Partito Comunista Internazionale
il Partito Comunista Internazionale N. 437 - gennaio-febbraio

anno LII - [Pdf]

Indice dei numeri

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Aggiornato 19 gennaio 2026

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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 In Venezuela: Per la lotta della classe operaia contro la borghesia per l’aumento dei salari e delle pensioni e il miglioramento delle condizioni di vita – Mobilitazione e sciopero generale contro la guerra!
– Ai proletari di Ucraina e di Russia converrebbe la immediata sconfitta delle proprie borghesie
Dagli USA: Lo Stato democratico-fascista
Filoisraeliani e antisemiti (a volte allo stesso tempo)
Da Satana al Capitale
PAGINA 2 Messico: La lotta di classe sotto le manifestazioni del 15 novembre
Il misticismo quantistico
Per il sindacato di classe Bilancio degli scioperi generali di novembre-dicembre
28 novembre: Contro sfruttamento e riarmo! - Per l’unità d’azione dei sindacati e dei lavoratori!
29 novembre: Solo la internazionale solidarietà del proletariato e la rivoluzione comunista fermeranno lo sterminio della nazionalità palestinese
Prato, 30 novembre: Alle aggressioni dei padroni e del loro Stato si risponda con l’unità di lotta della classe lavoratrice
Genova 4 dicembre: Unire le lotte dei lavoratori per difendere lavoro e salario! Dallo sciopero dei metalmeccanici a quello generale!
Venerdì 12 dicembre: Per l’unità d’azione dei sindacati e dei lavoratori - Per il fronte unico sindacale di classe!
PAGINA 4 Alla sollevazione del proletariato iraniano manca la guida del partito internazionale della rivoluzione comunista
Turchia: Classe operaia in lotta
PAGINA 5 Compagna, Organo del Partito Comunista d’Italia per la propaganda fra le donne: 3. La necessaria vitalità delle donne nei sindacati
PAGINA 6 L’oligarchia internazionale dei capitalisti assetata di sangue minaccia e sfida la classe operaia: Proletari di tutti paesi unitevi! Riunione internazionale del partito 27-28 settembre (segue dal numero scorso): Dalla Okhrana dello Zar allo spionaggio elettronico borghese - La Internazionale dei Sindacati Rossi - Il capitalismo tedesco, Forza e fragilità - Relazione delle redazioni dei nostri periodici a stampa - Origine degli Indici del lavoro del partito e loro perfezionarsi
PAGINA 7 Elon Musk un burattino da mille miliardi
PAGINA 8 Democrazia e fascismo: Giano bifronte del capitalismo Quando anche i borghesi sono costretti a darci ragione (Continua dal numero scorso): Il sindacato del regime - I sindacati nella democrazia postfascista - Ancora sulle Corporazioni - Il corporativismo in Giovanni Gentile








PAGINA 1
In Venezuela
  Per la lotta della classe operaia contro la borghesia per l’aumento dei salari e delle pensioni e il miglioramento delle condizioni di vita
  Mobilitazione e sciopero generale contro la guerra!

Nelle prime ore del mattino del 3 gennaio gli Stati Uniti hanno ordinato un attacco militare contro diverse strutture nella capitale del Venezuela e nei dintorni che ha portato alla cattura e all’estradizione del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie.

Questa aggressione militare è stata eseguita con il pretesto della lotta al narcotraffico. Per molti decenni gli Stati Uniti non hanno mai intrapreso azioni militari contro la Colombia o il Messico per catturare alcuno dei capi del narcotraffico. La lotta al narcotraffico condotta dagli Stati Uniti è molto accomodante e selettiva. E con questa narrativa hanno ancora una volta irriso ciò che la legalità borghese chiama “diritto internazionale”, chiarendo che il “diritto” è imposto da chi ha la forza per farlo.

Ma è chiaro che l’imperialismo gringo sta sviluppando una serie di operazioni nell’ambito della sua competizione con l’imperialismo cinese particolarmente incentrate sul tentativo di preservare il suo controllo e influenza nel continente americano che, oltre a mercato per i suoi prodotti, rappresenta un’importante fonte di materie prime. Il Venezuela è un elemento chiave per le sue ampie riserve di petrolio e gas e per i suoi giacimenti minerari di oro, diamanti e diversi minerali di valore strategico. Ciò è stato confermato poche ore dopo in una conferenza stampa in cui Trump ha dichiarato apertamente ed esplicitamente che gli Stati Uniti “governeranno” e amministreranno “temporaneamente” il Venezuela fino al raggiungimento di una “transizione adeguata”. Gli Stati Uniti assumeranno il controllo delle infrastrutture petrolifere per “ripararle”, poiché le considerano “completamente rovinate” dopo anni di gestione chavista. Trump ha annunciato che le grandi compagnie petrolifere statunitensi (definendole “le più grandi al mondo”) entreranno in Venezuela per investire miliardi di dollari nella riparazione di pozzi e raffinerie, riattivare la produzione su larga scala per “generare denaro per il Paese” e gestire le esportazioni, sottolineando che gli Stati Uniti venderanno “grandi quantità” di greggio venezuelano ad altre nazioni.

Trump ha assicurato che l’intervento militare e la successiva amministrazione “non costeranno un centesimo” ai contribuenti statunitensi. Le spese saranno rimborsate con il “denaro che esce dalla terra” (i proventi del petrolio), utilizzando la risorsa per coprire i costi dell’operazione e della ricostruzione. E ha chiarito che l’embargo petrolifero totale sul Venezuela rimane in vigore e sotto lo stretto controllo della sua amministrazione, assicurando che non sarà permesso che il petrolio vada a beneficio del governo precedente.

Dopo la cattura di Maduro il governo degli Stati Uniti passa a comunicare e negoziare con un nuovo interlocutore (Delsy Rodríguez, la vicepresidente, che ora assume la carica di presidente ad interim) e ad affrontare la questione del controllo del business petrolifero e di una possibile transizione verso un nuovo governo.

È da vedere la reazione dell’imperialismo cinese, che ha esportato capitali nella regione, per proteggere i propri interessi.

I lavoratori venezuelani, che sopravvivono con salari e pensioni da fame, o sono vittime della disoccupazione e del lavoro informale, capiscono che si tratta di uno scontro tra due Stati e governi capitalisti. I lavoratori del Venezuela e del mondo non possono mobilitarsi né per sostenere l’azione imperialista né per difendere il governo chavista, né per sostenere alcuna delle opzioni di cambio di governo che la democrazia borghese può presentare loro. Si tratta di una lotta tra i nemici dei lavoratori, tra coloro che sfruttano il lavoro salariato.

L’unica e vera via d’uscita è la ripresa della lotta di classe dei lavoratori in Venezuela e nel mondo, ponendo le loro principali rivendicazioni economiche.

In Venezuela e in tutti i paesi uniamo le lotte in uno sciopero generale, a tempo indeterminato e senza servizi minimi.

L’unica solidarietà internazionale possibile deve essere una solidarietà di classe, con la classe lavoratrice venezuelana e le sue lotte. Gli appelli alla “solidarietà con il Venezuela” o “con il governo venezuelano” non sono altro che appelli reazionari alla difesa del capitalismo, dello sfruttamento e della borghesia.
     Né difesa della patria, né alleanze con la borghesia!
     La classe operaia non ha patria!
     L’unica via d’uscita dalla guerra è la rivoluzione comunista!
     Unità internazionale della classe operaia!
     Promuoviamo un Fronte Unico Sindacale di Classe che mobiliti i lavoratori per le loro principali rivendicazioni socio-economiche!







Ai proletari di Ucraina e di Russia converrebbe la immediata sconfitta delle proprie borghesie

Il 21 novembre l’amministrazione Trump ha fatto trapelare la sua proposta in 28 punti per la risoluzione della guerra in Ucraina ricalcando lo schema per l’altro massacro, quello in Medio Oriente. Essa è giunta nel momento peggiore per l’esercito ucraino, con la sconfitta a Pokrovs’k, gli scandali sulla corruzione degli appalti Nato che hanno coinvolto alti funzionari del governo. Le diserzioni, mai cessate, continuano ad aumentare raggiungendo diverse centinaia di migliaia. Altri giovani sono reclutati a forza in una guerra che non vogliono combattere. La popolazione è stremata.

Il piano, in sintesi, prevede:
     - L’Ucraina potrà entrare nell’UE (che Mosca consente) ma non nella Nato, con l’esercito limitato a circa la metà degli attuali effettivi;
     - Truppe Nato non verranno mai stanziate in Ucraina, né si espanderanno ulteriormente come negli ultimi decenni; per contro la Russia si impegna a non invadere i paesi confinanti;
     - Gli Stati Uniti riceveranno un compenso per la mediazione del 50% sui 100 miliardi di titoli russi congelati, che saranno investiti nella ricostruzione, più altri 100 miliardi dall’Europa;
     - Alla ricostruzione dell’Ucraina provvederanno un ulteriore fondo di sviluppo e investimenti sulla tecnologia; Usa e Russia collaboreranno su settori strategici, dall’intelligenza artificiale alle terre rare ai data center; l’Ucraina sarà tagliata fuori dal nucleare;
     - La centrale di Zaporižžja sarà riattivata e l’energia prodotta distribuita tra Russia e Ucraina al 50%;
     - La Crimea, e le province di Luhansk e Donetsk saranno riconosciute come russe, delimitate dalla linea di contatto raggiunta a Kherson e a Zaporižžja;
     - Elezioni entro 100 giorni in Ucraina.

È evidente ormai che gli USA, dopo aver usato la questione ucraina per indebolire l’Europa, e facendo pagare il massimo prezzo possibile alla Russia, stanno scaricando l’attore Nato. Rientreranno dall’investimento ucraino di diverse centinaia di miliardi di dollari spartendosi le terre rare con la Russia, che sta vincendo la guerra, per concentrarsi su nuovi e più urgenti scenari di guerra. L’obiettivo infatti è avere in futuro un alleato in funzione anti Cina. Restano irrisolte le questioni in Medio Oriente, a Taiwan e in Venezuela per l’America Latina.

Nella guerra tra i mafiosi Stati borghesi chi è nemico oggi sarà l’alleato di domani, e viceversa. I 28 punti sono in tutto favorevoli al “nemico” russo e in spregio agli “alleati”, Ucraina ed Europa.

Chiunque abbia tifato per Putin e il fronte “antimperialista” dovrà digerire l’ennesimo corto circuito, con Putin che vince grazie alla tronfia regìa USA, sprezzante le centinaia di migliaia di morti. Chi invece ha tifato per il fronte della “resistenza” e della “libertà” dovrà riconoscere che i proletari ucraini sono stati spremuti dai governi occidentali, indebitandoli per alcune generazioni, obbligati a morire in una guerra non loro e per i profitti dei borghesi, nazionali e stranieri. Non sappiamo quanto a lungo il governo ucraino potrà rimandare la resa ma, prima o poi dovrà arrivare a un accordo capestro: dalla “resistenza fino alla vittoria” si è passati alla “pace giusta”, poi alla “pace dignitosa” fino alla resa senza futuro, o meglio un futuro fatto di maggiore miseria e sfruttamento per i lavoratori ucraini. Il disastro era previsto e voluto, per accrescere i profitti dei fondi di investimento e delle società per azioni globali.

In questo contesto gli altri imperialismi mafiosi, quelli europei, composti da Stati concorrenti e rissosi quanto impotenti, tagliati fuori da ogni spartizione e lucroso traffico, cercano di mettersi di traverso per limitare i danni. Hanno investito troppo sull’affare ucraino e ora rischiano di ricavarne ben poco: borghesie più deboli in mezzo a due più robuste, sono state scavalcate e messe da parte.

Lo sarebbero state anche se avessero fatto l’altra scelta di campo. Si sta lavorando infatti a una controproposta tra Zelensky, Starmer, Merz e Macron per salvare il salvabile, ma alla fine dovranno accettare il fatto compiuto. “Zelensky non ha le carte” sogghignava Trump; neanche gli europei, possiamo aggiungere. Questi si divideranno sempre più al loro interno, schierati da una parte e dall’altra dei due fronti imperiali.

Non possono però evitare di precipitarsi nel girone del confronto armato e del riarmo, già avviato, a danno delle provvidenze sociali. Ne sono già costretti per contenere la crisi industriale e per fronteggiare il malcontento crescente dei lavoratori con la propaganda patriottica e la militarizzazione della società. Questo potrà servire per non presentarsi disarmati nel prossimo conflitto a cui il capitalismo mondiale non può non trascinare il mondo.

Ma chi ha davvero perso la guerra è il proletariato in Ucraina, in Russia e in Europa. Dopo quasi quattro anni di guerra si trova di fronte all’ennesimo epilogo, che si ripete da sempre nello scontro tra borghesie, e che ha il sapore della beffa: una resa che si poteva ottenere subito e che, se la classe operaia l’avesse imposta all’inizio del conflitto, avrebbe evitato inutili spargimenti di sangue, oltre che il peggioramento delle future condizioni di vita dei lavoratori su ambo i fronti.

Anche in Russia, che è riuscita più o meno a contenere gli effetti delle sanzioni, c’è stato un aumento del debito dovuto ai costi del conflitto, con licenziamenti e stipendi non pagati, quadruplicati nell’ultimo periodo. La guerra borghese come la pace sono contese di affari fra i vari gruppi dominanti, che tramite i propri Stati mandano a morire i poveri e scaricano su di loro i costi del conflitto.

La questione ucraina rappresenta il crollo della narrazione resistenziale secondo la quale esisterebbero Stati “imperialisti”, da combattere, e Stati, ugualmente borghesi, da “liberare”. Ed è per questo che noi auspichiamo che anche i proletari degli Stati “aggrediti” si atteggino per far perdere alla propria borghesia la guerra il prima possibile, rinunciando ad immolarsi per interessi nemici, fraternizzando con i soldati “aggressori”, anch’essi usati come carne da cannone.

L’evolversi dei massacri, tanto in Ucraina come in Medio Oriente, dimostrano che l’unica strada per i lavoratori di tutti i paesi resta la guerra di classe contro la propria borghesia, estesa e organizzata, tanto in Europa, in Russia e in tutto il mondo, per migliori condizioni di vita, contro la guerra che li affama, sotto la direzione del proprio Partito Comunista rivoluzionario, per l’unità con i lavoratori degli altri paesi, rifiutando ogni solidarietà con i vari predoni imperialisti e con i loro medi o piccoli Stati satellite.







Dagli USA
Lo Stato democratico‑fascista

Mentre l’attuale partito capitalista al potere negli Stati Uniti continua la sua offensiva senza freni contro il tenore di vita del proletariato nazionale e rimuove ogni barriera alla speculazione finanziaria dilagante per sostenere il tasso del profitto, l’anarchia economica cresce. Pertanto, spetterà al suo omologo, al Partito Democratico, prepararsi al futuro lavoro di raccolta dei cocci, per rimettere in funzione il capitale dopo il prossimo crollo, e probabilmente condurre la guerra contro la Cina.

Intanto già oggi questo partito si sta impegnando nel suo classico lavoro sporco di corrompere le masse proletarie in fermento con la pestilenziale ideologia democratica populista e l’attivismo interclassista. Con questa demagogia pretende assicurarsi il ritorno al governo, imponendo una rinnovata disciplina patriottica alla classe lavoratrice, sotto la solita invocazione di “difesa della democrazia”.

In nome della Democrazia si danno a costruire un fronte popolare composto di capi sindacali opportunisti, esponenti socialdemocratici, ONG e miliardari “liberal”, con il “nobile obiettivo” di preservare la democrazia americana dall’autoritarismo, riaffermare lo “stato di diritto” contro la illegalità e preservare un immaginario capitalismo piccolo-borghese puro dall’oligopolio. In realtà significa solo garantire e riparare lo Stato borghese dopo il crollo, in modo che l’accumulazione di capitale possa continuare senza sosta nel suo prossimo ciclo evolutivo.

Ma non possiamo dimenticare che è stato sotto i Democratici che è stata esercitata la più spietata politica economica fascista contro la classe operaia americana. Ricordiamo che è stato sotto i Democratici che lo sciopero dei ferrovieri del 2022 è stato soffocato prima ancora che potesse iniziare. È stato sotto i Democratici che la Federal Reserve ha organizzato il suo attacco iniziale più brutale contro la classe operaia nel 2022, indebolendo il “mercato del lavoro” attraverso l’aumento dei tassi di interesse in modo da generare più disoccupazione e abbassare i salari dei lavoratori e il loro potere contrattuale. È stato sotto i Democratici che questo surplus spremuto dai lavoratori è stato utilizzato per acquistare più bombe per alimentare le guerre per procura dei burattini dell’imperialismo statunitense in Ucraina e a Gaza. È stato sotto i Democratici che Obama si è guadagnato il titolo di “Deporter in Chief” (Capo dei deportatori).

Come, nel secolo scorso, fu sotto i Democratici che si strinse un’alleanza con l’ala opportunista del movimento sindacale per spingere i lavoratori a morire in entrambe le guerre mondiali, combattute per gli interessi dei capitalisti statunitensi e non in una crociata per “salvare la democrazia” e “opporsi al fascismo”, giustificazioni per coprire la vera motivazione imperialista della guerra da tutte le parti.

Il problema è qui: non è solo il fascismo che dobbiamo combattere, ma il capitalismo! È il capitalismo che crea il fascismo, attraverso la sua democrazia, ogni volta che è necessario! E non dimentichiamo che questo processo funziona anche al contrario! I Democratici sono i peggiori nemici della classe operaia, perché sono i peggiori ingannatori dei lavoratori, fingendo di esserne i protettori dalla ostentata aggressione dei loro compari Repubblicani, solo per pugnalare assieme la classe operaia alle spalle più e più volte!

Per i lavoratori sarebbe meglio una dittatura repubblicana che distrugga completamente i Democratici, perché senza i Democratici i borghesi non avrebbero alcun strumento per distogliere il proletariato dalla via della rivoluzione! I lavoratori devono abbandonare ogni fiducia nei Democratici e rendersi conto che entrambi i partiti fanno parte di una spietata dittatura della classe capitalista.

Sono entrambi fascisti e, cosa ancora peggiore, sono entrambi democratici! Insieme formano l’insidioso e dinamico Stato bifronte della dittatura della classe capitalista negli Stati Uniti, che non ha mai servito e non servirà mai gli interessi della classe operaia! Solo il Partito Comunista Internazionale rappresenta i veri interessi della classe operaia, e nessun altro partito delle classi nemiche







Filo-israeliani e antisemiti (a volte allo stesso tempo)

Per i governi israeliani sono antisemiti tutti coloro che criticano lo Stato di Israele, o anche solo il suo governo. Per altro alcune correnti dell’ortodossia ebraica condannano l’esistenza stessa dello Stato di Israele, che considerano una bestemmia, e la bandiera nazionale “lo straccio immondo”, in quanto nella Bibbia l’unico Re è Dio, e non è riconosciuto altro potere. È difficile dare degli antisemiti a degli ebrei.

L’antisionismo è un termine più ambiguo: il sionismo è un’ideologia nazionale e in quanto tale storicizzata dai comunisti. Non è qualcosa di essenzialmente diverso dagli altri nazionalismi, così come lo Stato di Israele non è diverso da tutti gli altri Stati: è una ideologia borghese al servizio di uno Stato borghese.

Lo Stato israeliano, e i suoi vari governi, è rafforzato dagli attacchi antisemiti che avvengono nelle varie parti del mondo dove vivono degli ebrei. In tal modo lo Stato di Israele può ergersi a patria degli ebrei di tutto il mondo e a loro unico difensore: le differenze di classe così scompaiono e resta solo una “ebraicità”, di cui lo Stato di Israele è il braccio secolare. Antisemitismo e Stato di Israele si legittimano e si rafforzano a vicenda.

Per altro i partiti fascisti e affini in tutto il mondo sono oggi quasi tutti filoisraeliani. Non è una novità: se guardiamo all’Italia il neofascista MSI è sempre stato filoisraeliano, in nome del comune allineamento all’imperialismo nordamericano. Una minoranza filopalestinese a suo tempo uscì per fondare Ordine Nuovo, poi rientrata.

Nella società borghese nazionalismo e razzismo sono inevitabili. In tutti i partiti l’antisemitismo è sempre presente, anche se tenuto in sordina. Abbiamo quindi dei partiti fascisti e simili essere filoisraeliani e antisemiti al tempo stesso, con questo secondo aspetto tenuto momentaneamente in disparte. Gli ebrei, non solo israeliani, più che dai nemici dovrebbero guardarsi da questi “amici” in camicia nera.

I proletari, ebrei, arabi e di tutto il mondo, hanno solo nemici tra i borghesi, che questi portino la camicia nera o che si proclamino progressisti e socialisti. Non esistono più gli “amici del popolo”. Il proletariato può fare conto solo su sé stesso e sul suo partito.







Da Satana al Capitale

Nella tradizione ebraica, cristiana e islamica Satana è l’avversario, come da etimologia, definito anche “il nemico del genere umano”.

Una sua recente apparizione l’abbiamo avuta in una località sciistica svizzera: un incendio in un locale dove si festeggiava il capodanno ha provocato circa 40 morti e un centinaio di feriti, quasi tutti giovani e giovanissimi.

In un linguaggio meno biblico tali eventi sono definiti incidenti, disgrazie imprevedibili.

In realtà questi eventi, oltre a non essere attribuibili al Maligno, possono essere previsti: non sono dovuti al destino, o al caso, ma a determinazioni ben precise e ampiamente conosciute, che agiscono per necessità seguendo le proprie ferree leggi.

Il locale di Crans Montana in questione era un seminterrato, con soffitto non ignifugo e, sembra, senza sistema antincendio; aveva inoltre per uscita solo una scala angusta.

Le responsabilità di quegli “eroi” della borghesia che sono gli imprenditori sono pari a quelle dello Stato, che, evidentemente, non ha svolto i controlli che doveva svolgere. La borghesia si lamenta quotidianamente della “burocrazia” e dei controlli statali che impediscono il libero sviluppo dell’attività imprenditoriale.

