Partito Comunista Internazionale
il Partito Comunista Internazionale N. 440 - anteprima
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Aggiornato 11 maggio 2026
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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 L’inferno del Congo: Contesa fra bande borghesi e imperialismi tra scenari di guerra e sangue operaio
– “Grande vittoria patriottica”: Il 9 maggio festeggia il capitalismo russo – stalinista e post‑stalinista – erede della controrivoluzione
Electrolux - Contro i licenziamenti occorre l’unità della classe operaia nello sciopero: fra gli stabilimenti del gruppo e al di sopra delle aziende
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L’inferno del Congo
Contesa fra bande borghesi e imperialismi tra scenari di guerra e sangue operaio

In un contesto di guerre sempre più estese e permanenti, mentre tutti gli Stati di ogni latitudine si preparano al terzo macello mondiale, il modo di produzione capitalistico, la cui dittatura di classe non conosce confini geografici, mostra ovunque la sua vera natura.

Se da un lato gli scenari bellici odierni evidenziano la messinscena dei “grandi uomini”, i Trump, i Putin, i preti iraniani, offrendoli al pubblico sdegno dietro il paravento delle responsabilità individuali per occultare la propria natura di classe, dall’altro nelle periferie del mondo, laddove i nomi restano ignoti, continua ad agire immutata ed impersonale la forza distruttrice del Capitale: una macchina infernale che trasforma sistematicamente in plusvalore il massacro di intere generazioni e la devastazione dei territori.

Ne è prova lo scenario che emerge nel grande Stato dell’Africa centrale: il Congo, dove negli ultimi 30 anni si stima siano morte – a causa di una interminabile guerra intestina fra bande borghesi – circa 6 milioni di persone.

Nonostante il valore miliardario del settore minerario, in Congo oltre il 70% della popolazione vive ancora con meno di 2,15 dollari al giorno. La metropoli di Kinshasa cresce senza regole e misura, un concentrato di forza-lavoro di riserva, una massa umana espulsa dalle campagne devastate dalle guerre, in attesa di un impiego.


Le miniere

Occorre concentrarsi sul prezioso – per il capitale – settore estrattivo del Paese, dove nella tragedia permanente delle miniere il sangue proletario viene versato giornalmente per alimentare la fame di materie prime del capitale. Anche sotto l’epidermide della tecnica moderna, spesso dipinta di verde, ecologica, digitale e responsabile, batte il feroce cuore del perpetuo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Il settore estrattivo della Repubblica Democratica del Congo è uno dei più rilevanti al mondo per valore attuale e potenziale e per importanza strategica, rappresentando la spina dorsale dell’economia nazionale. Genera infatti oltre il 95% dei ricavi dalle esportazioni. Il valore delle risorse minerarie non ancora sfruttate supera i 24.000 miliardi di dollari, un boccone certamente imperdibile per i predoni borghesi.

La Cina ne è la destinazione principale ricevendo oltre il 70% dell’export totale. Quasi tutto il rame e il cobalto grezzo, o parzialmente raffinato, viene inviato in Cina per la lavorazione finale. Gli Emirati Arabi Uniti sono l’hub principale per l’oro, spesso proveniente dal commercio “artigianale” dell’est del Congo, attraverso canali informali via Uganda e Ruanda.

Nel 2025 il settore ha versato oltre il 40% delle entrate fiscali del governo centrale. Negli ultimi anni il numero di licenze attive per la grande estrazione – denominata industriale – è cresciuto significativamente: attualmente si contano 100-120 grandi siti operativi industriali. Il controllo di queste miniere è dominato da capitali stranieri, con una presenza schiacciante della Cina: qui lavorano oltre 200.000 minatori salariati.

Esistono anche quelle che vengono chiamate Miniere Artigianali (ASM), che sono la grande maggioranza, si stima ci siano circa 3.000 centri minerari di questo tipo, in particolare nell’est del Paese nelle regioni Nord Kivu, Sud Kivu, Ituri e Maniema.

Il panorama delle miniere artigianali è un mosaico di interessi contrapposti, dove diverse bande borghesi armate si contendono il bottino sulla pelle di milioni di minatori, noti come creuseurs, dal francese “scavatori”.

Con una quota che supera il 70% della produzione globale di cobalto, la Repubblica Democratica del Congo detiene il controllo di questa risorsa oggi essenziale: il mercato mondiale delle batterie dipende totalmente dalla stabilità delle province del Lualaba e dell’Alto Katanga, dove principalmente viene estratto.

In questi anni il Congo è diventato il secondo produttore mondiale di rame, superando il Perù e tallonando il Cile. L’estrazione di questo minerale è concentrata quasi interamente nella parte meridionale del Paese, all’interno della cosiddetta Copperbelt centrafricana – Cintura del Rame – una regione geologica che si estende dal Congo fino allo Zambia.

