stati, che oggi sono tutti reazionari!
     PER la guerra proletaria di classe, per il comunismo!

 

 

 

 

 

 

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Come le classi dominanti curde si sono sempre sottomesse agli imperialismi e come ne sono state sempre infine tradite

I conflitti che si susseguono in Medio Oriente ripropongono di continuo la spinosa questione del nazionalismo curdo, con i suoi numerosi gruppi armati che, legati in instabili alleanze, guerreggiano contro uno dei governi con il sostegno di un altro o si fanno guerra fra di loro. Si contendono i proventi del commercio, legale e illegale, di questa regione, barriera e crocevia fra Europa ed Asia, fra nord e sud del Mondo.

Il presente studio intende riprendere ed aggiornare quanto in Comunismo del 1991.

I curdi popolano le montagne del Kurdistan per una estensione di circa 550.000 kmq, suddivisa principalmente in quattro paesi: Turchia, Iraq, Iran e Siria.

Gli Stati di questi paesi nei rispettivi territori reprimono le rivolte dei curdi, sovente strumentalizzate vuoi dagli Stati vicini vuoi da una potenza imperialista, che sostengono finanziariamente o militarmente i capi tribù o dei partiti nazionalisti: il PKK turco, il PDK di Barzani, l’UPK di Talabani in Iraq, o il PJAK in Iran o, più recentemente il PYG in Siria.

La spartizione del Kurdistan

Fino alla Prima Guerra mondiale il Kurdistan, il “Paese dei Curdi”, era diviso fra l’Impero Ottomano, musulmano sunnita, a ovest, e l’Impero persiano, musulmano sciita, a est. I vincitori del conflitto mondiale, nonostante si fossero impegnati a riconoscere l’indipendenza dei popoli, e quindi anche dei curdi, si dimostrarono invece bramosi di assicurarsi una parte dell’eredità del “Grande Malato”, l’Impero Ottomano. La spartizione del Kurdistan ottomano, che corrisponde alla wilayet (provincia) di Mosul, al momento dello smembramento dell’Impero fra le potenze imperialiste vincitrici e la Turchia kemalista, è stata quindi fatta a spese delle popolazioni locali, come fu per l’Armenia.

Sfortunatamente per i propri abitanti, il Kurdistan è una regione strategica, agricola, ambita per le sue acque, zona di guerra fra la Persia e l’Impero Ottomano ed oggi importante per il suo petrolio ed oggetto delle avidità e di incessanti conflitti interimperialisti. Anche nell’ultimo secolo gli episodi di repressione feroce, i massacri, le distruzioni dei villaggi, le deportazioni verso altre regioni sono stati il destino degli abitanti di queste montagne.

La popolazione curda è stimata essere di 20-25 milioni, sparpagliata in valli numerose e isolate, mentre una parte consistente risiede ormai nelle città e fuori dal Kurdistan. Essa si caratterizza per un’origine etnica indoeuropea e per una unità linguistica che fa appartenere i numerosi dialetti curdi al ceppo iranico delle lingue europee. Zoroastriani come i persiani prima dell’invasione araba del settimo secolo, i curdi sono oggi per l’80% musulmani sunniti.

In Kurdistan, al di fuori delle grandi città e delle zone industriali legate al petrolio, l’isolamento delle vallate e il debole sviluppo economico fanno sì che la popolazione, fortemente caratterizzata da tradizioni tribali e dall’inquadramento clientelare attorno alla figura del capo, costituisca un’assai facile preda per le borghesie regionali e internazionali. Malgrado le frontiere nazionali che le separano, le popolazioni curde mantengono radicate relazioni tribali, il che alimenta fra di esse la milizia dei diversi partiti e fa sì che un focolaio di rivolta in una zona tenda a comunicarsi alle altre, una guerriglia intricata ed estenuante per i governi nazionali interessati. Nel corso dei decenni, capi tribali o di partito si sono così affrontati gli uni contro gli altri, usati in funzione degli interessi dei servizi segreti russi, americani, britannici, turchi, iraniani, siriani, giordani, iracheni, etc... Ne è risultato che i successivi trattati di pace fra i governi dei quattro paesi che si spartiscono il Kurdistan sono sempre stati seguiti da una repressione unificata dei ribelli curdi. Si veda il trattato di Saad-Abad in Iran nel 1937, quello di Baghdad nel 1955 o quello di Algeri nel 1975 fra Iran e Iraq.

