Partito Comunista Internazionale
il Partito Comunista Internazionale N. 441 - settembre-ottobre 2026

anno LII - [Pdf]

Indice dei numeri

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Aggiornato 11 settembre 2026

organo del partito
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 Falsi anti-imperialismo, internazionalismo e opposizione alla guerra nell’incontro fra dirigenti dei sindacati portuali a Istanbul
– Stati Uniti: C’è il capitale dietro i “socialisti”
– Un altro chiodo sulla bara dello antistorico nazionalismo curdo
PAGINA 2 Classe operaia e movimenti ambientalisti: L’unica lotta in difesa dell’ambiente è quella contro il capitalismo
Per il
sindacato
di classe
A Prato vincono gli operai organizzati col Sudd Cobas
– Massacri di minatori e la menzogna del “socialismo con caratteristiche cinesi”
Venezuela: Unificare le richieste di attivi, pensionati e disoccupati in uno sciopero generale per sconfiggere la politica di sfruttamento del governo
Anche in Turchia si lotta per la riorganizzazione di classe
PAGINA 5 – Travestimenti del capitale e lotta di classe in Bulgaria
Il conflitto sul flusso di gas e petrolio nel Mediterraneo
Nigeria: Lotta operaia, guerra e funzione dei sindacati del regime
PAGINA 6 Il duro lavoro del partito getta le arcate del ponte fra la scienza sociale annunciata dal Manifesto Comunista del 1848, alla critica e svergognamento della oscena decadenza capitalistica dell’oggi e al sano indirizzo alle incessanti lotte della classe operaia designate alla rivoluzione di domani - Riunione Internazionale del Partito - 23-24 maggio [RG155] Continua dal numero scorso - Iran, Il fallimento della modernizzazione - Proprietà e Capitale - I recenti avvenimenti in Mali
PAGINA 7 La competizione fra imperialismi in Sudan e dei nuovi capitalismi per l’acqua del Nilo
PAGINA 8 Il monismo dialettico marxista
– La borghesia quanto più moderna e laica tanto più reazionaria e impotente
– Nel partito comunista: Non amare nessuno - amare tutti
La determinata funzione organica del Partito Comunista







PAGINA 1
Falsi anti-imperialismo, internazionalismo e opposizione alla guerra nell’incontro fra dirigenti dei sindacati portuali a Istanbul

Il 18 e 19 maggio i rappresentanti di diversi sindacati dei lavoratori portuali si sono riuniti a Istanbul, ospiti del sindacato turco Liman-İş. Tra i partecipanti figuravano l’USB dall’Italia, la CGT Ports and Docks dalla Francia, l’Enedep dalla Grecia, il LAB dai Paesi Baschi e l’ODT dal Marocco.

La riunione ha fatto seguito alle relazioni instauratesi dal febbraio dello scorso anno in un incontro ad Atene, cui ne è seguito una a Genova nel settembre successivo, infine scaturiti in un primo sciopero internazionale dei portuali contro la guerra e “per la Palestina” il 6 febbraio scorso, di cui abbiamo scritto in “Sciopero contro la guerra snaturato dal nazionalismo antiproletario della Federazione Sindacale Mondiale”, pubblicato sul numero di marzo-aprile, il 438, di questo giornale.

Il manifesto approvato a conclusione dell’incontro ad Istanbul, pur contraddistinto da una certa genericità e ambiguità per ovviare alle diverse posizioni delle dirigenze dei sindacati coinvolti – alcune delle quali abbiamo indicate nell’articolo sopra menzionato – chiaramente tende a indicare quali forze imperialiste solo le "occidentali": Stati Uniti, Unione Europea, Israele, e a far ricadere su di esse soltanto la responsabilità dei conflitti in Medio Oriente. «L’aggressione imperialista in Medio Oriente si sta espandendo. Il genocidio del popolo palestinese da parte dello Stato assassino di Israele continua con il sostegno degli USA, della NATO e dell’UE. L’attacco statunitense-israeliano contro l’Iran, la fiammata di guerra nello Stretto di Hormuz, gli attacchi alle navi, i blocchi, la militarizzazione dei passaggi marittimi, tutto ciò dimostra che i popoli e i lavoratori vengono spinti sempre più in profondità nell’abisso della guerra».

I proletari del Medio Oriente, in questa visione, non sono vittime di uno scontro fra opposti fronti di paesi imperialisti – che si spartiscono il mondo intero – e innanzitutto del proprio Stato, che li conducono alla guerra e li costringono a difendere gli interessi della borghesia nazionale e deli capitalismi a cui è alleata, col pretesto di una “aggressione imperialista” dall’esterno.

Ogni partito e regime borghese indica ai lavoratori la chiave di lettura della guerra aggressore-aggredito: non le ragioni economiche profonde, e di classe, da cui i conflitti scaturiscono, ben più determinanti di chi ha sparato il primo colpo.

Quello proposto dai sindacati riuniti a Istanbul è un anti-imperialismo borghese, anti-proletario e anti-internazionalista: nemmeno si nomina la direttiva “proletari di tutti i paesi unitevi”, che si concretizza nella conclusione disfattista “il nemico del proletariato è in casa propria” – cioè il proprio regime capitalista – nella prospettiva della lotta proletaria internazionale, fino alla rivoluzione, per fermare la guerra. Si identifica invece nella selezione di un gruppo di Stati capitalisti incensati “migliori degli altri” – generalmente accreditando le chiacchiere propagandistiche di ciascuno di essi – in quanto “anti-imperialisti”.

L’orologio della storia per l’opportunismo è inchiodato all’epoca delle rivoluzioni democratiche-borghesi – chiusasi da un secolo e mezzo in Occidente e da mezzo secolo almeno nel resto del mondo – e ai loro principi di “sovranità nazionale” e, peggio, “pacifica coesistenza fra le Nazioni”, demoliti dal marxismo sorto nel 1848 a cavallo fra il tramonto dell’epoca rivoluzionaria borghese in Europa occidentale e l’aurora di quella proletaria. Mentre questi principi il capitalismo, dal suo nascere, calpesta ogni giorno, la loro impossibile realizzazione è posta dall’opportunismo quale necessaria tappa preliminare alla lotta di classe rivoluzionaria per il comunismo.

Da notare, intanto, che per i gruppi politici che dirigono i sindacati convenuti a Istanbul nel novero dei popoli oppressi non rientrano i Curdi in Turchia o i Beluchi in Iran e gli innumeri altri schiacciati dagli “Stati anti-imperialisti”.

La guerra, gettata a parole fuori dalla porta, rientra dalla finestra: se Hamas non è un partito borghese al soldo dei regimi capitalisti d’Iran, Turchia e Qatar, bensì una forza che lotta per la "liberazione palestinese"; se il regime iraniano non è borghese anch’esso, nonché pedina dell’imperialismo cinese, che contende la spartizione dei profitti mondiali alla borghesia statunitense, allora la loro guerra risulta essere “giusta”, perché “difensiva”, “anti-imperialista”, e i proletari di tutto il mondo la debbono sostenere.

E in futuro sarà “giusta” quella della Cina contro gli USA, cioè la terza guerra mondiale. Non a caso ad agosto una delegazione del gruppo politico che dirige l’USB si è recata a Pechino, ricevuta dal Partito Comunista Cinese. Al termine della visita ha emesso un comunicato: «In un contesto di profonda crisi del capitalismo e di tendenza alla guerra sempre più marcata, l’esempio del Pcc e lo sviluppo a tutti i livelli raggiunto dalla Repubblica popolare cinese crediamo siano fonte di ispirazione e approfondimento ineludibile per tutte le forze comuniste che agiscono al centro della cittadella imperialista europea».

La definizione di “guerra difensiva” facilmente sfuma e si ribaltata nel suo opposto: la Russia ha invaso l’Ucraina per difendersi e per difendere le minoranze russofone; Hamas il 7 ottobre 2023 ha invaso Israele per difendere il diritto all’autodeterminazione palestinese; l’Iran lancia missili e droni in tutto il Medio Oriente per difendersi dall’aggressione statunitense e israeliana.

Su queste basi vengono inficiate affermazioni corrette, per quanto generiche, contenute nel manifesto: «I lavoratori non possono riporre la loro fiducia in quelle forze sindacali che accettano gli obiettivi dell’economia di guerra, attraverso il compromesso, che presentano il coinvolgimento nelle guerre come “sviluppo”, “posti di lavoro” o “interesse nazionale”, che invitano i lavoratori a fare sacrifici per i profitti e le guerre, a schierarsi dietro le esigenze dei governi, degli armatori, dei monopoli e delle alleanze imperialiste».

La conferma pratica e clamorosa di questa falsa opposizione alla guerra imperialista, presentata come proletaria ma di natura borghese, sta nella organizzazione stessa dell’incontro. USB, CGT Ports and Docks, ENEDEP sono sindacati combattivi, che si contrappongono al sindacalismo di regime nei rispettivi paesi. Ma hanno stretto un sodalizio, al punto di farsi ospitare, con un sindacato – il Liman-İş – la cui confederazione di appartenenza, la Hak-İş, per dimensioni il secondo sindacato di regime turco dopo la Türk-İş, con questa gareggia nell’essere la più filo-governativa e reazionaria. Fondata quale alternativa islamista alle altre confederazioni sindacali in Turchia, da quando il partito di Erdoğan è salito al potere è stata parte integrante dell’apparato governativo. Fra l’altro straordinariamente ricca. Fingendosi in competizione al Türk-İş è complementare a esso nell’opera di oppressione della classe operaia, un sindacato di regime, in Turchia come in tutto il mondo, strumento fondamentale in mano ai governi.

Lo Hak-İş primeggia nell’evitare quanto più possibile il ricorso allo sciopero. L’ultimo organizzato dal Liman-İş risale al 2015 e fu di quattro ore. Prima di allora aveva preso parte, o meglio, non era riuscito a impedire ai propri membri di partecipare a un paio di scioperi di un giorno durante le agitazioni generali del 1995. Quello del 6 febbraio scorso è stato puramente simbolico, una dichiarazione sulla carta senza alcun effetto sulla movimentazione delle merci.

Nella dura lotta delle 2 mila operaie tessili della fabbrica Şık Makas di Tokat – nel centro-nord della Turchia – quando a fine dello scorso anno in massa si sono dimesse da Öz İplik-İş – la federazione tessile di Hak-İş – e in 400 hanno aderito al sindacato conflittuale Bİrtek-Sen, i dirigenti locali del sindacato di regime hanno consegnato i loro nomi all’azienda, che ha proceduto ad oltre mille licenziamenti. Diverse operaie che hanno aderito al Bİrtek-Sen sono state anche fatte oggetto da parte dello Hak-İş di una campagna denigratoria circa la loro moralità.

L’eco di quella lotta è giunto in Italia con il Sudd Cobas, il quale organizza principalmente operai del settore del “pronto moda” nel distretto di Prato, che il 6 aprile scorso ha organizzato un presidio di solidarietà, con le lavoratrici della Şık Makas e con il Bİrtek-Sen, il cui capo – Mehmet Türkmen – per questa lotta è stato incarcerato per 92 giorni.

Il Liman-İş, fra l’altro, non è nemmeno l’unico sindacato che organizza i lavoratori portuali in Turchia: ci sono ben due sindacati combattivi nel settore, il DGD-Sen – che a gennaio ha organizzato uno sciopero a oltranza di 23 giorni dei 5 mila operai dei magazzini logistici Migros – e il Limter-İş, appartenente alla confederazione DİSK, le cui federazioni più combattive (come il Birleşik Metal-İş per i metalmeccanici) sono assimilabili a un sindacato come l’USB.

Come è possibile che sindacati come l’USB, l’ENEDEP, la CGT portuali abbiano accettato di associare i loro nomi a un simile sindacato filo-padronale e di farsi ospitare da loro?

La risposta sta in quanto sopra: per il proclamato sostegno del regime borghese turco alla causa palestinese. Naturalmente tale sostegno, esattamente come quello da parte iraniana, è del tutto fasullo: la borghesia turca specula sul sangue dei proletari palestinesi – a parole e ospitando e finanziando la dirigenza di Hamas – sia per sviare dalla lotta di classe il proprio proletariato, deviandone l’attenzione verso il nemico esterno, sia per contrastare Israele nella lotta per la spartizione dei profitti capitalisti nel Mediterraneo orientale e nel Vicino e Medio Oriente. Notoriamente la proiezione d’affari e militare turca giunge fino alla Libia e alla Somalia, passando per la Siria settentrionale e Cipro, e vorrebbe metter piede a Gaza, anche in funzione anti-egiziana.

Ma per l’opportunismo – secondo cui l’imperialismo non si combatte con la lotta di classe entro e contro tutti gli Stati capitalisti, bensì alleandosi con una parte di essi contro altri – tutti gli Stati borghesi nemici d’Israele e Stati Uniti sarebbero anti-imperialisti.

Il corollario pratico, che mostra nella concretezza la natura anti-proletaria di tale indirizzo, è che entro tali paesi la lotta di classe dovrebbe essere messa da parte e i loro regimi sostenuti in questa lotta “contro l’imperialismo”.

È questa la ragione per cui, nella Federazione Sindacale Mondiale, cui aderiscono USB, ENEDEP e CGT Ports and Docks, albergano ad esempio gli organismi sindacali emanazione del regime iraniano – le Khane-ye Kargar (Case dei lavoratori) e le Shora-ye Eslami (i Consigli islamici nelle imprese) – massacratore di migliaia di giovani e proletari periodicamente in rivolta.

La lotta di classe viene in questo modo subordinata al confronto fra gli Stati, che sfocia necessariamente nella guerra imperialista. L’opportunismo sostiene che questa scaturisce dalla “aggressione” di una delle due “parti”, quando invece è l’inevitabile sbocco della competizione capitalistica, aggravata dall’avanzare inesorabile della crisi economica mondiale, che non può non tracimare in scontro militare.

Se in Italia, per esempio, andasse al governo un partito borghese che uscisse dalla NATO, sostenesse Hamas e si alleasse a Cina e Iran – come perorano anche diversi gruppi fascisti e non è una ipotesi peregrina visto che la borghesia italiana ha cambiato schieramento in entrambi i conflitti mondiali – e le armi fossero inviate a questi nuovi alleati, il gruppo politico a direzione dell’Usb non organizzerebbe più scioperi “contro la guerra”, non bloccherebbe più l’invio di armi, anzi lo favorirebbe per sostenere la “guerra anti-imperialista”. Nascondendo che si tratta solo di uno schieramento imperialista che vuole soppiantare il dominio dell’altro, chiamerebbe il meno possibile allo sciopero, per non indebolire il nuovo governo ed evitare il ritorno di forze politiche “di destra”, sostenute invece dallo schieramento internazionale occidentale.

Di fatto, per ora, sindacati conflittuali sono stati ospiti di un sindacato fedele al governo turco, il Liman-İş, col beneplacito di quel governo in quanto il loro indirizzo internazionale si affianca agli interessi dell’imperialismo turco. Vile politica borghese che così sfrutta la indignazione dei lavoratori di tutto il mondo per il genocidio dei palestinesi.

La solidarietà tra lavoratori e tra sindacati di diversi paesi è un aspetto insostituibile della lotta di classe, che diventa sempre più necessaria man mano che la lotta si intensifica. È anche vero che la solidarietà internazionale dei lavoratori può essere efficace contro le guerre imperialiste. Nulla tuttavia tradisce questa solidarietà più di un’unità tra sindacati “veri” e organi governativi che fingono di essere sindacati. Unendosi a sindacati come il Liman-İş la solidarietà internazionale fra proletari viene calpestata, non solo perché non si fa altro che assecondare la speculazione del regime borghese turco sul sangue dei proletari palestinesi per perseguire le sue finalità di potenza capitalista regionale, ma anche perché si tradiscono i proletari turchi, oppressi grazie a sindacati come quello con cui USB, CGT portuali e ENEDEP si sono riuniti, mentre operai e militanti dell’autentico sindacalismo di classe sono licenziati e arrestati.

La sensibilità dei portuali di diversi paesi riguardo al genocidio in Palestina e la loro volontà di agire in loro difesa è certamente lodevole, ma i gruppi politici che dirigono questi sindacati incanalano questa rabbia nel sostegno a uno dei fronti della guerra imperialista mondiale che sta maturando.

La via per costruire una vera solidarietà internazionale della classe operaia, tramite un autentico sindacalismo di classe, è un’altra: indica ai lavoratori di ogni paese che non esistono Stati capitalisti migliori di altri con cui allearsi o peggiori di altri contro cui sia giustificata la guerra, che il nemico dei lavoratori è prima di tutto il proprio regime borghese e che i lavoratori del mondo non hanno altri amici se non loro stessi. Solo dietro queste insegne uno sciopero internazionale è davvero internazionalista e contro la guerra imperialista.

Il Partito Comunista Internazionale percorre questa via.

Dal convegno di maggio è scaturita la decisione di organizzare un secondo sciopero internazionale dei portuali, che infine è stato stabilito per il 30 ottobre. L’atteggiamento pratico del nostro partito non è disfattista verso questa iniziativa. Per i lavoratori uno sciopero è sempre un atto di lotta contro il padronato e il proprio regime borghese. Il suo carattere internazionale ha un valore che non viene cancellato dalla direzione opportunista dei sindacati e dal carattere che essi conferiscono alla iniziativa. Come già accaduto il 6 febbraio scorso, interverremo dando ai lavoratori in sciopero le autentiche indicazioni internazionaliste e proletarie contro la guerra imperialista.






Stati Uniti
C’è il capitale dietro i “socialisti”

Patrimoniale ennesimo inganno riformista

Traduciamo un breve articolo dal nostro giornale per il Nordamerica per ribadire quanto sia illusoria e deviante la retorica populista di “tassare i ricchi” ripetutamente tirata fuori dalla sinistra riformista, democratica e opportunista. Come a New York e Chicago anche in Italia si ripropone la “patrimoniale” per distogliere l’attenzione dei proletari dalla legge immutabile del capitalismo alla concentrazione della ricchezza. Come al solito il problema viene sviato dal superamento e negazione del capitalismo (che è sacro e intoccabile per tutti!) sulla sua gestione.

Né un maggior gettito fiscale assicurerebbe migliori condizioni per i lavoratori. In Italia dal 2010 ad oggi l’aver triplicato le entrate provenienti dal contrasto all’evasione – per lo più a danno della piccola borghesia – fino a quasi 40 miliardi di euro nel 2025 non ha condotto a nessun maggiore intervento sul welfare, nonostante la pressione fiscale sui salari sia arrivata ormai oltre il 45%. Negli ultimi 15 anni le entrate fiscali sono costantemente cresciute, passando da 460 miliardi a 728 miliardi di euro annui.

Molta di questa disponibilità sarà spesa in riarmo e ritornata ai capitalisti sotto forma di commissioni, esenzioni e aiuti. Una ipotetica patrimoniale per i redditi superiori ai 5 milioni di euro si tradurrebbe in un ulteriore passaggio dalla piccola e media borghesia ai grandi capitalisti, rafforzando la concentrazione in poche mani.

Da New York all’Italia alla Cina alla Russia e in ogni paese del mondo il “tassare i ricchi” e la “caccia agli evasori” non portano e non porteranno a una maggiore giustizia sociale. Lo Stato da destra a sinistra, da est ad ovest rappresenta la macchina, anche contabile e tesoriera, della classe borghese: finanziare lo Stato significa finanziare la borghesia.

L’unica “patrimoniale” che riguarderà la classe operaia sarà l’esproprio rivoluzionario dei mezzi della produzione per la liberazione della società comunista, senza classi, mercato e moneta.

* * *

Il vago corteggiamento del Partito Democratico alla sua ala sinistra “socialista” non può che nascondere la continuità del dominio della classe capitalista. Non una minaccia nei suoi confronti, né una tattica di lotta efficace per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori. Sapevamo che non sarebbero arrivate né le sostanziose imposte sul patrimonio né l’estensione dei programmi sociali. Sapevamo che la finanza e il debito impongono allo Stato del capitale limiti oggettivi insuperabili di austerità, pena il rischio di far crollare tutto il suo sistema monetario. E, la cosa più importante, sapevamo che questo illusionismo politico serve solo a incanalare la frustrazione dei lavoratori in miseri atti di voto.

Sono passati sei mesi da quando Zohran Mamdani, personaggio “socialista democratico”, ha assunto la carica di sindaco a New York City con un programma basato sul “tassare i ricchi” e promettendo un miglioramento generale del tenore di vita dei lavoratori attraverso semplici aggiustamenti amministrativi. Come non averci pensato prima! sarebbe bastato che tutti avessero pagato la propria giusta parte.

Illusioni della piccola borghesia, reazionaria, impotente a capire quanto radicaloide ed esagitata. Indipendentemente dalle irrealistiche promesse di politici moralisti, i dettami del capitale sempre finiscono per imporsi.

Tra i risultati più recenti celebrati da Mamdani ce n’è uno: il pareggio del bilancio comunale. Ciò, ovviamente, va contro lo elisir della socialdemocrazia keynesiana, che tende ad aumentare la spesa e a ricorrere a temporanei deficit di bilancio. Tuttavia basta guardare il bilancio per rendersi conto di quale imbroglio sia stato imbastito: il pareggio di bilancio è stato ottenuto col famigerato metodo della ristrutturazione del debito, ovvero un allungamento dei termini del rimborso del denaro preso in prestito. Questa pratica non elimina la necessità di pagare gli interessi sul debito, ma furtivamente ritarda l’inevitabile crisi finanziaria che si verificherà quando gli obblighi di debito non potranno più essere onorati. Allora molti dei pagamenti del fondo pensionistico di dipendenti comunali saranno rinviati.

«Ma Mamdani sta migliorando la vita della gente e ottenendo risultati!» gridano i suoi compari. È così? Le promesse già formalmente abbandonate sono: l’aumento significativo dell’imposta sulle grandi proprietà immobiliari; il programma di buoni affitto; gli autobus gratuiti. Il misero aumento dell’imposta fondiaria che Mamdani è riuscito a far passare può accrescere al massimo lo 0,4% del bilancio, e può essere facilmente eluso. Anche il famoso controllo degli affitti è in discussione, poiché rimane in vigore l’aumento per gli appartamenti a canone controllato. Ulteriori tagli e sacrifici si manifesteranno probabilmente con l’avvicinarsi della scadenza di bilancio.

