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In un contesto di guerre sempre più estese e permanenti, mentre tutti gli Stati di ogni latitudine si preparano al terzo macello mondiale, il modo di produzione capitalistico, la cui dittatura di classe non conosce confini geografici, mostra ovunque la sua vera natura.
Se da un lato gli scenari bellici odierni evidenziano la messinscena dei “grandi uomini”, i Trump, i Putin, i preti iraniani, offrendoli al pubblico sdegno dietro il paravento delle responsabilità individuali per occultare la propria natura di classe, dall’altro nelle periferie del mondo, laddove i nomi restano ignoti, continua ad agire immutata ed impersonale la forza distruttrice del Capitale: una macchina infernale che trasforma sistematicamente in plusvalore il massacro di intere generazioni e la devastazione dei territori.
Ne è prova lo scenario che emerge nel grande Stato dell’Africa centrale: il Congo, dove negli ultimi 30 anni si stima siano morte – a causa di una interminabile guerra intestina fra bande borghesi – circa 6 milioni di persone.
Nonostante il valore miliardario del settore minerario, in Congo oltre il 70% della popolazione vive ancora con meno di 2,15 dollari al giorno. La metropoli di Kinshasa cresce senza regole e misura, un concentrato di forza-lavoro di riserva, una massa umana espulsa dalle campagne devastate dalle guerre, in attesa di un impiego.
Le
miniere
Occorre concentrarsi sul prezioso – per il capitale – settore estrattivo del Paese, dove nella tragedia permanente delle miniere il sangue proletario viene versato giornalmente per alimentare la fame di materie prime del capitale. Anche sotto l’epidermide della tecnica moderna, spesso dipinta di verde, ecologica, digitale e responsabile, batte il feroce cuore del perpetuo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Il settore estrattivo della Repubblica Democratica del Congo è uno dei più rilevanti al mondo per valore attuale e potenziale e per importanza strategica, rappresentando la spina dorsale dell’economia nazionale. Genera infatti oltre il 95% dei ricavi dalle esportazioni. Il valore delle risorse minerarie non ancora sfruttate supera i 24.000 miliardi di dollari, un boccone certamente imperdibile per i predoni borghesi.
La Cina ne è la destinazione principale ricevendo oltre il 70% dell’export totale. Quasi tutto il rame e il cobalto grezzo, o parzialmente raffinato, viene inviato in Cina per la lavorazione finale. Gli Emirati Arabi Uniti sono l’hub principale per l’oro, spesso proveniente dal commercio “artigianale” dell’est del Congo, attraverso canali informali via Uganda e Ruanda.
Nel 2025 il settore ha versato oltre il 40% delle entrate fiscali del governo centrale. Negli ultimi anni il numero di licenze attive per la grande estrazione – denominata industriale – è cresciuto significativamente: attualmente si contano 100-120 grandi siti operativi industriali. Il controllo di queste miniere è dominato da capitali stranieri, con una presenza schiacciante della Cina: qui lavorano oltre 200.000 minatori salariati.
Esistono anche quelle che vengono chiamate Miniere Artigianali (ASM), che sono la grande maggioranza, si stima ci siano circa 3.000 centri minerari di questo tipo, in particolare nell’est del Paese nelle regioni Nord Kivu, Sud Kivu, Ituri e Maniema.
Il panorama delle miniere artigianali è un mosaico di interessi contrapposti, dove diverse bande borghesi armate si contendono il bottino sulla pelle di milioni di minatori, noti come creuseurs, dal francese “scavatori”.
Con una quota che supera il 70% della produzione globale di cobalto, la Repubblica Democratica del Congo detiene il controllo di questa risorsa oggi essenziale: il mercato mondiale delle batterie dipende totalmente dalla stabilità delle province del Lualaba e dell’Alto Katanga, dove principalmente viene estratto.
In questi anni il Congo è diventato il secondo produttore mondiale di rame, superando il Perù e tallonando il Cile. L’estrazione di questo minerale è concentrata quasi interamente nella parte meridionale del Paese, all’interno della cosiddetta Copperbelt centrafricana – Cintura del Rame – una regione geologica che si estende dal Congo fino allo Zambia.
L’oro invece viene estratto sia in grandi miniere come Kibali, una delle più grandi miniere d’oro al mondo, sia in migliaia di siti “artigianali” in diverse province orientali tra cui l’Ituri, il Nord-Kivu e il Sud-Kivu.
Fondamentali per l’elettronica, Tungsteno, Tantalio/Coltan sono estratti principalmente a est nel Nord-Kivu, Sud-Kivu e Maniema.
Le miniere di diamanti sono presenti nella regione centro-meridionale del Kasai (Mbuji-Mayi).
Da segnalare il forte sviluppo dell’estrazione del litio con grandi giacimenti individuati a Manono nella provincia di Tanganyika, nell’estremo sud est.
Il
Movimento 23 Marzo
Tra la fine di gennaio e l’inizio di marzo, una serie di frane, causate dalle forti piogge e dalla totale mancanza di armature nelle gallerie, hanno provocato crolli in diversi siti minerari a Rubaya, nel territorio di Masisi, nella tormentata provincia del Nord Kivu, regione orientale lungo il confine con l’Uganda e il Ruanda. Un numero imprecisato di minatori, si stima oltre 600, è rimasto sepolto vivo sotto il crollo di intere colline. Le miniere sono situate in una zona montana dove le piogge torrenziali rendono il terreno estremamente friabile trasformando i tunnel in trappole mortali. Non è un caso isolato, il 19 giugno scorso l’ennesima frana aveva causato la morte di oltre 300 lavoratori.
Il coltan (columbite-tantalite) è estratto principalmente in queste terre, viene poi raffinato per ottenere tantalio e niobio, metalli di transizione rari, noti per l’alto punto di fusione, l’eccellente resistenza alla corrosione e la duttilità, caratteristiche essenziali per produrre condensatori elettronici miniaturizzati ad alta capacità, utilizzati negli smartphone, nei computer, nelle fotocamere e nei satelliti di comunicazione. Il tantalio è inoltre fondamentale per alcune protesi mediche, mentre il niobio è cruciale per acciai speciali e superconduttori.
Tutta l’area è attualmente sotto il controllo di un movimento armato di ribelli denominato M23, Movimento 23 Marzo, la data di un accordo del 2009 che secondo queste milizie il governo congolese non avrebbe rispettato.
Il gruppo è nato qualche anno dopo, nel 2012, in seguito alla rivolta di una parte dei soldati congolesi, principalmente di etnia Tutsi. Dichiarano di combattere per proteggere la propria comunità dalle milizie Hutu (FDLR - Forces démocratiques de libération du Rwanda), ancora oggi presenti ed attive in Congo, accusando il governo di Kinshasa di aver tradito gli accordi relativi a salari, gradi militari e sicurezza della loro comunità.
M23 è una milizia ben organizzata, dispone di un arsenale da esercito regolare, mortai, lanciarazzi e mitragliatrici pesanti montate su grandi pick-up. La novità del 2026 è l’uso di droni kamikaze e sistemi di puntamento sofisticati. Dispongono anche di sistemi di difesa aerea portatili MANPADS che rendono rischioso il volo per gli elicotteri dell’Onu e dell’esercito congolese.
A differenza di altri gruppi paramilitari che vestono in abiti civili i soldati dell’M23 indossano uniformi, giubbotti antiproiettile e caschi moderni, spesso molto simili a quelli in dotazione all’esercito ruandese.
Il gruppo ha occupato le strategiche miniere di coltan nel maggio 2024 e ha consolidato il potere nel corso del 2025 stabilendo di fatto un’amministrazione parallela imponendo tasse sulla produzione mineraria.
All’inizio del 2025 ha conquistato ulteriore territorio prendendo il controllo di Goma - capoluogo della regione Nord Kivu - e successivamente di Bukavu - capoluogo del Sud Kivu - entrambe nella parte orientale del paese, non distanti dal confine con il Ruanda. Al momento controllano la quasi totalità delle aree estrattive in questi territori dove lavorano decine di migliaia di minatori artigianali. Più che gestire direttamente ogni miniera, l’M23 applica un sistema di tassazione sui minatori e sugli intermediari. Si stima che questo sistema possa garantirgli fino a 1 milione di dollari al mese, rendendoli finanziariamente autonomi.
Poiché i minerali estratti in questi territori non possono essere venduti legalmente, essendo classificati come "conflict minerals", devono essere contrabbandati. La maggior parte arriva in Ruanda, qui vengono mescolati con la produzione locale e riesportati con certificazioni ruandesi, rendendo quasi impossibile per le aziende (come Apple, Samsung o Tesla) garantirne la provenienza (ma poco importa a queste multinazionali da dove arriva la merce e se questa è sporca di sangue operaio).
Dall’Africa orientale il minerale è spedito verso le grandi fonderie, concentrate soprattutto in Cina ma ve ne sono anche in Malesia e Thailandia. Qui il coltan grezzo è fuso ed è separato il tantalio metallico. La tracciabilità chimica si perde: una volta fusi assieme i minerali provenienti da una miniera controllata dai ribelli e quelli da una miniera legale diventano indistinguibili.
