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Criteri generali per l’attività del partito nel campo delle lotte rivendicative e nelle organizzazioni sindacali operaie (Il Programma Comunista, n.13, luglio 1966) |
Nell’articolo “Partito e Sindacati”, apparso nell’ultimo numero di Spartaco, si è dovuto smentire – testi, storia e tradizione alla mano – la calunnia interessata dell’opportunismo contro la Sinistra Comunista di essere indifferente di fronte ai problemi economici, alle lotte rivendicative e di difesa economica, del proletariato. Le stesse fonti – cioè testi, storia e tradizione – dimostrano l’esatto contrario, vale a dire che l’opportunismo di tutti i tempi, specie quello molto più virulento di oggi, accusa d’indifferentismo la Sinistra Comunista per coprire la sua “indifferenza”, se non addirittura il suo odio, per la rivoluzione comunista.
Il nostro piccolo partito, embrione del grande partito comunista mondiale che non mancherà di tessere le sue trame in seno alle masse proletarie di tutto il mondo, nel continuare l’opera comunista rivoluzionaria della Sinistra, ha tratto da quella non solo tutti gli insegnamenti teorici del marxismo, ma anche quelli di lotta e di combattimento, senza di cui un partito non esiste, o esiste a mezzo.
«Per questo si deve ribadire energicamente che il partito, sebbene ridottissimo in effettivi e scarso di mezzi materiali, non rinuncia a battersi, con ogni mezzo, e contro il capitalismo e contro l’opportunismo». Ciò è fuori di ogni discussione.
Oggetto, quindi, di attento esame e di particolare cura è il modo con cui tale azione deve essere svolta, dove e quando se ne presenti la possibilità. È certo che se alcune sezioni sono già oggi in grado di svolgere tali compiti non è per loro meriti intrinseci, ma soprattutto per il maturare, sebbene lento e contraddittorio, in seno alla classe operaia, delle terribili conseguenze del lungo imperversare nelle sue file dell’opportunismo, che spinge le masse a valutare la politica di tradimento dei loro “capi” e la sempre più aperta e intollerabile dittatura capitalista.
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Va precisato un punto che a volte è sembrato oscuro e controverso: la questione delle Commissioni Interne. In altri scritti, apparsi sia su Programma Comunista che su Spartaco, si è tratteggiato un bilancio delle funzioni apertamente controrivoluzionarie delle C.I., sorte durante la guerra per indurre i salariati non schierati sul fronte del fuoco a collaborare con le direzioni aziendali per l’intensificazione degli sforzi produttivi, mettendo da parte non solo ogni questione politica di classe ma anche economica e rivendicativa. Le C.I. si fecero allora promotrici della parola d’ordine: tutto per la vittoria!
Tale funzione di “collaborazione con le direzioni aziendali”, accolta negli statuti delle C. I., impedisce a questi organi di rappresentanza operaia di svolgere la pur minima attività di classe, già fortemente debilitata dal carattere aziendale delle C.I., che ne irretisce ancor più la congenita propensione corporativa.
Il partito non è contrario ad organismi rappresentativi della classe operaia, indipendentemente dalla corrente politica che li dirige; ma decide di svolgere la sua azione rivoluzionaria in quelli che, per lo meno, anche se solo nelle intenzioni (finalità statutarie) ammettono l’indipendenza e l’autonomia degli interessi della classe operaia da quelli capitalistici. Le C.I. potranno essere oggetto di attenzione, ed essere anche obiettivi da conquistare per il partito, allorché i rapporti di forze saranno tali da assegnare a tali rappresentanze una funzione di lotta aperta e senza quartiere in difesa dei proletari.
Per queste ragioni il partito non presenta, oggi, liste di candidati alle elezioni per le C.I., ma intende servirsi di riunioni, assemblee e comizi operai per diffondere le sue posizioni programmatiche e di battaglia, per svolgere la sua critica spietata contro l’opportunismo che imperversa tra le file operaie. Non è, quindi, una questione di principio che si pone, ma solo, si potrebbe dire, una questione tattica.
