Partito Comunista Internazionale Indice questione nazionale e coloniale

Lenin, 1916


Risultati della discussione sull’autodecisione

 

Nel secondo numero della rivista marxista della sinistra di Zimmerwald Il precursore (Vorbote, n. 2, aprile 1916) sono pubblicate le tesi pro e contro l’autodecisione delle nazioni, firmate dalla redazione del nostro organo centrale, il Sotsial-Demokrat, e dalla redazione dell’organo dell’opposizione socialdemocratica polacca Gazeta Robotnicza. Il lettore troverà più sopra il testo delle prime e la traduzione delle seconde tesi. È forse per la prima volta che questo problema viene posto in modo così ampio in campo internazionale: nella discussione condotta nella rivista marxista tedesca Neue Zeit venti anni fa, 1895‑96 – prima del Congresso internazionale socialista di Londra del 1896 – da Rosa Luxemburg, K. Kautsky e dai “niepodleglošciowcy” polacchi (fautori dell’indipendenza della Polonia, PSP), che rappresentavano tre punti di vista diversi, la questione era stata posta soltanto per la Polonia. Finora, per quanto si sappia, la questione dell’autodecisione è stata studiata in modo più o meno sistematico soltanto dagli olandesi e dai polacchi. Speriamo che Il precursore riesca a portare avanti l’esame di questa questione che è di grandissima importanza attuale per gli inglesi, gli americani, i francesi, i tedeschi e gli italiani. Il socialismo ufficiale, rappresentato sia dai sostenitori dichiarati del “proprio” governo, i Plekhanov, i David e soci, sia dai difensori mascherati dell’opportunismo, dai kautskiani (tra cui Axelrod, Martov, Ckheidze, ecc.), si è a tal punto impegolato nelle sue proprie menzogne sulla questione che per un lungo periodo di tempo saranno inevitabili, da una parte, i tentativi di passare sotto silenzio e di eludere il problema e, dall’altra, le perentorie richieste degli operai che esigono siano date loro “risposte precise” alle “questioni maledette”. Cercheremo di tenere i lettori aggiornati sull’andamento della lotta di opinioni tra i socialisti stranieri.

Per noi, socialdemocratici russi, la questione ha anche un’importanza particolare; questa discussione è la continuazione di quelle del 1903 e del 1913; durante la guerra il problema ha suscitato un certo tentennamento ideologico tra i membri del nostro partito; esso è inasprito dagli artifizi di capi molto in vista del partito operaio di Gvozdiev o sciovinista, quali Martov e Ckheidze, volti a eludere la sostanza della questione. È perciò necessario fare almeno il primo bilancio della discussione iniziata in campo internazionale.

Come si vede dalle tesi, i nostri compagni polacchi danno una risposta diretta ad alcuni dei nostri argomenti, per esempio sul marxismo e sul proudhonismo. Ma, per la maggior parte, essi ci rispondono non direttamente ma indirettamente, contrapponendoci le loro affermazioni. Esaminiamo le loro risposte indirette e dirette.

 

 

1. Il socialismo e l’autodecisione delle nazioni

Abbiamo affermato che sarebbe tradire il socialismo non applicare, in regime socialista, l’autodecisione delle nazioni. Ci si risponde: “Il diritto di autodecisione non è applicabile alla società socialista”. Il dissenso è radicale. Quale ne è l’origine?

«Noi sappiamo, obiettano i nostri oppositori, che il socialismo abolirà ogni oppressione nazionale poiché elimina gli interessi di classe che ne sono la fonte»... Cosa c’entra questo ragionamento sulle premesse economiche dell’eliminazione del giogo nazionale, note da moltissimo tempo e indiscutibili, quando la discussione verte attorno ad una delle forme dell’oppressione politica, e precisamente attorno al mantenimento con la violenza di una nazione all’interno delle frontiere dello Stato di un’altra nazione? Non è forse semplicemente un tentativo di eludere le questioni politiche? E i ragionamenti che seguono ci convincono ancor più che questa nostra idea è giusta: «Non abbiamo nessun motivo di credere che la nazione nella società socialista avrà il carattere di un’unità economica e politica. Con ogni probabilità avrà solamente il carattere di un’unità culturale e linguistica, poiché la divisione territoriale di un gruppo culturale socialista, nella misura in cui tale divisione esisterà, potrà essere effettuata soltanto conformemente alle necessità della produzione; inoltre il problema di questa divisione, dovrebbe, naturalmente, essere risolto non separatamente dalle singole nazioni che godano di tutta la pienezza del potere (come lo esige il “diritto di autodecisione”), ma da tutti i cittadini interessati che decideranno insieme...».

Questo ultimo argomento, che sostituisce all’autodecisione, la decisione presa insieme, piace talmente ai compagni polacchi che essi lo ripetono ben tre volte nelle loro tesi! Ma la frequenza della ripetizione non trasforma questo argomento ottobrista e reazionario in un argomento socialdemocratico. Poiché tutti i reazionari e i borghesi concedono alle nazioni mantenute con la forza entro le frontiere di un determinato Stato il diritto di “decidere insieme” le sorti di questo Stato nel parlamento comune. Anche Guglielmo II concede ai belgi il diritto di “decidere insieme” nel parlamento comune tedesco le sorti dell’impero tedesco.

I nostri oppositori cercano di eludere appunto ciò che suscita dissensi, appunto ciò che è precisamente stato posto in discussione: il diritto di separazione. Sarebbe ridicolo se non fosse tanto triste!

Fin dalla prima tesi, diciamo che la liberazione delle nazioni oppresse presuppone, nel campo politico, una duplice trasformazione: 1) la completa uguaglianza di diritti delle nazioni. Nessuna discussione su questo punto, che si riferisce soltanto a ciò che avviene all’interno dello Stato; 2) la libertà di separazione politica. Ciò si riferisce alla determinazione delle frontiere dello Stato. Soltanto questo punto suscita dissensi. Ed è proprio questo punto che i nostri oppositori passano sotto silenzio. Essi non vogliono pensare né alle frontiere dello Stato, e neppure allo Stato in generale. Si tratta di una specie di “economismo imperialistico”, simile al vecchio “economismo” degli anni 1894‑1902, che così ragionava: il capitalismo ha vinto, quindi non ci si deve più occupare delle questioni politiche. L’imperialismo ha vinto, quindi non ci si deve più occupare delle questioni politiche! Una simile teoria apolitica è radicalmente ostile al marxismo.

Marx scrisse nella critica del programma di Gotha: «Tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico di transizione, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato».

Finora questa verità era incontestabile per i socialisti, e implica il riconoscimento dello Stato, fino a quando il socialismo vittorioso si trasformerà in comunismo integrale. È noto ciò che disse Engels sull’estinzione dello Stato. Abbiamo appositamente sottolineato nella prima tesi che la democrazia è una forma di Stato che si estinguerà anch’essa quando si estinguerà lo Stato. E finché i nostri oppositori non avranno sostituito il marxismo con un nuovo punto di vista “a‑statale”, i loro ragionamenti sono completamente sbagliati.

Invece di parlare dello Stato (e quindi della determinazione delle sue frontiere!) essi parlano di un “gruppo culturale socialista”, cioè scelgono appositamente un’espressione vaga che può essere intesa nel senso che vengano cancellate tutte le questioni statali! Ne risulta una tautologia ridicola: naturalmente, se non vi è lo Stato, non esiste neppure la questione delle sue frontiere. In tal caso è inutile anche l’intero programma democratico politico. Quando lo Stato “si estinguerà” non vi sarà neppure la repubblica.

Lo sciovinista tedesco Lensch, negli articoli da noi menzionati nella tesi 5 (nota) ha citato, un passo interessante dallo scritto di Engels: Po e Reno. Engels vi dice, tra l’altro, che le frontiere delle “grandi e vitali nazioni europee” sono state sempre più determinate, nel processo dello sviluppo storico che inghiottì una serie di nazioni piccole e prive di vitalità, “dalla lingua e dalle simpatie” della popolazione. Engels chiama queste frontiere “frontiere naturali”. Così stavano le cose in Europa, nell’epoca del capitalismo progressivo, attorno agli anni 1848‑71. Ora il capitalismo reazionario, imperialistico, spezza sempre più spesso queste frontiere determinate democraticamente. Tutti gli indizi attestano che l’imperialismo lascerà in eredità al socialismo che lo sostituirà frontiere meno democratiche, parecchie annessioni in Europa e nelle altre parti del mondo. E allora? Il socialismo vittorioso, ristabilendo e applicando fino in fondo, su tutta la linea, la piena democrazia, rinuncerà a determinare democraticamente le frontiere dello Stato? Non vorrà tener conto delle “simpatie” della popolazione? Basta porre queste domande per vedere chiaramente che i nostri compagni polacchi scivolano dal marxismo verso l’“economismo imperialista”.

I vecchi “economisti”, facendo del marxismo una caricatura, insegnavano agli operai che per i marxisti è importante “soltanto” l’“economico”. I nuovi “economisti” credono o che lo Stato democratico del socialismo vittorioso esisterà senza frontiere (come “il complesso delle sensazioni” senza la materia), oppure che le frontiere verranno determinate “soltanto” in funzione dei bisogni della produzione. In realtà queste frontiere verranno determinate democraticamente, cioè conformemente alla volontà e alle “simpatie” della popolazione. Il capitalismo violenta queste simpatie aggiungendo così nuove difficoltà al ravvicinamento delle nazioni. Il socialismo, organizzando la produzione senza oppressione di classe, assicurando il benessere a tutti i membri dello Stato, permette con ciò stesso il libero esprimersi delle “simpatie” della popolazione, e facilita e accelera quindi grandemente il ravvicinamento e la fusione delle nazioni.

Affinché il lettore si riposi un po’ del goffo e balordo “economismo”, citeremo il ragionamento di uno scrittore socialista estraneo alla nostra discussione. Si tratta di Otto Bauer, che ha anche lui la sua “fissazione”, “l’autonomia nazionale culturale”, ma che ragiona in modo molto giusto su parecchie questioni importantissime. Per esempio nel paragrafo 29 del suo libro La questione nazionale e la socialdemocrazia ha rilevato molto giustamente che si tenta di mascherare la politica imperialistica con l’ideologia socialista. Nel paragrafo 30: Il socialismo e il principio della nazionalità egli dice: «La comunità socialista non sarà mai in grado di incorporare con la forza intiere nazioni. Immaginatevi masse popolari, che godano di tutti i benefici di una cultura nazionale, che partecipino pienamente e attivamente alla attività legislativa e amministrativa, e, infine, siano munite di armi; sarebbe possibile sottomettere con la violenza queste nazioni al dominio di un organismo sociale straniero? Ogni potere statale poggia sulla forza delle armi. L’attuale esercito popolare, grazie a un ingegnoso meccanismo, continua tuttora a essere uno strumento nelle mani di un individuo, di una famiglia, di una classe determinata, esattamente come gli eserciti di cavalieri e di mercenari dei tempi passati. L’esercito della comunità democratica nella società socialista non è invece null’altro che il popolo in armi, poiché esso è composto di uomini di elevata civiltà, che lavorano senza costrizione nei laboratori sociali e partecipano a tutta la vita dello Stato, in tutti i campi. In queste condizioni scompare ogni possibilità di dominio nazionale straniero».

