Partito Comunista Internazionale
il Partito Comunista Internazionale N. 440 - luglio-agosto 2026
anno LII - [Pdf]
Indice dei numeri
Numero precedente - successivo

Aggiornato 22 luglio 2026
organo del partito
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 Il fascismo non si fermerà con la democrazia ma con la lotta di classe fino alla rivoluzione
Una guerra agli operai iraniani e statunitensi
Terremoto in Venezuela - Sul sangue ingrassa il Capitale
Cuba-Usa - Borghesie grasse e magre contro la classe lavoratrice
PAGINA 2 Bolivia - Sciopero generale a oltranza deviato in insurrezione riformista e inter-classista
Per il
sindacato
di classe
La polizia sgombera un picchetto a Prato. Lo Stato sarà sempre contro la classe lavoratrice
Contro le condizioni peggio che da schiavi dei lavoratori immigrati. La difesa di tutta la classe operaia richiede la solidarietà nella organizzazione e nella lotta coi suoi reparti precari e irregolari
Electrolux - I licenziamenti chiamano all!unità dei lavoratori nello sciopero di tutto il gruppo e con le altre aziende
Usa - Labor Notes 2026 - Opportunismo sindacale e sindacalismo di classe
PAGINA 5 Nell’inferno del Congo macabra danza delle bande borghesi e degli imperialismi tra scenari di guerra e sangue operaio
PAGINA 6 “Il duro lavoro del partito getta le arcate del ponte fra la scienza sociale annunciata dal Manifesto Comunista del 1848, alla critica e svergognamento della oscena decadenza capitalistica dell!oggi e al sano indirizzo alle incessanti lotte della classe operaia designate alla rivoluzione di domani” - Riunione internazionale del Partito - 23-24 maggio: Una belva ferita, La crisi del debito americano e del dollaro
PAGINA 8 Democrazia e fascismo: Giano bifronte del capitalismo Quando anche i borghesi sono costretti a darci ragione - (Continua dal numero scorso): Dall’ordinovismo al corporativismo






PAGINA 1
Il fascismo non si fermerà con la democrazia ma con la lotta di classe fino alla rivoluzione

Il fascismo non è un relitto del passato: è l’autentica natura del regime politico capitalista, coperta dalla finzione democratica. Non esistono partiti diversi in parlamento ma correnti del partito unico del capitalismo nazionale, clan politico-affaristici che si spartiscono le prebende ed eseguono la politica del Capitale.

A causa della irreversibile crisi dell’economia capitalistica mondiale – con la sovrapproduzione che inesorabilmente si aggrava e coinvolge ora anche la Cina – la borghesia sa di dover continuare a peggiorare le condizioni della classe salariata, fino a scatenarne la generale reazione e lotta.

Per questo in tutti i paesi aizza xenofobia e razzismo, investendo miliardi in campagne mediatiche, manifestazioni e partiti d’estrema destra, per deviare la rabbia della parte più arretrata dei lavoratori e dividere la classe operaia, indebolendone la lotta.

Da decenni però la legislazione contro gli immigrati è imposta con perfetta continuità da destra e sinistra borghesi per costringere questi nostri fratelli di classe a una condizione di clandestinità e ricattabilità, affinché servano da frazione più sfruttata del proletariato: dalla legge Turco-Napolitano (governo Prodi, 1998) che istituì i CPR, al Memorandum Italia-Libia di Minniti (governo Gentiloni, 2017).

Lo stesso accade in tutti i paesi: negli Stati Uniti, Obama ha deportato più immigrati irregolari di Trump, ma lo ha fatto con più bon ton democratico. In Spagna il governo Sanchez – nel mentre “regolarizza” col permesso di soggiorno 500 mila immigrati irregolari (il governo Berlusconi ne regolarizzò 620 mila nel 2002) – finanzia l’apertura di due centri di detenzione per gli emigranti in Mauritania, gestiti con l’aiuto di poliziotti spagnoli: come Minniti, o la Meloni.

Il lavoro sporco è compiuto con complementarità e oggettiva complicità: la destra alza sempre più i toni del razzismo e della xenofobia; la sinistra – con la scusa di arginarla – fa sua l’agenda “sicurezza”. Intanto caporalato, precarietà, massimo sfruttamento continuano nelle campagne, nei cantieri, nelle fabbriche, garantiti dai governi di tutti i colori!

Xenofobia e razzismo – cavalli di battaglia del fascismo – non possono essere combattuti sul piano della politica parlamentare ed elettorale perché la sinistra borghese, la cui ragion d’essere è ingannare la classe operaia per sottometterla all’interesse del capitalismo, non fa che spianar loro la strada.

Vanno combattuti sul terreno della lotta di classe, organizzando la lotta in difesa di tutti i lavoratori, unita al di sopra delle divisioni fra aziende, categorie, italiani e immigrati, secondo il principio per cui non c’è reale difesa della classe operaia se non si è in grado di organizzare e difendere con la lotta la sua parte più sfruttata!

La Cgil – che, per esempio, sottoscrisse l’abolizione della scala mobile nel 1992 e convocò 3 ore di sciopero contro la riforma Fornero delle pensioni (2011) – non può adempiere a questo scopo: è definitivamente controllata dalla sinistra borghese e votata all’unità del sindacalismo di regime con Cisl e Uil. In 15 anni di migliaia di scioperi degli operai immigrati della logistica, organizzati dai sindacati di base, aggrediti ripetutamente dalla polizia dello Stato democratico, è sempre stata assente, se non contro gli operai in sciopero (come in questi giorni alla Fiorentini di Torino). Così pure nelle centinaia di scioperi nel distretto dell’abbigliamento di Prato, ultimo all’Acca di Seano assaltato dalla polizia una settimana fa.

E assenti sono state anche quelle “opposizioni di sua maestà” interne alla Cgil – non tutte per fortuna – sempre attente a subordinare la lotta di classe alle posizioni acquisite nel sindacatone di regime.

Chi nella Cgil – certamente una robusta minoranza – crede che si debbano affrontare xenofobia, razzismo e fascismo sul terreno della lotta di classe, dovrebbe innanzitutto pretendere di unirsi alle lotte dei sindacati di base, spezzando l’unità col sindacalismo collaborazionista di Cisl e Uil con l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale!

Solo questa linea sindacale di classe può ridare fiducia nella lotta ai lavoratori italiani, disillusi da decenni di tradimento del sindacalismo collaborazionista e di regime, far comprendere nella pratica la necessità e l’importanza di unirsi nella lotta ai lavoratori immigrati, mettere alla testa della classe la sua parte più combattiva, isolare e svuotare la sua parte più arretrata, accodata alla piccola-borghesia impotente, isterica, fascista.

Quando torneranno alla lotta generale organizzati in un vero sindacato di classe, i lavoratori di fronte a loro troveranno quali nemici, a fianco dei Vannacci, Meloni e Salvini, la sinistra borghese che oggi si erge a baluardo contro le destre. Lo sviluppo della lotta non approderà a un’epoca di democrazia, diritti e governi di sinistra ma a uno scontro sempre più duro fra le classi e con l’intero regime borghese, fino alla rivoluzione.

Un processo che si intreccia con la marcia del capitalismo verso la guerra mondiale, assecondata dalla sinistra borghese in tutti i paesi – dalla Germania di Merz alla Spagna di Sanchez – col sostegno ai piani di riarmo. La strategia dei regimi borghesi è intrappolare la classe operaia nella gabbia della falsa contrapposizione politica fra destra, sempre più apertamente fascista, e sinistra borghese che si rifà la verginità con l’antifascismo, per impedire la lotta dei lavoratori per i propri interessi economici e politici – contro gli uni e gli altri – e trascinarli alla guerra, unica salvezza del capitalismo dal suo fallimento economico e dalla rivoluzione politica del proletariato.

Dodici milioni di voti favorevoli ai referendum promossi l’anno scorso a giugno dalla Cgil non sono stati sufficienti a ottenere le timide rivendicazioni avanzate. 1 milione di scioperanti inquadrati in un vero sindacato di classe possono ottenere grandi vittorie sindacali. Guidati dall’autentico partito comunista possono sconfiggere il fascismo nell’unico modo possibile: abbattendo il regime politico capitalista.






Una guerra agli operai iraniani e statunitensi

Sintesi della conferenza pubblica tenuta il 13 giugno

La tregua siglata il 17 giugno fra Iran e Stati Uniti – con una firma “da remoto” al termine di una trattativa che ha escluso Israele – al pari di quella firmata a ottobre scorso per Gaza – anch’essa imposta dagli USA al vassallo israeliano, nonché da Qatar e Turchia ai loro mercenari di Hamas – non aprirà una nuova era di pace, né un più modesto ritorno al precedente registro di tensioni inter-imperialistiche, ancora contenute e non sfocianti in un aperto conflitto regionale. Così sarà, se vi sarà, per una futura tregua in Ucraina.

Non vedremo un “nuovo Medioriente” paventato dagli imperialismi statunitense e israeliano, né un passo verso il “più giusto” mondo multipolare, millantato dagli imperialismi rivali degli USA, in lotta con esso per la spartizione dei mercati mondiali, cioè del plusvalore estratto dal proletariato di tutti i paesi. Si tratta di tregue che – al pari dei conflitti che vengono a sospendere – sono passi verso una nuova guerra fra gli imperialismi mondiali, la terza con cui il capitalismo è spinto ad affliggere l’umanità.

La propaganda degli opposti fronti confonde la classe operaia e le rende difficile comprendere la natura vera del conflitto, in cui tutte le borghesie nazionali la vogliono condurre, al di sopra della lotta per spartirsi il bottino, affinché versi il suo sangue nella guerra imperialista e non nella rivoluzione per la sua emancipazione sociale e politica.
La prima menzogna, più grossolana, è che l’intervento militare statunitense avesse l’obiettivo di ribaltare il regime iraniano. Al pari di quanto accaduto in Venezuela ai primi di gennaio, ciò che gli interessa è la direzione del flusso del petrolio e dei suoi proventi. Inoltre quei regimi capitalisti – del “socialismo bolivariano” da 27 anni e degli Ayatollah da 47 – hanno dimostrato di offrire le migliori garanzie per la repressione e sottomissione della loro classe operaia, e per distogliere quella dei paesi circostanti.

In Sud America – dal Cile, alla Colombia, dall’Ecuador, alla Bolivia – la rivolta proletaria cova sotto le ceneri e periodicamente divampa sfidando la borghesia e minacciando i suoi investimenti, nazionali e internazionali. Le “primavere arabe” del 2010 e 2011 hanno mostrato che lo stesso processo è in moto dal Maghreb al Machrek.

Se la classe operaia iraniana riuscisse ad organizzarsi e a mobilitarsi contro il regime degli Ayatollah, come in Egitto accadde con Mubarak, sarebbe possibile un incendio sociale nell’intera area, abbattendo il muro fra mondo sciita e sunnita puntellato dalle borghesie nazionali per dividere il proletariato. Le borghesie cercherebbero di sostituire il loro personale politico, come inevitabilmente avvenne, in assenza di un collegamento del proletariato col partito comunista internazionale, in Tunisia e in Egitto quindici anni fa, consentendo la continuità dei regimi borghesi.

Ma queste lotte del proletariato, in una fase storica di irreversibile crisi di sovrapproduzione dell’economia capitalistica mondiale, richiedono il radicamento in quei paesi e la direzione del partito comunista.

L’intervento militare israelo-statunitense, è ora evidente a tutti, ha quindi rafforzato il regime iraniano, ma ciò, lungi dall’essere stato un fallimento, rientrava fin dal principio fra i suoi obiettivi.

Il conflitto è iniziato il 28 febbraio, un mese e 20 giorni dopo l’8-9 gennaio, le giornate in cui la rivolta iraniana è stata affogata nel sangue, col regime stesso che ha ammesso – e vantato – oltre tremiila vittime, seimila secondo le fonti più serie. Un soccorso alquanto tardivo! O, meglio, interessatamente tardivo: hanno aspettato che il regime terminasse il lavoro.

L’emergenza bellica è venuta in ausilio alla repressione di un movimento già disperso, stringendo le opposizioni borghesi e della sinistra opportunista intorno al regime in nome della “difesa della patria” – unico intoccabile principio di ogni partito opportunista sotto cui calpestare gli interessi della classe lavoratrice – e lasciando ancor più soli i giovani proletari che a centinaia venivano in questi mesi giustiziati.

Reza Pahlavi e Maria Machado hanno condiviso la stessa sorte: utili prima degli interventi militari a fare credere che l’obiettivo fosse la caduta dei regimi; messi da parte un’ora dopo l’inizio delle operazioni. C’è da stupirsi che la classe dominante affermi una cosa nel mentre compie l’opposto?
I monarchici che – ben finanziati e aggressivi contro le altre forze politiche di opposizione – hanno preso il controllo della maggior parte delle manifestazioni dell’emigrazione iraniana e invocanti l’intervento militare statunitense e israeliano, si sono eclissati al secondo giorno di guerra, quando, annunciata l’eliminazione di Alì Khamenei, Trump, con la consueta esibizione di spavalderia, ha preteso di aver voce in capitolo sulla nomina del successore, implicitamente confessando di non essere interessato a rovesciare il regime ma solo a un tranquillo cambio dei suoi massimi esponenti: come in Venezuela.

Come nelle città venezuelane le bande para-militari dei colectivos, così in Iran l’apparato repressivo dei pasdaran deve mantenersi operativo nel mantenere l’ordine del capitale. Ogni Stato borghese (“distaccamenti speciali di uomini armati”, Lenin, “Stato e Rivoluzione”) è la macchina di oppressione e controllo del capitale, internazionale e nazionale, in un dato paese.

Già le ripetute dichiarazioni di sostegno ai rivoltosi iraniani da parte degli USA e d’Israele avevano l’obiettivo opposto: aiutavano la repressione ad additarli d’essere al servizio delle potenze nemiche.

La seconda menzogna è che la guerra sia stata frutto dell’inettitudine e della follia del Presidente Donald Trump, che vi si sarebbe gettato privo di una strategia e incapace di uscire dal pasticcio in cui si è infilato, con ciò danneggiando l’intera economia mondiale e quella stessa degli Stati Uniti.

Questa mistificazione è alimentata sia dagli interessi degli Stati capitalisti avversari degli USA, dall’Iran alla Cina, ma anche dagli imperialismi europei, dai clan politico-affaristici avversari della lobby di Trump entro gli Stati Uniti stessi, sia dai partiti della sinistra opportunista d’ogni latitudine, inetti anche solo a saper distinguere i fatti dalle parole.

La borghesia statunitense – che lì ha messo Trump – ha una strategia, al di là dei contrasti interni di vedute e di interessi fra i clan affaristici. L’obiettivo delle sue guerre è il suo principale rivale nella contesa imperialistica, la Cina, non certo l’Iran.

Con l’infilarsi nel conflitto iraniano consapevolmente gli Stati Uniti hanno messo in moto tutta una serie di conseguenze che sapevano avrebbero danneggiato gli avversari globali, mentre loro se ne sarebbero giovati. Non è affatto una novità: è lo schema identico a quanto avvenuto in Ucraina.

Da 15 anni il capitalismo USA ha fatto dell’industria estrattiva di idrocarburi uno dei suoi pilastri, in virtù del metodo estrattivo da roccia di scisto bituminoso. Questa tecnologia ha fatto degli USA, da sempre grandi importatori netti di petrolio, primi produttori mondiali di petrolio e di gas, quarti esportatori di petrolio e primi di gas.

L’estrazione di petrolio da scisto è passata da 0,2 milioni di barili al giorno nel 2009 a 8 nel 2023. Senza gli idrocarburi l’industria USA sarebbe oggi ancora a produzioni inferiori al 2007: nel 2024 risultava al di sotto del massimo del 2007 di ben il 7,6%, per altro in peggioramento rispetto al -5,5% del 2022.

La supremazia nel mercato mondiale degli idrocarburi è il perno della strategia del decadente imperialismo statunitense e la guerra contro l’Iran è stata un importante e riuscito passo nel suo perseguimento, checché ne dica interessatamente tutta la borghese stampa internazionale.

Il blocco di gas, petrolio e derivati entro il Golfo Persico ne ha innalzato i prezzi. Gli USA si sono sostituiti sul mercato col loro petrolio, gas e prodotti raffinati. I nuovi prezzi hanno consentito l’estrazione dagli scisti, che richiedono prezzi sopra gli 80 USD/b per essere redditizi, dati i più alti costi d’estrazione. Raffinerie e terminal petroliferi delle coste USA da marzo lavorano al massimo, intaccando persino le riserve strategiche per far fronte alla domanda mondiale. Sono aumentate repentinamente anche le importazioni in USA di petrolio venezuelano, passate dai 100 mila barili al giorno del dicembre 2025 a 1,2 milioni a maggio e a giugno.

Quindi a pagare i maggiori prezzi di petrolio e gas non è stato il capitalismo USA ma sono gli imperialismi europei, in primis la Germania, e ovviamente la Cina, il più grande importatore mondiale, che ha reagito abbassando per tre mesi le importazioni di oltre il 20% e intaccando le sue riserve strategiche interne.

Per l’imperialismo tedesco, questo è il secondo colpo che riceve dagli Stati Uniti. Con la guerra in Ucraina la sua marcia verso il recupero dei livelli produttivi precedenti la crisi del 2008 è stata interrotta, restando al di sotto di quel massimo. Con le sanzioni al gas russo e con la distruzione del gasdotto North Stream 2, la domanda mondiale di gas si è spostata, permettendo all’industria negli USA di compiere investimenti negli impianti sia estrattivi sia di liquefazione del gas. Quindi il preteso pantano in cui si sarebbe infilato Trump è stato un paradiso di profitti per l’industria degli idrocarburi statunitense.

L’aumento dell’inflazione, nella misura in cui rimane contenuto – per ora la Banca Centrale Europea ha aumentato i tassi di interesse dello 0,25% mentre la FED non li ha aumentati – va a comprimere solo parzialmente i consumi, la sezione II della produzione capitalistica come divisa dal Capitale di Marx, e in misura minore la sezione I, quella relativa alla produzione dei mezzi di produzione, di importanza maggiore per il capitalismo. Una crescita dell’inflazione contenuta, aumentando i prezzi di tutte le merci, tranne dei salari, che per essere innalzati richiedono la lotta operaia, quindi in ogni caso un processo più lento, aumenta i profitti ed è salutare per l’economia capitalistica.
Gli Stati Uniti durante il conflitto hanno cercato di mantenere il prezzo del petrolio al “giusto livello”: non sopra i 100-110 dollari al barile. A tal scopo hanno sospeso le sanzioni per il petrolio russo e, per un breve periodo, anche per quello iraniano. Ora, siglata la fragile intesa del 17 giugno, il traffico marittimo è parzialmente ripreso e il prezzo è sceso intorno ai 70 USD/b.

Ma l’area di crisi resta innescata, pronta a incendiarsi. Il traffico marittimo attraverso Hormuz è ora diviso in due rotte: una nelle acque iraniane, l’altra in quelle omanite; la prima sotto controllo di Teheran, che obbliga il pagamento di un pedaggio, la seconda protetta militarmente dagli USA. Il regime iraniano vincola il rispetto della tregua alla cessazione delle operazioni belliche d’Israele in Libano. Un nuovo rubinetto è in funzione, ogni qual volta lo scontro tornerà ad accendersi, l’industria petrolifera e il capitalismo USA brinderanno mentre i capitalismi europei e cinese riprenderanno a soffrire.

Il rapporto fra imperialismo statunitense e iraniano dev’essere anch’esso demistificato dalle opposte propagande borghesi: non esistono contrapposizioni assolute fra Stati capitalisti. Si tratta di una contrattazione armata. Il Venezuela ha offerto un esempio della natura dei rapporti fra regimi della stessa classe borghese: anni di dichiarazioni roboanti da una parte e dall’altra si sono risolti con la sostituzione di un solo uomo e il prostrarsi di tutto il resto del regime. L’ideologia del “socialismo bolivariano” non è meno falsa di quella democratica degli Stati Uniti e degli imperialismi europei.

Nell’ambito della trattativa armata, ovviamente, spesso si ammazza, come fra clan mafiosi. Saddam Hussein fu sostenuto dagli USA nella guerra fra Iran e Iraq, nel mentre vendevano armi all’Iran (lo “scandalo” Irangate), per poi essere scaricato dal 1991 con la prima guerra del Golfo ed eliminato nella seconda del 2003, la quale giovò all’imperialismo iraniano che estese la sua influenza nel dissestato Iraq, con ciò costituendo il cosiddetto “corridoio sciita” che dall’Iran, passando per l’Iraq, la Siria degli Assad e Hezbollah in Libano, dava continuità territoriale agli interessi della borghesia iraniana fino al Mediterraneo.

Dopo quello del 2003 gli USA hanno oggi compiuto un nuovo favore al regime degli Ayatollah e dei Pasdaran. Pur bombardando diverse fabbriche e impianti industriali non hanno colpito l’isola di Kharg, da cui defluiscono fra l’’80% e il 90% delle esportazioni di petrolio del paese. Con la collaborazione israeliana hanno eliminato numerosi esponenti del regime, ma in pari tempo hanno sospeso per quasi un mese le sanzioni al petrolio iraniano, dal 20 marzo al 13 aprile, e una nuova sospensione di 60 giorni è stata annunciata quale conseguenza della tregua in corso.

È da chiedersi in quale moneta verrà commerciato il petrolio iraniano non sottoposto a sanzioni, se in Yuan, come avveniva col petrolio sottoposto a sanzioni, o in dollari statunitensi. Lo stesso per 24 miliardi di dollari di fondi finanziari iraniani bloccati all’estero e che sarebbero liberati. Secondo l’amministrazione statunitense saranno spesi in merci a stelle e strisce ma gli iraniani hanno negato questo importante dettaglio. I due regimi si smentiscono reciprocamente da mesi e su quasi ogni cruciale dettaglio della possibile intesa.

