Partito Comunista Internazionale
Il Partito Comunista N. 394 - marzo-aprile 2019
Anno XLVI - [ Pdf ]
Indice dei numeri
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organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 – Nuova via della Seta. Colonizzati i colonizzatori
Gilet Gialli. La rumorosa impotenza della piccola borghesia
8 Marzo. Solo nel comunismo potrà tornare a dispiegarsi la grande figura sociale e individuale della donna
PAGINA 2 Bella riunione internazionale del partito, Torino, 25-27 gennaio [RG133]: Economia e società in Israele e in Palestina - La questione militare: In Russia dal 1905 al febbraio 1917 - Il partito organico in Lenin - La successione dei modi di produzione: Schiavo-servo-salariato - La rivoluzione ungherese: Il contrattacco dell’esercito rosso
Per il sindacato

di classe

L’ "internazionalismo" anti-operaio della Federazione Sindacale Mondiale
– Un documento del Coordinamento per l’unità della Classe 
– Regno Unito. Scioperi e il congresso degli IWW
Lettera dal Canada. Infermiere contro gli straordinari obbligatori
In Venezuela portuali in lotta per l’aumento del salario
– Pieno successo in Messico dello sciopero nelle maquiladoras
Il sindacalismo fascista, “Rassegna Comunista”, 31 ottobre 1922
PAGINA 5 Assalgono gli imperialismi il Venezuela.
Scesi in piazza gli algerini, per adesso in "difesa della democrazia"
PAGINA 6 Kashmir - Focolai di guerra per distogliere le masse proletarie
Le guerre infinite del capitale: Siria, Afghanistan
PAGINA 8 Il concetto di dittatura rivoluzionaria e la sua pratica - Prima di Marx: Maximillian Robespierre. La teoria del governo rivoluzionario. Forza e ragione. Arrestarsi significa perire. La meccanica della dittatura. Il Termidoro.

 

 

  


PAGINA 1
Nuova Via della Seta
Colonizzati i colonizzatori

Le tensioni politiche e finanziarie sono lo scenario obbligato del “grande gioco” dello scontro inter-imperialistico al quale, nel ciclo finale di questa era, le potenze declinanti e quelle ascendenti sono storicamente costrette.

Fu nell’autunno del 2013 che il presidente cinese Xi, durante un viaggio di Stato in Indonesia e in Kazakistan, propose un’iniziativa di partenariato commerciale e politico, “One Belt One Road”, “Una cintura Una via”, un immane progetto infrastrutturale che avrebbe integrato strade e ferrovie, trasporto di prodotti energetici, connessioni tecnologiche, affiancando le vie marittime alle terrestri, progetto poi reso esecutivo e rinominato infine “BRI”, “Belt and Road Initiative”.

La BRI è divenuta l’asse portante della politica estera cinese, al punto di essere inserita nello statuto del Partito Comunista, “Comunità di futuro condiviso per l’umanità”, e nel 2017 addirittura nella Costituzione. È un progetto di fondamentale importanza, obbligato quasi, che mira a costituire un immenso blocco politico e commerciale che dall’Asia arrivi all’Europa.

In estremo oriente il Piano è in certo modo la riedizione della Sfera di Prosperità Comune, con la quale nel 1943 l’Impero giapponese aveva cercato di collegare in una rete economica e politica gli Stati dell’Oceano indiano, le Filippine, il Sud Est asiatico, per svincolarsi dalla morsa coloniale nella quale il moribondo imperialismo inglese, ed ancor di più quello allora ascendente e formidabile degli Stati Uniti, avevano stretto la regione. Come quel progetto allora andò a finire è storia della prima metà del secolo scorso. L’immagine stereotipa del fungo atomico è il simbolo che ha segnato l’insuccesso tragico del dominio imperialista del Sol Levante nell’area.

Ma il piano cinese di oggi, forte di una potenza molto superiore a quella giapponese degli anni ’40, ha un obbiettivo più ampio e profondo: insieme al controllo delle risorse in Africa, punta a penetrare in Europa, a stabilirsi in modo permanente nel Mediterraneo, a ridosso e ad insidiare le vecchie potenze coloniali.

Al piano è stato dato un nome che rievoca i trascorsi dei commerci cinesi con l’Occidente, dall’antichità classica al medioevo: Via della Seta. Un percorso tanto terrestre, autostrade, ferrovie, per collegare l’Europa ed i suoi mercati alle provincie dell’ovest cinese, attraverso paesi asiatici, russi e mediorientali, quanto marittimo.

La BRI infatti prevede 5 rotte, 6 se si aprisse quella navale artica: 3 terrestri e 2 per mare. Attualmente sia in volume sia in valore la maggior parte del commercio passa per gli scali marittimi: intorno all’80%.

I tragitti terrestri passano in aree a forte turbolenza, politicamente insicure, mentre d’altra parte le province più produttive cinesi sono quelle sul Pacifico. La prima, l’unica totalmente terrestre, transita dal Nord-Est della Cina all’Europa centrale ed al Baltico passando dal centro Asia e dalla Russia; la seconda dall’Ovest cinese al Golfo Persico attraverso Pakistan, Afghanistan ed Iran, poi per nave a Suez e al Mediterraneo; la terza dal meridione della Cina all’Oceano Indiano passando per l’Indocina, poi per mare dagli Stretti e quindi all’Africa e al Mediterraneo.

Le due rotte totalmente per mare invece corrono una verso oriente ad attraversare il Pacifico, l’altra per il Mar Cinese Meridionale e lo stretto di Malacca. Per raggiungere i mercati europei la via del Pacifico resta secondaria per la maggiore lunghezza, per la difficoltà di superare le Americhe, perché infine quell’oceano è di dominio esclusivo della marina USA e vi sono poche possibilità di basi e porti per il traffico cinese. L’asse Stati Uniti, Giappone ed Australia si è strutturato anche in un accordo reciproco di investimenti, il “Progetto QUAD”, che nei fatti è conflittuale con quello BRI.

Ma, sulla rotta occidentale, anche nei Mari Cinesi non mancano complicazioni e vincoli politici; la marina mercantile giapponese contende gli attracchi, e i porti delle Filippine sono controllati dagli Stati Uniti. Inoltre su quella rotta, e sugli ambiziosi piani di investimenti cinesi nell’area, al momento l’India è uno degli ostacoli maggiori. La sua azione, forte di uno sviluppo economico crescente, tende ad ostacolarli, coinvolgendo anche altri Stati, il Nepal sulle rotte terrestri, Bangladesh e Maldive su quelle marittime. Ma procede con capitali cinesi la costruzione di porti in Sri Lanka ed in Myanmar.

Da destinare a terminale in Europa della BRI la Cina ha acquisito la proprietà del porto del Pireo e avanza richieste per quelli italiani, in particolare Trieste e Genova, due accessi essenziali al vecchio continente provenendo da Suez.

Il governo cinese, per sostenere l’enorme massa degli investimenti per la BRI ha costituito una struttura finanziaria, anche con l’intervento di azionisti esteri, che però non è dato conoscere: la parte cinese è composta da Industrial and Commercial Bank of China, Asian Infrastructure Investiment Bank Silk Road Found: con questa “potenza di fuoco” l’Ufficio Nazionale di Statistica di Pechino stima un investimento per gli interventi programmati di almeno 1.700 miliardi di dollari.

Questo piano finanziario e geopolitico potrebbe ricordare nelle sue linee dorsali il Piano Marshall del secondo dopoguerra, ma ne differisce completamente per momento storico, stato del capitalismo e quadro politico mondiale. Non entriamo in merito alle dimensioni relative della forza economica, finanziaria e politica degli USA del Piano Marshall e della Cina della BRI. Questo confronto a parte, nelle diverse fasi c’è una differenza fondamentale, che presuppone un processo opposto a quello che ha permesso il mezzo secolo ed oltre di “pace” nell’ambito capitalistico europeo-occidentale. Allora si trattava di rimettere in moto il ciclo economico dopo la seconda guerra imperialista, di mantenere la spartizione del mondo tra i due imperialismi vincitori. Quella presente si sviluppa nella fase senescente e finale di un più che settantennale ciclo di accumulazione e non segna una condizione di pace armata tra mostri imperiali quale fu l’era della “coesistenza pacifica”, a dimostrare il miglior “sistema economico”, ma l’apertura di un ciclo di scontro, in cui un vecchio imperialismo viene sfidato da una nuova potenza mondiale, però sotto il vincolo della crisi generale del capitalismo.

Come effetto immediato ci aspettiamo per la Cina sul piano finanziario un relativo deficit delle partite correnti, che costringerà a dirottare risorse verso la difesa del cambio, e quindi, a meno di aumentare la massa del debito, difficoltà a mantenere l’impegno colossale del Piano. Un significativo segnale di criticità in questo senso si legge nella enorme crescita del mercato obbligazionario cinese, tanto nella componente istituzionale e bancaria ufficiale quanto in quella del “sistema ombra”, che non compare nei bilanci ufficiali, ascrivibile a un sistema finanziario “non regolamentato”.

Il tutto è aggravato dal fatto che il governo USA intende rendere più complesse, se non addirittura a porre il veto ad iniziative di salvataggio finanziario da parte del Fondo Monetario di paesi in difficoltà da debito legato a rimborsi delle quote BRI. Questo è l’aspetto più critico dell’immenso progetto, quello finanziario. I programmi sono a lunghissimo termine, e non sono tutti direttamente finanziati dalla Cina. I progetti determinano negli Stati che accettano i crediti cinesi gravi situazioni debitorie. L’alternativa che la Cina prenda direttamente in carico la gestione di tutte le infrastrutture costringerebbe gli Stati a rinunciare al controllo di propri sistemi strategici.

Per gli Stati Uniti d’America l’imperativo è frenare l’ascesa di ogni potenza che sfidi, sul piano commerciale, finanziario e, in ultimo, militare la loro egemonia sul mondo. Quel predominio pareva di nuovo stabilizzato dopo il disgregarsi dell’URSS e la debolezza della Russia attuale, che si è ripresa a stento in questi ultimi anni da una grave crisi e si ritrova potenza imperialistica di rango inferiore, e dopo la comprovata incapacità dell’Unione Europea di costituirsi davvero in una forza politica effettiva – troppo forti gli interessi divergenti tra gli Stati, troppe le lacerazioni di un tessuto economico in declino, troppe le tensioni sulla moneta unica.

Per contro per la Cina la BRI si fonda anche sulla necessità storica di opporsi al primo imperialismo mondiale. Ormai il quadro globale vede sul piano tecnologico la Cina aver raggiunto gli USA; su quello militare, rispetto alle truppe di terra lo sviluppo è stato enorme e la distanza non è più così marcata; rimane notevole quella fra le due marine militari. Quindi si fa strada anche la minaccia militare, opzione per ora lontana, ma non trascurabile.

Non è possibile nel contesto attuale antivedere l’esito di simile scontro, sotto le dinamiche della catastrofica crisi di sovrapproduzione globale. Ma si possono leggere indicazioni su quali saranno gli esiti della guerra commerciale portata dagli USA con la messa in campo della barriera dei dazi e la conseguente riduzione dell’export. Sono episodi, in questa fase storica, di una guerra non militare, che gli Stati Uniti stanno mettendo in atto verso l’espansionismo commerciale spregiudicato praticato dalla Cina, che si vede costretta a rendere meno aggressivo il suo intervento, ma non certo a chiuderlo.

Ricordiamo qui le vicende delle sanzioni alla Russia che pure hanno dato un duro colpo alle esportazioni dei paesi europei, la guerra mossa all’industria tedesca dell’auto, il tentato blocco del Nord Stream 2, infine l’opposizione alla diffusione del sistema di comunicazioni di quinta generazione 5G, promosso dal colosso cinese Huawei, che minaccia il predominio americano in quello strategico settore. Non ci turbiamo certo per queste interferenze e offese al mai esistito “libero mercato”, né parteggiamo per l’uno o per l’altro Stato europeo che ne è danneggiato, e neppure muoviamo alcuna critica all’imperialismo dominante a favore di una impotente ed antistorica pretesa nazionale o, peggio, europea. Ciascuno degli eventi citati, preso e sé stante, sarebbe un episodio, più o meno grave, di uno scontro commerciale; tutti insieme segnano un processo che avvia una guerra commerciale prima, politica poi.

Per altro molti Stati europei hanno già stretto importanti accordi commerciali con la Cina, sebbene pudicamente non inseriti nel progetto BRI. Una interessante statistica degli investimenti cinesi in Europa nel periodo 2000-2018 vede al primo posto, curioso a dirsi, il Regno Unito con 47 miliardi di euro, seguono la Germania con 22 e l’Italia con 15, poi la Francia con 14. Non sono grandi numeri, almeno rispetto ai volumi di investimenti che girano nel mondo, e l’Italia non risulterebbe in particolare posizione di interesse. Ma la sua posizione nel Mediterraneo e, non ultimo, le sue condizioni del debito la rendono un potenziale partner. È il destino millenario di una penisola che si protende nel Mediterraneo, crocevia di rotte e commerci. Già la Russia aveva cercato nel 2006 di usarla come testa di ponte in Europa occidentale dei gasdotti provenienti dal Mar Nero con il progetto South Stream, poi abbandonato nel 2014.

L’equivalente a Nord, il Nord Stream, terminato nel 2011, fa della Germania lo snodo energetico tra Est ed Ovest. Il suo raddoppio, il Nord Stream 2, ha invece subìto il duro attacco degli USA e l’opposizione di Bruxelles, e le minacciate sanzioni economiche ne hanno poi rallentato, anche se non fermato lo sviluppo. Lo stesso genere di criticità si sta ponendo per l’Italia relativamente alle iniziative di memorandum di intesa con la Cina per il terminale BRI.

Eppure, senza che ci siano stati particolari protocolli od accordi, la Germania è coinvolta nella rotta di terra ferroviaria, con terminale Duisburg, per il trasporto merci da e verso la Cina. Non ci sono state particolari opposizioni o critiche a questo flusso, che si sviluppa come un usuale transito di merci.

Ma il governo tedesco si oppone al concetto geopolitico della BRI, in piena sintonia con la Francia ed in ultima analisi con la UE. Per questo l’accordo Cina-Italia ha suscitato le ammonizioni degli USA e l’opposizione esplicita della UE che, malgrado i goffi tentativi delle autorità del governo italiano di stemperare la cosa, parla esplicitamente di una rottura dell’unità politica e commerciale europea. Infatti gli accordi firmati in Italia rivestirebbero un ambito non solo commerciale o finanziario, ma strategico, teso a costituire in Europa un “polo orientale”, in contrapposizione all’occidente, che ha dominato finora, bene o male, i destini europei.

Ma, nella sostanza, la borghesia italiana riesce sempre a trasformare ogni tragedia in una spregevole farsa. Come in una pantomima è riuscita a infilarsi e a sgusciare all’interno di questa morsa fra giganti continentali. La sua politica estera è comunque tentennante, e la sua necessità è finanziare il bilancio dello Stato e trovare acquirenti alle sue obbligazioni. Il memorandum di intesa è generico, ma la pavida borghesia italica è maestra nell’imbastire nuove alleanze, salvo poi denunciarle quando intraveda altre “opportunità”. Completano il teatrino i due “alleati” di governo, che fanno finta di trovarsi su sponde opposte, mentre le “opposizioni” richiamano ai “valori” europeistici ed atlantici. È soltanto l’ennesima commedia degli inganni nella quale bande che si contendono l’amministrazione dello Stato recitano la parte che loro si comanda.

Chi comanda? Parte della borghesia italica vede come un “tradimento dell’occidente” la disponibilità attuale ad aderire all’iniziativa BRI, anche se con tutte le remore del caso, l’altra valuta le golose opportunità che questa potrebbe offrire in una fase di infinita recessione.

Noi non siamo indifferenti a tutto questo. Se niente ci interessa delle sorti economiche dei mostri statali e del modo di produzione che li anima e sostiene, che avversiamo con ogni nostra forza, dobbiamo leggere con attenzione e comprendere i sussulti e le convulsioni che agitano il mondo borghese perché segneranno il futuro dei proletari di tutto il mondo.

 

 

 

 


Gilet Gialli
La rumorosa impotenza della piccola borghesia

La crisi economica mondiale ha conseguenze negative non solo sulle condizioni di vita dei lavoratori salariati ma anche dei piccoli imprenditori, degli artigiani, dei piccoli commercianti. E anche in Francia le misure sociali prese dal governo Macron, sulla scia dei precedenti governi, hanno contribuito a concentrare questo malcontento riunendo diverse classi e strati sociali contro il governo.


Un generico rancore antigovernativo

Questo movimento al suo inizio si è contraddistinto per la sua contrapposizione ai partiti politici, ai sindacati e ai mezzi d’informazione, denunciati come sostenitori del governo. Il movimento non ha un centro organizzativo e si divide in molti gruppi con varie rivendicazioni, anche astruse: contro il limite della velocità a 80 km/ora, le vaccinazioni obbligatorie, ecc... Ma tutti sono schierati contro il governo Macron, considerato responsabile dell’iniqua redistribuzione della ricchezza nazionale. Questo rancore antigovernativo è condiviso dalla cosiddetta “opinione pubblica” e l’ampiezza del movimento mostra che, tramite Internet, singoli individui possono mobilitarsi in numero maggiore rispetto a quelli portati in piazza dalle organizzazioni strutturate, politiche e sindacali.

E con la crisi economica che colpisce tutta la sfera terrestre, movimenti di protesta simili sono sorti in vari paesi, perfino in Egitto, dove il governo, che teme una ripresa del movimento proletario, ha vietato la vendita dei giubbetti antinfortunistici!

In Francia le manifestazioni si risolvono spesso in episodi di “guerriglia urbana” tra la polizia che utilizza gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e pallottole di gomma, e gruppi di manifestanti che costruiscono barricate, tirano bombe Molotov, incendiano auto ed edifici, saccheggiano negozi. Si infiltrano tra i Gilet Gialli gruppi organizzati provenienti dalla cosiddetta estrema sinistra, i “black blocks”, e dall’estrema destra.

Inoltre più di cento scuole superiori in Francia hanno aderito alla protesta.


La risposta della borghesia

Come risponde la borghesia a questa “guerriglia gialla” dispersa nel territorio?

Tutti gli osservatori concordano sul fatto che l’azione repressiva contro il movimento dei Gilet Gialli è di considerevole portata e, in termini di feriti, senza precedenti dal maggio 1968: non è che la polizia sia più violenta di allora ma le sue armi infliggono adesso ferite più gravi e fanno rimpiangere il semplice manganello dei bei tempi andati. È stato registrato il record di ben 1.500 arresti preventivi (consentiti dalla legislazione varata dal Ministro degli Interni Nicolas Sarkozy tra il 2005-2007). Il primo ministro Edouard Philippe, per confortare i francesi benpensanti, ha vantato che dal 17 novembre a ben 5.600 dimostranti è stata imposta la residenza obbligatoria e che più di 1.000 sono stati condannati penalmente.

La protesta, dalle rivendicazioni contro il caro vita, è passata quindi a denunciare l’uso generalizzato della violenza da parte dello Stato.

La classe lavoratrice, quando riprenderà il suo movimento di lotta di segno classista e anticapitalista, non potrà certo aspettarsi di essere trattata con più riguardo!


Lo “sciopero generale”

Di fronte a questo movimento di protesta, il governo ha proposto il solito imbroglio democratico: un bel “dibattito nazionale” fra i deputati nelle loro circoscrizioni, i sindacati e i “cittadini”, con migliaia di “eventi” in programma. Solo i sindacati CGT e Sud Unitaires hanno rifiutato di partecipare a questi “incontri”, con la CFDT che rimane come al solito l’interlocutore privilegiato del Governo.

Ma parallelamente a questo gran “dialogo”, il Primo Ministro sta preparando una legge ad hoc contro i “violenti”!

Alla fine di gennaio c’è stata una rottura “politica” all’interno del movimento dei Gilet Gialli: un gruppo avrebbe voluto presentarsi alle elezioni europee, un altro alle elezioni comunali del 2020, un altro ancora ha aderito all’appello della CGT per “uno sciopero nazionale a tempo indeterminato” (sic) nel settore pubblico e privato per il 5 febbraio 2019.

Le rivendicazioni dello sciopero riguardavano il “malessere sociale”, l’aumento dei salari e del salario minimo, una “riforma” delle tasse, la “ridistribuzione delle ricchezze”, la soppressione degli aiuti pubblici alle imprese. Alla CGT si sono uniti altri sindacati, fra cui Sud Unitaires – ma non la CFDT – e il Nuovo Partito Anticapitalista (di tendenza trotzkista) e Francia Ribelle di Mélenchon.

Lo scopo della CGT nell’indire lo sciopero è evidente, entrare nel movimento per riaprire una trattativa con il Governo, quella “concertazione” che il governo Macron ha interrotto. Vuole dimostrare al governo che i sindacati collaborazionisti sono indispensabili per mantenere la pace sociale e non possono essere messi da parte.

Lo sciopero, che alcuni interpretavano come “generale” e addirittura “senza limiti di tempo”, non è stato tale: alle manifestazioni hanno partecipato circa 300.000 lavoratori in 200 città francesi, a Parigi 15-20.000 manifestanti, 1.000-4.000 a Nizza, a Tolosa 10.000, a Tolone e a Marsiglia 6.000, secondo la CGT. Lo sciopero nei trasporti ha causato qualche turbativa nei treni regionali TER e RER, ma non ha interessato i TGV. Lo stesso nei servizi pubblici. La maggior parte degli asili e delle scuole sono rimasti aperti: secondo il Ministero della Pubblica Istruzione solo il 5% degli insegnanti ha aderito allo sciopero.


Concludendo

Si può affermare che, nonostante questo movimento sia nato indubbiamente da un generalizzato disagio sociale, il proletariato, con le sue richieste di classe, i suoi metodi di lotta, le sue organizzazioni ne è rimasto estraneo.

I Gilet Gialli, proprio per la natura interclassista e centrifuga del movimento, non possono darsi una disciplina, una organizzazione e un programma di lotta univoco. Resta il vittimismo tipico della piccola borghesia, che protesta contro la violenza della polizia, e a cui pretende rispondere sullo stesso piano, aprendo la strada ad ogni tipo di infiltrazione e provocazione, anche da parte degli stessi apparati di sicurezza dello Stato.

Come ogni movimento borghese non si dà obbiettivi in difesa del proletariato, delle sue condizioni di vita e di lavoro, della libertà di organizzarsi e di manifestare.

In assenza di una ripresa in grande della lotta operaia, forte ed autorevole nelle sue organizzazioni economiche e politiche, o i Gilet Gialli sono destinati all’esaurimento o, peggio, a finire nella politica parlamentaristica e fagocitati dalla reazione, di destra come di “sinistra”.