Secondo l’efficiente burocrazia borghese esisterebbe un sistema di certificazione chiamato ITSCI (International Tin Supply Chain Initiative), che utilizzerebbe dei tag (etichette) per tracciare i sacchi di minerale provenienti dalle miniere autorizzate. Tuttavia spesso i funzionari locali vendono le etichette ai trafficanti e il minerale estratto dai ribelli nei magazzini è mescolato col minerale “etico”.
A gennaio, in seguito al primo crollo delle miniere, il flusso di tantalio, definito l’anima degli smartphone, si è temporaneamente interrotto causando un picco dei prezzi del 10% in una sola settimana, raggiungendo a febbraio i 130 dollari a libbra.
Il 24 febbraio scorso nei pressi di Rubaya un attacco delle forze governative congolesi ha ucciso Willy Ngoma, un alto ufficiale e figura di spicco dell’M23. Questo ha risposto con un attacco di droni, carichi di munizioni a grappolo, contro le basi governative a Kisangani, capoluogo della provincia di Tshopo, e bombardando alcune zone residenziali di Goma, causando numerose vittime civili.
L’Alleanza
del Fiume Congo
M23 fa parte di quella che viene chiamata Alliance Fleuve Congo (AFC) una coalizione politico-militare nata ufficialmente il 15 dicembre 2023 con l’obiettivo dichiarato di rovesciare l’attuale governo.
Il finanziamento dell’AFC segue gli stessi canali dell’M23, e principalmente si basa sullo sfruttamento minerario imponendo una tassa del 15% sul valore della estrazione di coltan.
L’AFC ha nominato propri amministratori e giudici a Goma e nelle zone occupate, istituendo un sistema fiscale che tassa commercianti, banchi del mercato e anche trasporti, uno Stato parallelo.
A differenza delle prime rivendicazioni del M23, che erano più settoriali e legate all’etnia Tutsi e ai patti del 2009, l’AFC ha un’agenda nazionale accusando il governo di Kinshasa di corruzione e richiedendo la creazione di uno Stato federale.
Mentre scriviamo Corneille Nangaa, ex funzionario pubblico congolese, etichettato dal governo centrale come traditore, diventato uno dei leader della coalizione, ha dichiarato che l’AFC non riconoscerà i "Washington Accords" firmati tra RDC e Ruanda fino a quando il movimento non verrà incluso come partner diretto nei negoziati.
In questo contesto di tutti contro tutti non stupisce come l’attuale governo congolese accusi ripetutamente il vicino Ruanda di fornire il sostegno logistico, armamenti avanzati e truppe regolari all’AFC/M23.
L’avanzata del M23 ha trasformato il Nord e il Sud Kivu in un immenso campo profughi. Nei primi mesi del 2026 nell’Est del Paese si sono registrati oltre 250 mila nuclei familiari sfollati. Molti di questi sono "sfollati ricorrenti", costretti a fuggire più volte a causa dello spostamento dei fronti di guerra.
La crisi valica i confini nazionali: nei siti di accoglienza, come quello di Busuma in Burundi, la situazione è precipitata, i campi, che ospitano migliaia di persone in fuga dai combattimenti, sono flagellati da una violenta epidemia di colera, e bersaglio di attacchi con droni.
La
drammatica condizione operaia
Quanto accaduto a Rubaya era prevedibile. Le piogge torrenziali hanno agito su un terreno martoriato da scavi selvaggi.
I minatori lavorano e vivono in condizioni terrificanti, la stragrande maggioranza non ha contratti regolari. Ancora oggi si scava con attrezzi manuali in gallerie strette e prive di ventilazione, sperando di trovare abbastanza minerale per sfamare le famiglie. Migliaia di bambini sono impiegati per penetrare nei cunicoli più stretti. In una collina crivellata di buchi in migliaia scavano freneticamente spesso sotto la minaccia dei fucili. Quando la terra cede non esistono squadre di soccorso e sono gli stessi compagni di lavoro a scavare nel fango con le sole mani.
Chi non muore sotterrato dal fango soffre di malattie respiratorie croniche, altri hanno deformazioni fisiche dovute al trasporto di pesanti sacchi su sentieri fangosi.
Ogni minatore artigianale deve pagare una tassa per scavare e una per far uscire il minerale dal sito. Gli rimangono pochi dollari al giorno, al massimo 10! Al contrario, una volta immesso nella catena di distribuzione globale attraverso il contrabbando, il valore del minerale estratto cresce esponenzialmente, e in molti si arricchiscono.
Per evitare i blocchi dell’esercito lungo le strade principali, il minerale è trasportato a piedi attraverso la fitta boscaglia fino ai centri di raccolta clandestini. Il passaggio oltre confine ne completa il viaggio. Grazie a documenti di origine contraffatti che ne dichiarano la provenienza ruandese il minerale viene “ripulito”, rispondente ai “rigorosi requisiti etici” borghesi della mercanzia “green”.
Spesso dispute sulla proprietà delle miniere scatenano scontri fra le guardie e anche l’esercito, trasformando i siti in campi di battaglia dove i lavoratori sono intrappolati e uccisi.
Nelle
miniere governative
Nella provincia di Lualaba, nel Congo meridionale, si trovano miniere sotto il controllo delle forze governative; tuttavia, lo scenario per la classe operaia rimane invariato.
Kolwezi, capoluogo della provincia, è il centro nevralgico dell’estrazione di diversi minerali considerati strategici. Qui la terra è rossastra, ricca di cobalto e rame, componenti essenziali per l’industria delle auto elettriche. Non è un caso che la maggior parte delle concessioni delle miniere e zone industriali nella regione siano in mano ad aziende cinesi. In Cina ormai si vendono più auto "con la spina" che a benzina/gasolio.
Lo scorso novembre, a Kalando, nelle immediate vicinanze del capoluogo, si è consumato un altro dramma operaio. Tra le vittime molti proletari sfollati, non censiti, il che ha reso difficile un bilancio definitivo. Sebbene il sito minerario fosse stato chiuso dal governo a causa delle piogge torrenziali che ne avevano compromesso la stabilità, migliaia di minatori artigianali continuavano a lavorarvi. Le forze governative (FARDC) sono intervenute, anche aprendo il fuoco ad altezza d’uomo per disperdere la folla. La massa di lavoratori si è riversata su un ponte di fortuna sopra una trincea profonda e allagata, che ha ceduto e i minatori sono precipitati nel fango e nelle acque profonde, molti annegati altri schiacciati nella calca. Il governo ha parlanto di 40 vittime, ma diverse associazioni locali hanno denunciato scomparsi molti più minatori. Le operazioni di soccorso sono state ostacolate dalla presenza militare, che inizialmente ha impedito ai familiari l’accesso all’area.
È inoltre emerso che i militari riscuotevano una tassa d’ingresso ai pozzi, ignorando i divieti di scavo stagionali. Ne risulta una situazione del tutto simile a quella dei minatori dell’Est, controllato dai ribelli.
Lo
Stato
Islamico
A rendere infernale la vita dei proletari nel Congo sono anche le incursioni dello Stato Islamico.
Nel Nord-Est, mercoledì primo aprile un violento attacco ha colpito il territorio di Mambasa, nella provincia dell’Ituri. Responsabili ne sarebbero i ribelli delle Forze Democratiche Alleate (ADF).
Nate negli anni ’90 in Uganda come movimento di opposizione interna, per poi rifugiarsi nel Congo orientale, oggi sono parte integrante dell’ISCAP (Islamic State Central Africa Province), affiliato all’ISIS da cui riceve sostegno finanziario attraverso reti complesse che passano per la Somalia, il Sudafrica, il Kenya e l’Uganda.
Almeno 50 persone sono state uccise nel villaggio di Bafwakoa vicino a Niania. Gli assalitori hanno dato fuoco a decine di abitazioni, oltre a veicoli e motociclette. Alcuni sono stati uccisi a colpi di machete, altri carbonizzati all’interno delle proprie case.
L’ADF non è nuovo ad azioni del genere, anche contro i lavoratori. Pochi giorni prima, tra il 9 e il 15 marzo, un violento attacco contro i siti minerari di Muchacha e Babesua aveva causato la morte di oltre 50 lavoratori. Il gruppo si è impossessato di ingenti quantitativi di contanti e oro pronto per essere immesso nel mercato nero.
A carico di questo gruppo solo nel 2025 sono segnalati a settembre l’eccidio di Ntoyo, con la morte di 72 civili, e a luglio quello di Komanda, nell’Ituri, che ha provocato 43 vittime.
Non esiste un legame tra ADF e M23, le due formazioni avendo origini e “ideologie” diverse. Tuttavia l’ADF ha sfruttato il vuoto creato dall’avanzata dell’M23 verso sud per espandere le proprie operazioni, anche attraverso il massacro di civili nel Nord Kivu e nell’Ituri.
Anche l’ADF si autofinanzia attraverso lo sfruttamento del lavoro proletario nelle miniere illegali d’oro, il commercio di legname e cacao e le tasse imposte alle popolazioni locali. Attualmente controlla le miniere lungo il fiume Losselosse, nel territorio di Mambasa (Ituri) dove impone tasse ai minatori.
