Partito Comunista Internazionale


Per la storia della sinistra del socialismo ottomano e del Partito Comunista di Turchia


Rapporto esposto alla riunione generale del gennaio 2024






I - Lo sviluppo del capitalismo nell’Impero Ottomano
II - La nascita del socialismo ottomano e della sua sinistra
III - La fondazione del Partito Comunista Turco
IV - L’apogeo del Partito Comunista e dei Sindacati Rossi
V - La sinistra all’opposizione
VI - Fuori dal partito
VII - Conclusione: cosa significa per noi questa tradizione




I.
Lo sviluppo del capitalismo nell’Impero ottomano

I documenti della sinistra del socialismo ottomano e del Partito Comunista di Turchia che abbiamo recuperato ed esposto alla riunione non solo rivestono una notevole importanza per la rinascita della tradizione comunista nel Vicino Oriente, ma hanno anche un significato internazionale per tutti coloro che studiano la storia del nostro partito.

Sebbene queste testimonianze documentarie dell’esistenza della sinistra siano limitate a venticinque anni (1909-1934), questo periodo fu caratterizzato da numerosi eventi storici di grande rilevanza, a partire dalla rivoluzione del 1908 e comprendente la guerra italo-turca, le guerre balcaniche, la Prima guerra mondiale, il genocidio armeno, l’emergere del movimento di indipendenza nazionale contro le occupazioni di alcune regioni della Turchia da parte dell’Intesa, la vittoria di Mustafa Kemal sui greci e sulle rivolte reazionarie interne, lo scambio di popolazione greco-turco, il consolidamento del potere kemalista e la repressione delle conseguenti rivolte curde.

Per questo motivo, abbiamo classificato i documenti in base al periodo storico, e trattato le circostanze particolari in cui sono stati redatti i documenti che presentiamo. Sebbene la loro trascrizione, così come degli altri che abbiamo utilizzato nello studio, sia stata pubblicata in diverse fonti turche, soprattutto grazie agli archivi del Comintern, nessuna corrente ha mai rivendicato come propria la tradizione che li ha prodotti.

Prima di addentrarci nella storia della sinistra e nei documenti stessi, abbiamo fornito alcune informazioni generali sulla situazione che portò allo sviluppo del capitalismo e alla conseguente nascita del socialismo nell’Impero ottomano.

Alla fine del XVIII secolo l’Impero ottomano era una monarchia feudale ben sviluppata ma in fase di stagnazione, che governava su vasti territori. A cavallo del secolo attraverso i suoi rapporti con l’Occidente il capitalismo aveva iniziato ad espandersi e a svilupparsi all’interno dell’Impero. La maggior parte della borghesia emerse dalle minoranze non musulmane, estremamente numerose e influenti, che erano direttamente collegate al capitale e al commercio occidentali. In precedenza erano stati commercianti e negozianti e certamente non rappresentavano la fascia più importante delle loro comunità, ma il loro status crebbe rapidamente man mano che ampliavano le loro attività e il loro capitale in un Impero in cui la principale fonte di ricchezza era ancora la terra.

Nelle città cominciarono a sorgere le fabbriche. Il crescente potere della borghesia non musulmana portò alla creazione di scuole per l’insegnamento delle scienze positive anche nei villaggi più remoti. Si diffusero nuove ideologie come il liberalismo e il nazionalismo. A loro volta, i contadini iniziarono a migrare verso le città, costituendo la maggior parte della nascente classe operaia.

Ben presto, i governanti dello Stato ottomano si trovarono di fronte a una situazione allarmante. In un primo momento, cercarono di reprimere questo sviluppo indesiderato ricorrendo alla repressione, ma ciò non fece altro che alimentare le fiamme del nazionalismo e portare a guerre di liberazione, molte delle quali riuscirono a creare nuovi Stati-nazione (indipendenza della Grecia nel 1829, della Bulgaria nel 1876 e della Serbia nel 1878). Ciononostante, il numero dei non musulmani rimasti, quali armeni, greci ed ebrei, e soprattutto il loro peso all’interno della neonata borghesia industriale dell’Impero, rimase molto significativo.

Il capitalismo occidentale si unì alle richieste locali di riforme. Allo stesso tempo la burocrazia ottomana cercava una soluzione ai fallimenti dell’Impero nei suoi tentativi di competere con gli Stati europei nei secoli precedenti in materia di modernizzazione tecnologica, modalità di gestione, industria e scienza. Anch’essa iniziò a sostenere l’introduzione del capitalismo nell’Impero ottomano e persino riforme democratiche borghesi.

Dopo gli anni ’30 dell’Ottocento, le industrie private cominciarono rapidamente a sostituire gli artigiani anche tra i musulmani. Di fronte alla pressione esercitata dalla borghesia, dai burocrati e dagli ufficiali militari, nel 1839 la monarchia emanò l’Editto imperiale di Riorganizzazione e nel 1876 proclamò il primo regime costituzionale.

La comparsa dei rapporti capitalistici portò a lotte di classe tra migliaia di contadini recentemente proletarizzati e la emergente borghesia. Le proteste nelle fabbriche iniziarono già nel XIX secolo. Inizialmente l’azione più comune del movimento operaio nell’Impero Ottomano era il sabotaggio dei mezzi di produzione. Col tempo tali atti furono soppiantati dagli scioperi. Il primo sciopero documentato nell’Impero avvenne nel 1863, nelle miniere di carbone di Ereğli, ma gli scioperi si diffusero a partire dall’inizio degli anni ’70, raggiungendo il culmine nel 1876.

L’industria si stava sviluppando rapidamente in questo periodo e molti specialisti e operai erano inviati da paesi come l’Inghilterra, la Francia e l’Italia. I lavoratori stranieri scioperavano insieme ai lavoratori autoctoni, musulmani e non musulmani. In questo modo, gli autoctoni, privi di esperienza in materia di scioperi, si trovarono a lottare al fianco degli europei e a trarre beneficio dalle loro esperienze.

Il sultano Abdulhamid II, che avrebbe governato l’Impero con pugno di ferro per decenni, reagì nel 1878 con un’ondata di repressione contro le lotte operaie, rendendo gli scioperi un evento raro per un certo periodo. Tuttavia, si sarebbe poi scoperto che la repressione non poteva impedire per sempre lo sviluppo del movimento operaio.




