Partito Comunista Internazionale
Il Partito Comunista N. 393 - anteprima 2018
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organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 Roma, sabato 15 dicembre 2018: Contro l’attacco alle condizioni di tutti i lavoratori, autoctoni e immigrati! Contro il Decreto “sicurezza”! Per un Fronte Unico Sindacale di classe!
L’Ungheria e la sua “moderna” schiavitù
PAGINA 2
Per il sindacato
di classe
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PAGINA 1
Roma, sabato 15 dicembre 2018
     Contro l’attacco alle condizioni di tutti i lavoratori, autoctoni e immigrati!
    
Contro il Decreto “sicurezza”!
    
Per un Fronte Unico Sindacale di classe!

Da anni le condizioni di vita e di impiego dei lavoratori sono in continuo peggioramento, sottoposte all’attacco della classe capitalista – nazionale ed internazionale – che nasconde la sua dittatura sulla classe lavoratrice attraverso il falso ed ingannevole teatrino democratico che serve solo a far girare i burattini che si avvicendano al governo.

Il cosiddetto Decreto “sicurezza”, recentemente varato dal Governo giallo-verde, svela il vero volto della classe dominante costretta a ridurre i cosiddetti “spazi democratici” per dividere la classe lavoratrice e reprimerne le lotte. Esso va infatti contro le lotte dei lavoratori, trasformando i blocchi stradali in reati penali, punibili con la reclusione fino a 6 anni (12 per gli organizzatori); inasprendo le pene contro gli occupanti di case, estendendo l’applicazione del “DASpo urbano”. Allo stesso tempo attacca l’unità tra operai autoctoni e immigrati, costringendo questi ultimi alla illegalità, eliminando il permesso per protezione umanitaria, il principale canale di regolarizzazione dei richiedenti asilo; inoltre raddoppia da 3 a 6 mesi il periodo massimo di detenzione nei CPR per l’identificazione ed espulsione e prevede la revoca del permesso di soggiorno e anche della cittadinanza agli immigrati accusati o condannati per alcuni reati.

Questo decreto non serve a respingere gli immigrati ma solo a rendere la loro condizione ancora più dura e precaria, a rendere i lavoratori più ricattabili e quindi più sfruttabili, col lavoro a nero, senza contratto, senza regole, per salari da fame.

La questione infatti non è se accogliere o respingere gli immigrati. L’immigrazione dai paesi devastati dallo sfruttamento economico degli Stati imperialisti che produce guerre, carestie, fame, è un processo inarrestabile che riguarda decine di milioni di persone in ogni parte del mondo e non esistono muri o barriere che possano fermarla.

La questione centrale per il proletariato è quella di trovare l’unità nella lotta, sindacalizzare i lavoratori immigrati, lottare insieme per superare ogni divisione che possa fomentare la concorrenza al ribasso fra proletari, esigere per loro la possibilità di avere il permesso di soggiorno e la cittadinanza per sfuggire ai ricatti padronali.

Combattere la propaganda razzista opponendole una propaganda antirazzista sul piano umanitario, come fa la Chiesa, è insufficiente e non può che condurre al fallimento perché significa non saper riconoscere il vero obiettivo della classe dominante, che non è l’affermazione dell’infame ideologia razzista in sé, ma il suo utilizzo per dividere la classe lavoratrice, mantenerla oppressa e sfruttarla di più.

I lavoratori immigrati sono una “risorsa” per ogni borghesia nazionale fintantoché essa riesce a sfruttarli di più di quanto già non faccia con quelli autoctoni. Ma essi sono una “risorsa” anche per il movimento operaio in generale quando lavoratori autoctoni e immigrati lottano insieme per gli stessi obbiettivi di classe.

Il terreno vincente su cui rispondere all’attacco del padronato e dello Stato è quello della lotta e dell’unità dei lavoratori, al di sopra di ogni divisione, per i loro obiettivi generali, di classe:
     – forti aumenti salariali, maggiori per le categorie peggio pagate;
     – riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, per tutta la classe lavoratrice;
     – salario pieno ai lavoratori licenziati
(non “reddito di cittadinanza” vincolato alla accettazione di lavori a basso salario ed utile quindi anche questo ad abbassare il salario medio);
     – abbassamento dell’età pensionabile.

Queste rivendicazioni, per il loro carattere generale, hanno un intrinseco valore politico, che non è quello di essere contro un governo di questo o quel colore ma contro l’intero regime borghese. Esse però possono essere portate avanti solo da un forte movimento sindacale in grado di dispiegare lotte generali e ad oltranza.