 

 

 


8 Marzo
Solo nel comunismo potrà tornare a dispiegarsi la grande figura sociale e individuale della donna


Proletarie, compagne,

La ricorrenza dell’8 marzo da molti anni è stata svuotata del suo significato originario di giornata di lotta, per ribadire le ragioni e i bisogni delle donne lavoratrici, ed è stata trasformata in uno stucchevole rituale conformista privo di ogni autentico legame alla causa dell’emancipazione femminile. Da molti anni la borghesia e le infelici classi medie si trastullano con ramoscelli di mimose, e solo versano lacrime ipocrite sulla durezza della condizione femminile. La “Festa internazionale della donna” è stata così piegata alle esigenze ideologiche della dominazione borghese.

Ma oggi è giunto il momento per le donne della classe lavoratrice di tornare ad appropriarsi del significato di questa giornata e di riprendere a lottare per un miglioramento effettivo delle loro condizioni di vita e di lavoro.


Compagne,

la crisi cronica dell’economia capitalistica fa pagare un prezzo sempre più alto a tutta la classe operaia. Ma è sulle donne che grava il peso maggiore: i salari non crescono, i ritmi di lavoro si intensificano mentre aumenta la precarietà economica che manda in rovina i loro sogni per il futuro.

La doppia oppressione sulla donna proletaria si fa sentire nei soprusi continui cui è sottoposta, dentro e fuori il posto di lavoro, nel continuo ricatto di padroni e padroncini, i quali la licenziano quando è incinta oppure non la assumono se è madre e deve accudire i figli.

In ogni angolo del pianeta le donne proletarie devono fare i conti con la difficoltà di guadagnarsi un salario per vivere e nello stesso tempo affrontare i problemi legati alla procreazione, all’educazione dei figli e ai lavori domestici, che il più delle volte gravano soprattutto su di loro.

Alle cause economiche delle loro sofferenze, in ogni parte del mondo si aggiungono i retaggi dell’antico patriarcato, ben vitale anche nel più moderno capitalismo, che impone alle donne una condizione di subalternità ed avvilenti vessazioni, fino in alcuni casi alla inferiorità giuridica e alla segregazione, limitandone comunque fortemente la libertà di azione e di movimento.

Se questo è ancora possibile è perché il capitalismo, frustrando le aspettative di un miglioramento generale della condizione della donna, al di là delle ristrette élite alto-borghesi, non può risolvere il problema della sua condizione di subalternità. Anzi la deve perpetuare per conservare l’istituto anacronistico della famiglia, unità di consumo della società borghese e luogo privilegiato dell’individualismo più ottuso e antisociale. Il patriarcato più oscurantista continua a prosperare perché è indispensabile all’economia capitalistica.

Gli aspetti crudeli del patriarcato non sono sconosciuti neanche nei paesi economicamente progrediti, anche se l’accesso di tante donne al lavoro salariato ha permesso loro di uscire dalle mura domestiche. Ma questo non ha significato la conquista di condizioni molto migliori, di quella vita che oggi, grazie allo sviluppo delle forze produttive, sarebbe possibile offrendo possibilità un tempo sconosciute.


Proletarie, compagne,

Per allentare le catene dell’oppressione di classe e di sesso sulle donne occorre tornare alla lotta dell’intera classe lavoratrice, per obiettivi economici comuni, che sono, oltre ad una normativa a vera difesa della maternità, l’aumento del salario, la parità di effettivo trattamento salariale e normativo fra lavoratrici e lavoratori, la riduzione dell’orario di lavoro e il salario pieno ai disoccupati.

Allo stesso tempo le lavoratrici devono rifiutare la prospettiva ingannevole di una lotta che unisca le donne al di sopra delle differenze di classe: non coincidono affatto gli interessi di una donna appartenente alla classe borghese con quelli di un’operaia a basso e incerto salario o, per esempio, di una badante o di una domestica che, se immigrata, spesso passa molti anni migliaia di chilometri lontana dall’infanzia e dall’adolescenza dei figli.

Il capitalismo, anche il più progredito, non può sanare le piaghe più invereconde che caratterizzano la condizione femminile. Il mercantilismo capitalista non può fare a meno di condannare milioni di donne alla mercificazione del loro corpo, complemento necessario alla conservazione dell’istituto reazionario della famiglia e del matrimonio borghesi, bastione questo alla base della proprietà privata e strumento della trasmissione ereditaria del patrimonio.

Le cause delle miserie e distorsioni nella vita sessuale e riproduttive della società presente sono quindi eminentemente economiche. Per questo la borghesia non cesserà mai l’abominio delle intromissioni del legislatore e del giudice nella funzione riproduttiva della donna. La morente società dei borghesi tanto è impotente a generare nuovi nati quanto ad ammettere una riproduzione spontanea e senza costrizioni.


Compagne,

l’impegno per l’emancipazione della donna dall’oppressione del patriarcato potrà essere vittorioso soltanto se verrà a convergere nella lotta per il rovesciamento del regime del capitale.

L’esperienza storica ci insegna che in molti frangenti sono state le donne a dare l’avvio alla lotta rivoluzionaria di classe e a terrorizzare davvero le classi dominanti. Le donne proletarie hanno una forza eversiva non certo inferiore a quella dei compagni maschi. Si pensi alla rivoluzione russa del febbraio del 1917, scoppiata in occasione della giornata della donna.

Ma anche nei tempi odierni, non certo di rivoluzione, le donne sono state alla testa di numerose lotte della classe lavoratrice. Nel gennaio scorso le operaie tessili del Bangladesh, in un loro sciopero generale, sono scese in piazza affrontando la dura reazione poliziesca; negli Stati Uniti le insegnanti sono scese in sciopero a decine di migliaia per migliori salari; in Italia abbiamo visto le lavoratrici nel settore agroalimentare, organizzate col sindacalismo di base, lottare a viso aperto e vincere.

Questa è la strada, la lotta, organizzata in forti e combattivi sindacati, di tutta la classe operaia, una lotta che, diretta dal partito comunista, ci libererà infine da un passato ormai sopravvissuto a se stesso. Una società senza più classi e senza più oppressione della donna è a portata di mano!

 

 

 

 
 
PAGINA 2


Bella riunione internazionale del partito

Torino, 25-27 gennaio

[RG133]

 

Seduta del sabato
– Economia e società in Israele e in Palestina, cap.1, L’economia
– Corso dell’economia - Verso una nuova crisi
La questione militare: In Russia dal 1905 al Febbraio 1917
Il partito organico in Lenin
Lotte operie in America Latina
La successione dei modi di produzione: Schiavo-Servo-Salariato
Seduta della domenica
– Marx e la matematica
Attività sindacale
La formazione della nazione indiana
La rivoluzione ungherese: Il contrattacco dell’esercito rosso

     

Ottimamente organizzata nella stessa comodissima sede delle precedenti nostre riunioni torinesi, abbiamo convocato la rete del partito per la periodica riunione di lavoro nei giorni da venerdì 25 a domenica 27 gennaio scorsi.

Presenti, oltre agli italiani, compagni dalla Gran Bretagna, la Germania, la Francia, gli Stati Uniti, il Venezuela, il Medio Oriente, dando evidente la dimostrazione di un partito piccolo ma che fa ogni sforzo per inserire nel lavoro collettivo, che si svolge secondo un piano unico, militanti comunisti di ogni paese. Possiamo con soddisfazione vantare che, nonostante la difficoltà delle diverse lingue, la maturità ovunque dello sviluppo del capitalismo e delle sue contraddizioni e l’unicità internazionale della nostra dottrina e del nostro programma di molto facilitano e rendono naturale e spontaneo l’inserimento di queste nuove forze nel comune schieramento di battaglia.

Come noto accogliamo nelle riunioni generali – momento nodale di tutto il nostro lavoro come vivente organizzazione, di studio teorico e di messa a punto dell’intervento all’esterno – solo compagni militanti che hanno accettato per intero il nostro programma e la disciplina del partito. Le riunioni generali, come non sono congressi, tanto meno sono conferenze o comizi, e il loro scopo non è la propaganda, né fuori del partito né, peggio, dentro. Le relazioni che vi esponiamo hanno un altro scopo, sono dei contributi alla coscienza che il partito deve mantenere di sé e del mondo, si integrano fra loro in una continuità inserita, da una riunione alla successiva, in una tradizione che viene da molto lontano e su una traiettoria e con un metodo ben noti e definitivi.

Come sempre qui riportiamo per i compagni presenti e per quelli assenti un riassunto delle relazioni, tutte di grande impegno ed importanza, che dimostrano i buoni risultati e la dedizione della nostra poco numerosa ma ben connessa compagine.

E lo presentiamo anche ai proletari al di fuori del partito, che dovranno in numero crescente ascoltare le parole del comunismo e alle cui lotte partecipiamo, ne studiamo le difficoltà e cerchiamo di dargli il sano e opportuno indirizzo di classe.


Economia e società in Israele e in Palestina

Molti studi ha dedicato il Partito alla questione mediorientale, al processo di formazione dello Stato israeliano e alla questione palestinese. Mentre lo stalinismo e le organizzazioni di falsa sinistra ingannavano il proletariato mediorientale per sottomettere la sua autonomia di classe ad una antistorica guerra di liberazione nazionale, il riformismo borghese, bagnato di sangue proletario, ha condannato il proletariato nella regione ad una guerra tra proletari senza senso e senza fine.

È solo nell’incontro delle forze della classe con quelle dell’avanguardia del proletariato mondiale, sebbene oggi poco numerose, fuori dalle illusioni insensate e avventuriere della guerriglia, che può scaturire il prossimo scoppio della rivoluzione mondiale in Medio oriente.

Sono quasi ottanta gli anni di un conflitto che potrebbe dirsi la continuazione diretta della seconda guerra mondiale, nella quale la borghesia per sopravvivere ha eliminato milioni e milioni di proletari, uno sterminio in massa di quella parte della popolazione che non avrebbe avuto spazio nella infame ricostruzione postbellica del capitalismo.

In questi decenni le varie correnti di falsa sinistra, progressiste e pure “rivoluzionarie” sono riuscite ad impantanare il proletariato palestinese, ed ancor di più l’ebraico di Israele, nel nazionalismo borghese, in una situazione di sofferenza in questo settore strategico del mondo e direttamente legato ai problemi inerenti al capitalismo a livello internazionale, con la creazione di uno Stato strumento dell’imperialismo nella regione, nel trapasso dal dominio anglo-europeo a quello americano nell’egemonia sul capitalismo globale.

Pertanto il movimento che lo seppellirà, il comunismo, potrà avvenire solo attraverso una rivoluzione internazionale. Non ci può essere altra via d’uscita, come abbiamo sempre detto contro ogni revisionismo e stalinismo: la rivoluzione comunista è internazionale, e solo con la fine della divisione in classi della società potranno finire le guerre ed estinguersi gli Stati.

Il partito ha previsto, e la storia dimostrato, che tutti i movimenti nazional-borghesi nella zona erano destinati a capitolare di fronte all’imperialismo, a prescindere dalle azioni bellicose e spesso ultra-rivoluzionarie del panarabismo alla ricerca di un’unità irraggiungibile. Non v’è più spazio per una doppia rivoluzione ma per lo sviluppo della lotta di classe, con le sue organizzazioni di lotta, che, a suo tempo, si trasforma in lotta armata fino l’insurrezione, sotto la guida della dottrina storica della liberazione del proletariato, il socialismo scientifico.

Non ci sono speciali manovre intelligenti che in svolte inaspettate possano accelerare il movimento a suon di tromba, secondo la volontà di una manciata di eletti pronti al ruolo di eroi. Non si costruisce il comunismo, né si fa la rivoluzione, con le mani dei comunisti, vecchio mito stalinista della “costruzione del socialismo”.

Questa ricapitolazione ci confermerà che l’unico modo per risolvere anche il conflitto in Medio Oriente, soluzione che oggi sembra distante ma può essere più vicina di quanto si pensi, deve necessaria­men­­te passare per i nodi storici previsti dal mar­xismo e per lo sviluppo di un forte proletariato senza patria, guidato dal suo partito.

Niente di nuovo, niente di facile, niente di veloce, consegna questa che non riguarda solo il Medio Oriente ma la rivoluzione comunista mondiale.

Gerusalemme-Al Quds non sarà mai quel mito e quel tempio che il nazionalismo razziale sionista pretende perché è oggi ancora il centro e spesso l’epicentro ove si incontrano e scontrano le correnti del capitalismo globale, con tutte le sue contraddizioni, quelle contraddizioni che dalle sue viscere lo condannano a morte.

L’ebreo proletario si dovrà dividere, non come di sinistra o di destra, ma nella lotta contro l’ebreo borghese. E il palestinese da coloro che versano il suo sangue: la morte e la distruzione che imperano nella Palestina colonizzata sono il riflesso dell’essenza sanguinaria del capitalismo, primo responsabile di ogni oppressione nazionale, e la resistenza palestinese non è altro che la cortina di fumo col la quale in tutta la regione i governanti arabi coprono la schiavitù del proletariato palestinese, un proletariato forte e coraggioso, e lo dividono dai loro veri fratelli di classe.

La sofferenza oggi del proletariato arabo nelle zone colonizzate sotto il giogo militare dell’occupazione israeliana meritano una considerazione particolare e una strategia che metta al centro la denuncia degli effetti che il sionismo produce nella regione. Oggi manca del tutto la presenza del proletariato occidentale, e principalmente israeliano, nella solidarietà di classe con la lotta dei proletari palestinesi, ma la guerra di classe in una regione così esplosiva può accelerare molto rapidamente. Questo, oltre ad essere sempre il nostro desiderio, è anche una necessità indispensabile per la soluzione della questione mediorientale dal punto di vista della classe, dal punto di vista comunista.

Questo studio vuole portare certamente non nuove scoperte o aggiornamenti ma la naturale prosecuzione del lavoro del partito, attraverso cifre e curve dei dati economici, per confermare alla prova storica le nostre premesse scientifiche e il metodo dialettico-storico di Marx e la sua teoria economica.

Alla riunione sono stati proiettati numerosi quadri statistici, che qui non abbiamo spazio né di riprodurre né di riassumere, ma che saranno riprodotti integralmente nella pubblicazione definitiva dello studio. Lo scopo è descrivere il decorso del capitalismo sia in Israele sia in Palestina e di farne il raffronto.

Si è cominciato dando la serie degli indici della Produzione industriale e del Valore aggiunto a prezzi costanti. Un capitolo a parte ha riguardato la produzione di armamenti, il suo peso relativo nell’economia e l’andamento della sua parte esportata. I dati riguardanti l’agricoltura dimostrano il suo peso calante, tanto in Israele quanto in Cisgiordania e a Gaza, ed anche in misura assoluta.

Si concludeva che anche in Israele e in Palestina il capitalismo ha rapidamente distrutto ogni residuo delle società antiquate, le ha trasformate a sua immagine, ben connesse ai traffici mondiali. Lasciando dietro di sé migliaia di morti ha trasformato radicalmente la vita di milioni di uomini per metterla al suo servizio.

Al contrario dei lamenti reazionari della piccola borghesia riconosciamo che questo trapasso è stato inevitabile e, nonostante tutto, progressivo, con la sparizione del tipo di contadino, il fedayn, legato alla terra.

Per altro ha condotto inesorabilmente alla maggiore espansione del colonialismo israeliano, e alla maggiore espansione del capitalismo.

Oggi il palestinese è sempre più un proletario, e si scontra direttamente con la propria borghesia, che tiene in mano tutti i traffici. Traffici pacifici, commerci, trattati, alleanze... finché non scoppia la guerra! La fermerà la rivoluzione!

Lo studio proseguirà in un secondo capitolo con la storia delle organizzazioni della classe operaia in Israele e nei Territori occupati.


La questione militare: In Russia dal 1905 al Febbraio 1917

a) I sindacati

Dopo un richiamo al rapporto precedente, l’esposizione è proseguita con la nascita e lo sviluppo delle organizzazioni sindacali in Russia che, come i partiti, erano illegali. Ciò nonostante sorgono per necessità di difesa delle condizioni di lavoro e di vita della classe operaia all’interno di alcune fabbriche. Non esisteva ancora una struttura organizzativa consolidata, spesso sorgevano e poi si scioglievano o per il raggiungimento degli scopi proposti o molto spesso per la repressione aziendale e statale.

Nel 1896 si svolsero a Pietrogrado importanti scioperi, anche di 35 mila operai, per aumenti salariali e per la riduzione della giornata lavorativa da 14 a 10 ore e mezza. La forza dello sciopero fu tale da costringere gli industriali a ridurla a 11 ore e mezzo, ma solo per alcuni settori e senza limite per gli straordinari. Non fu invece riconosciuto il diritto a costituire organizzazioni sindacali e a scioperare.

Vista l’impossibilità di arginare gli operai e temendo potessero assumere caratteri sovversivi, un dirigente della polizia politica di Mosca, Zubatov, nel 1898 propose di costituire delle organizzazioni legali, con dirigenti scelti dai lavoratori, ma controllate dalla polizia, per presentare richieste economiche e ricorrendo allo sciopero solo in casi estremi. Il governo avallò questo progetto di associazionismo dall’alto, noto come “Socialismo di polizia”.

Sorsero anche dal 1900 diverse “Società di Mutuo Soccorso”. Nonostante i loro dirigenti cercassero di trattenerle, nel 1903 organizzarono imponenti e violenti scioperi in tutti i distretti industriali della Russia, finché il governo le sciolse.

Il progetto fu ripreso a Pietrogrado affidando la direzione della nuova “Associazione degli operai russi di fabbrica” al pope Gapon, per combattere l’analfabetismo e l’alcolismo fra i lavoratori, vietando però lo sciopero. Con i fondi del Ministero degli Interni – le quote degli operai erano insufficienti – Gapon aprì nella città ben 11 sedi, mentre fallirono quelle nelle altre città.

Dopo la Domenica di Sangue del 22 gennaio 1905 la polizia sciolse tutte le Associazioni operaie e Gapon fuggì all’estero; rientrato l’anno seguente fu assassinato da attivisti social-rivoluzionari, che lo ritenevano un traditore ed agente del governo.

Nonostante le persecuzioni nel 1912 riprendono gli scioperi, ulteriormente repressi con l’entrata in guerra della Russia nel 1914, col pretesto della “patria in pericolo” e con la costituzione dei “Comitati industriali di guerra”, sostenuti dai menscevichi, per garantire la produzione bellica.

b) I soviet

A sostegno delle azioni operaie nacquero spontaneamente a Pietrogrado dei centri di raccolta di denaro e viveri per le famiglie degli operai in lotta, solitamente di una singola fabbrica e per la durata dello sciopero, fino a quando la polizia non ne arrestava gli organizzatori.

Successivamente sorse la necessità di costituire un organo permanente che superasse i limiti della fabbrica ed esteso a tutti i lavoratori, con l’elezione di delegati per ciascuna unità produttiva. Fu utilizzato per la prima volta il termine “soviet”, che in russo significa consiglio.

La rivoluzione del 1905 produsse imponenti scioperi in tutta la Russia con la rapida diffusione dei soviet. A Mosca era composto da 264 delegati di 110 imprese con esecutivo di 15 membri.

Quando lo zarismo riprese il controllo della situazione sciolse i soviet e le associazioni operaie; a Mosca il congresso dei ferrovieri fu disperso a cannonate. Rimase viva l’esperienza di ben 62 soviet in tutta la Russia, composti di operai, contadini, cosacchi, soldati e marinai; a Pietrogrado si erano formati 41 sindacati che lottavano per la giornata lavorativa di otto ore, il divieto del lavoro dei bambini, la soppressione delle multe e il riconoscimento dei delegati sindacali.

È stata illustrata una cartina con le cellule bolsceviche nelle fabbriche di Pietrogrado del 1905.

c) Febbraio

In quel gelido inverno si era fortemente aggravata la crisi alimentare per i pochi rifornimenti che giungevano a Pietrogrado. Si ebbero così tra gennaio e febbraio imponenti scioperi che coinvolsero 700 mila operai, per lo più nelle fabbriche sottoposte al controllo per la produzione bellica.

La manifestazione indetta per la ricorrenza della Giornata internazionale della Donna dell’8 marzo 1917 era stata preceduta dalla propaganda delle tre principali organizzazioni politiche, nonostante la censure del regime di guerra: il Partito Bolscevico, attestato sulla categorica opposizione alla guerra; i Menscevichi, con una tattica da partito operaio liberale, che sosteneva la continuazione della guerra; il Gruppo Interrionale socialdemocratico misto, diretto da Trotzki, che cercava un’impossibile mediazione tra le parti.

Nel fronte di classe opposto, l’alta aristocrazia terriera e i capitalisti. Un loro blocco progressista tentava un accordo con lo zar per la concessione di un regime e un governo democratico di tipo europeo al fine di rafforzare il loro dominio politico ed economico, adeguato alla nuova realtà sociale, in una monarchia costituzionale, evitando un sovvertimento rivoluzionario.

In questa situazione, lo zar preferì trasferirsi a Mogilev, sede del quartier generale al fronte in Bielorussia, seppure non gradito ai suoi stessi generali. Inoltre scioglieva e riapriva la Duma secondo i suoi instabili umori, molto spesso influenzati dalle manovre del monaco-guaritore Rasputin, infilatosi alla corte dello zar col pretesto di curarne il figlioletto emofiliaco.

Il governo a Pietrogrado, per continui cambi di ministri e lotte interne di potere, aveva perso il controllo del paese, soprattutto nella produzione e distribuzione dei generi alimentari, sottoposti a forti speculazioni, adottando folli e contraddittorie risoluzioni che peggioravano la situazione.

Nonostante i segnali di agitazione delle masse provocata dalla grave crisi, il comitato centrale del Partito Bolscevico non aveva ben chiara la situazione, che riteneva ancora lontana per un’azione rivoluzionaria, al punto che lo stesso comitato bolscevico del rione proletario di Vyborg, avanguardia in Pietrogrado, sconsigliò qualsiasi sciopero in occasione della manifestazione per l’8 Marzo, temendone la trasformazione in conflitto aperto seguito da una sanguinosa repressione. Invitò però a prepararsi per una prossima azione rivoluzionaria.

Il rapporto è proseguito illustrando la cronologia degli eventi di quei giorni quando il 22 gennaio, in occasione dell’anniversario della Domenica di sangue del 1905, la polizia spara sui cortei in varie città russe uccidendo diversi manifestanti.