Nel 2017 ci fu un altro “incidente” a Londra, dove un grattacielo di 24 piani, la Grenfell Tower, andò a fuoco provocando 72 morti e 74 feriti. Anche qui il caso non aveva nulla a che fare: il palazzo era stato ristrutturato pochi anni prima con una spesa in euro di circa dieci milioni, ma applicando un rivestimento esterno non ignifugo: “risparmiarono” seimila euro sul materiale.

Solo un mese è passato dal grande incendio ad Hong Kong di un gruppo di sette grattacieli in ristrutturazione, con centinaia di morti. Anche lì la causa è l’utilizzo di materiale infiammabile: le reti esterne delle impalcature e i pannelli di polistirolo a protezione delle finestre: non erano “a norma”. Ma la norma del capitalismo è il profitto.

Eventi simili sono innumerevoli ovunque, come innumerevoli sono gli “incidenti” sul lavoro, che provocano tre o quattro morti al giorno solo in Italia: le misure di prevenzione costano, e quindi abbassano i profitti.

È una guerra permanente, del capitale contro la specie umana. Trova la sua massima esplicazione nella guerra imperialista, che, senza altro motivo che la contesa fra capitalismi statali, genera milioni di morti.

Il vero “nemico del genere umano” è il capitalismo. Una “divinità” – in realtà un rapporto storico-sociale, politico, di forze, fra classi, cioè fra uomini – che richiede quotidiani sacrifici umani.

Noi comunisti combattiamo i sacerdoti di tale divinità, cioè la classe dirigente politica, economica, militare, ecclesiastica e intellettuale borghese. Lottiamo contro questi servitori del Male fino alla violenta uccisione di questo Dio sanguinario che è il Capitalismo.






PAGINA 2



Messico
La lotta di classe sotto le manifestazioni del 15 novembre

L’etichetta “Generazione Z” è diventata un’espressione mediatica e sociologica per spiegare le rivolte popolari in diverse parti del mondo (Cile, Hong Kong, Libano, ecc.). Questa interpretazione nasconde le vere cause di queste crisi sociali e politiche. Riducendo le proteste a fenomeno generazionale o culturale si nega l’esistenza di contraddizioni materiali e si offusca il motore storico del cambiamento sociale: la lotta di classe. E nel capitalismo questa lotta di classe si riassume nel confronto tra la borghesia e il proletariato.

Grandi manifestazioni e marce che hanno avuto luogo in tutto Messico il 15 novembre scorso a seguito della uccisione del sindaco di Uruapan, Carlos Manzo. Diversi strati della società messicana sono stati coinvolti in scontri di piazza che hanno lasciato 140 feriti, 100 dei quali poliziotti, e molti arresti.

Sono state presentate dalla maggior parte dei media e dei social come una reazione spontanea dei “giovani” e dei “cittadini” contro la corruzione e la violenza del governo, interpretate e incanalate quindi nello scontro tra opposti settori della borghesia messicana, e fra i partiti e i movimenti che li rappresentano.

Questa esplosione interclassista di masse è una conseguenza del deterioramento delle condizioni economiche sia dei lavoratori sia della piccola borghesia, minacciata dalla proletarizzazione.

Il tutto è impastato nella corruttela del narcotraffico, un business che si contendono i vari gruppi di governanti, elemento fondamentale della produzione capitalista in un paese subordinato all’imperialismo statunitense e che il circo borghese avvolge in una nebbia mistificante.

Noi comunisti quindi ci distanziamo dall’analisi dominante di queste situazioni per affrontare i conflitti dal punto di vista della lotta di classe, l’unica lente che mostra appieno le crisi della società capitalista.

In Messico come in tutto il mondo le mobilitazioni sono espressione di contraddizioni irrisolvibili all’interno del sistema capitalista, anche quando la classe operaia non si presenta riconoscibile sulla scena e la sua azione è dominata da confusione politica, disorganizzazione, divisione e subordinazione a movimenti interclassisti, piccolo-borghesi o democratico-borghesi.


Antecedenti

In Messico il partito Morena al governo si è guadagnato il riconoscimento degli elettori con una propaganda nazionalista, sovranista, di “sinistra” (riassunta nel programma “Quarta Trasformazione”, 4T), sfruttando il malcontento di sempre contro la corruzione e gli effetti sociali delle politiche neoliberiste dei governi precedenti (PRI, PAN). Il tradizionale apparato borghese, rappresentato dai partiti che oggi sono all’opposizione (PAN, PRI, PRD, Movimiento Ciudadano) e dalle élite imprenditoriali che li appoggiano, pur estromesso dal controllo diretto dello Stato, conserva un immenso potere economico.

Il rifiuto della politica “securitaria” (“Abbracci, non proiettili”) e il contenimento della violenza e della corruzione dell’attuale governo sono la retorica dell’opposizione democratica borghese. Questo allontana i salariati dalle loro naturali richieste (aumento dei salari e delle pensioni, riduzione dell’orario di lavoro, miglioramento dell’igiene e della sicurezza sul posto di lavoro, ecc).

Per altro, tanto la fazione al governo quanto quella all’opposizione, nonostante i differenti linguaggi, sono strenui difensori del capitalismo e garanti degli affari delle imprese nazionali e transnazionali, che fondano la loro accumulazione sullo sfruttamento del lavoro salariato in Messico.


La situazione del proletariato

Mentre la stampa si concentra sulle diatribe fra le élite politicanti, la situazione della classe lavoratrice e dei diseredati rimane irrisolta. Nonostante l’aumento del salario minimo, l’inflazione ne erode il potere d’acquisto. Il salario medio rimane basso, la precarietà e l’informalità persistono come realtà strutturali e i diritti del lavoro previsti dalla legislazione borghese, così come le pensioni, sono oggetto di attacchi e riforme regressive.

Delle rivendicazioni fondamentali del proletariato non si occupano i titoli della stampa e i post sui media sociali. La maggior parte delle centrali e delle federazioni sindacali in Messico, storicamente legate agli interessi dello Stato e sotto il controllo dei diversi partiti rappresentati in parlamento, mantengono una posizione di subordinazione nei confronti dei padroni e di smobilitazione. Il silenzio o il sostegno al governo in carica da parte delle centrali sindacali dimostra che la classe lavoratrice non ha voce di fronte al conflitto tra i settori borghesi, messa nella impossibilità di sollevare un movimento di classe indipendente, libero dalla polarizzazione borghese, che oggi la pone di fronte al falso dilemma di essere a favore o del governo o dell’opposizione, entrambi borghesi.

La situazione dei salari rimane centrale per la classe lavoratrice. L‘annuncio della presidenza di portare i salari a importi superiori a quelli del paniere di base minimo (CBI) non è stato rispettato. La politica salariale attuata da López Obrador è stata concordata con gli imprenditori. Claudia Sheinbaum ha mantenuto la politica di aumenti nominali apertamente inferiori al CBI. Tanto che si è abbandonato l’uso del CBI e si è assunto come riferimento il livello minimo di povertà monitorata da un Consiglio Nazionale e concordata con il mondo imprenditoriale.

Di fatto un salario minimo copre la metà del fabbisogno familiare.

Per contro il Messico ha raggiunto cifre record di investimenti stranieri. Nel 2024 è stato registrato un massimo storico, al terzo trimestre del 2025 hanno superato i 40 miliardi di dollari, con un aumento del 15% rispetto all’anno precedente. È il risultato del nearshoring, la delocalizzazione con cui le aziende trasferiscono parte della loro produzione, manifattura o servizi, in paesi geograficamente vicini al loro mercato principale. Nel contesto messicano ciò riguarda principalmente le aziende statunitensi (e in misura minore canadesi) che vi hanno trasferito le loro attività produttive, tradizionalmente situate in mercati lontani come l’Asia (in particolare la Cina).

La presidente Sheinbaum ha sottolineato che il nearshoring «è un’opportunità da cogliere con un approccio orientato allo sviluppo, garantendo che le nuove imprese offrano posti di lavoro di qualità e salari dignitosi»; ma in realtà le aziende insediate in Messico continuano a fare affidamento sulla riduzione dei costi, tra cui il principale sono i salari. Nei Comuni più vicini al territorio statunitense il governo di Sheinbaum, sempre in accordo con gli imprenditori e proseguendo quanto avviato da Obrador, ha approvato aumenti salariali maggiori, ma non per “giustizia sociale”, bensì con l’obiettivo di garantire manodopera alle aziende.

Inoltre, solo a una piccola parte della popolazione lavoratrice si applicano i salari pomposamente annunciati dai media, lasciandone fuori i disoccupati, i sottoccupati e i lavoratori informali. Oltre al fatto che il salario minimo è estremamente basso, si applica solo a circa il 35% dei lavoratori dipendenti. I dati statistici dell’Istituto Nazionale di Statistica e Geografia (INEGI) mostrano un mercato del lavoro con un basso tasso ufficiale di disoccupazione, ma la sua reale entità è nascosta dietro sottoccupazione e informalità.

  Uomini Donne Tot. Nazionale
Tasso disoccupazione(TD) 2,9% 3,1% 3,0% (sett.2025)
Tasso informalità (TIL) 55,0% 55,9% 55,4% (3 tr.2025)
Tasso sottoccupazione - - 7.5% (ott.2025)

 Il tasso di disoccupazione è rimasto relativamente basso, oscillando tra il 2,5% e il 3,0% nel 2025, con una leggera tendenza al rialzo nella seconda metà dell’anno. Ma oltre la metà dei lavoratori messicani (33,1 milioni) continua a lavorare nel settore informale, senza accesso alla previdenza sociale né alle prestazioni sociali. Il tasso di informalità è leggermente superiore per le donne. 3,7 milioni di lavoratori sono sottoccupati.

I giovani sono il gruppo più vulnerabile. Fra i 15 e i 29 anni la disoccupazione ha raggiunto il 7,1%, quasi il doppio del tasso generale. I disoccupati tra i 15 e i 24 anni sono il 33% di tutti i disoccupati. Quasi sette giovani su dieci lavorano in modo informale, un livello superiore del 12% alla media nazionale. Ciò implica la mancanza di accesso alla sicurezza sociale, alle prestazioni e alla stabilità lavorativa. I dati del 2024 indicavano che, anche tra i laureati, solo il 30,7% riusciva a trovare un lavoro in linea con la propria formazione, evidenziando una discrepanza tra il sistema educativo e le richieste del mercato del lavoro. A questi si aggiungono i cosiddetti giovani che non studiano né lavorano, che sono 4,8 milioni. Le giovani donne rappresentano una percentuale molto più alta in questa categoria a causa di fattori di genere come le responsabilità di cura della famiglia.

La grande maggioranza della crescente popolazione giovanile che affluisce nel mercato del lavoro va incontro alla tragedia e alla frustrazione della disoccupazione, della sottoccupazione e del lavoro informale, in un mercato del lavoro che li sfrutta con paghe da fame. Questi lavoratori, di età tra i 15 e i 29 anni, appartengono a quella che viene chiamata “Generazione Z”. Ma non sono altro che lo strato più giovane della classe dei salariati, privi di organizzazioni sindacali che canalizzino la loro frustrazione e malcontento. È vero che da sempre e in tutto il mondo i giovani hanno dato impulso ai conflitti sociali, ma non possiamo ignorare la loro origine di classe, lavoratori, proletari, parte della classe operaia e delle sue lotte.

La demagoga di turno, la presidente Claudia Sheinbaum, integrerà nella Costituzione il principio “I giovani sono il futuro”, e offrirà piani di formazione professionale: è chiaro che si tratta di diversivi lungi dal risolvere la situazione che affligge la classe operaia messicana e i giovani in particolare. In Messico, come ovunque, non ci sarà mai un salario a coprire le esigenze dei lavoratori, né ci saranno posti di lavoro stabili e sani per tutti. Questa situazione non cambierà finché il mondo sarà in regime capitalista. I lavoratori non si libereranno – e con essi tutta la società – se non imporranno l’eliminazione del lavoro salariato.


Le manifestazioni del 15 novembre

Le mobilitazioni del 15 novembre sono state utilizzate nelle diatribe tra politicanti borghesi. I partiti dell’opposizione hanno chiamato alla difesa delle “istituzioni democratiche”, che sarebbero minacciate dal governo in carica, accusato di inefficacia di fronte alla violenza e alla corruzione.

Il governo ha cercato di screditare la protesta come orchestrata dagli oppositori, “conservatori” e “neoliberisti”, che avrebbero perso i loro privilegi. Il governo minimizza la portata e le cause profonde del malcontento, rafforzando la narrativa di uno scontro tra un popolo “buono” e un’oligarchia “corrotta”. Attraverso i media al suo servizio paventa la minaccia di una “rivoluzione colorata”, un colpo di Stato sostenuto dagli Stati Uniti, appoggiato del “blocco conservatore” del PRI e del PAN.

La fragorosa campagna mediatica ha confuso ancora una volta i lavoratori. I veri problemi che affliggono la classe operaia messicana sono rimasti ancora una volta nascosti dietro le lamentele contro la corruzione e la criminalità (inevitabili perché hanno la loro origine nel capitalismo) e dietro le figure policlassiste di “popolo”, “cittadini” e “generazione Z”.

Ma anche senza nulla sapere le masse sono scese in piazza per la rabbia accumulata dopo decenni di bassi salari e disoccupazione, di bisogni insoddisfatti, mentre una élite di imprenditori, politici e mafiosi vive nel lusso e nell’impunità. Ed è per deviare questo malcontento della classe operaia sfruttata – non del “popolo” o dei ‘cittadini’ o della “generazione Z” – che i vari politici hanno cavalcato l’onda, sommersa con slogan che nascondono i reali problemi dei lavoratori messicani.


La prospettiva

Manifestazioni come quelle del 15 novembre si ripeteranno. La classe operaia e gli strati della popolazione le cui condizioni di vita peggiorano, torneranno a mobilitarsi. E i capitalisti, adiuvati dai loro legami con l’imperialismo, torneranno a proporre le loro parole disfattiste. Questo finché la classe operaia non riuscirà a superare la sua disorganizzazione e la confusione politica per irrompere sulla scena con le proprie rivendicazioni di classe e fuori dal controllo di tutte le fazioni borghesi.

Anche in Messico, con una moltiplicazione, un coordinamento e un’integrazione delle mobilitazioni e degli scioperi, il movimento operaio dovrà costituire un ampio e partecipativo Fronte Unico Sindacale di Classe, che integri lavoratori formali e informali, attivi e disoccupati, del settore pubblico e del privato, lavoratori di tutte le nazionalità e di entrambi i sessi, che promuova l’unità d’azione e ponga come rivendicazioni:
     - Aumento significativo e generale dei salari e delle pensioni, ben superiore al tasso di inflazione.
     - Salario integrale ai disoccupati.
     - Riduzione dell’orario di lavoro e dell’età pensionabile.
     - Contro il lavoro straordinario.
     - Igiene e sicurezza sul posto di lavoro.
     - Servizi che liberino le donne dai vincoli dell’economia familiare.

La classe operaia messicana, come in tutto il mondo, dovrà trovare la propria strada, al di fuori del controllo della borghesia e dell’opportunismo, verso la lotta rivendicativa, fuori dal parlamentarismo, organizzata in veri sindacati di classe che promuovano lo sciopero generale, aprendo la strada all’azione rivoluzionaria, che solo il Partito Comunista Internazionale può portare al suo necessario sbocco: il Comunismo.







Il misticismo quantistico

La fisica moderna si trova a un bivio tra il materialismo scientifico e le deviazioni idealiste, in particolare nella meccanica quantistica e nella cosmologia. Sebbene la teoria quantistica rimanga la nostra descrizione più accurata dei fenomeni su scala atomica, la sua interpretazione è diventata un campo di battaglia tra scienziati materialisti, che difendono la realtà oggettiva, e sostenitori del misticismo, che distorcono le stranezze quantistiche in fantasie metafisiche. L’interpretazione di Copenaghen secondo cui “l’osservazione crea la realtà” (Heisenberg, Bohr) ha aperto la porta ad abusi soggettivisti, con figure come Eugene Wigner che hanno proposto che “la coscienza collassa la funzione d’onda”, una nozione che il fisico Asher Peres ha deriso come “solipsismo quantistico”. Queste distorsioni idealiste ignorano che le probabilità quantistiche descrivono processi materiali oggettivi, non miracoli dipendenti dall’osservatore. Come ha ribattuto David Mermin: “La luna esiste anche quando nessuno la guarda”.

Questa crisi epistemologica approfondisce con l’ipotesi del multiverso della teoria delle stringhe, che fisici di spicco come George Ellis condannano come pseudoscienza per aver abbandonato la falsificabilità. Sebbene la teoria quantistica dei campi descriva con successo le interazioni tra le particelle, il suo successo matematico è stato dirottato dagli antimaterialisti. Lee Smolin avverte che «la fisica sta diventando un gioco di invenzioni matematiche eleganti e fantasiose, slegate dall’esperimento», citando i 10^500 “universi possibili” della teoria delle stringhe come “decadenza accademica”. La meccanica quantistica relazionale di Carlo Rovelli offre un’alternativa materialista: gli stati quantistici descrivono relazioni fisiche reali tra i sistemi, non prodotte dell’osservatore.

Compito dei marxisti è difendere la fisica come studio de silla realtà materiale oggettiva contro sia i mistici quantistici che i ciarlatani del multiverso. Come sosteneva Einstein: “La natura ha una struttura reale che possiamo scoprire, non inventare”.

Sebbene le interpretazioni varino (Copenaghen, multi-mondi, de Broglie-Bohm), le previsioni misurabili della teoria quantistica descrivono un mondo che si comporta secondo leggi fisiche costanti, anche se probabilistiche. Fisici come Sabine Hossenfelder e Sean Carroll rifiutano speculazioni metafisiche come la teoria del multiverso o il collasso basato sulla coscienza. Essi sostengono che queste idee, sebbene matematicamente interessanti, sono non verificabili e inutili. «La fisica non riguarda le credenze, ma modelli che fanno previsioni e possono essere verificati. Tutto il resto appartiene alla metafisica, non alla scienza».

Ciò fa eco all’avvertimento di Lenin contro lo scivolamento dal materialismo all’idealismo filosofico mascherato da scienza. Identificò il ruolo di Mach e dei suoi seguaci nel seminare confusione tra ciò che la scienza misura e ciò che presume. Lenin difese la visione materialista secondo cui il mondo esiste indipendentemente dall’osservatore e può essere approssimato, anche se non perfettamente, attraverso l’indagine scientifica. La meccanica quantistica non lo smentisce. Si limita ad estendere la nostra comprensione della causalità e delle misure. Il mondo rimane conoscibile e materiale anche se non completamente deterministico.

Vasto è lo sconosciuto, non perché soprannaturale, ma semplicemente perché non ancora spiegato materialmente.

Allo stesso modo, le neuroscienze rifiutano decisamente il dualismo mente-corpo. I processi cognitivi, dalla memoria all’autocoscienza, sono ora dimostrati legati all’attività neurale. I danni alla corteccia prefrontale alterano la personalità. La stimolazione elettrica del lobo temporale può indurre vivide esperienze religiose. L’elaborazione visiva, il linguaggio, le emozioni e persino il processo decisionale possono essere mappati su strutture cerebrali osservabili. Come afferma Patricia Churchland: «La coscienza, il processo decisionale morale, le emozioni: tutti questi sono prodotti della neurobiologia. Non è necessaria alcuna “anima” aggiuntiva».

Questo è esattamente ciò che Lenin sosteneva contro i machisti: le sensazioni non sono il dato di partenza dal quale costruiamo la realtà, ma il prodotto dell’interazione materiale tra il mondo e il corpo. Le moderne tecniche di “imaging” (fMRI, EEG, optogenetica) dimostrano che la percezione non è il punto di partenza della conoscenza, ma il suo riflesso, un riflesso modellato dall’esperienza precedente, dal linguaggio e dallo sviluppo sociale. Oltre a Hegel può andare in pensione anche Kant.

Questa base materiale della coscienza significa che il misticismo, la spiritualità quantistica e il panpsichismo si riducono a reliquie ideologiche. Le affermazioni secondo cui la coscienza è primaria o che la mente esiste al di là del corpo non sono confortate da un solo esperimento riproducibile. Al contrario, la mappatura empirica della cognizione alla struttura cerebrale riafferma la posizione leninista secondo cui la coscienza è un prodotto della materia organizzata in una forma storica specifica, prima attraverso la natura, poi attraverso il lavoro e infine attraverso la classe.

È su queste basi che il determinismo materialista di Marx rifiuta la nozione idealista del “libero arbitrio” come illusione metafisica, fondando invece l’azione umana sulle leggi oggettive dello sviluppo storico. Come il partito ha già affermato, «La concezione materialista della storia dimostra che l’esistenza sociale determina la coscienza, e non il contrario» (“I fondamenti del comunismo rivoluzionario”, 1957). Non esiste la “libertà” di cui parlano i borghesi, una fuga astratta e individualistica dalle condizioni materiali, perché tutta l’attività umana, compreso il pensiero, è condizionata dal movimento dialettico delle forze produttive e dalla lotta di classe.

Questo determinismo non è fatalismo. È attraverso la comprensione scientifica di queste leggi materiali che il proletariato, organizzato nel partito rivoluzionario, diventa l’agente attivo della realizzazione del comunismo. Il partito non è una forza esterna che impone l’utopia, ma il meccanismo stesso attraverso il quale la classe operaia realizza consapevolmente il suo ruolo storico, l’unica vera “libertà” possibile.