L’oro invece viene estratto sia in grandi miniere come Kibali, una delle più grandi miniere d’oro al mondo, sia in migliaia di siti “artigianali” in diverse province orientali tra cui l’Ituri, il Nord-Kivu e il Sud-Kivu.

Fondamentali per l’elettronica, Tungsteno, Tantalio/Coltan sono estratti principalmente a est nel Nord-Kivu, Sud-Kivu e Maniema.

Le miniere di diamanti sono presenti nella regione centro-meridionale del Kasai (Mbuji-Mayi).

Da segnalare il forte sviluppo dell’estrazione del litio con grandi giacimenti individuati a Manono nella provincia di Tanganyika, nell’estremo sud est.


Il Movimento 23 Marzo

Tra la fine di gennaio e l’inizio di marzo, una serie di frane, causate dalle forti piogge e dalla totale mancanza di armature nelle gallerie, hanno provocato crolli in diversi siti minerari a Rubaya, nel territorio di Masisi, nella tormentata provincia del Nord Kivu, regione orientale lungo il confine con l’Uganda e il Ruanda. Un numero imprecisato di minatori, si stima oltre 600, è rimasto sepolto vivo sotto il crollo di intere colline. Le miniere sono situate in una zona montana dove le piogge torrenziali rendono il terreno estremamente friabile trasformando i tunnel in trappole mortali. Non è un caso isolato, il 19 giugno scorso l’ennesima frana aveva causato la morte di oltre 300 lavoratori.

Il coltan (columbite-tantalite) è estratto principalmente in queste terre, viene poi raffinato per ottenere tantalio e niobio, metalli di transizione rari, noti per l’alto punto di fusione, l’eccellente resistenza alla corrosione e la duttilità, caratteristiche essenziali per produrre condensatori elettronici miniaturizzati ad alta capacità, utilizzati negli smartphone, nei computer, nelle fotocamere e nei satelliti di comunicazione. Il tantalio è inoltre fondamentale per alcune protesi mediche, mentre il niobio è cruciale per acciai speciali e superconduttori.

Tutta l’area è attualmente sotto il controllo di un movimento armato di ribelli denominato M23, Movimento 23 Marzo, la data di un accordo del 2009 che secondo queste milizie il governo congolese non avrebbe rispettato.

Il gruppo è nato qualche anno dopo, nel 2012, in seguito alla rivolta di una parte dei soldati congolesi, principalmente di etnia Tutsi. Dichiarano di combattere per proteggere la propria comunità dalle milizie Hutu (FDLR - Forces démocratiques de libération du Rwanda), ancora oggi presenti ed attive in Congo, accusando il governo di Kinshasa di aver tradito gli accordi relativi a salari, gradi militari e sicurezza della loro comunità.

M23 è una milizia ben organizzata, dispone di un arsenale da esercito regolare, mortai, lanciarazzi e mitragliatrici pesanti montate su grandi pick-up. La novità del 2026 è l’uso di droni kamikaze e sistemi di puntamento sofisticati. Dispongono anche di sistemi di difesa aerea portatili MANPADS che rendono rischioso il volo per gli elicotteri dell’Onu e dell’esercito congolese.

A differenza di altri gruppi paramilitari che vestono in abiti civili i soldati dell’M23 indossano uniformi, giubbotti antiproiettile e caschi moderni, spesso molto simili a quelli in dotazione all’esercito ruandese.

Il gruppo ha occupato le strategiche miniere di coltan nel maggio 2024 e ha consolidato il potere nel corso del 2025 stabilendo di fatto un’amministrazione parallela imponendo tasse sulla produzione mineraria.

All’inizio del 2025 ha conquistato ulteriore territorio prendendo il controllo di Goma - capoluogo della regione Nord Kivu - e successivamente di Bukavu - capoluogo del Sud Kivu - entrambe nella parte orientale del paese, non distanti dal confine con il Ruanda. Al momento controllano la quasi totalità delle aree estrattive in questi territori dove lavorano decine di migliaia di minatori artigianali. Più che gestire direttamente ogni miniera, l’M23 applica un sistema di tassazione sui minatori e sugli intermediari. Si stima che questo sistema possa garantirgli fino a 1 milione di dollari al mese, rendendoli finanziariamente autonomi.

Poiché i minerali estratti in questi territori non possono essere venduti legalmente, essendo classificati come "conflict minerals", devono essere contrabbandati. La maggior parte arriva in Ruanda, qui vengono mescolati con la produzione locale e riesportati con certificazioni ruandesi, rendendo quasi impossibile per le aziende (come Apple, Samsung o Tesla) garantirne la provenienza (ma poco importa a queste multinazionali da dove arriva la merce e se questa è sporca di sangue operaio).

