Partito Comunista Internazionale
Il Partito Comunista N. 379 - settembre-ottobre 2016
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Indice dei numeri
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organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 Turchia fra ambizioni di potenza e interne tensioni etniche e di classe
– Parole chiare su chavismo ed anti-chavismo
Ancora sui "derivati"
– Gls, Piacenza: Un omicidio di classeClass murderHomicidio de clase
PAGINA 2 Riunione generale del partito, Cortona, 21-22 maggio 2016 [RG125] (segue dal numero scorso): Il corso verso la catastrofe dell’economia capitalistica mondiale - Il confronto fra imperialismi sul campo di battaglia siriano - Attività sindacale: nella USB, nel SI Cobas, con i metalmeccanici - Resoconto sul lavoro della nostra sezione venezuelana - Il movimento operaio in Usa: La preparazione alla guerra mondiale - La dittatura rivoluzionaria prima di Marx: Babeuf
Per
il sindacato
di classe
– Norme giuridiche europee e del Ttip contro il diritto di sciopero
Corrispondenza da Genova: Tenute divise le lotte operaie
L’opposizione di facciata della Fiom spalleggia il corporativismo della Cgil - 8 anni di tradimento degli interessi operai (continua dal numero scorso): La Cgil dopo il Jobs Act - Trappole democratiche - I rinnovi contrattuali dopo il Jobs Act (Sindacati-azienda - Terziario - Bancari - Chimico-farmaceutico - Gomma-plastica - Autoferrotranvieri - Alimentaristi - Igiene ambientale) (continua)
Scuola e lavoro dalla borghese disumanizzazione al comunismo
PAGINA 5 La contesa fra militarismi nei mari della Cina: Il Mar Cinese Meridionale (Le Isole Paracel - La Secca di Scarborough - Le Isole Spratly - Giustificazioni storiche - La presenza statunitense) - Il riarmo in Asia (L’esercito cinese - Il Vietnam - Le Filippine) (continua)
PAGINA 6 – La questione nazionale e coloniale al Primo Congresso dei Popoli d’Oriente, Bakù, settembre1920 (continua dal numero scorso): Lo svolgimento del Congresso - L’indipendenza nazionale non più all’ordine del giorno nemmeno in Oriente
 
 
  
 
PAGINA 1

Turchia fra ambizioni di potenza e interne tensioni etniche e di classe

Le vicende turche hanno riempito telegiornali e quotidiani in seguito ad un tentativo di colpo di Stato militare volto a rovesciare il presidente Recep Tayyip Erdoğan e il governo guidato dal premier Binali Yıldırım. Per pochi giorni i mezzi di informazione ne hanno parlato, ma in breve il Paese si è trovato fuori dalla portata dei riflettori, come spesso accade in una comunicazione al servizio del regime del capitale ed interessata allo spettacolo e alle banalità piuttosto che ad informazioni attendibili.

Il tentativo di golpe e il sanguinoso scontro armato che ne è scaturito va compreso alla luce delle contraddizioni dell’economia e della società turche. L’azione, messa in atto da una parte delle forze armate, si inserisce in una lotta fra le fazioni della classe dominante turca. Borghese è infatti il partito di governo guidato da Erdoğan, versione turca della Fratellanza Musulmana araba e legato a doppio filo ai petrodollari delle monarchie del Golfo; borghese è la fazione guidata dal predicatore religioso Fetullah Gülen, auto-esiliatosi negli Stati Uniti e accusata dal governo di essere dietro al tentativo di assumere il potere; borghese è infine la componente laica kemalista, che per numerosi decenni ha dominato la scena politica e che ora, fortemente indebolita, costretta a rinunciare al ruolo di protagonista “istituzionale”, sembra sostenere il governo per una fetta di potere e per garantire la propria sopravvivenza messa in discussione dai continui giri di vite repressivi e dall’emergere del fondamentalismo islamico.

Quanto accaduto la sera del 15 luglio sorprende per l’imperizia manifestata dagli ufficiali, alla guida di alcuni reparti dell’esercito, nel tentativo di rovesciare il governo. Invece di arrestare i membri del potere civile, i deputati, i membri del governo, ecc. prendendoli come ostaggi, si sono contenuti all’interno dell’esercito, arrestando il capo di stato maggiore e alcuni generali, tentando solo, non riuscendoci, di arrestare o eliminare il presidente Erdoğan. Quest’ultimo, sfuggito all’azione di un commando, si collegava col proprio cellulare a una diretta televisiva, incitando i propri sostenitori a scendere in piazza per affrontare i ribelli e “difendere la democrazia”. Ne seguiva un duro scontro in cui i ribelli venivano sopraffatti in poche ore dai militari rimasti fedeli al governo, dalla polizia e dai sostenitori del governativo Partito della Giustizia e dello Sviluppo. Incapaci di fare appello a un qualche sostegno esterno all’esercito, i putschisti, proclamatisi “Comitato per la pace in patria”, si sono trovati completamente isolati, mentre la mobilitazione della “base popolare” filo-governativa ha avuto una certa efficacia, almeno sul piano simbolico.

Votati a una sconfitta certa, i militari golpisti si sono arresi dopo una notte di scontri armati che hanno provocato circa 300 morti, concentrati a Istanbul, centro del potere economico e finanziario, e ad Ankara, capitale politica dello Stato. Una volta arresisi i militari di leva portati allo sbaraglio dai loro ufficiali hanno subito pesanti umiliazioni, flagellazioni pubbliche, pestaggi e talora linciaggi mortali da parte delle squadre di civili sostenitori del governo, aiutati dalla polizia.

La cronaca dei giorni successivi, segnati da un clima di terrore, con i quasi 20.000 arresti e le purghe in tutti i rami della pubblica amministrazione, che hanno portato al licenziamento di circa 80.000 funzionari ed insegnanti, hanno visto un rafforzamento ulteriore del potere di Erdoğan, anche attraverso la proclamazione dello stato di emergenza ratificato dal parlamento con un voto a larga maggioranza. Ad aggiungere un particolare macabro alla ferocia repressiva è stato l’ordine governativo che impediva la sepoltura dei corpi dei militari golpisti nei cimiteri e ne disponeva l’inumazione in fosse scavate in appezzamenti di terreno chiamati per l’occasione “cimiteri per traditori”.

A dovere fare i conti con la dura repressione sono stati soprattutto quanti legati al movimento guidato da Gülen, accusato di essere dietro all’organizzazione del complotto. A capo di una potente rete di interessi economici che comprendono fra l’altro un impero mediatico (in gran parte smantellato con l’ondata repressiva successiva al golpe) e un movimento religioso, lo Hizmet (letteralmente “il servizio”), rimasto a lungo sottotraccia nel panorama della vita politica turca, Gülen rappresenta una frazione della classe dominante la quale, per altro, condivide con il partito di Erdoğan il recupero della tradizione religiosa come strumento ideologico di un’unità interclassista, per prepararsi alla sfida, forse velleitaria, di affermarsi come potenza imperialista di dimensione regionale. Gülen, considerato “il volto moderno della tradizione del sufismo ottomano”, tenta di accreditarsi come islamista moderato, aperto alla scienza e alla tecnologia moderne. Il che non gli impedisce continui appelli alla “lotta contro il comunismo e l’ateismo”. Non è un caso che negli anni ’90 Gülen divenne un fondamentale alleato politico dell’attuale presidente.

Come scrivemmo in questo giornale nel luglio di tre anni fa questo era un passaggio obbligato, comune a tutte le borghesie che, una volta sconfitte le ultime, estreme resistenze delle classi dominanti precapitalistiche, quando debbono fare i conti con lo sviluppo del proletariato industriale, abbandonano il laicismo e l’ateismo delle origini.

Imponenti cambiamenti economici e demografici hanno sconvolto la Turchia, che è passata da circa 40 milioni di abitanti del 1980 ai 79 attuali. Fra l’ultima decade del secolo scorso e la prima del nuovo millennio un febbrile processo di industrializzazione ha trasformato la sua struttura produttiva facendola entrare nella piena maturità capitalistica. Se ancora nei primi anni ‘80 circa il 60% della popolazione attiva era occupata nell’agricoltura, questa quota scendeva sotto il 50% con l’arrivo del nuovo millennio, per poi precipitare nella sua curva discendente fino al 23% attuale. Negli stessi anni è stata invece in crescita la quota degli occupati nell’industria, passati dal 21% del 2001 al 27% del 2015.

Quando Erdoğan nel 1992 si conquistò la poltrona di sindaco di Istanbul la città conosceva una fase di crescita tumultuosa. Gli abitanti della metropoli sul Bosforo sono cresciuti dai 2,8 milioni del 1980 ai 6,6 milioni del 1990 in seguito ad un massivo inurbamento di masse rurali, che saranno la principale base di consenso di Erdoğan. Tale flusso era destinato ad accelerare negli anni successivi tanto che oggi la popolazione di Istanbul conta 15 milioni di abitanti.

La carriera politica del presidente ha potuto quindi beneficiare del vento in poppa di una fase di accumulazione capitalistica che solo negli ultimi tempi ha dato i primi segni di rallentamento.

Questi cambiamenti epocali non potevano non avere ripercussioni sui fragili assetti politici del paese, oramai inadeguati a fare fronte all’internazionalizzazione dell’economia in un contesto di crisi generale del sistema capitalistico. Il quadro politico improntato al laicismo kemalista – risalente agli anni ’20 del secolo scorso, quando il generale Mustafa Kemal, in lotta contro le potenze imperialiste decise a spartirsi la Turchia, aveva posto fine al Califfato ottomano dando vita alla repubblica turca – aveva già patito una lunga fase di instabilità, tenuta a fatica sotto controllo dall’esercito, che effettuò tre colpi di Stato fra il 1960 e il 1980. Questa cronica instabilità deve avere convinto le classi dominanti turche che l’esercito da solo non è più sufficiente a garantire l’unità nazionale e la pace sociale, in un contesto caratterizzato da una certa conflittualità sindacale e da forti spinte centrifughe. Nel 1984, nelle regioni sudorientali dell’Anatolia, era infatti incominciata la guerriglia curda guidata dal Pkk. La ricerca di consenso sociale, soprattutto fra gli strati proletari e semiproletari inurbati nelle grandi città, si indirizzava sempre più nella retorica politica dei governanti verso la demagogia religiosa, attinta dalle ideologie fatte veicolare nell’intera regione mediorientale.

È appunto il contesto regionale che ha offerto alla nuova dirigenza turca la possibilità di giocare un ruolo nei cambiamenti avvenuti nella prima decade del nuovo secolo. La decomposizione dello Stato iracheno susseguente alla seconda guerra del Golfo, le “primavere arabe” con il ricambio dei regimi egiziano e tunisino e con la disgregazione di quelli libico e siriano, hanno visto la Turchia seriamente impegnata nel tentativo di trarre vantaggio dalla situazione per realizzare l’antica aspirazione di diventare la potenza guida nel mondo arabo musulmano. Per fare questo la Turchia, paese non arabo, doveva giocare la carta del panislamismo, favorita dall’impossibilità di assistere a una qualche resurrezione del defunto panarabismo degli anni ’60 e ’70.

I successi di questa strategia non avevano tardato ad arrivare. In Egitto, dopo la deposizione di Mubarak, la Fratellanza Musulmana aveva vinto le elezioni portando alla presidenza Morsi. Anche in Tunisia il partito Ennahda, ispirato anch’esso ai Fratelli Musulmani, vinceva le elezioni e arrivava al governo. In Libia la caduta di Gheddafi aveva dato luogo alla frammentazione del paese col prevalere nella zona occidentale della coalizione filo-turca di Alba Libica, che riusciva a imporsi nel governo di Tripoli. Infine lo scoppio della guerra civile siriana e il venire meno, di fatto, della frontiera con l’Iraq – ereditata dalla dominazione coloniale e stabilita nel 1916 dall’accordo Sykes-Picot fra Regno Unito e Francia – aveva visto il diretto impegno della Turchia volto a favorire la caduta del regime siriano del presidente Bashar al-Assad e a giocare sullo scacchiere della Mezzaluna Fertile con le proprie pedine: i gruppi armati salafiti attivi nel Nord della Siria, le minoranze turcofone presenti nei due paesi e, in seguito, con il cosiddetto Stato Islamico di Siria ed Iraq, entità jihadista aiutata a nascere e a prosperare dall’alleanza di ferro fra il Qatar e il governo di Ankara.

Ma presto il vento doveva cambiare a tutto svantaggio della Turchia: in Egitto Morsi veniva destituito e sostituito con il generale al Sisi, sostenuto dagli Stati Uniti e deciso avversario e persecutore dei Fratelli Musulmani, in Tunisia Ennahda perdeva il governo del paese, in Libia la coalizione Alba libica andava incontro a una sconfitta politica con la formazione del governo di unità nazionale, infine in Siria il regime di Assad, grazie all’aiuto militare russo e iraniano, riusciva a sopravvivere frustrando i sogni di Ankara.

Iniziava allora un braccio di ferro con la Russia per evitare la inevitabile sconfitta della coalizione dei gruppi ostili al regime siriano appoggiati da Ankara. La tensione con Mosca raggiungeva il culmine nel novembre del 2015 con l’abbattimento di un caccia russo impegnato in un raid in Siria contro i gruppi armati ribelli, accusato di essere entrato nello spazio aereo turco. La reazione da parte russa non si fece attendere, concretizzandosi in una dura campagna propagandistica, in sanzioni economiche e nel crollo del turismo russo in Turchia. Il governo turco fu accusato dal presidente russo Putin di essere il principale sponsor dello Stato Islamico.

La contesa fra gli imperialismi nel contesto mediorientale per il controllo dei luoghi di estrazione e delle vie di transito del petrolio, si è acuita, mettendo a dura prova i sogni di dominio regionale di Ankara.

È inoltre tornata ad accendersi la guerra interna contro le forze armate del Pkk, che ha visto, fra l’altro, il bombardamento a tappeto su Cizre, una città curda all’interno dei confini turchi. La guerriglia curda ha risposto con una serie di attentati contro postazioni di polizia e dell’esercito che hanno causato decine di morti. Una ondata di attacchi terroristici di stampo jihadista ha poi aggravato ulteriormente le relazioni con la minoranza curda, frequente obiettivo degli attentati.

Tutto questo ha coinciso con un certo rallentamento del tasso di crescita dell’economia, comune peraltro a tutti i cosiddetti Brics. Anche i grandi scioperi dei lavoratori del settore automobilistico scoppiati nel 2015, nonostante non si siano estesi ad altre categorie e non abbiano rappresentato un segnale deciso di ripresa generalizzata della lotta di classe, devono essere stati comunque motivo di allarme per la classe dominante turca.

La crescente disapprovazione interna turca rispetto alla politica di Erdoğan rivolta alla Siria e al mondo arabo, incurante delle crescenti ripercussioni sia con la Russia sia, poi, con gli Stati Uniti, questi divenuti nel frattempo i principali sostenitori delle milizie YPG curdo-siriane; il malessere serpeggiante nelle file dei militari di leva, costretti a combattere una guerra civile interna nelle regioni del Kurdistan che dura ormai da più di 30 anni e che ha provocato molte decine di migliaia di morti, avrebbero spinto settori delle classi dominanti turche ad indurre i militari ad un maldestro e intempestivo tentativo di rovesciare il governo civile.

Le conseguenze del suo fallimento: all’immediato il partito di Erdoğan ha rafforzato il controllo sulla società, sulle istituzioni, sull’esercito; allo stesso tempo hanno dovuto riorientare le alleanze internazionali con un riavvicinamento alla Russia e uno speculare allontanamento dagli Stati Uniti. Riguardo ai rapporti con Mosca, migliorati in maniera repentina con l’incontro fra Putin ed Erdoğan pochi giorni dopo il tentato golpe, ci si può domandare se si tratterà di una svolta strategica o più semplicemente di accordi tattici per riprendere fiato in una situazione di difficoltà interna.

Una domanda, che forse può trovare una risposta con un altro interrogativo: vista l’impossibilità di continuare a svolgere un ruolo significativo nella guerra siriana, ormai sempre più dominata dalle grandi potenze mondiali, la Turchia rinuncerà a porsi come obiettivo il rovesciamento di Assad e opterà per una politica di più basso profilo, limitando le sue pretese all’impedire la formazione di una entità curda ai suoi confini meridionali, togliendo il suo appoggio ai gruppi ribelli soprattutto nella zona di Aleppo?

Cerniera fra Europa e Asia lungo la linea di faglia geostorica che dai Balcani si protende sul Medio Oriente, la Turchia teme infatti il contagio della disintegrazione degli Stati sul suo confine sudorientale. La rinuncia a richiedere la caduta di Assad da parte di Ankara è senz’altro il presupposto fondamentale per consolidare il riavvicinamento con Mosca. Non si può escludere che questa alleanza divenga col tempo organica grazie alla reciproca integrazione fra industria turca da una parte e petrolio e gas russi dall’altra, nonostante l’appartenenza della Turchia alla NATO.

La relativa debolezza economica della Turchia – è soltanto il 17° paese nella gerarchia mondiale in termini di Prodotto Interno Lordo – e la sua posizione in rapporto alle altre potenze la condannano, nonostante disponga in ambito NATO dell’esercito più numeroso dopo quello degli Stati Uniti, ad una sostanziale ambivalenza nella politica delle alleanze e a fragilità delle stesse.

La borghesia turca è però costretta a questa politica estera soprattutto a fini di politica interna, contro la minoranza curda e contro la combattiva e relativamente giovane classe operaia: teme che una crisi interna alla sua compagine statuale, in questo periodo di grave crisi economica, venga ad indebolire la sua presa sul suo vero nemico, il proletariato industriale più numeroso fra i Paesi del Mediterraneo.

 

 

 

 

 


Parole chiare su chavismo ed anti-chavismo

In Venezuela la gran parte dei gruppi e dei partiti riformisti attivi nella sinistra, parlamentare e non, uniti a quelli che si fanno chiamare di centro-sinistra e alle ali di “sinistra” dei partiti conservatori e di destra, ha dato per buono che nel Paese si vivesse davvero una “rivoluzione bolivariana”, che innalzava la bandiera del “socialismo del 21° secolo”, così come affermato dal suo grande Capo. Fuori dal Paese numerosi gruppi, movimenti e partiti sono corsi a sostenere il “cambiamento in marcia” che, partito dal Venezuela, si sarebbe allargato ad Ecuador, Bolivia, Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay, Nicaragua, Honduras e El Salvador, così accostandosi ai vecchi stalinisti di Cuba.

In Argentina, Paraguay, Honduras e probabilmente in Brasile le correnti riformiste, che negli ultimi anni avevano tratto vantaggio dall’accumulazione del capitale, principalmente di origine cinese, ma anche di altre potenze come la Russia, per le pressioni diplomatiche degli Stati Uniti ed a seguito delle devastazioni della crisi capitalistica hanno perduto il controllo dei governi.