Per il sindacato di classe Pagina di impostazione programmatica e di battaglia del Partito Comunista Internazionale
Per la rinascita del sindacato di classe fuori e contro il sindacalismo di regime. Per unificare le rivendicazioni e le lotte operaie, contro la sottomissione all’interesse nazionale. Per l’affermazione dell’indirizzo del partito comunista negli organi di difesa economica del proletariato, al fine della rivoluzionaria emancipazione dei lavoratori dal capitalismo

Bilancio degli scioperi generali di novembre‑dicembre

Come previsto e denunciato dal nostro partito – nella stampa e nei volantini redatti e distribuiti nelle diverse manifestazioni e che riproduciamo in questa pagina – contro la legge di bilancio per il 2026 l’opportunismo sindacale ha portato i lavoratori a due scioperi generali separati e in concorrenza: il 28 novembre da parte di tutti i sindacati di base, il 12 dicembre della sola Cgil.

Si conferma che per imporre scioperi unitari alle dirigenze sindacali occorrerà un rafforzamento delle opposizioni che al loro interno si battono a questo scopo. Ciò sarà possibile, oltre che con un costante, caparbio e determinato lavoro di frazione sindacale in tal senso, per il rafforzarsi degli scioperi, che sarà conseguenza inevitabile del peggioramento delle condizioni di lavoro prodotto dalla crisi economica mondiale del capitalismo. A sua volta l’imposizione dell’indirizzo degli scioperi unitari alle dirigenze opportuniste rafforzerà il movimento di scioperi, in un circolo virtuoso che creerà le basi per il disarcionamento delle dirigenze opportuniste dalla guida dei sindacati, almeno da quelli che non sono ormai da anni irreversibilmente legati, mani e piedi, al regime politico capitalista.

Nel percorrere questo sentiero arduo e lungo il movimento sindacale di classe non è però fermo al palo, e questi mesi hanno registrato importanti passi in avanti:
     - se non si è riusciti a replicare lo sciopero unitario di tutti i sindacati di base con la Cgil del 3 ottobre 2025, tuttavia si è giunti a uno sciopero generale nella stessa data di tutti i sindacati di base, obiettivo che di rado si era stati in grado di cogliere negli anni precedenti;
     - in modo pubblico e formale, Cub e Confederazione Cobas si sono rivolte alla Cgil proponendole uno sciopero unitario, sostenute – pur in modo non altrettanto chiaro – da Sial Cobas, Adl Cobas e Clap, rafforzando così tale indirizzo all’interno del sindacalismo di base, che l’anno precedente era stato sostenuto solo da Confederazione Cobas, Adl Cobas, Sial Cobas;
     - all’interno dell’Usb insieme ad altri militanti sindacali abbiamo promosso un appello affinché la sua dirigenza proponesse uno sciopero generale unitario alla Cgil, trovando nuovi consensi rispetto alle iniziative analoghe del passato;
     - un appello dello stesso tenore è stato promosso dall’interno della Cgil raccogliendo centinaia di adesioni, anche di iscritti ai sindacati di base;
     - una parte dell’area di minoranza in Cgil “Le radici del sindacato” – rappresentata da tre suoi dirigenti nazionali – ha preso esplicita posizione durante l’Assemblea Generale nazionale confederale di quel sindacato in favore dello sciopero unitario col sindacalismo di base.

Da un lato la dirigenza Cgil ha ignorato sia la proposta avanzata da una parte non certo trascurabile dei sindacati di base, sia l’appello di centinaia dei suoi iscritti; dall’altro la dirigenza Usb ha oggettivamente aiutato la dirigenza Cgil, dichiarandosi favorevole alla sua scelta di proclamare lo sciopero generale in altra data e contraria a ripetere lo sciopero unitario “come il 3 ottobre”. La dirigenza dell’Usb si è dimostrata la più ostinata a persistere nella deleteria condotta degli scioperi separati, come aveva palesato l’anno precedente quando tutti gli altri sindacati di base avevano scioperato insieme alla Cgil il 29 novembre 2024 e l’Usb da sola il 13 dicembre!

La presidenza del consiglio dei ministri fornisce i dati della adesione agli scioperi generali. Sono disponibili solo per il pubblico impiego perché da anni lo Stato italiano non rileva più le ore di sciopero nel settore privato.

Le percentuali di adesione, anche quelle degli scioperi più riusciti, possono sembrare sorprendentemente basse. Tuttavia non si può considerare il pubblico impiego alla stregua di una singola fabbrica, perché si tratta di posti di lavoro capillarmente diffusi sul territorio nazionale. Rispetto a quello medio nazionale, senza dubbio, il dato dell’adesione è assai più alto nelle grandi città. Vanno inoltre considerate forme di adesione nascoste, come richiesta di permessi, anche se non hanno lo stesso valore di uno scioperante dichiarato.

Possiamo fare riferimento al numero degli scioperanti che, ad esempio, con una adesione del 6% sono circa 120 mila, un numero ragguardevole. Conferma quanto sempre da noi affermato circa la opposizione fra metodo democratico e lotta di classe: 12 milioni di voti (all’incirca i voti favorevoli nell’ultimo referendum promosso dalla Cgil) si sono risolti in una sconfitta; 1 milione di lavoratori in sciopero possono piegare il capitalismo nazionale e ottenere importanti risultati sindacali. La lotta di classe è la realtà sociale, ed è basata sui rapporti di forza. Sono il regime borghese e l’opportunismo politico e sindacale che vogliono tenere incatenata la classe operaia all’idea, e alla pratica, che possa difendersi col metodo del voto invece che con l’organizzazione della lotta.

Guardiamo i dati:
     - 29 novembre 2024 - sciopero generale di tutti i sindacati di base (tranne Usb) insieme alla Cgil: adesione totale (di tutti i comparti) del 6,07% (121.000 scioperanti);
     - 13 dicembre 2024 - sciopero generale della sola Usb: adesione totale dell’1,04%! - 22 settembre 2025 - Sciopero generale di tutti i sindacati di base: adesione totale dell’8,42% (161.868 scioperanti);
     - 3 ottobre 2025 - sciopero generale di tutti i sindacati di base con la Cgil: adesione totale dell’8% (151.909 scioperanti);
     - 28 novembre 2025 - sciopero generale di tutti i sindacati di base contro la finanziaria: adesione totale del 2,47%; - 12 dicembre 2025 - sciopero generale della sola Cgil: adesione totale del 4,4%.

Vanno confrontati i dati tenuto conto del contesto: da un lato i due scioperi del 2024, e i due scioperi contro la finanziaria del 2025; dall’altro i due scioperi nel quadro del movimento contro la guerra in Palestina.

Lo sciopero della sola Usb del 13 dicembre 2024 è valso – in termini di adesioni – meno della metà di quello unitario dei sindacati di base del 28 novembre di quest’anno: 1,04% contro il 2,47%!

Le adesioni ai due scioperi separati di novembre e dicembre scorsi – 2,47% e 4,4% – sommate superano di meno di un punto l’adesione allo sciopero del 29 novembre del 2024, della Cgil insieme a tutti i sindacati di base tranne l’Usb: 6,87% a fronte del 6,07%.

Insieme i due scioperi avrebbero raggiunto un livello di adesione prossimo a quello del 3 ottobre; e noi sosteniamo superiore alla mera somma dei dati (6,87%) perché la convergenza nell’azione di sciopero delle organizzazioni sindacali ha un effetto moltiplicatore. Divisi, si sono avuti due scioperi deboli, sostanzialmente falliti, che hanno segnato un passo indietro rispetto agli scioperi del 22 settembre e del 3 ottobre, dilapidando invece di capitalizzarle le energie scaturite da quel movimento.

Per iniziativa dei promotori dell’appello dall’interno della Cgil è stata promossa il 25 ottobre un’assemblea autoconvocata, che ha lanciato lo slogan “Mai più scioperi separati!”, mostrato con uno striscione alle manifestazioni a Roma per gli scioperi del 28 novembre e del 12 dicembre.

Una seconda assemblea è stata convocata a ridosso del secondo sciopero, il 18 dicembre. In essa si è fatta un’analisi dei due scioperi appena trascorsi, anche sulla base dei dati sopra riportati, forniti in modo più completo (con le relative tabelle) alle centinaia di iscritti alla mailing list. Nell’assemblea si è discusso delle prospettive di lavoro di questo organismo intersindacale in via di formazione ed è scaturita la decisione di formare un esecutivo che verrà convocato a gennaio, che dovrà licenziare un documento complessivo di presentazione di questa organismo e una proposta operativa da sottoporre a una terza assemblea.

È stato inviato il seguente breve contributo alla definizione del documento.
     «La nostra iniziativa autoconvocata non vuol in alcun modo sostituirsi al ruolo e alla funzione dei sindacati: non vogliamo essere o divenire organismo che “mobilita”. I lavoratori guardano al loro sindacato, innanzitutto, per mobilitarsi e se ci illudessimo di poter invadere questa funzione e ruolo dei sindacati risulteremmo agli occhi dei lavoratori solo come un nuovo organismo “in più”, un fattore di ulteriore divisione e frammentazione, invece che di unione.
     «La nostra funzione non può e non vuole essere che quella di organizzare e rafforzare le opposizioni sindacali esistenti nei sindacati esistenti, che si attestano sulla linea dell’unità d’azione dei sindacati quale strumento fondamentale – non unico, ma essenziale – per ottenere il massimo grado di unità d’azione dei lavoratori nelle condizioni date del momento storico.
     «La nostra iniziativa vuole essere un ambito, la casa di chi, in ogni sindacato, avverte l’esigenza dell’unità d’azione sindacale, ma non ha forza e idee ancora chiare su come aprire la strada a questa esigenza nella sua organizzazione e nel movimento sindacale complessivo.
     «Dobbiamo essere l’embrione della futura intersindacale, del futuro fronte unico sindacale di classe, una intersindacale delle opposizioni alle dirigenze opportuniste.
     «Vogliamo essere un ambito in cui ognuno racconta, condivide la sua pratica ed esperienza di lotta interna al suo sindacato, coi militanti che fanno lo stesso negli altri sindacati. Un luogo di condivisioni, convergenza, coordinazione, organizzazione e potenziamento reciproco di queste battaglie.
     «Nel fare ciò vogliamo rivolgerci a tutti quei sindacati, gruppi di fabbrica, coordinamenti di lavoratori, aree sindacali che negli ultimi anni si sono mossi nella nostra stessa direzione.
     «Infine, non vogliamo porre pregiudiziali circa il percorso di rinascita del sindacato di classe. Vi è una pluralità di idee e prospettive, come noto e da decenni, e la discussione è aperta e benvenuta. Ma la verifica empirica di quale sarà la prospettiva corretta può aversi solo sulle gambe di un rinato forte movimento di lotta dei lavoratori.
     «Battersi per l’unità d’azione dei sindacati serve a preparare le condizioni più favorevoli allo scioglimento di questo nodo pratico del movimento sindacale».

Nostra convinzione, e indirizzo, sin dal 1978, è che in Italia il sindacato di classe rinascerà “fuori e contro i sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil)”. Battersi per l’unità d’azione dei sindacati porterà più rapidamente a uno spostamento dei gruppi combattivi di lavoratori ancora inquadrati nei sindacati di regime verso le organizzazioni sindacali combattive, esistenti e future, apportando un contributo di forze utile a combattere l’opportunismo che li dirige, e con ciò alla rinascita del sindacato di classe.







28 novembre

Contro sfruttamento e riarmo!

Per l’unità d’azione dei sindacati e dei lavoratori!

La legge di bilancio per il 2026 conferma che anche in Italia il regime del capitale si sta preparando alla guerra quale unica sua soluzione alla crisi economica mondiale che continua inesorabilmente ad approfondirsi.

La causa della crisi dell’economia capitalista è la sovrapproduzione. Questa da tempo attanaglia i paesi occidentali e da alcuni anni anche la Cina, che per tre decenni ha permesso all’economia capitalistica mondiale di non crollare, divenendo la fonte di nuovi profitti nonché la cosiddetta fabbrica del mondo.

Il dilagare della sovrapproduzione rende sempre più aspra la concorrenza trasformandola in scontro militare. È questa la causa dei sempre più numerosi conflitti, non certo il folle capo di governo o l’ideologia reazionaria di turno. Non sono guerre in difesa di popoli o di ideali ma imperialiste per la spartizione dei mercati, per i profitti.

La politica di riarmo non riguarda certo solo l’Italia bensì tutti i paesi d’Europa, anche quelli con governi che si presentano “di sinistra”, come quello spagnolo, e ciascuno per sé, dimostrando come non esista una Europa Unita – né tanto meno un “imperialismo europeo” – ma solo i decrepiti Stati nazionali borghesi. E interessa tutto il mondo: dagli Stati Uniti, alla Cina, all’India, alla Russia, al Medio Oriente.

Non riuscendo più a vendere acciaio, automobili e un numero crescente di merci, gli Stati investono e si indebitano nel produrre e comprare armi. Nelle loro intenzioni, con la guerra mondiale che si avvicina, sarà il proletariato internazionale a pagare il conto. Distrutte le merci in eccesso – città, industrie, infrastrutture e la merce forza lavoro – come già fu con la Seconda Guerra mondiale, potrà avviarsi un nuovo ciclo di accumulazione capitalistica.

Questa è la follia del capitalismo che si abbevera per sopravvivere del sudore e del sangue dei lavoratori, e che solo dalla classe lavoratrice può essere spezzata. Opporsi oggi ai sacrifici imposti dai governi e dalla classe padronale, in nome del riarmo e della competitività di Patria e Azienda, significa costruire la forza sociale e politica per fermare domani la guerra imperialista.

Oggi i sindacati di base – tutti finalmente insieme – hanno proclamato lo sciopero generale contro la legge finanziaria. Lo slogan che meglio esprime il senso di questo sciopero è quello agitato da tre anni dall’Unione Sindacale di Base: ABBASSATE LE ARMI, ALZATE I SALARI !

Ma a esso ne va aggiunto un altro che inizia a circolare nel movimento sindacale: MAI PIÙ SCIOPERI SEPARATI!

Le settimane di mobilitazione contro la guerra e il genocidio a Gaza hanno portato al grande risultato – per merito dell’USB e degli altri sindacati di base – dei due scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre, il secondo ancora più potente per la convergenza di tutti i sindacati di base con la CGIL. Non appena rifluito il movimento però la dirigenza della CGIL ha fatto marcia indietro e si è rifiutata di convergere sullo sciopero di oggi, proclamandone uno separato e tardivo per il 12 dicembre, nonostante l’appello al suo interno di centinaia di suoi iscritti per aderire allo sciopero odierno e l’invito a scioperare insieme da parte della CUB e della Confederazione COBAS.

La dirigenza della CGIL non vuole l’unità d’azione coi sindacati di base perché sa che essa rafforzerebbe e radicalizzerebbe gli scioperi, spostando i lavoratori verso il sindacalismo di classe e comprometterebbe l’unità sindacale collaborazionista di CGIL CISL e UIL, pilastro del sindacalismo di regime. Per questo è miope la condotta della dirigenza USB che non vuole lo sciopero unitario: perché fa il gioco della dirigenza CGIL!

In tutti i sindacati bisogna battersi per gli scioperi unitari, primo passo per un Fronte Unico Sindacale di Classe che sarà la base dell’unione organizzativa in un futuro grande Sindacato di Classe necessario ai lavoratori per difendersi dal capitalismo sempre più morente, sempre più assetato di sudore e sangue proletario.



29 novembre

Solo la internazionale solidarietà del proletariato e la rivoluzione comunista fermeranno lo sterminio della nazionalità palestinese

Il cessate il fuoco conferma che il genocidio dei palestinesi a Gaza si inserisce nel quadro della guerra fra imperialismi regionali e mondiali per la spartizione del Medioriente: una guerra imperialista, per i profitti, di cui Gaza è un tassello ma i cui più importanti risultati sono stati la caduta del regime degli Assad in Siria, l’indebolimento di Hezbollah in Libano e il ridimensionamento dell’imperialismo iraniano. La tregua è un contingente equilibrio di interessi fra Arabia Saudita, Qatar, EAU, Egitto, Turchia, Israele, orchestrato dagli Stati Uniti dando in pasto a questi predoni affari miliardari in armi, vie e risorse energetiche, ricostruzione della Siria e, forse, di una parte della Striscia di Gaza.

Le potenze che finanziano Hamas e JIP – Qatar, Turchia, Iran – usano la causa nazionale palestinese per difendere i loro profitti. I 70 mila morti gazawi sono per essi “perdite tattiche” a questo scopo, motivo per cui sono in lotta non solo con Israele ma fra di loro e con tutti gli altri imperialismi regionali, in un intreccio di interessi in cui democrazia, religione e autodeterminazione nazionale servono solo a mascherare le reali finalità capitalistiche e a ingannare i lavoratori all’interno di ciascun paese. Per gli Stati Uniti la tregua in Medioriente, così come in Ucraina, serve per meglio prepararsi alla guerra con l’imperialismo cinese, che ne minaccia il dominio mondiale. Per questo l’ha imposta al suo vassallo israeliano, facendogli digerire il potenziamento degli imperialismi a esso rivali turco, qatariota e saudita.

Del genocidio a Gaza nulla importa agli Stati borghesi di tutto il mondo: ne faranno ancor peggiori. Tutti i regimi della classe dominante, d’Oriente e d’Occidente, del Nord e del Sud del mondo, democratici o autoritari, corrono al riarmo perché è chiaro che il capitalismo sta marciando verso la terza guerra mondiale. A determinarlo è la crisi di sovrapproduzione dell’economia capitalista mondiale.

Le lotte di liberazione nazionale sono stritolate in questo scontro fra le potenze e da decenni ne sono un mero strumento. La via per la fine delle sofferenze e per il riscatto dei palestinesi è oggi la stessa della emancipazione dal capitalismo dei lavoratori di tutto il mondo: la via della rivoluzione. È solo con la distruzione rivoluzionaria dei regimi borghesi, che giocano con le vite dei proletari di tutto il Medioriente, che sarà possibile liberare una convivenza fra lavoratori ebrei e palestinesi che consentirà di superare gli odi generati da quasi un secolo d’oppressione nazionale e massacri.

In Israele, in Palestina e in tutti i paesi i lavoratori devono lottare per difendere le proprie condizioni di vita, organizzati in sindacati di classe, rigettando i sacrifici loro imposti dai rispettivi regimi nazionali in nome della lotta al nemico esterno: il nemico dei proletari è sempre in “casa propria”, è il regime della classe padronale!

Come in Italia i sindacati di base chiamano i lavoratori a scioperare contro la finanziaria, che vara incrementi di spesa militare sempre più ingenti, così in Iran le masse proletarie sono da anni in fermento contro il regime che investe miliardi per finanziarie milizie in tutto il Medioriente, fra cui Hamas e JIP, a difesa dei profitti del capitalismo nazionale, e nel 2020 si sono rivoltate assaltando sedi governative, dei pasdaran e della polizia; così in Israele gli insegnanti hanno scioperato a maggio scorso, nonostante il boicottaggio del sindacato di regime Histadrut, contro il taglio del salario imposto dal governo per far fronte alle spese belliche.

La via della rivoluzione della classe lavoratrice spezza la fasulla unità nazionale interna e la macchina della guerra imperialista: se cade il regime borghese in Iran, per via rivoluzionaria, viene a mancare al regime israeliano il sostegno dello spauracchio del nemico esterno e si rafforza il movimento sociale che si oppone alla politica imperialista di quel paese.

Per questo, la lotta dei lavoratori in difesa delle proprie condizioni e contro la guerra in ogni paese, deve guardare, affratellarsi e sostenere le identiche lotte negli altri paesi, respingendo con la bandiera della unione internazionale dei lavoratori di tutto il mondo le fasulle contrapposizioni create ad arte dai regimi borghesi per imporre ai lavoratori la guerra imperialista!




Prato, domenica 30 novembre 2025

Alle aggressioni dei padroni e del loro Stato si risponda con l’unità di lotta della classe lavoratrice

Le ennesime aggressioni padronali contro gli operai in sciopero nel distretto tessile pratese organizzati col sindacato di base Sudd Cobas confermano che la democrazia è la maschera della dittatura del capitale sulla classe operaia. Da anni si verificano e nulla hanno fatto le istituzioni democratiche per porvi rimedio né tanto meno per limitare lo sfruttamento nelle fabbriche. Le forze di polizia, quando intervengono, lo fanno contro gli operai in sciopero.

I sindacati di regime – Cgil, Cisl e Uil – si sono dimostrati completamente inutili ai fini della difesa della parte più sfruttata della classe operaia del distretto che infatti si è organizzata col Sudd Cobas.

La reazione padronale, del regime politico borghese in veste democratica, della sue forze dell’ordine, mostrano quanto dura sia la lotta della classe lavoratrice. E chiariscono che i lavoratori possono e devono contare solo sulle forze della propria classe e sulle proprie organizzazioni di lotta per difendersi.

Gli operai immigrati sono la parte più sfruttata della classe lavoratrice ma sarebbe un errore credere che nel regime del capitale questa condizione possa essere risolta come fosse una sua stortura: è parte integrante del sistema di sfruttamento complessivo della classe operaia.

È il movimento di lotta dei lavoratori che ha assoluto bisogno di integrare nelle sue lotte e organizzazioni la sua parte più sfruttata, e viceversa. Il rafforzamento del Sudd Cobas nel distretto pratese è fondamentale ma la forza della classe operaia è nella sua unità di lotta e di organizzazione più estesa possibile, oltre i confini di territorio e categoria.

A questo scopo è necessaria l’unità d’azione con tutte le forze e le organizzazioni del sindacalismo conflittuale. Lo sciopero generale dell’altro ieri, che ha visto tutti i sindacati di base scioperare insieme, è un passo in questa direzione.

Il grande muro da abbattere è quello del sindacalismo di regime di Cgil Cisl e Uil che controlla ancora una parte consistente della classe lavoratrice e, non organizzandone la lotta, di sconfitta in sconfitta ne puntella la passività. Una situazione destinata a non durare, col progressivo peggiorare delle condizioni dei lavoratori, ma la cui fine può e deve essere accelerata con l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale e dei lavoratori.