Il nazionalismo curdo

Il nazionalismo curdo emerse dopo la Prima Guerra mondiale alla dissoluzione dell’Impero Ottomano. L’edificazione dello Stato nazionale iracheno fu opera della politica araba dei britannici, che riunirono in una entità geopolitica una popolazione multietnica e multi-religiosa: il 55% del territorio ai musulmani sciiti, mescolati ai persiani, a sud e nell’ovest, addossati all’Iran, nel nord un 20% ai curdi, un 20% ai musulmani sunniti arabi addossati alle province orientali del centro e dell’ovest. Le due comunità più importanti, i musulmani sciiti e i curdi, rifiutarono il nuovo Stato con le armi in pugno, i curdi per ostilità nei confronti di uno Stato che si definiva arabo, gli sciiti, guidati dai loro capi religiosi, ribelli all’influenza dell’occidente e ai sunniti che li avevano fino ad allora oppressi. Cominciò così la lunga storia di un paese mosaico, l’Iraq, dilaniato dagli effetti della dominazione imperialista e da antagonistici interessi religiosi, etnici e politici.

Nel 1916 gran numero di curdi erano stati convinti a contribuire al genocidio degli armeni. Questo non li salvò dal subire anch’essi una “pulizia etnica”: di lì a poco i giovani turchi intraprenderanno una deportazione su grande scala dei curdi, giudicati troppo indipendenti: circa in 300.000 furono forzati ad andare verso il sud, poi verso l’ovest dell’Anatolia. Alla fine della Prima Guerra mondiale, circa 700.000 curdi furono deportati con la forza e metà di questi perirono. Il movimento etnico e nazionalista curdo quindi, da una parte fu il prodotto del nazionalismo turco, che marginalizzò i curdi, e altre comunità come greci ed armeni, dall’altra parte dipese dalla rapacità delle potenze europee che poco si curavano degli interessi dei popoli.

In seguito all’armistizio di Moudros, dell’ottobre del 1918, con il quale il sultano capitolò, la wilayet di Mosul fu occupata dagli inglesi. La Società delle Nazioni, presentata come arbitro internazionale ma controllata di fatto dall’imperialismo anglo-americano, spartì la regione fra le due grandi potenze imperialistiche dell’epoca, la Francia e l’Inghilterra, e attribuì loro dei mandati su delle nuove nazioni, l’Iraq, la Siria, il Libano, la Giordania, con l’impostura e pretesto di avviare quelle società, ancora immature, a poter acquisire in seguito la loro indipendenza. L’ipocrisia suprema dei britannici fu di farlo decidere alla popolazione irachena con un referendum, una nazione artificiale da loro stessi costruita, bombardando i curdi insorti. La democrazia dei vincitori!

La prima grande rivolta curda contro l’imperialismo inglese avvenne nel 1919 sotto la guida dello sceicco religioso sufi, Mahmoud. Fra i suoi partigiani si trovavano lo sceicco tribale Ahmed Barzani e il suo giovane fratello Mustafa. La tribù dei Barzani era stanziata nella regione di Barzan, nel nord del Kurdistan iracheno. Il loro fratello primogenito, Sheikh Abd al-Salam, aveva avuto un ruolo importante nella direzione delle rivolte curde contro gli ottomani già nel 1914, ed era stato impiccato a Mosul dove si era recato per negoziare. Gli sceicchi della regione di Barzan godevano di grande prestigio fra le tribù contigue ed erano venerati anche in quanto religiosi sunniti sufi. Il clan Barzani contava 750 famiglie nel 1906, ed era forte della fiducia che veniva ad esso accordata anche da altre tribù. Il sollevamento curdo del 1919 fu schiacciato dalle truppe inglesi e lo sceicco Mahmoud fu inviato in esilio in India.

