Partito Comunista Internazionale
Il Partito Comunista N. 409 - 24 maggio 2021

anno XLVIII - [ Pdf ]

Indice dei numeri

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Aggiornato al 30 maggio 2021

organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 Israele-Palestina: Una guerra per conto di Stati borghesi - Una oppressione nazionale - Una sola soluzione di classe e rivoluzionaria
– Si riversa nelle strade la protesta in Colombia - Ma senza la grande forza della classe operaia
– Irriformabile capitalismo: Revocato il diritto di aborto in Polonia
– Usa: Contro il razzismo “democratico” lotta generale di classe
PAGINA 2 – A cento anni dalla nascita del Partito Comunista di Cina: Origini proletarie e internazionaliste del PC di Cina - La sconfitta del 1927 - PCC “il vero Kuomintang”
Per il sindacato di classe FedEx-Tnt Piacenza: Lavoratori e SiCobas in guerra con padroni-Stato- Sindacati di regime
Primo Maggio 2021. Mentre la crisi economica acuisce le tensioni tra gli Stati e accelera la corsa al riarmo, in questo Primo Maggio, segnato dalla pestilenza e da venti di miseria e di guerra, il proletariato internazionale, unito al di sopra di ogni frontiera, lanci di nuovo la sua sfida al morente mondo borghese: COMUNISMO!
Venezuela: Lottare per l’aumento dei salari oggi inferiori alla sopravvivenza
Bessemer in Alabama: Un referendum contro l’organizzazione dei lavoratori
Regno Unito: I riders scioperano per il salario e le condizioni di lavoro
Serbia: Il lungo sciopero alla FCA Plastic per il contratto aziendale
Sidney: Tradito lo sciopero al magazzino Coles
PAGINA 5 – La serie di coraggiose battaglie della giovane classe operaia in Turchia (fine del resoconto della Riunione Generale del Partito del 29‑31 gennaio) - Prima parte: Nel decennio 1980 - Le “lotte di primavera” - Negli anni ‘90 - La marcia dei minatori - La resistenza di Ünaldı - La Turchia del 2000 - Lo sciopero alla Türk Telekom - Ai tabacchifici della Tekel - Alle fornaci Diyarbakır (continua al prossimo numero)
PAGINA 6 Scarsità mercantile per i vaccini
La Brexit innesca la rivolta della disperazione in Irlanda del Nord
PAGINA 7 Una nuova traduzione del partito in lingua inglese: V Congresso dell’Internazionale Comunista, giugno‑luglio 1924 - Progetto di programma di azione presentato dalla Sinistra italiana
PAGINA 8 Il concetto di dittatura rivoluzionaria e la sua pratica - Con Carlo Marx: Lenin ci rilegge Engels sullo Stato e oltre lo Stato: Valore e limiti della forma repubblicana dello Stato - La questione nazionale - Stato e Chiesa - La democrazia è una forma di Stato - In Lenin Democrazia proletaria sta per Dittatura della classe operaia (continua al prossimo numero)

 


PAGINA 1

Israele-Palestina
Una guerra per conto di Stati borghesi
Una oppressione nazionale
Una sola soluzione di classe e rivoluzionaria

La violenza della guerra si sta dispiegando ancora una volta in Palestina, seminando sofferenze e lutti. Un nuovo giro di vite nel regime di oppressione nazionale e di segregazione etnica dei palestinesi è per la borghesia israeliana il mezzo per sopire gli effetti della crisi economica.

Ad accendere la miccia gli sgomberi delle case abitate da famiglie palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est, giustificati legalmente tramite il truffaldino recupero di titoli di proprietà risalenti all’Impero Ottomano, defunto da oltre un secolo. Il progetto è abbattere quelle case per costruire nuovi edifici destinati ad ebrei. Tale progetto risponde all’obiettivo di rafforzare il regime di segregazione etnica dei palestinesi e a esaltazione del nazionalismo israeliano.

Nelle scorse settimane un forte clima di tensione è cresciuto fra le vie di Gerusalemme. Da una parte si sono viste le proteste dei residenti palestinesi per opporsi alla pulizia etnica dello Stato israeliano, dall’altra le manifestazioni dell’estrema destra ebraica entrata nella città vecchia al grido di “morte agli arabi”.

Alle provocazioni poliziesche sulla Spianata delle moschee a Gerusalemme, in coincidenza con gli ultimi giorni del Ramadan, sacro per i musulmani, sono seguiti tumulti della popolazione palestinese, presto estesisi a tutta la Cisgiordania e, cosa in gran parte inedita, alle città di Israele in cui la componente palestinese-israeliana vive accanto a quella ebraica dal 1948.

Si è qui manifestato un fenomeno perverso, da secoli utilizzato dai regimi sociali morenti come sfogo e diversione del malcontento sociale, il più collaudato storicamente, sotto tutti i meridiani e paralleli, per garantire la conservazione sociale e per questo il più apprezzato dalle classi dominanti. Elementi delle due componenti etniche hanno effettuato raid nei quartieri abitati dall’altra, incendiati edifici religiosi, saccheggiati esercizi commerciali, arrivando al pestaggio di singoli individui. Questi i frutti attesi della politica nazionalista perseguita tanto dal governo del capitale israeliano, quanto dagli Stati vicini, quanto da quelli di tutti gli imperialismi mondiali, in un crescendo di incessanti provocazioni.

Hamas, il partito borghese che si veste di estremismo religioso, che domina incontrastato nella Striscia di Gaza da 15 anni, da parte sua controlla il moto dei diseredati palestinesi per orientarli verso il nazionalismo e per conquistare influenza in Cisgiordania sulla rivale Fatah.

I lanci di migliaia di razzi sulle città israeliane partiti da Gaza, sottoposta da molti anni ad assedio da parte di Israele, hanno provocato morti e feriti fra la popolazione ebraica e ucciso due arabi. Pronta la scontata reazione di Israele, che ha dato avvio ai raid su Gaza provocando molte vittime, anch’esse fra la popolazione, questa volta palestinese. Frattanto le truppe israeliane mietevano numerose vittime fra quanti in Cisgiordania manifestavano contro l’inasprirsi del regime di occupazione, e a Gerusalemme si susseguono le proteste della comunità palestinese, insofferente del regime di apartheid imposto dallo Stato d’Israele e ribelle alla odiosa oppressione nazionale e di classe cui è sottoposta.

Ma quella fra lo Stato d’Israele e Hamas, benché “asimmetrica”, è una guerra fra Stati borghesi, che si combattono in procura di altri Stati più grandi e delle potenze imperiali mondiali.

Fanno parte di questa guerra anche i razzi lanciati sulle città israeliane. Come ha fatto Hamas a procurarsi queste armi, visto che tutto quello che entra nella Striscia è sottoposto al rigido controllo delle autorità israeliane?

Sbaglierebbero i proletari palestinesi a confonderla e a confidare in una guerra nazionale “anticoloniale”, di liberazione, che non potrebbero mai vincere perché le grandi potenze mondiali lo impedirebbero, ma anche perché la stessa borghesia palestinese non sarà mai disposta a sciogliere il suo abbraccio mortale con quella israeliana. Quella impossibile guerra nazionale è già fallita decenni or sono per il tradimento di tutte le borghesie arabe, legate a doppio filo con l’imperialismo.

Non di lotta anticoloniale si tratta. Israele non è il continuatore della dominazione coloniale che si manifestò in Palestina ai tempi del mandato britannico. Israele è un paese della catena imperialista in cui domina il capitale e la finanza mondiale.

Oggi la dominazione capitalistica all’interno dello Stato di Israele e nei territori occupati si regge sulla fattiva collaborazione fra la borghesia israeliana e la sua sorella minore palestinese, più debole e dunque assai servile nei confronti della prima, ma non per questo meno avida, cinica e spietata. Queste borghesie unite si sostengono a vicenda e, attraverso la guerra borghese, come le due ganasce di una morsa, stringono la loro presa sulla classe proletaria sia ebraica sia palestinese.

Il mantenersi e l’inasprirsi di questa guerra borghese, in cui a morire sono quasi esclusivamente i proletari, è utile a gettare nelle braccia delle rispettive borghesie sia i lavoratori di Israele sia i loro fratelli di classe palestinesi.

All’avanzare della crisi economica, con l’attacco alle condizioni di vita dei proletari, che si farà sentire sempre di più sui salari e sulla precarietà, la classe dominante israeliana offre ai lavoratori ebrei la magra consolazione di una fittizia unità di Patria che esigerà di essere pagata a un sempre più caro prezzo di miseria e di sangue.

Noi comunisti internazionalisti sappiamo quanto sia difficile per il proletariato tornare sulla strada della lotta di classe quando nella guerra borghese la controrivoluzione si manifesta più forte. Ma sappiamo anche che la borghesia non potrà conservare a lungo la pace sociale.

La strada della lotta di classe richiede l’affratellamento del proletariato israeliano con quello palestinese. I lavoratori di entrambi questi reparti della classe operaia mondiale romperanno allora ogni solidarietà con la propria borghesia.

Ai proletari ebrei diamo la consegna di sabotare l’infame oppressione nazionale che la borghesia di Israele impone ai palestinesi. Ai proletari palestinesi di rompere con la loro direzione nazionalista che li trascina al macello del conflitto armato borghese per poi consegnare i superstiti al mercato della schiavitù salariata, forza lavoro da svendere sotto costo.

La nostra consegna ai proletari palestinesi e israeliani è la loro unità di classe, per il ribaltamento delle rispettive borghesie nazionali, l’instaurazione della dittatura del proletariato, nella prospettiva della rivoluzione proletaria in tutta la regione e in tutto il mondo, e del superamento di ogni confine nazionale nella futura umanità liberata dal capitalismo e dalle sue patrie infami.

Soltanto il proletariato può spezzare la catena infernale delle guerre e delle non meno infami “paci” borghesi. Il proletariato soltanto può porre fine oggi all’oppressione nazionale dei palestinesi e di tutti i popoli oppressi. Soltanto il proletariato può porre fine al razzismo, male quest’ultimo del capitalismo di ogni clima. Soltanto il proletariato internazionale, organizzato nei suoi sindacati di classe e diretto dal suo partito, può sostenere la lotta dei suoi fratelli di classe di Palestina, sabotando la guerra borghese e riprendendo insieme con loro il cammino della guerra di classe per la rivoluzione mondiale, che sola potrà porre fine alle miserie del presente.

 

 

 

 


Si riversa nelle strade la protesta in Colombia
Ma senza la grande forza della classe operaia

Dalla firma dell’accordo di pace del 2016 in Colombia sono stati uccisi tra 700 e 1.100 attivisti sociali. Le aree precedentemente dominate dalle FARC‑EP sono ora contese fra diversi gruppi armati illegali per il controllo delle imprese legate alla droga, dell’estrazione mineraria e altro.

La Colombia è uno dei paesi con il più alto numero di morti per Covid‑19, al quarto posto nella regione dopo Usa, Brasile e Messico. Benché solo il 3,5% della popolazione sia vaccinata lo Stato non sostiene la sospensione dei brevetti sui vaccini

Le manifestazioni di strada contro il governo, iniziate il 28 aprile, hanno avuto origine nell’annuncio di una riforma fiscale che cerca di raccogliere 23.000 miliardi di pesos, 6,3 miliardi di dollari, per rimpinguare le finanze pubbliche e, si dice, finanziare programmi di assistenza sociale. Aumenterebbe il numero dei contribuenti alla tassa sul reddito, secondo le direttive del Fondo Monetario Internazionale. La tassazione colpirebbe chi riceve un reddito superiore a 2.400.000 pesos, 640 dollari, dal 2021 al 2023 o con un salario oltre i 1.624.000 pesos, 435 dollari. Insomma, si curerebbe la povertà con i soldi dei poveri.

La protesta in corso continua la rivolta del 21 novembre 2019, quando la popolazione si mobilitò in massa contro il “pacchetto Duque”, un insieme di riforme che il governo cercava di imporre, imposte dal FMI, dall’OCSE e dalla Banca Mondiale. Oltre a tassare le pensioni, comprendeva l’IVA sugli alimentari, sui servizi pubblici, su internet, sulla benzina, colpendo il paniere familiare di base.