Spesso attaccano miniere non sotto il loro controllo per saccheggiare l’oro già estratto.
Nei primi mesi di quest’anno si sono verificati violenti attacchi nei siti minerari vicino a Luna e a Komanda, entrambi immersi in una vasta giungla che facilita il movimento di gruppi armati e il contrabbando di minerali verso l’Uganda. In queste incursioni i minatori che non sono riusciti a fuggire sono stati uccisi sul posto o rapiti per essere utilizzati schiavi come portatori o nelle miniere più interne della boscaglia.
Il bottino minerario
È in questo scenario, dominato dalle logiche del profitto e segnato da sistematiche barbarie, che si muovono le grandi potenze imperialiste, trasformando il Congo in uno dei principali terreni di scontro strategico tra i capitalisti cinesi e statunitensi.
La Cina si consolida da tempo come principale partner economico di Kinshasa, controllando tra il 70% e l’80% della produzione mineraria e detenendo nove delle dieci miniere di cobalto più grandi del Paese.
I droni d’attacco CH-4, impiegati nel febbraio scorso per colpire i vertici dell’M23 sono merce di scambio con Pechino. Tuttavia, se da un lato la Cina arma il governo, dall’altro le sue raffinerie, che lavorano oltre il 70% dei “minerali critici”, assorbono gran parte del coltan e dell’oro che i ribelli estraggono e contrabbandano attraverso il Ruanda.
Il patto Sicomines, noto anche come l’accordo "Risorse contro Infrastrutture", è un monumentale e controverso accordo di cooperazione economica, firmato nel 2007 e rinegoziato più volte, l’ultima nel 2024. Le aziende cinesi si sarebbero impegnate a investire 7 miliardi di dollari in strade e opere pubbliche entro il 2040 in cambio del mantenimento delle concessioni sulle miniere di rame e cobalto. Ma proprio l’11 marzo scorso il governo del Congo avrebbe ordinato una nuova verifica tecnica e finanziaria sulla sua effettiva realizzazione.
In queste crepe si infila l’imperialismo americano per contrastare l’enorme forza cinese nell’area, adottando una posizione altrettanto ambivalente. Sebbene il 2 marzo il Tesoro statunitense abbia imposto dure sanzioni contro l’esercito ruandese per l’appoggio diretto all’M23, accusandolo di addestrare i ribelli congolesi, il Ruanda rimarrebbe un hub logistico fondamentale anche per i minerali destinati all’industria tech americana, creando una dipendenza reciproca che impedirebbe una rottura totale.
Washington preme da tempo per ridurre l’influenza cinese nel Paese, specialmente nel settore estrattivo. Una apertura verso l’Occidente è culminata nell’Accordo di Partenariato Strategico, siglato tra il dicembre 2025 e il marzo 2026, che concederebbe alle aziende americane un “diritto di prelazione” su una serie di asset critici, tra cui rame, litio e tantalio, in cambio di sostegno militare e garanzie di sicurezza.
Un ulteriore segnale di questo possibile riposizionamento strategico è la recente vendita della società mineraria Chemaf alla statunitense Virtus Minerals. L’operazione, del valore di 30 milioni di dollari e di un piano di investimenti di 750 milioni, ha preferito un acquirente americano a uno cinese per la gestione di uno dei siti di cobalto più grandi al mondo. Parallelamente, prosegue il progetto del Corridoio di Lobito, finanziato da Stati Uniti ed Unione Europea con investimenti miliardari, per collegare le miniere congolesi al porto angolano sull’Atlantico, in sostituzione alla rotta orientale verso la Cina.
Poco più a est, la situazione appare speculare: mentre il Congo cerca di bilanciare lo strapotere di Pechino aprendo a Washington, il Ruanda tenterebbe di integrarsi economicamente sempre più con la Cina cercando quindi di rendersi meno vulnerabile alle sanzioni e alla pressione politica americana.
Da comunisti ci sentiamo di ribadire che l’instabilità cronica di Kinshasa non rappresenta un ostacolo per i grandi imperialismi; al contrario, il “fallimento dello Stato congolese” e lo stato di guerra permanente costituiscono una condizione ideale per l’attuale scontro economico. Un territorio frammentato in “feudi militari” è infinitamente più facile da saccheggiare rispetto a uno Stato centralizzato, il quale potrebbe nutrire velleità di sovranità economica e rivendicare un maggiore controllo sulle risorse del paese.
L’attuale scontro tra Pechino e Washington va quindi letto come una competizione per il controllo dei gangli vitali dell’industria del futuro. Quando i rulli compressori di questi imperialismi dovessero collidere frontalmente, il Congo sarà una delle loro prime trincee.
Tutti
contro tutti ma sempre contro i proletari
Se nel XIX secolo era il caucciù a infiammare l’industria bellica e civile del Belgio leopoldino, oggi sono il cobalto, il coltan e il litio a dare il ritmo della danza macabra del capitalismo.
Le tragedie dei minatori di questi mesi hanno messo in luce che, indipendentemente da chi controlli il territorio, che si tratti dello Stato centrale o dei ribelli di qualsiasi fazione, la vita di milioni di proletari congolesi non ha nessun valore per alcuna delle forze armate in lizza. Solo i minerali interessano, contesi fra fronti borghesi rivali e fra le pressioni dei grandi imperialismi.
La cosiddetta “transizione ecologica”, sbandierata dalla propaganda dei capitalisti dall’Occidente all’estremo Oriente, è una narrazione falsa e illusoria, una vernice verde stesa sul cadavere in decomposizione della produzione di merci. Non esiste niente di “pulito” sul fango insanguinato del Congo. Ogni “batteria ecologica” contiene un po’ di sangue e di lavoro non pagato di un proletario africano. Anche qui il feticismo della merce: il gadget in vetrina nasconde la brutalità del processo che lo ha generato. La mortalità infantile, le mutilazioni causate dai crolli nelle miniere, le malattie respiratorie provocate dalle polveri sono solo una piccola parte dei costi di produzione che il bilancio del capitale non registra.
In Congo la pace è un lusso che il mercato non può permettersi. Le decine di gruppi armati sono figli delle diverse bande borghesi, a volte appendici delle borghesie dei paesi limitrofi, i quali a loro volta sono sub-appaltatori dei grandi blocchi imperialisti.
La guerra non è un’interruzione dell’economia, è l’economia stessa. Per tenere basso il prezzo delle materie prime occorre eliminare i costi della tassazione legale e della protezione sociale. Ogni proiettile sparato nelle foreste del Kivu abbassa il prezzo del cobalto a Londra o a Shanghai.
Nessun "governo onesto", nessun "aiuto umanitario", nessuna "riforma dell’ONU" potrà salvare il Congo. Finché vige la legge del valore, il Congo sarà condannato a essere la miniera del mondo e la tomba dei suoi figli.
All’interno del capitalismo la questione congolese quindi non si risolverà mai né a Kinshasa né nei centri nevralgici dell’imperialismo. Solo la distruzione del modo di produzione capitalistico nelle metropoli dell’Occidente e dell’Oriente porrà fine al martirio anche delle periferie.
Oggi la classe operaia in Congo langue e muore perché isolata dal resto della sua classe internazionale. Il minatore congolese che scava nel fango e l’operaio europeo, orientale o americano prigioniero nella fabbrica sono parte della stessa classe e si ribelleranno assieme. Si organizzeranno per la loro difesa prima e per l’assalto al potere politico dei capitalisti, uniti da un unico destino: o la dittatura mondiale del capitale o la rivoluzione comunista internazionale.
In Russia come tutti gli anni si è celebrata la festa del 9 Maggio, l’equivalente della italica “Liberazione” il 25 Aprile. È il giorno della “Grande Vittoria Patriottica”. La borghesia ha bisogno di miti, di eroi e di tombe per nascondere i suoi meschini interessi il vuoto della propria teoria.
Ma la foto del soldato dell’Armata Rossa che a Berlino issa la bandiera rossa sul tetto del Reichstag continua a rappresentare per una certa “sinistra” la vittoria delle “buone” forze democratiche “e/o” comuniste, contro le “maligne” forze nazifasciste. In realtà chi alzava quel vessillo non stava liberando la classe operaia tedesca dal capitalismo, ma imponendo il tallone del capitalismo russo sulle macerie di quello tedesco, chiudendo una guerra che aveva visto il proletariato mondiale come unico vero sconfitto
Il secondo macello mondiale non fu uno scontro tra popoli – buoni contro malvagi – ma di un fronte imperialista contro un altro, una contesa in cui la lotta di classe, che solo pochi decenni prima aveva portato il proletariato al potere in Russia, venne totalmente eliminata e nel quale scontro furono massacrati decine di milioni di proletari per interessi a loro estranei.
In Russia, dove andava affermandosi una nascente borghesia, all’ombra di un apparato burocratico statale accentratore, nell’economia si erano consolidate tutte le categorie economiche del capitalismo: beni prodotti da lavoro salariato, da una classe sociale sfruttata con estorsione di plusvalore, e scambiati nel mercato tramite moneta.