Ma nel 1922, siccome il governo turco reclamava la provincia di Mosul, ricca di petrolio, e non accettava gli accordi di Sèvres del 1920, che prevedevano uno Stato per i curdi, Mahmoud fu richiamato dall’esilio dall’alto commissario Cox per utilizzarlo a contenere il malcontento dei clan curdi nella regione controllata dal governo di Baghdad, molto divisi fra loro e sobillati dai turchi. Cox promise a Mahmoud il diritto di formare un governo curdo all’interno dell’Iraq, ma anche questa promessa fu cinicamente rinnegata nel 1923 con la spartizione del Kurdistan fra i quattro paesi limitrofi.

Nel marzo del 1923 i britannici inviarono la Royal Air Force a sedare una nuova rivolta curda e nel dicembre 1924 autorizzarono lo sgancio di bombe a gas asfissianti contro i curdi di Sulaymaniyya. Lord Thompson descrisse gli effetti di queste bombe come terrificanti, costringendo gli abitanti a fuggire nel deserto dove morivano di sete a centinaia. Mahmoud fuggì verso le montagne della Persia; ma continuerà ad organizzare raid nel Kurdistan iracheno fino alla sua cattura nel 1931. Fu inviato in esilio nel sud dell’Iraq.

Il trattato di Losanna del luglio 1923, firmato con la Turchia kemalista, sanciva la spartizione del Kurdistan fra la Turchia, la Siria, l’Iran e l’Iraq. Quest’ultimo acquisì Mosul, col pretesto che la nuova nazione irachena, sotto il controllo britannico, aveva bisogno per sopravvivere delle risorse petrolifere e cerealicole di questa parte del Kurdistan. Infine nel 1925 la Società delle Nazioni consegnò all’Iraq Mosul, che i turchi dovranno lasciare, con grande soddisfazione degli interessi petroliferi inglesi; in cambio i turchi ottennero per un periodo di 25 anni il 10% delle rendite petrolifere della compagnia inglese che deteneva i diritti di sfruttamento della regione, la Turkish Petroleum Company.

Il Kurdistan iracheno

Il Kurdistan iracheno copre 74.000 kmq e conta ad oggi 4-5 milioni di curdi, ovvero il 17% della popolazione irachena. Vi abita anche una popolazione araba, nelle zone ricche di petrolio di Sinjar, Kirkuk e Khanaqin, che vi fu trasferita in funzione della politica di pulizia etnica di Saddam Hussein, oltre ad altre minoranze etniche e religiose come gli assiri, i caldei, gli armeni, i turkmeni, legati etnicamente alla Turchia. Più religioni vi si mescolano: il maggioritario islam sunnita, seguito da sciiti, cristiani, yazidi (curdi che praticano una religione sincretistica, una sorta di miscuglio di zoroastrismo, giudaismo, sufismo islamico e nestorianesimo).

Nel 1931, Ahmed Barzani con suo fratello Mustafa e i loro combattenti, i peshmerga, succedettero allo sceicco Mahmoud e insorsero con le loro tribù contro la monarchia hascemita sunnita irachena. Furono sconfitti dall’esercito iracheno sostenuto dalla RAF britannica in soccorso del re. Questa lanciò sanguinose campagne nella regione dal 1930 al 1933 seguite da azioni irregolari fino al 1947. I due fratelli ripresero la lotta nel 1943-1945 ma, battuti dall’esercito inglese, dovettero fuggire in Iran.