Il governo dapprima ha cercato di impedire le manifestazioni col pretesto del confinamento anti Covid, ma subito dopo con la repressione aperta. L’intervento della polizia è stato brutale, più di 2.000 feriti, più di 1.200 arresti, più di 30 morti, molti storpiati, aggressioni sessuali, sparizioni.

Le grandi mobilitazioni, lo scontento in tutto il paese e l’opinione negativa nel mondo per la sanguinosa repressione hanno costretto il governo a rimandare la riforma, che in parlamento non ha ottenuto nemmeno i voti dei deputati di Centro Democratico, il partito dell’ex presidente Alvaro Uribe e dell’attuale presidente.

Uno dei punti più contestati, che è stato ritirato, era quello di assoggettare all’IVA, che è del 19%, per i più abbienti, l’energia, l’acqua, il sevizio fognature e il gas. Duque ha smentito anche che vi sarà un aumento del numero dei contribuenti.

Nel frattempo Duque si adopra a mantenere la Copa América in Colombia, per ubriacare quei tifosi di calcio che stanno protestando nelle strade.

Come sta succedendo in tutta l’America Latina, la reazione al pacchetto economico del governo Duque è guidata dalla piccola borghesia. I salariati sono scesi sì in piazza, ma alla coda di studenti, commercianti, trasportatori e altri strati intermedi.

Esiste un Comitato Nazionale di Sciopero (CNP), ma lo sciopero non è stato messo in atto. In Colombia è sindacalizzato il 6% dei lavoratori. Ma le centrali sindacali e i singoli sindacati non si sono preoccupati di avanzare con forza la richiesta di aumenti salariali, né hanno indetto scioperi per paralizzare la produzione e i servizi. In questo hanno fatto il gioco del governo, che ha portato avanti una strategia di logoramento, aspettando il riflusso del movimento. Questa arrendevolezza dei sindacati è coerente con la posizione dei partiti dei vari colori che si preoccupano solo di trarre vantaggio elettorale dalla situazione.

Anche il CNP ha perso la fiducia dei lavoratori per la sua tendenza alla concertazione con il governo.

Questo confuso movimento di protesta cerca di organizzarsi. Nelle strade, nei quartieri, nelle assemblee si discutono e si decidono le azioni da intraprendere. Ma in questo malessere sociale il proletariato non è presente con le sue richieste, i suoi metodi di lotta e le sue organizzazioni di difesa. Niente quindi può impedire la continuità allo sfruttamento capitalista, nonostante le proteste di strada.

I lavoratori della Colombia si dovranno coordinare con quelli in tutti i paesi per organizzare un movimento operaio internazionale e avanzare coordinati verso l’unità di azioni che mettano al centro delle loro lotte la richiesta di aumenti salariali e di riduzione della giornata lavorativa.

Gli immigrati

Soltanto a Bogotà ci sarebbero almeno 1.500.000 venezuelani e circa 3.500.000 in tutta la Colombia. Tra i raccoglitori di caffè e di canna da zucchero gran numero sono senza documenti: haitiani, dominicani, ecuadoriani e peruviani, oltre a innumerevoli lavoratori centroamericani sparsi tra le pianure e le montagne del paese. Recentemente un decreto riconosce ai venezuelani che sono entrati in Colombia prima del 1° gennaio 2020 il diritto al permesso di lavoro, la carta d’identità colombiana e l’assistenza sociale.

Ma per impedire agli immigrati la partecipazione alle manifestazioni il governo ha applicato restrizioni e intimidazioni e minacciato di ritirare i permessi di lavoro. Sembra che i venezuelani arrestati nelle proteste siano stati rimpatriati.

Intanto in Venezuela i farseschi capi della “rivoluzione bolivariana” e del suo governo borghese attaccano Duque “in solidarietà al popolo colombiano”. Con sfacciato cinismo: in Venezuela le varie riforme fiscali hanno portato l’IVA al 16% ed è la maggior parte dei lavoratori a pagare l’imposta sul reddito. Nonostante che in Venezuela il salario minimo tenda a zero, sono i lavoratori, attivi, pensionati o disoccupati, a mantenere con le tasse la burocrazia statale e le forze militari e di polizia che li reprimono, i parassiti del parlamento e dell’apparato statale.

 

 

 

 



Irriformabile capitalismo
Revocato il diritto di aborto in Polonia

A fine gennaio in Polonia la corte costituzionale ha confermato il divieto di aborto, salvo in caso di incesto, stupro o pericolo per la vita della madre, in quanto non conforme agli articoli della Legge fondamentale sulla protezione della vita del nascituro. Tutto perfettamente e democraticamente regolare, quindi. Diventa illegale anche l’interruzione di gravidanza nel caso di malformazioni gravi e letali del feto o tali da implicare l’inevitabile morte post parto del neonato. La proposta di legge proveniva dal partito di maggioranza PiS (Prawo i Sprawiedlywosc, “Diritto e Giustizia”), di “destra”, “conservatore” e “sovranista”.

La nuova legge sull’interruzione di gravidanza viene a peggiorare la precedente, già una delle più restrittive d’Europa, ma che ammetteva la possibilità di abortire in caso di malformazioni del feto.

Anche prima dell’entrata in vigore della legge si calcolavano oltre 200.000 gli aborti effettuati ogni anno clandestinamente, dunque con gravi rischi da parte della donna, e 120.000 in uno dei Paesi vicini: Germania, Cechia, Nord Europa, dove l’interruzione di gravidanza è consentita. Le restrizioni ai viaggi imposte dalla pandemia l’hanno reso quasi impossibile anche per le donne della borghesia, che possono permettersi, a differenza delle proletarie, l’aborto nei paesi vicini in minime condizioni di sicurezza sanitaria.

Dalla data della sentenza, il 22 ottobre scorso, in Polonia le proteste di piazza non si sono mai fermate. Il movimento Strajk Kobiet (“sciopero delle donne”) nei mesi scorsi ha organizzato diverse manifestazioni. Il giorno dell’entrata in vigore della legge in migliaia si sono riversate nelle strade e una nuova mobilitazione nazionale è stata indetta per il 29 gennaio. Fin da ottobre la polizia a Varsavia ha attaccato i cortei con manganelli e gas lacrimogeni e facendo numerosi arresti. Questa brutalità è continuata nei mesi successivi.

Come ben sappiamo anche questa volta le istanze delle donne organizzate in movimenti femministi interclassisti, cioè diretti da borghesi, non daranno alcun risultato, al massimo qualche briciola da riprendersi indietro al momento giusto e polvere negli occhi per evitare eccessive tensioni.

Si accusa il governo polacco “di destra” e “clericale”. Ma la condizione della donna è nel capitalismo in tutti i paesi e culture ovunque minacciata, mantenuta in una condizione di inferiorità personale ed economica e prima vittima delle vessazioni e degli abusi del presente regime sociale, specie quando questo è nella morsa delle sue crisi.

Abbiamo scritto in “Oppressione della donna e Rivoluzione Comunista”, del 1979: «Nello Stato socialista le donne saranno libere di avere figli o non averne, non verrà imposto loro di abortire o di partorire come nella società borghese (...) Nel comunismo si estinguerà la famiglia borghese soppiantata dalla vita comunitaria in tutte le sue forme. I figli non peseranno più sulle madri, le madri potranno rimanere con i propri figli se lo vorranno, esprimendo finalmente un autentico sentimento materno, in quanto non più prodotto dall’egoismo verso la propria prole, non più deformato dalla necessità di affamare i figli altrui per nutrire i propri».

 

 

 

 




Usa
Contro il razzismo “democratico” lotta generale di classe

Raramente i fatti si ripetono così rapidamente come in Minnesota l’11 aprile. Undici mesi fa George Floyd vi era stato assassinato. Ora, a dieci miglia di distanza, mentre l’agente Chauvin è sotto processo per quell’omicidio, è stato ucciso un altro lavoratore nero. La polizia e la borghesia tutta stanno già ricorrendo alle stesse scuse e alle stesse misure repressive che abbiamo visto negli omicidi precedenti. Incolpano la vittima, fingono di non sapere e piangono lacrime di coccodrillo. Allo stesso tempo, invocano la “pace”, ma molestano, arrestano e aggrediscono qualsiasi lavoratore che si oppone al loro terrorismo razzista.

Daunte Wright, 20 anni, era in auto con la ragazza quando è stato fermato dalla polizia a Brooklyn Center, Minnesota, per qualche infrazione di guida, probabilmente inventata. Quando mostrano di volerlo arrestare Wright cerca di allontanarsi. Una poliziotta bianca allora gli spara. Pochi minuti dopo muore.

I poliziotti hanno pronte le scuse: l’autrice di questo crimine, un’esecuzione, afferma che intendeva sparare con il taser e per errore ha usato la pistola. “Un colpo accidentale” l’ha definito il capo della polizia. E perché avrebbero dovuto usare il taser? 30.000 volt per una insubordinazione? Queste le scuse dello Stato borghese quando la sua brutalità è evidente.

L’apparato di propaganda della democrazia liberale entra subito in funzione. Il governatore, un democratico, è “scioccato”, nonostante i poliziotti agiscano sotto il suo comando. “Sta pregando per la famiglia di Wright”. Il sindaco di Brooklyn Center sostiene che la repressione delle proteste, immediata, è solo “per la sicurezza” e, mentre manda messaggi premurosi su Twitter, scatena la polizia in città.

Lo Stato borghese ha pronta la repressione, la polizia antisommossa e la Guardia Nazionale sono sul posto in poche ore e il coprifuoco è dichiarato per quella notte e le successive. Lo Stato non si fa trovare impreparato, come l’anno scorso. Era stato predisposto un piano di sicurezza inter-forze per affrontare le proteste che avrebbe potuto suscitare il processo a Chauvin, con l’intera regione militarizzata per impedire ogni manifestazione.

Noi comunisti sappiamo che per i proletari non esistono reali diritti sotto il capitalismo, sono solo inganni della borghesia per illuderli che quelli li possano difendere.

Wright era un lavoratore che durante la pandemia lavorava nel commercio e nella ristorazione per mantenere il figlio di due anni. Era, a detta di tutti, una persona amabile e amata. La polizia l’ha ucciso per mandare un messaggio ai lavoratori neri e alla classe operaia tutta: niente può salvarli dall’arbitrio borghese. Questo è lo Stato dei borghesi e questo è il suo terrore! Che continuerà a premere sui lavoratori che si riuniranno a piangere l’amico assassinato, accolti dalla minaccia di proiettili “non‑letali” e armi chimiche.

Gli atti di violenza della polizia e le proteste dimostrano cos’è anche l’amministrazione Biden. La propaganda dei liberali aveva detto che negli Stati Uniti tutto il male stava in Donald Trump, ma l’omicidio di Wright dimostra che nulla è cambiato. Trump era un presidente “normale”: Floyd è stato ucciso e le proteste contro il suo omicidio sono state duramente represse. Biden è un altro presidente “normale”: Wright è stato ucciso e le proteste contro il suo assassinio sono di nuovo duramente represse. Lo Stato americano si comporta allo stesso modo indipendentemente da chi lo dirige, perché sempre a una e medesima classe ubbidiscono gli Stati borghesi.

Questo è anche una prova per i movimenti di protesta sorti in opposizione a Trump negli anni scorsi, composti principalmente da piccolo borghesi. Usciranno ancora a manifestare ora che Trump è fuori gioco? Probabilmente no. Una liberazione! Quel che è accaduto in Minnesota dimostra il fallimento di quell’antifascismo divenuto di moda negli anni di Trump. Non è stato un neonazista a uccidere Wright, ma un rappresentante dello Stato democratico, e agendo secondo le regole della democrazia. Il fascismo è solo la forma aperta di quell’oppressione che è la sostanza della democrazia. Wright è una delle vittime di questa oppressione.