II.
La nascita del socialismo ottomano e della sua ala sinistra

Il socialismo nacque nell’Impero Ottomano all’interno delle diverse nazionalità. La prima organizzazione fu il Partito Rivoluzionario Hunchak, fondato nell’Europa occidentale da studenti armeni orientali, come Avetis Nazarbekian e Ruben Khan-Azad, ma con l’intento di affermarsi in tutto l’Impero. Nel 1888 gli Hunchak pubblicarono il loro programma massimo e quello minimo: il primo prevedeva il socialismo e l’abolizione della proprietà privata, il secondo la liberazione nazionale dell’Armenia ottomana. Come si può notare, il loro programma non era dissimile da quello di altri partiti della Seconda Internazionale dell’epoca:

«L’attuale sistema sociale si basa sull’ingiustizia, l’oppressione e la schiavitù. Questa organizzazione, fondata sulla schiavitù economica, può mantenersi solo con i detentori del potere che si avvalgono della forza dei propri pugni, che saccheggiano la classe operaia e creano così disuguaglianza e ingiustizia nei rapporti umani. Questa disuguaglianza si manifesta in tutte le sfere della vita: economica, politica, sociale e materiale. Una piccola minoranza dell’umanità ha conquistato e consolidato il potere, acquisendo privilegi sociali e politici a spese del sudore e del sangue della forza lavoro.

«La proprietà privata si fonda sulla schiavitù di tutta l’umanità nelle sue varie forme. Questo è il principio fondamentale e la caratteristica principale della minoranza che oggi governa il mondo.

«Solo l’organizzazione socialista può porre rimedio a questa situazione deplorevole e ingiusta, instaurando e tutelando il potere diretto del popolo, dando a tutti l’opportunità di partecipare alla regolamentazione degli affari sociali. Il sistema socialista difende veramente i diritti naturali e innegabili del popolo; promuove il pieno sviluppo di tutte le facoltà, tutte le capacità e le possibilità di ciascun individuo nelle varie forme; organizza tutti i rapporti sociali ed economici in pace ed è la vera espressione della volontà del popolo.

«In conformità con queste convinzioni fondamentali, il gruppo Hunchak è socialista.

«Il popolo armeno nell’Armenia turca vive oggi come una comunità incatenata dalla schiavitù politica ed economica. Sotto la guida di un governo economicamente in bancarotta, è oppresso da varie imposte dirette e indirette, che raddoppiano o triplicano ad ogni crisi finanziaria che si sussegue. La sua terra è costantemente attaccata dal governo e i prodotti del suo lavoro sono saccheggiati e dallo Stato e da privati. Intrappolato in queste condizioni, il popolo lavora e produce solo per sfamare il governo e le classi insaziabili».

«Per sollevare il popolo dalla sua povertà, per metterlo sulla retta via e per consentirgli di realizzare l’obiettivo finale dell’organizzazione socialista, è imperativo, innanzitutto come obiettivi a breve termine, instaurare una democrazia di ampio respiro, la libertà politica e l’indipendenza nazionale nell’Armenia turca».

Nel 1889 sorsero le prime organizzazioni Hunchak nell’Impero dopo che Ruben Khan-Azat si trasferì a Costantinopoli. Nel 1890 gli Hunchak parteciparono alla formazione di un’altra organizzazione armena, la Federazione Rivoluzionaria Armena (Dashnak), composta da frazioni socialiste e antisocialiste. Il programma della nuova organizzazione difendeva alcuni aspetti del socialismo senza nominarlo. L’unità durò sei mesi. Nel 1891 si era ormai constatato che gli antisocialisti erano al timone dei Dashnak e gli Hunchak dichiararono di non avere nulla a che fare con tale organizzazione.

Nel frattempo, nel 1891 il Partito Socialdemocratico dei Lavoratori Bulgari, fondato in precedenza attorno a Dimităr Blagoev su posizioni marxiste ortodosse, organizzò la prima organizzazione socialista nella Macedonia ottomana, guidata da Vasil Glavinov, l’Unione dei Socialdemocratici Rivoluzionari di Macedonia. La posizione dell’organizzazione sulla questione nazionale era simile a quella del Partito Rivoluzionario Hunchak. Nel 1893, nella Macedonia ottomana emerse l’Organizzazione Rivoluzionaria Interna Macedone, un movimento armato di liberazione nazionale, e i socialisti macedoni parteciparono alle sue attività. Nel 1898 i socialisti macedoni modificarono la loro valutazione del movimento nazionale macedone, condannando le ambizioni espansionistiche della Bulgaria in Macedonia. Si adottò invece la formulazione di Blagoev di una Federazione Socialista Balcanica, senza abbandonare l’idea dell’indipendenza nazionale macedone.

Nel 1894-95, la Società dei Lavoratori Ottomani, la prima organizzazione operaia della popolazione musulmana, fu costituita dagli operai dell’arsenale di Tophane, a Costantinopoli. L’organizzazione, influenzata dalla Comune di Parigi e sperando di diffondere il Manifesto del Partito Comunista, mirava a organizzare i lavoratori e a incitarli a ribellarsi contro il sultano Abdulhamid II. Dopo un anno di attività, i dirigenti furono arrestati e l’organizzazione si sciolse. Nel 1901-1902, i fondatori della Società dei Lavoratori Ottomani tornarono a Costantinopoli e tentarono di riorganizzarsi. Questi sforzi suscitarono grande interesse e si tennero numerose riunioni di discussione con l’obiettivo di rifondare l’organizzazione, ma i militanti di spicco furono nuovamente arrestati e l’organizzazione repressa.

Allo stesso tempo, i movimenti socialisti di nuova formazione delle nazionalità non musulmane continuarono ad affrontare la questione nazionale.

Nel 1896, all’interno del Partito Rivoluzionario Hunchak emersero due fazioni: i socialisti tradizionali, guidati da Avetis Nazarbekian, che controllavano la direzione centrale del partito, e gli antisocialisti. Quest’ultimo gruppo si separò dal partito organizzando un congresso autonomo, mentre gli Hunchak respinsero pratiche quali le manifestazioni di massa e le azioni armate, ponendo invece l’accento sulla dottrina socialista.

Ciononostante, gli stessi Hunchak erano già diventati troppo moderati per i socialisti armeni, più orientati alla lotta di classe. Nel 1898, a Tbilisi, fu fondato il Gruppo dei Lavoratori Armeni Marxisti, alla sinistra degli Hunchak, guidato da Gevorg Gharadjian (Arkomedes), uno dei fondatori del Partito Rivoluzionario Hunchak e autore del suo programma, e da Karekin Kozikian (Yessalem), proveniente dall’Armenia ottomana. La nuova organizzazione aveva stretti legami con i socialisti georgiani. Nel 1900-1901 il Gruppo dei Lavoratori Armeni Marxisti pubblicò una rivista clandestina, “Banvor” (Lavoratore), fortemente critica nei confronti sia dei Dashnak sia degli Hunchak sostenendo che solo la classe operaia avrebbe potuto risolvere la questione armena. L’organizzazione fu infine smantellata dalla repressione poliziesca.

