Partito Comunista Internazionale  
Il Partito Comunista N. 384 - luglio‑agosto 2017
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Indice dei numeri
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organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 – Italia, vicenda Voucher: Proponendo i loro referendum i sindacati di regime tradiscono la lotta di classe ed ancora una volta abbandonano i precari
 – Grenfell TowerUn crimine mostruoso contro la classe lavoratrice
PAGINA 2 Silvana Scarpelli
Riunione generale di lavoro, Torino, 26‑28 maggio [RG128]: Storia della mancata rivoluzione in Germania - Corso del capitalismo mondiale - Teorie e modelli matematici - La successione dei modi di produzione: Roma - Crisi sociale in Venezuela
Per
il sindacato
di classe
– Lo sciopero generale dei lavoratori dei trasporti e della logistica proclamato dai sindacati di base - Venerdì 16 giugno - Per l’unità delle lotte della classe operaia
ILVA - Lunedì 5 giugno 2017 - Lotta dura contro ogni licenziamento e peggioramento delle condizioni di lavoro: Questioni d’ordine generale nella lotta contro i licenziamenti - Principali indicazioni d’azione pratica - Contro la parola d’ordine della nazionalizzazione
L’USB AL SUO SECONDO CONGRESSO NAZIONALE: Un po’ di storia della Unione Sindacale di Base - Un nuovo congresso a mozione unica - Precariato, la condizione della classe operaia - Base territoriale contro le divisioni della classe - Centralizzazione reale o formalismo organizzativo - Sindacato e movimenti sociali - La “Federazione del Sociale” - Movimento sindacale e partiti politici - Il sindacato e “ruolo politico” - I veri obiettivi “politici” della dirigenza USB - Conclusioni
PAGINA 5 – Come le classi dominanti curde si sono sempre sottomesse agli imperialismi e come ne sono state sempre infine tradite (3/3 - continua dal numero 382): Il Kurdistan siriano: In Iran: I curdi fuori dal Kurdistan: La tormentata storia delle tribù curde: La borghesia curda e la Comune di Bassora: In uno scontro mondiale la sola chiave del dramma curdo non è l’autonomia ma la lotta di classe
PAGINA 6 Il corso del capitalismo mondiale - produzioni-commerci-finanza, Rapporto esposto alla riunione generale a Torino nel maggio scorso: Stato della produzione industriale mondiale - Gli Stati Uniti d’America - Passiamo ora alla Cina - Rapido giro d’orizzonte sul commercio mondiale
PAGINA 7 – Il Partito Comunista d’Italia e la direttiva del fronte unico sindacale (3/3 - continua dal numero scorso) Collegamento storico



 
 
PAGINA 1


Italia, vicenda Voucher
Proponendo i loro referendum i sindacati di regime tradiscono la lotta di classe ed ancora una volta abbandonano i precari

Nel numero scorso abbiamo riportato vari dati sui voucher, abrogati in questa primavera dal governo Gentiloni. Abbiamo visto come questa forma di pagamento della forza lavoro sia stata introdotta nel 2003, dal secondo governo Berlusconi, e nel corso degli anni, in perfetta continuità al di sopra dei governi e delle legislature, la possibilità di farne ricorso sia stata ampliata, consentendone una considerevole diffusione.

Il Jobs Act del governo Renzi – approvato il 3 dicembre 2014 – l’ha ancora peggiorata, tra cui con l’innalzamento del tetto massimo percepibile dal singolo lavoratore da 5 a 7 mila euro netti in un anno.

La Cgil non proclamò nemmeno un’ora di sciopero per cercare di impedire l’approvazione di quella nuova riforma del lavoro, ma solo otto ore il 12 dicembre 2014, cioè 9 giorni dopo che la legge era stata approvata dal parlamento: più in basso di così quanto ad ipocrisia e nullità nell’azione sindacale è davvero difficile immaginare.

Poi, per cercar di far dimenticare di non aver fatto nulla contro il Jobs Act, il Direttivo Nazionale Cgil del 18 febbraio 2015 decise, con grande impegno propagandistico della sua macchina organizzativa, di raccogliere le firme per promuovere tre referendum abrogativi ed una proposta di legge d’iniziativa popolare denominata “Carta dei diritti universali del lavoro”, presentata come un nuovo “Statuto dei lavoratori e delle lavoratrici”.

Così lo commentammo sul n.379 di questo giornale nell’articolo “L’opposizione di facciata della Fiom spalleggia il corporativismo della Cgil: 8 anni di tradimento degli interessi operai”, nel capitoletto “Trappole democratiche”:

«Il ricorso al metodo del referendum popolare e a quello legislativo è fumo negli occhi. Ciò che la Cgil non ha voluto difendere sul piano della lotta di classe, non lo conquisterà certo con questi mezzi, pieni di inghippi e trappole, in cui la forza operaia è sostituita dalla conta delle opinioni dei cittadini, dei membri di tutte le classi, o dai voti dei parlamentari. Quando sono chiamati a votare su questioni che riguardano i lavoratori i membri di tutte le classi e strati sociali, che campano tanto meglio quanto più è sfruttata la classe operaia, la vittoria padronale è garantita (...)
«Una eventuale proposta di legge popolare deve naturalmente essere approvata e non si capisce come lo stesso parlamento che – al di sopra dei governi e delle legislature – esegue gli ordini della borghesia nazionale e internazionale producendo le più nefaste leggi antioperaie, dovrebbe licenziare una proposta di legge se non dopo averla cambiata rendendola favorevole agli interessi padronali. Lo stesso per i referendum abrogativi: cancellano gli articoli di una legge, ma il vuoto che lasciano deve poi essere riempito dall’opera legislativa dei governi e dei parlamenti borghesi. Quindi, quand’anche si raccolga il numero sufficiente di firme, impiegando a questo scopo energie che dovrebbero essere utilizzate per organizzare la lotta di classe; quand’anche la borghese Corte Costituzionale e la borghese Cassazione approvino i quesiti referendari; quand’anche si raggiunga il cosiddetto quorum; quand’anche infine si riesca a vincere l’influenza che i potentissimi mezzi d’informazione borghesi hanno sulla rimbecillitissima opinione pubblica, orientandola a votare contro l’interesse della classe dominante, nemmeno nel caso in cui si verifichi questa remota ipotesi è possibile il raggiungimento dell’obiettivo favorevole alla classe lavoratrice».

Dentro la Cgil l’iniziativa referendaria e legislativa fu accolta con favore dalla sua maggiore corrente di sinistra, quella denominatasi all’indomani dell’ultimo congresso “Democrazia e Lavoro”, ed ha condotto al suo ricompattamento con la maggioranza, manifestatosi in occasione della prima Assemblea Generale della Cgil – il nuovo organismo sindacale istituito con la V Conferenza d’Organizzazione Cgil – svoltasi nel settembre 2016. Nicola Nicolosi, coordinatore nazionale di quell’area, così commentò: «[Con] la scelta di proporre una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare sulla “Carta dei Diritti universali” e tre Referendum sul lavoro contro le scelte scellerate del governo del Partito Democratico e del suo segretario Renzi alleato di Alfano, hanno cambiato lo scenario (...) la CGIL recupera il suo ruolo di protagonista nella vita politica e sociale del Paese» (“Progetto Lavoro” n.20, settembre 2016).

S’è visto infatti il grande successo dell’iniziativa! Dei tre referendum il più importante, quello riguardante l’art.18, è stato bocciato dalla Cassazione, per l’evidente inadeguatezza del testo referendario proposto, e ha dato il via libera solo a quelli sulla “responsabilità solidale negli appalti” e a quello sui voucher.

Il Governo aveva fissato la data del voto al 28 maggio 2017 ma, come noto, il 21 aprile il Parlamento ha convertito in legge un decreto del Governo che ha abrogato le leggi sottoposte a referendum, facendoli decadere. Il 27 maggio, il giorno prima della data in cui i referendum si sarebbero dovuti svolgere, alla Camera, in Commissione Bilancio, i voucher sono stati reintrodotti sotto altra veste, provocando la “reazione” della Cgil. La Camusso così ha commentato: «Il Governo e il Parlamento non hanno abrogato i voucher ma i referendum (...) un Parlamento ed un Governo che in 35 giorni votano una legge e poi il suo contrario, minano la loro credibilità ed autorevolezza e la stessa fiducia nelle Istituzioni (...) La Cgil nella sua storia si è sempre battuta per difendere la democrazia e le sue regole, perché in quella difesa, c’è la difesa della libertà nel lavoro, la cittadinanza del lavoro».

La Camusso ha ragione e noi, che sappiamo come la classe lavoratrice possa difendersi solo con la forza dello sciopero, non possiamo che vedere con favore il fatto che la classe dominante mini la fiducia dei lavoratori negli ingannevoli strumenti democratici messi lì bell’apposta per evitare che essi prendano la strada della lotta.

Invece per i bonzi sindacali non conta il rapporto di forza tra proletariato e capitale, che prevederebbe la dura opera di organizzazione e mobilitazione di classe, lo sciopero e l’azione diretta dei lavoratori. Basta raccogliere un’adesione ideale di opinione, un po’ di firme e chiedere la consultazione popolare. Chi decide sarebbe il sovrano “consenso popolare”, la nazione intera arbitro della contesa fra lavoratori e capitale. Sarà, è vero, un po’ arduo convincere il borghese, il padrone, lo sbirro, il prete, il bottegaio, il proprietario fondiario, tutte quelle classi sociali che compongono il popolo e che vivono sulle spalle dell’unica classe che lavora, a rinunciare ad una parte dei profitti per salvaguardare le condizioni degli operai. Ma questa è la democrazia.

Vediamo ora la nuova legge che ha reintrodotto i voucher.

Prevede due forme di lavoro occasionale: una denominata Libretto Famiglia, l’altra Contratto di Prestazione Occasionale.

Ogni persona fisica o azienda non può superare il limite di 5.000 € annuali per la totalità di lavoratori. Il lavoratore non può superare quello di 2.500 € con il medesimo committente e di 5.000 € complessivi.

Possono fare ricorso a prestazioni di lavoro occasionali tramite Libretto Famiglia le persone fisiche, non nell’esercizio dell’attività professionale o d’impresa, per lavori domestici, inclusi il giardinaggio, la pulizia o la manutenzione, l’assistenza domiciliare ai bambini e alle persone anziane, ammalate o con disabilità, l’insegnamento privato supplementare.

Il prezzo orario di questi lavori è fissato in € 10,00 così suddiviso: € 8,00 per il compenso al lavoratore; € 1,65 per la contribuzione alla Gestione separata INPS; € 0,25 per il premio assicurativo INAIL; € 0,10 per il finanziamento degli oneri di gestione.

Il compenso al lavoratore è superiore di 50 centesimi rispetto ai vecchi voucher. Su questo punto la sinistra borghese, compresi alcuni esponenti della CGIL, si sono scagliati contro perché prima dell’uscita della legge si vociferava un compenso di € 10 netti al lavoratore. Evidentemente i cigiellini non hanno neanche letto la loro proposta Carta dei diritti “universali”: infatti il Libretto Famiglia pressoché ricalca il loro articoli 80 e 81 e prevede la paga oraria di € 7,50, come i vecchi voucher. Ipocrisia senza confini.

Invece al Contratto di Prestazione Occasionale possono fare ricorso professionisti, lavoratori autonomi, imprenditori, associazioni, fondazioni ed altri enti di natura privata nonché, e forse è questa la novità più importante, le amministrazioni pubbliche. La misura del compenso netto è fissata a € 9,00 per ogni ora (€ 1,50 più di quanto rivendicato dalla Cgil!) per minimo 4 ore giornaliere. Sono a carico del committente € 2,97 per l’INPS e € 0,32 per l’INAIL. Sui versamenti complessivi effettuati dal committente sono dovuti gli oneri di gestione della prestazione di lavoro occasionale e dell’erogazione del compenso al prestatore nella misura dell’1,0%.

I voucher, su pressione di Confagricoltura, vennero estesi alla raccolta nei campi, ma, come si evince nella tabella pubblicata nel numero scorso, mentre negli altri settori si è avuta una impennata del ricorso a questa forma di pagamento, in agricoltura dal 2011 al 2015 l’utilizzo non è cresciuto. Cosa hanno quindi pensato di fare con questa nuova legge? Abbassare la paga oraria! Nel settore agricolo il compenso minimo orario sarà uguale all’importo della retribuzione oraria stabilita dal contratto collettivo nazionale degli operai agricoli e florovivaisti, che ne prevede tre, a seconda dell’Area, la qualifica, del lavoratore. Area 1: € 7,57; area 2: € 6,94; area 3: € 6,52. La paga massima sarà pressoché uguale ai vecchi voucher, quella intermedia del 9% inferiore, e quella più bassa del 14%.

Con questa legge quindi sconfitta è la classe operaia mentre tanti sono i vincitori.

All’Inps è stata regalata una entrata economica con le commissioni per la gestione attraverso il suo portale, oltre una buona dose di liquidità. Infatti il committente compra le ore all’INPS e questa verserà al lavoratore l’importo dovuto il 15 del mese successivo. Nel caso la prestazione sia svolta a cavallo di due mesi, ad esempio i giorni 30, 31 luglio e 1 agosto, il malcapitato percepirà il pagamento il 15 settembre. Inoltre il pagamento verrà effettuato con bonifico bancario e se il lavoratore non ha un conto corrente, cosa frequente per gli immigrati, potrà riscuotere il dovuto ad uno sportello postale decurtato di € 2,60.

Alla piccola borghesia è stata ridata questa forma contrattuale più comoda ed economica per retribuire i suoi domestici. Invece il Contratto di Prestazione Occasionale è più restrittivo nel lavoro privato rispetto ai vecchi voucher limitandone l’utilizzo alle aziende con massimo 5 lavoratori assunti a tempo indeterminato; inoltre, ne sono stati esclusi alcuni settori come l’edilizia, le cave, l’escavazione, etc.

Dove invece è stato introdotto questo nuovo tipo di contratto è la pubblica amministrazione. Ciò aiuterà la macchina statale borghese ad evitare ulteriormente assunzioni a tempo indeterminato e allargherà il solco fra i sempre più vecchi lavoratori stabili ed i pochi giovani precari.

Insomma, un ulteriore passo in avanti verso il lavoro precario, che non è stato fermato con gli strumenti democratici del referendum e della legge d’iniziativa popolare proposti dalla Cgil, e che poteva esserlo solo con la lotta, con l’arma dello sciopero. Così il regime borghese si sta apprestando a colpire ulteriormente con un nuovo intervento legislativo, com’è stato per i precedenti, con l’assenso dei sindacati di regime.

 

 

 

 

 


Regno Unito - Grenfell Tower
Un crimine mostruoso contro la classe lavoratrice

Quale valore assegna il capitalismo alla vita di un lavoratore? Per un misero risparmio di 5.000 sterline, la Grenfell Tower è stata “restaurata” con un materiale di rivestimento che non rispondeva nemmeno agli standard minimi di sicurezza per la prevenzione incendi, col risultato di una strage orribile, quanto evitabile, di inquilini appartenenti alla classe lavoratrice.

Intanto l’ente proprietario, il Royal Borough of Kensington and Chelsea (RBKC), troneggia su un avanzo di bilancio di 270 milioni di sterline.

Le parole non possono esprimere l’indignazione per la insensibile brutalità dei nostri nemici di classe che, dietro le ciance evasive e lo scaricabarile dei politici, che sono i primi responsabili, nasconde l’avidità mercantile della rete degli imprenditori autori del grottesco raggiro del taglio dei costi nel cosiddetto “progetto di riqualificazione”, complici del fornitore del rivestimento esterno dell’edificio, che, alle 4 del mattino, mentre infuriavano le fiamme, ha rimosso dal suo sito internet ogni riferimento promozionale alla Grenfell Tower.

Al RBKC fa capo la più ricca municipalità di Londra, residenza di innumerevoli milionari che hanno accumulato le loro fortune grazie alla fatica dei proletari in ogni angolo del mondo. Ma, a nord‑est del borgo, nei quartieri di Shepherd’s Bush e di White City, oltre la statale A40 Westway, risiedono migliaia di lavoratori, sia nativi sia immigrati, che vivono ammucchiati in strutture malsicure e senza manutenzione.

È questa una delle circoscrizioni più povere del paese, e allo stesso tempo un’area con una ricca tradizione di lotte e di cultura operaie, che passano al di sopra di ogni differenza etnica e nazionale. La disuguaglianza e la divisione di classe in nessun luogo è più marcata che qui, nel cuore della capitale del Regno Unito.

Specialmente nel caso vengano utilizzati materiali infiammabili e non si provveda a dotare l’edificio di impianti di sicurezza, i grattacieli si rivelano trappole mortali, per di più quando utilizzati per l’edilizia residenziale popolare.

Agli inquilini della Grenfell Tower era stato impartito l’ordine di restare all’interno degli appartamenti mentre l’incendio sarebbe stato contenuto ed estinto dai pompieri. Invece il rivestimento non ignifugo l’ha rapidamente diffuso dall’esterno dell’edificio. Alcuni degli inquilini dei piani bassi che hanno disobbedito alle istruzioni sono riusciti a fuggire; quelli dei piani superiori non hanno avuto scampo.

In teoria l’ente di gestione della Grenfell Tower, il Kensington and Chelsea Tenant Management Organisation (KCTMO), esiste al fine di proteggere gli interessi degli inquilini. Il suo motto è accattivante: “fornire eccellenti servizi di alloggio attraverso una gestione guidata dai residenti”. In realtà il KCTMO è una consorteria truffaldina al servizio dei proprietari delle fatiscenti abitazioni dei suburbi proletari.

Nel dicembre 2016 il Grenfell Action Group, un’associazione nata nel 2010 per difendere gli interessi degli inquilini contro gli abusi del RBKC e del KCTMO, redasse un documento in cui si diceva profeticamente: «È davvero terribile pensarlo, ma il Grenfell Action Group ritiene fermamente che solo un evento catastrofico potrà dimostrare l’inettitudine e l’incompetenza del nostro padrone di casa, il KCTMO, e metter fine alle condizioni di vita pericolose e alle carenze regolamentari in materia di igiene e sicurezza che impone ad inquilini e assegnatari. Noi crediamo che il KCTMO sia una camarilla mafiosa malefica e senza scrupoli, che sfugge alle sue responsabilità nella gestione dei grandi complessi di edilizia residenziale e che la sua sordida collusione con il municipio del RBKC sarà la causa di nuovi, ancora più catastrofici eventi».

Non occorre aggiungere che gli attivisti del Grenfell Action Group sono stati insultati e definiti “piantagrane” e che alcuni dei più combattivi residenti di Grenfell hanno dovuto affrontare anche denunce legali. In particolare due giovani donne, Mariem Elgwahry e Nadia Choucair, entrambe morte nell’incendio, avevano ricevuto lettere dagli avvocati che intimavano loro di porre fine alla loro campagna per la sicurezza dello stabile.

Inoltre la risposta delle autorità a disastro avvenuto è stata vergognosamente lenta e inadeguata, considerato che questo rogo è stato il più grande che abbia colpito Londra dalla Seconda Guerra mondiale. È difficile credere che sarebbe stato lo stesso se un simile disastro si fosse verificato dall’altro lato del quartiere, in Sloane Square o su King’s Road.

Il governo centrale e locale si era “fatto carico” della situazione: con recenti tagli al servizio dei vigili del fuoco di Londra, solo nel 2014 dieci caserme sono state chiuse, 27 autopompe dismesse e 552 pompieri licenziati. Il servizio di emergenza ha operato quindi in condizione di forte pressione, con molti pompieri che hanno subìto ustioni e ferite. Un pompiere ha detto: «avremmo potuto lavorare in un incendio per un massimo di quattro ore, ma noi l’abbiamo fatto per 12 ore».

I volontari si sono fatti avanti laddove le autorità hanno fallito, offrendo ai sopravvissuti e alle loro famiglie tutto l’aiuto e il sostegno di cui erano capaci. Hanno indirizzato la loro rabbia contro il primo ministro Theresa May e il responsabile del RBKC, i quali hanno deviato il loro percorso per sfuggire ai residenti. È altrettanto chiaro che il governo e il RBKC hanno colto l’occasione per attaccare una comunità di lavoratori inquieta e potenzialmente combattiva.

La modesta proposta di requisire alcuni appartamenti sfitti per l’alloggio temporaneo è stata respinta dal governo come un “attacco alla proprietà privata”. Piuttosto che ricollocare localmente i sopravvissuti, RBKC ha deciso di disperderli in lungo e in largo. Inoltre è probabile che le autorità vogliano utilizzare il terreno liberato dal rogo per costruire appartamenti di lusso, anziché case popolari.

Se ben poco è stato fatto per contenere le fiamme, il governo e le sue teste d’uovo hanno agito prontamente per contenere il fuoco della rabbia. Il giorno dopo l’incendio era già chiaro ai sopravvissuti e a quanti erano venuti in loro aiuto che il bilancio delle vittime era spaventoso. Ma il governo, con l’aiuto dei media, ha fatto il possibile per minimizzare il numero dei morti, mentre sciorinavano banalità sulla “lezione da apprendere”.

La tragedia della Grenfell Tower è un’accusa contro la crescente diseguaglianza della società capitalistica e della povertà che esiste anche nelle città più ricche del mondo. Le vittime sono state assassinate sotto gli occhi dei più ricchi del mondo. La responsabilità della loro morte è di un sistema mosso dall’insaziabile necessità di derubare il proletariato con ogni mezzo, non soltanto al lavoro, ma anche nelle loro case e nel loro ambiente sociale, determinando l’accumulazione della ricchezza a un polo della società e della miseria e del degrado all’altro.