Nel 1941 britannici e russi si accordarono per contenere l’avanzata tedesca e per spartirsi l’Iran: l’esercito inglese occupò le zone petrolifere del sud e l’ ”armata rossa” la provincia iraniana dell’Azerbaijan; in questa provincia, confinante con la omonima “Repubblica Sovietica”, i sentimenti di autonomia dei curdi erano stati conservati e mantenuti vivi dalle associazioni dei notabili. Nel maggio del 1946, con l’appoggio dei sovietici, che controllavano la regione e non intendevano abbandonarla, fu fondata la Repubblica curda di Mahabad, capitale del Kurdistan iraniano, e Mustafa Barzani ne divenne Ministro della difesa. La città fu rapidamente ripresa dalle truppe iraniane dopo la ritirata dell’URSS imposta dagli accordi di Yalta.

Le truppe di M. Barzani, incalzate dagli eserciti iraniano, iracheno e turco, si rifugiarono nell’Azerbaijan russo, poi nell’Uzbekistan e infine nel 1953 a Mosca. Il Partito Democratico Curdo (o PDK) si proclamò “marxista-leninista” ed elesse M. Barzani, a quel tempo in esilio, come presidente. Prese però le distanze dal PC Iracheno legato a Mosca, fondato a Baghdad nel 1946.

Il seguito non è che una lunga storia di alleanze seguite da conflitti con le altre organizzazioni politiche curde, irachene e degli Stati vicini, che si sono susseguiti con sorti alterne, secondo le congiunture politiche regionali.

Nel 1957 l’opposizione clandestina al regime monarchico iracheno si riunì in un Fronte di Unione Nazionale con il PC Iracheno, il PDK, il Partito Baath e i nasseriani. Barzani tornò in Iraq nel 1958 dopo il rovesciamento del Re e l’arrivo al potere del generale di origine curda Qasim, ostile al nazionalismo arabo e che prometteva un Kurdistan iracheno autonomo. Nel marzo del 1959, le truppe di Barzani a fianco di quelle di Qasim e del PC Iracheno combatterono il movimento guidato dai nazionalisti arabi pro-nasseriani a Mosul.

Ne seguì una vera guerra civile, più o meno inquadrata dal PC Iracheno, in cui contadini poveri, operai curdi, arabi e cristiani si sollevarono, e ad essi si aggiunsero i soldati dell’armata governativa che si rifiutarono di obbedire ai propri ufficiali. Dopo cinque giorni di guerra civile, l’ordine fu ristabilito dalle forze di Baghdad. Nel luglio del 1959, tumulti scoppiarono per mano della popolazione turcomanna a Kirkuk, ma furono repressi violentemente dalle milizie armate curde alleate a quelle del PC Iracheno.

Dinanzi all’influenza crescente del PC Iracheno, e alle agitazioni in tutto il paese che non cessavano di amplificarsi, occorreva un’ennesima inversione di alleanze: i peshmerga del PDK attaccarono il PC Iracheno a fianco delle armate di Qasim! Ma Qasim, sostenendo delle tribù curde rivali, non fece nulla per l’autonomia del Kurdistan, d’intesa con il PDK che mentiva alle proprie truppe.

Il successore di Qasim, Aref, decise di affiancarsi al campo arabo e di integrare l’Iraq nella Repubblica Araba Unita comprendente la Siria e l’Egitto. Il PDK scatenò allora una rivolta nel settembre del 1961; la RAF britannica venne chiamata in soccorso del governo iracheno e bombardò i villaggi curdi.

Nel 1962, la Siria, che frattanto aveva rotto con l’Egitto, dal momento che il petrolio era stato scoperto proprio nel Kurdistan siriano, iniziò una campagna anticurda per combattere, a fianco delle truppe irachene, il movimento di Barzani. Questo subito si sbarazzò della sua parvenza socialisteggiante espellendo la sua ala sinistra, che metteva in discussione un cessate il fuoco siglato con Baghdad, nel 1964; i militanti espulsi, fra cui Jalal Talabani, dovettero fuggire in Iran con 500 uomini e si diedero a combattere il PDK. Nel 1966 le forze di Barzani sconfissero l’esercito iracheno nella battaglia del Monte Handrin e un accordo di pace fu concluso.