Nel 1903, Stephan Shahumyan, membro del Partito Socialdemocratico dei Lavoratori Russo, giunse a Tbilisi e organizzò la Lega dei Socialdemocratici Armeni con i resti del Gruppo dei Lavoratori Armeni Marxisti. Lenin ne accolse con favore la costituzione nel suo testo intitolato “Sul Manifesto dei Socialdemocratici Armeni”, di cui approva le posizioni:

«Nelle sue attività, la Lega dei Socialdemocratici Armeni, in quanto una delle sezioni del Partito Socialdemocratico dei Lavoratori Russi – che estende la rete delle sue organizzazioni in lungo e in largo su tutto il territorio della Russia – è in pieno accordo con il POSDR e lotterà insieme ad esso per gli interessi del proletariato russo in generale e del proletariato armeno in particolare.

«Il raggiungimento dell’ideale socialista, a nostro avviso, non è concepibile né attraverso gli sforzi della classe operaia in ambito economico né attraverso riforme politiche e sociali parziali: è possibile solo abbattendo completamente l’intero sistema esistente, per mezzo di una rivoluzione sociale, di cui la dittatura politica del proletariato deve essere il necessario prologo».

Nello stesso anno, a causa della pressione esercitata dalla nuova organizzazione, all’interno del Partito Rivoluzionario Hunchak emersero una fazione di sinistra distinta, con base nel Caucaso e guidata da Nazarbekian e Khan-Azad, che sosteneva che i membri del Caucaso dovessero aderire al POSDR mentre il partito continuava la lotta nell’Impero Ottomano, e una fazione più nazionalista con base nell’Impero Ottomano. Nel 1905, la fazione di sinistra del Partito Rivoluzionario Hunchak si separò e aderì al POSDR. I dirigenti della sinistra Hunchak non si schierarono né con i bolscevichi né con i menscevichi, ma alcune organizzazioni Hunchak in città come Erevan e Baku si unirono ai bolscevichi. Gli Hunchak rimasti, con base nell’Impero ottomano, si ribattezzarono Partito Socialdemocratico Hunchak.

Non ci volle molto prima che anche gli Hunchak ottomani sentissero la pressione proveniente dalla sinistra. Nel 1906, l’ala sinistra internazionalista del movimento socialista armeno, concentrata sull’Impero ottomano, si riorganizzò attorno al giornale “Yerkri Tzayn” (Voce del Paese), lanciato a Tbilisi nello stesso anno. Tra i leader di questo gruppo figurava Karekin Kozikian del Gruppo dei Lavoratori Armeni Marxisti. Il giornale si opponeva a qualsiasi collaborazione con i Giovani Turchi, il movimento di opposizione nazionalista turco, e invitava tutti i lavoratori ottomani a organizzarsi insieme. Al contrario, nel 1907 i Dashnak aderirono alla Seconda Internazionale e, allo stesso tempo, strinsero un’alleanza con il Comitato di Unione e Progresso, l’organizzazione nazionalista turca più importante tra i Giovani Turchi.

Anche i movimenti socialisti bulgari e macedoni si trovarono ad affrontare le stesse questioni. Nel 1900, all’interno del socialismo bulgaro e macedone emerse una fazione di destra, più moderata nel suo socialismo e più nazionalista, in opposizione alla direzione di Blagoev. Nel 1903, il Partito Socialdemocratico dei Lavoratori Bulgari si divise nelle fazioni di sinistra, “ristretta”, e “ampia”, di destra. Questa si oppose alla politica della sinistra, che si rivolgeva alla base proletaria, rifiutava di cooperare con le tendenze borghesi e piccolo-borghesi e si organizzava come un partito ristretto di militanti. Anche i “ristretti” macedoni, guidati da Glavinov, presero completamente le distanze dalla fazione degli “ampi” e dal movimento nazionale.

Nel 1905 i socialisti macedoni della fazione ristretta fondarono l’Organizzazione Socialdemocratica dei Lavoratori della Macedonia e di Adrianopoli, che, come la sinistra armena, si opponeva a qualsiasi collaborazione con il movimento dei Giovani Turchi. Nel 1908 fu dichiarato: «Il Congresso del BSDLP (di orientamento ristretto) (...) auspica che il proletariato turco continui la sua lotta per l’abolizione del regime assolutista e per la completa emancipazione del proletariato turco, e che ottenga la vittoria completa in questa lotta. Il proletariato turco può raggiungere la sua completa emancipazione solo attraverso la propria organizzazione di classe, sotto la bandiera del socialismo, lottando fianco a fianco con le forze socialdemocratiche internazionali».

Nel 1908 un ammutinamento militare noto come rivoluzione dei Giovani Turchi rovesciò il sultano Abdulhamid II e fu proclamato il Secondo Regime Costituzionale. Alla rivolta seguì un periodo di scioperi di massa. Se ne verificarono almeno 119 in città quali Salonicco, Skopje, Mitrovica, Bitola, Gevgelija, Varna, Drama, Kavala, Svilengrad, Xanthi, Alessandropoli, Adrianopoli, Costantinopoli, Samsun, Mitilene, Smirne, Manisa, Aydın, Afyon (Afyonkarahisar), Zonguldak, Eskişehir, Ankara, Balıkesir, Konya, Ereğli, Diyarbakır, Adana, Hareke, Aleppo, Beirut, Zbekche, Damasco, Gerusalemme e Riyaq. Vi presero parte lavoratori provenienti da quasi tutti i settori del proletariato ottomano. Il numero totale dei partecipanti fu stimato in oltre 100.000. Nella ondata di scioperi i socialisti moderati costituivano la tendenza politica prevalente.

Nel 1909 i moderati fondarono il Centro Socialista di Costantinopoli, guidato dal bulgaro Teodor Sivachev, dal greco Zacharias Vezestenis e dall’armeno Karekin Kozikian. Roland Ginzberg, uno degli esponenti dell’ala sinistra del Partito Comunista di Turchia, ricorda quei giorni in un rapporto del 1921 al Profintern: «I primi elementi di lotta di classe e di solidarietà operaia emersero tra i lavoratori stranieri o tra i lavoratori autoctoni che avevano vissuto in città europee. Un movimento sociale sistematico in direzione del sindacalismo iniziò solo nel 1909. Si può affermare che i primi divulgatori di queste idee, del tutto nuove per Costantinopoli, furono i proletari bulgari. Oggi i nostri compagni ricordano con gratitudine la lotta del compagno Teodor Sivachev, membro del partito bulgaro “Tesniak” (“socialista ristretto”), un tipografo ormai scomparso. Fu lui, insieme ad alcuni compagni, a fondare la prima organizzazione socialista a Costantinopoli. Quella stessa annata l’organizzazione celebrò il Primo Maggio con bandiere rosse, corone di fiori, ecc.».