Dall’Africa orientale il minerale è spedito verso le grandi fonderie, concentrate soprattutto in Cina ma ve ne sono anche in Malesia e Thailandia. Qui il coltan grezzo è fuso ed è separato il tantalio metallico. La tracciabilità chimica si perde: una volta fusi assieme i minerali provenienti da una miniera controllata dai ribelli e quelli da una miniera legale diventano indistinguibili.

Secondo l’efficiente burocrazia borghese esisterebbe un sistema di certificazione chiamato ITSCI (International Tin Supply Chain Initiative), che utilizzerebbe dei tag (etichette) per tracciare i sacchi di minerale provenienti dalle miniere autorizzate. Tuttavia spesso i funzionari locali vendono le etichette ai trafficanti e il minerale estratto dai ribelli nei magazzini è mescolato col minerale “etico”.

A gennaio, in seguito al primo crollo delle miniere, il flusso di tantalio, definito l’anima degli smartphone, si è temporaneamente interrotto causando un picco dei prezzi del 10% in una sola settimana, raggiungendo a febbraio i 130 dollari a libbra.

Il 24 febbraio scorso nei pressi di Rubaya un attacco delle forze governative congolesi ha ucciso Willy Ngoma, un alto ufficiale e figura di spicco dell’M23. Questo ha risposto con un attacco di droni, carichi di munizioni a grappolo, contro le basi governative a Kisangani, capoluogo della provincia di Tshopo, e bombardando alcune zone residenziali di Goma, causando numerose vittime civili.


L’Alleanza del Fiume Congo

M23 fa parte di quella che viene chiamata Alliance Fleuve Congo (AFC) una coalizione politico-militare nata ufficialmente il 15 dicembre 2023 con l’obiettivo dichiarato di rovesciare l’attuale governo.

Il finanziamento dell’AFC segue gli stessi canali dell’M23, e principalmente si basa sullo sfruttamento minerario imponendo una tassa del 15% sul valore della estrazione di coltan.

L’AFC ha nominato propri amministratori e giudici a Goma e nelle zone occupate, istituendo un sistema fiscale che tassa commercianti, banchi del mercato e anche trasporti, uno Stato parallelo.

A differenza delle prime rivendicazioni del M23, che erano più settoriali e legate all’etnia Tutsi e ai patti del 2009, l’AFC ha un’agenda nazionale accusando il governo di Kinshasa di corruzione e richiedendo la creazione di uno Stato federale.

Mentre scriviamo Corneille Nangaa, ex funzionario pubblico congolese, etichettato dal governo centrale come traditore, diventato uno dei leader della coalizione, ha dichiarato che l’AFC non riconoscerà i "Washington Accords" firmati tra RDC e Ruanda fino a quando il movimento non verrà incluso come partner diretto nei negoziati.

In questo contesto di tutti contro tutti non stupisce come l’attuale governo congolese accusi ripetutamente il vicino Ruanda di fornire il sostegno logistico, armamenti avanzati e truppe regolari all’AFC/M23.

L’avanzata del M23 ha trasformato il Nord e il Sud Kivu in un immenso campo profughi. Nei primi mesi del 2026 nell’Est del Paese si sono registrati oltre 250 mila nuclei familiari sfollati. Molti di questi sono "sfollati ricorrenti", costretti a fuggire più volte a causa dello spostamento dei fronti di guerra.

La crisi valica i confini nazionali: nei siti di accoglienza, come quello di Busuma in Burundi, la situazione è precipitata, i campi, che ospitano migliaia di persone in fuga dai combattimenti, sono flagellati da una violenta epidemia di colera, e bersaglio di attacchi con droni.


La drammatica condizione operaia

Quanto accaduto a Rubaya era prevedibile. Le piogge torrenziali hanno agito su un terreno martoriato da scavi selvaggi.

I minatori lavorano e vivono in condizioni terrificanti, la stragrande maggioranza non ha contratti regolari. Ancora oggi si scava con attrezzi manuali in gallerie strette e prive di ventilazione, sperando di trovare abbastanza minerale per sfamare le famiglie. Migliaia di bambini sono impiegati per penetrare nei cunicoli più stretti. In una collina crivellata di buchi in migliaia scavano freneticamente spesso sotto la minaccia dei fucili. Quando la terra cede non esistono squadre di soccorso e sono gli stessi compagni di lavoro a scavare nel fango con le sole mani.