L’obiettivo del signor Mamdani è abbassare metodicamente e lentamente il tenore di vita dei lavoratori. L’ex sindaco di New York falsificò le voci di spesa e tagliò direttamente i servizi. Mamdani mantiene servizi sociali inadeguati. Entrambi obbediscono agli stessi limiti oggettivi e operano per lo stesso obiettivo: garantire la pace sociale a favore dell’accumulazione di capitale.

La borghesia non userà mai le articolazioni locali del proprio Stato contro se stessa. Il problema è insormontabile. Tutti gli eroici politicanti si allineeranno decisamente con gli ordini della borghesia: si gioca sul loro campo.

La ristrutturazione del debito prevista nel bilancio del comune di Chicago per il 2026 assume una forma diversa rispetto a quella di New York: contrarre un prestito aggiuntivo di 1,8 miliardi di dollari (pari a un aumento del 14,5% del debito pubblico totale in essere), il tutto tagliando i posti di lavoro nelle scuole pubbliche. Che ironia, considerando gli ingenti finanziamenti elettorali ricevuti dal signor Johnson dal sindacato degli insegnanti! I lavoratori che si lasciano ingannare e legano il proprio benessere a politici borghesi vengono traditi ancora una volta.

Ma un momento! Sono in arrivo finanziamenti extra grazie alla… legalizzazione del video poker e delle slot machine in ogni locale con licenza per la vendita di alcolici. Che civiltà! Per salvare la faccia il sindaco Johnson intraprenderà la giusta battaglia per il clima e farà causa alle grandi compagnie petrolifere. Comunque dobbiamo ringraziarlo per non aver affermato di essere un socialista!

Ma è un fenomeno mondiale: Con la crisi generale gli Stati non potranno “tassare i ricchi” perché in quel momento “i ricchi” saranno i più “poveri”. I fondi di riserva delle istituzioni e delle banche si saranno deprezzati in termini reali a causa dell’inflazione. Alla fine si verificherà un crollo catastrofico nella catena dei pagamenti del debito a livello mondiale, che richiederà tagli estremi alla spesa sociale e causerà un’immensa miseria.

Del declassamenti del credito e della incombente crisi finanziaria sul proletariato ricadrà il carico più pesante. Nessuna misura di austerità, responsabilità fiscale o “politica sana” può fermare le tendenze caotiche del capitalismo verso crisi inevitabili, guidate essenzialmente nel campo della produzione dal calo dei tassi di profitto e dall’eccesso di offerta.

Il progressivismo democratico tende a integrare i sindacati nelle macchine della politica borghese solo per dare ai lavoratori delle briciole, per poi togliergliele appena possibile. I sindacati rimangono così delle deboli appendici legate agli interessi della finanza, privi di capacità di reazione. Promuovere qualsiasi difesa della democrazia o tattica elettoralista consegna i lavoratori direttamente nelle mani della borghesia. Ed è questo il loro scopo.

Gli attacchi al tenore di vita non potranno che acuirsi man mano che il capitalismo si addentra ulteriormente nella crisi. A quel punto i lavoratori dovranno assumersi il compito non di dialogare con lo Stato, ma di affrontarlo. Non collaborando con la sinistra o la destra, ma abbandonandole entrambe per unirsi al proprio unico partito comunista internazionale.

La difesa attiva del proletariato sarà condotta con la rinascita di veri sindacati di classe, che non temano di scioperare e di infrangere i limiti legali. Solo questo abbatterà i limiti oggettivi imposti alla società dal capitale finanziario e dalla contabilità monetaria. Il comunismo porterà con sé una produzione razionale in cui non ci sarà denaro e certamente nessun prestito predatorio tra entità private. La disponibilità di assistenza sociale sarà determinata esclusivamente dalla quantità di forza lavoro e dalle risorse fisiche disponibili, secondo un piano economico razionale.






Un altro chiodo sulla bara dello antistorico nazionalismo curdo

Nel luglio dell’anno scorso scrivemmo sul nostro giornale in turco: «Nell’attuale congiuntura lo Stato turco sta affrontando la maggiore vulnerabilità sia all’interno sia in Siria. I nazionalisti curdi ora dichiarano apertamente che i curdi in Turchia serviranno la Repubblica Turca, mentre non possono opporsi al fatto che i curdi in Siria servano l’HTŞ. In questo contesto c’è una questione di cui né la Turchia, né la Siria, né gli Stati Uniti stanno discutendo: la branca iraniana del PKK, il PJAK. Nessuno parla della resa delle armi da parte del PJAK. Dietro le quinte dello spettacolo della consegna delle armi, la forza militare del PKK sembra destinata a essere trasferita nel Kurdistan orientale. Così il pugnale curdo, ritirato dalla gola della Turchia, è premuto alla gola dell’Iran, nell’interesse dell’imperialismo statunitense».

Gli eventi susseguiti nell’ultimo anno hanno confermato quella nostra analisi. Occorre vedere la situazione oggi derivante dalla guerra in Iran.


In Siria e nel Kurdistan occidentale

L’11 marzo 2025, Jolani, capo del regime dell’HTŞ in Siria, e Mazlum Abdi, comandante delle Forze Democratiche Siriane (SDF) – guidate dalle YPG, il braccio armato del PKK nel Kurdistan occidentale – hanno firmato il primo accordo che delinea l’integrazione delle SDF nello Stato siriano. La data di integrazione era stata fissata per il 2025. Tuttavia, poiché l’idea di opporsi all’accordo era diffusa nelle file dell’YPG e tra alcuni dei suoi dirigenti, e dato il contesto in cui anche Israele stava prendendo di mira l’HTŞ, le SDF hanno scelto di opporsi all’attuazione dell’accordo. L’HTŞ ha allora attaccato i curdi ad Aleppo, per poi muovere contro le postazioni delle SDF, a partire da Dayr Hafir e Maskana, seguite da Tabqa e dalla zona meridionale di Raqqa. Dopo il ritiro delle SDF, l’HTŞ si è rapidamente impadronita di una vasta area che comprendeva Deir ez-Zor e l’intera Raqqa. Gli elementi arabi all’interno delle SDF abbandonarono uno dopo l’altro i nazionalisti curdi e si unirono all’HTŞ.

Le SDF, ormai ridotte solo a un fronte delle YPG, il 30 gennaio hanno firmato un accordo di cessate il fuoco e di integrazione, cedendo all’HTŞ tutti i territori che avevano perso, tutti i posti di frontiera e i pozzi petroliferi, stabilendo al contempo che i propri combattenti avrebbero aderito individualmente all’esercito siriano e che il controllo di tutte le istituzioni civili sarebbe stato trasferito allo Stato siriano. Le forze governative sono entrate a Al Hasakah e Qamishli. Pertanto, l’esistenza dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell’Est è di fatto e di diritto giunta al termine. Non è stato nemmeno riconosciuto il diritto all’istruzione nella propria lingua. Gli unici risultati significativi per i nazionalisti curdi sono stati la nomina del governatore di Al Hasakah e del viceministro della Difesa, nonché il ritorno dei rifugiati curdi sfollati ad Afrin – che si trova sotto occupazione turca – e nel quartiere di Sheikh Maksud ad Aleppo.

Ora che fanno parte dello Stato siriano, i nazionalisti curdi hanno preso posto nella delegazione siriana guidata dal ministro degli Esteri Shaibani alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2026, tenutasi dal 13 al 15 febbraio. Gli Stati dominanti dell’imperialismo occidentale hanno finalmente ricompensato i nazionalisti curdi concedendo loro un posto nelle sale della conferenza, dopo aver svenduto senza alcuna resistenza la causa dell’autonomia – per la quale i giovani del Kurdistan occidentale erano mandati a morire da anni.


In Turchia e nel Kurdistan del Nord

Alla fine di luglio 2025 il parlamento turco ha istituito una Commissione Nazionale per la Solidarietà, la Fratellanza e la Democrazia, relativa al processo di pace. La Commissione ha avviato colloqui con i rappresentanti delle principali organizzazioni provenienti da vari segmenti della società, compresi i rappresentanti dell’Hezbollah curdo. Il 7 ottobre, Devlet Bahçeli, capo del tradizionale partito fascista MHP, che aveva avviato il processo, propose che la Commissione incontrasse il leader del PKK Abdullah Öcalan, detenuto sull’isola di Imrali. Prima che l’incontro potesse aver luogo, il 26 ottobre il PKK annunciò di essersi ritirato dalla Turchia e, il 16 novembre, di essersi ritirato dalla regione di Zap nel Kurdistan meridionale. Il 17 novembre Öcalan ha rivendicato per sé il “diritto alla speranza”, ovvero di essergli riconosciuto di aver scontato la pena ed essere rilasciato. Il 24 novembre un deputato ciascuno dell’AKP, dell’MHP e del partito DEM ha incontrato Öcalan sull’isola di Imrali. Durante l’incontro Öcalan ha affermato che le sue richieste, sia per i curdi turchi sia per quelli siriani, non avevano la precedenza sull’ordine democratico interno.

Öcalan ha esortato le SDF a deporre le armi e a integrarsi nelle Forze Armate Siriane entro il 30 dicembre 2025. Quando i combattimenti in Siria si sono estesi oltre Aleppo, ha dichiarato che il conflitto stava minando il processo. Il ritardo nell’adesione all’accordo di integrazione in Siria è stato senza dubbio un’iniziativa della base e dei quadri, sviluppata in contrasto con le istruzioni di Öcalan. La posizione assunta da questa figura – ampiamente considerata il capo indiscusso del movimento nazionalista curdo nel Kurdistan occidentale e settentrionale – è stata determinante nella resa delle YPG al primo attacco da parte dell’HTŞ.

Öcalan diffonde fra i curdi la “ideologia della fratellanza millenaria” perorata dallo Stato turco da decenni: «non possono esserci curdi senza turchi, né turchi senza curdi». L’influenza di Öcalan tende a trasformare il movimento nazionalista curdo in strumento dell’imperialismo turco. Non a caso la richiesta di istruzione nella lingua curda – ultima illusione di una cittadinanza paritaria – rimane inascoltata.


In Iran e nel Kurdistan orientale

La guerra iniziata il 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno sferrato attacchi aerei contro l’Iran, ha spostato l’attenzione sul Kurdistan orientale. Sei giorni prima della guerra, il 22 febbraio, le organizzazioni nazionaliste curde del Kurdistan orientale – PJAK, KDP iraniano, Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Komala), PAK e Xebat – avevano annunciato la formazione della Coalizione delle Forze Politiche del Kurdistan Iraniano. Il 4 marzo anche il Partito Komala del Kurdistan iraniano ha aderito alla coalizione. Si sono così unite tutte le principali organizzazioni nazionaliste curde del Kurdistan orientale. Tra queste l’IKDP spicca per numero di sostenitori, mentre il PJAK per potenza militare.

In seguito allo scoppio della guerra, la Coalizione ha indetto una rivolta nel Kurdistan iraniano e ha annunciato che le sue forze all’interno dei confini iraniani erano in conflitto con il regime. In risposta, lo Stato iraniano ha bombardato le postazioni della Coalizione nel Kurdistan orientale. Oltre confine, nel Kurdistan meridionale, sono trapelate alla stampa notizie secondo cui la CIA e il Mossad stavano addestrando migliaia di unità militari curde orientali. L’Iran ha dichiarato che l’ingresso nel paese delle milizie curde dal confine iracheno sarebbe stato considerato un casus belli contro il Kurdistan meridionale.

Il presidente degli Stati Uniti Trump, che ha parlato direttamente al telefono con il capo dell’IKDP Mustafa Hijri, sembrava propendere per utilizzare contro l’Iran i curdi – che inizialmente aveva descritto come “molto utili”. Ma il Governo regionale del Kurdistan meridionale in Iraq si è rifiutato di aiutare Stati Uniti e Israele. La ragione non è un pacifismo di principio dei dirigenti del Kurdistan meridionale, ma il pericolo di trovarsi schiacciati tra l’Iran da un lato e lo Stato iracheno filo-iraniano dall’altro. Inoltre, è noto che lo YNK – uno dei principali partiti borghesi del Kurdistan meridionale, guidato dal clan Talabani – intrattiene buoni rapporti con l’Iran. Quando il Kurdistan meridionale ha adottato tale posizione, altri partiti politici curdi hanno seguito l’esempio dichiarando che non sarebbero entrati in guerra. Trump ha allora rettificato che, per il momento, non avrebbe utilizzato i curdi nella guerra perché “non voleva che subissero danni”.

Data l’attuale situazione della guerra tra Stati Uniti e Iran, in cui sono in gioco armi più efficaci del “pugnale curdo”, i curdi non stanno attualmente partecipando alla guerra.

La soluzione internazionalista

Né gli accordi segreti tra i capi dei partiti nazionalisti curdi e gli Stati borghesi che hanno oppresso i curdi per decenni, né la lotta della gioventù operaia curda contro la gioventù operaia araba, turca e iraniana possono portare a una soluzione della questione curda.

Gli eventi hanno ripetutamente dimostrato – e continuano a dimostrarlo – che una soluzione borghese, cioè nazionale e democratica, alla questione curda, guidata dalle potenze imperialiste globali e regionali, è da tempo impossibile.

L’unica soluzione alla questione risiede nella lotta di classe. Il proletariato curdo deve fare proprie le esperienze storiche della lotta di classe, compresa la costituzione di consigli operai, e ricostruire sindacati di classe insieme ai proletariati turchi, arabi e iraniani.

Oggi esiste un solo partito politico che sostiene sinceramente una soluzione internazionalista alla questione curda e si oppone a ogni forma di oppressione nazionale: il Partito Comunista Internazionale. Proprio come per il proletariato di tutto il Medio Oriente e del mondo, la liberazione del proletariato curdo sta nel trovare il proprio partito e, sotto la sua guida, unirsi alla lotta al fianco dei fratelli e sorelle di classe.






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Classe operaia e movimenti ambientalisti

A fine luglio, per un paio di giorni – secondo i ritmi della stampa e della politica borghesi vincolati al sensazionalismo e alla speculazione elettoralesca – è tornato sulle prime pagine il movimento No TAV. Ciò in ragione dell’assalto al cantiere di una parte dei partecipanti al corteo del 25 luglio.

Come abbiamo scritto in passato, a noi comunisti certo non dispiace se sorgono movimenti che si oppongono alle barbarie prodotte dal capitalismo, fra cui le devastazioni ambientali. È sempre più evidente il carattere reazionario del modo di produzione capitalista e il suo nuocere all’ambiente, che da decenni minaccia persino la vita stessa dell’umanità.

La TAV è una delle numerose opere dannose edificate solo perché utili al capitale, alla sua valorizzazione. Spesso, più che il completamento dell’opera, al capitale interessa iniziare la sua costruzione. Ciò implica ritardi, incrementi di spesa e maggiori ruberie. La TAV, la cui costruzione è iniziata nel 2012, era previsto fosse completata entro il 2018. Oggi parlano del 2033. I costi sono lievitati del 23%. L’ennesimo regalo dello Stato borghese ai padroni, nella finta contrapposizione tra forze politiche di maggioranza e di opposizione.

Ma a fermare il devastante capitalismo non saranno i movimenti ambientalisti. Questi per loro natura da un lato nascono da questioni locali, dall’altro sono interclassisti. Le componenti sociali e politiche borghesi presenti al loro interno è inevitabile che, nella società oggi dominante, ne prendano la direzione, con le loro istanze di conservazione e indirizzi pratici conciliatori, nonostante talvolta atteggiamenti estetici barricadieri e violenti. Si dirigono verso il rinnovamento di illusioni riformistiche, per una “diversa gestione” del capitalismo, “più rispettosa dell’ambiente”.

Il radicalismo “antiparlamentare” espresso da alcuni portavoce del movimento quindi facilmente si rivelerebbe pronto ad abbracciare un partito borghese demagogicamente “ecologista”.

Risolutore anche del rapporto uomo-natura sarà solo il comunismo. Il comunismo può essere liberato da una rivoluzione. Le rivoluzioni le fanno le classi. Può assurgere a rivoluzionario solo il movimento di lotta del proletariato, scaturito dal rapporto di produzione capitale-salario, il ganglio vitale del capitalismo.

Solo un movimento rivoluzionario – che ponga e affronti la questione del potere politico – è in grado di risolvere la questione del rapporto fra produzione sociale e ambiente, emancipando la prima dalle leggi economiche del capitalismo, salto storicamente maturo da oltre un secolo in Occidente e da alcuni decenni ormai in tutto il mondo, ma per il quale occorre la distruzione rivoluzionaria delle macchine statali nazionali di dominio della borghesia.

Il celebre motto del sindacalista brasiliano Chico Mendes “l’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio” è efficace e corretto: deve essere il movimento operaio ad inquadrare fra i suoi interessi e nella sua lotta anche la questione ambientale.

Per esempio, nella vicenda del siderurgico di Taranto, la lotta da condurre da parte di un movimento sindacale di classe avrebbe dovuto essere, ed è ancora, quella per la difesa – con impianti rinnovati e manutenuti – della salute e della sicurezza degli operai, che per primi soffrono dell’inquinamento industriale, coinvolgendo, attraverso le organizzazioni sindacali, i lavoratori dei quartieri operai adiacenti la fabbrica.

Per il momento rileviamo che, mentre movimenti tipo No TAV vedono grandi mobilitazioni, lo stesso non accade contro la precarietà, in difesa dei picchetti aggrediti (ad esempio a Prato), in risposta ai braccianti massacrati, per le morti sul lavoro, per aumenti salariali generalizzati, per la sanità gratuita, contro le leggi anti-sciopero. Di ciò i primi responsabili sono le organizzazioni sindacali, quelle di regime (Cgil, Cisl, Uil, Ugl) innanzitutto, e quelle di base in secondo luogo, perché dirette da gruppi politici opportunisti, che ne dividono l’azione indebolendo il movimento.

Certo, ricostruire il sindacato di classe è impresa assai più ardua che partecipare ai movimenti interclassisti perché implica scontrarsi nei posti di lavoro e nella società con padroni e crumiri, rischiando ritorsioni aziendali fino al licenziamento e la persecuzione statale.

Il motore della storia è la lotta di classe, generata dal capitalismo, il quale da decenni percorre la parabola declinante del suo corso storico, affondando ogni giorno di più nella sua crisi. Questa rimetterà in moto la guerra sociale dei lavoratori, un movimento la cui potenza farà impallidire ogni altra agitazione.

Il radicalismo tipico dei movimenti piccolo-borghesi – superficiale, effimero e controproducente – che oggi attrae molti giovani con grande sciupio delle loro preziose energie, troverà nel movimento di lotta della classe operaia forma, applicazione e senso superiore. E alla direzione della classe operaia, espressa dal suo partito comunista, spontaneamente si disciplineranno tutte le mezze classi, oggi sempre più massacrate dal capitalismo.

A questo compito, lavoro e lotta, politica e sociale rivoluzionaria chiamiamo i giovani e i proletari.

* * *

L’unica lotta in difesa dell’ambiente è quella per sopprimere il capitalismo

Benevento, venerdì 7 agosto

A Benevento come ovunque in Italia e nel mondo, la devastazione dell’ambiente non è frutto della cattiva gestione, della corruzione o della delinquenza ma della ferrea legge dell’economia capitalistica che muove ogni azienda e investimento di capitale: ricerca del massimo profitto immediato e dell’abbattimento dei costi.

La società partecipata del consorzio che gestisce l’impianto di depurazione a Ponte Valentino – a servizio dell’area industriale in cui sono impiegati oltre 600 lavoratori – non fa eccezione. Allorquando i segnali di deterioramento dell’ecosistema locale non potevano più essere ignorati – con schiuma persistente sulla superficie del fiume Calore, moria di pesci e miasmi insopportabili che colpiscono la zona industriale e i quartieri di Benevento Nord – è giunto l’intervento delle autorità… “d’urgenza”. Ma il Calore subisce da decenni sversamenti industriali, con un sistema di depuratori e collettori fognari totalmente insufficiente e mal funzionante.

Fondi pubblici per centinaia di migliaia di euro sono stati stanziati da anni senza che a nulla si provvedesse. Ora sono giunti quelli europei… nuova cuccagna per i capitalisti che saranno coinvolti nelle opere di sistemazione della rete fognaria e dei depuratori. L’affare è l’avvio dell’opera: se non si conclude poco importa, se si allungano tempi di fine lavori e costi tanto meglio. La TAV Torino-Lione, iniziata nel 2012 e che doveva concludersi nel 2018, ora è previsto il termine lavori nel 2034, con un aumento dei costi del 23%. Questa è la regola, non l’anomalia dell’economia capitalista!

Non è dunque il “sistema Mastella” il problema: ex assessori e opposizioni, politicanti borghesi d’ogni risma cavalcano il malcontento per finalità elettoralistiche. Non possono certo ammettere che l’apparato politico-istituzionale non è affatto neutrale bensì strutturato per difendere gli interessi capitalistici che generano i disastri ambientali. La commistione fra politica e affari è connaturata al capitalismo, che è mafioso per sua natura.

Non saranno gli effimeri interessamenti a danni fatti o il voto nelle prossime amministrative a fermare le fitte reti di interessi tra società pubbliche e private. Gli affari non diventano “onesti” per il buon cuore della giunta del momento e saranno sempre subordinati alla logica del massimo profitto immediato, che non bada ai danni ambientali a lungo termine.

Un modo di vivere dell’umanità armonioso con la natura sarà possibile solo affossando il capitalismo e i suoi regimi politici nazionali, liberata l’umanità dallo sfruttamento della produzione per il profitto e dalla divisione in classi.

La forza sociale che sola può adempiere a questo compito storico è quella della classe operaia. È innanzitutto interesse dei lavoratori difendere la propria salute e sicurezza nei posti di lavoro, e con ciò l’ambiente nelle zone industriali e nei quartieri proletari, a Benevento come a Taranto e in ogni territorio. Resta impotente a recidere le radici profonde della devastazione ambientale, una lotta che non veda i lavoratori intervenire con le loro organizzazioni di classe per dirigerla a loro tutela.