Si trattava della prima organizzazione unitaria e internazionale dell’ala sinistra del socialismo ottomano. Nello stesso anno fu fondata la Federazione Socialista dei Lavoratori di Salonicco grazie agli sforzi congiunti dei socialisti locali di orientamento “ristretto” e “ampio”, sebbene i rapporti tra le due fazioni fossero difficili sin dall’inizio e portassero a una scissione nel giro di pochi mesi. I “ristretti”, che in seguito fondarono l’Organizzazione Socialdemocratica dei Lavoratori di Salonicco, erano in minoranza nella città ma guidavano le organizzazioni operaie nel resto dell’Impero, compresa l’Associazione dei Sindacati di Costantinopoli, che comprendeva otto sindacati, che organizzavano lavoratori greci, turchi, armeni, ebrei e bulgari e si definivano sindacati di classe rivoluzionari e internazionalisti, con un numero di iscritti più o meno pari a quello della Federazione Socialista dei Lavoratori di Salonicco.

Secondo Avraam Benaroya, dirigente la Federazione Socialista dei Lavoratori di Salonicco, nel 1910 i lavoratori sindacalizzati nell’Impero raggiunsero i 150.000.

I “ristretti” ottomani pubblicavano giornali in diverse lingue: “İşçiler Gazetesi” (Gazzetta dei Lavoratori) in turco, “Nor Hossank” (Nuova Corrente) in armeno, “El Laborador” (Il Lavoratore) in ladino, “Ergatis” (Il Lavoratore) in greco. Insieme a “Rabotnicheski Iskra” (La Scintilla dei Lavoratori), lanciato nello stesso anno dall’Organizzazione Socialdemocratica dei Lavoratori della Macedonia e di Adrianopoli. La linea politica di tutte le testate si basava sull’internazionalismo proletario. Su “İşçiler Gazetesi”, si leggeva: «I lavoratori dell’Impero ottomano, che non sono ancora riusciti a costituire un’unione generale con i propri fratelli residenti all’estero ai fini della solidarietà reciproca e dello sviluppo delle relazioni, dichiarano pubblicamente ai propri amici in Europa di essere sempre con loro nel cuore. Nel prossimo futuro i lavoratori dell’Impero ottomano saranno tra i pionieri sia dell’Europa sia nell’esercito operaio».

Analogamente, su “Nor Hossank”: «Sebbene lo sviluppo economico in Turchia sia molto lento e l’industria meccanizzata sia appena agli inizi (...) la Turchia è già sulla strada per diventare un paese capitalista. La lotta di classe è già iniziata (...). Decine di migliaia di lavoratori sono impiegati nelle fabbriche, nelle officine e nelle ferrovie del paese e sono indubbiamente più sfruttati che mai. Devono forse rimanere in silenzio e non reagire, in attesa che la Turchia raggiunga il livello dell’Europa?»

Su “Ergatis”: «Questo giornale viene pubblicato per riunire i socialisti dell’Impero ottomano e per fondare qui un partito socialista internazionale – “un partito internazionale” perché nessun altro tipo di socialismo è possibile nell’Impero ottomano – e per fungerne da portavoce. Pertanto, non escluderemo nessun turco, ebreo o bulgaro che voglia unirsi a noi, purché sia socialista».

Ma anche l’ala destra del socialismo ottomano continuò ad avere una certa influenza. Nel 1910 fu fondato il Partito Socialista Ottomano da un piccolo numero di intellettuali musulmani quali Hüseyin Hilmi, un riformista, Refik Nevzat, un nazionalista, e Baha Tevfik, un anarchico. Il Partito Socialista Ottomano, insieme agli Hunchak e ai socialisti moderati, sostenne l’opposizione liberale del Partito Libertà e Accordo contro il regime dell’Unione e del Progresso, appoggiato dai Dashnak. La sinistra ottomana si oppose a entrambe le parti.

Nel 1911 l’Impero Ottomano entrò nella guerra italo-turca, a cui la sinistra del socialismo ottomano si oppose esplicitamente per motivi internazionalisti e rivoluzionari, proprio come fece la sinistra del Partito Socialista in Italia.

Nel 1912, in seguito alla sua disastrosa sconfitta nella guerra italo-turca, il Partito della Libertà e dell’Accordo rovesciò il governo del Comitato di Unione e Progresso tramite una rivolta organizzata da un gruppo nell’esercito denominato “Ufficiali Liberatori”.

L’Impero entrò poi nella Prima guerra balcanica, ancora una volta chiaramente osteggiata dalla sinistra del socialismo ottomano. All’inizio del 1913, in seguito alla disastrosa sconfitta nella guerra, il Comitato di Unione e Progresso tornò al governo e intensificò la repressione politica. Entrò nella Seconda guerra balcanica lo stesso anno e nella Prima guerra mondiale l’anno successivo.

Sebbene la posizione di principio della sinistra fosse rimasta intatta, la sua organizzazione era stata progressivamente indebolita e costretta alla clandestinità, cosicché non poté dare una forte risposta pubblica alla guerra mondiale come aveva fatto durante quella italo-turca e le guerre balcaniche. All’inizio della guerra le organizzazioni socialiste nell’Impero furono distrutte e i sindacati messi fuori legge.

Nel 1915 ebbe inizio il genocidio armeno. Kozikian si gettò in un fiume lasciandosi annegare piuttosto che farsi prendere, Gharadjian fuggì nel Caucaso. Anche Sivachev morì durante la guerra, Glavinov fuggì a Sofia e Vezestenis in America.



Documenti

I tre documenti che sono stati presentati risalgono agli anni 1913 e 1914 e dimostrano chiaramente il rifiuto internazionalista di principio da parte della sinistra nei confronti delle guerre imperialiste, nonché la sua opposizione a ogni sorta di corrente opportunista attiva nel movimento operaio ottomano.

È inoltre evidente una critica al nazionalismo e al parlamentarismo, ben lontana dall’anarchismo.

Ciononostante, è evidente una certa influenza dell’anarco-sindacalismo europeo, almeno nei documenti di Vezestenis, autore di due dei tre testi a nostra disposizione.