All’interno dello Stato iraniano, come negli USA e in ogni regime borghese, sia esso in veste autoritaria o democratica, vi è uno scontro in atto, con una parte contraria ad accordi con gli USA, non questioni ideologiche ma di mero profitto. Tutto ciò non fa che confermare che fra Stati Uniti e Iran non vi è una lotta e una contrapposizione assoluta ma una trattativa condotta sul piano dei rapporti di forza e di affari. Schema identico a quanto accaduto in Venezuela, solo con rapporti di forza diversi. Una trattativa più ruvida e dall’esito non scontato, ma che ribadisce la natura dei rapporti fra gli Stati borghesi. Il suo dilungarsi, il suo interrompersi, o meglio esondare in attriti militari, non è un problema per il capitalismo USA, bensì una risorsa.

L’innalzamento del prezzo del petrolio giova al capitalismo USA anche perché per oltre l’80% è commerciato con la moneta americana. Petrolio più caro equivale a maggiore richiesta di dollari, quindi al rafforzamento della divisa americana, del suo ruolo di moneta internazionale e con ciò dei titoli del tesoro americano, il giganteggiante debito statale USA.

La guerra poi, svuotando gli arsenali rilancia l’industria bellica nazionale, altro pilastro del capitalismo USA. «Quello attuale è il più grande budget per la difesa nella storia degli Stati Uniti in valore nominale (vicino, in termini reali, al picco annuale raggiunto quando il paese era in guerra contro Adolf Hitler): 1.500 miliardi di dollari” (“Le Monde Diplomatique” di giugno).

La guerra è vero, ha un costo, ma per l’imperialismo USA, e certo non solo per esso, è un enorme investimento pubblico: rafforza l’industria petrolifera, rafforza il dominio finanziario del dollaro, con cui sostenere il debito statale, che foraggia l’industria bellica. Occorre impoverire l’umanità lavoratrice per investire in armi, nuovi sistemi offensivi, in “intelligenza artificiale”, droni.

Il blocco di Hormuz ha danneggiato per prime le cosiddette petro-monarchie del Golfo. L’azione iraniana è riuscita a colpire il sistema di alleanze degli Stati Uniti nella regione. Non hanno pagato tutte lo stesso prezzo, assai caro per Iraq e Qatar, le cui esportazioni di petrolio e gas avvengono quasi tutte per via marittima, meno per Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che dispongono di oleodotti i quali aggirano lo Stretto di Hormuz e trasportano almeno la metà della esportazione dei due paesi.

L’imperialismo USA gioca con le rivalità fra le potenze regionali. La Turchia è rivale dell’Iran in Siria: nel dicembre 2024 contribuì ad abbattere il regime degli Assad che ospitava quelle milizie iraniane che lo avevano salvato durante la guerra civile dal 2011 al 2018 e che era un tassello fondamentale del “corridoio sciita”.

Israele è rivale dell’Iran ma, oramai, sta sostituendogli quale principale avversario l’imperialismo turco, di cui teme il rafforzamento in Siria e nel Mediterraneo orientale, nonché ne osteggia l’influenza nel Corno d’Africa, con Ankara che sostiene il governo centrale di Mogadiscio e Gerusalemme che ha riconosciuto il separatista Somaliland.
Anche gli EAU, che hanno siglato con Israele gli Accordi di Abramo, sostengono il Somaliland e in Sudan le milizie delle Forze di Supporto Rapido (Rapid Support Forces – RSF), contrapponendosi in entrambi i teatri all’Arabia Saudita.

Israele ha tessuto una alleanza con la Grecia, gli EAU e l’India: sostiene la Grecia in funzione anti-turca, ad esempio a Cipro, mentre il gigante indiano si contrappone al Pakistan, che ha stretto un patto di collaborazione militare con l’Arabia Saudita.

Israele copre la metà del suo fabbisogno di petrolio importandolo dall’Azerbaijan attraverso l’oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan (BTC), che parte dalla capitale azera affacciata sul Mar Caspio, attraversa la Georgia e termina sulla costa mediterranea della Turchia. Mentre quasi il 70% delle importazioni d’armi azere provengono da Israele.

In questo ultimo conflitto contro l’Iran, Israele ed Egitto hanno schierato uomini, aerei e sistemi anti-missili negli EAU; il Pakistan lo ha fatto in Arabia Saudita. Questa ultima – gigante geografico e petrolifero (primo esportatore mondiale) – è il principale rivale regionale dell’Iran.

Il Qatar, che è stato per anni uno dei tre principali finanziatori di Hamas, al pari tempo ospita la più grande base militare USA nel Medioriente. Ora pare che la maggior parte della dirigenza di Hamas all’estero sia ospitata non più in Qatar ma in Turchia, che è membro NATO.

In questo groviglio l’ideologia è solo un paravento, un inganno per irretire i proletari: per il capitale non esistono princìpi, tranne quello del profitto.

Demolire la mistificazione che vorrebbe la guerra degli USA in Iran frutto della volontà di Trump e priva di una strategia non dimostra la forza e la vitalità di questo imperialismo, ma come la sua politica sia conseguente agli interessi economici di quel capitalismo. Nemmeno conclude che la guerra imperialista è provocata solo da una parte degli Stati capitalisti, peggiore dell’altra, ma come essa sia conseguenza dell’intero sistema capitalistico e a esso connaturata.

Se la strategia degli Stati Uniti si esplica in guerre preventive, in preparazione dello scontro generale. A tale scontro si prepara l’imperialismo cinese, per interessi di identica natura capitalista e con una sua specifica politica. Anche qui si tratta non di perdersi nelle chiacchiere della propaganda di regime e di guardare ai fatti economici.

Fatto nuovo è che il capitalismo USA, al di là dei parziali successi nella intrapresa di guerre preventive, è affetto dalla intrinseca debolezza dovuta alla sua senilità, condivisa per altro da tutti i capitalismi cosiddetti occidentali. Al 1945, con il 6% della popolazione mondiale, gli USA sfornavano quasi la metà dell’intera produzione industriale mondiale. La vittoria bellica sancì la sostituzione della Sterlina col Dollaro quale moneta internazionale.

Da decenni, logorata dalla sovrapproduzione, questa supremazia industriale è in declino, mentre resiste quella finanziaria, difesa con la forza militare: oggi la quota degli USA nella produzione manifatturiera mondiale è di circa il 17%.

La Cina ha sostituito da anni gli Stati Uniti quale prima potenza industriale del mondo, con una quota della produzione manifatturiera oggi circa al 28%. Tuttavia il capitalismo cinese non è più giovane ma pienamente maturo: da alcuni anni infatti manifesta i sintomi di una conclamata sovrapproduzione. Per prima si è manifestata con l’esplosione della bolla speculativa nel settore delle costruzioni col fallimento Evergrande, il più grande gruppo di costruzioni del mondo, crollato nel dicembre del 2021 sotto il peso di oltre 300 miliardi di dollari di debiti. La crisi nel settore ha colpito altri colossi capitalistici cinesi delle costruzioni lasciando 20 milioni di cinesi privi di abitazioni, pagate ma non ultimate. La sovrapproduzione si è poi palesata in altri settori: dall’acciaio (nel 2023 la Cina ha prodotto il 54% della produzione mondiale), in calo da due anni, alla petrolchimica, alle batterie, ai semiconduttori. Ciò ha condotto negli ultimi due anni a una sostanziale deflazione.

La sovrapproduzione porta il capitalismo cinese a inondare con le sue merci il mercato mondiale, scontrandosi con gli altri capitalismi nazionali senili, i quali nei trascorsi 50 anni sono rimasti in piedi spostando parte crescente della loro produzione nei giovani capitalismi, innanzitutto in Cina!

Mentre Stati Uniti ed europei erigono dazi, oggi il regime cinese si fa quindi paladino del “libero scambio”, lo stesso canovaccio propagandistico che fu proprio dell’America wilsoniana dopo la prima guerra mondiale, sferzato da Lenin, con gli USA allora in pieno vigoroso sviluppo capitalistico.

Se, dunque, Atene piange Sparta non ride. Se gli USA possono trovare una illusione di sollievo nei temporanei successi della loro strategia di guerre per frenare il loro declino, la Cina ha già consumato velocemente la sua giovinezza capitalistica e si trova ad affrontare il cancro della sovrapproduzione che avvicina l’ora della rivolta del suo immenso proletariato.

Nei fatti, quindi, tutto il capitalismo mondiale è afflitto e aggredito dalla stessa malattia: non riesce più ad accumulare la massa del capitale divenuta troppo grande e deve fare tutto il possibile per rimandare, contenere e reprimere la lotta di classe. Gli Stati capitalisti sempre più si gettano nella guerra e, con le loro ideologie reazionarie, tutte accomunate dal nazionalismo, cercano di trascinarvi la classe salariata.

I lavoratori, in ogni paese, hanno solo da rigettare le sirene ideologiche che li vogliono divisi e schierati da una parte o dall’altra della guerra imperialista che matura. Devono e possono farlo solo in un modo, rifiutando ogni solidarietà al proprio regime borghese, rifiutando, oggi, ogni sacrificio economico in nome dell’affermazione nazionale della propria borghesia e, domani, il sacrificio della loro stessa vita nella guerra della patria dei loro padroni. Il solo sangue da versare è per l’unione internazionale dei proletari di tutti i paesi e per l’emancipazione rivoluzionaria dal capitalismo.







Il terremoto in Venezuela
Sul sangue ingrassa il Capitale

Mercoledì 24 giugno una violenta scossa di momento sismico (Mo) 7,2, seguita da una seconda di 7,5 con epicentro nel sottosuolo dello Stato di Yaracuy, ha colpito il Nord e il Centro del Venezuela. Sebbene l’epicentro geofisico fosse situato nel territorio dello Stato di Yaracuy, dove fortunatamente i danni alle infrastrutture sono stati minori, l’onda distruttiva ha scaricato la sua vera furia sui grandi centri urbani e in quelli della speculazione immobiliare costiera: Caracas, La Guaira, Tucacas, Morón e Puerto Cabello.

Mentre la propaganda della stampa borghese e del riformismo locale versano lacrime di coccodrillo invocando l’“unità nazionale” e la “solidarietà patriottica”, la cruda realtà dei rapporti di produzione capitalistici si impone sulle macerie.

Lungi dall’essere una fatalità geologica, la tragedia materiale dimostra chiaramente la tesi comunista: la natura finisce per fare il lavoro sporco che solitamente svolgono le guerre imperialiste, con la distruzione violenta delle forze produttive e del capitale costante, di cui il capitalismo senile ha disperatamente bisogno, soffocato dalle sue crisi cicliche di sovrapproduzione.


Antecedenti storici del cinico ricorrere della negligenza borghese

La storia sismica della repubblica borghese venezuelana è segnata da catastrofi i cui elevati costi umani riflettono l’assoluta subordinazione dell’edilizia abitativa alla rendita immobiliare e al profitto padronale.

1812 e 1900: Fin dai grandi terremoti del XIX secolo, il sovraffollamento della forza lavoro in strutture vulnerabili ha messo in evidenza la totale indifferenza delle classi dominanti nei confronti delle condizioni di vita dei diseredati.

Il sisma del 29 luglio 1967 (magnitudo 6,5) ha stabilito il precedente moderno. Il crollo di edifici residenziali in zone ad alta densità come Altamira e Los Palos Grandes (Caracas) ha messo a nudo la speculazione sui terreni urbani e l’uso criminale di materiali a basso costo da parte della borghesia edile. Quasi sessant’anni dopo, la geografia della distruzione si ripete negli stessi comuni della capitale e si estende lungo la costa centrale, dimostrando che sotto il capitalismo non esiste memoria scientifica, ma solo la memoria del dividendo.


È il sangue degli operai a concimare il terreno dei centri turistici e industriali

Le stime scientifiche e i primi rapporti locali confermano il crollo massiccio delle infrastrutture abitative, alberghiere e dei servizi. I danni maggiori si concentrano nel Distretto Capitale e nello stato di La Guaira (dichiarato zona di catastrofe), nonché lungo l’asse costiero di Tucacas, Morón e Puerto Cabello. Si contano già oltre 2.500 morti, migliaia di feriti e una cifra spaventosa, che supera i 50.000, di dispersi sotto le strutture distrutte: ma il numero delle vittime continuerà a crescere fino quasi a coincidere con quello dei dispersi.

Per il capitale questo salto di scala nella morte, da migliaia a decine di migliaia, non è un freno: gli conferma della portata dello “spazio liberato” e della futura forza lavoro in esubero che sarà disposta ad accettare le condizioni più misere nei contratti per la ricostruzione che le imprese costruttrici nazionali e internazionali si aggiudicheranno.

Statisticamente il massacro umano presenta un’inconfondibile connotazione di classe. È stato, è e sarà principalmente il sangue degli operai a versarsi in questi eventi. Mentre i borghesi e l’alta burocrazia si rifugiano in sicure ville costruite secondo rigorose norme ingegneristiche, il proletariato urbano e i lavoratori del settore dei servizi sono stati sepolti vivi.

Il crollo ha colpito con ferocia i complessi residenziali popolari sovraffollati di Caracas e La Guaira, ma anche le strutture alberghiere e commerciali di Tucacas e dell’asse Morón-Puerto Cabello, dove la forza lavoro si accalca per dare slancio all’apparato turistico e portuale regionale. L’ondata di morte e distruzione provocata dal terremoto non ha colpito un “mondo felice”, un “paradiso“, bensì una regione in cui la popolazione salariata vive tormentata da salari da fame, dalla disoccupazione, dall’alimentazione insufficiente, all’accesso all’acqua potabile, a un servizio elettrico stabile, a un sistema sanitario efficiente; in altre parole, in un paese in cui è visibile tutto l’effetto sociale di impoverimento causato dall’economia capitalista.


La falsa solidarietà e l’affare della ricostruzione

Dopo il disastro, si aprirà immediatamente l’orgia della ricostruzione, un banchetto lucrativo in cui le potenze imperialiste e le fazioni della borghesia locale si contenderanno le quote di valorizzazione del capitale su zone strategiche per il mercato del tempo libero borghese e della logistica manifatturiera.


1. Il mercato valutario mette a nudo il cinismo mercantile

Mentre la popolazione agonizzava sotto le macerie, l’economia di mercato ha dimostrato la sua totale indifferenza umanitaria. Tra il 24 e il 30 giugno il tasso di cambio ufficiale del dollaro pubblicato dalla Banca Centrale del Venezuela è balzato da 621,52 bolívares per dollaro a oltre 633,36, un aumento di quasi 12 bolívares in meno di una settimana. Questa svalutazione di fatto, nel bel mezzo della peggiore emergenza del secolo, dimostra che la legge del valore e la speculazione finanziaria non conoscono tregua né pietà.

In Venezuela il governo, gli imprenditori, le confederazioni sindacali e gli opportunisti di ogni colore avevano già manifestato la loro solidarietà “umanitaria” – cioè con la borghesia - con la dichiarazione concertata del primo maggio di non aumentare i miseri salari.

Nel frattempo, a titolo d’esempio di umanitarismo imprenditoriale, 30 lavoratori del supermercato Catania, a Puerto Cabello, si sono dovuti dimettere in blocco quando il padrone ha cercato di costringerli a lavorare nonostante un edificio adiacente fosse inclinato e a rischio di crollo su quel locale commerciale.


2. L’urbanistica del disastro

Nei prossimi giorni, i partiti dell’ordine borghese scateneranno una sterile polemica mediatica sulla qualità dei materiali e sulle violazioni dei regolamenti edilizi. Si tratta di una cortina fumogena ideologica. Il dibattito nasconde il fatto che molte di queste macro-costruzioni non avrebbero nemmeno dovuto esistere. Il modo di produzione capitalista richiama in modo irrazionale concentrazioni altissime di popolazione in città come Caracas e costruzioni di grande altezza prive di senso tecnico, con l’unico scopo di massimizzare il rendimento del terreno. Questo gigantismo è particolarmente grottesco nella zona turistica di La Guaira e nell’asse costiero costituito da Tucacas - Morón - Puerto Cabello. Questi sviluppi turistici di massa, complessi di porti turistici e torri per le vacanze, aggrediscono in modo criminale il paesaggio e l’equilibrio ambientale, essendo stati eretti su terreni vulnerabili esclusivamente a scopo di riciclaggio di denaro, speculazione immobiliare e appropriazione del surplus economico da parte della classe dominante.


3. Lo sbarco imperialista degli Stati Uniti

Gli aiuti di emergenza dispiegati dal governo degli Stati Uniti non rispondono a fini filantropici. Nell’attuale contesto di occupazione e tutela politica de facto in Venezuela, a seguito del sequestro del presidente Maduro lo scorso gennaio, l’amministrazione statunitense controlla e blocca all’estero i fondi derivanti dalla vendita del petrolio venezuelano. Pertanto l’imperialismo statunitense detiene il controllo del denaro e – sotto la facciata di assistenza umanitaria convogliata attraverso agenzie internazionali – gestirà direttamente l’assegnazione dei contratti multimiliardari per la ricostruzione stradale, portuale, alberghiera e abitativa. Le società edili statunitensi sbarcano sulla costa centrale e occidentale insieme ai loro soci e prestanome della borghesia locale (sia dell’opposizione tradizionale che delle cricche imprenditoriali legate alla Repubblica bolivariana, indifferenti della sostituzione di Maduro con Delsy Rodríguez) per spartirsi il bottino della ricostruzione delle infrastrutture danneggiate e del rilancio del redditizio business turistico balneare.

Non è affatto un caso né un segno di filantropia che il Fondo Monetario Internazionale e la Banca di Sviluppo dell’America Latina e dei Caraibi (CAF) abbiano annunciato, in modo quasi simultaneo e rapido, la costituzione di fondi speciali di finanziamento per la ricostruzione delle infrastrutture crollate. Il capitale finanziario multinazionale opera con la rapidità di un avvoltoio: laddove il riformismo e la sensibilità civica vedono una tragedia umana, i tecnocrati dell’imperialismo vedono una straordinaria finestra di opportunità per rilanciare i cicli di accumulazione e di asservimento creditizio. Questi crediti di “emergenza” non sono donazioni, costituiscono un nuovo debito sovrano che ricadrà direttamente sulle spalle della classe operaia venezuelana attraverso futuri piani di austerità e riforme fiscali regressive. Il FMI e la CAF intervengono per proteggere i profitti dei grandi monopoli edili, assicurando che lo Stato borghese venezuelano disponga della liquidità necessaria per pagare i contratti delle multinazionali e dei loro partner della borghesia locale, mentre mettono in atto nuovi meccanismi di ricatto finanziario.


Il vero “doppio colpo“ è il doppio sfruttamento dei lavoratori

La catastrofe del giugno 2026 chiude il circolo dello sfruttamento del lavoro salariato. Sarà la manodopera proletaria che, in condizioni di estrema precarietà lavorativa e salari da fame, dovrà ripulire le macerie e ricostruire ogni hotel di lusso, ogni porto e ogni edificio distrutto. Una volta conclusa la ricostruzione, le leggi del mercato capitalista e i suoi miseri salari impediranno loro nuovamente di avere accesso a quelle infrastrutture turistiche e ad alloggi dignitosi.

L’unica risposta della classe operaia di fronte alla barbarie speculativa del disastro è la rottura con la farsa elettorale, la rottura con le dirigenze sindacali traditrici e l’organizzazione di scioperi per l’aumento dei salari, delle pensioni e la riduzione dell’orario di lavoro. Saranno lotte sempre più estese, coordinate e unitarie, fino allo sciopero generale a tempo indeterminato per raggiungere questi obiettivi, fino al loro sbocco rivoluzionario nella presa del potere politico da parte della classe operaia, organizzata in veri sindacati di classe e diretta dal partito comunista internazionale, al fine della distruzione del sistema di sfruttamento del lavoro salariato, che trasforma la morte dei proletari in ossigeno per il Capitale.







Cuba-Usa
Borghesie grasse e magre contro la classe lavoratrice

A gennaio l’amministrazione statunitense, definita Cuba una “minaccia per la sicurezza nazionale”, ha inasprito le sanzioni che durano da oltre 60 anni, intensificando la profonda crisi di una popolazione per il 95% sotto la soglia di povertà, con un reddito inferiore a 1,9 dollari al giorno.

L’embargo prevede una serie di coercizioni economiche, commerciali e finanziarie, sanzioni verso i fornitori di petrolio e di beni di prima necessità, divieto di importare ed esportare verso determinati paesi, blocco di attività bancarie e dell’accesso al sistema di pagamenti internazionali, rendendo estremamente difficoltosi gli scambi.
L’embargo, in un paese fortemente dipendente dalle importazioni, riducendo drasticamente le forniture energetiche, ha provocato la paralisi dei trasporti, diffuse interruzioni di corrente elettrica, forte calo del turismo, carenza di medicinali e di macchinari negli ospedali, di materiali per le scuole, oltre che alimenti, farina, riso, latte, zucchero e carne.

I principali partner commerciali restano Russia, Cina, Spagna, Messico e Venezuela. Rilevante era il Venezuela per le forniture di petrolio, che per decenni ha rappresentato il 30/35% del fabbisogno cubano, drasticamente ridimensionate a seguito dei nuovi accordi dopo il breve attacco/farsa degli Usa a Caracas e la nuova politica imposta al regime borghese venezuelano.

Ma le sanzioni e il venir meno delle principali forniture hanno solo aggravato una economia e un vivere a Cuba già compromessi dal capitalismo.