Chi non muore sotterrato dal fango soffre di malattie respiratorie croniche, altri hanno deformazioni fisiche dovute al trasporto di pesanti sacchi su sentieri fangosi.

Ogni minatore artigianale deve pagare una tassa per scavare e una per far uscire il minerale dal sito. Gli rimangono pochi dollari al giorno, al massimo 10! Al contrario, una volta immesso nella catena di distribuzione globale attraverso il contrabbando, il valore del minerale estratto cresce esponenzialmente, e in molti si arricchiscono.

Per evitare i blocchi dell’esercito lungo le strade principali, il minerale è trasportato a piedi attraverso la fitta boscaglia fino ai centri di raccolta clandestini. Il passaggio oltre confine ne completa il viaggio. Grazie a documenti di origine contraffatti che ne dichiarano la provenienza ruandese il minerale viene “ripulito”, rispondente ai “rigorosi requisiti etici” borghesi della mercanzia “green”.

Spesso dispute sulla proprietà delle miniere scatenano scontri fra le guardie e anche l’esercito, trasformando i siti in campi di battaglia dove i lavoratori sono intrappolati e uccisi.


Nelle miniere governative

Nella provincia di Lualaba, nel Congo meridionale, si trovano miniere sotto il controllo delle forze governative; tuttavia, lo scenario per la classe operaia rimane invariato.

Kolwezi, capoluogo della provincia, è il centro nevralgico dell’estrazione di diversi minerali considerati strategici. Qui la terra è rossastra, ricca di cobalto e rame, componenti essenziali per l’industria delle auto elettriche. Non è un caso che la maggior parte delle concessioni delle miniere e zone industriali nella regione siano in mano ad aziende cinesi. In Cina ormai si vendono più auto "con la spina" che a benzina/gasolio.

Lo scorso novembre, a Kalando, nelle immediate vicinanze del capoluogo, si è consumato un altro dramma operaio. Tra le vittime molti proletari sfollati, non censiti, il che ha reso difficile un bilancio definitivo. Sebbene il sito minerario fosse stato chiuso dal governo a causa delle piogge torrenziali che ne avevano compromesso la stabilità, migliaia di minatori artigianali continuavano a lavorarvi. Le forze governative (FARDC) sono intervenute, anche aprendo il fuoco ad altezza d’uomo per disperdere la folla. La massa di lavoratori si è riversata su un ponte di fortuna sopra una trincea profonda e allagata, che ha ceduto e i minatori sono precipitati nel fango e nelle acque profonde, molti annegati altri schiacciati nella calca. Il governo ha parlanto di 40 vittime, ma diverse associazioni locali hanno denunciato scomparsi molti più minatori. Le operazioni di soccorso sono state ostacolate dalla presenza militare, che inizialmente ha impedito ai familiari l’accesso all’area.

È inoltre emerso che i militari riscuotevano una tassa d’ingresso ai pozzi, ignorando i divieti di scavo stagionali. Ne risulta una situazione del tutto simile a quella dei minatori dell’Est, controllato dai ribelli.


Lo Stato Islamico

A rendere infernale la vita dei proletari nel Congo sono anche le incursioni dello Stato Islamico.

Nel Nord-Est, mercoledì primo aprile un violento attacco ha colpito il territorio di Mambasa, nella provincia dell’Ituri. Responsabili ne sarebbero i ribelli delle Forze Democratiche Alleate (ADF).

Nate negli anni ’90 in Uganda come movimento di opposizione interna, per poi rifugiarsi nel Congo orientale, oggi sono parte integrante dell’ISCAP (Islamic State Central Africa Province), affiliato all’ISIS da cui riceve sostegno finanziario attraverso reti complesse che passano per la Somalia, il Sudafrica, il Kenya e l’Uganda.

Almeno 50 persone sono state uccise nel villaggio di Bafwakoa vicino a Niania. Gli assalitori hanno dato fuoco a decine di abitazioni, oltre a veicoli e motociclette. Alcuni sono stati uccisi a colpi di machete, altri carbonizzati all’interno delle proprie case.

L’ADF non è nuovo ad azioni del genere, anche contro i lavoratori. Pochi giorni prima, tra il 9 e il 15 marzo, un violento attacco contro i siti minerari di Muchacha e Babesua aveva causato la morte di oltre 50 lavoratori. Il gruppo si è impossessato di ingenti quantitativi di contanti e oro pronto per essere immesso nel mercato nero.

A carico di questo gruppo solo nel 2025 sono segnalati a settembre l’eccidio di Ntoyo, con la morte di 72 civili, e a luglio quello di Komanda, nell’Ituri, che ha provocato 43 vittime.