La verità è che, più che a Cuba, in Cina e in Russia, la “rivoluzione bolivariana” è solo una farsa e il suo programma non ha niente a che vedere con il socialismo, anche se ce lo propinano ogni minuto tutti i mezzi di informazione come antitetico a quello delle “destre”.

In Venezuela c’è solo del capitalismo di Stato. Già prima che lo chavismo andasse al governo il Venezuela si reggeva sul capitalismo di Stato, dipendente dalla rendita petrolifera. Ma lo chavismo dice di destinare la rendita a favore del popolo. Infatti la sua sola novità è stata la capacità di drogare le masse con il credo democratico, col protagonismo e la partecipazione popolare e con l’illusione che il governo rappresenti gli interessi dei poveri. Il chavismo è stato la soluzione politica alla crisi economica nei decenni ‘80 e ‘90, che ha permesso alla borghesia nazionale e all’imperialismo straniero di dare continuità allo sfruttamento capitalistico in ambiente di pace sociale.

Imparando dall’esperienza dei governanti cubani i borghesi venezuelani hanno propagandato la stessa menzogna, che la crisi economica sia solo il prodotto della guerra economica condotta da alcuni imprenditori “anti-patriottici”, dai partiti “di destra” e dall’imperialismo. Esattamente come hanno fatto credere in Argentina, Brasile, Bolivia e Ecuador.

Rotta verso il socialismo?

No, per niente. Il tracciato dell’economia venezuelana è capitalista in tutti i sensi. Le aziende, siano esse pubbliche o private, producono merci sulla base dello sfruttamento del lavoro salariato. La possibilità di avere prodotti e servizi è legata allo scambio in denaro, anche quando della distribuzione si occupi direttamente lo Stato.

Lotta alla borghesia?

No, per niente. Al di là dei discorsi demagogici e altisonanti dei capi chavisti contro “la borghesia”, il governo ha sempre garantito condizioni per le quali i banchieri, gli industriali, i commercianti riescano ad appropriarsi dei più alti margini di profitto. Lo chavismo, applicando un cocktail di Keynes, New Deal roosveltiano, liberalismo, corporativismo e fascismo, ha trasferito alla borghesia la rendita petrolifera.

Le commesse statali, cosiddette “sociali” o “socialiste”, hanno permesso alle aziende, nazionali e multinazionali, cubane, argentine, uruguaiane, nicaraguensi, brasiliane, cinesi, russe, portoghesi, statunitensi, ecc., di arrivare a quei consumatori finora fuori dalla loro portata. Il grande business è stato riuscire a piazzare fra la popolazione a basso reddito alimentari, medicine, telefoni cellulari, elettrodomestici, automobili utilitarie, assistenza sanitaria, case popolari, ecc.

Ma questo gran mercato è oggi minacciato dalla profonda caduta del prezzo del petrolio.

Ecco che si vara una nuova “Grande Missione” per la “Sovranità Alimentare”, propagandata sotto l’aberrante denominazione di “commercio socialista”, effettuata organizzando gli abitanti dei quartieri in Comitati Locali per il Rifornimento e la Produzione (CLAP) incaricati di distribuire, a prezzo amministrato, prodotti alimentari e d’igiene personale, che scarseggiano, provenienti da diverse aziende. Questa demagogica mobilitazione, oltre a permettere al governo di rastrellare qualcosa a compenso della scarsa rendita petrolifera e all’impresario capitalista di svuotare i magazzini, serve a rabbonire le masse sempre più scontente per la carenza e gli alti prezzi degli alimenti e di altri prodotti di uso corrente.

In vista, infatti, ci sono le elezioni comunali, il referendum (se verrà fatto) e le elezioni presidenziali. L’unica abilità di questi opportunisti è nel combinare il politicantismo populista, manipolando i mezzi di informazione, col garantire un minimo di approvvigionamento di base alla popolazione, e nello stesso tempo i margini di profitto della produzione capitalistica nazionale e delle multinazionali.

Tuttavia, nonostante gli sforzi di presentare i CLAP come la soluzione “alternativa al capitalismo”, si formano lunghe code davanti ai negozi e continua la rivendita a prezzi speculativi. Ci sono stati disordini di una certa importanza e saccheggi.

Nemmeno i CLAP sfuggono alla rete della corruzione mentre continua lo scontro fra fazioni all’interno del movimento chavista e del partito di governo, minimizzati dai mezzi di informazione e trasformati in argomento per la contesa elettorale fra chavisti e opposizioni.

Ogni volta che una azienda, nazionale o multinazionale, è in crisi, chiude o minaccia di chiudere, il governo interviene con finanziamenti, o acquisizioni fallimentari, “espropriazioni”, che permettono ai capitalisti di togliere dal mercato le aziende non più competitive ottenendo congrue compensazioni finanziarie. Talvolta vi si dichiara un demagogico “controllo operaio”. Mentre il governo borghese se ne fa una maschera socialista, in realtà dà ossigeno e perpetua lo sfruttamento capitalista, sollevando la borghesia dal peso delle aziende fallite.

Intanto aumenta la presenza dei militari in quasi tutti gli ambiti dell’amministrazione governativa, il che non impedisce che una nuova mafia di corrotti abbia rimpiazzato quella della IV Repubblica: civili e militari si fanno ricchi dalla sera alla mattina, nonostante l’acutizzarsi della crisi economica.

Anti-imperialismo?

No, per niente. Tutta la sua politica economica è orientata ad attrarre investimenti stranieri, con facilitazioni allo sfruttamento capitalistico e garantendone i profitti alle multinazionali. I chavisti, mentre definiscono Cina e Russia “socialisti” e “progressisti”, solo a parole si scontrano con il governo nordamericano, mantenendo però il business del petrolio.

Governano per i lavoratori?

No. Per niente. Il governo borghese dei chavisti si è preoccupato di “ammodernare” le leggi esistenti trasformando ogni forma di protesta operaia in delitto comune regolato dal codice penale. Inoltre il governo ha posto il divieto di manifestare e protestare in molte aree urbane e industriali dichiarate “zone di sicurezza”. Nonostante il predominio dei sindacati di regime, che disorganizzano i lavoratori collaborando con i padroni, è cresciuta la lista dei sindacalisti arrestati o denunciati ai tribunali. Invece della riduzione degli orari di lavoro vantata dal governo si è avuta una intensificazione e un allungamento della giornata. Ormai il quadro giuridico rende illegale lo sciopero a oltranza senza servizi minimi. Vi è inoltre un insieme di attività che sono state classificate come “essenziali” e quindi soggette al divieto di sciopero. Con il costante pretesto delle “minacce” dell’imperialismo e delle cospirazioni dei golpisti, i chavisti hanno sia minacciato sia attuato le aggressioni alle lotte dei lavoratori, contando sempre sulla collaborazione delle varie centrali e federazioni sindacali.

La politica salariale del governo, che prevede aumenti per decreto presidenziale, e che va in parallelo con il ritardo della firma dei contratti collettivi, con la complicità dei sindacati, piuttosto che mirare al miglioramento del livello di vita dei lavoratori persegue solamente l’obbiettivo di garantire un minimo vitale tale da evitare la mobilitazione operaia. Il governo borghese aumenta annualmente il salario minimo nominale, ma la tendenza è la caduta costante del salario reale.

Nel capitalismo non è possibile un “governo operaio”, è solo una trappola inventata dagli opportunisti. L’unico governo operaio possibile è la dittatura del proletariato che potrà sorgere solo dalla insurrezione violenta della classe operaia sotto la direzione del suo partito comunista. Suo compito sarà finirla con il dominio di classe conducendo alla trasformazione socialista, ad una società senza classi, senza proprietà privata, senza merci, senza denaro, senza Stato, senza padroni.

Scontro fra capitalismo e socialismo?

No, per niente. Lo scontro fra i chavisti al governo e l’opposizione di destra non è fra capitalismo e socialismo, come vanno blaterando le campagne propagandistiche delle due bande di politicanti. Solo si contendono il controllo del governo per amministrare gli interessi della borghesia, riflesso delle contraddizioni interborghesi e interimperialiste per il controllo del Paese e della rendita petrolifera.

Niente di nuovo sotto il sole.

La cosiddetta “rivoluzione venezuelana” non offre niente di nuovo alle masse lavoratrici che già non sia stato proposto dagli opportunisti in varie parti del mondo, dichiarando comunista la stessa repubblica borghese, mantenendo gli stessi rapporti di produzione capitalistici, cercando di nascondersi dietro una fraseologia rivoluzionaria che si associa a parole controrivoluzionarie: “patria socialista”, “mercato socialista”, “azienda socialista”, ecc.

La crisi capitalistica internazionale segue il suo corso, aumentando le contraddizioni fra proletariato e borghesia. La classe operaia dovrà necessariamente riprendere la lotta di classe allineandosi col suo partito, il partito comunista internazionale, rompere con i sindacati di regime, opporsi agli appelli per la difesa della patria e a tutti i falsi socialismi che cercano di dare ossigeno alla borghesia e al regime dello sfruttamento capitalista.

 

 

 

 

 


Ancora sui "derivati"

Nella nota sul numero 377 abbiamo riferito della manovra di salvataggio di quattro piccole banche italiane, con la Banca Etruria in testa, e sull’enorme esposizione della Deutsche Bank, ritenuta dal FMI «l’istituzione più rischiosa del mondo», nel comparto dei derivati, il cui ammontare è di poco inferiore al Pil mondiale. Non a caso questi strumenti finanziari sono stati definiti da alcuni commentatori: “armi finanziarie di distruzione di massa”!

Ora, con la pubblicazione dei dati al 31 marzo, ci possiamo spostare negli Usa, l’imperialismo ancora il più forte al mondo, e commentare una tabella redatta dal Tesoro americano sull’ammontare dei contratti di derivati delle 25 maggiori istituzioni finanziarie americane.

I nomi delle prime 5 banche sono molto noti: in testa la Citigroup, che contro un totale di azioni ed obbligazioni finanziarie di 1,8 milioni di milioni di dollari, detiene derivati per 56 milioni di milioni di dollari: 30 volte tanto. Segue la JPMorgan Chase che contro 2,5 milioni di milioni di dollari di titoli detiene derivati per 53 milioni di milioni di dollari. Al terzo posto il Goldman Sachs Group, che addirittura contro 0,878 milioni di milioni di dollari di titoli “reali” (che poi sarebbe da vedere quanto), possiede la stratosferica cifra di derivati di 52 milioni di milioni di dollari: 60 volte maggiori. Al quarto posto la Bank of America Corporation, al quinto la Morgan Stanley, fino, ultima, la Ally Financial, che contro “assets” di 156 mila milioni di dollari possiede “solo” 53 mila milioni di dollari di derivati.

Il Money Morning fa la storia della Citigroup: per superare la crisi del 2008 aveva chiesto il “bail in”, salvataggio interno con i soldi dei suoi clienti e azionisti, più grande mai applicato nella storia finanziaria. Ora dopo soli 8 anni naviga di nuovo in cattive acque tanto che il suo titolo si scambia a meno di 1 dollaro, il minimo degli ultimi 30 anni, ed è ancora costretta a spericolate manovre nel tentativo di evitare il fallimento. Sta infatti acquistando ingenti quantità di Cds (“credit default swap”), ovvero contratti di assicurazione in caso di fallimento, in particolare proprio da Deutsche Bank e Credit Suisse. La banca tedesca le ha venduto 250 miliardi di dollari in Cds, quella svizzera 380.

Sono tutte banche, soprattutto le prime 10, “too big to fail”, troppo grandi per lasciarle fallire, cioè che, mentre per il loro gigantismo sono le più fragili di fronte ad una crisi generale, costringono gli Stati a sostenerle, finché possono, per evitare che il loro crollo venga a bloccare tutto il sistema finanziario mondiale.

Si dirà che è solo un’iperbole, un castello di carta, ed è certo vero, non è pane da mangiare né ferro per far la guerra. Ma, finché la giostra gira, con quella carta si compra e ferro e pane. Quando bruciasse tutta in una notte la mattina dopo molti borghesi e moltissimi piccolo-borghesi si risveglierebbero di fronte al loro reale immiserimento ed espropriazione, che quella giostra finanziaria solo dissimulava. Come dissimulava la realtà della sovrapproduzione capitalistica e ne rimandava i distruttivi effetti.

Questo sano risveglio è una delle premesse della ripresa del moto internazionale rivoluzionario proletario e comunista.

 

 

 

 

 

 


Gls - Piacenza
OMICIDIO DI CLASSE

La notte scorsa, al magazzino GLS di Piacenza, nel corso di uno sciopero indetto dall’Unione Sindacale di Base, un operaio che stava partecipando al picchetto è stato travolto e ucciso da un camionista.

Nonostante la stampa borghese si guardi bene dal parlarne, episodi analoghi sono accaduti cento volte negli scioperi che in questi ultimi 6 anni hanno infiammato il settore della logistica e solo per caso fino ad oggi non avevano causato dei lutti. Questo omicidio dimostra la durezza delle condizioni e dello scontro in questo settore lavorativo, così come in altri dove ci sono stati episodi simili, come nell’industria dei macelli e fra i braccianti.

La lotta rivendicava l’assunzione a tempo indeterminato di 13 operai assunti con contratti a tempo determinato. Il lavoratore ucciso era già assunto in modo stabile dal 2003, quindi non si batteva solo per sé ma per gli altri suoi compagni in condizioni peggiori. Lottava contro la precarietà per tutta la classe operaia, italiani e immigrati, lui, egiziano, padre di 5 figli.

Lottava per tutta la classe operaia, e in realtà ad ucciderlo non è stato solo un crumiro, è stata tutta la classe borghese, tutta interessata a spezzare il movimento operaio cresciuto in questi anni nella logistica affinché non si estenda al resto della classe lavoratrice.

È la borghesia intera – gli industriali, la finanza, la macchina repressiva dello Stato, i suoi burattini seduti in parlamento – ad aver voluto le leggi che peggiorano sempre più le condizioni di vita dei lavoratori. È la irreversibile, storica crisi economica del capitalismo, non solo italiano ma del mondo intero, che richiede, per la difesa dei profitti, di aumentare sempre più lo sfruttamento e la repressione contro i lavoratori.

I lavoratori devono apprendere la lezione. I partiti che affermano essere possibile per la classe operaia una vita pacifica e dignitosa nel capitalismo, che predicano la collaborazione di classe, con le aziende e con lo Stato, nell’interesse di un inesistente bene comune che chiamano “economia nazionale”, questi partiti non fanno altro che disarmare i lavoratori nella lotta contro la classe dominante, che oggi li spinge nella miseria e domani li spingerà al macello in una nuova guerra mondiale, che va maturando di giorno in giorno. È questo infatti l’unico mezzo che ha il sistema capitalistico per uscire dalla crisi di sovrapproduzione: distruggere le merci in eccesso, compresa la merce forza-lavoro, per poi rilanciare un nuovo folle ciclo di accumulazione, come è avvenuto dopo la seconda guerra mondiale.

La lotta di classe è quindi inevitabile e va combattuta. È necessario opporre alla forza del padronato la grande forza unita dei lavoratori. Per questo serve uno strumento fondamentale che oggi manca: il sindacato di classe.

Cgil, Cisl e Uil sono sindacati di regime, le organizzazioni che più e meglio legano la classe operaia, sottoposta ai colpi della classe dominante. Dalla seconda metà degli anni settanta, fuori e contro i sindacati di regime, sono nati i sindacati di base che hanno rappresentato un primo passo verso un vero sindacato di classe.

Ma in quasi quaranta anni questo obiettivo non è stato ancora raggiunto, non è stata superata la divisione e la concorrenza fra le diverse sigle, e questo a causa, oltre che del sabotaggio del nemico di classe per mezzo dei sindacati di regime, dell’opportunismo politico delle dirigenze del sindacalismo di base.

Oggi il sacrificio di questo nostro fratello di classe non deve essere vano ma sia a monito della necessità di una risposta comune dei sindacati di base all’aggressione padronale!

L’unità nell’azione di tutti i lavoratori, sia inquadrati nei sindacati di base sia mobilitati dai sindacati di regime, è la migliore arma per smascherare il ruolo di Cgil-Cisl-Uil e per far maturare la nascita del sindacato di classe.

Ma il sindacato può solo porre un freno allo sfruttamento. La lotta sindacale è una palestra necessaria ma la lotta di classe può vincere solo nel suo campo decisivo, che è quello politico. Per questo è necessario il partito comunista rivoluzionario, armato della necessaria teoria, del programma, della esperienza storica. Solo conquistando il potere la classe lavoratrice internazionale potrà distruggere il capitalismo, eliminare lo sfruttamento e fermare la guerra.

 

CLASS MURDER

Last night, during a strike called by the USB Base Union in Piacenza...

 

HOMICIDIO DE CLASE

La noche pasada, en el almacén GLS de Piachenza, en el transcurso de una huelga dirigida por la Unión Sindical de Base, un obrero que se encontraba participando en el conflicto fue arroyado violentamente y muerto por un transportista.

No obstante la prensa burguesa se cuida muy bien de hacer referencia a episodios análogos, que han ocurrido ciento de veces en las huelgas que en estos últimos 6 años se han dado el sector de la logística. Y hasta ahora no habían ocurrido incidentes mortales. Este homicidio demuestra la dureza de las condiciones y de los enfrentamientos en este sector laboral. Así como en otros donde han ocurrido episodios similares, por ejemplo en la industria de mataderos y la logística.

Unas de las causas de esta lucha era el paso de 13 trabajadores contratados al estatus de fijos. El trabajador muerto ya había logrado esta reivindicación desde el año 2003, por lo tanto no luchaba para si, sino contra las precarias condiciones de sus compañeros. Luchaba por las condiciones de todos los trabajadores italianos e inmigrantes. Era un trabajador de origen egipcio y padre de cinco hijos.

El luchaba por toda la clase obrera, y en realidad su muerte no es una acción de un esquirol, sino obra de toda la clase burguesa, interesada en romper el movimiento obrero creciente en estos años en el sector de la logística, a fin que no se extienda al resto de la clase trabajadora.

Es la burguesía íntegra – los industriales, la banca, la maquina represiva del estado y sus títeres sentados en el parlamento — quien ha creado las leyes que empeoran siempre más las condiciones de vida de los trabajadores. Es la irreversible e histórica crisis económica del capitalismo, no solo italiano sino del mundo entero. Quien requiere para la defensa del beneficio, el aumento siempre más de la explotación y la represión contra los trabajadores.