Nel febbraio riprendono gli scioperi nelle principali fabbriche in tutte le città industriali russe. Le officine Putilov rispondono con una serrata contro le rivendicazioni operaie, ma giovedì 8 marzo le operaie tessili di Pietrogrado, disattendendo le indicazioni del Comitato Interrionale, entrano in sciopero, inviano loro delegate presso le officine meccaniche per chiedere agli operai di unirsi a loro e sostenere la comune lotta. Le cronache riferiscono di 90 mila scioperanti in quel giorno. La polizia non interviene. Il giorno successivo lo sciopero si allarga e coinvolge 200 mila lavoratori, si hanno piccoli scontri con la polizia che non interviene in massa riservando azioni più decise per i giorni a venire.

Il sabato agli operai delle industrie si uniscono anche altri settori economici e sociali coinvolgendo 240 mila partecipanti. La polizia incomincia a sparare nei vari punti di radunata delle masse, che in alcuni casi rispondono al fuoco uccidendo commissari e ufficiali, alcuni per mano dei loro soldati. Lo zar, da Mogilev, ordina di liquidare subito i disordini e scioglie la Duma. Nella notte sono arrestati un centinaio di dirigenti sindacali, delle cooperative operaie, del comitato bolscevico.

La domenica l’esercito e la polizia cercano di riprendere il controllo di Pietrogrado sparando sui vari cortei. La svolta si ha quando un reparto non solo disobbedisce all’ordine di sparare sulla folla ma prende a fucilate un reparto di polizia. Nella notte viene dichiarato lo stato di assedio nella città. Lo zar sottovaluta tutte le notizie.

È stata illustrata una mappa con le zone degli scontri nella città.

Il lunedì proseguono gli scioperi, che interessano anche tutte le caserme con un consistente passaggio dei soldati dalla parte della rivoluzione. Vengono incendiati commissariati, il tribunale, la sede dell’Ocrana, aperte le prigioni dei detenuti politici, saccheggiati gli arsenali: il potere zarista non esiste più. Lo zar rifiuta ogni proposta di conciliazione e di successione.

In un’ala del palazzo di Tauride si riunisce quanto resta del vecchio governo e membri del blocco progressista per costituire un governo provvisorio che assicuri il controllo della città, mentre in un’altra ala del palazzo si sta costituendo un opposto potere costituito dal soviet dei deputati operai di Pietrogrado. Partecipano a quell’assemblea i membri di tutte le opposizioni allo zarismo; i menscevichi ne prendono la direzione; eleggono le varie commissioni a difesa della rivoluzione e per l’approvvigionamento dei viveri, la redazione di un giornale, le Izvestija, ed un Comitato Esecutivo.

Una prima importante decisione è presa immediatamente: i soldati eleggeranno un delegato per ogni compagnia (100-200 soldati) mentre gli operai uno ogni 1.000. Ciò mette in forte minoranza la componente bolscevica, poiché i soldati, prevalentemente contadini, seguono per lo più le argomentazioni dei menscevichi, soprattutto per il loro programma di spartizione delle terre dei grandi latifondi.

È stata illustrata una tabella e il relativo grafico sul numero degli operai e dei soldati partecipanti alle manifestazioni.

Il giorno successivo lo zar decide di rientrare nella fastosa residenza di Carskoe Selo, a breve distanza da Pietrogrado, ma il treno imperiale è fermato dai blocchi dei soldati rivoluzionari e dirottato verso Pskov,in Estonia, sede del quartier generale del fronte del Nord.


Il partito organico in Lenin

Il rapporto sulla concezione organica del partito in Lenin e nella Sinistra è continuato affrontando uno degli aspetti più sensibili della nostra dottrina, che caratterizza il nostro partito rispetto alla pletora di organizzazioni che oggi come ieri si richiamano a Marx, al comunismo, se non addirittura al “leninismo”.

Quest’ultima sciagurata formula noi l’ab­biamo mille volte denunciata come un grimaldello atto a scardinare la dottrina del partito, dottrina che è sì di Lenin, come in queste pagine abbiamo voluto ricordare, ma non in quanto originale contributo a un corpus teorico che sarebbe in continua evoluzione grazie a presunte nuove scoperte o lezioni della storia. Abbiamo invece abbondantemente dimostrato che Lenin fu il più ortodosso dei seguaci di Marx ed Engels, e che alle loro opere si rifaceva costantemente, anche negli anni intorno all’Ottobre (basti rileggere “Stato e Rivoluzione”). Così fu allora per la Sinistra, né cambiò negli anni che seguirono.

Si tratta del modo di funzionare del partito, dei rapporti che si stabiliscono tra le sue varie funzioni, dei rapporti tra l’attività quotidiana dei militanti e la dottrina immutabile del comunismo rivoluzionario. Un modo di funzionare che già un secolo fa definimmo “centralismo organico”.

Una prima enunciazione si ha nel 1922 (“Il principio democratico”): «La democrazia non può essere per noi un principio; il centralismo lo è indubbiamente, poiché i caratteri essenziali dell’organizzazione del partito devono essere l’unità di struttura e di movimento. Per segnare la continuità nello spazio della struttura di partito è sufficiente il termine centralismo, e per introdurre il concetto essenziale di continuità nel tempo, ossia nello scopo cui si tende e nella direzione in cui si procede verso successivi ostacoli da superare, collegando anzi questi due essenziali concetti d’unità, noi proporremmo di dire che il partito comunista fonda la sua organizzazione sul “centralismo organico”».

Il partito deve essere una struttura centralizzata, con l’esistenza di organi diversi e di uno centrale capace di coordinare, dirigere, ordinare a tutta la rete; disciplina assoluta di tutti i membri dell’organizzazione nell’eseguire gli ordini disposti dal centro; nessuna autonomia a sezioni o gruppi locali; nessuna rete di comunicazione divergente da quella unitaria che collega il centro alla periferia e la periferia al centro.

È questa la concezione del partito che si trova in tutti gli scritti di Lenin (soprattutto espressi all’epoca del II congresso (“Che fare”, “Lettera a un Compagno”, ecc.), nei quali si parla di centralismo, di organizzazione, di disciplina, ma anche di dittatura del programma, di scienza della rivoluzione, cui tutti si devono attenere.

Ma il partito funziona grazie al lavoro di uomini: quali sono le garanzie che questi uomini non tradiranno e non sbaglieranno? È evidente l’obiezione del piccolo borghese: chi impedirà che gli individui facciano quello che loro pare, che disobbediscano, perché in ogni individuo, anche militante nel partito, c’è il germe dell’individualismo, dell’autoesaltazione, dell’anarchismo, ecc., ecc.?

La soluzione non sta, per la Sinistra, nell’innalzare reticolati burocratici e nelle repressioni organizzative, di cui abbiamo sempre dichiarato che possiamo benissimo fare a meno, allo stesso titolo che facciamo a meno della conta delle teste, per non parlare degli statuti, invisi anche a Lenin.

La garanzia dell’obbedienza agli ordini del centro da parte della base non è data dall’osservanza degli articoli di uno statuto o di un codice, ma dall’aderenza agli “ordini” del patrimonio comune del partito. La gerarchia del partito non ha bisogno né di essere eletta dalla base, né di essere nominata dall’alto, perché l’unico criterio di selezione è quello della capacità allo svolgimento delle funzioni dell’organo partito.

La designazione dei militanti nelle varie funzioni, compresa quella centrale, diventa fatto «naturale e spontaneo» che non ha bisogno di alcuna particolare sanzione formale. Scrive Lenin nella “Lettera a un compagno”: «Tutta l’arte dell’organizzazione clandestina deve consistere nell’utilizzare tutto, nel “dar lavoro a tutti”, conservando nel medesimo tempo la direzione di tutto il movimento, conservandola, s’intende, non con la forza del potere, ma con la forza del prestigio, dell’energia, della maggiore esperienza, della maggiore ampiezza di cognizioni, della maggiore capacità».

Il centralismo organico è anche la negazione della divisione del partito in frazioni ed è espressione felice del superamento della loro necessità storica. L’attività di un Partito sano esclude ormai la costituzione di frazioni che se ne contendano la direzione. Come riteniamo ingiustificato che alla periferia si formino delle frazioni per la conquista del Centro del Partito, così escludiamo che il Centro conformi il suo atteggiamento a frazione per mantenersi alla direzione del Partito.

Sono le lezioni del perdersi del partito dovuto alla degenerazione del Centro quelle che ci hanno fortificato nell’applicazione del centralismo organico. E sono state quelle le sconfitte più dolorose, più disastrose. La peggiore fu la degenerazione del Centro di Mosca, che piegò la spinta rivoluzionaria internazionale del movimento operaio agli interessi dello Stato russo ormai nazional-capitalista e non più comunista, internazionalista e proletario.

Quindi per evitare scissioni e frazioni, e anche solo la perdita di singoli militanti, il partito ha a disposizione il solo strumento della giusta politica rivoluzionaria, la sua attività fisiologica di prevenzione dalle degenerazioni. E quindi si torna al lavoro di studio, di scolpimento, di chiarimento e dimostrazione della giustezza delle basi programmatiche e tattiche.

«L’arte di prevedere come il partito reagirà agli ordini, e quali ordini otterranno la buona reazione, è l’arte della tattica rivoluzionaria; essa non può essere affidata se non all’utilizzazione collettiva delle esperienze di azione del passato, assommate in chiare regole di azione» (Tesi della Sinistra al Congresso del PCd’I a Lione).

La disciplina comunista, assoluta in ogni caso, non è quella di una caserma: il lavoro comune e il comune obiettivo rendono i compagni legati da “fraterna considerazione” (Lenin). Nel partito, e nel solo partito comunista, si può tendere a dare vita a un ambiente fortemente antiborghese che, pur coi condizionamenti dovuti all’immersione in questa società disumana, costituisce una anticipazione dei caratteri della futura società comunista. Il partito si presenta alla classe operaia sia come lo strumento della sua emancipazione sia come una vera anticipazione della società futura, la sintesi di quanto il militante sente e vive mentre offre la sua vita a quel grande rivolgimento della storia umana che farà passare l’uomo, nell’accezione di Engels, dal regno della necessità a quello della libertà.


La successione dei modi di produzione: Schiavo‑Servo‑Salariato

Il primo dei rapporti introduttivi al modo di produzione capitalistico si è concentrato sull’analisi delle differenze e sulle similitudini tra le tre forme del lavoro alienato. Da questo punto di vista la storia dell’umanità è suddivisibile in altrettante tre grandi ere, percorso che parte dal comunismo inferiore per concludersi nel comunismo superiore dopo aver attraversato un’intera epoca caratterizzata dalla divisione della società in classi contrapposte.

Nella forma di produzione secondaria, così come nella terziaria il rapporto di dipendenza del produttore dal proprietario dei mezzi di produzione è strettamente personale; al contrario il moderno salariato è dominato da rapporti di sottomissione materiali. Ma tutti sono comunque “schiavi”, così come Engels mostra brillantemente nell’opera dedicata alla classe operaia inglese: «Il servo della gleba era schiavo del pezzo di terra sul quale era nato; l’operaio è schiavo delle più elementari necessità della vita e del denaro con cui deve soddisfarle; ambedue sono schiavi di una cosa (...) Ambedue sono schiavi, ma la schiavitù dell’uno era palese, aperta, mentre quella dell’altro è ammantata d’ipocrisia, astutamente celata a lui e a tutti gli altri, una servitù teologica, che è peggiore di quella antica».

I rapporti di dipendenza personale sono le prime forme nelle quali si sviluppa la produttività umana e lo può fare solo in ambiti ristretti, isolati. A questo stadio delle forze produttive fa seguito l’indipendenza personale fondata sulla dipendenza materiale dell’epoca del capitalismo. Sarà solo nel comunismo che si libereranno le individualità con il loro sviluppo universale, espressione della loro produttività collettiva, loro patrimonio sociale.

La ricerca dei caratteri comuni alle tre differenti forme in cui si manifestano i rapporti sociali delle epoche classiste deve evitare l’inganno pseudoscientifico borghese che non attribuisce a queste tre differenti forme differenze sostanziali. Si vuole arrivare a sostenere la tesi della naturalità ed eternità del capitalismo spogliando salario e plusvalore del loro carattere capitalistico e trasformando così il capitale nel fine da sempre e per sempre della storia.

Il progresso del capitalismo rispetto ai modi di produzione che l’hanno preceduto risiede nella polarizzazione totale da un lato del produttore senza proprietà e dall’altro del proprietario non lavoratore, così il salariato, a differenza dello schiavo e del servo, non si trova ad offrire direttamente la propria persona ma è costretto a vendere l’unica merce di cui è rimasto proprietario: la propria capacità di lavoro.

Questa peculiarità cela il rapporto di sfruttamento che sta alla base di quello che pare essere un semplice scambio mercantile di equivalenti. Tale apparenza, un semplice mutamento di forma, costituisce la catena che lega la classe operaia alla macchina infernale costituita dal meccanismo capitalistico di estorsione del plusvalore.

Nel modo di produzione capitalistico, rispetto ai precedenti, è più difficile distinguere quella parte della giornata nella quale il produttore lavora per riprodurre il valore dei suoi mezzi di sussistenza da quella nella quale egli lavora per la classe che si appropria del plusvalore. È la forma del salario che «cancella ogni traccia di divisione della giornata lavorativa in lavoro necessario e pluslavoro, in lavoro pagato e lavoro non pagato: ogni lavoro appare come lavoro retribuito».

L’ideologia borghese, e non potrebbe essere altrimenti, ha costantemente esaltato i progressi ottenuti grazie alla liberazione del produttore dagli antichi rapporti di dipendenza materiale, ma il lavoratore salariato è ora libero anche nel senso che si trova ad essere privo di ogni proprietà. È questa liberazione che ha consentito al denaro di trasformarsi in capitale, processo tale per cui il possessore di denaro trova «sul mercato delle merci il lavoratore libero, libero nel doppio senso che quale libera persona dispone della sua forza lavoro come propria merce e, d’altra parte, non ha altre merci da vendere, è nudo e spoglio, libero da tutte le cose occorrenti per la realizzazione della sua capacità lavorativa».

La moderna schiavitù non può manifestarsi in tutta la sua crudezza che nel luogo in cui il plusvalore viene prodotto: il signore ha oggi assunto le sembianze del capitalista. Al di là di ogni apparenza la classe operaia è sotto il controllo totale dei borghesi per il fatto che questi sono i padroni dispotici di tutti i mezzi di sussistenza. Questa condizione non dev’essere riferita solamente all’epoca della giovinezza del capitale, anche nella moderna industria robotizzata ed altamente automatizzata si trovano masse di «operai addensate nelle fabbriche che vengono organizzate militarmente. E vengono posti, come soldati semplici dell’industria, sotto la sorveglianza di una completa gerarchia di sottufficiali e ufficiali».

Andando alle conclusioni il compagno ha brevemente accennato a quei cosiddetti germi che già nel capitalismo negano l’ultima forma della schiavitù dei produttori. Se all’inizio l’operaio vendeva al capitale la sua forza lavoro perché gli mancavano «i mezzi materiali per la produzione di una merce, ora la sua stessa forza lavoro individuale vien meno al suo compito quando non sia venduta al capitale».

La scienza si erge di contro alla società come autorità del capitalista, come processo produttivo che domina i produttori stessi, e dialetticamente ciò è il presupposto perché questa potenza possa ritornare al servizio di una società liberata dalla divisione in classi antagoniste, perché il lavoro possa diventare autorealizzazione dell’individuo. È questo il comunismo.


La rivoluzione ungherese: Il contrattacco dell’esercito rosso

È proseguita l’esposizione del nostro studio sulla Rivoluzione ungherese del 1919. Abbiamo iniziato con l’offensiva delle truppe romeno-boiarde della fine di aprile. In contemporanea si mossero anche le truppe ceche, con due divisioni al comando del generale italiano Piccione. Parigi dava le disposizioni: l’esercito reale romeno si era portato sulla linea del Tibisco, le truppe ceche avevano attraversato il Sajò e minacciavano Miskolc, e Szolnok, nell’Ungheria centrale. A dar man forte vi erano anche tre divisioni serbe e tre francesi a sud e sud-ovest, altre due francesi a nord-ovest. Erano in totale una forza d’urto di almeno 17 divisioni, pronte ad agire per spazzar via la Repubblica dei Consigli.

Il giovane esercito rosso, in massima parte composto da operai, ancora privo di esperienza, anche a causa del tradimento della maggior parte degli ufficiali, non riuscì ad arginare l’offensiva dell’esercito romeno che, in meno di due settimane, occupò la zona più fertile del paese. Da nord i cechi avanzavano fino a Salgótarján, ad appena 70 chilometri da Budapest.

Kun inviò a Wilson, al governo romeno, ceco e iugoslavo proposte di pace che chiedevano l’immediata cessazione delle ostilità, la non ingerenza negli affari interni dell’Ungheria, la difesa dei diritti delle minoranze nazionali ungheresi restate oltre la linea di demarcazione.

Malgrado tutte le difficoltà, il proletariato volle festeggiare il 1° Maggio. I lavoratori di Budapest scesero per strada. Ricorda Iren Gal che «parteciparono al corteo oltre in centomila, vi erano anche socialisti e comunisti da altri paesi: austriaci, polacchi, cechi, slovacchi, francesi, romeni e italiani. Sulla bandiera di quest’ultimi c’era scritto “Frazione comunista italiana”; vennero i compagni russi, i serbi e i croati».

Ma le notizie dal fronte erano allarmanti. Non meno all’interno, con le macchinazioni dei socialdemocratici del centro e di destra, e già vi era chi voleva far dimettere il governo dei Consigli. I controrivoluzionari uscivano dai loro nascondigli.

Il 2 maggio si tenne la prima seduta del Consiglio governativo rivoluzionario. Béla Kun parlò con sincerità spietata. «L’esercito rosso ha consegnato Szolnok senza lotta. I cechi puntano su Miskolc. Non c’è una vera forza militare. L’efficacia delle truppe è nulla».

Kunfi propose le dimissioni del Governo dei Consigli, anche Weltner pretendeva che il potere venisse assunto da un direttorio. Szamuely chiese loro: «se si deve continuare ad esercitare la dittatura del proletariato, perché allora si deve dimettere il Governo dei Consigli, il quale, appunto, non fa altro che esercitare la dittatura del proletariato?». Anche Béla Szándò considerò la consegna del potere una vigliaccheria e un atto di abbandono nei confronti della classe operaia.

Fu così che il Governo dei Consigli convocò per le sette di sera il Consiglio operaio centrale di Budapest per discutere se continuare nella resistenza o se arrendersi all’Intesa, soluzione alla quale molti socialdemocratici già tendevano. Oltre seicento delegati presero parte al consiglio operaio che, sotto l’influenza delle argomentazioni di Kun, essendosi reso conto che si poteva trattare solamente o di vittoria completa o di sconfitta completa, decise per la resistenza.

Intervenne Kun: «Budapest deve essere difesa ad ogni costo, perché bisogna difendere il movimento operaio d’Ungheria, questa sezione veramente gloriosa della rivoluzione proletaria internazionale».

Seguirono molti interventi di operai che chiedevano al Governo dei consigli di mettere a disposizione dei Consigli operai territoriali le armi e l’equipaggiamento per combattere, ed esortarono chiunque era abile ad impugnare un’arma, di andare immediatamente in caserma.

Kun concluse: «Abbiamo viveri, abbiamo le armi. Non solo si può difendere l’Ungheria sovietica, ma si può anche assicurare per essa la possibilità di una pace onorevole. Alle armi!».

In pochi giorni, dagli operai delle fabbriche, venne organizzato un esercito di quasi centomila uomini. Da Vienna era arrivato, ad aprile, un battaglione austriaco di circa mille soldati anarchici e socialisti di sinistra, al comando di Leo Rothziegel, che furono comandati subito alla difesa di Debrecen. Nell’Esercito Rosso ungherese vi erano internazionalisti russi, polacchi, austriaci, italiani (circa trecento), iugoslavi, bulgari, romeni e slovacchi, sull’esempio degli internazionalisti che avevano combattuto nelle file dell’esercito russo. Molti caddero nella difesa del fronte del Tibisco e nella Campagna del Nord. Furono gli internazionalisti ad andare per primi all’attacco di Lučenec.

L’avanzata dei romeni venne così fermata al Tibisco, e dopo appena dieci giorni cominciò la controffensiva sul fronte ceco, con la vittoria completa del nuovo esercito operaio. L’esercito rosso avanzò rapidamente su tutto il fronte, minacciando l’intera Slovacchia.

Qui, mentre a Nord-Est, nel breve volgere di un paio di giorni l’armata rossa riusciva a risalire vittoriosamente il corso del fiume Hernàd aprendosi rapidamente la strada verso Košice, a Nord-Ovest la 1ª brigata, sostenuta dalla 3ª divisione, sferrava l’attacco attraversando il Danubio a Esztergom, conquistava Levice e Nové Zámky e faceva intravedere la possibilità di un’avanzata ulteriore fino a Bratislava.

Il 3 giugno l’Armata degli operai e dei contadini poveri era riuscita a riportare la situazione sull’intero fronte settentrionale alla linea di demarcazione di fine 1918.

L’occupazione dei territori slovacchi portò alla proclamazione della Repubblica slovacca dei Consigli a Prešov. Ne era presidente il comunista Antonin Janousek, proveniente, come la maggior parte dei venti commissari del popolo nominati, dalle file della sezione slovacca del partito socialista-comunista ungherese. La sua politica fu la stessa di quella attuata a Budapest, con un riguardo particolare all’integrazione linguistica: si pubblicavano l’organo ufficiale della nuova repubblica in lingua slovacca e in ungherese per le popolazioni magiare della regione. Lo stesso Kun si rivolge al proletariato della regione: «A noi non importa che lingua parli questo o quell’operaio, nostro fratello proletario. Noi non conosciamo che un solo nemico: la borghesia, qualunque lingua essa parli [...] Ed è nella pace e nella concordia che realizzeremo sul territorio della repubblica dei Consigli la nostra parola d’ordine “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”».

Venne però a mancare l’appoggio delle masse contadine, in seguito alla politica di socializzazione delle terre e alla requisizione forzata dei prodotti agricoli. Come nelle campagne ungheresi così in quelle slovacche i contadini si opposero, in maniera più o meno attiva, a quella che veniva ritenuta una indebita spoliazione delle loro risorse in favore degli abitanti dei centri urbani e delle truppe al fronte.

Ma gli operai delle fabbriche di Pest e delle miniere delle provincie erano al fronte assieme ai figli dei contadini poveri. Di loro Kun disse: «Al posto di soldati in fuga che saccheggiano, gli elementi proletari e semi proletari delle campagne hanno davanti ai loro occhi lo spettacolo dei proletari delle officine, coscienti, entusiasti e disciplinati, che sono capaci di educare e di dirigere i proletari della terra (...) L’arrivo di queste truppe operaie ha rafforzato i legami d’alleanza fraterna tra proletari delle città e delle campagne. Il loro comportamento calmo e serio, il loro lavoro d’agitazione contribuirono in tutto il paese ad affermare la dittatura del proletariato».