Essere antifascisti costa così poco! Anche strati dei più reazionari della classe dominante mostrano di opporsi al fascismo (vedi la Chiesa Cattolica). Ma sono gli stessi reazionari ben felici di vedere la polizia reprimere i lavoratori a difesa dell’ordine democratico.

Occorre che si mobiliti il proletariato, anche come grande forza nella lotta contro il razzismo. Abbiamo visto i primi accenni di questa mobilitazione di classe nelle proteste per Floyd l’anno scorso. Alcuni sindacati hanno aderito al movimento, l’azione Juneteenth della ILWU ne è un esempio. A Portland, Oregon, i lavoratori hanno manifestato insieme: infermieri, insegnanti e altri, fatto raro negli Stati Uniti. Questi sono i segnali che i comunisti attendono. Mostreremo a ogni lavoratore che la lotta di classe è l’unica difesa anche contro il terrore razzista del capitalismo. Mostreremo ai lavoratori di tutte le razze come la lotta per la liberazione della nostra classe passerà sopra e schiaccerà la violenza razzista, puntello del capitalismo.

 

 

 

 

  


PAGINA 2


A cento anni dalla nascita del Partito Comunista di Cina

In questo 2021 i falsi comunisti di Cina celebreranno i cento anni del loro “Partito Comunista”.

Non è una rievocazione di nostalgici, tra retorica e falsificazione, cui abbiamo assistito ancora per il centenario della Rivoluzione d’Ottobre fino alla recente, in Italia, di Livorno. Oggi quel partito, che vanta oltre 91 milioni di aderenti, è alla guida di una superpotenza.

Il PCC per reggersi alla guida della possente macchina statale della Cina non ha potuto ancora rompere con la tradizione comunista e rinnegarne i simboli, non ha dismesso la bandiera rossa. Benché la Cina possegga in pieno i connotati di società borghese, i dirigenti di Pechino debbono ancora camuffare quel mostro come “socialismo con caratteristiche cinesi”, e cercare di coprire il brutale sfruttamento capitalistico con la manipolazione del marxismo. Aiutati in questa propaganda controrivoluzionaria dai massicci moderni mezzi, cercano di stringere lo sconfinato proletariato attorno al partito e alla patria.

È in questo imposto orgoglio nazionale e fedeltà al partito al potere che si inserisce la vasta propaganda lanciata dal PCC per il suo centenario. Nella giornata commemorativa il presidente Xi Jinping terrà un “importante discorso” dopo che per diversi mesi si sarà riscritta la storia del partito davanti al più ampio numero di cinesi, con innumeri iniziative, dalle conferenze alle produzioni “artistiche”. «Attività di vasta portata per motivare e mobilitare l’intero Partito, i militari e le persone di tutti i gruppi etnici in Cina a riunirsi più strettamente attorno al Comitato Centrale del PCC, con il compagno Xi Jinping al centro, e ad andare avanti con piena fiducia nel nuovo viaggio verso la piena costruzione di un moderno paese socialista».

È evidente che la bandiera del socialismo serve da collante sociale, per unire gli sfruttati con i loro sfruttatori, coprendo gli antagonismi di classe con la falsificazione del marxismo, per il bene dell’economia nazionale oggi, per la salvezza della patria domani, quando si chiederà ai proletari di andare a morire per il paese “socialista”.

Contro le fabbricate falsificazioni dei sedicenti comunisti cinesi, la ripresentazione in corso da parte del nostro Partito delle origini del PCDC è volta a demolire le basi della propaganda controrivoluzionaria dei dirigenti di Pechino, per rimarcare il loro ruolo antiproletario e anticomunista, affermando che quel partito di cui oggi si accingono a celebrare il centenario non è più il partito del 1921, il Partito Comunista di Cina, che nasceva proletario e internazionalista. È invece il partito della sconfitta proletaria del 1927, borghese e nazionalista, che ha rinnegato qualunque legame col programma del comunismo e si erge a difensore dell’ordine del Capitale e contro la prospettiva della rivoluzione mondiale.


Origini proletarie e internazionaliste del PC di Cina

L’aggressione che il capitalismo occidentale aveva portato alla Cina determinò la fine del suo ostinato e fiero isolamento e spezzò le basi della sua struttura economica e della sua impalcatura politica. La penetrazione del capitalismo occidentale da un lato sconvolgeva la sua economia, rimasta quasi immutata nel corso dei secoli, in cui la coltivazione della terra era accompagnata alla produzione domestica di manufatti, condotta alla scala del villaggio, con un forte potere centrale che provvedeva ai necessari lavori per il controllo delle acque e per l’irrigazione. Dall’altro introduceva in alcune aree costiere industrie moderne nelle quali i primi proletari cinesi erano sottoposti a un brutale sfruttamento, uguale se non peggiore di quello praticato in Inghilterra agli albori della rivoluzione industriale.

Dal punto di vista politico, invece, l’imperialismo riservò alla Cina una sorte del tutto particolare, caratterizzata dal mantenimento di una parvenza di indipendenza, con la sopravvivenza del potere imperiale fino alla rivoluzione del 1911, ma che in realtà faceva della Cina un immenso bottino aperto al saccheggio di tutti i predoni imperialisti, dai più vecchi, quelli europei, ai più giovani, americani e giapponesi.

La stessa rivoluzione del 1911, che aveva fondato la repubblica, non incise sulla sottomissione alle potenze straniere, né tanto meno portò cambiamenti interni, se non porre fine al millenario potere imperiale, evento storico certo notevole, inserito nel processo più vasto dell’emersione di movimenti rivoluzionari nell’Oriente precapitalistico, quello che Lenin definì il “risveglio dell’Asia”. Ma in Cina mostrò ben presto la sua incapacità a fondare un moderno Stato borghese, producendo nel giro di pochi anni lo spezzettamento della Cina sotto il potere nelle varie province dei cosiddetti Signori della guerra, appoggiati e foraggiati dai vari imperialismi, esautorando il potere centrale e determinando continui e sanguinosi conflitti.

In questa situazione, due erano i compiti che aveva da assolvere la rivoluzione borghese in Cina: conquistare l’indipendenza nazionale contro tutte le potenze straniere che spadroneggiavano nel paese, e realizzare la riforma agraria, base indispensabile per ogni sviluppo economico.

Restava da individuare quale classe, se la borghesia o il proletariato, avrebbe realizzato questi compiti. Il marxismo aveva già affrontato e risolto la questione. Come nella Germania del 1848 e come nella Russia zarista, non poteva essere la borghesia a dirigere la sua stessa rivoluzione, perché, esitante, era interessata a procedere gradualmente, con riforme «le più caute possibili nei riguardi delle “rispettabili” istituzioni del feudalesimo», scriveva Lenin. Sentiva infatti la minaccia del giovane proletariato, terrorizzata dalla possibilità che, intrapresa la via della rivoluzione, le classi inferiori non si sarebbero fermate all’abbattimento delle strutture dell’ancien regime ma avrebbero travolto tutte le classi privilegiate, borghesia compresa.

Fin dagli eventi della rivoluzione in Germania del 1848‑49, Marx aveva indicato la strada al proletariato. In alleanza con gli strati realmente rivoluzionari della borghesia lottava per l’abbattimento dell’autocrazia, cercando di portare fino in fondo tutte le rivendicazioni democratiche e le misure radicali, soprattutto in agricoltura. Ma, potendo, non avrebbe dovuto fermarsi alla vittoria contro le classi e le istituzioni precapitalistiche e andare oltre, proseguire in permanenza la rivoluzione fino al rovesciamento del potere appena instaurato dai suoi precedenti alleati borghesi. Era da prevedere quindi la possibilità di saltare la fase del potere borghese ove fosse arrivato il soccorso della rivoluzione proletaria dai paesi dove il capitalismo era già sviluppato.

Prevista, e confermata storicamente, era invece la inevitabile cruenta aggressione al proletariato da parte della borghesia vittoriosa non appena assurta al potere.

Condizione indispensabile della soluzione proletaria nelle rivoluzioni doppie è la indipendenza politica del proletariato, cioè l’organizzazione degli operai di avanguardia in un partito separato dai partiti della borghesia e della piccola borghesia.

Tale prospettiva valeva ancor più per la Cina che per l’Europa ottocentesca: di fronte ai compiti della loro rivoluzione i borghesi cinesi si erano dimostrati ancora più esitanti degli europei. Ciò era dovuto al particolare loro sviluppo in connessione con l’arrivo dei capitali stranieri, per i quali assolvevano il ruolo di intermediari. Fu nominata borghesia compradora, sviluppatasi principalmente come commerciale, lasciando agli stranieri l’impianto delle industrie. Ciò la rendeva, tormentata dall’incubo dell’assalto proletario, incline al compromesso con l’imperialismo.

L’avanzata della rivoluzione mondiale, che aveva strappato una prima folgorante vittoria in Russia nel ’17, apriva un nuovo ciclo dello scontro tra le classi a scala mondiale. Contro il tradimento della socialdemocrazia, che aveva condotto al massacro i proletari sui fronti della prima guerra e si disponeva ora a fondamentale stampella dell’ordine borghese, sorgeva l’Internazionale Comunista. Questa, levata a guida della rivoluzione, partito unico mondiale del proletariato, si divideva in sezioni nei diversi paesi, non per affermare una propria “via nazionale al socialismo”, ma per abbracciare un programma unico e vincolante per tutti i paesi.

Al suo Secondo Congresso, nel 1920, l’Internazionale si diede un corpo di tesi che ristabilivano la dottrina marxista contro il tradimento opportunista e indicavano la via della rivoluzione mondiale, la cui possibilità di vittoria era data dalla unione della lotta monoclassista del proletariato dei paesi a capitalismo avanzato con le rivoluzioni doppie dei paesi arretrati, dove il giovane e poco numeroso proletariato si sarebbe posto alla testa di masse rivoluzionarie costituite principalmente da contadini affamati di terra. Fu sulla base di questa lotta epocale, che univa le rivoluzioni in Occidente e in Oriente in un unico assalto al mondiale ordine borghese, che nel 1921 si costituì in Cina il Partito Comunista.

La natura proletaria del neonato Partito Comunista di Cina non si ravvisa nella provenienza dei suoi primi membri ma nel costituirsi come sezione della Terza Internazionale, organo della classe proletaria che giovanissima in Cina si apprestava a combattere la propria guerra di classe contro il capitale, indigeno e internazionale. Benché i suoi primi militanti si reclutassero nel variegato mondo che aveva partecipato alle lotte del “Movimento del 4 maggio”, a carattere nazionalista contro l’oppressione del paese, l’orientamento iniziale del Partito fu inequivocabilmente rivolto verso la classe operaia e assunse un atteggiamento di ostilità e netta separazione dal Kuomintang, il partito della borghesia cinese.

Le scarse energie iniziali del Partito furono quindi indirizzate al lavoro tra il poco numeroso ma concentrato proletariato cinese, al fondamentale lavoro di formazione dei primi sindacati, che iniziavano a differenziarsi dalle vecchie forme organizzative della Cina tradizionale, le gilde, le società segrete. I comunisti presero la direzione di alcune lotte operaie. La correttezza e l’efficacia dell’indirizzo comunista fu evidente dalla straordinaria diffusione del sindacalismo di classe, con la nascita di numerosi e combattivi sindacati che affasciavano il proletariato cinese in una lotta contro i padroni, cinesi e non.

Il movimento operaio venne a scontrarsi infatti anche con gli interessi delle potenze straniere, come avvenne con il grande sciopero dei marittimi di Hong Kong nei primi mesi del 1922, che diede il via a una ondata di scioperi operai che coinvolse tutti i centri industriali della Cina. Questo portò al primo Congresso dei sindacati nel maggio del ’22, con l’arrivo a Canton di delegati di oltre 100 sindacati e di 300 mila lavoratori. Il proletariato cinese si avviava in quel percorso che lo avrebbe unito in combattivi sindacati e stretto attorno al Partito Comunista per porsi alla guida della rivoluzione.