Diverso atteggiamento, invece, va tenuto nei confronti del Sindacato. Il partito considera la CGIL come l’unica organizzazione in Italia che, oltre ad organizzare la maggior parte dei lavoratori – fra cui la stragrande maggioranza dei salariati industriali ed agricoli – conserva ancor oggi e malgrado la sua nefasta direzione politica una parvenza di classe. Cioè la CGIL possiede quei presupposti di base che consentono al partito comunista rivoluzionario di svolgere la sua opera di penetrazione e organizzazione politica delle masse sindacalmente organizzate. Le altre centrali, specialmente CISL e UIL, negano pregiudizialmente di essere “sindacati di classe”, e su tale punto si compiacciono di differenziarsi dalla CGIL, contro cui, anzi, dal giorno della loro costituzione, originata dalla scissione del 1947, conducono una crociata anti-comunista per indurla a gettare alle ortiche anche l’ultimo rimasuglio “di classe” rimastole addosso.
Questo non significa che la CGIL debba essere considerata come la centrale “ideale” e che, nella dinamica del processo rivoluzionario, risponda anche domani ai presupposti necessari alla preparazione della rivoluzione, o conservi anche le attuali apparenze. Non si può escludere che la CGIL abbandoni anche queste caratteristiche statutarie di classe in omaggio a una riunificazione sindacale che avrebbe, nelle intenzioni dei suoi promotori, la funzione di frenare la radicalizzazione dei proletari. In tal caso, ma solo in esso, potrebbe imporsi la costituzione di un sindacato di classe, nei modi e nelle forme che le condizioni reali della lotta esprimeranno.
La nostra partecipazione a sindacati, leghe, federazioni di mestiere aderenti alla CGIL, non può essere questione di valutazione personale di singoli militanti, ma è dovere di proletari salariati e di comunisti.
Aderendo alle rispettive organizzazioni sindacali, i militanti legano la loro azione di rivoluzionari a quella degli operai non inquadrati nel partito (cioè la totalità o quasi della classe) e, viceversa, la classe viene a trovarsi a contatto diretto con il suo partito politico, da cui apprende con il programma le direttive rivoluzionarie per l’azione anche immediata, nel molteplice e vasto campo delle rivendicazioni e della difesa economiche. Il partito entra così in un primo fertile e necessario contatto con la classe, nel quadro della sua elementare organizzazione, con quella parte cioè del proletariato che possiede almeno la coscienza istintiva di essere l’unico strato produttivo della società. Non si deve dimenticare infatti che una parte non trascurabile di lavoratori ancor oggi non avverte la primaria necessità di sindacarsi.
Il partito nel sindacato e tra gli operai conduce la sua azione in maniera apparentemente contraddittoria. Da un lato ordina ai suoi militanti di organizzarsi in gruppi comunisti, cioè in organi diretti e dipendenti dal partito stesso, da questo incaricati di svolgere opera di propaganda politica nelle organizzazioni economiche, sui posti di lavoro, tra le masse organizzate sindacalmente e non, con lo scopo immediato di suscitare simpatie e adesioni all’azione promossa o proposta dal partito nel campo delle lotte rivendicative; simpatie e adesioni all’azione immediata del partito suscettibili di elevarsi al programma globale del partito man mano che le lotte operaie si intensificano, si estendono, si radicalizzano e si unificano. I gruppi comunisti costituiscono, così, il legame tra il partito e i membri della classe operaia, tra gli interessi storici e permanenti della classe e quelli immediati e transitori.
Tale rete tende a dilatarsi o a restringersi in rapporto allo svilupparsi delle contraddizioni di classe. In siffatto modo, dal diffondersi e potenziarsi di questa rete si potrà valutare il maturare di condizioni favorevoli alla rivoluzione. Inoltre, simpatie e adesioni alla politica rivoluzionaria del partito devono sorgere non da una pratica equivoca, né da uno speciale zelo sindacale dei militanti, bensì da una inconfondibile chiarezza programmatica, da una inesorabile lotta contro la politica controrivoluzionaria delle centrali sindacali e contro gli apparati burocratici dei sindacati; da una mobilitazione costante dei comunisti contro i partiti politici dell’opportunismo che spadroneggiano nei sindacati stessi, nelle organizzazioni proletarie, e nell’intera classe. D’altro canto, i militanti rivoluzionari si astengono da qualsiasi gesto che tenda a dividere l’organizzazione sindacale, di cui eseguono disciplinatamente le disposizioni regolanti le agitazioni, le lotte e gli scioperi, nei quali i comunisti sono esempio di combattività proletaria.