Ma un nuovo colpo di Stato a Baghdad portò al potere i baathisti fra i quali Saddam Hussein. Il PDK si gettò allora nelle braccia dello Scià di Persia, a cui consegnerà numerosi oppositori rifugiati nel Kurdistan iracheno e partecipò alla repressione dei curdi d’Iran al fianco delle truppe di Teheran!

Negli anni Settanta, l’Iraq e il Kurdistan iracheno conobbero un enorme sviluppo economico nel settore pubblico e privato grazie alla manna petrolifera. Nel 1970 Saddam Hussein, per venire a capo della resistenza curda, ostentando l’abituale promessa di autonomia del Kurdistan iracheno, ne concordò un progetto con il PDK di Barzani, la cui influenza sulle tribù curde era notevole, e insieme combatterono Jalal Talabani e i suoi guerriglieri. In realtà Saddam Hussein cercava di guadagnare tempo per recuperare il controllo del paese. Appena Barzani rigettò il Patto Nazionale scattò la repressione, con l’impiego di elementi curdi ostili a Barzani, e l’arabizzazione di Kirkuk e Khanaqin. I ministri curdi del PDK lasciarono il governo nel 1973 e furono rimpiazzati da membri del PDK vicini al potere. Questi nel febbraio del 1974 fondarono il Partito della Rivoluzione Curda, il cui presidente era un altro figlio di Barzani, Ubaydullah, ed aderirono al Fronte Nazionale Progressista al fianco del partito Baath.

A partire dal 1972 i governi americani e israeliani aiutarono finanziariamente i ribelli curdi allo scopo di indebolire il regime di Baghdad. Il movimento di resistenza curda fu rimesso a nuovo dal 1974 sotto i buoni auspici iraniani. La guerra di guerriglia fu sfibrante per il regime iracheno che dovette sacrificare truppe e finanze considerevoli. Mentre Baghdad cadeva fra le braccia dell’URSS, Saddam Hussein decise di mettere fine alla guerriglia curda con gli accordi di Algeri conclusi nel 1975 fra Iraq e Iran: l’Iran abbandonò il suo sostegno ai ribelli curdi in cambio della concessione di una parte dello Shatt al-Arab, l’estuario frontaliero fra i due paesi sfociante nel Golfo persico, oggetto di incessanti conflitti. La ribellione curda subì un crollo e la repressione portò ad un migliaio di morti e all’esilio della popolazione. Essa fu seguita da una politica di arabizzazione del Kurdistan, con l’invio di lavoratori arabi nei campi petroliferi del Kurdistan iracheno. I curdi fayli (sciiti, parlano un dialetto curdo, il fayli), che vivevano nella regione di Baghdad e intorno alla città di Khanaqin, presso la frontiera iraniana, furono espulsi verso l’Iran a migliaia.

Dopo questa sconfitta Barzani partì per l’esilio. Profittò della sua partenza Jalal Talabani che, sino ad allora rifugiato a Damasco, annuncerà la creazione a Baghdad, con l’appoggio del regime, della Unione Patriottica Curda (UPK), nemica giurata del PDK, di obbedienza socialdemocratica, che inquadrava alcuni partiti di estrema sinistra e un buon numero di peshmerga delusi dalla capitolazione di Barzani. L’intenzione era soprattutto quella di occupare il posto del PC Iracheno in Kurdistan, il che spiega la lunga storia di ostilità fra i due partiti. L’UPK troverà vantaggio anche dalle differenze dialettali attirando i curdi che parlavano il dialetto curdo sorani, dal momento che il PDK, ancora oggi, è presente maggiormente nei territori dove si parla il dialetto kurmanji. L’UPK si avvicinerà invece alla Siria e ai partiti palestinesi.