Lo sciopero contro la guerra e il genocidio a Gaza dello scorso 3 ottobre, che ha visto i sindacati di base uniti scioperare insieme anche alla CGIL, è la strada per dispiegare mobilitazioni più forti. La convergenza dei sindacati nello stesso sciopero è un fattore che ne moltiplica le adesioni e la forza, tendendo a spostare i lavoratori verso rivendicazioni, metodi di lotta e organizzazioni sindacali più combattive.

Per questo, non appena rifluito il movimento per Gaza, la dirigenza CGIL ha subito fatto retromarcia, non aderendo allo sciopero generale del 28 novembre dei sindacati di base e proclamandone uno separato e tardivo per il 12 dicembre, nonostante CUB e Confederazione Cobas la abbiamo pubblicamente invitata a scioperare insieme.

Centinaia di iscritti e delegati della Cgil e dei sindacati di base hanno però preso posizione e si sono mobilitati con la parola d’ordine “MAI PIÙ SCIOPERI SEPARATI!”, consapevoli di quanto sia cruciale questo indirizzo pratico per rimettere in piedi il movimento di lotta dei lavoratori e il sindacalismo di classe.

W la lotta del Sudd Cobas!

Per il Fronte Unico Sindacale di Classe!

Per l’unità d’azione dei sindacati e dei lavoratori!











Genova, 4 dicembre

 Unire le lotte dei lavoratori per difendere lavoro e salario!
 Dallo sciopero dei metalmeccanici a quello generale!

La lotta di un gruppo di operai non riguarda mai solo i salariati di quella azienda. Ciò a maggior ragione quando si tratta di grandi fabbriche che sono un punto di forza della classe lavoratrice perché in esse il numero permette di difendersi meglio. Per questo gli industriali e il loro regime politico – con la fasulla alternanza di governi tutti anti-operai – appena possono dividono i lavoratori con appalti, subappalti, esternalizzazioni, come nei cantieri navali, nella logistica, nell’edilizia...

Il fatto che negli anni il movimento sindacale abbia abbandonato i lavoratori delle medie e piccole aziende è dovuto al tradimento delle dirigenze dei sindacati collaborazioniste e di regime, in reazione al quale, dalla fine degli anni ‘70 sono nati i sindacati di base. Ma a questo indebolimento non si rimedia certo disinteressandosi degli operai che ancora hanno la forza di lottare. Se migliaia di siderurgici saranno licenziati sarà tutta la classe salariata a essere più debole. Bisogna invece unire la lotte affinché si sostengano reciprpcamnte.

A Genova i lavoratori dell’ex ILVA sono in sciopero a oltranza da 4 giorni. I blocchi stradali colpiscono, rallentandola, l’attività economica del padronato della città, cioè i loro profitti, a cominciare dal porto. Creano disagi alla popolazione ma i primi ad affrontare sacrifici sono gli operai in sciopero che perdono il salario e che sono minacciati, non dal disagio di pochi giorni, ma dal dramma della disoccupazione! Se gli operai mantenessero la loro lotta chiusa entro i confini della fabbrica sarebbero più deboli. È interesse di tutta la classe lavoratrice di Genova unirsi con gli operai dell’ILVA in sciopero!

Da tre giorni lo hanno fatto gli operai all’Ansaldo, anch’essi in sciopero e l’altro ieri quelli di Fincantieri. In lotta in questi giorni ci sono anche i lavoratori della Bartolini di Fegino, organizzati col SI Cobas, e le lavoratrici del Novotel licenziate per aver scioperato! Anche questi lavoratori dovrbbero unirsi con gli operai dell’ILVA per rafforzare reciprocamente le loro lotte.

Oggi Fiom, Fim e Usb hanno proclamato lo sciopero cittadino di tutti i metalmeccanici. Un passo importante nella giusta direzioni dell’estensione dello sciopero. Ma se la situazione non si risolve, Cgil e Usb – invitando all’adesione tutti gli altri sindacati – devono proclamare lo sciopero generale cittadino e lo stesso deve essere fatto a Taranto, dove lo sciopero nel siderurgico è iniziato da 2 giorni.

Al governo e al padronato, che cercano dimettere gli operai di Genova contro qulli di Taranto, bisogna rispondere con l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale e dei lavoratori, spezzando gli steccati posti dalle dirigenze sindacali che hanno portato ai due scioperi generali separati del 28 novembre e del 12 dicembre, o alla firma del rinnovo contrattuale metalmeccanico a perdere pochi giorni prima degli scioperi generali. Da Genova è partita la proposta del primo sciopero generale unitario fra Cgil, Usb e gli altri sindacati di base del 3 ottobre scorso. Si riprenda quella strada oggi a difesa di migliaia di operai della siderurgia!




Venerdì 12 dicembre 2025

Per l’unità d’azione dei sindacati e dei lavoratori!

Per il fronte unico sindacale di classe!

Contro la guerra e il genocidio a Gaza, sotto la spinta del movimento di massa da fine agosto a inizio ottobre, si era giunti allo sciopero unitario di tutti i sindacati di base con la CGIL del 3 ottobre scorso. Non appena rifluita la spinta di quel movimento, però, le dirigenze sindacali si sono affrettate ad archiviare quello sciopero unitario liquidandolo come “caso eccezionale”, da non ripetere!

Così, contro la legge di bilancio 2026 – che rimette in marcia l’infame meccanismo dell’innalzamento dell’età pensionabile, immiserisce sanità scuola e servizi sociali e promuove il riarmo – siamo tornati ad avere due scioperi generali separati e in concorrenza: dei sindacati di base il 28 novembre e della Cgil oggi.

La divisione degli scioperi – è evidente a tutti i lavoratori – indebolisce la lotta. La convergenza dei sindacati nel singolo sciopero è fattore che moltiplica – ancor più che sommarle – le adesioni e, quindi, la forza dello sciopero. Questo ABC della lotta sindacale è stato calpestato dalla dirigenza CGIL e da quella dell’USB che della decisione della prima – di indire lo sciopero separato – si è stoltamente rallegrata.

A non gioire affatto sono i lavoratori. Centinaia di iscritti alla CGIL, a USB e agli altri sindacati di base hanno firmato appelli per un nuovo sciopero generale unitario contro la legge di bilancio. Il 25 novembre si è svolta una assemblea autoconvocata sotto lo slogan “Mai più scioperi separati!” che è riconvocata il 18 dicembre per fare un bilancio dei due scioperi separati e dare una prospettiva alla lotta per l’unità d’azione dei sindacati e dei lavoratori.

La dirigenza CGIL – di fronte ai suoi iscritti che hanno voluto scioperare insieme ai sindacati di base il 22 settembre e il 3 ottobre – non ha nemmeno l’alibi della condotta della dirigenza di USB (“sono loro che non volevano scioperare con noi...”) dato che sia la CUB sia la Confederazione Cobas hanno formalmente e pubblicamente invitato la CGIL a scioperare unitariamente il 28 novembre.

Inoltre, oggi la Cgil si trova a scioperare da sola, dopo che anche la Uil si è defilata, così come da anni fa la Cisl. Verrebbe naturale unirsi nell’azione con chi sciopera. Invece l’unità sindacale collaborazionista con CISL e UIL resta intoccabile e l’unità d’azione con il sindacalismo di base resta un tabù!

A ulteriore conferma di come le naturali esigenze del movimento di lotta sindacale vengano frustrate, la CGIL non ha firmato nessuno dei rinnovi contrattuali del pubblico impiego (funzioni centrale, locali, sanità, scuola, vigili del fuoco), in compagnia con la sola USB (laddove è rappresentativa) mentre Cisl e Uil hanno firmato tutti i contratti. A tanti iscritti CGIL e USB del pubblico impiego verrà spontaneo chiedersi perché non scioperare insieme contro la finanziaria del riarmo, per aumenti salariali, assunzioni e migliori condizioni di lavoro!

Anche la grande lotta degli operai dell’ILVA di Genova – 5 giorni di sciopero e blocchi a oltranza, unito allo sciopero di 3 giorni all’Ansaldo, esteso con lo sciopero cittadino dei metalmeccanici di giovedì 4 dicembre – è una riprova della necessità di unire nell’azione i sindacati: FIOM, FIM e USB di fabbrica hanno lottato unite. L’unità d’azione sindacale è importante anche perché smaschera più chiaramente i sindacati che sabotano la lotta: in acciaieria è stata la Uilm, a livello nazionale e confederale Cisl e Uil.

Di fronte alla gravità di questo periodo storico, in cui l’attacco alla classe lavoratrice si fa sempre più duro e avanza di pari passo col drammatico marciare del capitalismo verso una nuova guerra imperialista mondiale, questa condotta che divide le lotte dei lavoratori da parte delle dirigenze sindacali e gli opportunismi meschini di chi non vi si oppone apertamente dentro i sindacati non sono perdonabili!

Occorre battersi in tutti i sindacati per l’unità d’azione dei lavoratori e dei sindacati, per spezzare l’unità sindacale collaborazionista, concertativa e di regime con il fronte unico del sindacalismo di classe, dai sindacati di base alle aree combattive dentro la Cgil.

Su questa strada, con questa battaglia, rinascerà il sindacato di classe necessario a difendere la classe lavoratrice dal capitalismo sempre più agonizzante, sempre più sfruttatore e assassino.






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Alla sollevazione del proletariato iraniano manca la guida del partito internazionale della rivoluzione comunista

Da più di un mese l’Iran è teatro di una nuova ondata di proteste che da diversi anni si sviluppano, a fasi alterne, aggiungendosi a quelle del biennio 2019/2020, del 2022 (incentrate sulla questione dei diritti civili) e le ultime più recenti fra 2024 e 2025).

L’economia iraniana è in crisi da tempo, con una crescita media del PIL negli ultimi 10 anni solo dell’1%, aggravata quest’anno a giugno dalla guerra di 12 giorni contro Usa/Israele e a fine settembre dalla reintroduzione delle sanzioni da parte dell’Onu e della UE in risposta a presunte inadempienze dell’Iran degli accordi sul nucleare, con misure di congelamento di beni bancari e restrizioni allo smercio del petrolio.

Ad oggi l’Iran resta il terzo paese per riserve di petrolio al mondo (13,3% delle globali) e il secondo per il gas (16,2%). L’economia del paese, anche se duramente colpita dalle precedenti sanzioni internazionali, era riuscita a mantenersi aggirandole, con l’aiuto della Cina, verso la quale è destinato il 90% delle esportazioni di petrolio e gas, attraverso il canale di Hormuz.

La ripresa delle sanzioni, le sconfitte sul fronte esterno, col ridimensionamento di Hezbollah in Libano, la caduta di Assad in Siria e l’accordo di tregua a Gaza sottoscritto dalle potenze imperialiste regionali – Qatar e Turchia – che insieme all’Iran sostengono Hamas, hanno sferrato un duro colpo al regime borghese in vestaglia da Ayatollah, scoraggiando gli investimenti esteri e imponendo la svalutazione del Rial, che aveva già chiuso il 2024 al minimo storico di 821 per un dollaro, passato a giugno a 915 e a 1,4 milioni nell’ultimo mese e con un crollo devastante del 20% solo a dicembre.

L’eccezionale indebolimento della valuta ha portato all’aumento dell’inflazione. Il collasso della Ayandeh Bank, che lo Stato iraniano ha acquisito per evitarne il fallimento, ha aggravato questo processo

Poiché l’Iran dipende dalle importazioni per una parte rilevante del fabbisogno alimentare, di materie prime e altri beni, il crollo della moneta ha avuto una decisiva ripercussione sugli acquisti dall’estero, con aumenti sui prezzi all’ingrosso e al dettaglio. Secondo l’istituto di statistica del paese a dicembre l’inflazione è aumentata del 42% rispetto all’anno precedente, mentre è arrivata al 70% quella dei generi alimentari e al 50% quella delle medicine e dei prodotti per la salute.

Il salario medio – sempre più eroso dall’inflazione – si attesta intorno ai 200 dollari mensili mentre le organizzazioni sindacali presenti, in un contesto in cui i sindacati indipendenti dal regime capitalista sono illegali e non esiste una contrattazione collettiva formale, stimano che occorra un minimo di 550 dollari per mantenere una famiglia. Il tasso di disoccupazione a dicembre ha raggiunto il 7,2%; il 50% fra i maschi tra i 25 e 40 anni.

Il malcontento ormai incontenibile è esploso con serrate di commercianti nei Bazar e manifestazioni di studenti nelle Università in 31 regioni e in oltre 200 città, alcune delle quali come Abadan, di Ahvaz e la contea di Malekshahi sembra siano finite nelle mani dei dimostranti con le forze di polizia costrette a fuggire.

Ma è da mesi che si assiste a una crescita degli scioperi operai, intensificati a dicembre, principalmente nel settore petrolifero e minerario. A inizio dicembre migliaia di dipendenti del complesso gasifero South Pars, ad Asaluyeh, sulla costa del Golfo Persico, hanno protestato in diverse raffinerie, con scioperi e manifestazioni. Nello stesso periodo, i lavoratori della North Drilling Company hanno interrotto le operazioni su diverse piattaforme onshore e offshore. Queste azioni hanno fatto seguito a precedenti scioperi nelle miniere, tra cui quella d’oro di Zareh Shuran, nel Nordovest a Sud di Tabriz, nonché dei siderurgici di Hamadan (300 km a Sudest di Teheran) e nelle industrie della provincia di Fars.

I pensionati e i lavoratori del pubblico impiego protestano insieme agli operai industriali chiedendo il pagamento delle pensioni e l’accesso all’assistenza sanitaria.

In questa temperie gli Stati Uniti hanno minacciato di intervenire “a favore dei manifestanti”, ma non è facile capire se opteranno per un cambio di regime, come avvenuto, a parti inverse, nel 1979 contro lo scià filo occidentale Reza Pahlavi, oppure a un cambiamento nel quadro del regime teocratico, preservandolo, al pari di quanto appare essere accaduto con riguardo al cosiddetto regime bolivariano in Venezuela, in quanto entrambi considerati i migliori a svolgere il ruolo di gendarme contro il proletariato.

In Occidente, una certa “sinistra nazionalista” fin dall’inizio ridimensiona gli scontri di strada ad effetto di un complotto, una manovra occulta della Cia e del Mossad. In realtà, oggi come ieri, anche senza la sobillazione di alcun servizio segreto innumeri manifestanti, dei quali molti arrestati e uccisi, protestano per migliori condizioni di vita e spontaneamente odiano un regime che li affama, li reprime ed elimina ogni forma di diritto civile e sindacale. Promuovere a “resistenza popolare”, o “antimperialista” gli interessi di una borghesia che si nasconde dietro i preti islamici e che usa la propria classe lavoratrice solo come carne da macello, palesa la natura e collocazione di partiti del tutto interni alle necessità, ai conflitti, alle guerre degli Stati borghesi, partiti e correnti stalinisti ed ex-stalinisti che non solo nulla hanno del comunismo ma nemmeno sono espressione della classe operaia, che imprigionano e ne sottomettono gli interessi immediati e storici nella menzogna della “realtà nazionale”.

Le potenze regionali sono legate a questa o a quella super-potenza imperialista. Sono anche in competizione fra loro, ma comunque avverse alle rispettive classi lavoratrici, affamate, sfruttate, massacrate.

Anche in Iran, la classe operaia, senza la presenza del partito comunista rivoluzionario sarà ancora una volta costretta a battersi alla coda degli interessi dei commercianti e della piccola borghesia, illudendosi in un cambio di governo, così come avvenuto altre volte nella storia del paese.

La lotta operaia per migliori condizioni di vita contro i propri governi è sempre oggettivamente rivoluzionaria. Solo deve lottare oggi per pervenire alla sua autonomia di programma e di movimento, come classe sociale, nazionale e internazionale, al di sopra di ogni divisione e chiusura nella categoria e nell’azienda.







Turchia:
Classe operaia in lotta

Con l’aggravarsi della crisi economica, che ha iniziato a colpire anche i borghesi, e con le lotte di classe che negli ultimi anni hanno ottenuto risultati migliori rispetto al passato, la classe dominante è sempre più dura nei confronti delle lotte operaie. Nonostante ciò la classe lavoratrice continua a lottare con spirito combattivo.


Nuovi sviluppi di vecchie vertenze

Dopo tre mesi di sciopero dei 240 lavoratori della Gübertaş, organizzati nel sindacato Petrol-İş (Türk-İş), il 19 settembre sono iniziate le trattative. Il padrone ha ignorato la richiesta dei lavoratori, aumentando la sua offerta iniziale solo del 3%. Solo nel mese di settembre l’indice dei prezzi al consumo era aumentato del 3%! I lavoratori hanno quindi deciso di continuare lo sciopero, nonostante il padrone abbia poi offerto un altro 5%.

Harb-İş (Türk-İş) ha firmato un nuovo contratto collettivo a settembre, ma gli aumenti salariali non hanno superato le cifre indicate nel Protocollo di accordo quadro nel pubblico impiego (KÇP), del tutto insufficienti.

La lotta dei lavoratori della TPI Compozit, organizzati dal sindacato Petrol-İş, che il 13 maggio 2025 ha dato il via a uno sciopero con la partecipazione di 2.300 lavoratori, è ora in una fase di incertezza. L’azienda, americana, ha presentato istanza di fallimento e la società è stata ceduta a una società con sede a Dubai. I lavoratori di TPI cercano ora di ampliare la lotta.

Al Comune di Şavşat, dopo le elezioni locali, i contratti di 30 lavoratori assunti dalla precedente amministrazione non sono stati rinnovati. I lavoratori hanno intentato causa al Comune. Nonostante la sentenza di reintegro uno non è stato riassunto. Gli altri lavoratori hanno quindi allestito in città un “campo di solidarietà e azione dei dipendenti comunali” che continua da diversi mesi.


Nuovi scontri

57 lavoratori della Omsa Metal, iscritti al sindacato Birleşik Metal-İş (DİSK), hanno iniziato una protesta per essere stati licenziati senza indennità. Dopo 69 giorni di protesta davanti all’ingresso dello stabilimento, è inizianto uno sciopero bianco dei lavoratori ancora in forza. Il giorno stesso è stata versata ai licenziati la indennità dovuta più un supplemento.

Circa 80 lavoratori della fabbrica Mert Akışkan Güçü, organizzati dal sindacato Birleşik Metal-İş, hanno deciso di scioperare dopo che le trattative per il contratto non hanno portato a nessun risultato. I padroni hanno infine accettato la richiesta del sindacato di un aumento salariale del 40%.

A Kayseri, circa 2.000 lavoratori della Yataş, iscritti al sindacato Öz İplik-İş (Hak-İş), in agosto hanno iniziato lo sciopero nel reparto divani, esteso poi agli altri. Chiedevano un aumento salariale di almeno il 40%. A seguito delle trattative con il sindacato, è stato concesso l’aumento del 22%. Però la direzione di Yataş ha licenziato 14 lavoratori che erano passati al DİSK. Il sindacato tessile DİSK ha organizzato una marcia davanti alla fabbrica insieme ai 14 licenziati.

Quasi 250.000 lavoratori agricoli stagionali impiegati nelle province di Adana, Mersin e Hatay nella regione di Çukurova, che lavorano 8-10 ore al giorno sotto il sole cocente, si sono ribellati contro la paga giornaliera di 900 lire turche. L’Associazione dei Lavoratori Precari ha indetto uno sciopero. Dopo circa 9 giorni è stato raggiunto un accordo: ai lavoratori saranno corrisposti 1.200 lire fino a Capodanno e 1.500 lire dopo.

I lavoratori dell’Ospedale dell’Università dell’Egeo, organizzati nel sindacato Sağlık-İş (Türk-İş), hanno scioperato per cinque giorni quando la promessa di pagare gli arretrati entro l’8 ottobre non era stata mantenuta. Dopo cinque giorni è stato raggiunto un accordo tra il sindacato e l’università per il pagamento degli arretrati entro il 15 novembre. I lavoratori hanno reagito con disapprovazione all’accettazione di un pagamento così tardivo da parte del sindacato, ma non sono tornati allo sciopero.

I 260 lavoratori organizzati nel sindacato Birleşik Metal-İş e impiegati presso il produttore di pannelli solari Smart Solar hanno iniziato uno sciopero il 22 ottobre con l’obiettivo di ottenere un aumento salariale del 50%, dopo che era stato concesso solo il 6%. I lavoratori in sciopero hanno dimostrato la loro determinazione in un post: “Volevate un record di produzione, l’abbiamo battuto. Volevate gli straordinari, li abbiamo fatti. Ci avete minacciato che se avessimo scioperato la fabbrica avrebbe chiuso, ma non ci siamo arresi. Non abbiamo paura, lo sciopero è la nostra festa”.

Alla fabbrica Şık Makas di Tokat, dove lavorano 1.700 operai, è scoppiata una rivolta a causa del mancato pagamento degli stipendi da mesi. I lavoratori non si lamentavano solo del mancato pagamento degli stipendi, ma anche dei soprusi subiti, delle dimissioni forzate e del fatto che, anche quando gli stipendi venivano pagati, lo erano a rate. Solo nel mese di settembre, più di mille lavoratori sono stati costretti a lasciare il lavoro perché non hanno ricevuto lo stipendio. Tuttavia, il governatorato di Tokat ha vietato lo sciopero. Lo Stato, oltre a reprimere le richieste dei lavoratori, ha aperto la cassa al padrone. Incentivi che superano i 20 miliardi di lire, sgravi fiscali che hanno portato il padrone a non pagare le tasse. Che nel frattempo ha aperto una nuova fabbrica in Egitto, dove il salario minimo è quasi un quarto di quello turco.