Oggi la lotta per la salute e sicurezza nei posti di lavoro e nei territori – così come quella per gli aumenti salariali e gli altri interessi di classe immediati – è impedita, dalla cappa dei sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil, Ugl), ai quali da anni cercano di opporsi i sindacati di base.

L’unica difesa dal capitalismo e dai suoi disastri è la lotta con scioperi e mobilitazioni sempre più estesi e duraturi, che impongano a Stato e padroni le rivendicazioni dei lavoratori, unendosi al di sopra delle singole aziende e località, attraverso lo sviluppo di sindacati combattivi, sotto la direzione dell’autentico partito rivoluzionario, che organizzi lo scontro al di fuori delle logiche elettoralesche e di palazzo.

Il futuro sindacato di classe – che in Italia potrà rinascere solo fuori e contro i sindacati di regime – e il Partito Comunista Internazionale sono gli strumenti fondamentali e necessari per questa lotta.







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Per il sindacato di classe Pagina di impostazione programmatica e di battaglia del Partito Comunista Internazionale

A Prato vincono gli operai organizzati col Sudd Cobas

Dopo 70 giorni di lotta gli operai della Acca di Seano (Prato), organizzati nel Sudd Cobas, hanno vinto. Erano stati licenziati in 95, il 19 giugno. Il picchetto era iniziato la notte stessa, per poi estendersi ad altri 3 stabilimenti nelle vicinanze: Agliana, Campi e Osmannoro. Subito è infatti risultato chiaro che la chiusura era solo uno stratagemma per spostare l’attività altrove al fine di liberarsi degli operai sindacalizzati.

Due anni prima l’Acca era già stata teatro di una dura battaglia che aveva portato alla conquista di importanti miglioramenti per gli operai, durante la quale si verificarono diverse aggressioni a iscritti e delegati del sindacato. Ma l’azienda non si era rassegnata a quella prima sconfitta.

L’Acca è un’azienda importante nel distretto del pronto-moda di Prato. La proprietà è la cinese Shingtong, uno dei principale gruppi logistici nel settore tessile, che fa da ponte fra Cina, Asia ed Europa. Opera con una struttura flessibile che ne fa una via di mezzo fra un consorzio e una multinazionale, attraverso aziende che vengono aperte e chiuse, come accaduto in questa vertenza. Prato è il suo polo logistico principale per l’Europa meridionale.

Questa battaglia sindacale era un crocevia per il sindacalismo di classe nell’area. Per questo dopo soli 3 giorni di picchetto, il 23 giugno, oltre 150 fra padroni e loro scagnozzi lo hanno assaltato. Ciò però non ha fatto che mobilitare una forte solidarietà con gli operai e il picchetto è proseguito più forte.

Fallita l’azione diretta dei padroni, è intervenuta in loro aiuto la polizia – ne abbiamo scritto sullo scorso numero: su ordine della Procura, sotto copertura fornita da una indagine avviata per “violenza privata”, il 3 luglio ha sgomberato il picchetto. Che però ancora una volta si è riformato nei giorni successivi, forte anche della manifestazione convocata domenica 5 luglio, riuscita nonostante il periodo estivo, con un corteo di 1.500 lavoratori e solidali.

Ben 51 aziende hanno nel frattempo tentato anche la via “legale”, presentando un ricorso d’urgenza al Tribunale per chiedere lo scioglimento d’autorità del picchetto – che è stato rigettato l’11 luglio.

Coi picchetti che sono proseguiti attraverso tutta la torrida estate, la notte fra il 28 e il 29 agosto è arrivata la resa aziendale e la firma di un accordo che prevede l’assunzione immediata dell’80% degli operai licenziati, da parte di una nuova azienda, ma mantenendo contratti e condizioni conquistate negli anni precedenti.

Nel suo comunicato il Sudd Cobas ha scritto: «C’è un potere enorme nell’unità e la solidarietà tra lavoratori… Abbiamo fatto bene a disobbedire quando ci veniva ordinato di cessare i picchetti. Perché non avremmo mai raggiunto questo risultato. Alla luce di questo risultato straordinario, è proprio il caso dirlo: viva i picchetti!»

Non è la prima durissima lotta condotta dal Sudd Cobas. Quella al magazzino Mondo Convenienza di Campi Bisenzio durò ben 161 giorni e ha portato dal primo marzo 2024 quasi 6 mila facchini dei magazzini in Italia dal contratto multiservizi a quello della logistica. Allora il Sudd Cobas scrisse: «161 giorni di sciopero… due settimane di manganellate della polizia per sfondare i picchetti e far passare i camion… Immagina di essere licenziato per aver scioperato e che alla fine tu rientri a lavoro e sono i caporali ad andarsene… L’idea secondo cui “scioperare non serve” e i risultati si possono ottenere da una contrattazione (senza lotta) non è la soluzione, ma è parte del problema. Sono trent’anni di questa “politica sindacale” che ci hanno consegnato oggi – per dirne una – un CCNL come quello Multiservizi (a firma CGIL, CISL e UIL): quello stesso contratto contro cui hanno lottato i lavoratori Mondo Convenienza e che oggi fa la povertà e lo sfruttamento di centinaia di migliaia di lavoratori e, soprattutto, lavoratrici…

«Poteva andare diversamente? Sì. Avremmo avuto oggi un accordo migliore se la CGIL non avesse “occupato” il posto al tavolo delle contrattazione senza nessuna rappresentanza dei lavoratori in sciopero, sganciando inoltre colpevolmente il tempo e il ritmo della trattativa dai tempi e dai ritmi della lotta.

«Avremmo avuto un accordo migliore, allo stesso tempo, se a luglio l’organizzazione nazionale SI Cobas, invece di firmare gli “accordi separati” e al ribasso di Bologna e di Torino, avesse sostenuto la generalizzazione della lotta in tutta la filiera (che tra giugno e luglio era diventata una possibilità concreta)…

«Ma, ne siamo altrettanto convinti, non ci sarebbe mai stato nessun contratto della Logistica se la lotta a Campi Bisenzio non si fosse fatta carico di “fare l’impossibile”, rimanendo sempre coerente e conseguente. Anche quando le “clausole anti-sciopero” firmate a Bologna e Torino l’hanno trasformata da epicentro di una lotta in espansione in tutta la filiera nazionale in “ultimo bastione” sotto assedio. Anche quando a settembre CGIL, CISL e UIL annunciavano la “conclusione della vertenza” con un accordo che si limitava ad abolire il regolamento aziendale per mantenere il CCNL Multiservizi e le paghe da fame».

Idee chiare sia sui sindacati di regime sia su quelli di base!

Il Sudd Cobas ha avuto progressivi successi nella dura e cruciale opera di organizzare uno dei settori a più altro sfruttamento della classe operaia in Italia, quello del distretto tessile e pronto-moda di Prato, dando realizzazione al principio per cui non vi può essere autentico sindacato di classe e unità della classe lavoratrice se non riesce a difendere la sua parte più sfruttata.

Questo piccolo sindacato ha organizzato lavoratori in larga parte immigrati, pakistani ma non solo, analogamente a quanto fatto da SI Cobas, Adl Cobas, Usb e altri sindacati di base nella logistica.

È riuscito a superare la difficoltà di una struttura produttiva frammentata in tante aziende medie e piccole ponendo a base del sindacato la sua azione territoriale, non la sua struttura dentro la singola azienda, sviluppando la solidarietà e l’unità fra le lotte.

Negli ultimi mesi si è esteso oltre al settore pronto-moda, e della logistica, organizzando anche lavoratori della ristorazione e dei musei, agli Uffizi di Firenze e a Prato. In questo ambito ha assunto la giusta condotta di mantenere l’unità d’azione sia coi sindacati di base presenti (Usb, Cobas e Cub) sia con la Cgil.

L’indirizzo dell’unità d’azione con gli altri sindacati era stato affermato anche sul piano generale, ad esempio nell’autunno del 2024: «La convergenza del sindacalismo di base sullo sciopero generale del 29 novembre indica una direzione non solo corretta, ma necessaria. Un’indicazione che facciamo nostra». In quella occasione tutti i sindacati di base – tranne l’USB che scioperò da sola il 13 dicembre – conversero nello sciopero insieme alla Cgil e alla Uil. Una svolta rispetto alla precedente consolidata condotta divisiva della maggioranza delle dirigenze dei sindacati di base, che si è riaffermata l’anno scorso durante gli scioperi contro la guerra a Gaza.

È vero che i giovani capi del Sudd Cobas credono nella democrazia, pensano che essa difenderà la classe operaia e che questa debba lottare per la sua difesa: «I picchetti hanno riportato la Costituzione nelle fabbriche di Prato. Senza diritto di sciopero non esiste una vera democrazia», hanno ribadito il 6 luglio scorso all’indomani della riuscita manifestazione.

Ma il rafforzamento del sindacalismo e del sindacato di classe non porterà alla realizzazione della democrazia, col pieno riconoscimento dei diritti ai sindacati conflittuali e ai lavoratori. Porterà a uno scontro di classe sempre più duro – e internazionale – che avrà per epilogo la negazione dei “diritti” o alla classe operaia o alla borghesia, la aperta dittatura borghese – oggi velata dalla democrazia – o la dittatura del proletariato, la guerra imperialista o la rivoluzione. I militanti del sindacalismo di classe genuini e combattivi ne sapranno prendere atto. In questo processo, vitale per la classe operaia sarà lo sviluppo del partito della sua rivoluzione internazionale, attraverso la sua crescente influenza in seno al movimento sindacale.






Massacri di minatori e la menzogna del “socialismo con caratteristiche cinesi”

Il 22 maggio nelle viscere della miniera di carbone di Liushenyu, nella provincia dello Shanxi, la sete di profitto del capitale si è abbattuta sui minatori cinesi.

Alle 19 i sensori sotterranei hanno segnalato una presenza di monossido di carbonio e metano molto superiore agli standard di sicurezza. L’ordine di evacuazione non ha evitato la catastrofe: alle 19:29 una massiccia esplosione ha investito i pozzi mentre 247 minatori si trovavano ancora sotto terra. La deflagrazione, con temperature altissime e crolli massicci, e la saturazione da monossido di carbonio non hanno lasciato possibilità di sopravvivenza a 84 di loro.

La macchina della propaganda del capitalismo cinese si è immediatamente attivata. Il presidente Xi Jinping ha ordinato la ricerca di "responsabilità a tutto campo", nel tentativo di circoscrivere la strage a una colpa individuale. Invece le indagini hanno dovuto ammettere che l’esplosione era "interamente prevenibile" e che la responsabilità ricadrebbe sulla corporazione proprietaria del sito.

È emerso che più della metà delle vittime erano "lavoratori invisibili", irregolari mai registrati: l’azienda li utilizzava in tunnel “clandestini” omessi dalle planimetrie ufficiali della miniera. Tutti lo sapevano ed era noto alle autorità. Già nel 2024 l’impianto era stato inserito in una lista di 1.128 strutture classificate ad "altissimo rischio per la sicurezza", ma, come la gran parte di queste, era stato lasciato operativo.

Questo ha impedito alle squadre di emergenza di individuare e raggiungere alcune delle aree crollate. Anche perché molti dei “lavoratori fantasma” non avevano in dotazione i dispositivi di localizzazione.

Questo massacro di operai si aggiunge a molti tragici avvenimenti degli ultimi anni: nel 2023 il crollo in una miniera a cielo aperto ad Alxa, nella Mongolia Interna, aveva provocato 53 morti in dinamiche del tutto analoghe, con violazioni sistematiche delle norme di sicurezza. La scia di sangue è proseguita nel dicembre dello stesso anno in un sito estrattivo a Jixi, nella provincia del Heilongjiang, con 12 morti. A marzo 2024 l’esplosione di gas nella miniera di Xieqiao a Huainan ha provocato 7 vittime, mentre a settembre dello stesso anno il crollo nell’impianto di Dongbaoshan a Lüliang ne ha contate altre 3. Dati, seppur parziali, che confermano il drammatico scenario nel comparto estrattivo cinese.

La strage di Jinjiang

Dalle profondità della terra dello Shanxi alle catene di montaggio della manifattura leggera la logica spietata del capitale non cambia. Il 9 luglio nel distretto industriale di Jinjiang, nella provincia del Fujian, un incendio ha divorato uno stabilimento di cinque piani. All’interno si trovavano 237 operai. Le fiamme, divampate al piano terra, si sono propagate alimentate dai materiali altamente infiammabili impiegati nella produzione di calzature: resine, solventi tossici, colle chimiche e gomma. L’incendio ha messo a nudo la criminale gestione della sicurezza tipica dell’accumulazione capitalistica: le vie di fuga e le scale antincendio erano ostruite da cataste di materiali stipati per guadagnare ogni centimetro di spazio, trasformando l’edificio in una trappola mortale.

Un’immensa colonna di fumo nero e tossico ha avvolto lo stabilimento, costringendo decine di lavoratori a rifugiarsi disperatamente sul tetto o a lanciarsi dalle finestre nel tentativo di sfuggire al rogo. Il bilancio finale ha contato almeno 28 operai morti e un numero di intossicati e feriti.

Anche qui il borghese regime di Pechino ha attivato la macchina della propaganda, Xi Jinping ha prontamente espresso “cordoglio” e invocato la solita “indagine rigorosa”. I proprietari e i dirigenti della Huiteng Shoes sono stati arrestati e i conti aziendali congelati, ma questa esibizione di fermezza statale serve per assolvere il sistema economico scaricando ogni responsabilità su singoli proprietari o dirigenti, mentre lo Stato sarebbe un arbitro neutrale.

Lo scenario di vita e di lavoro dei calzaturieri di Jinjiang dimostra cosa sia la "superpotenza industriale cinese". Jinjiang è acclamata come la “capitale mondiale delle scarpe”, un agglomerato di oltre 5.000 fabbriche che producono più di un miliardo di paia di calzature (per lo più “sportive”) all’anno, circa il 20% dell’intera produzione mondiale. In questa megalopoli si concentra una massa enorme di proletari, in gran parte immigrati dalle più povere province interne della Cina.

Privati dei diritti di residenza e di accesso ai servizi sociali a causa del discriminatorio sistema dell’hukou – che lega la sanità, le pensioni e l’istruzione dei figli al solo comune rurale d’origine – questi operai vivono in condizioni di estrema ricattabilità. Senza tutele legali, la perdita del lavoro comporta la perdita dell’alloggio di fabbrica e del diritto di permanenza in città. Una precarietà istituzionalizzata che costringe la massa degli immigrati ad accettare salari da fame e l’assenza totale di norme sulla sicurezza. I ritmi di vita sono scanditi da turni estenuanti di 12-14 ore al giorno, con salari legati al cottimo, in ambienti saturi di vapori nocivi e privi di protezioni individuali. Gli imprenditori costringono spesso gli operai ad alloggiare in dormitori sovraffollati all’interno o adiacenti ai complessi industriali. Qui la vicinanza con l’accumulo di materiali e macchinari crea un permanente rischio d’incendio.

Un capitalismo tinto di rosso

Che il capitale risieda nei consigli d’amministrazione delle multinazionali occidentali o si travesta del rosso d’ordinanza della borghesia di Pechino, la sua natura e lo sfruttamento della forza lavoro non cambiano.

Il massacro dello Shanxi e il rogo di Jinjiang non sono eventi eccezionali ma la manifestazione delle leggi economiche del Capitale. È necessario quindi smentire la narrazione, propagandata sia dalla borghesia occidentale in chiave anticinese sia da molti sinistri, secondo cui in Cina esisterebbe una forma di "socialismo di Stato" o quantomeno una base di “transizione” dal capitalismo. La realtà mostra che non esiste alcuna differenza strutturale tra il capitale che risiede a Wall Street e quello che opera a Pechino. Il marxismo ci insegna che il socialismo non si definisce dai simboli formali o dal colore della bandiera che sventola sui ministeri, ma dai reali rapporti di produzione.

I salariati cinesi sono formalmente separati dai mezzi di produzione esattamente come un minatore del Congo, russo, brasiliano, un operaio della Fiat italiana, della Volkswagen tedesca o della Tesla americana. La forza-lavoro in Cina è una merce. Il salario è regolato dalla legge della domanda e dell’offerta all’interno del mercato nazionale. Tra gli 800 milioni di proletari 300 milioni sono immigrati, piccoli contadini rovinati trasformati dal capitale in braccianti stagionali o manodopera ricattabile per i cantieri edili o le catene di montaggio nelle industrie o nelle miniere.

L’intera economia cinese è ossessionata – esattamente come quella europea o statunitense – dalla crescita della produzione industriale e del PIL, profitto aziendale da reinvestire per la folle riproduzione allargata del capitale. Quando un settore smette di garantire un adeguato saggio di profitto il sistema si ristruttura brutalmente con chiusure e licenziamenti. Nel settore dell’automobile decine di produttori avevano investito miliardi nelle auto elettriche, portando il comparto alla saturazione nel biennio 2024-2025. Con una capacità produttiva superiore all’assorbimento del mercato interno, i marchi minori sono falliti lasciando gli operai senza salario, mentre nei colossi superstiti i ritmi di lavoro sono stati esasperati.

Anche in Cina la legge del valore, la determinazione del prezzo delle merci in base al tempo di lavoro socialmente necessario per riprodurle, regola l’intera economia. Le merci cinesi competono sui mercati esteri perché i loro costi di produzione sono concorrenziali, questo grazie allo sfruttamento intensivo della classe operaia. Per evitare che il capitale investito nei macchinari e nelle catene di montaggio robotizzate si fermi, le aziende hanno scatenato una guerra dei prezzi fratricida. È l’anarchia dell’economia di mercato, dove non si produce per dei bisogni reali, ma per realizzare il valore delle merci, battere la concorrenza e continuare il ciclo dell’accumulazione. Poiché il mercato interno non può assorbire questa immane massa di merci, il capitale cinese è costretto a invadere i mercati di Europa, Sud-est asiatico e America Latina.

L’errore di molti consiste nel confondere la nazionalizzazione con il socialismo. Già Engels nell’Anti-Dühring chiariva che lo Stato, facendosi carico delle industrie, si trasforma unicamente nel capitalista collettivo ideale. Anche in Cina le unità produttive, dalle gigantesche alle minime familiari, siano esse di proprietà dello Stato – come alcune banche e acciaierie – o di privati o di azionisti, operano sul mercato nazionale e internazionale come aziende indipendenti: sono dirette da consigli di amministrazione, competono tra loro, emettono azioni sui mercati finanziari. Lo Stato ne garantisce la libertà di funzionamento manageriale in senso capitalista. Lo Stato non abolisce il capitale, ma ne è il difensore, per mandato della classe dominante.

Nelle borse valori a Shanghai, Shenzhen e Hong Kong, nel mercato dei futures e dei derivati, il denaro non è un semplice mezzo di distribuzione – come i buoni di lavoro ipotizzati da Marx per la prima fase del socialismo – bensì capitale finanziario autonomo, valore che si degrada nella speculazione e la creazione di capitale fittizio.

Persino l’uso della terra, formalmente di proprietà dello Stato, è venduto all’asta, sul mercato, per 50 o 70 anni, a colossi immobiliari privati o pubblici. La rendita capitalizzata va quindi allo Stato ma il profitto resta all’azienda, al capitalista.

Il mercato della casa in Cina ha seguito le identiche traiettorie dell’occidente, generando immani bolle speculative e costringendo gli operai a indebitarsi per trent’anni con le banche pur di avere un tetto, e lo sfratto in caso di insolvenza. Nelle metropoli come Pechino, Shenzhen, Guangzhou e Shanghai i prezzi hanno raggiunto cifre astronomiche, superiori a quelle di New York, Parigi o Londra se rapportate ai salari medi. Attraverso il sistema delle vendite sul progetto, gli acquirenti iniziano a pagare il mutuo anni prima che l’immobile sia costruito. Con il recente crollo di Evergrande e di altri colossi milioni di proletari si trovano a pagare le rate per case che non esistono o ridotte solo a intelaiature di cemento armato.

Intanto una ristretta élite di capitalisti accumula patrimoni immensi, centinaia di miliardari cinesi sono ai vertici delle classifiche globali della ricchezza, con un abisso che li separa dal proletariato

La proiezione esterna di Pechino assume contorni nettamente imperialistici. Come Lenin ha teorizzato, l’imperialismo si caratterizza per il primato dell’esportazione di capitali rispetto a quella di merci. La Nuova Via della Seta risponde esattamente a questa necessità economica: la Cina esporta capitali finanziari sotto forma di prestiti verso Africa, Asia e America Latina per legare a sé le economie locali, garantire alle proprie multinazionali il controllo di alcune materie prime strategiche come litio e cobalto e trovare sbocchi commerciali per la propria sovrapproduzione industriale.

La Cina odierna soffre infatti della classica crisi capitalistica descritta da Marx di sovrapproduzione. Produce più acciaio, auto elettriche e pannelli solari di quanto i mercati possano assorbire. Per sottrarsi al crollo del saggio di profitto, le aziende ingaggiano una guerra commerciale spietata contro i concorrenti americani ed europei, attraverso dumping, svendita sottocosto per distruggere le industrie concorrenti.

Lo Stato cinese agisce come il gendarme del capitale, proteggendo l’ordine della fabbrica e difendendo i profitti della borghesia – sia essa privata, multinazionale o statale – contro le rivendicazioni del proletariato. Nel paese è tollerato un unico sindacato di Stato, la Federazione Pan-cinese dei Sindacati (ACFTU), il cui compito è garantire la pace sociale e la produttività, mentre ogni tentativo dei lavoratori di organizzarsi in sindacati indipendenti è represso brutalmente con arresti e processi.

I "lavoratori fantasma" dello Shanxi e dello Jinjiang che scavano nei tunnel clandestini non sono altro che il prodotto della ricerca del massimo profitto, una necessità ferrea che costringe le aziende a tagliare sui costi della sicurezza e della forza lavoro per sopravvivere alla concorrenza. Se in Cina vi fosse anche solo una base embrionale di socialismo, la produzione sarebbe orientata al soddisfacimento dei bisogni individuali e collettivi della società, e la vita della classe operaia non sarebbe sistematicamente sacrificata ad accrescere il capitale.