Cuba, sebbene considerato ancora oggi da molti opportunisti e nazionalisti di sinistra un “modello” buono e “socialista”, opposto a quello “malvagio” e “liberista” degli USA, è una Stato ed una economia capitalistici.
La rivoluzione a Cuba del 1959 infatti aprì allo sviluppo di un capitalismo e di una classe borghese nazionale, liberati da un sistema arretrato semi-coloniale. Si emancipò dall’imperialismo statunitense, ma per finire sotto l’orbita dell’imperialismo concorrente, quello russo, dal quale emulò la illusione che un apparato statale accentratore, espressione della nuova classe borghese locale, potesse controllare l’economia di mercato. Gli effetti di quella rivoluzione borghese li vediamo chiaramente oggi, nonostante l’intervento dello Stato nell’economia capitalistica.

Va ricordato che il regime “socialista” cubano mantenne stretti legami diplomatici e commerciali con il regime di Franco in Spagna, dimostrando ancora quanto le ideologie siano di facciata all’interno degli interessi del capitale. 
Si ripete dunque il solito copione visto in tante contese tra Stati borghesi, passate e recenti, di sostegno allo Stato “aggredito”, contro l’altro da condannare, in cui le analisi economiche e di classe vengono totalmente ignorate per lasciare spazio a stati d’animo irrazionali che sfociano verso i due nemici mortali della lotta di classe: il patriottismo ed l’interclassismo. 

La propaganda delle varie tifoserie si affanna a stabilire quale classe dominante sia meno parassitaria e antiproletaria dell’altra. A noi interessa riaffermare che a Cuba, come oggi in ogni paese, vige il capitalismo, con le sue categorie economiche: merce, moneta, schiavitù salariata, e, di conseguenza, disuguaglianze e classi sociali.

Esiste dunque una classe borghese che sfrutta la propria classe lavoratrice, appropriandosi della ricchezza nazionale.
In particolare a Cuba il Grupo de Administración Empresarial S.A. (GAESA) è una holding che controlla il 40% del PIL dell’isola, gestita direttamente dalle forze armate (FAR). Mentre la maggior parte della popolazione vive in condizioni di povertà estrema, il gruppo controlla i settori del turismo attraverso la gestione di hotel di lusso, aeroporti, porti, agenzie di viaggio, migliaia di negozi, gestisce le operazioni di import/export controllando le varie rotte commerciali, gestisce il flusso di valuta estera, inclusi i servizi tramite Western Union e il Banco Financiero Internacional (BFI) con attività finanziarie di decine di miliardi di dollari depositati in casse estere e conti segreti, usati per investimenti massicci in infrastrutture e in settori privati a discapito dei servizi sociali come la sanità.

Più o meno legate al maggior conglomerato economico del paese, gravitano diverse holding come la CIMEX S.A. che detiene una rete di negozi, stazioni di servizio, società di import/export, ristoranti e servizi finanziari, la ETECSA monopolista dei servizi di telefonia e internet, la Corp.Habanos S.A. una joint venture tra il gruppo statale Cubatabaco e la società britannica di tabacco Imperial Tobacco, la BioCubaFarma che riunisce aziende del settore farmaceutico e la Cubana de Aviación compagnia di bandiera che controlla i voli nazionali e internazionali. Questi solo per citare le principali. Molte di queste società operano attraverso società offshore registrate all’estero, spesso a Panama, per aggirare le sanzioni statunitensi, a dimostrazione di come il capitale statale si fonda con quello privato.

Il proletariato cubano, sempre più impoverito e numeroso, schiacciato nelle faide tra borghesi, tra due governi sotto due bandiere nazionali in lotta per la gestione dei traffici capitalistici, non otterrà nessun vantaggio dallo schierarsi a sostegno della propria classe dirigente sfruttatrice. Il proletariato non ha nulla da guadagnare né nel difendere i generali attuali in nome dell’antistorico mito borghese della “sovranità nazionale”, né nell’abbattere la burocrazia militare del GAESA se questa verrà semplicemente sostituita dai manager privati a stelle e strisce. La fame, i blackout e la miseria non cesseranno con un cambio di bandiera o di gestione dell’azienda-Stato.

Affiancarsi al padrone nazionale o sostenere lo sfruttatore più debole, considerato erroneamente come il "male minore", è una narrazione subdola ed erronea.

Per la classe lavoratrice il nemico è dentro casa: i propri sfruttatori borghesi, tanto a Cuba quanto negli Usa, in Cina, in Russia passando per l’Europa. La sua salvezza ed emancipazione potrà avvenire solo tramite la lotta e l’organizzazione di classe per migliori condizioni di vita, per i salari, l’orario di lavoro, per la sanità gratuita ed efficiente, per l’istruzione, il diritto alla casa, e per la successiva unione rivoluzionaria con i lavoratori di tutti i paesi, compreso quelli degli Stati “aggressori”.

La bussola storica è unica, tanto a L’Avana quanto a New York: il rifiuto di ogni fronte interclassista per la distruzione del sistema del salario e della legge del valore.






PAGINA 2


Bolivia
Sciopero generale a oltranza deviato in insurrezione riformista e interclassista


Dal rapporto alla riunione generale del 23-24 maggio

Lo sciopero che scuote la Bolivia non è un evento isolato né una semplice vertenza sindacale per miglioramenti settoriali: è una manifestazione evidente dell’acuirsi delle contraddizioni sociali e di come la lotta di classe possa risorgere, in un periodo di profonda crisi storica del modo di produzione capitalistico. Gli avvenimenti sull’altopiano andino confermano che la crisi di accumulazione del capitale si scarica violentemente sul proletariato, e il ruolo ammortizzatore e traditore delle dirigenze sindacali riformiste e dei partiti opportunisti.

La Bolivia si trova al crocevia di una doppia contraddizione. Da un lato quella interna e insormontabile tra capitale e lavoro, acuita da un severo piano di aggiustamento fiscale. Dall’altro la condizione di paese subordinato, fornitore di materie prime, che lo trasforma in un campo di battaglia nell’attuale disputa interimperialista globale per il controllo delle risorse energetiche e minerarie strategiche.

La crisi economica – nelle sue espressioni sociali e politiche – che attanaglia la società boliviana non deriva da “cattiva gestione”, da corruzione delle cricche politiche al governo o dal fallimento del demagogico “processo di cambiamento” e del suo presunto orientamento “socialista”, sbandierato dagli opportunisti del MAS. Si tratta di una crisi sistemica del capitalismo mondiale in cui è inserita la Bolivia e che non potrà essere risolta con riforme, con cambi di governo o con manovre contingenti in materia fiscale e di ristrutturazione dello Stato borghese. E, naturalmente, né gli opportunisti del Movimento al Socialismo (oggi frammentato da lotte interne) né i partiti di destra oggi al governo potranno (né vorranno) condurre alcun cambiamento rivoluzionario, e si limiteranno ad attuare manovrette affinché nulla cambi e il capitalismo si mantenga nell’unico modo possibile: approfondendo lo sfruttamento del lavoro salariato e proletarizzando settori della piccola borghesia.

Il capitalismo di Stato boliviano dal controllo dell’estrazione e della commercializzazione delle materie prime presenti nel sottosuolo trae una rendita che arriva alla borghesia, alla piccola borghesia e alle multinazionali attraverso concessioni, contratti, alleanze commerciali. Ma qualcosa arriva, oltre che a trattamenti preferenziali per dirigenti e manager, anche alla “aristocrazia operaia” nonché a vari programmi populisti che, presentati per la “inclusione sociale”, in realtà promuovono il clientelismo, la smobilitazione degli oppressi, e nel contempo generano anche benefici a imprese legate al potere borghese.

Questo modello ricorrentemente entra in crisi quando crollano i prezzi internazionali delle materie prime, quando il peso del debito toglie ossigeno finanziario e quando le dimensioni dello Stato – il suo ipertrofico organico, i suoi numerosi ministeri, le imprese e gli istituti ad esso collegati e il clientelismo sociale – diventano insostenibili, vengono “ristrutturati”, o semplicemente eliminati attraverso licenziamenti, tagli ai bilanci e privatizzazioni.

Si tratta di un ciclo economico che porta all’alternanza politica tra governi di sinistra, nazionalista ed elettoralista, inclini ad aumentare la dimensione dello Stato, e governi di destra, “neoliberista” e per la sua riduzione. Sono entrambi varianti di tattiche “anticrisi” della borghesia, e la storia, anche recente, dimostra che sono state attuate indistintamente dalla sinistra e dalla destra. Anche se cercano di nasconderlo, vengono a coincidere le politiche dei governi di destra in Argentina e El Salvador con quelle di sinistra in Venezuela, Cile e Brasile, per esempio.

Questo si osserva in Bolivia, dove l’“aggiustamento” economico e la “ristrutturazione” dello Stato è toccato affrontarli alla destra di Paz, ma che sarebbe il MAS ad attuare se fosse al governo. In entrambi i casi tutto il peso ne ricadrà sulle spalle dei lavoratori.


Contesto economico, politico e sociale

L’esplosione del maggio scorso è il risultato sia del fallimento dell’illusorio riformismo del capitalismo di Stato sia della successiva transizione verso una austerità classica. Dopo l’uscita di scena del governo di Luis Arce, alla fine del 2025, l’insediamento di Rodrigo Paz Pereira ha segnato una svolta esplicita verso la cosiddetta “ortodossia economica”, cercando di correggere gli squilibri fiscali e soccorrere i capitalisti ad affrontare la crisi, come sempre, aumentando lo sfruttamento dei lavoratori. L’amministrazione di Paz Pereira ha immediatamente attuato il Decreto Supremo 5516, un piano di aggiustamento fiscale draconiano volto a “risanare” l’economia capitalista nazionale attraverso il riordino delle finanze e il brutale taglio della spesa statale, riducendo il monte salari dello Stato tra il 25% e il 30%.

Sebbene il nuovo governo borghese sia riuscito a stabilizzare temporaneamente le variabili macroeconomiche che interessano i tecnocrati e i creditori internazionali – portando le Riserve Internazionali Nette a 3.813 milioni di dollari nel primo trimestre del 2026 e contenendo parzialmente il dollaro parallelo – la base materiale della società si trascina dietro un’eredità catastrofica. Il 2025 si è chiuso con un’inflazione superiore al 20%, una carenza storica di carburanti e una massiccia perdita del potere d’acquisto dei salari. La pazienza del proletariato e delle masse semiproletarizzate ha raggiunto il limite, innescando le mobilitazioni di massa che oggi configurano la geografia della protesta nel Paese.

Lo sciopero generale a tempo indeterminato è iniziato il 4 maggio. Al momento della stesura di questo rapporto lo sciopero dura già da tre settimane e mostra di protrarsi nel tempo di fronte all’intransigenza del governo e del padronato.

Il conflitto ha una portata nazionale, ma la sua forza e intensità sono geograficamente disomogenee. L’epicentro è La Paz e il suo quartiere di El Alto, dove si concentrano 50 dei 67 blocchi stradali del Paese. Cochabamba è il nodo del blocco sulle rotte verso l’occidente, con punti chiave a Quillacollo e sul ponte Huayculi. Al contrario, la regione orientale di Santa Cruz mostra una minore adesione di classe allo sciopero, sebbene si trovi economicamente soffocata a causa dell’isolamento stradale provocato dai blocchi. La città di La Paz si è progressivamente paralizzata a causa dell’accerchiamento, la paralisi dei trasporti, la sospensione della raccolta dei rifiuti (che ha riempito le strade di cumuli di immondizia), la scarsità di alimentari e, in particolare, l’allarme degli ospedali per l’insufficienza di forniture mediche; tutto questo mentre in città arrivano contingenti sempre più numerosi di manifestanti dopo lunghe marce da altre regioni.

Per quanto riguarda la composizione sociale dei partecipanti, si osserva:

- Il proletariato e i settori sfruttati: convocati dalla Centrale Operaia Boliviana (COB) dopo un’assemblea popolare di massa a El Alto. Partecipano con grande combattività gli insegnanti urbani (organizzati nella Federazione Dipartimentale dei Lavoratori dell’Insegnamento Urbano), gli autisti (Federazione degli Autisti di La Paz) e i minatori. La Federazione degli Autisti di La Paz non è un’organizzazione di classe omogenea, inquadra sia i proprietari di mezzi di trasporto sia i lavoratori salariati e sovrasfruttati.

- Contadini e piccola borghesia rurale: mobilitati in massa attraverso i Contadini Aimara, di 29 province, gli Interculturisti (strato di piccoli e medi produttori agricoli privati) e la Federazione Dipartimentale dei Cooperativisti Minerari (Fedecomin).

Gli si oppongono:

- Le frazioni politiche e sociali legate all’“evismo” (affini a Evo Morales, sebbene alla direzione del movimento non sia necessariamente quel personaggio), che non rappresentano un’alternativa rivoluzionaria, ma strumentalizzano la rabbia della base per riposizionarsi nella disputa per il controllo dell’amministrazione dello Stato borghese. Si tratta di correnti politiche opportuniste affini, che stanno guidando le mobilitazioni, i blocchi e la richiesta di dimissioni del presidente Paz.

- Lo Stato borghese e i suoi amministratori: guidati dal presidente Rodrigo Paz Pereira, sostenuti dall’apparato giudiziario e di polizia, e pronti a ricorrere alle forze armate per la repressione.

- La borghesia nazionale e transnazionale: rappresentata dall’imprenditoria agraria, agroindustriale (in particolare quella di Santa Cruz), avicola, esportatrice e turistica. Dietro le quinte operano i grandi consorzi capitalisti e gli interessi imperialisti che bramano il gas, i minerali e le riserve di litio del paese.

La classe operaia e i ceti oppressi ricorrono ai loro metodi storici di lotta, combinando lo sciopero nelle miniere e nelle scuole con diffusi blocchi stradali di massa, interrompendo il traffico a scala nazionale. Questa strategia ha provocato un accerchiamento quasi totale dei principali centri urbani dell’ovest, paralizzando il trasporto interdipartimentale e bloccando il flusso delle merci.

La risposta dello Stato borghese si concretizza nella criminalizzazione giudiziaria combinata con l’uso della forza. La polizia e l’esercito – mobilitato per sbloccare le strade principali – hanno agito con estrema violenza. Decine di manifestanti e membri delle comunità locali sono rimasti feriti a causa dei gas lacrimogeni, dei proiettili di gomma e degli scontri fisici sulle strade dell’ovest. Decine di scioperanti sono oggetto di procedimenti giudiziari, accusati di “sedizione” o “sciopero illegale”.


L’impatto della crisi sui lavoratori

L’economia boliviana è sprofondata in una crisi che si manifesta in una stagnazione con alta inflazione, che è il riflesso locale della crisi generale di sovrapproduzione del capitale a livello internazionale. Il 2025 si è chiuso con una contrazione del PIL dello 0,5%, le proiezioni per il 2026 indicano un altro -3,2%. Le attività estrattive, gas e miniere, pilastri delle entrate da parte dello Stato, registrano cali drastici a causa dell’esaurimento dei pozzi e della mancanza di investimenti.

Questo quadro macroeconomico si traduce in un attacco brutale alle condizioni di vita della forza lavoro. Dopo aver chiuso il 2025 con un’inflazione del 20,2%, il costo del paniere di beni di prima necessità ha continuato a salire nel 2026. I generi alimentari essenziali (pane, carne, verdura) subiscono forti aumenti a causa della scarsità di valuta estera che ne riduce l’importazione. Il governo di Paz ha fissato il salario minimo nazionale a 3.300 bolivianos, con un aumento nominale del 20%, ma per i salari reali si calcola una perdita nell’ultimo anno vicina al 60%.

Mentre le condizioni e l’ambiente di lavoro si sono deteriorati all’estremo, la classe operaia per poter sopravvivere è costretta a prolungare la giornata con plurioccupazione, sottoccupazione e informalità.
Il mercato del lavoro è composto principalmente da occupazioni informali. Sono lavoratori autonomi e braccianti, che vivono alla giornata, e sottoproletariato urbano. A questi non è garantito il salario minimo né alcun altro tipo di protezione.

La piccola borghesia è costituita da piccoli e medi imprenditori e commercianti: sebbene operino in condizioni di informalità legale, posseggono piccoli mezzi di produzione, merci o capitale commerciale. Vivono di profitto commerciale. Spesso sfruttano lavoratori familiari o salariati precari. La loro posizione di classe li orienta politicamente verso la reazione: rifiutano gli scioperi e i blocchi operai perché fermano la rotazione delle loro merci e minacciano la loro piccola proprietà; esigono dallo Stato ordine, crediti, sussidi e pace sociale per continuare i loro piccoli traffici. Nel suo approccio interclassista la COB accoglie nelle sue richieste le rivendicazioni in cui si identifica la piccola borghesia.


Rivendicazioni avanzate dai capi dello sciopero

Il documento presentato dalla burocrazia della COB raccoglie più di 112 richieste di carattere lavorativo e politico. Il nucleo si sintetizza nei seguenti punti:

1. Aumento salariale indicizzato al costo dei beni di prima necessità. Questa richiesta è stata messa in secondo piano rispetto a quelle dei piccoli e medi imprenditori dei trasporti e del commercio, nonché dei contadini e degli indigeni.

2. Abrogazione di alcune norme contro lavoratori o contadini: rifiuto della decentralizzazione degli insegnanti; ripristino della Legge 1720 che permetteva di utilizzare la piccola proprietà agraria a garanzia di fidi bancari.

3. Approvvigionamento e buona qualità dei carburanti, richiesta del settore dei trasporti pesanti e urbani avanzata dalle piccole e medie imprese di trasporto.

Sebbene siano state presentate alcune rivendicazioni economiche dei lavoratori, che esprimevano i loro bisogni immediati, la direzione della COB ha dato un carattere nettamente interclassista, corporativo e riformista alle sue rivendicazioni.

Subito l’“evismo” ha sospinto il movimento verso la richiesta delle dimissioni del presidente Paz e della convocazione di elezioni presidenziali anticipate, facendo passare in secondo piano le altre rivendicazioni. Ciò ha posto il movimento su un piano politico, non contro il capitalismo bensì per la sua continuità, un cambio di governo nel quadro della democrazia borghese. Così, se la tendenza insurrezionale nel movimento si rafforzasse le alternative sarebbero: a) il mantenimento dell’attuale governo, dopo una trattativa con gli scioperanti, b) le dimissioni del presidente, la nomina di un governo di salvezza nazionale e la convocazione di elezioni anticipate, c) un colpo di Stato per fermare il movimento e blindare militarmente l’aggiustamento fiscale in corso. In tutti questi possibili esiti la borghesia continuerà a detenere il potere, sia che governi appoggiandosi ai partiti di destra, sia che si avvalga di quelli della sinistra opportunista. come il MAS, la corrente “evista” e simili (“movimenti sociali” e la COB), sia che passi il potere a una giunta militare.

Mercoledì 20 maggio il presidente Paz ha annunciato un riassetto del governo e assicurato che “migliorerà la comunicazione” con i vari settori sociali. Allo stesso tempo ha denunciato i manifestanti di vandalismo e, senza menzionarlo, ha accusato Evo Morales e i suoi di nascondere dietro una “bandiera ideologica” il legame con il “narcotraffico e l’illegalità”. Ha confermato il piano di aggiustamento macroeconomico, la ristrutturazione dello Stato e lo smantellamento dei “meccanismi di corruzione” secondo lui sviluppati negli ultimi 20 anni di governi del MAS.

Dato che i blocchi continuano, il presidente ha chiesto l’apertura di un “corridoio umanitario” per garantire le forniture mediche a El Alto e La Paz, generi alimentari e carburanti. Il che prova che il governo non ha il controllo della situazione.

Paz invita a un “Consiglio economico e sociale”, un tavolo di conciliazione interclassista, ma rifiuta categoricamente di discutere di salari: il suo compito resta sostenere i profitti.

Il 21 maggio sotto il controllo delle forze di polizia è entrata a La Paz una carovana di autocarri con carburante e forniture mediche. Ma il fatto che si debba ricorrere all’aviazione militare per far arrivare razioni alimentari di carne e si dipenda dall’aiuto logistico degli Stati vicini, Argentina e Cile, dimostra che la circolazione delle merci è ancora interrotta e conferma che nel paese la base sociale della lotta resiste.

Gli scioperanti, benché dominati dall’interclassismo e dall’opportunismo, rimangono fermi nella richiesta di dimissioni di Paz, rifiutano il dialogo con “un governo agonizzante” e respingono la convocazione del Consiglio Economico e Sociale.

Anche la reazione si è mobilitata nella capitale “in difesa della democrazia”. Anche gli organismi internazionali si sono pronunciati a sostegno di Paz e lo stesso il governo degli Stati Uniti, che ha emesso una apposita dichiarazione.


Politici, sindacalisti, imprenditori

Lo sciopero ha polarizzato gli schieramenti di classe sulla scena nazionale.

Il governo mantiene una posizione inflessibile in difesa dei decreti di austerità.

Il mondo imprenditoriale (industriale e agrario) esprime un rifiuto assoluto, denuncia perdite milionarie ed esige mano dura da parte dello Stato.

L’opposizione borghese tradizionale e i Comitati Civici (figure come Carlos Mesa) denunciano che il paese è «sequestrato da minoranze violente». Il Comitato pro Santa Cruz, apertamente anticomunista, accusa Evo Morales di orchestrare un “colpo di Stato”. Governo e opposizioni concordano sulla urgenza di schiacciare la resistenza operaia.

I partiti opportunisti, l’“evismo”, si appropriano del conflitto per incanalare il malcontento verso soluzioni elettorali o lotte di palazzo, tradendo il potenziale rivoluzionario dello sciopero fatto merce di scambio della politica borghese.