La natura truffaldina del “comunismo” stalinista l’aveva negata già Lenin poco dopo la NEP: «Non lo nascondiamo, libertà di commercio significa libertà per il capitalismo (...) noi in una certa misura ricreiamo il capitalismo, si tratta del capitalismo di Stato”. Era il 1921 non il 1989! 68 anni prima del “crollo del comunismo” con la caduta del muro di Berlino.
In politica estera oggi la mistificazione staliniana continua a pretendere di far passare la Seconda Guerra mondiale come “difensiva”. In realtà l’atteggiamento dello Stato russo non fu affatto neutrale. Prima dell’invasione tedesca, e con l’accordo Molotov-Ribbentropp, si era alleato con la Germania, spartendosi territori e zone d’influenza, invadendo la Polonia, la Romania e la Finlandia, comportandosi come un qualsiasi predone imperialista. E predone imperialista si confermò alla fine della guerra a Yalta, dove Stalin concordò con Truman e Churchill la spartizione del bottino di guerra.
Mentre Lenin, con i tedeschi sul suolo russo, anch’essi mandati a morire dalla loro borghesia per fini di mero profitto, per puntare sulla rivoluzione uscì dalla Prima Guerra imperialista accettando la pace di Brest-Litovsk, Stalin vi gettò il proletariato nella Seconda. Qui l’enorme differenza: il primo per la rivoluzione internazionale, il secondo per la guerra imperialista fra nazioni e il dominio sui mercati.
Nello stalinismo la Patria ha sostituito l’internazionalismo, che fu non solo di Lenin ma di tutti i comunisti, successivamente uccisi o emarginati, che avevano militato nella Terza Interazionale (chiusa non a caso da Stalin nel 1943), per diffondere ovunque la rivoluzione dei soviet, non il falso e impossibile “socialismo in un solo paese”. La classe lavoratrice ha da difendere solo la propria dittatura, che può essere ancora nazionale, ma per essa è solo una prima battaglia verso la sollevazione vittoriosa dei proletari di tutto il mondo.
La dottrina stalinista, e la post-stalinista odierna, ci racconta che “l’Armata Rossa ci liberò dal nazismo”. Ma quello del 1945 era un esercito imperialista come gli altri che niente aveva in comune con l’Armata Rossa di Trotzki del 1918, votata alla difesa e dilagare del comunismo.
Si dice che l’Europa occidentale fu “liberata” dagli americani e quella orientale dai russi. In realtà in entrambi i casi non vi fu nessuna liberazione e la Seconda Guerra, segnando il trionfo incontrastato del capitalismo a livello mondiale, fu scontro tra predoni dove l’”aggressore” divenne “aggredito” e viceversa. La vittoria russo-anglosassone, nei fatti, condannò l’Europa occidentale al capitalismo “democratico”, l’Europa dell’Est al capitalismo di Stato. Tutta Europa restò occupata militarmente dagli imperialismi vincitori.
Lo ribadisce Lenin: «Il socialista, il proletario rivoluzionario, l’internazionalista ragiona altrimenti: il carattere di una guerra – è essa reazionaria o rivoluzionaria? – non è determinato da chi ha attaccato e in qual paese si trova il “nemico”, ma dipende da questo: quale classe conduce la guerra, di quale politica la guerra è la continuazione» (“La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky”)
I proletari di Praga e di Budapest successivamente ebbero modo di verificare quanto lo Stato dei capitalisti russi fosse poco diverso da quello nazista, con invasioni ed esecuzioni sommarie da parte dei “liberatori” di decine di migliaia di lavoratori.
Lo stalinismo – che iniziò ad imporsi nel partito comunista russo nella seconda metà degli anni 20 del secolo scorso, a seguito della sconfitta della rivoluzione in Europa, mentre nella ancora arretrata Unione allora Sovietica inevitabilmente andava affermandosi il capitalismo – chiamando questo “costruzione del socialismo”, rappresentò la pietra tombale della rivoluzione sul piano pratico e il suo totale capovolgimento su quello programmatico.
La sua eredità è purtroppo oggi ancor viva, una visione e una politica che sostituisce alla lotta di classe quella “tra i popoli”, che porta sempre a schierarsi in favore di uno o l’altro imperialismo, e che scambia il comunismo con il capitalismo più o meno a gestione statale (lo Stato è ormai presente oggi in ogni economia capitalista, Usa inclusi).
In tutto il mondo la classe lavoratrice è stata spaesata e addomesticata dall’influenza devastante dei partiti falsamente comunisti di ispirazione moscovita, prima stalinisti poi anti-stalinisti, che, con le loro mistificazioni l’hanno allontanata dalla difesa delle sue condizioni di vita, spacciate da ottenere con riforme e referendum e non con la lotta, e soprattutto dai suoi obiettivi futuri: l’abbattimento del regime agonico del capitalismo, che non può essere aggiustato né riformato.
La nostra parola d’ordine, fedele ai princìpi comunisti che furono della Terza Interazionale, è quella di sempre: Contro ogni nazionalismo e parata patriottica, in Europa, negli Stati Uniti, in Russia, in Ucraina, in Cina. Contro ogni pretesto di destra e di sinistra per arruolare gli sfruttati nella guerra generale che si prepara. Viva la rivoluzione dei lavoratori di tutti i paesi contro la propria classe borghese, per affossare il capitalismo.
La multinazionale ha annunciato 1.700 licenziamenti in Italia: Susegana (Treviso), Porcia (Pordenone), Forlì, Solaro (Milano), con la chiusura completa dello stabilimento di Cerreto d’Esi (Ancona).
I sindacati collaborazionisti e di regime si stanno già muovendo nella solita fallimentare direzione: chiudono la prospettiva di lotta degli operai nei confini della fabbrica e chiedono aiuto alle istituzioni locali.
La solidarietà delle istituzioni locali è fasulla, serve solo ai partiti padronali e ai falsi partiti operai a speculare sulle disgrazie degli operai: tanto decidono in combutta col regime borghese a Roma.
La solidarietà di cui hanno bisogno gli operai è solo quella del resto della classe salariata. Non a parole ma con lo sciopero più esteso e unito possibile.
Innanzitutto occorre mantenere l’unità di sciopero degli stabilimenti del gruppo: già nelle prime 8 ore di sciopero di martedì 12 maggio del direzioni nazionali di Fim Fiom e Uilm hanno lasciato libertà di scelta a ogni Rsu di fabbrica circa quando scioperare, iniziando in questo modo subdolo a minare questa unità, che invece va difesa, costruita, rafforzata.
In secondo luogo occorre costruire lo sciopero generale nei territori in cui sono fabbriche Electrolux, spiegando che il licenziamento di un gruppo di salariati non è mai faccenda che riguarda solo i dipendenti della singola azienda ma tutti i lavoratori, perché va a indebolire tutta la classe lavoratrice, a maggior ragione quando si tratta di una grande azienda che, per condizioni oggettive, è un punto di forza del movimento sindacale.
In terzo luogo le gite a Roma sono un dispendio di energie fisiche ed economiche. Molto più importante e utile sarebbe organizzare trasferte nei vari stabilimenti, ove far riunire fisicamente gli operai in assemblee davanti ai cancelli, anche per rafforzare i picchetti, scegliendo gli stabilimenti da colpire più duramente perché più preziosi per l’azienda ai fini del profitto.
A dicembre scorso, a Genova, quando si paventava la chiusura dell’acciaieria ex ILVA, è stato fatto un passo in questa direzione, con la convocazione dello sciopero cittadino dei metalmeccanici. L’Usb sostenne lo sciopero proclamato dalla Fiom di Genova, il 4 dicembre, e lo stesso dovrebbero fare oggi tutti i sindacati di base – nei territori in cui sono presenti – nei confronti della lotta degli operai Electrolux.
Solo lo sciopero più duraturo, unitario fra le fabbriche del gruppo, esteso in solidarietà ai lavoratori dei territori potrà piegare azienda e regime politico padronale.
I licenziamenti della Electrolux non cadono nel vuoto: sono conseguenza e segnano una nuova tappa della crisi di sovrapproduzione del capitalismo mondiale, iniziata da decenni e che continua ad aggravarsi. Estendere e unire la lotta dei lavoratori serve ad affrontare il precipitare di questa crisi, sempre più prossimo, quando i licenziamenti dilagheranno, con scioperi generali per imporre la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, il salario pieno ai lavoratori disoccupati, contro l’unica soluzione che il capitalismo sta preparando per salvare se stesso: la guerra.
Pordenone, 13 maggio 2026.
A gennaio l’amministrazione statunitense, definita Cuba una minaccia per la sicurezza nazionale, ha inasprito le restrizioni e sanzioni che durano da oltre 60 anni, intensificando la profonda crisi di una popolazione per il 95% sotto la soglia di povertà, con un reddito inferiore di 1,9 dollari al giorno.
L’embargo prevede una serie di coercizioni economiche, commerciali e finanziarie, sanzioni verso i fornitori di petrolio e di beni di prima necessità, divieto di importare ed esportare verso determinati paesi, blocco di attività bancarie e dell’accesso al sistema di pagamenti internazionali, rendendo estremamente difficoltosi gli scambi.