Tutto questo è giusto. In regime capitalista non si può sopprimere l’oppressione nazionale (e politica in generale). Per farlo è necessario abolire le classi, cioè instaurare il socialismo. Ma, pur essendo fondato sull’economia, il socialismo non si riduce affatto a questo solo fattore. Per sopprimere l’oppressione nazionale si devono avere delle fondamenta: la produzione socialista, ma su queste fondamenta occorre anche edificare un’organizzazione democratica dello Stato, un esercito democratico, ecc. Trasformando il capitalismo in socialismo, il proletariato rende possibile la completa soppressione del giogo nazionale; ma questa possibilità diventerà realtà “soltanto” – “soltanto”! – quando verrà pienamente instaurata la democrazia in tutti i campi, compresa la delimitazione delle frontiere dello Stato conformemente alle “simpatie” della popolazione, compresa la completa libertà di separazione. Su questa base, a sua volta, si svilupperà praticamente l’assoluta eliminazione dei sia pur minimi attriti nazionali, della sia pur minima diffidenza nazionale, si avrà un rapido ravvicinamento e la fusione delle nazioni, che verrà coronata dall’estinzione dello Stato. Questa la teoria del marxismo dalla quale si sono erroneamente allontanati i nostri compagni polacchi.

 

 

2. È “realizzabile” la democrazia nell’epoca dell’imperialismo?

Tutta la vecchia polemica dei socialdemocratici polacchi contro l’autodecisione delle nazioni è costruita sull’argomento della sua “irrealizzabilità” in regime capitalistico. Già nel 1903, nella commissione per il programma del II Congresso del POSDR, noi, gli iskristi, deridevamo questo argomento e dicevamo che, come gli “economisti” (di triste memoria), essa faceva del marxismo una caricatura. Nelle nostre tesi ci siamo soffermati in modo particolarmente minuzioso su questo errore, e proprio su questo punto, che è la base teorica di tutta la discussione, i compagni polacchi non hanno voluto (o non hanno potuto?) rispondere a nessuno dei nostri argomenti.

L’impossibilità economica dell’autodecisione dovrebbe essere dimostrata mediante un’analisi economica, come quella con cui dimostriamo l’impossibilità della proibizione delle macchine oppure dell’istituzione del denaro-lavoro, ecc. Nessuno tenta di fornire una simile analisi. Nessuno vorrà affermare che, sia pure in un solo paese, “in via eccezionale”, si sia riusciti a introdurre in regime capitalista il “denaro-lavoro”, come in un piccolo, paese si è riusciti, invece, in via eccezionale, nell’epoca dell’imperialismo più sfrenato, a realizzare l’irrealizzabile autodecisione, e persino senza guerra e senza rivoluzione (Norvegia, 1905).

In generale la democrazia politica è soltanto una delle possibili (benché teoricamente normale per il capitalismo “puro”) forme di sovrastruttura del capitalismo. Sia il capitalismo sia l’imperialismo, come dimostrano i fatti, si sviluppano sotto qualsiasi forma politica, sottomettendole tutte. È quindi teoricamente sbagliato dire che è “impossibile realizzare” una delle forme e una delle rivendicazioni della democrazia. I compagni polacchi non hanno risposto a questi argomenti, e ciò costringe a considerare chiusa la discussione su questa punto. Per prendere l’argomento, per così dire, il più ovvio, siamo stati il più possibile concreti, affermando che sarebbe “ridicolo” negare la “pοssibilità” della ricostituzione della Polonia ora, tenuto conto dei momenti strategici ecc. dell’attuale guerra. Non vi è stata risposta!

I compagni polacchi hanno semplicemente ripetuto un’affermazione manifestamente sbagliata (paragrafo II, 1), dicendo: «Nelle questioni di annessione di regioni straniere le forme di democrazia politica sono escluse; decide la violenza aperta... Il capitale non permetterà mai al popolo di decidere la questione delle sue frontiere statali...». Come se il “capitale” potesse “permettere” che i suoi funzionari, i quali servono l’imperialismo, venissero scelti dal “popolo”. O come se, in generale, fosse concepibile, senza “violenza aperta”, qualsiasi grande soluzione di importanti questioni democratiche quale, per esempio, la repubblica invece della monarchia, la milizia invece dell’esercito permanente! Soggettivamente i compagni polacchi vogliono “approfondire” il marxismo, ma lo fanno in modo del tutto infelice. Oggettivamente le loro frasi sulla impossibilità sono dell’opportunismo, poiché si sottintende: “impossibile” senza una serie di rivoluzioni, come sono impossibili nell’epoca dell’imperialismo tutta la democrazia e tutte le sue rivendicazioni in generale.

Una sola volta, proprio alla fine del paragrafo II, 1, parlando dell’Alsazia, i compagni polacchi hanno abbandonato la posizione dell’“economismo imperialistico” per dare una risposta concreta ai problemi relativi a una delle forme di democrazia invece di riferirsi in modo generico all’“economico”. Ma proprio questa maniera di affrontare il problema si è rivelata erronea! Darebbero prova “di particolarismo, di non democraticità”, essi scrivono, se da soli gli alsaziani, senza chiedere il parere dei francesi, “imponessero” loro la riunione dell’Alsazia alla Francia, anche se una parte dell’Alsazia si sentisse attratta verso i tedeschi e ciò mettesse in pericolo la pace!!! La confusione è veramente spassosa: l’autodecisione presuppone (questo è ovvio e l’abbiamo sottolineato in modo particolare nelle nostre tesi) la libertà di separazione dallo Stato oppressore; “non si usa” dire in politica che l’unione a un determinato Stato presuppone il consenso di questo ultimo, come in economia non si parla del “consenso” del capitalista a ricevere il profitto oppure dell’operaio a ricevere il salario! Parlarne è ridicolo. Se si è un politico marxista, si deve, parlando dell’Alsazia, attaccare le canaglie del socialismo tedesco perché non lottano per la libertà di separazione dell’Alsazia, le canaglie del socialismo francese, perché si riconciliano con la borghesia francese, la quale vuole annettere con la forza tutta l’Alsazia, e gli uni e gli altri perché sono i servi dell’imperialismo del “proprio” paese e hanno paura di vedere costituirsi uno Stato separato, sia pur piccolo; si deve mostrare in che modo i socialisti, riconoscendo l’autodecisione, avrebbero risolto la questione in poche settimane senza violare la volontà degli alsaziani. Ragionare, invece, sul tremendo pericolo che gli alsaziani francesi si possano “imporre” alla Franca è veramente una perla.

 

 

3. Che cosa è l’annessione?

Abbiamo posto questo problema nelle nostre tesi nel modo più preciso (paragrafo 7). I compagni polacchi non hanno risposto: l’hanno elusa dichiarando perentoriamente: 1) di essere contro le annessioni e 2) spiegando perché sono contro. Si tratta di questioni molto importanti, non c’è che dire. Ma sono questioni di un altro ordine. Se più o meno ci si preoccupa di approfondire teoricamente i propri princìpi, di formularli in modo preciso e chiaro, non si può eludere questo problema, dato che il concetto di annessione figura nella nostra propaganda e agitazione politica. Il fatto di eluderlo in una discussione collegiale, si può interpretare soltanto come un rifiuto di prendere posizione.

Perché abbiamo posto questa questione? L’abbiamo spiegato mentre la ponevamo. Perché «la protesta contro le annessioni non è altro che il riconoscimento del diritto all’autodecisione».

Nel concetto di annessione sono inclusi di solito 1) il concetto della violenza (incorporazione con la violenza); 2) il concetto del giogo di una nazione straniera (incorporazione di una regione “straniera” ecc.) e, talvolta, 3) il concetto della violazione dello status quo. Proprio questo abbiamo rilevato nelle tesi, e senza suscitare nessuna critica. Ci si chiede se i socialdemocratici possono essere in generale contro la violenza. È chiaro, no. Siamo quindi contro le annessioni non perché sono un atto di violenza, ma per un’altra ragione. I socialdemocratici parimenti, non possono essere neppure per lo status quo. Per quanto ci si destreggi, non, si può evitare la conclusione: l’annessione è una violazione dell’autodecisione della nazione, è la determinazione delle frontiere di uno Stato contro la volontà della popolazione.

Essere contro le annessioni significa essere per il diritto di autodecisione. Essere «contro il mantenimento con la violenza di una nazione entro le frontiere di un determinato Stato» (abbiamo impiegato appositamente anche questa formulazione leggermente modificata del pensiero contenuto nel paragrafo 4 delle nostre tesi, e i compagni polacchi ci hanno risposto in modo netto, dichiarando nel loro paragrafo I, 4. all’inizio, che essi sono “contrari al mantenimento con la violenza della nazione oppressa entro le frontiere dello Stato che l’ha annessa”) è lo stesso che essere per l’autodecisione delle nazioni.

Non vogliamo discutere sulle parole. Se esiste un partito pronto a dichiarare nel suo programma (oppure in una risoluzione impegnativa per tutti, non importa in quale forma), che è contro le annessioni (1), contro il mantenimento con la violenza di nazioni oppresse entro le frontiere del suo Stato, noi dichiariamo il nostro pieno accordo, in linea di principio, con tale partito. Sarebbe assurdo aggrapparsi alla parola “autodecisione”. E se nel nostro partito vi saranno uomini che vorranno modificare in questo senso le parole, la formulazione del paragrafo 9 del nostro programma di partito, non riterremo affatto il dissenso con questi compagni un dissenso di principio! Contano soltanto la chiarezza politica e la maturità teorica delle nostre parole d’ordine.

Nelle discussioni verbali su questo problema – la cui importanza, particolarmente oggi, in tempo di guerra, nessuno nega – si era portato il seguente argomento (non l’abbiamo trovato nella stampa): la protesta contro un determinato male non significa necessariamente il riconoscimento del concetto positivo che esclude il male. È chiaro che questo argomento non regge e perciò, evidentemente, non è mai riportato nella stampa. Se un partito socialista dichiara di essere “contro il mantenimento con la violenza di una nazione oppressa entro le frontiere dello Stato che l’ha annessa”, questo partito con ciò stesso si impegna a rinunciare al mantenimento con la violenza quando esso sarà al potere.

Non dubitiamo neppure per un istante che se domani Hindenburg riportasse una mezza vittoria sulla Russia, il cui risultato fosse (per il desiderio dell’Inghilterra e della Francia di indebolire alquanto lo zarismo) un nuovo Stato polacco, pienamente “possibile” dal punto di vista delle leggi economiche del capitalismo, e se in seguito, dopodomani, vincesse la rivoluzione socialista a Pietrogrado, a Berlino e a Varsavia, il governo socialista polacco, come quello russo e tedesco, rinuncerebbe a “mantenere con la violenza”, diciamo, gli ucraini, “entro le frontiere dello Stato polacco”. Se in questo governo vi fossero dei membri della redazione del Gazeta Robotnicza, essi, indubbiamente, sacrificherebbero le loro “tesi” e confuterebbero così la “teoria” secondo la quale il “diritto di autodecisione” non può essere applicato alla società socialista. Se noi la pensassimo diversamente, avremmo messo all’ordine del giorno non una discussione amichevole con i socialdemocratici polacchi, ma una lotta implacabile contro di essi, considerandoli sciovinisti.

Supponiamo che io esca nelle vie di una qualsiasi città europea e dichiari pubblicamente, e ripeta in seguito sui giornali, la mia “protesta” contro il fatto che non mi si permetta di comprare un uomo come schiavo. Non vi è dubbio che si sarebbe in diritto di ritenermi uno schiavista, fautore del principio o del sistema, come più vi piace, della schiavitù. Che le mie simpatie verso la schiavitù abbiano assunto la forma negativa di protesta e non la forma positiva (“io sono per la schiavitù”), ciò non ingannerebbe nessuno. Una “protesta” politica equivale pienamente a un programma politico; ciò è a tal punto evidente che ci si trova persino a disagio nel doverlo spiegare. Siamo comunque fermamente convinti che, almeno fra gli zimmerwaldiani di sinistra – non parliamo di tutti gli zimmerwaldiani, perché vi sono fra di loro Martov e altri kautskiani – nessuno “protesterà” se diremo che nella III Internazionale non vi sarà posto per uomini capaci di distinguere la protesta politica dal programma politico, di contrapporre l’una all’altro, ecc.