Organismi pacificatori e mediatori istituzionali (Difensore del Popolo) cercano di diluire il conflitto di classe in tavoli di dialogo sterili. Sconsigliano l’uso delle Forze Armate per salvare l’ordine costituzionale borghese.


Tradimento storico e opportunismo della COB

Il comportamento politico nel tempo della Centrale Operaia Boliviana (COB) svela la sua totale sottomissione allo Stato borghese. Sotto i governi riformisti di Evo Morales e Luis Arce la burocrazia sindacale ha agito come un’appendice sfacciata del potere esecutivo, proponendo strutture corporative e disinnescando alla radice ogni accenno di indipendenza e iniziativa del proletariato. Le rivendicazioni operaie sono state sistematicamente soffocate e sacrificate in nome della stabilità del “capitalismo di Stato” andino e del falso “processo di cambiamento”.

Ugualmente, l’attuale rapida convocazione dello sciopero generale a tempo indeterminato contro il governo di destra non risponde a un improvviso risveglio di classe ma al più abietto opportunismo. La dirigenza della COB si è allineata all’“evismo” per strumentalizzare la rabbia legittima della base operaia.

Non si cerca di opporsi, tanto meno di abbattere, lo Stato capitalista, ma di logorare l’amministrazione Paz per riposizionare la propria frazione politica nel controllo dell’apparato governativo. La direzione della COB conferma il suo ruolo storico controrivoluzionario, trasformando le rivendicazioni operaie in merce di scambio nelle lotte interborghesi. Che comunque comportano un certo pericolo anche per queste comparse: al culmine del conflitto il presidente della COB ha pensato bene di andarsi a nascondere.


L’assenza di direzione rivoluzionaria

Il dramma storico della classe operaia, non solo boliviana, viene nuovamente messo in evidenza da questo grande sciopero. Il proletariato minerario, dell’istruzione e dei trasporti dimostra grande combattività, paralizza il paese, si affianca a ceti indigeni, contadini e della piccola borghesia scontenta. Tuttavia l’efficacia logistica dei blocchi contrasta con la debolezza politica e ideologica delle organizzazioni che raggruppano i lavoratori.

In mancanza di una direzione rivoluzionaria con un chiaro programma di incondizionata difesa di classe, con in prospettiva il rovesciamento del capitalismo, i salariati si trovano intrappolati tra il martello del potere statale e l’incudine dell’opportunismo riformista. Così lo sciopero finirà per esaurirsi, tradito in cambio di briciole salariali nominali.


Per la ripresa della lotta di classe

Il capitalismo nazionale in crisi non ha concessioni da offrire.

Ma la borghesia è una classe mondiale. I monopoli e le potenze imperialiste, sia del blocco occidentale sia euroasiatico, che si contendono il litio, il gas e le risorse della Bolivia, sempre si opporranno alla emancipazione delle masse lavoratrici quando si pongano in rottura con le vie riformiste, interclassiste, nazionaliste.

L’appello sciovinista a combattere il “nemico esterno”, l’”anti-imperialismo” borghese della sinistra opportunista, è una distrazione del proletariato dai suoi obbiettivi di classe e uno spreco di energie.

Per rompere questo circolo vizioso di sfruttamento e tradimento lo sciopero boliviano conferma i seguenti insegnamenti:

1. La combattività spontanea e la forza organizzata sono insufficienti se manca il fattore politico soggettivo centrale: il partito d’avanguardia della classe operaia. Solo il partito comunista può unificare le lotte disperse dei minatori, degli insegnanti, degli autisti, dei sottoproletari urbani e dei lavoratori in generale e dirigere efficacemente queste forze contro il regime borghese.

2. Il movimento operaio deve mantenere intransigente la rivendicazione dell’aumento generale dei salari e le altre della classe lavoratrice.

3. Spazzare via la burocrazia sindacale collaborazionista che trasforma ogni lotta in tradimento e cedimento al padronato.

4. Ricostituire veri organi di resistenza contro il capitale, sindacati di classe che uniscano la classe operaia, senza divisioni per nazionalità o mestieri, e che assumano il metodo dello sciopero a tempo indeterminato e senza servizi minimi. Sindacati territoriali e non solo aziendali.
Solo apprese queste lezioni l’attuale resistenza difensiva contro lo sfruttamento padronale, in concomitanza con un risorto movimento internazionale della classe operaia, assurgerà ad offensiva rivoluzionaria per la distruzione dello Stato borghese e l’avvio alla liberazione della società comunista.







Per il sindacato di classe Pagina di impostazione programmatica e di battaglia del Partito Comunista Internazionale

La polizia sgombera un picchetto a Prato
Lo Stato sarà sempre contro la classe lavoratrice

Il 3 luglio lo Stato ha reagito e “ha vinto” (come ha tenuto a sottolineare la dirigenza aziendale) sgomberando, con l’aiuto della sua manovalanza poliziesca, il picchetto operaio che durava da due settimane, difeso dal sindacato Sudd Cobas, iniziato il 20 giugno, dopo che l’Azienda Acca di Seano (Prato) aveva annunciato la cessazione dell’attività mettendo a rischio 100 posti di lavoro. 15 operai e 3 sindacalisti sono stati letteralmente trascinati con la forza in questura per l’identificazione, e successivamente rilasciati.

La Acca è un importante hub logistico del pronto moda nel distretto di Prato che distribuisce in tutta Europa per conto di 80 medi e piccoli laboratori e marchi. Attualmente è sotto amministrazione giudiziaria per frode fiscale e doganale, per la quale ha subìto un sequestro di beni per 71 milioni di euro.

Ma i 100 posti di lavoro da tagliare nascono esclusivamente dall’esigenza da parte dell’azienda di trasferire l’attività verso magazzini in cui si può continuare a tenere i lavoratori in condizioni di schiavitù, lontano da una classe combattiva e sindacalizzata.

Questa ennesima mobilitazione degli operai è il culmine di anni di lotte, e di vittorie, nel distretto tessile: rappresentati dal proprio sindacato, il Sudd Cobas, non hanno mai smesso di battersi per migliori condizioni di vita, contro sfruttamento, bassi salari, orari di lavoro di 12 ore al giorno 7 giorni su 7, contratti irregolari e caporalato.
Ma sono stati anche anni di intimidazioni, ritorsioni, violenze fisiche dei padroni e dei loro caporali. Il 23 giugno un operaio di 45 anni a un picchetto è stato investito da un furgone.

Davanti a tutto questo oggi lo Stato interviene con la forza, contro gli ultimi e i più sfruttati, perché continuino a circolare merci prodotte con il sangue e lo sfruttamento, per il guadagno dei capitalisti, dimostrando per l’ennesima volta di non essere un apparato imparziale al di sopra delle classi, ma una macchina a difesa del profitto, della proprietà e dello sfruttamento della classe lavoratrice.

Il fatto che a Prato lavoratori italiani e immigrati lottino fianco a fianco, e che la ditta in questione (come altre del settore) sia di proprietà di un capitalista cinese e non italiano, dimostra che, al di là della demagogia di destra sulla “remigrazione” e di sinistra sulla “integrazione”, per la borghesia di ogni colore poco contano la nazionalità e l’etnia, ma soltanto la difesa dei suoi interessi.

Per la internazionale classe dei padroni la altrettanto internazionale classe lavoratrice, locale e straniera, deve stare al suo posto. Le è consentito manifestare, ma solo in maniera innocua non mettendo a repentaglio le leggi del capitalismo e del profitto. Questo è l’inganno democratico e costituzionale che oggi si conferma in tutta la sua evidenza.

È un copione che si ripete da sempre. Non era da attendere “la deriva fascista” del governo attuale, che serve solo alla sinistra borghese e ai sindacati di regime per rifarsi una verginità, ma sempre hanno tollerato e avallato politiche di sfruttamento.

Non appena la classe rialza la testa e si organizza per migliori condizioni di vita la democrazia cede il passo al fascismo. Non vi è nulla di “anticostituzionale”, come pretendono liberali e democratici, sostenitori di un’economia capitalistica “etica”, ma che legittima l’attuale economia disumana, la limitazione della libertà di sciopero – prevista dall’art.40 della Costituzione – e il ricorso alla repressione per tutelare la sacra proprietà e la libera circolazione delle merci.

La sinistra borghese è complice della destra nel maneggio dello Stato, che difende il capitalismo. Le sue Costituzioni lo legittimano e lo edulcorano. Mai salveranno i diritti dei lavoratori, italiani e stranieri.

L’unica strada che si impone ai lavoratori è l’estendere gli scioperi, in modo organizzato, uniti oltre l’azienda e in più settori, su un territorio sempre più esteso e con sindacati sempre più combattivi, diretti dall’autentico partito comunista rivoluzionario, che non faccia cedere i lavoratori con pretesti legalitari ed elettorali.

È una guerra sociale, di tutta la classe lavoratrice. Occorre far confluire la lotta dei lavoratori a Prato con quella delle altre aziende e degli altri settori, dei braccianti, dei metalmeccanici, della logistica, dei disoccupati e precari, ecc.

Questo potrà esser fatto solo ricostruendo un vero unitario sindacato di classe, contro il tradimento dei grandi sindacati confederali, che non solo trattengono l’estensione delle lotte ma aiutano i padroni e lo Stato nel sabotarle.
La strada per giungere a questo obiettivo oggi è battersi per l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale, dei sindacati di base e di questi con le aree conflittuali in Cgil: una unità pratica che prepara l’unità organizzativa.







Contro le condizioni peggio che da schiavi dei lavoratori immigrati
La difesa di tutta la classe operaia richiede la solidarietà nella organizzazione e nella lotta coi suoi reparti precari e irregolari

Quattro giovani, tra i 18 e i 29 anni. Erano operai agricoli, braccianti immigrati, tre afghani e uno pakistano: Ullah Ismat Qiemi, Amin Fazal Khogjani, Waseem Khan e Safi Iayjad. Sono stati massacrati perché si erano ribellati ai loro sfruttatori. Una esecuzione – pubblica, in pieno giorno, feroce – per dare l’esempio a tutti i braccianti che a decine di migliaia ogni giorno lavorano nei campi, affinché subiscano, non lottino, non scioperino, non si sindacalizzino, allo scopo di ottenere un salario non da fame, documenti di soggiorno, alloggio, assistenza sanitaria.

Questo orrore è stato compiuto lunedì primo giugno ad Amendolara (Cosenza), ai confini occidentali del Metapontino, ricca area agricola sulla costa ionica che insiste sulla provincia di Matera in Basilicata e lambisce a ponente la provincia di Cosenza in Calabria e a levante quella di Taranto, in Puglia. Dedicata principalmente alla coltura degli alberi da frutto, in particolare gli agrumi.

Nel fiume di ipocrisia riversato da stampa e partiti borghesi a cui si è abituati assistere in occasioni come questa, nessuno però ha potuto dire che si sia trattato di un delitto insolito e imprevedibile.

Quattro giorni prima in provincia di Vicenza un bracciante indiano, feritosi gravemente in un’azienda agricola cadendo da tre metri, è stato abbandonato dai proprietari per strada invece d’essere portato al pronto soccorso.
Venti giorni prima, il 9 maggio, a Taranto, a pochi chilometri da Amendolara, un bracciante maliano – Sako Bakari – è stato ucciso da un gruppo di ragazzini mossi dall’odio razziale, alle 5 del mattino mentre andava a farsi sfruttare nei campi.

Due anni fa, nel giugno 2024, nell’Agro Pontino laziale, in provincia di Latina, un bracciante sikh indiano, Satnam Singh, dopo che un macchinario gli aveva tranciato un braccio, fu abbandonato dal padrone dell’azienda davanti casa, per non portarlo al pronto soccorso e così evitare problemi legali. Per il ritardo nel soccorso morì il giorno dopo.

Il 2 giugno 2018, a San Calogero, in provincia di Vibo Valentia (Calabria), fu ucciso a colpi di fucile da un padroncino agricolo il bracciante maliano Soumaila Sacko, militante sindacale dell’Usb, mentre in un’area privata abbandonata cercava di raccogliere lamiere da usare per la baracca in cui dormiva nella vicina tendopoli di San Ferdinando, a Rosarno, in cui negli anni sono giunti ad abitare oltre duemila braccianti che lavorano stagionalmente nella Piana di Gioia Tauro, principalmente nella raccolta degli agrumi.

Questa catena di sangue, che solo in piccola parte riportiamo, non è il prodotto di un “capitalismo malato” o di singole aziende criminali, ma la fisiologia stessa del modo di produzione capitalistico applicato alla terra. Il caporalato non è un “residuo feudale” da estirpare con più legalità borghese, ma la forma scientifica con cui il capitale agrario si arricchisce, in Calabria come in Punjab, in India e in Pakistan, in Cina o nel Mato Grosso in Brasile etc.

Ma il fatto più importante non riguarda la morte o un altro episodio che esprime la sottomissione del proletariato agricolo in Italia, bensì quello della sua rivolta, il 7 gennaio del 2010 a Rosarno. Scrivemmo: «Pugno in faccia ai lustratori del capitalismo e del suo “progresso”, lo sciopero, che questo è stato, esploso a Rosarno non è episodio di una guerra fra razze, ma fra opposte classi sociali, una tipica lotta di braccianti stagionali, con i medesimi tumultuosi tratti della sua storia secolare. Da una parte uno strato di puri proletari salariati che, come tutta la loro classe, non hanno niente da perdere e non hanno patria, dall’altra i fondiari, i capitalisti agrari, il loro Stato e polizia e i loro giannizzeri armati, con su gli alberi i frutti che intanto maturano» (“il Partito Comunista” n.339, gennaio-febbraio 2010).

Quella rivolta terrorizzò, oltre che i piccolo borghesi benpensanti locali, il padronato medio e grande che dallo sfruttamento dei braccianti, lungo tutta la filiera alimentare, dai campi alla grande distribuzione, ricava profitti enormi. Preoccupò certamente, insieme alla borghesia, il suo regime politico in veste democratica, che con le leggi contro gli immigrati, a cominciare dalla Bossi-Fini (L.189/2002), li pone in condizioni di illegalità e continuo ricatto per avere o mantenere il permesso di soggiorno. Da allora quelle norme giuridiche sono rimaste in vigore – in perfetta continuità fra i diversi governi – per dividere la classe lavoratrice, insieme a odio e pregiudizi martellati dai media borghesi.

Questa legislazione schiavista non è “di destra”, “razzismo parlamentare”, ma una funzione economica dello Stato della classe dominante borghese. Lo Stato garantisce al padronato un serbatoio di forza-lavoro ricattata, utilizzata come leva per abbassare il salario dell’intero proletariato autoctono, spezzandone l’indispensabile unità di classe.

La rivolta di Rosarno alimentò un processo di organizzazione dei braccianti nell’Usb e in altri organismi sindacali di base, che però permane ancora debole.

La Cgil, similmente a quanto accaduto, ad esempio, nella logistica o nel distretto tessile di Prato, ha abbandonato ogni lavoro di organizzazione ai fini della lotta di questi lavoratori. Offre servizi di assistenza individuali per le pratiche legate al soggiorno e l’unica azione collettiva che svolge è del tipo di quella delle associazioni benefiche religiose. Anche la Cgil, ogni qual volta accadono simili misfatti, “denuncia” il “sistema del caporalato”, la “malavita organizzata”, e, in esangui manifestazioni invoca, come unico sbocco pratico, l’intervento delle istituzioni statali. Quattro giovani lavoratori bruciati nell’ingranaggio del lavoro salariato non sono valsi nemmeno la proclamazione di uno sciopero territoriale! Con questa inazione il maggior sindacato di regime non ha fatto che sancire la divisione di questo reparto di lavoratori dal resto della classe operaia.

Puntuale come in ogni tragedia, la Cgil ha messo in scena il 6 giugno la sua inutile sfilata, in testa il segretario generale accompagnato dalla segretaria del Partito Democratico. Un coacervo di retorica legalitaria e lacrime di coccodrillo. Il sindacato di regime soffoca lo spontaneo bisogno e istinto alla lotta della classe nello sterile moralismo interclassista e lo incanala nei vicoli ciechi delle petizioni alle stesse istituzioni complici di ogni orrore.

Si può notare che la strage è avvenuta il giorno prima dell’ottantesimo anniversario della Repubblica. Quella democrazia, a cui i sindacati di regime si appellano per difendere i braccianti, invece di organizzarne la lotta, non ha cambiato di una virgola in questi decenni la loro condizione, per il semplice fatto che è il regime borghese il primo a volere che resti tale, per difendere i profitti del settore, dalle aziende agricole a quelle della distribuzione.

Invece la lotta sindacale di classe fra i braccianti comporterà lo scontro violento col padronato, con le sue bande irregolari, criminali, e con lo Stato borghese. Come sempre è stato nella storia del movimento operaio.

La lotta dei lavoratori nel distretto tessile di Prato organizzata da anni dal sindacato di base Sudd Cobas offre un esempio di organizzazione di un settore di lavoratori immigrati e di scontro col padronato. Svariate volte i picchetti sono stati violentemente attaccati da bande di picchiatori delle aziende e persino dai padroni stessi. Alla dimensione piccola delle aziende il Sudd Cobas ha risposto privilegiando una organizzazione territoriale del sindacato, invece che aziendale – come nell’errata tradizione dell’opportunismo sindacale – promuovendo giornate di scioperi che coinvolgono più aziende in cui ai picchetti partecipano lavoratori di diverse fabbriche. In anni di scioperi, picchetti, aggressioni, le istituzioni democratiche locali sono rimaste sempre a guardare, mentre lo Stato se è intervenuto lo ha fatto con la polizia, per difendere le aziende sgombrando i picchetti.

La condizione dei braccianti è simile ma resa ancora più difficile dalla dispersione sul territorio e dal maggior grado di violenza che lo Stato borghese concede al padronato di usare: i caporali che hanno ucciso i braccianti ad Amendolara finiranno in galera, ma sono solo gli esecutori di un dispiegato sistema di minacce e violenze. Il capitalismo ha bisogno di sfruttare manodopera immigrata a basso costo per i suoi profitti, dopo aver depredato e generato sempre più povertà in vaste aree del mondo.

Nulla cambierà per i proletari agricoli se non saranno loro stessi a organizzarsi e lottare. Per far ciò è assolutamente necessario un sindacato di classe, che unisca la loro lotta a quella del resto della classe operaia, giovando e rafforzando entrambe, essendo in realtà un’unica lotta della stessa classe sociale. La vera difesa della classe proletaria coincide con la capacità di organizzare e difendere la sua parte più sfruttata. Fino ad allora non potrà dirsi di avere un autentico sindacato di classe.

Questa lotta sindacale non addiverrà a una pacifica convivenza fra le classi – nella illusione riformistica di una democrazia finalmente e veramente funzionante – ma al loro scontro frontale nello sbocco rivoluzionario. Mai la democrazia – quella democrazia che produce 1.500 morti all’anno sul lavoro, che finanzia guerre e genocidi, che taglia salari, sanità e pensioni e a cui i sindacati di regime si appellano – cambierà la condizione dei braccianti, come quella di tutta la classe salariata. Saranno la rivoluzione e la dittatura del proletariato a fare piazza pulita degli sfruttatori, che alimentano il loro privilegio sociale e dominio politico col sudore e col sangue di milioni di lavoratori.







Electrolux
I licenziamenti chiamano all’unità dei lavoratori nello sciopero di tutto il gruppo e con le altre aziende


Pordenone, 13 maggio

La multinazionale ha annunciato 1.700 licenziamenti in Italia: Susegana (Treviso), Porcia (Pordenone), Forlì, Solaro (Milano), con la chiusura completa dello stabilimento di Cerreto d’Esi (Ancona).

I sindacati collaborazionisti e di regime si stanno già muovendo nella solita fallimentare direzione: chiudono la prospettiva di lotta degli operai nei confini della fabbrica e chiedono aiuto alle istituzioni locali.
La solidarietà delle istituzioni locali è fasulla, serve solo ai partiti padronali e ai falsi partiti operai a speculare sulle disgrazie degli operai: in realtà decidono in combutta col regime borghese a Roma.

La solidarietà di cui hanno bisogno gli operai è solo quella del resto della classe salariata. Non a parole ma con lo sciopero più esteso e unito possibile.

Innanzitutto occorre mantenere l’unità di sciopero degli stabilimenti del gruppo: già nelle prime 8 ore di sciopero di martedì 12 maggio indetto dalle direzioni nazionali di Fim Fiom e Uilm queste hanno lasciato libertà di scelta a ogni Rsu di fabbrica circa quando scioperare, iniziando in questo modo subdolo a minare l’unità, che invece va difesa, costruita, rafforzata.

In secondo luogo occorre costruire lo sciopero generale nei territori dove sono le fabbriche Electrolux, spiegando che il licenziamento di un gruppo di salariati non è faccenda che riguarda solo i dipendenti della singola azienda ma tutti i lavoratori, perché va a indebolire tutta la classe lavoratrice, a maggior ragione quando si tratta di una grande azienda che, per condizioni oggettive, è un punto di forza del movimento sindacale.

In terzo luogo le gite a Roma sono un dispendio di energie fisiche ed economiche. Molto più importante e utile sarebbe organizzare trasferte nei vari stabilimenti, ove riunire fisicamente gli operai in assemblee davanti ai cancelli, anche per rafforzare i picchetti, scegliendo gli stabilimenti da colpire più duramente perché più preziosi per i profitti dell’azienda.

A dicembre scorso, a Genova, quando si paventava la chiusura dell’acciaieria ex ILVA, è stato fatto un passo in questa direzione, con la convocazione dello sciopero cittadino dei metalmeccanici. L’USB sostenne lo sciopero proclamato dalla Fiom di Genova, il 4 dicembre, e lo stesso dovrebbero fare oggi tutti i sindacati di base – nei territori in cui sono presenti – nei confronti della lotta degli operai Electrolux.