La prevedibile risposta dell’ala sinistra del capitalismo è stata, come sempre, la richiesta di “indagini”, di maggiore “responsabilità”, di “partecipazione”. Tutto questo è parte della truffa, come hanno dimostrato istituzioni come il KCTMO e le precedenti indagini. Essi danno alla classe dominante una copertura ideologica fino a quando si avrà inevitabilmente il prossimo disastro.

Al contrario, il genuino attivismo sul campo, all’interno della classe lavoratrice, come quello del Grenfell Action Group, dota gli inquilini di strumenti di difesa immediata. Ma la vittoria finale sul regime del capitale sarà però ottenuta solo quando il partito del proletariato, il Partito Comunista, riuscirà a far convergere tutte le lotte della classe contro gli orrori di questa società verso l’abbattimento del potere borghese.

 

 

 

 

 

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Ci scrivono i compagni di Torino, di ritorno dalle semplici ma toccanti esequie civili di Silvana Scarpelli, deceduta a 73 anni a Rivarossa, alle quali tutti hanno partecipato, con molti suoi compaesani. Con le parole pronunciate da Mauro, suo compagno di vita e di lotta, la vogliamo ricordare proletaria sempre combattiva in tutta la sua vita. L’ultima contro la malattia, durata ben 21 anni, senza mai cedere allo sconforto, al dolore, al lamento, anzi diffondendo su quanti la circondavano energia, coraggio e speranza nella vita e nella nostra battaglia, sempre con stima e affetto per tutti. Ha solo chiesto di andarsene in silenzio, esortandoci a non piangere ma a continuare a lottare per il comunismo.

 
 

Riunione generale di lavoro
Torino, 26‑28 maggio 2017

[RG128]

Seduta del sabato
Questione militare - La prima guerra mondiale [ Español ]
Corso del capitalismo: verso una grande crisi
Marxismo e modelli matematici [ Español ]
India - Il movimento nazionale [ Español ]
Il riarmo degli Stati
La successione dei modi di produzione [ Español ]
Resoconto della sezione venezuelana [ Español ]
Seduta della domenica
La mancata rivoluzione in Germania [ Español ]
Attività sindacale del partito [ Español ]
Il concetto di dittatura - Prima di Marx [ Español ]
La rivoluzione ungherese [ Español ]

  

Abbiamo tenuto la riunione di maggio a Torino, nell’ampio e comodo ambiente del quale ci ha concesso l’uso un sindacato di base, in un quartiere di quella che, nonostante la crisi, rimane una città con una forte componente proletaria ed operaia.

Consistente presenza delle nostre delegazioni, dall’Italia, dal Regno Unito, dalla Francia e dalla Germania.

I lavori sono iniziati al venerdì a metà pomeriggio, già alla presenza di numerosi compagni, con la consueta relazione del centro sui risultati del lavoro nei trascorsi mesi, cui si sono susseguiti tutti i compagni con impegni diversi, che ne hanno riferito ampiamente, anticipando le conclusioni che sarebbero state espresse nelle esposizioni nelle sedute al completo del sabato e della domenica, e che, successivamente ancora, avrebbero trovato definitiva formulazione, sistemazione e talvolta loro integrazione sulla stampa del partito.

Alla sera cena in comune, predisposta dai compagni locali, occasione per conoscersi e scambiarsi opinioni fra compagni.

L’indomani mattina abbiamo completato la pianificazione del lavoro futuro del partito, poi dando inizio alla presentazione delle relazioni, tutte che assai impegnano le nostre piccole ma determinate forze. I molto buoni risultati dei nostri studi e l’efficacia della nostra propaganda derivano dal metodo scientifico-comunista-rivoluzionario che ci contraddistingue: nessun personalismo, nessuna forma di concorrenza, nessun bisogno di stupire l’uditorio con invenzioni o scoperte clamorose, ma la ricerca obbiettiva dei fatti storici e della loro interpretazione alla luce della invariante e ormai collaudata da secoli dottrina di classe.

Qui la prima metà dei riassunti delle relazioni, la seconda dovendo rimandarla al prossimo numero.

  

Storia della mancata rivoluzione in Germania

Il rapporto, che ha continuato nel riassumere i trascorsi studi del partito, è addivenuto agli avvenimenti del 1922 e 1923. Tre furono quelli che caratterizzarono la storia del movimento comunista in Germania nel biennio: la formazione del fronte unico con la Socialdemocrazia; il nazionalbolscevismo, a seguito della invasione francese della Ruhr; i Governi operai in Turingia e Sassonia fino alla sconfitta definitiva nel 1923.

Il terzo congresso della I.C., 1921, si era concluso con l’invito al proletariato mondiale alla formazione di un non ben precisato “Fronte comune di lotta”; nell’agosto successivo il congresso del KPD decise di attuare la tattica del Fronte Unico, che fu subito non solo politico-parlamentare ma governativo, intendendo che il primo implicasse necessariamente il secondo. L’occasione arrivò presto: nell’ottobre il KPD accettò di appoggiare dall’esterno il governo di coalizione SPD‑USPD in Turingia. Poco dopo il KPD propose ai due partiti socialdemocratici come tattica nazionale la confisca dei beni delle dinastie spodestate, il controllo operaio della produzione attraverso i comitati di fabbrica, l’imposizione ai capitalisti dei debiti di guerra.

Tutto questo con il placet della I.C. che avallò l’azione legalitaria del KPD nelle “tesi sul Fronte Unico” del 18 dicembre 1921, inteso oramai anche dalla I.C. come azione politica di vertice tra più partiti, giustificata come tramite per la conquista della maggioranza della classe operaia.

Per contro era notevole l’attività sindacale del KPD, specialmente agli inizi del 1922: aveva la direzione di molti scioperi e l’attiva presenza nelle lotte. I tentativi di estenderle, la critica alle direzioni opportuniste dei partiti socialdemocratici e dei sindacati comportarono un forte rafforzamento del partito nel proletariato tedesco, ottenendo successivamente la maggioranza in importanti sindacati: i ferrovieri a Berlino e a Lipsia, gli edili a Berlino e a Dusseldorf, i metallurgici a Stoccarda sino ad arrivare ad influenzare nel giugno 1922 il 30/40% della ADGB, Allgemeiner Deutsche Gewerkschaftsbund, la confederazione generale del lavoro tedesca, e riuscendo a far passare posizioni classiste come, ad esempio, la riorganizzazione del sindacato su base industriale e a far smantellare i sindacati di mestiere corporativi. A novembre del 1922 il KPD controllava, inoltre, l’80% dei consigli di fabbrica.

Ma il passaggio dall’azione sindacale a quella politica segnò la scivolata verso l’opportunismo. Si scoprirono obiettivi di stampo democratico come la difesa della borghese Repubblica di Weimar, minacciata, si diceva agli operai, dalla reazione militarista.

In tutta la Germania andavano organizzandosi le bande fasciste che, con la copertura delle istituzioni e dell’esercito, attiravano nelle loro file piccolo-borghesi rovinati dalla guerra e sottoproletari.

Il 25 giugno 1922 il KPD giunse ad un accordo con SDP, USPD, AFA e ADGB per una politica di riforme da imporre al governo, una coalizione di partiti “non operai”: leggi in difesa della Repubblica, provvedimenti contro le organizzazioni nazionaliste e monarchiche, amnistia per tutti i “lavoratori rivoluzionari”, formazione di Comitati operai di difesa, costituzione di organismi di controllo operaio, lo sciopero generale per l’ottenimento di tale piattaforma politica. In definitiva si delegava la preparazione della rivoluzione proletaria al governo borghese. Di fatto le “leggi di difesa della Repubblica”, le uniche accettate dal Governo, misero un ulteriore strumento giuridico nelle mani della polizia per arrestare i comunisti.

Il risultato fu che i proletari tedeschi, chiamati a manifestare da tutti i loro partiti ed organizzazioni, in milioni si riversarono nelle strade agitando bandiere rosse e bandiere della repubblica. Quindici giorni dopo il governo fece chiudere per tre settimane il quotidiano centrale del KPD, “Rote Fahne”.

Il 1923 rappresentò per la Germania l’anno dell’inflazione, un fenomeno dalle proporzioni mai più viste nella storia del capitalismo con fortissima svalutazione dei salari. La Francia l’11 gennaio occupava il bacino carbonifero della Ruhr col pretesto che la Germania non faceva fronte al pagamento delle riparazioni. Il Governo tedesco Cuno, primo governo della repubblica senza socialdemocratici, sostenuto dal presidente Ebert, incitò la popolazione alla “resistenza passiva”: gli operai erano invitati allo “sciopero patriottico” e i crumiri definiti traditori della patria.

In un primo momento, il KPD ebbe un comportamento corretto: convocò ad Essen una conferenza con il PCF, chiamò la classe operaia a battersi sui due fronti invitando alla fratellanza internazionale del proletariato. Anche l’esecutivo della I.C. fu chiaro in tal senso: l’unico vero nemico del proletariato era la borghesia in qualsiasi nazione si trovasse.

Ma già covavano novità in seno al KPD: veniva avvalorata la tesi che la Germania, nazione oppressa dall’Intesa, fosse una specie di colonia e che i comunisti dovessero porsi alla testa della liberazione antifrancese. L’I.C. e lo Stato Russo non contribuirono a far chiarezza: messa in evidenza la reale necessità economica della Russia sovietica di un’alleanza economica con la borghesia menscevica tedesca, si avallava una qualche continuità fra governo borghese tedesco e futura dittatura del proletariato. La I.C. nell’aprile del 1923 arrivò ad indicare al KPD la via del nazionalbolscevismo. Il KPD abbracciò la prospettiva dell’alleanza con il nazionalsocialismo e si pose alla testa della “lotta di liberazione nazionale”.

Il KPD era oramai un partito di massa: al terzo esecutivo allargato due milioni e mezzo di operai organizzati nei sindacati seguivano il KPD il quale aveva la maggioranza in sindacati fondamentali quali metallurgici ed edili in città importanti come Jena, Stoccarda e Halle. I comunisti avevano egemonizzato anche i consigli di fabbrica, in cui si distinguevano per il controllo dei prezzi dei viveri, degli affitti e per la lotta contro la speculazione e la carestia, inoltre avevano iniziato a formare le “centurie proletarie” per l’autodifesa operaia contro la destra militarista e contro i francesi nella Ruhr: le centurie proletarie si svilupparono in particolar modo in Sassonia e Turingia dove vennero anche legalizzate, ma mancavano comunque di armamento.

Che la conquista della maggioranza si ottenesse con il fronte unico e che questo fosse l’anticamera del Governo operaio, considerato premessa della presa di potere, era la tesi dell’I.C. e il KPD seguiva pienamente queste direttive.

Questo programma sarà tentato in Turingia e in Sassonia. La socialdemocrazia veniva riabilitata, considerata un partito operaio, ala destra del proletariato.

Già nel gennaio del 1922, Inprecor scriveva che la situazione per la formazione di un Governo Operaio era ormai matura in Germania e, anche se al Reichstag i “partiti operai” non avevano la maggioranza, si poteva sempre tentare nei parlamenti locali.

L’occasione si presentò dopo le elezioni al Landtag di Sassonia del 1922 che aveva dato 46 seggi ai partiti borghesi, 40 all’SPD (che si era ormai riunificata con USPD) e 10 al KPD. La questione se appoggiare tale governo di coalizione fu ampiamente dibattuta al IV Congresso della I.C. Il KPD aveva posto all’SPD 10 condizioni per la sua entrata nel governo: 1) distribuzione gratuita e ribasso del prezzo dei viveri; 2) requisizione degli appartamenti sfitti e loro distribuzione agli operai senza casa; 3) 8 ore lavorative; 4) lavoro obbligatorio per tutti; 5) amnistia per i prigionieri politici eccetto i controrivoluzionari; 6) scioglimento delle organizzazioni anti-sciopero; 7) armamento degli operai; 8) epurazione dei funzionari statali simpatizzanti con la destra; 9) organizzazione del Landtag attraverso i consigli operai; 10) campagna nazionale per un governo operaio in tutto il Reich. I socialdemocratici accettarono tutte le condizioni tranne, ovviamente, la 7 e la 9. Il KPD sarebbe stato disposto ad accettare il compromesso ma un intervento di Lenin e di Trotski lo indusse al ripensamento: era impensabile per i bolscevichi rinunciare alla armata rossa e allo Stato sovietico per cui non se ne fece più nulla e l’SPD formò un governo di minoranza con l’appoggio di alcuni deputati radical-borghesi.

Meno di un anno dopo, nell’ottobre del 1923, però, la situazione era mutata. Nell’agosto, sotto la direzione del KPD, con la parola d’ordine del Governo Operaio, uno sciopero contro il carovita aveva paralizzato Berlino, costringendo il Governo di Cuno a prendere misure antinflazionistiche e a porre termine alla resistenza passiva nella Ruhr. Tutta la Germania era di nuovo nel caos e il presidente Ebert decise di affidare il governo a Stresemann: l’SPD, rientrando nel governo, accorreva ancora una volta al capezzale della borghesia nel momento del pericolo.

Dal momento che il KPD si era oramai conquistata la maggioranza e le masse avevano dato seri segni di ripresa, fra luglio e agosto 1923 l’esecutivo dell’Internazionale maturava la decisione di preparare l’ “ottobre tedesco”.

Il 23 agosto si riunì l’ufficio politico del PCR e, dopo una relazione di Radek sulla situazione venutasi a creare in Germania con lo sciopero contro Cuno, decise di passare all’azione.

La questione fondamentale era quella dell’armamento: nessuno seppe dire quanti uomini e con quanti fucili fossero formate le centurie proletarie; si arrivò a stimare che in Turingia e Sassonia si potessero organizzare circa 100.000 uomini ma non si sapeva come armarli. Si credeva ottimisticamente che sarebbero stati i Governi Operai ad armare il proletariato.

Intanto lo Stato tedesco dopo lo sciopero di agosto si rafforzava, da un lato coinvolgendo nel governo l’SPD, dall’altro dando sempre maggiore potere alla Reichswehr, all’esercito. La borghesia tedesca si aspettava l’insurrezione e si preparava a reprimerla.

A settembre 1923 Stresemann aprì ad un compromesso per la Ruhr, già da tempo auspicato dagli USA e Gran Bretagna. L’8-9 novembre si ebbe un colpo di mano della destra in Baviera che, con l’appoggio dell’esercito e dei corpi franchi di Hitler, dichiarò lo stato di assedio; Ebert in risposta proclamò lo stato d’assedio in tutta la Germania affidando alla Reichswehr il compito di riportare l’ordine.

Agli inizi di ottobre 1923 Mosca decise di far entrare il KPD nei governi operai di Turingia e Sassonia.

Nel frattempo si scatenava la prevedibile reazione della Reichswehr: il 13 ottobre Müller decretò lo scioglimento delle centurie operaie e di tutte le organizzazioni paramilitari operaie e, nonostante il ministero di Brandler, il 16 ottobre la polizia sassone si pose agli ordini della Reichswehr. D’altronde il socialdemocratico Zeigner non si sognò di armare le centurie come aveva promesso al KPD.

A livello centrale Stresemann aveva ottenuto dal parlamento pieni poteri grazie ai voti del SPD. Scoppiarono scontri in tutta la Germania, piagnistei dai giornali socialdemocratici contro il generale Müller, i sindacati non mossero un dito. Il 17 ottobre Müller inviò al Governo sassone un ultimatum chiedendo la piena sottomissione al Reich. Il 19 ottobre fu Stresemann stesso ad impartire l’ordine di ristabilire ”l’ordine pubblico e la sicurezza in Sassonia”.

Nonostante tutto ciò il 20 ottobre il KPD fissò l’insurrezione per il 23. Inutile dire che i socialdemocratici si rifiutarono sia di armare il proletariato sia di organizzare l’Armata Rossa lasciando così soli i comunisti a tentare l’azione. Inoltre di fronte alla parola d’ordine di sciopero e di rivolta la socialdemocrazia da prima tergiversò per poi dirsi convinta che la democrazia avrebbe preso il sopravvento sul fascismo. Avendo constatato per l’ennesima volta che l’SPD non voleva fare la rivoluzione, che non si erano armati gli operai e che lo sciopero generale non poteva essere proclamato senza che si risolvesse in una carneficina dal momento che la Sassonia brulicava di soldati della Reichswehr, ai comunisti tedeschi non rimase altro che fare marcia indietro.

Dopo una dura repressione il 23 novembre il KPD fu messo fuori legge proprio grazie a quelle leggi della difesa della Repubblica che un anno prima si era sforzato di far approvare.

Il KPD era stato per più di un anno il Partito più democratico di Germania e nel momento in cui, all’improvviso, chiese al proletariato di uscire dall’ambito dello Stato borghese per instaurare la sua dittatura, questi si rifiutò di seguirlo.

Non si può manovrare la classe ponendo bruscamente obbiettivi opposti, non ci si può alleare con altri partiti, tanto più con chi si è già a più riprese dimostrato boia della rivoluzione comunista, nella speranza di poterli un giorno piegare a piacimento. Questa lezione non venne tratta dalla I.C. e si continuò ad accusare uomini e frazioni senza mettere in discussione la bontà del metodo seguito nelle questioni tattiche ed organizzative. Ciò che sarebbe servito, invece, fu quello che la Sinistra Italiana chiederà al V Congresso: affondare il bisturi nelle deviazioni di principio di cui quegli errori erano il prodotto inevitabile.

 

Corso del capitalismo mondiale

L’esposto trova spazio nelle pagine stesse di questo giornale

  

Teoria e modelli matematici

Per il marxismo la matematica è, come il linguaggio corrente, uno strumento. Come tale è utilissimo, indispensabile, e va saputo maneggiare. Utensile che ci hanno tramandato le generazioni precedenti e che viene progressivamente migliorato.

Tuttavia, in una società idolatra come la presente, la matematica non fa eccezione alla sistematica inversione del mezzo col fine. Il Partito deve mettere sempre in primo piano il fine storico dell’organica attività che lo contraddistingue, perché l’utilizzo di strumenti matematici non trasformi la sua indispensabile attività di indagine, volta a capire dove va il modo di produzione capitalistico, in un gioco speculativo fine a sé stesso.

La nostra teoria economica si esprime per modelli astratti, le cui leggi quantitative si rappresentano nel linguaggio della matematica. Una volta che il modello è stato formalizzato in categorie economiche, è possibile con funzioni matematiche verificare o prevedere il legame fra le sue grandezze e il loro evolvere relativo e nel tempo.

Ma in nessun modo può la realtà dei fatti scaturire dal modello: i fatti sono unicamente storici, la teoria li interpreta.

In questa operazione vengono introdotte inevitabilmente delle semplificazioni, sceverando ciò che, per una data compagine storico-sociale, è essenziale e produttivo dei maggiori effetti, da ciò che appare accidentale e solo perturbazione. Quindi una teoria non è soltanto un contenitore di grandezze, di quantità misurabili, ma è anche dotata di una sua struttura, di proprietà essenzialmente qualitative.

Diverso è l’uso corrente della parola “modello matematico”. Per noi e, abbiamo l’ambizione di dire, per la scienza, il modello deriva dalla teoria astratta, semplicemente ne rappresenta e verifica le leggi quantitative che la teoria ha già intuito. Con questa premessa, in nessun modo può il modello negare la teoria.

Invece un “modello matematico” inteso come “simulazione matematica” è un calcolo particolare tramite il quale, partendo da un certo numero di rilevamenti effettivi, per esempio il prezzo cui è stata scambiata una data merce in tempi diversi nel passato, si addiviene, con metodi esclusivamente formali-matematici, ad una funzione ipotetica che “si avvicina”, per quanto possibile, ai prezzi rilevati. E si spera così di poterli prevedere per un vicino futuro. Pur riconoscendo all’empirismo storico i suoi meriti, anche davanti alla scienza.

Svariati professori si sono impegnati a negare alcune delle leggi della nostra dottrina mediante l’utilizzo di questi modelli. Per esempio si oppone alla nostra scientifico-deterministica legge del valore una empirica e accurata storia dei prezzi. È un diverso punto di vista di classe: a chi giorno dopo giorno specula sulle quotazioni è certo più utile la seconda, al partito che vuol abbattere il capitalismo è necessaria la prima.

Nell’accettazione di una teoria vi è inevitabilmente un atto di fede, parolaccia indicibile in questi tempi di grave smarrimento, una teoria si abbraccia o si respinge per istinto. La teoria non nasce da una dimostrazione, ne è il presupposto. Ogni teoria sociale è una forza morale, una guida per il pensiero e per l’azione.

Il rapporto ha quindi esposto le analogie fra la teoria della meccanica del continuo e l’impianto teorico della nostra dottrina economica. Si è messo in evidenza come l’evoluzione della meccanica, ovvero il passaggio dal fatto bruto alla sua interpretazione scientifica, si sia verificato storicamente con lo stesso percorso ben sintetizzato da Marx nella sua Introduzione del 1857. La maturazione scientifica in meccanica prevedeva, in principio, con l’affermarsi della borghesia come classe, l’astratta concezione del tensore degli sforzi interni nei materiali; successivamente la teoria delle relazioni costitutive inseriva nella sollecitazione dei materiali i principi, tanto a noi cari, di determinismo e di invarianza.