L’embargo, riducendo drasticamente le forniture energetiche, ha provocato la paralisi dei trasporti, blackout diffusi, forte calo del turismo, carenza di medicinali e di macchinari negli ospedali, di materiali per le scuole, oltre che alimenti, farina, riso, latte, zucchero e carne, in un paese fortemente dipendente dalle importazioni.
I principali partner commerciali restano Russia, Cina, Spagna, Messico e Venezuela.
Particolarmente rilevante per le forniture di petrolio era il Venezuela, che per decenni ha rappresentato il 30/35% del fabbisogno cubano, drasticamente ridimensionate a seguito dei nuovi accordi dopo il breve attacco/farsa degli Usa a Caracas e la nuova politica imposta al regime borghese venezuelano.
Ma le sanzioni e il venir meno dei principali partner hanno solo aggravato una economia e un vivere a Cuba già compromessi dal capitalismo, sebbene considerato ancora oggi da molti opportunisti e nazionalisti di sinistra un modello “buono e socialista”, opposto a quello “cattivo liberista” degli USA.
La rivoluzione a Cuba del 1959 infatti aprì allo sviluppo di un capitalismo e di una classe borghese nazionale, liberati da un sistema arretrato semi-coloniale. Si emancipò dall’imperialismo statunitense, ma per finire sotto l’orbita dell’imperialismo concorrente, quello russo, dal quale emulò la illusione che un apparato statale accentratore, espressione della nuova classe borghese locale, potesse controllare l’economia di mercato. Gli effetti di quella rivoluzione borghese li vediamo chiaramente oggi, nonostante l’intervento dello Stato nell’economia capitalistica.
Va ricordato che il regime “socialista” cubano mantenne stretti legami diplomatici e commerciali con il regime di Franco in Spagna, dimostrando ancora quanto le ideologie siano di facciata all’interno degli interessi del capitale.
Si ripete dunque il solito copione visto in tante contese tra Stati borghesi, passate e recenti, di sostegno allo stato “aggredito”, contro l’altro da condannare, in cui le analisi economiche e di classe vengono totalmente bypassate per lasciare spazio a stati d’animo irrazionali che sfociano verso i due nemici mortali della lotta di classe: il patriottismo ed l’interclassismo.
La propaganda delle varie tifoserie si affanna a stabilire quale classe dominante sia meno parassitaria e antiproletaria dell’altra. A noi interessa riaffermare agli immemori che a Cuba, come oggi in ogni paese vige il capitalismo, con le sue categorie economiche: merce, moneta, schiavitù salariata, e di conseguenza disuguaglianze e classi sociali. Esiste dunque una classe borghese che sfrutta la propria classe lavoratrice, appropriandosi della ricchezza nazionale.
In particolare a Cuba il Grupo de Administration Empresarial S.A. (GAESA) è una holding che controlla il 40% del PIL dell’isola, gestita direttamente dalle forze armate cubane (FAR) e legata alla famiglia Castro. Mentre la maggior parte della popolazione vive in condizioni di povertà estrema, il gruppo controlla i settori del turismo attraverso la gestione di hotel di lusso, aeroporti, porti, agenzie di viaggio, migliaia di negozi, gestisce le operazioni di import/export controllando le varie rotte commerciali, gestisce il flusso di valuta estera, inclusi i servizi tramite Western Union e la Banco Financiero International (BFI) con asset finanziari di decine di miliardi di dollari depositati in casse estere e conti segreti, usati per investimenti massicci in infrastrutture e in settori privati a discapito di servizi sociali come la sanità.
Più o meno legate al maggior conglomerato economico del paese, gravitano diverse holding come la CIMEX S.A. che detiene rete di negozi, stazioni di servizio, società di import/export, ristoranti e servizi finanziari, la ETECSA monopolista dei servizi di telefonia e internet, la Corp.Habanos S.A. una joint venture tra il gruppo statale Cubatabaco e la società britannica di tabacco Imperial Tobacco, la BioCubaFarma che riunisce aziende del settore farmaceutico e la Cubana de Aviacion compagnia di bandiera che controlla i voli nazionali e internazionali. Questi solo per citare i principali.
Molte di queste società operano attraverso società offshore registrate all’estero, spesso a Panama per aggirare le sanzioni statunitensi, a dimostrazione di come il capitale statale si fonda con quello privato.
Il proletariato cubano, sempre più impoverito e numeroso, schiacciato nelle faide tra borghesi, tra due governi sotto due bandiere nazionali in lotta per la gestione dei traffici capitalistici, non otterrà nessun vantaggio dallo schierarsi a sostegno della propria classe dirigente sfruttatrice. Il proletariato non ha nulla da guadagnare né nel difendere i generali attuali in nome dell’antistorico mito borghese della “sovranità nazionale”, né nell’abbattere la burocrazia militare del GAESA se questa verrà semplicemente sostituita dai manager privati a stelle e strisce. La fame, i blackout e la miseria non cesseranno con un cambio di bandiera o di gestione dell’azienda-Stato.
Affiancarsi al padrone nazionale o sostenere lo sfruttatore più debole, considerato erroneamente come il "male minore", è una narrazione subdola ed erronea.
Per la classe lavoratrice il nemico è dentro casa, i propri sfruttatori borghesi, tanto a Cuba quanto negli Usa, in Cina, in Russia passando per l’Europa. La sua salvezza ed emancipazione potrà avvenire solo tramite la lotta e l’organizzazione di classe per migliori condizioni di vita, per i salari, l’orario di lavoro, per la sanità gratuita ed efficiente, per l’istruzione, il diritto alla casa, e per la successiva unione rivoluzionaria con i lavoratori di tutti i paesi, compreso quelli degli Stati “aggressori”.
La bussola storica è unica, tanto a L’Avana quanto a New York: il rifiuto di ogni fronte interclassista per la distruzione del sistema del salario e della legge del valore.
Lo sciopero nazionale a tempo indeterminato che oggi scuote la Bolivia non è un evento isolato né una semplice vertenza sindacale per ottenere miglioramenti settoriali; è una manifestazione evidente dell’acuirsi delle contraddizioni di classe e di come la lotta di classe possa riprendere, in un periodo di profonda crisi storica del modo di produzione capitalistico. Dal punto di vista del marxismo, gli avvenimenti sull’altopiano andino illustrano in modo limpido come le crisi di accumulazione del capitale si scarichino violentemente sulle spalle del proletariato, mettendo al contempo in evidenza il ruolo ammortizzatore e traditore delle dirigenze sindacali riformiste e dei partiti opportunisti.
La Bolivia si trova al crocevia di una doppia contraddizione. Da un lato, la contraddizione interna e insormontabile tra capitale e lavoro, acuta da un severo piano di aggiustamento fiscale borghese. Dall’altro, la sua condizione di paese subordinato fornitore di materie prime, che la trasforma in un campo di battaglia nell’attuale disputa interimperialista globale per il controllo delle risorse energetiche e minerarie strategiche. Questo rapporto analizza lo sciopero generale in corso, smascherando il carattere di classe dello Stato boliviano (come quello di tutti gli Stati), i limiti del sindacalismo collaborazionista e l’urgente necessità storica della rinascita dell’indipendenza politica del proletariato attraverso il suo partito di classe.
D’altra parte, la crisi economica – con le sue espressioni sociali e politiche – che attraversa la società boliviana, non deriva dalla “cattiva gestione”, dalla corruzione delle cricche politiche che hanno controllato il governo o dal fallimento del demagogico “processo di cambiamenti” e del suo presunto orientamento “socialista”, sbandierato dagli opportunisti del MAS. Si tratta di una crisi sistemica del capitalismo mondiale in cui è inserita la Bolivia e che non potrà essere risolta con riforme, con cambi di governo o con manovre contingenti in materia fiscale e di ristrutturazione dello Stato borghese. E, naturalmente, né gli opportunisti del MAS (oggi frammentato da lotte interne) né i partiti di destra che oggi controllano il governo potranno (né vorranno) condurre alcun cambiamento rivoluzionario, e si limiteranno ad attuare gli aggiustamenti alla Gattopardo affinché nulla cambi e il capitalismo si mantenga nell’unico modo possibile: approfondendo lo sfruttamento del lavoro salariato e proletarizzando settori della piccola borghesia.
Spetta al governo di turno assumersi gli aggiustamenti in sospeso al capitalismo di Stato boliviano che, basandosi sul controllo dell’estrazione e della commercializzazione delle materie prime presenti nel suo sottosuolo, genera una rendita che arriva alla borghesia, alla piccola borghesia e alle multinazionali attraverso concessioni, contratti, alleanze commerciali, ma anche attraverso reti di corruzione o trattamenti preferenziali per gli stipendi di dirigenti e manager e per la fascia sociale della cosiddetta “aristocrazia operaia”, nonché attraverso diversi programmi populisti che, sebbene si presentino come mezzi per realizzare l’“inclusione sociale”, in realtà promuovono il clientelismo, la smobilitazione degli oppressi e, nel contempo, generano anche benefici a diverse imprese legate al potere borghese. Ma questo modello tende ricorrentemente a entrare in crisi quando crollano i prezzi internazionali delle materie prime controllate dallo Stato, quando il peso del debito ne toglie ossigeno finanziario e quando le dimensioni dello Stato, il suo gonfiato organico, i suoi numerosi ministeri, le imprese e gli istituti ad esso collegati e i programmi sociali (populismo / clientelismo) diventano insostenibili e richiedono di essere ristrutturati o semplicemente eliminati attraverso licenziamenti, ristrutturazioni, tagli di bilancio e privatizzazioni.