Fine del resoconto della riunione di Torino al prossimo numero

 

 

  

 

 

  


Per il sindacato di classe Pagina di impostazione programmatica e di battaglia del Partito Comunista Internazionale
Per la rinascita del sindacato di classe fuori e contro il sindacalismo di regime. Per unificare le rivendicazioni e le lotte operaie, contro la sottomissione all’interesse nazionale. Per l’affermazione del­l’in­dirizzo del partito comunista negli organi di difesa economica del proletariato, al fine della rivoluzionaria emancipazione dei lavoratori dal capitalismo

L’ “internazionalismo” anti-operaio della Federazione Sindacale Mondiale

La Federazione Sindacale Mondiale è quel che resta della finta Internazionale dei sindacati del blocco imperialista russo, prima del crollo di quel capitalismo in corazza statale – spacciato per socialista – fra il 1989 ed il 1992.

L’ultimo congresso della FSM – il cui nome in inglese è World Federation of Trade Unions – si è tenuto nell’ottobre del 2016 a Durban, importante città portuale sulla costa orientale del Sud Africa.

Infatti uno dei suoi principali membri – per numero di iscritti – è il COSATU (Congress of South African Trade Unions), la maggiore confederazione sindacale del Sud Africa – il più importante paese industriale del continente africano – che, insieme all’African National Congress ed al Partito Comunista del Sud Africa, reggono il potere politico in quello Stato dalla fine dell’apartheid nel 1994, cioè da 24 anni.

Giova ricordare, per chiarire che tipo di confederazione sindacale sia il COSATU, la strage dei minatori di Marikana del 16 agosto 2012 (“In Sud Africa i minatori non si fermano davanti al piombo borghese”). Migliaia di scavatori della miniera di platino erano in sciopero da giorni. La polizia aprì il fuoco uccidendone 34. È considerata la peggior strage della polizia sudafricana contro i proletari da quella di Sharpeville nel 1960. Solo che nel 1960 vi era appunto l’apartheid, mentre nel 2012 regnava, allora come oggi, la trimurti African National Congress (ANC), South African Communist Party (SACP) e COSATU.

Il sostegno del COSATU al governo è tale che il NUMSA – la National Union of Metalworkers of South Africa – il sindacato dei metalmeccanici aderente al COSATU, è stato espulso dalla Confederazione nel novembre 2014, dopo aver ritirato il sostegno ad ANC e SACP al suo congresso straordinario del dicembre 2013. Questo nonostante il NUMSA fosse la più numerosa federazione di categoria del COSATU.

Un tempo, la prima federazione di categoria del COSATU non era il NUMSA bensì il NUM, la National Union of Miners. Ma da anni ormai i minatori avevano iniziato ad abbandonare questo sindacato che si dimostrava sempre più dalla parte dei padroni: un sindacato di regime, analogamente a quanto avvenuto in Italia con la Cgil. Da fuoriusciti dal NUM nacque nel 1998 la Association of Mineworkers and Construction Union (AMCU). Fu proprio questo sindacato ad organizzare lo sciopero dei tremila scavatori della miniera Lonmin di Marikana.

Invece, uno dei principali dirigenti del NUM degli anni dell’apartheid, Cyril Ramaphosa, nell’ora in cui i minatori in sciopero venivano uccisi a fucilate sedeva nel consiglio di amministrazione della Lonmin. Il premio per cotanto tradimento della classe operaia è stato la sua designazione a presidente dell’ANC il 17 dicembre dello scorso anno (vedi in questo giornale n.388 "Nel democratico Sudafrica perdura la dittatura borghese sul proletariato").

Durante lo sciopero di Marikana il NUM, com’è a questo punto facile intuire, si distinse per l’opera di crumiraggio. Ma lo sciopero proseguì ad oltranza anche dopo la strage e portò ai lavoratori una parziale ma sostanziale vittoria.

Il 17 settembre 2015 la Federazione Mondiale dei Sindacati – alla quale può far parte incontrastato un sindacato come il NUM – organizzò a Damasco una “Conferenza Internazionale di Solidarietà con il Popolo Siriano”. La Siria era allora nel pieno della guerra imperialista che l’ha per anni devastata. Una simile conferenza poté evidentemente avvenire solo grazie alla protezione garantita dallo Stato siriano, allora ed ancora oggi, in carica. In modo inequivocabile emergeva il sostegno della FSM non al martoriato “Popolo Siriano” ma al regime borghese che lo perseguita ed opprime (come tutti i regimi borghesi) e che invece si voleva dare ad intendere fosse “amico dei lavoratori”.

Alla Conferenza erano presenti anche i dirigenti nazionali della italica USB, che anch’essa fa parte dell’FSM, i quali si dichiarano sostenitori del regime di Assad. Se la borghesia italiana avesse deciso di entrare in guerra a fianco di Assad, costoro avrebbero sostenuto il suo intervento militare! Sono interventisti, cioè sono pronti a mandare i lavoratori al massacro nella guerra imperialista, fra cordate statali capitaliste, naturalmente dalla parte che loro aggrada di più, oggi quella di Mosca contro Washington.

Si capisce allora, con una simile dirigenza nazionale, come sia potuto accadere che una federazione provinciale di Usb abbia dato ospitalità e sostegno, il 3 novembre scorso, ad un convegno organizzato da un gruppo che rivendicava un fantomatico “interventismo socialista” durante la Prima Guerra mondiale, che abbiamo commentato nel n.392 di questo giornale ("Come la dirigenza di una federazione USB fa suo l’interventismo nel 1° macello imperialista"). L’iniziativa è stata movimentata dal gruppo fascista Casa Pound che ha affisso un suo manifesto davanti alla sede viterbese del sindacato: il nocciolo del contendere era chi, fra i dirigenti stalinisti “anti-fascisti” di Usb e il gruppo fascista “autentico”, fosse il vero nazionalista.

Intanto l’Espresso di domenica 11 novembre – una settimana dopo l’iniziativa di Viterbo – riportava un titolo: “Fascisti a Damasco: Casa Pound e Forza Nuova in Siria per Assad”, e vi si legge dei legami fra il regime di Damasco e quei gruppi fascisti. Si dimostra quindi che, se in patria stalinisti e fascisti si contendono il ruolo di difensori della patria, sul piano internazionale condividono la partigianeria per lo stesso schieramento imperialista. Il che si spiega col fatto che sono entrambi fazioni borghesi, e come tali fra loro concorrenti ma tutte nazionaliste, tutte nemiche dell’internazionalismo proletario, e pronte a unirsi contro di esso.

Un’altra prova dell’“internazionalismo” della dirigenza di Usb (i borghesi sono dei grandi internazionalisti, e la guerra mondiale è la compiuta e più dispiegata espressione borghese di internazionalismo) è stata la “visita” dei suoi massimi dirigenti sul fronte bellico del Donbass, ove, al confine meridionale fra Ucraina e Russia, si fronteggiano, missili “internazionalisti” puntati, i massimi blocchi imperiali mondiali. Anche per questo fronte i dirigenti dell’USB e quelli della FSM non esiterebbero a mandare i lavoratori a farsi fare a pezzi. Per quella “visita”, per “esprimere solidarietà col popolo del Donbass”, Pierpaolo Leonardi, dirigente nazionale dell’Usb, si è anche beccato un procedimento penale da parte delle autorità ucraine per “ingresso illegale nel Donbass”: toccherà al “compagno”, pardon, ex-”compagno” Putin, trarlo d’impaccio.

 

 

 

  


Un documento del Coordinamento per l’unità della classe

Nel numero scorso, nell’articolo relativo al cosiddetto Decreto Sicurezza, concludevamo rendendo conto dell’attività del gruppo intersindacale, formatosi a settembre dell’anno passato, e che il 12 gennaio scorso in una riunione a Firenze aveva formalizzato la sua esistenza assumendo il nome di “Coordinamento lavoratrici e lavoratori autoconvocati per l’unità della classe”.

A quella riunione i presenti avevano assunto alcuni impegni ai quali però solo in parte si è riusciti a dar effettivo seguito. È stato redatto un documento di presentazione, pubblicato il 12 febbraio di cui qui riportiamo alcuni stralci:

«Al coordinamento ad oggi aderiscono iscritti e militanti di diversi sindacati di base – Confederazione Cobas, SI Cobas, Usb, Cub, Slai Cobas, Cobas Sanità Università Ricerca, Orsa – della Opposizione in Cgil e delegati RSU, nonché lavoratrici e lavoratori non iscritti.

«Obiettivi prioritari del Coordinamento lavoratrici e lavoratori autoconvocati per l’unità della classe sono:
 – superare la frammentazione sindacale esistente e la pratica delle azioni di lotta separate ed in concorrenza fra le varie organizzazioni, attraverso il sostegno agli scioperi in difesa degli interessi di classe, spingendo le organizzazioni del sindacalismo conflittuale ad appoggiarli, per giungere ad azioni di lotta unitarie a livello aziendale, territoriale, categoriale e nazionale;
 – promuovere l’unità degli attivisti sindacali e dei lavoratori al di sopra delle divisioni fra aziende, categorie, sesso, fra stabili e precari, fra autoctoni ed immigrati, fra occupati e disoccupati, fra giovani e anziani, fra attivi e pensionati;
 – promuovere la costruzione di organismi unitari a livello aziendale, di categoria e territoriale e – laddove siano già esistenti – sostenere e portare a conoscenza dei lavoratori e del movimento sindacale questi esempi.

«Caratteristica fondamentale del coordinamento – che si è voluta evidenziare nel nome che ci si è dati – è di essere costituito da lavoratrici e lavoratori “autoconvocati”: non si tratta cioè di una iniziativa che muove dai vertici delle organizzazioni e delle correnti del sindacalismo conflittuale ma da militanti e attivisti di base. Ciò in quanto è nostra convinzione che, in questa nostra battaglia per l’unità d’azione dei lavoratori del sindacalismo di classe, ci troveremo a lottare spesso contro la reticenza o l’opposizione di molte delle attuali dirigenze sindacali».

Oltre a ciò questo Coordinamento ha pubblicato:
 – il 15 gennaio un testo di solidarietà coi delegati e dirigenti del SI Cobas condannati dal Tribunale di Milano l’8 gennaio scorso per aver organizzato e partecipato ad un picchetto dinanzi la DHL di Settala (Milano) durante uno sciopero generale nel marzo 2015;
 – nel marzo scorso un breve documento sul Decreto sicurezza;
 – il 27 marzo un altro documento di solidarietà con il coordinatore nazionale del SI Cobas in occasione dell’avvio del processo a suo carico.

Il Coordinamento per la propaganda ha aperto una pagina Facebook, omonima, mentre ancora deve ottemperare all’impegno di dotarsi di un bollettino cartaceo. Al suo interno ha costituito un gruppo di lavoro, formato dai compagni che si sono impegnati ad una maggiore attività.

 

 

 

  


Regno Unito
Scioperi e il congresso degli IWW

Nelle ultime edizioni del nostro giornale abbiamo trattato della ripresa della lotta di classe nel Regno Unito mettendo in evidenza la capacità di alcuni sindacati, che in Italia diremmo “di base”, nati al di fuori della grande Confederazione di regime, la Trade Union Congress (TUC), di condurre lotte particolarmente agguerrite, ricorrendo spesso alle armi autentiche del sindacalismo di classe. Il rifiuto dell’aziendalismo, il riconoscimento del ruolo dei dirigenti del TUC quali agenti della classe padronale in seno alla classe operaia, nonché il ricorso allo sciopero con lo scopo di infliggere il massimo danno al nemico, hanno permesso di incanalare queste lotte su un sentiero genuino che, se continuerà ad essere seguito, non potrà prima o poi non riflettersi sulla crescita dell’intero movimento della classe lavoratrice.

Segnali incoraggianti in tal senso sono forniti da questo inizio 2019: gli autisti di Uber hanno occupato in maniera irruenta e decisa la sede del TFL (Transport for London); i fattorini (riders) delle consegne pasti a domicilio hanno scioperato a Bristol il 18 gennaio e due volte a Manchester (14 e 26 febbraio).

Le guardie di sicurezza, gli addetti alle pulizie e al portierato del Ministero della Giustizia, organizzati con il sindacato UVW (United Voices of the World) hanno rilanciato la lotta con un nuovo sciopero, trovando anche il sostegno dei lavoratori del sindacato PCS (Public and Commercial Services Union) in quello che è stato il primo sciopero congiunto di sempre di una sigla TUC e di una non TUC. Solo il ricorso a crumiri ha consentito al ministero di non chiudere i battenti nelle 48 ore di sciopero, che hanno comunque seriamente ostacolato lo svolgimento delle attività.

Infine, il 26 febbraio scorso la Independent Workers’ Union of Great Britain (IWGB), la United Voices of the World, la Public and Commercial Services Union e la Rail, Maritime and Transport Workers (RMT, sindacato dei ferrovieri, dei marittimi e dei trasporti) hanno proclamato unitariamente uno sciopero a Londra coinvolgendo tutti i loro lavoratori “outsourced”, ovvero esternalizzati, principalmente addetti ai servizi di pulizia, mensa e sicurezza, organizzando anche una manifestazione per le vie della capitale.

Un sindacato che sembra incarnare al momento una sintesi dei caratteri positivi di questo rinascente sindacalismo di classe sono gli Industrial Workers of the World (IWW). Nel Regno Unito e in Irlanda l’organizzazione è suddivisa in 18 strutture territoriali che coprono le diverse aree del paese. Esiste un centro di coordinamento a Cardiff, mentre Londra ha due strutture.

L’ultimo anno ha registrato una crescita delle categorie dove il sindacato è riuscito a penetrare ed in alcuni centri non sono più i fattorini – com’era in origine – la componente di maggioranza. In particolare a Birmingham hanno aderito all’organizzazione diversi lavoratori del locale polo industriale, composto per lo più da fabbriche automobilistiche e chimiche. A Manchester, dove si trova la struttura del Nord-Ovest, vi è stata una crescita del 50% degli iscritti nell’ultimo anno. In genere i numeri sono contenuti ma in rapido aumento.

Sul finire di ottobre dello scorso anno si è tenuto a Sheffield il congresso degli IWW del Regno Unito, cui hanno presenziato i nostri compagni. La giornata si è aperta con un intervento di un delegato del Trade Union Congress (TUC) di Sheffield. Il TUC è una confederazione che riunisce la grande maggioranza dei sindacati di regime del Regno Unito. La sua politica è in evidente conflitto con il sindacalismo di classe che informa gli IWW.

L’intervento era volto ad invitare i membri degli IWW a sostenere i delegati del TUC nelle loro iniziative di lotta ogniqualvolta ce ne fosse bisogno. La ragione di ciò, secondo il relatore, andava ricercata negli atteggiamenti diversi di questi delegati rispetto alle dirigenze dei loro sindacati, aderenti al TUC. Anche se va registrato che un numero crescente di delegati di organizzazioni del TUC premono per una maggiore combattività dei propri sindacati e rifiutano l’aziendalismo, come testimoniano alcuni scioperi che hanno attraversato il paese di recente, non ultimo quello dei ferrovieri della RMT, la reazione della maggioranza dei presenti all’assise IWW di Sheffield è stata negativa.

La giornata è proseguita con l’attività di diversi gruppi di lavoro. In uno di questi i membri di una delle due strutture di Londra hanno raccontato il loro lavoro organizzativo in una zona industriale della City. È interessante sapere che questi lavoratori dichiaratamente si ispirano a ciò che il SI Cobas ha realizzato in Italia nel settore della logistica, a testimonianza di come i positivi esempi di lotta di classe abbiano la forza di travalicare i confini nazionali.

Il gruppo di questi militanti sindacali, pur facendo parte a tutti gli effetti degli IWW, è anche noto col nome di Angry Workers of the World. Ha concentrato la sua attività su di un’area nei pressi dell’aeroporto di Heathrow, il cosiddetto Western corridor, corridoio occidentale, dove viene preparata e confezionata la maggior parte degli alimenti che vanno a finire sugli scaffali dei supermercati londinesi. La gran parte dei lavoratori di questo polo industriale è costituita da immigrati.

Le difficoltà nel lavoro di organizzazione sindacale sono legate a condizioni d’impiego relativamente migliori rispetto ai loro fratelli di classe in Italia e alle differenze interne alla forza lavoro – sapientemente usate dal Capitale secondo il classico motto divide et impera – come quelle tra lavoratori temporanei e fissi e tra le diverse nazionalità. Ad esempio i lavoratori polacchi tendono ad accettare gli straordinari forzati con meno riluttanza, vista la speranza di tornare nel proprio paese dopo un tempo da emigrati non troppo lungo. I lavoratori indiani invece sono avvantaggiati dal conoscere la lingua del Paese, ciò che rende più facile la promozione ad incarichi meglio remunerati, spesso di controllo degli altri lavoratori.

Nonostante questi ed altri problemi in molti hanno aderito al sindacato e gli sforzi organizzativi naturalmente continueranno.

La riunione si è conclusa con una discussione generale ed un riassunto della giornata, durante le quali sono stati sollevati vari punti. Fra questi il problema del rapporto tra i diversi sindacati conflittuali, con le possibili divisioni, considerate un problema che deve essere evitato, così da raggiungere al massimo grado l’unità d’azione della classe lavoratrice, necessità vitale per la resistenza allo sfruttamento e all’immiserimento oggi, e per la lotta offensiva politica per il superamento dello sfruttamento domani.

Riguardo a questo non secondario aspetto c’è da rilevare che nel Regno Unito i sindacati combattivi – e talvolta non solo quelli – tendono all’unità d’azione più frequentemente che in Italia. Non solo scioperano insieme (anche se gli scioperi sono ancora sporadici e con poca forza) ma si scambiano informazioni e non omettono di fare propaganda l’uno per l’altro. In alcuni casi operano addirittura in simbiosi, come fanno la Independent Workers’ Union of Great Britain (IWGB, Sindacato dei Lavoratori Indipendenti del Regno Unito) e gli IWW, che gestiscono congiuntamente la Couriers Network, ovvero la rete di coordinamento nazionale dei facchini Deliveroo e UberEats.

 

 

  


Lettera dal Canada
Infermiere contro gli straordinari obbligatori

Il 14 febbraio scorso una cinquantina di infermiere del Saguenay-Lac-Saint-Jean hanno occupato gli uffici dell’amministrazione sanitaria – la Integrated University Health and Social Services Centre – per denunciare il ricorso sistematico allo straordinario obbligatorio allo scopo di rimediare alla carenza di personale negli ospedali del Quebec.

La grande maggioranza degli infermieri è ostile agli straordinari obbligatori, che minano la loro salute e qualità della vita, visto che si è giunti ad imporre loro di lavorare fino a 16 ore consecutive, ed anche senza preavviso.

Le infermiere hanno dovuto organizzarsi utilizzando le cosiddette chat per tentare di aggirare queste chiamate improvvise e non restare intrappolate al lavoro.

Il sistema sanitario del Quebec è in crisi da almeno tre decadi, dissanguato dalle successive riforme capitalistiche. La carenza di manodopera è stata aggravata dal taglio di 963,4 milioni di dollari canadesi al settore sanitario operato fra il 2014 ed il 2016. I pronto-soccorsi per esempio sono sovraffollati, con pazienti lasciati a languire sulle barelle, e un afflusso che può raggiungere il doppio della capacità di ricevimento della struttura.

Quest’inverno proteste spontanee dei lavoratori hanno avuto inizio a Trois-Rivières, Sorel e Laval, senza ricevere alcun sostegno da parte dei sindacati. La Federazione degli Infermieri del Quebec (FIQ), per voce della sua presidente, Nancy Bédard, ha insistentemente negato ogni “responsabilità” circa queste proteste, affermando che “non erano assolutamente” organizzate dal sindacato. Affermazioni che ricordano quelle della precedente presidente della FIQ, Régine Laurent, la quale dichiarò che era necessario “cercare di utilizzare ogni mezzo, eccetto lo sciopero” nella trattativa col governo.

Le infermiere – le donne sono la larga maggioranza degli impiegati del settore sanitario in Quebec – hanno organizzato diverse iniziative di lotta, da quelle più propagandistiche, come indossare magliette che informavano della lotta in corso, a vere manifestazioni, l’ultima delle quali si è tenuta il 28 febbraio all’ospedale Maisonneuve-Rosemont. Ma le azioni più significative sono stati i sit-in spontanei nei posti di lavoro. In essi si sono manifestati la insoddisfazione e l’istinto di classe, sia verso lo Stato borghese e le sue direttive, sia verso i sindacati di regime, il loro collaborazionismo e la loro complicità col disastro operato dal capitalismo.

 

 

  


In Venezuela portuali in lotta per l’aumento del salario
 
Questo volantino è stato distribuito dai nostri compagni ai gruisti in lotta.

I portuali in Venezuela soffrono del duro sfruttamento capitalista tanto del governo e delle sue imprese quanto del capitale privato: bassi salari, insufficienti per mangiare, condizioni e ambienti di lavoro pessimi, insani, insicuri. Non fanno eccezione i gruisti, i “wincheros”, sia fissi sia temporanei, che nei diversi porti del paese caricano e scaricano le merci dalle navi.

I gruisti devono portarsi il pranzo da casa; buona parte del misero salario se ne va per pagare il trasporto; non ricevono uniformi, scarpe ed equipaggiamento antinfortunistico; la lunga giornata lavorativa non prevede pause; non è permesso organizzarsi e muovere rivendicazioni, e se lo fanno vengono catalogati come “terroristi”.

Ma i gruisti di Puerto Cabello, stanchi di tanti abusi, indignati per i salari da fame, mentre scaricano merci di grande valore, disperati per non saper come sostenere le famiglie, si sono risolti ad agire.

Affinché questa lotta sia vincente è necessario:

1. Estendere la lotta dei gruisti a tutti i lavoratori portuali di Puerto Cabello e degli altri porti del paese;

2. Organizzare la lotta alla base, dentro e fuori i posti di lavoro, costituendo comitati che costringano i sindacati a convocare assemblee e a promuovere azioni di lotta, che organizzino operai attivi, licenziati e pensionati, fissi e temporanei, e che si riuniscano fuori dal posto di lavoro, territorialmente, per quartiere;

3. Ritornare all’impiego dello sciopero quale principale arma di lotta. Utilizzo dei picchetti come strumento di agitazione e propaganda, allo scopo di attrarre altri lavoratori nella lotta e a sostegno dello sciopero per bloccare merci e crumiri;

4. Sui moli i lavoratori lotteranno per i seguenti obiettivi: a) 15.000 bolivares, adeguando mensilmente il salario secondo l’inflazione; b) giornata lavorativa di 6 ore (aumento dei turni da 3 a 4) e per un massimo di 30 ore settimanali; c) istituzione dei servizi di mensa, asilo, trasporti e lavanderia; d) dotazione di uniforme, scarpe e dispositivi antinfortunistici; e) rigetto di ogni azione repressiva aziendali o governativa contro il movimento operaio.