Solo lo sciopero più duraturo, unitario fra le fabbriche del gruppo, esteso in solidarietà ai lavoratori dei territori, potrà piegare l’azienda e il regime politico padronale.

I licenziamenti della Electrolux non cadono nel vuoto: sono conseguenza e segnano una nuova tappa della crisi di sovrapproduzione del capitalismo mondiale, iniziata da decenni e che continua ad aggravarsi. Estendere e unire la lotta dei lavoratori serve ad affrontare il precipitare di questa crisi – sempre più prossimo, quando i licenziamenti dilagheranno – con scioperi generali per imporre la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, il salario pieno ai lavoratori disoccupati, e contro l’unica soluzione che il capitalismo sta preparando per salvare sè stesso: la guerra.






Usa - Labor Notes 2026
Opportunismo sindacale e sindacalismo di classe

Negli Stati Uniti ogni due anni a Chicago si svolge la grande conferenza sindacale di Labor Notes, una rete trasversale ai sindacati. Quest’anno dal 12 al 14 giugno ha riunito quasi 5 mila militanti sindacali. Molti dei lavoratori presenti rappresentano settori fra i più combattivi del movimento sindacale negli Stati Uniti. Erano presenti anche sindacalisti italiani, come il segretario provinciale della Fiom genovese. Alle edizioni passate parteciparono rappresentanti del SI Cobas e dei ferrovieri della Cub. Oltre alla conferenza biennale il Labor Notes ha propri organi editoriali: una rivista e pagine social.

Quali risposte offre però il Labour Notes a questi militanti sindacali in lotta contro padroni e dirigenze filo-padronali dei propri sindacati di regime?


La “democrazia sindacale”

A cardine della sua strategia il Labor Notes pone la “democrazia sindacale”. In ciò è simile a quella che fino a non molti anni addietro era definita la “sinistra sindacale” in Italia, che albergava in Cgil e che per lo più ha finito per tornare all’ovile col dare sostegno alla sua dirigenza.

Il problema di fondo sarebbe il funzionamento dei sindacati, con dirigenze che li hanno resi macchine burocratiche prive di organi di controllo, verifica e partecipazione degli iscritti. La battaglia fondamentale da condurre sarebbe quindi per la “riforma dei sindacati”, istituendovi meccanismi democratici, che di per sé ne garantirebbero la fedeltà agli interessi dei lavoratori.

Diverse correnti (caucus) per la riforma dei sindacati si sono affermate in questi anni negli Stati Uniti, le più note sono la United Auto Workers for Democracy (UAWD) nel sindacato dell’auto United Auto Workers (UAW), e i Teamsters for a Democratic Union (TUD) nei Teamsters, il più grande sindacato del paese incentrato nei trasporti. Questi movimenti nel marzo 2022 hanno portato nei Teamsters all’elezione, e alla sua conferma a giugno, di Sean M. O’Brien, e, a marzo 2023, nella UAW, colpita negli anni precedenti da scandali legati alla corruzione, all’elezione a presidente di Shawn Fain, entrambi presentati quali sostenitori di una linea un poco più combattiva dei precedenti.

È indubbio che un sindacato di classe debba funzionare al suo interno con meccanismi democratici. Il sindacato inquadra i lavoratori per la loro condizione sociale di salariati, a prescindere dalle loro idee politiche o religiose. Al suo interno si riflettono perciò i diversi orientamenti e partiti politici che hanno seguito nella classe operaia. Il movimento sindacale è perciò un campo di confronto, e scontro, fra i vari indirizzi sindacali: è un campo di battaglia politico. Il partito comunista sa, e afferma, che solo il suo indirizzo sindacale è del tutto coerente e conseguente con la sua impostazione politica, nonché con gli interessi – economici contingenti e storici – della classe salariata. Per misurare i rapporti di forza fra i diversi indirizzi sindacali, figli dei diversi partiti “operai” (fa parte del loro tradimento il definirsi da anni non più tali bensì “di sinistra”, in conseguenza del loro rivendicato interclassismo), e addivenire comunque a un movimento unitario e disciplinato, è necessario dentro il sindacato il meccanismo democratico.

Ed è certo anche vero che nei sindacati di regime, ma anche in quelli di classe diretti dall’opportunismo, tali meccanismi siano in diversa misura ridotti e compromessi.

Tuttavia, di per sé, un più effettivo e rispettoso utilizzo dei meccanismi democratici entro il sindacato non è affatto garanzia sufficiente di un suo posizionarsi nel campo della classe, fuori dal collaborazionismo sindacale e di regime. Anzi, se quella della “democrazia sindacale” si accompagna a rivendicazioni di obiettivi e metodi propri del collaborazionismo col padronato e col capitalismo nazionale, essa viene solo a coprire il tradimento con un’apparenza di apertura alla consultazione degli iscritti.

È questo il caso dell’orientamento largamente dominante entro Labor Notes. Brevemente ne spieghiamo le ragioni.

Possiamo dividere in tre gruppi gli indirizzi d’azione e le rivendicazioni che, nascosti dietro lo slogan della “democrazia sindacale” – assunto a principio cardine – mantengono saldamente nel campo del collaborazionismo sindacale il movimento di riforma promosso da Labor Notes, con ciò agendo da prezioso puntello del sindacalismo di regime negli Stati Uniti.

Per quanto Labor Notes a parole esprima sostegno alle lotte operaie e ne esalti la combattività, nei fatti non le promuove. Fa dipendere la possibilità di scioperi generali ed estesi dalla futura e previa “riforma” dei sindacati, l’opposizione restando incrollabilmente rispettosa sia dei meccanismi di falsa e coartata “democrazia” manovrata dai loro corrotti funzionari, sia della legislazione dello Stato borghese. Di fatto le richieste ai dirigenti di rispetto dei mandati della base si perdono in una resistenza mafiosa della burocrazia nella quale annega ogni spontaneità e combattività operaia.

Peggio ancora quando ci si appella alle istituzioni statali perché impongano ai dirigenti il rispetto dei risultati delle votazioni e della espressa volontà della maggioranza, illusione ancor più deleteria perché nega alla radice il principio della indipendenza dell’organizzazione sindacale della classe operaia non solo dal padronato ma anche dal suo Stato. Affidando allo Stato borghese la soluzione delle dispute interne all’organizzazione dei lavoratori evidentemente la si intende ad esso subordinata. Siamo con ciò pienamente nel campo del corporativismo sindacale, cui è approdato il sindacalismo riformista fra le due guerre mondiali.

Con questi metodi quindi, nel mentre Labor Notes afferma di voler combattere le dirigenze sindacali filo-padronali, invece non fa che puntellare il loro collaborazionismo sindacale, dandogli inoltre una veste di rinnovata verginità laddove si giunga a un ricambio effettivo della dirigenza, come nei casi sopracitati dei Teamsters e della UAW.


1. Metodi di lotta

Le caratteristiche dei mezzi impiegati da Labor Notes per lottare contro la classe padronale manifestano la volontà di evitare – nonostante quanto dichiarano – che gli scioperi rompano la gabbia legale che è loro imposta. Anche quando fingono di proporre tattiche che verrebbero a infrangere i dispositivi di legge e di precedenti accordi contrattuali non fanno infine che confermarli.

Emblematico in tal senso è stato lo “sciopero generale” indetto a Minneapolis a fine gennaio in risposta alla occupazione della città da parte della polizia anti-immigrazione, la famigerata ICE (Immigration and Customs Enforcement) e la CBP (Customs and Border Protection), che sequestrava lavoratori somali e latini. Il Labor Notes ha scritto cosa intendesse: «uno sciopero generale su ampia base, che potremmo chiamare “blocco civico”, non solo di lavoratori, ma anche amministrazioni locali solidali, chiese, aziende dei media, associazioni professionali e persino alcune imprese». Non quindi una sciopero ma una testimonianza individuale, trasversale alle classi e alle istituzioni borghesi e padronali, chiedendo di non presentarsi al lavoro, non andare a scuola e rimandare gli acquisti di un giorno o due. Sebbene diversi sindacati abbiano aderito il messaggio era esplicito: ai singoli lavoratori è stato consigliato di darsi malati per non violare i contratti con le loro clausole anti-sciopero e per non infrangere la legge, o concordare con i padroni la chiusura per la giornata.

I rapporti di forza sfavorevoli sono il pretesto per mantenere l’azione sindacale nei confini accettabili per il padronato, per il capitalismo nazionale; e utili a fini elettorali.

Occorre invece tornare all’azione diretta, a veri scioperi. Una classe operaia forte e combattiva saprà trascinarsi dietro anche la rivolta dei vari ceti oppressi della società. Ma lottare è possibile solo scontrandosi con le politiche filo-padronali. È nella lotta che viene a imporsi la partecipazione dei lavoratori alla vita del sindacato, spazzando via gli sbarramenti e i formalismi anti-democratici imposti dalle dirigenze, rinnovandoli, riportandoli a essere organi di rappresentanza e di battaglia della classe e non più del padronato. Oppure, come appare essere più verosimile nella maggior parte delle organizzazioni sindacali anche negli Stati Uniti, creando ex novo organismi sindacali di classe, svuotando quelli di regime.


2. Sostegno alla sinistra borghese

Il sostegno di Labor Notes alla sinistra borghese negli Stati Uniti non è un mistero: la sua dirigenza e le sue finanze sono strettamente legate all’AFL-CIO e al Partito Democratico. Possiamo definire la linea politica di Labor Notes non apertamente filo-borghese ma opportunista: non di sostegno al Partito Democratico tout court ma alla sua ala minoritaria “sinistra”, con l’obiettivo, presentato come perseguibile, di rendere il Partito Democratico un organismo politico favorevole ai lavoratori. Ciò naturalmente si risolve nell’offrire credenziali al Partito Democratico presso la classe operaia, che ha in esso sempre meno fiducia, e nel rafforzare la trappola della contrapposizione fra destra e sinistra borghesi in cui è attratta.

Nella stampa di Labor Notes l’elezione di politici democratici “amici” è ripetutamente presentata ai lavoratori come utile alla difesa delle loro condizioni. Alla Convention Nazionale Democratica del 2024 il presidente dell’UAW Shawn Fain, sostenuto da Labor Notes, si è rivolto alla platea: «Da che parte stare? Per noi del movimento sindacale è semplice: Kamala Harris è una di noi». Dopo pochi mesi Shawn ha applaudito apertamente l’introduzione dei dazi del 25% sui veicoli e sui componenti importati. La politica dell’opportunismo finisce sempre nel sostegno al capitalismo nazionale, contro la classe operaia.

I due partiti borghesi, Repubblicani e Democratici, sono in realtà un partito unico che persegue la medesima politica borghese e anti-operaia, quella del Capitale nazionale – l’uno col compito d’ingannare la classe operaia, l’altro la piccola-borghesia.


3. Sostegno alla politica imperialista

Mentre, parallelamente alle crisi sociali ed economiche del capitalismo, la guerra imperialista si propaga e si aggrava, la posta in gioco per la classe operaia non potrebbe essere più alta. Per questo l’apice della nocività dell’opportunismo politico-sindacale si manifesta con l’assecondare la politica borghese volta a spingere il proletariato all’adesione alla guerra.

Tanto il Partito Democratico quanto il Repubblicano sono partiti dell’imperialismo statunitense. Al di là di divergenze di lobby e d’inganno difendono la supremazia dei capitalisti statunitensi sugli imperialismi concorrenti: limitandoci al recentissimo passato, hanno sostenuto entrambi lo Stato di Israele nella sue guerra genocida a Gaza; favorito e alimentato la guerra in Ucraina; accolto con favore i risultati dell’intervento in Venezuela, al di là degli ipocriti distinguo sul metodo. Solo a fini di speculazione elettorale fingono di dissentire dalla guerra in Iran, laddove hanno condiviso per anni e condividono ancora la strategia di supremazia USA nel mercato mondiale degli idrocarburi, che la guerra in Iran persegue e rafforza.

Riguardo alla politica contro gli immigrati è assodato che l’amministrazione Obama ha espulso più immigrati di Trump nel suo secondo mandato, solo che lo ha fatto con metodi meno chiassosi. Le esternazioni irrituali di Trump – in politica estera e interna – sono vitali sia per i Democratici sia per i Repubblicani, cioè per l’intero regime capitalista statunitense, utili a nascondere l’identicità dei due clan politici borghesi, al fine di ingabbiare il proletariato.

Come storicamente si è verificato negli USA, e non solo, di fronte al precipitare della crisi economica capitalistica mondiale e al maturare della guerra imperialista, spetterà alla sinistra borghese il compito di convincere la classe operaia a sostenere la guerra, in nome della “difesa della democrazia”.

L’opportunismo politico-sindacale di Labor Notes, che devia la combattività della classe nell’alveo della politica elettorale e nella difesa della democrazia, trascurando lo sviluppo della lotta sul terreno della organizzazione e dello sciopero, è un interiore puntello al regime dei padroni.


Per il fronte unico sindacale di classe “dal basso”, contro il frontismo popolare “dall’alto”

Sotto tutti i cieli, in ogni paese, l’opportunismo politico in campo sindacale agisce secondo le stesse determinate direttive. Invece di lavorare ad affasciare le forze dei salariati per rendere sempre più potente e contundente la loro lotta per gli obiettivi economici – affermando la forza e gli obiettivi politici della classe operaia – cerca di deviarla sul terreno dell’elettoralismo, proponendo la costituzione di fronti fra partiti – in questo senso “dall’alto” – uniti dall’obiettivo di opporsi all’avanzare del fascismo e di difendere la democrazia.

Nel caso degli Stati Uniti tale frontismo politico, manifestatosi ad esempio nel caso dello “sciopero generale” a Minneapolis, è composto da uno stuolo di associazioni interclassiste e partiti che in gran parte fanno infine riferimento al Partito Democratico.

Labor Notes rientra in questo quadro, proponendo non di rafforzare l’unità d’azione dei lavoratori, spezzando con la lotta i limiti posti dagli accordi capestro del sindacalismo di regime e i limiti di legge, ma di “aggirarli” con coalizioni fondate da un lato sull’interclassismo, dall’altro sulla sottomissione agli obiettivi elettorali del Partito Democratico. Lo abbiamo visto nelle proteste “No Kings”, organizzate da “Indivisible” e dal movimento “50501”, finanziate dal Partito Democratico: per combattere il “male”, hanno chiamato a raccolta i cittadini e le organizzazioni “buone” della società, dalle chiese ai vari gruppi di attivisti. Con l’aiuto di Labor Notes e di diverse dirigenze del sindacalismo di regime, la classe operaia è stata chiamata a parteciparvi, per la difesa della democrazia e dello Stato di diritto, subordinando e soffocando le richieste di migliori salari e le altre della classe.

A questo vicolo cieco che l’opportunismo politico propone ai lavoratori quale fallimentare via per reagire alle dirigenze sindacali filo-padronali, occorre contrapporre il fronte unico sindacale di classe, cioè l’affasciamento delle forze del sindacalismo di classe trasversalmente ai sindacati. Ciò include quindi sia i gruppi di opposizione di classe interni ai sindacati esistenti sia eventuali organismi sindacali di classe, come possono essere alcune strutture territoriali degli IWW. Lo scopo è far confluire tutte le forze di classe entro il movimento sindacale per imporre chiare linee d’azione e di organizzazione.

Oggi tali forze negli Stati Uniti, e non solo, sono ancora deboli. È necessario quindi collegare e rafforzare i gruppi di militanti sindacali che già esistono in opposizione alla politica corporativa delle dirigenze.

A questo scopo, il 14 giugno a Chicago, a lato della conferenza di Labor Notes, sei organismi sindacali conflittuali, nei quali i nostri compagni danno il loro contributo organizzativo e di indirizzo, hanno preparato un incontro “Per un movimento sindacale conflittuale: una critica di classe a Labor Notes”, seguita da oltre 150 fra lavoratori e militanti sindacali. La registrazione dell’evento si trova a questo indirizzo:

 https://www.youtube.com/watch?v=n6Z-7jiJpps&t=53s






PAGINA 5



Nell’inferno del Congo macabra danza delle bande borghesi e imperialismi tra scenari di guerra e sangue operaio

In un contesto di guerre sempre più estese e permanenti, mentre tutti gli Stati di ogni latitudine si preparano al terzo macello mondiale, il modo di produzione capitalistico, la cui dittatura di classe non conosce confini geografici, mostra ovunque la sua vera natura.

Se da un lato gli scenari bellici odierni evidenziano la messinscena dei “grandi uomini”, i Trump, i Putin, i preti iraniani, offrendoli al pubblico sdegno dietro il paravento delle responsabilità individuali per occultare la propria natura di classe, dall’altro nelle periferie del mondo, laddove i nomi restano ignoti, continua ad agire immutata ed impersonale la forza distruttrice del Capitale: una macchina infernale che trasforma sistematicamente in plusvalore il massacro di intere generazioni e la devastazione dei territori.

Ne è prova lo scenario che emerge nel grande Stato dell’Africa centrale: il Congo, dove negli ultimi 30 anni si stima siano morte – a causa di una interminabile guerra intestina fra bande borghesi – circa 6 milioni di persone.

Nonostante il valore miliardario del settore minerario, in Congo oltre il 70% della popolazione vive ancora con meno di 2,15 dollari al giorno. La metropoli di Kinshasa cresce senza regole e misura, un concentrato di forza-lavoro di riserva, una massa umana espulsa dalle campagne devastate dalle guerre, in attesa di un impiego.


Le miniere

Occorre concentrarsi sul prezioso – per il capitale – settore estrattivo del Paese, dove nella tragedia permanente delle miniere il sangue proletario viene versato giornalmente per alimentare la fame di materie prime del capitale. Anche sotto l’epidermide della tecnica moderna, spesso dipinta di verde, ecologica, digitale e responsabile, batte il feroce cuore del perpetuo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Il settore estrattivo della Repubblica Democratica del Congo è uno dei più rilevanti al mondo per valore attuale e potenziale e per importanza strategica, rappresentando la spina dorsale dell’economia nazionale. Genera infatti oltre il 95% dei ricavi dalle esportazioni. Il valore delle risorse minerarie non ancora sfruttate supera i 24.000 miliardi di dollari, un boccone certamente imperdibile per i predoni borghesi.

La Cina ne è la destinazione principale ricevendo oltre il 70% dell’export totale. Quasi tutto il rame e il cobalto grezzo, o parzialmente raffinato, viene inviato in Cina per la lavorazione finale. Gli Emirati Arabi Uniti sono l’hub principale per l’oro, spesso proveniente dal commercio “artigianale” dell’est del Congo, attraverso canali informali via Uganda e Ruanda.

Nel 2025 il settore ha versato oltre il 40% delle entrate fiscali del governo centrale. Negli ultimi anni il numero di licenze attive per la grande estrazione – denominata industriale – è cresciuto significativamente: attualmente si contano 100-120 grandi siti operativi industriali. Il controllo di queste miniere è dominato da capitali stranieri, con una presenza schiacciante della Cina: qui lavorano oltre 200.000 minatori salariati.

Esistono anche quelle che vengono chiamate Miniere Artigianali (ASM), che sono la grande maggioranza, si stima ci siano circa 3.000 centri minerari di questo tipo, in particolare nell’est del Paese nelle regioni Nord Kivu, Sud Kivu, Ituri e Maniema.

Il panorama delle miniere artigianali è un mosaico di interessi contrapposti, dove diverse bande borghesi armate si contendono il bottino sulla pelle di milioni di minatori, noti come creuseurs, dal francese “scavatori”.

Con una quota che supera il 70% della produzione globale di cobalto, la Repubblica Democratica del Congo detiene il controllo di questa risorsa oggi essenziale: il mercato mondiale delle batterie dipende totalmente dalla stabilità delle province del Lualaba e dell’Alto Katanga, dove principalmente viene estratto.

In questi anni il Congo è diventato il secondo produttore mondiale di rame, superando il Perù e tallonando il Cile. L’estrazione di questo minerale è concentrata quasi interamente nella parte meridionale del Paese, all’interno della cosiddetta Copperbelt centrafricana – Cintura del Rame – una regione geologica che si estende dal Congo fino allo Zambia.

L’oro invece viene estratto sia in grandi miniere come Kibali, una delle più grandi miniere d’oro al mondo, sia in migliaia di siti “artigianali” in diverse province orientali tra cui l’Ituri, il Nord-Kivu e il Sud-Kivu.

Fondamentali per l’elettronica, Tungsteno, Tantalio/Coltan sono estratti principalmente a est nel Nord-Kivu, Sud-Kivu e Maniema.

Le miniere di diamanti sono presenti nella regione centro-meridionale del Kasai (Mbuji-Mayi).

Da segnalare il forte sviluppo dell’estrazione del litio con grandi giacimenti individuati a Manono nella provincia di Tanganyika, nell’estremo sud est.


Il Movimento 23 Marzo

Tra la fine di gennaio e l’inizio di marzo, una serie di frane, causate dalle forti piogge e dalla totale mancanza di armature nelle gallerie, hanno provocato crolli in diversi siti minerari a Rubaya, nel territorio di Masisi, nella tormentata provincia del Nord Kivu, regione orientale lungo il confine con l’Uganda e il Ruanda. Un numero imprecisato di minatori, si stima oltre 600, è rimasto sepolto vivo sotto il crollo di intere colline. Le miniere sono situate in una zona montana dove le piogge torrenziali rendono il terreno estremamente friabile trasformando i tunnel in trappole mortali. Non è un caso isolato, il 19 giugno scorso l’ennesima frana aveva causato la morte di oltre 300 lavoratori.