Il partito al potere a Pechino sta sì costruendo le “basi” per il socialismo attraverso una impetuosa fase di sviluppo capitalistico. Ma non è il partito della classe operaia, è il partito della classe dei capitalisti. Nel suo programma non c’è il trapasso al socialismo, ma il suo contrario: il mantenimento al potere dei capitalisti e del regime economico e sociale del capitalismo. La liberazione del socialismo richiede la rottura rivoluzionaria politica di classe, la distruzione del potere statale borghese, la direzione di un partito non mentitamente comunista. Il capitalismo non "evolve" spontaneamente in socialismo. Nemmeno tramite una centralizzata gestione statale.

La lezione dello Shanxi e del Fujian è inequivocabile: la classe operaia cinese non ha da difendere la propria nazione contro le altre, “l’imperialismo occidentale”, né può sperare in riforme interne promosse dallo Stato. Essa si trova nella medesima condizione di sfruttamento del proletariato mondiale, con il quale dovrà unirsi, riconoscendo il vero partito comunista, in un’unica lotta per l’abbattimento del sistema salariato e la distruzione del modo di produzione capitalistico in ogni angolo del pianeta.






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Venezuela: Unificare le richieste di attivi, pensionati e disoccupati in uno sciopero generale per sconfiggere la politica di sfruttamento del governo

Quest’anno, alla luce dell’esperienza del Primo Maggio, si sono confermate le questioni che il movimento operaio deve affrontare nelle sue lotte rivendicative:
     - Il tradimento della dirigenza sindacale non riguarda solo la direzione chavista e i suoi partiti alleati, ma anche il cosiddetto “sindacalismo autonomo” che si oppone al governo. Entrambe le cricche chiedono ai lavoratori di pazientare, di non lottare e di aspettare le elezioni presidenziali e un cambio di governo, ovvero la sostituzione di un carnefice borghese con un altro.
     - Continua la politica del borghese governo chavista, volta all’annullamento dei salari e alla loro trasformazione in buoni che non incidono sulle prestazioni sociali, nonché al blocco e al mancato rispetto dei contratti, tutti ormai scaduti. Gli annunci del primo maggio hanno reso evidente il fronte unitario dal governo, agli imprenditori e alle confederazioni sindacali per negare gli aumenti salariali. Il tripartito fronte borghese si opporrà a qualsiasi richiesta di aumento salariale.
     - I lavoratori non possono nutrire l’illusione che un nuovo governo borghese (di sinistra o di destra) dia ascolto alle loro richieste. Qualunque governo (quelli precedenti, quello attuale e quelli futuri) non è altro che un amministratore degli interessi e della dittatura di classe della borghesia.

Questi insegnamenti del primo maggio trovano conferma nella riunione delle direzioni sindacali dell’autoproclamato “sindacalismo autonomo” nel Comitato Nazionale di Conflitto dei Lavoratori LUCHA (CNCTL), tenutasi il 17 agosto, dove tutti i partecipanti hanno confermato la loro consolidata pratica borghese e interclassista che frena la lotta operaia, evidenziando chiaramente tre deviazioni fondamentali.

In primo luogo lo slogan “Salario, Democrazia e Libertà”, che svia il proletariato verso l’illusione riformista di difendere la democrazia parlamentare e la Costituzione, nascondendo che lo Stato democratico non è che una forma della dittatura del capitale; in secondo luogo, il “Programma di Ricostruzione del Paese”, la collaborazione di classe per sostenere il tasso dei profitti e lo sfruttamento salariato a costo di maggiori sofferenze per i lavoratori; infine, criticando la perdita di sovranità di un governo sotto la tutela degli Stati Uniti, inoculando il veleno del nazionalismo e precludendo all’indipendenza politica e all’unità d’azione della classe operaia.

Ma il malcontento dei lavoratori non riesce a trovare uno sfogo perché tutte le organizzazioni economiche dei lavoratori sono ostaggio della reazione e dell’opportunismo e bloccano ogni possibilità di organizzazione e mobilitazione unitaria della classe operaia. La massa salariata, si trova circondata dal tradimento delle direzioni sindacali, dalla demagogia dei politicanti, dalla propaganda patriottica, legalista e nazionalista e dalla repressione del governo. Alcuni lavoratori in attività e pensionati solo rimuginano il malcontento seduti a chattare al cellulare. Ma la necessità collettiva arriverà ad esplodere con l’espulsione dei traditori dal movimento sindacale o addirittura ponendosi al di fuori – e in opposizione – ai sindacati attuali e dando origine a nuovi organismi di lotta: veri sindacati di classe.

Ogni giorno il salario diminuisce a fronte dei prezzi in aumento; a ciò si aggiungono la disoccupazione, le lunghe interruzioni quotidiane di corrente e dell’acqua, gli ospedali sovraffollati, tutto un ambiente di povertà e privazioni in cui sprofonda la classe operaia.

In questo contesto si sta mobilitando una parte della base dei lavoratori della PDVSA e delle sue affiliate, nonché dei pensionati della PDVSA e della PEQUIVEN.

Un settore, che fa parte della Federazione Unitaria dei Lavoratori Petroliferi del Venezuela (FUTPV), ha indetto una marcia verso Caracas, la capitale, per il primo ottobre, data di scadenza del Contratto Collettivo del Settore Petrolifero. Le principali rivendicazioni sono: aumento generale dei salari pari all’importo del paniere di beni di prima necessità, assistenza sanitaria, mense, fornitura di dispositivi di sicurezza sul lavoro, rifinanziamento del Fondo de Pensiones, reintegro dei licenziati per motivi politici, liberazione di tutti i lavoratori detenuti per motivi politici.

Attualmente il movimento operaio è conteso tra le fazioni della borghesia che si offrono per governare. Anche la piccola borghesia ne è coinvolta. Nel movimento sindacale diversi gruppi avanzano rivendicazioni ma il loro obiettivo è raccogliere voti per potenziali candidati alla presidenza. Alcuni di questi politicanti nascondono i loro interessi elettorali dietro appelli alla lotta rivendicativa.

L’organizzazione che rappresenta i pensionati di PDVSA e PEQUIVEN, la AJIP, ha pubblicato un comunicato in cui respinge gli appelli alla mobilitazione e alla protesta davanti alla sede della PDVSA. Ciò non sorprende: hanno sempre mantenuto una linea padronale e conciliante. In realtà è la PDVSA a comandare all’AJIP. L’AJIP è diventata solo l’interlocutore dei pensionati nei confronti dell’Ente per richieste individuali in materia di sanità, indennità, ecc.

Molte organizzazioni di pensionati hanno un approccio tecnico e legale, come se la questione fosse semplicemente amministrativa. Intanto si propongono come nuovi dirigenti o amministratori.

Né i sindacati si sono offerti di organizzare i pensionati e i disoccupati, né la dirigenza dei pensionati del settore petrolifero e petrolchimico si è avvicinata ai sindacati (o ai pensionati di altri settori) per limitare la lotta alle proprie rivendicazioni specifiche. Sebbene i redditi dei lavoratori del settore si siano notevolmente ridotti, essi nutrono ancora le pretese e le illusioni della vecchia aristocrazia operaia petrolifera, che in passato godeva di condizioni superiori al resto dei lavoratori venezuelani.

Oggi il malcontento non si limita più ai peggio pagati ma anche alla cosiddetta aristocrazia operaia, i cui redditi sono scesi al minimo.

Mentre le bande al potere in Venezuela e negli Stati Uniti parlano di “rinegoziare il debito” del Fondo de Pensiones (e ne fanno un grande affare), i pensionati saranno derubati e riceveranno solo una misera frazione del dovuto.

Cosa fare?

- L’appello a mobilitazioni come quella per il primo ottobre deve essere una opportunità per promuovere l’unità d’azione dei lavoratori per la rivendicazione di aumenti salariali. Non sono solo i petrolchimici ad avere contratti scaduti, licenziamenti politici o salari bassissimi. Non solo loro sono stati sottoposti alla repressione. La lotta per l’aumento salariale è una lotta di tutta la classe operaia.

- Il movimento operaio deve trovare il modo di integrare lavoratori in attività, pensionati e disoccupati. È in questo che consiste la lotta di classe contro i capitalisti. Non si possono continuare a ignorare i disoccupati, sapendo che più della metà della popolazione attiva non ha un impiego formale e stabile.

- Occorre la convergenza di tutte le lotte dei lavoratori, attivi, pensionati e disoccupati, in uno sciopero generale, a tempo indeterminato e senza servizi minimi.

- Distinguersi da movimenti interclassisti in cui le rivendicazioni operaie passano in secondo piano e si subordinano alle richieste riformiste, legalitarie e democratico-borghesi.

- Il movimento generale dei pensionati deve far propria la rivendicazione di un aumento significativo dei salari; non solo dei lavoratori di PDVSA, PEQUIVEN e delle loro affiliate.

- Smascherare la posizione traditrice dei dirigenti dell’AJIP e il loro appello alla smobilitazione.

- Respingere ogni tentativo di trasformare le lotte rivendicative in un trampolino di lancio per personaggi elettorali, considerando l’attuale governo borghese tanto quanto il prossimo, e altrettanto un fantasioso “governo dei lavoratori e del popolo”; e che le rivendicazioni non possono essere rinviate in attesa di un cambio di governo.

- L’attuale è sì un “governo sotto tutela” a quello degli Stati Uniti, ma tutte le sue azioni e politiche rispondono alla consensuale spartizione della rendita del petrolio, del gas, dell’oro, ecc. Ogni governo borghese è sotto la tutela della borghesia e, in ultima istanza, del capitale mondiale. La rivendicazione della sovranità nazionale (o popolare) è reazionaria e devia dalla lotta di classe.

Contro lo sciopero già si è scatenata un’offensiva sui social media. Man mano che il movimento prenderà forza, i gruppi filo-governativi e filo-opposizione si uniranno per sostenere la repressione contro i lavoratori. Nemmeno gli oppositori si interesseranno della liberazione degli organizzatori sindacali incarcerati.

Il fuoco della lotta di classe proletaria tornerà a divampare nonostante gli opportunisti, i traditori e la forza dello Stato borghese gli sbarri la via. Rinasceranno veri sindacati di classe, e scioperi, fino alla insurrezione. In questo percorso la classe operaia ha bisogno della guida politica del partito rivoluzionario, per non lasciarsi incantare dal canto delle sirene.






Anche in Turchia si lotta per la riorganizzazione di classe

Nel 2025 l’inflazione in Turchia si è attestata rispetto al 2024 al 31%, in calo rispetto al 44% dell’anno precedente ma ancora molto elevata. L’erosione del potere d’acquisto dei salari rende ogni giorno più difficili le condizioni di vita dei lavoratori e dei pensionati. Il salario minimo netto per il 2026 è fissato in 28.075 lire turche mensili, ma la soglia di povertà è a 30.143 lire, la spesa di base per una persona 39.123 lire e per una famiglia di quattro persone 98.188.

Negli ultimi mesi si è osservato un aumento dell’influenza nella classe operaia di piccoli sindacati combattivi operanti fuori dalle principali confederazioni, sia di quelle apertamente sostenitrici del regime – quali il Türk-İş, la maggiore del paese, e la Hak-İş, la seconda più numerosa, di più netto orientamento conservatore islamista – sia di quelle più combattive ma dirette dal principale partito di opposizione borghese, il Partito Popolare Repubblicano (Cumhuriyet Halk Partisi – CHP), fondato dal padre della Turchia moderna Mustafa Kemal Atatürk – quali il DİSK nel settore privato e il KESK nel settore pubblico.

Il numero di lavoratori che hanno partecipato agli scioperi guidati da questi sindacati combattivi ha raggiunto circa le 10.000 unità.

8 mesi di lotta alla Şık Makas di Tokat

Şık Makas è una delle più grandi e storiche aziende tessili della Turchia. Occupava quasi 5 mila operai ma negli ultimi anni ha spostato una parte consistente della produzione in Egitto, dove i salari sono inferiori. Solo nel 2025, 160 fabbriche tessili sono state trasferite in Egitto. La Şık Makas produce nella fabbrica della zona franca di Port Said, dove sbocca nel Mediterraneo il canale di Suez, uno dei centri delle lotte operaie che nel febbraio del 2011 convinsero il regime borghese egiziano a liberarsi di Mubarak.

Le oltre duemila operaie tessili della Şık Makas della fabbrica di Tokat – nel centro-nord della Turchia – erano iscritte al sindacato Öz İplik-İş, appartenente alla confederazione sindacale di regime Hak-İş. Per tutto il 2025 sono state pagate con mesi di ritardo. Quando a ottobre finalmente hanno detto basta, e hanno scioperato, sono state colpite da minacce e insulti sia dei dirigenti aziendali sia dei capi dell’Öz İplik-İş. Si sono così dimesse in massa da quel sindacato di regime e in circa 400 hanno aderito al combattivo sindacato Bİrtek-Sen. Questo è nato nel 2022 a Gaziantep (nel Sud della Turchia, al confine con la Siria, soli 100 km a nord di Aleppo) a seguito degli scioperi del 2020 che nell’area coinvolsero 35 fabbriche.

L’Öz İplik-İş ha consegnato all’azienda i nomi degli operai che avevano aderito al Bİrtek-Sen, che ha così proceduto a oltre mille licenziamenti, nella prospettiva di spostare linee produttive in Egitto, fra cui tutti gli scritti al sindacato conflittuale.

Il Bİrtek-Sen ha organizzato decine di manifestazioni, davanti la fabbrica e nella città di Tokat, che conta 600 mila abitanti. Il dirigente del sindacato Mehmet Türkmen è stato arrestato due volte per un totale di 93 giorni e così pure Buse Kara, l’operaia a capo del sindacato nella fabbrica, detenuta ai domiciliari per 16 giorni. A giugno, dopo 260 giorni di lotta, le operaie hanno ottenuto il pagamento delle liquidazioni e la modifica dei punitivi codici ufficiali di licenziamento, consentendo ai lavoratori di ricevere gli arretrati del sussidio di disoccupazione statale, mentre tre mesi di salari arretrati erano stati corrisposti dopo le prime settimane di lotta.

Con questa battaglia il Bİrtek-Sen si è rafforzato numericamente espandendosi oltre il Sud-Est anatolico.

Inoltre ha fatto appello alla solidarietà di classe internazionale, anche per il fatto che la Şık Makas produce per noti marchi mondiali della moda (Zara, Denim...). I nostri compagni negli Stati Uniti, attivi nel coordinamento intersindacale di classe Class Struggle Action Network, hanno promosso iniziative di solidarietà. In Italia il sindacato di base Sudd Cobas, che organizza soprattutto lavoratori pakistani nel distretto tessile e del pronto moda di Prato, ha promosso il 6 aprile un presidio di solidarietà a Firenze, dando un’altra prova di internazionalismo proletario.

Era già avvenuto con la manifestazione il 30 novembre in ricordo della strage di Teresa Moda, nel 2013, quando 7 operai cinesi morirono nell’incendio della fabbrica. La manifestazione si svolse la sera presso il memoriale costruito e difeso dagli operai del Sudd Cobas, sul quale sono riportati i nomi dei 7 lavoratori e la scritta: “UCCISI DALLE FIAMME DELLA BARBARIE PADRONALE”.

23 giorni di sciopero nei magazzini logistici Migros

Il 23 gennaio 5.000 lavoratori dei magazzini logistici di Migros, una delle principali catene di supermercati della Turchia, sono entrati in sciopero organizzati nel combattivo sindacato DGD-Sen (Sindacato dei lavoratori dei magazzini, dei porti, dei cantieri navali e dei marittimi), anche questo in rapporto con il Sudd Cobas in Italia. Lo sciopero è durato 23 giorni e si è concluso il 14 febbraio ottenendo risultati significativi.

Era iniziato dopo che il governo aveva annunciato un aumento del salario minimo del 27%, e Migros, a ruota, del 28%. Considerato questo insufficiente, i lavoratori hanno annunciato lo sciopero, chiedendo un aumento salariale del 50%. Iniziato nelle province di Istanbul, Izmir e Adana, si è esteso ai magazzini a Kocaeli, Bursa, Mersin, Diyarbakır, Erzurum e Antalya. Al culmine della lotta, erano in sciopero gli operai di 14 magazzini in 10 province.

Il 26 gennaio Migros ha annunciato di assumere 7.875 lavoratori a tempo indeterminato, e che con questo lo sciopero doveva finire. Il sindacato Tez-Koop İş – della confederazione Türk-İş – ha fatto sponda all’azienda, cercando di sabotare attivamente lo sciopero, che invece è proseguito.

L’azienda ha quindi licenziato 141 lavoratori. La lotta si è estesa oltre i luoghi di lavoro fino alle strade. I negozi Migros si sono trasformati in campi di battaglia con azioni di blocco delle casse. A febbraio anche i lavoratori dei magazzini di catene di supermercati come A101, ŞOK e BİM hanno iniziato scioperi con richieste salariali simili.

Infine nei magazzini il sistema delle ditte esterne e dei subappalti è stato abolito. Tutti i lavoratori dei magazzini sono stati assunti direttamente da Migros a tempo indeterminato; l’aumento salariale del 28% proposto ai lavoratori nel dicembre 2025 è stato accettato come salario base, portando l’aumento effettivo al 50%.

I minatori della Polyak Eynez

Particolarmente rilevante è stato lo sciopero di 1.200 minatori della Polyak Eynez nel distretto di Kinik (Smirne) riuniti in un loro sindacato, il Bağımsız Maden İş (Sindacato Indipendente dei Lavoratori Minerari), fondato nel 2018 per rompere il monopolio dei sindacati filo-padronali, accusati di complicità con le aziende minerarie, soprattutto dopo il disastro di Soma del 2014 in cui morirono 301 minatori.

La holding turca Fiba, che aveva precedentemente licenziato 1.700 minatori (su un totale di poco più di 3.000), nel dicembre 2025 aveva ceduto il 70% delle quote alla compagnia cinese Qitahe Long Coal Mining che, in continuità con la precedente proprietà, ha proseguito la politica di sfruttamento e ricatto della forza lavoro restante, con il mancato pagamento di salari e condizioni di lavoro a danno di salute e sicurezza.

I minatori si sono scontrati duramente con la polizia, che li ha attaccati nelle manifestazioni con idranti e spray urticanti, arrestando quattro di loro fra cui un capo del sindacato, hanno occupato la miniera e ricevuto il sostegno della popolazione della zona che si è unita ai cortei. Infine la proprietà ha accreditato tutti i salari arretrati e si è impegnata alla riassunzione di 620 lavoratori. Questa lotta ha spinto 2.000 lavoratori di altre miniere a fermare la produzione in segno di solidarietà e per proprie rivendicazioni. Tra questi i minatori di Soma a soli 20 km dalla Polyak Eynez.

Queste recenti lotte operaie e il corso generale del movimento sindacale in Turchia confermano la diagnosi e l’indicazione del partito alla classe operaia valida in tutti i paesi. Nell’epoca dell’imperialismo i sindacati vengono assoggettati dal regime borghese, generalmente per il tramite delle loro dirigenze della sinistra borghese. Ma i lavoratori hanno bisogno dell’organizzazione sindacale per difendersi. Per tornare ad avere autentici sindacati di classe non hanno che due strade: o riconquistare “a legnate” i sindacati divenuti di regime, o ricostruire sindacati combattivi “fuori e contro” i sindacati collaborazionisti.

In Italia, per esempio, sulla base dell’esperienza pratica di lotta del partito entro la CGIL, ricostituita “dall’alto” nel 1944 come sindacato “di regime”, dalla fine degli anni ’70 abbiamo osservato che la classe, rilevata la impossibilità di utilizzare la CGIL per difendersi, spontaneamente dava nascita ai “sindacati di base”, anche se minoritari, indicando ormai chiusa la via della riconquista della CGIL e la necessità di ricostruire sindacati di classe fuori e contro di essa. Una alternativa che il partito aveva già previsto come possibile.

In Turchia vediamo un processo analogo: la confederazione DİSK – nata nel 1967 e ricostituita nel 1992 – e KESK – fondata nel 1995 – esprimono una combattività superiore a quelle apertamente di regime quali il Türk-İş e, ancor peggio, lo Hak-İş. Tuttavia, a differenza che in Italia, sono dirette da un partito apertamente borghese, di centro-sinistra. Questo fa sì che alcuni reparti combattivi della classe operaia in Turchia si organizzino anche al di fuori di queste confederazioni.

Il partito quindi dà questo indirizzo al movimento sindacale turco:
     - inquadrarsi nelle confederazioni sindacali DİSK e KESK, battendosi contro le dirigenze opportuniste o apertamente filo-padronali;
     - laddove sorgano, in posti di lavoro o categorie, sindacati combattivi, come nel tessile o nelle miniere di Smirne e Soma, aderire a questi sindacati e aiutarli a scegliere il giusto indirizzo di azione;
     - battersi per l’unità d’azione e la collaborazione di tutte le forze del sindacalismo di classe, di questi piccoli sindacati combattivi (Bİrtek-Sen, DGD-Sen, Bağımsız Maden İş) con le aree conflittuali nel DİSK e nel KESK;
     - battersi per l’unità negli scioperi con tutti gli altri sindacati e per l’unificazione degli scioperi al di sopra delle aziende, delle categorie e dei territori.

Sulla base del concrescere di queste azioni difensive, secondo le corrette modalità di classe, il movimento operaio è destinato a rafforzarsi fino a portarsi, con l’intervento fondamentale del partito comunista internazionale nelle organizzazioni sindacali, sul terreno dell’offensiva politica rivoluzionaria.






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Travestimenti del capitale e lotta di classe in Bulgaria

L’11 dicembre 2025 il governo di minoranza bulgaro guidato dal primo ministro Rosen Zhelyazkov è caduto a causa delle proteste scatenate dal progetto di bilancio per il 2026, che prevedeva un aumento del 2% dei contributi previdenziali e dal 5% al 10% dell’imposta sui dividendi. Queste manifestazioni, le più grandi dagli anni ’90, hanno visto la partecipazione di oltre 150.000 persone in più di 20 città, contro le difficoltà economiche che durano da anni, l’inflazione e l’aumento dei costi energetici. I manifestanti inveivano contro la “mafia” al governo, odiato da tutti. Il governo si è dimesso a seguito di queste proteste e si è avuto un rimpasto della coalizione al potere al fine di favorire l’ingresso della Bulgaria nell’area dell’Euro e rafforzare i legami con il blocco imperialista USA/UE.