Los trabajadores deben aprender la lección. Los partidos que afirman la posibilidad de una vida pacífica y digna en el capitalismo, que predican la colaboración de clases, con las empresas y con el estado, en el interés de un inexistente bien común que llaman “economía nacional”, estos partidos no hacen más que desarmar a los trabajadores en la lucha contra la clase dominante, que hoy los empuja a la miseria y mañana los empujará al matadero de una nueva guerra mundial, que va madurando día a día. Es esto efectivamente el único medio que tiene el sistema capitalista para salir de la crisis de sobreproducción: Destruir las mercancías en exceso, incluso la mercancía fuerza de trabajo, para después relanzar un nuevo y descabellado ciclo de acumulación, como ha ocurrido después de la segunda guerra mundial.

La lucha de clases es por lo tanto inevitable y va tomando calor. Es necesario oponer a la fuerza de la patronal la gran fuerza unida de los trabajadores. Para esto hoy falta un instrumento fundamental: El Sindicato de clase.

Las CGIL, CISL y UIL son sindicatos del régimen, son las organizaciones que más y mejor controlan a la clase obrera, sometiéndola a los intereses de la clase dominante. Desde la segunda mitad de los años setenta, fuera y contra los sindicatos del régimen, han nacido sindicatos de base que han representado el primer paso hacia un verdadero sindicato de clase real.

Sin embargo, en casi cuarenta años este objetivo no se ha logrado, no ha sido superada la división y la competencia entre las diversas siglas, y esto a causa del sabotaje del enemigo de clase quien se vale de los sindicatos del régimen, y del oportunismo político de la dirigencia del sindicalismo de base.

Hoy el sacrificio de nuestro hermano de clase no debe ser en vano, debe ser un recordatorio de la necesidad de una respuesta común de los sindicatos de base a la agresión patronal.

La unidad en la acción de todos los trabajadores sean encuadrados en los sindicatos de base o en las posibilidades de los sindicatos del régimen, son la mejor arma para desenmascarar el nefasto rol de la CGIL, CISL y UIL, y para madurar el nacimiento del sindicato de clase.

Pero el sindicato mediante la lucha sindical, no podría definitivamente poner fin a la explotación capitalista, necesita pasar al terreno político, y para esto debe contar con el Partido Comunista Revolucionario, armado de la necesaria teoría, del programa, y de la experiencia histórica. Solo tomando el poder la clase obrera internacional podrá destruir el capitalismo, eliminar la explotación y parar la guerra imperialista.

 

 

 

 

 

 

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Riunione generale del partito
Cortona - 21-22 maggio 2016

[RG125]

(segue dal numero scorso)

 

Il corso verso la catastrofe dell’economia capitalistica mondiale

La relazione sull’andamento dell’economia mondiale ha dapprima fornito l’aggiornamento dei rilevamenti statistici concernenti le produzioni e i commerci. Risulta che gli Stati Uniti dal settembre scorso sono di nuovo in recessione, la Cina continua a rallentare l’aumento della produzione industriale (nei dati ufficiali), ma con la produzione di elettricità acciaio e cemento in contrazione. In modesta crescita risultano la Germania e gli altri paesi europei, Regno Unito escluso. Molto contenuta la crescita delle esportazioni, in dollari costanti, di tutti i paesi, Cina compresa.

La contraddizione fra la socializzazione delle forze produttive e l’appropriazione privata conduce alle crisi cicliche di sovrapproduzione. Non tutte le crisi di sovrapproduzione sono anche crisi sociali e politiche. Dalla metà del XIX secolo si sono presentate tre grandi crisi storiche che hanno posto il problema della presa del potere da parte del proletariato: la grande crisi europea del 1848 quando, a seguito della rivoluzione borghese di Febbraio, il proletariato francese ha tentato di prendere il potere; la Comune di Parigi, un “assalto al cielo” perché il proletariato di Parigi era immaturo sul piano teorico e programmatico; gli anni successivi alla gloriosa rivoluzione del 1917 in Russia, quando tutti i comunisti vedevano possibile la rivoluzione comunista in Europa.

Un’altra grande crisi di sovrapproduzione si è presentata negli anni successivi al 1929. Tuttavia il proletariato mondiale non ne ha potuto approfittare a causa del riflusso della rivoluzione a metà degli anni Venti, accompagnato e favorito dalla tattica disastrosa del fronte unico politico varato dall’Internazionale che, invece di rafforzare i partiti comunisti dei diversi paesi li ha indeboliti e confusi. La controrivoluzione borghese e capitalista ha poi trionfato nello Stato già comunista di Russia.

La Seconda Guerra mondiale ha permesso al capitalismo di uscire dalla crisi degli anni Trenta e di ricominciare tutto un lungo ciclo di accumulazione, interrotto solo da recessioni brevi, poco profonde e circoscritte a singoli paesi. Dal 1973 questo periodo è definitivamente chiuso e il capitalismo mondiale passa da una sovrapproduzione ad un’altra secondo un ciclo che varia dai 7 ai 10 anni.

È stato il formidabile sviluppo del capitalismo in Cina di questi ultimi trent’anni a permettere all’imperialismo occidentale e giapponese di evitare una crisi storica paragonabile a quella dell’interguerra. Ma oggi sono presenti tutte le condizioni per una grave crisi di sovrapproduzione proprio in Cina dove i primi segni già si manifestano in un rallentamento delle produzioni ed in particolare nell’industria pesante.

Il sovrapporsi della sovrapproduzione in Cina, ed in generale nei paesi in grande sviluppo come il Brasile e l’India, con la crisi economica nei vecchi decrepiti capitalismi di Stati Uniti, Europa, Giappone, condurrà ad una incontenibile deflazione che vedrà l’affondarsi, insieme alle produzioni, del sistema finanziario mondiale.

Con l’aggravarsi della crisi nessun intervento finanziario potrà arrestare la deflazione. Le misure prese dalle banche centrali saranno allora non solo inefficaci ma implicheranno nuovi fallimenti bancari. Le banche commerciali depositano i loro titoli presso le banche centrali; i miliardi di obbligazioni acquistate dalle banche centrali nel vano tentativo di contrastare la deflazione finiranno deprezzati, generando di rimbalzo il fallimento delle banche commerciali.

Il deprezzamento dei titoli si esprime già oggi in tassi di interessi negativi. Più di 10.000 miliardi di euro di debiti pubblici si scambiano ormai ad un tasso inferiore allo zero: le istituzioni finanziarie pagano per prestare del denaro agli Stati, ammettendo così che il loro denaro è di fatto sopravvalutato, annunciando così la prossima e forte svalorizzazione dei titoli di ogni tipo.

La crisi, che procurerà il fallimento di numerosi Stati, con effetti ben peggiori dei precedenti recenti di Argentina, Grecia, Irlanda, non potrà non incrinare la forza difensiva morale e politica delle classi dominanti.

La scientifica dialettica marxista non è una sfera di cristallo dove si legge il futuro, ma del futuro conosce alcune leggi e condizioni. Noi, dallo studio del corso secolare del capitalismo mondiale, venendo a considerare la durata dei cicli dell’industria, possiamo prevedere l’inizio di questa grande crisi storica in un avvenire assai prossimo.

Oggi si va avvicinando questa nuova svolta della storia, che potrebbe porre le condizioni per il rovesciamento del potere della classe borghese da parte del proletariato rivoluzionario, premessa al trapasso dal modo di produzione fondato sul capitale al comunismo.

La lunga controrivoluzione ha ormai snaturato o distrutto tutte le organizzazioni del proletariato, nella pratica ha sostituito la concorrenza alla solidarietà fra lavoratori e nelle coscienze instillato una orribile confusione. Quasi tutto è da ricostruire, da ritrovare! Solo una piccolissima minoranza, nel generale sbandamento, ha saputo tenersi al filo programmatico e teorico che va dal Manifesto del Partito Comunista del 1848 alla rivoluzione russa di Ottobre 1917 alla fondazione del Partito Comunista d’Italia a Livorno nel 1921 fino al nostro piccolo partito internazionale di oggi.

Ma la controrivoluzione non poteva impedire che la Terra continuasse a girare. Non ha potuto impedire che i proletari continuassero a battersi giorno dopo giorno contro lo sfruttamento padronale. Né ha potuto impedire che il capitalismo nel frattempo completasse il giro del pianeta, e con esso che i popoli di colore facessero la loro rivoluzione borghese, permettendo uno sviluppo gigantesco delle forze produttive nei nuovi continenti, soprattutto in Asia. Nei vecchi paesi imperialisti in questo dopoguerra l’accumulazione frenetica del capitale ha spinto la socializzazione delle forze produttive ad un livello senza precedenti. Tutti irreversibili sviluppi materiali che rendono possibile, anticipano e facilitano il passaggio alla società comunista. Il contadiname che negli anni Venti rappresentava, in paesi come la Francia o l’Italia, circa la metà della popolazione attiva, oggi ne costituisce meno del 3%. La rivoluzione comunista che sorgerà da questa storica crisi sarà molto più internazionale e vigorosa.

Solo due possibilità storiche si fronteggiano di fronte a questa nuova crisi epocale. Una è la distruzione politica e sociale rivoluzionaria del capitalismo; l’altra una terza guerra imperiale, ugualmente e più distruttrice, ma per la rigenerazione del capitalismo.

La guerra vedrebbe affrontarsi due blocchi mostruosi con alla loro testa da una parte gli Stati Uniti, dall’altra la Cina, con teatro l’Europa, l’Asia, l’Africa e le Americhe. Kissinger, in caso di terza guerra mondiale, calcolava 500 milioni di morti, previsione forse per difetto.

Ad oggi uno dei principali contendenti, la Cina, non è pronta. L’imperialismo cinese si trova, nei confronti degli Stati Uniti, nella stessa posizione che questi occupavano rispetto all’Inghilterra all’inizio del XX secolo. Nell’industria pesante – acciaio, cemento, elettricità, ecc. – il capitalismo cinese ha raggiunto ed anche superato la produzione statunitense, non solo nel volume totale ma anche per abitante. Tuttavia la Cina presenta un ritardo marcato sul piano tecnico e militare, ma che si affretta a colmare.

Ma è prima della guerra che si avrà, almeno così è prevedibile, l’esplodere di una crisi catastrofica, economicamente e socialmente, che riaccenderà la lotta di classe fra proletariato e borghesia.

Con tempi che potrebbero non essere paralleli, rispetto alla ripresa in grande dello scontro della classe operaia con la borghesia e della sua riorganizzazione sindacale, si dovrà andar formando nel suo seno una avanguardia che abbia ritrovato il programma e la teoria del comunismo marxista. Questa condizione soggettiva, l’esistenza di un partito comunista, che abbia acquisito una influenza decisiva nel seno della classe, tramite tutta una rete di organismi di difesa degli interessi immediati operai, i sindacati, centralizzata sotto la sua direzione, è condizione necessaria per il rovesciamento della borghesia e per la presa rivoluzionaria del potere.

L’esistenza del nostro piccolo partito non potrà non favorire ed accelerare questo processo di costituzione in classe del proletariato – e quindi di un grande partito comunista mondiale – ed anche incoraggiare e dirigere la formazione di sindacati di classe, che cercherà di unificare e centralizzare alla scala nazionale ed internazionale.

Evidentemente un tale processo non sarà lineare, accuserà avanzate e ripiegamenti e chiederà il dispendio di una notevole energia da parte di questa avanguardia organizzata in partito al fine di guadagnare le grandi masse alla causa del comunismo, anche quando la democrazia borghese probabilmente costringerà alla clandestinità una parte dell’attività e della propaganda del partito.

Dalla crisi del capitalismo sorgerà allora il moto emancipatore comunista, un nuovo soffio di vita su tutta la società che spazzerà via i cupi miasmi della morente borghesia.

Il confronto fra imperialismi sul campo di battaglia siriano

Il partito continua lo studio della situazione in Medio Oriente e in particolare della regione siro-irachena devastata dalla guerra. Questa, che ha fatto centinaia di migliaia di vittime, in grande maggioranza civili, e di sfollati, distrutto infrastrutture e rase al suolo città antiche e moderne, ha determinato un caos senza fine, senza scopo, senza soluzione.

Dietro queste apparenze si nasconde la regia degli imperialismi che, per difendere i loro interessi, per allargare le loro sfere di influenza, strangolati dalla loro economia in crisi, sono pronti a sacrificare la vita di intere popolazioni.

Il disegno, se pure c’è un disegno dietro alla impellente necessità economica di fare la guerra per la guerra, sembra essere quello di spezzare le unità statali stabilite dopo la Prima Guerra mondiale dall’imperialismo anglo-francese, di Paesi che erano riusciti a raggiungere un certo grado di sviluppo economico e di autonomia politica, per dare vita a entità più deboli, territorialmente limitate, unite su base etnica o religiosa, all’insegna del motto imperiale “divide et impera”

La guerra di Siria, iniziata come contrapposizione tra l’esercito siriano e alcuni gruppi paramilitari, di matrice laica o religiosa, che si opponevano armi alla mano al regime di Assad, ha visto sin dall’inizio il coinvolgimento, e sempre più pressante, di varie potenze regionali: da una parte la Turchia e l’Arabia Saudita a fianco dei gruppi armati avversi al governo di Assad, dall’altra l’Iran in sua difesa. La guerra civile dai primi mesi si è così mutata in uno scontro sul territorio siriano tra potenze regionali.

Ma quel conflitto, in un’area così importante dal punto di vista geostrategico, non può essere estraneo all’azione delle grandi potenze imperialiste, dagli Stati Uniti, già impegnati in Afghanistan e in Iraq, alla Russia, intervenuta direttamente in Siria nel settembre dello scorso anno, alla Cina, oltre a vari Stati europei, dalla Francia alla Gran Bretagna alla Germania fino all’Italia. Ma anche Israele, il Libano, la Giordania, il Qatar non hanno fatto mancare il loro fattivo apporto al macello.

Ormai, in assenza di una prospettiva comunista rivoluzionaria, ogni motivazione di tipo ideologico, religioso, nazionale tesa a giustificare questa guerra ha dimostrato la sua natura strumentale al servizio delle mire dei vari contrapposti imperialismi. Anche le milizie dello Stato Islamico, miraggio di opposizione islamista sunnita radicale all’Occidente oppressore, sono soltanto truppe mercenarie assoldate da varie potenze regionali e inserite a pieno titolo nella guerra imperialista.

Anche le milizie curde del Rojava, in guerra contro lo Stato Islamico per ritagliarsi una micro-autodeterminazione in territorio siriano, contando sull’appoggio momentaneo e interessato degli Stati Uniti e della Russia, partecipano ad uno dei fronti di una guerra controrivoluzionaria in tutti i suoi aspetti, le cui conseguenze non potranno che essere tragiche per tutti gli abitanti dell’area.

L’intero Medio Oriente, da sempre ai primi posti nel mondo nella spesa per armamenti, in questi ultimi anni ha conosciuto un ulteriore balzo in avanti nell’acquisto dei più sofisticati sistemi d’arma a vantaggio dei principali esportatori, gli Stati Uniti, la Russia, la Francia, la Gran Bretagna, la Cina, l’Italia, guarda caso tutti più o meno coinvolti militarmente nella regione.

Nonostante gli accordi di cessate il fuoco firmati a Ginevra la guerra continua e promette di estendersi ulteriormente.

Attività sindacale

La relazione sull’attività sindacale del partito si è concentrata su tre filoni del lavoro svolto nei primi cinque mesi dell’anno: l’azione nella Unione Sindacale di Base, quella nel SI Cobas e la critica della condotta della Fiom nella vertenza per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici.

Nella USB

L’attività del Coordinamento Iscritti USB per il Sindacato di Classe – cui i nostri compagni hanno prestato il loro sostegno pratico e d’indirizzo, e di cui abbiamo riferito nei numeri passati – è andata progressivamente diminuendo.

A fine gennaio infatti si è consumata la scissione di USB guidata dai dirigenti dell’Emilia Romagna, del Veneto e della Lombardia, che covava da almeno un anno, e che ha condotto alla nascita del Sindacato Generale di Base (SGB). Questo nuovo piccolo sindacato ha poi stretto un patto federativo con la CUB.

Il Coordinamento ha espresso un giudizio negativo sulla scissione perché:

- A fondamento della loro opposizione, i fautori della scissione ponevano sostanzialmente la grave mancanza di democrazia interna al sindacato. Questo è un problema vero, però per nulla nuovo. Ad esempio, il primo congresso di USB, nel 2013, si svolse con un regolamento appositamente congegnato onde impedire la presentazione di documenti alternativi. Fu un congresso a mozione unica. Una palese e ben grave incongruenza per un sindacato che si dice “di base”. Ciò provocò la fuoriuscita di parti maggioritarie delle federazioni di Varese, Legnano e Brescia, di una parte minoritaria di quella milanese, e la mancata partecipazione al congresso di tre coordinamenti nazionali ministeriali (Difesa, Infrastrutture e Trasporti, Beni Culturali). Gran parte dei dirigenti promotori della scissione, alcuni dei quali da anni ai vertici nazionali del sindacato, non ebbero allora nulla da eccepire.

- L’adesione di USB al Testo Unico sulla Rappresentanza (TUR) – che ha provocato una apprezzabile reazione interna portando alla formazione del Coordinamento per il Sindacato di Classe – quasi tutti questi dirigenti l’avevano condivisa e sostenuta.

- All’assemblea del 5 dicembre 2015 a Bologna, organizzata dai futuri promotori della scissione per discutere dei problemi da loro denunciati, un nostro compagno intervenne, proponendo ai presenti una discussione per una piattaforma comune con il Coordinamento, per cui battersi in vista del secondo congresso, basata sul ritiro della firma dal TUR e sull’indirizzo dell’unità d’azione col resto del sindacalismo di base. La proposta non fu accolta affermando che non vi era alcuna intenzione di costituire una corrente bensì quella di favorire una discussione interna al sindacato per trovare una “sintesi” con la dirigenza.

Il nostro intervento non era rivolto ai dirigenti che presiedevano quell’assemblea – da decenni ai vertici delle organizzazioni sindacali di base, con posizioni e metodi opposti ai nostri – ma un tentativo di staccare da loro parte di quel nutrito gruppo di delegati e militanti sindacali che avevano aderito all’appello del Coordinamento per il Sindacato di Classe, col quale si richiedeva il ritiro della firma di USB dal TUR. Tentativo sostanzialmente fallito, dato che quasi tutti i firmatari dell’appello che facevano riferimento alle strutture locali guidate dai dirigenti scissionisti li hanno seguiti nella nuova organizzazione, pur condividendo, alcuni, la nostra denuncia riguardo il loro opportunismo.

A seguito della scissione, il Coordinamento iscritti USB per il Sindacato di Classe ha pubblicato due documenti, in data 6 febbraio. Il primo, un articolo che spiegava la posizione del Coordinamento nei riguardi della scissione: “Contro la scissione e gli autoritarismi, due facce dello stesso opportunismo che distrugge il sindacato”. Il secondo, un appello “Per un congresso straordinario e realmente democratico”.