Basta dire che il sindacato a cui sono iscritti è Öz-İplik İş per capire come mai i lavoratori siano stati sottoposti a queste condizioni. Öz-İplik İş, in qualità di mediatore, li ha costretti a firmare un accordo che esclude ogni risarcimento, ha vessato i lavoratori iscritti al BİRTEK-SEN affinché passassero a loro. Nonostante il licenziamento di 2.000 operai negli ultimi due anni, il sindacato non ha intrapreso alcuna azione. Tuttavia, poiché i lavoratori ricevono da BİRTEK-SEN il sostegno che non ottengono da Öz-İplik İş, in oltre 800 sono passati a BİRTEK-SEN. La vicenda di Şık Makas è un indicatore che il combattivo BİRTEK-SEN sta iniziando a diventare un sindacato influente a livello nazionale, andando oltre il suo ruolo di sindacato locale nella regione di Antep-Urfa.


I comunali

Circa 1.800 lavoratori del Comune di Buca (Izmir), organizzati nel sindacato Genel-İş, hanno iniziato una protesta davanti al municipio per non aver ricevuto gli stipendi da 3 mesi, i buoni pasto da 6 e le differenze salariali previste dal contratto collettivo. Il 15 settembre il Comune ha minacciato di licenziarli. Non cedendo alle minacce i lavoratori hanno continuato nella protesta: sono stati infine promessi gli stipendi arretrati e le 8 giornate di lavoro non retribuite durante la protesta. Ma il 2 ottobre, quando gli stipendi promessi non sono arrivati, è ripreso lo sciopero.

Circa 2.400 dipendenti del Comune di Şişli (Istanbul), organizzati nel sindacato Genel-İş, hanno iniziato uno sciopero dopo che la direzione non ha pagato gli straordinari e i bonus, ha abolito i giorni festivi nel fine settimana e non ha versato gli stipendi in tempo. Non avendo ottenuto risultati dalle astensioni dal lavoro iniziate il 16 settembre, i lavoratori hanno organizzato una manifestazione davanti al centro commerciale Cevahir il 14 ottobre.

I lavoratori del Comune di Maltepe (Istanbul), circa 2.000, iscritti al sindacato Genel-İş, hanno organizzato una conferenza stampa quando le clausole del contratto collettivo di lavoro non sono state applicate. Denunciando l’aumento delle angherie e delle pressioni nei loro confronti, hanno organizzato una manifestazione davanti al municipio.

I 1.800 lavoratori del Comune di Karşıyaka, organizzati nel sindacato Genel-İş (DİSK), hanno indetto uno sciopero dopo non aver ricevuto la paga. Tornati al lavoro dopo le promesse del Comune, hanno ricominciato lo sciopero quando il Comune non ha mantenuto la parola. Le proteste, iniziate il 22 settembre, sono durate 3 giorni e il terzo giorno è stato firmato un accordo con il Comune. Il 70% dello stipendio di settembre è stato versato il 30 settembre, il restante 30% il 10 ottobre.

Tutti questi episodi dimostrano che i proletari sono costretti a lottare, e solo con la lotta si possono difendere.








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“Compagna”
Organo del Partito Comunista d’Italia per la propaganda fra le donne

3. - La necessaria vitalità delle donne nei sindacati

(segue dal numero scorso)

Nel numero 4 del 16 aprile 1922 sono riportate le “Conclusioni della Conferenza Nazionale” del partito riguardo i compiti delle donne comuniste in Italia; vi si legge al punto 2/a: «Compito preminente delle donne comuniste è quello di organizzare sindacalmente e di assimilare nelle file del partito politico le donne operaie». Al punto 3: «La propaganda fra le donne operaie si svolge direttamente nei sindacati dove queste sono organizzate, e il processo di assimilazione delle donne lavoratrici nel partito è agevolato dalle ragioni stesse per le quali le operaie lottano nel sindacato economico».

Nette sono anche le indicazioni ne “Il Congresso della Internazionale Sindacale Rossa a Mosca”, riportate sul giornale numero 13 del 27 agosto: «Ovunque regna il capitalismo grandi masse di donne sono obbligate a lavorare per guadagnarsi il pane. Il loro numero aumenta ogni giorno; esse si trovano in tutti i campi della produzione, anche in quelli fino ad oggi per loro inaccessibili (...) Nella lotta rivoluzionaria dei sindacati contro il capitalismo la collaborazione attiva e intensa dell’operaia ha un valore enorme e dovrebbe essere riconosciuta come assolutamente indispensabile. La collaborazione costante degli uomini e delle donne nel movimento sindacale costituisce il miglior modo per sviluppare la loro coscienza di classe e di renderle veramente atte a partecipare alla lotta rivoluzionaria (...) Bisogna insistere perché le donne proletarie prendano parte attiva alla vita sindacale sotto tutte le forme e che esse prendano parte a tutte le cariche direttive dei Sindacati (Consigli di operai, Commissioni di propaganda, direzione, ecc)».

Su “Compagna”, ove sono frequenti gli articoli che trattano del sindacato, puntualmente si riferisce di situazioni contingenti di scontro fra padronato e classe lavoratrice. Nel numero 9 del 25 giugno con “Lo sciopero dei metallurgici”, nel 10, del 9 luglio, in “Per il ritorno della lotta di classe - per l’azione generale di difesa e di riscossa - per il fronte unico proletario!” si descrivono le ragioni della sconfitta subita nel 1920 dalla classe operaia «che ebbe la causa nell’assenza di un partito rivoluzionario in Italia che potesse condurre il proletariato alla vittoria».

Considerato che «la dottrina comunista non fa dipendere i successi della classe proletaria dalla volontà degli individui, né tende al raggiungimento di uno “schema sociale prestabilito”, ma studia gli sviluppi inevitabili dell’economia borghese, noi comunisti sappiamo che una battaglia perduta non equivale alla sconfitta del comunismo e ci lascia una larga messa di esperienza per le lotte successive». Si invita quindi a continuare la lotta allargando il fronte operaio, e soprattutto si sprona a eliminare l’influenza collaborazionista del partito socialdemocratico per riportare posizioni di classe nel sindacato: «L’offensiva reazionaria [il fascismo] si è scatenata perché gli operai e i contadini non hanno saputo approfittare delle posizioni su cui erano giunti per dare un supremo attacco alla Stato. Ma a quelle posizioni erano giunti perché per anni ed anni si erano mantenuti fedeli ai principi della lotta di classe e avevano combattuto senza tregua il nemico. Rinnegare questa tattica oggi, vorrebbe dire perdere definitivamente tutto e soprattutto perdere ogni possibilità di riscossa».

Egualmente sono trattati molti aspetti di lotta specifici delle condizioni delle operaie, ad esempio nel numero 10 in “Disoccupazione e lavoro femminile”, si denuncia la contrapposizione fra mano d’opera maschile e femminile al fine dell’interesse borghese di abbassare i salari. Dello stesso tenore “Il sottosalario femminile” nel numero 6 del 13 maggio, spiega bene le condizioni salariali delle operaie. Chiaro e diretto sullo stesso argomento è “Sotto-salariate” nel numero 19 del 3 dicembre.

Il partito si impegna per arrivare a ogni tipo di lavoratrice. Questi alcuni titoli: “Le lavoratrici della casa” (n.4), “Per l’organizzazione delle donne di servizio” (n.9), “La propaganda fra le lavoratrici dei campi” (n.13). Si riportano puntualmente tutti gli episodi di lotta con protagoniste operaie nei settori dove la mano d’opera è quasi esclusivamente femminile: il tessile, la moda, i tabacchi, le mondine. Sono approfondite le condizioni effettive di lavoro nei diversi settori: sul numero 4 del 16 aprile, “Aspetto dello sfruttamento del lavoro femminile nell’industria dell’abbigliamento”.

La tattica sindacale del partito è sul giornale chiaramente esposta sia nella teoria sia nell’indirizzo pratico. Gli articoli riflettono e spiegano i motivi del fronte unico sindacale e ne danno le indicazioni pratiche: nel numero 7 del 28 maggio, “L’alleanza del lavoro”, “Allora e oggi”, sul 9 del 25 giugno, “Per la difesa dei diritti del proletariato femminile”. Sul numero 12 si legge “A proposito delle organizzazioni sindacali femminili” tutti chiari articoli di impostazione sindacale in antitesi ai metodi e raggiri della Federazione di Amsterdam, con la quale è esclusa ogni possibilità di collaborazione da parte della Internazionale Sindacale Rossa.

Qui ne riproduciamo una minima ma significativa scelta.



Il sotto-salario femminile

Compagna, n.6, 18 maggio 1922

È una vergogna alla quale noi abbiamo fatto l’abitudine quella di sapere che una donna, messa al lavoro nelle stesse condizioni di un uomo, sarà meno retribuita. Nell’officina di apparecchi Thompson della polveriera di Angoulême, il personale femminile riceveva nel 1918 un salario inferiore dal 10 al 20 per cento a quello del personale maschile che faceva esattamente lo stesso lavoro. Le tariffe n.1 e n.2, diverse a seconda dell’anzianità degli operai, comprendevano una cifra speciale per ogni sesso. Secondo la tariffa n.1 le donne ricevevano 60 cent, allora, gli uomini 75; secondo la tariffa n.2 le donne ricevevano 67 centesimi, e gli uomini 91.

Nelle officine dove lavoravano squadre miste pagate a cottimo, il salario delle donne era eguale a quello degli uomini per il motivo che trattandosi di una retribuzione globale data a tutta la squadra, non si poteva fare distinzione per le donne. Ma nelle squadre interamente composte di donne, le quali facevano esattamente lo stesso lavoro delle squadre di uomini, il salario era ridotto. Sarebbe bastato che un uomo entrasse nella squadra, perché la ricompensa salisse per tutti.

L’amministrazione applicava integralmente la legge del sotto salario femminile senza cercarne alcuna giustificazione. «Il lavoro delle donne deve essere meno pagato perché esso è lavoro di donne».

Le dichiarazioni delle padrone dei laboratori femminili sono a questo proposito più istruttive di quelle degli ingegneri delle polveriere. Alle operaie che esse pagano male, danno una spiegazione: «Non sarebbe giusto che voi guadagnaste tanto quanto un uomo. Voi avete un arnese in più, che può rendervi molto».

Infatti per molte donne l’esercizio sessuale, come compensatore del prezzo iniquo del lavoro, è una necessità. Non si tratta di prostituzione dichiarata e visibile, della prostituzione che si rivolge ogni giorno a un uomo diverso, ma della difficoltà in cui la donna si trova di tenersi casta. Le occorre, com’essa dice, trovare un aiuto. Non la si accetterà in un posto buono se il suo modo di vestire non è attraente. L’occupazione viene sempre data a quella che si presenta bene, che è giovane, che ha viso simpatico, che veste in un modo abbastanza elegante, benché le sia difficile di mantenere questa eleganza con la paga che le verrà data. Si pretende che il personale faccia onore alla casa e perciò la paga dell’impiegato deve contenere il prezzo della stiratura di un sufficiente numero di colletti, ma quello della ragazza non corrisponde al valore degli abiti che il padrone desidera che essa porti. Se essa vestisse come le permette il suo salario, verrebbe congedata per trascuratezza nell’abbigliamento. La differenza non può essere coperta che dalla vita in famiglia o da un amico.

Quando un padrone congeda un impiegato al quale dava 400 lire al mese per prendere una ragazza, dà a questa 300 lire. E il direttore di un’azienda dichiara: «Anche quando son pagate molto care, le donne finiscono di essere sempre a più buon mercato che gli uomini: quando guadagnano 200 lire al mese, sono già contente».

Una simile dichiarazione riconduce alla idea unanimemente accettata che il salario della donna non è la sua sola riserva. Adolescente, essa viene aiutata dalla famiglia; donna, essa si aiuta con la sessualità.

Ma quando noi vediamo esposte delle merci, non vi è l’uso di applicare ad esse dei cartellini così compilati: «Fatto da un uomo: L.1,50». «Fatto da una donna: L.1,25».

L’odio per le donne che regna nelle corporazioni le quali sono invase dalla mano d’opera femminile ha fatto ammettere dagli operai stessi che il diritto della donna ad avere un salario eguale a quello degli uomini non è sostenibile, perché il suo lavoro non è equivalente a quello dell’uomo, perché essa non ha la vecchia abilità corporativa dell’uomo, perché occorre un personale apposito per riparare gli errori delle sue mani novizie.

Non si può dire però che i vecchi mestieri maschili agiscano in modo sciocco quando cercano di allontanare la donna dal lavoro. Se la sposa, la sorella, la figlia dell’operaio vanno all’officina, chi resterà a casa? Ma tutto ciò tende a mantenere l’operaia alla paga ridotta.

Gli uomini possono rivendicare la soppressione del salariato. Per le donne lo stesso salariato totale è ancora una conquista lontana. Esse sono ancora nella condizione di sotto-salariate.


Disoccupazione e lavoro femminile

Compagna, n.10, 9 luglio 1922

Forse ancor più che gli uomini risentono le donne proletarie della crisi industriale e della reazione che, approfittando della crisi, i capitalisti hanno scatenata. Prima della guerra e prima che la disoccupazione avesse assunto le forme gravi attuali, la donna era quasi esclusivamente adibita a dei lavori femminili, che i lunghi orari rendevano pesanti ed estenuanti. Allora la famiglia proletaria traeva il suo sostentamento, in massima parte, dal salario percepito dall’uomo, capo-famiglia, e la donna portava il suo contributo al bilancio famigliare sia col cosiddetto lavoro di casa: lavatura, confezione abiti, biancheria, ecc. per i membri della famiglia, specialmente se questa era numerosa, sia col lavoro a domicilio per conto di terzi, e solo in qualche caso col lavoro salariato ed industriale.

Questo stato di cose è ora invece totalmente cambiato e il peso della famiglia viene in molte case proletarie a gravare totalmente sulla donna. Infatti per effetto della disoccupazione, migliaia e migliaia di operai si trovano nell’impossibilità, non solo di provvedere alla loro casa, ma anche di provvedere a loro stessi, e ai loro più elementari bisogni. In conseguenza di questo stato di cose, tocca alla donna cercare, al di fuori della cerchia famigliare, colle sue deboli forze al modo di provvedere alla famiglia, almeno lo stretto necessario per non morir di fame. E così vediamo che la donna, pur di guadagnare un tozzo di pane, si adatta ai lavori più faticosi e mal pagati, piegandosi maggiormente allo sfruttamento capitalista e non accorgendosi di fare in tal modo il gioco degli industriali, facendo concorrenza alla mano d’opera maschile.

L’industriale, sempre pronto quando, molto raramente, la donna cerca di riaffermare i suoi diritti, a gridare che il regno della donna deve essere esclusivamente la casa, che la donna è creata per la famiglia, ecc., si preoccupa invece assai poco del fatto che attualmente sia la donna anziché l’uomo a dovere in gran parte, col suo lavoro, provvedere ai bisogni della famiglia. Quando egli guadagna di più, il resto che conta?

Osservando le diverse industrie, possiamo vedere che le meno colpite e quelle che lavorano anche adesso in piena efficienza, sono proprio quelle che impiegano, in massima parte l’elemento femminile. L’industria tessile, per esempio, lavora al completo, ma quelle operaie hanno subito dei ribassi di salari addirittura disastrosi: molte operaie lavorano persino per 30 centesimi all’ora! E non vale a giustificare il ribasso dei salari, l’affermazione degli industriali, di voler cercare di ridurre il prezzo dei prodotti; lo sanno le operaie tessili che il prezzo delle stoffe da loro prodotte non è ribassato neanche di quel tanto di ribasso che hanno subito le materie prime. Altro che diminuzione dei prezzi!

In altri stabilimenti i capitalisti, mentre gettano sul lastrico la mano d’opera maschile, cercano di sostituirla con mano d’opera femminile, appunto perché questa è più remissiva e più facile a piegare.

Occorre perciò che le donne proletarie cessino di essere la maggioranza dell’esercito di riserva del capitalismo industriale. Esse, che sanno compiere dei mirabili sacrifici nel ristretto cerchio della famiglia, che sanno trovare in sé stesse, nell’affetto per i loro cari, una forza sovrumana che le fa resistere alle maggiori fatiche, devono trovare anche, e a maggiore ragione, la forza di resistere all’offensiva industriale e alla reazione.

La forza morale che abbisogna per compiere questi sacrifici, questi sforzi per la propria famiglia, le donne proletarie devono saperla trovare a vantaggio di una più grande famiglia, alla quale anche esse appartengono: la classe operaia. Solo unendo le loro forze alle forze degli uomini, dei proletari, incoraggiandoli a resistere e a lottare, resistendo e lottando pur esse, potranno sperare di sottrarre un giorno loro e i loro figli, allo sfruttamento e alla fame.

Teresa Noce


Per la difesa dei diritti del proletariato femminile

Compagna, n.9, 25 giugno 1922

Al Congresso dell’Internazionale di Amsterdam il Comitato Esecutivo propose che le operaie fossero organizzate separatamente dagli operai.

Tra l’ilarità generale e la indifferenza dei congressisti, che ritenevano cosa superflua occuparsi e perdere tempo a discutere ciò che può interessare le donne operaie, la discussione di tale proposta e dei problemi femminili fu rimandata al prossimo Congresso.

Noi sosteniamo che solo l’unione di tutte le forze operaie, che solo il fronte unico di tutti i proletari potrà impedire la distruzione della classe operaia come classe, e solo la lotta generale di tutte queste forze riuscirà a frenare lo scatenarsi della reazione fascista ed industriale. Appunto perché noi crediamo solo nella forza del proletariato unito, siamo contrari alla costituzione di organismi sindacali femminili.

Quale utilità ne ricaverebbero le donne lavoratrici, dalla creazione di questi organismi? Essi servirebbero soltanto a far rimanere sempre più in una condizione di inferiorità l’operaia in confronto dell’operaio, tanto nella differenza delle paghe che nei miglioramenti morali:

Le donne coi bassi salari fanno una larga concorrenza alla mano d’opera maschile, colla crisi e la disoccupazione che imperversa, questa concorrenza si accresce creando una lotta continua tra sfruttati di diverso sesso. Colla divisione delle forze proletarie, creando organismi sindacali femminili, questa lotta fra operai ed operaie si accentuerà ottenendo così i risultati desiderati dagli industriali: non più lotta di una classe contro il capitale, ma lotta fra sfruttati di diverso sesso.

Cosa ha fatto e cosa intende di fare l’Internazionale di Amsterdam per eliminare questa situazione? Nella realtà, noi constatiamo che nulla essi hanno fatto in favore delle condizioni del proletariato femminile.

Nessuna lotta è stata ingaggiata perché le paghe delle operaie fossero uguali a quelle degli operai. Dopo la guerra le operaie furono licenziate in massa per far posto agli smobilitati. In certi casi esse vennero poi riprese con le paghe diminuite.

Le organizzazioni sindacali della F.S.I. di Amsterdam nulla hanno fatto per difendere i diritti più elementari delle operaie; nulla contro l’inferiorità dei salari femminili e contro la soppressione delle otto ore, poiché dobbiamo riconoscerlo nelle industrie e nei laboratori dove la maestranza è in maggioranza formata dal proletariato femminile si verificarono i primi casi di soppressione delle otto ore.

Dovunque le organizzazioni aderenti ad Amsterdam ammettono i salari inferiori per le operaie tollerando per queste – dopo averle durante la guerra spinte nei laboratori e negli stabilimenti a fabbricare gli strumenti fratricidi – i loro licenziamenti come la cosa più naturale di questo mondo.

Quale opera va invece svolgendo l’Internazionale dei Sindacati Rossi? Il Congresso dell’Internazionale dei Sindacati Rossi ha votato la seguente risoluzione sulla partecipazione dell’operaia al movimento sindacale rivoluzionario: «Gli aderenti all’Internazionale dei Sindacati Rossi devono sforzarsi di guadagnare le operaie al loro movimento. La creazione di organizzazioni sindacali speciali per le operaie non può essere ammessa».

Il proletariato è uno. Le sue organizzazioni devono essere formate per branca di industria e non per il sesso dei lavoratori.

L’Ufficio Esecutivo dell’Internazionale dei Sindacati Rossi invita i compagni ad applicare questa risoluzione iniziando energicamente una campagna:
     1. Contro la costituzione di speciali sindacati per le operaie;
     2. Per l’ammissione delle donne nei sindacati che non l’acconsentono ancora;
     3. Per principio: Uguale salario per uguale lavoro.
     4. Contro tutte le restrizioni alla protezione legale del lavoro femminile;
     5. Per l’efficace protezione della madre e del fanciullo.

È necessario quindi di far conoscere alle salariate e a tutte le sfruttate del capitalismo queste rivendicazioni e conquistarle al nostro movimento.

I sindacati rivoluzionari e gli aderenti all’Internazionale dei Sindacati Rossi devono prestare alla loro azione fra le operaie una maggior cura che per il passato. È ormai tempo di mettersi all’organizzazione metodica delle operaie e di affidare tale compito a dei militanti dotati di un profondo senso di responsabilità. È necessario che le organizzazioni sindacali che seguono le direttive comuniste si occupino seriamente di queste questioni. Le compagne e i compagni lavorino assiduamente in quelle organizzazioni dirette da riformisti per far conoscere alle masse operaie che cosa intendono fare i comunisti per tutelare gli interessi delle lavoratrici.

Se lavoreremo bene e con volontà non tarderemo ad ottenere anche in questo campo ottimi risultati.

Tutti al lavoro dunque per attrarre nelle nostre file le grandi falangi delle lavoratrici, oggi più che mai infamemente angariate e sottoposte nelle fabbriche a un regime di schiavitù.

Piccolato Rina







PAGINA 6



Riunione internazionale del Partito

27-28 settembre
[RG 153]

L’oligarchia internazionale dei capitalisti assetata di sangue minaccia e sfida la classe operaia: Proletari di tutti paesi unitevi!