L’attuale crisi affonda le radici nella lunga storia del declino industriale, della lotta di classe e della crisi del modello a capitalismo di Stato. Questa transizione è stata pilotata dalla vecchia polizia segreta e dalle élite borghesi di mafiosi. Sono questi gli eventi recenti, insieme agli ultimi scioperi e alle proteste, della lunga storia della Bulgaria. In questa appaiono i veri comunisti bulgari dell’inizio del XX secolo.

Nel 1893 i Socialisti Radicali parteciparono all’organizzazione dello sciopero dei lavoratori della stampa, poi a quello dei tessili di Sliven del 1899 e dei minatori di Pernik del 1904. Questo sciopero durò, con una disciplina ferrea, per un mese; nonostante l’intervento militare ottenne salari più alti e il diritto di costituire il Sindacato Generale. Successivamente, i Socialisti Radicali guidarono lo sciopero ferroviario del 1906, che per 43 giorni paralizzò l’esportazione di cereali. Durante lo sciopero generale nazionale del 1919 il Partito Comunista Bulgaro coordinò oltre 40.000 lavoratori in un blocco per un mese delle ferrovie e delle poste, costringendo il governo a dichiarare la legge marziale e a inviare l’esercito a reprimere il movimento.

I Socialisti di Dar furono in gran parte liquidati negli anni ’20 mentre il “fronte popolare” e il “comunismo” stalinista, seguendo da vicino gli sviluppi mondiali del Comintern, prese la direzione del partito. Mentre i lavoratori continuavano a lottare per la propria sopravvivenza, non c’era più nulla che assomigliasse a un partito di classe. Il grande sciopero del tabacco del 1936, sostenuto da reti logistiche clandestine, nonostante meccanismi di repressione interna segreti del partito comunista, ormai corrotto, e sotto un’intensa sorveglianza statale, paralizzò con successo la principale industria di esportazione per rivendicare salari e condizioni di lavoro migliori.

Dopo la guerra e l’ascesa al potere degli stalinisti, nel maggio 1953 migliaia di lavoratrici impiegate nel deposito Ivan Karadjov di Plovdiv occuparono lo stabilimento per chiedere sicurezza sul lavoro e condizioni migliori e respinsero con le pietre il primo intervento della milizia, finché lo Stato non aprì il fuoco uccidendo tre scioperanti.

Negli anni ’80 gli operai di Ruse dettero inizio a “scioperi silenziosi” rifiutandosi di accendere i macchinari. Questo movimento si trasformò nelle prime manifestazioni di massa nelle strade della Bulgaria stalinista, con migliaia di persone, comprese madri con passeggini, indossando maschere antigas, per chiedere sicurezza ambientale e la responsabilità del governo, trasformandosi nelle prime manifestazioni nelle strade della Bulgaria stalinista.

Nel 1989, quando il Blocco dell’Est infine crollò sotto la pressione della propria crisi di sovrapproduzione, iniziò una nuova era. Dopo il colpo di Stato del 1989 le élite della polizia segreta si riciclarono come riformatori per mantenere il dominio di classe e, avvalendosi di un decreto governativo, privatizzarono i beni statali nelle mani di una nuova “mafia”. Creando gruppi come Multigroup, vendendo colossi industriali come la raffineria Neftochim e Balkan Airlines con forti sconti e gonfiando i costi di produzione, trasferirono il capitale dello Stato al patrimonio privato. Oltre a questo piano di privatizzazione mafioso, nel 1991 fu firmato l’Accordo per la Tutela della Pace Sociale, che integrò i sindacati di opposizione Podkrepa e il sindacato controllato dallo Stato KNSB nell’apparato governativo come sindacati di regime per proteggere l’ordine borghese.

Ciononostante, durante l’“Inverno della Fame” del 1990, i minatori di Maritsa Iztok, organizzati sotto i sindacati di regime, di fronte all’iperinflazione e agli scaffali vuoti, attuarono scioperi selvaggi per il pagamento dei salari. Poiché gli scioperi avrebbero potuto bloccare la rete energetica nazionale, fortemente dipendente dal carbone e priva di scorte alternative, scendendo in massa nelle strade i minatori obbligarono il governo Lukanov a dimettersi. Nel 1997, in una seconda crisi, l’inflazione salì al 2.000%, causando la perdita di tutti i risparmi della classe media, allora già in declino. Queste condizioni portarono i lavoratori dei trasporti del porto di Varna a erigere barricate e a prendere d’assalto il l per rovesciare il regime di Zhan Videnov.

Compiuti altri passi verso la privatizzazione, per la quale la mafia borghese aveva spianato la strada, il FMI acconsentì a programmi di adeguamento strutturale che fino al 1999 hanno privatizzato il 50% della proprietà statale e ceduto il 98% del settore bancario a istituzioni straniere, come UniCredit, che hanno ottenuto ulteriori interessi attraverso crediti ad alto tasso.

Nel 2007 l’adesione alla UE ha proceduto su questa strada creando un bacino di manodopera a basso costo per il capitale occidentale. I bulgari sono emigrati in massa, ma non ricevevano lo stesso salario degli altri lavoratori dell’UE.

Sempre nel 2007, 110.000 insegnanti hanno indetto uno sciopero di sei settimane contro il salario mensile di 320 dollari, chiedendo un aumento salariale del 100% e un aumento della spesa per l’istruzione. Nonostante abbiano ottenuto un aumento del 46%, molti hanno rimproverato i sindacati di regime per aver così accettato una diminuzione dei salari reali. Nel frattempo, nelle zone rurali della Bulgaria i “baroni del grano” hanno sfruttato le “lacune legislative” per appropriarsi dell’80% dei terreni coltivabili e ottenere le sovvenzioni della UE, mettendo ulteriormente sotto pressione la classe operaia rurale e i piccoli agricoltori.

Nel 2017 i lavoratori dei supermercati Piccadilly e di Max Telecom hanno organizzato blocchi contro il furto di salari, aggirando i sindacati ufficiali, costringendo il Parlamento a riformare il Codice del Lavoro.

Nel 2021 con l’ascesa di partiti “riformisti”, come “Continuiamo il Cambiamento”, questi hanno mantenuto il controllo sui tribunali e sui servizi di sicurezza, mentre i sindacati del regime continuavano a incanalare la rabbia dei lavoratori verso vie sicure e legali.

La migrazione dei lavoratori verso paesi più ricchi, costretti dalle difficoltà economiche, ha ridotto la disponibilità di manodopera all’interno e l’ha aumentata, a basso costo, nei paesi occidentali. Questa situazione ha portato grandi benefici al capitale globale e bulgaro, preservando la pace sociale in Bulgaria riducendo il malcontento dei lavoratori. Verso la fine del 2025, il calo demografico derivante dall’emigrazione e dal basso tasso di natalità, causato dalle condizioni economiche sfavorevoli alla formazione di una famiglia, ha provocato una carenza di manodopera in tutti i settori in Bulgaria, esaurendo sia la forza intellettuale che manuale.

Come si vede in tabella, nonostante la pressione positiva esercitata sui salari dalla popolazione ridotta e, di conseguenza, dall’esercito di riserva di manodopera, i salari reali del 75% più povero della popolazione non si sono ancora completamente ripresi dalla grande crisi economica degli anni ’90. Il fatto che la borghesia e il resto della classe media si trovino in una situazione relativamente migliore ha ulteriormente accresciuto il malcontento dei lavoratori.
Salari reali/distribuzione del reddito
Anno Popo-
lazione
75% più
povero
15%
medio
10% più
ricco
1989 8.8 1.399 2.249 3.292
1996 8.3 211 370 759
2003 7.8 443 924 1.971
2015 7.2 736 1.917 4.370
2023 6.4 1.133 2.872 8.102
2024 6.4 1.260 3.193 9.008

Nota: I salari/redditi assoluti per il 2023 sono stati stimati e calcolati sulla base delle medie e delle distribuzioni dei salari reali ricavati dalle fonti “Base dei salari reali (CSI)” e “World Inequality Database (WID) - Bulgaria”.Il rapporto con i salari è molto più stretto nelle fasce medio-basse che nella fascia superiore del 10%, dove sono inclusi anche i redditi da capitale. I dati demografici provengono dal Registro Nazionale della Popolazione.

Nel 2023 la Bulgaria è ancora considerata il paese più povero dell’UE. Circa il 22% dei cittadini bulgari vive al di sotto della soglia di povertà, con un reddito mensile pari o inferiore a 257 euro. Nel 2024, il 30,3% della popolazione era a rischio di esclusione sociale. Si tratta del tasso più alto dell’UE, che comprende anche coloro che si trovano ad affrontare mancanza di reddito, grave deprivazione materiale o bassi tassi di occupazione. La crescita economica tra il 2015 e il 2020 ha migliorato gli standard di vita rispetto ai difficili anni di transizione e ha ridotto le forme più gravi di povertà al 4,5%, ma la disuguaglianza di reddito ha continuato ad aumentare e la percentuale di chi è a rischio di povertà ha raggiunto il 22,1% nel 2020. Nel secondo trimestre del 2025, l’indice dei prezzi delle abitazioni a livello nazionale in Bulgaria è aumentato del 15,51%.


Scioperi e proteste recenti

Sebbene molto più contenuta rispetto agli anni ’90, l’attuale inflazione è stata causata dalla dipendenza energetica e dagli shock dell’offerta globale, iniziati con l’aumento dei prezzi del gas naturale nel 2021. Dopo che la società russa Gazprom ha interrotto le esportazioni dirette di gas nell’aprile 2022, la Bulgaria è stata costretta ad acquistarlo a prezzi gonfiati tramite intermediari. Questa situazione, insieme all’embargo petrolifero dell’UE contro la Russia del 2023, ha causato un aumento del 144% dei prezzi del gas per le famiglie e del 40% del riscaldamento.

Allo stesso tempo, quando i borghesi hanno investito i propri risparmi nel settore immobiliare per evitare la svalutazione della moneta, si è creata una bolla immobiliare e alla fine del 2025 i prezzi in città come Sofia e Varna sono quasi raddoppiati. Mentre la borghesia internazionale e locale si arricchiva, i lavoratori nel 2022 hanno dovuto affrontare un picco dell’inflazione annua del 15,3%. Sebbene sia leggermente rallentata entro la fine del 2025, il proletariato ha subito un calo del potere d’acquisto reale, con l’aumento del 25% dei prezzi dei generi alimentari e forti aumenti dei servizi pubblici, il che ha portato ancora una volta i lavoratori a non riuscire a pagare le bollette del riscaldamento. Nel gennaio 2025 il salario minimo è stato aumentato a 1.077 BGN (550 €), ma 400.000 proletari continuano a lottare per sopravvivere con questa somma.

Sullo sfondo di tutto questo caos economico, il governo borghese è stato sciolto e ricostituito sette volte negli ultimi quattro anni, il che ha comportato anche l’organizzazione di sette tornate elettorali.

Il 16 gennaio 2025 una coalizione di minoranza composta da GERB, BSP e ITN è salita al potere con il sostegno occulto di Delyan Peevski, odiato da studenti e lavoratori. Quando hanno presentato la proposta di bilancio, poco popolare, le proteste di massa nelle strade erano già iniziate.

I lavoratori della raffineria Lukoil Neftohim di Burgas, organizzati nel sindacato di regime Podkrepa, hanno minacciato un blocco totale per chiedere protezione legale contro la cessione dell’azienda. Il governo Zhelyazkov ha garantito il lavoro solo per 24 mesi e concesso una indennità, ma ha rifiutato l’aumento salariale e il controllo dei prezzi. Così, mentre i proprietari della raffineria nascondevano all’estero i loro profitti di 2,4 miliardi di dollari, i lavoratori si sono ritrovati ad affrontare l’inflazione senza alcuna garanzia del lavoro.

Allo stesso tempo, i ferrovieri e gli elettrici hanno scavalcato la direzione sindacale ufficiale, creando cellule di base indipendenti e paralizzando le consegne di merci e carbone col non rispetto delle norme di lavoro e segnalazioni di sicurezza. Queste cellule autonome hanno bloccato con successo l’autostrada Trakia. Benché lo Stato abbia bloccato i loro conti bancari, hanno continuato la loro lotta grazie a donazioni dall’esterno.

I “baroni del grano” borghesi, sotto il cartello dell’Unione Nazionale dei Produttori di Grano, hanno indetto una serrata con 85 blocchi stradali utilizzando i loro macchinari agricoli. Chiedono 76 milioni di euro di aiuti UE. Hanno trattato con i sindacati del regime per aumenti salariali per gli operatori di macchinari. Di fronte all’afflusso di grano ucraino a prezzi stracciati, hanno pagato gli operai non sindacalizzati affinché mantenessero la serrata e le barricate. Mentre questi ricchi terrieri hanno mantenuto la loro imposta fissa al misero 10% e le loro sovvenzioni, gli operai dei trattori hanno ottenuto un aumento salariale del 20% a fronte di un tasso di inflazione del 39,5%.

Nel 2026, la borghesia bulgara, nonostante i cambi di governo, continua a rafforzare la dipendenza del paese dal blocco imperialista USA/UE. Mentre i produttori di armi realizzano profitti record grazie al conflitto in Ucraina, la classe operaia, anche nei pochi casi in cui è organizzata, è divisa, senza guida e ingannata dai sindacati di regime.

Sebbene l’istinto per il sindacalismo indipendente e la lotta dura persista, questi scioperi spontanei e le proteste di piazza non dispongono di un partito rivoluzionario che li trasformi in una forza politica. La vera classe operaia rivoluzionaria, viva, è quella organizzata sotto i sindacati di classe, strettamente legati al proprio partito, che rifiuta le lotte elettorali per promuovere scioperi generali a tempo indeterminato, senza servizi minimi e che trasmette il proprio messaggio alla classe con le parole e le azioni.

I lavoratori bulgari possono trarre ispirazione dalla propria storia locale e da quella della classe operaia internazionale.






Il conflitto sul flusso di gas e petrolio nel Mediterraneo

La complessa situazione del Mediterraneo, derivante dalla sporca politica imperialista per il suo dominio, è diventata ancora più intricata negli ultimi anni.

La regione è un campo di mega progetti per l’estrazione e il passaggio di gas e petrolio e per l’interscambio commerciale: il “Corridoio Economico India - Medio Oriente - Europa”, a cui aderiscono l’Italia e l’Unione Europea, con India, Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Francia e Germania, è stato avviato in contrapposizione al progetto cinese “Belt and Road”, ma l’instabilità della regione ne sta ostacolando l’avanzamento.

La “Via dello Sviluppo Iraq-Europa” è un progetto che, passando per la Turchia, aprirebbe l’Iraq al mondo evitando il Canale di Suez.

Il gasdotto “EastMed” dovrebbe collegare Israele alla Grecia passando per Cipro.

Il gasdotto Israele-Egitto rifornirà l’Egitto, mentre “TransMed” l’Italia.

“Greenstream” trasporta il gas dalla Libia alla Sicilia e il gasdotto Marocco-Europa, adesso chiuso a causa della disputa tra Marocco e Algeria, fornirebbe gas alla Spagna. In compenso è il gasdotto “MedGaz” che porta il gas direttamente dall’Algeria alla Spagna.

Un gasdotto alternativo nel Mediterraneo orientale attraverso la Turchia è invece in fase di progettazione: il percorso previsto attraversa Israele, Cipro del Sud e la Turchia verso l’Europa, ma non si registrano progressi a causa del veto della Grecia.

L’elettricità prodotta in Africa parte dall’Egitto, passa per Cipro del Sud e raggiunge la Grecia, da dove si distribuisce in tutta Europa.

Anche il Canale di Suez riveste un’importanza cruciale per l’esportazione di GNL dai Paesi del Golfo verso l’Europa.

Questo per citare solo alcuni delle principali linee di scambio che attraversano ormai il Mediterraneo e che lo hanno riportato al centro delle contese internazionali.

È in atto una concorrenza spietata per lo sfruttamento delle risorse della regione. La Libia vi ha una posizione centrale, porta di accesso del commercio del Sahel verso il Mediterraneo ed è uno dei maggiori produttori di petrolio e gas, oltretutto di ottima qualità. Non poteva sfuggire alla presa dell’imperialismo.

Dopo il crollo dello Stato centrale a seguito della caduta del regime di Gheddafi, il potere è attualmente diviso tra gruppi armati sostenuti da vari Paesi imperialisti.

L’Unione Europea è intervenuta nelle guerre civili libiche post-2011 con l’“Operazione Sofia” e, dal 2020, con l’“Operazione Irini”. Ha addestrato e sostenuto un gruppo armato che si presentava come governo provvisorio, mentre l’altro gruppo guidato da Khalifa Haftar ha ricevuto il sostegno di Russia ed Egitto. Le operazioni dell’Unione Europea erano guidate in gran parte dall’Italia. La Francia, in competizione con l’Italia, non si è tirata indietro dal fornire armi al governo di Haftar a Tobruk, nonostante gli embarghi sulle armi.

Di questa incerta situazione ha profittato il governo turco. La Turchia, in quanto paese con il secondo esercito più grande della NATO, si è schierata a fianco del governo di Tripoli. Questa alleanza ha portato alla stipula di un Accordo di cooperazione militare e di sicurezza e di un Accordo sulla delimitazione delle zone di giurisdizione marittima, stipulati nel 2019. Questi accordi hanno concesso alla Turchia numerosi privilegi nel Mediterraneo, dalla ricerca e condivisione delle risorse energetiche marine alla cooperazione tra i due eserciti, ma hanno scontentato altri Stati rivieraschi, come la Grecia, Cipro e l’Egitto.

Il piano della Turchia è espandere la sua influenza nel Mediterraneo orientale in modo da assumere il controllo del flusso energetico dalla regione. In un contesto che porta alla guerra mondiale, la borghesia turca cerca di unire al suo potenziale militare, già notevole grazie alla sua avanzata industria di armamenti, anche quello energetico. Ma in questa banda di briganti tutti hanno le stesse ambizioni della Turchia.

La cooperazione elettrica Turchia-Libia, attualmente in fase di progettazione, mira a modificare l’equilibrio energetico nel Mediterraneo orientale. L’idrogeno verde (quello prodotto con energie rinnovabili) dal Nord Africa all’Europa passerebbe attraverso le attuali condutture del gas, riadattate, e raggiungerebbe l’Europa sul fondo del Mediterraneo. Si intravede un grande potenziale per la produzione di idrogeno in Libia e nella regione del Sahel. L’esportazione di altre materie preziose dal Sahel avviene attraverso la Libia e l’Algeria. L’influenza del gruppo russo Wagner è evidente nella loro vendita.

In questo contesto, l’incidente aereo avvenuto ad Ankara, in cui hanno perso la vita il Capo di Stato Maggiore libico e altri generali di alto rango e che non ha ricevuto grande attenzione da parte della stampa, ha un significato più profondo di quanto sembri. Probabilmente non si è trattato di un incidente ma di un attentato. L’abbattimento dell’aereo francese Falcon 50 potrebbe essere infatti un monito affinché la Libia faccia un passo indietro dalla vicinanza instaurata con la Turchia.

Per la Turchia, invece, sarebbe un avvertimento a stare al proprio posto, una dimostrazione che non è in grado di garantire la sicurezza nemmeno sul proprio territorio.

I passi compiuti dalla Turchia per diventare un attore importante nel Mediterraneo, stanno mettendo a disagio le grandi potenze imperialiste le cui reti commerciali e militari sono intrecciate da molti anni.

I rapporti internazionali tra gli Stati, molto simili a quelli tra mafie concorrenti, fanno in modo che i vari governi da un lato bollano come “terroriste” le organizzazioni armate che non rispondono ai loro interessi, dall’altro le alimentano sottobanco per ottenerne l’appoggio o addirittura le legittimano conferendo loro uno status giuridico, come in Siria, Afghanistan o nella Libia stessa. Le loro attività, tanto legali quanto illegali, sono sostanzialmente le stesse: una serie di operazioni politiche e militari volte a portare avanti sporchi traffici in nome del profitto.

Per la classe operaia non c’è pace da nessuna parte, ci sono solo sangue e lacrime in questo regime! La classe operaia, ridotta a mendicare anche le briciole che restano dopo le spartizioni tra banditi armati che si contendono le risorse mondiali sempre più limitate, può agire nel proprio interesse e in quello del mondo solo attraverso la lotta di classe. Il proletariato di tutta l’area del Mediterraneo, con la sua terra, il suo mare, subisce violenze terribili, basti pensare a quello di Gaza o ai tanti rinchiusi nei lager della Libia. I lavoratori dei paesi del Mediterraneo tutti sfruttati, hanno il potere di fermare questo disgustoso martirio. Con lo sciopero generale è possibile chiudere i porti, fermare il commercio delle armi, fermare le petroliere! Opponiamoci alla guerra tra imperialismi, organizziamo la lotta di classe rafforzando le organizzazioni sindacali classiste e propagandiamo l’indirizzo del partito comunista internazionale.






Nigeria: Lotta operaia, guerra e funzione dei sindacati del regime

Il 25 e 26 dicembre scorso le forze statunitensi, in coordinamento con il governo nigeriano, hanno lanciato attacchi missilistici contro obiettivi militari nello Stato di Sokoto. L’operazione è stata giustificata contro il terrorismo delle forze legate allo Stato Islamico nel Nord-Ovest e a difesa dei cristiani. È ormai diventato il tipico casus belli per i capitalisti statunitensi giustificare l’intervento straniero con la difesa delle minoranze religiose e dei bianchi. In realtà l’imperialismo interviene laddove l’instabilità minaccia i suoi interessi strategici, non per risolvere le cause della violenza, ma per utilizzarla.

Il declino del potere della Francia nella regione ha portato all’espansione dell’influenza russa e forze simili minacciano anche la Nigeria, che rimane saldamente legata al capitale finanziario dominato dagli Stati Uniti. La Nigeria, come molte delle ex colonie e dei sub-imperialismi all’interno del capitalismo globale, ha una popolazione esposta sia alla violenza dei ribelli, manovrati delle forze militari straniere, sia dell’esercito di Stato, senza che nessuno dei due offra una via d’uscita dalla miseria.