Non volendo discutere sulle parole, ci permettiamo di esprimere la ferma speranza che i socialdemocratici polacchi cercheranno presto di formulare ufficialmente sia la loro proposta di eliminare il paragrafo 9 dal nostro (e anche loro) programma di partito, e anche dal programma dell’Internazionale (risoluzione del Congresso di Londra del 1896), sia la loro definizione delle idee politiche corrispondenti circa le “vecchie e nuove annessioni” e circa “il mantenimento con la violenza di una nazione oppressa entro le frontiere dello Stato che l’ha annessa”.

Passiamo alla questione successiva.

 

 

4. Per o contro le annessioni?

Nel paragrafo 3 del primo capitolo delle loro tesi i compagni polacchi dichiarano in modo assolutamente preciso che essi sono contro qualsiasi annessione. Purtroppo nel paragrafo 4 dello stesso capitolo troviamo affermazioni che siamo costretti a chiamare annessionistiche. Il paragrafo inizia con questa... come dirlo in modo più attenuato... frase strana: «La lotta della socialdemocrazia contro le annessioni, contro il mantenimento con la violenza di nazioni oppresse entro le frontiere dello Stato che le ha annesse, muove dal rifiuto di ogni difesa della patria [il corsivo è degli autori], la quale, nell’epoca dell’imperialismo, è la difesa dei diritti della propria borghesia all’oppressione e alla spoliazione di popoli stranieri...».

Come? Che si intende dire? “La lotta contro le annessioni muove dal rifiuto di ogni difesa della patria...”. Ma si può chiamare “difesa della patria”, e finora era d’uso comune così chiamarla, ogni guerra nazionale e ogni insurrezione nazionale! Noi siamo contro le annessioni, ma... intendiamo con ciò che siamo contro la guerra dei popoli annessi per la loro liberazione dagli annessionisti, siamo contro l’insurrezione dei popoli annessi per liberarsi dagli annessionisti! Non è forse questa un’affermazione di annessionisti?

Gli autori delle tesi motivano la loro... strana affermazione dicendo che “nell’epoca dell’imperialismo” la difesa della patria è la difesa dei diritti della propria borghesia all’oppressione di popoli stranieri. Ma questo è giusto soltanto per la guerra imperialistica, cioè per la guerra tra potenze o gruppi di potenze, imperialiste, quando le due parti belligeranti non solo opprimono “popoli stranieri”, ma conducono la guerra per decidere a chi toccherà opprimerne di più!

A quanto pare, gli autori pongono la questione della “difesa della patria” in modo del tutto diversa dal come la pone il nostro partito. Noi respingiamo la “difesa della patria” nella guerra imperialistica. Questo è detto in modo chiarissimo sia nel manifesto del Comitato centrale del nostro partito, sia nelle risoluzioni di Berna, riprodotte nell’opuscolo Il socialismo e la guerra pubblicato in lingua tedesca e in lingua francese, e l’abbiamo sottolineato due volte anche nelle nostre tesi (note ai paragrafi 4 e 6). A quanto pare gli autori delle tesi polacche respingono la difesa della patria in generale, cioè anche per la guerra nazionale, ritenendo forse che le guerre nazionali “nell’epoca dell’imperialismo” siano impossibili. Diciamo: “forse”, perché nelle loro tesi i compagni polacchi non hanno esposto questo punto di vista.

Esso è chiaramente esposto nelle tesi del gruppo tedesco “Internazionale” e nell’opuscolo di Junius, al quale abbiamo dedicato un apposito articolo. Sottolineeremo, per completare ciò che vi è detto, che l’insurrezione nazionale di una regione o di un paese annesso contro lo Stato che l’ha annesso si può chiamare appunto insurrezione e non guerra (abbiamo sentito questa obiezione e perciò la citiamo, benché riteniamo poco seria questa discussione sulla terminologia). Difficilmente, comunque, qualcuno oserà negare che il Belgio, la Serbia, la Galizia, l’Armenia annessi chiameranno giustamente “difesa della patria” la loro “insurrezione” contro lo Stato che le ha annesse. Risulterebbe dunque che i compagni polacchi sono contro tale insurrezione per il motivo che anche in questi paesi annessi vi è una borghesia che anch’essa opprime altri popoli, o, più giustamente: potrebbe opprimere, poiché si tratta solo del “suo diritto di opprimere”. Quindi, per giudicare una determinata guerra o insurrezione si considera non il suo effettivo contenuto sociale (lotta di liberazione della nazione oppressa contro quella che l’opprime), ma la possibilità della borghesia attualmente oppressa di esercitare il suo “diritto all’oppressione”. Se il Belgio, mettiamo, nel 1917 verrà annesso dalla Germania, e nel 1918 esso insorgerà per la sua liberazione, i compagni polacchi saranno contro l’insurrezione perché la borghesia belga ha “il diritto di opprimere popoli stranieri”.

In questo ragionamento non vi è neppure un briciolo né di marxismo né di spirito rivoluzionario. Se non vogliamo tradire il socialismo dobbiamo appoggiare ogni insurrezione contro il nostro nemico principale, la borghesia dei grandi Stati, se non si tratta di un’insurrezione della classe reazionaria. Se rifiutiamo di sostenere l’insurrezione delle regioni annesse, noi diventiamo, oggettivamente, degli annessionisti. Proprio “nell’epoca dell’imperialismo”, che è l’epoca della nascente rivoluzione sociale, il proletariato appoggerà con particolare energia oggi l’insurrezione delle regioni annesse, per attaccare domani o simultaneamente, la borghesia della “grande” potenza indebolita da questa insurrezione.

Ma i compagni polacchi vanno ancora oltre nel loro annessionismo. Essi non solo sono contro l’insurrezione delle regioni annesse; sono contro qualsiasi ristabilimento, sia pure pacifico, della loro indipendenza! Sentite: «La socialdemocrazia, declinando ogni responsabilità per le conseguenze della politica di oppressione dell’imperialismo, lottando contro queste conseguenze nel modo più reciso, non si pronuncia affatto per stabilire nuovi pali di confine in Europa, per ristabilire quelli spazzati via dall’imperialismo» (il corsivo è degli autori).

Attualmente “l’imperialismo ha spazzato via i pali di confine” tra la Germania e il Belgio, tra la Russia e la Galizia. La democrazia internazionale deve essere, vedete un po’, contro il loro ristabilimento in generale, in qualunque modo questo avvenga. Nel 1905, “nell’epoca dell’imperialismo”, quando la Dieta autonoma della Norvegia proclamò la separazione della Svezia, e la guerra della Svezia contro la Norvegia, predicata dai reazionari della Svezia, non scoppiò, sia per la resistenza degli operai svedesi, sia per la congiuntura imperialistica internazionale, la socialdemocrazia avrebbe dovuto essere contro la separazione della Norvegia, poiché ciò significava indubbiamente “stabilire nuovi pali di confine in Europa”!! Questo è addirittura annessionismo diretto, dichiarato; e non occorre confutarlo, perché si confuta da sé. Nessun partito socialista oserà accettare questa posizione: «Noi siamo contro le annessioni in generale, ma per l’Europa sanzioniamo le annessioni oppure ci rassegniamo ad esse, dal momento che sono un fatto compiuto...».

Occorre soffermarsi soltanto sulle origini teoriche dell’errore, che ha portato i nostri compagni polacchi a una tale evidentissima... “assurdità”. Dell’infondatezza del voler considerare a parte l’“Europa” parleremo più avanti. Le due frasi seguenti delle tesi rivelano quali sono le altre radici dell’errore:

«...Là dove la ruota dell’imperialismo è passata su uno Stato capitalistico già formato, schiacciandolo, ivi, nella forma bestiale di oppressione imperialistica, avviene una concentrazione politica ed economica del mondo capitalistico la quale prepara il socialismo...». Questa giustificazione delle annessioni è struvismo e non marxismo. I socialdemocratici russi che ricordano gli anni novanta in Russia, ben conoscono questa maniera di falsificare il marxismo, comune ai signori Struve, Cunow, Legien e soci.

Precisamente a proposito degli struvisti tedeschi, detti “socialimperialisti”, leggiamo in un’altra tesi (II, 3) dei compagni polacchi: «...(La parola d’ordine dell’autodecisione) dà ai socialimperialisti la possibilità, dimostrando il carattere illusorio di questa parola d’ordine, di rappresentare la nostra lotta contro l’oppressione nazionale come sentimentalismo non giustificato storicamente e di minare così la fiducia del proletariato nella fondatezza scientifica del programma socialdemocratico...». Ciò significa che gli autori ritengono “scientifica” la posizione degli struvisti tedeschi! Congratulazioni.

Una “minuzia” distrugge però questo stupefacente argomento che può far temere che i Lensch, i Cunow, i Parvus abbiano ragione contro di noi, e cioè: questi Lensch sono gente a loro modo coerente, e nei nn. 8 e 9 dello sciovinista tedesco Die Glocke – nelle nostre tesi abbiamo citato appositamente proprio questi numeri – Lensch dimostra contemporaneamente sia “l’infondatezza scientifica” della parola d’ordine dell’autodecisione (i socialdemocratici polacchi hanno, a quanto pare, riconosciuto inoppugnabile questa argomentazione di Lensch, come risulta dal ragionamento da noi citato, contenuto nelle loro tesi...) sia “l’infondatezza scientifica” della parola d’ordine: contro le annessioni!!

Poiché Lensch ha capito benissimo la verità elementare da noi indicata ai nostri compagni polacchi e alla quale essi non hanno voluto rispondere: non vi è differenza “né economica, né politica”, né, in generale, logica, tra il “riconoscimento” dell’autodecisione e la “protesta” contro le annessioni. Se i compagni polacchi ritengono inoppugnabili gli argomenti dei Lensch contro l’autodecisione, non si può, tuttavia, non riconoscere il fatto che i Lensch oppongono tutti questi argomenti anche alla lotta contro le annessioni.

L’errore teorico, che è alla base di tutti i ragionamenti dei nostri compagni polacchi, li ha portati ad essere degli annessionisti inconseguenti.

 

 

5. Perché la socialdemocrazia è contro le annessioni?

Dal nostro punto di vista la risposta è chiara: perché l’annessione viola il diritto d’autodecisione delle nazioni, o, in altre parole, è una delle forme dell’oppressione nazionale.

Secondo i socialdemocratici polacchi occorre spiegare particolarmente perché noi siamo contro le annessioni, e queste spiegazioni (I, 3 delle tesi) fanno cadere inevitabilmente gli autori in una nuova serie di contraddizioni.

Gli argomenti che essi adducono “per giustificare” il fatto che noi (nonostante gli argomenti “scientificamente fondati” dei Lensch) siamo contro le annessioni sono due.

Primo: «...All’affermazione secondo cui le annessioni in Europa sono necessarie, per proteggere militarmente lo Stato imperialistico vittorioso, la socialdemocrazia contrappone il fatto che le annessioni non fanno che rafforzare gli antagonismi e aumentano con ciò il pericolo di guerra...».

Non è una risposta sufficiente ai Lensch, poiché il loro argomento principale non è la necessità militare, ma il carattere economicamente progressivo delle annessioni; che significano una concentrazione nell’epoca imperialista. Dov’è dunque qui la logica, se i socialdemocratici polacchi nello stesso tempo riconoscono il carattere progressivo di una simile concentrazione, rinunciano a ristabilire in Europa i pali di confine divelti dall’imperialismo, e protestano contro le annessioni?