Il Partito Comunista di Cina nasceva, quindi, esclusivamente proletario e internazionalista. La strada che avrebbe dovuto percorrere era il frutto dell’esperienza storica della lotta della internazionale classe operaia, che prevedeva il rigido mantenimento dell’indipendenza politica e organizzativa del Partito. Questo, cosciente della necessità di porsi alla testa della incombente rivoluzione doppia, avrebbe dovuto criticare spietatamente la condotta della borghesia, incapace di condurre una vera lotta rivoluzionaria contro i residui precapitalistici e gli aggressori imperialisti, ai quali era intimamente legata, e dirigere il movimento delle masse contadine, unico e vero alleato, seppure temporaneo, del proletariato rivoluzionario.


La sconfitta del 1927

Ma già nel corso del 1922 fu avanzata da Maring, inviato dell’Internazionale in Cina, la proposta di far aderire “a titolo individuale” i comunisti cinesi al Kuomintang. Maring giustificava tale tattica col fatto che il Kuomintang fosse una sorta di “blocco di varie classi”, con aderenti di diverse provenienze sociali: i borghesi cinesi di oltremare, gli intellettuali, i soldati dell’esercito meridionale e gli operai. A spingere Maring a proporre tale tattica fu la sua esperienza in Cina tra la metà del 1921 e la metà del 1922 che lo aveva portato a maturare una visione pessimistica sulle possibilità di sviluppo del giovane Partito Comunista, mentre era rimasto favorevolmente impressionato dal potere che il Kuomintang esercitava nel sud del paese, con Canton come centro politico, e tendeva a sopravvalutare la sua influenza sulla classe operaia.

Questa svolta tattica ribaltava la chiara consegna che i giovani partiti comunisti dei paesi arretrati, sebbene appena costituiti e con pochi militanti e scarsa influenza, avrebbero dovuto mantenere la propria indipendenza senza mai fondersi con i partiti borghesi. Infrangeva così la necessità della netta separazione tra il movimento borghese a carattere democratico nazionalista e quello degli operai e dei contadini poveri.

Eppure le Tesi sulla questione nazionale e coloniale del Secondo Congresso, 1920, non lasciavano alcun dubbio al riguardo: «L’Internazionale Comunista non deve sostenere i movimenti rivoluzionari nelle colonie e nei paesi arretrati che alla condizione che gli elementi dei più puri partiti comunisti – e comunisti di fatto – siano raggruppati ed istruiti ai loro compiti particolari, cioè alla loro missione di combattere il movimento borghese e democratico. L’I.C. deve entrare in rapporti temporanei e formare anche unioni con i movimenti rivoluzionari nelle colonie e i paesi arretrati senza tuttavia mai fondersi con essi, e conservando sempre il carattere indipendente del movimento proletario anche nella sua forma embrionale».

La direttiva al PCdC di confondersi nel Kuomintang, nonostante queste chiare consegne, fu il riflesso del volgere a favore della borghesia dello scontro alla scala mondiale con il proletariato, del riflusso della rivoluzione comunista nel cuore dell’Europa e dell’offensiva del capitalismo che riprendeva slancio dopo il suo sbandamento nell’immediato dopoguerra.

L’allontanarsi della prospettiva della rivoluzione mondiale, scopo della politica estera perseguita dal rivoluzionario governo bolscevico, permise alle forze borghesi russe e di fuori, sbaragliate sul terreno militare nel corso della sanguinosa guerra civile, ma sospinte dal necessario ed inevitabile sviluppo del capitalismo in Russia, di portare il loro assalto al potere comunista. Questo avvenne in modo subdolo, con la penetrazione all’interno del Partito che aveva guidato il proletariato alla vittoria dell’Ottobre ’17, e smontando un pezzo alla volta tutto l’impianto programmatico, tattico e organizzativo che era stato magnificamente restaurato.

L’emersione di queste ostili forze interne, dietro la sempre ostentata fedeltà al “comunismo”, determinarono una inversione di indirizzo della politica estera dello Stato russo, che da baluardo della rivoluzione mondiale si trasformò in suo ostacolo, con l’Internazionale asservita agli interessi dello Stato russo e dello sviluppo del suo capitalismo, spacciato come “costruzione del socialismo in un solo paese”. Questo fu il ruolo dello stalinismo. Oltre che con lo strumento militare, la mondiale reazione borghese così soggiogava il proletariato, attraverso la degenerazione del suo Partito internazionale, recidendo qualunque possibilità di controffensiva proletaria.

La soppressione fisica della vecchia guardia bolscevica in Russia fu accompagnata dall’imposizione ai partiti comunisti di tutto il mondo di programmi, tattiche e norme organizzative che rinnegavano la rivoluzione mondiale come fine del movimento proletario e comunista e assicuravano il sostegno di questi partiti agli interessi della Russia borghese.

Se inizialmente le nuove direttive dell’Internazionale si presentavano come sbandamenti possibili da correggere, finirono per condurre a un generale disastro che ha impedito per lunghi decenni qualunque possibilità di ripresa rivoluzionaria.

Tale corso controrivoluzionario ebbe proprio in Cina uno dei suoi terreni di preparazione. Il Partito Comunista di Cina fu investito in pieno dal processo di degenerazione dell’Internazionale. I comunisti che allora guidavano quel Partito, dopo qualche resistenza iniziale, di cui bisogna dare loro atto, dovettero sottostare a tutte le giravolte tattiche e organizzative che cadevano dall’alto. Nel pieno di un rivolgimento di forze sociali di imponenti dimensioni, il PCdC si trovò a subire l’imposizione di una esplicita alleanza tra lo Stato russo e la borghesia cinese, rappresentata dal Kuomintang. Lo stalinismo spinse il partito in Cina alla rinuncia della sua autonomia di classe e lo consegnò al Kuomintang. Questo ben presto passò alla liquidazione dei comunisti e delle avanguardie proletarie.

Queste le principali tappe. Dichiarazione del 12 gennaio 1923: «In considerazione del fatto che la classe operaia cinese non è ancora sufficientemente differenziata come forza completamente autonoma, l’Esecutivo della I.C. ritiene necessario che il giovane partito comunista cinese coordini le sue attività con quelle del Kuomintang»; dichiarazione congiunta Yoffe-Sun Yat‑sen del 23 gennaio 1923: «A causa della mancanza di condizioni favorevoli alla loro efficace applicazione in Cina, non è possibile in quel paese né il comunismo né il sistema sovietico. I problemi più importanti e urgenti della Cina sono il completamento dell’unificazione nazionale e il conseguimento della completa indipendenza»; parola d’ordine lanciata dal terzo congresso del Partito Comunista di Cina, del giugno 1923: «Tutti al lavoro per il Kuomintang. Il Kuomintang deve essere la forza centrale della rivoluzione nazionale e assumerne la direzione».

Furono così gettate le basi di quello che la storiografia considera il Primo Fronte Unito tra il PCdC e il Kuomintang, una dichiarata alleanza tra i due partiti, che si realizzerà con l’ingresso dei comunisti nel partito della borghesia cinese, formalizzato nel gennaio del 1924, con il Kuomintang che accettò il principio della doppia appartenenza e i comunisti che si sottomisero alla disciplina del partito borghese.

È chiaro che la prospettiva tracciata dall’Internazionale nel 1920 è qui completamente rovesciata. Due sono gli elementi fondamentali, strettamente connessi, che caratterizzarono l’abbandono della corretta via rivoluzionaria: il primo è il riconoscimento della borghesia cinese nel ruolo di guida della rivoluzione nazionale, con conseguente sottomissione del proletariato alla sua direzione; il secondo è la rinuncia all’indipendenza politica e organizzativa del Partito Comunista, al quale fu imposto, con l’ingresso nel Kuomintang, la disciplina e la direzione di questo partito borghese.

Lo stalinismo, che ha sempre coperto la sua condotta controrivoluzionaria con il richiamo al marxismo, ovviamente falsificandolo, si trovò a dover difendere le sue fallimentari direttive per la Cina dalla tenace lotta dell’Opposizione con una teoria che riprendeva alla lettera la teoria menscevica della rivoluzione per tappe, già condannata storicamente dagli eventi rivoluzionari russi. Mentre per il marxismo la rivoluzione doppia consisteva nel saltare la “tappa” del potere borghese, per Stalin si sarebbe dovuto prima condurre a termine la rivoluzione borghese e solo successivamente passare a quella socialista.

In più, per quanto riguardava la questione cinese, lo stalinismo non si limitò a negare gli insegnamenti della Rivoluzione d’Ottobre, prospettando per la Cina una rivoluzione borghese democratica, ma vi aggiunse una “tappa” ulteriore, che annullava anche le possibilità di una rivoluzione borghese radicale. Era la cosiddetta “tappa anti‑imperialista” che derivava dalla teoria, scoperta da Bucharin, sulla natura rivoluzionaria della borghesia coloniale: la borghesia cinese, in virtù del suo compito di cacciare gli imperialisti, sarebbe stata più rivoluzionaria rispetto alla borghesia russa in lotta contro lo zarismo. Il che era falso, la borghesia cinese si era sviluppata proprio come appendice del capitale straniero. Ma fu una teoria utile allo stalinismo a giustificare l’alleanza tra lo Stato russo e la borghesia cinese e, quindi, ad imporre l’alleanza tra il PCdC e il Kuomintang.

Il Kuomintang, unificato con i comunisti nel 1924, riformulò i “tre principi del popolo” di Sun Yat‑sen, nazionalismo - democrazia - “benessere del popolo”, quest’ultimo formulato in toni socialisteggianti nei “tre nuovi principi del popolo”: collaborazione con l’URSS, alleanza col PCdC, “aiuto” agli operai e ai contadini.

La teoria di Stalin venne a combaciare con quella di Sun Yat‑sen: a ogni “principio del popolo” si faceva corrispondere una “tappa” dello sviluppo della rivoluzione borghese: la prima tappa di Sun Yat‑sen, quella “militare”, che aveva come obiettivo l’unificazione della Cina, Stalin la traduceva nella “tappa anti‑imperialista”; la seconda che doveva preparare il popolo alla democrazia politica, divenne la “tappa agraria”; mentre la terza, che puntava ad assicurare il “benessere del popolo”, corrispondeva alla “tappa sovietica”. Che ci troviamo di fronte a una concezione apertamente controrivoluzionaria lo si ricava anche dal fatto che nelle tesi di Stalin durante la “tappa anti‑imperialista” era esclusa la possibilità per i comunisti di porre la questione agraria, sacrificando le masse contadine cinesi e il futuro stesso della rivoluzione sull’altare della riuscita della campagna militare che il Kuomintang aveva intrapreso contro il Nord del paese.

Su queste basi l’epilogo della rivoluzione in Cina era segnato, nonostante in quel momento la lotta tra le classi entrasse nella fase decisiva, con il generoso proletariato cinese che, organizzato in forti sindacati e seguendo le direttive comuniste, si rendeva protagonista di una guerra civile in armi dal 1925 al 1927, a Canton e a Shanghai.

Ma nel marzo 1927 ai vittoriosi proletari di Shanghai, insorti al grido “abbasso il Kuomintang!”, lo stalinismo impose di abbassare le armi di fronte all’esercito nazionalista di Chiang Kai‑shek, che stava conducendo la campagna militare contro il Nord. Come già accaduto in altri risvolti storici, la borghesia fece invece il proprio dovere di classe: il 12 aprile procedette a massacrare gli operai insorti.

Non bastò neanche l’aperto tradimento di Chiang Kai‑shek a far cambiare la fallimentare rotta intrapresa dal PCdC sotto le direttive dell’Internazionale stalinizzata. Il partito fu spinto ad allearsi con una presunta ala sinistra del Kuomintang, che aveva il suo centro di potere a Wuhan, arrivando a far entrare due comunisti nel governo. Ancora una volta, dopo essersi speso nel tenere fermi i contadini, anche il Kuomintang di sinistra tradì facendo stragi di comunisti, operai e contadini.

Praticamente nel corso del 1927 si consumò la disastrosa disfatta della rivoluzione proletaria in Cina, con lo spargimento di fiumi di sangue operaio, la distruzione delle organizzazioni che il proletario si era dato e la decapitazione dell’avanguardia comunista. La sconfitta fu di proporzioni enormi perché il vasto movimento rivoluzionario del proletariato cinese, unito alle masse dei contadini poveri, sarebbe stato in grado sia di gettare a mare gli imperialisti che di abbattere il dominio delle classi possidenti cinesi, borghesia compresa, e imporre la dittatura proletaria.