La persistenza dei gruppi armati nel Nord del paese è il risultato di decenni di impoverimento rurale, disoccupazione, espropriazione delle terre e decadimento dello Stato, che hanno creato condizioni in cui la violenza diventa un mezzo di sussistenza e di sopravvivenza. La forza militare, interna o straniera, non risolve queste condizioni. Gestiscono i sintomi riproducendone le cause.

Allo stesso tempo, i lavoratori di tutta la Nigeria devono affrontare il calo dei salari reali, l’inflazione, l’insicurezza e il collasso dei servizi pubblici. In risposta, il Congresso dei lavoratori della Nigeria (NLC) ha indetto proteste e minacciato azioni di sciopero, dichiarando una “Giornata nazionale di protesta e lutto”. Le lamentele invocate sono reali. I lavoratori sono uccisi o rapiti mentre si recano al lavoro. Non possono nemmeno riprodurre la loro forza lavoro nelle condizioni attuali. La loro rabbia è giustificata e le masse di lavoratori che devono affrontare una crisi economica sempre più grave sono spinte ad azioni dirette. Ma i sindacati ufficiali, mascherandosi da rappresentanti della classe lavoratrice, invece sabotano il movimento, ingabbiano il proletariato nigeriano, proprio come fanno in tutto il mondo.

L’NLC e i sindacati alleati non organizzano i lavoratori come forza di classe indipendente. Raccolgono il malcontento per contenerlo. Giornate di protesta, scioperi a tempo determinato e interruzioni brevi del lavoro non sono mezzi di lotta ma di sfogo. Consentono di allentare la pressione senza minacciare la continuità della produzione capitalista e l’autorità dello Stato.

In Nigeria i sindacati sono legalmente riconosciuti, dipendono finanziariamente dalle quote sindacali ma sono integrati nei sistemi di contrattazione gestiti dallo Stato. La loro funzione è mediare tra lavoro e capitale.

Gli eventi del 2024 lo dimostrano chiaramente. Durante lo sciopero generale contro l’aumento dei prezzi la produzione e le infrastrutture sono state interrotte solo brevemente. Benché esistessero le condizioni oggettive per una lotta più ampia, lo sciopero è stato rapidamente sospeso una volta iniziate le trattative e i lavoratori sono stati rimandati al lavoro con concessioni che non hanno ripristinato il tenore di vita perduto. Lo Stato ha ritrovato la stabilità; il capitale ha ripreso ad accumularsi. Le condizioni dei lavoratori sono rimaste sostanzialmente invariate.

Mentre i lavoratori si muovono verso la lotta sotto la pressione delle necessità materiali, i sindacati reindirizzano il movimento nel quadro dello Stato borghese. Anche quando i sindacati denunciano la miseria degli operai, fanno appello allo Stato, che invita l’intervento imperialista e impone l’austerità. Chiedono che il capitalismo funzioni meglio, non che venga affrontato.

Per i lavoratori nigeriani diventa impossibile vivere in un modo di produzione che riduce il lavoro umano a un costo e intere regioni a zone strategiche da sacrificare e massacrare.

I lavoratori devono organizzarsi in sindacati di classe, indipendenti dallo Stato borghese e ostili a tutte le forme di collaborazione di classe. Tali organizzazioni non possono essere strumenti di mediazione, ma organi di lotta. Devono rifiutare il nazionalismo che li spinge a schierarsi con questa o quella banda imperialista, e l’illusione che le riforme possano risolvere una crisi radicata nel capitalismo stesso.

Questo compito non può essere realizzato solo con la spontaneità: richiede chiarezza politica il rifiuto di ogni alleanza con il potere borghese, e il collegamento con il movimento comunista rivoluzionario e internazionalista.





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Il duro lavoro del partito getta le arcate del ponte fra la scienza sociale annunciata dal Manifesto Comunista del 1848, alla critica  e svergognamento della oscena decadenza capitalistica dell’oggi, al sano indirizzo alle incessanti lotte della classe operaia designate alla rivoluzione di domani

Riunione internazionale del partito

23-24 maggio [RG155]

(Continua dal numero scorso)



Iran: Il fallimento della modernizzazione

Negli anni ’70 le forti crisi economiche e sociali dei decenni precedenti sono culminate nella caduta definitiva della dinastia Pahlavi e la presa del potere degli Ayatollah, regime non meno repressivo di quello monarchico.

La “rivoluzione Bianca” del decennio precedente, con il suo piano di riforme rivolte a modernizzare e occidentalizzare il paese, e il definitivo passaggio a un’economia capitalistica, fallì il suo obiettivo generando rabbia e malcontento tra la piccola borghesia commerciale, i contadini poveri, la nascente classe operaia industriale, e il clero sciita, legato agli interessi della piccola produzione precapitalistica e a quelli dell’aristocrazia feudale agraria.

La rivoluzione dello Scià aveva gettato l’agricoltura nell’inferno del meccanismo capitalistico trascinando i contadini nella povertà, sia coloro che faticavano a vivere sul proprio appezzamento di terra, indebitati, sia quelli trasformati in braccianti salariati. Molti erano stati costretti a cercarsi impieghi nelle grandi città.

Lo Stato monarchico rimase di gran lunga il maggiore investitore nell’agricoltura. Alla fine del ’73, approfittando del prezzo del petrolio triplicato, furono imposte riforme non curandosi dei suoi effetti per la maggioranza della popolazione. Aumentò la disoccupazione, si contrasse la produzione con desertificazione di vaste zone. Tra il ’59 e il ’72 si ebbe un aumento delle produzioni appena superiore alla crescita demografica, con diminuzione fino al 40% nel settore caseario. La “rivoluzione” spinse all’abbandono delle risorse naturali di acqua e pascoli, all’importazione di bovini al posto degli ovini, sostituendo la conduzione di piccoli greggi nomadi con grandi importazioni di derrate alimentari, a vantaggio delle multinazionali e a svantaggio del debito pubblico. Il “passaggio al capitalismo” produsse solo arricchimento per una minoranza e povertà per le plebi delle città industriali e delle campagne.

Fino a quando la manna petrolifera continuò a piovere furono mediate le contraddizioni tra i sempre più ricchi e i sempre più affamati, spesso con lo strumento repressivo della SAVAK, la polizia segreta istituita nel ’57. Ma con l’incalzare della crisi, anche le classi medie urbane si misero in moto insieme ai proletari delle industrie. A sostegno del potere statale restarono solo le classi che dai proventi del petrolio avevano tratto le loro fortune. Una ristretta casta di fedelissimi alla famiglia imperiale controllava ogni attività industriale e agricola. L’esercito inglobava il 27% del bilancio statale, mentre i proprietari terrieri e la borghesia commerciale insieme erano il 20% della popolazione, e consumavano oltre il 60% del reddito nazionale.

Il settore agricolo, nonostante rappresentasse il 50% della popolazione iraniana, nella maggior parte dei casi analfabeta, contribuiva nel 1977 per meno del 10% al Prodotto interno lordo, non in grado di soddisfare il fabbisogno interno del paese.

Dal ’72 al ’76, infatti, le importazioni passarono da 3 a 18 miliardi (il 30% del PIL), destinate ad articoli di lusso, derrate alimentari e armamenti, con relativo aumento del debito. L’inflazione raggiunse il 30% nel 1977.

La moderna borghesia industriale iraniana risultava troppo debole, esclusa dai proventi del petrolio, legata alla rapina dello Scià e delle compagnie straniere. La produzione industriale rilevò un incremento del 16% all’anno dal ’71 al ’73, con un picco del 22% dal ’74 al ’75’, sceso al 17% nel ’76-’77, ma contribuiva per il solo 18% al prodotto interno lordo. Gli occupati nel settore raggiungevano all’epoca i 2 milioni, per la maggior parte nelle costruzioni, mentre le grandi imprese industriali impiegavano 450mila operai. Ma circa il 60% delle attività industriali si concentravano nel comparto dei beni non durevoli, tessili, alimentari, ecc.

Il clero sciita era stato fortemente svantaggiato dalla frammentazione delle loro proprietà feudali nell’arco della “Rivoluzione Bianca” degli anni ’60, ostile ai nuovi emergenti rapporti di proprietà borghesi. La sua avversione alla monarchia non derivava tanto dall’obiettivo di occidentalizzare e laicizzare il paese ma da interessi di classe. Il clero rappresentava gli strati di piccola produzione pre-capitalista e della feudalità agraria totalmente avversa al potere accentratore monarchico combinato al mutevole scenario economico.

Rilevante fu il ruolo dei commercianti dei Bazar, struttura economica da cui dipendeva un milione di addetti al commercio al dettaglio e all’ingrosso. I commercianti divennero una classe legata a doppio filo con il clero sciita, una convergenza di interessi bazar-moschea dove i commercianti pagavano la decima (zakat) al clero invece che allo Stato, una rete finanziaria parallela che darà un rilevante sostegno alla rivolta contro lo Scià. Organizzò chiusure nazionali e scioperi, dando collegamenti, cibo e rifugio ai manifestanti contro la persecuzione della SAVAK. Le moschee divennero il centro direttivo ed ideologico dei centri urbani. Tranne che per l’organizzazione di scioperi degli operai del settore petrolifero, che mantennero una certa autonomia organizzativa, per un brevissimo momento, anche dopo la caduta della monarchia.

Le mezze classi commerciali, legate ancora a forme precapitalistiche ma inserite nel mercato, i contadini immiseriti dalla riforma agraria tesa alla liberazione di forza lavoro per un’industria ancora arretrata, e il sottoproletariato riversatosi nei centri urbani, si legarono al malcontento degli strati borghesi, strangolati dallo strapotere delle multinazionali e dalla mancanza di infrastrutture che lo Scià accentratore non riusciva a costruire.

Lo Scià, gendarme del Medio Oriente, manteneva la repressione interna in tutela degli interessi occidentali, tenendo a bada le ingerenze cinesi e russe. Ma l’avanzare della crisi e delle proteste, e l’incapacità di risolvere le contraddizioni economiche rimisero in discussione l’appoggio dei padroni americani. Scrisse “Le Monde” nell’agosto del ’78: «Gli Usa hanno investito troppo su Teheran da 25 anni per permettersi di puntare ancora sul perdente». Non era la prima volta che gli Usa pugnalavano alle spalle un loro alleato per cambiare cavallo e salvare i loro interessi.

Mentre in un clima sempre più teso e repressivo i morti raggiungevano le diverse migliaia, l’esercito crollò con diserzioni di massa, ammutinamenti, i soldati giustiziavano gli ufficiali e si univano alla rivolta.

Il 4 gennaio del ’79 un governo civile di compromesso, guidato dal liberale Shapour Bakhtiar, tentò di frenare la rivolta e traghettare il paese verso una democrazia liberale. Ma Khomeini nominò un proprio governo provvisorio con a capo Medhi Bazargan. Sia il clero sia le componenti laiche della “rivoluzione” rassicurarono subito gli americani sul contenimento della lotta armata e degli scioperi. Il nuovo governo Bazargan ordì subito il tradimento nei confronti di coloro che avevano sopportato il peso di mesi di lotta: piccola borghesia e classi operaia e contadina.

Scrivemmo nel n.55 del 1979: «l’assenza di un’organizzazione di classe ha impedito che, sulla difesa degli interessi della classe operaia, questa riuscisse a legare i contadini poveri e il sottoproletariato urbano, trascinandosi al seguito la piccola borghesia, su di un programma non genericamente democratico o, beffa peggiore, islamico, termine che nasconde solo la dittatura della borghesia da parte della chiesa».

«Gli operai vogliono i Consigli, persino alcuni militari vogliono che l’esercito sia retto dai Consigli» così si lamentò l’ingegner Bazargan, nuovo Kerensky, in un’intervista dell’epoca. A sospendere gli scioperi fu anche il Tudeh, falso partito comunista legato al capitalismo russo. Il partito stalinista restò a rimorchio del Fronte nazionale e del clero.

Anche i Mujahidin, il gruppo armato di ascendenza maoista, si mossero in questa direzione.

Il giovane proletariato industriale lottò fino all’ultimo con la sua sola arma a disposizione: lo sciopero generale, nel modo più coraggioso.

Il governo di transizione di Bakhtiar era servito a prendere tempo per giungere a un accordo tra le varie fazioni borghesi: clero, legato soprattutto alla vecchia aristocrazia feudale agraria, fronti nazionali e movimenti di liberazione espressione di ceti borghesi nazionalisti, e infine esercito, vero braccio armato Usa e garante degli interessi americani, un organo creato, inquadrato, addestrato dagli stessi Usa dai quali dipendeva anche per i rifornimenti.

Dinamiche all’interno delle forze del capitale per l’egemonia sugli affari, tutte rivolte a sedare la lotta di classe, contro i sussulti di plebi oppresse e contro il giovane proletariato combattivo, entrambi vittime, oltre dei giochi di potere delle varie fazioni borghesi, anche e soprattutto di una scena lasciata vuota da una classe operaia occidentale addormentata.

Il complesso quadro degli anni ’70, con i suoi sconvolgimenti, alternanze e vuoti di potere, dimostrano che non c’è liberazione per i lavoratori all’interno dei cambi di regime borghesi, quest’ultimi non sono tappe di avvicinamento verso l’emancipazione, ma soltanto un modo per far arretrre lo sviluppo della forza della classe, a danno della vera rivoluzione, che conducono allo stesso epilogo di sconfitta e sfruttamento.

Una lezione valida più che mai oggi, nel 2026 in Iran come in ogni singola infame nazione del mondo capitalistico.



Proprietà e Capitale 

Per la ripresa dello studio sulla economia marxista abbiamo presentato una sintesi del nostro studio “Proprietà e capitale”, del 1948.

Le leggi sulla proprietà sono espressioni dei sottostanti rapporti economici e produttivi, non forze indipendenti a sé stanti. Marx lo afferma nella Prefazione alla “Critica dell’economia politica”, dove “forme di produzione” e “rapporti di proprietà” sono identificati come due designazioni della stessa realtà. L’istituzione della proprietà non è naturale né eterna. È sorta storicamente quando la crescita demografica e lo sviluppo delle tecniche produttive hanno creato scarsità e conflitti sulle risorse. Le comunità primitive gestivano le risorse in comune; la proprietà è emersa solo quando i beni hanno smesso di essere liberamente disponibili per tutti.

La schiavitù, il feudalesimo e la produzione artigianale hanno generato ciascuno distinti assetti di proprietà, sorti in momenti storici diversi. La proprietà dei beni mobili e degli schiavi ha preceduto la proprietà della terra. Il capitalismo non è semplicemente l’ultima versione di un sistema di proprietà universale, ma una modalità di appropriazione storicamente specifica. Il giurista definisce la proprietà come la facoltà di usare e disporre di una cosa nel modo più assoluto. Al suo posto ne diamo una riformulazione dialettica: la proprietà è il potere di una persona o di un gruppo di impedire a un’altra persona di usare una cosa. Ciò fonda la proprietà nei rapporti di forza e nell’organizzazione sociale piuttosto che in un diritto astratto. La richiesta socialista di abolire la proprietà privata è quindi incompleta se non specificata in termini di relazioni produttive particolari del capitalismo, il che richiede un’analisi economica prima che giuridica.

L’ascesa del capitalismo fu la distruzione dei diritti di proprietà precedentemente detenuti dai piccoli produttori, non l’istituzione di nuovi. Il processo storico dell’accumulazione primitiva fu l’espropriazione sistematica di artigiani e contadini dai loro strumenti, materie prime e prodotti. I lavoratori che in precedenza possedevano gli strumenti e i frutti del proprio lavoro ne furono privati e ridotti a salariati.

La proprietà legale della fabbrica o dei macchinari non è la caratteristica distintiva del capitalismo. Ciò che definisce il capitalismo non è chi detiene il titolo legale sugli impianti fisici, ma tre condizioni: i lavoratori devono acquistare tutti i beni di prima necessità sul mercato e non possono provvedere direttamente a sé stessi; i lavoratori non possono possedere o vendere i prodotti del proprio lavoro; i lavoratori ricevono salari inferiori al valore che aggiungono, con il surplus destinato all’accumulazione di capitale.

Fondamentalmente, la nuova forma di appropriazione capitalistica non è necessariamente di natura individuale o personale. Anche quando la produzione è organizzata collettivamente, o quando la titolarità legale appartiene a un’impresa o a una persona giuridica piuttosto che a un individuo, il rapporto capitalistico rimane pienamente intatto fintanto che il prodotto viene sottratto a coloro che lo hanno realizzato. Ciò distingue l’analisi marxista del capitalismo da qualsiasi interpretazione che lo identifichi con la proprietà privata individuale, né che la proprietà collettiva o statale dei mezzi di produzione costituisca una rottura con il capitalismo.

L’appropriazione da parte del capitalista dell’intero prodotto è un fatto sociale piuttosto che meramente personale. Il rapporto di fondo è tra la classe capitalista e la classe operaia. Per la legge marxista dell’accumulazione i capitalisti devono investire una porzione crescente del plusvalore in nuovo capitale, una dinamica che non può essere ridotta all’arricchimento individuale o al consumo.

Il socialismo accetta e si basa sui progressi produttivi del capitalismo: la cooperazione su larga scala, la divisione del lavoro e il macchinismo. Qualsiasi proposta di frammentare queste forze produttive concentrate tornando a piccole botteghe o alla produzione individuale è reazionaria. La separazione capitalistica dei lavoratori dai loro strumenti e prodotti individuali è storicamente definitiva. Ma ciò che in precedenza era a disposizione individuale dell’artigiano libero ed è passato al capitalista passerà a sua volta alla classe dei produttori nel suo insieme, in un assetto in cui i mezzi e i prodotti del lavoro sono a disposizione della società, piuttosto che di una classe.

La richiesta socialista richiede l’abolizione di tre forme: la proprietà privata dei prodotti; l’economia monetaria e di mercato; l’organizzazione della produzione in imprese in concorrenza.

Un’economia socialista esiste solo quando non compaiono più la contabilità aziendale, la contabilità a partita doppia, i profitti e le perdite monetarie e il bilancio aziendale. Ciò si contrappone a una economia di una comunità che produce in base al bisogno collettivo senza una contabilità interna dei valori di scambio.

Nel feudalesimo la terra non era una merce, non poteva essere liberamente comprata o venduta e non poteva essere espropriata per debiti. Il capitale apparve storicamente come denaro, sotto forma di capitale mercantile e capitale usuraio, in diretto antagonismo con la proprietà terriera feudale.

La rivoluzione borghese abolì le restrizioni feudali che impedivano al capitale di acquisire la terra. La terra divenne una merce.

Rendita fondiaria, interesse sul denaro e profitto d’impresa sono tre forme attraverso cui i capitalisti si appropriano del lavoro non retribuito.

Un capitalista che non possiede né terra, né stabilimenti, né denaro proprio può realizzare enormi profitti attraverso la sola titolarietà dell’impresa. Il profitto d’impresa è quindi identificato come la forma più moderna e più virulenta di sfruttamento capitalistico, quantitativamente dominante rispetto alle due forme più antiche. Il capitalismo industriale non richiede la proprietà immobiliare e confondere il proprietario della fabbrica con il proprietario terriero, o prendere di mira uno lasciando l’altro significa fraintendere la struttura del dominio borghese.

La rivoluzione borghese ha fatto rivivere il principio del diritto romano, estendendo l’uguaglianza giuridica a tutti i cittadini. Ma in pratica ciò significa che solo chi dispone di capitale sufficiente può acquisire proprietà. Lo stesso sistema giuridico che in linea di principio si applica a tutti i cittadini si applica, di fatto, solo alla classe dei proprietari.

La proprietà contadina di piccoli appezzamenti è strutturalmente instabile sotto il capitalismo. I piccoli proprietari non dispongono di capitale, non possono adottare tecniche moderne e accumulano debiti ipotecari. La terra frazionata tende a ricombinarsi in grandi proprietà, tornando alla stessa distribuzione che la ridistribuzione cercava di spezzare.

Il valore dei terreni urbani aumenta perché il capitalismo concentra masse di lavoratori e strutture produttive nelle città. L’aumento di valore è un prodotto sociale, generato dall’attività urbana collettiva, non dall’investimento di alcun singolo proprietario terriero. Il proprietario di un lotto edificabile non svolge alcun lavoro, non investe alcun capitale nella produzione, eppure vede il valore del terreno aumentare continuamente man mano che la città cresce attorno ad esso.

L’affitto di un alloggio residenziale non è un rapporto capitalistico in senso stretto. Nella produzione capitalistica, il datore di lavoro acquista la forza lavoro, che viene applicata alle materie prime per produrre merci; la differenza tra il valore prodotto e il salario pagato costituisce il plusvalore. Nel contratto di locazione, nessuna forza lavoro viene applicata alle materie prime, nessuna merce viene prodotta e nessun plusvalore viene estratto.

Il rapporto tra proprietario e inquilino è uno scambio commerciale tra equivalenti. I controlli sugli affitti e i programmi per trasformare gli inquilini in proprietari non sono misure socialiste. Non intaccano il modo di produzione capitalistico. Una siffatta proposta è reazionaria dato lo sviluppo dell’industria su larga scala. La carenza di alloggi è un’istituzione necessaria del capitalismo. Ogni soluzione borghese al problema degli alloggi fallisce a causa dell’antagonismo strutturale tra città e campagna, che solo l’abolizione del modo di produzione capitalistico può risolvere.

Nel diritto borghese, i beni mobili appartengono a chi li possiede. Nella produzione capitalistica, ciò significa che l’imprenditore possiede e dispone di tutti i prodotti che escono dalla sua impresa. L’edificio della fabbrica, i macchinari e il terreno su cui sorge lo stabilimento possono essere o meno di proprietà legale del capitalista. Ciò che definisce il capitalismo è il controllo su ciò che viene prodotto e su dove va a finire.

Quando i socialisti chiedono l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, espressa come abolizione della proprietà di fabbriche e impianti, il vero contenuto di questa richiesta è l’abolizione del monopolio del capitalista sui prodotti. Qualsiasi misura che limiti i diritti di proprietà sul luogo di lavoro, sull’impianto o sui macchinari, pur preservando il controllo di persone, aziende o della classe capitalista sui prodotti e sulla loro distribuzione, non è socialismo. La nazionalizzazione, la proprietà statale delle imprese e la gestione cooperativa che opera ancora all’interno di un’economia di mercato rientrano tutte in questa valutazione se i prodotti continuano a circolare sul mercato come merci regolate dalla contabilità aziendale.