Il rapporto concludeva dando notizie su alcuni studi borghesi con i quali si intenderebbe ragionare in termini matematici di questioni sociali. La NASA del 2012 “dimostrava” la necessità della catastrofica transizione dal capitalismo al comunismo; conclusione di questi capoccioni: l’unica ricetta possibile per contenere l’inesorabile avanzata del comunismo è “correggere la distribuzione della ricchezza” e “proteggere la natura”. Volgarità sotto forma di equazioni differenziali!

  

La successione dei modi di produzione: Roma

L’ultimo dei rapporti dedicato alla variante antico classica in Roma è stato incentrato sulle sue soprastrutture, che hanno attraversato i secoli e sono arrivate fino ad oggi, in mutata forma per adeguarsi alle nuove capitalistiche condizioni di produzione.

La piccola comunità di villaggio situata nel centro della penisola nella sua millenaria storia divenne un impero multinazionale di una potenza mai vista prima.

Si attribuisce a Roma il merito di essersi data una forma superiore di Stato. Per Marx, Engels e Lenin lo Stato è uno strumento della classe dominante per schiacciare la classe dominata; da ciò consegue che lo Stato, qualsiasi classe rappresenti, anche quella operaia, non può in nessun caso essere un organismo neutrale con la funzione di mediare i rapporti tra attori con pari diritti, ma deve assumere le sembianze dell’organo di repressione per eccellenza.

Non è semplice ricostruire l’evoluzione della macchina statale romana. Lentamente ma inesorabilmente lo Stato di classe va consolidandosi. Tale processo si può osservare sia nel meccanismo di attribuzione delle cariche, che diviene appannaggio delle famiglie della nobiltà romana, sia nel grande affare dei lavori pubblici, tramite il quale il patriziato si compra, letteralmente, lo Stato e grazie al quale i beni originariamente proprietà collettiva della comunità divengono proprietà privata. La contrapposizione tra parcella privata e agro pubblico è il fattore determinante della dinamicità della variante antica rispetto al modo di produzione asiatico.

Questa dialettica opposizione tra comunità organica originale e nascente struttura classista dei rapporti sociali ha il suo corrispondente sovrastrutturale nelle modificazioni intervenute nel corso dei secoli negli istituti giuridici, i quali, da norme regolanti i rapporti tra le genti nel loro complesso, assumono progressivamente il carattere di istituzioni governanti le relazioni tra privati cittadini.

A causa dell’estendersi del territorio romano per le conquiste militari il diritto accoglie nuove formule e procedure, mutuandole dalle società più evolute con le quali la originaria città-Stato viene in contatto; i vincitori non possono fare altro che far propri rapporti sociali più evoluti, che meglio riflettono rapporti di produzione sempre più basati sull’autonomizzazione del valore di scambio. Alla fine di questo percorso lo ius quiritium è scomparso ed ha lasciato il posto ad un complesso sistema compendiato nel Corpus Iuris Civilis dell’imperatore Giustiniano I.

Il relatore ha poi accennato ad un fenomeno che anticipa la trasformazione del modo di produzione antico nel feudalesimo. La crisi economica del III secolo d.C. causò la perdita della centralità della penisola rispetto alla periferia imperiale; per porre un argine al fenomeno gli imperatori adottarono il sistema di vincolare i produttori alla terra, così creando quel sistema che nella forma di produzione successiva sarà la servitù della gleba. Da una parte lo Stato consente ai potenti locali di governare il proprio territorio in completa autonomia, dall’altra parte rende ereditari ed irrinunciabili una serie di lavori e soprattutto lega indissolubilmente il contadino alla terra di modo che i signorotti locali vendendo la parcella contemporaneamente alienano i produttori che vi sono stanziati.

Nella ricerca dei semi materialistici e dialettici espressi dal pensiero umano nel corso dei millenni, il rapporto ha fornito alcune tesi caratterizzanti il pensiero di Lucrezio, il cui profondo e conseguente materialismo è indebolito solamente dalle eredità epicuree. Come ogni rivoluzionario il campano è stato vittima degli attacchi della classe dominante, che ha giustamente visto nella sua De Rerum Natura un’arma nelle mani degli oppressi. I fondamenti del materialismo sono espressi in formule poetiche non ambigue: espressioni come “nulla nasce dal nulla” e “nulla si riduce al nulla” non lasciano spazio alla religione, bollata come superstizione e mantello dietro al quale nascondere i crimini commessi in suo nome. Le accuse di empietà rivolte alla sua dottrina sono rispedite al mittente: empia è una dottrina che vorrebbe il cosmo creato ad uso e consumo della specie umana. Persino il linguaggio è definito come uno strumento di produzione, tesi che sarà sviluppata, dopo molti secoli, dal materialismo dialettico marxista.

  

Crisi sociale in Venezuela

Il Venezuela sta attraversando una grave crisi economica e sociale, ripercussione della più generale crisi economica mondiale che attanaglia tutti i paesi capitalistici.

Le due fazioni, entrambe borghesi, che si danno battaglia a colpi di morti dall’una e dall’altra parte, usano i media in modo roboante per accusarsi vicendevolmente di complotti antinazionali.

La classe operaia, che ogni giorno subisce lo sfruttamento padronale e statal/governativo, è stretta fra queste false alternative. Faticosamente sta però cercando la propria strada di emancipazione dallo sfruttamento, che necessariamente deve passare dalla difesa immediata del salario, del suo potere d’acquisto, alla difesa delle condizioni di lavoro, lotta ai ritmi frenetici, agli straordinari.

Piccoli gruppi e sindacati di base vanno nella giusta direzione di ricercare l’integrità di classe, che significa lotta alla borghesia nel suo insieme, che sia di governo o di opposizione, che sventoli la bandiera della democrazia o quella del socialismo nazionale.

Nel can can della zuffa per spartirsi il potere e il bottino sottratto al lavoro operaio, la borghesia, con i suoi apparati repressivi, non perde certo di vista queste piccole scintille di vera lotta di classe. Interviene drasticamente, nel tentativo di mettere fuori gioco, emarginare, chi cerca di prendere la testa dello scontento operaio per le giuste rivendicazioni di classe.

Queste solo le uniche che possano affasciare la classe, divisa in mille rivoli, e condurla alle sue rivendicazioni classiche, aumenti salariali maggiori per le categorie peggio pagate, drastica riduzione della giornata lavorativa, da conseguire con quelli che sono gli unici metodi che la classe dei capitalisti intende, lo sciopero ad oltranza, senza limiti di tempo, con il blocco totale della produzione.

  (Riunione di maggio: continuazione e fine al prossimo numero)

 

 

 

 

 

 

Per il sindacato di classe Pagina di impostazione programmatica e di battaglia del Partito Comunista Internazionale
Per la rinascita del sindacato di classe fuori e contro il sindacalismo di regime. Per unificare le rivendicazioni e le lotte operaie, contro la sottomissione all’interesse nazionale. Per l’affermazione del­l’in­dirizzo del partito comunista negli organi di difesa economica del proletariato, al fine della rivoluzionaria emancipazione dei lavoratori dal capitalismo

Lo sciopero generale dei lavoratori dei trasporti e della logistica proclamato dai sindacati di base

Qui di seguito il volantino che abbiamo distribuito venerdì 16 giugno in occasione dello sciopero generale nazionale dei trasporti e della logistica proclamato da quasi tutto il sindacalismo di base.

L’idea dello sciopero è partita per dare solidarietà alla lotta dei lavoratori Alitalia, che con scioperi e manifestazioni si erano opposti ad una nuova offensiva alle loro condizioni, infine respingendo in un referendum fra i dipendenti, il 24 aprile, un accordo fra azienda e sindacati di regime.

Per questo patente disconoscimento dell’operato di Cgil, Cisl e Uil questa lotta era ed è importante, e di essa abbiamo scritto nel numero scorso.

Va dato merito alla CUB Trasporti, cui poi ha dato appoggio tutta la CUB, l’aver saputo riconoscere la strada di allargare il respiro della lotta oltre i confini aziendali.

Si poteva operare in tal senso in due direzioni: una per così dire orizzontale, cioè territoriale, chiamando alla mobilitazione i lavoratori ed il movimento sindacale di Roma, dov’è concentrata la maggior parte dei lavoratori Alitalia, promuovendo una manifestazione, così come si era recentemente fatto per la lotta dei lavoratori di Almaviva.

Questo è stato fatto sabato 27 maggio, con una manifestazione promossa anche da USB, che insieme alla CUB è il principale sindacato di base a Fiumicino ed in Alitalia, ben riuscita, con la partecipazione, oltre che dei lavoratori mobilitati dai due sindacati di base, cui si è aggiunta anche una rappresentanza del SI Cobas, di diversi gruppi organizzati di lavoratori non appartenenti ad alcuna sigla sindacale, o trasversali ad esse, che sentono la necessità dell’unione delle lotte operaie.

Questa positiva maturazione nella Capitale della consapevolezza della necessità dell’unione delle lotte operaie, come già si era potuto notare con la vertenza Almaviva, è stata parzialmente guastata dall’indirizzo dato alla lotta Alitalia in occasione della manifestazione, in particolare dall’USB ma anche dalla CUB, che indica quale soluzione alla lotta quella della nazionalizzazione dell’azienda.

Questa rivendicazione comporta infatti dei gravi pericoli.

1. È una scorciatoia illusoria dalla lotta di classe poiché può condurre a cercare la soluzione solo nei rapporti col ceto politico parlamentare realmente o apparentemente favorevole a questa soluzione, producendo sfiducia nella capacità di mobilitazione dei lavoratori.

2. Non aiuta i lavoratori e la lotta ad elevarsi da quel pantano ideologico che li descrive da anni come privilegiati appartenenti ad un “carrozzone” clientelare, una propaganda che ha ancora efficacia nell’isolare i lavoratori di Alitalia dal resto della classe.

3. In generale l’indirizzo della nazionalizzazione delle cosiddette aziende strategiche per il paese – cioè per il capitalismo nazionale – porta a dividere i lavoratori di queste imprese dagli altri, a puntellare la separazione fra lavoratori del pubblico e del privato, fra quelli delle grandi e delle piccole aziende, oltre a condurli verso lo sciovinismo (“Giù le mani dall’Alitalia, giù le mani dall’Italia” era lo slogan dato dall’USB alla manifestazione).

4. Peggio di tutto è il miraggio dell’auto-gestione operaia cara a tanti “sinistri”, che affermano più facile da ottenere in una azienda nazionalizzata, ma con la quale i dipendenti di fatto sarebbero solo costretti a sfruttare e a licenziare se stessi.

Solo l’unione delle lotte dei lavoratori, sulla base dei loro veri interessi materiali – difesa del salario, del posto, delle condizioni e dell’orario di lavoro – affascia davvero tutta la classe, superando quelle divisioni, invece che ribadirle.

Finché i lavoratori vengono chiusi nell’orizzonte aziendale sono sospinti a cercare una soluzione quale quella prospettata dai sindacati di base per Alitalia. E questo non favorirà una loro vittoria nemmeno a scala aziendale. Quindi la manifestazione del 27 maggio da un lato ha espresso la volontà di unire la classe lavoratrice nelle sue lotte, dall’altro, con la parola d’ordine falsamente radicale della nazionalizzazione, agitata principalmente da USB ma anche dalla CUB, ha agito in senso opposto.

L’altra direzione in cui si poteva agire per allargare la lotta dei lavoratori di Alitalia era quella che possiamo definire verticale, cioè sul piano nazionale della categoria, promuovendone lo sciopero. Anche in questo senso si è positivamente agito, andando anche oltre alla mobilitazione della sola categoria degli aeroportuali ed estendendo lo sciopero a tutto il settore dei trasporti, quindi anche ai ferrovieri ed agli autotranvieri. Un obiettivo a tal punto ambizioso che poteva sembrare velleitario. Invece lo sciopero è andato bene, migliorando l’andamento di altre analoghe mobilitazioni passate promosse dal sindacalismo di base, in particolar modo fra i tranvieri, o mantenendosi agli stessi livelli, fra i ferrovieri.

Ciò è stato dovuto ad un malessere che cova in queste categorie e che ha trovato una via di espressione in una mobilitazione che finalmente è stata sostenuta da tutti i sindacati di base, fatto quanto mai notevole vista la consueta frammentazione delle loro azioni, e che è almeno in parte prodotto esso stesso del primo fattore: delegati e dirigenti hanno percepito come non aderire allo sciopero li avrebbe posti in una situazione di difficoltà di fronte ai lavoratori.

Solo la dirigenza confederale e di categoria dell’USB è riuscita a seguitare ottusamente nella propria condotta autoreferenziale, non aderendo allo sciopero. Una decisione ben grave essendo andata a danno di una mobilitazione dimostratasi sentita dai lavoratori. Non a caso in alcune città le strutture aziendali di USB – come all’ATAC di Roma o a Napoli – hanno aderito allo sciopero.

La giustificazione che USB non potesse aderire allo sciopero in quanto nella piattaforma rivendicativa della CUB, che per prima lo aveva dichiarato, vi era il rigetto del Testo Unico sulla Rappresentanza, che USB ha sottoscritto, e che implica la rinuncia ad ogni azione sindacale contro di esso, non regge, perché restava aperta la possibilità di presentare piattaforme rivendicative autonome, come infatti ha fatto la Confederazione Cobas del Lavoro Privato, anch’essa firmataria del TUR, ma che il 16 giugno ha scioperato.

Altro fattore che ha determinato il successo dello sciopero è stata la sua estensione al settore della logistica, resa possibile dall’adesione del SI Cobas e dell’ADL Cobas. Se alla CUB va il merito di aver coinvolto nella mobilitazione tutto il settore trasporti, al SI Cobas va quello di aver riconosciuto il valore della mobilitazione e di aver dimostrato ancora una volta di porre al centro della propria azione lo sviluppo del movimento; un modo di agire antitetico a quello della dirigenza USB, ai cui scioperi e manifestazioni, per altro, il SI Cobas nel recente passato non si è fatto remore ad aderire.

Anche nella logistica lo sciopero è andato bene, ripercuotendosi in modo sensibile sull’attività complessiva del settore, come già avvenuto negli scioperi generali passati promossi da SI Cobas e ADL Cobas.

Il successo della giornata di mobilitazione è stato dimostrato anche dalla reazione del fronte borghese: Confindustria, esponenti del governo e del sindacalismo di regime (Cisl) si sono scagliati contro i sindacati promotori e sono tornati ad invocare una nuova legge che restringa ulteriormente la libertà di sciopero, dopo quelle del 1990 (legge 146) e del 2000 (legge 83). La Cgil con frasi ambigue del suo segretario generale ha già dichiarato la sua disponibilità a non opporsi, quindi ad avallare un provvedimento legislativo che, secondo uno dei due progetti di legge in discussione, andrebbe – per ora solo nei servizi pubblici essenziali – a limitare la facoltà di scioperare ai soli sindacati maggiormente rappresentativi, quindi a se stessa, in compagnia con gli altri sindacati di regime (Cisl, Uil, Ugl).

Cub, SI Cobas, Sgb e Usi hanno già indetto contro questa nuova grave offensiva alla libertà di sciopero e a tutto il sindacalismo di classe uno sciopero generale per il 27 ottobre. Una reazione corretta anche se sembra alquanto tardiva.

La dirigenza USB per ora non dice nulla circa questo sciopero, continuando a muoversi come se gli altri sindacati di base, che pur si sono dimostrati capaci di mobilitare i lavoratori, nemmeno esistessero. In compenso ha promosso una raccolta di firme sotto un appello a difesa dello sciopero, definito non come un’arma della classe lavoratrice, che solo essa può difendere, semplicemente utilizzandola, ma come “un diritto costituzionale”, che le “parti sane” di questo regime borghese, quelle “democratiche”, dovrebbero tutelare. Metodi, quello della raccolta di firme, e contenuti, l’appellarsi alla Costituzione, tipici della Cgil, opposti ai metodi ed ai principi della lotta di classe, basati sull’organizzazione e sull’impiego della forza dei lavoratori, non sul richiamo a pretesi “diritti” borghesi che regolerebbero la lotta fra le classi.

La Costituzione non ha impedito la promulgazione delle precedenti leggi antisciopero sopra citate, né impedisce che le forze dell’ordine attacchino ripetutamente i picchetti degli operai in sciopero nella logistica, né ha impedito le riforme pensionistiche e del lavoro che sempre più gravemente hanno peggiorato le condizioni di vita dei lavoratori.

Intanto, il 26 luglio, la Cub Trasporti è tornata a far scioperare gli aeroportuali e l’indotto, proclamando lo sciopero nazionale della categoria a sostegno della lotta in Alitalia. Anche a questo sciopero USB non ha aderito.

* * *

Venerdì 16 giugno
Per l’unità delle lotte della classe operaia

L’iniziativa di questo sciopero è stata presa per prima dalla Confederazione Unitaria di Base (CUB), a seguito delle vicende legate alla lotta dei lavoratori dell’Alitalia che con diversi scioperi – organizzati da questo sindacato e da USB – si sono opposti al piano di licenziamenti e tagli al salario avanzato dall’azienda e avallato dai sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil). Questo accordo è stato bocciato il 24 aprile dai lavoratori Alitalia con un referendum.

Vista la durezza di quella battaglia, la CUB ha ritenuto necessario allargare il fronte della lotta, cercando di travalicare i confini aziendali, chiamando a uno sciopero di solidarietà e per rivendicazioni specifiche non solo i lavoratori della categoria (aeroportuali) ma quelli di tutto il settore trasporti (tranvieri, ferrovieri, marittimi).

L’iniziativa della CUB ha trovato il sostegno – fatto estremamente positivo – di quasi tutti gli altri sindacati di base: della SGB (federato alla CUB), dello Slai Cobas, della Confederazione Cobas, dell’USI. Si sono infine uniti alla lotta il SI Cobas e l’ADL Cobas, proclamando lo sciopero generale dei lavoratori della logistica, permettendo così l’estensione della mobilitazione anche a questo vitale settore dell’economia capitalista.

Con questo sciopero quindi il sindacalismo di base ha ritrovato quella unità d’azione tanto necessaria quanto tante volte smarrita in passato a causa delle scelte delle dirigenze della maggior parte delle sue organizzazioni. Un’attitudine che tornerà certamente a manifestarsi anche in futuro e che deve essere combattuta all’interno di ciascun sindacato.

A fronte della ritrovata unità d’azione in questo sciopero risulta ancor più grave e dannosa la mancata adesione dell’USB, che pur rappresenta, insieme alla CUB, il principale sindacato di base in Alitalia, e che ha anche un’apprezzabile presenza organizzata in tutta la categoria degli aeroportuali, fra i tranvieri, i ferrovieri e nella logistica.

Questo sciopero è un esempio valido per tutti i lavoratori. Mostra loro come la strada da seguire sia quella dell’unione delle lotte della classe lavoratrice. Spiega come, chiusa entro i confini dell’azienda, la forza degli operai, per quanto dura la lotta possa essere, viene facilmente sconfitta dall’alleanza fra padroni, sindacati di regime e Stato borghese. I lavoratori possono acquisire una forza invincibile ma solo se sono capaci di unirsi al di sopra dei confini di azienda, di categoria, di settore, ed anche nazionali.

Per perseguire questa unità nella lotta serve un’organizzazione adeguata, serve un vero sindacato di classe. Per questo è tanto importante che nel sindacalismo di base i militanti sindacali e i lavoratori più combattivi si battano per unire le azioni di lotta delle varie organizzazioni, contro la pratica divisoria della maggior parte delle dirigenze. Perché solo dall’unità d’azione potranno essere sconfitti gli opportunismi e i settarismi sindacali, permettendo quell’unità organizzativa in un grande sindacato di classe, che è la premessa per sconfiggere il padronato, lo Stato che lo difende e il sindacalismo servile di Cgil, Cisl e Uil.

 

 

 

  


ILVA - Lunedì 5 giugno 2017
Lotta dura contro ogni licenziamento e peggioramento delle condizioni di lavoro

Questioni d’ordine generale nella lotta contro i licenziamenti

La vicenda della vendita dell’ILVA, probabilmente, alla cordata Arceol Mittal (85%), Marcegaglia e Intesa San Paolo, ripropone duramente il problema cruciale, per la classe operaia, della lotta contro i licenziamenti.

L’unica soluzione che stia dalla parte degli interessi della classe salariata è la riduzione dell’orario di lavoro, generalizzata e a parità di salario. Per arrivare a battersi per questo grande e storico obiettivo però i lavoratori devono prima ricostruire la propria forza, la propria unità di classe, e ciò è possibile solo facendosi i muscoli e le ossa nelle singole battaglie particolari, ma a patto che queste siano condotte con metodi e principi che vadano nella direzione di quella grande battaglia generale.

Quanto fatto da Cgil, Cisl e Uil negli ultimi decenni – da quando, a metà degli anni settanta, la lunga crisi di sovrapproduzione, che continua ad aggravarsi, ha iniziato a manifestarsi portando alla chiusura di sempre più fabbriche nei paesi a capitalismo maturo – invece di avvicinare i lavoratori verso la battaglia generale per la riduzione dell’orario di lavoro li ha allontanati sempre più da questo vitale obiettivo.