Alla fine degli anni Settanta, a causa dei combattimenti e della fuga della popolazione dai villaggi, la maggioranza della popolazione del Kurdistan iracheno risiedeva nelle città e nei campi circostanti. Vi era qualche grande centro industriale (zucchero, cemento, tessile, tabacco, marmo, edilizia) che impiegava migliaia di lavoratori immigrati nelle grandi città di Sulaymaniyya, Erbil e Kirkuk. L’industria petrolifera dei campi petroliferi di Kirkuk era molto sviluppata.

A partire dal 1978 scoppiarono scontri fra l’UPK, influente al sud, e il PDK, influente nel nord del Kurdistan. Quest’ultimo tentò di tagliare la strada degli approvvigionamenti dell’UPK provenienti dalla Siria. Nel 1979 Barzani moriva in esilio, i suoi figli Idris (che morirà durante degli scontri con l’esercito iracheno) e Massoud prendevano la direzione del PDK. Il PDK si allineò alla rivoluzione iraniana del 1979: Khomeini li rifornì di armi e di aiuti finanziari per fomentare problemi in Iraq, ed il PDK lo ricambiò aiutandolo a combattere il Partito Popolare Democratico del Kurdistan iraniano, nel 1981, ostile a Teheran e vicino all’UPK.

Nel settembre del 1980 Saddam Hussein stracciò gli accordi di Algeri del 1975 e attaccò l’Iran, il quale reagì sostenendo i ribelli curdi iracheni e il PDK. Questo, alleato delle truppe iraniane, conseguì alcune vittorie contro l’esercito iracheno fino alla frontiera turca del Kurdistan, riunendo i ribelli curdi turchi. Non appena questa guerriglia minacciò l’oleodotto che esporta il petrolio di Kirkuk verso il Mediterraneo attraverso il territorio turco, l’esercito turco penetrò nel Kurdistan iracheno per delle operazioni di rastrellamento anti-curde. Quanto all’UPK, esso si riavvicinò al regime di Baghdad.

Nel novembre del 1980 a Damasco nacque una alleanza segreta: il Fronte Democratico Patriottico e Nazionale (FDPN), in cui si troveranno uniti il Partito Socialista Arabo (nasseriano), il Movimento Socialista Arabo, il Partito Baath Pro-siriano, il PC Iracheno, l’UPK e il PDK. Ma le divergenze fra l’UPK e il PDK faranno saltare questo fronte: i partiti nazionalisti arabi sosterranno l’UPK contro il PDK, allora alleato dell’Iran e del PC Iracheno. Il PDK, il PC Iracheno, e altre organizzazioni curde come il Partito Socialista del Kurdistan formeranno un altro Fronte, e le loro truppe riporteranno dei successi militari importanti nel Kurdistan. Le basi di questo fronte, e in particolare le cellule del PC Iracheno, furono attaccate dalle truppe dell’UPK, a partire dal 1983.

Nel 1984 l’UPK ruppe infine l’alleanza, poco promettente, con Baghdad, e cercò di approcciarsi al PDK e all’Iran. Nel 1986 i due partiti curdi, il PDK e l’UPK, firmarono un accordo di pace a Teheran, benedetto dal regime islamista iraniano, marcando così l’inizio di un cessate il fuoco nel Kurdistan iraniano che durerà fino al 1994, e aiutarono i Guardiani della rivoluzione islamica iraniana, i pasdaran, a penetrare nel territorio iracheno. Nel 1987 il PDK, l’UPK e il PC Iracheno formarono un fronte unificato le cui truppe, insieme alle forze iraniane, nel mese di febbraio presero il controllo della città curda di Halabja.