Condizione indispensabile sarebbe stata a questo movimento rivoluzionario la guida di un Partito Comunista, forte nella sua indipendenza dagli altri partiti e armato di un programma e di una tattica all’altezza della sfida, così come scolpiti dall’Internazionale Comunista prima della demolizione operata dallo stalinismo. Ma la sottomissione del PCdC al Kuomintang mise la forza del vasto movimento rivoluzionario al servizio della borghesia cinese. Questa, dopo averlo utilizzato ai propri interessi, passò alla sua liquidazione fisica. Questo il macigno che peserà sul futuro corso della rivoluzione cinese e determinerà la scomparsa del proletariato come forza centrale della rivoluzione in Cina.


PCC “il vero Kuomintang”

La sconfitta del proletariato nel 1927 rappresenta lo spartiacque fondamentale nel corso della rivoluzione cinese. Solo alla luce dei tragici avvenimenti del 1925‑27 si possono spiegare gli avvenimenti successivi e il carattere stesso della rivoluzione che ha visto il PCC suo protagonista.

Nonostante la decapitazione dell’avanguardia comunista e la distruzione delle organizzazioni del proletariato, il PCC sopravvisse alla disfatta proletaria perché ne venne fuori come un partito con un programma borghese. La sua forza non risiedeva più nelle città, dove erano concentrati i proletari, ma nelle arretrate campagne con le decine di milioni di contadini. Il PCC dal 1927 ruppe qualunque legame col programma comunista e rivoluzionario che, dalla Rivoluzione d’Ottobre e dalla Internazionale Comunista arrivava alla fondazione del Partito Comunista di Cina.

Mentre la borghesia scatenava una furiosa repressione nelle città il PCC fu forzato a ritirarsi nelle campagne. L’unica possibile prospettiva proletaria e comunista per la rivoluzione cinese, cioè quella di schierare i contadini poveri contro la borghesia sotto la bandiera del proletariato rivoluzionario, fu definitivamente abbandonata e il PCC si avviò a diventare il partito della rivoluzione borghese e a subordinare il suo sviluppo alle esigenze del capitale.

Il maoismo, teoria della rivoluzione nazionale borghese in Cina, si impose nel partito sulle macerie della sconfitta proletaria. Assunse a fondamento i “tre principi del popolo” di Sun Yat‑sen e la necessità di una “tappa agraria” della rivoluzione elaborata da Stalin. Riguardo le forze in campo il partito di Mao abbandonò il proletariato delle città e si legò al contadiname delle zone più agricole e arretrate. Il movimento rivoluzionario divenne esclusivamente contadino. Ma tale forza, che nonostante tutto persisteva vigorosa ancora dopo il 1927, non fu utilizzata a sostegno della prospettiva rivoluzionaria del proletariato, al contrario ne fu utilizzato il carattere piccolo-borghese. Dopo aver disarmato gli operai delle città in lotta per la propria dittatura, il PCC armò i contadini per instaurare la dittatura del capitale.

«Dal 1927 in poi il Partito Comunista Cinese, pur continuando a chiamarsi proletario e comunista, diventa “il vero Kuomintang”, il vero partito della borghesia rivoluzionaria. La sua base sociale è costituita da contadini, i suoi obiettivi sono i Tre Principi del Popolo e la realizzazione dell’unità e dell’indipendenza, in nome non della dittatura proletaria, ma del “Blocco delle quattro classi”, cioè dello sviluppo borghese» (“Riprendendola questione cinese” (Il Programma Comunista, n.5,1970-6,1971).

Il PCC, che aveva fatto proprio il programma della borghesia cinese, lo ha realizzato prima con la nascita dello Stato nazionale indipendente, nel 1949, poi con lo sviluppo del capitalismo nazionale. Abbandonata la via proletaria e internazionalista, la borghese rivoluzione ha dato vita a uno Stato di “democrazia popolare”, non certamente di dittatura proletaria, al servizio del dominio del capitale. Il suo programma, teso alla trasformazione di un paese agricolo e arretrato in una grande potenza industriale moderna, non è stato altro che quello dell’accumulazione capitalistica.

La grande menzogna che ha accompagnato le convulsioni della Repubblica Popolare Cinese, e che permane tuttora, è aver presentato come “costruzione del socialismo” lo sviluppo capitalistico del paese, che, oltre la falsa contrapposizione tra una “sinistra” maoista e una “destra” capitalista, ha attraversato il lungo cammino di questa nazione. Dalla sua fondazione nel 1949 a oggi l’ha vista trasformata dal limitatissimo sviluppo industriale e da una sterminata campagna arretrata a un potente imperialismo in grado di lanciare la sfida al primo imperialismo mondiale, gli Stati Uniti, per cercare di imporre una nuova spartizione confacente al suo peso economico e, di conseguenza, politico e militare.

Gli operai e i contadini cinesi hanno dato sudore e sangue per lo sviluppo capitalistico nazionale, con i secondi che a milioni continuano il processo di migrazione verso le enormi città ad ingrossare l’esercito proletario, che sotto “il socialismo con caratteristiche cinesi” continua ad essere spremuto per le esigenze del capitale.

Intanto i proletari insorti di Shanghai e di Canton appaiono sempre più lontani nel tempo, se non del tutto sconosciuti.

Ma questi sviluppi hanno forzato la Cina ad inserirsi appieno nei meccanismi del mercato mondiale, esponendola quindi alle sue crisi catastrofiche. Il proletariato cinese è sempre più sospinto ad organizzarsi in classe, a lottare per i suoi interessi e a ritrovare la via della sua rivoluzione.

Su questa strada il proletariato cinese troverà spietato nemico il falso Partito Comunista nazionale, il partito della borghesia, che oggi lo tiene legato alle catene dello sfruttamento capitalistico e domani lo utilizzerà come carne da cannone nel prossimo macello mondiale che si profila all’orizzonte. Respinto ogni “blocco delle classi”, questo proletariato saprà ritrovare la guida del vero Partito Comunista mondiale che, armato dell’autentico programma comunista e rivoluzionario, lo porterà al ricordo e al recupero delle sue gloriose tradizioni e fino alla vittoria rivoluzionaria e alla instaurazione della propria dittatura

Come a Shanghai nel 1927 i proletari insorsero al grido di “abbasso il Kuomintang!” e imposero il loro potere con la forza delle armi, la prossima sollevazione del proletariato di Cina, nelle cento e cento moderne Shanghai, saprà far piazza pulita dell’ordine borghese al grido di “Abbasso il PCC! Viva il comunismo mondiale!”.

 

 

 

 

 

 


Per il sindacato di classe Pagina di impostazione programmatica e di battaglia del Partito Comunista Internazionale


FedEx-Tnt Piacenza
Lavoratori e SICobas in guerra con padroni-Stato-sindacati di regime

Un articolo sul numero 8 di “Sinistra sindacale” – titolato “Alla Tnt/FedEx di Padova – Stop alla giungla degli appalti” – ci offre un elemento utile per definire ulteriormente il quadro dello scontro in atto fra padronato, sindacati di regime e sindacalismo di classe in questa azienda – con epicentro presso il magazzino di Piacenza – e nel settore della logistica.

Proprio in quel magazzino, dieci anni fa, nel luglio del 2011, il SI Cobas ottenne la sua prima grande vittoria, che diede inizio all’impetuoso sviluppo di questo sindacato nel settore logistico. La chiusura del magazzino di Piacenza, decisa dalla FedEx‑TNT il 29 marzo, è un atto che materialmente e simbolicamente mostra la determinazione dell’attacco contro questo sindacato e contro tutto il sindacalismo di classe condotto dal padronato nel settore. L’offensiva appare coordinata nelle articolazioni del regime borghese, fra cui quella del sindacalismo collaborazionista – di regime appunto – compie una funzione fondamentale.

Uno dei risultati dello sviluppo organizzativo e delle lotte del SI Cobas nella decade passata sono stati una serie accordi-quadro nazionali siglati con una delle principali associazioni padronali del settore, la FEDIT, di cui facevano parte i maggiori corrieri operanti in Italia: Bartolini, GLS, SDA, DHL e TNT. Il primo nel 2015, poi altri due nel 2016 e nel 2018.

Nel 2016 la olandese TNT è stata acquisita dalla statunitense FedEx. Nel gennaio scorso FedEx‑TNT è uscita da Fedit per aderire a un’altra associazione padronale, la Assolombarda, che fa parte di Confindustria, e da allora ha cessato ogni trattativa col SI Cobas e con l’Adl Cobas, non riconoscendo sostanzialmente più questi sindacati, nonostante la loro presenza maggioritaria in molti magazzini dell’azienda.

Il 18 gennaio scorso il SI Cobas aveva avviato una serie di scioperi nei magazzini della FedEx‑Tnt su tutto il territorio nazionale – Piacenza, Milano, Bologna, Parma, Piacenza, Roma, Fidenza, Modena e Napoli – contro il piano di ristrutturazione aziendale che prevedeva 6.500 licenziamenti a livello europeo.

Il 28 gennaio era iniziato uno sciopero a oltranza al magazzino FedEx‑Tnt di Piacenza, ancora organizzato dal SI Cobas, largamente maggioritario fra i 280 lavoratori, contro i licenziamenti e per il premio di risultato. La notte del 1° febbraio vi è stato un tentativo di sgombero del picchetto da parte delle forze dell’ordine – ne abbiamo riferito nello scorso numero – da cui è scaturito uno scontro fisico duro, se pur breve, che infine ha condotto al ristabilimento del picchetto e alla ritirata delle forze di polizia.

Il 5 febbraio, contro lo sciopero, la Cgil ha portato sotto la prefettura piacentina una ventina di autisti (“drivers”) che lavorano presso il magazzino FedEx‑Tnt, chiedendo l’intervento delle autorità per permettere loro di tornare al lavoro (“FedEx‑Tnt, i corrieri contro il picchetto: Vogliamo lavorare”, titola “Libertà” del 5 febbraio).

L’8 febbraio, dopo 13 giorni di sciopero, un accordo era siglato in prefettura, con l’impegno dell’azienda non toccare i livelli occupazionali nel magazzino: «Il piano industriale presentato il 19 gennaio 2021 dal gruppo FedEx per l’Italia non prevede alcun impatto sul personale addetto alle attività di handling e di pickup-delivery anche compreso quindi il sito di Piacenza».

Quanto accaduto un mese dopo mostra chiaramente quanto valgano la parola padronale e gli accordi firmati, anche quelli nelle sedi istituzionali.

Il 10 marzo la procura piacentina ha disposto perquisizioni delle abitazioni di 25 lavoratori coinvolti negli scontri del 1° febbraio, ha avviato diverse procedure di revoca dei permessi di soggiorno a lavoratori immigrati, disposto alcuni fogli di via e multe per 13.000 euro. Infine ha posto agli arresti domiciliari i due principali dirigenti del SI Cobas piacentino.

Il sabato successivo – il 13 marzo – il SI Cobas organizzava una manifestazione nazionale a Piacenza, alla quale i nostri compagni hanno partecipato diffondendo un testo appositamente redatto (“Scioperi del SI Cobas a Piacenza e a Prato: Come rispondere alla dura repressione dell’apparato statale borghese”).

Il 17 marzo presso il magazzino FedEx‑Tnt di Padova – uno dei principali d’Italia – Filt Cgil, Fit Cisl e Uil Trasporti siglavano l’accordo elogiato nel citato articolo di “Sinistra sindacale”, per la assunzione diretta della maggior parte dei lavoratori sinora dipendenti di aziende che, come in genere avviene in tutta la logistica, operano attraverso appalti. L’accordo però da un lato viene siglato tenendo all’oscuro i lavoratori, che vengono informati a cose fatte, dall’altro escludendo l’Adl Cobas dalle trattative, nonostante rappresenti 130 lavoratori del magazzino padovano, solo 30 siano gli iscritti alla Filt Cgil e nessuno a Cisl e Uil. Dato questo confermato da “Il Manifesto” del 4 maggio mentre l’articolo di “Sinistra sindacale” afferma che la Cgil rappresenterebbe il 50% dei lavoratori! L’Adl Cobas inoltre è presente anche in altri magazzini FedEx‑Tnt del Nord Est, a Udine, Treviso, Vicenza e Verona.