Nella grande maggioranza dei casi gli accordi conclusi sono stati presentati come accettabili coprendosi con la foglia di fico che offrivano una soluzione economicamente sopportabile per chi veniva buttato fuori dalla fabbrica. In questo modo si è sacrificato l’interesse collettivo sia della classe nel suo complesso, in quanto si è avallato l’aumento della disoccupazione, sia dei lavoratori della singola azienda rimasti in produzione che, per la riduzione d’organico, devono subire l’aumento dei ritmi e dei carichi di lavoro. Non di rado agli accordi sui licenziamenti seguono le trattative per la gestione degli straordinari, quando non accade persino – come ad esempio in FCA FIAT – che si ricorra allo straordinario mentre una parte dei lavoratori si trova in cassa integrazione.

Questi accordi sono stati spesso presentati dai dirigenti confederali come delle vittorie – se non addirittura come dei modelli di riferimento (ad es. quello alla Electrolux del maggio 2014) – anche per il fatto che in essi il numero di licenziamenti, inizialmente minacciato, veniva infine parzialmente ridotto, come se fosse un mistero che, al pari di quanto accade in qualsiasi trattativa commerciale, così in quelle sindacali le parti dichiarano un obiettivo più elevato per ottenere quanto realmente desiderano. Non vi è da dubitare che anche in questa occasione i futuri padroni dell’ILVA abbiano sparato la cifra di 5‑6 mila licenziamenti per ottenere qualcosa di meno.

Infine, le battaglie contro i licenziamenti sono state quasi sempre condotte rigorosamente divise le une dalle altre, impedendo la loro unificazione, intrappolando la lotta operaia entro i confini aziendali, puntellando così l’aziendalismo che opprime tanti lavoratori. Ciò è avvenuto ponendo a cardine di queste battaglie invece che la difesa della classe operaia la parola d’ordine della difesa dell’azienda, dando a credere che le due cose coincidano. Il punto è che finché effettivamente coincidono, finché il destino dei lavoratori resta vincolato a quello dell’azienda, la classe lavoratrice resterà divisa, debole e oppressa. L’unità delle lotte della classe lavoratrice è necessaria proprio per poter giungere ad acquisire la forza per porre rivendicazioni generali alla classe padronale e al suo Stato, slegando così le proprie sorti oggi da quelle delle singole aziende, domani da quelle dell’intero capitalismo, avviato inesorabilmente verso la catastrofe economica.

Parole d’ordine utilizzate in lotte passate – come ad esempio “Fincantieri non si tocca”, “AMT siamo noi”, ecc. – dietro il loro apparente radicalismo celano la pericolosa sostanza di un’azione sindacale che non riesce ad emanciparsi dai confini aziendali e devono essere sostituite con altre che diano il chiaro indirizzo della necessità di uscire dai confini della fabbrica, come ad esempio “UNIRE LE LOTTE DELLA CLASSE LAVORATRICE, per la difesa del posto di lavoro e del salario, per la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro”.

Il problema è la difesa del salario, anche ai licenziati, ed è per questo che i lavoratori devono battersi, contro i padroni e contro il loro Stato, sapendo di dover seguire solo la strada di estendere la lotta e l’unità di classe, senza illudersi di avere scorciatoie a disposizione.

È quindi necessario invertire la rotta rispetto a quanto fatto sin’oggi nelle battaglie contro i licenziamenti, per abbracciare un indirizzo che vada nella direzione della ricostruzione dell’unità della classe operaia.

Principali indicazioni d’azione pratica

La nuova lotta a cui gli operai dell’ILVA sono chiamati è quindi un importante banco di prova.

– Essa offre l’occasione per spezzare il localismo che ha finora segnato l’azione sindacale nei diversi stabilimenti, frutto anche delle divisioni fra le dirigenze locali della Fiom. Gli operai devono scioperare all’unisono nelle fabbriche di Genova, Novi Ligure, Racconigi, Marghera. Oggi gli operai di Novi scioperano e marciano insieme a quelli di Genova. Ma quelli di Taranto si sono fermati mercoledì e per sole 4 ore. Questo è già un sintomo di una mancanza di coordinamento, se non del persistere delle divisioni, e non può non far temere che si ripeta un’azione ciascuno per sé, come è stato in passato.

– Gli operai di Genova e Novi, e i delegati Fiom, devono perseguire l’unità d’azione con gli operai di Taranto rivolgendosi a questo fondamentale scopo anche ai sindacati di base presenti in quella fabbrica, alla Flmu CUB e all’USB, quest’ultima per numero di iscritti e di delegati pari alla stessa Fiom, nello stabilimento tarantino.

– Oltre alla mobilitazione unitaria dei lavoratori del gruppo, se ciò non bastasse a piegare i nuovi padroni, dovranno essere chiamati a scioperare in solidarietà con gli operai dell’ILVA tutti i siderurgici a livello nazionale (Marcegaglia, Thyssen di Terni, Tenaris Dalmine, Piombino, ecc.). Questo è quanto hanno fatto i sindacati di base riguardo alla vertenza in Alitalia, con la manifestazione nazionale a Roma del 27 maggio scorso e la proclamazione per il 16 giugno di uno sciopero generale dell’intero settore trasporti in solidarietà con quella lotta. La lotta degli operai dell’ILVA non deve restare una loro questione “privata”, come se non riguardasse tutta la categoria e tutta la classe lavoratrice. Non deve ripetersi quanto accadde nel 2014 ai 2.600 operai delle acciaierie AST Thyssen Krupp di Terni, lasciati soli a scioperare da Cgil, Cisl e Uil per 35 giorni – il più lungo sciopero da quello alla FIAT di Torino del 1980! – sconfitti e beffati con un accordo firmato da Fim, Fiom e Uilm e spacciato come una vittoria. Anche la mobilitazione dell’intera categoria dei siderurgici va organizzata insieme ai sindacati di base, presenti alla Tenaris di Dalmine (Flmu CUB), alla Thyssen di Terni e alla Marcegaglia di Ravenna (USB). Queste organizzazioni dal canto loro devono abbandonare le loro divisioni e la loro reticenza ad un’azione unitaria con la Fiom, e comunque coi lavoratori da essa mobilitati. Oggi, ad esempio, a Genova i vigili del fuoco dell’USB partecipano alla manifestazione organizzata dai confederali.

– Lo sciopero dispiega la sua massima efficacia quando è a tempo indeterminato, ad oltranza. Scioperi di otto ore, od anche a meno, con una larga cadenza fra l’uno e l’altro, sono inefficaci perché danno all’azienda il tempo per recuperare la produzione persa. In previsione di una battaglia che sarà ben dura i lavoratori e le organizzazioni sindacali devono prepararsi alla lotta ad oltranza. Questo va fatto sia sul piano della propaganda sia su quello dei mezzi, predisponendo, fra le altre cose, una cassa di resistenza.

Contro la parola d’ordine della nazionalizzazione

L’USB in particolare, ma anche alcune minoranze nella Cgil e nella CUB, indicano ai lavoratori la parola d’ordine della nazionalizzazione, quale strada per difendere le loro condizioni. Questa indicazione è fuorviante e pericolosa.

Innanzitutto è falso il luogo comune secondo cui le condizioni d’impiego di un’azienda statale siano migliori di quelle in un’azienda privata. Le condizioni dei lavoratori dipendono da vari fattori fra cui fondamentale è la loro capacità di difendersi e lottare. Basta volgere lo sguardo a poche centinaia di metri dalle acciaierie di Cornigliano: alla Fincantieri, di proprietà statale, gli operai sono da anni sotto attacco, con licenziamenti, aumenti dei ritmi, dei carichi, della giornata lavorativa. Nelle ditte in appalto che operano dentro il cantiere, la cui forza lavoro rappresenta fino al 70% del totale, lo sfruttamento raggiunge livelli altissimi, il tutto col benestare dello Stato che, secondo i fautori delle nazionalizzazioni, dovrebbe essere un padrone migliore del “privato”.

Va poi notato che la politica di nazionalizzazione non è affatto “di sinistra”: negli anni trenta fu messa in atto negli Stati Uniti, nella Germania nazista e nella Russia della controrivoluzione staliniana; in Italia dal fascismo, poi dai governi democristiani e da quelli di questi coi socialisti.

Il punto è che lo Stato non è quello che vuol far credere di essere. Non è un organismo per l’amministrazione degli interessi del popolo, neutrale al di sopra delle classi, magari solo un poco corrotto e da raddrizzare. È invece la macchina di dominio della classe capitalista sulla classe lavoratrice. Questo suo carattere – proprio in ogni paese – lo manifesta ad ogni importante occasione, anche nella vicenda ILVA, in cui da ultimo ha ritenuto un’ottima offerta quella che prevede 5 mila licenziamenti.

La classe operaia avrà il suo Stato quando saprà conquistare il potere togliendolo alla classe capitalista, con la rivoluzione, guidata da un partito che abbia questo dichiarato intento. La nazionalizzazione dei mezzi di produzione avrà allora un valore progressivo ma non sarà un fine – come è stato nel capitalismo di Stato russo spacciato per comunismo – bensì solo un mezzo per giungere alla socializzazione dei mezzi di produzione e al superamento della schiavitù del lavoro salariato.

 

 

 

 

 

 

 


L’USB al suo secondo Congresso nazionale

Un po’ di storia della Unione Sindacale di Base

L’USB nasce nel 2010 dalla unione tra le Rappresentanze Sindacali di Base (RdB), il troncone più consistente, il piccolo Sindacato dei Lavoratori (SdL) e parti minoritarie della Confederazione Unitaria di Base (CUB). Le RdB erano nate nei primi anni ottanta, organizzando prevalentemente lavoratori del pubblico impiego. La CUB nasce nel 1992, a seguito dell’espulsione dalla Cisl di una sua corrente minoritaria di sinistra; impiantata sostanzialmente nel settore privato dalla sua origine, questa organizzazione strinse un patto federativo con RdB, formando la RdB‑CUB, così da costituire un sindacato di base presente sia nel settore pubblico sia nel privato.

Altri importanti sindacati di base erano al tempo la Confederazione Comitati di Base (Cobas) – nata a metà anni ottanta fra i lavoratori della scuola e che in questa categoria ha continuato ad avere la sua principale base organizzativa – e lo SLAI Cobas, presente in alcune grandi fabbriche metalmeccaniche, come l’Alfa Romeo di Arese, quella di Pomigliano, la FIAT di Termoli, la Sevel di Atessa.

Nel tentativo di unire nell’azione, non ancora nelle strutture, queste diverse organizzazioni, il 17 maggio 2008 fu organizzata da RdB‑CUB, dalla Confederazione Cobas e da SdL, un’assemblea nazionale che fu la premessa alla costituzione, il settembre successivo, di un “Patto di Consultazione Permanente Nazionale”, poi, il 7 febbraio 2009, in una seconda assemblea nazionale, del cosiddetto “Patto di Base”.

Soli tre mesi dopo però, il 22 maggio 2009, una nuova assemblea nazionale della RdB‑CUB palesava la spaccatura fra i due tronconi, lungo la faglia di una saldatura mai realizzatasi, col gruppo dirigente storico della CUB che non partecipò all’iniziativa mentre quello di RdB lanciava nell’assemblea la parola d’ordine del “Sindacato metropolitano” [v. “Marcia indietro: Il sindacato metropolitano”, il Partito Comunista maggio‑giugno 2009], cui accenneremo più avanti.

Questa assemblea sarà la premessa della nascita un anno dopo, il 23 maggio 2010, della Unione Sindacale di Base.

La costituzione di USB è stata motivata da parte della sua dirigenza come un passo in avanti decisivo verso l’obiettivo di unificare il sindacalismo di base, superandolo anche sul piano qualitativo, col passaggio alla costruzione di un vero sindacato di classe, confederale e “di massa”.

Le cose però non sono andate come si era propagandato. La formazione di USB ha infatti portato all’unificazione di una parte del sindacalismo di base, ma a costo di una grave spaccatura con la parte restante. Complessivamente quindi, rispetto all’obiettivo di unificare il sindacalismo di base, si è trattato di un passo indietro.

Anche perché, se USB non è ancora quel sindacato “di massa”, strutturato e forte come la sua dirigenza vorrebbe farlo apparire, il resto del sindacalismo di base non è così distante sul piano delle forze rispetto ad USB, come è dimostrato sul piano pratico in lotte in diverse aziende e categorie, ad esempio nelle Telecomunicazioni, fra i ferrovieri, in Alitalia, nel commercio (IKEA), in FIAT. Per non parlare della logistica dove la forza di USB è piccola rispetto a quella del SI Cobas, e paragonabile a quella del più piccolo ADL Cobas, altro sindacato di base presente nel settore.

Ciò comporta giocoforza la necessità di relazionarsi con questi sindacati per svolgere un’azione di lotta comune. Ma l’atteggiamento della dirigenza di USB, che considera il sindacalismo di base un residuo in via d’estinzione, non può che ostacolare il raggiungimento di questo obbiettivo, con grave danno per il generale rafforzamento del movimento operaio.

Ne è stato ultimo clamoroso esempio la mancata partecipazione di USB allo sciopero generale nazionale dei Trasporti e della Logistica del 16 giugno scorso, promosso, cosa rara quanto positiva, da tutti gli altri sindacati di base. Altro esempio minore ma non trascurabile quello dello sciopero nazionale del 30 giugno in FCA (FIAT) promosso dal SI Cobas di Pomigliano, cui hanno aderito le strutture aziendali di USB FCA Termoli e Melfi ma non la USB Lavoro Privato Nazionale né il Coordinamento USB FCA; comportamento analogo, per altro, a quello tenuto dalla Flmu CUB nazionale, la quale non ha aderito né allo sciopero né alla manifestazione tenutasi a Cassino, nonostante l’adesione della Flmu CUB della FCA di Melfi (ma non di quella dello stabilimento di Cassino).

L’unione delle azioni di lotta, già difficile sul piano aziendale e di categoria, è risultata poi impossibile su quello confederale infatti, ormai dal 2010, le dirigenze nazionali di USB e CUB si rifiutano di imbastire scioperi unitari.

Il bilancio sul piano della unificazione del sindacalismo di base, dopo la nascita di USB, non è quindi positivo e fingere che il problema non esista, descrivendo con una certa spocchia il resto del sindacalismo di base come residuale, volendo dar a credere che USB possa far da sé per difendere i lavoratori e opporsi ai sindacati tricolore e al regime padronale, non tiene conto dello stato reale dei rapporti di forza ed è un grave errore.

Su questo piano occorrerebbe compiere un passo indietro, abbandonando le borie d’organizzazione, cercando con pazienza ed ostinazione la ricostruzione di un coordinamento con gli altri sindacati di base per fronteggiare le sempre più difficili battaglie, in primis quella che già si annuncia in difesa della libertà di sciopero.

Dopo la sua costituzione USB ha accresciuto in misura non dirompente ma apprezzabile la sua presenza nel settore privato: nel commercio, nella logistica, fra i braccianti ed anche fra i metalmeccanici.

Ciò è avvenuto, in parte, per uno stillicidio di forze ad essa approdate dopo aver abbandonato la Cgil, sia a livello dirigenziale sia aziendale. Gli episodi più importanti a questo riguardo sono stati il passaggio dalla Fiom all’USB, nel giugno 2016, del portavoce nazionale della minoranza di sinistra in Cgil “Il sindacato è un’altra cosa”, con al suo seguito una minoranza di quella corrente, e quello di un anno dopo, pochi giorni prima della conclusione del secondo congresso, di tre quarti della segreteria e della maggioranza del Direttivo Provinciale Fiom di Trieste, l’unico in Italia ad essere stato controllato da “Il sindacato è un’altra cosa”, dopo il XVII congresso della Cgil e fino alla firma del nuovo Ccnl metalmeccanico nel novembre 2016.

Questa trasfusione di forze è avvenuta – soprattutto fra i metalmeccanici – anche in ragione dell’adesione, nel maggio 2015, di USB al Testo Unico sulla Rappresentanza (TUR): delusi dalla subordinazione sempre più smaccata della Cgil agli interessi padronali, alcuni suoi dirigenti, delegati e militanti hanno scelto di aderire all’USB, fra i vari sindacati di base, sia in quanto essa è il sindacato relativamente più solido sul piano organizzativo, sia in quanto aderendo ad essa è possibile continuare a far parte delle RSU e un’attività sindacale che, pur richiamandosi alla necessità della lotta, in pari tempo considera imprescindibili il riconoscimento sindacale – quindi il diritto a partecipare ai tavoli di trattativa aziendali ed a godere delle cosiddette agibilità sindacali – anche se al prezzo della coercizione della libertà di sciopero che l’applicazione del TUR comporta.

Una scelta rischiosa, questa dell’adesione al TUR, che sta pagando sul piano dei numeri e delle RSU conquistate ma che pone il sindacato su un piano inclinato che rischia di vederlo crescere al prezzo del suo scivolamento in un’attività concertativa. Un pericolo reale questo che non va sottovalutato e men che meno taciuto, sebbene non ineluttabile.

Per inciso va ricordato che l’adesione al TUR è stata anche un risultato della mancata volontà delle dirigenze dei sindacati di base – in particolare di CUB e USB – a promuovere un’azione di lotta unitaria contro di esso. Ciascuna per sé ognuna di queste organizzazioni ha fatto il suo percorso e le sue scelte.

L’adesione al TUR è divenuta la principale arma polemica della dirigenza della CUB contro USB ed è usata come argomento contro ogni azione di lotta unitaria: l’opposizione all’accordo interconfederale sulla rappresentanza viene inserita dalla dirigenza CUB in ogni sua piattaforma rivendicativa di sciopero generale; dato che l’adesione al TUR impone l’astensione da azioni sindacali contro di esso, ciò impedisce l’adesione di USB agli scioperi proclamati dalla CUB.

Cosa che d’altronde appare gradita alla dirigenza USB. Lo dimostra il caso dello sciopero generale dei trasporti e della logistica del 16 giugno, quando sarebbe restata aperta la possibilità di USB di scioperare nella stessa data con una propria piattaforma, cosa che però la dirigenza si è ben guardata dal fare, in questa come in tante altre occasioni passate. D’altronde l’utilizzo da parte della dirigenza CUB della questione del TUR appare strumentale, anteposta com’è alla primaria necessità di mantenere l’unità d’azione dei lavoratori.

Insomma, le dirigenze dei due sindacati di base si comportano specularmente, dividendo le azioni di lotta nell’interesse della loro guerra fra organizzazioni sindacali, il tutto a danno del movimento operaio.

Alla crescita di USB nel settore privato è corrisposto un suo indebolimento – quantitativamente minore – in quello pubblico, come registrato dalle ultime elezioni RSU (45.799 voti nel 2013; 44.455 nel 2016) e dai dati sul tesseramento (19.085 nel 2012, 17.411 nel 2015), frutto anche del taglio a permessi e distacchi operato dal governo nel 2014.

Inoltre in alcune regioni del Nord Italia – Emilia Romagna, Lombardia e Veneto – USB ha subìto il peso della scissione avvenuta nel febbraio 2016 che ha portato alla nascita del piccolo Sindacato Generale di Base (SGB), il quale ha stretto un patto federativo con la CUB. Altro episodio, questo, della guerra fra le dirigenze dei sindacati di base che mostra come sia illusoria la pretesa della dirigenza USB d’essersi elevata dal sindacalismo di base al livello superiore del sindacato di classe – obiettivo per altro del tutto condivisibile – con scorciatoie che rientrano appieno nella logica dello scontro fra sigle.

Quanto allo SLAI Cobas, la chiusura della grande fabbrica di Arese, l’espulsione nel 2005 di parte della RSU dei tranvieri milanesi e dei coordinamenti provinciali di Varese e Como, con la conseguente formazione dell’AL Cobas confluito nel 2010 nella CUB, la repressione padronale che ad esempio a Pomigliano ha duramente colpito, la scissione del 2010 che ha portato alla nascita del SI Cobas, sono stati i principali fattori che ne hanno determinato un drastico ridimensionamento. In declino appare anche la Confederazione Cobas.

Oggi abbiamo quindi due principali sindacati di base intercategoriali: l’USB e la CUB.

Ad essi si aggiunge il SI Cobas, che però, tranne poche eccezioni, resta ancora impiantato solo nella logistica ma che si dimostra il più vitale fra i tre ed il più vicino al corretto indirizzo sindacale classista, come ad esempio per ciò che riguarda la ricerca dell’unità d’azione dei lavoratori. Il Si Cobas ha scioperato in diverse occasioni con la CUB così come con l’USB, ponendo a criterio di tale scelta l’obiettivo del rafforzamento dello sciopero e quindi del movimento di lotta, ed in passato ha fatto altrettanto anche con le azioni generali promosse dalla Fiom e dalla Cgil.

Il contrasto fra le dirigenze della CUB e dell’USB è un dato presente fin dall’origine di questi sindacati, si è aggravato col tempo nonostante i sempre più duri attacchi cui è sottoposta la classe lavoratrice e non potrà essere superato da queste stesse dirigenze.

Tuttavia in ciascuna di queste organizzazioni esistono lavoratori e delegati contrari a questa condotta. L’indirizzo sindacale del nostro partito consiste nel battersi, in ogni sindacato di base, per perseguire l’unità d’azione nelle lotte aziendali, di categoria e confederali, territoriali e nazionali. Questa unità nell’azione è la base necessaria al raggiungimento dell’unione sul piano organizzativo, che sarà possibile solo col rafforzamento del movimento operaio e quindi con l’afflusso di lavoratori combattivi entro questi sindacati, fatto che renderà possibile sconfiggere gli errati indirizzi delle attuali dirigenze.

Un nuovo congresso a mozione unica

Il 9, 10 e 11 giugno si è tenuta a Tivoli l’Assemblea nazionale confederale dei delegati del Secondo Congresso dell’Unione Sindacale di Base.