Proseguiamo. Il pericolo di quali guerre viene aumentato dalle annessioni? Non delle guerre imperialistiche, poiché esse sono provocate da altre cause; gli antagonismi principali nell’attuale guerra imperialistica sono, indiscutibilmente, gli antagonismi tra l’Inghilterra e la Germania, tra la Russia e la Germania. In questo caso non vi sono state e non vi sono annessioni. Si tratta dell’aggravamento del pericolo di guerre nazionali e di insurrezioni nazionali. Ma come si può, da una parte, dichiarare le guerre nazionali “nell’epoca dell’imperialismo” impossibili e, dall’altra, parlare del “pericolo” di guerre nazionali? Non è logico.

Secondo argomento. Le annessioni «creano un abisso, tra il proletariato della nazione dominante e quello della nazione oppressa.. Il proletariato della nazione oppressa si unirebbe alla propria borghesia e vedrebbe un nemico nel proletariato della nazione dominante. La lotta internazionale di classe del proletariato contro la borghesia internazionale verrebbe sostituita dalla scissione del proletariato, dalla sua corruzione ideologica...».

Consideriamo pienamente giusti questi argomenti. Ma è forse logico avanzare nello stesso tempo, sulla medesima questione, argomenti che si escludono a vicenda? Nel paragrafo 3 della I parte delle tesi leggiamo gli argomenti citati, coi quali si afferma che le annessioni provocano la scissione del proletariato, e accanto, nel paragrafo 4, ci si dice che in Europa bisogna essere contro l’annullamento delle annessioni già compiute, per «educare alla lotta solidale le masse operaie delle nazioni oppresse e di quelle dominanti». Se l’annullamento delle annessioni è “sentimentalismo” reazionario, è impossibile allora affermare che le annessioni scavano un “abisso” tra il “proletariato” e provocano la sua “scissione”; bisogna allora, al contrario, vedere nelle annessioni la condizione per il ravvicinamento del proletariato delle varie nazioni.

Noi diciamo: per essere in grado di compiere la rivoluzione socialista e di rovesciare la borghesia gli operai debbono unirsi più strettamente, e la lotta per l’autodecisione, cioè contro le annessioni, favorisce questa stretta unione. Noi rimaniamo coerenti. I compagni polacchi, invece, riconoscendo l’“intangibilità” delle annessioni europee e l’“impossibilità” delle guerre nazionali, si danno la zappa sui piedi quando lottano “contro” le annessioni avanzando precisamente argomenti fondati sulle guerre nazionali! Precisamente argomenti affermanti che le annessioni ostacolano il ravvicinamento e la fusione degli operai di varie nazioni! In altre parole: per lottare contro le annessioni i socialdemocratici polacchi sono costretti a ricorrere ad argomenti attinti da un bagaglio teorico di cui essi stessi respingono i principi.

Ciò è ancora più evidente nella questione delle colonie.

 

 

6. È possibile, in questo problema, contrapporre le colonie all’“Europa”?

Nelle nostre tesi è detto che la rivendicazione della liberazione immediata delle colonie è altrettanto “impossibile” (cioè irrealizzabile senza una serie di rivoluzioni e precaria senza il socialismo) in regime capitalista quanto l’autodecisione delle nazioni, l’elezione dei funzionari da parte del popolo, la repubblica democratica, ecc., e, che, d’altra parte, la rivendicazione della liberazione delle colonie non è altro che “il riconoscimento dell’autodecisione delle nazioni”.

I compagni polacchi non hanno risposto a nessuno di questi argomenti. Hanno tentato di fare una distinzione tra l’“Europa” e le colonie. Soltanto per l’Europa essi diventano degli annessionisti inconseguenti, rifiutandosi di annullare le annessioni una volta che esse siano avvenute. Per le colonie, invece, proclamano una rivendicazione incondizionata: “Via dalle colonie!”.

I socialisti russi debbono esigere: “Via dal Turkestan, da Khiva, da Bukhara ecc.”, ma cadrebbero nell’“utopismo”, nel “sentimentalismo” “non scientifico” se esigessero la stessa libertà di separazione per la Polonia, la Finlandia, l’Ucraina, ecc. I socialisti inglesi debbono esigere: “Via dall’Africa, dall’India, dall’Australia”, ma non dall’Irlanda. Su quali basi teoriche si può poggiare per spiegare questa distinzione la cui erroneità salta agli occhi? È una questione che non si può eludere.

L’argomento “base” degli avversari dell’autodecisione è che questa è “irrealizzabile”. La stessa idea, con una leggera sfumatura, è espressa nel riferimento alla “concentrazione economica e politica”.

È chiaro che la concentrazione avviene anche con l’annessione delle colonie. La differenza economica tra le colonie e i popoli europei – almeno per la maggior parte di questi ultimi – consisteva prima nel fatto che le colonie partecipavano allo scambio delle merci, ma non ancora alla produzione capitalistica. L’imperialismo ha cambiato tutto ciò. Caratteristica dell’imperialismo è, tra l’altro, l’esportazione del capitale. La produzione capitalistica viene trapiantata a ritmo sempre più rapido nelle colonie, che non possono venire strappate dalla dipendenza verso il capitale finanziario europeo. Dal punto di vista militare, come dal punto di vista dell’espansione, la separazione delle colonie è attuabile, come regola generale, soltanto col socialismo; in regime capitalista può essere attuata soltanto in via eccezionale, oppure a prezzo di una serie di rivoluzioni e di insurrezioni sia nella colonia, sia nella metropoli.

In Europa la maggior parte delle nazioni dipendenti sono capitalisticamente più sviluppate (benché non tutte: gli albanesi, molti allogeni in Russia) delle metropoli. Ma è ciò appunto che suscita una maggior resistenza all’oppressione nazionale e alle annessioni! Proprio per questo lo sviluppo del capitalismo è meglio garantito in Europa, quali che siano le condizioni politiche, compresa la separazione dei popoli annessi, che non nelle colonie... «Ivi – dicono i compagni polacchi parlando delle colonie (I, 4) – il capitalismo ha ancora un altro compito: quello dello sviluppo indipendente delle forze produttive...». In Europa questo si nota ancor più: il capitalismo in Polonia, in Finlandia, in Ucraina, in Alsazia sviluppa indubbiamente le forze produttive in modo più vigoroso, rapido e indipendente che in India, nel Turkestan, in Egitto e in altre colonie di tipo puro. Né lo sviluppo indipendente, né, in generale, qualsiasi sviluppo di una società a produzione mercantile è possibile senza capitale. In Europa le nazioni dipendenti hanno sia un proprio capitale, sia grandi facilitazioni per procurarselo a condizioni molto diverse. Le colonie non hanno o quasi non hanno capitale proprio; non possono procurarselo in regime di capitale finanziario che a condizione di lasciarsi sottomettere politicamente. Che cosa significa quindi, allora, la rivendicazione di una liberazione immediata e incondizionata delle colonie? Non è forse chiaro che essa è molto più “utopista”, nel senso volgare in cui la parola “utopia” viene impiegata – facendo del marxismo una caricatura – dai signori Struve, Lensch, Cunow, seguiti, purtroppo, anche dai compagni polacchi? Per “utopismo” essi intendono, in fondo, tutto ciò che per un filisteo si scosta dal consueto, compreso tutto ciò che è rivoluzionario. Ma i movimenti rivoluzionari, in tutte le loro forme, compresi i movimenti nazionali, sono, nella situazione europea, più possibili, più realizzabili, più tenaci, più coscienti, più difficili da vincere che non nelle colonie.

Il socialismo, dicono i compagni polacchi (I, 3), «potrà dare ai popoli non sviluppati delle colonie un aiuto culturale disinteressato, senza dominarli». Assolutamente giusto. Ma quali sono i motivi che inducono a pensare che una grande nazione, un grande Stato, passato al socialismo, non saprà attrarre a sé una piccola nazione oppressa in Europa mediante un “disinteressato aiuto culturale”? È proprio la libertà di separazione, che i socialdemocratici polacchi “concedono” alle colonie, che inciterà le nazioni oppresse dell’Europa, piccole, ma colte e politicamente esigenti, a volersi unire ai grandi Stati socialisti, poiché un grande Stato in regime socialista significherà tante ore di lavoro al giorno in meno, tanto salario al giorno in più. Le masse lavoratrici, liberatesi dal giogo della borghesia, tenderanno con tutte le forze verso l’unione e la fusione con le grandi nazioni socialiste avanzate, pur di avere questo “aiuto culturale”, purché gli oppressori di ieri non offendano il senso democratico altamente sviluppato di dignità che possiede una nazione da lungo tempo oppressa, purché le si assicuri l’uguaglianza in tutti i campi, anche nell’edificazione del suo Stato, nel tentativo di edificare il “suo” Stato. In regime capitalista questo “tentativo” significa guerre, isolamento, esistenza ristretta, gretto egoismo delle piccole nazioni privilegiate (Olanda, Svizzera). In regime socialista le stesse masse lavoratrici non vorranno, in nessun luogo, un’esistenza ristretta, per i motivi puramente economici indicati più sopra; e la varietà di forme politiche, la libertà di separazione, il tentativo di edificare un “proprio” Stato, tutto questo – finché non si estinguerà ogni Stato in generale – sarà la base di una ricca vita civile, il pegno di un rapido processo di ravvicinamento e fusione volontaria delle nazioni.

Considerando a parte le colonie e contrapponendole all’Europa i compagni polacchi cadono in una contraddizione che demolisce di colpo tutta la loro erronea argomentazione.

 

 

7. Marxismo o proudhonismo?

Al nostro rinvio all’atteggiamento di Marx sulla separazione dell’Irlanda, i compagni polacchi, contrariamente alle loro abitudini, rispondono non indirettamente, ma direttamente. In che consiste dunque la loro obiezione? I riferimenti alla posizione di Marx nei 1848‑71, secondo loro, non hanno «il minimo valore». Questa dichiarazione estremamente stizzosa e risoluta viene motivata dicendo che «nello stesso tempo» Marx interveniva contro le aspirazioni all’indipendenza «dei cechi, degli slavi meridionali, ecc.».

La motivazione è particolarmente stizzosa appunto perché è soprattutto inconsistente. Secondo i marxisti polacchi, Marx sarebbe stato soltanto un confusionario, il quale soleva dire “nello stesso tempo” cose contraddittorie! Questo non ha nulla di vero e nulla di marxista. Per quell’analisi “concreta”, che i compagni polacchi esigono per non applicarla, dobbiamo vedere se il diverso atteggiamento di Marx verso i vari movimenti “nazionali” concreti non derivasse da una sola medesima concezione socialista.

Com’è noto, Marx era per l’indipendenza della Polonia dal punto di vista degli interessi della democrazia europea nella sua lotta contro la forza e l’influenza – si potrebbe dire: contro l’onnipotenza e l’influenza reazionaria preponderante – dello zarismo. La giustezza di questo punto di vista è stata confermata nel modo più evidente e pratico nel 1849, allorché le truppe feudali russe soffocarono l’insurrezione democratico-rivoluzionaria per la liberazione nazionale dell’Ungheria. E da allora sino alla morte di Marx, e persino più tardi, sino al 1890, quando la guerra reazionaria dello zarismo, alleato alla Francia, minacciava la Germania, non imperialista ma indipendente dal punto di vista nazionale, Engels era anzitutto e soprattutto per la lotta contro lo zarismo. È per questo, e soltanto per questo, che Marx e Engels erano contro il movimento nazionale dei cechi e degli slavi meridionali. Basterebbe semplicemente che chiunque s’interessa di marxismo, ma non per ripudiarlo, consultasse ciò che scrivevano Marx e Engels nel 1848 e 1849 per convincersi che essi contrapponevano allora direttamente e decisamente “interi popoli reazionari” i quali servivano “da avamposti russi” in Europa, ai “popoli rivoluzionari”: tedeschi, polacchi, magiari. È un fatto. E questo fatto fu allora incontestabilmente stabilito: nel 1848 i popoli rivoluzionari combatterono per la libertà, il cui nemico principale era lo zarismo, mentre i cechi, ecc. erano veramente dei popoli reazionari, degli avamposti dello zarismo.