Il 26 marzo gli arresti domiciliari ai due sindacalisti piacentini del SI Cobas sono revocati ma tre giorni dopo – il 29 marzo – la FedEx‑Tnt annuncia la chiusura del magazzino di Piacenza, rimangiandosi quanto sottoscritto l’8 febbraio in prefettura.

Di fatto una serrata padronale allo scopo di liberarsi di una frazione di lavoratori fra i più sindacalizzati e con migliori condizioni d’impiego. La chiusura del magazzino di Piacenza rientra nel quadro di riorganizzazione nazionale che prevederebbe l’assunzione diretta di 800 lavoratori addetti nei magazzini di Padova, Bologna, Firenze, Ancona, Fiano Romano (Roma), Teverola (Caserta) e Bari, e la costruzione di un nuovo grande magazzino a Novara.

A Piacenza istituzioni, partiti e giornali borghesi fingono di dispiacersi e opporsi alla chiusura. Anche la Cgil assume atteggiamento analogo. Ma nei primi giorni di aprile circola un video in cui due delegati spiegano come nell’area lombardo-emiliana il loro sindacato stia gestendo direttamente la riorganizzazione del lavoro in conseguenza della chiusura del magazzino piacentino al fine di garantire l’occupazione ai loro iscritti. Un caso di collaborazionismo sindacale portato all’estremo, per cui ai sindacalisti viene affidata la selezione delle assunzioni. La Cgil ha presentato denuncia alla polizia postale per la circolazione del video.

Il SI Cobas ha reagito alla serrata su tre piani. Innanzitutto con una lunga serie di scioperi – che continua tutt’ora a due mesi dalla chiusura – colpendo in giorni diversi uno o più magazzini centrali (“hubs”) della FedEx‑Tnt, concentrandovi le forze per rinfoltire il picchetto: San Giuliano Milanese, Peschiera Borromeo e Zampieri a Milano; Tavazzano (Lodi), poi Bologna, Orbassano (Torino), Parma, Reggio Emilia, Fiano Romano, Teverola. In diverse occasioni nei magazzini di San Giuliano Milanese e Peschiera Borromeo – i più colpiti dagli scioperi – l’azienda ha schierato un cordone di picchiatori privati per impedire la formazione del picchetto. Il 3 maggio la questura milanese ha emesso 15 fogli di via dal comune di Peschiera Borromeo contro lavoratori del magazzino piacentino che avevano partecipato ai picchetti.

Un secondo piano è stato l’organizzazione di due manifestazioni di protesta dinanzi alle Camere del lavoro della Cgil di Piacenza e Bologna, denunciando il collaborazionismo di questo sindacato con l’azienda, a fronte di licenziamenti, esclusione di sindacati maggioritari nei posti di lavoro dalle trattative, disdette di accordi migliorativi conquistati da tali sindacati con le passate lotte. Queste iniziative potevano apparire rischiose, potendo rivelarsi controproducenti. Tuttavia il 5 maggio sul quotidiano piacentino “Libertà” è stata pubblicata una lettera aperta firmata da una trentina di delegati e funzionari della Cgil locale in cui costoro chiedevano al loro sindacato di ribaltare la condotta sinora tenuta, sostenendo le lotte di SI Cobas e Adl Cobas e opponendosi alla repressione statale. Quindi si è palesato come le lotte dei sindacati di base da un lato, lo sfacciato collaborazionismo sindacale della Cgil dall’alto, abbiano fatto scricchiolare l’edificio del più grande sindacato di regime in Italia.

Il terzo piano è quello che invece a nostro parere è certamente negativo e criticabile, consistito nel cercare e riporre fiducia e speranze in aiuti dall’ambito politico e istituzionale borghese. Di questo atteggiamento era già stato una chiara manifestazione il comunicato del SI Cobas piacentino dell’11 febbraio in cui si affermava: «Il SI Cobas Piacenza tiene a trarre un bilancio da sottoporre alla città di Piacenza al termine della dura vertenza FedEx‑Tnt. Prima di tutto, vogliamo ringraziare pubblicamente la Prefettura di Piacenza, segnatamente nelle persone della prefetta Dott.ssa Daniela Lupo e della capa di gabinetto Dott.ssa Patrizia Savarese, per la grande disponibilità e comprensione dimostrate durante tutto l’arco dello svolgimento della vertenza. Sappiamo che mediare nei conflitti di lavoro non rientra nelle prerogative ordinarie della prefettura, e per questo a maggior ragione ribadiamo il nostro ringraziamento».

Nella pluralità di posizioni interne al SI Cobas, come in ogni sindacato, forse quelle espresse dai dirigenti di Piacenza sono fra le più retrive. Tuttavia l’illusione alla base di questo atteggiamento sembra essere comune alla maggioranza del sindacato, anche se non espressa in termini tanto gravi, ed è quella di poter giocare fra le diverse posizioni interne allo schieramento borghese. Lo testimoniano l’appello lanciato a marzo dal SI Cobas nazionale, «firmato dalle figure più prestigiose dei giuristi democratici»; le iniziative intraprese il 16 aprile, il 4 e il 20 maggio a Roma sotto le sedi istituzionali romane per ottenere l’apertura di un tavolo ministeriale, nonché persino l’occupazione della sede nazionale del PD (il cosiddetto Nazareno); il risalto dato all’incontro col presidente della Camera e alla dichiarazione in parlamento di un deputato del Movimento 5 Stelle.

È questa una strategia comune a tutto l’opportunismo politico sindacale, certamente maggioritario nel sindacalismo di base, e tanto ben descritta, su questo stesso numero del giornale, nella Presentazione alla nuova traduzione in lingua inglese del Progetto di programma di azione presentato dalla Sinistra italiana V Congresso dell’Internazionale Comunista, nel 1924. Noi sappiamo che solo l’estensione degli scioperi può piegare il padronato e che simili supposti palliativi nuocciono a tale obiettivo invece che giovarvi.

A chiudere il cerchio della manovra del regime borghese contro il sindacalismo di classe nella logistica, il 18 maggio è stato firmato da Cgil Cisl e Uil il rinnovo del contratto nazionale di categoria. SI Cobas, Adl Cobas e Usb si sono già espresse con comunicati in termini negativi.

Ricordiamo che il 14 marzo SI Cobas e Adl Cobas avevano proclamato lo sciopero nazionale di categoria della logistica per il 26 dello stesso mese. Quattro giorni dopo Cgil Cisl e Uil proclamavano identico sciopero per il 29 marzo. Un atto chiaramente per dividere i lavoratori.

Il sindacalismo di base quindi non è ancora riuscito a imporre la sua forza per il rinnovo del contratto nazionale, neanche in questa categoria in cui si è affermato nel decennio scorso, in controtendenza rispetto a un generale indebolimento nel resto della classe lavoratrice.

Inoltre, l’aver la dirigenza del SI Cobas intrapreso in modo risoluto la strada del coinvolgimento del sindacato in un fronte politico con vari gruppi, a discapito della ricerca dell’unità d’azione col resto del sindacalismo conflittuale, appare essere, se non certo l’unico, uno dei fattori di indebolimento di questo sindacato, palesatosi negli ultimi tre anni.

 

 

 

 

 

  


Primo Maggio 2021

Mentre la crisi economica acuisce le tensioni tra gli Stati e accelera la corsa al riarmo, in questo Primo Maggio, segnato dalla pestilenza e da venti di miseria e di guerra, il proletariato internazionale, unito al di sopra di ogni frontiera, lanci di nuovo la sua sfida al morente mondo borghese

COMUNISMO!

La guerra sul commercio dei vaccini che si è scatenata tra gli Stati impedisce di affrontare la crisi sanitaria. Anche questo dimostra che il regime del Capitale, basato sullo sfruttamento del lavoro salariato e sul profitto, è quello di una società morente e ormai incapace di sapere e di fare.

La pandemia, che in una società non più mercantile avrebbe unito gli sforzi della scienza e della tecnica nel comune obbiettivo del suo contenimento, al contrario è nuovo motivo di scontro fra le borghesie nazionali, al di sopra di fronti e alleanze.

Ogni Stato non ha esitato a sacrificare i propri lavoratori per difendere l’ “economia nazionale”, che significa solo il Capitale nazionale, nel tentativo di approfittarne per prevalere sui concorrenti.

I vaccini, che dovrebbero essere a libera disposizione dell’umanità, divengono un’arma di guerra, delle borghesie ricche contro le classi povere dei paesi meno industrializzati, o strumento di pressione diplomatica o militare.

La crisi economica di sovrapproduzione di merci, esacerbata dalla pandemia, fa montare ovunque la disoccupazione. In questa situazione la classe operaia vede ovunque peggiorate le sue condizioni.

In tutti i Paesi è accelerata la rovina della piccola e media borghesia, chiudono gran parte delle sue attività commerciali e piccolo produttive, mentre i profitti e le rendite del grande capitale continuano a crescere.

Salari inferiori al necessario, orario di lavoro così prolungato che non lascia spazio a nessuna altra attività umana, ritmi sempre più frenetici, disoccupazione, precarietà e insicurezza permanenti, doppio sfruttamento della donna proletaria, questi i ricatti, le armi contro la classe operaia per mantenere il privilegio economico di una borghesia inetta e condannata dalla storia.

Di fronte a questo attacco a scala internazionale del regime borghese, ugualmente compatta deve essere la risposta della classe operaia.

Già si registrano sparsi tentativi di vera lotta di classe nel mondo. Si manifestano in alcune categorie, spesso quelle maggiormente oppresse. Queste lotte dimostrano che minoranze proletarie sanno di essere sfruttate e sono ribelli al giogo del capitale, ma ancora non riescono a saldarsi, a prendere la testa della stragrande maggioranza dei proletari, spesso succubi delle illusioni del riformismo.

Il regime del Capitale si fa sempre più dispotico e militarista, anche negli Stati che si proclamano democratici. Ovunque si rafforzano le leggi contro gli scioperi e contro le organizzazioni sindacali classiste e si allevano movimenti populisti, razzisti, nazionalisti e di estremismo religioso, tutti pronti ad appoggiare l’apparato repressivo dello Stato contro ogni tentativo di ribellione proletaria.

Ma il proletariato non ha nulla da aspettarsi nemmeno dalla difesa della democrazia borghese, che è solo una maschera della sua spietata dittatura.

La crisi economica, aggravata dalla pandemia, si ripercuote sui bilanci degli Stati, i proventi della tassazione sono crollati mentre cresce il debito pubblico a causa degli interventi per venire in aiuto dei capitalisti.

Mentre grande impegno andrebbe profuso per rafforzare il sistema sanitario mondiale, per ridurre drasticamente la folle sovrapproduzione di merci inutili, per difendere quelle risorse naturali che permettono l’armonica riproduzione delle specie animali e vegetali, si osserva che nel regime del Capitale nulla cambia, né può cambiare, nella destinazione delle forze e delle risorse sociali.

La crescita delle spese militari accelera, i grandi Stati assumono atteggiamenti aggressivi per assicurarsi il controllo di regioni e di punti strategici, predisponendosi a una nuova guerra generale. Nel 2020, la spesa militare mondiale ha superato l’enorme cifra di 1.830 miliardi di dollari, il 3,9% in più rispetto all’anno precedente.

La crisi economica non si fermerà con la fine della pandemia. E investirà con violenza le classi lavoratrici e le mezze classi. Ma travolgerà anche interi settori finanziari, industriali e del commercio. Aumenterà ancora la tensione tra le maggiori economie e tra gli imperialismi: gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, la Germania, il Giappone, la Gran Bretagna, la Francia, l’Italia...