Si tratta di un ciclo economico che porta all’alternanza politica tra governi di sinistra opportunista, nazionalista ed elettoralista, inclini ad aumentare le dimensioni dello Stato, e i governi della cosiddetta destra che tendono ad essere identificati nella propaganda della “sinistra” come neoliberisti e sostenitori della riduzione delle dimensioni dello Stato. Ma entrambe le correnti assumono solo le varianti tattiche “anticrisi” della borghesia e la storia, anche recente, dimostra che la crescita o la riduzione delle dimensioni dello Stato è stata assunta indistintamente dalla sinistra e dalla destra borghesi. È questo che fa coincidere, anche se cercano di negarlo con i loro discorsi e la loro propaganda, le politiche dei governi di destra in Argentina e El Salvador con quelle di “sinistra” in Venezuela, Cile e Brasile, per esempio. Ed è questa la situazione che osserviamo in Bolivia, dove si sta portando avanti un aggiustamento economico e una ristrutturazione dello Stato che è toccato affrontare al governo di destra di Paz, ma che il MAS dovrebbe benissimo assumersi se dovesse controllare il governo. E in entrambi i casi sceglieranno la strada di far ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei lavoratori.
Contesto economico,
politico e sociale
L’esplosione sociale del maggio 2026 è il risultato diretto dell’esaurimento del modello di capitalismo di Stato che imperava sotto il riformismo borghese e della successiva transizione verso uno schema di austerità classica. Dopo l’uscita di scena del governo di Luis Arce alla fine del 2025, l’insediamento di Rodrigo Paz Pereira ha segnato una svolta esplicita verso la cosiddetta “ortodossia economica”, cercando di correggere gli squilibri fiscali e di facilitare ai capitalisti la gestione della crisi, come sempre, aumentando lo sfruttamento dei lavoratori. L’amministrazione di Paz Pereira ha immediatamente attuato il Decreto Supremo 5516, un piano di aggiustamento fiscale draconiano volto a “risanare” l’economia capitalista nazionale attraverso il riordino delle finanze e il brutale taglio della spesa statale, riducendo il monte salari dello Stato tra il 25% e il 30%.
Sebbene il nuovo governo borghese sia riuscito a stabilizzare temporaneamente le variabili macroeconomiche che interessano i tecnocrati e i creditori internazionali – portando le Riserve Internazionali Nette (RIN) a 3.813 milioni di dollari nel primo trimestre del 2026 e contenendo parzialmente il dollaro parallelo –, la base materiale della società si trascina dietro un’eredità catastrofica. Il 2025 si è chiuso con un’inflazione superiore al 20%, una carenza storica di carburanti liquidi e una massiccia perdita del potere d’acquisto dei salari. La pazienza del proletariato e delle masse semiproletarizzate ha raggiunto il limite, innescando le mobilitazioni di massa che oggi configurano la geografia della protesta nel Paese.
Lo sciopero generale a tempo indeterminato è iniziato il 4 maggio 2026. Al momento della stesura di questo rapporto, lo sciopero durava già da tre settimane ininterrotte e con la possibilità di protrarsi nel tempo di fronte all’intransigenza del governo e dei datori di lavoro.
Il conflitto ha una portata nazionale, ma la sua forza e intensità sono geograficamente disomogenee. L’epicentro assoluto è il dipartimento di La Paz e la città di El Alto (dove si concentrano 50 dei 67 blocchi rurali del Paese). Cochabamba funge da nodo critico di paralisi sulle rotte verso l’occidente (con punti chiave a Quillacollo e sul ponte Huayculi). Al contrario, la regione orientale di Santa Cruz mostra una minore adesione di classe allo sciopero, sebbene si trovi economicamente soffocata a causa dell’isolamento stradale provocato dai blocchi. La città di La Paz si è progressivamente paralizzata a causa dell’accerchiamento dei blocchi, con la paralisi dei trasporti, la sospensione della raccolta dei rifiuti (che ha riempito le strade di cumuli di immondizia), la scarsità di cibo e, in particolare, l’allarme degli ospedali per l’insufficienza di forniture mediche; tutto questo mentre in città arrivano contingenti sempre più numerosi di manifestanti dopo lunghe marce da altre regioni.
Per quanto riguarda la composizione sociale dei partecipanti, si osserva quanto segue:
- Il proletariato e i settori sfruttati: convocati dalla Centrale Operaia Boliviana (COB) dopo un’assemblea popolare di massa a El Alto. Partecipano con grande combattività gli insegnanti urbani (organizzati nella Federazione Dipartimentale dei Lavoratori dell’Insegnamento Urbano), gli autisti (Federazione degli Autisti di La Paz) e il proletariato minerario di base. La Federazione degli Autisti di La Paz non è un’organizzazione di classe omogenea; al contrario, raggruppa e amalgama al suo interno sia i proprietari di mezzi di trasporto (piccola borghesia) sia i lavoratori salariati o sovrasfruttati (proletariato del volante)
- Contadini e piccola borghesia rurale: Mobilitati in massa attraverso i contadini aimara di 29 province, gli Interculturisti (strato di piccoli e medi produttori agricoli privati) e la Federazione Dipartimentale dei Cooperativisti Minerari (Fedecomin). Si tratta di settori che non si identificano con l’abolizione dello sfruttamento salariato.
- L’opportunismo politico: Frazioni politiche e sociali legate all’“evismo” (affini a Evo Morales) che non rappresentano un’alternativa rivoluzionaria, ma strumentalizzano e parassitano la rabbia delle basi per fare pressione sull’Esecutivo e riposizionarsi nella disputa per il controllo dell’amministrazione dello Stato borghese. Sebbene la leadership di questo movimento non sia necessariamente guidata da Evo Morales, a tutti gli effetti si tratta di correnti politiche opportuniste affini, che stanno guidando le mobilitazioni, i blocchi e la richiesta di dimissioni del presidente Paz.
- Lo Stato borghese e i suoi amministratori: guidati dal presidente Rodrigo Paz Pereira, sostenuti dall’apparato giudiziario e di polizia, e pronti a ricorrere alle forze armate per compiti di repressione interna.
- La borghesia nazionale e transnazionale: rappresentata dall’imprenditoria agricola, agroindustriale (in particolare quella di Santa Cruz), esportatrice, turistica e avicola. Dietro le quinte operano i grandi consorzi capitalisti e gli interessi imperialisti che bramano il gas, i minerali e le riserve di litio del paese.
La classe operaia e i settori oppressi che partecipano alle proteste ricorrono ai loro metodi storici di lotta, combinando lo sciopero nelle miniere e nelle scuole con blocchi stradali di massa, registrando più di 67 punti di interruzione del traffico a livello nazionale. Questa strategia ha provocato un accerchiamento quasi totale dei principali centri urbani dell’ovest, paralizzando il trasporto interdipartimentale e bloccando il flusso logistico delle merci. La risposta dello Stato borghese si concretizza nella criminalizzazione giudiziaria, che classifica la protesta come “illegale” o “sediziosa”, combinata con l’uso della forza militare.
La risposta dello Stato capitalista boliviano di fronte allo scoppio della rivolta operaia ha combinato il terrore poliziesco con l’accerchiamento legale. Al momento del presente aggiornamento, le forze combinate della Polizia Boliviana e delle Forze Militari – mobilitate in via eccezionale in compiti di repressione interna per sbloccare le strade principali – hanno agito con estrema violenza. Finora si contano almeno 4 decessi registrati indirettamente a causa del blocco logistico e dei ritardi delle ambulanze, oltre alle vittime dirette dei recenti scontri violenti sulle strade. Decine di lavoratori, manifestanti e membri delle comunità locali sono rimasti feriti a causa dei gas lacrimogeni, dei proiettili di gomma e degli scontri fisici avvenuti sulle strade dell’ovest. Decine di scioperanti sono oggetto di procedimenti di criminalizzazione giudiziaria, accusati di “sedizione” o “sciopero illegale” dall’apparato giudiziario del regime capitalista.
Situazione
dell’economia del Paese e suo impatto sui lavoratori
L’economia boliviana è sprofondata in una crisi che si manifesta in una stagnazione con alta inflazione, che è il riflesso locale della crisi generale di sovrapproduzione del capitale a livello internazionale. Dopo essere entrata in una cosiddetta “recessione tecnica” nel secondo semestre del 2025 (chiudendo l’anno con un PIL del -0,5%), le proiezioni per il 2026 indicano una grave contrazione del -3,2% del PIL. Le attività estrattive tradizionali (gas e miniere), pilastri della raccolta di entrate da parte dello Stato, registrano cali drastici a causa dell’esaurimento dei pozzi e della mancanza di investimenti.