– Zacharias Vezestenis, La questione sociale in Oriente (1913)

– Zacharias Vezestenis, Le conseguenze economiche della guerra (La Battaille Syndicaliste, Costantinopoli, 3 e 11 maggio 1913)

– Appello del Centro Socialista di Costantinopoli al proletariato internazionale (1914)




III.
La fondazione del Partito Comunista Turco

Le origini del Partito Comunista Turco possono essere ricondotte, più o meno direttamente, alla Rivoluzione d’Ottobre in Russia.

Il primo effetto della rivoluzione sulla Turchia, che fino ad allora era in guerra con la Russia, fu immediato. I soldati russi di ritorno dall’Anatolia orientale lasciarono il potere a un governo sovietico che rappresentava turchi, curdi e armeni, con sede a Erzincan, dove la popolazione locale issò le bandiere rosse sugli edifici amministrativi. Il nuovo governo sovietico era influente anche a Erzurum, Dersim, Bayburt e Sivas. Ma fu presto travolto dall’esercito ottomano, prima che il Comitato di Unione e Progresso si arrendesse all’Intesa. I suoi rappresentanti, quali i pascià Enver e Talat, fuggirono dal paese. Costantinopoli e gran parte dell’Anatolia furono occupate dai vincitori della guerra mondiale.

Il primo Congresso dei socialisti di sinistra turchi si tenne a Mosca nel 1918, con la partecipazione di ex prigionieri di guerra, e portò alla fondazione dell’Organizzazione Comunista della Turchia, guidata da Mustafa Suphi, Sharif Manatov e Süleyman Nuri.

Tra la fine del 1918 e il 1919 a Costantinopoli sorsero organizzazioni socialiste legali, come il Partito Socialista di Turchia, guidato da Hüseyin Hilmi, che al suo apice contava 14.000 iscritti, e il Partito Socialdemocratico, che ne contava 2.000. Più a sinistra, gli studenti turchi di ritorno dagli studi all’estero, soprattutto dalla Germania, formarono il Partito dei Lavoratori e dei Contadini di Turchia, in seguito ribattezzato Partito Socialista dei Lavoratori e dei Contadini di Turchia. Il partito, guidato da Ethem Nejat e Şefik Hüsnü, seguiva ideologicamente la linea dell’USPD.

Infine, alcuni dei residui della sinistra del socialismo ottomano si riorganizzarono a Costantinopoli attorno a Roland Ginzberg come Gruppo Comunista, sotto l’influenza del bolscevismo. Il Gruppo Comunista iniziò a organizzare sindacati di classe interetnici ed entrò anche in contatto con le opposizioni di sinistra allora emergenti all’interno del Partito Socialista di Turchia, guidato da Kazım di Van, con cui instaurò stretti rapporti, e del Partito Socialdemocratico guidato da Zinatullah Navshirvanov, che in seguito lasciò Costantinopoli per unirsi al movimento comunista in Anatolia.

I comunisti di Costantinopoli furono inoltre aiutati da Sharif Manatov, rappresentante della neonata Internazionale Comunista, che in seguito fu imprigionato dai francesi e dovette lasciare la città in un’audace fuga organizzata dal gruppo di Navshirvanov. Nel suo opuscolo del 1923 intitolato “Il compagno Ethem Nejat”, Navshirvanov così descrisse la situazione politica a Costantinopoli:

«L’esperienza ci aveva dimostrato che nel Comitato Centrale del Partito Socialdemocratico le tradizioni della rivoluzione sociale e gli interessi dei lavoratori erano in minoranza. Pertanto, sebbene riscuotesse delle simpatie tra i lavoratori, non era possibile portarvi avanti la causa. I tirapiedi e gli scagnozzi della grande borghesia, come il dottor Hasan Riza, che aveva partecipato alla fondazione del partito esclusivamente per motivi di posizione politica e interesse personale, e i tirapiedi che cercavano di diventare piccolo-borghesi, cercavano di impedire al partito di avere una struttura di classe e di assumere un carattere rivoluzionario, lasciando gli elementi rivoluzionari soli nella guerra interna. D’altra parte, la stessa lotta era in corso nella stessa situazione per il Partito Socialista di Turchia, che si annidava sotto la dittatura di Hüseyin Hilmi».

«Poiché il Partito Socialista dei Lavoratori e dei Contadini di Turchia era, secondo il compagno Ethem Nejat, un’organizzazione di intellettuali, fu necessario unirsi ai Partiti Socialdemocratico e Socialista di Turchia, che erano organizzazioni delle masse popolari. A mio avviso, se da un lato in assenza di tale fusione sarebbe stato difficile attirare le masse verso il nuovo partito, dall’altro non sarebbe stato possibile fare molto a beneficio dei lavoratori con una maggioranza “semiborghese” tra i propri dirigenti».

Nel frattempo, nel 1919 in Anatolia sorsero le Forze Nazionali come milizie irregolari, in opposizione all’occupazione. Ben presto alcuni ufficiali, guidati da Mustafa Kemal pascià, disertarono dall’esercito e, attraverso una serie di congressi, assunsero la guida del movimento. Mustafa Kemal e i suoi alleati costituirono la Società per la Difesa della Legge, che ben presto si organizzò in tutta l’Anatolia. Entro la fine dell’anno, le Forze Nazionali contavano circa 7.000 uomini. Nel 1920, la Società per la Difesa della Legge istituì ad Ankara la Grande Assemblea Nazionale Turca, in alternativa all’Assemblea dei Deputati di Costantinopoli. Un gruppo di deputati nazionalisti di sinistra guidati da Nazım Resmor e dallo sceicco Servet, sinceramente contrari alla linea del nuovo governo, insieme a Hakkı Behiç – un sostenitore del governo che in seguito fu messo da parte – e a Yunus Nadi, che rappresentava i resti del Comitato di Unione e Progresso, costituì l’Esercito Verde, un’organizzazione più politica che militare.

Nel giro di pochi mesi, le Forze Nazionali crebbero fino a raggiungere i 15.000 effettivi; la parte più forte era costituita dalle Forze Mobili, che contavano 5.000 uomini ed erano guidate da Ethem il Circasso, un autoproclamato sostenitore del bolscevismo. Le Forze Mobili avevano sede a Eskişehir, dove era stata organizzata una sezione del Partito Socialista di Turchia, separatosi dalla sede centrale di Costantinopoli. Le Forze Mobili si dedicavano spesso ad atti di espropriazione dei ricchi a beneficio della loro organizzazione. Vi figurava un battaglione bolscevico forte di 700 uomini, così chiamato perché comandato da un seguace di Mustafa Suphi. Ethem trascorse gran parte dell’anno a reprimere le insurrezioni a favore del Califfato contro il governo di Ankara.