In questa cruciale situazione il proletariato – classe da sempre internazionale, di fatto e nei destini storici – deve guardare al suo passto e ritrovare la grande forza delle sue possenti organizzazioni economiche e politiche, quelle che, un secolo e mezzo fa tentarono “l’assalto al cielo” della Comune di Parigi e un secolo fa fecero tremare tutte le classi dominanti del mondo riuscendo a prendere il potere in Russia e a instaurarvi la propria dittatura.

Il primo Stato proletario fu distrutto dall’interno dal tradimento stalinista; lunga è ancora la strada per risollevarsi da quella sconfitta, ma quel momento verrà.

Il proletariato rigetterà allora ogni chiusura nazionalista, ogni solidarietà nazionale con la propria borghesia. Rifiutata la via della collaborazione di classe cui lo invitano i partiti socialdemocratici e i sindacati collaborazionisti, rafforzerà, contro di essi, le sue organizzazioni, i suoi veri sindacati, necessari alla difesa delle sue quotidiane condizioni, e il suo partito, organo indispensabile per dirigere la lotta contro gli Stati borghesi per la rivoluzione comunista mondiale.

 

 

 

 

 


Venezuela
Lottare per l’aumento dei salari oggi inferiori alla sopravvivenza

Il borghese governo del Venezuela ha annunciato un “aumento” del salario minimo, a partire da marzo, che sale così a 1.800.000 bolívares. Si tratta di 0,95 dollari che, sommati alla Cesta Ticket, fanno 1,9 dollari mensili, quello che il governo chiama “salario integrale”. I buoni spesa – chiamati “Cesta Ticket” – anch’essi si collocano a un valore mensile della stessa cifra. Le pensioni sono state portate allo stesso livello del salario minimo.

Nella tabella salariale dei dipendenti pubblici il salario più alto è di 2,89 dollari mensili (3,84 con la Cesta Ticket).

La “Canasta alimentaria”, cioè il paniere delle spese per alimenti, è stimata per il 2021 in 282 dollari, un importo evidentemente non raggiungibile da alcun operaio, qualificato o non qualificato.

Nel settore petrolchimico i demagoghi del sindacalismo di regime stanno promuovendo un accordo coi padroni per un salario base di 16,6 dollari mensili e una Cesta Ticket di 43,62 dollari, più un “buono di guerra economica” di 8,35 dollari, per un totale di 68,67 dollari, equivalenti al 24% del costo degli alimenti. Anche nel settore privato i salari sono più alti che in quello pubblico ma permane l’ampio divario tra l’importo ricevuto e il costo della vita.

Le famiglie proletarie riescono a sopravvivere soltanto con le rimesse dei congiuti emigrati a lavorare all’estero.

L’apparato produttivo è paralizzato per il 70% per effetto del decadimento dell’attività del settore petrolifero, già motore dell’economia venezuelana, della caduta dei consumi e per gli effetti congiunturali delle misure di contenimento del Covid.

La paralisi economica alimenta la disoccupazione e riduce la popolazione economicamente attiva. Anche se tra febbraio e marzo il tasso di cambio si è fermato a 1.800.000 bolívares per dollaro statunitense, l’inflazione non si ferma e il salario reale continuerà a scendere.

Il governo spingendo i salari reali verso il basso per sostenere i capitalisti nazionali e transnazionali che cercano di mantenere ed espandere i loro margini di profitto.

I lavoratori cercano di reagire e stanno cominciando a incontrarsi e a cercare di imbastire proteste per chiedere salari migliori. Questa reazione è ancora debole a causa della mancanza di organizzazione di base e dell’azione infida e smobilitante dei sindacati attuali.

Per proseguire la lotta, i lavoratori devono organizzare comitati operai di base e unirsi in sindacati di classe, al di fuori dei sindacati di regime, unendo le loro lotte per gli aumenti salariali. Occorrono lotte e proteste, nonostante le restrizioni per il Covid e la repressione governativa. Queste azioni di lotta devono convergere nello sciopero generale e a oltranza, senza servizi minimi, di tutte le categorie e in tutte le attività economiche. Devono promuoversi riunioni e le assemblee dentro e fuori i luoghi di lavoro. Non c’è altra via per i salariati sottoposti allo sfruttamento capitalista.

E, su questa strada, è importante tenersi alla larga dagli appelli elettorali dei cercatori di voti d’ogni colore.

Unità d’azione di tutti i lavoratori per un aumento generale dei salari!

 

 

 


Amazon in Alabama
Un referendum contro l’organizzazione dei lavoratori

Al magazzino di Bessemer, in Alabama, le votazioni per introdurvi il sindacato – secondo una pratica non obbligatoria ma certamente prediletta dal sindacalismo collaborazionista negli Stati Uniti – hanno registrato la sconfitta dei lavoratori favorevoli: i no sono stati 1.798, i sì 738. «Erano chiamati a pronunciarsi in poco più di 5.800 e sono pervenute 3.215 schede» (“Repubblica”, 9 aprile).

Non è certo un segreto che Amazon abbia “lavorato” a fondo per intimidire i lavoratori, o per guadagnarsene una parte con favori reali o presunti. Ne scrive persino “La Repubblica”, sempre pronta – come tutta la stampa padronale – a fingere d’ignorare simili ovvietà, quando la lotta operaia avviene entro i confini nazionali.

Primo – Se si deve votare, fra lavoratori lo si dovrebbe fare con votazione palese, per alzata di mano, in assemblea, fra coloro che hanno fatto lo sforzo di presenziarvi, prendendosi la responsabilità della scelta. Meglio ancora se le assemblee si svolgono fuori dal posto di lavoro, al riparo dalle occhiute spie aziendali. Col voto segreto, invece, prevale l’individualismo, e, quasi sempre, il ricatto sui singoli del padrone.

Secondo – Quand’anche prevalga l’opzione che si suppone sia favorevole ai lavoratori – come ad esempio il rifiuto di un accordo svenduto o, nel caso di Bessemer, l’introduzione del sindacato sul posto di lavoro – è in ogni caso la lotta il necessario passo successivo per attuarla di fatto.

* * *

Non mancano affatto i casi in cui un accordo anti‑operaio respinto al referendum dai lavoratori, sia stato poi imposto sostanzialmente identico in assenza di una adeguata forza operaia per piegare con lo sciopero l’azienda al verdetto della votazione.

In Italia, per esempio, accadde a Termoli nel 1994, quando la Fiom terrorizzò gli operai, che avevano votato contro l’introduzione dei 18 turni, facendosi portatrice della minaccia aziendale di spostare la produzione dei motori a Mirafiori. Così si pronunciò l’allora segretario nazionale Fiom Claudio Sabattini: «Se deciderete per il no [come se col referendum gli operai non avessero già deciso!] noi rispetteremo la vostra decisione. Però non si dica che non vi abbiamo avvisato che così veniva distrutta una realtà industriale al Sud» (“La Repubblica”, 15 dicembre 1994).

Lo stesso accadde alla Lear di Caivano (Napoli), azienda dell’indotto Fiat, dove nell’ottobre 2011 un accordo firmato da Fim, Uilm e... Fiom, introduceva il cosiddetto “modello Pomigliano”, varato col noto referendum nel giugno 2010 a cui la Fiom di Landini aveva dato mostra di opporsi. Alla Lear l’accordo fu respinto in un referendum grazie alla opposizione dello Slai Cobas, che cantò vittoria affermando: «questo referendum sì che farà scuola!». Invece l’accordo fu riproposto da Fim Fiom e Uilm sostanzialmente identico un mese dopo in un nuovo referendum, e fecero in modo che passasse.

Più recentemente, il 24 aprile 2017, i lavoratori di Alitalia rigettarono un accordo firmato da Cgil Cisl e Uil che prevedeva mille licenziamenti e 500 lavoratori precari non confermati. Come ben si sta vedendo in questi giorni, i problemi per quei lavoratori furono solo rimandati.

Non a caso la Fiom ha sempre fatto del referendum una questione “di principio”: si voti ma non si scioperi. Precisamente quanto accadde con la farsesca opposizione al piano Marchionne in Fiat, dal referendum di Pomigliano del giugno 2010, allo sciopero a Mirafiori a gennaio 2011 (a referendum già avvenuto), agli accordi firmati dalla Fiom a Grugliasco (Torino) e alla Lear di Caivano (Napoli) nel maggio e ottobre 2011, fino ad arrivare al capolavoro d’infamia del contratto dei metalmeccanici del novembre 2016, nuovamente unitario con Fim e Uilm, col quale il gran bonzo si guadagnò la segreteria nazionale confederale.

* * *

Ben più che votare, conta organizzarsi e scioperare. Conta cioè la forza: dell’organizzazione, dello sciopero, del picchetto.

Il padronato lo sa bene, per questo cerca di ingabbiare i lavoratori nella trappola del voto individuale. La volontà della classe non è la somma delle volontà dei singoli operai. In questo lo aiutano tutti i sindacati collaborazionisti, ma anche l’inadeguato inquadramento ideologico di molte dirigenze del sindacalismo conflittuale, le quali non di rado invocano il mito dei referendum e la democrazia in astratto.

Questa “democrazia” – una testa un voto – vuole che l’opinione del lavoratore ruffiano, del pavido, del crumiro, dell’individualista valga quanto quella del lavoratore con più esperienza di battaglie sindacali e che lotta e ha sacrifica se stesso per gli interessi dei suoi compagni e della sua classe.

Questa “democrazia” vuole che l’arma della intimidazione sia lasciata all’azienda e ai sindacati collaborazionisti, che la utilizzano con mille mezzucci, e mai sia usata dai lavoratori combattivi nei confronti dei crumiri, ad esempio col picchetto.

Questa “democrazia” vuole che lo sciopero, o anche solo l’organizzazione sindacale proposta da una consistente minoranza dei lavoratori siano additati dall’azienda e dalla stampa come “illegittimi”. Quasi sempre non è la maggioranza dei lavoratori a saper ben prevedere i reali rapporti di forza in campo e le effettive possibilità di mobilitazione e di vittoria. Sovente solo una minoranza dei salariati, di una fabbrica o di una categoria, inizia a organizzarsi, o a scioperare, contando di aver buone possibilità di convincere presto i restanti a seguirli nell’azione. Attendere il preventivo e formale parere della maggioranza significa rimandare, magari di anni, la reazione degli operai, garantendo ai padroni altrettanti anni di sfruttamento e profitti.

Talvolta uno sciopero può vincere coinvolgendo la grande massa degli sfruttati anche se iniziato da una minoranza.

Perché la lotta di classe è questione di forza, e quindi certo di numeri, di grandi masse, che si mobilitano, e molto meno di opinioni individuali, che possono anche non assurgere alla coscienza, o arrivarci con molto ritardo.

* * *

Se oggi a Bessemer i lavoratori non sono riusciti a organizzarsi sindacalmente utilizzando i metodi inefficaci e perdenti cari al sindacalismo collaborazionista, lo faranno domani ricorrendo ai mezzi ben diversi del sindacalismo di classe. In ogni caso è certo che un lavoratore della Bessemer su tre vuole darsi una organizzazione sindacale: ci sembra un ottimo risultato che ci fa ben sperare che presto se lo costruiranno il loro sindacato, al di fuori dei vincoli e delle intimidazioni del padrone!

 

 

 

 

 


Regno Unito
I riders scioperano per il salario e le condizioni di lavoro

Centinaia di riders, i fattorini, di Deliveroo, membri del sindacato di base Independent Workers of Great Britain (IWGB), hanno scioperato il 7 aprile per aumenti salariali, dispositivi di sicurezza e altri diritti fondamentali. Mobilitazioni hanno avuto luogo a Londra, York, Sheffield, Reading e Wolverhampton.

I riders di Deliveroo sono pagati appena 2 sterline l’ora, 2,3 euro, mentre i proprietari dell’azienda e gli azionisti hanno guadagnato milioni sfruttando il loro lavoro.

Deliveroo – denominato Slaveroo dai lavoratori (deliver in inglese significa consegnare; slave, schiavo) – ha beneficiato enormemente della chiusura di pub e ristoranti durante la pandemia di Covid‑19. Impiega circa 100.000 riders in tutto il mondo.