Che cosa ci dice dunque quest’esempio concreto, che bisogna analizzare concretamente, se si vuol esser fedeli al marxismo? Ci dice soltanto che 1) gli interessi dell’emancipazione di alcuni grandi e grandissimi popoli dell’Europa stanno al di sopra degli interessi del movimento di liberazione delle piccole nazioni; 2) che la rivendicazione della democrazia va considerata su scala europea – oggi bisogna dire: su scala mondiale – e non isolatamente.

Niente di più. Neanche l’ombra d’una smentita di quel principio socialista elementare che i polacchi dimenticano e al quale Marx è sempre rimasto fedele: non può esser libero un popolo che opprime altri popoli. Se la situazione concreta davanti alla quale si trovava Marx all’epoca dell’influenza predominante dello zarismo nella politica internazionale si ripetesse, per esempio, in una forma in cui diversi popoli cominciassero la rivoluzione socialista (come nel 1848 in Europa hanno cominciato la rivoluzione democratica borghese), e altri popoli risultassero i baluardi principali della reazione borghese, noi pure dovremo essere per la guerra rivoluzionaria contro di essi, al fine di “schiacciarli”, distruggere tutti i loro avamposti, qualunque siano i movimenti delle piccole nazionalità che qui avessero luogo. Di conseguenza, non dobbiamo respingere gli esempi della tattica di Marx – ciò significherebbe professare il marxismo a parole e romperla con esso in pratica – ma dalla loro analisi concreta dobbiamo trarre un insegnamento prezioso per l’avvenire. Le singole rivendicazioni della democrazia, compresa l’autodecisione, non sono un assoluto, ma una particella del complesso del movimento democratico (oggi: del complesso del movimento socialista mondiale). È possibile che, in singoli casi determinati, la particella sia in contraddizione col tutto, e allora bisogna respingerla. È possibile che il movimento repubblicano di un paese sia soltanto uno strumento degli intrighi clericali o finanziari, monarchici di altri paesi; allora non dovremo sostenere quel dato movimento concreto; ma sarebbe ridicolo cancellare per questa ragione dal programma della socialdemocrazia internazionale la parola d’ordine della repubblica.

Come si è precisamente modificata la situazione concreta dal 1848‑1871 al 1898‑1916 (prendo le principali pietre miliari dell’imperialismo, quale periodo che va dalla guerra imperialista ispano-americana alla guerra imperialista europea)? Lo zarismo ha palesemente e incontestabilmente cessato di essere il sostegno principale della reazione, in primo luogo, perché è sostenuto dal capitale finanziario internazionale, particolarmente della Francia; in secondo luogo, a causa del 1905. Allora il sistema dei grandi Stati nazionali – le democrazie dell’Europa – portava al mondo la democrazia e il socialismo, nonostante lo zarismo (2). Marx e Engels non sono vissuti fino all’epoca dell’imperialismo. Ora si è formato il sistema di un pugno (da cinque a sei) di “grandi” potenze imperialiste delle quali ognuna opprime altre nazioni, e questa oppressione è uno dei mezzi per ritardare artificialmente la caduta del capitalismo, per sostenere artificialmente l’opportunismo e il social-sciovinismo delle nazioni imperialiste che dominano il mondo. Allora la democrazia dell’Europa occidentale, che emancipava le nazioni più grandi, era contro lo zarismo, che utilizzava a scopi reazionari certi movimenti delle piccole nazionalità. Ora l’alleanza dell’imperialismo zarista con l’imperialismo capitalista progredito, europeo, sulla base dell’oppressione generale da parte loro di una serie di nazioni, si trova di fronte al proletariato socialista, scisso in sciovinisti e “socialimperialisti” da una parte, e in rivoluzionari dall’altra.

Ecco in che consiste il cambiamento concreto della situazione, che proprio i socialdemocratici polacchi non vogliono riconoscere, nonostante la loro promessa di essere concreti! Di qui il cambiamento concreto nell’applicazione di quegli stessi principi socialisti: allora, anzitutto, “contro lo zarismo” (e contro certi movimenti delle piccole nazionalità, utilizzati da esso in una direzione antidemocratica), in favore dei popoli rivoluzionari delle grandi nazionalità dell’Occidente; oggi, contro il fronte unico livellato delle potenze imperialiste, della borghesia imperialista, dei socialimperialisti, per utilizzare ai fini della rivoluzione socialista tutti i movimenti nazionali contro l’imperialismo. Quanto più pura è ora la lotta del proletariato contro il fronte generale imperialista, tanto più imperioso si fa, evidentemente, il principio internazionalista: “Un popolo che opprime altri popoli non può esser libero”.

I proudhoniani, in nome di una concezione dottrinaria della rivoluzione sociale, ignoravano la funzione internazionale della Polonia e disconoscevano i movimenti nazionali. Nello stesso modo dottrinario agiscono i socialdemocratici polacchi, che spezzano il fronte internazionale della lotta contro i socialimperialisti, aiutando così (oggettivamente) questi ultimi con le loro titubanze nella questione delle annessioni. Poiché è appunto il fronte internazionale della lotta proletaria che si è modificato in rapporto alla posizione concreta delle piccole nazioni: in quel tempo (1848‑1871) le piccole nazioni avevano importanza come alleati potenziali o della “democrazia occidentale” e dei popoli rivoluzionari, o dello zarismo; attualmente (1898‑1914) le piccole nazioni hanno perso questa importanza; oggi hanno importanza in quanto sono una delle fonti che alimentano il parassitismo, e, di conseguenza, il socialimperialismo delle “grandi potenze”.

L’importante non consiste nel sapere se prima della rivoluzione socialista si libererà un cinquantesimo o un centesimo delle piccole nazioni, ma ciò che importa è che il proletariato internazionale, nell’epoca imperialista, per ragioni obiettive, si è diviso in due campi, dei quali l’uno è corrotto dalle briciole che cadono dalla tavola della borghesia delle grandi potenze – tra l’altro, anche come risultato del duplice o triplice sfruttamento delle piccole nazioni – e l’altro non può più liberare se stesso senza liberare le piccole nazioni, senza educare le masse nello spirito antisciovinista, cioè antiannessionista, cioè nello spirito dell’“autodecisione”. Questo lato della questione, che è il più importante, è ignorato dai compagni polacchi, i quali non considerano le cose dalla posizione divenuta essenziale nell’epoca dell’imperialismo, cioè dal punto di vista che tiene conto dell’esistenza di due campi nel proletariato internazionale.

Ecco ancora degli esempi evidenti del loro proudhonismo: 1) il loro atteggiamento verso l’insurrezione irlandese del 1916, della quale parleremo in seguito; 2) la dichiarazione contenuta nelle tesi (II, 3, alla fine del 3° paragrafo) secondo cui la parola d’ordine della rivoluzione socialista «non dev’essere dissimulata in nessun modo». Questa è proprio un’idea profondamente antimarxista; come se si potesse “dissimulare” la parola d’ordine della rivoluzione socialista collegandola a una posizione rivoluzionaria conseguente in qualsiasi questione, tra cui anche la questione nazionale.

I socialdemocratici polacchi trovano che il nostro programma è un programma “nazionalriformista”. Confrontate le due proposte pratiche: 1) per l’autonomia (tesi polacche, III, 4 e 2), per la libertà di separazione. Proprio in questo, e soltanto in questo, i nostri programmi si distinguono! E non è forse chiaro che è riformista appunto la prima, a differenza della seconda? È riformista quel cambiamento che non mina le basi del potere della classe dominante, rappresentando soltanto una concessione da parte di questa mentre ne conserva il dominio. Un cambiamento rivoluzionario mina le basi del potere. Un cambiamento riformista nel programma nazionale non abolisce tutti i privilegi della nazione dominante, non crea la completa eguaglianza, non sopprime ogni genere di oppressione nazionale. Una nazione “autonoma” non ha diritti pari a quelli della nazione “dominante”; i compagni polacchi non avrebbero potuto non accorgersene se non avessero ignorato ostinatamente (proprio come i nostri vecchi “economisti”) l’analisi dei concetti e delle categorie politiche. La Norvegia autonoma godeva fino al 1905, come parte della Svezia, della più ampia autonomia, ma non aveva parità di diritti con la Svezia. Soltanto la sua libera separazione ha rivelato praticamente e dimostrato la sua eguaglianza (notiamo per di più fra parentesi che appunto questa libera separazione ha creato la base per un avvicinamento più stretto, più democratico, fondato sulla eguaglianza dei diritti). Finché la Norvegia era soltanto autonoma, l’aristocrazia svedese aveva un privilegio in più, e questo privilegio non è stato “attenuato” (l’essenza del riformismo consiste nell’attenuare il male invece di distruggerlo), ma è stato completamente eliminato con la separazione (indice fondamentale dello spirito rivoluzionario di un programma).

A proposito: l’autonomia, come riforma, è per principio diversa dalla libertà di separazione come misura rivoluzionaria. Questo è indubbio. Ma la riforma – come tutti sanno – è spesso in pratica soltanto un passo verso la rivoluzione. Appunto l’autonomia permette alla nazione, trattenuta con la violenza entro le frontiere di un determinato Stato, di costituirsi definitivamente come nazione, di riunire, di conoscere e di organizzare le proprie forze, di scegliere il momento del tutto propizio per dichiarare... alla “norvegese”: noi, Dieta autonoma della nazione tale o della regione tale, dichiariamo che l’imperatore di tutte le Russie ha cessato di essere il re della Polonia, ecc. A questo “si obietta” di solito: simili questioni si risolvono con delle guerre e non con delle dichiarazioni. È giusto: nella stragrande maggioranza dei casi si decidono con le guerre (come la questione della forma di governo dei grandi Stati, nella stragrande maggioranza dei casi, si risolve soltanto con delle guerre e delle rivoluzioni). Non sarebbe male, però, riflettere: è forse logica una simile “obiezione” contro il programma politico del partito rivoluzionario? Siamo noi forse contrari alle guerre e alle rivoluzioni per quel che è giusto e utile al proletariato, per la democrazia e il socialismo?

«Ma non possiamo essere tuttavia per una guerra tra i grandi popoli, per il massacro di 20 milioni di uomini per la liberazione incerta di una piccola nazione la quale, forse, non conta che 10 o 20 milioni di abitanti!». Certo, non lo possiamo! Ma non perché eliminiamo dal nostro programma la completa eguaglianza delle nazioni, bensì perché gli interessi della democrazia di un solo paese vanno subordinati agli interessi della democrazia di alcuni paesi e di tutti i paesi. Figuriamoci che tra due grandi monarchie se ne trovi una piccola, il piccolo re della quale sia “legato” da vincoli di parentela e di altro genere ai monarchi di entrambi i paesi vicini. Figuriamoci in seguito che la proclamazione della repubblica nel piccolo paese e la cacciata del suo monarca possano significare in pratica una guerra fra i due grandi paesi vicini per la restaurazione di questo o di quell’altro monarca nel piccolo paese. Non v’è dubbio che tutta la socialdemocrazia internazionale, come tutta la parte veramente internazionalista della socialdemocrazia del piccolo paese, sarebbe, in questo caso, contro la sostituzione della repubblica alla monarchia. La sostituzione della monarchia con la repubblica non è un assoluto, ma è una delle rivendicazioni democratiche, subordinata agli interessi della democrazia (e ancor più, certo, agli interessi del proletariato socialista) nel suo complesso. Certamente, un caso simile non susciterebbe neanche il minimo dissenso tra i socialdemocratici di qualsiasi paese. Ma se, basandosi su questo caso, un socialdemocratico qualsiasi proponesse di eliminare in generale dal programma della socialdemocrazia internazionale la parola d’ordine della repubblica, sarebbe certamente considerato un pazzo. Gli si direbbe: non bisogna tuttavia dimenticare l’elementare differenza logica tra il particolare e il generale.