Non esiste un legame tra ADF e M23, le due formazioni avendo origini e “ideologie” diverse. Tuttavia l’ADF ha sfruttato il vuoto creato dall’avanzata dell’M23 verso sud per espandere le proprie operazioni, anche attraverso il massacro di civili nel Nord Kivu e nell’Ituri.

Anche l’ADF si autofinanzia attraverso lo sfruttamento del lavoro proletario nelle miniere illegali d’oro, il commercio di legname e cacao e le tasse imposte alle popolazioni locali. Attualmente controlla le miniere lungo il fiume Losselosse, nel territorio di Mambasa (Ituri) dove impone tasse ai minatori.

Spesso attaccano miniere non sotto il loro controllo per saccheggiare l’oro già estratto.

Nei primi mesi di quest’anno si sono verificati violenti attacchi nei siti minerari vicino a Luna e a Komanda, entrambi immersi in una vasta giungla che facilita il movimento di gruppi armati e il contrabbando di minerali verso l’Uganda. In queste incursioni i minatori che non sono riusciti a fuggire sono stati uccisi sul posto o rapiti per essere utilizzati schiavi come portatori o nelle miniere più interne della boscaglia.


Il bottino minerario

È in questo scenario, dominato dalle logiche del profitto e segnato da sistematiche barbarie, che si muovono le grandi potenze imperialiste, trasformando il Congo in uno dei principali terreni di scontro strategico tra i capitalisti cinesi e statunitensi.

La Cina si consolida da tempo come principale partner economico di Kinshasa, controllando tra il 70% e l’80% della produzione mineraria e detenendo nove delle dieci miniere di cobalto più grandi del Paese.

I droni d’attacco CH-4, impiegati nel febbraio scorso per colpire i vertici dell’M23 sono merce di scambio con Pechino. Tuttavia, se da un lato la Cina arma il governo, dall’altro le sue raffinerie, che lavorano oltre il 70% dei “minerali critici”, assorbono gran parte del coltan e dell’oro che i ribelli estraggono e contrabbandano attraverso il Ruanda.

Il patto Sicomines, noto anche come l’accordo "Risorse contro Infrastrutture", è un monumentale e controverso accordo di cooperazione economica, firmato nel 2007 e rinegoziato più volte, l’ultima nel 2024. Le aziende cinesi si sarebbero impegnate a investire 7 miliardi di dollari in strade e opere pubbliche entro il 2040 in cambio del mantenimento delle concessioni sulle miniere di rame e cobalto. Ma proprio l’11 marzo scorso il governo del Congo avrebbe ordinato una nuova verifica tecnica e finanziaria sulla sua effettiva realizzazione.

In queste crepe si infila l’imperialismo americano per contrastare l’enorme forza cinese nell’area, adottando una posizione altrettanto ambivalente. Sebbene il 2 marzo il Tesoro statunitense abbia imposto dure sanzioni contro l’esercito ruandese per l’appoggio diretto all’M23, accusandolo di addestrare i ribelli congolesi, il Ruanda rimarrebbe un hub logistico fondamentale anche per i minerali destinati all’industria tech americana, creando una dipendenza reciproca che impedirebbe una rottura totale.

Washington preme da tempo per ridurre l’influenza cinese nel Paese, specialmente nel settore estrattivo. Una apertura verso l’Occidente è culminata nell’Accordo di Partenariato Strategico, siglato tra il dicembre 2025 e il marzo 2026, che concederebbe alle aziende americane un “diritto di prelazione” su una serie di asset critici, tra cui rame, litio e tantalio, in cambio di sostegno militare e garanzie di sicurezza.

Un ulteriore segnale di questo possibile riposizionamento strategico è la recente vendita della società mineraria Chemaf alla statunitense Virtus Minerals. L’operazione, del valore di 30 milioni di dollari e di un piano di investimenti di 750 milioni, ha preferito un acquirente americano a uno cinese per la gestione di uno dei siti di cobalto più grandi al mondo. Parallelamente, prosegue il progetto del Corridoio di Lobito, finanziato da Stati Uniti ed Unione Europea con investimenti miliardari, per collegare le miniere congolesi al porto angolano sull’Atlantico, in sostituzione alla rotta orientale verso la Cina.

Poco più a est, la situazione appare speculare: mentre il Congo cerca di bilanciare lo strapotere di Pechino aprendo a Washington, il Ruanda tenterebbe di integrarsi economicamente sempre più con la Cina cercando quindi di rendersi meno vulnerabile alle sanzioni e alla pressione politica americana.