 

 

 

  


Pieno successo in Messico dello sciopero nelle maquiladoras

A gennaio, nella città messicana di Matamoros un potente movimento spontaneo di sciopero ha coinvolto i lavoratori di 96 fabbriche. La lotta ha avuto inizio il 12 gennaio, coinvolgendo circa 40 mila operai di 42 fabbriche su un totale di 80 mila e 122 impianti nella città, ed è proseguita estendendosi e rafforzandosi.

Gli operai hanno rivendicato ed ottenuto in quasi tutti gli stabilimenti – 92 su 96 – un aumento pari al 20% del salario ed una somma forfettaria di 32.000 pesos (€ 1.450). Il loro esempio ha spinto altri lavoratori della città a scioperare senza preavviso per rivendicazioni simili, ad esempio quelli dei supermercati.

Lo sciopero ha colpito il centro del settore manifatturiero per l’esportazione. In città di frontiera come Matamoros, Ciudad Juarez e Mexicali, a pochissimi chilometri da quelle di Brownsville ed El Paso in Texas e di Calexico in California, le maquiladoras sfornano componenti e prodotti finiti per il grande mercato del paese vicino. Con sede legale negli Stati Uniti approfittano dei bassi salari messicani. Matamoros è nota per la produzione di componenti per auto. Le maquiladoras sono la porzione più grande della produzione messicana: 6.200 fabbriche che impiegano circa 3 milioni di lavoratori.

La fine dell’accordo di libero scambio NAFTA e la sua sostituzione con lo USMCA (United States, Mexico, Canada Agreement) – tra Canada, Messico e Stati Uniti – ha aumentato la pressione sulla classe lavoratrice messicana. La borghesia messicana ne ha approfittato per cambiare le leggi sul lavoro per rafforzare il sindacalismo di regime, legato al Partido Revolucionario Institucional (PRI) e rappresentato nelle maquiladoras dalla CTM, Confederación de Trabajadores de México.

Le condizioni dei lavoratori in queste fabbriche e nelle comunità circostanti sono drammatiche, in particolare per le donne. L’occupazione è quasi totalmente precaria, spesso persino senza contratto. Ai lavoratori viene impedito di organizzarsi e vengono loro imposti i sindacati gialli, che usano falsi numeri di iscritti per presentarsi come principali rappresentanti degli operai.

Questa ondata di scioperi spontanei ha sorpreso e scavalcato il sindacato di regime CMT, che per non perdere ogni credibilità ha dovuto proclamare uno sciopero generale per venerdì 25 gennaio. Gli scioperi hanno avuto risalto anche negli Stati Uniti.

I lavoratori hanno organizzato riunioni ed assemblee al di fuori delle strutture del sindacato di regime per discutere sulle offerte che le varie imprese stavano facendo in risposta alla lotta. Questi incontri hanno prodotto una piattaforma unitaria: aumento del salario del 20% e un bonus annuale di 32.000 pesos (€ 1472). A testimonianza del fatto che questa piattaforma è stata espressione della lotta operaia, il movimento è diventato noto come “Movimiento 20/32”.

A metà febbraio l’ondata di scioperi si è diffusa in tutto il paese coinvolgendo: i lavoratori di 45 fabbriche a Reynosa, Tamaulipas; 700 operai dello stabilimento General-Mills nella città di Irapuato, Guanajuato; 700 della Coca Cola di Conciliación y Arbitraje; gli insegnanti dello Stato di Michoacán, che hanno scioperato e picchettato le ferrovie bloccando le esportazioni di ricambi auto in Asia (il sindacato del CNTE si è dissociato da questi blocchi); gli insegnanti affiliati a CNTE a Oaxaca, che hanno scioperato determinando la chiusura di 800 scuole; i lavoratori di 5 campus dell’Università Autonoma del Messico (UAM) che sono scesi in sciopero per un aumento del salario del 20%.

 

 

 

  


Il sindacalismo fascista

Qui di seguito iniziamo la pubblicazione di un articolo di Umberto Terracini che apparve nell’ultimo numero pubblicato di “Rassegna Comunista”, la rivista teorica del Partito Comunista d’Italia, del 31 ottobre 1922. L’articolo è di grande interesse per diversi punti.

In primo luogo esso mostra l’approccio del partito, allora ancora saldamente in mano alla sua sinistra, al problema dell’attacco delle bande fasciste al movimento operaio, iniziato in Emilia. Nonostante in questa regione vi fosse un “meraviglioso sviluppo sindacale”, con “origini antiche”, tale che si poteva affermare “con sicurezza che la percentuale degli organizzati vi raggiungeva il 100%”, il fascismo “non durò molta fatica” a vincere. Questo per “la grande dispersione delle forze [del movimento operaio] nelle campagne e nei villaggi”.

A questa debolezza materiale si sarebbe potuto rimediare solo con delle direzioni del movimento sindacale e di quello politico disposte a portare sul terreno della violenza contro la reazione fascista le forze proletarie unite, notevoli, ma di per sé disperse sul territorio. La direzione socialdemocratica della CGdL invece impedì questa mobilitazione delle forze operaie lasciando che i singoli settori della classe divisi fronteggiassero separati le bande fasciste, cosa che fecero con prove di enorme coraggio ma in modo locale e disorganizzato, prive di una direzione centralizzata e non imbelle, non riuscendo infine ad evitare la capitolazione.

Nella situazione prossima alla guerra civile di quegli anni, infatti, il movimento operaio avrebbe dovuto abilitarsi sul piano della difesa e dell’attacco militare, cosa che il PSI impedì di fare, giungendo a siglare un patto di pacificazione con il Partito Fascista. Solo il neonato PCd’I si dette ad organizzare una solida struttura militare allo scopo di dare quella indispensabile «unità di comando e sistematicità di svolgimento» a questo fondamentale e vitale aspetto della lotta proletaria. Si veda più estesamente sull’ultimo numero della nostra rivista Comunismo: “Il PCd’I e la guerra civile in Italia negli anni del primo dopoguerra - IV. La difesa del partito e della classe”.

Non fu però solo la direzione socialdemocratica della CGdL a determinare la sconfitta della classe operaia di fronte alla reazione borghese, ricorsa al fascismo. Il loro contributo lo dettero anche i gruppi politici che dirigevano gli altri sindacati che si dicevano “rossi”, cioè sindacati di classe, compresi gli anarchici. Il PCd’I infatti aveva ripetutamente lanciato la parola d’ordine del “Fronte unico proletario”, cioè dell’unità d’azione fra i sindacati. Questo indirizzo contraddistingueva, e contraddistingue, il nostro partito ed era considerato, allora come oggi, la strada maestra per sconfiggere le direzioni opportuniste nei sindacati. A questo fine, a seguito della spinta dei lavoratori che avevano fatto propria la parola d’ordine del partito comunista, eravamo riusciti a costituire l’ “Alleanza del Lavoro”, di cui facevano parte la Confederazione Generale del Lavoro, l’Unione Sindacale Italiana, il Sindacato Ferrovieri Italiano, l’Unione Italiana del Lavoro e la Federazione Italiana dei Lavoratori dei Porti.

Ma, dopo il sabotaggio dello sciopero generale dell’agosto del 1922 da parte della dirigenza della CGdL, uscirono dall’Alleanza, determinandone la fine, prima lo SFI, seguito dalla UIL e dai confederali. Le dirigenze sindacali, per il fine meschino di sabotare la tattica sindacale comunista, preferirono disarmare di fronte alla borghesia e al fascismo. Si impegnarono nel disfattismo delle mobilitazioni operaie per poi decretare la loro “inutilità”, nonché degli organismi che le avevano proclamate. La classe operaia in Italia allora non ebbe la forza e la consapevolezza di appoggiare con sufficiente energia le direttive comuniste.

Ma al momento in cui Terracini scriveva si erano verificati dei fatti che consentivano di non disperare per una ricostituzione del sindacalismo di classe. La frazione sindacale comunista aveva lanciato un appello per il blocco delle sinistre sindacali per la ricostituzione dell’unità sindacale di classe. L’appello era stato rivolto ai comitati sindacali terzinternazionalista e massimalista, alla frazione sindacale della USI, all’Ufficio sindacale della Unione Anarchica Italiana, al Comitato Massimalista Ferroviario e a qualunque altra organizzazione sindacale ne avesse sottoscritto il programma per la salvezza del fronte unico proletario contro la reazione borghese. Nei primi giorni di ottobre 1922 si riunì il convegno delle sinistre sindacali che, su proposta comunista, approvò all’unanimità sia una mozione nettamente classista, sia un ordine del giorno che i lavoratori appartenenti alla sinistra sindacale avrebbero dovuto presentare e sostenere, come piattaforma comune, in tutte le assemblee sindacali.

Il 28 ottobre 1922 i fascisti iniziarono la mobilitazione per la Marcia su Roma. Il giorno successivo il Partito Comunista, tramite il suo comitato sindacale, lanciava la proposta della ricostituzione dell’Alleanza del Lavoro e della immediata proclamazione dello sciopero generale nazionale. L’appello fu indirizzato alla Confederazione Generale del Lavoro, alla Unione Sindacale Italiana, al Sindacato Ferrovieri, alla Unione Italiana del Lavoro, alla Federazione Lavoratori dei Porti.

La CGdL dichiarò la proposta comunista “bluffistica, incosciente, speculativa e provocatoria” e Battaglie sindacali scrisse: “Soltanto gli scriteriati fanfaroni comunisti hanno potuto pensare alla partecipazione delle forze proletarie ad un conflitto che non le interessava direttamente”. Le altre organizzazioni sindacali – massimalisti, anarchici e repubblicani – fecero peggio: nemmeno risposero. Si legga ancora, nel resoconto breve del rapporto sopra indicato, “Dallo scioglimento dell’Alleanza del Lavoro alla Marcia su Roma”, pubblicato sul numero scorso di questo giornale.

A proposito delle divisioni fra le dirigenze dei sindacati rossi, argomento evidentemente di stringente attualità e a cui si fa ripetutamente riferimento anche in questo numero, questo articolo di Terracini – che fu scritto prima e pubblicato dopo la Marcia su Roma – riporta un passo estremamente espressivo di come i problemi di allora si avvicinino a quelli di oggi e, soprattutto, sia lo stesso l’atteggiamento tattico comunista: «Ogni sindacato dipende in Italia direttamente da un partito politico; più ancora, ogni sindacato è sorto per opera e per emanazione di un partito il quale ha teso così costituirsi un inquadramento di aderenti che, se pure meno saldo e fedele del partito, desse però una certa garanzia di sottomissione (...) Si può notare a questo proposito che il solo partito Comunista, fra i partiti proletari, non ha proceduto ad organizzarsi un proprio movimento sindacale ma, con tattica opportuna e saggia, è mosso alla conquista per mezzo del noyautage nei Sindacati sovversivi [oggi diremmo “anticoncertativi”] esistenti».

Un aspetto minore ma interessante emerge a tal proposito da questo periodo: «Anche i Sindacati cattolici, pure mancando naturalmente di questo contenuto programmatico di carattere rivoluzionario, seguono nella loro attività quotidiana una tattica schiettamente classista la quale assume a volte aspetti veramente rivoluzionari: le lotte eroiche dei contadini cremonesi guidati dal deputato popolare Miglioli che giunsero fino all’occupazione armata delle terre ed alla costituzione di specie di Soviet rurali ne sono un esempio, ammirevole e recente». Ciò che dimostra quanto sia erroneo valutare l’approccio verso un sindacato sulla sola base della appartenenza politica della sua dirigenza. Un esempio simile recente è stato quello della AMCU, il sindacato dei minatori in Sud Africa, nato in reazione al tradimento del NUM, che condusse nel 2012 l’eroico sciopero dei minatori di Marikana, e il cui capo è un pastore cristiano.

Infine l’articolo mostra un trapasso storico fondamentale: quello dal sindacalismo di classe al sindacalismo di regime. In Italia ciò avvenne attraverso la distruzione delle organizzazioni sindacali di classe e la loro sostituzione con il sindacato di Stato per mano del fascismo. Questo perché la frazione sindacale comunista era troppo forte e minacciava il controllo dei socialdemocratici sulla CGdL. In altri paesi, dove questo controllo era più saldo, alla borghesia non fu necessario procedere alla distruzione dei sindacati esistenti, dato che furono le loro stesse dirigenze a trasformali in sindacati di regime.

L’articolo spiega appunto la natura del “Sindacalismo fascista”, come dal suo titolo. L’elemento centrale è tutto in questa frase: «Il programma dei Sindacati Nazionali Fascisti è basato sulla collaborazione di classe: gli interessi dei lavoratori devono essere subordinati agli interessi superiori della patria (...) il proletariato è così incatenato allo stato borghese». Altri termini contribuiscono ad indicare le differenze fra sindacalismo di classe e di regime: «Sostituire le bandiere tricolore alle bandiere rosse (...) “lega patriottica”, “sindacati nazionali”».

È nostra peculiare tesi di partito che il fascismo è stato sconfitto sul piano militare ma ha trionfato sul piano politico. La CGIL, ricostituita “dall’alto” col Patto di Roma del 1944, fece proprio il principio di subordinazione degli interessi della classe operaia a quelli superiori della Patria. Non può dirsi un sindacato di Stato ma è stata fin da allora un sindacato di regime. Anche nel simbolo, il tricolore è stato affiancato alla bandiera rossa.


Il Sindacalismo Fascista
Rassegna Comunista” del 31 ottobre 1922

L’offensiva fascista ha avuto inizio nelle vaste province agricole della valle del Po: L’Emilia fu infatti la prima provincia conquistata e sottomessa. Ivi le organizzazioni di classe avevano raggiunto il più grande sviluppo, e si può affermare con sicurezza che la percentuale degli organizzati vi raggiungeva il 100%.

Questo meraviglioso sviluppo sindacale aveva origini antiche, esso influenzava fortemente anche la produzione. Gli uffici di collocamento e di distribuzione della mano d’opera, le cooperative agricole, il lavoro collettivo, le cooperative di produzione e di consumo avevano infatti imposto un ritmo nuovo a tutta la vita sociale della regione.

Ma il proletariato aveva un punto debole e vulnerabile: la grande dispersione delle sue forze nelle campagne e nei villaggi. L’offensiva fascista colpendo successivamente i diversi centri di organizzazione proletaria non durò molta fatica a vincerli. Nello spazio di pochi mesi le leghe contadine e le cooperative furono distrutte, e l’assassinio e gli incendi garantirono il successo completo della reazione.

Ma, distrutta l’antica organizzazione delle masse operaie, il fascismo vincitore si trovò in presenza di una vita sociale complessa, di una organizzazione del lavoro, dei trasporti, del commercio, degli scambi, del reclutamento e della ripartizione della mano d’opera che poneva delle questioni numerose e difficili a risolversi. Era stato molto più agevole sostituire sui comuni le bandiere tricolore alle bandiere rosse e ridurre in cenere le case del popolo; ma non si poteva egualmente modificare la situazione reale senza attentare gravemente agli interessi dei proprietari che vi si erano adattati.

Quando nel 1921 i fascisti, non avendo ancora compreso il rapporto necessario tra la produzione e l’organizzazione sindacale, distrussero i locali operai e assassinarono i più noti militanti, i proprietari fondiari si trovarono danneggiati dalla distruzione della vita sindacale. L’agricoltura ne sentì gli effetti dannosi, furono perduti dei prodotti, tutto un meccanismo finanziario perse il suo equilibrio. La miseria generale che ne risultò indebolì invero più ancora i lavoratori che i proprietari, ciò che consolò un poco questi ultimi.

Ma per impedire il rinnovarsi di simili contraccolpi, il fascismo si è dato un programma sindacale tendente a conservare l’organizzazione della mano d’opera, dominandola, ben inteso. Non si avrà che una cosa sola di mutato: l’organizzazione operaia servirà gli interessi dei padroni.

Ecco come si è iniziato il lavoro per la creazione del sindacalismo-fascista. In tutte le località i fascisti, che non erano altri che i proprietari di terre, hanno imposto con la forza l’adesione alla nuova lega contadina costituita coattivamente. I contadini restii alla persuasione, furono uccisi a dozzine. In alcuni luoghi dove i fascisti si mostravano incapaci o ignoranti in materia di organizzazione tecnica del lavoro, essi forzarono il segretario della Lega rossa disciolta, sotto la minaccia di morte o del bando dal paese, di impiegarsi nella loro lega patriottica. Con questi mezzi in alcune province agricole si è ricostituita tutta una intera organizzazione sindacale.

Ma dell’antica essa non ha conservato che il nome, essendo divenuta uno strumento di dominio della classe padronale che con la fame ed il terrore aspira a militarizzare il lavoro. Il sindacato fascista è in realtà una armata formata con l’arruolamento obbligatorio e che si distingue dal partito fascista per il fatto che quest’ultimo costituisce un’armata di volontari. Nelle province di Ferrara e di Rovigo, per esempio, è materialmente impossibile non affiliarsi al sindacato fascista; perché significherebbe la perdita di ogni possibilità di lavoro, e la massa operaia dopo alcuni mesi di esitazione vi è costretta.

L’effetto immediato di questo cambiamento di direzione e di programma dei sindacati ricostituiti sotto l’egida del fascismo è stata una diminuzione sensibile e generale dei salari e un aumento della disoccupazione, dovuta, questa, all’abolizione del “perticato” che imponeva ai proprietari l’impiego di un minimo di giornalieri per una superficie determinata di terra coltivata (pertica).

L’esistenza di un potente centro sindacale, militarmente inquadrato e disciplinato col terrore, offre al fascismo delle province non ancora completamente conquistate grandi possibilità di azioni strategiche. Meglio, i sindacati fascisti costituiscono una riserva di materiale umano. Infatti, per esempio, i contadini del Ferrarese, ridotti ad una vera schiavitù, sono importati (questa espressione commerciale è la sola indicata) nella provincia di Bologna, per spezzarvi gli scioperi e combattervi le organizzazioni rurali resistenti ancora dopo due anni a tutte le violenze. (Si cerca attualmente di vincerle con la disoccupazione e la fame).

I sindacati fascisti compiono il loro reclutamento soprattutto nelle campagne. Fra gli operai i fascisti non sono riusciti a raggruppare degli effettivi neppure mediocri. Queste affermazioni sono rese evidenti dalle statistiche ufficiali dei sindacati nazionali.

Corporazioni (sindacati) nazionali: 9; sindacati locali: 2.126; effettivi: 458.284; dei quali: 277.084 nei sindacati agricoli; 72.000 nei sindacati industriali; 31.000 impiegati di commercio; restano 78.000 organizzati ripartiti fra le altre sei corporazioni (sindacati).

Nei sindacati agricoli 45.000 iscritti circa appartengono alla federazione di Ferrara e 25.568 a quella di Rovigo; cosicché in due province sole, sulle 76 che conta l’Italia, si trova il sesto di tutta la forza sindacale del fascismo.

Queste cifre sono vecchie di tre mesi e dobbiamo aggiungere che le ultime grandi offensive militari della reazione fascista hanno provocato una affluenza di nuovi iscritti nei sindacati nazionali.

Il grosso degli effettivi degli operai aderenti ai sindacati fascisti è formato di salariati dipendenti dalle amministrazioni pubbliche, ferrovie e telegrafi specialmente.

Nell’industria queste organizzazioni gialle rispondono a necessità tattiche diverse da quelle dell’agricoltura. Nessuna grande città industriale è stata veramente conquistata dal fascismo, che ha potuto compiere nei centri operai azioni militari in grande stile accompagnati da massacri e distruzioni sistematiche, ma non vi si è potuto installare come dominatore armato per ragioni sia materiali che psicologiche. Si può dire che il fascismo non pretende infine di installarsi nelle città e si contenta di seminarvi il panico nella classe operaia.

Nelle grandi città industriali non si è verificato il fenomeno dell’assorbimento dei sindacati rossi nei sindacati fascisti. Il reclutamento di questi ultimi, è stato, al contrario minimo.

Così come sono, però, i ridicoli sindacati nazionali servono agli industriali per pretendere di sostituirli alle vere organizzazioni operaie e per legittimare ogni rinunzia proletaria. Lo Stato ha accordato al sindacato dei ferrovieri ed a quello dei postelegrafonici fascisti, malgrado il numero insignificante dei loro aderenti, una rappresentanza uguale a quella delle potenti organizzazioni rosse, in tutti i comitati e in tutte le commissioni. In caso di sciopero, il sindacato fascista serve a garantire un servizio ridotto.

Inoltre i fascisti organizzati adempiono nelle fabbriche e nelle officine al compito di delatori, di poliziotti, per il quale sono ricompensati con privilegi e favori. Malgrado le promesse di vantaggi fatte dalla reazione agli operai aderenti ai sindacati fascisti è certo che esse non riusciranno mai a prendere una consistenza reale.

Un aumento notevole degli effettivi sindacali fascisti s’è avuta nel dominio del lavoro non qualificato. Per esempio, presso i lavoratori dei porti, presso tutti gli scaricanti organizzati di preferenza sotto forma di Cooperativa di Lavoro. Questo spostamento di forze s’è prodotto ad Ancona, Venezia, Genova, Savona in seguito alle grandi offensive fasciste, tentando i lavoratori di salvare dalla distruzione il patrimonio materiale delle loro Cooperative (i mobili, macchine, mutualità).

Ma tutte le volte che in queste città la massa irreggimentata sotto le bandiere del fascismo ha l’occasione di manifestare il suo pensiero, lo spirito della lotta di classe prevale. Lo si è visto a Genova in quest’ultimi giorni nelle elezioni dei rappresentanti operai alla commissione di riorganizzazione della Società del Porto, sciolta dai fascisti; ivi la lista rossa, ebbe l’unanimità dei voti.

Il programma dei Sindacati Nazionali Fascisti è basato sulla collaborazione di classe: gli interessi dei lavoratori devono essere subordinati agli interessi superiori della patria, vale a dire della prosperità industriale e commerciale; a questo principio se ne aggiunge un altro, nazionalista, che si oppone allo stabilirsi delle relazioni internazionali: il proletariato è così incatenato allo Stato borghese.