Saddam Hussein si vendicherà ordinando la campagna militare d’Anfal del 1987-1989, un vero genocidio: bombardamento di Halabja con le bombe chimiche nel marzo 1988 (fra 3.000 e 7.000 vittime), deportazione della popolazione, distruzione e impiego di “gas mostarda” contro migliaia di villaggi e città (il gas era stato fornito dagli occidentali, tra cui gli USA, per la guerra contro l’Iran), esecuzioni sommarie, tanto che le stime più ottimiste stimano 150.000 morti fra cui migliaia del clan Barzani e centinaia di migliaia di rifugiati fuggiti principalmente verso l’Iran. Questo genocidio non provocherà nessuna protesta da parte dei governi americani ed europei! Non era ancora il momento di servirsi di quell’alibi.

Le forze guerrigliere dell’UPK e del PDK (quest’ultimo aveva perso buona parte della sua base sociale) furono sconfitte e il regime iracheno da allora controllerà totalmente il Kurdistan iracheno. Il PDK e Massoud Barzani ripareranno in Iran per riorganizzarsi. Nel settembre 1990 l’UPK e Talabani e tutte le forze d’opposizione al regime di Saddam Hussein (curdi, “comunisti”, islamisti e altri nazionalisti) si riuniranno a Damasco per formare un governo in esilio.

(continua al prossimo numero)

 

 

 

 

 

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I proletari della “Nuova Russia” fra guerra e sfruttamento di classe

Le separatiste Repubbliche Popolari di Lugansk (RPL) e di Donetsk (RPD) sono due entità politiche, assimilabili a Stati de facto, nate nel 2014 dal conflitto armato che da circa due anni sta lacerando l’Ucraina orientale. Il conflitto, sviluppatesi a seguito del moto nazional-populista di Euromaidan del 2013, e che, a giudicare dalle frequenti scaramucce e dagli scambi di tiri di obice è ancora lontano dall’essere del tutto sopito, vede da un lato l’esercito ucraino, sostenuto di alcuni paesi europei e degli Stati Uniti, dall’altro il cosiddetto esercito popolare appoggiato dalla Federazione Russa.

Queste due minuscole repubbliche tentano di proporsi, attraverso un’incessante opera di propaganda, come una sorta di terra promessa per i nostalgici della guerra fredda. Così le partigianerie dell’imperialismo russo, affasciate da sentimenti nazionalistici e slavofili, trovano una nuova causa comune di impronta, a scelta, stalinista o fascistoide rossobruna. Nel racconto di parte delle correnti “di sinistra”, nella Nuova Russia, come si autodefiniscono le entità separatiste, sarebbe in corso una guerra “popolare” che vedrebbe protagonista il proletariato.

Nella realtà questo conflitto riguarda gli storici interessi nazional-borghesi-capitalistici della Russia, in concorrenza con le potenze europee. Il proletariato, sia in Ucraina sia nelle Repubbliche separatiste, lo paga con conseguenza tragiche. Per quanto entusiastici siano gli animi della partigianeria slavofila, la borghesia russa non è nuova a iniziative che sembrano inserirsi nel solco della vecchia tradizione stalinista, tesa ad ingannare il proletariato con parole d’ordine attinte alla tradizione del movimento operaio e socialista, mentre conduce una politica ferocemente reazionaria.

Oggi, come abbiamo già argomentato nel n. 309 di questo giornale, la regione della cosiddetta Nuova Russia altro non è che l’ennesimo vasetto di coccio fra due imperialismi di ferro, nel quale per i proletari è ancora più difficile che altrove difendere i propri interessi. Nei distretti controllati dalle milizie locali, infatti, non vi è alcuna tolleranza per qualsiasi forma indipendente di organizzazione proletaria. Bande armate scorrazzano liberamente per la regione al fine di reprimere qualsiasi forma di dissenso, ogni accenno di protesta e ogni manifestazione, per quanto timida, di lotta classista.