(segue dal numero scorso)



Dalla Okhrana dello Zar allo spionaggio elettronico borghese

Il moderno Stato borghese utilizza una sorveglianza elettronica pervasiva, archivi di dati e algoritmi che accelerano una raccolta di informazioni che in precedenza richiedeva l’intervento di molti agenti. Il fine è mantenere l’efficienza dello Stato nel difendere gli interessi della borghesia. Ma lo scopo principale di questa capillare sorveglianza è, in fondo, solo intimorire i lavoratori e trattenerli dall’azione. Ma è inevitabile che i comunisti e gli organizzatori sindacali, per non compromettere il loro lavoro, saranno costretti, e già lo sono in molti paesi, a corrispondenti accorgimenti difensivi.

I comunisti finché e dove sarà possibile approfitteranno della legalità borghese e opereranno apertamente per diffondere il loro programma e contribuire alla organizzazione sindacale. Sappiamo però che, con l’intensificarsi della lotta di classe, sarà necessario adottare ovunque atteggiamenti difensivi, sia del partito sia della classe. Quando i rapporti di forza nella società si capovolgeranno a favore della rivoluzione, i comunisti e la classe operaia dovranno saper utilizzare le stesse armi dello Stato capitalista per volgerle contro di esso per la soppressione del potere della classe borghese.

Victor Serge nel suo opuscolo del 1926, “Quello che tutti dovrebbero sapere sulla repressione di Stato”, descrive in dettaglio i metodi della polizia segreta Okhrana del regime zarista in Russia e le contromisure dei comunisti. L’Okhrana era una polizia politica dello Zar per il controllo dei sindacati e dei bolscevichi, nonché di altri “nemici dello Stato”, come gli anarchici e i Socialisti Rivoluzionari dell’epoca. Ma era utilizzata anche per tenere sotto controllo gli stessi funzionari dell’Impero.

L’Okhrana fu istituita nel 1881. Il 13 marzo di quell’anno lo Zar Alessandro II era stato ucciso in un attentato di populisti. La polizia operava scientificamente, raccogliendo sistematicamente dati e osservazioni utili ai propri obiettivi. Reclutava uomini di talento ed eruditi che comprendessero di teoria e di storia dei movimenti rivoluzionari, e per infiltrarli sotto copertura all’interno dei partiti sovversivi, per un tempo sufficiente per sorvegliare, informare, mantenere dettagliati fascicoli personali, ordire manipolazioni e provocazioni. L’Okhrana conduceva inoltre una sorveglianza dall’esterno con pedinamenti e intercettando la corrispondenza. Agenti ben pagati riportavano meticolosamente le loro osservazioni e incrociavano i rapporti in dossier sui vari profili.

Il capo della polizia Zubatov estese la sorveglianza in tutta la Russia e dal 1911 in Europa, ascoltando le conversazioni telefoniche persino dei ministri del governo.

Il “servizio segreto”, soprattutto dopo il 1905, non smantellava immediatamente le organizzazioni rivoluzionarie appena scoperte, ma lasciava che il movimento si sviluppasse, vi infiltrava provocatori, per liquidarle in un secondo momento decapitando il loro apice.

Ovviamente tutto questo non bastò ad impedire nel 1917 la rivoluzione di Ottobre.

Nel quartier generale dell’Okhrana a Pietrogrado i bolscevichi trovarono una stanza segreta contenente 35.000 nomi di provocatori e una copia di una “Direttiva sui servizi segreti”, un “ABC della provocazione”, che mostra come la manipolazione psicologica, la coercizione economica, la profilazione e lo sfruttamento delle vulnerabilità personali fossero utilizzati per coartare i rivoluzionari deboli di carattere, i disillusi, gli indigenti, gli esiliati, in particolare i prigionieri, e come la polizia segreta ne mantenesse la copertura attraverso arresti e rilasci orchestrati per renderli credibili.

Serge fu testimone della sconfitta dell’Okhrana e dei suoi agenti e di come la rivoluzione ebbe successo, definendola “invincibile” contro tali metodi. Tutte le violazioni e decodifiche della corrispondenza, e le manovre per contrastare le tattiche rivoluzionarie – simili alle analisi forensi, biometriche e l’elaborazione automatica dei dati di oggi – alla fine si rivelarono impotenti ad arginare il malcontento degli operai sfruttati e dei contadini e soldati affamati durante la Grande Guerra e non riuscirono a decapitare i bolscevichi, nonostante gli arresti e gli esili.

La forza della propaganda rivoluzionaria deriva dal messaggio del partito che entra in sintonia con le diffuse lamentele dei lavoratori; possiede una resistenza intrinseca se radicata nella loro esperienza vissuta, che non può essere facilmente spezzata da violenza, inganno e coercizione. Infine il terrore suscitato dalle polizie politiche non è nulla in confronto al terrore della povertà, della fame e degli orrori della guerra imperialista.

Certo esisteranno sempre gli infiltrati, i corrotti, i traditori nel partito e nei sindacati. Ma le organizzazioni della classe operaia impareranno a difendersi. Nel partito la miglior difesa è applicare in tutti gli aspetti della sua vita la giusta pratica comunista: centralizzazione, disciplina, discrezione, rapporti stretti, corretti e fraterni fra compagni, bando di ogni velleità, improvvisazione, personalismo. Alla provocazione ordita dall’esterno, che si presenta spesso dietro una ostentata rivendicazione dell’ortodossia dottrinaria, si deve far fronte non con processi o cedendo a un clima di sospetto, ma con il sano lavoro di partito, a tutti noto e chiaro.

Serge impartisce buoni consigli. Comunicare solo quel che è necessario: «la disattenzione dei rivoluzionari è sempre stata il miglior aiuto per la polizia» e mette in guardia dalle stupide affettazioni: «la più grande virtù di un rivoluzionario è la semplicità e il disprezzo per tutte le pose, comprese quelle “rivoluzionarie” e soprattutto quelle “cospirative”».

Ma in epoca pre-rivoluzionaria, infine, scrive Serge, il partito si difende per il gran numero di nuovi accoliti entusiasti che improvvisamente si offrono ai suoi ordini, in una gran massa sconosciuta a qualsiasi registro, cartaceo o elettronico, delle polizie.

Di fatto, se non anche formalmente nelle loro menzognere democrazie, il partito comunista è già illegale e i loro codici e costituzioni già hanno pronte le norme che lo sanciscono. Norme penali che attualmente in una minoranza dei paesi del mondo la borghesia non ritiene ancora chiamare i tribunali a far applicare. Più che la illegalità legale vige per il partito la illegalità economica: mai si concederebbe ai comunisti l’accesso ai media di massa, che costano milioni e sono ferreamente controllati dalle logge di capitalisti.

La minaccia della persecuzione legale è quindi sempre pendente, e il partito sa che lo attende non appena la lotta di classe progredisse ed accennasse ad emanciparsi dai ceppi dell’opportunismo politico e sindacale.

Del resto il rigoroso rispetto della legge già è di ostacolo all’attività dei rivoluzionari e dei sindacati. A causa delle limitazioni al diritto di sciopero, imposte anche in tutte le democrazie, perché un sindacato operaio possa combattere con successo è già costretto a intraprendere azioni che la legge considera illecite.

Ai tempi di Serge, come oggi, i movimenti sindacali dovettero affrontare non solo le forze dell’ordine ufficiali. In Italia durante il fascismo le Camere del Lavoro furono incendiate dagli squadristi, protetti dalla polizia. Negli Stati Uniti proliferavano agenzie private, come la Pinkerton, che impiegavano informatori, provocatori e persino agenti armati per minare l’organizzazione dei lavoratori.

Questo non toglie che un sindacato di lavoratori, laddove dei diritti siano stati tolti o mai concessi, trovi necessario rivendicarli e lottare per ottenerli. La richiesta di riunirsi, organizzarsi e manifestare si scontrerà con la struttura del potere capitalista.

A maggior ragione per il partito. Per esempio, la propaganda all’interno delle forze armate, ovunque non consentita dalla legge, è dal partito rivendicata e ritenuta necessaria.

Mentre il Partito Socialista Italiano si fece cogliere alla sprovvista dall’attacco delle bande, poi del governo fascista, coerentemente alla sua dottrina progressista, legalitaria e parlamentare, il Partito Comunista d’Italia disponeva di una sua efficiente rete clandestina.

I moderni servizi di intelligenza sono notevolmente evoluti nelle tattiche di sorveglianza e infiltrazione sperimentate dalla Okhrana, utilizzando la digitalizzazione di tutti gli aspetti della vita. Gli informatori sono ora fisici quanto digitali, mentre le operazioni psicologiche, compresa la diffusione di disinformazione, sono eseguite da organizzazioni strutturate. Al pedinamento fisico si associa la localizzazione dei cellulari e la registrazione delle chiamate telefoniche; su internet si sa delle connessioni, le ricerche, la navigazione e le attività sui social media, le transazioni bancarie... Una fitta rete di telecamere copre ogni crocevia nelle città e nelle campagne...

Alcune aziende internazionali di tutta questa massa di informazioni hanno fatto una merce, che raccolgono e vendono agli Stati. È stato ampiamente dimostrato che diversi governi hanno utilizzato il famoso “spyware” Pegasus per violare i telefoni cellulari e sorvegliare giornalisti, avvocati, avversari politici, attivisti e gruppi di vario tipo e sindacati.

Insomma anche nelle nazioni più ricche e democratiche del pianeta tecnicamente tutto è pronto per la imposizione in un batter d’occhio della legge marziale e la sospensione delle cosiddette libertà civili, e il ricorso ai metodi classici “low-tech” di rapimenti, percosse, violenze sessuali e torture, proprio come ai tempi di Serge.

Qui il compagno relatore, proveniente dagli Stati Uniti ha ricordato quando i lavoratori alla Homestead nel 1892 scioperarono illegalmente e affrontarono i proiettili e le bombe dei Pinkerton: non si preoccuparono di illegalità e clandestinità allora perché combattevano allo scoperto e in massa, ottenendo il sostegno di molti cittadini. Ha ricordato lo sciopero dei postini del 1970, ai quali era negato persino il diritto di sciopero: non arretrarono nemmeno contro lo schieramento della Guardia Nazionale e lo stato di emergenza nazionale dichiarato dal presidente Nixon. Paralizzarono le poste nazionali fino ad ottenere, non ancora il diritto di sciopero, ma la contrattazione collettiva e gli aumenti salariali.

In tutto il mondo la polizia e l’esercito reprimono gli scioperi e le rivolte proletarie arrestando, imprigionando o deportando. Eppure la lotta resiste, scioperi anche illegali ottengono dei risultati con il movimento che affronta anche forze di polizia pesantemente armate. Nei casi in cui i sindacati sono stati dispersi ne sorgono di nuovi ancora più provati e combattivi.

Anche la difesa del partito risiede nel risveglio dell’istinto di classe, nei legami di solidarietà, nella rivolta di massa dei lavoratori e nella loro attività spontanea. Per altro questa sarà favorita dalla consapevole direzione del partito. Questa dinamica sociale, in condizioni favorevoli culminerà nella insurrezione e nella guerra civile contro la guerra imperialista e contro lo Stato.

Il capitalismo si sta autodistruggendo. Nonostante tutti i suoi sofisticati apparati di sorveglianza e la brutalità delle sue guerre e delle sue prigioni, non può sfuggire all’inevitabilità storica del conflitto di classe. Le stesse tecnologie sviluppate sotto il capitalismo per massimizzare il profitto, e che consentono oggi il controllo dittatoriale sulla classe operaia, creano anche le condizioni per il suo collasso e la sua dissoluzione violenta. Tutte le polizie segrete del mondo faranno la fine dell’Okhrana, nonostante tutta la loro “scientificità” e le vili provocazioni, impotenti contro le forze della rivoluzione sociale e la internazionale marea montante del proletariato.

Le ricerche nel nostro scibile sono oggi assai facilitate dagli strumenti informatici. Ciò non toglie la difficoltà dell’apprendimento: come ricordava Engels, “il marxismo è una scienza e, come tutte le scienze, deve essere studiato”. Noi non faremo una scolastica, immutabile e priva di vita, ma una scuola sì, dove il campo dello studio è continuamente approfondito e dilatato dallo studio stesso, di fronte allo infinito divenire del mondo materiale naturale e sociale. Un apprendimento che attraversa i modi di produzione del passato e fino alla Rivoluzione e al Comunismo.



La Internazionale dei Sindacati Rossi

Il 20 aprile 1922 iniziò a Roma il Congresso dell’Internazionale Sindacale gialla di Amsterdam, accolto con calore dalla CGL e dal Partito Socialista, e con disprezzo dal PCd’I.

Il 21 novembre iniziarono invece i lavori del Secondo Congresso del Profintern. Se i delegati furono di meno rispetto al Primo, non significa che l’influenza del Profintern fosse diminuita. Disse Solomon Lozovskij, segretario del Profintern, che i proletari aderenti o influenzati dall’ISR erano tra i 12 e i 15 milioni; una cifra analoga ad Amsterdam, con la differenza che un terzo dei membri di questa simpatizzava per Mosca, mentre nel Profintern nessuno simpatizzava per Amsterdam.

Il principale problema da affrontare fu quello del rapporto organico tra Cominform e Profintern, rifiutato dalla componente anarco-sindacalista. Per evitare ulteriori scissioni il Profintern abolì l’articolo dello Statuto che subordinava l’Internazionale sindacale a quella politica. La Sinistra italiana si era opposta a tale posizione, scaturita nel contemporaneo Quarto Congresso dell’IC: in questo, accanto a validissime posizioni su molte questioni, e dopo aver definito traditori i socialdemocratici e l’Internazionale di Amsterdam, si cercavano comunque accordi con essa. La Sinistra italiana fu subito in disaccordo, sostenendo, giustamente, che l’Internazionale di Amsterdam non fosse un’organizzazione sindacale, ma politica, al servizio della borghesia.

Ai tentativi di accordo con Amsterdam seguirono poi i Fronti Unici con i partiti presunti operai, fino ai Governi Operai, e poi operai e contadini.

Il tentativo di portare le masse operaie dalla propria parte con qualsiasi mezzo ed espediente era più dovuto a disperazione che ad altro, ma era purtroppo prevedibile, e da noi previsto, che, soprattutto con la fine del momento ascendente della rivoluzione, il fronte unico innaturale con i dirigenti sindacali e politici riformisti non poteva che portare all’abbandono delle posizioni classiste e comuniste.

Tali ambiguità, e peggio, sono presenti anche nelle “Tesi del Quarto Congresso sulla tattica del Comintern”, in data 5 dicembre 1922: «I comunisti sono persino disposti a trattare con i capi traditori dei socialdemocratici e con quelli di Amsterdam (…) Il vero successo del Fronte Unico scaturisce “dal basso” (…) Tuttavia i comunisti non possono rinunciare a trattare (…) anche con i vertici dei partiti avversari».

All’apertura del Quinto Congresso dell’Internazionale Comunista, nel giugno 1924, i delegati, in nome del Fronte Unico e dell’unità proletaria, si trovarono di fronte inaspettatamente la proposta di scioglimento del Profintern e di adesione ad Amsterdam. Si continuava a parlare di tradimento dei capi di Amsterdam, ma dando contemporaneamente rilievo alla nascita al suo interno di una corrente di sinistra. Si affermò che l’unità internazionale del movimento sindacale «sarebbe stata ristabilita mediante la convocazione di un Congresso mondiale a cui tutti i sindacati affiliati o all’Internazionale di Amsterdam o all’Internazionale Rossa dei Sindacati sarebbero stati rappresentati su base proporzionale».

La nuova impostazione sindacale espressa nel Quinto Congresso dell’IC fu riproposta al Terzo Congresso del Profintern, che si aprì l’8 luglio 1924, con il manifesto disaccordo della Sinistra italiana, che nelle Tesi presentate a Lione nel 1926, al punto 8, scrive: «L’ufficio dell’Internazionale di Amsterdam andava considerato e trattato non come un organismo delle masse proletarie ma come un organo politico controrivoluzionario della Società delle Nazioni (…) Non è però da escludersi la utilità di una tattica di fronte unico su base mondiale con tutti gli organismi sindacali anche aderenti ad Amsterdam».

La fusione tra le due Internazionali fu rifiutata da Amsterdam. Ma nell’aprile 1925 si riunirono a Londra i rappresentanti dei sindacati russi con quelli britannici, dando vita ad un “Comitato anglo-russo”. La sua realizzazione fu presentata da Zinoviev come la dimostrazione della correttezza della tattica del Fronte Unico.

Stalin nel luglio 1926 dichiarò: «Se i sindacati reazionari sono disposti a formare con i sindacati rivoluzionari del nostro paese una coalizione contro gli imperialisti controrivoluzionari del loro paese, perché non si dovrebbe approvare questo blocco?». Per Trotzki fu facile replicare che «se i sindacati reazionari fossero capaci di lottare contro i loro imperialisti non sarebbero reazionari».

Nel 1926 il Consiglio Generale dei sindacati inglesi fu costretto dalla pressione proletaria, in conseguenza della serrata delle miniere di carbone, a indire uno sciopero generale. Lo sciopero fu presto sabotato dai bonzi sindacali, ma ciò nonostante l’Internazionale e il Profintern vollero continuare a partecipare al Comitato. Ancora nell’aprile 1927 i delegati russi di tale comitato, che già avevano riconosciuto nel Consiglio Generale dei sindacati inglesi «l’unico rappresentante e portavoce del movimento sindacale d’Inghilterra», si impegnarono a «non diminuire l’autorità» dei capi tradeunionisti e a «non occuparsi degli affari interni dei sindacati inglesi».

L’“Appello dei Comitati esecutivi dell’IC e dell’ISR a tutte le sezioni e a tutti i lavoratori”, del 9 maggio 1926, ribadisce questo atteggiamento, da noi condannato, sulla lotta dei lavoratori britannici: «L’Esecutivo dell’IC e quello dell’ISR esortano tutte le sezioni a compiere ogni sforzo per assicurare l’unità d’azione. A tale scopo si raccomandano riunioni con i rappresentanti degli altri partiti e delle altre organizzazioni».

Nelle “Tesi del Settimo Plenum sulla trustificazione, sulla razionalizzazione e sui compiti dei comunisti nei sindacati”, del 16 dicembre 1926, ai punti 10, 12 e 13 leggiamo:

«10. (…) Il fallimento dello sciopero generale e il fronte unico dell’Internazionale di Amsterdam col Consiglio Generale per il sabotaggio dello sciopero dei minatori ha avuto come conseguenza il consolidamento dell’organizzazione di vertice dell’Internazionale di Amsterdam (…) Il Consiglio Generale promuove attualmente la stessa identica politica dell’Internazionale di Amsterdam, e in questo senso si può tranquillamente affermare che il fallimento dello sciopero generale è stato vantaggioso per l’Internazionale di Amsterdam nella stessa misura in cui la svolta a destra dell’apparato sindacale in qualunque paese è vantaggiosa per coloro che difendono gli interessi della burocrazia e della borghesia europea reazionaria (…)

«12. La crisi del Comitato anglo-russo ha offerto il pretesto ai nostri avversari per parlare di fallimento dell’unità e della tattica del fronte unico (…)

«13. Prendendo le mosse dall’applicazione conseguente della tattica del fronte unico il CC del VKP(b) e il Presidium dell’Internazionale Comunista si sono pronunciati contro la tattica dello scioglimento del Comitato anglo-russo (…)».

Viene quindi ribadita l’alleanza con l’Internazionale di Amsterdam, e la conseguente difesa dell’indifendibile Comitato anglo-russo.


Il capitalismo tedesco - Forza e fragilità

L’economia tedesca poggia su basi che si sono consolidate nell’arco di un secolo e mezzo. Dalla proclamazione dell’Impero nel 1871, il Paese ha conosciuto un’industrializzazione accelerata che lo ha trasformato nella principale potenza manifatturiera europea. La chimica, la meccanica, la siderurgia, l’elettricità, poi l’auto sono stati i settori trainanti di una crescita che, già prima della Prima guerra mondiale aveva portato la Germania a superare Francia e Regno Unito in vari campi.

La concentrazione industriale, l’intreccio fra grandi banche e grandi imprese, la ricerca scientifica applicata alla produzione hanno costruito quel “capitalismo organizzato” che è rimasto un tratto distintivo fino a oggi.

Vi sorse un proletariato urbano organizzato e la socialdemocrazia divenne il più grande partito operaio d’Europa.

La Repubblica di Weimar ereditò un Paese urbanizzato ma segnato da profonde disuguaglianze regionali e grave crisi economica.

Il regime hitleriano abolì libertà civili e sindacali e cercò di inglobare i lavoratori nella “comunità popolare” subordinandoli all’impresa e allo Stato.

Dopo la catastrofe bellica (1939-45) alle due Germanie che sorsero furono imposte vie diverse: a Ovest un capitalismo coordinato con welfare, codeterminazione e ascesa della classe media; a Est un’economia pianificata che garantiva occupazione e privilegiava operai e contadini.

All’Ovest la Repubblica Federale è uno Stato diviso in sedici Länder, con un sistema parlamentare che combina rappresentanza diretta e poteri dei governi regionali. Il Bundestag e il Bundesrat incarnano questo doppio livello, mentre il Cancelliere federale concentra le funzioni esecutive e il Presidente svolge compiti di garanzia. La Costituzione del 1949, per evitare la proliferazione di partiti che caratterizzò la Repubblica di Weimar, fissando la soglia di sbarramento al 5% ha favorito la formazione di governi di coalizione.

La Germania Ovest ha visto rilanciare l’apparato produttivo, il “miracolo economico” degli anni ’50 e ’60. Le basi di quel successo erano le stesse: forte settore manifatturiero, alta qualità della manodopera, reti di piccole e medie imprese specializzate e legame con i mercati esteri. Ancora oggi, nonostante la globalizzazione e la digitalizzazione abbiano mutato scenari e filiere, il Mittelstand costituisce la spina dorsale del modello tedesco: centinaia di migliaia di aziende di dimensione medio-piccola, spesso a conduzione familiare, che producono componenti e macchinari altamente tecnologici per il mercato globale.