Il coltan (columbite-tantalite) è estratto principalmente in queste terre, viene poi raffinato per ottenere tantalio e niobio, metalli di transizione rari, noti per l’alto punto di fusione, l’eccellente resistenza alla corrosione e la duttilità, caratteristiche essenziali per produrre condensatori elettronici miniaturizzati ad alta capacità, utilizzati negli smartphone, nei computer, nelle fotocamere e nei satelliti di comunicazione. Il tantalio è inoltre fondamentale per alcune protesi mediche, mentre il niobio è cruciale per acciai speciali e superconduttori.

Tutta l’area è attualmente sotto il controllo di un movimento armato di ribelli denominato M23, Movimento 23 Marzo, la data di un accordo del 2009 che secondo queste milizie il governo congolese non avrebbe rispettato.

Il gruppo è nato qualche anno dopo, nel 2012, in seguito alla rivolta di una parte dei soldati congolesi, principalmente di etnia Tutsi. Dichiarano di combattere per proteggere la propria comunità dalle milizie Hutu (FDLR - Forces démocratiques de libération du Rwanda), ancora oggi presenti ed attive in Congo, accusando il governo di Kinshasa di aver tradito gli accordi relativi a salari, gradi militari e sicurezza della loro comunità.

M23 è una milizia ben organizzata, dispone di un arsenale da esercito regolare, mortai, lanciarazzi e mitragliatrici pesanti montate su grandi pick-up. La novità del 2026 è l’uso di droni kamikaze e sistemi di puntamento sofisticati. Dispongono anche di sistemi di difesa aerea portatili MANPADS che rendono rischioso il volo per gli elicotteri dell’Onu e dell’esercito congolese.

A differenza di altri gruppi paramilitari che vestono in abiti civili i soldati dell’M23 indossano uniformi, giubbotti antiproiettile e caschi moderni, spesso molto simili a quelli in dotazione all’esercito ruandese.

Il gruppo ha occupato le strategiche miniere di coltan nel maggio 2024 e ha consolidato il potere nel corso del 2025 stabilendo di fatto un’amministrazione parallela imponendo tasse sulla produzione mineraria.

All’inizio del 2025 ha conquistato ulteriore territorio prendendo il controllo di Goma - capoluogo della regione Nord Kivu - e successivamente di Bukavu - capoluogo del Sud Kivu - entrambe nella parte orientale del paese, non distanti dal confine con il Ruanda. Al momento controllano la quasi totalità delle aree estrattive in questi territori dove lavorano decine di migliaia di minatori artigianali. Più che gestire direttamente ogni miniera, l’M23 applica un sistema di tassazione sui minatori e sugli intermediari. Si stima che questo sistema possa garantirgli fino a 1 milione di dollari al mese, rendendoli finanziariamente autonomi.

Poiché i minerali estratti in questi territori non possono essere venduti legalmente, essendo classificati come "conflict minerals", devono essere contrabbandati. La maggior parte arriva in Ruanda, qui vengono mescolati con la produzione locale e riesportati con certificazioni ruandesi, rendendo quasi impossibile per le aziende (come Apple, Samsung o Tesla) garantirne la provenienza (ma poco importa a queste multinazionali da dove arriva la merce e se questa è sporca di sangue operaio).

Dall’Africa orientale il minerale è spedito verso le grandi fonderie, concentrate soprattutto in Cina ma ve ne sono anche in Malesia e Thailandia. Qui il coltan grezzo è fuso ed è separato il tantalio metallico. La tracciabilità chimica si perde: una volta fusi assieme i minerali provenienti da una miniera controllata dai ribelli e quelli da una miniera legale diventano indistinguibili.

Secondo l’efficiente burocrazia borghese esisterebbe un sistema di certificazione chiamato ITSCI (International Tin Supply Chain Initiative), che utilizzerebbe dei tag (etichette) per tracciare i sacchi di minerale provenienti dalle miniere autorizzate. Tuttavia spesso i funzionari locali vendono le etichette ai trafficanti e il minerale estratto dai ribelli nei magazzini è mescolato col minerale “etico”.

A gennaio, in seguito al primo crollo delle miniere, il flusso di tantalio, definito l’anima degli smartphone, si è temporaneamente interrotto causando un picco dei prezzi del 10% in una sola settimana, raggiungendo a febbraio i 130 dollari a libbra.

Il 24 febbraio scorso nei pressi di Rubaya un attacco delle forze governative congolesi ha ucciso Willy Ngoma, un alto ufficiale e figura di spicco dell’M23. Questo ha risposto con un attacco di droni, carichi di munizioni a grappolo, contro le basi governative a Kisangani, capoluogo della provincia di Tshopo, e bombardando alcune zone residenziali di Goma, causando numerose vittime civili.


L’Alleanza del Fiume Congo

M23 fa parte di quella che viene chiamata Alliance Fleuve Congo (AFC) una coalizione politico-militare nata ufficialmente il 15 dicembre 2023 con l’obiettivo dichiarato di rovesciare l’attuale governo.

Il finanziamento dell’AFC segue gli stessi canali dell’M23, e principalmente si basa sullo sfruttamento minerario imponendo una tassa del 15% sul valore della estrazione di coltan.

L’AFC ha nominato propri amministratori e giudici a Goma e nelle zone occupate, istituendo un sistema fiscale che tassa commercianti, banchi del mercato e anche trasporti, uno Stato parallelo.

A differenza delle prime rivendicazioni del M23, che erano più settoriali e legate all’etnia Tutsi e ai patti del 2009, l’AFC ha un’agenda nazionale accusando il governo di Kinshasa di corruzione e richiedendo la creazione di uno Stato federale.

Mentre scriviamo Corneille Nangaa, ex funzionario pubblico congolese, etichettato dal governo centrale come traditore, diventato uno dei leader della coalizione, ha dichiarato che l’AFC non riconoscerà i "Washington Accords" firmati tra RDC e Ruanda fino a quando il movimento non verrà incluso come partner diretto nei negoziati.

In questo contesto di tutti contro tutti non stupisce come l’attuale governo congolese accusi ripetutamente il vicino Ruanda di fornire il sostegno logistico, armamenti avanzati e truppe regolari all’AFC/M23.

L’avanzata del M23 ha trasformato il Nord e il Sud Kivu in un immenso campo profughi. Nei primi mesi del 2026 nell’Est del Paese si sono registrati oltre 250 mila nuclei familiari sfollati. Molti di questi sono "sfollati ricorrenti", costretti a fuggire più volte a causa dello spostamento dei fronti di guerra.

La crisi valica i confini nazionali: nei siti di accoglienza, come quello di Busuma in Burundi, la situazione è precipitata, i campi, che ospitano migliaia di persone in fuga dai combattimenti, sono flagellati da una violenta epidemia di colera, e bersaglio di attacchi con droni.


La drammatica condizione operaia

Quanto accaduto a Rubaya era prevedibile. Le piogge torrenziali hanno agito su un terreno martoriato da scavi selvaggi.

I minatori lavorano e vivono in condizioni terrificanti, la stragrande maggioranza non ha contratti regolari. Ancora oggi si scava con attrezzi manuali in gallerie strette e prive di ventilazione, sperando di trovare abbastanza minerale per sfamare le famiglie. Migliaia di bambini sono impiegati per penetrare nei cunicoli più stretti. In una collina crivellata di buchi in migliaia scavano freneticamente spesso sotto la minaccia dei fucili. Quando la terra cede non esistono squadre di soccorso e sono gli stessi compagni di lavoro a scavare nel fango con le sole mani.

Chi non muore sotterrato dal fango soffre di malattie respiratorie croniche, altri hanno deformazioni fisiche dovute al trasporto di pesanti sacchi su sentieri fangosi.

Ogni minatore artigianale deve pagare una tassa per scavare e una per far uscire il minerale dal sito. Gli rimangono pochi dollari al giorno, al massimo 10! Al contrario, una volta immesso nella catena di distribuzione globale attraverso il contrabbando, il valore del minerale estratto cresce esponenzialmente, e in molti si arricchiscono.

Per evitare i blocchi dell’esercito lungo le strade principali, il minerale è trasportato a piedi attraverso la fitta boscaglia fino ai centri di raccolta clandestini. Il passaggio oltre confine ne completa il viaggio. Grazie a documenti di origine contraffatti che ne dichiarano la provenienza ruandese il minerale viene “ripulito”, rispondente ai “rigorosi requisiti etici” borghesi della mercanzia “green”.

Spesso dispute sulla proprietà delle miniere scatenano scontri fra le guardie e anche l’esercito, trasformando i siti in campi di battaglia dove i lavoratori sono intrappolati e uccisi.


Nelle miniere governative

Nella provincia di Lualaba, nel Congo meridionale, si trovano miniere sotto il controllo delle forze governative; tuttavia, lo scenario per la classe operaia rimane invariato.

Kolwezi, capoluogo della provincia, è il centro nevralgico dell’estrazione di diversi minerali considerati strategici. Qui la terra è rossastra, ricca di cobalto e rame, componenti essenziali per l’industria delle auto elettriche. Non è un caso che la maggior parte delle concessioni delle miniere e zone industriali nella regione siano in mano ad aziende cinesi. In Cina ormai si vendono più auto "con la spina" che a benzina/gasolio.

Lo scorso novembre, a Kalando, nelle immediate vicinanze del capoluogo, si è consumato un altro dramma operaio. Tra le vittime molti proletari sfollati, non censiti, il che ha reso difficile un bilancio definitivo. Sebbene il sito minerario fosse stato chiuso dal governo a causa delle piogge torrenziali che ne avevano compromesso la stabilità, migliaia di minatori artigianali continuavano a lavorarvi. Le forze governative (FARDC) sono intervenute, anche aprendo il fuoco ad altezza d’uomo per disperdere la folla. La massa di lavoratori si è riversata su un ponte di fortuna sopra una trincea profonda e allagata, che ha ceduto e i minatori sono precipitati nel fango e nelle acque profonde, molti annegati altri schiacciati nella calca. Il governo ha parlanto di 40 vittime, ma diverse associazioni locali hanno denunciato scomparsi molti più minatori. Le operazioni di soccorso sono state ostacolate dalla presenza militare, che inizialmente ha impedito ai familiari l’accesso all’area.

È inoltre emerso che i militari riscuotevano una tassa d’ingresso ai pozzi, ignorando i divieti di scavo stagionali. Ne risulta una situazione del tutto simile a quella dei minatori dell’Est, controllato dai ribelli.


Lo Stato Islamico

A rendere infernale la vita dei proletari nel Congo sono anche le incursioni dello Stato Islamico.

Nel Nord-Est, mercoledì primo aprile un violento attacco ha colpito il territorio di Mambasa, nella provincia dell’Ituri. Responsabili ne sarebbero i ribelli delle Forze Democratiche Alleate (ADF).

Nate negli anni ’90 in Uganda come movimento di opposizione interna, per poi rifugiarsi nel Congo orientale, oggi sono parte integrante dell’ISCAP (Islamic State Central Africa Province), affiliato all’ISIS da cui riceve sostegno finanziario attraverso reti complesse che passano per la Somalia, il Sudafrica, il Kenya e l’Uganda.

Almeno 50 persone sono state uccise nel villaggio di Bafwakoa vicino a Niania. Gli assalitori hanno dato fuoco a decine di abitazioni, oltre a veicoli e motociclette. Alcuni sono stati uccisi a colpi di machete, altri carbonizzati all’interno delle proprie case.

L’ADF non è nuovo ad azioni del genere, anche contro i lavoratori. Pochi giorni prima, tra il 9 e il 15 marzo, un violento attacco contro i siti minerari di Muchacha e Babesua aveva causato la morte di oltre 50 lavoratori. Il gruppo si è impossessato di ingenti quantitativi di contanti e oro pronto per essere immesso nel mercato nero.

A carico di questo gruppo solo nel 2025 sono segnalati a settembre l’eccidio di Ntoyo, con la morte di 72 civili, e a luglio quello di Komanda, nell’Ituri, che ha provocato 43 vittime.

Non esiste un legame tra ADF e M23, le due formazioni avendo origini e “ideologie” diverse. Tuttavia l’ADF ha sfruttato il vuoto creato dall’avanzata dell’M23 verso sud per espandere le proprie operazioni, anche attraverso il massacro di civili nel Nord Kivu e nell’Ituri.

Anche l’ADF si autofinanzia attraverso lo sfruttamento del lavoro proletario nelle miniere illegali d’oro, il commercio di legname e cacao e le tasse imposte alle popolazioni locali. Attualmente controlla le miniere lungo il fiume Losselosse, nel territorio di Mambasa (Ituri) dove impone tasse ai minatori.

Spesso attaccano miniere non sotto il loro controllo per saccheggiare l’oro già estratto.

Nei primi mesi di quest’anno si sono verificati violenti attacchi nei siti minerari vicino a Luna e a Komanda, entrambi immersi in una vasta giungla che facilita il movimento di gruppi armati e il contrabbando di minerali verso l’Uganda. In queste incursioni i minatori che non sono riusciti a fuggire sono stati uccisi sul posto o rapiti per essere utilizzati schiavi come portatori o nelle miniere più interne della boscaglia.


Gli imperialismi e il bottino minerario

È in questo scenario, dominato dalle logiche del profitto e segnato da sistematiche barbarie, che si muovono le grandi potenze imperialiste, trasformando il Congo in uno dei principali terreni di scontro strategico tra i capitalisti cinesi e statunitensi.

La Cina si consolida da tempo come principale partner economico di Kinshasa, controllando tra il 70% e l’80% della produzione mineraria e detenendo nove delle dieci miniere di cobalto più grandi del Paese.

I droni d’attacco CH-4, impiegati nel febbraio scorso per colpire i vertici dell’M23 sono merce di scambio con Pechino. Tuttavia, se da un lato la Cina arma il governo, dall’altro le sue raffinerie, che lavorano oltre il 70% dei “minerali critici”, assorbono gran parte del coltan e dell’oro che i ribelli estraggono e contrabbandano attraverso il Ruanda.

Il patto Sicomines, noto anche come l’accordo "Risorse contro Infrastrutture", è un monumentale e controverso accordo di cooperazione economica, firmato nel 2007 e rinegoziato più volte, l’ultima nel 2024. Le aziende cinesi si sarebbero impegnate a investire 7 miliardi di dollari in strade e opere pubbliche entro il 2040 in cambio del mantenimento delle concessioni sulle miniere di rame e cobalto. Ma proprio l’11 marzo scorso il governo del Congo avrebbe ordinato una nuova verifica tecnica e finanziaria sulla sua effettiva realizzazione.

In queste crepe si infila l’imperialismo americano per contrastare l’enorme forza cinese nell’area, adottando una posizione altrettanto ambivalente. Sebbene il 2 marzo il Tesoro statunitense abbia imposto dure sanzioni contro l’esercito ruandese per l’appoggio diretto all’M23, accusandolo di addestrare i ribelli congolesi, il Ruanda rimarrebbe un hub logistico fondamentale anche per i minerali destinati all’industria tech americana, creando una dipendenza reciproca che impedirebbe una rottura totale.

Washington preme da tempo per ridurre l’influenza cinese nel Paese, specialmente nel settore estrattivo. Una apertura verso l’Occidente è culminata nell’Accordo di Partenariato Strategico, siglato tra il dicembre 2025 e il marzo 2026, che concederebbe alle aziende americane un “diritto di prelazione” su una serie di asset critici, tra cui rame, litio e tantalio, in cambio di sostegno militare e garanzie di sicurezza.

Un ulteriore segnale di questo possibile riposizionamento strategico è la recente vendita della società mineraria Chemaf alla statunitense Virtus Minerals. L’operazione, del valore di 30 milioni di dollari e di un piano di investimenti di 750 milioni, ha preferito un acquirente americano a uno cinese per la gestione di uno dei siti di cobalto più grandi al mondo. Parallelamente, prosegue il progetto del Corridoio di Lobito, finanziato da Stati Uniti ed Unione Europea con investimenti miliardari, per collegare le miniere congolesi al porto angolano sull’Atlantico, in sostituzione alla rotta orientale verso la Cina.

Poco più a est, la situazione appare speculare: mentre il Congo cerca di bilanciare lo strapotere di Pechino aprendo a Washington, il Ruanda tenterebbe di integrarsi economicamente sempre più con la Cina cercando quindi di rendersi meno vulnerabile alle sanzioni e alla pressione politica americana.

Da comunisti ci sentiamo di ribadire che l’instabilità cronica di Kinshasa non rappresenta un ostacolo per i grandi imperialismi; al contrario, il “fallimento dello Stato congolese” e lo stato di guerra permanente costituiscono una condizione ideale per l’attuale scontro economico. Un territorio frammentato in “feudi militari” è infinitamente più facile da saccheggiare rispetto a uno Stato centralizzato, il quale potrebbe nutrire velleità di sovranità economica e rivendicare un maggiore controllo sulle risorse del paese.

L’attuale scontro tra Pechino e Washington va quindi letto come una competizione per il controllo dei gangli vitali dell’industria del futuro. Quando i rulli compressori di questi imperialismi dovessero collidere frontalmente, il Congo sarà una delle loro prime trincee.


Tutti contro tutti ma sempre contro i proletari

Se nel XIX secolo era il caucciù a infiammare l’industria bellica e civile del Belgio leopoldino, oggi sono il cobalto, il coltan e il litio a dare il ritmo della danza macabra del capitalismo.

Le tragedie dei minatori di questi mesi hanno messo in luce che, indipendentemente da chi controlli il territorio, che si tratti dello Stato centrale o dei ribelli di qualsiasi fazione, la vita di milioni di proletari congolesi non ha nessun valore per alcuna delle forze armate in lizza. Solo i minerali interessano, contesi fra fronti borghesi rivali e fra le pressioni dei grandi imperialismi.

La cosiddetta “transizione ecologica”, sbandierata dalla propaganda dei capitalisti dall’Occidente all’estremo Oriente, è una narrazione falsa e illusoria, una vernice verde stesa sul cadavere in decomposizione della produzione di merci. Non esiste niente di “pulito” sul fango insanguinato del Congo. Ogni “batteria ecologica” contiene un po’ di sangue e di lavoro non pagato di un proletario africano. Anche qui il feticismo della merce: il gadget in vetrina nasconde la brutalità del processo che lo ha generato. La mortalità infantile, le mutilazioni causate dai crolli nelle miniere, le malattie respiratorie provocate dalle polveri sono solo una piccola parte dei costi di produzione che il bilancio del capitale non registra.

In Congo la pace è un lusso che il mercato non può permettersi. Le decine di gruppi armati sono figli delle diverse bande borghesi, a volte appendici delle borghesie dei paesi limitrofi, i quali a loro volta sono sub-appaltatori dei grandi blocchi imperialisti.

La guerra non è un’interruzione dell’economia, è l’economia stessa. Per tenere basso il prezzo delle materie prime occorre eliminare i costi della tassazione legale e della protezione sociale. Ogni proiettile sparato nelle foreste del Kivu abbassa il prezzo del cobalto a Londra o a Shanghai.

Nessun "governo onesto", nessun "aiuto umanitario", nessuna "riforma dell’ONU" potrà salvare il Congo. Finché vige la legge del valore, il Congo sarà condannato a essere la miniera del mondo e la tomba dei suoi figli.

All’interno del capitalismo la questione congolese quindi non si risolverà mai né a Kinshasa né nei centri nevralgici dell’imperialismo. Solo la distruzione del modo di produzione capitalistico nelle metropoli dell’Occidente e dell’Oriente porrà fine al martirio anche delle periferie.

Oggi la classe operaia in Congo langue e muore perché isolata dal resto della sua classe internazionale. Il minatore congolese che scava nel fango e l’operaio europeo, orientale o americano prigioniero nella fabbrica sono parte della stessa classe e si ribelleranno assieme. Si organizzeranno per la loro difesa prima e per l’assalto al potere politico dei capitalisti, uniti da un unico destino: o la dittatura mondiale del capitale o la rivoluzione comunista internazionale.







PAGINA 6

Il duro lavoro del partito getta le arcate del ponte fra la scienza sociale annunciata dal Manifesto Comunista del 1848, alla critica  e svergognamento della oscena decadenza capitalistica dell’oggi, al sano indirizzo alle incessanti lotte della classe operaia designate alla rivoluzione di domani

Riunione internazionale del partito

23-24 maggio
[RG155]

Il partito rivendica la tradizione delle tre grandi Associazioni Internazionali della classe operaia, delle quali la Seconda pienamente marxista e la Terza di risoluto comunismo rivoluzionario. Realizzando una esigenza già sentita da sempre dal nostro movimento e anticipata come principio, il nostro non si definisce più, per raggiunta maturità storica, una internazionale di partiti ma un partito mondiale che, al di sopra delle divisioni nazionali ereditate dalla storia del mondo borghese e della lotta fra le classi, si vuole unico non solo nei fini e nell’ormai indiscusso programma ma anche in un centralismo disciplinato e in una stretta intesa e coesione fra i militanti di ogni lingua e paese. I proseliti, pur integrandosi in una attività locale del partito, non aderiscono più a una sezione nazionale ma direttamente al partito mondiale.

È questo un nostro vanto e, a scala ancora “sperimentale”, già un risultato, e una forza operativa effettiva. Che per le rissose ed egoiste borghesie, non più nemmeno ecumeniche né illuminate, è insperato e irrealizzabile, e lo sarà fino alla loro comune ignominiosa morte.