Quest’esempio ci porta, da un punto di vista un po’ diverso, al problema dell’educazione internazionalista della classe operaia. Può questa educazione – sulla necessità e sulla stragrande importanza della quale non si possono immaginare dissensi nella sinistra zimmerwaldiana – essere concretamente la stessa per le grandi nazioni che ne opprimono altre e per le nazioni piccole e oppresse? per le nazioni che ne annettono altre e per le nazioni annesse?

Evidentemente, no. Il cammino verso un fine unico – verso la eguaglianza completa, l’avvicinamento più stretto e l’ulteriore fusione di tutte le nazioni – procede qui, evidentemente, per differenti vie concrete, allo stesso modo, per esempio, che il tragitto per arrivare a un punto situato al centro di una pagina va verso sinistra se si parte da uno dei margini e verso destra se si parte dal margine opposto. Se il socialdemocratico di una grande nazione che ne opprime e ne annette altre, predicando la fusione delle nazioni in generale, dimenticherà anche solo per un istante che il “suo” Nicola II, il “suo” Guglielmo, Giorgio, Poincaré e compagnia sono essi pure per la fusione con le piccole nazioni (mediante l’annessione) – Nicola II per la “fusione” con la Galizia, Guglielmo II per la “fusione” col Belgio, ecc. – un tal socialdemocratico finirà per essere, in teoria, un dottrinario ridicolo e, in pratica, un complice dell’imperialismo.

L’educazione internazionalista degli operai nei paesi dominanti deve avere necessariamente come centro di gravità la propaganda e la difesa della libertà di separazione dei paesi oppressi. Altrimenti non v’è internazionalismo. Noi abbiamo il diritto e l’obbligo di trattare da imperialista e da furfante ogni socialdemocratico di un paese oppressore che non faccia questa propaganda. Si tratta di una rivendicazione incondizionata, quantunque fino all’avvento del socialismo la separazione sia possibile e “realizzabile” in un caso su mille.

Noi abbiamo il dovere di educare gli operai all’“indifferenza” verso le distinzioni nazionali. Questo è indiscutibile. Ma non a un’indifferenza da annessionista. Un membro della nazione che opprime dev’essere “indifferente” di fronte alla questione se le piccole nazioni appartengano al suo Stato, o a quello vicino, oppure siano indipendenti a seconda delle loro simpatie; senza questa “indifferenza” egli non è un socialdemocratico. Per essere un socialdemocratico internazionalista bisogna pensare non soltanto alla propria nazione, ma mettere al di sopra di essa gli interessi di tutti, la libertà generale e la parità di diritti per tutti. In “teoria” tutti sono d’accordo su questo; ma in pratica si manifesta proprio un’indifferenza da annessionisti. Qui sta la radice del male.

Al contrario, il socialdemocratico di una piccola nazione deve porre il centro di gravità dell’agitazione sulla seconda parola della nostra formula generale: “volontaria unione” delle nazioni. Egli può, senza trasgredire i suoi doveri di internazionalista, essere sia per l’indipendenza politica della sua nazione, sia per l’inclusione di essa in un vicino Stato X, Y, Z, ecc. Ma in ogni caso egli deve lottare contro la grettezza delle piccole Nazioni, il loro isolamento, il loro particolarismo, lottare perché si tenga conto del tutto, dell’assieme del movimento, perché l’interesse particolare venga subordinato all’interesse generale. Coloro che non hanno approfondito la questione trovano “contraddittorio” che i socialdemocratici dei paesi oppressori insistano sulla “libertà di separazione” e i socialdemocratici delle nazioni oppresse sulla “libertà di unione”. Ma se si riflette un pochino si vede che un’altra via per arrivare all’internazionalismo e alla fusione delle nazioni, un’altra via per raggiungere questo scopo partendo dalla situazione attuale non c’è e non può esserci. Siamo così giunti alla tesi particolare dei socialdemocratici olandesi e polacchi.

 

 

8. Ciò che vi è di particolare e di comune nella posizione dei socialdemocratici internazionalisti olandesi e polacchi

Non vi è il minimo dubbio che i marxisti olandesi e polacchi, che sono contro l’autodecisione, appartengano ai migliori elementi rivoluzionari e internazionalisti della socialdemocrazia internazionale. Come può, dunque, essere che i loro ragionamenti teorici siano, come abbiamo visto, tutti intessuti di errori? Nemmeno un ragionamento su questioni generali che sia giusto, null’altro che “economismo imperialistico”! Non si può affatto spiegarlo attribuendo la cosa a difetti soggettivi particolarmente gravi, propri dei compagni olandesi e polacchi, ma tenendo conto delle particolari condizioni oggettive dei loro paesi. I due paesi 1) sono piccoli e impotenti nel “sistema” attuale delle grandi potenze; 2) entrambi sono situati geograficamente tra predoni imperialistici di grandissima potenza che rivaleggiano in modo particolarmente aspro tra di loro (Inghilterra e Germania; Germania e Russia); 3) entrambi hanno ricordi e tradizioni molto vive dei tempi in cui erano essi stessi delle “grandi potenze”: l’Olanda era una grande potenza coloniale più forte dell’Inghilterra; la Polonia era una grande potenza più civile e più forte della Russia e della Prussia; 4) entrambi hanno conservato tuttora il privilegio di opprimere popoli stranieri: il borghese olandese è padrone delle ricchissime Indie olandesi; il grande proprietario fondiario polacco opprime il “servo” ucraino e bielorusso, il borghese polacco, l’ebreo, ecc.

Questa peculiarità, dovuta alla combinazione di queste quattro condizioni particolari, non si troverà nella situazione dell’Irlanda, del Portogallo (che è stato un tempo annesso dalla Spagna), dell’Alsazia, della Norvegia, della Finlandia, dell’Ucraina, del territorio lettone, di quello bielorusso e di molti altri. E proprio in questa peculiarità sta tutto il fondo della questione! Quando i socialdemocratici olandesi e polacchi ragionano contro l’autodecisione ricorrendo ad argomenti generali, che concernono cioè l’imperialismo in generale, il socialismo in generale, la democrazia in generale, l’oppressione nazionale in genere, si può veramente dire che essi accumulano errori su errori. Ma basta gettar via questo involucro evidentemente erroneo di argomenti generali e guardare il fondo della cosa dal punto di vista dell’originalità delle condizioni particolari dell’Olanda e della Polonia perché diventi comprensibile e pienamente legittima la loro posizione peculiare. Si può dire, senza temere di cadere nel paradosso, che quando i marxisti olandesi e polacchi si levano, con la schiuma alla bocca, contro l’autodecisione, essi dicono non proprio ciò che vorrebbero dire, oppure che essi vogliono dire non proprio ciò che dicono (3).

Ne abbiamo già dato un esempio nelle nostre tesi. Gorter è contro l’autodecisione del proprio paese, ma per l’autodecisione delle Indie olandesi oppresse dalla “sua” nazione! Può forse stupire se lo consideriamo un internazionalista più sincero e un uomo più vicino a noi, il quale professa le nostre stesse idee, che non coloro che riconoscono l’autodecisione in modo così formale, così ipocrita come Kautsky in Germania, Trotski e Martov nel nostro paese? Dai principi generali e fondamentali del marxismo deriva indubbiamente il dovere di lottare per la libertà di separazione delle nazioni oppresse “dalla mia propria” nazione, però non deriva affatto ch’io debba mettere in primo piano l’indipendenza proprio dell’Olanda, la quale soffre soprattutto del suo isolamento gretto, incallito, cupido e abbrutente: che il mondo intero bruci, poco mi importa; “noi” ci accontentiamo del nostro vecchio bottino e del suo ricchissimo “residuo”, le Indie; tutto il resto non “ci” riguarda!

Un altro esempio. Karl Radek, socialdemocratico polacco, che ha meriti particolarmente grandi per la sua energica lotta in favore dell’internazionalismo nella socialdemocrazia tedesca dopo l’inizio della guerra, nell’articolo Il diritto delle nazioni all’autοdecisione (Lichtstrahlen – rivista mensile radicale di sinistra redatta da J. Borchardt e proibita dalla censura prussiana – 1915, 5 dicembre, anno III, n. 3) insorge con veemenza contro l’autodecisione, citando, d’altronde, a suo favore soltanto nomi autorevoli olandesi e polacchi e adducendo, tra gli altri, il seguente argomento: l’autodecisiοne alimenta l’idea che «la socialdemocrazia avrebbe il dovere di appoggiare qualsiasi lotta per l’indipendenza».

Dal punto di vista della teoria generale questo argomento è addirittura scandaloso, poiché esso è palesemente illogico: in primo luogo, non vi è e non vi può essere nessuna rivendicazione particolare della democrazia che non generi abusi, se non si subordina il particolare al generale; noi non abbiamo il dovere di appoggiare né “qualsiasi” lotta per l’indipendenza, né “qualsiasi” movimento repubblicano oppure anticlericale. In secondo luogo, non vi è e non vi può essere nessuna formula della lotta contro l’oppressione nazionale che non soffra del medesimo “difetto”. Lo stesso Radek nel Berner Tagwacht ha impiegato la formula (1915, n. 253): «Contro le vecchie e le nuove annessioni». Qualsiasi nazionalista polacco ne “dedurrà” legittimamente: «La Polonia è un’annessione, io sono contro le annessioni, sono cioè per l’indipendenza della Polonia». Oppure Rosa Luxemburg che, se ben ricordo, in un articolo del 1908, esprimeva il parere che fosse sufficiente la formula: «Contro l’oppressione nazionale». Ma qualsiasi nazionalista polacco dirà, e con pieno diritto, che l’annessione è una delle forme dell’oppressione nazionale e, quindi, ecc. ecc.

Considerate tuttavia, invece di questi argomenti generali, le condizioni particolari della Polonia: la sua indipendenza è attualmente “irrealizzabile” senza guerre o rivoluzioni. Essere per la guerra in tutta l’Europa per la sola ricostituzione della Polonia significa essere un nazionalista della peggior specie, significa porre gli interessi di un piccolo numero di polacchi al di sopra degli interessi di centinaia di milioni di uomini che soffrono per la guerra. Eppure è proprio questa, per esempio, la posizione dei “fracy” (destra del Partito socialista polacco) che sono socialisti soltanto a parole e contro i quali i socialdemocratici polacchi hanno mille volte ragione di lottare. Lanciare la parola d’οrdine dell’indipendenza della Polonia oggi, nelle condizioni degli attuali rapporti fra le potenze imperialistiche limitrofe, significa veramente correre dietro a un’utopia, cader in un angusto nazionalismo, dimenticare la premessa necessaria, quella della rivoluzione generale in Europa, o, per lo meno, in Russia e in Germania. Proprio come lanciare quale parola d’ordine autonoma la parola d’ordine della libertà di associazione in Russia negli anni 1908‑1914 significava correre dietro a un’utopia e aiutare oggettivamente il partito operaio di Stolypin (ora di Potresov-Gvozdiev, il che, tra l’altro, è la stessa cosa). Ma sarebbe pazzia eliminare, in generale, dal programma della socialdemocrazia la rivendicazione della libertà di associazione!