Dal modello bismarckiano di welfare e assicurazioni sociali al moderno sistema duale scuola-impresa la Germania ha creato un meccanismo che forma generazioni di lavoratori qualificati e ne integra la preparazione direttamente nei processi produttivi. Questo sistema ha garantito al capitale una manodopera disciplinata e preparata che si traduce in profitti elevati e in una forte competitività delle imprese.

La riunificazione del 1990 ha comportato l’assorbimento della Repubblica Democratica Tedesca nel sistema economico occidentale, con privatizzazioni, chiusure di fabbriche e massicce migrazioni verso l’Ovest. Questo ha lasciato cicatrici sociali e politiche ancora visibili: tassi di disoccupazione più alti, salari più bassi.

La Germania è da sempre un’economia fortemente orientata all’esportazione: prima con la Weltpolitik e il colonialismo tedesco di fine Ottocento, poi con l’espansione commerciale nel dopoguerra, fino all’attuale interdipendenza con la Cina e con i mercati asiatici. Circa la metà del PIL tedesco dipende dalle esportazioni. Ciò significa che ogni crisi internazionale, calo di domanda estera o shock geopolitico si ripercuote sull’apparato produttivo. Gli esempi recenti – la crisi finanziaria del 2008, le interruzioni delle catene del valore durante la pandemia, l’aumento dei prezzi energetici dopo l’invasione russa dell’Ucraina e il conseguente azzeramento delle forniture energetiche dalla Russia – mostrano quanto la crescita tedesca sia vulnerabile.

Oggi il settore automobilistico, simbolo del “made in Germany”, affronta una trasformazione epocale: la transizione verso l’elettrico e la concorrenza di produttori cinesi come BYD ne minacciano la supremazia e l’occupazione. Il capitale tedesco sconta una caduta della redditività nei settori maturi e fatica a trovare nuovi sbocchi per un ciclo di accumulazione accelerato.

La disciplina sociale, fatta di gerarchia e collaborazione, ha permesso decenni di stabilità, grazie anche alla codeterminazione e alla contrattazione sindacale. Ma le utopiche ideologie e strutture borghesi che assicuravano pace sociale e continuità si sono trasformate in rigidità quando occorre innovare rapidamente, investire in nuove tecnologie o riorientare il sistema energetico. Questa dialettica fra forza e fragilità costituisce una delle più forti contraddizioni odierne.

Per decenni due grandi partiti hanno polarizzato la vita politica: la CDU/CSU di centrodestra e la SPD socialdemocratica, con i liberali della FDP come ago della bilancia. Negli ultimi vent’anni però questo equilibrio si è indebolito. La SPD ha perso progressivamente consenso tra i lavoratori industriali e i pensionati urbani; la CDU/CSU mantiene il primato ma senza maggioranze solide; i Verdi hanno conquistato l’elettorato giovane e istruito delle città; Die Linke, erede del PDS dell’Est, rappresenta fasce deboli e settori militanti ma è rimasta minoritaria.

Nelle elezioni del febbraio 2025 la nazionalista AfD, Alternativa per la Germania, è balzata a 152 seggi diventando il secondo partito. La CDU/CSU raccoglie medie classi conservatrici e imprese rurali; la SPD un residuo di base operaia e del pubblico impiego; i Verdi i ceti medi urbani e cosmopoliti; Die Linke le fasce popolari dell’Est; l’AfD uomini giovani delle zone periferiche, piccoli imprenditori e lavoratori insicuri, con una forte demagogia anti-immigrazione. Le basi elettorali dei partiti sono sempre meno identificabili con le classi e sempre più con alleanze interclassiste tra spezzoni di classi diverse. Il tradizionale terreno della rappresentanza politica del lavoro si è frantumato, lasciando spazio a populismi di destra e di sinistra e a un crescente astensionismo.

Oggi la classe lavoratrice vede erodersi i salari e la stabilità per effetto della digitalizzazione e delle delocalizzazioni. La piccola borghesia è ancora numerosa ma in contrazione. Strati marginali, disoccupati, pensionati poveri, immigrati e minoranze etniche hanno difficoltà di accesso all’istruzione, al lavoro stabile.

Dagli anni ’90, e in maniera esplosiva nel 2015 con la crisi dei rifugiati, la Germania ha accolto milioni di persone. Questo ha permesso di attenuare l’invecchiamento della popolazione e di coprire posti di lavoro, ma ha anche generato tensioni per la competizione su alloggi, servizi e salari. Gli episodi di violenza dell’estrema destra sono aumentati insieme alla sua rappresentanza a livello politico.

Un elemento distintivo del modello tedesco è stato il ruolo dei sindacati e della cogestione. Fin dal dopoguerra i lavoratori hanno potuto eleggere consigli di fabbrica e avere rappresentanti nei consigli di sorveglianza delle aziende sopra una certa soglia di dipendenti, soprattutto nei settori strategici come la siderurgia. Questo ha assicurato decenni di pace sociale, salari relativamente elevati, formazione continua e qualità produttiva. La “partecipazione” non ha eliminato il conflitto di classe ma lo ha istituzionalizzato, illudendo di renderlo compatibile con l’accumulazione capitalistica.

Oggi la frammentazione del lavoro, l’aumento di forme precarie e il calo dell’occupazione industriale tradizionale riducono la forza contrattuale. Nei nuovi settori tecnologici e dei servizi i tassi di sindacalizzazione sono molto più bassi e i rapporti di lavoro più individualizzati. La rappresentanza tradizionale dei lavoratori è in crisi.

I partiti e i sindacati tradizionali non riescono più a rappresentare le classi inferiori né ad affrontare la crisi economica. I capitalisti guardano al riarmo come soluzione. Il gruppo Rheinmetall, uno dei più importanti produttori di armamenti, continua a crescere. Nei primi nove mesi del 2025 il suo fatturato è cresciuto del 20% attestandosi a 7,5 miliardi di euro (nel 2024 erano stati 6,6 miliardi); la crescita nel solo settore militare è stata del 28%.

Ma questo non riguarda solo la Germania ma tutto il capitalismo avanzato del mondo. La Germania è quindi un laboratorio cruciale per capire il presente e il futuro delle lotte di classe.



Relazione delle redazioni dei nostri periodici a stampa

Pur permanendo una situazione storica assai grave, complessa ed esigente per le nostre minime forze, possiamo vantare la regolarità e il ritmo serrato che siamo riusciti a mantenere al lavoro anche nel campo editoriale. Una serena efficienza che si fonda non su eccezionali capacità intellettuali o morali dei nostri militanti, ma essenzialmente sul metodo di sentire e di lavorare della nostra compagine, libera dalle miserie dell’intellettualismo personalistico e delle impazienze del volontarismo e del politicantismo.

Grazie al generoso lavoro di tutti i nostri compagni, vecchi e giovani, possiamo vantare la uscita regolare di sei sostanziosi organi a stampa, in quattro lingue. Sono tutti ben degni di procedere oggi nel solco della secolare scuola marxista e dare continuità alle valutazioni storiche del partito, riuscendo ad affrontare tempestivamente molti dei difficili argomenti che la situazione ci impone.

Un grande fattore di forza del comunismo è, oltre al suo programma storico, il dispiegarsi e l’organamento internazionale del centralizzato partito, nel quale convergono da più parti e in continuo nuove sollecitazioni e integrazioni, che ne difendono e confermano la linea politica e ne facilitano la crescita sui piani della coscienza di sé e della estensione nelle sue numerose funzioni, attenzioni e interventi.

Non arriviamo all’eccesso di ambire a una redazione unica internazionale, che sarebbe solo un soffocare le capacità ed energie del partito. Il partito è uguale a sé stesso ovunque, ogni gruppo locale esprime per intero la voce del partito in un dato contesto. Qualora, per eventi bellici o repressivi, fossero interrotti i collegamenti fra le sezioni e il centro, i gruppi del partito continueranno a sapere, comprendere e parlare alla classe, pur in assenza di disposizioni centrali.

Cionondimeno è evidente il potere di uno stretto coordinamento fra le diverse, e domani crescenti in numero, redazioni dei nostri periodici. Se i giornali sono gli “organizzatori collettivi” del partito per i compagni che li ricevono, li leggono e li diffondono, lo sono anche per chi li scrive, per l’invio di informazioni e contributi dalla periferia fino alla loro redazione, dove quei giornali si progettano e si costruiscono. È un arsenale dove a periodicità fissa si vara una nave da guerra. È una trincea nella quale i comunisti trovano rifugio e dalla quale possono attaccare.

Nostre redazioni ben collegate fra loro sono un prodotto ma anche un fattore importante del maturare di un effettivo partito internazionale.

Perché il giornale è molto di più della somma degli articoli che vi sono pubblicati, che ovviamente noi non firmiamo, perché sono il risultato di un lavorio collettivo che la redazione è chiamata a svolgere; di scelta, rielaborazione, adattamento, titolazione, ecc.

* * *

Dal 1957 il partito si era dato “Programme Communiste”, in francese, allora la lingua internazionale, con redazione a Marsiglia, in Francia, della quale nel 1973 erano già usciti 60 numeri.

Perduto “Programme” nella scissione del 1973, nel 1979, visto l’accrescersi del numero dei rapporti esposti alle riunioni generali, che non riuscivano più ad essere accolti ne “Il Partito”, fu possibile riprendere la pubblicazione di una rivista apposita, un semestrale cui demmo il nome, perentorio, di “Comunismo”. Di questo nel luglio scorso è uscito il numero 99, rispettandone per mezzo secolo la periodicità.

È ora in stampa e già sul sito il numero 2 di “Communism”, di 150 pagine. L’intenzione è tornare a dare mostra del partito con una sua rivista internazionale, in lingua inglese stavolta, che riporti i più importanti dei nostri studi di dottrina e storici.

Vi sarà una corrispondente edizione della rivista anche in italiano, prosecuzione di “Comunismo”, e, quando sarà possibile, in altre lingue, pubblicate se non in stampa sul sito. Infatti il contenuto è di interesse per il movimento comunista mondiale, e anche la disamina di eventi e situazioni locali trascende l’occasionale per addivenire a considerazioni e conclusioni generali.

Già nelle edizioni inglese e italiana stanno andando progressivamente a coincidere i rapporti pubblicati, nell’attesa di concludere le serie già iniziate su “Comunismo”. Abbiamo mostrato ai compagni una proposta di sommario e piano di convergenza dei prossimi numeri.

Si rende oggi necessaria una rivista internazionale anche perché il nostro “The International Communist Party”, in lingua inglese, viene a coprire argomenti prevalentemente nazionali, come da sempre fanno i nostri giornali, per l’Italia, il Venezuela, la Turchia. Nelle otto pagine fitte fitte dell’ultimo numero, metà dei titoli sono di commento a fatti degli Stati Uniti e metà di vicende internazionali: ci sembra una giusta proporzione.



Origine degli Indici del lavoro del partito e loro perfezionarsi

Fin dalla sua costituzione nel dopoguerra, e almeno dal 1952, l’attività di studio del partito, alla ricerca delle sue radici di dottrina e di battaglia storica, si è svolto sotto forma di comunicazioni orali nelle periodiche riunioni generali.

Di queste se ne contano 62 fino al 1973 e, 153, il numero di questa riunione, dopo.

Le Riunioni Generali non sono assemblee deliberanti ma riunioni di lavoro (non essendoci ormai più nulla da deliberare).

I risultati di questo fedele rintraccio delle basi del comunismo rivoluzionario e loro applicazione alla indagine delle vicende della lotta fra le classi è successivamente stato riprodotto sulla stampa del partito.

Questi elaborati, sebbene intenzionati alla massima fedeltà alla teoria marxista ortodossa e alla tradizione del comunismo di sinistra, non sono mai stati considerati come qualcosa di definitivo ed esaustivo, ma che attendevano approfondimenti e completamento dalle nostre indagini future e dalle lezioni della storia.

Tutta questa laboriosità, volta al ripristino dei fondamenti dell’attività del partito, è sempre stata inquadrata in un concordato piano unitario, preventivo e noto a tutti, ritenuto logico e necessario, che poneva degli obiettivi, dei metodi, dei tempi di esecuzione. Dati compagni si sono offerti e sono stati incaricati di darne attuazione. Certo non è una macchina perfetta e dai risultati in tutto prevedibili.

Ma si è cercato di evitare di affidarla alla iniziativa e alle contingenti preferenze di singoli compagni, i quali arrivassero a presentare rapporti non attesi. Questa continuazione impersonale di lavoro inserito in un flusso ha reso superata la fase del cosiddetto controllo preventivo sugli elaborati, dei quali tutto il partito già in anticipo conosce i precedenti, i temi, l’argomentare.

In questa attività a molte mani, i singoli relatori passano, il lavoro del partito rimane, che impersonale si accumula e tramanda.

Oggi, quindi, dopo 1 secolo e 3/4 di marxismo e dopo 3/4 di secolo dell’attuale organizzazione, la nostra scuola ha prodotto una monumentale pubblicistica, una intera biblioteca, sui temi più diversi: dalla teoria della storia, alla scienza economica, alla teoria della conoscenza, ai fatti della storia antica e in atto, alla coscienza critica del nostro movimento comunista.

È un materiale che non esce da un’Accademia, ma è prodotto da più generazioni combattenti del proletariato, incalzati dalle necessità della lotta, sottoposti spesso alle persecuzioni borghesi, fin da Carlo Marx, in stato di miseria da nemmeno poter sostenere la sua famiglia. I nostri elaborati sono da considerare “sul filo del tempo”, nel loro insieme, individuando i fili che legano fra loro le parti di quel corpo unitario di pensiero.

È noto che “senza una teoria rivoluzionaria la rivoluzione è impossibile”. Non ci occorre né attendiamo un partito di sapienti, ma un partito sapiente. Il nostro movimento deve poter attingere alla nostra scienza, coscienza di sé e guida per l’azione.

Negli anni ‘50, appunto per arrivare a dominare la sconfinata materia che andava rapidamente accumulandosi di riunione generale in riunione e sulla stampa, fu incaricato l’allora giovane compagno Livio, di Napoli, di impostare, e successivamente mantenere aggiornato, un Indice del lavoro del partito. Questo comprendeva tre strumenti:
     - Un Indice delle Riunioni Generali, in ordine cronologico, che ne elencava i Rapporti;
     - Un Indice della Stampa che, di ogni numero di “Programma”, pagina per pagina, riportava tutti i titoli, dei principali dei quali indicava l’Argomento;
     - Un Indice per Argomento, con riferimento alle Riunioni Generali nelle quali erano stati affrontati.

Le Pagine di Aggiornamento periodico di questi elaborati (trascritti meticolosamente a mano, non essendoci ancora l’elettronica) erano poi trasferite su matrici, riprodotte al ciclostile e distribuite ai compagni ad ogni Riunione Generale.

Livio ha poi continuato questa attenta lettura, presa visione e considerazione dei contenuti, e trascrizione dei titoli, passando dai numeri di “Programma” a quelli de “Il Partito” e di “Comunismo”.

Infine, dal 1999, quando, per merito delle conoscenze e delle prove tecniche di un compagno di Parigi, potemmo inaugurare il sito Internet del partito, Ezio si incaricò, dopo aver imparato a usare il computer, a digitalizzare dalla minuta calligrafia di Livio le molte centinaia di pagine degli Indici.

Quello che abbiamo oggi ci proviene quindi da questo precedente amorevole e meticoloso lavoro.

Cosa abbiamo invece oggi:
     1. - Un Indice Generale delle Pagine del sito, in ordine di inserimento: internati onal-communist-party.org/Address.htm). Questo, è ovvio, viene aggiornato quasi quotidianamente.
     2. - Gli Indici per Lingua dei nuovi inserimenti. Qui i nuovi scritti e i testi di archivio sono elencati separatamente.
     3. - L’Indice per Giornale: di ogni numero che pubblichiamo sono riportati tutti i titoli e sotto-titoli, con a fianco l’argomento.
     4. - Abbiamo inoltre gli Indici per Argomento, attualmente 24 (international-communist-party.org/Indices/IIndices.htm)

Il crescere e il meglio strutturarsi di ciascuno di essi riflette la quantità di lavoro che il partito può dedicare al corrispondente tema. Come Nota nella Pagina si legge: «Scopo di questo strumento è facilitare il compito a chi affronta la nostra dottrina. Non è certamente da considerare esaustivo della ricca letteratura marxista: l’uso dei compagni ne suggerirà sempre integrazioni e migliorie d’impianto».

Le ricerche nel nostro scibile sono oggi assai facilitate dagli strumenti informatici. Ciò non toglie la difficoltà dell’apprendimento: come ricordava Engels, “il marxismo è una scienza e, come tutte le scienze, deve essere studiato”. Noi non faremo una scolastica, immutabile e priva di vita, ma una scuola sì, dove il campo dello studio è continuamente approfondito e dilatato dallo studio stesso, di fronte all’infinito divenire del mondo materiale naturale e sociale. Un apprendimento che attraversa i modi di produzione del passato e fino alla Rivoluzione e al Comunismo.

FINE DEL RESOCONTO DELLA RIUNIONE DI SETTEMBRE










PAGINA 7

Elon Musk un burattino da mille miliardi

Gli azionisti dell’azienda di auto elettriche Tesla hanno approvato il pacchetto retributivo da 1.000 miliardi di dollari in azioni per il loro amministratore delegato Elon Musk, una cifra senza precedenti. Il pagamento aggiungerà il 12% delle azioni all‘attuale 13% in suo possesso. Ciò potrebbe rendere Musk il primo a raggiungere i 1.000 miliardi di patrimonio personale. Per avere un’idea della misura basta pensare che è superiore al Pil della Svizzera e che solo 19 paesi al mondo superano i 1000 miliardi.

Secondo i dati Oxfam la ricchezza di 3.000 capitalisti dal 2015 ad oggi è aumentata di 6.500 miliardi di dollari, ed equivale al 14,6% del Pil globale. L’1% più ricco del mondo ha aumentato la propria ricchezza di quasi 34 mila miliardi di dollari, una cifra che potrebbe eliminare 22 volte la povertà del mondo. Questa piccola cerchia di uomini possiede più del 95% più povero della popolazione dell’intero pianeta.

La vicenda ha provocato un’ondata di indignazione nell’opinione pubblica e ipocritamente dei borghesi di sinistra, che indugiano a condannare le storture e gli eccessi del capitalismo, come se nascessero dall’avidità umana e non dalle sue leggi strutturali. Lo scopo è disorientare i lavoratori e illudere che questa società possa essere riformata o aggiustata con sane scelte responsabili, le sagge leggi, gli onesti capi...

Ciò che invece la nostra dottrina afferma da secoli è che non vi è alcuna sorpresa in questo fenomeno.

Intanto irridiamo ai saturnali di personalismo, secondo i quali si fa credere che a muovere l’economia e la storia siano i Grandi Uomini. Eppure questi omaccioni, i padroni del vapore si mostrano in evidente stato confusionale tanto da suscitare il sorriso, se non pietà. Perché non è Elon a possedere i mille miliardi, ma sono i mille miliardi, che hanno il diavolo in corpo, a possedere lui. Elon non ha alcuna reale possibilità di scelta, è un burattino mosso da infiniti fili. Come si vede chiaramente dai suoi comportamenti.

Marx, e anche Lenin, dimostrano come nel capitalismo la concorrenza tra impersonali concentrazioni aziendali conduce necessariamente al monopolio, dove sul mercato sopravvivono quelle con capacità tecniche superiori, in grado di piazzare merci a prezzi inferiori, via via inglobando quelle più piccole che non riescono a tenere il passo. I grandi capitali nella guerra per i profitti mangiano i piccoli, fino a portare i vincitori ad investire sempre più in rami produttivi o finanziari e dominare con potenti trust interi settori economici.

La concentrazione di ricchezza senza precedenti nella storia – che sia intestata a un privato, a una società anonima, allo Stato, alla Chiesa o a un Monastero non cambia nulla finché funziona come Capitale – è una tendenza economica inarrestabile a livello planetario, e che non può essere attribuita a decisioni politiche di questo o quel governo, di destra o sinistra che sia. Le varie ricette riformiste, costituzionali, la “democrazia dal basso”, o dei “produttori” sono solo illusioni conservatrici, del tutto inefficaci ad arginare le conseguenze devastanti della vulcanica e catastrofica economia del capitale.

Dopo il bagno di sangue della Seconda Guerra mondiale, unica risposta possibile alla crisi del 1929, e che ha permesso all’economia di ripartire per i soli 3 decenni successivi, 80 anni di leggi e riforme, di compromessi tra le classi, alimentati da partiti borghesi e sindacati di regime, non hanno eliminato crisi economiche sempre più vaste, del debito e della finanza. E per la classe operaia morti sul lavoro, sanità immiserita, differenze sociali sempre più profonde e, come assistiamo oggi, sviluppo della spesa in armi per guerre sempre più frequenti, con il terzo conflitto mondiale in preparazione.

Il riformismo, necessario nella fase aurorale del capitalismo, ha chiuso il suo breve ciclo, sepolto sotto i colpi della crisi economica di sovrapproduzione, che ci riporta, come 100 anni fa, di fronte ad un bivio: o guerra e povertà crescente o rivoluzione mondiale e comunismo. Il capitale sta precipitando in una disfatta epocale.

La classe lavoratrice in giro per il mondo di tanto in tanto riaccende le lotte per migliori condizioni di vita.

Ciò che ancora manca è lo sviluppo del Partito di classe rivoluzionario che possa unire la classe lavoratrice e le sue lotte a un livello superiore ed esteso, con il suo preciso programma politico rivoluzionario.