Il percorso congressuale era stato avviato il 26 novembre dell’anno passato dalle riunioni dei Consigli nazionali: del Lavoro Privato, del Pubblico Impiego e Confederale. Il giorno dopo i Coordinamenti nazionali, organi apicali più ristretti dei Consigli, da questi eletti e che a loro volta eleggono gli ancor più ristretti Esecutivi, hanno resi pubblici i rispettivi regolamenti congressuali.

Il 21 gennaio di quest’anno il Coordinamento nazionale confederale ha approvato – all’unanimità – il documento congressuale confederale. Ancora a gennaio era stato redatto il documento per la neonata USB Federazione del Sociale, di cui diremo più avanti.

Il 10 e l’11 febbraio sono stati approvati i documenti, integrativi di quello confederale, per i congressi di USB Pubblico Impiego e USB Lavoro Privato.

Il 28 febbraio un’assemblea nazionale ha avviato il primo congresso di USB Pensionati.

A marzo si sono svolti i congressi nei posti di lavoro; entro il 12 aprile si sono svolti quelli provinciali e nei primi giorni di maggio quelli regionali del Pubblico Impiego e del Lavoro Privato.

A Tivoli il 10 maggio si è tenuto il primo congresso nazionale di USB Pensionati; il 13 maggio quello nazionale del Pubblico Impiego e il sesto di ASIA USB (Associazione Inquilini e Abitanti); il 14 maggio quello nazionale del Lavoro Privato.

Entro fine maggio si sono svolti i congressi regionali confederali che hanno infine portato a giugno, dopo tutto questo macchinoso percorso, all’assise nazionale del Congresso.

Come il primo nel 2013, anche questo secondo congresso si è svolto su un documento unico. Nuovamente, infatti, i regolamenti congressuali non hanno previsto la possibilità di presentare e discutere, lungo l’intero percorso congressuale, dalla base al vertice, di una pluralità di documenti.

Solo all’interno dei Coordinamenti nazionale, confederali e di categoria riunitisi per avviare il congresso, il 21 gennaio e l’11 febbraio, potevano essere discussi, se presentati da almeno tre membri (nel 2013 erano cinque), documenti diversi, dai quali però doveva uscire un unico documento da sottoporre alla discussione nei livelli aziendale, provinciale, regionale e nazionale.

È stata quindi negata la possibilità sia di discutere documenti sostenuti da una minoranza interna ai Coordinamenti nazionali sia quella – formalmente prevista persino nella Cgil – di presentare documenti alternativi provenienti dalla base del sindacato, se sostenuti da un certo numero di iscritti.

Il congresso ha discusso un unico documento presentato dal vertice del sindacato. È stata concessa la presentazione di mozioni per emendare il documento unico ed ordini del giorno. Cosa effettivamente avvenuta.

Il fatto che regolamenti di questo tipo siano stati approvati all’unanimità dai Coordinamenti nazionali del Pubblico Impiego e del Lavoro Privato – non conosciamo l’esito della votazione nel Coordinamento confederale – è indice della grave incomprensione dei metodi e strumenti per gestire e far crescere un autentico sindacato di classe, oltre che, forse, della scelta opportunistica di alcuni di non opporsi.

Coartare ed ostacolare la libera espressione dei diversi indirizzi dentro l’organizzazione sindacale, invece che tutelarla e disciplinarla ai fini di una sana convivenza, non può che condurre a periodiche crisi, come già avvenuto. Il primo congresso fu segnato dalla fuoriuscita da USB delle parti maggioritarie delle Federazioni di Varese, Legnano e Brescia, di una parte minoritaria di quella milanese, e dalla mancata partecipazione di tre Coordinamenti nazionali dei Ministeri: Infrastrutture e Trasporti, Difesa, Beni Culturali. A febbraio 2016 vi è stata la scissione che ha condotto alla formazione della SGB.

Il nostro indirizzo sindacale è in linea generale contrario al metodo delle scissioni sindacali. Ad esempio i nostri compagni dentro l’USB hanno dato il loro contributo alla battaglia contro la decisione della dirigenza di aderire al Testo Unico sulla Rappresentanza, ma hanno osteggiato e criticato la scelta di chi, dopo aver condotto quella lotta interna, ha deciso di abbandonare il sindacato.

Non si può però imputare la responsabilità di quelle fuoriuscite e scissioni solo a chi se ne è andato. Anche la dirigenza ne è stata responsabile.

I regolamenti congressuali, lo statuto del sindacato e il suo regolamento interno, devono richiamare al dovere della disciplina esecutiva, ma dovrebbero altresì garantire la piena libertà d’espressione ai diversi indirizzi sindacali, non nei termini della privata ideologia ma concreti, pratici, consentendo loro la libertà di organizzazione interna e di propagandare le loro tesi sull’indirizzo del sindacato: la presentazione di documenti alternativi nei congressi, l’organizzazione di riunioni, la redazione e la diffusione di materiali e argomenti.

Ostacolare la libertà d’espressione per timore che essa divida e indebolisca il sindacato conduce al risultato opposto. L’omogeneità – almeno apparente – raggiunta ora negli organismi dirigenti di USB, oltre ad essere il frutto di precedenti crisi e fuoriuscite che hanno causato la perdita di preziose energie e di militanti, è un risultato che sarebbe illusorio credere definitivo: nella misura in cui nuovi gruppi di lavoratori ingrosseranno l’organizzazione sarà naturale la formazione di una pluralità di correnti interne la cui azione andrà disciplinata tramite un corretto uso dello strumento dei congressi ai vari livelli per la discussione ed un confronto reale. In mancanza di ciò le forze che non trovano modo di esprimersi e vivere dentro l’organizzazione, necessariamente sono destinate ad uscirne.

Con la democrazia di facciata e la repressione del dissenso interno non si favorisce la crescita di un grande sindacato di classe ma la frammentazione sindacale, tara evidente del sindacalismo di base da cui la dirigenza di USB si illude e vuole illudere d’essersi emancipata.

Precariato, la condizione della classe operaia

Entriamo nel merito dell’indirizzo sindacale emerso dal congresso.

USB nei suoi comunicati afferma di voler costruire un grande sindacato di classe. Quanto si evidenzia nel documento congressuale confederale – che qui prendiamo in esame e a cui sono informati i documenti congressuali di categoria – è invece l’aspirazione della dirigenza a costruire una organizzazione che esondi largamente dai confini della classe lavoratrice, quelli tradizionali del sindacato e necessari, noi sosteniamo, al suo sano sviluppo, al punto da fargli perdere il carattere di classe per quello interclassista, “popolare”. Ciò è indicato fin dal preambolo del documento come obiettivo generale dell’organizzazione: «Costruire la confederazione generale di tutti i settori sociali del lavoro e del non lavoro che oggi sono stretti nella morsa del neoliberismo».

Le parole non sono mai usate a caso, esprimono posizioni politiche che si riflettono in determinati indirizzi pratici. Noi avremmo scritto: «Costruire la confederazione generale di tutti i lavoratori salariati, occupati e disoccupati, sfruttati e oppressi dal capitalismo». L’espressione della dirigenza dell’USB è diversa dalla nostra perché implica un differente indirizzo di azione e di organizzazione.

Con la formula “settori sociali del lavoro” essa intende non solo i lavoratori salariati ma anche parte dei lavoratori autonomi, vagamente le “partite Iva a basso reddito”, i piccoli agricoltori, i venditori ambulanti, i tassisti, che già USB organizza in alcune città. Sono compresi non solo i lavoratori licenziati, quelli occasionali (impiegati coi voucher o futuri sostitutivi), gli studenti-lavoratori o a cui sia scaduto un contratto a termine, ma genericamente “coloro che non lavorano”, in cui possono essere inclusi ceti infiniti: studenti non lavoratori, piccolo borghesi caduti in disgrazia, sottoproletari...

Questo indirizzo viene espresso nel documento scambiando e confondendo ripetutamente il termine ed il concetto di “classe sociale” con quello di “blocco sociale”: «Un sindacato militante che ricompone un intero blocco sociale», è il titolo del capitolo conclusivo del documento; «La costruzione di un nuovo blocco sociale comporta la produzione di una nuova coscienza di classe, adeguata alle caratteristiche della società contemporanea», si dice in un altro punto.

Questo allargamento del campo organizzativo del sindacato oltre i confini della classe lavoratrice si giustifica, secondo la dirigenza USB, in ragione dei mutamenti del capitalismo contemporaneo e dei suoi riflessi sulla classe.

Il documento congressuale critica e rigetta «la vulgata della scomparsa della classe operaia», notando come sul piano internazionale il numero dei salariati sia enorme ed in aumento, come «nei paesi industrializzati, a fronte di una riduzione dei lavoratori impiegati nell’industria manifatturiera e di estrazione (...) si assiste ad un processo di “operaizzazione” della grande distribuzione commerciale e dei servizi di massa» e come «anche il lavoro intellettuale» stia subendo «processi di proletarizzazione sia dal punto di vista salariale che da quello organizzativo».

Si afferma anche che, in ragione della delocalizzazione delle industrie dai paesi a capitalismo maturo verso quelli a capitalismo giovane, delle esternalizzazioni, del ridimensionamento della grande industria a favore delle piccole imprese, dell’introduzione di sempre nuove forme contrattuali cosiddette flessibili, la classe lavoratrice è sempre più frammentata e quindi si incontrano grosse difficoltà ad organizzarla.

Ora, questa l’operazione truffaldina della dirigenza USB, questo aumento della precarietà dell’impiego per una porzione sempre maggiore della classe lavoratrice sfumerebbe i confini della classe tanto da trasformarla in un generico “precariato sociale”, andando così a costituire un “blocco sociale” di cui la classe operaia sarebbe solo una parte, anche se centrale.

Il documento infatti pone l’accento sulle più recenti “novità” nel campo della flessibilità del lavoro: «Le nuove forme di lavoro come lo smart working o lavoro agile hanno un effetto devastante (...) La ricaduta sulla condizione del lavoratore è il suo isolamento operativo e sociale (...) Crescono nuove forme di super sfruttamento, soprattutto giovanile, dai voucher all’alternanza scuola-lavoro, dal falso volontariato esploso con l’EXPO fino alla GIG economy, un mondo dove non esistono più lavori continuativi né diritti. Domanda e offerta vengono gestite attraverso piattaforme e App sugli smart. Tutti lavorano in proprio, con mezzi propri, svolgono per grandi multinazionali attività assolutamente saltuarie, per pochissimi euri l’ora. Tutto ciò produce una condizione sociale in cui la realizzazione dei bisogni diventa impossibile, scontrandosi con le condizioni materiali, immutabili senza una domanda collettiva di rivendicazione sociale e senza una soggettività organizzata».

Intanto i precari, i giovani supersfruttati, i voucher, i falsi volontari, cui la dirigenza USB si riferisce, come i lavoratori licenziati e i pensionati, non sono che reparti diversi della classe operaia, che solo attendono di essere ricomposti nel sindacato come tali.

L’analisi dei capi USB esagera nel dipingere un quadro negativo («Le nuove forme di lavoro hanno un effetto devastante»). Una forzatura utile a giustificare il loro errato indirizzo e che palesa una sfiducia nella classe lavoratrice, nella sua capacità di ridestarsi dall’attuale condizione di debolezza e vincere queste divisioni, nonché la loro sudditanza alle consuete e ormai consunte fole ideologiche borghesi, che da sempre auspicano la scomparsa dei lavoratori in quanto classe sognando una società di individui robot eternamente sottomessi ai voleri del capitale. La dirigenza di USB mostra di credere davvero che il capitalismo abbia la forza per tenere annichilita e divisa la classe operaia, e che essa da sola non possa rialzarsi in piedi e lottare, e che necessiti perciò dell’alleanza con altri strati, ceti, gruppi e classi sociali.

Si, il capitalismo frammenta la classe lavoratrice, impone l’isolamento e l’individualismo, tende ad atomizzare l’identità di classe, e con ciò rende difficile l’organizzarsi dei lavoratori. Ma questa precarietà e insicurezza, esser uno davanti allo strapotere del capitale e del padrone, sono la condizione propria e di sempre della classe operaia. Hanno solo fatto eccezione pochissimi decenni di boom economico post-bellico in pochissimi paesi al mondo. E la funzione del sindacato da sempre è appunto resistervi tramite la organizzazione e la lotta collettiva.

È in uno stato di precarietà ben maggiore di quello attuale che sono nate e cresciute le prime organizzazioni sindacali. La classe operaia ha saputo organizzarsi e lottare in condizioni ben più difficili di quelle odierne e tornerà a farlo.

Quanto alle più recenti forme d’impiego flessibile, laddove sono state utilizzate, al padronato non è stata affatto garantita l’immunità dalla lotta operaia: esempio recentissimo è quanto accaduto lo scorso anno fra i fattorini torinesi di Foodora, lotta che ha avuto un ampio risalto anche sulla stampa e sulle televisioni borghesi mentre, proprio pochi giorni dopo la conclusione del congresso USB, è arrivata notizia di un’analoga battaglia dei fattorini impiegati dalla Deliveroo in Spagna.

In quanto poi – come afferma lo stesso documento congressuale – alla tendenza al ridimensionamento, nei Paesi occidentali più sviluppati, della grande industria manifatturiera, fa da contraltare la concentrazione in altri settori, come quello del commercio – con la drastica riduzione della piccola borghesia bottegaia – o nei magazzini della logistica. Ciò indica che certe tendenze del capitalismo non sono così univoche né incontrovertibili. Non è un caso che in entrambi questi settori – grande distribuzione e logistica – si assista alla crescente diffusione del sindacalismo di base accompagnata da episodi di notevole combattività proletaria.

Inoltre, il peso della piccola industria manifatturiera è un tratto alquanto peculiare del capitalismo italiano, esso è minore in Francia e ancora di più in Germania e la crisi economica agisce nel senso di una selezione e concentrazione delle imprese.

Infine, se nelle grandi aziende le esternalizzazioni e la frammentazione contrattuale sono un duro ostacolo per l’organizzazione collettiva dei lavoratori, tuttavia la condivisione di un comune luogo di lavoro resta un potente e insopprimibile fattore materiale che, con un buon lavoro sindacale, non può che mandare in frantumi presto o tardi il sogno padronale di vedere i lavoratori per sempre indeboliti e divisi.

Ciò che serve al movimento operaio non è la ricerca di alleanze con altri ceti, strati e classi sociali ma un duro e serio lavoro di ricostruzione della sua unità sul piano sindacale e della lotta. Il proletariato è un gigante solo temporaneamente indebolito, la cui forza tornerà a terrorizzare le classi dominanti.

Base territoriale contro le divisioni della classe

Cosa propone la dirigenza di USB per fronteggiare le divisioni che indeboliscono la classe operaia? «Se il lavoro non costituisce più il terreno più diretto e naturale nel quale organizzarsi perché disoccupati o pensionati, o perché si lavora in pochi o da soli, o perché l’attività è troppo saltuaria, saranno il territorio e la comune condizione di precarietà i legami sui quali fondare nuove coalizioni e nuove relazioni collettive».

Potrebbe sembrare che si indichi finalmente la strada della organizzazione territoriale del sindacato. Il nostro partito ha fra i pilastri del suo indirizzo sindacale quello di rifarsi all’esperienza delle originarie Camere del Lavoro, che erano centri organizzativi territoriali della lotta operaia. I lavoratori riunendosi in una struttura territoriale si incontravano con operai di altre aziende e categorie; in quel luogo si riconoscevano non solo come dipendenti di una data azienda ma anche e soprattutto come membri di una stessa classe. Ciò aiutava a superare l’angusto orizzonte aziendale e categoriale, favorendo l’unità di classe.

Il sacrificio di recarsi alle riunioni fuori dall’orario di lavoro educava alla partecipazione alla vita sindacale. La concessione del diritto a svolgere assemblee retribuite durante l’orario di lavoro è stata un’arma a doppio taglio perché ha abituato i lavoratori ad attendere il sindacato all’interno dell’azienda e ha favorito la chiusura del loro orizzonte sindacale entro i suoi confini.

La CGL rossa – quella senza la “I” – nacque nel 1906 dalla unione, e dall’equilibrio, fra la rete delle Camere del Lavoro e i maggiori sindacati di categoria. Non fu per caso che il riformismo ebbe sempre terreno favorevole più nei secondi che nelle prime; per esempio la Fiom nacque e fu sempre diretta da riformisti. Ciò non impedì per altro che nel periodo di massima forza ed avanzata del proletariato rivoluzionario – nel primo dopoguerra fino ai primissimi anni di fondazione del Partito Comunista d’Italia – alcuni sindacati di categoria fossero conquistati all’indirizzo sindacale comunista rivoluzionario.

La nuova CGIL tricolore, con la “I” nazionale, rinata già “di regime” e “dall’alto” nel 1944 col “Patto di Roma”, si mise subito all’opera per svuotare le Camere del Lavoro delle loro funzioni organizzative della lotta e di partecipazione operaia, presto riducendole agli odierni grigi uffici burocratici, e a chiudere l’azione e la vita sindacale nell’ambito aziendale.

La dirigenza CGIL perseguì questa azione ponendo al centro dell’attività di delegati e militanti del sindacato le Commissioni Interne e le Sezioni sindacali aziendali. Il robusto movimento di lotta operaia esploso nel 1969 svuotò questi organismi. La dirigenza Cgil per non essere disarcionata si affidò ai Consigli di Fabbrica, organismi gioco forza più aperti dei precedenti ma pur sempre a base aziendale, aiutata in ciò dal falso radicalismo dei gruppi a base studentesca che in quegli anni abbondavano. Ammansito il movimento di lotta operaia sostituì questi organismi con le addomesticate RSU (1993), ulteriormente ingabbiate col Testo Unico sulla Rappresentanza (TUR) del 10 gennaio 2014.

Per l’USB si tratterebbe di una importante e positiva svolta porre al centro della sua attività la struttura territoriale del sindacato perché fino ad oggi non è stato così. L’azione sindacale è rimasta in gran parte assorbita dall’ambito aziendale: lì nasce e spesso termina. Le sedi del sindacato sono poco frequentate dagli iscritti, dai militanti e anche dai delegati. Le riunioni fra i delegati spesso si svolgono sul posto di lavoro e non nella sede territoriale. Non di rado i coordinamenti provinciali non sono convocati.

Non vogliamo ovviamente negare le difficoltà a far partecipare i lavoratori alla vita sindacale ma nemmeno le responsabilità del sindacato nel suo complesso nel mancato svolgimento di un lavoro adeguato e sistematico, teso a far crescere la consapevolezza dei suoi delegati e militanti circa la necessità di uscire dai confini di un’attività sindacale prettamente aziendale.

Centralizzazione reale o formalismo organizzativo

La necessità di porre al centro dell’organizzazione e dell’attività del sindacato la sua struttura territoriale è, come abbiamo detto, un punto cruciale dell’indirizzo sindacale del nostro partito. Lo abbiamo recentemente ribadito anche al primo congresso del SI Cobas (maggio 2015), indicando che sarebbe stato opportuno modificare lo Statuto di quel sindacato laddove recita «Il Comitato di Base (Cobas) è la struttura portante del SI COBAS», con la formula «Il sindacato nasce all’interno dei posti di lavoro, dove sono fondati i Cobas, ma ha la sua struttura portante nei suoi organismi territoriali interaziendali, i coordinamenti provinciali». Questo ci pare il modo corretto di intendere l’elevarsi dell’organizzazione sindacale dal livello del Cobas a quello di sindacato di classe.

Questo obiettivo la dirigenza USB dà come acquisito. Ciò può apparir vero se ci si limita ad osservare la struttura organizzativa di USB, formalmente definita e centralizzata, elementi questi che sono certo necessari e utili per un sindacato di classe.

Ma questa centralizzazione, per non rimanere un fatto formale, deve poter nutrirsi nei due sensi, non solo dall’alto in basso, quindi con una reale partecipazione di militanti e delegati alla vita sindacale. Laddove invece l’attività sindacale continui a gravare in massima parte su delegati e funzionari, senza la formazione di uno strato intermedio di militanti fra delegati e iscritti, senza un sufficiente coinvolgimento di quest’ultimi, i formalismi organizzativi poco servono alla crescita del sindacato.

Sicuramente si rivelano dannosi quando siano utilizzati per imporre l’indirizzo della dirigenza senza una reale discussione nel sindacato, come avvenuto in modo emblematico con la decisione di aderire al TUR presa in una ristretta cerchia dirigente nel giro di una settimana (si legga a tal proposito “Il Testo Unico sulla Rappresentanza e il sindacalismo di base”, da “il Partito Comunista” luglio-agosto 2015 n. 372).

La ricostituzione di un tessuto di organismi territoriali sindacali, di una rete di nuove Camere del Lavoro, sarebbe oggi ancor più utile a fronte della frammentazione contrattuale descritta dal documento congressuale confederale.

I delegati e i militanti delle aziende medie e grandi potrebbero riunirsi insieme con quelli delle ditte cui sono appaltate parti sempre maggiori delle attività delle aziende, aiutando così a ricostituire l’unità operaia sul posto di lavoro. Troverebbero un centro organizzativo anche i lavoratori delle tante piccole imprese sparse sul territorio. Organizzandovi e riunendovi i disoccupati e i pensionati questi conserverebbero un legame vivo coi lavoratori attivi. Per questa via si andrebbe ad assecondare la ricostituzione dell’identità della classe lavoratrice.