Da comunisti ci sentiamo di ribadire che l’instabilità cronica di Kinshasa non rappresenta un ostacolo per i grandi imperialismi; al contrario, il “fallimento dello Stato congolese” e lo stato di guerra permanente costituiscono una condizione ideale per l’attuale scontro economico. Un territorio frammentato in “feudi militari” è infinitamente più facile da saccheggiare rispetto a uno Stato centralizzato, il quale potrebbe nutrire velleità di sovranità economica e rivendicare un maggiore controllo sulle risorse del paese.

L’attuale scontro tra Pechino e Washington va quindi letto come una competizione per il controllo dei gangli vitali dell’industria del futuro. Quando i rulli compressori di questi imperialismi dovessero collidere frontalmente, il Congo sarà una delle loro prime trincee.


Tutti contro tutti ma sempre contro i proletari

Se nel XIX secolo era il caucciù a infiammare l’industria bellica e civile del Belgio leopoldino, oggi sono il cobalto, il coltan e il litio a dare il ritmo della danza macabra del capitalismo.

Le tragedie dei minatori di questi mesi hanno messo in luce che, indipendentemente da chi controlli il territorio, che si tratti dello Stato centrale o dei ribelli di qualsiasi fazione, la vita di milioni di proletari congolesi non ha nessun valore per alcuna delle forze armate in lizza. Solo i minerali interessano, contesi fra fronti borghesi rivali e fra le pressioni dei grandi imperialismi.

La cosiddetta “transizione ecologica”, sbandierata dalla propaganda dei capitalisti dall’Occidente all’estremo Oriente, è una narrazione falsa e illusoria, una vernice verde stesa sul cadavere in decomposizione della produzione di merci. Non esiste niente di “pulito” sul fango insanguinato del Congo. Ogni “batteria ecologica” contiene un po’ di sangue e di lavoro non pagato di un proletario africano. Anche qui il feticismo della merce: il gadget in vetrina nasconde la brutalità del processo che lo ha generato. La mortalità infantile, le mutilazioni causate dai crolli nelle miniere, le malattie respiratorie provocate dalle polveri sono solo una piccola parte dei costi di produzione che il bilancio del capitale non registra.

In Congo la pace è un lusso che il mercato non può permettersi. Le decine di gruppi armati sono figli delle diverse bande borghesi, a volte appendici delle borghesie dei paesi limitrofi, i quali a loro volta sono sub-appaltatori dei grandi blocchi imperialisti.

La guerra non è un’interruzione dell’economia, è l’economia stessa. Per tenere basso il prezzo delle materie prime occorre eliminare i costi della tassazione legale e della protezione sociale. Ogni proiettile sparato nelle foreste del Kivu abbassa il prezzo del cobalto a Londra o a Shanghai.

Nessun "governo onesto", nessun "aiuto umanitario", nessuna "riforma dell’ONU" potrà salvare il Congo. Finché vige la legge del valore, il Congo sarà condannato a essere la miniera del mondo e la tomba dei suoi figli.

All’interno del capitalismo la questione congolese quindi non si risolverà mai né a Kinshasa né nei centri nevralgici dell’imperialismo. Solo la distruzione del modo di produzione capitalistico nelle metropoli dell’Occidente e dell’Oriente porrà fine al martirio anche delle periferie.

Oggi la classe operaia in Congo langue e muore perché isolata dal resto della sua classe internazionale. Il minatore congolese che scava nel fango e l’operaio europeo, orientale o americano prigioniero nella fabbrica sono parte della stessa classe e si ribelleranno assieme. Si organizzeranno per la loro difesa prima e per l’assalto al potere politico dei capitalisti, uniti da un unico destino: o la dittatura mondiale del capitale o la rivoluzione comunista internazionale.







“Grande vittoria patriottica”
Il 9 maggio festeggia il capitalismo russo – stalinista e post‑stalinista – erede della controrivoluzione

In Russia come tutti gli anni si è celebrata la festa del 9 Maggio, l’equivalente della italica “Liberazione” il 25 Aprile. È il giorno della “Grande Vittoria Patriottica”. La borghesia ha bisogno di miti, di eroi e di tombe per nascondere i suoi meschini interessi il vuoto della propria teoria.

Ma la foto del soldato dell’Armata Rossa che a Berlino issa la bandiera rossa sul tetto del Reichstag continua a rappresentare per una certa “sinistra” la vittoria delle “buone” forze democratiche “e/o” comuniste, contro le “maligne” forze nazifasciste. In realtà chi alzava quel vessillo non stava liberando la classe operaia tedesca dal capitalismo, ma imponendo il tallone del capitalismo russo sulle macerie di quello tedesco, chiudendo una guerra che aveva visto il proletariato mondiale come unico vero sconfitto

Il secondo macello mondiale non fu uno scontro tra popoli – buoni contro malvagi – ma di un fronte imperialista contro un altro, una contesa in cui la lotta di classe, che solo pochi decenni prima aveva portato il proletariato al potere in Russia, venne totalmente eliminata e nel quale scontro furono massacrati decine di milioni di proletari per interessi a loro estranei.