Nella pratica il sindacalismo fascista sottoscrive a tutte le pretensioni padronali, giustificate dall’interesse della ricostruzione economica, condanna gli scioperi generali nei servizi pubblici e sostituisce la bandiera tricolore alla bandiera rossa, abolisce la festa del I Maggio, sostituendola colla festa del Natale di Roma (21 aprile), si rifiuta di aderire ad alcuna internazionale. Al principio dell’unità di classe è sostituito il principio corporativo, che divide il proletariato in gruppi e categorie.

La nostra pratica quotidiana, c’insegna che il fascismo impone ai suoi Sindacati la volontà della borghesia con una volontà di ferro. Che non ci si lasci ingannare da episodi isolati nei quali si può notare soltanto la manifestazione di uno spirito di classe incosciente, quali il grande sciopero del I Maggio a Ferrara, l’uso della violenza contro gli agrari nella provincia di Siena, l’occupazione di qualche fabbrica in seguito a dei litigi. Questi son fatti isolati rarissimi, con l’aiuto dei quali i fascisti han cercato di risolvere qualche situazione locale critica attirandosi effimere simpatie delle masse lavoratrici.

Non si può parlare di crisi del fascismo, né invocare a questo proposito l’apparizione della lotta di classe nel suo seno in seguito all’adesione a questi sindacati delle masse lavoratrici. Non se ne può parlare perché queste adesioni, imposte con la violenza a salariati tenuti nella schiavitù, sotto pena di morte, vengono da un partito formato in grandissima maggioranza da elementi borghesi. Il giorno in cui il Partito fascista vedrà sfuggirsi i sindacati non esiterà del resto a sbarazzarsene. Finché vi saranno dei sindacati fascisti essi saranno rigorosamente dominati dal Partito. Il giorno in cui le masse operaie avranno ripreso forza, s’inquadreranno nei sindacati rossi e la masnada dei codardi che si sarà schierata sotto le bandiere degli schiavisti non conterà più niente nel destino del proletariato in lotta.

Fine al prossimo numero

  

 

 

 

 

  
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Assalgono gli imperialismi il Venezuela
Ma la classe lavoratrice non si schiererà con nessuno di loro

È uno scontro di forze quello a cui oggi assistiamo in Venezuela, quando il governo degli Stati Uniti minaccia l’invasione, istituisce un governo parallelo e applica l’assedio economico, compiendo gli stessi passi fatti in Libia. Non si tratta affatto dello scontro fra capitalismo e socialismo, fra imperialismo ed antimperialismo o fra democrazia e dittatura, che la rete mediatica presenta alle masse. È uno scontro tra fazioni borghesi, ma soprattutto fra potenze imperialistiche che si disputano il controllo delle materie prime, principalmente il petrolio, e la difesa dei capitali investiti.


Le forze in campo

Le potenze imperialiste che hanno interessi in Venezuela e che muovono i fili delle marionette e dei movimenti pro-governo e pro-opposizione, sono principalmente gli Stati Uniti da un lato e la Russia e la Cina dall’altro; ognuno con la sua schiera di Stati alleati. Gli Usa hanno avuto nel Venezuela un fornitore sicuro di petrolio, un’industria, un’agricoltura e un mercato dipendente e consumatore dei suoi prodotti e governi sempre sottomessi politicamente ai suoi progetti.

Quando il nazionalismo chavista, venti anni fa, prese il controllo del governo, sotto il motto di “unità fra civili ed esercito”, pose le gerarchie militari dei diversi gradi non solo alla direzione delle istituzioni statali ma anche come imprenditori economici nelle grandi aziende.

Mantenne gli affari con le multinazionali dell’America del Nord. Ma aprì anche le porte ai capitali di altri potenti capitalismi, Cina e Russia per prime, in modo da non dover dipendere da un solo polo imperialista. Oggi continua a essere un partner delle multinazionali nordamericane, ma gli investimenti di capitale di Cina e Russia sono cresciuti in modo significativo.

Sebbene il presidente Donald Trump abbia appoggiato l’oppositore Guaidó e imposto sanzioni a Maduro e al suo governo, gli Stati Uniti rimangono il maggior cliente di petrolio del Venezuela. Nessuna di queste potenze è disposta a mettere a rischio i propri investimenti. In particolare per gli USA il controllo del petrolio venezuelano ha una grande importanza strategica, oltre alle risorse disponibili di oro, ferro, diamanti, coltan, minerali radioattivi, ecc. Il Venezuela è una torta piena di materie prime di cui le diverse potenze imperialiste vogliono una fetta.

La Russia ha iniettato più di 17 miliardi di dollari e negli ultimi venti anni è diventata il partner commerciale più importante del Venezuela nella cintura petrolifera dell’Orinoco. La compagnia petrolifera statale russa Rosneft ha un preciso interesse a difendere il governo di Maduro e diverse joint venture fra Russia e Venezuela operano nella cintura dell’Orinoco: Petro Monagas, Petro Miranda, Petro Victoria, Petro Perija e Boqueron. Nel 2017 la compagnia russa Rosneft ha firmato un nuovo accordo per espandere le sue attività e ha un progetto sul gas nella penisola di Paria, nello stato di Sucre. Negli ultimi 15 anni la Russia ha firmato più di 260 accordi commerciali in varie aree comprendenti petrolio e miniere, agricoltura turismo e sanità. Nel dicembre del 2018 Putin aveva promesso gli ultimi 6 miliardi di dollari in derrate alimentari, in cambio di più di 600.000 tonnellate di grano.

Nel dicembre del 2016 Rosneft acquisì quasi il 50% di Citgo, compagnia petrolifera di proprietà del gigante energetico venezuelano la PDVSA ma che ha sede sul territorio degli Stati Uniti, come garanzia per un prestito di 1.5 miliardi di dollari al governo di Maduro. Assumendo il controllo di Citgo gli Usa hanno messo a rischio gli interessi russi.

La Russia ha sviluppato anche una cooperazione militare con il Venezuela: durante la crisi in corso, nel dicembre 2018, bombardieri russi, capaci di trasportare armamenti nucleari, sono volati in territorio venezuelano per partecipare a esercitazioni militari congiunte.

La Cina è il più grande creditore del Venezuela. Dal 2007 al 2016 le banche statali cinesi gli hanno concesso 17 prestiti per un totale di 62,2 miliardi di dollari, il massimo concesso ad ogni altro paese latino americano. Dal 2005 al 2015 le aziende cinesi hanno investito in progetti complessivamente 19,15 miliardi di dollari, secondo le stime dell’American Enterprise Institute, istituto di ricerca di politica pubblica con sede a Washington DC. Le cifre mostrano che successivamente la Cina ha ridotto gli investimenti, anche per il fatto che la capacità di pagamento del Venezuela è andata via via riducendosi parallelamente al calo della produzione di petrolio. Dal 2016 al 2018 la Cina ha aggiunto solo 1,48 miliardi di dollari ai suoi investimenti in loco.

È da sottolineare in questa congiuntura la presenza della Turchia. Il Venezuela vi esporta oro, la Turchia esporta derrate e altri prodotti in Venezuela. Le relazioni con la Turchia servono da contrappeso alla perdita di alleati come l’Argentina e il Brasile. Inoltre la Turchia partecipa al Consiglio di Sicurezza dell’Onu dove può appoggiare il governo venezuelano.

Ma se questi Stati hanno “teso la mano” al governo venezuelano, ciò ha significato l’aumento dell’indebitamento e garanzie di scambi commerciali, che finiranno per aumentare la relativa subordinazione del Venezuela.

Per altro tutto questo ha rappresentato anche una penetrazione di capitali concorrenti nel cortile di casa degli Usa.

Le diverse fazioni borghesi interne che si combattono per il controllo del governo e degli altri poteri dello Stato sono chiaramente accodate alle potenze imperialiste in lizza. Essere al governo dà accesso al controllo della rendita petrolifera, degli scambi commerciali, delle commissioni e della corruzione. Per questo ogni frazione del grande capitale è circondata dagli strati della piccola borghesia, settori dell’esercito, burocratici, partiti e movimenti politici e sindacali, che si disputano l’accesso a benefici e vantaggi.

I partiti e i movimenti politici che influenzano le masse e dicono scontrarsi da sinistra e da destra, socialisti e capitalisti, sono entrambi borghesi, difendono la proprietà privata, la produzione di merci e lo sfruttamento del lavoro salariato.

Altri movimenti che non confluiscono nel fronte governativo o dell’opposizione, fino a metterli in discussione e respingerli come borghesi, finiscono per proporre al proletariato solo le opzioni opportuniste e democratiche di una “terza via”.

La classe operaia e gli strati sfruttati, come i contadini poveri, sono influenzati dalle posizioni opportuniste di uno o dell’altro fronte per la conciliazione nazionale, per la difesa del Paese, e si cerca di farli partecipare a quella contesa come fosse la loro lotta di classe. I lavoratori hanno iniziato a muoversi per le loro rivendicazioni, ma ancora non sono pronti al salto verso un sindacalismo di base combattivo che si mantenga fuori dalle diatribe interborghesi. Per questo movimenti di lotta come quello dei contadini poveri restano all’interno della politica grande-borghese, seppure mascherata da “socialista”.


Sanzioni e rapina

Sotto la guida degli Stati Uniti è stata imposta una serie di sanzioni economiche al fine di costringere ad un cambiamento di governo.

Peggiorando il “rischio paese” si è reso più costoso e difficile l’accesso ai finanziamenti internazionali. Vi è stato un intervento delle agenzie di rating contro il Venezuela. Limitazioni sulle transazioni monetarie impediscono ai cittadini degli USA e a chi vi risiede di fare transazioni con ogni tipo di valuta digitale emessa da o per conto del governo del Venezuela, incluso il Petro. Si è forzato il blocco o la chiusura dei conti correnti, con la cancellazione unilaterale di contratti bancari di interscambio, limitazioni e interruzioni delle operazioni bancarie internazionali, chiusure di conti correnti alla City Bank, Comerzbank, Deutsche Bank e altre.

Ostacoli giuridici e amministrativi negli organismi e istituzioni internazionali ritardano o impediscono il pagamento delle quote o non consentono l’accesso al credito. A questo partecipano istituzioni e organismi multilaterali come l’IDB, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, il CAF e altri.

Sono stati bloccati dei beni e delle attività finanziarie di capitali, società e filiali legate al Venezuela. Bloccate le attività di società di proprietà statale come PDVSA e altre banche e istituzioni. La banca d’Inghilterra ha rifiutato di consegnare 14 tonnellate di oro del governo venezuelano del valore di 550 milioni di dollari.

Vi sono limitazioni o negazione delle transazioni finanziarie di intermediazione da parte di banche internazionali da o verso il Venezuela in valute diverse dal dollaro Usa. Ostacoli amministrativi ritardano le operazioni finanziarie da parte delle banche internazionali, senza alcuna garanzia dell’esecuzione effettiva. Sono applicate multe milionarie alle banche che forniscono servizi di corrispondenza e intermediazione. Queste multe generano incertezza limitando le relazioni e l’apertura di nuovi conti.

È stato sospeso il visto nordamericano ad alcuni funzionari del governo e ai loro familiari. Altri paesi hanno intrapreso azioni similari. Sono stati resi indisponibili merci e beni che funzionari venezuelani, familiari o loro prestanome posseggano in territorio nordamericano.

Tutti questi provvedimenti, miranti al blocco finanziario e all’assedio economico del Venezuela, sono stati accompagnati con azioni comuni di rapina e pirateria.

In questo saccheggio sono coinvolti gli avidi politici dell’opposizione che aspirano alla loro razione dagli avanzi del bottino.

La burocrazia civile-militare invece si è vista toccata nei punti sensibili dei suoi traffici e meccanismi di corruzione e si atteggia a difesa della patria, conto il blocco e l’invasione imperialista. L’ambasciatore venezuelano all’Onu ha denunciato il furto di 30 miliardi di dollari da parte del governo statunitense a scapito del Venezuela al fine di esasperare la situazione sociale e preparare l’intervento militare. «Stanno facendo una massiccia rapina contro il popolo del Venezuela per giustificare una invasione». Aggiungendo che «l’Organizzazione degli Stati Americani ha spianato sempre la strada ai peggiori interventi».


Rumor di spade

A livello internazionale il governo Usa ha posto sul tavolo la possibilità della invasione militare, il disconoscimento del governo di Nicolas Maduro e il riconoscimento di quello dell’auto-proclamato Juan Guaidó. Con gli Usa si sono allineati i governi del cosiddetto Gruppo di Lima (Colombia, Brasile, Argentina, Ecuador, Cile) e alcuni della Comunità Europea (Francia, Spagna, Germania), anche se le Nazioni Unite e il Consiglio di Sicurezza riconoscono solo il governo di Nicolas Maduro.

Per aumentare la pressione il governo Usa ha offerto degli “aiuti umanitari”, ma la Croce Rossa in Colombia ha dichiarato che non erano tali. “L’aiuto umanitario”, con o senza il sostegno delle Nazioni Unite, è ormai un trucco ben noto per infiltrazioni militari aperte o nascoste e in questo gli Usa hanno una lunga tradizione.

Ma le principali armi utilizzate in questo scontro sono i messaggi attraverso le reti sociali, volti a creare l’attesa di una imminente invasione americana, appoggiata dagli eserciti di Colombia e Brasile. In particolare il governo colombiano, dove gli Usa hanno basi militari, si è mostrato molto aggressivo.

La Cina e la Russia si sono mosse sul piano diplomatico all’Onu e al Consiglio di Sicurezza, opponendosi all’intervento degli Usa e si sono mostrate apertamente a sostegno del Venezuela e contro gli Stati Uniti.

Ma il governo nordamericano non ha ottenuto il sostegno del suo parlamento per l’intervento militare e non è riuscito nel pubblicizzato “aiuto umanitario”.

In Venezuela l’opposizione, seppure divisa, è apertamente pro-imperialista. È riuscita a recuperare nelle mobilitazioni di strada, ma senza riuscire a destabilizzare il governo. Le manifestazioni del chavismo, seppure gonfiate con la mobilitazione di folle tramite il suo controllo sociale, il populismo e la demagogia, non sono cresciute di seguito fra il 23 di gennaio e il 23 di febbraio.

In particolare il 23 febbraio gli oppositori, con l’appoggio di Washington e dei governi di Colombia, Brasile, Cile, ecc., hanno organizzato a Cucuta lo show degli “aiuti umanitari”, compreso un concerto di musica, alimentando l’aspettativa mediatica per l’azione militare. Il governo venezuelano non ha esitato a montare il suo di spettacolo di qua del confine. Ma il bilancio del 23 febbraio non è andato oltre a meschine schermaglie, mobilitazioni dei sostenitori del governo e bombardamento di notizie false da ambo le parti in rete.

Queste mobilitazioni di strada non hanno messo in difficoltà il governo. Il chavismo, fino a quando l’equilibrio delle forze internazionali impedirà l’intervento militare, rafforzato con l’appoggio di Russia e Cina, ha iniziato anch’esso a congelare i conti bancari e a vietare l’uscita dal paese dei designati da Guaidó a dirigere PDVSA e Citgo e dei rappresentanti di paesi e organismi internazionali. Ha anche annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche e di ogni altro tipo con il governo colombiano.

Per contro nella Citgo è entrato in carica il nuovo consiglio di amministrazione nominato da Guaidó.

Intanto Guaidó in territorio colombiano ha stretto contatti con la “comunità internazionale” per sollecitare, discretamente, un intervento militare, ma non ha avuto successo. Il governo nordamericano ha annunciato l’inasprimento delle sanzioni economiche e della pressione internazionale dopo che la Russia e la Cina hanno posto il veto alla proposta di intervento davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu.


Difesa della patria” per scongiurare la lotta di classe

L’effetto politico più rilevante di tutte queste polemiche è il soffocamento delle lotte della classe operaia, che rimane confusa dall’offensiva mediatica degli opposti fronti borghesi. Il chavismo ha colto l’opportunità offerta dal governo Usa con la minaccia militare per rafforzare la propaganda per la “difesa della patria”. La situazione è stata anche utilizzata dal governo per eliminare il controllo sui cambi, svalutare la moneta, eliminare sussidi e liberare i prezzi per una ingente quantità di beni e servizi.

I fronti politici del governo e dell’opposizione chiamano alla mobilitazione di strada e a stravaganti iniziative, riducendo così gli spazi per la lotta indipendente dei salariati.

Naturalmente i sindacati di regime fanno la loro parte spingendo i lavoratori a marciare dietro uno dei fronti borghesi e rifiutando qualsiasi iniziativa di lotta per aumenti salariali, per la riduzione della giornata lavorativa o per il miglioramento delle condizioni e dell’ambiente di lavoro. Ogni lotta rivendicativa è deviata verso “la difesa della patria” e a “resistere all’imperialismo”, oppure per “liberarci da Maduro” e sostenere l’autonominato presidente “con il sostegno americano”. In realtà la difesa della patria è sempre la difesa del mercato e delle condizioni più favorevoli allo sfruttamento del lavoro per l’estrazione di plusvalore.


La trattativa possibile

Gli scontri interborghesi in Venezuela non sono che la continuazione delle violenze del 2017 e delle elezioni anticipate del maggio 2018, riconosciute come truccate dagli stessi Stati che oggi appoggiano Guaidó e che minacciano l’intervento militare e offrono “aiuti umanitari”.

Tutto il clima mediatico eccita le emozioni su una imminente invasione Usa, ma per ora non si tratta che di un nuovo capitolo nel confronto sul doppio fronte borghese e imperialista. Se i due schieramenti dichiarano al pubblico che le loro posizioni sono inconciliabili, un video diffuso li ha smascherati mostrando Guaidó ad un incontro con il vicepresidente del PSUV, Diodato Cabello. Il dialogo fra opposizione e governo è infatti costante. E Maduro non perde occasione per chiedere un incontro con Trump: nonostante i litigi nei media e nonostante la rottura delle relazioni diplomatiche una rappresentanza del governo venezuelano si incontra costantemente con l’inviato speciale degli Usa Elliot Abrams. Tutto indica che è in corso una trattativa.

C’è chi nel campo opportunista propone una soluzione intermedia, invita al dialogo e ad indire un referendum che dia nuova legittimità ai poteri dello Stato. Su questo verterà l’agenda pubblica dei negoziati. Quella occulta si occuperà della spartizione delle materie prime e del mercanteggio fra gli imperialismi e le fazioni borghesi interne.

Il governo si proclama deciso a scontrarsi con l’imperialismo, ma lascia Juan Guaidó in libertà, nonostante lo dichiari un agente al servizio dell’invasore.

Ma non si può escludere la possibilità di un colpo di Stato dei militari, guidato dagli Usa, che lascerebbe il posto a un governo di transizione, con la spartizione di quote di potere per ogni banda.


Il commercio delle illusioni

La soluzione politica pubblicizzata nei media, in tutte le sue varianti, è la soluzione borghese, un compromesso fra le fazioni borghesi e imperialiste per dividersi il mercato e soprattutto le materie prime. La soluzione politica del proletariato è estranea alla formula della democrazia borghese e si fonda sulla ripresa della lotta di classe.

Tutte le fazioni opportuniste che oggi si scontrano spacciano l’illusione che le masse usciranno dal martirio della fame, dalle malattie, dalla disoccupazione e dalla guerra senza rompere con la società capitalista.

Il proletariato rivoluzionario anche sotto queste minacce non solleva il vuoto slogan della “difesa della pace”. Il proletariato comunista sa che può solo convertire le guerre imperialiste, le guerre fra Stati capitalisti, in guerre rivoluzionarie per la presa del potere. O la rivoluzione proletaria ferma la guerra o la guerra imperialista scatenerà la rivoluzione. Sempre e quando il proletariato possa contare su di una direzione rivoluzionaria in stretto contatto con una rete di sindacati di classe.

La rottura con gli opportunisti, con l’elettoralismo e con i sindacati di regime, si presenterà con la ripresa della lotta di classe, ponendosi la necessità della ricostruzione di quella cinghia di trasmissione che la collega alla direzione rivoluzionaria del partito comunista internazionale.

 

 

 

  


Scesi in piazza gli algerini
Per adesso in “difesa della democrazia”

In Algeria a partire da fine febbraio lo svolgersi di manifestazioni di piazza, cui hanno partecipato in milioni, sembra essere il preludio di nuova instabilità politica e sociale dagli esiti ancora incerti.

A scatenare il malcontento è apparentemente stata la decisione dell’anziano presidente Abdelaziz Bouteflika di correre per un quinto mandato. Costretto su una sedia a rotelle da un ictus che lo ha colpito nel 2013, Bouteflika da sei anni compare assai raramente: non è difficile immaginare lo sdegno di strati sociali insofferenti dell’immobilismo di un ceto politico corrotto e incapace. Per questo le imponenti manifestazioni di piazza hanno preso di mira solo la corruzione e l’inefficienza dei governanti.

Ad egemonizzare il movimento restano al momento le mezze classi, gli strati intellettuali e gli studenti, naturalmente portati a dare un carattere interclassista alla mobilitazione delle masse, e l’esercito e la polizia, paiono appoggiare il movimento.

Delle fragili istituzioni sono uscite dalla guerra interna durata per tutti gli anni ‘90 che ha contrapposto l’islamismo radicale alla compagine statale guidata dal Fronte di Liberazione Nazionale, arbitro indiscusso della vita politica algerina dal 1962, anno dell’indipendenza dalla Francia. La sconfitta definitiva e con la forza degli islamisti del Fronte Islamico di Salvezza nel 2002, dopo un colpo di Stato e una guerra che in 11 anni ha provocato 150.000 morti, non ha portato ad un sostanziale rafforzamento e un recupero di autorità del partito al governo, che ha dovuto delegare sempre più il potere all’esercito.

Il movimento di protesta non si è placato dopo che Bouteflika ha annunciato il ritiro dalla competizione elettorale. Nonostante le caratteristiche interclassiste del movimento si segnalano numerosi scioperi dei lavoratori delle principali aziende del paese, fra cui l’industria automobilistica SNVI di Rouiba, la compagnia del gas Sonelgas di Annaba e Algeri, la compagnia petrolifera Sonatrach (tutte di proprietà statale), e i lavoratori degli stabilimenti di Bejaia del gruppo privato Cevital.