Nel partito di oggi questa comunità di lavoro si esplica in mille fili: dalle quotidiane informali comunicazioni fra compagni culmina nelle periodiche riunioni internazionali. Perdurando la presente dimensione delle nostre forze si è dimostrato adeguato convocare in riunioni generali i rappresentanti dei nostri gruppi ogni due mesi: alternativamente in un incontro per condividere l’informazione sulle nostre attività, verificarne i risultati e metterne a punto il progredire, e in una riunione nella quale, oltre a questo riscontro sul lavoro dei gruppi, sono poi esposte le relazioni frutto degli studi, sia su argomenti fondanti della dottrina e della storia del movimento, sia per trarre considerazioni più generali sulla modalità e sui risultati dei nostri interventi all’esterno, nella stampa, nelle organizzazioni sindacali e nel proselitismo.

* * *

Come di consueto, nella prima parte di questa ultima riunione generale ci siamo scambiati dettagliati resoconti sul lavoro dei nostri gruppi nei seguenti ambiti:

- Attività delle sezioni territoriali e situazione locale. Studi, collaborazione alla stampa internazionale, ad alimentare il sito internet e le pubblicazioni nella lingua locale; traduzioni di testi dal nostro vasto Archivio della Sinistra; proselitismo e rapporti con i nuovi compagni e con chi si avvicina al partito; studio, presenza e intervento nel movimento sindacale locale; partecipazione e propaganda nelle manifestazioni nelle quali è presente il proletariato; conferenze periodiche aperte ai lettori su temi di rilevanza attuale; situazione finanziaria.

- Rapporto delle redazioni dei periodici nelle diverse lingue e piano delle prossime uscite.

Abbiamo convenuto che andiamo a unificare le nostre due riviste semestrali “Comunismo” e “Communism”, non essendoci motivo di riportare in modo difforme e non contemporaneo i risultati dei nostri studi sulla teoria marxista e sulla storia del comunismo. Fin dal prossimo numero, in preparazione, apparirà in inglese e in italiano e, appena possibile, in altre lingue. Questo prossimo numero comprenderà, oltre alle serie già iniziate, anche alcuni dei rapporti esposti a questa riunione generale.

La redazione delle riviste prevede questa trafila: a) Rilevare il ciclo di tutto il dispiegarsi dei nostri studi di teoria e di storia, partendo dalla minuziosa catalogazione e conservazione dei rapporti alle riunioni generali; b) Rintracciare e rendere evidente la loro continuità nel panorama pluridecennale del lavoro del partito; c) Calendarizzare la loro presentazione a stampa; d) Predisporli per la pubblicazione, apportandovi i necessari adattamenti; e) Curare la titolazione, la impaginazione e la conformità tipografica. Per la impaginazione, stampa e distribuzione dei nostri periodici si è stabilita una collaborazione internazionale con utile scambio delle relative nozioni operative.

- Alla redazione del sito internet attualmente sono impegnati sette compagni, in diversi paesi, che lavorano secondo un piano comune e si scambiano le necessarie conoscenze tecniche. Vi è una confluenza dei contributi dalla periferia, sia di commenti dei fatti contingenti sia di traduzione di testi, sia di nuove ricerche, il tutto assemblato in un apparato unitario, riconoscibile e di grande utilità per l’insieme del lavoro del partito e per la propaganda. Un sito dinamico e di battaglia comunista, “l’organizzatore collettivo”, richiede un controllo e una manutenzione quotidiana, ai quali sono chiamati tutti i compagni, che ne segnalano imperfezioni e malfunzionamenti, e una redazione che vi si dedica per centralizzare il lavoro.

Sono stati informati i compagni delle statistiche sull’andamento nel tempo e sulla provenienza degli accessi dei lettori.

- È stato illustrato un resoconto sul programma di pubblicazione di monografie di classici del marxismo e della Sinistra, sia in volumi a stampa sia registrati come audio-testi.

- Abbiamo ascoltato circa la situazione della cassa centrale del partito, che assomma in dettaglio le entrate e le uscite delle sezioni.

- Un dettagliato ragguaglio sull’attività sindacale negli Stati Uniti e in Italia era stato preparato dai compagni impegnati in questo difficile ambito. In particolare è stato riferito dell’insistenza nostra a incoraggiare la riorganizzazione difensiva della classe operaia, nella unificazione delle prime forze di classe mosse a battersi contro l’opportunismo delle “sinistre sindacali”.

- La conduzione della propaganda sulle reti sociali è affidata a quattro compagni. Vi sono pubblicati estratti dai nostri periodici e dal sito: in un anno sono stati inseriti 170 post, la maggior parte in italiano e inglese, seguiti da spagnolo, turco, tagalog, portoghese, russo, indiano, rumeno. Vi è stata aggiunta la registrazione delle relazioni alle conferenze pubbliche.

- Sono stati forniti aggiornamenti sulla consistenza e natura della corrispondenza ricevuta alla casella postale centrale e sull’invio della periodica Newsletter.

- Il compagno relatore incaricato ha informato sul contenuto di quanto sarà esposto a una prossima conferenza pubblica in lingua inglese sul tema del falso comunismo cinese: si legge già sul sito del partito.

- Abbiamo infine preso in considerazione le linee generali degli studi in corso, fra i quali due su diversi momenti della storia del partito e dei sindacati negli Usa e uno sui proto-partiti rivoluzionari nelle società premoderne e in paesi di diverse formazioni culturali.

* * *

Questo l’elenco delle esposizioni che abbiamo ascoltato nella seconda giornata della riunione:

- Considerazioni circa lo sciopero generale in corso in Bolivia (un estratto del rapporto appare su questo stesso numero del giornale);

- Due rapporti hanno affrontato la storia dell’Iran: un primo ha continuato dalle precedenti riunioni a ripercorrere la tormentata storia del grande paese; un secondo ha inquadrato l’attuale guerra contro l’Iran nello spasmodico tentativo di far sopravvivere il putrescente capitalismo mondiale (da questo studio abbiamo tratto il materiale per la conferenza pubblica, della quale si riferisce qui in prima pagina);

- Proseguimento dello studio sulla Questione militare: dalla guerra civile in Russia all’invasione della Polonia;

- Nuovo capitolo della ricerca Razza classe e questione agraria negli Stati Uniti;

- Per il Corso del capitalismo abbiamo considerato il crescere del debito pubblico statunitense e la minaccia di crisi del dollaro;

- A fondamento degli studi economici è stato ripresentato, sulla traccia di “Proprietà e Capitale” del 1948, il rapporto marxista fra tecnica produttiva e rapporti di produzione, per addivenire al programma del comunismo post-proprietario e post-aziendale;

- Seguito della storia della Internazionale Sindacale Rossa giunta al 1928 col 6° Congresso dell’I.C. e il 4° della I.S.R.;

- Storia del Partito Comunista di Cina che ora descrive le vicende che nel Partito e nell’Internazionale portarono alla disfatta del 1927;

- In ultimo è stato esposto un comunicato sugli scontri in atto fra eserciti e milizie in Mali.

* * *

Gli esposti su: Questione militare; Razza classe e questione agraria negli Stati Uniti; Storia della Internazionale Sindacale Rossa; Origine del Partito Comunista di Cina sono in pubblicazione per esteso in lingua italiana nel numero in uscita di “Communism”.

Per i restanti, dati i tempi necessariamente non brevi per la redazione definitiva e pubblicazione, ne diamo qui un primo riassunto a uso dei compagni e dei lettori.




Una belva ferita
La crisi del debito americano e del dollaro

Nel rapporto abbiamo presentato una serie di dati sul debito pubblico di diversi Stati fra il 2014 e il 2025. Come dimostrato da un grafico esposto, la pandemia del 2020 ha fatto ovunque impennare il rapporto tra il debito e il PIL.

Ne abbiamo commentato l’andamento negli USA, a livelli mai prima raggiunti.

L’aumento è stato causato da due fattori simultanei: da un lato l’enorme espansione della spesa pubblica per sostenere imprese, sistemi sanitari e famiglie; dall’altro il crollo del PIL dovuto alla paralisi dell’economia mondiale. Negli anni successivi molti Stati hanno recuperato parte dell’aumento del debito grazie alla ripresa economica e all’inflazione, che ha contribuito ad aumentare il PIL nominale, riducendo il peso relativo del debito.

La Germania si conferma paese “virtuoso”: tra il 2014 e il 2019 ha ridotto il debito dal 74,5% al 58,7% del PIL. Anche dopo la pandemia rimane vicino al 60%, ben al di sotto degli altri Stati. Lo Stato più indebitato continua ad essere il Giappone, stabilmente oltre il 230% del PIL per tutto il periodo. La Cina è passata da un rapporto del 39,3% nel 2014 a quasi il 90% nel 2025. La Francia mostra un peggioramento costante nel corso del decennio: dal 96,2% del 2014 al 115,6% nel 2025. L’Italia rimane tra i Paesi più indebitati: per tutto il periodo il rapporto debito/PIL oscilla intorno al 134%, con il picco del 154,4% nel 2020. Dopo la pandemia il dato è gradualmente rientrato, ma nel 2025 è tornato al 137,1%.

Gli Stati Uniti nel 2025 hanno visto un incremento dell’ammontare del debito di circa il 20% rispetto al 2024. Secondo Trading Economics a marzo 2026 il debito americano in termini nominali ha raggiunto il suo massimo storico di 39.100 miliardi di dollari.

Nel 1944 gli Stati Uniti, nel New Hampshire, a Bretton Woods, in un momento storico in cui producevano gran parte delle merci dell’intero pianeta, in gran parte distrutto dalla seconda guerra mondiale, con la loro supremazia assoluta riuscirono ad imporre il dollaro come moneta di riserva mondiale. Si apriva il periodo che negli anni ’60 del secolo scorso il ministro delle finanze francese Valéry Giscard d’Estaing definì “privilegio esorbitante”, indebitarsi senza troppi vincoli e pagare beni e debiti con carta che loro stessi stampavano.

Questo vantaggio poggiava sulla fiducia generale nella solidità finanziaria degli Stati Uniti: quasi tutti confidavano che Washington avrebbe onorato i propri debiti, mantenuto stabile il dollaro e preservato i titoli del Tesoro come il rifugio più sicuro, senza mai sfruttare questo potere contro i propri creditori. Per decenni questa stabilità ha retto, non certo per i meriti morali dei capitalisti americani, ma per pura convenienza, poiché il meccanismo avvantaggiava troppi attori internazionali per essere messo in discussione.

Dall’agosto del 1971, quando vennero infranti gli accordi di Bretton Woods, facendo cessare la convertibilità del dollaro in oro, l’economia mondiale entrò in una nuova fase. Il dollaro smise di essere legato a una base materiale come l’oro e iniziò a fondare il proprio predominio solo sulla forza economica, politica e militare degli Stati Uniti. Negli anni successivi il sistema capitalistico internazionale si è così trovato a sostenere, direttamente o indirettamente, i deficit commerciali americani e il crescente debito pubblico di Washington, alimentato anche dal mantenimento di un gigantesco apparato militare.

Un importante passaggio avvenne nel 1974, quando Stati Uniti e Arabia Saudita siglarono un accordo strategico destinato a segnare l’ordine economico mondiale per decenni. In cambio della protezione militare americana e della fornitura di armi, i principali produttori di petrolio del Golfo accettarono di vendere il greggio esclusivamente in dollari, e di reinvestire una parte consistente dei loro profitti nei titoli di Stato statunitensi. Nacque così il sistema del cosiddetto “petrodollaro”, che garantì agli Stati Uniti una domanda costante sia della propria valuta sia dei Treasury americani, permettendogli di finanziare il proprio debito a costi relativamente bassi.

Oggi però questo meccanismo mostra segni sempre più evidenti di logoramento, per diversi fattori.

Uno di questi è la trasformazione degli Stati Uniti da importatori a primi esportatori di petrolio. Grazie alla crescita della estrazione da scisti sono diventati uno dei principali produttori mondiali di petrolio e gas, riducendo significativamente la loro storica dipendenza energetica dal Medio Oriente. Questo ha modificato il tradizionale rapporto privilegiato con le monarchie del Golfo.

Sebbene Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti figurino ancora tra i maggiori detentori esteri di titoli di Stato statunitensi, la situazione li porta gradualmente a ridurre le loro riserve in dollari, sia per minori esigenze di finanza interna sia nella propensione a una diversificazione degli investimenti.

Inoltre le operazioni militari in Iran, senza un reale coinvolgimento delle alleate monarchie del Golfo, hanno incrinato la loro sicurezza di potersi affidare alla protezione americana.

Se fino a pochi anni fa quasi tutto il greggio mondiale veniva pagato in dollari, oggi una quota crescente delle transazioni avviene in yuan, rubli, rupie e, in misura minore, anche in euro. La Cina in particolare sta lavorando a rafforzare il ruolo internazionale dello yuan promuovendo accordi commerciali in valute locali e costruendo infrastrutture finanziarie alternative al sistema dominato dagli Stati Uniti.

Tra queste vi è anche il progetto mBridge, lanciato nel 2022 sotto l’egida della Banca dei Regolamenti Internazionali, con sede in Svizzera, una piattaforma di pagamento transfrontaliero per scambi nelle valute digitali delle banche centrali di Cina, Hong Kong, Thailandia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. L’infrastruttura, che consente pagamenti sicuri, immediati, economici e accessibili a tutti, è indipendente dal circuito Swift, quindi dal dollaro, del quale si riduce la necessità come intermediario negli scambi.

In questo contesto si inserisce anche il rafforzamento dei BRICS, inizialmente composti da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica e oggi allargati a nuovi membri e partner strategici. Questi capitalismi nazionali – che, in verità, poco altro hanno in comune – puntano a ridurre la dipendenza dal dollaro nei commerci internazionali.
Le riserve mondiali in dollari, che negli anni ’70 rappresentavano circa l’85% del totale, si stanno quindi lentamente ridimensionando, un processo graduale ma che potrebbe accelerare per abusi nell’utilizzo da parte degli Stati Uniti del proprio potere finanziario come strumento politico.

Secondo un recente rapporto di Deutsche Bank, le tensioni e i conflitti in Medio Oriente starebbero mettendo sotto pressione alcune delle fondamenta storiche del petrodollaro. Gli analisti parlano apertamente di una possibile “tempesta perfetta” per il sistema monetario dominato dagli Stati Uniti.

La questione dunque non sembra essere se il dollaro perderà parte della propria centralità globale, ma con quale velocità avverrà questa trasformazione e quali saranno le conseguenze economiche, sociali, politiche e militari per gli Stati Uniti e per l’intero sistema mondiale.

Per decenni gli Stati Uniti hanno beneficiato del ruolo del dollaro per esercitare una influenza determinante sull’economia globale. Tuttavia, proprio questo uso del dollaro come strumento di pressione – ad esempio il congelamento delle riserve della banca centrale russa a seguito del conflitto in Ucraina – spinge numerosi Paesi a cercare alternative.

Oggi i maggiori detentori esteri del debito pubblico americano sono il Giappone e la Cina. La trasformazione in corso nel portafoglio titoli di questi due paesi appare informata a strategie graduali e di lungo periodo. La riduzione dell’esposizione verso il debito americano non sarebbe mossa da panico o da una crisi momentanea ma da scelte maturate nel tempo.

La Cina, ad esempio, nel 2013 possedeva circa 1.300 miliardi di dollari in titoli del Tesoro statunitense; oggi è scesa sotto i 760, una riduzione consistente, ma in più di dieci anni. Anche il Giappone, pur restando il principale detentore straniero di debito americano, si alleggerisce gradualmente delle proprie esposizioni: nel terzo trimestre del 2024 gli investitori giapponesi hanno venduto quasi 62 miliardi di dollari in Treasury; la Cina oltre 51, nello stesso periodo.

Ma quando due dei maggiori creditori mondiali si muovono contemporaneamente nella stessa direzione il fenomeno assume inevitabilmente un significato più profondo. Dietro vi sono certamente motivazioni di tecnica finanziaria. Nel caso del Giappone il cambiamento della politica monetaria della Banca centrale ha reso più attraenti gli investimenti interni in yen, riducendo l’interesse verso le obbligazioni denominate in dollari e il rischio legato alle oscillazioni valutarie.

Ma le ragioni non sono soltanto finanziarie. Sempre più investitori osservano con preoccupazione la traiettoria del debito pubblico statunitense, e l’ammontare degli interessi che hanno raggiunto livelli enormi. Per questi si calcola che nel 2025 il governo federale abbia speso circa 1,22 trilioni, 100 miliardi di dollari al mese. Questo alimenta dubbi sulla sostenibilità di lungo periodo del sistema finanziario americano.

In questo contesto la Cina ha accelerato la propria diversificazione finanziaria. Ha aumentato progressivamente le proprie riserve auree, considerate un bene meno vulnerabile alle sanzioni internazionali, e contemporaneamente favorisce accordi commerciali bilaterali in valute locali.

Il fatto che anche il Giappone, storico alleato degli Stati Uniti, dia una crescente priorità agli interessi economici nazionali rispetto alla stabilità del sistema finanziario americano, è dovuto a seri problemi interni: un debito pubblico elevatissimo, una crescita stagnante e una valuta indebolita.

Per decenni il mercato dei titoli del Tesoro statunitense ha rappresentato il grosso della finanza mondiale. Questo oggi sta cambiando: se nel 2008 gli investitori stranieri detenevano il 49% del debito Usa ora sono al 30%.
Questo ripiegamento viene così descritto il 10 maggio su “Il Sole 24 ore”, giornale della Confindustria italiana: «Le banche americane hanno quintuplicato i Treasury nei loro bilanci: nel 2022 – secondo i dati della Fed di New York – ne avevano per 106 miliardi di dollari e ora (il dato è aggiornato al 22 aprile scorso) ne hanno per 518 miliardi. Ma il loro sforzo non basta a tenere bassi i rendimenti, considerando la velocità a cui cresce il debito pubblico americano. Anche perché in queste ultime settimane, con i grandi sconquassi sui mercati generati dalla guerra in Iran, alcuni dei grandi acquirenti degli ultimi tempi sono diventati venditori: secondo i calcoli di Bloomberg basati sui dati della Fed usciti venerdì, per esempio, nell’ultima settimana il Giappone ha venduto Treasury per sostenere lo yen. Così i rendimenti faticano a scendere».

Per attirare nuovi investitori gli Stati Uniti devono offrire rendimenti più elevati sui propri titoli. Ma interessi più alti significano anche un aumento del costo del debito pubblico. Di conseguenza il deficit cresce ulteriormente e aumenta la necessità di emettere nuovo debito, alimentando quella che si definisce “spirale del debito”.

Le conseguenze non riguardano soltanto la finanza. L’aumento dei rendimenti dei Treasury si riflette sui mutui, sul credito alle imprese, che scaricano i costi sulla classe operaia, sui prestiti universitari e sul costo della vita dei lavoratori americani e, allo stesso tempo, riduce il salario differito fornito dai servizi pubblici.

Perdere il predominio del mercato finanziario e monetario mondiale e l’enfiarsi del debito pubblico può innescare il crollo del senile capitalismo statunitense, nella decadenza industriale, commerciale e bancaria. Sarà costretto ad utilizzare la sua potenza militare per contrastare o condizionare la crescita dei concorrenti imperialismi. Per il proletariato degli Stati Uniti, già martoriato da anni di crisi economica, si prospetta un futuro di ulteriori sacrifici fino a quello supremo di essere schierato in guerra contro i fratelli di classe in altre divise.

Stessa cosa vale anche oltre gli oceani: oro, accordi bilaterali in valute locali, sistemi di pagamento autonomi, internazionalizzazione dello yuan: tutti questi fenomeni non rappresentano la nascita di un ordine stabile e più giusto, come fantasticano i propagandisti multipolari, ma soltanto il tentativo di nuove potenze capitalistiche di ritagliarsi o aumentare uno spazio autonomo nella lotta imperialistica mondiale.

Qui sta l’inganno fondamentale di ogni lettura nazionalista del fenomeno. Né la Cina né i BRICS incarnano una liberazione dell’umanità dal dominio del capitale. Essi rappresentano semplicemente altri capitali nazionali che avanzano contro il vecchio centro egemonico americano.

La verità storica è che il capitalismo mondiale è entrato in una fase di frammentazione sempre più violenta. L’epoca della globalizzazione trionfante lascia spazio a una nuova competizione interimperialista nella quale ogni Stato tenta di proteggere il proprio capitale nazionale contro gli altri.

Il collasso generale del capitalismo trascinerà con sé il debito degli Stati, trasformando i titoli finanziari in carta straccia. E porrà la internazionale classe operaia dinanzi all’alternativa: guerra, con la quale i vincitori azzerino tutte le partite, per poter poi riprendere un nuovo ciclo di accumulazione, o Rivoluzione comunista, che azzererà non solo ogni credito, ma il regime stesso del Capitale.


IL RESOCONTO DELLA RIUNIONE CONTINUA AL PROSSIMO NUMERO





PAGINA 8



Democrazia e fascismo Giano bifronte del capitalismo
Quando anche i borghesi sono costretti a darci ragione


Rapporto esposto alla riunione generale del settembre 2023

(Continua dal numero scorso)


Dall’ordinovismo al corporativismo

Non faremo qui un’analisi dell’ordinovismo, già presente nei nostri studi, ci limiteremo alle sue concezioni produttivistiche, che derivano dal sindacalismo rivoluzionario, procedono parallelamente al corporativismo fascista nel guardare ai “produttori”, per poi sfociare nel “partito nuovo” di Togliatti, cioè nella piena accettazione della produzione capitalistica e della patria. “Dal... comunismo assoluto al comunismo attivo e operante!”.

Il “partito nuovo” risale in realtà al 1924, con la nuova direzione centrista, che non aveva ancora i caratteri dell’aperto tradimento. Aveva però alla base un marxismo mescolato con neo-kantismo e neo-idealismo, con il pensiero di Croce e di Gentile, con “vitalismo” e spiritualismo, con Proudhon e con il “concretismo” (cioè pragmatismo). A questi si aggiungeva la concezione di una funzione nazionale della classe operaia, arrivata direttamente dal sindacalismo o mediata attraverso Gobetti.