Questo quadro macroeconomico si traduce in un attacco brutale alle condizioni di vita e di riproduzione della forza lavoro. Dopo aver chiuso il 2025 con un’inflazione del 20,2%, il costo del paniere di beni di prima necessità ha continuato a salire nel 2026. I generi alimentari essenziali (pane, carne, verdura) subiscono aumenti aggressivi a causa della scarsità di valuta estera e dei problemi di importazione. Il governo di Rodrigo Paz Pereira ha fissato il salario minimo nazionale a 3.300 bolivianos (un aumento nominale del 20%) attraverso il Programma PEPE (Programma Straordinario di Protezione ed Equità). Il salario reale è ormai azzerato e si calcola una perdita vicina al 60% del potere d’acquisto reale accumulato nell’ultimo anno. L’aumento nominale è fittizio di fronte alla svalutazione effettiva sui mercati.
Tuttavia, il mercato del lavoro è composto principalmente da lavoratori informali. Il settore informale rappresenta la grande maggioranza della forza lavoro occupata o sottoccupata del paese. Questo immenso contingente comprende lavoratori autonomi e braccianti. Vive alla giornata per sopravvivere. Costituiscono il sottoproletariato urbano e quei lavoratori privi di mezzi di produzione che vendono la loro forza lavoro giorno per giorno. Non sfruttano manodopera altrui, sono privi di capitale e la loro unica fonte di sussistenza è il lavoro vivo. Storicamente appartengono alle file della classe sfruttata e subiscono con crudezza gli effetti diretti dell’inflazione e della carenza di beni causata dalle crisi di accumulazione. A questo segmento di lavoratori non è garantito un salario minimo né alcun altro tipo di rivendicazione lavorativa.
I piccoli e medi imprenditori o commercianti (piccola borghesia): sebbene operino in condizioni di informalità legale, questi soggetti possiedono piccoli mezzi di produzione, merci o capitale commerciale. Il loro obiettivo economico non è la mera sopravvivenza salariata, ma la realizzazione del profitto commerciale e l’accumulazione privata. Spesso sfruttano, formalmente o informalmente, lavoratori familiari o salariati precari. La loro posizione di classe li orienta politicamente verso la reazione: rifiutano gli scioperi e i blocchi operai perché fermano la rotazione delle loro merci e minacciano la loro piccola proprietà, esigendo dallo Stato borghese ordine, crediti, sussidi e pace sociale per continuare le loro attività commerciali.
Sebbene il settore informale rifiuti formalmente lo sciopero per necessità di sussistenza, si vede soffocato dalla carenza di rifornimenti e dalla mancanza di trasporti provocate dallo sciopero. All’interno del suo approccio policlassista, la COB incorpora nelle sue richieste le rivendicazioni con cui questo settore della piccola borghesia può identificarsi.
Le condizioni e l’ambiente di lavoro si sono deteriorati all’estremo. L’aumento nominale del salario minimo a 3.300 boliviani è una beffa rispetto al costo reale della vita, costringendo la classe lavoratrice a prolungare le proprie giornate lavorative effettive (plurioccupazione, sottoccupazione e informalità) per compensare la perdita del 60% del proprio potere d’acquisto.
Rivendicazioni
avanzate dai leader dello sciopero
Il documento di rivendicazioni presentato dalla burocrazia della COB raccoglie più di 112 richieste di carattere lavorativo e politico. Il nucleo delle rivendicazioni delle centrali sindacali si sintetizza nei seguenti punti:
1. Aumento salariale indicizzato: richiesta di un aumento salariale reale che sia direttamente indicizzato al costo attuale del paniere di beni di prima necessità, respingendo i tetti ufficiali e gli aumenti cosmetici del Governo. Questa richiesta è stata messa in secondo piano dalle rivendicazioni dei piccoli e medi imprenditori dei settori dei trasporti e del commercio, nonché dei contadini e degli indigeni.
2. Abrogazione delle norme anti-lavoratori o che colpiscono i contadini: Rifiuto categorico delle misure di decentralizzazione dell’istruzione applicate contro il corpo docente. Disprezzo per le timide manovre dell’Esecutivo (come l’abrogazione della Legge 1720, che permetteva di convertire la piccola proprietà agraria in un bene finanziario riconosciuto dal sistema bancario), considerandoli insufficienti ed esigendo l’immediata destituzione dei ministri responsabili dell’aggiustamento fiscale.
3. Approvvigionamento e qualità dei carburanti: richiesta del settore dei trasporti pesanti e urbani di risolvere immediatamente la carenza logistica e la pessima qualità dei carburanti distribuiti, che rovinano i loro mezzi di lavoro. Rivendicazione delle piccole e medie imprese di trasporto.
Sebbene siano state presentate alcune rivendicazioni economiche dei lavoratori, che esprimevano i bisogni immediati della classe, la direzione della COB ha dato un carattere nettamente policlassista, corporativo e riformista al proprio elenco di richieste. Non mettono in discussione la radice dello sfruttamento capitalista né la proprietà privata dei mezzi di produzione; limitano la lotta a una contesa distributiva all’interno dei quadri della legalità borghese.
Ma rapidamente l’“evismo” ha spinto in questo movimento la richiesta delle dimissioni del presidente Paz e la convocazione di elezioni presidenziali anticipate, facendo passare le altre rivendicazioni in secondo piano. Ciò ha posto il movimento su un piano insurrezionale, ma non un’insurrezione contro il capitalismo, bensì per la sua continuità, sotto la forma di un cambio di governo, mantenendo la democrazia borghese. In questo modo, se la tendenza insurrezionale nel movimento si rafformasse, gli esiti che si configurano a partire da questa situazione sono: a) il mantenimento dell’attuale governo, dopo una negoziazione con il movimento scioperante, b) le dimissioni del presidente, la designazione di un governo di salvezza nazionale e la convocazione di elezioni anticipate, c) colpo di Stato per fermare il movimento insurrezionale e blindare militarmente l’aggiustamento fiscale in corso (Decreto 5516). Ma in tutti questi possibili esiti la borghesia continuerà a detenere il potere, sia che governi appoggiandosi ai partiti di destra, sia che si avvalga dei partiti di sinistra opportunista come il MAS, la corrente “evista” e simili (“movimenti sociali” e la COB), sia che affidi il controllo del governo a una giunta militare.
Mercoledì 20 maggio il presidente Paz ha annunciato una riorganizzazione del suo gabinetto, assicurando che migliorerà la comunicazione con i diversi settori sociali.
Allo stesso modo, il presidente ha respinto i manifestanti, definendoli vandali, e ha messo in discussione alcuni fattori politici che non ha menzionato, ma con chiaro riferimento a Evo Morales e ai suoi seguaci, che hanno una “bandiera ideologica” e sono legati al “narcotraffico e all’illegalità”. Ha ribadito il suo piano di aggiustamento macroeconomico, la ristrutturazione dello Stato e lo smantellamento dei meccanismi di corruzione, secondo lui sviluppati negli ultimi 20 anni di governi del MAS, convocando un “Consiglio economico e sociale” al quale ha invitato a partecipare le organizzazioni sociali coinvolte nel conflitto. Ciononostante, data la continuità dei blocchi, il presidente ha chiesto la creazione di un “corridoio umanitario”, riferendosi alla necessità di garantire l’accesso a El Alto e La Paz a forniture mediche, generi alimentari e carburanti, con cui il governo ha indirettamente riconosciuto di non avere il controllo della situazione. E in tutti i suoi annunci non ha nemmeno menzionato la questione salariale.
Mentre il presidente del governo borghese propone un “Consiglio economico e sociale” (un tavolo di conciliazione policlassista), si rifiuta categoricamente di discutere il salario della forza lavoro salariata perché la sua attuale missione storica è sostenere il tasso di profitto padronale attraverso il calo del salario reale.
Il 21 maggio è avvenuto l’arrivo di una carovana di autocisterne con carburante e forniture mediche, che sono entrate a La Paz sotto il controllo delle forze di polizia. Ma il governo continua a non avere il controllo della situazione. Il fatto che il governo debba ricorrere all’aviazione militare per trasportare razioni insufficienti di pollo e maiale, e dipenda dall’aiuto logistico dei governi borghesi vicini come l’Argentina e il Cile, dimostra che il normale flusso di circolazione del capitale è interrotto. L’ingresso di autocisterne con scorta armata non è una vittoria dell’ordine, ma un’operazione eccezionale che conferma che il territorio rimane circondato dalle basi in lotta.
Il movimento di sciopero, dominato dall’interclassismo e dall’opportunismo, rimane fermo nella sua richiesta di dimissioni del presidente Paz e quindi rifiuta di dialogare con un “governo agonizzante” e respinge la convocazione del Consiglio Economico e Sociale, qualificata come una manovra del governo, al quale non vogliono né riconoscere né dare ossigeno con la loro presenza.