Con questo appello si intendeva verificare se la grave scissione aveva provocato una reazione all’interno del sindacato favorevole a una discussione sui punti sollevati dal Coordinamento. È risultato evidente come la scissione abbia nuociuto al piccolo organismo di opposizione interna, per la perdita di effettivi passati con la nuova sigla sindacale – e alcuni con la CUB – e perché la reazione interna all’USB è stata quella di stringere i ranghi per salvare l’organizzazione messa in pericolo dalla frattura organizzativa – di cui in modo miope si incolpavano solo i fuoriusciti – anche da parte di coloro che precedentemente aveva aderito all’appello del Coordinamento per il ritiro dell’adesione al TUR e che ora preferivano non sostenere la richiesta di un congresso straordinario.

In vista dello sciopero generale del 18 marzo, proclamato da CUB, SI Cobas, USI e SGB, cui USB non ha aderito, il 19 febbraio il Coordinamento ha pubblicato un documento intitolato “Aderiamo e sosteniamo lo sciopero generale”, in cui si ribadiva la necessità di attenersi all’indirizzo pratico dell’unità d’azione dei lavoratori. Il 2 marzo, in preparazione dello sciopero, un nostro compagno è intervenuto a nome del Coordinamento ad una iniziativa unitaria per l’ospedale San Martino di Genova promossa dalla CUB, dal SI Cobas e dal Coordinamento stesso. Allo sciopero del 18 marzo hanno aderito dall’interno di USB: il gruppo di fabbrica della FIAT-FCA di Termoli, quello presso la Fondazione S. Maugeri di Varese, un gruppo di tranvieri dell’ANM di Napoli già usciti dal sindacato ma rimasti in contatto col Coordinamento e altri militanti sparsi.

Domenica 3 aprile si è svolta a Milano una cosiddetta Assemblea Nazionale degli iscritti USB. In realtà si è trattato di una conferenza, preparata nei dettagli, coi vari interventi preordinati, organizzata per dare una prova di forza del sindacato in una delle città più colpite dalla scissione. Per l’assemblea è stato preparato un intervento a nome del Coordinamento, che avrebbe dovuto leggere il nostro compagno – cosa che naturalmente non gli è stata permessa – e che è stato pubblicato nella pagina Facebook del Coordinamento.

La ratifica dell’adesione al TUR, la scissione di febbraio, la caduta nel vuoto dell’appello per un congresso straordinario sono stati tutti fattori che hanno indebolito il Coordinamento, conducendo infine alcuni fra i suoi più attivi componenti alla decisione di uscire da USB per aderire al SI Cobas. Questa decisione (formalizzata a giugno, successivamente alla riunione generale in cui è stato esposto questo resoconto), non è stata condivisa dai nostri compagni, per ragioni che esporremo in seguito.

Nel SI Cobas

Una settimana dopo la nostra precedente riunione generale, a Parma, abbiamo partecipato in quella stessa città, sabato 30 gennaio, alla manifestazione nazionale del SI Cobas – ben riuscita – a sostegno della lotta alla Bormioli di Fidenza, distribuendo un volantino appositamente redatto e tradotto in francese e spagnolo: “Contro il fronte unico antioperaio di Stato borghese, padroni e sindacati di regime - Per l’unità delle lotte dei lavoratori - Per il sindacato di classe”, che si legge qui nel numero 376.

Abbiamo poi partecipato all’assemblea preparatoria e al primo sciopero all’interporto di Tortona, anche questo ben riuscito, il 9 febbraio.

Il 18 marzo siamo intervenuti, con il volantino “Per la lotta unitaria e internazionale della classe operaia contro il regime del capitale”, anch’esso riprodotto nel numero 376, allo sciopero generale proclamato da CUB, SI Cobas, USI e SGB, al picchetto all’alba presso l’interporto di Tortona, alla manifestazione mattutina a Milano, molto ben riuscita, e a quella pomeridiana a Bologna, anch’essa soddisfacente.

I giorni successivi un dirigente nazionale e un funzionario del milanese, entrambi importanti per il lavoro svolto nell’organizzazione, sono stati espulsi dal sindacato. Le ragioni organizzative e ideologiche addotte delle due parti sono state esposte ai compagni. Il provvedimento di espulsione ci è parso precipitato e, temiamo, lesivo della forza del sindacato e del movimento. Non meno grave, da parte degli espulsi, l’aver intrapreso la via della scissione, con la costituzione di una nuova piccola organizzazione, invece che battersi per la riammissione nel sindacato e per la sua integrità, col che hanno avallato le accuse a loro rivolte.

Abbiamo infine partecipato a Milano al 1° Maggio, diffondendo un nostro documento, e il 4 giugno, alla solidarietà col movimento di lotta in Francia, manifestazioni che, a causa della crisi in corso, hanno segnato un parziale arretramento nella capacità di mobilitazione rispetto al passato, sempre ben riuscite.

Con i metalmeccanici

Siamo intervenuti allo sciopero generale dei lavoratori metalmeccanici di mercoledì 20 aprile proclamato da Fiom, Fim e Uilm, con un volantino intitolato “Per la ripresa di una vera lotta contro il padronato. Per la rinascita di un sindacato di classe che unifichi le lotte dei lavoratori. Fuori e contro il sindacalismo collaborazionista”, che si legge nel numero 377. Lo sciopero era stato indetto a sostegno della vertenza per il rinnovo del contratto nazionale. Si è trattato di un’azione unitaria dei tre sindacati di regime in questa importante categoria che sembra venire a chiudere un ciclo di otto anni contrassegnato da due rinnovi contrattuali “separati”, ossia firmati solo da Fim e Uilm e non dalla Fiom.

Questa ritrovata unità sindacale segna, apparentemente, una debacle per la Fiom, che abbandona le posizioni sostenute in questi otto anni, riconoscendo di fatto i precedenti contratti separati nonché la condizione dei lavoratori FCA-FIAT, sottoposti a un contratto diverso da quello metalmeccanico. Ma la sconfitta è dei lavoratori non della Fiom, la quale accantona volentieri le finalità precedentemente sbandierate in cambio del vero obiettivo, che è quello di rientrare nei giochi di una concertazione rimaneggiata, ridotta ma sempre fondamentale per la pace sociale, a difesa dei profitti padronali.

Di questo ciclo di otto anni dell’azione Fiom abbiamo riferito nel dettaglio in un lungo articolo la cui terza puntata compare in questo stesso numero.

Resoconto sul lavoro della nostra sezione venezuelana

Nel corso del 2016 il partito ha mantenuto la sua presenza in Venezuela con le sezioni di Caracas e di Valencia, nello Stato di Carabobo, che si incontrano regolarmente e sono impegnate nelle attività di agitazione e propaganda. È distribuita la stampa di partito ed effettuata la propaganda in entrambe le città.

Nel Carabobo (uno dei 25 Stati del Venezuela, quello con la maggiore concentrazione di industrie) manteniamo contatti con gruppi di lavoratori, proponendo l’unificazione delle lotte sindacali e la formazione del sindacato di classe. Quest’anno ci sono state due riunioni sindacali a Moron, in aprile e in maggio, nella sede della Fuerza Laboral del Eje Costero, con la partecipazione di lavoratori e rappresentanti sindacali dei settori petrolifero e petrolchimico, agro-alimentare, logistica, chimica, lubrificanti, plastica, energia elettrica, e di rappresentanti di alcuni sindacati e delle correnti politiche che agiscono al loro interno.

Ne sono usciti dei manifesti con appelli alla lotta rivendicativa i quali, benché in parte con posizioni classiste, non necessariamente nei fatti verranno attivamente propagandati perché i sindacati e i nuclei di base che vi hanno partecipato sono influenzati da posizioni opportunistiche e legalitarie.

Abbiamo mantenuto il contatto con i lavoratori dei tribunali nello Stato di Carabobo attraverso la distribuzione della propaganda di partito.

Il movimento operaio in Usa: La preparazione alla guerra mondiale

Gli anni che precedono la guerra, poi il periodo bellico, che per gli USA è relativamente breve, vedono compiersi un processo già iniziato con la prima amministrazione Wilson. Incombe sul paese la prospettiva della guerra, alla quale si prepara in modo aperto ed esplicito: si parla di preparedness. La borghesia nordamericana non intende perdere la splendida occasione di mostrare al mondo chi sarà a comandare nel resto del secolo, di sfoderare un possente apparato produttivo, di fare affari d’oro con le commesse, di regolare qualche conto in sospeso con la classe operaia.

La creazione del Dipartimento del Lavoro, retto da un ex bonzo sindacale, rende visibile a tutti la sua politica: controllo centralizzato della conflittualità sociale, utilizzando i sindacati di mestiere e la AFL, ormai aggiogati al carro della borghesia, come cinghia di trasmissione con la classe operaia. In cambio della acquiescenza allo sforzo bellico, qualche concessione (la principale sarà l’estensione delle 8 ore), ma anche persecuzione delle organizzazioni sindacali e politiche che non si assoggettano agli arbitrati, o che svolgono propaganda pacifista.

I sindacati AFL si integrano sempre più nell’apparato statale, e si trovano con i loro rappresentanti al vertice delle varie Agenzie istituite per coordinare lo sforzo bellico. Così facendo perdono la fiducia degli operai, mentre le lotte si intensificano. Lo stato ricambia i sindacati perseguitando gli IWW e qualsiasi lotta che si svolga al di fuori dei canoni previsti centralmente, rifiutando per esempio i responsi degli arbitrati.

Non sempre i sindacati venduti riescono a controllare la classe. In tal caso, in alternativa al dispiegamento della forza repressiva, si deve talvolta concedere qualcosa agli scioperanti, visto il grande fabbisogno di lavoro per lo sforzo produttivo richiesto dalla guerra. Alcune aziende adottano il paternalismo con la creazione di sindacati aziendali. L’idea è ripresa dallo Stato, che favorisce la nascita degli shop committees anche nelle piccole aziende, svincolati da qualsiasi sindacato (venduto o no) e al quale partecipano anche i rappresentanti dei padroni, in uno spirito che qualche anno dopo avrebbe preso il nome di corporativismo.

Ma di lavoro ce n’è molto e operai non tanti: l’immigrazione si è quasi arrestata per la guerra, e la classe operaia ha più forza per difendersi dagli attacchi padronali. La borghesia non può fare a meno di un esercito proletario di riserva: aumenta l’impiego delle donne, ma soprattutto impone una grande migrazione di negri dal Sud, spesso contadini rovinati dai cattivi raccolti. D’altronde gli immigrati dall’Europa, che nei decenni precedenti erano stati la soluzione, adesso sono divenuti un problema: non più utilizzabili come manodopera a basso prezzo, se non addirittura come crumiri, sono divenuti combattivi e al centro delle lotte nei grandi distretti industriali.

Un altro importante evento del periodo riguarda l’AFL e i sindacati affiliati, che divengono strutturali al sistema. Durante la guerra perdono seguito tra le masse, ma sono sempre più coinvolti dal governo nella gestione delle lotte e della produzione. La chiamavano “cooperazione”.

Contemporaneamente, soprattutto a partire dalla fine del 1917, si intensifica la persecuzione di socialisti e degli IWW, sia con leggi che vietano anche l’espressione di opinione, e che demonizzano chi non è patriottico (“Espionage Act”, “Criminal Syndicalism Act”), sia con violenze finanziate direttamente dai capitalisti.

Con la guerra si compie un ciclo della classe operaia americana, che si troverà nel difficile dopoguerra a lottare con armi spuntate, con sindacati infeudati al potere borghese, con embrioni di partiti ridotti ai minimi termini, e soprattutto senza essere riuscita ad esprimere un vero partito marxista.

La dittatura rivoluzionaria prima di Marx: Babeuf

François-Noël Babeuf nasce nel 1760 in Piccardia. Nel 1785 esercita l’attività di agrimensore, rendendosi ben presto conto dello sfruttamento dei contadini da parte della aristocrazia fondiaria. Nel 1786 depone per il vantaggio di rendimento delle terre in una gestione collettiva. Siamo ancora nell’ambito del comunismo utopistico, ma al quale già rimprovera di lasciare «un vuoto a proposito dei mezzi». È seguace di Mably, Morelly e Rousseau. Babeuf non accetta il pessimismo del ginevrino e crede nel progresso, come gli enciclopedisti, pensando che la diffusione delle conoscenze possa portare all’emancipazione del genere umano. Altra differenza con Rousseau è che si dichiara materialista ed ateo, e nell’anno 2° rifiuta il culto dell’Essere Supremo.

Babeuf arriva a Parigi poco dopo la presa della Bastiglia, viene incarcerato per le posizioni sostenute, e liberato nel 1790 per l’intervento di Marat. Si dichiara fautore della Legge Agraria, cioè della divisione e spartizione delle terre. È ancora arrestato nel 1793, poi liberato nel dicembre dello stesso anno. Ancora arrestato nella repressione dei sanculotti del germinale dell’anno 2°, assieme agli hebertisti, e liberato 10 giorni prima del 9 termidoro.

Nel 1791 considera, erroneamente, Robespierre un comunista, vicino alle sue posizioni, pur criticandolo quando questo sembrava accontentarsi della semplice eguaglianza politica: le differenze tra i due, allora percepite come lievi dagli stessi protagonisti, erano dovute a divergenze di classe.

Dopo il 9 termidoro Babeuf fonda “Le Journal de la Liberté de la Presse”, che poi diventa “Le Tribun du Peuple”. Nei primi scritti si pronuncia anch’egli, assieme ai termidoriani, contro la dittatura di Robespierre. Questo perché i Comitati avevano distrutto il potere delle Sezioni parigine reprimendo duramente i sanculotti, ed egli, pur non essendo mai stato hebertista, si era trovato in carcere assieme ad hebertisti e cordiglieri: condivideva il punto di vista dei sanculotti dei quali, a quel momento, andava a rimorchio.

Nell’ottobre 1794 Babeuf comincia a rendersi conto del ruolo svolto dai termidoriani contro la guida della rivoluzione di Robespierre; del resto già negli anni passati si era pronunciato a favore della dittatura di Marat, poi di Robespierre, poi di Chaumette.

Alla fine di ottobre finisce in carcere e ne esce il 18 dicembre 1794. Babeuf in questo momento, ed anche durante i fatti di germinale e pratile 1795, sembra condividere la politica dei sanculotti: mirare all’appoggio dei deputati della Convenzione e al sollevamento spontaneo delle masse popolari.

Il comunismo di Babeuf si basava su una rivendicazione del diritto di natura: non possiamo pretendere da lui il concetto di necessità storica nell’affermarsi di nuovi rapporti di produzione e tra le classi sociali.

Nel febbraio 1796 Babeuf in una lettera difende strenuamente Robespierre, Saint-Just e la dittatura rivoluzionaria esercitata dal Comitato di salute pubblica: «Non voglio discutere se Hébert e Chaumette fossero innocenti. Quand’anche fosse, giustifico nondimeno Robespierre (...) La salvezza di 25 milioni di uomini non dev’essere barattata con il riguardo nei confronti di qualche individuo equivoco (...) Bricconi, o imbecilli, o presuntuosi e ambiziosi, è lo stesso, tanto peggio per loro».

Il club dei giacobini era stato chiuso il 19 novembre 1794, e la misura era stata allora vista favorevolmente da Babeuf. Secondo Buonarroti, durante i fatti di germinale e pratile Babeuf, con altri prigionieri, avrebbe tentato di dare una direzione all’insurrezione.

Il 26 ottobre 1795 il potere in Francia è assunto dal Direttorio, formato da 5 membri. Nel dicembre è fondato il Club del Pantheon da repubblicani anti-termidoriani, tra cui spicca Babeuf. Il 24 febbraio 1796 il Direttorio decreta lo scioglimento del Club del Pantheon, effettuato dal giovane generale Bonaparte, già giacobino e robespierrista.

I rivoluzionari incarcerati assieme dopo il termidoro e in particolare nel 1795 furono i capi della “Cospirazione per l’Eguaglianza detta di Babeuf”, come titola il celebre testo di Filippo Buonarroti, stampato solo nel 1828. Dopo lo scioglimento del Club del Pantheon, fortemente influenzato dagli egualitari, pensano che sia il momento di agire e di creare un’organizzazione insurrezionale clandestina, i cui scopi sono la Costituzione del 1793 nell’immediato, e il comunismo come meta finale.

Scrive lo storico Dommanget: «Tutti i piccoli comitati sparsi per la capitale (...) dovevano scomparire, per far posto ad un’unica struttura centralizzata. Furono Babeuf e i suoi compagni che dovettero persuadere i democratici della necessità di una tale forma di raggruppamento». Il 10 germinale è istituito questo “Direttorio segreto esecutivo di salute pubblica”. Scrive lo storico Mazauric: «L’istituzione del “Direttorio segreto insurrezionale” (...) fu di fatto la prima affermazione nella storia di un partito organizzato e disciplinato».

Tale partito nella centralizzazione della direzione si ispirava al “dittatore” di cui parlava Marat, oltre che all’esperienza del Comitato di Salute pubblica di Robespierre e Saint-Just, e nel tentativo di influenzare le plebi sanculotte riprendeva la recente tradizione delle sezioni.

La novità sta nel fatto che tale partito, oltre a dirigere l’insurrezione, si preparava ad esercitare una dittatura rivoluzionaria provvisoria, necessaria al fine della coercizione e della educazione delle masse plebee, dittatura di cui non era possibile stabilire preventivamente la durata e che avrebbe portato, infine, all’instaurazione della società comunista.

 

 

 

 

 

Per il sindacato di classe Pagina di impostazione programmatica e di battaglia del Partito Comunista Internazionale
Per la rinascita del sindacato di classe fuori e contro il sindacalismo di regime. Per unificare le rivendicazioni e le lotte operaie, contro la sottomissione all’interesse nazionale. Per l’affermazione dell’indirizzo del partito comunista negli organi di difesa economica del proletariato, al fine della rivoluzionaria emancipazione dei lavoratori dal capitalismo

Norme giuridiche europee e del Ttip contro il diritto di sciopero

Si fa un gran parlare dei negoziati per il TTIP. In tutta Europa sono sorti movimenti caratterizzati da un certo interclassismo che accolgono anche una parte del movimento sindacale. Come è facilmente intuibile, alla questione i primi interessati sono i piccoli imprenditori agricoli ed industriali, minacciati dalla concorrenza delle grandi aziende d’oltreoceano.

Anche i sindacati di base, dopo aver denunciato ai lavoratori i rischi in termini di igiene ambientale ed alimentare, prospettano le ripercussioni di questi accordi commerciali sulle libertà sindacali, a seguito della istituzione di un tribunale transnazionale per il regolamento delle controversie.