Terzo esempio, e forse il più importante. Nelle tesi polacche (ΙΙI, paragrafo 2 alla fine) l’idea della creazione di uno Stato cuscinetto polacco indipendente viene combattuta, definendola «una vana utopia di piccoli gruppi impotenti. Se realizzata, questa idea significherebbe la creazione di un piccolo frammento di Stato polacco, che sarebbe una colonia militare di questo o quel gruppo di grandi potenze, un giocattolo per i loro interessi militari ed economici, un terreno di sfruttamento per il capitale straniero, un campo di battaglia per le guerre future». Tutto questo parla molto giustamente contro la parola d’ordine dell’indipendenza della Polonia oggi, poiché neppure la rivoluzione nella sola Polonia cambierebbe minimamente la situazione, e l’attenzione delle masse polacche sarebbe distolta da ciò che è fondamentale: il legame della loro lotta con la lotta del proletariato russo e tedesco. Non è un paradosso ma un fatto che il proletariato polacco, come tale, può aiutare oggi la causa del socialismo e della libertà, compresa la libertà polacca, soltanto lottando insieme con i proletari dei paesi vicini, contro i nazionalisti grettamente polacchi. Non si può negare il grande merito storico dei socialdemocratici polacchi nella lotta contro questi ultimi.

Ma gli stessi argomenti, giusti dal punto di vista delle condizioni particolari della Polonia nell’epoca attuale, sono palesemente sbagliati nella forma generale che è stata loro data. La Polonia rimarrà sempre, finché vi saranno guerre, un campo di battaglia nelle guerre tra la Germania e la Russia; non è questo un argomento contro una maggiore libertà politica (e, quindi, contro l’indipendenza politica) nell’intervallo tra le guerre. Lo stesso si può dire per il ragionamento sullo sfruttamento da parte del capitale straniero, sulla funzione di giocattolo per gli interessi altrui. I socialdemocratici polacchi non possono lanciare ora la parola d’ordine dell’indipendenza della Polonia, poiché, quali proletari internazionalisti, i polacchi non possono fare nulla in questo campo senza cadere, come i “fracy”, in un basso servilismo nei confronti di una delle monarchie imperialistiche. Ma per gli operai russi e tedeschi non è indifferente il fatto se parteciperanno o meno all’annessione della Polonia (ciò significherebbe educare gli operai e i contadini tedeschi e russi nello spirito della più abbietta brutalità, della rassegnazione alla funzione di boia degli altri popoli) oppure se la Polonia sarà indipendente.

La situazione è, senza dubbio, molto intricata, ma vi è una via d’uscita che permetterebbe a tutti i partecipanti di rimanere degli internazionalisti: i socialdemocratici russi e tedeschi esigendo l’incondizionata “libertà di separazione” della Polonia; i socialdemocratici polacchi lottando per l’unità della lotta proletaria in un piccolo e nei grandi paesi senza lanciare per il momento attuale, o per il periodo attuale, la parola d’ordine dell’indipendenza della Polonia.

 

 

9. Lettera di Engels a Kautsky

Nel suo opuscolo Il socialismo e la politica coloniale (Berlino, 1907) Kautsky, che allora era ancora marxista, ha pubblicato una lettera inviatagli da Engels il 12 settembre 1882 la quale è di grande importanza per la questione che stiamo esaminando. Eccone la parte principale.

«...A mio parere, le colonie propriamente dette, cioè le terre occupate da una popolazione europea, il canadà, il Capo, l’Australia, diventeranno tutte indipendenti; le terre soltanto asservite, abitate dagli indigeni, l’India, l’Algeria, i possedimenti olandesi, portoghesi, spagnuoli, dovranno per qualche tempo esser prese dal proletariato nelle sue mani e portate al più presto possibile verso l’indipendenza. È difficile dire come precisamente si svolgerà questo processo. L’India, forse, farà la rivoluzione; questo è anche probabile, e siccome il proletariato che si sta liberando non può condurre guerre coloniali, bisognerà rassegnarvisi, dato che, naturalmente, ciò non avverrà senza distruzioni di ogni specie. Ma cose di questo genere accadono in tutte le rivoluzioni. Lo stesso può avvenire anche in altri luoghi, per esempio in Algeria e in Egitto, e per noi ciò sarebbe indubbiamente quanto può esservi di meglio. Avremo abbastanza da fare a casa nostra. Appena l’Europa e l’America del Nord saranno riorganizzate, questo ci darà una forza così colossale e un tale esempio che i paesi semicivili ci seguiranno spontaneamente; di ciò si incaricheranno le sole esigenze economiche. Per quali fasi sociali e politiche dovranno allora passare questi paesi prima di giungere anch’essi all’organizzazione socialista? Su questo potremmo a parer mio fare soltanto ipotesi piuttosto oziose. Una sola cosa è certa: il proletariato vittorioso non può imporre nessuna felicità a nessun popolo straniero senza minare con ciò la sua propria vittoria. Questo, s’intende, non esclude in nessun modo le guerre difensive di diverso genere...».

Engels non crede affatto che l’“economico” possa di per sé e immediatamente eliminare tutte le difficoltà. Il rivolgimento economico stimolerà tutti i popoli a orientarsi verso il socialismo; ma nello stesso tempo sono possibili sia delle rivoluzioni – contro lo Stato socialista – sia delle guerre. L’adattamento della politica all’economia avverrà inevitabilmente, ma non d’un tratto, e non in modo liscio, non semplicemente, non immediatamente. Come “cosa certa”, Engels pone un solo principio, assolutamente internazionalista, ch’egli applica a tutti i “popoli stranieri”, e cioè non soltanto ai popoli coloniali: imporre loro la felicità significherebbe minare la vittoria del proletariato.

Il proletariato non diventerà infallibile e premunito contro gli errori e le debolezze per il solo fatto di aver compiuto la rivoluzione sociale. Ma i possibili errori (e i cupidi interessi, il tentativo di sedersi sulle spalle altrui) lo condurranno inevitabilmente alla coscienza di questa verità.

Noi tutti, della sinistra zimmerwaldiana, siamo convinti di quel che era convinto, per esempio, anche Kautsky, prima di avere, nel 1914, voltato le spalle al marxismo per passare alla difesa dello sciovinismo, e precisamente che la rivoluzione socialista è possibile nell’avvenire più prossimo, “dall’oggi al domani”, come si è espresso un giorno lo stesso Kautsky. Le antipatie nazionali non scompariranno così presto: l’odio – del tutto legittimo – della nazione oppressa verso la nazione dominante persisterà per un certo tempo; esso svanirà soltanto dopo la vittoria del socialismo e dopo che si saranno definitivamente stabiliti rapporti del tutto democratici fra le nazioni. Se vogliamo essere fedeli al socialismo dobbiamo fin d’ora occuparci dell’educazione internazionalista delle masse, che non è possibile nelle nazioni dominanti se non si propaganda la libertà di separazione per le nazioni oppresse.

 

 

10. L’insurrezione irlandese del 1916

Le nostre tesi sono state scritte prima di questa insurrezione, la quale deve servire per la verifica delle nostre concezioni teoriche.

Dalle opinioni degli avversari dell’autodecisione si può dedurre la conclusione che la vitalità delle piccole nazioni oppresse dall’imperialismo sia già esaurita, che esse non potranno avere nessuna funzione nella lotta contro l’imperialismo, che l’appoggio alle loro aspirazioni puramente nazionali non darà nessun risultato, ecc. L’esperienza della guerra imperialista del 1914‑1916 confuta con i fatti simili conclusioni.

La guerra è stato un periodo di crisi per le nazioni dell’Europa occidentale, per tutto l’imperialismo. Ogni crisi rigetta tutto ciò che è convenzionale, strappa gli involucri esterni, spazza via ciò che è sorpassato, scopre le molle e le forze più profonde. Che cosa ha svelato la crisi dal punto di vista del movimento delle nazioni oppresse? Nelle colonie, una serie di tentativi di insurrezione, che le nazioni dominanti, beninteso, hanno tentato in tutti i modi di nascondere mediante la censura militare. Ciò nondimeno è noto che gli inglesi hanno represso ferocemente l’insurrezione delle loro truppe indiane a Singapore; che tentativi di insurrezione sono avvenuti nell’Annam francese (cfr. Nasce Slovo) e nel Camerun tedesco (cfr. l’opuscolo di Junius); che in Europa, da un lato, è insorta l’Irlanda, dove gli inglesi “amanti della libertà”, che non avevano avuto il coraggio di sottomettere gli irlandesi alla mobilitazione generale, hanno sedato l’insurrezione con pene capitali, e, dall’altro lato, il governo austriaco ha condannato a morte dei deputati del parlamento ceco “per tradimento” e ha fucilato per lo stesso “delitto” interi reggimenti cechi.

Certo, questo elenco è ben lontano dall’essere completo. Esso prova tuttavia che le fiamme delle insurrezioni nazionali, dovute alla crisi dell’imperialismo, sono divampate sia nelle colonie sia in Europa e che le simpatie e le antipatie nazionali si sono manifestate nonostante le minacce di misure draconiane di repressione. Ma la crisi dell’imperialismo era ancora lontana dal punto culminante del suo sviluppo poiché il potere della borghesia non era ancora scalzato (la guerra “fino all’esaurimento” può condurci, ma non ci ha ancora condotto, a ciò), e i movimenti proletari all’interno delle potenze imperialiste erano ancora molto molto deboli. Che cosa avverrà quando la guerra avrà portato all’esaurimento completo, quando, sia pure in una sola potenza, sotto i colpi della lotta proletaria, il potere della borghesia vacillerà come il potere dello zarismo nel 1905?

Il Berner Tagwacht, organo degli zimmerwaldiani, compresi alcuni elementi di sinistra, ha pubblicato il 9 maggio 1916, a proposito dell’insurrezione irlandese, un articolo firmato K.R. e intitolato La canzone è finita. In quest’articolo l’insurrezione irlandese è definita né più né meno che un putsch, poiché «la questione irlandese era una questione agraria»; i contadini sono stati calmati con riforme, il movimento nazionale rimaneva «ormai un movimento puramente urbano, piccοlo-borghese, il quale, nonostante il grande rumore che faceva, non valeva socialmente un gran che». Non c’è da meravigliarsi che questo giudizio, mostruoso per dottrinarismo e pedanteria, coincida con quello del cadetto signor A. Kuliscer, liberalnazionalista russo (Riec, 15 aprile 1916, n. 102) che ha anch’egli definito quell’insurrezione «putsch di Dublino».

È lecito sperare che, conformemente al proverbio “non tutto il male vien per nuocere”, molti compagni che non comprendevano in quale palude stavano scivolando col negare l’“autodecisione” e trascurando i movimenti nazionali delle piccole nazioni aprano ora gli occhi grazie a questa coincidenza “casuale” tra il giudizio di un rappresentante della borghesia imperialista e il giudizio di un socialdemocratico!!

Si può parlare di “putsch” nel senso scientifico della parola quando il tentativo di insurrezione riveli esclusivamente l’esistenza di un gruppo di cospiratori o di sciocchi maniaci e non abbia suscitato nessuna simpatia fra le masse. Il movimento nazionale irlandese – che dura da secoli, che è passato per diverse tappe e combinazioni di interessi di classe – ha trovato un’espressione, fra l’altro, nel Congresso nazionale irlandese di massa che ha avuto luogo in America (Vorwärts, 20 marzo 1916) e che si è dichiarato per l’indipendenza irlandese, ha trovato un’espressione nelle lotte di strada di una parte della piccola borghesia e di una parte degli operai, dopo una lunga agitazione di massa, dimostrazioni, proibizioni di giornali, ecc. Chi chiama putsch una simile insurrezione o è uno dei peggiori reazionari oppure è un dottrinario irrimediabilmente incapace d’immaginare la rivoluzione sociale come un fenomeno reale.