Il proletariato è ancora incapace di imporre al movimento le proprie rivendicazioni di classe. Eppure i lavoratori avrebbero buone ragioni di lottare per i propri interessi a causa dei sacrifici che devono subire in conseguenza del deterioramento della situazione economica. Il paradosso dell’Algeria è che, per quanto l’industria del petrolio vi abbia un ruolo centrale, le esportazioni sono quasi la metà di un decennio fa e l’estrazione, caso unico, è al di sotto delle quote assegnate dal cartello dell’Opec. Ciononostante gli idrocarburi, le cui riserve si assottigliano (20 anni per il petrolio, 50 anni per il gas), rappresentano ancora il 97% delle esportazioni e un terzo del PIL del paese. Con la crisi mondiale del 2008 e il ribasso del prezzo del petrolio degli ultimi anni, le entrate sono scese da 75 miliardi di dollari del 2007 a 24 del 2017, mentre le riserve valutarie si sono più che dimezzate per sostenere importazioni vitali per la popolazione di un paese ben lontano dall’autosufficienza alimentare.

Questa situazione ha portato l’Algeria sull’orlo della bancarotta e ha imposto al governo il taglio del 25% dei sussidi sociali, facendo venire meno uno degli strumenti con cui la borghesia algerina aveva mantenuto la pace sociale.

Proprio per il timore che i lavoratori algerini finiscano per rifiutare il minestrone ideologico interclassista proposto dall’opposizione borghese e fatto di “lotta alla corruzione”, di “interessi generali della nazione“ e di sdegno per la democrazia violata dal presidente-dittatore, il 26 marzo l’esercito è intervenuto direttamente nell’agone politico. Il capo dell’Esercito Nazionale Popolare, il generale di corpo d’armata Ahmed Gaid Salah, benché fosse stato nominato al suo posto proprio da Bouteflika nel 2004, ha fatto appello all’articolo 102 della Costituzione che prevede l’”impedimento” del Capo dello Stato.

Per giustificare il suo intervento, il generale ha fatto ricorso proprio ai rischi per la sicurezza interna che potrebbero derivare da un ulteriore rinvio delle elezioni. Finora le manifestazioni sono rimaste pacifiche – ha detto – ma la situazione potrebbe cambiare rapidamente, «le manifestazioni potrebbero essere strumentalizzate da forze nemiche interne od esterne». In questo modo l’esercito cerca di gestire dall’alto la successione di Bouteflika, mantenendola all’interno dell’attuale struttura di potere.

Le classi dominanti algerine cercano così di mettersi al riparo dalla ripresa di quel movimento di classe del proletariato che rappresenta l’implacabile nemico dei loro privilegi e del loro potere.

 

 

 

 

 
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Kashmir
Focolai di guerra per distogliere le masse proletarie

Il 14 febbraio, nello Stato dello Jammu e Kashmir, il più settentrionale dell’India, storicamente conteso da India e Pakistan, 46 paramilitari indiani sono morti in un bus colpito da un veicolo carico di esplosivo. L’attentato, uno dei più sanguinosi nella regione, è stato compiuto con tutta probabilità, da un miliziano di Jaish-e-Mohammed (JeM), l’Esercito di Maometto, un gruppo terroristico vicino al movimento talebano e ad Al-Qaeda, attivo da circa 20 anni e responsabile di diversi attacchi: tra i principali quello al Parlamento indiano nel luglio 2001 ed in Punjab alla base aerea di Pathankot nel 2016.

Come sempre accade il governatore indiano del Kashmir ha accusato il Pakistan di responsabilità nell’attacco dato che il gruppo terrorista ha le sue basi nel paese. Nei giorni successivi in diverse città del Kashmir la folla ha preso d’assalto e dato alle fiamme case e negozi di musulmani, che pure sono la maggioranza nello Stato; episodi particolarmente gravi nella provincia dello Jammu, dove la maggioranza della popolazione è induista.

Lo Stato indiano ha voluto attuare una rappresaglia. Alle prime ore del 26 febbraio 12 aerei da caccia, ampiamente superata la Linea di Controllo, avrebbero bombardato alcuni campi di addestramento per gruppi terroristi nella provincia pachistana di Khyber Pakhtunkhwa a Balakot, nel Kashmir pakistano. Delhi ha giustificato l’azione militare per scongiurare un “piano imminente” di nuovi attacchi e ha dichiarato di aver ucciso centinaia di terroristi.

In un primo tempo il portavoce delle forze armate pakistane ha ridimensionato la notizia: «L’aviazione pachistana è entrata in allarme, pronta a reagire. Gli aerei indiani sono immediatamente rientrati. Non ci sono state perdite di vite umane né danni». Ma qualche giorno dopo, in un clima di tensioni crescenti, l’aviazione pachistana avrebbe abbattuto due aerei militari indiani, entrati nuovamente nello spazio aereo pachistano e un pilota indiano è stato catturato. Il nuovo primo ministro pakistano, un ex giocatore di cricket, Imran Khan ha dichiarato «abbiamo voluto mostrare all’India che abbiamo le nostre capacità. Abbiamo abbattuto i loro aerei e abbiamo i loro piloti». Delhi sostiene invece che gli aerei coinvolti nello scontro sono effettivamente due, ma che uno sarebbe un velivolo pachistano a sua volta abbattuto dalla contraerea indiana. Il pilota indiano è stato liberato qualche giorno dopo come segno di distensione da parte del Pakistan ed è stato rispedito in patria dove, in un clima di forte patriottismo creato da tutti i media del regime, è stato accolto come un eroe.


L’indipendenza indo-pakistana ed il Kashmir

L’attentato terroristico e gli scontri che ne sono seguiti derivano dalla contesa sulla regione del Kashmir che ha avuto inizio con l’indipendenza dalla Gran Bretagna del subcontinente indiano, nell’agosto del 1947. La ex colonia inglese fu divisa allora in due Stati, col pretesto della differenza religiosa, dando origine all’India, a maggioranza indù, e al Pakistan (allora diviso tra Pakistan occidentale e Pakistan orientale, l’attuale Bangladesh) a maggioranza mussulmana.

Questa fu la scelta consapevole fatta dalle classi dominanti indiane e pakistane, in combutta con quella britannica, che voleva solo uscirne senza troppi problemi. Sia la borghesia indù sia quella musulmana erano state incapaci di organizzare un movimento rivoluzionario per liberarsi dal colonialismo: arrivate all’indipendenza troppo tardi e attraverso accordi e compromessi, erano reazionarie quanto la borghesia britannica. Per diverse ragioni, storiche ed economiche, impaurite dalle crescenti rivolte sociali nelle campagne, non seppero fare altro che difendere il loro potere alimentando l’odio su base etnico religioso, indù e sick da una parte, musulmani dall’altra, cercando così di dividere il movimento contadino, che in molti casi era riuscito a muoversi in modo unitario contro i proprietari fondiari.

Questi scontri intercomunitari assunsero dunque un carattere decisamente diverso da quelli degli anni prima dell’Indipendenza, che mai erano debordati dalla sfera religiosa. Le settimane che seguirono la dichiarazione dell’Indipendenza furono un bagno di sangue in regioni miste, come il Punjab ed il Bengala, che vennero divise fra l’India e il Pakistan. La partizione causò il più grande esodo forzato del ventesimo secolo: diversi milioni sfuggirono ai linciaggi ma circa un milione fu massacrato negli scontri tra le comunità religiose.

Il Kashmir, regione a maggioranza musulmana, nel 1947 era uno delle centinaia di quei piccoli staterelli semindipendenti, retti da un Principe ma di fatto gestiti dal Raj britannico. Storicamente la divisione di classe nella regione così si determinava: la maggior parte della popolazione era costituita da contadini musulmani poveri mentre i proprietari terrieri, molto agiati, erano prevalentemente indù. Nell’ottobre del 1947, due mesi dopo l’indipendenza, in una fase di stallo, alcune tribù provenienti da territori pakistani si unirono ad una rivolta contadina contro i proprietari terrieri indù ed il governo del sovrano, un Maharaja induista, incapace di fronteggiarla militarmente, si rivolse a Delhi che concesse il necessario appoggio di truppe per sopprimere la rivolta in cambio dell’adesione della regione alla nuova India, come Stato federato di Jammu e Kashmir.


Le guerre dopo l’indipendenza

Il Pakistan reagì e le tensioni tra i due Stati portarono al primo conflitto indo-pakistano. Questo terminò soltanto nel gennaio del 1949, dopo le mediazioni delle Nazioni Unite che assegnarono all’India i due terzi del territorio. Sebbene l’ONU avesse previsto un referendum da tenersi localmente, promesso anche dal primo ministro indiano Jawaharlal Nehru, questo non ebbe mai luogo.

L’accordo del 1949 non resse a lungo, già nel 1965 vi fu quella che viene nominata seconda guerra del Kashmir, quando il Pakistan, per dare forza ad una insurrezione popolare, provò ad infiltrare truppe paramilitari nella regione controllata dall’India. Il conflitto si concluse con la vittoria dell’India, che quindi mantenne tutto il territorio.

Tra l’aprile del 1984 e il novembre del 2003 avvennero nuovi scontri addirittura sul ghiacciaio Siachen, situato nella catena est del Karakorum, nelle montagne dell’Himalaya. In quest’area dove il confine tra le due nazioni non è ben definito, l’India occupò le vette montane e, respinti i contrattacchi pakistani, si assicurò il controllo di gran parte del ghiacciaio e dei passi nelle montagne del Saltoro.

Nel 1999 la regione del Kashmir fu teatro di nuove battaglie, più limitate, quando truppe pakistane sconfinarono ed occuparono il distretto indiano di Kargil, sempre nello Stato federato indiano dello Jammu e Kashmir. In questo caso intervennero gli Stati Uniti che non appoggiarono il Pakistan. Islamabad fu costretta a rispettare la “linea di controllo”. Il conflitto quindi non si è mai risolto.

Negli ultimi decenni vi sono stati altri scontri armati non meno significativi tra l’India e la Cina, e attualmente la regione è divisa in tre parti: la parte nord occidentale, il 35%, occupata dal Pakistan, la parte meridionale, il 45%, dall’India e la parte nordorientale, il 20%, dalla Cina.

Dal 1987 la popolazione del Kashmir, a maggioranza musulmana, è insorta ripetutamente contro il governo indiano in una guerriglia contro le forze speciali presenti nella regione. È nato un movimento per l’autonomia fiancheggiato ed appoggiato da diversi gruppi terroristi. Delhi accusa il Pakistan di fornire appoggio e logistica a questi gruppi.


La sporca politica borghese

È indubbio che le classi dominanti, del Pakistan come dell’India, sfruttano le contese territoriali soffiando sul nazionalismo e sul conflitto tra religioni per rafforzare i regimi all’interno, in un momento certamente molto critico, non solo per i problemi delle loro rispettive economie ma anche per lo scontro che si registra nell’area tra i due imperialismi maggiori, gli Stati Uniti e la Cina, che stanno mettendo in crisi i tradizionali schieramenti.

Il premier nazionalista indù Narendra Modi, in vista delle elezioni che si terranno a maggio, che potrebbero rivelarsi deludenti per il partito di governo, utilizza questa crisi per incamerare voti. Quest’ultimo attentato ha permesso al governo “di destra” di dispiegare un’azione militare, il cui esito ha poca importanza, per guadagnare consensi tra un elettorato ubriacato di sciovinismo. Ma anche l’opposizione di centro e “di sinistra” sfrutta appena può il fanatismo nazionalista: il Partito del Congresso, lo storico partito della borghesia indiana, ha negato la riuscita dell’attacco aereo contro i campi di addestramento; al che il presidente del Bharatiya Janata Party ha risposto che «chi non crede ai nostri militari sta aiutando il Pakistan».

Discorso equivalente per la classe dominante pakistana che ha potuto mostrare i muscoli dando in pasto all’opinione pubblica prima la cattura e poi il rilascio del pilota indiano. Tutto si è svolto attraverso i tempi dei media, pianificato e gestito a puntate, a cadenza giornaliera, come in una serie tv.

Ma non sono solo le questioni di politica interna a spingere i due governi a soffiare sul fuoco del militarismo. Islamabad è impantanata in una profonda crisi debitoria e altre pressanti questioni interne, molte delle quali legate alle ingerenze degli Stati Uniti da una parte e all’ingombrante peso della Cina. Pechino infatti, come abbiamo descritto in diversi articoli sul nostro giornale, ritiene il Pakistan un paese “ponte”, in grado di collegare, attraverso il Kashmir pakistano, l’occidente della Cina all’Oceano indiano, il Corridoio Economico Cina-Pakistan, uno tra i principali della Nuova Via della Seta.

Il Kashmir è in una posizione geografica strategica, incastonato tra India, Pakistan, Cina ed Afghanistan. Inoltre da lì è possibile controllare i grandi fiumi che vi hanno origine. Nel 1960 è stato stipulato il Trattato sull’acqua dell’Indo che permette all’India di usufruire interamente delle acque dei fiumi Ravi, Sutlej e Bear, mentre il Pakistan ha il diritto a sfruttare l’Indo, il Chenab e il Jhelum. Oggi però alcuni progetti indiani di nuove dighe preoccupano il Pakistan, dipendente dalle acque dei fiumi che nascono nella parte indiana del Kashmir, indispensabili per le coltivazioni e le centrali idroelettriche della Repubblica Islamica. Lo scorso 21 febbraio il ministro delle risorse idriche indiano ha provocatoriamente annunciato: «Dirotteremo l’acqua dai fiumi e la forniremo alla nostra gente in Jammu e Kashmir e Punjab»...


Un’altra sporca guerra

L’ipocrisia dei governi borghesi, regionali e mondiali, è agghiacciante. Mentre i maggiori imperialismi chiedono ai due Stati, che possiedono più di 100 testate nucleari ciascuno, di abbassare i toni, gli stessi imperialismi, dalla Cina alla Russia, da Israele alla Francia, con gli Stati Uniti attualmente più defilati, si contendono la vendita all’India e al Pakistan di armamenti per centinaia di milioni di dollari.

Le tensioni tra i due paesi vanno dunque crescendo: è la prima volta dalla guerra del 1971 che si colpiscono obiettivi a decine di chilometri all’interno del territorio nemico. Ma, benché decine di migliaia di soldati rimangano schierati su entrambi i lati del confine, probabilmente a medio termine si manterrà lo stallo. Però questo, come nessun altro conflitto, verrà mai davvero risolto nel regime capitalistico.

Spetterà ai proletari delle città e delle campagne, indiani e pakistani, uniti, organizzati, al di là delle divisioni di nazionalità, casta o religione, in combattive strutture sindacali per la difesa delle loro condizioni, indipendenti dalle classi borghesi e fondiarie, e diretti dall’autentico partito rivoluzionario, rifiutare ogni appello alla mobilitazione di guerra e all’odio razziale, rivolgendo la loro forza di classe contro quella borghesia che da sempre li ha mandati al macello esclusivamente per la difesa dei suoi profitti e di interessi che nulla hanno in comune con quelli dei proletari e più in generale dell’intero genere umano.

 

 

 

 

 


Le guerre infinite del capitale


Ora in Siria avanzano i curdi alleati degli Usa

La Siria è entrata nel nono anno di guerra e ancora non sembra prossima la fine di un conflitto che, per quanto si sia placato nelle regioni occidentali più vitali, ormai stabilizzate da tempo, prosegue nelle aree periferiche del paese.

Oggi nessuna fra le potenze imperialistiche che puntavano al rovesciamento del regime di Assad pensa che tale obiettivo sia ancora perseguibile. Allora ciascuno dei contendenti tenta di ritagliarsi la sua sfera d’influenza nella spartizione della torta che si incentra principalmente su due grandi affari economici: la ricostruzione delle aree del paese distrutte dalla guerra e la dislocazione delle vie di comunicazione per i flussi di merci di ogni tipo, a partire dai prodotti energetici.

Con la fine della seconda decade di marzo abbiamo assistito alla cruenta battaglia per il controllo della città di Baghuz, sull’Eufrate nei pressi del confine con l’Iraq. Le truppe della coalizione delle Forze Democratiche Siriane a guida curda, con l’aiuto militare statunitense, hanno attaccato le milizie di quello che resta del sedicente Stato Islamico.

Gli scopi vanno ben al di là dell’intento di portare a fondo la “guerra al terrorismo” e debellare quel che resta di Daesh. Infatti se si osserva la carta geografica si scopre come questa località si trova molto a meridione rispetto alla regione del Rojava, da anni sotto il saldo controllo del PYD, il Partito dell’Unione Democratica curdo che ha forti legami con PKK presente in Turchia. Già in passato la compagine politica del Rojava tendeva ad estendere il proprio controllo territoriale al di là dell’area abitata tradizionalmente dai curdi. Non a caso alcuni media parlano di casi di pulizia etnica nei confronti delle popolazioni arabe e cristiane, fatti da verificare ma tutt’altro che improbabili.

Un altro aspetto spiega l’interesse delle forze curde e statunitensi: la viabilità che collega l’Iran alla Siria consente uno sbocco al Mediterraneo. Il “corridoio sciita”, stabilito alla fine del 2017 dall’avanzata delle milizie sciite filoiraniane, ha consentito un collegamento per queste e per le unità dell’esercito iraniano su tutta l’area che collega l’Iran alla costa mediterranea della Siria e al Libano, dove sono fortemente radicati i tradizionali alleati Hezbollah. Ora per Teheran si tratta di passare al controllo della rete viaria fra Iraq e Siria ritessendo le alleanze regionali.

In questa luce vanno interpretate la visita di Bashar al-Assad a Teheran, dove fra l’altro ha avuto un colloquio con la “Guida suprema della rivoluzione” Ali Khamenei, avvenuta a fine febbraio, e quella del presidente iraniano Hassan Rouhani in Iraq, all’inizio di marzo, in cui, oltre al presidente iracheno Bahram Salih, ha incontrato l’ayatollah Ali al-Sistani, massima autorità sciita irachena da tempo in rotta di collisione con il clero iraniano.

I rapporti con l’Iraq costituiscono infatti un aspetto importante dei disegni espansionistici dell’Iran. In seguito alle elezioni del maggio del 2018 e alla vittoria della coalizione di sadristi e dei sedicenti “comunisti”, si era pensato a un certo raffreddamento delle relazioni fra i due Stati. Attualmente appare un riavvicinamento, che però deve fare i conti con la persistente presenza militare americana che in qualche modo influisce sugli indirizzi di politica internazionale di Baghdad.

Ma anche se i rapporti con l’Iraq dovessero evolvere verso una stabile alleanza, nella corsa verso il Mediterraneo ad oriente resterebbe l’inciampo della presenza curda e statunitense. Delle tre direttrici che collegano l’Iraq alla Siria le due più a nord, quella che collega Mosul ad Aleppo e quella che va da Kirkuk a Deir el-Zor, passano nella zona controllata dalle truppe curde del Rojava, mentre quella che partendo da Baghdad per Homs arriva a Tartus passa nei pressi della base militare americana di al-Tanf, al crocevia dei confini fra Siria, Iraq e Giordania. Questo dunque consente agli Stati Uniti di dislocare lungo quel confine una sorta di Stato cuscinetto “curdo”, sostenuto dalle milizie curde, che ancora una volta si dimostrano incapaci di combattere per propri fini, ma sono costrette ad ubbidire ai dettami delle maggiori potenze.

Resta da definire come questa possibilità possa conciliarsi col ventilato disimpegno militare statunitense dal teatro siriano.

L’espansionismo dell’Iran deve fare i conti anche con le difficoltà interne e con la crisi economica dovuta, in parte, alla reintroduzione delle sanzioni internazionali con la disdetta dell’accordo sul nucleare da parte dell’amministrazione Trump. L’inflazione superiore al 20% annuo, secondo le statistiche ufficiali il 40% secondo altre fonti, erode il potere d’acquisto dei salari. Alcuni generi hanno subìto aumenti del 170% nel corso dell’ultimo anno. Il 40% della popolazione, 30 milioni, vive al di sotto della soglia di povertà. Un contesto che rende probabile la ripresa di turbolenze sociali, con gli scioperi che, per quanto repressi duramente, sono all’ordine del giorno e ai quali il regime conta di rispondere con la forza. Si fanno insistenti le voci che danno per imminente la discesa in politica dell’”uomo della provvidenza”, il generale Qassem Soleimani, capo delle milizie dei pasdaran, attive nella guerra in Siria, visto dal clero sciita come l’estrema risorsa per sedare il malcontento e le sue inevitabili esplosioni di piazza.


Per contro in Afghanistan si insinua la Cina

In Afghanistan gli Stati Uniti sono alle prese con un bilancio del tutto fallimentare della guerra incominciata nel 2001, all’indomani degli attacchi dell’11 settembre. Quasi 18 anni di presenza militare non sono riusciti a venire a capo della resistenza tenace opposta dai talebani, che controllano ancora una porzione significativa del paese e riescono a rendere di fatto ingovernabile gran parte del resto. Si constata quanto velleitaria fosse la pretesa dell’amministrazione statunitense di imporre dall’esterno un regime amico tramite una veloce avventura militare. Ora gli Stati Uniti, per disimpegnarsi dall’Afghanistan, trattano direttamente con i talebani, i loro presunti acerrimi nemici, che a suo tempo avevano stabilito una solida alleanza con al-Qaeda. Ma le trattative ristagnano, la guerra ha subito una recrudescenza provocando 3.800 morti nel 2018, e l’amministrazione Trump sembra sempre più disposta ad abbandonare il campo pur di uscire dal quel ginepraio.

Allora ecco che altri attori si apprestano a entrare in scena. La Cina sembra il paese maggiormente interessato a una penetrazione economica nel bellicoso paese, col quale condivide 76 chilometri di confine. L’Afghanistan si trova geograficamente sul tracciato della Nuova Via della Seta, un programma allettante per le fazioni borghesi di un paese che sconta un notevole ritardo nello sviluppo delle infrastrutture.

La penetrazione dei capitali cinesi in Afghanistan è iniziata già da alcuni anni. Nel 2016 un primo protocollo d’intesa ha accordato 100 milioni di dollari a Kabul per le infrastrutture, una cifra non astronomica che però è solo un anticipo ad investimenti di maggiore entità. A interessare la Cina sono anche le risorse minerarie, in primo luogo i giacimenti di petrolio, di litio e di rame. Per adesso il loro sfruttamento è prematuro a causa dell’instabilità del paese, ma alcune compagnie cinesi si sono già aggiudicati i diritti di sfruttamento dei giacimenti petroliferi nel bacino dell’Amu Darya, il fiume che a Nord marca il confine con l’Uzbekistan e il Tagikistan, e dell’enorme giacimento di rame di Mes Aynak, nella provincia di Logar, a una quarantina di chilometri da Kabul.

Secondo le rilevazioni più recenti la Cina ha già scalzato gli Stati Uniti dalla posizione di primo investitore in Afghanistan. Uno dei progetti più ambiziosi è quello della Five Nations Railway Corridor Project, una ferrovia lunga 2.100 chilometri che dalla Cina, attraverso il Kirghizistan, il Tagikistan, l’Afghanistan, dovrebbe arrivare in Iran collegandosi ai porti di Chāh Bahār e Bandar Abbās e consentendo così un facile accesso al Golfo Persico.