Un esempio tra i tanti è un articolo dell’“Ordine Nuovo” del 29 novembre 1919: «Il problema immediato del Partito Socialista è (...) la costruzione di un apparecchio statale che nel suo ambito interno funzioni democraticamente, cioè garantisca a tutte le tendenze anticapitalistiche la libertà e la possibilità di diventare partiti di governo proletario». C’è qui già la concezione del “governo operaio”, in alleanza con altri partiti “anticapitalisti”.

In un articolo di Gramsci che parla di Sorel, sull’“Ordine Nuovo” del 11 ottobre 1919 si legge: «Nelle migliori cose sue egli pare riscuotere in sé un poco delle virtù dei suoi due maestri: l’aspra logica di Marx, e la commossa e plebea eloquenza di Proudhon. Ed egli non si è chiuso in nessuna formula (...). La sua parola non può lasciare indifferenti gli operai torinesi, quegli operai che hanno così ben compreso che le istituzioni proletarie debbono essere create di lunga mano, se non si vuole che la prossima rivoluzione non sia altro che un colossale inganno». Il gradualismo è qui evidente.

In un altro articolo, su “Il grido del popolo”, del 9 febbraio 1918, Gramsci scrive: «L’attività storica contrastante sfocerà né in uno Stato professionale, come quello vagheggiato dai sindacalisti, né in uno Stato che abbia monopolizzato la produzione e la distribuzione come è vagheggiato dai riformisti. Ma in un’organizzazione della libertà di tutti e per tutti, che non avrà nessun carattere stabile e definitivo, ma sarà una ricerca continua di forme nuove, di rapporti nuovi, che sempre si adeguino ai bisogni degli uomini». Qui si nega la necessità della, transitoria, dittatura proletaria. Esattamente il contrario di ciò che afferma Engels nella lettera a Bebel del 18-28 marzo 1875: «Finché il proletariato ha ancora bisogno dello Stato ne ha bisogno non nell’interesse della libertà, ma nell’interesse dell’assoggettamento dei suoi avversari, e quando diviene possibile parlare di libertà, allora lo Stato come tale cessa di esistere».

Nell’ordinovismo, oltre al rovesciamento della piramide Partito-Soviet-Sindacato, e alla confusione sulla natura e la funzione dei Soviet, abbiamo anche la Commissione di fabbrica che esautora Partito e Sindacato, e diviene il vero organo della dittatura rivoluzionaria.

In un articolo su l’“Ordine Nuovo” del 14-28 agosto 1920, Gramsci scrive: «Esiste in Italia, a Torino, un germe di governo operaio, un germe di Soviet: è la Commissione interna; studiamo questa istituzione operaia, facciamo un’inchiesta, studiamo pure la fabbrica capitalistica, ma non come organizzazione della produzione materiale, ché dovremmo avere una cultura specializzata che non abbiamo; studiamo la fabbrica capitalistica come forma necessaria della classe operaia, come organismo politico (?), come “territorio nazionale dell’autogoverno operaio”».

All’anti-comunista Togliatti del 1953 è agevole far leva sulle idee confuse e anti-marxiste dell’ordinovismo. In un testo di M. Ferrara, dal titolo “Conversando con Togliatti”, leggiamo: «Comprendeva la direzione socialista che il compito vero stava nel riuscire a dare una direzione nuova a masse sterminate di popolo, compreso il ceto medio? Stava nel mettersi alla testa di un moto che fosse davvero nazionale, che avesse in sé la capacità di riordinare tutta la società italiana sopra nuove basi?». In queste poche righe è una sintesi perfetta dell’ordinovismo: contingentismo, localismo, aziendismo, nazionalismo, alleanza col ceto medio, il rivolgersi al popolo più che alla classe e il perseguire un rivolgimento della società che non metta realmente in discussione i rapporti politici ed economici fra le classi. Anche qui è evidente il debito verso il sindacalismo.

All’ordinovismo è ispirato, il 13 settembre 1919 a Torino, l’indirizzo “Ai Commissari di reparto delle Officine Fiat Centro e Brevetti”: «La massa operaia deve prepararsi effettivamente all’acquisto della completa padronanza di sé stessa, e il primo passo su questa via sta nel suo più saldo disciplinarsi, nell’officina, in modo autonomo, spontaneo e libero. Né si può negare che la disciplina che col nuovo sistema verrà instaurata condurrà ad un miglioramento della produzione, ma questo non è altro che il verificarsi di una delle tesi del socialismo». Sulla coincidenza tra miglioramento della produzione e socialismo Stalin sarà sicuramente d’accordo, e pure Stakanov, anche se non sappiamo, quest’ultimo, quanto “spontaneamente”; ma ne dubitiamo molto.

Su l’“Avanti!” del 14 dicembre 1919 leggiamo: «L’assemblea della sezione socialista di Torino ha votato sulla questione dei Consigli di fabbrica delle “tesi” rivolte a dimostrare che:

«1) Il Consiglio di fabbrica è un organismo originale, in confronto al sindacato, perché l’operaio nel Consiglio considera sé stesso come produttore, inserito necessariamente nel processo tecnico del lavoro e nel complesso delle funzioni produttive, che sono, in un certo senso, estranee e indipendenti dal modo di appropriazione privata della ricchezza prodotta – mentre nel sindacato l’operaio è continuamente portato a considerarsi solo come un salariato, e a considerare il suo lavoro non come un momento della produzione o come una fonte di sovranità e di potere, ma come una mera fonte di guadagno [orrore!].

«2) Che perciò il Consiglio di fabbrica può considerarsi come la cellula della società comunista fondata sulla sovranità del lavoro e configurata non per territori linguistici o militari o religiosi, ma secondo le distinzioni della produttività e dei complessi di lavoro, può considerarsi come lo strumento idoneo a quella trasformazione della psicologia e del costume delle masse popolari che determinerà un più rapido avvento del comunismo integrale [quindi prima della presa del potere].

«3) Che il Consiglio di fabbrica come è sorto a Torino rappresenta la realizzazione storica di quelle istituzioni proletarie prerivoluzionarie auspicate nel Congresso socialista di Bologna».

Qui è una perfetta definizione dell’operaismo e dell’immediatismo, di fatto una riformulazione del produttivismo, la emancipazione come fatto ideale, la negazione del comunismo come programma universale di specie e della via politica alla sua realizzazione.

Sull’ “Ordine Nuovo” del 20 dicembre 1919 leggiamo la “Mozione approvata all’unanimità dalla sezione torinese”: «La massa dei lavoratori manuali e intellettuali, votando per il Partito Socialista, ha manifestato la sua volontà che sia instaurato il potere dei lavoratori, che sia creato lo Stato degli operai e contadini. Questo potere non può essere una emanazione del parlamento, può essere solo l’emanazione di un apparecchio statale basato – in tutti i suoi ordini: legislativo, giudiziario, esecutivo (burocratico) [la dittatura del proletariato non prevede ordini e separazione dei poteri] – su un sistema di Consigli di lavoratori manuali e intellettuali, che sorgano nelle sedi stesse della produzione e siano in grado quindi di controllare: 1) il processo di produzione e di scambio; 2) gli strumenti di produzione e di scambio; 3) la disciplina del lavoro e il governo industriale.

«Un potere socialista che fosse puramente politico (?) e non si radicasse fortemente su un energico controllo e un ferreo potere economico esercitati direttamente (?) dalla classe operaia e contadina coi suoi mezzi e attraverso le sue organizzazioni di classe sfruttata nelle sedi stesse della produzione industriale e agricola [una sostituzione del partito], si trasformerebbe a breve scadenza in una tragica farsa, durante la quale la potenza della classe lavoratrice e del Partito Socialista sarebbe stritolata dalla potenza economica della classe degli sfruttatori capitalistici».

Praticamente si prefigura non il comunismo ma un mercantilismo democratico, aziendale, ma “controllato dal basso”.

Nell’articolo “Sindacati e Consigli”, sull’“Ordine Nuovo” del 11 ottobre si legge: «La dittatura proletaria può incarnarsi in un tipo di organizzazione che sia specifico dell’attività propria dei produttori e non dei salariati, schiavi del capitale. Il Consiglio di fabbrica è la cellula prima di questa organizzazione. Poiché nel Consiglio tutte le branche del lavoro sono rappresentate, proporzionalmente al contributo che ogni mestiere e ogni branca di lavoro dà all’elaborazione dell’oggetto che la fabbrica produce per la collettività». La fabbrica non produce “per la collettività”: nella produzione capitalistica il valore d’uso delle merci esiste solo in funzione, e proporzionalmente, al loro valore di scambio.

Più avanti: «Coscienza gioiosa di essere un tutto organico, un sistema omogeneo e compatto che lavorando utilmente, che producendo disinteressatamente la ricchezza sociale, afferma la sua sovranità, attua il suo potere e la sua libertà creatrice di storia».

Da quest’ultima espressione di sapore crociano passiamo all’articolo ancora titolato “Sindacati e Consigli” del 8 novembre successivo: «Il sindacalismo (...) organizza gli operai non come produttori, ma come salariati, laddove l’operaio può concepire sé stesso come produttore solo se concepisce sé stesso come parte inscindibile di tutto il sistema di lavoro che si riassume nell’oggetto fabbricato [cioè come appendice della macchina], solo se vive l’unità del processo industriale che domanda la collaborazione del manovale, del qualificato, dell’impiegato di amministrazione, dell’ingegnere, del direttore tecnico (...). Allora l’operaio è produttore, perché ha acquistato coscienza della sua funzione nel processo produttivo, in tutti i suoi gradi, dalla fabbrica alla nazione, al mondo; allora egli sente la classe, e diventa comunista, perché la proprietà privata non è funzione della produttività [in questa concezione lo è il socialismo] (...). Allora concepisce lo “Stato”, concepisce una organizzazione complessa della società, perché essa non è che la forma del gigantesco apparato di produzione che riflette (...) la vita della officina, che rappresenta il complesso, armonizzato e gerarchizzato, delle condizioni necessarie perché la sua industria, perché la sua officina, perché la sua personalità di produttore viva e si sviluppi».

Ribadiamo che nella fabbrica non c’è nessuna “presa di coscienza”, e che l’organizzazione industriale è una grande palestra per la disciplina rivoluzionaria, ma solo a condizione che dall’esterno della fabbrica la “coscienza comunista” venga importata dall’unico partito depositario del programma storico comunista. Nella rivoluzione la classe operaia nega sé stessa.

È evidente la possibilità di riutilizzo di simile idealismo produttivista e operaista da parte del corporativismo fascista.

Potremmo aggiungere che la mitologia della forma Consiglio di fabbrica, che unisce i “produttori”, poteva far presa nella industriale Torino nella prima metà del secolo scorso. Oggi sempre una minor quota dei proletari del mondo possono sentirsi garantiti in una occupazione stabile, con la crisi e la disoccupazione in agguato. La “classe operaia” sempre più è fuori dalle singole fabbriche e fuori da esse si può organizzare, riconoscere, fraternizzare e difendere.

In merito è molto chiaro ciò che scrivemmo ne “Il Soviet” del 1° giugno 1919: «La classe deve considerarsi non come un semplice aggregato di categorie produttrici, ma come un insieme omogeneo di uomini le cui condizioni di vita economica presentano analogie fondamentali. Il proletario non è il produttore che esercita dati mestieri, ma è l’individuo contraddistinto dal nessun possesso di strumenti di produzione, e dalla necessità di vendere per vivere l’opera propria. Potremo anche avere un operaio, regolarmente organizzato nella sua categoria, che sia contemporaneamente un piccolo proprietario agrario o capitalista; e questi non sarebbe più un membro della classe proletaria. Tale caso è più frequente che non si creda».


Il nostro giudizio sul fascismo

Per i borghesi, e in buona parte anche di quelli che sono stati comunisti e nostri compagni de “L’Ordine Nuovo”, il fascismo aveva tre caratteristiche, che noi abbiamo sempre denunciato come false.

La prima è che il fascismo sarebbe un fenomeno reazionario, che guarda al passato. Esistevano dei miti e ideologie fasciste e naziste che vagheggiavano un popolo di agricoltori-soldati, un po’ Perceval e un po’ Cincinnato, ma ciò era del tutto avulso dalla realtà. L’aggettivo “reazionario” è giusto solo se inteso come reazione della borghesia all’azione del proletariato e al pericolo che questo rappresenta per essa: il fascismo è reazionario nei confronti del comunismo, ma né del capitalismo né della democrazia. Il fascismo è stato la risposta della borghesia al pericolo per essa rappresentato dal proletariato nella fase monopolistica e imperialistica del capitalismo; è stato un ammodernamento dell’apparato statale borghese. È stato anche il continuatore, e attuatore, delle riforme invocate dai socialdemocratici, anche in campo economico: l’I.R.I. e l’ E.N.I. sono state un ammodernamento del capitalismo italiano, non a caso rimaste anche con il regime postfascista. Già il nazionalista Corradini aveva detto: «Il socialismo è nostro maestro ma nostro avversario».

La seconda presunta caratteristica è che il fascismo sarebbe un fenomeno “agrario”, quindi retrivo, estraneo alla moderna società industriale: in realtà è stato un fenomeno unitario della più moderna classe dominante, fatta di proprietari fondiari e capitalisti, agrari e industriali.

La terza caratteristica presunta è che il fascismo sarebbe la presa del potere delle “classi medie”, contro la rivoluzione proletaria e contro i “pescecani” del grande capitalismo: la famosa, e inesistente, “terza via”.

Il P.C.d’I., guidato dalla Sinistra comunista, comprese subito le vere caratteristiche del fascismo. Lo provano i rapporti sul fascismo tenuti dalla Sinistra al IV Congresso del 1922 e al V del 1924 della Terza Internazionale.
Il fascismo è la realtà del dominio di classe nella decadenza del capitalismo; la democrazia il suo mascheramento. Per questo in Italia ci sono voluti venti anni per malamente nasconderlo, e l’intervento armato dell’imperialismo più forte.

La novità del primo fascismo era stata la creazione di piccoli nuclei illegali armati per la guerra civile contro le organizzazioni della classe operaia, appoggiati dall’apparato statale e con una direzione centralizzata. Mentre il proletariato in Italia reagiva in maniera incerta e non organizzata per il tradimento del Partito Socialista, la borghesia comprese la necessità di mettere da parte la legalità e la liturgia democratica e dotarsi di un apparato di forza capace di unificare i suoi vari ceti intermedi. La centralizzazione politica e militare della dittatura borghese le assicurò la vittoria.

Anche il P.C.d’I. tentò di unificare il proletariato italiano sotto la sua direzione politica e militare, ma in quel momento la borghesia era più forte, in primo luogo per il collaborazionismo di classe del Partito Socialista.

Si aggiunsero poi le posizioni errate assunte dalla Terza Internazionale, prima ancora della sua degenerazione. Le nostre critiche all’Internazionale non hanno mai chiesto maggiore democrazia, semmai una maggiore, e migliore, centralizzazione.

Nei suoi primi anni la Terza Internazionale differiva da quella del ’28 e ’29, in via di degenerazione. Però aveva già alcuni punti deboli, che non hanno causato la controrivoluzione staliniana, ma non hanno permesso di contrastarla efficacemente. Il primo, storicamente inevitabile, consisteva nell’assoluta preminenza del partito russo, che aveva dato moltissimo alla rivoluzione mondiale, privilegiando però a volte l’ottica russa. Questo portò a sostenere, in paesi in cui la rivoluzione borghese era già compiuta, comportamenti più adatti alle doppie rivoluzioni, come nella questione del parlamentarismo e del fronte unico.

Il secondo consisteva nell’accogliere alcuni partiti che erano comunisti solo nelle dichiarazioni. L’intento era forgiarli al fuoco della rivoluzione, depurandoli dalle scorie borghesi. Il rischio, poi avveratosi, era che, affievolitosi quel fuoco, le “scorie” prendessero il sopravvento. L’Internazionale inoltre era ancora solo un’associazione di vari partiti comunisti, per quanto fortemente centralizzata. L’acquisizione storica e collettiva delle gravi lezioni della controrivoluzione, oltre che degli errori dell’Internazionale, ci hanno consentito di prevedere che non ci sarà più una nuova internazionale di partiti comunisti, ma un unico partito comunista mondiale.


Continuità controrivoluzionaria

La collaborazione di classe e il corporativismo, più o meno esplicito, sono alla base della continuità tra regime prefascista, fascista, e postfascista. Le concezioni “produttivistiche” a cui si ispirava il corporativismo penetrarono anche nel nostro P.C.d’I.; furono denunciate dalla Sinistra, ma fatte proprie dagli ordinovisti e dalla frangia di massimalisti, che pure parteciparono alla fondazione del partito.

Bombacci era un massimalista che partecipò alla fondazione del P.C.d’I.; in precedenza aveva manifestato simpatia per D’Annunzio e la Carta del Carnaro. Il 30 novembre 1923, da deputato comunista, pronunciò un discorso alla Camera sulla ripresa delle relazioni diplomatiche tra Italia e Russia: «La Russia è su un piano rivoluzionario: se avete come dite una mentalità rivoluzionaria non vi debbono essere per voi difficoltà per una definitiva alleanza fra i due Paesi». Sembrava che esistesse una “rivoluzione fascista”, potenziale alleata della rivoluzione bolscevica. Fu quindi espulso dal partito, ma poi reintegrato per decisione dell’Internazionale, per essere espulso definitivamente nel 1927. Dopo alcuni anni si avvicinò al fascismo. Associatosi alla Repubblica Sociale Italiana nel 1943, fu tra i maggiori sostenitori del progetto di “socializzazione” delle imprese e dei mezzi di produzione, socializzazione che non ebbe altro significato al di fuori della propaganda. In un discorso alle camicie nere, il 15 marzo 1945 a Genova, Bombacci disse: «Compagni! (...). Il socialismo non lo realizzerà Stalin ma Mussolini (...) e ha bisogno di voi lavoratori per creare il nuovo Stato proletario». Confondere fascismo e comunismo era dovuto al non vedere la differenza tra produttori e proletari.

Il maggiore amalgama di confusione ideologica e rinnegamento fu lo stalinismo.

Un esempio fuori d’Italia: il Portogallo. Fra gli stalinisti predominavano le preoccupazioni patriottiche. Se Salazar temeva un’invasione del Fronte Popolare spagnolo, il Partito Comunista, facente parte del Fronte Popolare portoghese, temeva un’invasione dei sostenitori della Germania. Ma entrambi paventavano la conseguente perdita delle colonie. Nel novembre 1937 su “Avante!”, organo del Partito Comunista Portoghese, si legge: «La guerra civile, la guerra internazionale e la perdita completa della nostra indipendenza aleggia minacciosa sul nostro paese. Uniamoci tutti, il più possibile, e liberiamo la nostra terra. Salviamo il Portogallo. Liberiamolo dagli orrori della guerra. Consegniamo il Portogallo ai portoghesi». Democratici e fascisti di oggi sono andati a scuola anche dallo stalinismo, persino negli slogan.

In Italia il P.C.d’I. era stato l’unico partito ad opporsi realmente al fascismo, mentre tutti gli altri tentarono un accordo, come la vergognosa “pacificazione” del Partito Socialista. Quando poi la controrivoluzione stalinista conquistò la direzione del Partito Comunista, anche questo tentò un accordo con il fascismo. Su “Il Grido del Popolo” dell’11 aprile 1936 leggiamo: «Noi abbiamo a conquistare alla lotta anche i fascisti della prima ora (...) tra di essi si diffonde l’idea della “seconda rivoluzione anticapitalista”». Su “Lo Stato Operaio” n.6 del giugno successivo: «Noi tendiamo la mano ai fascisti nostri fratelli di lavoro e di sofferenza perché vogliamo combattere insieme ad essi la buona e santa battaglia del pane, del lavoro, della pace (...). Noi comunisti vogliamo fare l’Italia forte, libera, felice. La nostra aspirazione è pure la vostra o fascisti, cattolici, uomini italiani di ogni opinione politica, di ogni fede religiosa». Sul n.8 dell’agosto: «Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere assieme a voi e a tutto il popolo italiano per la realizzazione del programma fascista del 1919 (...). Lavoratore fascista, assieme a te vogliamo fare forte, libera e felice, la nostra bella Italia».

L’alleanza tra fascismo e stalinismo era sicuramente possibile, data l’affinità ideologica e la comune funzione controrivoluzionaria. Sul teatro mondiale si è in parte verificata col patto Molotov-Ribbentrop; se poi si sono scontrati nella guerra fu dovuto ai diversi interessi degli imperialismi.

Lo stalinismo e la controrivoluzione si sono serviti di tutte le manchevoli ideologie pre-marxiste nel movimento operaio e delle deviazioni dal marxismo: dal riformismo al massimalismo, dal consiglismo alla difesa dell’azienda, dal sindacalismo rivoluzionario al corporativismo fascista.

Gli attuali piccoli partiti che affermano rappresentare la classe operaia, tutti democratici convinti, anche quando si pretendono comunisti e rivoluzionari attingono apertamente e rivendicano la continuità con l’operaismo, il localismo, l’aziendismo, l’interclassismo.

Sulla continuità tra l’italico Stato prefascista, fascista e postfascista, lasciamo l’ultima parola a Olivetti, che nel dopoguerra, sul settimanale di Rossoni “L’Italia nostra”, scriverà: «La classe non sta contro la patria, ma entro la patria (...) Il patriottismo operaio, come lo concepisce con perfetta coerenza il sindacalismo rivoluzionario, è conquista, rivoluzione nazionale, è la continuità della tradizione dei nostri grandi».