Ciò che invece USB indica di organizzare territorialmente è la parte più precaria dei lavoratori insieme ai gruppi, strati e ceti sociali esterni alla classe lavoratrice, che con essa costituirebbero il “precariato sociale” e quindi il preteso “blocco sociale”. In questo modo invece di favorire l’unione della classe e la ricostituzione della sua identità si agisce in senso opposto:

- quei lavoratori che, per le condizioni contrattuali e della loro attività o perché disoccupati o pensionati, hanno più difficoltà ad integrarsi nella classe e ad identificarsi con essa, ne vengono ulteriormente allontanati, aggregati ai lavoratori autonomi di vario grado o ai più variegati movimenti interclassisti (studenti, utenti di servizi, ecc);

- si accentua la divisione fra lavoratori precari e lavoratori relativamente più garantiti;

- essendo la condizione di lavoratore precario più diffusa fra i giovani si opera anche una divisione fra questi e i lavoratori più anziani, togliendo al lavoro sindacale preziose energie, deviate verso i movimenti del cosiddetto “blocco sociale”, di matrice piccolo borghese o sottoproletaria.

Sindacato e movimenti sociali

Un sindacato di classe è giusto che denunci le ingiustizie di questa società reazionaria e inumana e che solidarizzi, anche praticamente, con chiunque vi si ribella, ma non può, materialmente, farsi carico di tutti i mali provocati dal capitalismo. Il sindacato è l’organizzazione di difesa economica dei lavoratori e negherebbe sé stesso quando costitutivamente intendesse inglobare organizzazioni di altra natura e dirigere i più svariati movimenti. Questo andrebbe a detrimento della costruzione dell’unità e dell’organizzazione della classe salariata, risolvendosi in un fallimento.

Quantomeno prima il sindacato dovrebbe dedicare tutte le sue forze ed energie – che non sono mai abbastanza – all’obiettivo per cui è nato, crescere e solo dopo, una volta acquisita una notevole forza, porsi il problema di intessere – prudentemente – relazioni con movimenti ai margini della classe lavoratrice.

Mettere insieme nel sindacato figure sociali variegate, appartenenti a strati sociali e perfino classi differenti, può sembrare ingenuamente utile sulla base dell’idea che aumentare la massa corrisponda necessariamente ad aumentare la forza dell’organizzazione. Ma questa eterogeneità di condizioni ed interessi, spesso contrastanti, non può trovare una sintesi e non può che finire per danneggiare l’organizzazione della lotta operaia.

La classe salariata, per quanto divisa dal padronato e dalle sue manovre, è unita da un profondo interesse comune: opporsi alla vendita al ribasso della sua forza lavoro. È la difesa del salario e delle condizioni di lavoro, nei suoi vari aspetti di lotta contro l’estensione della giornata lavorativa e per la sua riduzione, di lotta contro l’intensificazione dei ritmi di lavoro, contro i licenziamenti, in difesa del salario indiretto e differito, che unisce tutti i lavoratori superando ogni barriera.

Il sindacato ha questo compito e se pretende di assumerne altri non funziona. Quello della trasformazione generale della società, rimediando alle altre tante sue contraddizioni ed ingiustizie, è funzione che può svolgere solo il partito, con la conquista del potere politico, che per i comunisti può avvenire solo per via rivoluzionaria.

La comunanza d’interessi che unisce la classe lavoratrice non la si trova nei cosiddetti movimenti sociali, o in quelli della piccola borghesia. Il movimento operaio è in grado di dotarsi di organizzazioni durature negli anni e nei decenni, strutturate sul piano nazionale e persino internazionale, di dispiegare scioperi estesi a tutto il territorio nazionale, di intere categorie o di tutta la classe. È un movimento che origina e va a colpire il nucleo vitale del capitalismo, quello della produzione del plusvalore (profitti, rendite, interessi). Anche quando a scioperare è una categoria della classe salariata non direttamente coinvolta nella creazione di plusvalore, come possono essere i lavoratori del pubblico impiego, il regime del capitale nelle sue varie articolazioni le si schiera sempre contro perché il suo innato e giustificato timore è il rafforzamento dell’organizzazione sindacale e del movimento di classe.

Invece i movimenti esterni alla classe lavoratrice, cosiddetti “sociali”, per la loro collocazione economica ed interessi si contrappongono a quelli del movimento operaio negli obbiettivi e nella estemporaneità dei metodi di lotta.

Inoltre la classe lavoratrice – per quanto oggi nella sua attuale condizione di debolezza possa erroneamente sembrare il contrario – esprime un suo carattere distinto da tutto il resto della società in cui, fra tanti difetti generati dalla condizione di sudditanza nel capitalismo, noi comunisti riconosciamo i germi dell’autentica ribellione alla società presente e quelli della società futura, negazione e superamento sia del Capitale sia del Salario, tanto della condizione borghese quanto di quella proletaria. Per noi la classe lavoratrice non è un soggetto “di riferimento” – espressione orribile, usata dal documento congressuale e tipica dell’opportunismo, che tradisce una relazione “di comodo” – ma è “la nostra classe” e null’altro. Di essa siamo gelosi e vogliamo che sia organizzata autonomamente e separata dalle influenze negative della piccola borghesia e di strati sociali spuri.

Ciò si spiega anche sul piano teorico. Uno degli assunti fondamentali del marxismo è che l’ideologia dominante è quella della classe dominante. Anche nella classe operaia prevale l’ideologia borghese, largamente dominante al suo esterno. È compito già arduo combattere questa ideologia dentro la classe lavoratrice. L’unione organizzativa dei lavoratori con altri gruppi, ceti, strati e classi è solo un favore che si fa alla penetrazione fra di essi dell’ideologia della classe dominante.

O ci si dedica alla ricostruzione dell’unità d’azione ed organizzativa della classe lavoratrice – e con essa della sua identità – o si danneggia questo lavoro deviando e disperdendo energie verso la costruzione di un blocco sociale che esiste solo nelle alchimie dell’opportunismo politico e sindacale ma che non può alzarsi e camminare in alcuna direzione.

 

(continua al prossimo numero)

  

  

  

  

  

  

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Come le classi dominanti curde si sono sempre sottomesse agli imperialismi e come ne sono state sempre infine tradite

(continua dal numero 382)


Il Kurdistan siriano

Il Kurdistan siriano ha una superficie di 40.000 kmq e vi vivono 1,9 milioni di curdi, circa il 10% della popolazione in Siria. I curdi di Siria, che confina per 800 chilometri con la Turchia, occupano tre enclave separate lungo la frontiera, naturali prolungamenti dei territori curdi di Turchia e d’Iraq: la regione di Cizre, i tre quarti della quale sono sotto il controllo di tribù curde e possiede ricchi giacimenti di petrolio; la regione di Kobané, che è agricola; la regione di Efrin.

In Siria i curdi sono trattati come apolidi e i loro partiti erano vietati fino al 2011. Poi, in piena guerra civile, Bachar al‑Assad, per rappresaglia contro l’atteggiamento della Turchia, si è riavvicinato al PKK e ha accordato la nazionalità siriana a 200.000 curdi. Ha sostenuto attivamente il PKK, anche in Iraq del Nord fino all’arresto di Öçalan nel 1999.

Il Partito dell’Unione Democratica (PYD), creato nel 2003, è controllato dal PKK turco; il suo braccio armato, le Unità di Protezione del Popolo (YPG), si è formato nel 2011. Esso, con altre formazioni siriane, ha partecipato al sollevamento curdo del marzo 2004, che fu duramente represso dal regime Baath siriano con un vero massacro di civili nella regione di Cizre.

Damasco ha sempre affermato la sua ostilità ad ogni richiesta di autonomia dei curdi, i quali non hanno acquisito alcun diritto fondamentale ed alcuni erano privati anche dei diritti civili.


In Iran

Il terzo Kurdistan, in Iran, copre una superficie di circa 30.000 Kmq; si calcola che sia abitato da 7 a 10 milioni di curdi, circa il 10% della popolazione iraniana.

In maggioranza sunniti – ma ne esiste anche una minoranza sciita – non appartengono alla maggioranza sciita del Paese e sono quindi discriminati, ma non hanno conosciuto le terribili repressioni e le distruzioni dei villaggi come in Turchia e in Iraq. La minoranza curda non dispone di alcuna autonomia politica o amministrativa.

Ma sono sottoposti ad un controllo politico feroce da parte del governo centrale, come è dimostrato dalle molte esecuzioni di oppositori curdi che si verificano ogni anno. Sono i soli curdi dimenticati dalla comunità internazionale perché poco utilizzabili dalle attuali strategie imperialiste.

I partiti curdi più importanti sono il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano, creato nel 1945, e il Komala, una organizzazione armata creata nel 1967 che rivendica il “marxismo-leninismo”.

Nel 1946 i curdi iraniani avevano proclamato la loro indipendenza – la fragile repubblica di Mahabad – incoraggiati in questo dall’URSS, che li abbandonò rapidamente in cambio della sua partecipazione, permessa dagli Stati Uniti, allo sfruttamento del petrolio iraniano.

Questi partiti, che erano stati perseguitati dallo Shāh, sostennero la “rivoluzione” di Khomeini nel 1979, ma presto tornarono ad essere perseguitati come prima.

Non si trattò nel 1979 in Iran di movimenti rivoluzionari tanto meno di una rivoluzione. Come oggi nei paesi arabi, l’Iran attraversava una grave crisi economica che provocava scioperi e manifestazioni, che condussero alla caduta dello Shāh. La classe operaia si era organizzata in sindacati indipendenti dal regime e dai sindacati ufficiali e si era radicalizzata sul piano politico, mentre la piccola e la grande borghesia si rivolgevano al clero perché garantisse il ritorno all’ordine, come avevano già fatto all’epoca del governo progressista di Mossadeq. Il clero una volta al potere si preoccupò immediatamente di sottomettere il proletariato con la violenza e di proibire i sindacati liberi imponendo dei sindacati di regime.

L’Iran da tempo sosteneva il PKK nella lotta contro l’Iraq, ma nel 2004 i guerriglieri hanno riaperto le ostilità contro Teheran sotto il nome di PJAK. Nel 2007 l’esercito iraniano ha bombardato le basi dei ribelli nel Kurdistan iracheno. Nel maggio 2010, cinque militanti del PJAK sono stati impiccati.

Il Komala si è fuso nel 1983 con l’organizzazione dell’Unione dei Combattenti Comunisti fondata nel 1979 a Teheran da Mansoor Hekmat, di matrice consiliarista, per fondare il Partito Comunista Iraniano, opposto al partito staliniano Tudeh, nato nel 1941. Nel 1991, in ragione di divergenze riguardanti il nazionalismo curdo di Komala, le due organizzazioni si sono separate, Hekmat e i suoi hanno fondato il Partito Comunista-Operaio d’Iran.

I principali capi dei partiti curdi sono stati assassinati: i membri del partito Komala “comunista” sono stati costretti a rifugiarsi nel Kurdistan iracheno dal 1984, il capo del Partito Democratico del Kurdistan Iraniano (PDKI), Ghassemlou, fu ucciso nel 1989 a Vienna durante i negoziati con Teheran, ugualmente il suo successore a Berlino nel 1992.

Un Partito per una Vita Libera al Kurdistan, branca iraniana del PKK, è stato fondato nel 2004.

Da notare che Barzani e il PKK hanno proibito ai curdi iraniani di partecipare al fronte anti-Daesh e di inviare combattenti a Kirkuk, mentre nel dicembre 2014 Barzani riceveva in visita ufficiale Mohammad Jafari, comandante iraniano, uno dei supposti assassini di Ghassemlou!


I curdi fuori dal Kurdistan

Le comunità curde che vivono all’estero sono fortemente legate alla loro cultura e al nazionalismo; centri culturali in Svezia e in altri Paesi europei, riconosciuti dai governi dei paesi che li accolgono, e siti internet lo perpetuano e lo sostengono. In Europa i curdi tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso hanno ottenuto il riconoscimento di autonomia culturale e dispongono di maggiori risorse all’estero che nei loro paesi d’origine. Hanno insomma acquisito legittimità come una nazione senza Stato.

I curdi all’estero sarebbero circa 6 milioni: in Germania, su 2 milioni di turchi, sono circa 500.000, 7.500 dei quali sarebbero militanti del PKK; un’altra grossa comunità vive negli Stati Uniti.


La tormentata storia delle tribù curde

Le vicissitudini della popolazione curda sono quindi incomprensibili se non riportate alla generale questione del Medio Oriente e della guerra che conducono alla scala mondiale i grandi Stati imperialisti, statunitensi, cinesi e russi, per la conquista dei mercati.

La storia dei curdi è quella dei popoli che non sono arrivati a conquistarsi un posto nella storia, a costruire un proprio Stato, e sono completamente tributari di nazioni più potenti. La sola via per ribellarsi alla loro oppressione è stata ed è quella di cercare l’aiuto del maggior offerente, inanellando così la loro lunga storia di promesse tradite.

Già all’epoca degli scontri tra gli imperi ottomano e persiano per il controllo del Medio Oriente i principi curdi sceglievano il campo in funzione dei rapporti di forza, e non sempre uniti dalla stessa parte.

Nel 1514 la Sublime Porta aveva stabilito la frontiera con la Persia, ma non per questo cessarono le ribellioni curde, regolarmente sconfitte. Ahmede Khani, poeta, astronomo, sunnita e filosofo curdo, scriveva così nel suo celebre Men et Zin nel XVII secolo: «Dio così ha fatto: ha piazzato il turco, il persiano e l’arabo al di sopra di noi. Mi stupisco del destino che Dio ha riservato ai curdi (...) Come è possibile che i curdi siano stati privati dell’impero del mondo e sottomessi ad altri? I turchi ed i persiani sono circondati da muraglie curde. Ogni volta che gli arabi ed i curdi si mobilitano, sono i curdi ad essere massacrati. Sempre divisi, nella discordia, non obbediscono né all’uno né all’altro. Se restassimo uniti, questo turco, quest’arabo e questo persiano sarebbero i nostri servitori».

Dunque un popolo che non è mai riuscito a costruirsi in impero, né in nazione nel XIX secolo, e che ancora oggi mantiene questa debolezza.

I mutamenti politici del 1908 nell’Impero Ottomano, con la conquista del potere da parte del Comitato Unione e Progresso dei Giovani Turchi ad Istanbul e lo scoppio della Prima Guerra mondiale, fecero sperare ai curdi un cambiamento anche della loro situazione. Ma la fine della guerra segnò solo un’altra tappa nel loro tormentato cammino.

Il progetto politico di uno Stato unitario e autonomo, nato alla fine del XIX secolo sotto l’Impero Ottomano, si è largamente affermato durante il primo conflitto mondiale. Lo sfaldarsi dell’Impero Ottomano e l’immonda divisione delle sue spoglie tra le potenze imperialiste vittoriose fecero il resto. L’Impero fu diviso in differenti Stati, legati all’uno o all’altro dei Paesi vincitori: l’anno scorso è ricorso il centenario degli accordi che la Francia e la Gran Bretagna stipularono, già durante la guerra, per spartirsi il Medio Oriente, i famosi accordi Sykes-Picot.

Di fronte alla resistenza allo smembramento, condotto manu militari dal generale turco Mustafà Kemal e al suo impetuoso nazionalismo, che tendeva ad escludere ogni altra minoranza etnica, Francia e Gran Bretagna perfidamente promisero una terra ai curdi, appoggiandosi al peloso umanitarismo del presidente statunitense Wilson e al suo “diritto dei popoli a disporre di loro stessi”, spingendo i curdi a contendere l’Anatolia ai nazionalisti turchi. Poi furono abbandonati quando le potenze europee, col Trattato di Losanna del 1923, riconobbero le “esigenze vitali” della nuova Turchia di Ataturk, secondo gli interessi strategici e petroliferi da spartirsi tra i vincitori.

Le popolazioni curde si trovarono così all’inizio del XX secolo in una regione divisa artificialmente tra quattro Stati. Il filo spinato venne a dividere tribù e famiglie, interrompendo carovaniere e tratturi per le greggi. I curdi tentarono più volte di ribellarsi, ma furono vittime di politiche repressive feroci, con il trasferimento di popolazioni arabe nei loro territori, e viceversa. Molti furono costretti all’esilio. In Siria e in Turchia la lingua curda fu proibita, i nomi dei paesi e delle città arabizzati.

La loro separazione in quattro Stati e le loro continue rivolte dovevano trasformarli in uno strumento “diplomatico” e militare nelle mani dei vari Stati della regione e dei Paesi imperialisti che la controllavano. Divennero uno strumento di pressione e di mercanteggio al momento delle contese di potere tra gli interessi divergenti di questi Stati: un governo incoraggiava alla rivolta uno dei gruppi curdi all’interno dello Stato rivale, e quando lo scopo era raggiunto ogni promessa di liberazione era dimenticata.

Nella regione di Mosul, ricca di petrolio e di cereali, che interessava anche la Turchia, nel 1918‑24 gli inglesi utilizzarono Sheikh Mahmud e i suoi sogni autonomisti in Iraq, poi se ne sbarazzarono quando, con il Trattato di Losanna del 1923, Mosul tornò definitivamente all’Iraq, sotto lo scranno del loro protetto, re Faysal. Tra il 1918 e il 1922, nella Persia ricca di petrolio contesa tra russi ed inglesi, il potente capo di tribù curde Simko si ribellò con l’aiuto della Turchia, ma fu assassinato nel 1931 dai soldati persiani. Lo stesso anno il clan Barzani, con i fratelli Ahmed e Mustafa, raccolse la successione di Mahmud e organizzò ripetute rivolte contro la monarchia irachena, che lo combatteva con l’aiuto dei britannici. I due fratelli nel 1945 dovettero rifugiarsi nel Nord dell’Iran, allora occupato dai russi, l’attuale Azerbaigian, che li sostennero nella creazione della repubblica curda di Mahabad, capitale del Kurdistan iraniano, che fu però rapidamente rovesciata dalle truppe iraniane dopo la ritirata dell’URSS a seguito degli accordi di Yalta. Dopo questa sconfitta i fratelli Barzani si rifugiarono a Mosca. Il Partito Democratico Curdo (PDK), fondato nel 1946 sotto la presidenza di Mustafa Barzani, allora si proclamava “marxista-leninista”.

Tra il 1924 e il 1937 in Turchia scoppiarono una serie di rivolte curde che furono rapidamente represse con l’aiuto della Persia, dove egualmente la rivolta curda serpeggiava, e della Russia: era infatti scoppiata una rivolta curda anche a Baku, nell’Azerbaigian sovietico.

Negli anni Cinquanta, dopo una serie di disfatte e di repressioni, il movimento curdo nel suo insieme ripiegò sul tentativo di farsi riconoscere dagli Stati nei quali si divideva, cambiando di alleanza a seconda dei rapporti di forza tra le nazionalità, e anche combattendosi tra diversi gruppi curdi. Nel luglio 1958 i combattenti di Barzani, tornato dall’esilio moscovita, appoggiarono in Iraq il colpo di Stato del generale Kassem, filo-nasseriano e sostenuto dall’URSS, che aveva promesso loro un Kurdistan autonomo. Le milizie curde, alleate a quelle del Partito Comunista Iracheno di matrice stalinista, parteciparono ad una violenta repressione di una rivolta della popolazione turcomanna a Kirkuk, poi alla repressione dello stesso PC Iracheno a fianco dell’esercito di Kassem!

Ma tutti questi rovesciamenti di alleanze non aiutarono affatto a cambiare la situazione delle popolazioni curde e ben presto, all’inizio degli anni Sessanta, il nazionalismo arabo ruppe la collaborazione con i curdi. Le aspirazioni della Siria a costruire una “cintura araba” e quelle dell’Iraq a prendere la testa del mondo arabo, conseguentemente alla costituzione della Repubblica Araba Unita di Nasser in Egitto, ruppero l’equilibrio arabo-curdo con lo scoppio di ben cinque guerre curdo-irachene tra il 1961 e il 1975 durante le quali i curdi iracheni di Barzani furono sostenuti dallo Shāh di Persia, appoggiato dagli Stati Uniti in lotta contro l’URSS.

La Siria, che aveva rotto con l’Egitto, si allineava al governo iracheno e iniziava anch’essa una campagna contro i curdi. Per l’Iran si trattava di combattere le ambizioni espansionistiche arabe e turche, per questo lo Shāh appoggiava materialmente la guerriglia curda in Iraq, diretta da Mustafa Barzani, che passava dal campo russo a quello anglo-americano. Nel 1964 Barzani si sbarazzò della sua ala sinistra diretta da Talabani. Nel 1967 le sue truppe parteciparono alla repressione dei curdi iraniani a fianco delle truppe di Teheran!

Nel 1970 Saddam Hussein, per venire a capo della guerriglia curda in Iraq concluse un patto con il PDK di Barzani (alcuni militanti di questo partito furono inseriti nel governo iracheno fino al 1973) in cambio di una promessa di autonomia, che nei fatti non arrivò mai: ben presto Saddam tradì il patto e la repressione contro i curdi ricominciò. Barzani, sostenuto economicamente dai governi degli Stati Uniti e di Israele, tornò nel campo iraniano. Ma dopo gli accordi dell’OPEP ad Algeri nel 1975, l’Iraq abbandonò all’Iran l’estuario dello Shatt-al Arab, oggetto di antico conflitto tra i due paesi, e in cambio Teheran cessò di dare sostegno ai curdi di Barzani. La repressione comune irano-irachena contro i curdi provocò la deportazione, l’esilio e la morte di migliaia di civili. Barzani questa volta si rifugiò negli Stati Uniti dove morì nel 1979.