Fra le gesta di questa teppaglia ricordiamo un episodio verificatosi già nell’ottobre de 2014. Un concentramento di lavoratori aveva inscenato una protesta davanti alla questura di Sverdlovsk contro il mancato pagamento dei salari, la mancanza di cibo, i saccheggi e le ladronerie dei paramilitari. La risposta delle autorità della piccola repubblica non si fece attendere: in piena notte vennero lanciate bombe a mano contro le case degli organizzatori della protesta.

Nel mese di settembre dello stesso anno un assembramento di lavoratori si era riunito nella piazza principale di Antratsit per rivendicare aumenti di salari e pensioni e un miglioramento dei servizi. Le richieste dei lavoratori, accolte subito dal nuovo governo separatista, ma non furono mai mantenute. Il rinfocolarsi della protesta venne fronteggiato con l’arrivo di un comandante militare il quale rivolgendosi ai manifestanti disse testualmente: «Se tornate qui di nuovo spareremo a tutti. Dimenticate il vostro salario di minatori, le vostre pensioni e ovviamente i servizi». In quell’occasione i militari distribuirono a ciascuno dei presenti carne in scatola e una busta di cereali.

Prima della protesta i padroni della miniera di Komsomolskaya avevano fatto una serrata. In seguito a questo atto di forza della direzione aziendale, ai minatori venne offerto un salario di 100 euro, molto più basso di quello che percepivano precedentemente. Il giorno seguente a questo diktat padronale, nonostante il clima di terrore, i lavoratori si assentarono dal lavoro.

Nonostante questi episodi di dura lotta, i circa 300.000 minatori della regione di Nuova Russia con la guerra hanno perso molta della loro forza sindacale. Il conflitto ha impedito l’unità del fronte operaio, imponendo una frattura di carattere nazionale. Far la guerra può diventare un “secondo lavoro”: dei minatori si sono arruolati nei battaglioni ucraini, altri in quelli separatisti filorussi. Alcune miniere sono state bombardate, col risultato di spingere i minatori a scegliere da che parte mettersi.

Alcune organizzazioni sindacali dei minatori come il NGPU, che si sono schierate contro l’intervento russo, hanno fatto richiesta al governo di Kiev affinché acquisti il carbone della regione. Ma il governo non ha sostenuto questa organizzazione sindacale, che pure vanta una costante fedeltà allo Stato ucraino e aveva collaborato alla repressione degli scioperi del 1989, i più importanti dal 1920.

Nella Repubblica di Lugansk ben 5.000 prigionieri, catturati nella “terra di nessuno”, fra il territorio controllato dalle milizie filorusse e l’esercito ucraino, sono costretti ai lavori forzati. Le loro condizioni sono estremamente dure e ogni atto di disobbedienza è punito con crudeltà. I prigionieri lavorano principalmente nelle industrie metallurgiche, in quelle alimentari e in piccole unità produttive di vario tipo. Grazie al loro sfruttamento si stima che i militari a capo della repubblica di Lugansk si approprino di una cifra stimata attorno ai 500 mila euro al mese.

Nelle cosiddette Repubbliche Popolari le tasse, fisse al 13% del reddito, non sono progressive, come nella Federazione Russa, nonostante quella borghesia si atteggi a progressista e addirittura a “socialista”.

La guerra in Ucraina non contrappone uno schieramento reazionario ad uno progressista, o addirittura socialisteggiante, essa fa parte dello scontro in atto tra opposti blocchi imperialisti che, spinti dalla generale crisi economica, stanno preparandosi ad una nuova guerra mondiale. Il proletariato deve dunque rifiutare ogni coinvolgimento in questo scontro, in cui esso non ha nulla da guadagnare. Solo ritrovando la loro unità ed organizzazione su obbiettivi di classe, i lavoratori potranno mobilitarsi per scongiurare un nuovo macello imperialista e aprire la strada alla rivoluzione comunista internazionale.