Per questo è sempre più urgente e necessario superare la divisione che passa all’interno del sindacalismo di base e di cui anche questa manifestazione è un risultato essendo stata indetta dalla sola USB! L’unità nelle lotte del sindacalismo conflittuale (dei sindacati di base e delle correnti di classe dentro la Cgil) inferirebbe infatti un duro colpo al muro che i padroni vogliono erigere per dividere i lavoratori italiani da quelli immigrati; sarebbe il miglior modo per dare forza all’autentico sindacalismo di classe all’interno del sindacalismo di base e per sconfiggerne le dirigenze opportuniste.

L’economia capitalistica va verso il suo crollo per la inevitabile crisi di sovrapproduzione di merci e capitali e per il calo inesorabile del saggio del profitto. L’unica soluzione che hanno a disposizione le borghesie di tutti i paesi contro il catastrofico blocco dei mercati globali è scatenare una nuova guerra, un nuovo macello mondiale per distruggere le merci in eccesso, mettendo il proletariato dei diversi Stati ancora una volta l’uno contro l’altro. A questo scopo per esse è fondamentale tornare alla propaganda nazionalista, populista, "sovranista" che non a caso inizia a prendere piede in ogni paese e che ha fra i suoi pilastri la paura e l’odio verso gli stranieri e verso gli immigrati.

L’importanza dell’unità internazionale del movimento operaio è dimostrata anche dal movimento dei “Gilet gialli” che in queste ultime settimane ha scosso la Francia e che per tanti falsi sinistri rappresenterebbe addirittura l’anticamera della rivoluzione. In quel movimento i proletari sono presenti solo individualmente, non sono inquadrati nelle loro organizzazioni economiche, non sono guidati dal loro partito politico. È vero che la ripresa della lotta di classe, dopo tanti anni di controrivoluzione e tradimenti, non può che passare forzatamente attraverso movimenti spontanei al di fuori di ogni organizzazione, ma se il movimento di lotta non si dà un’organizzazione sindacale di classe, rivendicando la sua natura proletaria, e non si ricollega al partito, non potrà che cadere preda della reazione borghese e i lavoratori subiranno una dolorosa sconfitta.

Anche per questo l’unità fra lavoratori in ogni paese e al di sopra dei confini nazionali è vitale, perché oppone in concreto alla propaganda nazionalista e patriottica la pratica dell’internazionalismo proletario, della lotta rivoluzionaria e internazionale, al di sopra di ogni frontiera, per abbattere il regime del capitale.

I proletari non hanno patria!

 

 

 

 


L’Ungheria e la sua “moderna” schiavitù

Apprendiamo dalla stampa che in Ungheria è stata approvata una legge soprannominata “Legge sulla schiavitù”: aumenta da 250 a 400 le ore annuali di straordinario che i capitalisti possono imporre ai lavoratori, un’ora di straordinario in più al giorno. Inoltre queste ore potranno essere pagate dopo tre anni e non più entro un anno come attualmente. Se un lavoratore perde il lavoro prima è quindi possibile che non riceva il compenso degli straordinari.

Oltre che una legge schiavista è anche contro i sindacati: le trattative sullo straordinario potranno essere condotte direttamente tra dipendenti e aziende.

Il salario minimo in Ungheria e di 296 euro al mese, per i lavoratori qualificati di 388.

Il governo sostiene che la “flessibilità” verrebbe a favorire le imprese che investono in Ungheria, in particolare quelle automobilistiche tedesche, le quali hanno numerose fabbriche nel paese. Ma naturalmente il partito di Orbán sostiene che tale legge è a favore anche dei lavoratori: chi vuole guadagnare di più, lavorando di più, potrà farlo “liberamente”.

La classe operaia però ha iniziato ad opporsi a tale legge scendendo numerosa in piazza a Budapest fin dall’8 dicembre, dove hanno manifestato migliaia di lavoratori, per chiedere aumento dei salari e non delle ore di lavoro.

Alcuni manifestanti ungheresi hanno indossato il gilet giallo, simbolo delle manifestazioni francesi, e si sono aggiunti anche alcuni studenti dell’Università di G. Soros, colpiti da una legge dell’aprile scorso che le impedisce di accettare nuovi iscritti.

A distanza di un secolo da quando in Ungheria il proletariato cacciò la borghesia, proclamò la Repubblica dei Soviet ed instaurò la sua dittatura di classe, oggi è la borghesia, in tutti i paesi, per nome dei vari Orbán, di destra o di “sinistra”, ad imporre la sua dittatura spietata contro la classe lavoratrice, che potrà risollevarsi solamente organizzandosi in forti sindacati di classe guidati dal suo partito comunista.