I recenti avvenimenti in Mali

Il 25 aprile JNIM, l’affiliata di al-Qaeda nel Sahel, ha sferrato in Mali i suoi attacchi più coordinati e significativi almeno dal 2012, in collaborazione con il Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA), un gruppo tuareg separatista. L’offensiva ha avuto portata nazionale, i combattenti di JNIM e FLA hanno conquistato Bourem e le capitali regionali Gao e Kidal nel Nord del Mali, invadendo una base a Bourem e intrappolando le Forze Armate Maliane, FAMa, e le alleate russe.

Nel Sud del Mali i combattenti del JNIM hanno lanciato contemporaneamente attacchi di commandos uccidendo diversi alti funzionari della giunta, prendendo di mira l’aeroporto alla periferia di Bamako, nonché la principale base dell’esercito e le abitazioni vicine di alti funzionari nella vicina Kati. Questi attacchi hanno impiegato ordigni esplosivi improvvisati su veicoli suicidi e droni armati, e con aggressori travestiti da soldati maliani. Gli attacchi hanno preso di mira il capo della giunta Assimi Goïta, gravemente ferito, forse in modo mortale, quello dei servizi segreti Modibo Koné, e hanno ucciso il ministro della Difesa Sadio Camara.

Dopo l’assalto iniziale i ribelli hanno consolidato le loro conquiste. Il JNIM ha dichiarato di aver conquistato la base di Hombori nel Mali centrale e di aver preso il controllo di due posti di blocco vicino a Bamako, dopo aver minacciato in precedenza di assediare completamente la città. Quattro importanti campi militari nel Nord del paese sono nelle mani di gruppi armati e le FAMa non hanno opporvi resistenza. Poco dopo combattenti armati hanno preso il controllo della città di Tessalit; un video verificato da Reuters mostrava i combattenti che attraversano la città in auto e issano la bandiera dell’FLA.

La perdita di Kidal ha un peso particolare. Di fronte all’accerchiamento della città, l’Africa Corps – che ora opera sotto il Ministero della Difesa russo in sostituzione del Gruppo Wagner – ha negoziato con gli invasori un accordo di libero passaggio per evacuare il proprio personale. Sono emersi video di combattenti tuareg che deridevano il convoglio russo in partenza. La caduta di Kidal ha ribaltato quella che era stata la vittoria simbolica più significativa della Russia in Mali, ottenuta nel 2023 quando i mercenari russi e le FAMa avevano riconquistato la città dopo quasi un decennio di dominio ribelle. L’imperialismo russo non ha ancora ottenuto alcun successo sostanziale dal suo spostamento verso il Sahel; il suo impegno appare inadeguato ad affrontare una crisi profondamente radicata.

Gli obiettivi del JNIM, tuttavia, sembrano non spingersi fino alla conquista totale. Probabilmente il JNIM vuole coinvolgere le nuove autorità di Bamako, sulle quali può esercitare una forte influenza, piuttosto che assumere il controllo diretto su tutto il Mali. Il gruppo conta circa 6.000 combattenti, sparsi tra Burkina Faso e Mali, una cifra che impallidisce se paragonata a gruppi come HTS o i talebani, che sono riusciti a rovesciare dei governi.

Un ulteriore pericolo risiede nel vuoto di sicurezza che si sta creando nel Nord. Il controllo del JNIM e della Provincia del Sahel dell’IS (ISSP) sulle rispettive aree nel Nord del Mali aumenta il rischio di minaccia transnazionale, con l’ISSP che ha già sfruttato la situazione conquistando una postazione chiave al confine tra Mali e Niger dopo il ritiro delle FAMa e dei russi.

È prevedibile che la giunta concentrerà le sue rimanenti forze sulla difesa di Bamako e Gao, abbandonando la periferia e lasciando il Nord del Mali sempre più sotto il controllo dell’alleanza JNIM-FLA. La sopravvivenza a lungo termine del regime della giunta rimane incerta.

FINE DEL RESOCONTO DELLA RIUNIONE









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La competizione fra imperialismi in Sudan e dei nuovi capitalismi per l’acqua del Nilo

La terza guerra civile sudanese, in corso dal 2023, ha lacerato il paese, già in difficoltà, e ha seminato la morte: si stima che le vittime siano tra 150.000 e 400.000. Nello Stato orientale del Darfur continuano senza che se ne veda una fine feroci combattimenti tra il governo della Repubblica del Sudan, guidato dal presidente Abdel Fattah al-Burhan, denominato Forze Armate Sudanesi (SAF), e il governo quasi-statale di Pace e Unità, guidato dalle Forze di Supporto Rapido (RSF), un gruppo paramilitare guidato da Muhammad Hamdan Dagalo Musa, detto Hemedti.

Entrambi i governi sono finanziati e armati da diversi governi stranieri e sostenuti da gruppi mercenari: Egitto, Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Iran, Pakistan, Ucraina, e in misura crescente Russia, sostengono le SAF, mentre gli Emirati Arabi Uniti, il Ciad, il Kenya, l’Uganda, il Sud Sudan, la Repubblica Centrafricana e il Governo di Stabilità Nazionale della Libia orientale sostengono le RSF. Tra i combattenti sono state segnalate anche milizie irregolari locali e mercenari del Gruppo Wagner russo e dei “Lupi del Deserto” colombiani, molti dei quali assoldati dagli Emirati Arabi Uniti.

La guerra è palesemente e apertamente una guerra per il capitale: molti dei sostenitori di entrambi i governi hanno scelto da quale parte schierarsi basandosi esclusivamente sulle ricchezze materiali del Sudan a cui avrebbero accesso in caso di vittoria, che si tratti del desiderio della Russia di assicurarsi l’accesso delle SAF a Port Sudan sul Mar Rosso, o degli Emirati Arabi Uniti alle preziose miniere d’oro delle RSF.

Tra la fine del 2025 e oggi l’assedio e la conquista della città di El Fasher, il ritorno delle SAF nella devastata Khartoum, e l’intensificarsi dei combattimenti nella regione del Kordofan hanno offerto uno spaccato in miniatura dell’orrore apocalittico della guerra moderna, con le RSF che hanno ucciso oltre 60.000 uomini, donne e bambini sudanesi in fuga nella sola El Fasher, nell’ambito della loro campagna di pulizia etnica.

Dal punto di vista economico la guerra è stata disastrosa per lo Stato già in difficoltà; il PIL è crollato di 6,4 miliardi di dollari nel primo anno di guerra e entro il 2026 si prevede di 26 miliardi. Le produzioni industriale e agricola e l’estrazione petrolifera hanno subito un crollo. Milioni di proletari sudanesi vivono in condizioni di estrema povertà e senza fissa dimora, con scarsità di cibo e acqua potabile, interruzione di corrente, coscrizione obbligatoria e massacri a cadenza regolare. Nell’Africa settentrionale e orientale milioni di lavoratori sudanesi, senza mezzi per sfuggire al conflitto, sono fuggiti negli Stati confinanti e in campi profughi sovraffollati e privi di risorse.

Recentemente la guerra ha iniziato a espandersi nella vicina Repubblica Federale Democratica di Etiopia, guidata dal primo ministro Abiy Ahmed Ali, e in Eritrea, guidato dal presidente Isaias Afwerki, entrambi coinvolti economicamente e militarmente nel conflitto. L’Etiopia e l’Eritrea, che hanno offerto sostegno rispettivamente alle RSF e alle SAF, hanno fornito aiuti militari sotto forma di armamenti per le milizie, attacchi con droni, campi di addestramento e persino dispiegamento militare diretto. L’Eritrea ha inviato attualmente circa 5.000 soldati in Sudan, a presidiare ponti e altri punti strategici di strozzatura e per sostenere le SAF nel combattimento contro le RSF a Kassala e Gedaref; il Sudan ha accusato l’Etiopia di consentire a sciami di droni di colpire obiettivi militari nello Stato del Nilo Azzurro. L’Eritrea arma diverse milizie anti-RSF, quali la Eastern Cohort, la Eastern Sudan Liberation Force e il Sudan Liberation Movement (SLM-Minnawi), mentre l’Etiopia trasporta equipaggiamento militare, compresi i mezzi corazzati da trasporto truppe (APC), dal porto di Berbera nel territorio dell’RSF. Entrambi i paesi gestiscono centri di addestramento per armare e preparare le milizie delle rispettive fazioni, esacerbando la guerra e delineando il quadro di un conflitto ben più vasto e catastrofico.

* * *

La guerra in Sudan non può più essere analizzata isolatamente poiché si sta fondendo con la contesa per l’acqua dell’intero bacino del Nilo. Il 9 settembre 2025, dopo quattordici anni di lavori, è stata completata sul Nilo Azzurro, al confine con il Sudan, la Grande Diga del Rinascimento Etiope (GERD) con un bacino il cui volume è circa 1,5 volte la portata annuale del Nilo Azzurro, e nel febbraio 2026 il governo etiope ha annunciato la messa in funzione della più grande centrale idroelettrica dell’Africa e la diciassettesima al mondo, con una potenza installata di 5,15 gigawatt. Per la borghesia etiope, che punta a una posizione di dominio regionale e a un industrialismo orientato all’esportazione, la produzione elettrica della diga è strumento di egemonia sopra Sudan, Sud Sudan, Gibuti e Kenya.

Invece per la borghesia egiziana, che dipende per il 98% delle proprie risorse idriche dal Nilo, la GERD è una minaccia esistenziale, un atto unilaterale che mina l’Accordo sulle acque del Nilo del 1959, che suddivideva il fiume tra Egitto e Sudan ed escludeva completamente gli Stati a monte. La risposta egiziana è stata l’accerchiamento dell’Etiopia su più fronti. Il Cairo ha concluso accordi per potenziare i porti di Doraleh in Eritrea e di Assab a Gibuti con strutture in grado di ospitare navi da guerra egiziane, ha schierato truppe nella Missione di sostegno e stabilizzazione dell’Unione Africana in Somalia (AUSSOM) sul fianco sud-orientale dell’Etiopia e ha esercitato pressioni sull’Arabia Saudita affinché rafforzasse i legami di sicurezza con l’Eritrea, in linea con il suo fermo allineamento con le Forze armate sudanesi (SAF). Gli Emirati Arabi Uniti, che finanziano l’impero dell’estrazione dell’oro delle RSF nel Darfur, si trovano in un intreccio a tre con gli interessi di Addis Abeba, così come questa con le RSF. Al contrario, l’Egitto rifornisce le SAF di droni e velivoli, mentre Asmara convoglia uomini e materiale lungo lo stesso asse. Le linee di combattimento per procura della guerra sudanese rispecchiano quindi quello che diventerà un grave conflitto per il controllo del Nilo, in un unico teatro di guerra.

A complicare il tutto si aggiunge il deterioramento delle relazioni tra Etiopia ed Eritrea riguardo all’accesso al Mar Rosso. Da settembre 2025 il primo ministro Ahmed insiste che la perdita dell’accesso al mare in seguito all’indipendenza dell’Eritrea fosse una anomalia da correggere, e ha chiesto una mediazione internazionale, minacciando di conquistare con la forza il porto eritreo di Assab. Asmara, dal canto suo, ha risposto con una mobilitazione militare generale e con l’accusa che Addis Abeba stia inventando pretesti per un’invasione. I media statali e i politici etiopi hanno pubblicamente chiesto la restituzione di Assab, e il feldmaresciallo Birhanu Jula ha dichiarato che l’Etiopia rafforzerà le proprie forze di difesa per assicurarsi uno sbocco sul mare. La stampa borghese etiope parla ora apertamente di una dottrina delle “due acque”: l’accesso al Nilo Azzurro e allo stretto di Bab el-Mandeb tra l’Eritrea-Gibuti e lo Yemen, dilaniato dalla guerra civile. Anche lo Stato eritreo, che occupa tratti del territorio di confine settentrionale dell’Etiopia conquistati durante la guerra del Tigray del 2020 e che ora coltiva apertamente legami con fazioni dissidenti del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF), si sta preparando a una guerra, che pur sostiene di non volere.

L’atteggiamento bellicoso dell’Etiopia è conseguenza della veloce trasformazione interna della fiorente economia del paese, di cui la GERD è uno dei tanti monumenti spettacolari. Nell’ambito della Homegrown Economic Reform Agenda, perseguita dal governo dal 2019, Addis Abeba ha accelerato il proprio allontanamento dal modello protezionista e statalista che prevaleva sotto i regimi precedenti, orientandosi verso un capitalismo aperto verso l’esterno e orientato alle esportazioni, intrecciato nei circuiti dell’accumulazione globale. L’iniziativa “Made in Ethiopia”, attorno alla quale il governo Ahmed fonda gran parte della sua legittimità interna, sostiene di aver aumentato il tasso di utilizzo della capacità industriale dal 47% al 66,3% in tre anni, di aver sostituito circa 3,4 miliardi di dollari di beni precedentemente importati con prodotti nazionali e di aver raggiunto oltre 413.000 imprese manifatturiere registrate; il programma sostenuto dal FMI prevede ora una crescita del PIL reale del 10,2% per l’anno fiscale 2025-2026, collocando l’Etiopia tra le economie in più rapida crescita del continente africano.

Ventiquattro parchi industriali e zone economiche speciali, che attraggono soprattutto capitali cinesi ma anche, in misura crescente, turchi, sauditi, degli Emirati Arabi Uniti ed europei, nei settori tessile, della pelle, della trasformazione agricola e farmaceutico, fanno capo all’Ethiopian Investment Holdings, il fondo sovrano da 45 miliardi di dollari che riunisce in un unico strumento di impiego del capitale Ethiopian Airlines, la Commercial Bank of Ethiopia, Ethio Telecom e circa due dozzine di altre imprese affiliate allo Stato. La borghesia etiope ha bisogno dell’energia idroelettrica del Nilo Azzurro per alimentare le fabbriche, del porto di Assab per sbrigare le esportazioni e della missione AUSSOM per mettere in sicurezza il proprio fianco sud-orientale. Essa attinge il plusvalore necessario a finanziare questa accumulazione da un proletariato enorme ma frammentato, in gran parte privato della capacità di auto-organizzazione a causa di decenni di guerra, di spietata repressione statale e di frammentazione etnico-federale.

L’espressione finanziaria di questa trasformazione è stata lo smantellamento sistematico di uno degli ultimi settori bancari chiusi dell’Africa e la costruzione di un intero mercato dei capitali. Il 10 gennaio 2025 è stata inaugurata la Borsa etiope (ESX), ponendo fine a mezzo secolo di blocco delle negoziazioni azionarie risalente alle nazionalizzazioni del Derg del 1974; lo stesso giorno è stata quotata in borsa la Wegagen Bank, seguita nel giugno del 2025 dalla Gadaa Bank e nell’aprile del 2026 dalla Awash Bank. L’offerta pubblica iniziale (IPO) parziale di Ethio Telecom ha attirato circa 47.000 investitori, ma ha raccolto solo 24,5 milioni di dollari a fronte di un obiettivo di 245 milioni, un risultato che ha messo in luce sia la scarsa entità del risparmio interno sia l’incapacità strutturale della borghesia nazionale di capitalizzare le proprie imprese senza la partecipazione straniera. Tale partecipazione è ora consentita dalla legge: tra la fine del 2024 e la metà del 2025 il governo etiope ha abolito il divieto di attività bancaria straniera, in vigore da mezzo secolo, consentendo alle banche straniere di costituire filiali, aprire succursali e acquisire fino al 49% delle banche nazionali, nell’ambito di un quadro di “investimenti strategici”; il 25 giugno 2025 la Banca Nazionale d’Etiopia ha iniziato formalmente ad accettare richieste di licenze bancarie straniere.

La Standard Bank del Sudafrica, la Commercial International Bank d’Egitto, la Kenya Commercial Bank e una costellazione di istituzioni del Golfo si sono già posizionate per entrare nel mercato, e la stessa ESX annovera il Nigerian Exchange Group tra i propri azionisti. Il birr, la moneta nazionale, è stato lasciato fluttuare, le restrizioni sui cambi allentate e il debito sovrano ristrutturato nell’ambito del Quadro Comune del G20; ciascuna di queste misure vincola sempre più strettamente lo Stato etiope ai meccanismi disciplinari del FMI, della Banca Mondiale e del mercato obbligazionario internazionale. Per la stampa borghese, queste riforme preannunciano una maturazione attesa, l’emergere di un “mercato di frontiera” ricco di “potenziale inesplorato”. Per la nostra analisi sono il marchio dell’imperialismo, l’esportazione di capitale piuttosto che di merci, la fusione del capitale industriale e bancario in oligarchie finanziarie alla ricerca di nuovi campi di sfruttamento, e la spartizione territoriale del Corno d’Africa da parte di frazioni rivali di una borghesia internazionalizzata, di cui il segmento etiope è un aspirante di secondo piano.

Al di sopra della contesa tra imperialismi regionali, le grandi potenze conducono i propri accordi per assicurarsi influenza e controllo. In una lettera del 16 gennaio indirizzata ad al-Sisi, il presidente degli Stati Uniti si è impegnato a riavviare la mediazione americana nella controversia sulla GERD, un’offerta che il Cairo ha accolto con favore e che l’Etiopia ha finora ignorato, considerando l’inaugurazione della diga un fatto compiuto. A metà febbraio 2026 il quotidiano statale degli Emirati Arabi Uniti “The National” ha pubblicato la notizia di una proposta egiziana che avrebbe concesso all’Etiopia l’accesso al Mar Rosso in cambio di concessioni sul riempimento della diga e sul rilascio delle acque. L’Egitto ha formalmente smentito la proposta, che comporterebbe una minaccia per le sue relazioni con il Sudan, la Somalia e Gibuti, che potrebbero altrettanto facilmente ostacolare tale accesso.

La Russia, dopo essersi assicurata un punto d’appoggio navale a Port Sudan a spese delle Forze Armate Sudanesi (SAF), osserva con interesse. La frammentazione dell’egemonia americana, il palese fallimento dell’Unione Africana e dell’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo (IGAD), la guerra conflittuale tra il Consiglio di direzione presidenziale (PLC) dello Yemen – sostenuto dall’Arabia Saudita – e la fazione Houthi/Ansar Allah sostenuta dall’Iran, la ricorrente crisi iraniana e le ripercussioni provenienti dal Mar Rosso e da Bab el-Mandeb segnalano insieme la frammentazione del Corno d’Africa in una zona di permanente competizione armata.

L’acqua stessa sta diminuendo. La variabilità climatica, l’evaporazione sempre più rapida nel bacino della diga di Assuan, la salinizzazione del suolo nel delta del Nilo e la crescita demografica in ogni paese fanno sì che il volume si riduca ogni anno, mentre cresce la competizione fra la sete dei numerosi umani e delle turbine. Ogni grande corso d’acqua dal Sahel all’Oceano Indiano, i fiumi Awash, Juba, l’Uebi Scebeli e Tekezé, e in primo luogo lo stesso Nilo, sta lentamente soccombendo alla grottesca politica del modo di produzione capitalista immolato al profitto. Forse entro una decina d’anni, se si mantengono le attuali condizioni, le borghesie egiziana, sudanese, etiope, eritrea, somala e sudsudanese, con i rispettivi protettori imperialisti a Washington, Mosca, Abu Dhabi, Riyadh, Ankara e Pechino, saranno inesorabilmente trascinate in una serie di intrecciati conflitti per procura, e persino in un’unica guerra per il controllo delle infrastrutture idrauliche, dei porti, dei corridoi, delle condutture, che faranno impallidire la carneficina già inflitta al devastato proletariato sudanese.

L’analisi comunista di questi sviluppi deve iniziare rifiutando ogni categoria con cui la stampa borghese e la diplomazia delle cancellerie li rivestono. Non c’è alcuna “sicurezza idrica egiziana” da difendere, nessuno “sviluppo sovrano etiope” da celebrare, nessuna “integrità territoriale eritrea” da rispettare, nessuna “unità nazionale sudanese” da ripristinare. Si tratta di finzioni borghesi, mistificazioni con cui ogni classe dominante lega il proprio proletariato alla galera della propria accumulazione e lo manda a morire per la valorizzazione del capitale.

La Sinistra Comunista ha risolto definitivamente questa questione nelle sue analisi di entrambe le guerre mondiali: la guerra imperialista è universale e controrivoluzionaria; la classe operaia non ha alcuna parte da scegliere tra gli Stati borghesi. L’unica risposta legittima è la trasformazione della guerra interstatale in guerra civile lungo linee di classe. Il disfattismo rivoluzionario di Lenin, che la Sinistra Italiana ha perorato contro i tradimenti della Terza Internazionale dopo il 1924, si applica qui senza modifiche. Il proletario sudanese che impugna un fucile delle SAF contro una postazione delle RSF, il coscritto eritreo fatto marciare verso un ponte sudanese, il fellah egiziano arruolato per “difendere il Nilo” e l’operaio etiope spinto al fervore nazionalista per Assab sono tutti lo stesso proletario, e ciascuno di loro viene sistematicamente assassinato per conto di frazioni del capitale che non hanno patria né nazionalità, ma solo un appetito insaziabile di plusvalore.

Le letture “anti-imperialiste” che circolano nella sinistra borghese, sostenendo uno Stato piuttosto che un altro in base all’allineamento con gli Stati Uniti, l’Europa e Israele, oppure con la Russia, la Cina, l’Iran e i paesi in via di sviluppo, devono essere respinti in quanto immagine speculare del social-patriottismo che distrusse la Seconda Internazionale. Non esistono più borghesie storicamente progressiste. Le miniere d’oro degli Emirati Arabi Uniti, la base russa sul Mar Rosso, il monopolio idrico egiziano, le esportazioni di elettricità dell’Etiopia e le manovre di mediazione americane sono tutte espressioni dello stesso sistema globale, che variano solo in base a quale frazione del capitale detiene momentaneamente il sopravvento; scegliere tra di esse significa scegliere tra carnefici.