Tornato a Baghdad Talabani annunciò allora la creazione dell’Unione Patriottica Curda (UPK), con l’appoggio di Saddam Hussein, sperando di prendere il posto lasciato vuoto da Barzani e dal PC Iracheno nel Kurdistan iracheno!

Dal 1978 scoppiarono degli scontri tra l’UPK, influente nel Sud del Kurdistan iracheno, e il PDK, influente nel Nord, la cui direzione era passata al figlio di Mustafa Barzani, Massud. Quest’ultimo si schierò con il movimento iraniano del 1979 orchestrato dall’Ayatollah Khomeini, che lo sostenne nella lotta contro l’UPK, alleato di Baghdad.

Nel 1980 scoppiò il terribile conflitto irano-iracheno. Negli anni di questa lunga guerra, i partiti curdi si riorganizzarono e presero il controllo di vasti territori montagnosi in Iraq e in Iran, nonostante i devastanti bombardamenti chimici dell’esercito iracheno contro la popolazione civile curda.

Nel 1987 il PDK, l’UPK e il PC iracheno formarono un fronte schierato con le forze iraniane per lottare contro il regime di Saddam Hussein, mentre i partiti curdi iraniani si schieravano dalla parte dell’Iraq. Saddam si vendicò organizzando tra il 1987 e il 1989, un vero genocidio dei curdi, che non provocò alcuna protesta da parte dei governi occidentali.

La borghesia curda e la Comune di Bassora

Il tentativo di negoziati tra i preti di Teheran e quei partiti curdi iraniani autonomisti che durante la guerra irano-irachena si erano schierati con Baghdad terminò con l’assassinio nel 1989 a Vienna di tre capi curdi da parte di un commando dei servizi segreti iraniani.

Lo stesso anno si dissolveva l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti stavano per iniziare la guerra contro l’Iraq, che nel 1990 avrebbe invaso il Kuwait.

Quella prima guerra del Golfo ancora un volta fu un conflitto borghese, che non riguardava alcuno degli interessi, né storici né immediati, della classe operaia, impiegata solo come carne da cannone. Un suo episodio sanguinoso è la dimostrazione schiacciante di come il proletariato fu tradito dai partiti autonomisti curdi.

Nel 1991 la sconfitta dell’esercito iracheno fu totale, ma gli Stati Uniti si guardarono bene dal rovesciare il tiranno iracheno. Il 26 febbraio gli occidentali concessero a Saddam Hussein un cessate il fuoco.

Mentre George Bush faceva appello alla popolazione perché si sollevasse, questa insorgeva contro Saddam. Dal marzo 1991, col cessate il fuoco tra Washington e Baghdad appena decretato, l’insurrezione si allargò nel Sud del Paese nella zona di Bassora e in altre città, dove si erano rifugiati numerosi disertori, poi a tutto l’Iraq. Nel Nord, in Kurdistan, la situazione era esplosiva. Anche il PDK e l’UPK fecero appello all’insurrezione.

Nel Kurdistan iracheno la rivolta aveva interessato tutte le città, dove sorsero consigli operai nei luoghi di lavoro e soviet nei quartieri, diretti da piccoli gruppi quali “Corrente Comunista” e “Prospettiva Operaia”, che nel 1993 formeranno il Partito Comunista Operaio d’Iraq. Questi organismi furono contrastati rapidamente dall’UPK e dal PDK.

A Sulaymaniyya la rivolta scoppiò il 7 marzo. La base militare di Hamia vicina alla città cadde nelle mani degli insorti, che si appropriarono di migliaia di armi. L’8 marzo i peshmerga del Fronte del Kurdistan (FK), formato dall’unione dell’UPK e del PDK riconciliatisi, arrivarono a Sulaymaniyya controllata dalla popolazione.

Gli operai erano organizzati in shoura (soviet), assemblee di lavoratori nei quartieri, nelle aziende, nelle fabbriche e nell’amministrazione statale. La parola shoura era apparsa nella sollevazione iraniana del 1979, quando gli operai ne crearono numerosi. Gli islamisti al potere soffocarono questo movimento creando nelle fabbriche delle anjoman, Società Islamiche, in opposizione agli shoura.

Gli shoura, che erano armati, si coordinavano localmente e con quelli delle altre città guadagnate dal movimento, per prendersi carico dell’amministrazione e della difesa. Ma l’illusione della lotta per l’autonomia aveva ancora presa fra le masse. Il Fronte del Kurdistan si rinforzò, reclutò qualche migliaio di uomini, attaccò i militanti dei consigli nelle città in rivolta (Erbil, Kirkuk, Aqrah), e chiuse i consigli con la forza. Il Fronte del Kurdistan e gli shoura si divisero il governo del Kurdistan iracheno per tutto il mese di marzo.

Gli insorti chiesero aiuto alla coalizione occidentale, ma senza esito, e l’Iran non osò intervenire. I generali statunitensi autorizzarono anche le truppe scelte del regime iracheno ad utilizzare gli elicotteri, l’artiglieria pesante e perfino le armi chimiche contro le città del Sud. Le armate borghesi, fino a poco prima in guerra tra di loro, si unirono contro il proletariato in armi! I vincitori lasciarono campo libero al tiranno perché liquidasse i movimenti insurrezionali che si scatenarono allora nel paese, ancora devastato dalla precedente guerra con l’Iran, lasciandolo libero nonostante la disfatta militare del regime.

Dopo aver represso l’insurrezione nel Sud le truppe irachene il 28 marzo passarono all’offensiva in Kurdistan bombardando con armi chimiche le popolazioni terrorizzate e in fuga. Il primo aprile, le truppe di Saddam Hussein mettevano sotto assedio le città. Per timore di rappresaglie come quelle della campagna di Anfal e dell’episodio di Halabja nel 1988, la popolazione fuggì dalle città e dai villaggi, compresi i guerriglieri del Fronte del Kurdistan e dei consigli. L’esodo fu massiccio, centinaia di migliaia di curdi cercarono rifugio in Iran e in Turchia (la Turchia rifiutò di aprire le frontiere e chiese che i rifugiati curdi fossero assistiti all’interno delle frontiere irachene), per sottrarsi agli spietati bombardamenti degli aerei del governo.

Fu solo il 16 aprile, terminato il lavoro di pulizia effettuato dalle truppe irachene, che l’esercito statunitense si decise infine ad intervenire imponendo nei territori curdi una “zona di sicurezza” esclusa all’aviazione irachena, con i vincitori occidentali a “proteggere la popolazione”: la risoluzione 688 dell’ONU dell’aprile 1991 condannava le violenze sui civili iracheni e curdi. Gli USA, la Francia e la Gran Bretagna vietarono il sorvolo della zona, la No Fly Zone, a nord del 36° parallelo, ma solo per gli aerei e non per gli elicotteri! Occorrerà attendere il mese di agosto perché una zona di esclusione aerea fosse stabilita anche a sud del 32° parallelo a beneficio della popolazione sciita.

L’insurrezione irachena del marzo 1991, schiacciata nel sangue dalle truppe di Saddam Hussein, non sollevò né le proteste dei Paesi arabi, timorosi di una possibile estensione della rivolta, né dei partiti “di sinistra”, sia arabi sia occidentali, che appoggiarono l’ipocrita messaggio di “liberazione” del Paese proclamato dall’imperialismo.

Piccoli nuclei di militanti che si richiamavano al “marxismo-leninismo”, influenzati dal comunismo-operaio iraniano, di impostazione consiliarista, dell’iraniano Mansoor Hekmat, e l’organizzazione curdo-iraniana Komala, opposti al PC Iracheno stalinista e ai partiti autonomisti curdi, si affronteranno l’uno contro l’altro per anni.

Nel 1992 nel Kurdistan iracheno furono organizzate le elezioni, sotto l’egida dei vincitori statunitensi, nelle quali il PDK si impose sull’UPK. Fu così costituito un governo regionale del Kurdistan. Ma ben presto scoppiarono scontri armati tra le milizie dei due partiti che durarono fino al 1998 provocando la morte di circa 4.000 uomini, l’UPK sostenuto dal regime iraniano di Khomeini (in cambio esso doveva lottare contro gli oppositori curdi iraniani) e il PDK sostenuto dagli USA e dalla Turchia (per contro il PDK doveva lottare contro il PKK in Turchia).

Nel 2003 i partiti curdi si unirono di nuovo per appoggiare le truppe statunitensi contro Saddam Hussein. Furono ricompensati dall’occupante con la concessione della Costituzione federale irachena che riconosceva ufficialmente l’autonomia del Kurdistan iracheno. Questo, che confina con la Turchia e l’Iran, ha una economia basata sulla rendita petrolifera, mentre il regime autoritario e clientelare di Barzani assicura la pace sociale.

L’Amministrazione statunitense lo considera un pilastro importante per il controllo dell’Iraq grazie ai mercenari che vi può reclutare e che può utilizzare nelle sue machiavelliche trattative col governo centrale iracheno, con la Turchia (bisogna infatti tener presente che il quartier generale del PKK si trova ormai nel Kurdistan iracheno), con la Siria o l’Iran. La triste storia delle fazioni curde, fatta di alleanze e tradimenti continui, non è però per niente chiusa.


In uno scontro mondiale la sola chiave del dramma curdo non è l’autonomia ma la lotta di classe

Oggi, nel caos del Medio Oriente, quando le nazioni nate nel 1920 spariscono tra guerre civili atroci, quando i massacri si succedono ai massacri, i bombardamenti e le distruzioni si perpetuano, mentre le popolazioni civili subiscono il tributo più pesante, l’appello dei nazionalisti curdi è ancora una leva potente che permette alle diverse fazioni curde, politiche e armate, di reclutare tra i curdi del Medio Oriente e della diaspora e di impegnarsi nelle guerre civili. Ancora oggi i gruppi curdi, impegnati immancabilmente in lotte fratricide, servono gli interessi delle potenze imperialiste, che pertanto, dopo più di un secolo, non lesinano nelle promesse e nei tradimenti.

Gli Stati del Medio Oriente nati dalla divisione imperialista dell’Impero Ottomano non sono nazioni nel senso storico del termine, ma il prodotto di circostanze e di forze esterne. I diversi popoli che costituiscono questi Stati potrebbero sì vivere pacificamente in uno Stato federale, ma le brame imperialiste da una parte e retrivi egoismi etnici e particolaristici dall’altra non l’hanno consentito. La tempesta rivoluzionaria comunista abbatterà tutti questi staterelli.

Se la formazione di nazioni ha avuto un ruolo nella storia dello sviluppo delle forze produttive nel XIX secolo e nella prima metà del XX secolo, questa fase è definitivamente chiusa con l’indipendenza degli ultimi Stati africani nel corso degli anni Sessanta.

Il proletariato delle minoranze nazionali, curda, turcomanna, palestinese, cecena o tuareg, non troverà la soluzione alla sua sottomissione di classe nella creazione, che è sempre più improbabile, di un proprio micro-Stato sotto-nazionale, che se pure venisse fondato, come è il caso dello Stato palestinese o di quello del Kurdistan iracheno, diventerebbe lo strumento della spietata dittatura della propria borghesia.

La borghesia curda, formatasi in ritardo rispetto a quelle delle altre etnie della regione, è nata già reazionaria, incapace della benché minima azione progressista, come dimostra tutta la storia del Kurdistan, della borghesia curda e dei suoi partiti nazionalisti, divenuti organizzazioni clientelari, di briganti-mercenari, capaci dei peggiori voltafaccia, di alleanze seguite da tradimenti, di ignominie e di massacri contro il proletariato curdo. Una volta al potere, queste borghesie, spalleggiate dagli altri Stati e dalle potenze imperialiste, opprimono, invece che il nemico esterno, il proletariato del Kurdistan, sia esso curdo, arabo o turcomanno!

In un contesto di scontro alla scala mondiale delle grandi potenze imperialiste – USA, Cina e Russia – per conquistare i mercati strategici, energetici o militari, indispensabili alla sopravvivenza delle loro economie, le piccole nazioni e i gruppi etnici o religiosi non hanno altra alternativa che servire da mercenari all’uno o all’altro di quelli, oppure a molti insieme.

Quando parliamo di gruppi etnici o religiosi, si tratta sempre di clan borghesi che tentano di difendere i loro “particolari” interessi di classe possidente, sempre sulle spalle della popolazione che dichiarano di rappresentare. Solo un risorto proletariato, organizzato economicamente nei suoi sindacati e politicamente diretto dal partito di classe, potrebbe infine ritrovare la sua vera strada: quella della lotta di classe, per il rovesciamento del potere della borghesia dominante, industriale commerciale e terriera, che vive dello sfruttamento del proletariato e dei contadini poveri.

La sola via di uscita è unire il proletariato, che non ha nazione da rivendicare, non ha patria da difendere, non ha religione da propagare, non ha fini in comune con la borghesia, che è e resta il suo ineluttabile nemico. Il suo destino è di organizzarsi in sindacati e in un partito marxista, indipendente da tutti i movimenti borghesi e nazionali e di riprendere così il cammino glorioso della lotta di classe per imporre il suo fine storico: la liberazione dell’umanità intera dallo sfruttamento, la fame, la guerra.

 

 

 

 

 

 

 

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Il corso del capitalismo mondiale
Produzioni-commerci-finanza
Rapporto esposto alla riunione generale a Torino nel maggio scorso

Stato della produzione industriale mondiale

(ONU) PRODUZIONE INDUSTRIALE
INCREMENTI % ANNUI
2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015 2016
STATI UNITI 2,8 ‑3,3 -11,2 6,1 3,2 3,0 2,1 3,0 0,4 -0,8
REGNO UNITO 0,4 -3,0 -9,5 2,8 -0,8 -2,8 -0,6 1,5 1,4 1,4
GERMANIA 5,8 0,6 -16,5 11,3 7,0 -0,7 -0,1 1,3 1,5 0,8
FRANCIA 1,1 -2,9 -14,1 5,1 2,6 -3,0 0,0 -0,8 1,8 0,3
ITALIA 2,5 -3,2 -18,7 7,0 0,4 -6,0 -3,1 -1,1 1,8 2,0
BELGIO 6,6 4,0 -10,2 11,3 3,9 -2,2 0,8 0,8 0,2 4,3
RUSSIA 6,8 0,6 -10,7 7,3 5,0 3,4 0,4 1,7 -3,4 0,6
SPAGNA 2,3 -7,1 -16,2 0,8 -2,0 -6,3 -1,7 1,6 3,3 1,6
PORTOGALLO 0,1 -4,1 -8,3 1,6 -1,3 -5,8 0,8 1,5 2,0 0,4
GRECIA 2,3 -4,0 -9,3 -5,9 -5,7 -1,9 -3,2 -1,9 1,0 2,1
IRLANDA 5,3 -2,1 -4,5 7,5 -0,4 -1,5 -2,2 21,0 37,1 0,1
GIAPPONE 2,8 -3,3 -21,1 15,1 -2,9 0,6 -0,8 1,9 -1,3 -0,3
COREA 6,9 3,4 -0,1 16,3 6,0 1,3 0,7 0,2 -0,6 1,0
INDIA 15,5 2,5 5,3 8,2 2,9 1,2 -0,1 2,8 2,4 0,2
BRASILE 5,7 3,0 -7,0 10,2 0,4 -2,3 2,0 -3,0 -8,2 -6,6
MEXICO 0,6 -1,7 -6,2 5,6 3,3 3,0 0,8 2,9 0,5 -0,2
ARGENTINA 3,0 5,6 0,5 12,5 13,7 1,7 3,5 -0,9 -14,7  
Al fine di dare una visione d’assieme del corso del capitalismo mondiale dopo la recessione del 2008‑2009 riportiamo due tabelle. La prima contiene gli incrementi percentuali della produzione industriale rispetto all’anno precedente, la seconda gli stessi incrementi percentuali ma relativamente al massimo precedente livello della produzione. L’anno corrispondente a questo volume massimo precedente della produzione industriale è nella maggior parte dei casi il 2007 o il 2008. Il tutto è calcolato a partire dagli indici della produzione industriale forniti dalle statistiche dell’Onu, eccezion fatta per la Cina che non rispetta la metodologia dell’Onu e che trattiamo a parte.

Prendendo ad esempio gli Stati Uniti, la prima tabella riporta per il 2009 una caduta dell’11,2% rispetto al 2008 e nel 2014 un aumento del 3% rispetto al 2013; nella seconda tabella, sempre per gli Stati Uniti, il ‑14,2% del 2009 indica una tale caduta rispetto al 2007, anno di massimo della produzione, e 1,8% nel 2014, incremento sempre rispetto a quel 2007, ultimo massimo. In questa seconda tabella quindi non si tratta di incrementi annui.

A fianco dei grandi paesi imperialisti, Stati Uniti, Giappone, Germania, Russia, ecc. che seguiamo regolarmente, si trovano paesi in fase di sviluppo come India, Brasile, Messico, così come vecchi paesi industriali quali Belgio e Svizzera, e alcuni paesi di industrializzazione più recente che però non si possono più considerare come in via di sviluppo come la Corea del Sud, il cui peso industriale è oggi superiore a quello del Regno Unito o dell’Italia. Seguiamo da molti decenni tutti questi paesi, oltre alla Cina e qualche altro, al fine di avere una visione d’assieme del corso del capitalismo mondiale.

La crisi di sovrapproduzione del 2008‑2009 ha colpito duramente tutti i grandi paesi imperialisti, ad eccezione della Cina. Russia, Giappone, Italia e Spagna hanno visto la loro produzione industriale cadere di oltre il 20% in rapporto al massimo raggiunto precedentemente, mentre Stati Uniti, Germania, Francia, Regno Unito e Belgio tra il 10% e il 16%. In alcuni meno vecchi capitalismi, come il Messico e il Brasile, la produzione è caduta del 6‑7% mentre altri hanno semplicemente segnato il passo come l’India. Altri ancora, come Cina e Corea del Sud, che sono anche dei grandi paesi industriali e imperialisti nel senso inteso da Lenin, ma di capitalismo più giovane, hanno semplicemente subito un forte rallentamento, con una caduta della produzione in alcuni settori industriali.

(ONU) Anno
di
mas-
simo
INCREMENTI % DELLA PRODUZIONE INDUSTRIALE
RISPETTO AL MASSIMO PRECEDENTE
2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015 2016
IRLANDA 2007   -2,1% -6,5% 0,5% 0,1% -1,4% -3,6% 16,6% 59,8% 59,9%
BELGIO 2008     -10,2% 0,0% 3,8% 1,5% 2,3% 3,2% 3,4% 7,8%
GERMANIA 2008     -16,5% -7,0% -0,5% -1,3% -1,4% -0,1% 1,4% 2,2%
USA 2007   -3,3% -14,2% -8,9% -6,0% -3,2% -1,2% 1,8% 2,3% 1,4%
FRANCIA 2007   -2,9% -16,5% -12,3% -10,0% -12,7% -12,7% -13,4% -11,8% -11,6%
REGNO UN. 2000 -3,3% -6,2% -15,1% -12,7% -13,3% -15,7% -16,2% -15,0% -13,8% -12,6%
GIAPPONE 2007   -3,3% -23,7% -12,2% -14,8% -14,2% -14,9% -13,4% -14,5% -14,8%
RUSSIA 1989 -20,7% -20,2% -28,7% -23,6% -19,8% -17,0% -16,7% -15,2% -18,2% -17,6%
PORTOGAL. 2001 -6,7% -10,5% -17,9% -16,6% -17,7% -22,4% -21,8% -20,7% -19,1% -18,8%
ITALIA 2007   -3,2% -21,3% -15,8% -15,5% -20,5% -23,0% -23,8% -22,5% -20,9%
SPAGNA 2007   -7,0% -22,0% -21,0% -23,0% -28,0% -29,0% -28,0% -26,0% -25,0%
GRECIA 2007   -4,0% -12,9% -18,1% -22,8% -24,2% -26,7% -28,1% -27,4% -25,8%
COREA 2008     -0,1% 7,8% 7,2% 5,7% 4,7% 3,9% 3,3% 3,0%
INDIA 2007   2,5% 3,9% 5,3% 4,7% 4,0% 3,3% 3,2% 3,1% 2,8%
BRASILE 2011     -7,0% 2,4% 2,8% -2,3% -0,3% -3,3% -11,3% -17,1%
MEXICO 2007   -1,7% -7,8% -2,6% 0,6% 3,6% 4,4% 7,4% 7,9% 7,7%
ARGENTINA 1998 21,4% 28,3% 28,8% 44,9% 64,8% 67,5% 73,5% 71,9% 46,7%  
In seguito, nel 2010‑2011, tutti hanno segnato una ripresa dell’attività industriale che è stata più o meno sostenuta ma che nell’insieme abbastanza vivace: +6,1 e +3,2% per gli Stati Uniti, +11,3 e +7% per la Germania, +5,1 e +2,6% per la Francia, +11,3 e +3,9% per il Belgio, +15,1% per il Giappone, +16,3 e +6% per la Corea del Sud ecc. Questa ripresa è stata seguita da una ricaduta negli anni 2012‑2014. In seguito, dopo la metà del 2014 o nel 2015, a seconda del paese, abbiamo assistito a una debole ripresa, che va rallentando. Quindi abbiamo avuto una doppia recessione, seguite da una crescita debole.