Non possiamo certo negare che questo nuovo “tribunale” sarebbe un altro arnese anti-operaio. Tuttavia sono spuntate le armi della lagnanza democratica e della battaglia di informazione di movimenti bloccardi a sfondo elettoralistico, il cui fine non è la crescita di un movimento indipendente della classe operaia.

Del resto anche in Europa la guerra alle libertà sindacali è già in corso da dieci anni, tanto che proliferano partiti e movimenti che vagheggiavano l’uscita dall’euro, nello stile populista ben congeniale ai rituali democratici. Anche questi, estranei alla lotta proletaria, mai criticano le manovre delle istituzioni europee dal punto di vista della classe lavoratrice, bensì si pongono sempre dal punto di vista del radicalismo piccolo borghese, nazionalista e interclassista. Parolai della sinistra borghese, estremisti ultrasinistri che fanno proprio il piano programmatico dei populismi all’ultima moda, solo appiccicandovi rimandi alla tradizione del movimento operaio.

Il partito comunista invece denuncia l’operato antisindacale delle istituzioni sia comunitarie sia nazionali e ribatte che una risposta di classe anche contro i provvedimenti dell’Unione Europea sta nella formazione di organismi di difesa, elemento necessario ad un movimento politico di classe contro classe, l’unico che possa veramente sconfiggere le istituzioni borghesi, comunitarie e nazionali.

Con il Trattato di Lisbona del 2007 la contrattazione collettiva e la libertà di organizzazione in campo sindacale sono stati elevati a “diritti costituzionali europei”.

Innanzitutto va osservato che la libertà sindacale nell’ordinamento europeo è concepita come un diritto individuale, al pari degli altri diritti comuni di ogni cittadino. Questo già è una guardinga precauzione del legislatore comunitario, infatti l’individuo isolato non ha nessuna reale forza e solo lo sciopero come azione collettiva può raggiunge il suo scopo.

Ma nel Trattato il congegno giuridico con cui viene ristretta la libertà di sciopero si nasconde proprio dietro quella che appare la concessione di un diritto. Se è affermata la libertà individuale di sciopero e di organizzazione sindacale, le sono considerate equipollenti le tre “libertà economiche” su cui è costruito l’ordinamento giuridico europeo: di stabilire aziende, di prestare servizi, di far circolare capitali e merci.

Quale di questi “diritti” debba prevalere già nel dicembre del 2007 è stato precisato da due sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. La prima riguardava la Viking, una società finlandese di trasporto marittimo fra la Finlandia all’Estonia: aveva cambiato la bandiera di un traghetto al fine di abbassare le condizioni contrattuali dei dipendenti a quelle, per essa meno onerose, dei marittimi estoni. La Federazione Internazionale dei Trasporti, cui è associata la Federazione Finlandese dei Marittimi, fece allora ricorso alla Corte di Giustizia dell’UE. Questa, fra il diritto alla difesa delle condizioni di lavoro dei marittimi e il diritto dell’azienda di stabilirsi dove voglia, hanno affermato che l’attività organizzata dal sindacato veniva a ledere la libertà della Viking. A riprova che, in una società di classe, nell’equilibrio fra diritti, a rimetterci sono sempre i lavoratori.

Ad una settimana di distanza la Corte di Giustizia europea venne interpellata per il caso Laval. Questa azienda per la costruzione di un edificio in Svezia intendeva distaccare i propri dipendenti presso una sua società controllata, la Baltic, affinché fossero loro applicati i minimi salariali lettoni. Le organizzazioni sindacali condussero una lunga serie di scioperi alla Baltic fino a costringerla a chiudere. La Laval chiese il risarcimento in nome della libertà di circolazione dei servizi. Anche qui la Corte ha condannato i sindacati con pesanti sanzioni.

Inutile dire che da allora sul modello Laval-Viking sono stati chiusi innumeri casi, a conferma che il diritto borghese, anche europeo, non può che favorire il capitale, favorendo il processo di livellamento verso il basso delle condizioni dei lavoratori dell’Unione. Un processo che potrà essere contrastato soltanto con la dura lotta operaia su scala internazionale.

 

 

  


Corrispondenza da Genova
Tenute divise le lotte operaie

Nel primo trimestre 2016 il tasso di disoccupazione in Liguria ha nuovamente superato la soglia del 10%. A Genova dal 2008 sono stati persi nel settore industriale più di 7.000 posti di lavoro e la cassa integrazione coinvolge oltre 5.000 lavoratori, la metà a zero ore.

In questi ultimi mesi si sono svolti nel capoluogo ligure scioperi che hanno coinvolto lavoratori di diverse aziende e categorie: i netturbini dell’Amiu, i tranvieri dell’Amt e dell’Atp, i metalmeccanici della Piaggio Aerospace e delle Riparazioni navali, postali, ospedalieri, edili, infine i lavoratori della Ericsson.

Con cadenza quasi giornaliera i lavoratori si concentravano in una piazza del centro cittadino e, ben controllati, venivano fatti sfilare. In alcune occasioni, “armati” di fischietti, facevano visita al consiglio regionale, in altre, con trombette e fumogeni, si recavano in comune dove ricevevano le consuete ”promesse”. Gli amministratori locali, recitando a memoria un copione a loro ben noto, giuravano solennemente di impegnarsi a beneficio dei lavoratori.

Le regole del gioco sono concordate tra apparato sindacale, polizia ed amministrazione locale: la “passeggiata” sulla sopraelevata non si nega a nessuno, ma prima dello scadere dell’orario di lavoro, che la strada sia sgombra.

L’informazione, allineata e preparata a dovere, fa la sua parte e nelle interviste parlano tutti, dai professionisti del sindacalismo alle RSU ai rappresentanti delle istituzioni che, come avvoltoi, non perdono occasione per farsi propaganda sulle spalle dei lavoratori, i quali ancora si vogliono illudere che questo teatrino sia loro utile. Appena si spengono i riflettori, però, i problemi rimangono lì: riduzione del salario, licenziamenti, precarietà, pensioni misere.

Le lotte anche a Genova non mancano, ma si sviluppano esclusivamente entro i confini aziendali, l’una separata dall’altra, debolezza che porta i lavoratori di sconfitta in sconfitta. I sindacati di regime, Cgil, Cisl, Uil e Ugl, tranne qualche eccezione, a Genova la fanno ancora da padrone, ma i lavoratori rimangono rinchiusi nelle aziende anche per la frammentazione del sindacalismo di base, che non ha saputo ancora attrarre ed unificare le energie che il movimento operaio genovese ha espresso in questi ultimi decenni.

La triade confederale, oltre le diatribe demagogiche e il gioco delle parti, gestisce con governo, amministrazioni locali ed imprese l’aumento della produttività, necessaria a sua maestà il Capitale: i casi sono innumerevoli, fino agli ultimi accordi dei contratti nazionali di categoria.

Nelle assemblee alcuni delegati RSU hanno descritto la riforma del lavoro del governo Renzi il peggiore dei mali, ma si sono scordati che contro il Jobs Act, che ha visto la sua prima approvazione parlamentare 8 ottobre 2014, la Cgil ha atteso ben 48 giorni per indire lo sciopero, quando era stato definitivamente approvato in Parlamento, con il voto della maggioranza dei parlamentari con in tasca la tessera CGIL.

È in corso la vertenza Ericsson che ha visto i dipendenti della sede di Genova, in maggioranza tecnici qualificati, scendere in sciopero per diversi giorni contro l’ennesima procedura di licenziamento collettivo.

È qui un esempio della normale prassi del sindacalismo concertativo, che contribuisce a mettere in competizione i vari stabilimenti nel territorio nazionale: quando i genovesi scioperavano, a Roma si timbrava il cartellino, eppure sono presenti le stesse sigle sindacali, che evidentemente non hanno alcuna intenzione di unire e rafforzare i lavoratori. In passato la lotta dei lavoratori di Marcianise, svenduta da Ericsson a Jabil, venne tenuta isolata. Tragicomico il referendum dei lavoratori della fabbrica campana, che cambiò esito nel giro di una notte.

Va elogiata l’inaspettata combattività dimostrata da questi lavoratori, che più volte con tenacia si sono riversati in strada, ma ne vanno anche sottolineati i limiti. Per esempio pensare che lo Stato sia un arbitro imparziale fra capitale e lavoro e che, senza lottare davvero, impedisca alla “cattiva” Ericsson di licenziare. Lo Stato, dalle sue istituzioni locali fino ai palazzi romani, “non funziona”, tuonano i sindacalisti. Lo Stato borghese invece funziona benissimo, cioè difende gli interessi della borghesia, nazionale ed internazionale.

Per adesso regge la maschera democratica e i funzionari di PS controllano discretamente le manifestazioni, ma se i sindacati di regime dovessero perderne il controllo è pronto il bastone, e domani peggio. I governi cambiano colore ma sfornano con perfetta continuità i più nocivi provvedimenti contro i lavoratori. Solo questo conta.

Per contrastare davvero il padronato e il suo Stato i lavoratori dovrebbero unirsi in una grande battaglia difensiva, con rivendicazioni uniche per tutte le categorie. Non la difesa del “posto di lavoro”, che spesso si riduce contro gli altri posti di lavoro “concorrenti”, ma una difesa intransigente del salario, anche per i lavoratori rimasti disoccupati, e per la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario.

A questo scopo è necessaria una nuova organizzazione sindacale, un forte e combattivo Sindacato di Classe, basato su una struttura territoriale e non aziendale che unisca i lavoratori al di sopra dei confini d’azienda e di categoria: uscire dalla fabbrica, incontrarsi in nuove camere del lavoro dove organizzarsi per lottare con altri salariati. Un sindacato nato dal lavoro volontario e dal sacrificio dei lavoratori stessi, nel contesto genovese avrebbe da tempo indetto lo sciopero generale quantomeno cittadino, oggi in difesa e a sostegno dei lavoratori di Ericsson, ieri di quelli dell’Ilva, dell’Ansaldo, Abb, Fincantieri, etc etc.

Per questo i militanti del nostro partito lavorano nelle organizzazioni sindacali di base, lottando contro l’opportunismo anche in essi prevalente, affinché siano spazzati gli ostacoli verso questo obiettivo.

  

  

  

  


L’opposizione di facciata della Fiom spalleggia il corporativismo della Cgil

8 anni di tradimento degli interessi operai

(continua dal numero scorso)


La Cgil dopo il Jobs Act

Dopo lo sciopero generale del 12 dicembre contro il Jobs Act già approvato da nove giorni, la Cgil riunì il suo Direttivo nazionale confederale il 17 dello stesso mese. Nella sua relazione la segretaria generale ebbe la faccia tosta di affermare che lo sciopero, insieme alla manifestazione nazionale del 25 ottobre a Roma, erano stati «solo l’inizio di una stagione di mobilitazione», che quindi toccava al suo sindacato «la responsabilità di decidere oggi come continuare» e che per questo serviva «fantasia per andare avanti»! Un esempio di questa fantasia fu la proposta del cosiddetto “sciopero al contrario”, cioè andare a lavorare... gratis! Non smentendosi anche Landini votò a favore del documento finale del Direttivo e rilanciò al Comitato centrale Fiom di due giorni dopo questa nuova “forma di lotta”. Queste chiacchiere fantasiose servivano solo a evitare la chiarezza nei propositi, nell’indirizzo d’azione, a camuffare l’insabbiamento di una mobilitazione mai realmente iniziata.

Fu il Direttivo Nazionale successivo, il 18 febbraio, a definire, nel suo documento conclusivo – anche questo votato dal segretario generale della Fiom – come la Cgil sarebbe dovuta “andare avanti”:
     1) La difesa del contratto nazionale era indicata come il «primo obiettivo della nostra organizzazione»; da quanto fin qui abbiamo scritto ben si capisce come questa asserzione sia una sfacciata presa in giro dei lavoratori; infatti il documento dichiara che questo obiettivo doveva essere perseguito tenendo a riferimento la «struttura contrattuale... definita nel Testo Unico sulla Rappresentanza», firmato un anno prima, cioè quell’accordo che sanciva lo svuotamento del contratto nazionale aprendo ampiamente le maglie alle deroghe;
     2) Nella contrattazione nazionale di categoria andava respinta qualsiasi ipotesi di «restituzione del salario» – bontà loro! – e andava considerata impraticabile, al momento, «la ridefinizione di un modello contrattuale»;
     3) Il contrasto al Jobs Act doveva passare dal piano della mobilitazione a quello della contrattazione, di cui doveva persino divenire «baricentro fondamentale», e a quello della proposta, con l’elaborazione di un progetto di nuovo “Statuto delle Lavoratrici e dei Lavoratori”, da tradursi poi in una proposta di legge;
     4) Infine, il Direttivo prospettava l’eventuale ricorso allo strumento del referendum abrogativo per parti del Jobs Act.

Vedremo come tutti e questi punti resteranno disattesi, tranne l’ultimo, quello più labile e privo di concretezza.

Il contrasto del Jobs Act a livello contrattuale era il diversivo col quale la Cgil cercava di dissimulare l’abbandono anche della pur farsesca lotta contro di esso. Uno stratagemma spesso usato in passato – anche dalla Fiom in occasione del rinnovo contrattuale dei metalmeccanici – col quale, passata la sconfitta generale della classe, si prometteva una guerriglia categoria per categoria e fabbrica per fabbrica. Una proverbiale fregatura giacché la forza dei lavoratori è in funzione della loro unità d’azione: non una unità astratta ma nella lotta, nello sciopero. Lotta che invece, condotta divisa per azienda e per categoria, non può che svolgersi in condizioni più sfavorevoli di quella in cui è mobilitata unitariamente tutta la classe operaia.

Inoltre, come sarà confermato nel giro di due mesi, l’atteggiamento delle Federazioni di categoria e dei gruppi di fabbrica della Cgil è in linea generale ancor più cedevole di quella dello Confederazione stessa che, non certo per virtù ma per la sua posizione di primo piano, deve muovere con maggiore cautela ogni passo verso il sempre più esplicito collaborazionismo di classe.

Insomma, era stata una farsa la mobilitazione della Cgil prima dell’approvazione del Jobs Act, ancora più farsa si sarebbe rivelata dopo.

Trappole democratiche

Il ricorso al metodo del referendum popolare e a quello legislativo è fumo negli occhi. Ciò che la Cgil non ha voluto difendere sul piano della lotta di classe, non lo conquisterà certo con questi mezzi, pieni di inghippi e trappole, in cui la forza operaia è sostituita dalla conta delle opinioni dei cittadini, dei membri di tutte le classi, o dai voti dei parlamentari. Quando sono chiamati a votare su questioni che riguardano i lavoratori i membri di tutte le classi e strati sociali, che campano tanto meglio quanto più è sfruttata la classe operaia, la vittoria padronale è garantita. Esempio tipico è quello del referendum del 1984 sulla scala mobile, che segnò l’inizio della sua abolizione, completata con l’accordo fra Cgil, Cisl e Uil nel 1992. Per la borghesia la vittoria più importante è l’aver allontanato i lavoratori, col ricorso a questi mezzi offerti dalla democrazia, dalla loro insostituibile arma difensiva, lo sciopero.

Una eventuale proposta di legge popolare deve naturalmente essere approvata e non si capisce come lo stesso parlamento che – al di sopra dei governi e delle legislature – esegue gli ordini della borghesia nazionale e internazionale producendo le più nefaste leggi antioperaie, dovrebbe licenziare una proposta di legge se non dopo averla cambiata rendendola favorevole agli interessi padronali. Lo stesso per i referendum abrogativi: cancellano gli articoli di una legge, ma il vuoto che lasciano deve poi essere riempito dall’opera legislativa dei governi e dei parlamenti borghesi.

Quindi, quand’anche si raccolga il numero sufficiente di firme, impiegando a questo scopo energie che dovrebbero essere utilizzate per organizzare la lotta di classe; quand’anche la borghese corte costituzionale e borghese la cassazione approvino i quesiti referendari; quand’anche si raggiunga il cosiddetto quorum; quand’anche infine si riesca a vincere l’influenza che i potentissimi mezzi d’informazione borghesi hanno sulla rimbecillitissima opinione pubblica, orientandola a votare contro l’interesse della classe dominante, nemmeno nel caso in cui si verifichi questa remota ipotesi è possibile il raggiungimento dell’obiettivo favorevole alla classe lavoratrice.

Nella palude di queste logoranti procedure si vorrebbe affondare la lotta di classe, lo sciopero, tanto più forte quanto più esteso e duraturo, il solo metodo col quale i lavoratori possono davvero difendere le proprie condizioni di vita.

Il referendum è già uno strumento dannoso alla lotta di classe quando riguarda solo i lavoratori, di una singola azienda o categoria: il voto di un operaio che sacrifica il suo tempo e le sue energie per l’organizzazione sindacale, rischiando la rappresaglia padronale, e che ha esperienza di lotte precedenti, vale quanto quello di un lavoratore inesperto, timoroso, individualista, o anche crumiro. Quando la rabbia cresce ma non è al punto da far esplodere lo sciopero, far votare individualmente i lavoratori in un referendum è il modo migliore per prender tempo, smorzare la determinazione e, spesso, per far prevalere gli indecisi sui più combattivi. Lo sciopero unisce le energie degli operai; il referendum le separa.

Questo indirizzo pratico del nostro partito nel campo sindacale, ossia la denuncia e il rigetto degli strumenti democratici quali il referendum in quanto nocivi alla lotta di classe, non è affatto condiviso dalle correnti più a sinistra nella Cgil né dalla maggioranza del sindacalismo di base, che invece si illudono su una loro complementarità con lo strumento della lotta vera, lo sciopero. Eppure dovrebbe far riflettere il fatto che essi sono proposti dai vertici dei sindacati di regime, che in alcuni casi ne fanno una loro bandiera, come la Fiom che rivendica l’obbligo del referendum per approvare gli accordi aziendali e nazionali.

Un’altra clamorosa ricaduta di buona parte del sindacalismo di base nel campo dell’opportunismo sindacale, anche qui finendo col condividere una pozione propria dei sindacati di regime giustamente tanto avversati, è quella della richiesta di una legge per la rappresentanza sindacale, che accomuna la Cgil, la Fiom e l’Usb.

I rinnovi contrattuali dopo il Jobs Act

  L’opposizione della Cgil al Jobs Act sul piano della contrattazione ha palesato subito la sua insussistenza ed ipocrisia. Nel corso del 2015 sono stati rinnovati i contratti nazionali di varie categorie: commercio, bancari, chimico-farmaceutici, gomma-plastica e autoferrotranvieri. Nel 2016, ad oggi, quello alimentaristi, igiene ambientale, lavanderie industriali, industria ottica, industria del vetro e lampade. In questi giorni si svolgerà il referendum sulla ipotesi di rinnovo contrattuale per le aziende dell’igiene urbana. Sono in corso le trattative per i contratti della logistica, di tessili, edili, sanità privata, ferrovieri e metalmeccanici, nonché quello del pubblico impiego.