Il compito comunista non è proporre una “soluzione” nel quadro degli Stati esistenti, ma di insistere, contro ogni corrente nazionalista che travolge il proletariato dal Cairo ad Addis Abeba e in tutti gli Stati della regione, sull’unità della classe operaia internazionale contro le proprie borghesie, sul rifiuto della “difesa nazionale”, e sulla paziente ricostituzione del partito internazionale del proletariato come unico organo in grado di trasformare la catastrofe che si sta ora aprendo nell’Africa nord-orientale nell’inizio della soluzione rivoluzionaria globale che il capitale ha rinviato per oltre cento anni.

Il grande Nilo e tutta la sua area idrografica non saranno salvati dai trattati borghesi, ma, insieme ai lavoratori di tutti gli Stati del suo bacino, solo quando cesserà di essere una frontiera tra interessi contrapposti e diventerà il bene comune di un’umanità associata, auto-liberatasi dai vincoli del capitalismo, della proprietà privata, del lavoro salariato e delle guerre infinite.







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Il monismo dialettico marxista

I marxisti hanno una visione materialista e monista del mondo e stimano controrivoluzionarie le visioni religiose, dualistiche, strumenti ideologici della classe dominante per mistificare la realtà e consolare il proletariato.

Nel “Manifesto del Partito Comunista” e nella “Critica della filosofia del diritto di Hegel”, Marx notoriamente definì la religione “oppio dei popoli”, un narcotico che ottunde gli istinti proletari promettendo giustizia dalla divinità invece che dalla terrena lotta di classe. Engels, nell’“Anti-Dühring”, smantellò ulteriormente il dualismo (ad esempio, anima/corpo, cielo/terra) come un inganno borghese, sostenendo che tali dicotomie giustificano lo sfruttamento attribuendo la sofferenza alla sfera spirituale piuttosto che economica. Entrambi sottolinearono che la religione e il dualismo alienano i lavoratori dalla loro realtà materiale, portandoli ad accettare passivamente le loro condizioni. Predicando la sottomissione alle gerarchie divine o metafisiche, queste ideologie rafforzano la conservazione, e sono antitetiche alla missione storica del proletariato: il rovesciamento violento del capitalismo e l’instaurazione di una società senza classi.

La presa delle vecchie religioni è in declino nella maggior parte dei paesi occidentali, ma nella decadenza borghese le visioni dualistiche e spiritualiste proliferano nel tentativo di corrompere la fibra morale del proletariato.

Mentre la classe dominante cerca di offuscare l’istinto del proletariato per portarlo alla collaborazione di classe, il partito comunista riafferma il fondamento cristallino della scienza rivoluzionaria: il monismo materialista, la comprensione che una realtà materiale unica e oggettiva, governata da leggi naturali, costituisce la totalità dell’esistenza.

Questo non è il materialismo freddo e meccanico della borghesia, che riduce la coscienza a riflesso passivo. Il nostro materialismo è vivo e combattivo, di cui il partito è l’agente attivo, all’interno di uno sviluppo storico in evoluzione, che riconosce il movimento dialettico della società e della natura, e arma il proletariato. Non attende l’intervento di regni soprannaturali, divini, ma conosce le leggi della materia in movimento.

La borghesia, nella sua agonia, fugge dalla dialettica materiale, che è rivoluzionaria, rifugiandosi in ogni sorta di oscurantismo. Ciarlatani si danno a pratiche spiritualistiche, risorge l’occultismo, accademici liberali propinano il relativismo postmoderno come forma di disfattismo totale, tentativi di oscurare la vivente realtà, la natura di classe della società e la necessità del comunismo. A questo marciume ideologico contrapponiamo il nostro riconoscere la realtà di un mondo, di una scienza, di un unico percorso rivoluzionario che conduce alla dittatura del proletariato.

Il mondo non sarà salvato dall’intervento di un Dio né di grandi uomini, né di eletti nelle urne. Il futuro comunista non sarà conquistato con incantesimi e votazioni, ma attraverso la forza materiale della classe operaia organizzata, l’unica in grado di portare la specie umana e la sua società al livello successivo del suo sviluppo storico.

Nell’antica Grecia, i primi filosofi Eraclito e Democrito furono pionieri del pensiero materialista, postulando la realtà come flusso eterno e movimento atomico, sfidando direttamente le mitologie dualistiche che giustificavano il dominio aristocratico, fondato su un regno spirituale separato dalla realtà materiale. Correnti simili emersero in Oriente, con la scuola indiana Lokāyata che rifiutava gli Dèi e l’aldilà, i cinesi Xunzi e Wang Chong, che attaccavano la superstizione attraverso la filosofia naturalista, e la dialettica yin-yang del taoismo che accennava a principi materiali. Nel mondo islamico medievale pensatori radicali come Dahriyya e Ibn al-Rawandi difesero l’eternità della materia contro il dogma religioso, non a caso repressi dalla classe dominante.

Queste diverse tradizioni coglievano frammenti di verità: la natura opera secondo le proprie leggi, la coscienza deriva dalla materia e il soprannaturalismo serve l’oppressione, ma rimanevano incomplete senza una consistente base di classe.

La rinascita della filosofia monista avvenne attraverso sfide eretiche all’ideologia feudale radicata nella teologia dualistica aristotelica. La dichiarazione panteistica di Spinoza secondo cui «Dio è la Natura» e il materialismo meccanicistico dell’Illuminismo rifiutarono il dualismo mente-corpo, ma rimasero limitati dall’individualismo borghese. Laddove i primi materialisti vedevano un universo statico, il materialismo dialettico di Marx rivelò la storia come lotta di classe, scontro dinamico di forze sociali materiali.

Il confronto tra dualismo e materialismo non terminò con i presocratici né con Marx. Nel 1909 Lenin scrisse “Materialismo ed empiriocriticismo” in polemica con la crescente ondata di idealismo filosofico e soggettivismo, che penetrava anche nel partito comunista, in particolare per opera di Bogdanov, Bazarov e altri seguaci di Ernst Mach e Richard Avenarius. Questi sostenevano che il mondo esterno esistesse solo come “insieme di sensazioni”, ritirandosi dalla realtà materiale nel solipsismo epistemologico. Lenin definì questa posizione per quello che era: un abbandono della posizione rivoluzionaria. «La materia è una categoria filosofica che denota la realtà oggettiva, data all’uomo dalle sue sensazioni, e che viene copiata, fotografata e riflessa dalle nostre sensazioni, pur esistendo indipendentemente da esse».

Per Lenin, negare l’esistenza indipendente della materia – di un mondo che esiste al di fuori e prima della nostra percezione – significa aprire al misticismo, al pensiero religioso, e alla paralisi politica che ne consegue. Per il marxismo, la conoscenza emerge dal rapporto dialettico tra il mondo materiale e il lavoro umano, il pensiero e l’attività di classe. Qualsiasi visione del mondo che neghi l’esistenza della materia indipendente dalla coscienza mina la capacità di comprendere scientificamente e trasformare il mondo.

Oggi, passato un secolo, la scienza moderna, in particolare le neuroscienze, la fisica e le scienze cognitive, continua a confermare la validità e vitalità del marxismo.






La borghesia quanto più moderna e laica tanto più reazionaria e impotente

Gaetano Pecora, ricordando lo studioso e intellettuale borghese Norberto Bobbio sul “Sole 24 ore” del 26 luglio, agli apprezzamenti fa seguire una critica, dovuta al fatto che Bobbio non sarebbe stato abbastanza critico nei confronti di Benedetto Croce, con argomentazioni per noi interessanti. Cita Bobbio, condividendolo, quando questo parla di «una etica della comunicazione, che ha il suo fondamento nella convinzione (di cui non posso dare alcuna prova razionale) secondo cui gli uomini debbono essere considerati come persone».

Il Pecora aggiunge: «Precisamente quelle persone che si dissolvono come nebulizzati nel pensiero crociano, dove l’individuo non è concepito come un soggetto originario che si carica della responsabilità più seria, più maledettamente seria, che un uomo possa assumere, quella cioè di decidere da solo del verso della propria azione. No, nella concettualizzazione crociana, “l’azione si è fatta per me e non l’ho fatta io; e doveva così farsi perché lo Spirito ne aveva bisogno nella logica del suo svolgimento”. E dunque, non l’individuo agente, ma semmai l’individuo “agito”; agito dall’esterno da quella Realtà superiore – lo Spirito – di cui esso è docile strumento».

Nessuno è più critico di noi nei riguardi di Benedetto Croce, ma per motivi diametralmente opposti. Da materialisti critichiamo il suo idealismo intriso di positivismo, così come Marx criticava duramente l’idealismo di Hegel. Qui la critica è invece basata sul fatto che l’idealismo di Croce non è considerato abbastanza individualista e soggettivista. Anche per noi comunisti e materialisti l’individuo è “agito”, non dallo “Spirito” ma dalle determinazioni economiche e sociali.

Ciò che è insopportabile per gli intellettuali della borghesia è tutto ciò che nega il loro soggettivismo e relativismo assoluti. Anche la loro critica nei confronti delle religioni è basata sullo stesso principio, per cui l’ateismo diviene una rivendicazione a favore di una fantasiosa e inesistente “libertà” dell’uomo contro un ente superiore al singolo e comprendente lo stesso.

Per negare il finalismo metafisico e religioso, cosa in sé giustissima, si nega la stessa possibilità di comprensione della realtà: si nega l’esistenza della foresta per affermare che esistono solo i singoli alberi.

Lenin polemizzò con gli empirio-criticisti, e cioè i neo-kantiani dell’inizio del XX secolo, che avevano “ammodernato” Kant peggiorandolo, cioè ampliando gli elementi idealistici presenti nelle sue concezioni. Allo stesso modo gli odierni intellettuali borghesi riescono nel non facile compito di elaborare concezioni peggiori di quelle dell’idealismo italiano tra XIX e XX secolo, in nome della modernità, della laicità e della libertà. Lo stesso Hegel è per costoro troppo “avanzato”: non è il suo idealismo, con il suo Spirito assoluto, a dare loro fastidio, ma il fatto che questo viene visto negare la realtà e la libertà del singolo individuo.

Per costoro il nemico è la dialettica hegeliana, vista come pretesa di ridurre il tutto a unità e comprensibilità. Quella dialettica che Marx ha rovesciato, abbandonando l’idealismo per il materialismo. Galileo diceva che la realtà esiste e può essere conosciuta dall’uomo. Noi comunisti siamo d’accordo, e con Marx diciamo che può essere anche cambiata dall’uomo. Prima condizione è il conoscere le leggi che determinano la realtà, abbandonando tutte le metafisiche a favore dello studio delle strutture economiche e sociali, tutte caratterizzate e modellate dalla lotta di classe, vero motore della storia.

La borghesia rinnega i suoi grandi ideologi in quanto resta in essi ancora un barlume, potenzialmente pericoloso, di quando era una classe rivoluzionaria. La sua lotta per la vita o la morte con il proletariato la porta a rinnegare le sue conquiste, alleandosi con tutti i residui reazionari di classi e concezioni già sconfitti dal capitalismo, ma che le possono risultare sempre utili.

L’ultima trincea della borghesia è la negazione di qualsiasi legge causale nella società e nel suo sistema di produzione, per cui le vicende sociali e storiche si accatastano senza una legge di necessità. Esistono ora solo singoli eventi e singoli individui, il che significa che è impossibile comprendere, e altrettanto intervenire nella realtà.

Tali concezioni, per quanto ridicole, hanno la forza dei rapporti di classe che le generano e le sostengono. Sappiamo che le armi della critica non riusciranno ad averne ragione, ma ci riuscirà la critica delle armi esercitata dal proletariato mondiale, una volta usciti dal lungo arco della controrivoluzione. Un proletariato inquadrato nei suoi sindacati di classe e guidato dal suo partito comunista internazionale.







Nel partito comunista
Non amare nessuno - amare tutti

Nella concezione del centralismo organico il partito è inteso come un organo collettivo del movimento storico del proletariato. Per questo motivo i rapporti tra i militanti devono rimanere liberi dalle distorsioni della rivalità nell’esecuzione del lavoro del partito. I compagni cooperano sulla base di un programma e di una dottrina condivisi. La fraternità all’interno del partito è un sentimento, una solidarietà pratica fondata sul lavoro comune e sulla responsabilità verso il movimento nel suo insieme.

Il compito storico del partito risiede interamente nel promuovere la causa del comunismo. Tuttavia solo nel partito si può affermare, anche emotivamente, l’individuo, dando significato, identità e conferma personale a coloro che vi aderiscono.

Attraverso la decisione volontaria di dedicare la propria vita alla milizia il militante subisce una profonda trasformazione. Sottoponendo le ambizioni e i desideri personali a un programma storico collettivo, l’individuo inizia a rompere con l’esistenza ristretta e condizionata imposta dalla società capitalista. Invece di vivere come una persona isolata, con orizzonti limitati alla sopravvivenza privata, alla carriera e al consumo, il militante partecipa consapevolmente a un movimento storico più ampio. Dedicandosi al lavoro disciplinato del partito, l’individuo sfugge al ruolo passivo assegnatogli dal capitale e, per la prima volta, compie un atto libero, scegliendo di partecipare alla forza collettiva mossa a superare le condizioni sociali che riducono la vita umana a un’esistenza meramente contingente e interamente determinata dal capitale.

Anche per i comunisti all’inizio è sempre un bisogno, un sentimento, un istinto, individuale e collettivo. Esiste un sentire borghese e un sentire comunista. Come esiste un sentire di partito e un sentire di circolo. L’uno esclude l’altro. Il ristretto orizzonte del circolo, della setta, impedisce il dispiegarsi del sentire comunista, e finisce per negarlo nel personalismo.

I comunisti devono quindi coltivare un modo di relazionarsi in cui ogni compagno è da considerare, rispettare, proteggere, in quanto partecipante a un compito collettivo la cui unità deriva dai fondamenti programmatici del partito.

La formula “non amare nessuno, amare tutti” coglie questa disciplina nel rapportarsi fra comunisti. “Non amare nessuno” significa rifiutare la devozione personale o l’attaccamento a particolari individui, personalità al di sopra del programma. “Amare tutti”, al contrario, esprime una solidarietà universale con il corpo collettivo del partito e con la classe operaia di cui esso rappresenta gli interessi storici. La lealtà del militante è quindi diretta non verso gli individui, ma verso il movimento e il suo programma.

Rinunciando all’attaccamento personale, il compagno afferma un impegno più ampio verso la causa collettiva e la continuità impersonale del partito.

In questo quadro la nozione di considerazione fraterna governa la condotta delle relazioni tra compagni. Questo principio rifiuta le polemiche interne basate su attacchi personali, insinuazioni maliziose o tentativi di screditare gli individui quando emergono disaccordi. Questi sono inevitabili in qualsiasi organizzazione vivente, ma devono essere affrontati attraverso l’elaborazione teorica, il chiarimento dottrinale e la valutazione della situazione contingente, piuttosto che attraverso il confronto personale. La considerazione fraterna richiede che le critiche si concentrino sulle posizioni politiche, sulle interpretazioni o sulle formulazioni, mai sulle personalità di coloro che le avanzano.

Quando sorgono incomprensioni dottrinali o di valutazione, come inevitabilmente accade, devono essere risolte collettivamente e apertamente. L’obiettivo non è dimostrare che alcuni individui hanno ragione, “vincere” in un dibattito, ma chiarire la dottrina e preservare la coerenza del programma del partito. Pertanto ogni disaccordo dovrebbe essere visto come una occasione per rafforzare il partito formale, in un ulteriore sviluppo della sua unità programmatica.

La disciplina esecutiva deriva dal riconoscimento che il partito non ha formulato nuove “linee politiche”, ma agisce sulla base della dottrina invariabile del marxismo e del programma storicamente consolidato del movimento comunista. Poiché il partito è un organo di azione collettiva, il suo funzionamento richiede che le direttive e i compiti pratici assegnati al suo interno siano eseguiti non per costrizione ma in modo volontario e spontaneo. La disapprovazione o perfino il rifiuto di eseguire le decisioni o le funzioni assegnate indica un grave malessere generale del partito. Nel partito sano i militanti operano in armonia e naturalezza in conformità con le direttive, già attese, del centro direttivo. Ma attività comunista e assimilazione della dottrina e del programma e affinamento della tattica non sono concettualmente opponibili, o funzionalmente separabili in senso gerarchico o temporale.

Questa disciplina non è obbedienza a individui o a politiche mutevoli, ma fedeltà al programma storico che sta al di sopra di tutti i membri.

Il marxismo presuppone che la classe operaia si confronti con la realtà oggettiva. La dottrina del partito esprime la comprensione storicamente accumulata di questa realtà, continuamente verificata e osservata attraverso lo studio del divenire delle situazioni. Il lavoro collettivo del partito, il suo studio, la sua attività coordinata, sono il mezzo attraverso il quale quella realtà oggettiva diventa più chiara, al di là dei limiti della percezione individuale.

Gli individui entrano nel partito, organismo storico ormai secolare, e vi dedicano i propri sentimenti e capacità per un periodo di tempo. Nessun individuo detiene la proprietà del partito o della sua dottrina. Le sue basi teoriche e la continuità programmatica sono una eredità storica dell’intera classe operaia. I militanti ne sono i custodi temporanei e gli esecutori.

Considerazioni pratiche immediate, convenienze tattiche o opportunità di vantaggi a breve termine non giustificano il compromesso dei principi.

Agli individui che aderiscono al partito non si richiede la padronanza della dottrina, ma la volontà di subordinarsi al programma e ai fini del comunismo. L’ingresso nel partito implica questa disciplina alla dottrina, attraverso la partecipazione alla vita collettiva e al lavoro dell’organizzazione.

Nel suo insieme questo approccio al lavoro comunista definisce una forma specifica di relazioni tra i militanti, informate al rispetto, alla chiarezza e alla responsabilità condivisa. La considerazione fraterna assicura che eventuali disaccordi siano affrontati non con una lotta personale ma attraverso un sereno, impersonale e non frettoloso chiarimento collettivo.







La determinata funzione organica del partito comunista

Il rapporto tra partito e classe non è di rappresentanza o delega, bensì di funzione organica all’interno di un unico corpo storico. La classe fornisce la forza materiale e il terreno di lotta, mentre il partito, in quanto suo organo più cosciente e continuo, fornisce quella direzione che la forza non potrebbe generare da sola, È una relazione che la nostra tradizione definisce “inversione della prassi”.

La permanenza dell’azione collettiva e dottrinalmente informata del partito precede il fatto organizzato e la volontà e le conoscenze dei militanti. La concezione che il partito ha di sé è quindi organica piuttosto che volontaristica o meramente organizzativa, fondata sulla realtà biologica e materiale della specie umana e su un corpus dottrinale che può sopravvivere solo all’interno di un organo collettivo.

Compito del partito è preservare la invariante dottrina e fornire la guida politica attraverso la quale le lotte disperse della classe vengono unificate in un’unica direzione storica, un piano di azione a cui le masse non potrebbero giungere spontaneamente da sole.

Per questo motivo il partito è spesso piccolo, non per scelta ma per necessità storica: la sua dimensione cresce e diminuisce con lo sviluppo delle contraddizioni oggettive, in un momento ridotto a una manciata di militanti disciplinati, in un altro diventando la forza politica decisiva nella crisi. Esso né si isola dal proletariato né si dissolve in esso. Incontra i lavoratori nelle lotte concrete imposte dalla società borghese, combattendo al loro fianco quando dispone di forze adeguate, apportando al contempo a quelle lotte la continuità storica della dottrina marxista.

Questo è ciò che chiamiamo rovesciamento della prassi: l’azione collettiva del partito, collegata all’intera esperienza storica accumulata dalla classe, può essere consapevole e coordinata verso un obiettivo in un modo in cui nessun singolo proletario o qualsivoglia organizzazione di massa potrebbe esserlo.

Questa affermazione si fonda su un materialismo profondamente radicato nella storia classica del pensiero deterministico. Già nell’antichità Democrito formulò il principio secondo cui nulla avviene per caso, ma tutto per una ragione e per necessità, fondando il primo atomismo su un rigoroso ordine causale della natura. Spinoza radicalizzò questa concezione nell’Etica, sostenendo che in natura non vi è nulla di contingente, ma che tutte le cose sono determinate dalla necessità della natura divina di esistere e agire in un certo modo. Nella meccanica classica Laplace diede al determinismo la sua formulazione più famosa: un’intelligenza che conoscesse la posizione di ogni particella e di ogni forza che agisce su di essa in un dato istante potrebbe calcolare l’intero corso dell’universo. Per una tale intelligenza nulla sarebbe incerto; il futuro si presenterebbe davanti ad essa con la stessa chiarezza del passato. Si trattava di scienziati borghesi, che operavano all’interno e a favore di un ordine borghese emergente ancora in grado di confrontarsi onestamente con la natura, prima che quella stessa classe avesse bisogno dell’oscurantismo per difendere il proprio dominio.

La materia non è un substrato inerte in attesa di una forza esterna che la metta in moto; il moto è la modalità di esistenza della materia. La società non fa eccezione. Il capitalismo non è un ordine eterno o naturale, che richieda un intervento esterno di volontà per essere rovesciato, ma un modo di produzione storicamente determinato, generato da condizioni determinate e quindi suscettibile di essere superato attraverso lo svolgersi di quelle stesse condizioni.

Il partito formale, tuttavia, non è meno determinato di qualsiasi altra istituzione dalle condizioni della società in cui opera. Non può far nascere circostanze rivoluzionarie con la sola volontà. Ciò che distingue il partito non è il suo emanciparsi dalla determinazione storica, ma la conoscenza delle leggi di quella determinazione. E del necessario loro sbocco nella società comunista del futuro.

Il partito esiste per custodire, trasmettere e mantenere intatte proprio quelle nozioni che le condizioni attuali non richiedono ancora, quelle che un ordine borghese ancora funzionante non dà al cervello proletario alcuna occasione di acquisire. Il partito mantiene la memoria a lungo termine della classe, conservando idee la cui utilità immediata appare mancare ma la cui necessità futura è certa. Quando la crisi sociale finirà per insegnare alla classe che i vecchi programmi l’hanno solo ingannata, la dottrina della rivoluzione non sarà inventata sul momento ma richiamata, già conservata, già trasmessa, già vivente nel partito e nella memoria muscolare degli elementi d’avanguardia del proletariato con cui è entrato in contatto.