Ma la penetrazione economica non è possibile senza una qualche presenza militare. Secondo alcune fonti, smentite ufficialmente da Pechino, in Tagikistan, nei pressi dei confini con l’Afghanistan, ci sarebbe già un avamposto militare cinese con alcune centinaia di soldati. Negli ultimi mesi la base sarebbe stata ampliata con nuove costruzioni e ora conterebbe una ventina di edifici.

 

 

 

 

 

 
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Il concetto di dittatura rivoluzionaria e la sua pratica - Prima di Marx
(Capitolo esposto alla riunione generale di settembre 2015 )

6. Maximilien Robespierre

(segue dal numero scorso)
 
La teoria del governo rivoluzionario

Il 27 luglio Robespierre viene eletto nel Comitato di Salute Pubblica, creato il 6 aprile precedente. Nel rapporto “Sui principi del governo rivoluzionario”, presentato alla Convenzione il 25 dicembre 1793 a nome del Comitato di salute pubblica, Robespierre scrive:

«Noi svilupperemo innanzitutto i principi e la necessità del governo rivoluzionario; in seguito mostreremo qual è mai la causa che tende a paralizzarlo fin dal suo nascere. La teoria del governo rivoluzionario è nuova come la rivoluzione che le ha dato vita. Non bisogna dunque ricercarla nei libri degli scrittori politici, i quali non hanno affatto previsto questa rivoluzione, né nelle leggi dei tiranni, che – paghi di abusare della loro potenza – si occupano ben poco di ricercare i fondamenti della sua legittimità.

«Analogamente, questa parola è, per l’aristocrazia, solo un motivo di terrore od oggetto di calunnia; per i tiranni non è altro che uno scandalo; per molta gente è solo un enigma. E allora bisogna spiegarlo a tutti, per accostare per lo meno i buoni cittadini ai principi del pubblico interesse.

«La funzione del governo è quella di dirigere le forze morali e fisiche della nazione verso i suoi fini istituzionali. Il fine del governo costituzionale è di conservare la Repubblica; quello del governo rivoluzionario è di fondarla. La rivoluzione è la guerra della libertà contro i suoi nemici; la Costituzione è il regime della libertà vittoriosa e pacifica. Il governo rivoluzionario ha bisogno di una attività straordinaria, precisamente perché si trova in stato di guerra. Esso è sottomesso a regole meno uniformi e meno rigorose, perché le circostanze in cui si viene a trovare sono tempestose e mobili, e soprattutto perché esso è costretto ad impiegare incessantemente risorse nuove e rapide, per pericoli nuovi e pressanti. Il governo costituzionale si occupa principalmente della libertà civile; il governo rivoluzionario invece della libertà pubblica. In un regime costituzionale, è sufficiente proteggere gli individui contro l’abuso del pubblico potere; sotto il regime rivoluzionario il pubblico potere stesso è obbligato a difendersi contro tutte le fazioni che lo attaccano. Il governo rivoluzionario deve dare ai buoni cittadini tutta la protezione nazionale; ma ai nemici del popolo deve dare solamente la morte.

«Queste nozioni sono sufficienti per spiegare l’origine e la natura delle leggi che noi chiamiamo rivoluzionarie. Coloro che le chiamano arbitrarie o tiranniche sono solo dei sofisti stupidi o perversi, che cercano di confondere tra loro gli opposti. Essi vogliono sottomettere allo stesso regime la pace e la guerra, la salute e la malattia, o piuttosto vogliono soltanto la risurrezione della tirannia e la morte della patria.

«La nave della Costituzione non è stata costruita per restare sempre nel suo cantiere, certo. Ma bisogna forse lanciarla sul mare al culmine della tempesta e proprio sotto l’influenza di venti contrari? Proprio questo, infatti, volevano i tiranni e gli schiavi che si erano opposti alla sua costruzione. Ma il popolo francese, invece, vi ha ordinato di attendere il ritorno della calma. Il suo desiderio unanime, gridato sopra i clamori dell’aristocrazia e del federalismo, vi ha comandato di liberarlo prima di tutto dai suoi nemici.

«I templi degli dei non sono fatti per servire di asilo ai sacrileghi che vengono a profanarli, né la Costituzione è fatta per proteggere i complotti dei tiranni che cercano di distruggerla.

«Se il governo rivoluzionario dev’essere più attivo nel suo cammino e più libero nei suoi movimenti che non il governo ordinario, è per ciò stesso forse meno giusto e meno legittimo? No certo. Esso è basato sulla più santa di tutte le leggi, la salvezza del popolo; sul più irrefutabile di tutti i titoli: la necessità.

«La misura della sua forza deve essere l’audacia o la perfidia dei cospiratori. Più esso diviene terribile verso i cattivi, più deve essere favorevole ai buoni. Più le circostanze gli impongono necessari rigori, e più esso deve astenersi da misure che torturano inutilmente la libertà, e che offendono gli interessi privati senza alcun pubblico vantaggio. Esso deve vogare tra due scogli, la debolezza e la temerità, il moderatismo e gli eccessi; il moderatismo, che sta alla moderazione così come l’impotenza sta alla castità; e gli eccessi, che stanno all’energia così come l’idropisia sta alla salute.

«Che cosa si deve fare dunque? Perseguire i colpevoli inventori dei perfidi sistemi, proteggere il patriottismo anche nei suoi errori.

«E qual è mai il patriota, pur se illuminato, che non si sia mai sbagliato? Eh via! Se si ammette che possano esistere perfino dei moderati e dei vili in buona fede, perché mai non dovrebbero esistere dei patrioti di buona fede, che talvolta sono trascinati troppo lontano, ma solo da un sentimento lodevole? Se si considerassero criminali tutti coloro i quali, nel movimento rivoluzionario, hanno oltrepassato la linea precisa tracciata dalla prudenza, si involgerebbero forse in una generale proscrizione, assieme ai cattivi cittadini, anche tutti gli amici naturali della libertà, i vostri stessi amici e tutti i migliori sostenitori della Repubblica.

«Quanto più un potere è grande, quanto più la sua azione è libera e rapida, tanto più è necessaria la buona fede per dirigerlo. Il giorno in cui esso cadrà in mani impure o perfide la libertà sarà perduta; il suo nome diverrà il pretesto e la scusa della stessa controrivoluzione; la sua energia sarà semplicemente quella di un potente veleno.

«Se in mezzo a noi le funzioni dell’amministrazione rivoluzionaria non sono più considerate doveri pesanti, ma solo oggetti di ambizione, allora la Repubblica è già perduta.

«Non appena abbiamo denunciato gli eccessi falsamente filosofici, provocati dai nemici della Francia; non appena il patriottismo ha pronunciato in questo tribunale la parola “ultrarivoluzionario”, che li designava; subito i traditori di Lione, tutti i partigiani della tirannia si sono affrettati ad applicarla ai patrioti caldi e generosi che avevano vendicato il popolo e le leggi. Da un lato essi rinnovano l’antico sistema di persecuzione contro gli amici della Repubblica; dall’altro invocano indulgenza in favore degli scellerati coperti del sangue della patria».


Forza e Ragione

Dal discorso “Sui principi di morale politica” del 18 piovoso anno I (5 febbraio 1794) leggiamo:

«Non pretendiamo affatto di modellare la Repubblica francese su quella di Sparta; non vogliamo darle né l’austerità né la corruzione dei chiostri.

«Bisogna soffocare i nemici interni ed esterni della Repubblica, oppure perire con essa. Ora, in questa situazione, la massima principale della vostra politica dev’essere quella di guidare il popolo con la ragione, ed i nemici del popolo con il terrore. Se la forza del governo popolare in tempo di pace è la virtù, la forza del governo popolare in tempo di rivoluzione è ad un tempo la virtù ed il terrore. La virtù, senza la quale il terrore è cosa funesta; il terrore, senza il quale la virtù è impotente. Il terrore non è altro che la giustizia pronta, severa, inflessibile. Esso è dunque una emanazione della virtù. È molto meno un principio contingente che una conseguenza del principio generale della democrazia applicata ai bisogni più pressanti della patria.

«Si è detto da alcuni che il terrore è la forza del governo dispotico. Il vostro terrore rassomiglia dunque al dispotismo? Sì, ma come la spada che brilla nelle mani degli eroi della libertà assomiglia a quella della quale sono armati gli sgherri della tirannia. Che il despota governi pure con il terrore i suoi sudditi abbrutiti. Egli ha ragione, come despota. Domate pure con il terrore i nemici della libertà: e anche voi avrete ragione, come fondatori della Repubblica. Il governo della rivoluzione è il dispotismo della libertà contro la tirannia.

«Ma fino a quando il furore dei despoti sarà chiamato giustizia, e la giustizia del popolo barbarie, ribellione? Come si è teneri verso gli oppressori e inesorabili verso gli oppressi!

«Tutti coloro che tra quegli scellerati e la spada vendicatrice della giustizia nazionale interpongono la loro dolcezza parricida rassomigliano a quelli che si gettassero tra gli sgherri dei tiranni e le baionette dei nostri soldati. Tutti gli slanci della loro falsa sensibilità mi sembrano soltanto sospiri verso l’Inghilterra e verso l’Austria.

«Punire gli oppressori dell’umanità: questa è clemenza! Perdonare loro sarebbe barbarie. Il rigore dei tiranni ha come fondamento soltanto il rigore: quello del governo repubblicano ha invece come sua base la beneficenza. E così, maledetto chi oserà dirigere contro il popolo quel terrore che deve riversarsi solamente contro i suoi nemici! Maledetto chi – confondendo gli errori inevitabili della virtù civica con gli errori calcolati della perfidia o con gli attentati dei cospiratori – abbandona il pericoloso intrigante, per perseguitare il cittadino pacifico. Perisca lo scellerato che osa abusare del sacro nome di libertà, o delle armi terribili che essa gli ha affidato, per portare il lutto o la morte nel cuore dei patrioti! Un tale abuso si e verificato, non possiamo dubitarne.

«Ma dalle persecuzioni suscitate contro i patrioti dallo zelo ipocrita dei controrivoluzionari, bisogna forse concludere che dobbiamo rendere la libertà ai controrivoluzionari e rinunciare ad ogni severità? No: questi nuovi crimini dell’aristocrazia, anzi, non fanno che dimostrarne la necessità. L’audacia dei nostri nemici che cosa mai ci prova, se non che sono stati perseguitati con eccessiva debolezza?

«Quanti traditori non si immischiano nelle nostre faccende se non per rovinarle! Volete metterli alla prova? Ebbene, chiedete loro dei servizi effettivi, invece di giuramenti e declamazioni. Occorre agire? Essi declamano. Occorre deliberare? Essi vogliono darsi ad agire. I tempi sono pacifici? Essi si opporranno certamente ad ogni utile aggiustamento. Sono invece tempestosi? Essi parleranno di riformare ogni cosa, per sconvolgere tutto. Volete reprimere i sediziosi? Essi vi rammenteranno la clemenza di Cesare. Volete invece strappare i patrioti alla persecuzione? Essi vi proporranno quale modello la fermezza di Bruto. Essi vanno a scoprire che un tale è stato nobile, proprio quando serve la Repubblica; ma non se ne ricordano più quando la tradisce. È utile la pace? Essi vi mettono ben in mostra le palme della vittoria. È invece necessaria la guerra? Essi vantano le dolcezze della pace. Bisogna difendere il territorio? Essi vogliono andare a castigare i tiranni al di là dei monti e dei mari. Bisogna riprendere le nostre fortezze? Essi vogliono prendere d’assalto le chiese e dare la scalata al cielo: dimenticano perfino gli austriaci, per fare la guerra ai devoti. Bisogna realizzare la sovranità del popolo e concentrare la sua forza con un governo forte e rispettato? Essi trovano che i principi del governo offendono la sovranità del popolo. Bisogna reclamare i diritti del popolo oppresso dal governo? Essi non parlano che del rispetto per le leggi e dell’obbedienza dovuta alle autorità costituite.

«Si è cercato di dividere soprattutto i rappresentanti Inviati nei dipartimenti ed il Comitato di salute pubblica. All’inizio era stata presa la decisione di andare diritti allo scopo, calunniando il Comitato di salute pubblica. Dopo quell’epoca, hanno abbracciato il partito di tesserne le lodi, paralizzandolo e distruggendo il frutto dei suoi lavori».


Arrestarsi significa perire

Dal discorso “Sulla religione e sulla morale” pronunciato alla Convenzione il 18 floreale anno II (7 maggio 1794) leggiamo:

«Come era squisito il buon senso di quel pirata, che rispose ad Alessandro: “Mi si chiama brigante perché non ho che una nave; mentre tu, perché hai una flotta, sei chiamato conquistatore”! Con quale impudenza essi fanno leggi contro il furto quando invadono la fortuna pubblica! Si condannano gli assassini in loro nome, mentre essi assassinano milioni di uomini con la guerra e con la miseria».

Dal discorso dell’8 termidoro (26 luglio 1794), ultimo discorso tenuto da Robespierre alla Convenzione:

«Il governo rivoluzionario merita tutta la vostra sollecitudine: se lasciate che esso sia distrutto oggi, domani la libertà non ci sarà più. Non dovete calunniarlo, bensì richiamarlo ai suoi principi, semplificarlo, diminuire l’innumerevole folla dei suoi funzionari e soprattutto epurarli: bisogna dare la sicurezza al popolo, non già ai suoi nemici. Non vi propongo certo di intralciare con nuove formalità la giustizia del popolo; la legge penale deve necessariamente aver qualcosa di vago, poiché – essendo la dissimulazione e l’ipocrisia i caratteri attuali dei cospiratori – occorre che la giustizia possa afferrarli sotto qualsiasi forma. Se fosse lasciata impunita anche una sola maniera di cospirare, sarebbe illusoria e compromessa la salvezza della patria.

«Il governo rivoluzionario ha salvato la patria; bisogna ora salvarlo da tutte le sue difficoltà: sarebbe un male concludere di doverlo distruggere, solo per il fatto che i nemici del pubblico bene l’hanno dapprima paralizzato, ed ora si sforzano di corromperlo. È una ben strana maniera di proteggere i patrioti, quella di mettere in libertà i controrivoluzionari e di far trionfare i furfanti! È solo il terrore verso i criminali che rende sicura l’innocenza.

«Nella strada in cui siamo, arrestarsi prima del termine significa perire; e noi abbiamo vergognosamente retrocesso.

«Lasciate pure allentare un solo istante le redini della rivoluzione, e vedrete il dispotismo militare impadronirsene e il capo delle fazioni rovesciare la rappresentanza nazionale avvilita (...)

«Popolo, ricordati che se, nella Repubblica, la giustizia non regna con dominio assoluto e se quella parola non significa amore dell’uguaglianza e della patria, allora la libertà è solo un nome vano. Popolo, tu che sei temuto, adulato e disprezzato; tu, sovrano riconosciuto che sei trattato sempre come schiavo, ricordati che, ovunque la giustizia non regna, a regnare sono le passioni dei magistrati; e che il popolo ha allora solo cambiato le sue catene, non i suoi destini!

«Sappi che ogni amico della libertà sarà sempre posto in mezzo tra un dovere e una calunnia; e che chi non potrà essere accusato di tradimento sarà accusato di ambizione.

«Qual è il rimedio a questo male? Punire i traditori, rinnovare gli uffici del Comitato di sicurezza generale, epurare quello stesso Comitato e subordinarlo al Comitato di salute pubblica; epurare lo stesso Comitato di salute pubblica; costituire l’unità del governo sotto l’autorità della Convenzione nazionale, che è il centro ed il giudice».


La meccanica della dittatura

Il Comitato di salute pubblica, con i suoi Inviati nei dipartimenti, certamente esercitava la sua funzione di dittatura rivoluzionaria, anche se si preferiva parlare di “governo rivoluzionario”.

Tale dittatura rivoluzionaria, spesso efficace, aveva molti ostacoli. Innanzitutto il Comitato di sicurezza generale di Jean-Baptiste Amar, che, tranne David e Lebas, era nemico di Robespierre e del Comitato di salute pubblica: in alcuni momenti il governo rivoluzionario si è trovato ad avere due teste, quelle dei due Comitati, con la conseguenza di essere paralizzato dalle divergenze politiche e ancor più dalle gelosie e dai risentimenti personali.

La Convenzione nazionale restava poi detentrice del potere legittimo, per cui nessuno pensava di esautorarla, ma di conquistarla con la forza degli argomenti, cosa che Robespierre faceva continuamente anche con lo stesso Comitato di salute pubblica. Al massimo si pensava di epurarla, cosa che aveva fatto anche Cromwell in Inghilterra nel secolo precedente con il proprio parlamento e con esito positivo; la differenza sta nel fatto che quest’ultimo aveva il comando dell’esercito e quindi il potere reale nelle mani.

È invece il Comitato di salute pubblica a dirigere lo Stato e le armate repubblicane, e dispone del Tribunale rivoluzionario, ma è rieletto ogni mese dalla Convenzione: il 9 termidoro viene abbattuto con un voto per alzata di mano.

Possiamo quindi parlare di dittatura rivoluzionaria solo parzialmente. Parlare poi di dittatura di Robespierre, come hanno fatto i termidoriani e poi gli storici anti-robespierristi, è ancor meno sostenibile. Nel Comitato era una direzione collegiale. Se i suoi nemici lo chiamavano “il nuovo Silla”, in realtà Robespierre non ne era presidente, non aveva scelto gli altri membri e vi era entrato per ultimo: la sua posizione preminente era dovuta unicamente al prestigio.

È però significativo cosa dice in seguito Billaud-Varenne, protagonista del Termidoro dopo aver fatto parte del Comitato di salute pubblica:

«Ci verrà chiesto, come già si è fatto: perché abbiamo lasciato prendere tanto potere a Robespierre? (...) Si dimentica forse che sin dall’Assemblea costituente egli godeva già di una immensa popolarità e che ottenne il titolo di “incorruttibile”? Si dimentica forse che, durante l’Assemblea legislativa, la sua popolarità non fece che crescere? (...) Si dimentica forse che nella Convenzione nazionale Robespierre si trovò ad essere ben presto il solo che, attirando sulla propria persona tutti gli sguardi, conquistò una fiducia tale da renderlo preminente, di modo che, quando arrivò al Comitato di salute pubblica, era già il personaggio più importante della Francia? Se mi domandassero come era riuscito a conquistare tale ascendente sull’opinione pubblica, risponderei che fu mettendo in mostra le virtù più austere, la dedizione più assoluta, i principi più puri».

La necessità di un governo rivoluzionario si impone a Robespierre nel luglio 1793, quando le armate dei monarchi coalizzati prendono Magonza e Valenciennes, quando girondini e monarchici sollevano i dipartimenti e consegnano Tolone agli inglesi.

Cercò di frenare gli eccessi del Terrore e di salvare i repubblicani sinceri che ne erano stati colpiti. Il fratello minore di Maximilien, Augustin, nella sua missione in Franca-Contea aveva liberato molti prigionieri incarcerati, spesso perché seguaci dei preti refrattari, guadagnandosi il consenso del fratello e l’inimicizia dei locali esecutori del terrore. Napoleone, a Sant’Elena, raccontò di aver visto al tempo di Tolone e della Campagna d’Italia molte lettere di Maximilien al fratello in cui si diceva che il comportamento e gli eccessi dei proconsoli “disonoravano la rivoluzione e l’avrebbero uccisa”. La sorella di Robespierre, Charlotte, nelle sue memorie racconta che a Fouché, che tentava di giustificare i massacri da lui perpetrati, «Robespierre rispose che nulla poteva giustificare le crudeltà di cui si era reso colpevole, che Lione era sì insorta contro la Convenzione nazionale, ma che questa non era una ragione per fucilare in massa dei nemici disarmati».

Robespierre criticò e richiamò diversi Inviati in missione, come Carrier a Nantes e Fouché a Lione, famosi per la loro ferocia, spesso indirizzata verso gli stessi rivoluzionari.


Il Termidoro

Questi esponenti del Terrore, insieme ad alcuni membri del Comitato di salute pubblica, ad iniziare da Collot d’Herbois e Billaud-Varenne, ed al Comitato di sicurezza nazionale, il giorno 9 furono gli artefici del Termidoro con la conseguente condanna a morte per Robespierre, Saint-Just ed altri 19 giacobini il giorno successivo. Altri 71 andarono alla ghigliottina il giorno 11.

I principali esponenti del Terrore volevano l’eliminazione di Robespierre per vari motivi, tra cui certo non ultimo il timore fondato di essere mandati alla ghigliottina da chi ne aveva validi motivi.

Il tentativo dei robespierristi e del Comune rivoluzionario di reagire al Termidoro fallì, ma non, come alcuni hanno detto, per l’idolatria di Robespierre verso la Convenzione. Fallì perché, in quelle ore convulse in cui erano possibili vari esiti della situazione, vennero commessi errori di valutazione che fecero perdere ore preziose e l’occasione presentatasi di impadronirsi della Convenzione. Di ciò possiamo incolpare solo in parte i capi giacobini.

Ma l’ultimo tentativo di Robespierre fallì soprattutto perché con la repressione degli hebertisti di germinale, le sezioni operaie parigine, e in particolare quelle dei quartieri popolari, erano ridotte all’obbedienza alla Convenzione.

Ovviamente il fatto che al passaggio di Robespierre e degli altri verso il patibolo da varie parti si alzasse il grido di “foutu le maximum”, ci ricorda che la politica economica del governo rivoluzionario, e in particolare il maximum dei salari, non riscuotevano il consenso dei ceti popolari.

Secondo lo storico Mathiez, Robespierre sarebbe stato di idee socialiste o comuniste. Questa sua convinzione è dovuta a ciò che avevano testimoniato Babeuf e Filippo Buonarroti. Babeuf non aveva conosciuto Robespierre, a differenza di Buonarroti. Quest’ultimo ha detto, come anche Babeuf, che Robespierre non aveva mai manifestato apertamente tali idee in quanto troppo in anticipo sui tempi.

In questo caso non possiamo accettare l’intuizione di Buonarroti, nonostante il totale accordo tra i due nelle vicende della rivoluzione. Queste idee comuniste non sono presenti in nessuno dei suoi discorsi e in nessuno dei suoi scritti, né ci sono testimoni di averle sentite da lui, cosa che afferma lo stesso Buonarroti. È solo con Babeuf e con Buonarroti che le idee di “giustizia” dell’illuminismo e del giacobinismo arriveranno alle estreme e razionali conseguenze nel fuoco della rivoluzione, approdando al comunismo.

(Continua al prossimo numero)