Ciononostante, a seguito delle crescenti tensioni con Mustafa Kemal, Ethem il Circasso si unì all’Esercito Verde. A quel punto, il gruppo parlamentare dell’Esercito Verde, denominato Fazione Popolare, controllava 85 dei 200 seggi in parlamento ed elesse per un breve periodo Resmor come ministro dell’Interno; ma Mustafa Kemal raggiunse rapidamente un accordo con Yunus Nadi per imporre le dimissioni di Resmor. La Fazione Popolare abbandonò l’Esercito Verde, che si ridusse a un’organizzazione controllata da Resmor e dallo sceicco Servet.

Fu in quei giorni che Sharif Manatov giunse ad Ankara e, insieme al veterinario militare dissidente Salih Hacıoğlu e ad alcuni altri compagni, il 14 luglio dichiarò la fondazione del Partito Comunista di Turchia, dopo aver respinto il programma dell’Esercito Verde. Il partito era contrario al governo di Ankara tanto quanto lo era a quello di Costantinopoli. Navshirvanov si unì ben presto al partito dopo il suo arrivo da Costantinopoli.

Il Partito Comunista della Turchia iniziò ben presto a operare tra le milizie che sostenevano Ethem il Circasso a Eskişehir. Il giornale “Seyyare Yeni Dünya” (Nuovo Mondo Mobile) di Eskişehir, di proprietà di un giornalista che sosteneva Ethem, pubblicò articoli scritti dai dirigenti del Partito Comunista e l’”Appello ai popoli dell’Oriente” dell’Internazionale Comunista.

Sebbene Manatov fosse stato arrestato ed espulso dalle forze di Kemal, alla fine dell’anno il partito contava 350-400 militanti ad Eskişehir, Kastamonu, Ankara, Kızılcahamam, Çamlıdere, Yozgat, İnebolu, Şebinkarahisar, Alanya, Konya, Sivas e Trebisonda, con l’aiuto dell’Organizzazione Comunista della Turchia, ormai con sede nel Caucaso, nella regione del Mar Nero.

Un testo del partito, “Bolscevichi e unionisti”, afferma: «Il bolscevismo non è partigianeria come la intendiamo noi. I bolscevichi sono un gruppo di esseri umani determinati a instaurare il socialismo nel mondo».

Eppure non furono né il Gruppo Comunista di Costantinopoli né il Partito Comunista di Turchia fondato in Anatolia a stabilire il primo contatto con la neonata Internazionale Comunista inviando rappresentanti a Mosca, bensì il Partito Socialista dei Lavoratori e dei Contadini di Turchia, di orientamento socialdemocratico di sinistra.

İsmail Hakkı di Kayseri, uno dei delegati di questo partito al Secondo Congresso del Comintern, espresse una posizione del tutto contraria a quella dei comunisti anatolici: «Dopo la Rivoluzione russa e la spartizione della Turchia da parte degli imperialisti europei, quando la doppia faccia dei capitalisti inglesi e francesi si rivelò apertamente al popolo turco, in Turchia ebbe inizio un nuovo movimento, un movimento di liberazione. Il movimento anatolico, ora guidato dal Partito Democratico, è la migliore risposta allo spietato sfruttamento a cui la Turchia è stata sottoposta dai paesi dell’Intesa. L’occupazione di Costantinopoli, in particolare, ha gettato benzina sul fuoco e il movimento è cresciuto ancora più rapidamente. Ora lo Stato rivoluzionario in Anatolia, che sta raccogliendo attorno a sé tutte le forze ostili all’Intesa, spinte da un odio secolare verso l’imperialismo, si sta preparando alla lotta contro l’imperialismo europeo. I lavoratori della Turchia non si lasceranno schiavizzare ancora una volta dall’Intesa e, grazie alla rivoluzione russa, che è la migliore amica della Turchia lavoratrice, il popolo turco raggiungerà molto presto la completa libertà e, insieme ai lavoratori di ogni paese, intraprenderà la lotta contro l’imperialismo in tutto il mondo».

Poco dopo, dal 10 al 16 settembre 1920, si tenne a Baku il Primo Congresso dell’Organizzazione Comunista della Turchia, ribattezzata Partito Comunista della Turchia, con a capo Mustafa Suphi. L’unica organizzazione turca rappresentata al Congresso era il Partito Socialista dei Lavoratori e dei Contadini di Costantinopoli, il cui rappresentante, Ethem Nejat, divenne segretario del partito. Tuttavia a Baku erano militanti piuttosto radicali, per cui i documenti del Congresso si collocavano notevolmente più a sinistra rispetto alle posizioni del Partito Socialista dei Lavoratori e dei Contadini: «Siamo convinti che il movimento rivoluzionario nazionale in corso in Anatolia stia aiutando il movimento proletario di tutto il mondo nella sua lotta contro l’imperialismo mondiale, ed è certo che questo movimento nazionale, con il suo sviluppo e il suo approfondimento all’interno del Paese, favorisca l’emergere della coscienza di classe e prepari così un terreno favorevole alla rivoluzione sociale di domani. Da un lato, il Partito Comunista di Turchia contribuirà ad approfondire questo movimento contro l’imperialismo in Turchia, dall’altro, si adopererà per definire i princìpi che consentano ai lavoratori, al popolo del lavoro, di raggiungere il vero obiettivo e l’aspirazione finale: il potere dei lavoratori».

Inoltre, sotto l’influenza del bolscevismo, il Congresso denunciò il genocidio degli armeni e adottò un approccio internazionalista proletario sulla questione delle nazionalità:

«Non hanno esitato a creare inimicizia tra il popolo turco e quello armeno. Hanno reso nemiche queste due nazioni che hanno convissuto nel corso della storia. Sono i poveri, le persone indifese che muoiono ovunque e sempre, che sono oppresse e private del diritto alla vita. Durante la guerra mondiale, che fu una conseguenza dell’imperialismo europeo, i poveri contadini armeni caddero nuovamente preda delle menzogne degli inglesi, delle menzogne dei Dashnak e delle istigazioni dei sacerdoti. Cominciarono a massacrare i poveri musulmani a Van e Bitlis, bruciando le loro case e saccheggiando i loro beni (...). In risposta il governo del Comitato di Unione e Progresso agì senza pietà: gli armeni furono deportati, i loro beni confiscati e la maggior parte di loro fu uccisa per ordine segreto.