Tutti questi rinnovi contrattuali hanno introdotto pesanti peggioramenti: aumenti salariali infimi che non fermano la perdita di potere d’acquisto dei salari, in atto dall’abolizione definitiva della scala mobile nel 1992; aumenti della flessibilità dell’orario di lavoro e della sua durata; aggravamento della regolamentazione antisciopero; inasprimento delle sanzioni disciplinari; piena applicazione del Testo Unico sulla Rappresentanza; nessuna deroga al Jobs Act finalizzata a delimitarne l’applicazione; nuovi passi verso la liquidazione del contratto nazionale.

Sul piano salariale, in particolare: quote crescenti del salario che erano fisse sono legate a parametri di produttività ed efficienza e demandate alla contrattazione aziendale; è stata in genere rimandata di un anno, al 2017, l’assegnazione della prima rata dell’aumento stabilito dal nuovo contratto; è stata allungata la vigenza di alcuni contratti; i ritardi nei rinnovi dei contratti sono stati rimborsati con cifre irrisorie o non lo sono stati affatto; una quota degli aumenti è stata devoluta per sostenere fondi previdenziali e assistenziali integrativi e Enti Bilaterali.

Sindacati-azienda

  Quest’ultimo aspetto non è di secondaria importanza. Questi enti e fondi, gestiti unitamente da aziende e sindacati, a livello aziendale o nazionale, offrono ai lavoratori prestazioni di vario tipo: pensionistica, sanitaria, assistenziale, formazione professionale, per arrivare, nelle intenzioni dei loro sostenitori e promotori, fino alla gestione degli ammortizzatori sociali. Il loro sviluppo si inquadra nel processo di smantellamento del cosiddetto Stato sociale e della sua sostituzione con un sistema assistenziale e previdenziale privato e aziendale. I sindacalisti di Cgil, Cisl e Uil lo chiamano “welfare contrattuale” e si vantano di dargli pieno corso. In questo modo risparmia lo Stato borghese e guadagnano i gestori di questi enti, appunto aziende e sindacati.

La Cgil, che nei proclami e nei comizi si dice a difesa dello Stato sociale, favorisce il suo smantellamento e ci guadagna anche sopra. Così come per il contratto nazionale. Inquadrata politicamente nel regime del Capitale fin dalla sua rinascita “dall’alto” nel 1944 per il tramite dei partiti operai borghesi che la controllavano, il PCI e il PSI; sconfitto al suo interno il sindacalismo classista e chiusa dalla seconda metà degli anni settanta ogni possibilità di una sua riconquista, la Cgil compie le ultime tappe di questo processo legandosi alle aziende e al padronato intero, al Capitale insomma, anche sul piano finanziario, dato che gli interessi derivanti dalle attività di gestione di questi fondi ed enti vengono a rappresentare nei loro bilanci una voce importante quanto irrinunciabile.

La politica di conciliazione fra le classi in nome dell’interesse dell’economia nazionale – quella che il PCI, passato in mano al centrismo di Stalin e Togliatti, aveva sostituito alla lotta di classe internazionale del proletariato – necessariamente generò l’aziendalismo, cioè la subordinazione degli interessi operai a quelli dell’azienda, pratica della Cgil in tutto il secondo dopoguerra. Questa ha infine condotto all’aziendalizzazione del sindacato. Per altro un fenomeno che non è affatto nuovo, sul piano internazionale, essendosi delineato in modo netto già dai primi anni del secondo dopoguerra negli Stati Uniti.

Un esempio di questa progressiva dipendenza dei sindacati di regime dal capitalismo, non solo politica ma anche finanziaria, è dato dal bilancio preventivo 2016 della Filcams Cgil, approvato dal Comitato Direttivo del 9 febbraio scorso e non votato dalla minoranza de “Il sindacato è un’altra cosa”, che ha denunciato in un comunicato le ragioni. La quota nel totale degli introiti delle quote degli iscritti è prevista al 36%; e si pensi che la Filcams è la federazione della Cgil con il maggior numero di iscritti nel settore privato. Il restante delle entrate, il 64%, arriverà dai contributi della previdenza e assistenza integrativa e dagli enti bilaterali. Inoltre dalle “quote di adesione contrattuale”, ossia un contributo che ogni lavoratore, iscritto o non iscritto, versa ai sindacati firmatari del contratto nazionale, a meno che esplicitamente non dichiari di non volerlo fare, cosa assai rara perché la maggioranza nemmeno sa dell’esistenza di questo contributo. Un sistema truffaldino col quale i sindacati si garantiscono una ulteriore fonte di finanziamento. E una ragione in più per costoro per firmare i rinnovi contrattuali, a prescindere dai peggioramenti che comportino per i lavoratori.

Qui riportiamo i punti salienti dei principali rinnovi contrattuali firmati da gennaio 2015 nei quali nessuno dei punti in materia contrattuale stabiliti dal Direttivo Nazionale di febbraio – difesa del contratto nazionale, nessuna ridefinizione dell’assetto contrattuale generale, lotta al Jobs Act – è stato rispettato.

Terziario

  Nel commercio si è verificata una situazione simile a quella del settore metalmeccanico. Sul fronte sindacale, il contratto nazionale del 2011 fu firmato solo dalle federazioni della Cisl e della Uil. La Filcams Cgil non lo siglò adducendo a motivo peggioramenti quali giorni di malattia non retribuiti, discriminazioni per i nuovi assunti, obbligatorietà del lavoro domenicale.

Sul fronte padronale, la principale associazione del settore, la Confcommercio – come accaduto a Confindustria con FIAT nel 2011 – ha subìto a inizio 2014 l’uscita di colossi aziendali quali Carrefour, Auchan e Ikea, che sono confluiti in un’altra organizzazione padronale, Federdistribuizione. Quest’ultima, ad oggi, a 32 mesi dall’inizio delle trattative, non ha ancora siglato coi sindacati confederali il primo contratto nazionale per i lavoratori delle aziende ad essa associate, circa 220 mila.

Il 30 marzo 2015 la Filcams Cgil ha firmato, insieme alle federazioni di Cisl e Uil, il rinnovo del contratto nazionale con Confcommercio, che riguarda ora circa mezzo milione di lavoratori; con esso ha accettato:
     - implicitamente il precedente contratto del 2011 che non aveva firmato;
     - la possibilità di “sottoinquadrare” una nuovo assunto di ben due livelli per sei mesi, di un livello per ulteriori sei mesi ed estendibile per ulteriori 24 mesi se il contratto viene trasformato a tempo indeterminato, andando così oltre a quanto previsto dallo stesso Jobs Act in materia di demansionamento;
     - l’innalzamento delle settimane in cui poter lavorare 44 ore, divenute 16;
     - l’equiparazione del lavoro domenicale, obbligatorio, a quello feriale;
     - 85 euro lordi medi di aumento in tre anni (rispetto ai 130 richiesti dai sindacati);
     - nessun rimborso per l’anno e mezzo di ritardo nel rinnovo (rispetto ai 255 medi richiesti);
     - rafforzamento degli enti bilaterali che «possono essere costituiti e gestiti esclusivamente dalle rappresentanze delle Organizzazioni nazionali che sottoscrivono il CCNL».

Bancari

Il giorno dopo la firma del contratto del commercio, il primo aprile, è arrivata quella del contratto dei bancari – fra l’associazione padronale ABI, la Fisac Cgil, le altre federazioni di Cisl, Uil, Ugl e vari sindacati autonomi – riguardante oltre trecentomila lavoratori. Questi i contenuti più importanti:
     - Vigenza, anche per la parte economica, di 4 anni: un anno in più rispetto ai tre anni del precedente contratto, ancora utilizzati negli altri contratti di categoria e che già erano stati un peggioramento rispetto ai due anni utilizzati nei rinnovi contrattuali fino al 2009, quando questo cambiamento fu introdotto dall’accordo interconfederale fra Cisl, Uil e Confindustria, non firmato dalla Cgil che poi lo ha invece accettato completamente e, come si vede, peggiorato; inoltre questo cambiamento ha rappresentato in sé già una modifica dell’assetto contrattuale generale riguardo la quale il direttivo confederale di un mese prima aveva escluso per il momento di intraprendere una trattativa;
     - 85 euro di aumento medi e lordi come per il commercio ma distribuiti su 4 anni invece che su tre;
     - Per i nuovi assunti nessuna norma di tutela dal Jobs Act

Chimico-farmaceutico

Il 15 ottobre 2015 Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil hanno firmato il rinnovo del contratto dei settori chimico, farmaceutico, abrasivi, lubrificanti e GPL, che riguarda circa 170 mila lavoratori.

Federchimica e Farmindustria avevano avuto la strafottenza di richiedere persino la restituzione di parte del salario (79 euro), sulla base di quanto affermato a maggio da Confindustria, secondo la quale, a causa dello stato generale dell’economia sull’orlo della deflazione, gli incrementi salariali dell’ultimo triennio stabiliti dai precedenti contratti erano stati eccessivi. Tanta arroganza non era finalizzata ad ottenere davvero questo obiettivo, almeno per ora, ma doveva servire, com’è infatti servita, a dar la giustificazione ai sindacati di regime per accettare aumenti salariali di minima entità, cantando pure vittoria per aver scongiurato la “restituzione del salario”!

Nei chimici le federazioni di Cgil, Cisl e Uil – Filctem, Femca e Uiltec – da anni si distinguono per fare da apripista alle peggiori innovazioni antioperaie. Questa volta volta il contratto è stato firmato dopo una trattativa durata solo 24 ore e senza una sola ora di sciopero. Questi i punti maggiormente degni di nota:
     - rinuncia all’ultima rata dell’aumento previsto dal contratto precedente (2012-2015), trasformata in EDR (una quota del salario base introdotta con l’eliminazione della scala mobile nel 1992), che poi sarà eliminata a fine 2016;
     - rate dell’aumento che partiranno dal 2017, dunque congelate per il 2016, e che saranno sottoposte alla verifica annuale dell’effettiva corrispondenza con l’inflazione, con possibilità di riduzione o eliminazione;
     - corsi di “cultura aziendale”, fatti dall’azienda, ai delegati RSU!
     - inasprimento delle sanzioni disciplinari;
     - trasformazione del premio presenza da fisso e “nazionale” a variabile, in quanto legato ad accordi aziendali sulla produttività;
     - eliminazione degli scatti di anzianità dal conteggio del TFR;
     - infine, secondo quanto correttamente affermato dal presidente di Federchimica: «Il nuovo contratto di lavoro del settore chimico-farmaceutico non contiene disposizioni che derogano alla disciplina del Jobs Act».

Gomma-plastica

Sulla falsariga di quello chimico-farmaceutico di cui un tempo faceva parte, sempre dalla Filctem Cgil e dalle federazioni di Cisl e Uil, il 10 dicembre, dopo due giorni di trattativa e senza un’ora di sciopero, è stato siglato il contratto 2016-2018 per il settore gomma-plastica, che riguarda circa 140.000 lavoratori:
     - il rinnovo precedente era avvenuto dopo 20 ore di sciopero e si era chiuso con un aumento di 124 euro lordi; questo con un aumento medio di 76 euro lordi, congelato per il 2016, con prima rata dal 2017;
     - le aziende in crisi potranno far slittare di ulteriori tre mesi la seconda misera rata di aumento del 2018;
     - come per il contratto chimico-farmaceutico anche questo sottopone le rate dell’aumento a verifiche annuali con eventuale loro riduzione o congelamento;
     - viene incrementata l’aliquota del “fondo gomma-plastica”;
     - i contratti a tempo determinato e quelli somministrati possono passare dal 25% al 32%; un aumento della precarietà che, sommato al Jobs Act, porterà le aziende a poter avere più lavoratori precari che stabili.

Autoferrotranvieri  

Il 28 novembre Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Faisa Cisal e Ugl Fna hanno firmato il rinnovo del contratto nazionale degli autoferrotranvieri riguardante circa 116 mila lavoratori e scaduto da ben otto anni, dal 31 dicembre 2007:
     - 100 euro lordi medi di aumento;
     - aumento dell’orario di lavoro e della flessibilità: orario medio settimanale di 39 ore calcolato nell’arco di 26 settimane invece delle precedenti 17, con limite massimo settimanale portato a 50 ore; ogni tranviere potrà lavorare 13 ore in più per ogni ciclo;
     - aumento dello straordinario, anche obbligatorio, al limite annuo a 300 ore;
     - nessuna deroga protettiva del lavoratore al Jobs Act;
     - istituzione di due enti bilaterali: Fondo di Solidarietà e TPL Salute;
     - aumento del finanziamento del fondo previdenziale integrativo mediante l’iscrizione coatta.

L’ipotesi di rinnovo è stata sottoposta a referendum. I voti contrari hanno prevalso in importanti città quali a Roma, Milano, Bologna, Modena, Reggio Emilia e Parma – il 48% in Emilia Romagna – e in tutta la Toscana. Robuste minoranze contrarie vi sono state a Genova, Venezia e Napoli. Ma sul piano nazionale il nuovo contratto è stato approvato con il 64,89% di voti a favore. Valgono le considerazioni qui poco sopra fatte: se i lavoratori contrari fossero stati in sciopero “selvaggio” ciò avrebbe opposto un forte ostacolo alla nuova vittoria padronale. In quanto “voti” non sono serviti a nulla, affogati nel mare dei lavoratori più intimoriti, di quelli dei centri minori della provincia disabituati alla lotta e dei settori impiegatizi.

Alimentaristi

Il 5 febbraio 2016, dopo aver revocato lo sciopero generale della categoria previsto per il 29 gennaio, Flai-Cgil, Fai-Cisl e Uila-Uil hanno firmato il contratto per i circa 400 mila lavoratori dell’industria alimentare; questi i punti principali:
     - durata del contratto portata da tre a quattro anni, come per i bancari;
    - la Flai Cgil ha sbandierato un aumento medio di 105 euro lordi; lo scorso rinnovo contrattuale aveva ottenuto 126 euro per una vigenza contrattuale di 36 mesi contro gli attuali 48: il 41% in meno;
    - «Le parti convengono sul principio di non sovrapponibilità tra istituti ed i relativi costi della contrattazione nazionale e quelli propri della contrattazione aziendale»: un modo per mettere le mani avanti e tagliare la parte di salario contrattata in azienda;
    - congelamento dei contratti aziendali e territoriali in scadenza tra il 1° dicembre 2015 e il 31 dicembre 2017 per ulteriori 12 mesi;
    - 16 ore in più di flessibilità dell’orario di lavoro (da 72 a 88) e un aumento del 50% del periodo di calcolo dell’orario plurisettimanale che arriva così a sei mesi;
    - incremento del contributo al fondo Fasa, per l’assistenza sanitaria integrativa e creazione di un nuovo ente bilaterale per licenziati e trasformazioni volontarie in par-time.

Igiene ambientale

Il 10 luglio scorso è stato siglata da Fp Cgil, Fit Cisl, Uil Trasporti e Fiadel l’ipotesi di rinnovo per il contratto dei netturbini – scaduto il 31 dicembre 2012 – che lavorano nelle aziende pubbliche dell’igiene ambientale aderenti a Utilitalia: circa 50 mila lavoratori. Lo sciopero nazionale previsto per il 13 e 14 luglio è stato così revocato. Sarebbe stato il terzo dopo quelli del 30 maggio e del 15 giugno. Questi i punti salienti del contratto:
     - aumento salariale, a regime (da dicembre 2018!), di 120 euro lordi, al livello medio 3A (parametro 130,07), di cui 30 destinati però a finanziare i fondi previdenziali e sanitari integrativi, un fondo di solidarietà per gli esuberi e il fondo salute e sicurezza;
     - 30 mesi di ritardo nel rinnovo compensati con 200 euro lordi (6,6 euro lordi al mese; inferiore alla vacanza contrattuale del pubblico impiego, di 11,7 euro);
     - aumento dell’orario di lavoro settimanale da 36 a 38 ore, avvicinando così le condizioni al contratto multiservizi (40 ore) applicati ai lavoratori che operano nelle cooperative cui sempre più sono appaltate parti del servizio di raccolta rifiuti;
     - aumento delle ore di straordinario da 50 a 150 e pagate con maggiorazione ridotta;
     - creazione di un nuovo livello professionale “S” sotto l’attuale livello 1°, a parametro 90, per i neoassunti;
     - si dichiara la volontà di rivedere, ovviamente in peggio, il regolamento sullo sciopero.

Infine, due giorni dopo, il 12 luglio, Fp Cgil, Fit Cisl, Uil Trasporti e Fiadel, hanno firmato, sulla falsariga di quello per le aziende pubbliche, un protocollo d’intesa per il rinnovo del contratto applicato dalle aziende d’igiene urbana private, aderenti ad Fise-Assoambiente (aderente a Confindustria), riguardante circa 40 mila lavoratori. Da segnalare l’introduzione di ben due nuovi livelli inferiori a parametri 80 e 88,38.

(continua al prossimo numero)

 

 

  

 


Scuola e lavoro dalla borghese disumanizzazione al comunismo

A settembre parte “Traineeship” (vuol dire, semplicemente, corso di formazione) un progetto voluto da Federmeccanica che prevede l’ingresso di 5.000 studenti degli istituti tecnici in 500 fabbriche. Il Ministero dell’Istruzione ha sborsato 1,2 milioni di euro per formare 600 “tutor” (istruttori) che assisteranno i ragazzi direttamente nelle imprese. La Legge 107 prevede che il corso di alternanza studio-lavoro duri complessivamente 400 ore (200 per i licei). Il calendario sarà imposto dalle aziende, che si riserveranno di imporre turni lunghi per evitare di ospitare troppi studenti tutti insieme. Lo studente sarà “ripagato” non in euro ma in “crediti formativi” (ormai la vita, anche dei proletari, non è che un “investimento”!) che potrà “consumare” a vantaggio dei suoi risultati scolastici. Le aziende doteranno gli studenti dei dispositivi di protezione individuali a spese proprie, ma saranno rimborsate per gli altri costi aziendali con un fondo stanziato dalla “Buona Scuola” di 100 milioni di euro. Federmeccanica ne ha lamentato l’insufficienza, ottenendo sgravi fiscali per le aziende interessate.

Intanto osserviamo che fa parte della “esperienza di lavoro”, cioè dell’apprendistato, anche la corresponsione di una giusta paga. 400 ore sono tante. È da rivendicare il diritto di essere pagati, in proporzione alla qualità e quantità del lavoro prestato.