In Russia, dove andava affermandosi una nascente borghesia, all’ombra di un apparato burocratico statale accentratore, nell’economia si erano consolidate tutte le categorie economiche del capitalismo: beni prodotti da lavoro salariato, da una classe sociale sfruttata con estorsione di plusvalore, e scambiati nel mercato tramite moneta.

La natura truffaldina del “comunismo” stalinista l’aveva negata già Lenin poco dopo la NEP: «Non lo nascondiamo, libertà di commercio significa libertà per il capitalismo (...) noi in una certa misura ricreiamo il capitalismo, si tratta del capitalismo di Stato”. Era il 1921 non il 1989! 68 anni prima del “crollo del comunismo” con la caduta del muro di Berlino.

In politica estera oggi la mistificazione staliniana continua a pretendere di far passare la Seconda Guerra mondiale come “difensiva”. In realtà l’atteggiamento dello Stato russo non fu affatto neutrale. Prima dell’invasione tedesca, e con l’accordo Molotov-Ribbentropp, si era alleato con la Germania, spartendosi territori e zone d’influenza, invadendo la Polonia, la Romania e la Finlandia, comportandosi come un qualsiasi predone imperialista. E predone imperialista si confermò alla fine della guerra a Yalta, dove Stalin concordò con Truman e Churchill la spartizione del bottino di guerra.

Mentre Lenin, con i tedeschi sul suolo russo, anch’essi mandati a morire dalla loro borghesia per fini di mero profitto, per puntare sulla rivoluzione uscì dalla Prima Guerra imperialista accettando la pace di Brest-Litovsk, Stalin vi gettò il proletariato nella Seconda. Qui l’enorme differenza: il primo per la rivoluzione internazionale, il secondo per la guerra imperialista fra nazioni e il dominio sui mercati.

Nello stalinismo la Patria ha sostituito l’internazionalismo, che fu non solo di Lenin ma di tutti i comunisti, successivamente uccisi o emarginati, che avevano militato nella Terza Interazionale (chiusa non a caso da Stalin nel 1943), per diffondere ovunque la rivoluzione dei soviet, non il falso e impossibile “socialismo in un solo paese”. La classe lavoratrice ha da difendere solo la propria dittatura, che può essere ancora nazionale, ma per essa è solo una prima battaglia verso la sollevazione vittoriosa dei proletari di tutto il mondo.

La dottrina stalinista, e la post-stalinista odierna, ci racconta che “l’Armata Rossa ci liberò dal nazismo”. Ma quello del 1945 era un esercito imperialista come gli altri che niente aveva in comune con l’Armata Rossa di Trotzki del 1918, votata alla difesa e dilagare del comunismo.

Si dice che l’Europa occidentale fu “liberata” dagli americani e quella orientale dai russi. In realtà in entrambi i casi non vi fu nessuna liberazione e la Seconda Guerra, segnando il trionfo incontrastato del capitalismo a livello mondiale, fu scontro tra predoni dove l’”aggressore” divenne “aggredito” e viceversa. La vittoria russo-anglosassone, nei fatti, condannò l’Europa occidentale al capitalismo “democratico”, l’Europa dell’Est al capitalismo di Stato. Tutta Europa restò occupata militarmente dagli imperialismi vincitori.

Lo ribadisce Lenin: «Il socialista, il proletario rivoluzionario, l'internazionalista ragiona altrimenti: il carattere di una guerra – è essa reazionaria o rivoluzionaria? – non è determinato da chi ha attaccato e in qual paese si trova il “nemico”, ma dipende da questo: quale classe conduce la guerra, di quale politica la guerra è la continuazione» (“La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky”)

I proletari di Praga e di Budapest successivamente ebbero modo di verificare quanto lo Stato dei capitalisti russi fosse poco diverso da quello nazista, con invasioni ed esecuzioni sommarie da parte dei “liberatori” di decine di migliaia di lavoratori.

Lo stalinismo – che iniziò ad imporsi nel partito comunista russo nella seconda metà degli anni 20 del secolo scorso, a seguito della sconfitta della rivoluzione in Europa, mentre nella ancora arretrata Unione allora Sovietica inevitabilmente andava affermandosi il capitalismo – chiamando questo “costruzione del socialismo”, rappresentò la pietra tombale della rivoluzione sul piano pratico e il suo totale capovolgimento su quello programmatico.