«Come ogni nazione, arabi, curdi e bulgari decideranno e determineranno in che modo vivere. Così come la Russia accetta la federazione, così dobbiamo fare anche noi. Non solo noi, ma tutte le nazioni devono accettare questo principio. Solo attraverso questo principio l’umanità potrà diventare una grande famiglia.

«Il Partito Comunista di Turchia, come cercherà di salvare i lavoratori e i contadini turchi dall’influenza degli unionisti e dei socialisti traditori, esso è tenuto a separare le classi oppresse delle nazioni greca, armena e curda dalle organizzazioni Dashnak o Badr Khan, unendole in nome degli stessi interessi e scopi come un’unica classe e indirizzandole a lottare sia contro i parassiti interni sia contro le forze esterne».

Poco dopo il Congresso, nell’ottobre 1920, a Costantinopoli fu fondata l’Unione Internazionale dei Lavoratori, un’organizzazione di militanti operai che si proponevano di formare “sindacati di classe rivoluzionari”, appoggiandosi ai residui della sinistra del socialismo ottomano, compreso il Gruppo Comunista. Inizialmente l’organizzazione si ispirava agli Industrial Workers of the World americani, i cui princìpi erano stati importati da Vezestenis, ormai più o meno un anarchico. Ciononostante Seraphim Maximos, primo capo del sindacato e anch’egli anarchico, inviò una calorosa lettera all’Internazionale Comunista annunciando la fondazione del sindacato e presentando domanda di adesione al Profintern. Secondo lo Statuto del sindacato: «Lo scopo dell’IWU è unire tutti i lavoratori in una grande organizzazione che lotti contro lo sfruttamento capitalista sul principio della lotta di classe rivoluzionaria per la liberazione dal giogo della schiavitù salariale».

Questi sviluppi allarmarono Mustafa Kemal, il quale procedette a fondare, alla fine del 1920, un fittizio Partito Comunista della Turchia, legale e filogovernativo, sotto la guida di Hakkı Behiç, ex membro dell’Esercito Verde. La sua richiesta di adesione all’Internazionale Comunista fu respinta.

La costituzione dall’alto di questo apparato costrinse il Partito Comunista in Anatolia a uscire dall’illegalità per impedire che le masse venissero ingannate. Per costituire un’organizzazione legale il Partito Comunista di Turchia si fuse con i resti dell’Esercito Verde, guidati da Resmor e dallo sceicco Servet, assumendo il 22 novembre il nome di Partito Comunista Popolare di Turchia e diventando un partito legale il 7 dicembre. Anche la linea del partito cambiò, nel tentativo di rivolgersi a classi diverse dal proletariato, e si ammorbidì nei confronti dei kemalisti. Il partito tenne conferenze ad Ankara su temi quali il comunismo e le donne, il comunismo e l’Islam, la politica estera bolscevica e l’opportunità di un accordo con l’Occidente nell’interesse dei proletari anatolici, e continuò a essere attivo tra le milizie di Ethem.

La fusione fu spiegata in un rapporto del 1921 del Segretariato Orientale dell’Internazionale Comunista: «Nell’autunno del 1920 il governo di Kemal Pascià istituì il “suo” Partito Comunista di Turchia. Tra gli altri compiti, questo partito si prefisse quello di combattere il partito comunista clandestino ed ebbe un discreto successo grazie alle priorità derivanti dalla sua legalità e agli stratagemmi messi in atto. Stando così le cose, il partito clandestino decise di fare tutto il possibile per legalizzarsi e di adottare misure più efficaci nella lotta contro le attività provocatorie. Il governo della RSFSR fornì un certo sostegno al partito clandestino. Prima della legalizzazione, il partito ritenne necessario trovare un accordo con i membri più rivoluzionari del Comitato Centrale dell’Esercito Verde e con l’ala sinistra della fazione populista in Parlamento. Iniziarono i negoziati e si individuò la possibilità di un’unificazione su una base comunista comune. Il 22 settembre 1920 fu firmato l’accordo e da allora esiste il nuovo partito, il Partito Comunista Popolare di Turchia (1. per distinguerlo dal partito istituito dal governo; 2. per sottolineare il carattere comune dei due gruppi che si fusero fu chiamato partito “Popolare”)».

Man mano che il partito in Anatolia si fondeva con i nazionalisti di sinistra che sostenevano criticamente Mustafa Kemal, Mustafa Suphi iniziò a lamentarsi apertamente di quei comunisti che non erano entusiasti quanto lui all’idea di sostenere il governo borghese di Mustafa Kemal:

«Le dichiarazioni indubbiamente nobili e umane, ma al tempo stesso eccessive, di alcune persone che di tanto in tanto apparivano in Anatolia e parlavano di comunismo, del loro desiderio di ripulire improvvisamente la terra da ogni sporcizia, da ogni tipo di oppressione, disagio e carestia, avevano dato origine all’idea errata in alcuni ambienti del governo che il Partito Comunista di Turchia ritenesse mature le condizioni necessarie per la realizzazione della rivoluzione sociale in Asia Minore (...). Noi, invece, sosteniamo che queste false idee e questi malintesi non abbiano alcun fondamento».

Mustafa Suphi era in corrispondenza con Mustafa Kemal, convinto delle buone intenzioni del pascià: «La nostra organizzazione ha adottato un programma e uno statuto al Congresso di Baku e ha definito la linea politica che avrebbe seguito nel Paese una volta diventato un partito. Il Partito Comunista di Turchia ha deciso di sostenere con tutte le sue forze il Governo della Grande Assemblea Nazionale di Turchia durante il periodo in cui è in guerra con gli Stati imperialisti, per evitare ogni sorta di presunzione che causi debolezza e disgregazione sui fronti di guerra, e per garantire che tra il popolo si rafforzino i sentimenti di lotta contro l’oppressione e il saccheggio; e spera che il Governo della Grande Assemblea Nazionale Turca non neghi l’autorizzazione affinché ciò possa realizzarsi legalmente».

Nonostante gli avvertimenti di compagni come Manatov e Süleyman Nuri, Mustafa Suphi convinse la maggioranza della dirigenza del partito costituita al Congresso di Baku a recarsi apertamente in Anatolia. Quando arrivarono a Erzurum, la sezione locale della Società per la Difesa della Legge incitò la popolazione ad aggredirli. Lo stesso si ripeté a Trebisonda, dove si erano poi trasferiti. Mustafa Suphi, Ethem Nejat e altri compagni decisero di tornare indietro, ma, lasciata la città su una barca, furono avvicinati da un’altra imbarcazione con a bordo dei sicari che, su ordine di Mustafa Kemal, li uccisero tutti. A seguito di questo trauma per il movimento comunista in Turchia la sezione di Baku si divise in un’ala di sinistra guidata da Süleyman Nuri e un’ala di destra filo-kemalista guidata da Ahmet Cevat Emre.