Anche la reazione si è mobilitata “a sostegno del governo e in difesa della democrazia” nella capitale. Nel frattempo, gli organismi internazionali si sono pronunciati a sostegno del governo di Paz e lo stesso ha fatto il governo degli Stati Uniti, che ha emesso una dichiarazione di sostegno all’attuale governo della Bolivia.
Posizioni dei
diversi attori politici, sindacali e imprenditoriali
Lo sciopero ha polarizzato gli schieramenti di classe sulla scena nazionale:
Il governo borghese (Paz Pereira): mantiene una posizione inflessibile in difesa dei decreti economici di austerità (Decreto Supremo 5516), sostenendo che sono necessari per frenare la cosiddetta “stagflazione”. Accusa la COB di promuovere uno sciopero “illegale” e tacca i manifestanti di commettere atti di “sedizione” al servizio di interessi oscuri.
Il mondo imprenditoriale (monopoli e latifondisti): esprime un rifiuto assoluto. I settori agricolo, avicolo, delle esportazioni e turistico denunciano perdite milionarie ed esigono mano dura da parte dello Stato, sostenendo che l’isolamento dei centri produttivi “distrugge l’occupazione formale” (cioè blocca l’estrazione del plusvalore).
L’opposizione borghese tradizionale e i Comitati Civici: figure come Carlos Mesa denunciano che il Paese è «sequestrato da minoranze violente». Da parte sua, il Comitato pro Santa Cruz utilizza una narrativa anticomunista e opportunista, accusando Evo Morales di utilizzare le proteste per orchestrare un “colpo di Stato”. Entrambe le fazioni borghesi (governo e opposizione) concordano sulla necessità di schiacciare la resistenza operaia.
I partiti opportunisti (“Evismo”): Si appropriano del conflitto legittimo delle basi per incanalare il malcontento verso soluzioni elettorali o lotte di potere palazze, tradendo il potenziale rivoluzionario dello sciopero per trasformarlo in merce di scambio della politica borghese.
Gli organismi dello Stato (Difensore del Popolo): Operano come pacificatori e mediatori istituzionali, cercando di diluire il conflitto di classe in tavoli di dialogo sterili. Mettono ipocritamente in guardia dall’uso delle Forze Armate mentre cercano di salvare l’ordine costituzionale borghese.
Il tradimento
storico e l’opportunismo della COB
Per svelare la vera natura della Centrale Operaia Boliviana (COB) è indispensabile analizzare il suo comportamento politico nel tempo, che evidenzia la sua totale sottomissione allo Stato borghese a seconda della fazione che lo amministra. Sotto i governi riformisti di Evo Morales e Luis Arce, la burocrazia sindacale della COB ha agito come un’appendice sfacciata del potere esecutivo, pacificando i conflitti, assimilando le strutture corporative e disinnescando alla radice ogni accenno di indipendenza e iniziativa rivoluzionaria del proletariato. In quei periodi, le rivendicazioni operaie sono state sistematicamente soffocate e sacrificate in nome della stabilità del “capitalismo di Stato” andino e del falso discorso del “processo di cambiamento”.
Al contrario, l’attuale aggressività e la rapida convocazione dello sciopero generale a tempo indeterminato contro il governo di destra di Rodrigo Paz non rispondono a un improvviso risveglio di classe della sua dirigenza traditrice, ma al suo più abietto opportunismo politico. La dirigenza della COB si è allineata organicamente con la fazione borghese “evista” (affine a Evo Morales), che strumentalizza e parassita la rabbia legittima delle basi operaie.
Non si cerca di distruggere lo Stato capitalista, ma di logorare l’attuale amministratore (Paz Pereira) per forzare un riassetto e riposizionare la propria frazione politica alleata nella disputa per il controllo dell’apparato fiscale e governativo. Con ciò, la direzione della COB conferma il suo ruolo storico controrivoluzionario, trasformando le rivendicazioni operaie contenute nel documento di richieste interclassista in una mera merce di scambio nelle lotte interborghesi. Al culmine del conflitto, il presidente della COB è passato alla clandestinità.
Prospettive del
proletariato boliviano di fronte all’assenza di una direzione
rivoluzionaria
Il dramma storico della classe operaia boliviana viene nuovamente messo in evidenza da questo sciopero nazionale a tempo indeterminato. Il proletariato minerario, dell’istruzione e dei trasporti dimostra una grande disposizione combattiva, capace di paralizzare le arterie vitali del paese, integrato con settori indigeni, contadini e della piccola borghesia scontenta. Tuttavia, l’efficacia logistica dei blocchi contrasta con la debolezza politica e ideologica delle organizzazioni che raggruppano i lavoratori salariati. Ciò è evidente nel modo in cui le rivendicazioni salariali e lavorative sono state oscurate dalla richiesta delle dimissioni del presidente e dalle rivendicazioni dei piccoli imprenditori, come il rifiuto degli attuali prezzi dei carburanti.
In mancanza di una direzione rivoluzionaria con un chiaro programma di rovesciamento del capitalismo, le masse si trovano intrappolate tra il martello dell’aggiustamento fiscale governativo e l’incudine dell’opportunismo riformista (“evismo” e la burocrazia della COB). A breve termine, le prospettive sono cupe: lo sciopero rischia di esaurirsi, di essere tradito in cambio di briciole salariali nominali o di essere utilizzato per il ritorno di frazioni borghesi populiste che continueranno con l’agenda di sottomissione al capitale finanziario.
L’imperiosa
necessità della ripresa della lotta di classe
Come insegnava Lenin in L’imperialismo, fase superiore del capitalismo, i monopoli e le potenze imperialiste (sia del blocco occidentale che di quello euroasiatico) che si contendono il litio, il gas e le risorse della Bolivia non permetteranno mai una reale emancipazione delle masse lavoratrici e la loro rottura con le vie riformiste, il policlasismo o il nazionalismo. Il capitalismo in crisi non ha concessioni durature da offrire. D’altra parte, il movimento operaio deve capire che il suo principale nemico – la borghesia – si trova all’interno dei confini boliviani e che l’appello a combattere il nemico esterno (qualunque sia l’imperialismo) finisce per essere una distrazione e uno spreco di energie alimentato dal discorso di quell’«anti-imperialismo» borghese della sinistra opportunista.
Per rompere questo circolo vizioso di sfruttamento e tradimento sindacale, si impongono i seguenti compiti storici:
1. L’adesione militante al Partito Comunista Internazionale: L’attuale sciopero dimostra che la combattività spontanea e la forza organizzativa della COB sono insufficienti se manca il fattore politico soggettivo centrale: il partito d’avanguardia della classe operaia. Solo il partito comunista internazionale, rigorosamente ancorato alla dottrina marxista della rivoluzione e della dittatura del proletariato, può unificare le lotte disperse dei minatori, degli insegnanti, degli autisti, dei sottoproletari urbani e dei lavoratori salariati in generale e condurre queste forze verso il rovesciamento della borghesia.
2. Continuità, ampliamento e approfondimento dello sciopero, eliminando i servizi minimi e coinvolgendo i lavoratori dei settori che non si sono ancora uniti. Rifiuto di partecipare al Consiglio Economico e Sociale convocato dal presidente Paz. Passare da un’insurrezione come espressione del confronto intra-borghese a un’insurrezione proletaria. Né «Governo di Salvezza Nazionale», né «elezioni anticipate», né «Dittatura Militare». Insurrezione operaia per il rovesciamento della borghesia e per l’instaurazione della Dittatura del Proletariato.
3. Sia che il corso politico punti al mantenimento dell’attuale governo o che si verifichi un cambio di governo borghese, il movimento deve assumere in modo intransigente la rivendicazione dell’aumento generale dei salari, assicurandosi che tale aumento si applichi e vada a beneficio anche dei pensionati e dei lavoratori informali. Lo sciopero generale non deve essere revocato senza la conquista dell’aumento salariale come rivendicazione principale da esigere dal governo e dai datori di lavoro.
4. La rottura con l’opportunismo: il proletariato boliviano deve rompere i legami che lo legano alle fazioni borghesi di qualsiasi orientamento (pacifisti o evisti) e spazzare via la burocrazia sindacale collaborazionista che trasforma il listino delle rivendicazioni in un listino di tradimento, interclassismo e scontro interborghese.
5. La rinascita di veri sindacati di classe: è vitale la ricostituzione di sindacati che uniscano effettivamente la classe operaia, senza divisioni per nazionalità o mestieri, e che assumano metodi di lotta come lo sciopero, a tempo indeterminato e senza servizi minimi. Sindacati che non concentrino la loro organizzazione nei luoghi di lavoro, ma nell’organizzazione locale, regionale e nazionale in cui si integrino lavoratori attivi, pensionati e disoccupati, praticando il dibattito in assemblea e la partecipazione di base nelle diverse commissioni necessarie alla lotta. Veri organi di difesa del salario e di resistenza contro il capitale.
Solo la costituzione del proletariato in un partito politico indipendente permetterà di trasformare l’attuale resistenza difensiva contro lo sfruttamento capitalista e l’aggiustamento fiscale in un’offensiva rivoluzionaria per la distruzione dello Stato borghese, l’espropriazione dei monopoli transnazionali e nazionali e l’avvio della trasformazione socialista.