La sua eredità è purtroppo oggi ancor viva, una visione e una politica che sostituisce alla lotta di classe quella “tra i popoli”, che porta sempre a schierarsi in favore di uno o l’altro imperialismo, e che scambia il comunismo con il capitalismo più o meno a gestione statale (lo Stato è ormai presente oggi in ogni economia capitalista, Usa inclusi).

In tutto il mondo la classe lavoratrice è stata spaesata e addomesticata dall’influenza devastante dei partiti falsamente comunisti di ispirazione moscovita, prima stalinisti poi anti-stalinisti, che, con le loro mistificazioni l’hanno allontanata dalla difesa delle sue condizioni di vita, spacciate da ottenere con riforme e referendum e non con la lotta, e soprattutto dai suoi obiettivi futuri: l’abbattimento del regime agonico del capitalismo, che non può essere aggiustato né riformato.

La nostra parola d’ordine, fedele ai princìpi comunisti che furono della Terza Interazionale, è quella di sempre: Contro ogni nazionalismo e parata patriottica, in Europa, negli Stati Uniti, in Russia, in Ucraina, in Cina. Contro ogni pretesto di destra e di sinistra per arruolare gli sfruttati nella guerra generale che si prepara. Viva la rivoluzione dei lavoratori di tutti i paesi contro la propria classe borghese, per affossare il capitalismo.







ELECTROLUX
  Contro i licenziamenti occorre l’unità della classe operaia nello sciopero:
  Fra gli stabilimenti del gruppo e al di sopra delle aziende

La multinazionale ha annunciato 1.700 licenziamenti in Italia: Susegana (Treviso), Porcia (Pordenone), Forlì, Solaro (Milano), con la chiusura completa dello stabilimento di Cerreto d’Esi (Ancona).

I sindacati collaborazionisti e di regime si stanno già muovendo nella solita fallimentare direzione: chiudono la prospettiva di lotta degli operai nei confini della fabbrica e chiedono aiuto alle istituzioni locali.

La solidarietà delle istituzioni locali è fasulla, serve solo ai partiti padronali e ai falsi partiti operai a speculare sulle disgrazie degli operai: tanto decidono in combutta col regime borghese a Roma.

La solidarietà di cui hanno bisogno gli operai è solo quella del resto della classe salariata. Non a parole ma con lo sciopero più esteso e unito possibile.

Innanzitutto occorre mantenere l’unità di sciopero degli stabilimenti del gruppo: già nelle prime 8 ore di sciopero di martedì 12 maggio del direzioni nazionali di Fim Fiom e Uilm hanno lasciato libertà di scelta a ogni Rsu di fabbrica circa quando scioperare, iniziando in questo modo subdolo a minare questa unità, che invece va difesa, costruita, rafforzata.

In secondo luogo occorre costruire lo sciopero generale nei territori in cui sono fabbriche Electrolux, spiegando che il licenziamento di un gruppo di salariati non è mai faccenda che riguarda solo i dipendenti della singola azienda ma tutti i lavoratori, perché va a indebolire tutta la classe lavoratrice, a maggior ragione quando si tratta di una grande azienda che, per condizioni oggettive, è un punto di forza del movimento sindacale.

In terzo luogo le gite a Roma sono un dispendio di energie fisiche ed economiche. Molto più importante e utile sarebbe organizzare trasferte nei vari stabilimenti, ove far riunire fisicamente gli operai in assemblee davanti ai cancelli, anche per rafforzare i picchetti, scegliendo gli stabilimenti da colpire più duramente perché più preziosi per l’azienda ai fini del profitto.

A dicembre scorso, a Genova, quando si paventava la chiusura dell’acciaieria ex ILVA, è stato fatto un passo in questa direzione, con la convocazione dello sciopero cittadino dei metalmeccanici. L’Usb sostenne lo sciopero proclamato dalla Fiom di Genova, il 4 dicembre, e lo stesso dovrebbero fare oggi tutti i sindacati di base – nei territori in cui sono presenti – nei confronti della lotta degli operai Electrolux.

Solo lo sciopero più duraturo, unitario fra le fabbriche del gruppo, esteso in solidarietà ai lavoratori dei territori potrà piegare azienda e regime politico padronale.

I licenziamenti della Electrolux non cadono nel vuoto: sono conseguenza e segnano una nuova tappa della crisi di sovrapproduzione del capitalismo mondiale, iniziata da decenni e che continua ad aggravarsi. Estendere e unire la lotta dei lavoratori serve ad affrontare il precipitare di questa crisi, sempre più prossimo, quando i licenziamenti dilagheranno, con scioperi generali per imporre la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, il salario pieno ai lavoratori disoccupati, contro l’unica soluzione che il capitalismo sta preparando per salvare se stesso: la guerra.


Pordenone, 13 maggio 2026.