Nel frattempo, il Gruppo Comunista lottava all’interno dell’Unione Internazionale dei Lavoratori contro l’influenza dell’anarchismo. Ginzberg, del Gruppo Comunista, lo riferì nel suo Rapporto del 1921 al Segretariato Orientale dell’Internazionale Comunista: «L’IWU (...) ha seguito una politica errata negli ultimi cinque mesi a causa dell’accettazione dei princìpi e del programma dell’IWW americano; ma ora stiamo conducendo una vigorosa campagna in patria e la situazione sta cambiando».

Il Gruppo Comunista intraprese azioni militari contro la presenza dei Bianchi a Costantinopoli, affondando una nave che trasportava armi destinate agli eserciti controrivoluzionari in Russia, bombardando l’ambasciata di Vrangel e rapinando una banca di proprietà di emigrati Bianchi a Costantinopoli. Ginzberg, pur non disapprovando del tutto tali azioni, le attribuisce piuttosto alla presenza all’interno del gruppo, fino al 1920, di anarchici-comunisti in fase di evoluzione.

In ogni caso, l’attività sindacale era la priorità principale per il Gruppo Comunista. Mentre questo pubblicava un opuscolo intitolato “La formazione dei Soviet” in greco, l’Unione Internazionale dei Lavoratori lanciò una pubblicazione sindacale settimanale, anch’essa in greco, “Neos Anthropos” (Uomo Nuovo) e organizzò la manifestazione del Primo Maggio a Costantinopoli. Il Gruppo Comunista lavorava per attrarre verso l’Unione Internazionale dei Lavoratori le migliaia di lavoratori che seguivano i partiti socialisti e socialdemocratici, smascherando l’opportunismo traditore e collaborazionista dei loro capi. Poiché questi partiti non riuscivano a guidare gli scioperi, le loro basi in parte passavano all’IWU.

Nel 1921 il Gruppo Comunista si fuse con l’ala sinistra del Partito Socialdemocratico Hunchak di Costantinopoli, guidato da Bedros Torosyan, assumendo il nome di Partito Comunista di Costantinopoli. Il partito acquisì così una testata in armeno, “Yerkir” (Paese).

Il Partito Comunista di Costantinopoli agì di concerto con un piccolo gruppo comunista attivo nell’Unione Internazionale dei Lavoratori, composto per lo più da militanti di origine musulmana e guidato da Kazım di Van, esponente dell’ala sinistra del Partito Socialista di Turchia.

In un rapporto del 1924 intitolato “Breve panoramica del movimento operaio turco”, Ginzberg descrisse questi eventi come segue:

«A Costantinopoli esisteva anche un partito socialdemocratico armeno (hunchakista) con 2.000 membri, per lo più operai (...). Nel 1921 il Gruppo Comunista dell’IWU (...) entrò in contatto con l’ala sinistra di questo partito e nel dicembre 1921 i due gruppi si fusero per formare il Partito Comunista di Costantinopoli (...). La fazione comunista armena del Partito Comunista di Costantinopoli condusse una massiccia campagna a favore sia della Russia sovietica sia dell’Armenia sovietica attraverso la stampa, le conferenze e l’agitazione.

«Fino all’accordo Franklin Bouillon la linea politica del Partito Comunista di Costantinopoli era di sostegno al movimento kemalista, ma dopo tale accordo, considerato un tradimento del movimento indipendentista, il partito non esitò a smascherare i kemalisti e a guidare la classe operaia, sostenendo ogni passo progressista, nella lotta contro la borghesia locale e l’imperialismo attraverso la lotta di classe».

Più tardi, nel 1921, il capo guerrigliero Ethem il Circasso aderì al falso Partito Comunista di Turchia, che lo proclamò comandante degli Eserciti Rossi di Turchia. Il conflitto tra l’Esercito Regolare di Mustafa Kemal, forte di 6.000 uomini, e le forze irregolari di Ethem si intensificò. Alla fine Ethem evitò di combattere contro Kemal e si arrese ai greci, temendo, anche se avesse avuto la meglio su Mustafa Kemal, una sconfitta ancora peggiore per mano di questi, di gran lunga più numerosi di tutte le forze nazionaliste turche messe insieme. In seguito alla defezione di Ethem, il falso Partito Comunista fu sciolto avendo esaurito la sua funzione, il Partito Comunista Popolare di Turchia fu messo fuori legge e i suoi dirigenti incarcerati, nonostante non avessero sostenuto Ethem, specialmente dopo che si era unito al falso Partito Comunista.



Documenti

I primi due documenti che abbiamo illustrato sono gli atti costitutivi del Partito Comunista di Turchia, degni di nota per la loro chiarezza dottrinale e l’approccio basato sui princìpi, anche se furono poi parzialmente rivisti al fine della fusione con i nazionalisti di sinistra per diventare un partito legale.

Il terzo documento, il discorso di Naciye al Congresso di Baku per la liberazione dei popoli dell’Oriente, che riveste un’importanza generale per l’intero Comintern in Oriente, è l’unico documento rimasto scritto da una donna comunista in quel periodo, sebbene sia ben noto che sia a Costantinopoli sia in Anatolia esistesse una minoranza di donne comuniste attive nel lavoro di partito.

Il quarto documento, “In Oriente”, pubblicato dapprima su “Ziya” (Luce), il giornale in turco del Partito Comunista di Bulgaria, e successivamente su Emek, l’organo del Partito Comunista Popolare di Turchia, testimonia il proseguimento dei legami e della cooperazione tra i comunisti dei due paesi.

Infine l’audace discorso di Süleyman Nuri al 3° Congresso del Comintern esprime le opinioni della sinistra di Baku sulla misura in cui il movimento nazionalista turco dovesse essere sostenuto e quando invece dovesse essere contrastato, all’indomani dell’assassinio di Mustafa Suphi e degli altri compagni.

Statuto del Partito Comunista di Turchia (1920)

Dichiarazione del Partito Comunista di Turchia (1920)

– Congresso di Baku per la liberazione dei popoli d’Oriente (1920), Discorso di Naciye

In Oriente, Ziya, 8 dicembre 1920

– 3° Congresso del Comintern (1921), Discorso di Süleyman Nuri

(continua al prossimo numero)