Ma al presente morente capitalismo nessuna riforma è ormai più possibile, la sua volontà è impotente e tutto si riduce solo a ruberia e finzione mediatica. Però, quando fosse realmente attuata, questa riforma non ci scandalizzerebbe affatto.

Noi comunisti abbiamo da sempre condannato la separazione scuola/lavoro come tipica delle società divise in classi. Lo dicemmo, ben prima di un Renzi, nel 1875 nella famosa nostra Critica al Programma di Ghota.

     «La proibizione generale del lavoro dei fanciulli è incompatibile con l’esistenza della grande industria, ed è perciò un vano, pio desiderio. La sua realizzazione – quando fosse possibile – sarebbe reazionaria, perché se si regola severamente la durata del lavoro secondo le diverse età e si prendono altre misure precauzionali per la protezione dei fanciulli, il legame precoce tra il lavoro produttivo e la istruzione sarebbe uno dei più potenti mezzi di trasformazione della società odierna».

Ma già gli Statuti della Prima Internazionale, col plauso dei nostri Maestri, andavano più nei dettagli su “Lavoro giovanile o minorile (di entrambi i sessi)”:

     «Riteniamo che la tendenza dell’industria moderna sia quella di far cooperare i fanciulli e i giovani, di entrambi i sessi, nel vasto processo produttivo, come una tendenza progressiva, valida e legittima, sebbene sotto il capitale venga distorta in un abominio.
     «In una condizione razionale della società qualsiasi ragazzo dall’età di 9 anni dovrebbe diventare un lavoratore produttivo, nello stesso modo in cui nessun adulto valido dovrebbe essere esentato dalla legge generale di natura: lavorare per essere in grado di mantenersi. E non solo con la mente ma anche con le mani.
     «Per il momento tuttavia lavorano soltanto i fanciulli e i giovani di ambo i sessi appartenenti alla popolazione lavoratrice.
     «I giovani dovrebbero dividersi in tre gruppi, da trattare in maniera differente; il primo riguarda l’età compresa tra i 9 e i 12 anni; il secondo tra i 13 e i 15; il terzo tra i 16 e i 17. Proponiamo che l’occupazione del primo gruppo in qualsiasi laboratorio o lavoro domestico debba essere legalmente ridotta a due ore; quella del secondo a quattro e quella del terzo a sei. Per il terzo gruppo deve esserci un’interruzione di almeno un’ora per i pasti e per il riposo. Può essere desiderabile iniziare l’istruzione alla scuola elementare prima dei nove anni.
     «Ma qui trattiamo solo degli antidoti assolutamente indispensabili contro le tendenze di un sistema sociale che degrada l’uomo che lavora a mero strumento dell’accumulazione di capitale, e che trasforma i genitori, spinti dalla necessità, in mercanti di schiavi e in venditori dei propri figli. Il diritto dei fanciulli e dei giovani dev’essere rivendicato. Essi sono nell’impossibilità di difendersi. È perciò dovere della società agire a loro favore.
     «Se le classi medie e alte trascurano i loro doveri verso i propri discendenti, è colpa loro. Nel godere dei privilegi di queste classi, i loro fanciulli sono condannati a essere danneggiati dai loro pregiudizi.
     «Il caso della classe lavoratrice si presenta in maniera del tutto diversa. Il lavoratore non agisce affatto liberamente. Molto spesso è anche troppo ignorante per capire il vero bene di suo figlio, o le condizioni normali di sviluppo umano.
     «Tuttavia il settore più avanzato della classe lavoratrice comprende esattamente che il futuro della sua classe, e perciò del genere umano, dipende totalmente dalla formazione di una generazione di lavoratori che cresce. Essi sanno che prima di qualunque altra cosa i fanciulli e i giovani lavoratori devono essere preservati dagli effetti deleteri del sistema attuale.
     «Si può ottenere ciò soltanto trasformando lo spirito sociale in forza sociale e, in date circostanze, non esiste altro metodo per far ciò se non attraverso leggi generali, imposte dal potere dello Stato. Rivendicando tali leggi, la classe lavoratrice non rafforza il potere del governo. Al contrario, trasforma quel potere ora usato contro di essa in mezzo a suo favore. Essa ottiene con un atto generale ciò che vanamente avrebbe tentato con una gran quantità di sforzi individuali isolati.
     «Procedendo da questo punto di vista, affermiamo che nessun genitore e nessun datore di lavoro dovrebbero avere la possibilità di utilizzare il lavoro giovanile, salvo nel caso in cui fosse collegato all’istruzione.
     «Per istruzione intendiamo tre cose. Primo: educazione mentale. Secondo: educazione fisica, così come viene data nelle scuole di ginnastica, e con esercizi militari. Terzo: addestramento tecnico, che impartisce i principi generali di ogni processo di produzione, e contemporaneamente inizia il fanciullo e il giovane all’uso pratico e manuale degli strumenti elementari di ogni tipo di lavoro.
     «Un corso graduale e progressivo di addestramento mentale, ginnico e tecnico dovrebbe corrispondere alla classificazione dei giovani lavoratori. I costi delle scuole tecniche dovrebbero essere coperti in parte dalla vendita dei loro prodotti. La combinazione di lavoro produttivo pagato, educazione mentale, esercizio fisico e addestramento politecnico, solleverà la classe lavoratrice a un livello ben più elevato di quello delle classi medie ed alte.
     «È sottinteso che l’occupazione di tutti i giovani tra i 9 e i 17 anni (inclusi) nel lavoro notturno e in ogni attività nociva alla salute dev’essere tassativamente proibita per legge».

Gridino pure allo scandalo i borghesucci! Deforme e reazionaria non è la scuola “di Renzi”, ma tutto il sistema scolastico dell’alienato e sempre alienante mondo del capitale. Nel capitalismo è mostruoso sia lo smisurato e deformante sfruttamento dei fanciulli, sia imprigionare la massa di non più giovani, disoccupati di fatto, ad invecchiare in decenni di uno “studio” che ha il solo scopo, oltre a quello di tenerli fuori dal mondo dei vivi, di fornire clienti alle università-azienda.

Il recinto scolastico, oltre la formazione elementare di base, è mantenuto chiuso appositamente dallo Stato per contenere la fiamma, da troppo tempo soffocata, della gioventù proletaria. Auguriamo alle nuove leve di sfruttati quella vitalità e quella prontezza che è mancata ai giovani delle generazioni precedenti, anche proprio a causa della scuola borghese. Una scuola sempre più individualista, concorrenziale e mercantile, per i lavoratori-docenti e per i clienti-discenti, cioè il contrario di sapiente.

 

 

 

 

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La contesa fra militarismi nei mari della Cina

Il Mar Cinese Meridionale

Il 12 luglio la Corte permanente di arbitrato dell’Aia sulla Legge del Mare, organo dell’Onu, ha emesso il verdetto riguardante la disputa Cina-Filippine per la sovranità su alcune isole del Mar Cinese Meridionale. Un giudizio tecnico, basato sulla distinzione tra scogli e isole, ma dal significato chiaro: molte delle pretese di Pechino di sovranità sul 90% circa del Mar Cinese Meridionale sarebbero infondate ed illecite. Tra le azioni contestate in particolare l’occupazione della Secca di Scarborough, una serie di scogli di fronte alle Filippine che Pechino definisce isole per rivendicare una fascia di 200 miglia da esse. Il possesso di uno scoglio invece concede solo il controllo su 12 miglia di mare intorno. Scarborough per la Corte sono solo scogli.

La Cina aveva già anticipato che non avrebbe riconosciuto il giudizio del Tribunale, e così ha prontamente fatto.

Che i contrasti tra gli Stati possano essere risolti pacificamente da un Tribunale internazionale è ovviamente solo una illusione di democratici piccolo-borghesi.

Il Mar Cinese Meridionale è costellato da numerose isole, isolotti, formazioni coralline, secche e scogli. Su molti di questi, due o più paesi rivieraschi rivendicano la sovranità, appellandosi a ragioni storiche o geografiche. Ma le vere ragioni sono le forze economiche e la ricerca di supremazia.

Gli interessi economici sugli arcipelaghi sono i fondali ricchi di gas e petrolio e la pescosità delle loro acque. Quelli geopolitici risiedono nella posizione strategica: passano di lì le rotte dall’estremo oriente all’Oceano Indiano e a Suez; tra gli stretti di Malacca e della Sonda transita il 40% del commercio mondiale. Dalle isole contese si ha il controllo su tutto quel traffico.

La Cina deve proteggere le rotte marittime per le quali fluisce la sua enorme ricchezza, sui giganteschi mercantili che imbarcano le merci cinesi per l’Asia meridionale, l’Africa, il Medio Oriente e l’Europa, e la riforniscono di petrolio e materie prime dal Medio Oriente e dall’Africa.

Pechino ha cercato negli anni di stringere rapporti politico-commerciali con alcuni paesi che si affacciano su quei mari. Quando è stato possibile vi ha istallato basi militari, soprattutto nei punti critici come lo Stretto di Malacca, il Mar Rosso o al largo dello Sri Lanka. Il controllo del Mar Cinese Meridionale completerebbe questo cosiddetto “filo di perle”.

 

Le Isole Paracel

  Le isole Paracel sono equidistanti dalle coste del Vietnam e da quelle della Cina. Questa le conquistò con le armi dal Vietnam nel 1974, poco dopo la fine della guerra con gli Stati Uniti, ma sono tuttora rivendicate da Cina, Taiwan e Vietnam.

Per creare dei fatti compiuti lo Stato cinese ha costruito nell’arcipelago impianti portuali per le navi da crociera, aumentando la presenza di turisti e di lavoratori residenti. Ma il maggiore interesse è militare. Fonti statunitensi hanno reso noto che le forze armate cinesi hanno dislocato a Yongxing (Woody Island), la più importante delle isole Paracel, due batterie con otto lanciatori e un sistema radar di guida dei missili terra-aria a lungo raggio in grado di individuare anche gli aerei di quinta generazione. La stessa isola già ospita una squadriglia di caccia. Altre batterie potrebbero comparire fino a costituire un sistema antiaereo integrato capace di difendere l’intera zona.

Pare siano in atto sull’Isola Duncan e su alcune isole artificiali dell’arcipelago lavori di costruzione di basi per elicotteri antisommergibile Z-18F i quali, grazie al loro raggio di 450 miglia, potrebbero raggiungere le acque territoriali del Vietnam e pattugliare le acque contese. Ma il rafforzamento delle difese aeree e marittime cinesi nell’area crea anche uno spazio protetto per i propri sottomarini nucleari equipaggiati con missili balistici intercontinentali, che costituiscono la componente marittima della triade nucleare di Pechino.

 

La Secca di Scarborough

Più che di isole si tratta di affioramenti della barriera corallina. Nonostante si tratti di scogli poco adatti all’impianto di infrastrutture o all’insediamento di popolazione, sono importanti per la ricchezza ittica dei bassi fondali, mentre per i cinesi l’importanza ancora una volta è strategica. Sono reclamati da Cina, Filippine e Taiwan

 

Le Isole Spratly

L’arcipelago, di 14 isole più gran numero di atolli, secche e scogliere, è situato più a sud. Mancando una sovranità riconosciuta è rivendicato da tutti i paesi le cui acque territoriali vi sconfinano: Cina, Taiwan, Filippine, Brunei, Malaysia, Vietnam. Questi Stati ne possiedono de facto ciascuno una parte con basi militari o “scientifiche”.

Nel 1988 Cina e Vietnam si combatterono militarmente per l’arcipelago; da allora lo scontro è di posizione.

 

Giustificazioni storiche

La Cina ha iniziato ingenti lavori di ingrandimento nel mare e di costruzione di isole artificiali, depositando grandi quantità di sabbia e cemento sulle parti affioranti della barriera corallina per costruirvi porti ed aeroporti. Vi mette di stanza dei soldati e delle minuscole comunità di pescatori, poi rivendica gli isolotti come propri per estendere da essi la pretesa sulle acque attorno.

La Cina giustifica le sue rivendicazioni con precedenti storici. In merito alla questione delle Paracel, ad esempio, le autorità cinesi affermano che stanno solo rientrando in possesso di isole che, tra il 1931 e il 1933, le furono sottratte dalla Francia, che colonizzava il Vietnam, sfruttando la debolezza della Cina attaccata dai giapponesi in Manciuria. Proprio a seguito del colpo di mano francese sulle Paracel l’allora governo cinese del Kuomintang decise d’istituire una commissione con l’incarico di redigere una carta con i confini nazionali nel Mar Cinese Meridionale. In tale carta, pubblicata nel 1935, il mare che il Kuomintang riteneva cinese era delimitato da una “linea di nove tratti”: le Spratly e le Scarborough vi sono comprese. Gli altri Paesi rivieraschi sostengono ovviamente che la mappa del 1935 debba considerarsi un atto interno privo di validità giuridica internazionale.

Nel 1988 la Cina ha riunito le Paracel e le Spratly alla provincia continentale dello Hainan.

 

La presenza statunitense

La contesa nel Mar Cinese Meridionale ha destato l’interesse di potenze lontane dall’area, soprattutto degli Stati Uniti. Questi, interessati alla libertà delle rotte, ufficialmente premono per una spartizione degli arcipelaghi per via diplomatica, ma hanno effettuato nell’area numerose manovre militari per far sentire la loro presenza. Per la prima volta dal 2012 il 26 ottobre 2015 hanno fatto incrociare un cacciatorpediniere all’interno delle 12 miglia da una delle Isole Spratly sulla quale la Cina negli ultimi due anni ha realizzato delle infrastrutture. Un’altra operazione è stata condotta il 30 gennaio scorso: questa volta il passaggio è avvenuto all’interno delle 12 miglia da una delle Paracel.

Ma le crescenti capacità navali della Cina arriveranno a sfidare il dominio militare degli Stati Uniti nel Pacifico occidentale.

Gli Stati Uniti vantano l’alleanza con Australia, Filippine, Corea del Sud e Giappone ed hanno stretto con 11 Paesi attorno al Pacifico il trattato finanziario ed economico Trans-Pacific Partnership. Inoltre, a diversi livelli sono stati stretti accordi bilaterali con Indonesia, Malesia, Singapore, Vietnam, India e altri Paesi.

Nella regione Washington può contare su diverse basi retaggio degli interventi bellici del secolo scorso: in Giappone dalla Seconda Guerra mondiale e in Corea del Sud dalla guerra di Corea; o di recenti accordi con alcuni Stati per accedere a porti o aeroporti: Filippine, Thailandia, Singapore, Australia.

Le principali componenti del Pacific Command sono: la Pacific Fleet con 140.000 uomini, 600 aeromobili, 200 unità navali; la Army Pacific con 106.000 uomini, 309 aeromobili; le Marine Corps Forces Pacific con 86.000 uomini, 640 aeromobili; le Pacific Air Forces con 29.000 uomini e 600 aeromobili. Gli Stati Uniti dispongono nella regione della portaerei USS Reagan; la USS Roosevelt, distaccata dal Golfo Arabico per operare assieme alla Marina di India e Giappone nel Golfo del Bengala, ora è destinata al Pacifico. L’impegno statunitense prevede entro il 2020 un aumento di circa il 30% delle unità navali assegnate alla Flotta del Pacifico e il posizionamento nel Pacifico di circa il 60% delle capacità militari navali e aeree all’estero.

 

Il riarmo in Asia

  Secondo i dati raccolti dallo Stockholm International Peace Research Institute nel suo Rapporto del 2015, l’Asia e il Medio Oriente sono le regioni che più importano armi. Nel periodo 2011-2015 in Asia e Oceania vi è stato un incremento del 26%. Maggiori importatori in Asia sono l’India (14% di tutte le importazioni) e la Cina (4,7%). In complesso, Asia e Oceania importano il 46% del commercio globale di armi. Oltre a India, Cina e Vietnam, grandi importatori nell’area sono il Pakistan (il 3,3% delle importazioni globali) e la Corea del Sud (2,6%).

Ma la Cina, per il forte impulso dato alla propria industria bellica, ha sempre più ridotto la dipendenza dall’estero per le forniture. Oltre a rimanere una grande importatrice di armi, è divenuta negli ultimi anni grande esportatrice: fra il 2011 e il 2015 la Cina ha ridotto del 25% l’importazione di armi, ma ha aumentato dell’88% le esportazioni, diventando il terzo esportatore al mondo (il 5,9% del totale) dopo gli Stati Uniti (33%) e la Russia (25%).

 

L’esercito cinese

Le spese militari cinesi cresceranno del 7,6% nel 2016, il minimo degli ultimi sei anni, per un totale di 954,35 miliardi di yuan, circa 146 miliardi di dollari. Tra le motivazioni per il sensibile calo rispetto agli anni passati, e allo scorso anno quando l’aumento era stato del 10,1%, è la frenata dell’economia cinese, anche con calo del personale in servizio (meno 300 mila unità in un anno). Notevole invece era stato l’aumento delle spese militari nel periodo 2005-2014, del 167%.

Continua tuttavia l’ammodernamento e la riforma dell’Esercito Popolare di Liberazione. La riforma, iniziata ufficialmente il 31 dicembre 2015, sarà completata entro il 2020. L’obiettivo principale è abbandonare i residui di una struttura di comando basata sull’esercito di terra, adottata all’epoca di Mao Zedong, e migliorare l’equilibrio tra le Forze armate. Le novità sin qui divulgate riguardano la riduzione del numero di truppe, la nuova struttura della Commissione Militare Centrale, la riorganizzazione delle regioni militari.

I cambiamenti nella tecnica militare e geopolitici impongono a Pechino di ridimensionare il ruolo dell’esercito a favore della marina e dell’aeronautica. Già a partire dal 2009 la Cina ha stanziato enormi risorse per la modernizzazione delle proprie forze navali, facendo particolare attenzione all’assetto tecnologico, come dimostra il missile balistico di media gittata DF-21D. Inoltre la riforma punta ad un esercito più professionale rispetto alla tradizione maoista, incentrata, per forza di cose, sull’indottrinamento politico e sulla disciplina.

Queste riforme, che comportano una ridefinizione della strategia nazionale a livello regionale e globale, rispondono alle esigenze di un capitalismo in progressiva espansione che chiede maggiore spazio in Asia e nel mondo. Verso occidente apre nel continente una nuova Via della Seta, per tutta l’Asia Centrale fino all’Europa, in Estremo Oriente fronteggia l’accerchiamento statunitense. Tali prospettive richiedono un esercito all’altezza dei questi compiti.

 

Il Vietnam

Per contrastare la crescente forza militare del potente vicino tutti gli altri Paesi dell’area, compatibilmente con le proprie possibilità, hanno avviato una politica di riarmo.

Da tempo Hanoi denuncia “atti intimidatori” da parte della Cina, ma la potenza navale di Pechino ha spinto il Vietnam a non andare oltre le accuse.