PAGINA 8



Democrazia e fascismo: Giano bifronte del capitalismo
Quando anche i borghesi sono costretti a darci ragione

Rapporto esposto alla riunione generale del settembre 2023

(Continua dal numero scorso)

Il sindacato del regime

Sabino Cassese scrive nel 7° capitolo:

«Il sindacato fascista, da un lato si vedeva riconosciuto il potere di rappresentare tutti i lavoratori, dall’altro veniva incorporato negli ingranaggi dello Stato (...) Il processo di “statizzazione” dei sindacati non è comprensibile se non si tiene conto che, sul piano della “battaglia delle idee”, questi non rivendicavano soltanto l’interessenza dei lavoratori alla produttività dell’azienda o il potere del sindacato stesso di diventare gestore di attività economiche, ma affacciarono la tesi – secondo la formula di Rossoni – del “sindacalismo integrale” (1923). Più tardi, nel 1926, per imbrigliare la Confindustria, privandola della sua autonomia, ripresentarono la sostanza della tesi del sindacalismo integrale, come “corporativismo integrale” (che si prestò, però, anche all’interpretazione opposta di Ugo Spirito, secondo la quale la corporazione avrebbe “mangiato” i sindacati dei lavoratori) (...)

«Questo processo di “statizzazione” è stato compiuto a mezzo di due potenti strumenti imposti dall’alto: i successivi smembramenti dell’unica Confederazione sindacale fascista e l’abbandono di quello che venne definito “elezionismo”, con conseguenti nomine dall’alto. Ma si realizzò anche in un altro modo, attivando un canale di promozione dei dirigenti sindacali nel governo (...) Mentre il sindacato come tale è sminuito, i suoi dirigenti vengono promossi. L’organizzazione è posta sotto controllo, il personale fa carriera.

«Cominciamo con gli smembramenti. Nel gennaio 1922 era stata istituita la Confederazione Nazionale delle Corporazioni Sindacali, divenuta poi Confederazione Nazionale delle Corporazioni Sindacali Fasciste e trasformata in Confederazione Nazionale dei Sindacati Fascisti nel 1926 (...) La Confederazione, pur mutando due volte nome, comprendeva tuttavia sempre le Federazioni di categoria (in numero di sei).

«La legge Rocco dette al sindacato fascista uno statuto privilegiato (riconoscimento legale, esclusività, rappresentanza legale di tutta la categoria), che comportava anche una serie di condizionamenti, tra cui la revocabilità del riconoscimento e l’approvazione dello statuto con decisione del governo. Di questi strumenti il governo si valse ben tre volte (nel 1928, nel 1932 e nel 1934) per smembrare l’unica Confederazione sindacale fascista. L’organizzazione di vertice passò, quindi, da una sola associazione alle sei confederazioni del 1928 (a cui va aggiunta quella dei lavoratori intellettuali).

«Poi le Confederazioni furono private del potere contrattuale, a favore delle Federazioni. Il complesso dei provvedimenti del 1928 fu dettato dalla necessità – indicata dai provvedimenti stessi – di “rendere l’organizzazione più rispondente alle norme della legge e del regolamento sindacale”. In realtà, si temeva che il sindacato agisse come “uno Stato nello Stato”. Fu così deciso quello che venne definito, con linguaggio asettico, “sbloccamento”».

Si parla poi di un secondo “sbloccamento” del 1934:

«Venne revocato il riconoscimento delle Unioni Provinciali (che, in sostanza, divennero così una sorta di uffici periferici delle Confederazioni) e si adeguò l’organizzazione sindacale alle istituite Corporazioni. Queste raggruppavano datori di lavoro e lavoratori appartenenti a Confederazioni diverse. Si doveva, quindi, privare le Confederazioni della facoltà di stipulare contratti collettivi di lavoro, per attribuire questo potere alle Federazioni. Le Confederazioni conservarono compiti di coordinamento, perdendo altri poteri a favore sia delle Federazioni aderenti, sia delle Corporazioni (...)

«L’organizzazione sindacale fascista era una piramide che poggiava sul proprio vertice, con totale assenza di partecipazione reale degli operai alla vita sindacale».

Il ministro Tullio Cianetti, in un rapporto riservato a Mussolini, nel 1943, scriveva: «Fu imposto alle organizzazioni sindacali la nomina di un numero notevole di camerati che non avevano alcun rapporto con i settori produttivi disciplinati dalle singole corporazioni e che avevano il solo titolo della precedente nomina a deputato». Lo stesso proseguiva dicendo che i lavoratori sono rappresentati «da avvocati, magistrati in pensione o in aspettativa, e persino da consiglieri di prefettura». Aggiunge Cassese che «la rappresentanza sindacale e corporativa era una rappresentanza (anche se non elettiva) per gli imprenditori, cioè della classe imprenditoriale. Per i lavoratori, era falsa rappresentanza imposta». Inoltre «Per numero di iscritti e per numero di addetti i sindacati fascisti avevano cospicue dimensioni. Ciò si spiega anche con lo sviluppo delle loro funzioni assistenziali (lo prevedeva già la legge Rocco e, successivamente, lo disposero gli statuti), aumentate parallelamente a quelle del partito. Colonie estive per i bambini, cure mediche, vacanze e viaggi collettivi, pensioni e assicurazioni invogliavano a iscriversi, anche se così i sindacati svolgevano una funzione più assistenziale che rivendicativa».

Anche da questo punto di vista possiamo affermare che gli odierni sindacati di regime sono gli eredi diretti dei sindacati fascisti.

Alberto Aquarone nel suo testo “L’organizzazione dello Stato totalitario”, riguardo al patto di palazzo Vidoni del 1925, scrive: «Le Corporazioni fasciste avevano sì ottenuto il monopolio della rappresentanza dei lavoratori industriali, ma a un prezzo ben caro, quello cioè dell’abolizione delle Commissioni interne, che sanciva l’estromissione del sindacato da qualsiasi potere di intervento e di iniziativa diretta nell’azienda».

Andiamo ora sul nostro “Comunismo” n.59. «Nel 1929 sulla stampa fascista apparve una polemica a favore dei fiduciari di fabbrica, in quanto gli operai che svolgevano la mansione di fiduciari, seppure dei sindacati fascisti, venivano licenziati, come venivano spesso licenziati operai non fiduciari ma che ricoprivano cariche nei sindacati fascisti. “Il Lavoro fascista”, organo della Confederazione dei Lavoratori dell’Industria, sostenne la necessità di istituire i fiduciari, ma la risposta negativa venne da “Il Popolo d’Italia” del 18 agosto 1929: “Il difetto fondamentale, insanabile, di quest’istituzione, consisteva nel fatto che essa rispondeva a una mentalità essenzialmente classista, a una concezione dei rapporti tra capitale e lavoro secondo gli antichi presupposti della lotta di classe. I fiduciari di fabbrica avrebbero creato un’atmosfera di prevenzione, di diffidenza, di sospetto, assolutamente in contrasto con quella collaborazione di classe, con quella armonia di capitale e lavoro, che è una delle maggiori realizzazioni del fascismo”».

Da “La logica del sindacalismo fascista e del sindacalismo tricolore: la difesa del Capitale”, 1980: «I sindacati non emanavano dalle corporazioni, ma mantenevano vita propria distinta, non solo da esse ma anche da quelle padronali, che per altro erano organizzativamente autonome dalle corporazioni...) In materia di rapporti di lavoro tra operai e padronato le corporazioni erano investite soltanto di “competenza accessoria”, ossia funzionavano da regolatrici dei contratti di lavoro di categoria stipulati tra sindacati dei lavoratori e associazioni padronali (...) Per poter emanare norme riguardanti i rapporti di lavoro, la corporazione aveva bisogno dell’investitura da parte dei sindacati fascisti e delle organizzazioni padronali».

Mentre la Corporazione è uno strumento diretto dello Stato, una sua istituzione, il sindacato è uno strumento indiretto, per mezzo del quale la borghesia ottiene l’asservimento del proletariato alle esigenze dell’economia nazionale, cioè alle proprie esigenze. La borghesia nella sua fase monopolistica e imperialistica è andata a lezione dal comunismo: se per noi il sindacato è la cinghia di trasmissione del Partito, e quindi della dittatura proletaria, per la borghesia è la cinghia di trasmissione della propria dittatura.


I sindacati nella democrazia postfascista

Dallo stesso nostro testo:

«Non diversamente nella sostanza si presenta la questione nel regime democratico post-fascista dei tempi nostri. Esso ha copiato e sviluppato il criterio di organizzazione corporativa della società, svolgendolo in forma confacente con le esigenze dell’inganno democratico, proprie dell’organizzazione “pluralistica” dello Stato democratico. Anche in democrazia si costituisce e agisce il classico triangolo corporativo sindacati-padroni-governo. In democrazia, come nel fascismo, lo Stato è rappresentato come il sintetizzatore delle istanze sociali proprie dell’antagonismo naturale tra proletariato e borghesia, i cui interessi propri sono in entrambi i regimi rappresentati dalle rispettive organizzazioni sindacali: i sindacati tricolore per i lavoratori, la Confindustria, la Confagricoltura e le altre associazioni padronali per i capitalisti.

«L’unica differenza tra i due regimi sta nell’inquadramento giuridico dei sindacati operai, ai quali il regime democratico non riconosce personalità giuridica, ma li contempla come associazioni di fatto cadenti sotto il vincolo della giurisdizione privata e delle leggi di “pubblica sicurezza”. Ma i sindacati tricolore sono essi stessi emanazione dei partiti che costituiscono l’ossatura politica del regime e nei loro statuti vige l’assoluta fedeltà alle leggi dello Stato e alla Costituzione Repubblicana. In questo modo è ugualmente garantito formalmente il loro ruolo di “strumenti indiretti” dello Stato nella sua opera di compressione e asservimento della classe operaia agli interessi dell’economia nazionale.

«Anzi, la loro natura formale di organizzazioni indipendenti e non vincolate alle istituzioni statali, unitamente al richiamo formale alla tradizione dell’associazionismo classista sulla quale costruirono la propria organizzazione nell’immediato dopoguerra, e quindi la loro influenza opportunista sulle masse operaie, di cui certamente non godevano i sindacati fascisti, costituiscono la miglior garanzia verso lo Stato, molto più efficace di qualsiasi vincolo giuridico, che avrebbe sicuramente l’effetto di allontanare dalle proprie file lo strato di proletari più combattivo».


Ancora sulle Corporazioni

Nel 7° capitolo Cassese scrive:

«I rappresentanti dei datori di lavoro, e specialmente gli industriali, temevano l’invadenza delle corporazioni nelle aziende, ma accettarono la macchina corporativa come il male minore (...) Mussolini dichiarò nel 1933: “oggi noi seppelliamo il liberalismo economico (...) Il corporativismo è l’economia disciplinata, e quindi anche controllata”. Parlò di “crisi del sistema capitalistico”; di era dei cartelli, dei sindacati, dei consorzi, dei trusts; lamentò che il grande capitale privato chiedesse allo Stato protezioni doganali e, quando in difficoltà, “si getta di piombo nelle braccia dello Stato”. L’anno successivo rincarò la dose: “l’intervento dello Stato non è più scongiurato, è sollecitato”. Nel 1936 parlò del “piano regolatore dell’economia italiana” e affermò: “il regime fascista non intende statizzare o, peggio, funzionalizzare l’intera economia della nazione; gli basta controllarla e disciplinarla attraverso le corporazioni”».

Questa ultima affermazione di Mussolini corrisponde a verità. Ancora Cassese:

«Un altro Paese impegnato in un notevole sforzo pianificatorio, gli Stati Uniti, guardava con interesse l’esperimento corporativo, tanto che si parlò di un Roosevelt fascista e di un “corporativismo americano”. È noto che molti degli esperti coinvolti nei programmi del New Deal erano degli estimatori del corporativismo italiano, così come lo era lo stesso Roosevelt».

Il famoso economista Keynes, oggi santificato come nume della democrazia con venature socialiste, in un discorso radiofonico del 14 marzo 1932 su “La pianificazione statale”, parlò benevolmente del corporativismo, visto come un esperimento che voleva risolvere i problemi economici del presente.

Ma per il fascista Giuseppe Bottai, più aderente alla realtà di molti suoi sodali, «S’ebbero le corporazioni senza corporativismo». Lo storico dell’economia Gualberto Gualerni, tra gli anni ’70 e ’80 del novecento, scriveva:

«Fino al 1934 si parlò delle corporazioni senza che esistessero; poi le si creò senza adeguati poteri, e mentre le si proclamavano colonna portante dello Stato fascista, furono ignorate (...) Nulla fu l’azione delle corporazioni sulla politica industriale. Esse non conseguirono nessuno degli scopi per i quali vennero ideate, neppure quello di organi consultivi (...) Vennero qualificati come corporativi istituti e scelte economiche che non avevano nulla di sostanzialmente diverso da quelli realizzati in altri Paesi capitalistici». Riccardo Faucci, altro borghese storico dell’economia, negli stessi anni scrive che «l’ordinamento corporativo non funzionò affatto, o perché fu aggirato deliberatamente dalle parti in causa, o perché non si provvedette a coordinarlo con i nuovi istituti».

Questo, per quanto in gran parte vero, non significa che il corporativismo fosse inutile per lo Stato e per il regime borghese. Un altro storico, Alessio Gagliardi, scrive, giustamente: «Appare riduttivo liquidare l’esperienza delle corporazioni sotto la sola chiave di lettura del fallimento (...) Le corporazioni assicurarono un canale istituzionale nel quale i gruppi privati più rappresentativi potevano (...) contrattare le modalità dell’intervento statale e le relazioni con le imprese pubbliche».

Cassese si dichiara d’accordo con lo storico Maier, citandone le parole: «Nella sfera economica il fascismo non approdò a risultati particolari né creò un sistema economico che differisse per sua natura dal capitalismo interventista che gli altri Paesi occidentali improvvisarono durante la depressione e/o la guerra. Il fascismo legittimò gli interventi ad hoc che anche altrove furono richiesti dalla massiccia disoccupazione o dalle esigenze del tempo di guerra».

Ancora Cassese:

«Le norme del 1933 sull’autorizzazione dei nuovi impianti industriali furono gestite in senso anticoncorrenziale, in favore dei gruppi oligopolistici. Il parere sulle autorizzazioni, prima affidato a una commissione di cui facevano parte un rappresentante delle due confederazioni, quella degli industriali e quella dei lavoratori dell’industria, fu nel 1937 trasferito alle corporazioni. Le autorizzazioni furono utilizzate per difendere le posizioni di mercato delle maggiori industrie e per proteggerle dall’ingresso di nuovi operatori, con grave danno dell’innovazione tecnologica. Insomma, nell’attività delle corporazioni si trova registrato tutto l’armamentario di un’economia concertata, protetta, monopolistica, un vero manuale di pratiche in violazione della concorrenza.

«Il corporativismo nella funzione di controllo pubblico dell’economia ha registrato un fallimento (...) Ma (...) consentiva un dialogo ravvicinato con gli organi pubblici, utile per assicurarsi la loro protezione, quell’inserimento di interessi privati nella macchina pubblica che costituisce uno dei lasciti maggiori del ventennio fascista. Da questo punto di vista, la macchina corporativa fu efficace strumento nelle mani degli attori economici (...) Non, dunque, una macchina corporativa invisa agli imprenditori e da questi boicottata, né una macchina corporativa inefficace, ma svolse bene il suo ruolo di consentire la realizzazione di una politica corporativa, chiusa, non concorrenziale, autarchica».

Dei “problemi” del corporativismo si era in parte reso conto anche Bottai, che nel suo scritto del 1936 titolato “L’ordinamento corporativo” scrive: «La corporazione, quale la delinea la legge 5 febbraio 1934, sviluppandosi nell’orbita di una singola voce della produzione, può presentare il pericolo di rafforzare il particolarismo di categoria e di esaurirsi in interessi particolari o in risoluzioni frammentarie. Solo in una sintesi intercorporativa, quale potrebbe dare il Consiglio Nazionale delle Corporazioni, si può avere lo strumento del nuovo equilibrio economico, ottenuto col sacrificio necessario delle divergenze di interessi tra individui o fra categorie». Ancora una volta l’illusione borghese di disciplinare l’anarchia capitalistica.

Nel 9° e ultimo capitolo Cassese scrive: «Relativamente alla disciplina dell’economia, la costruzione dell’edificio corporativo(...) rappresentò il risultato di una sorta di divisione del lavoro, nella quale l’intervento acorporativo (quello che si svolse fuori dalle corporazioni, ad esempio ad opera di Beneduce) copriva la parte alta, le azioni dirette a grandi imprese e grandi banche, l’intervento corporativo e delle istituzioni satelliti delle corporazioni serviva a mettere ordine nel tessuto delle medie e piccole imprese, a proteggerle dalla concorrenza straniera, a costruire la rete idonea ad assicurare la loro azione concertata. Mussolini svolgeva un ruolo chiave, di regolatore del traffico tra le due aree».


Il corporativismo in Giovanni Gentile

Le due principali concezioni del corporativismo si hanno presso Giovanni Gentile e Ugo Spirito. Abbiamo già accennato a quelle più realistiche di Rocco e Bottai, e tralasciamo quelle di altri, ancora più confuse.

Per Gentile lo Stato fascista è e deve essere lo Stato etico, erede del risorgimento e di Mazzini. Lo Stato etico non assorbe e annulla l’individuo, non è un limite della sua libertà, ma l’attualizzazione del suo volere; la vera individualità si attua non astraendo dai legami sociali ma nello Stato, che è comunità spirituale. Lo Stato è quindi la volontà di un popolo che si sente Nazione e vuole esserlo. In questa concezione lo Stato non è superiore o esterno all’individuo ma è dentro l’uomo: come Dio per Agostino di Tagaste. Gentile ha una concezione organica dello Stato, di cui le corporazioni sono organi.

Si distingue quindi dal corporativismo cattolico del XIX secolo, rappresentato soprattutto dall’enciclica Rerum novarum di Leone XIII del 1891 e dalle opere di Wilhelm Emmanuel von Ketteler e di Giuseppe Toniolo, dove si parla di separazione tra Stato e corporazioni, e dell’importanza del decentramento. Ovviamente decentramento significava lasciare il potere reale nelle mani dei borghesi e dei latifondisti locali: per costoro anche Cavour era troppo “rivoluzionario”.

Per Gentile, e formalmente per tutto il fascismo, il corporativismo è un ordinamento sociale economico-giuridico che dà vita a una terza via tra capitalismo e comunismo, che si realizza per mezzo del partito unico e dello Stato totalitario guidato dal duce.

Lo “Stato etico corporativo” di Gentile non si propone di sopprimere gli interessi particolari, ma di “risolverli” in un organismo politico di cui fanno parte, che è la Nazione, con conseguente rifiuto dell’internazionalismo e affermazione dell’“identità spirituale” della Nazione. Questo “universale” in cui si risolve il “particolare”, questa volontà attualizzata che è lo Stato nazionale, che non è la somma delle singole volontà, ricorda la “volontà generale” di Rousseau. Gentile arriva a parlare di “umanesimo del lavoro”, poiché attraverso il lavoro il lavoratore, nello Stato “organico” fascista, acquisisce coscienza di sé e si innalza al “regno dello spirito”.

Il socialismo e lo stesso sindacato sono rifiutati in quanto portano con sé la lotta di classe, ignorando e frantumando l’unità della Nazione e dello Stato. In questa visione il fascismo non respinge le istanze che hanno dato origine al socialismo e al movimento sindacale, ma le concilia nel sistema corporativo.

Da “Politica e cultura” di Cavallera, che riporta gli scritti di Gentile tra il 1918 e il 1944, leggiamo: «Il fascismo sta avviandosi a sostituire al regime dello Stato liberale quello dello Stato corporativo. Esso infatti ha accettato dal sindacalismo l’idea della funzione educativa e moralizzatrice dei sindacati; ma, dovendo superare l’antitesi di Stato e sindacato, codesta funzione ha dovuto sforzarsi di attribuire a un sistema di sindacati che, componendosi armonicamente in corporazioni, si assoggettassero a una disciplina statale, anzi esprimessero dal proprio seno lo stesso organismo dello Stato. Il quale, dovendo raggiungere l’individuo, per attuarsi nella sua volontà, non lo cerca come quell’astratto individuo politico che il vecchio liberalismo supponeva atomo indifferente; ma lo cerca come solo può trovarlo, come esso infatti è, forza produttiva specializzata: che dalla sua stessa specialità è tratto ad accomunarsi con tutti gli altri individui della stessa categoria, appartenenti allo stesso gruppo economico unitario, che è dato dalla Nazione».

L’idea che l’individuo non sia caratterizzato innanzitutto dalla sua collocazione sociale generale di classe, ma dall’essere “forza produttiva specializzata”, “produttore”, e in quanto tale accomunato alla sua “categoria”, è propria del corporativismo fascista, ma è derivata dal sindacalismo rivoluzionario e dal suo incontro con il nazionalismo. Tale idea ha influenzato anche Gobetti, Gramsci e gli ordinovisti. L’idea che i lavoratori dovessero essere inquadrati in corporazioni istituite per ogni singola professione, e non in quanto salariati, ha un’evidente assonanza con il consiliarismo, quando questo pretende di far esprimere i lavoratori divisi per fabbrica o per ramo produttivo, ignorando o sottovalutando l’organizzazione territoriale. Dal 1920 osservammo che questa meglio corrisponde alla reale condizione degli operai, assimilati oltre il marchio loro impresso sulla fronte dal capitale.

Ciò ovviamente non significa che i consigli di fabbrica equivalgano al corporativismo: sono uno strumento che può essere utile ai proletari quando non abbia la pretesa di sostituire il sindacato o il partito. I consigli di fabbrica, come qualsiasi ente intermedio tra partito e classe, possono avere una funzione positiva se su posizioni genuinamente di classe, e se influenzati dal partito. Le posizioni “produttivistiche” si riallacciano tutte, in un modo o nell’altro, a Proudhon. Il proletario è artefice di un prodotto di cui non possiede gli strumenti di produzione, di cui non si appropria e sulla cui produzione non ha alcun potere, inchiodato alla condizione di schiavo salariato: guardare con orgoglio alla propria condizione di “produttore” equivale a inorgoglirsi delle proprie catene, credendole strumento di liberazione.

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