Nessuna contraddizione esiste in ciò. Infatti lo scopo fondamentale che il partito si prefigge non è quello di approfittare di condizioni favorevoli, quali il disgusto crescente degli operai per le ignobili prove di tradimento dei loro capi, l’eventuale riduzione degli iscritti, etc., per crearsi un suo sindacato, ma quello, invece, di essere l’elemento di unificazione della classe in tutte le lotte fino all’unificazione organizzativa di tutti i sindacati in una sola centrale. Lo dimostra il fatto che l’unità sindacale è stata sempre minacciata o da interessi delle diverse botteghe politiche, in lotta fra loro per metter le mani sull’organizzazione sindacale – magari patteggiando “zone di influenza” sull’esempio capitalistico della divisione dei mercati – o dall’opportunismo dei falsi partiti operai, uniti nel tentativo di espellere dai sindacati i proletari comunisti rivoluzionari con i più artificiosi pretesti. In ambedue i casi l’unificazione delle organizzazioni operaie è obiettivo sostanziale solo per il partito di classe, per il nostro partito, e non per gli altri, che pur si richiamano al proletariato, ma che postulano l’unità sindacale o meno a soli fini di lotta controrivoluzionaria.
«L’azione, quindi, dei militanti e dei “gruppi comunisti” sullo specifico terreno della lotta sindacale e rivendicativa, consiste nel contrapporre alle direzioni ufficiali delle centrali sindacali il programma del partito, che considera le lotte· parziali, immediate, come le esercitazioni di addestramento dell’armata di classe, e ne interpreta l’efficacia solo nel globale e complesso intrecciarsi di fatti che elevi il grado di acquisizione delle masse alla indispensabile coscienza rivoluzionaria. Per questa precisa ragione il partito partecipa « a tutte le lotte della classe operaia anche suscitate da interessi parziali e limitati per incoraggiarne lo sviluppo; ma costantemente apportandovi il fattore del loro raccordamento con gli scopi finali rivoluzionari e presentando le conquiste della lotta di classe come ponti di passaggio alle indispensabili lotte avvenire, denunciando il pericolo di adagiarsi sulle realizzazioni parziali, come su posizioni di arrivo e di barattare con esse le condizioni dell’attività e della combattività classista del proletariato, come l’autonomia e la indipendenza della sua ideologia e delle sue organizzazioni, primissima tra queste il partito» (Tesi di Lione).
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Quanto scriviamo non ha la pretesa né di esaurire la questione né di essere di immediata attuazione pratica per tutta la nostra organizzazione. La nostra compagine di partito è molto giovane, anche se ha dietro di sè un’antica tradizione, e solo oggi incomincia, in alcune sue organizzazioni di base, a fare utili e preziose esperienze nel campo delle lotte rivendicative e dei sindacati. Tale esperienza è indispensabile e il partito non intende sottrarvisi, sapendo, per gli insegnamenti delle vecchie generazioni di combattenti rivoluzionari comunisti, che attraverso ad essa militanti e organizzazione si temprano, si irrobustiscono, si abilitano a fronteggiare condizioni storiche sature di energia rivoluzionaria, nelle quali può giocare un ruolo determinante soltanto quel partito che abbia saputo forgiarsi al fuoco delle lotte operaie, abbia acquisito tutti i possibili elementi dell’arte della rivoluzione, non abbia rinunciato mai a combattere con la classe operaia, sia che si difenda sia che attacchi. Tutto ciò non è facile, richiede sforzi collettivi, passione e volontà tese all’estremo – come se fosse sempre attuale l’estrema battaglia, l’ultimo combattimento per la vittoria del comunismo.