Il Vietnam ha intrapreso lo sforzo maggiore nel tentativo di fronteggiare la Cina dal punto di vista militare. Secondo l’Istituto svedese, nel corso del 2014 avrebbe speso circa 4,3 miliardi di dollari in sistemi d’arma, con una variazione percentuale nel decennio 2005-2014 di +128%. Nel periodo 2011-2015 è stato tra i primi 10 maggiori importatori di armi (con il 2.9% delle importazioni di armi a livello mondiale).

L’obiettivo del Vietnam è assicurarsi una presenza nel Mar Cinese Meridionale in grado di difendere i propri interessi strategici e commerciali. Per farlo, Hanoi ha bisogno di migliorare le proprie potenzialità militari, anzitutto sul fronte della guerra sottomarina e del pattugliamento marittimo.

Il Vietnam ha concentrato gli sforzi nel modernizzare le difese aeree e navali. Ha rafforzato le difese costiere con batterie di artiglieria anti-nave e il sistema mobile Bastion K-300, dotato di missile da crociera Orynx. Avrebbe anche ottenuto un radar israeliano e batterie di fabbricazione russa di missili terra-aria S-300.

Attualmente la marina vietnamita, appoggiata da consiglieri russi, opera con quattro sottomarini classe Kilo, di fabbricazione russa, nella base navale strategica di Cam Ranh Bay, sul Mar Cinese Meridionale. Altri due sono attesi nel 2016. Il Vietnam starebbe acquisendo dai russi anche navi progettate per essere dotate di missili anti-nave e altre armi. La flotta attualmente comprende 2 fregate Gepard, 6 corvette e 18 imbarcazioni missilistiche. Le nuove navi avranno armi anti-sommergibile migliorate.

I moli della Base navale di Cam Ranh fino al 2002 erano monopolizzati dai russi, ma da allora ha ospitato navi militari anche dell’India e di altri Paesi. Il Vietnam potrebbe concedere anche agli Stati Uniti l’accesso al porto in acque profonde di Cam Ranh Bay, in grado di ricevere sia grosse navi commerciali sia navi da guerra. L’anno scorso è stato raggiunto un accordo anche con il Giappone per consentirvi lo scalo alle sue navi.

Storicamente, il Vietnam si era sempre rivolto alla Russia e ai paesi satelliti per l’acquisto di armi. Qualcosa però sta cambiando nelle sue relazioni internazionali, ha intrapreso azioni di diplomazia militare e avviato colloqui con altri paesi. Dagli Stati Uniti vorrebbe gli stessi armamenti che altri Paesi asiatici hanno ottenuto. Recentemente, a sottolineare l’importanza strategica attribuita al Vietnam, il Presidente americano Barack Obama durante una visita ad Hanoi ha annunciato che gli Stati Uniti hanno revocato il divieto sulla vendita di materiale militare al Vietnam, dopo oltre 40 anni dalla caduta di Saigon e l’umiliazione della sconfitta. La rimozione del divieto e il riavvicinamento tra gli ex nemici è in funzione chiaramente “anti-cinese”.

 

Le Filippine

Anche le Filippine hanno recentemente alzato il livello del loro dispositivo militare appoggiandosi all’alleato americano. Il 2015 è stato un anno record per le loro spese militari con un aumento del 25%. Diversi sono i programmi di aiuto che Washington offre a Manila: recentemente le Filippine hanno ricevuto in dono 77 veicoli corazzati. Secondo un accordo di cooperazione del 2014 le Filippine hanno messo a disposizione delle Forze Armate statunitensi ben 5 basi militari: tra queste una di fronte alle isole contese nel Mare Cinese Meridionale. Al contempo le truppe statunitensi forniscono addestramento all’esercito di Manila e sostegno logistico.

Gli USA lasciarono le Filippine nel 1992 ponendo fine alla presenza militare iniziata nel 1898 col passaggio dell’arcipelago dalla Spagna agli USA e interrotta con la Seconda Guerra mondiale. Tornarono con il generale MacArthur e da qui furono dirette le operazioni militari contro il Giappone, poi in Vietnam.

La paura dei cinesi ha indotto in questi anni i borghesi filippini a sollecitare un ritorno in forze degli Stati Uniti nell’area. È stato annunciato che il contingente aereo dislocato a Clark Field per le recenti esercitazioni congiunte resterà nelle Filippine e verrà avvicendato regolarmente. Per ora si tratta di un dispositivo aereo statunitense leggero in termini di mezzi e personale ma la base è in grado di ospitare anche velivoli da combattimento della categoria degli F-16 e F/A-18 fino a bombardieri B-52. La presenza dei jet statunitensi nelle Filippine e di caccia cinesi a Woody aumenta il rischio di incontri ravvicinati nei cieli del Mar Cinese Meridionale.

Oltre che con gli Stati Uniti il governo filippino cerca di stringere accordi con altri Paesi dell’Asia-Pacifico per contenere l’imperialismo cinese. Nei mesi scorsi è arrivata la richiesta avanzata dal governo filippino al Giappone di alcune grandi navi guardacoste, per pattugliare quelle acque contese. Di recente i governi hanno siglato un accordo per il rifornimento di materiale di difesa e componenti ad alta tecnologia.

L’accordo segna una svolta per il Giappone, che per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra mondiale fornirà in modo diretto equipaggiamento militare a un altro Paese; una conferma della politica aggressiva manifestata dal capitale giapponese. Tokyo, per il momento, non si scontra in modo aperto con la Cina, ma, oltre al proprio riarmo, fornisce mezzi e sostegno ai Paesi della regione in contenzioso con la Cina.

  (continua al prossimo numero)

 

 

 

 

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La questione nazionale e coloniale al Primo Congresso dei Popoli d’Oriente
Bakù, settembre 1920


(continua dal numero scorso)


Lo svolgimento del Congresso

I preparativi del Congresso si fecero nel mezzo di una situazione politica convulsa, con l’avanzata dell’Armata Rossa verso Varsavia, la controffensiva polacca, le operazioni di Wrangel, le ostilità britanniche e iraniane per impedire la venuta a Baku dei delegati tanto che alcuni trovarono la morte all’andata o al ritorno. I persiani e i turchi furono attaccati da navi e da aerei inglesi. Navi bolsceviche furono mobilitate.

Parteciparono più di 2.000 delegati: 336, o 469 secondo stime diverse, azerbaigiani (d’origine turca, azeri, russi, ecc.), 202 iraniani, 137 georgiani, 131 armeni, 105 turchi. Solo 55 erano donne. I requisiti per la partecipazione non erano stati definiti chiaramente dagli organizzatori. 1.071 si dichiararono comunisti (membri del PCRb o di partiti comunisti recentemente costituiti, come in Turchia e in Iran), ma la politica di Mosca, secondo Chabrier, era di accettare anche i musulmani. 334 erano i simpatizzanti, 467 i senza partito.

Il Partito Comunista turco tenne il suo primo congresso a Baku il 10 settembre 1920, con 74 delegati; il Partito Comunista iraniano lo celebrò a fine giugno 1920 a Enzeli, sotto il controllo dei bolscevichi dal 1920; all’interno del partito iraniano si affrontarono i partigiani della rivoluzione sociale e quelli interessati solo alla lotta contro i britannici e lo Scia. Il partito comunista indiano fu fondato nell’ottobre 1920 a Taskent, capitale della Repubblica Socialista del Turkestan fondata nel 1918, con Manabendra N.Roy; questi si rifiutò di partecipare al congresso di Baku, ritenendolo “una parata propagandista”, come scrive Pierre Broué nella sua storia dell’I.C. Il Partito Comunista di Armenia inviò 25 delegati. I musulmani delle regioni di Kars, Batum, che avevano creato la Repubblica del Caucaso del Sud-Ovest (dicembre 1918-aprile 1020) mandarono a Baku 102 delegati. Delegazioni importanti arrivarono da altre regioni dove i bolscevichi erano riusciti ad insediarsi. Mustafa Kemal aveva mandato un delegato non abilitato a prendere decisioni. Le delegazioni indiane, coreane, cinesi, arabe erano estremamente ridotte: tre delegati.

Numerosi nazionalisti orientali avevano aderito al partito comunista solo per la sua politica ostile all’imperialismo inglese. Quanto ai senza partito, secondo un calcolo riferito da Zinoviev al CE al suo ritorno da Baku, citato nel documento di Chabrier, una buona parte era formata da vicini a partiti borghesi. Alcuni dei presenti al congresso organizzarono l’anno seguente delle formazioni ostili ai bolscevichi.

Alcuni delegati della Russia del Sud e dell’Asia centrale erano venuti per fare dei traffici: un rapporto del Foreign Office segnalò che alcuni delegati erano arrivati con prodotti locali che alimentarono un certo commercio. E molti rivoluzionari occidentali si turbarono, alcuni indignati, per le preghiere dei musulmani durante le sedute.

Molte erano le lingue delle tante etnie e difficile l’organizzazione delle traduzioni. Si può ben immaginare come il congresso dovette aver avuto l’aria d’una grande fiera colorata e rumorosa!

Il proletariato occidentale era rappresentato da membri dell’I.C. che andavano a difendere e a propagandare le Tesi del 2° congresso sulla questione coloniale e nazionale. Zinoviev, Radek e Bela Kun erano accompagnati da rappresentanti dei paesi colonialisti: il britannico Tom Quelch (membro del Partito Socialista Inglese, eletto al CE dell’I.C., che diverrà membro del PC britannico nel 1923), il sindacalista francese Alfred Rosmer, Jansen (membro del PC dei Paesi Bassi dal 1918, eletto al CE dell’I.C.), il giornalista americano John Reed (membro del Communist Labor Party degli USA, fondato nel 1918) che morì di tifo al ritorno da Baku, e altri membri dell’I.C. Erano presenti specialisti di questioni orientali: per la situazione in Persia, i problemi agrari in Turchia, la situazione nel Turkestan. Zinoviev fu nominato per acclamazione presidente e tutti i membri dell’I.C. si occuparono dell’organizzazione.

Il Congresso espresse dapprima la sua solidarietà ai movimenti di rivolta araba in Egitto del 1920, in Siria nel 1919-20, nell’Iraq nel 1920, e dei Giovani Turchi.

I comunisti turchi e persiani non riuscirono ad intervenire, ma i delegati dell’Asia centrale poterono liberamente esporre le loro critiche alle “sopravvivenze di colonialismo russo”. Dirigenti musulmani del Turkestan in particolare denunciarono le persecuzioni contro i riti religiosi.

««È Zinoviev che legge il manifesto conclusivo dei lavori, è il presidente della Internazionale Proletaria; e alla sua voce gli uomini di colore rispondono con un solo grido levando spade e scimitarre. “L’Internazionale Comunista invita i popoli dell’Oriente a rovesciare colla forza delle armi gli oppressori di Occidente; a tal uopo proclama contro di essi la Guerra Santa, e designa l’Inghilterra come primo nemico da affrontare e combattere!”. Ma un non diverso grido di guerra è lanciato verso il Giappone, contro il quale si invoca l’insurrezione nazionale dei Coreani, mentre l’odio bolscevico viene nel proclama di Zinoviev dichiarato anche alla Francia e all’America» (“Oriente”, cit.).

Le critiche concernenti l’organizzazione del Congresso non mancarono da parte di militanti comunisti occidentali. John Reed autore nel 1919 di "Dieci giorni che sconvolsero il mondo", benché convinto partecipante, e anche vi prese la parola, parla della “demagogia ed ostentazione” del Congresso. Il responsabile comunista indiano M.N. Roy, non andò al congresso di Baku, affermando nelle sue memorie che si trattava d’uno “spreco inutile di tempo, di energie e di mezzi per una cavalcata alle porte del misterioso Oriente”, rifiutando d’assistere al “Circo Zinoviev”.

Il 14 ottobre 1920 Zinoviev, al congresso di Halle nel quale la maggioranza del partito social-democratico tedesco votò l’adesione all’I.C., in un discorso dovette rispondere ad alcune violente critiche al congresso di Baku, compresa quella concernente le concessioni fatte dai delegati dell’I.C. ai pregiudizi religiosi: «È ovvio che i mullah di Khiva non sono comunisti. Ma la III Internazionale è di fronte alla necessità di parlare con i lavoratori del mondo intero, e ciò non soltanto dal punto di vista europeo. Dobbiamo portare la luce ai mullah di Khiva, in una forma adatta al loro paese. Vogliamo trascinarli con noi, vogliamo farli insorgere contro i loro oppressori. E non possiamo raggiungere questo obiettivo che agendo come abbiamo fatto (...) Se auspicate la rivoluzione mondiale, se volete liberare il proletariato dalle catene del capitalismo, non dovete pensare alla sola Europa, dovete girare lo sguardo anche verso l’Asia (...) Compagni, sarà impossibile fare la rivoluzione se non mettiamo l’Asia in piedi. L’Asia è quattro volte più popolata dell’Europa; i suoi popoli, come noi, sono sfruttati, oppressi, dominati dal capitalismo (...) Quando ho visto a Baku migliaia di persiani e di turchi cantare con noi l’Internazionale (...) ho sentito passare il soffio della rivoluzione mondiale (...) Abbiamo riso, in questa sala, sentendo dire che a Baku avrei ”pregato per la guerra santa”: ho detto queste parole: “Popoli d’Oriente, vi hanno molto parlato della guerra santa, come ne hanno parlato molto ai lavoratori europei nel 1914, al momento della guerra imperialista! Popoli d’Oriente, era allora una guerra maledetta! Ma oggi, vi esortiamo a cominciare una guerra veramente santa contro la borghesia e contro gli oppressori dell’umanità tutta intera”. Compagni c’è in queste parole qualcosa di religioso o di demagogico?» (in “Bulletin Communiste” n° 25-1921, organo francese del Comitato della III Internazionale).

A Baku esclamammo davanti ai delegati: «Popoli oppressi del mondo intero e proletari di tutti i paesi, unitevi contro i vostri sfruttatori» e quelli erano d’accordo. Continuò: «Compagni, voi non volete ammettere che questo Congresso è stato un avvenimento storico: ve lo siete immaginato o l’avete descritto come una manovra del nostro governo. E stato invece, compagni, un atto rivoluzionario, un atto d’ostilità contro il capitalismo inglese».

Aggiunse che durante il Congresso di Baku era stato organizzato un comitato di propaganda e d’azione, composto da 48 membri in rappresentanza di 28 popoli e da due rappresentanti dell’I.C. con diritto di veto. «I popoli dell’Oriente trovano del tutto naturale che la frazione più avanzata della classe operaia abbia una funzione educatrice e di guida (...) Dobbiamo sollevare i popoli d’Oriente, chiamarli, aiutarli, perché senza il loro appoggio, compagni, non scuoteremo il giogo della borghesia».

Questo comitato d’azione portò alla creazione a Taskent di un Istituto di Propaganda e della Università dei Popoli d’Oriente, con delle ramificazioni a Baku e a Irkutsk, in Siberia orientale, che accolse i primi giovani militanti arabi. Si trattava di forgiare i futuri comunisti orientali. Nel 1922 fu aperto un Ufficio d’Oriente per coordinare l’azione dei comunisti nelle zone sotto la dominazione delle potenze occidentali, con tre sezioni: Africa del Nord, Medio Oriente, Asia del Sud e del Sud-Est, diretto all’inizio da Radek.

Nel corso del decennio 1920, numerosi partiti comunisti nacquero in numerosi Paesi fuori di Europa, confinanti con l’URSS, nel Medio Oriente. In India il lavoro di Roy incominciò a dare i suoi frutti nonostante una repressione sistematica delle autorità britanniche e le tensioni con il Partito del Congresso che, con Nehru e Gandhi, sosteneva la non violenza. Il Partito Comunista Cinese fu fondato nel 1920; il Partito Comunista Indiano nel 1925.

Ma molto presto dovettero affrontare la degenerazione del Komintern. La sua azione incoerente e la sua inversione strategica sulla questione nazionale fin dal 1928 saranno deleterie. Altrettanto l’influenza del Partito Comunista britannico.

Il Krestintern, Consiglio Internazionale Contadino, fu fondato nell’ottobre 1923, e il suo primo congresso, sotto la guida di Zinoviev, riunì più di 48 nazionalità per definire delle tesi in rapporto alla classe contadina. Si era anche dato per obiettivo la propaganda della rivoluzione mondiale unendo gli operai dei campi a quelli delle città. Ma subì ugualmente il contraccolpo della degenerazione dell’I.C.

Quali furono gli effetti del Congresso di Baku? Alfred Rosmer in "Mosca sotto Lenin" scriveva nel 1920: «Questo congresso, incontestabilmente il primo nel suo genere dove eravamo riusciti a riunire rappresentanti di tutti i paesi, di tutte le razze e popolazioni dell’Oriente, nell’immediato non dette quello che ci si aspettava; e non ci furono nei mesi successivi rivolte d’una certa importanza tali da inquietare e occupare seriamente le potenze imperialiste. La scossa fu profonda ma non fece sentire i suoi effetti che più tardi; occorreva del tempo perché i dibattiti e le risoluzioni portassero i loro frutti, per riunire forze sufficienti, coscienti della lotta da intraprendere contro dei padroni fino a quel momento onnipotenti».

Sfortunatamente le forze della contro-rivoluzione prevalsero e la prospettiva di Lenin di una repubblica socialista mondiale fu rimandata.

L’indipendenza nazionale non più all’ordine del giorno nemmeno in Oriente

Oggi la situazione in Oriente è stata totalmente capovolta dallo sviluppo capitalista a livello mondiale. La questione della indipendenza delle nazioni non si pone più. Per altro la questione agraria è sempre all’ordine del giorno in ragione della persistenza in quelle regioni di una imponente massa di contadini poveri e senza terra e di piccoli agricoltori. Ma la rivoluzione comunista mondiale ha ormai tutte le basi economiche e sociali per passare al comunismo senza che preventivamente si imponga la soluzione di questioni nazionali.

L’articolo “Oriente”, del 1951, chiude:

«Alla politica del blocco occidentale antifascista e antitedesco di ieri, a quella del blocco orientale di oggi, sedicente anticapitalista, che persegue non più la repubblica socialista mondiale ma una democrazia nazionale e popolare, più mentita di quella bandita da Washington, sia data la stessa definizione che dette Lenin al socialnazionalismo del 1914: tradimento. E sia data da una ricostituita unità di organamento e di lotta degli sfruttati e degli oppressi di tutti i paesi. E fino a tanto, non v’è pace che sia desiderabile, non v’è guerra che non sia infame».Noi siamo sempre qui. Che rinascano le organizzazioni di classe a livello mondiale e l’organizzazione degli sfruttati e degli oppressi di tutti i paesi! Viva la rivoluzione comunista mondiale!