Gli Stati Uniti non hanno seguito questo schema generale, al contrario, dopo la ripresa del 2010‑2011 hanno segnato una crescita continua, ma che va rallentando, fino a un incremento negativo nel 2016. Ci torneremo in seguito.

Fra i paesi imperialisti, un pugno di essi, ma non fra i minori, nel 2016, dopo 8 anni, ha recuperato e ha sorpassato il massimo raggiunto nel 2007‑2008: gli Stati Uniti con una produzione superiore all’1,4% a quella raggiunta nel 2007; la Germania con un +2,2% e il Belgio con un rimarchevole +7,8%. Ma come media annua sull’arco degli 8 anni gli incrementi si riducono, rispettivamente, a 0,2%, 0,3% e 0,9%.

INDIA
1953 - 1965 1965 - 1972 1972 - 2012 2012 - 2016
7,4% 3,9% 6,1% 1,3%
1953 - 1972 1972 - 2016
6,1% 5,6%
Tutti gli altri si trovano in una situazione ben più difficile, se non addirittura nell’abisso: ‑25% per la Spagna, ‑20,9% per l’Italia, ‑18,8% per il Portogallo, ‑17,6% per la Russia (anno di riferimento il 1989), ‑14,8% per il Giappone (malgrado tutti gli sforzi del governo di Shinzo Abe e gli interventi massicci della Banca Centrale nipponica), ‑14,8% per il Regno Unito (il cui massimo precedente risale al 2000!), ‑11,6% per la Francia.

Il dato per l’Irlanda, che segna un incremento di quasi +60% della produzione industriale dal 2007, deriva dal conteggiarvi il peso enorme di colossi mondiali che solo hanno stabilito la loro sede legale nel paese per vantaggi fiscali; e seppure abbiano più dei servizi che dell’industriale.

Fra i piccoli paesi invece l’infelice Grecia paga un terribile tributo alla crisi con un ‑25,8%! A quando le stesse cifre per la Grande Germania? Presto, e saranno ancora peggiori!

COREA DEL SUD
1954 - 1979 25 anni 17,6%
1979 - 1997 18 anni 9,4%
1997 - 2008 11 anni 7,5%
2008 - 2016 8 anni 3,0%
I paesi in via di sviluppo o marcano un forte rallentamento, come l’India, o sono in piena recessione, come il Brasile, con una caduta della produzione di ‑17,1% in rapporto al 2012.

Per quanto concerne l’India abbiamo riportato in tabella gli incrementi annuali medi per periodi lunghi e per i cicli brevi. Passando dal periodo 1953‑1972 a quello 1972‑2016 si constata un forte rallentamento: +6,1% poi +5,6%.

Per contro, se si scompone il periodo 1972‑2016 nei due cicli brevi, si constata un forte rallentamento, che concorda con ciò che si osserva negli altri paesi industriali: da 6,1% a 1,3%, ciclo che però si avvicina alla fine ma non è ancora terminato.

RUSSIA
1920 - 1940 30 anni 20,1%
1940 - 1975 35 anni 8,4%
1948 - 1975 27 anni 10,4%
1975 - 1978 3 anni 5,1% 3,9%
1978 - 1989 11 anni 3,6%
Si constata lo stesso fenomeno con la Corea del Sud, grande paese industriale ma d’industrializzazione recente. Abbiamo scomposto il periodo 1954‑2016 in quattro: ciascuno inizia in corrispondenza di un massimo dalla produzione, la sovrapproduzione che precede una caduta brutale della produzione, e termina col massimo seguente, che precede una nuova caduta della produzione. Come si vede la decelerazione è netta.

È comparabile a quella che si è avuta in Urss prima del crollo. Per il confronto riportiamo una tabella che si riferisce all’Urss. Il crollo della Russia era chiaramente anticipato dall’economia. E la stessa cosa vale non solo per la Corea del Sud ma anche per tutti i paesi imperialisti, la cui traiettoria palesa chiaramente l’arrivo di una grave crisi di sovrapproduzione mondiale, ben peggiore di quella del 1929.

Gli Stati Uniti d’America

Con gli Stati Uniti, l’imperialismo dominante, esaminiamo più in dettaglio la traiettoria del capitale.

Abbiamo visto che la produzione industriale nel 2016 aveva superato dell’1,4% il livello raggiunto nel 2007. Tuttavia la crescita nel 2016 è stata negativa.

La produzione industriale si compone di tre grandi rami: la produzione mineraria, la manifatturiera e l’edilizia. La crescita di ciascuno di questi rami produttivi si rappresenta con un indice. L’indice generale dell’industria è una media di questi tre indici una volta che sia dato a ciascuno di essi un coefficiente che riflette il peso di ciascuno nella produzione generale. Poiché questo peso varia nel corso del tempo, il coefficiente di ponderazione viene periodicamente aggiustato.

La produzione di gas da scisti bituminosi è aumentata considerevolmente a partire degli anni d’inizio millennio, e quella del petrolio a partire dal 2009. Così gli Stati Uniti sono diventati di gran lunga il primo produttore di gas naturale, con il 22% della produzione mondiale, e per la produzione di petrolio sono giunti quasi ad eguagliare l’Arabia Saudita e la Russia: circa il 13% della produzione mondiale per ciascuno dei tre paesi. Le cifre differiscono a seconda che ci si riferisca ai dati dell’ONU o a quelli della BP, la quale fornisce serie numeriche dettagliate per quanto riguarda la produzione delle varie forme di energia.

Mentre la manifattura e l’edilizia crollavano, la produzione di gas e di petrolio da scisti decollava, ed è quindi aumentato il suo coefficiente di ponderazione per il calcolo dell’indice generale. Questo spiega come nel 2016 l’indice sia superiore dell’1,4% rispetto a quello del 2007. Invece la produzione manifatturiera e quella dell’edilizia, benché avanzino lentamente ma regolarmente, sono sempre al di sotto dei massimi del 2007: ‑52% per l’edilizia.

Nel contesto attuale la caduta della produzione industriale in tutti i grandi paesi imperialisti e il forte rallentamento o la crisi nei paesi in via di sviluppo, che hanno portato a una domanda di materie prime, e in particolare di quelle energetiche, molto inferiore rispetto ai primi anni del nuovo secolo, quando soprattutto la Cina segnava una crescita notevole, hanno avuto come conseguenza una sovrapproduzione generale e una forte caduta dei prezzi.

La tendenza è rafforzata, tanto nel settore energetico, con la forte produzione negli Stati Uniti, quanto per le altre materie prime, poiché numerosi progetti minerari avviati all’inizio del secolo sono entrati in funzione, aggravando la sovrapproduzione generale.

La sovrapproduzione nel settore delle materie prime minerali e agricole genera una guerra commerciale che esacerba la caduta dei prezzi. Il risultato nel settore energetico è stato la sospensione dell’attività di parecchi pozzi, troppo costosi per essere sfruttati, e negli Stati Uniti il fallimento di parecchie piccole imprese del settore energetico che ha portato negli Usa già nel 2016 a una flessione delle produzione di petrolio e di gas, di qui la contrazione dell’indice della produzione industriale.

A complemento dei nostri propositi esplicativi riportiamo qui tre istogrammi e una curva che si riferiscono rispettivamente alla produzione di gas, di petrolio, al settore delle costruzioni e alla produzione manifatturiera negli Usa.

Con un incremento annuale medio del 9,4% – quello della crescita nell’edilizia fra il 2015 e il 2016 – ci vorrebbero più di otto anni perché il settore delle costruzioni ritornasse al livello raggiunto nel 2004.

Invece per quanto riguarda la sola manifattura, se si mantenesse la crescita annuale dell’1,1% del 2015, ci vorrebbero ancora 3 anni per riagganciare il massimo del 2007.

Passiamo ora alla Cina

Se ci si riferisce agli indici della produzione industriale degli annuari ufficiali della Repubblica Popolare Cinese si constata un netto rallentamento. La crescita, che nei primi dieci anni del secolo oscillava fra 12 e 15%, è scesa al 6% nel 2016, una caduta di più della metà. Il rallentamento è beloce dopo la crisi mondiale del 2008‑2009. Tuttavia si sa che queste cifre sono sovrastimate a causa della metodologia usata dall’istituto cinese di statistica.

Per disporre di un quadro più vicino alla realtà, usiamo riferirci alla produzione fisica di settori chiave, come quella di cemento, di acciaio, la costruzione di alloggi, la produzione di elettricità e in particolare il consumo di energia da parte dell’industria.

Tutte queste branche della produzione ci mostrano lo stesso fenomeno: una forte crescita fra 2000 e 2007, un forte rallentamento nel 2008, seguito da una ripresa nel 2009, poi un rallentamento generale e assai regolare per sfociare in una caduta nel 2015, seguita da una ripresa nel 2016.

Riportiamo qui due grafici che riguardano la produzione e il consumo d’energia. Siccome l’energia riguarda tutti i rami della produzione materiale, questi grafici hanno il vantaggio di essere più generali.

Si vede molto bene la curva a massimo, che si trova anche per la produzione di acciaio, di cemento o di elettricità e per la costruzione di alloggi, che corrisponde alla folgorante crescita della produzione industriale in Cina nel periodo 2000‑2007.

Si constata il forte rallentamento del 2008‑2009 e la non meno forte ripresa del 2010, seguita successivamente da una netta decelerazione. A differenza degli altri rami produttivi citati non si ha una caduta della produzione o del consumo nel 2015, ma un netto rallentamento o un arresto. Un altro punto da sottolineare è la caduta della produzione d’energia nel 1998 e il forte rallentamento del consumo nel 1998‑1999. Questo picco verso il basso corrisponde alla crisi asiatica del 1998‑1999, che ha investito la Russia (lo Stato russo ha perfino dovuto dichiararsi insolvente) poi l’America Latina e in particolare l’Argentina, dove la crisi fu particolarmente terribile e ha condotto lo Stato al fallimento.

L’inconveniente del grafico è che non si riferisce soltanto al consumo industriale, ma comprende anche il consumo d’energia in agricoltura, nei servizi e nelle famiglie.

Tuttavia possiamo presentare altri due altri grafici che rappresentano il consumo di energia dell’industria. Il periodo è più corto perché l’istituto cinese di statistica è in questo caso più avaro di dati. Ma la tendenza della industria viene mostrata chiaramente e con essa il corso dell’accumulazione del capitale in Cina.

Dal 6,1% del 2011 l’incremento annuale del consumo d’energia dell’industria scende nel 2012 a 2,7% per diminuire poi regolarmente dal 2012 al 2014. Purtroppo non si dispone delle cifre per gli anni successivi: non è forse un caso se l’annuario del 2017 non ce li fornisce! Questi incrementi, assai più piccoli di quelli ufficiali della produzione industriale, sono il vero indice della crescita industriale in Cina. Infatti, invece di avere un +6% nel 2016, la crescita reale è verosimilmente più vicina all’1%!

E questo malgrado tutti gli sforzi dello Stato cinese e della sua Banca centrale per stimolare l’accumulazione di capitale, aprendo il più possibile i canali del credito alle imprese e ai privati, principalmente per l’acquisto di alloggi, e investendo massicciamente nelle grandi infrastrutture.

Si vede che il tracollo è molto vicino.

Ad ulteriore complemento riportiamo un secondo grafico del consumo d’energia da parte dell’industria. Questo grafico copre un periodo un po’ più lungo (1995‑2014) con intervalli di cinque anni. A ogni intervallo di cinque anni corrisponde l’incremento annuale medio del consumo di energia.

Quest’ultimo grafico segna per l’anno 2000 un picco verso il basso, che corrisponde alla crisi asiatica, la forma “a massimo“ per la formidabile crescita industriale che abbiamo visto nel grafico più sopra fra il 2000 e il 2007, poi il progressivo rallentamento.

Per completare il quadro del corso del capitale in Cina concludiamo con un istogramma che rappresenta l’indebitamento totale nel paese in percentuale del PIL. Si tratta dell’indebitamento pubblico, di quello delle regioni (cresciuto enormemente, acquisendo un peso notevole) e di quello privato, che riguarda sia le imprese sia le famiglie. Questi dati sono stati calcolati da una grande banca svizzera che esercita parte delle sue attività in Cina.

Come si vede anche in questo campo la Cina raggiunge tutte le grandi nazioni imperialiste, anche in quanto buona parte dei crediti proviene dallo “shadow banking”, il sistema bancario ombra, e sfugge a ogni contabilità e controllo. Ciò fa sì che l’indebitamento reale è probabilmente superiore a quello qui calcolato.

In Cina, come ovunque, l’accumulazione del capitale conduce direttamente verso una formidabile crisi di sovrapproduzione, crisi che sarà commisurata all’accumulazione degli ultimi trent’anni. Allora più nulla potrà arrestare la crisi di sovrapproduzione a scala mondiale.

Rapido giro d’orizzonte sul commercio mondiale

Il volume del commercio mondiale fra il 2000 e il 2007, all’uscita dalla crisi del 2001‑2002, è cresciuto ad un ritmo particolarmente sostenuto, superando nella maggior parte dei casi incrementi del 10%. In dollari correnti la crescita era ancora più sostenuta. Tuttavia bisogna ricordarsi che con la delocalizzazione a oltranza e i subappalti nessun prodotto oggi viene fabbricato interamente in un luogo. Questo gonfia artificialmente il commercio più che raddoppiandolo.

Le differenze negli anni passati fra i dati in volume e quelli in dollari correnti si spiegano con l’ascesa dei prezzi delle materie prime minerali, agricole e soprattutto energetiche, sotto l’effetto allora di una forte domanda, soprattutto da parte della Cina. Un’ascesa dei prezzi di mercato che è stata considerevolmente amplificata dalla speculazione frenetica di quegli anni.

Come doveva essere, nel 2008‑2009 si è avuta una formidabile crisi di sovrapproduzione che ha provocato non soltanto un ribasso dei prezzi, ma anche una caduta del commercio mondiale, in volume del ‑12,6% e in valore del ‑22,6%. Questa recessione è stata seguita nel 2010 da una vigorosa ripresa, del 14% in volume e di circa il 22% in dollari correnti. Ma in seguito la crescita del commercio mondiale non ha fatto che declinare. Dopo il 2012 la crescita in volume resta nettamente al di sotto del 3% annuo.

La ripresa della produzione industriale nei grandi paesi imperialisti dopo il 2015 ha solo compensato la stagnazione e la recessione di numerosi paesi in via di sviluppo e il rallentamento della Cina. Così la crescita del commercio mondiale in volume ha rallentato anche nel 2016 e si è anche espressa in dollari correnti con flessioni del 13% nel 2015 e del 3% nel 2016. Questa caduta in dollari correnti è dovuta a due fattori. Il primo e il più importante è il crollo del prezzo delle materie prime: da metà del 2014 a dicembre del 2015 il prezzo dei combustibili è caduto del 62%, dei metalli del 35% e quello dei prodotti agricoli del 22%! Il secondo fattore è stato la risalita del dollaro: poiché c’è bisogno di meno dollari di quanti non ce ne volessero prima nel cambio con le monete locali, i prezzi espressi in dollari cadono.

Questa caduta del prezzo delle materie prime ha seguito l’arretramento delle importazioni della maggior parte dei paesi produttori. La recessione o la stagnazione dei paesi in via di sviluppo, associata al rallentamento in Cina, si è tradotta nel 2015 in una minore domanda di prodotti americani dall’Asia, dal Medio Oriente e dall’America Latina, dunque con una stagnazione delle esportazioni dagli Stati Uniti, aggravandone il cronico deficit commerciale.

Diamo qui i grafici per il commercio mondiale in volume e in dollari correnti.

(fine al prossimo numero

 

  

  

  

  

  

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Il Partito Comunista d’Italia e la direttiva del fronte unico sindacale

(3/3 - continua)

Collegamento storico

Nel numero di marzo-aprile di questo giornale sono apparse le Tesi della Frazione Astensionista del PSI e le Tesi del secondo Congresso dell’Internazionale Comunista, il cui accostamento è servito a mostrare l’allineamento della Sinistra sul programma comunista, che in quell’assise mondiale veniva chiaramente delineato.

La battaglia per la costituzione della Sezione d’Italia del Komintern trasse importante linfa vitale dallo spirito rivoluzionario che aveva animato tutte le sedute del Congresso. La Frazione non poté, quindi, che continuare nel lavoro di liberazione delle forze sane dal seno di un Partito, il PSI, dominato da un centro massimalista, rivoluzionario soltanto a parole, e massa di manovra utilizzata a scopi controrivoluzionari dalla destra apertamente riformista.

Su Il Soviet appaiono a questo scopo due importanti articoli che commentano e sintetizzano le direttive del Centro mondiale, “La Frazione Astensionista e il Congresso di Mosca” (n.22 del 5 settembre 1920) e “Intorno al Congresso Internazionale Comunista” (n.24 del 3 ottobre 1920), nei quali i deliberati dell’Internazionale sono utilizzati come arma autorevolissima per portare allo scoperto l’opportunismo centrista e preparare il terreno al taglio dei ponti con esso.

In Italia la situazione è chiaramente pre-rivoluzionaria e l’assenza dell’organo di liberazione del proletariato, il partito comunista marxista, è una mutilazione della lotta di classe che non le permette di tracimare dal terreno economico a quello politico, tendente alla conquista del potere statale. Esemplare il movimento per l’occupazione delle fabbriche, che, mentre noi scrivemmo “prendere la fabbrica o prendere il potere?”, PSI e CGL bloccarono in quella dimensione aziendale e di autogestione, facendo il più grosso regalo al governo di Giolitti che non si trovò a dover affrontare la classe armata per le strade in una battaglia più ampia a definitiva.

La CGL, inoltre, è legata da due fili d’acciaio che le impediscono di svolgere un ruolo nella difesa intransigente degli interessi della classe. Uno è il patto di alleanza con il PSI: D’Aragona è il riflesso sindacale del politico Turati; l’altro è l’adesione all’Internazionale sindacale gialla di Amsterdam, organo borghese per il sabotaggio delle fiammate di lotta che scoppiano spontanee in tutta Europa.

Per mettere ancora una volta in chiaro la posizione comunista in campo sindacale appaiono due importanti articoli, sul numero 25 del 17 ottobre 1920 de Il Soviet dal titolo “La Confederazione del Lavoro Italiana e l’Internazionale sindacale” e nel numero 26 del 24 ottobre dal titolo “Come i riformisti confederali tengono il piede in due staffe”, nei quali l’importante questione dell’azione delle frazioni sindacali comuniste nei campi nazionale ed internazionale è chiaramente impostata ed è sottolineata con forza la necessità di non scindere la CGL nonostante la sua direzione opportunista.

In tutto il periodo che va dall’agosto del 1920 al gennaio del 1921 l’opera della Sinistra in campo sindacale è impostata all’applicazione pratica delle direttive emerse dal secondo Congresso, quello davvero costitutivo dell’Internazionale. Quando il Partito si sarà costituito a Livorno questo importante campo della complessiva lotta del proletariato si dispiegherà con la chiarezza e determinazione che connotano la politica comunista.

Appena nato il giovane Partito Comunista si troverà a dover affrontare l’importante banco di prova del V Congresso della CGL, che si terrà a Livorno, conscio del fatto che in quell’occasione tutti i cannoni delle guardie bianche sindacali saranno puntati contro i rossi. Ne Il Comunista del 24 febbraio 1921 appare la Mozione Comunista in cui si afferma che «(...) i sindacati operai, volti dalla politica socialdemocratica dei dirigenti riformisti e piccolo borghesi ad una pratica antirivoluzionaria di collaborazione di classe, possono e devono esser fattori importantissimi dell’opera rivoluzionaria, quando ne sia radicalmente rinnovata la struttura, la funzione, la direttiva, strappandoli al dominio della burocrazia dei funzionari attuali; che la tattica che la terza Internazionale adotta per conseguire tali obiettivi esclude e condanna l’uscita delle minoranze rivoluzionarie dalle file dei sindacati diretti da riformisti, ma prescrive ad esse di lavorare e lottare dall’interno, con la propaganda dei principii comunisti, con la critica incessante all’opera dei capi, con l’organizzazione di una rete di gruppi comunisti nelle aziende e nei sindacati strettamente collegata al Partito Comunista, allo scopo di conquistare a questo la direzione del movimento sindacale e dell’insieme dell’azione di classe del proletariato». La tattica della scissione sindacale è evidentemente esclusa!

Dopo aver martellato per un anno sulla questione della scissione in seno ai sindacati il Partito intraprende la battaglia per il fronte unico sindacale e l’unione dal basso delle forze operaie, con il quale dimostrerà di essere la sola Sezione dell’Internazionale ad applicarne fedelmente il programma. Come scrivemmo in Programma Comunista numero 16 del 1967, introducendo il Manifesto “Ai lavoratori organizzati nei sindacati, per l’unità proletaria” (da Il Comunista, 8 maggio 1921): «Il Partito non pone nessuna pregiudiziale dottrinaria e ideologica per la realizzazione del fronte unico di tutti i lavoratori, conscio e sicuro che il prevalere dell’indirizzo comunista è affidato alla chiarezza del programma e alle condizioni obiettive che incalzano ogni raggruppamento politico sospingendolo verso l’estrema posizione di sinistra».

Nei prossimi numeri del giornale vedremo come si svolgerà questa lotta per il fronte unico, come verrà costantemente ostacolata dai bonzi delle principali organizzazioni operaie italiane e come dalla direzione dell’Internazionale sarà malamente capovolto, nel significato ed effetto, in fronte unico dall’alto, fra partiti.