Poiché credere che la rivoluzione sociale sia immaginabile senza le insurrezioni delle piccole nazioni nelle colonie e in Europa, senza le esplosioni rivoluzionarie di una parte della piccola borghesia, con tutti i suoi pregiudizi, senza il movimento delle masse proletarie e semiproletarie arretrate contro il giogo dei grandi proprietari fondiari, della Chiesa, contro il giogo monarchico, nazionale, ecc., significa rinnegare la rivoluzione sociale. Ecco: da un lato si schiera un esercito e dice: “Siamo per il socialismo”, da un altro lato si schiera un altro esercito e dice: “Siamo per l’imperialismo”, e questa sarà la rivoluzione sociale! Soltanto da un punto di vista così pedantesco e ridicolo sarebbe possibile affermare che l’insurrezione irlandese è un “putsch”.

Colui che attende una rivoluzione sociale “pura”, non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione.

La rivoluzione russa del 1905 è stata una rivoluzione democratica borghese. Essa è consistita in una serie di lotte di tutte le classi, i gruppi gli elementi malcontenti della popolazione. V’erano tra di essi masse con i pregiudizi più strani, con i più oscuri e fantastici scopi di lotta, v’erano gruppi che prendevano denaro dai giapponesi, speculatori e avventurieri, ecc. Obiettivamente, il movimento delle masse colpiva lo zarismo e apriva la strada alla democrazia, e per questo gli operai coscienti lo hanno diretto.

La rivoluzione socialista in Europa non può essere nient’altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente – senza una tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna rivoluzione – e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale, e l’avanguardia cosciente della rivoluzione, il proletariato avanzato, esprimendo questa verità oggettiva della lotta di massa varia e disparata, variopinta ed esteriormente frazionata, potrà unificarla e dirigerla, conquistare il potere, prendere le banche, espropriare i trust odiati da tutti (benché per ragioni diverse!), attuare altre misure dittatoriali che condurranno in fin dei conti all’abbattimento della borghesia e alla vittoria del socialismo, il quale si “epurerà” dalle scorie piccolo-borghesi tutt’altro che di colpo.

«La socialdemocrazia – leggiamo nelle tesi polacche (I, 4) – deve utilizzare la lotta della giovane borghesia coloniale contro l’imperialismo europeo per inasprire la crisi rivoluzionaria in Europa» (sottolineato dagli autori).

Non è forse chiaro che in questo senso meno che in ogni altro è lecito contrapporre l’Europa alle colonie? La lotta delle nazioni oppresse in Europa, capace di giungere sino all’insurrezione e alla lotta di strada, sino a spezzare la ferrea disciplina dell’esercito e dello stato di assedio, “inasprisce la crisi rivoluzionaria in Europa” con forza immensamente maggiore di un’insurrezione molto più sviluppata in una lontana colonia. Un colpo forte come quello assestato al potere della borghesia imperialista inglese dall’insurrezione in Irlanda ha un’importanza politica cento volte maggiore di un’insurrezione in Asia o in Africa.

Poco tempo fa la stampa sciovinista francese ha comunicato che nel Belgio è apparso il n. 80 della rivista illegale Il Belgio libero. Certo, la stampa sciovinista francese mente molto spesso, ma questa notizia pare sia vera. Mentre la socialdemocrazia sciovinista e kautskiana tedesca durante due anni di guerra non ha creato una stampa libera, e ha subito servilmente il giogo della censura militare (soltanto gli elementi radicali di sinistra hanno pubblicato, sia detto in loro onore, opuscoli e manifestini senza sottoporli alla censura), una nazione civile oppressa risponde alla ferocia inaudita dell’oppressione militare fondando un organo di protesta rivoluzionaria! La dialettica della storia è tale che la funzione delle piccole nazioni, impotenti come fattori indipendenti nella lotta contro l’imperialismo, è quella di fermenti, di bacilli che, insieme con altri fermenti e bacilli, contribuiscono a far entrare in scena la vera forza che può combattere contro l’imperialismo, e precisamente il proletariato socialista.

Gli stati maggiori si adoperano assiduamente a sfruttare nella guerra attuale ogni movimento nazionale e rivoluzionario nel campo dei loro avversari: i tedeschi, l’insurrezione irlandese; i francesi, il movimento ceco, ecc. E, dal loro punto di vista, hanno perfettamente ragione. Non si può seriamente condurre una guerra seria senza sfruttare le minime debolezze dell’avversario; senza approfittare di ogni possibilità tanto più che non è assolutamente dato sapere in quale preciso momento e con quale forza “scoppierà”, in questo o quel luogo, l’una o l’altra polveriera. Saremmo dei pessimi rivoluzionari se, nella grande guerra di liberazione del proletariato per il socialismo, non sapessimo approfittare di ogni movimento popolare contro le singole calamità, generate dall’imperialismo, allo scopo di inasprire e di estendere la crisi. Se da una parte cominciassimo a proclamare e ripetere in mille modi che siamo “contro” ogni oppressione nazionale e, dall’altra parte, a chiamare “putsch” l’insurrezione eroica della parte più viva e intelligente di alcune classi della nazione oppressa contro gli oppressori, cadremmo allo stesso livello di ottusità dei kautskiani.

La disgrazia degli irlandesi sta nel fatto che sono insorti intempestivamente, in un momento in cui l’insurrezione europea del proletariato non era ancora matura. Il capitalismo non è costruito così armonicamente da permettere alle diverse sorgenti dell’insurrezione di confluire immediatamente senza insuccessi e senza sconfitte. Al contrario, proprio le differenze di tempo, di tipo e di luogo delle insurrezioni è garanzia di ampiezza e di profondità del movimento generale; soltanto nei movimenti rivoluzionari intempestivi, parziali, frazionati, e perciò non riusciti, le masse acquisteranno esperienza, si istruiranno, raccoglieranno le forze e prepareranno in questo modo l’assalto generale, così come i singoli scioperi, le dimostrazioni cittadine e nazionali, gli ammutinamenti nell’esercito, le esplosioni contadine, ecc. prepararono l’assalto generale del 1905.

 

 

11. Conclusione

La rivendicazione dell’autodecisione delle nazioni, contrariamente all’erronea affermazione dei socialdemocratici polacchi, ha avuto una funzione tanto importante nella propaganda del nostro partito, quanto, per esempio, quella dell’armamento del popolo, della separazione della Chiesa dallo Stato, dell’elezione dei funzionari da parte del popolo e gli altri punti che il borghesuccio chiama “utopisti”. Al contrario, la ripresa dei movimenti nazionali dopo il 1905 ha naturalmente suscitato una ripresa anche della nostra propaganda: parecchi articoli degli anni 1912‑1913, la risoluzione del nostro partito del 1913, che dette una definizione precisa e “antikautskiana” (cioè intransigente) nei confronti di un “riconoscimento” puramente verbale della sostanza della questione.

Già allora apparve un fatto che non è permesso di eludere: gli opportunisti di diverse nazioni, l’ucraino Iurkevic, il bundista Libman, il tirapiedi russo di Potresov e soci, Semkovski, si pronunciarono in favore degli argomenti di Rosa Luxemburg contro l’autodecisione! Ciò che nella socialdemocrazia polacca era soltanto una generalizzazione teorica errata delle condizioni particolari del movimento in Polonia, apparve subito oggettivamente – su un piano più vasto, nelle condizioni non di un piccolo Stato, ma di un grande Stato, su scala internazionale e non strettamente polacca – un appoggio opportunista dell’imperialismo grande-russo. La storia delle correnti del pensiero politico (a differenza delle opinioni personali) confermò la giustezza del nostro programma.

Anche ora i socialimperialisti dichiarati del tipo di Lensch insorgono apertamente sia contro l’autodecisione, sia contro la condanna delle annessioni. Quanto ai kautskiani, essi riconoscono ipocritamente l’autodecisione, seguono cioè la via seguita da noi in Russia da Trotski e da Martov. A parole tutti e due sono per l’autodecisione, come Kautsky. Ma in realtà? In Trotski – se prendete i suoi articoli La nazione e l’economia nel Nasce Slovo – vedrete che gli è consueto l’eclettismo: da una parte, l’economia fonde le nazioni; dall’altra, il giogo nazionale le separa. Conclusione? La conclusione è che l’ipocrisia continua a regnare senza essere smascherata, la propaganda rimane priva di vita, non tocca il fondamentale, il principale, l’essenziale, ciò che è vicino alla pratica: l’atteggiamento verso la nazione oppressa dalla “mia” nazione. Martov e gli altri segretari all’estero hanno preferito semplicemente dimenticare – comoda amnesia! – la lotta del loro compagno e membro della stessa organizzazione, Semkovskì, contro l’autodecisione. Nella stampa legale dei seguaci di Gvozdiev (Nasc Golos) Martov s’è pronunciato a favore dell’autodecisione, accingendosi a dimostrare la verità indiscutibile che essa non impegna a partecipare alla guerra imperialista, ecc., ma eludendo l’essenziale – come lo elude nella stampa illegale, libera! – e cioè che la Russia, anche in tempo di pace, ha avuto il primato nell’oppressione delle nazioni, la quale ha le sue radici in un imperialismo molto più brutale, medioevale, economicamente arretrato, militare e burocratico. Il socialdemocratico russo che “riconosce” l’autodecisione delle nazioni pressappoco come la riconoscono i signori Plekhanov, Potresov e soci, cioè senza lottare per la libertà di separazione delle nazioni oppresse dallo zarismo, è in realtà un imperialista e un lacché dello zarismo.

Quali che siano le “buone” intenzioni soggettive di Trotski e di Martov, oggettivamente essi appoggiano, con il loro atteggiamento elusivo, il socialimperialismo russo. L’epoca imperialista ha trasformato tutte le “grandi” potenze in Stati oppressori di una serie di nazioni, e lo sviluppo dell’imperialismo condurrà inevitabilmente, anche in seno alla socialdemocrazia internazionale, a una divisione più netta delle correnti su questo problema.

 

 

 


Note di Lenin

1. - “Contro le vecchie e nuove annessioni ”: così ciò è stato formulato da K. Radek in un suo articolo nel Berner Tagwacht.

2. - Riazanov ha pubblicato nell’Archivio per la storia del socialismo di Grünberg (1916, 1) un interessantissimo articolo di Engels del 1866 sulla questione polacca. Engels sottolinea la necessità per il proletariato di riconoscere l’indipendenza politica e l’“autodecisione” (right to dispose of itself) delle grandi, potenti nazioni dell’Europa, notando l’assurdità del “principio delle nazionalità” (particolarmente nell’uso che ne fa il bοnapartismο), che consiste nell’eguagliare una qualsiasi piccola nazione a queste grandi nazioni. «La Russia – dice Engels – detiene una quantità enorme di proprietà rubata» (cioè di nazioni oppresse) «ch’essa dovrà restituire nel giorno della resa dei conti». Sia il bonapartismo che lo zarismo utilizzano i movimenti delle piccole nazionalità a proprio vantaggio contro la democrazia europea.

3. - Ricorderemo che nella loro dichiarazione di Zimmerwald tutti i socialdemocratici polacchi hanno riconosciuto l’autodecisione in generale, in una formulazione, però, un tantino diversa.