Approfitta del fatto che molti lavoratori che prima avevano un impiego relativamente sicuro, spesso con famiglie da mantenere, sono stati licenziati a causa della pandemia e della ristrutturazione economica. Con contratti fasulli i riders sono trattati come “lavoratori autonomi”, il che significa che non hanno diritto a congedi per malattia e ferie. Di fatto lavorano a cottimo, esposti ancor più allo sfruttamento da parte dei padroni di quanto normalmente avvenga nel capitalismo. Le consegne sono una corsa contro il tempo che mette i fattorini nei centri urbani ad alto rischio di incidenti stradali. Inoltre, la natura del loro lavoro ha reso i riders vulnerabili all’infezione da coronavirus.

I padroni chiamano queste condizioni di lavoro da schiavo “flessibilità” e chiamano ipocritamente i lavoratori “componenti del team”, come se fossero loro pari!

Non c’è niente di nuovo in questa gig economy, a parte il nome. A metà dell’800 Marx notò che in tempi di crisi la crescita dell’”esercito di riserva dei disoccupati” forniva ai capitalisti ampie opportunità per abbassare i salari e imporre condizioni di lavoro peggiori per far risalire i profitti.

A febbraio scorso, un altro sindacato indipendente, l’App Drivers and Couriers Union (ADCU), ha ottenuto una parziale vittoria quando la Corte Suprema del Regno Unito ha stabilito che gli autisti che lavorano per la compagnia di taxi Uber sono da considerare lavoratori dipendenti, non autonomi. Ma i lavoratori non possono aspettarsi di ottenere giustizia dalle istituzioni giuridiche borghesi senza lottare, come ha notato il sindacato.

L’ADCU ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Mentre accogliamo con favore la decisione di Uber di impegnarsi finalmente a pagare il salario minimo, le ferie e le pensioni, osserviamo che sono arrivati al tavolo con questa offerta con un giorno di ritardo e un dollaro in meno, letteralmente. La [sentenza] della Corte Suprema implica che gli autisti di Uber subiranno una riduzione circa del 40‑50%. Inoltre, non è accettabile che Uber decida unilateralmente l’ammontare del salario minimo. Questo deve essere materia definita dal contratto collettivo».

L’IWGB ha programmato l’azione di sciopero in coincidenza con l’offerta di vendita di azioni della Deliveroo alla Borsa di Londra per infliggere più danni agli azionisti della società.

Alex Marshall, presidente dell’IWGB ed ex fattorino in bicicletta, ha dichiarato prima dello sciopero: «Hanno detto che non si poteva fare ma, organizzandosi e parlando, i fattorini hanno innescato un effetto domino che ha già tagliato 3 miliardi di sterline dalla valutazione di Deliveroo e questo dovrebbe dare da pensare a qualsiasi società che senza conseguenze vorrebbe sfruttare all’infinito i lavoratori precari. È ora che Deliveroo faccia la cosa giusta, riconosca i suoi riders come lavoratori e li tratti come esseri umani».

Greg Howard, rider di Deliveroo e presidente della Sezione Corrieri e Logistica dell’IWGB ha dichiarato: «Ho visto le condizioni peggiorare per anni, poi lavorando ho contratto il Covid‑19 e ho avuto pochissimo aiuto da Deliveroo. Con la pandemia molti hanno capito che questo sfruttamento non è degno per nessuno».

La gig economy è un attacco alla classe operaia in tutto il mondo e mette in evidenza più che mai la necessità di una risposta internazionale. La stessa IWGB è attiva a scala internazionale, con azioni di sostegno che si svolgono in altri paesi tra cui Australia, Francia, Paesi Bassi, Irlanda e Spagna.

 

 

 

 

 


Serbia
Il lungo sciopero alla FCA Plastic per il contratto aziendale

Il 24 aprile è ripreso lo sciopero alla FCA Plastic di Kragujevac, in Serbia, che impiega 90 lavoratori e fornisce i paraurti allo stabilimento, nella stessa cittadina, ove viene assemblata la Fiat 500L. La FCA Serbia è proprietà per il 66% di Stellantis e per il rimanente 37% dello Stato di Serbia. La FCA Plastic è ora è parte di Stellantis, sebbene goda di una certa autonomia.

Lo sciopero continua la lotta avviata sin dal dicembre scorso sul nuovo contratto aziendale. I punti in contesa sono la clausola anti‑sciopero che vieta il ricorso all’astensione collettiva dal lavoro per tre anni e l’ammontare del premio produzione.

I lavoratori della FCA Plastic sono inquadrati nella Savez samostalnih sindikata Srbije (SSSS), la Confederatione dei Sindacati Autonomi di Serbia, la maggiore confederazione di regime nel paese, succeduta al vecchio sindacato controllato dal partito titino e di cui ha ereditato la gran parte della struttura. Questo è il sindacato maggioritario anche nella FCA Serbia, mentre una parte minoritaria di lavoratori è inquadrata nel Ujedinjeni granski sindikati “Nezavisnost” (Ugs‑N), Unione dei Sindacati “Indipendenza”, altra confederazione sindacale di regime nata da una scissione dalla SSSS negli anni ‘90, riflesso della lotta fra le opposte fazioni borghesi filo Milošević e filo occidentali.

Mentre alla FCA Serbia i lavoratori hanno accettato un contratto aziendale – ottenuto secondo il Comitato di sciopero della FCA Plastic con “metodi sporchi” – in quest’ultima la sezione della SSSS si è rifiutata di firmare. In risposta, a gennaio, la direzione aziendale, per ricattare e intimidire i lavoratori, ha ridotto il salario dei festivi e quello di fermo produttivo (una sorta di cassa integrazione) dovuto alla sovrapproduzione, inasprita dal Covid 19.

Dopo una serie di scioperi di avvertimento di un’ora, a gennaio e febbraio, a seguito del fallimento delle trattative il 18 febbraio il 90% degli operai è entrato in sciopero. Questo primo sciopero è durato ben un mese, interrompendosi il 24 marzo, quando l’azienda ha versato le spettanze legate ai giorni di fermo produttivo, ma ridotte secondo la decisione di gennaio.

Il 24 aprile, secondo le parole del Comitato di lotta, i lavoratori hanno deciso di radicalizzare lo sciopero, riprendendolo e accompagnandolo con dimostrazioni sotto il municipio cittadino.

L’azienda ha rifiutando qualsiasi compromesso, nonostante lo sciopero abbia in breve finito per condurre al blocco dell’attività anche nello stabilimento FCA Serbia. L’azienda ha così iniziato a spostare alcuni macchinari dallo stabilimento della FCA Plastic a quello della FCA Serbia. Nel contempo ha iniziato a far circolari voci su esuberi nella fabbrica in sciopero.

Nessuna solidarietà è venuta dalla sezione della SSSS del fabbrica “madre”.

Il Comitato di sciopero per il momento proclama di voler continuare la lotta, ma è evidente che in queste condizioni l’unica possibilità di successo risiederebbe nell’estensione dello sciopero allo stabilimento di assemblaggio della FCA Serbia, cosa che il sindacato maggioritario – la Savez samostalnih sindikata Srbije (SSSS) – si guarda bene dal fare, avendo sostenuto l’approvazione di un accordo aziendale analogo a quello contestato alla FCA Plastic.

Il movimento operaio in Serbia non fa eccezione: il nodo cruciale è la sconfitta del sindacalismo di regime attraverso la rinascita del sindacato di classe.

 

 

 

 


Sydney
Tradito lo sciopero al magazzino Coles

Coles è una catena di supermercati australiana con 100 mila dipendenti che, in regime di duopolio con la concorrente Woolworths, detiene l’80% del mercato della distribuzione in Australia.

Alle 5 del mattino del 19 novembre 2020, nel centro di distribuzione Coles di Smeaton Grange, un sobborgo di Sydney, 350 lavoratori hanno smesso di lavorare, opponendosi all’annuncio della chiusura dello stabilimento, il quale negli anni a venire sarebbe completamente automatizzato. In risposta la dirigenza di Coles ha subito indetto la serrata, che avrebbe dovuto durare fino all’11 febbraio.

Di fronte a quest’attacco, i lavoratori – e la United Workers Union in cui sono organizzati – hanno risposto dando il via ad uno degli scioperi più lunghi nella storia recente dell’Australia. Dopo 14 lunghe settimane, lo sciopero si è concluso il 27 febbraio: il 71% dei voti operai è stato favorevole al raggiungimento di un accordo.

Nonostante la storica durata dello sciopero e la sua importanza, dato che il suo esito avrà un ruolo cruciale nel determinare come Coles affronterà in futuro l’automazione dei suoi altri magazzini, la stampa borghese, anche quella di sinistra, lo ha sostanzialmente – e volutamente – ignorato.

Lungi dalla vittoria “storica” come l’UWU ha proclamato, il modo con cui è stato condotto lo sciopero e l’accordo conclusivo rappresentano una sconfitta bruciante per i lavoratori. Il grande fervore di lotta operaia è stato completamente tradito.

Gli scioperanti sono stati sostenuti con solo 60‑70 dollari australiani (AuD) a testa a settimana da un sindacato con 300 milioni di attivo, 90‑100 milioni in fondi liquidi, e 100 milioni in quote annuali. Alcuni sono stati costretti a vendere casa, altri hanno finito per separarsi dal coniuge.

I funzionari della UWU hanno costantemente intimidito i lavoratori paventando provvedimenti disciplinari e interventi polizieschi, chiedendo di sciogliere il picchetto a Smeaton Grange. Si sono ben guardati da organizzare la più elementare delle proteste negli altri centri Coles, nonostante la presenza organizzata della UWU in tutti gli stabilimenti. Hanno trattato con la polizia dietro le quinte senza consultare i lavoratori, promettendo che il picchetto sarebbe durato poco. Seppure la polizia non intendesse intervenire, i sindacalisti dell’UWU hanno comunque sollecitato i lavoratori, con successo, ad interrompere il blocco stradale e a limitarsi a inveire a vuoto contro i camion in entrata e in uscita.

Gli scioperi di solidarietà e il picchettaggio “duro” sono illegali in Australia, nel sistema corporativo di relazioni sindacali australiano chiamato “Fair Work”, introdotto nel 2009. Ma là come altrove la legge anti‑sciopero sarebbe una tigre di carta dinanzi a un’azione sufficientemente forte.

Nel 2012, in un centro di distribuzione della Coles a Melbourne, i membri della National Union of Workers (NUW), la quale si sarebbe poi fusa con la United Voice formando nel 2019 l’UWU, hanno vinto la loro battaglia tramite un picchetto risoluto, nonostante l’ordinanza del tribunale lo avesse dichiarato illegale e ne avesse intimato la revoca.

L’accordo aziendale firmato a conclusione dello sciopero, dopo aver lodato il “mutuo interesse” di lavoratori e padroni all’aumento della produttività, prevede:
     - incentivi all’esodo per 50‑80 lavoratori, sui 350 totali, limitati a 52 settimane;
     - gli altri saranno poco a poco licenziati;
     - l’indennità di licenziamento è promessa per 80 settimane, ma è da vedere se Coles la manterrà quando chiuderà il centro;
     - fino al licenziamento i lavoratori riceveranno un aumento salariale del 3,5% annuo per un massimo di 3 anni (il sindacato aveva chiesto il 5,5%), una miseria per lavoratori a corto di riserve, se non indebitati, a causa dello sciopero;
     - 1.000 AuD di bonus alla firma; la richiesta era di 5.000; la questione delle 14 settimane di salario perdute è ignorata, nonostante sia stata Coles a dichiarare la serrata.

La dirigenza nel frattempo sta cercando di individuare i più combattivi fra gli scioperanti, etichettati come “socialisti estremisti anti‑operai” e perfino “infiltrati dell’ASIO”, i servizi di spionaggio australiani.

In definitiva il sindacato ha agito da ostacolo invece che da accentratore delle forze: non c’è stato alcun sostegno tangibile, nessun fondo di sciopero, non è stata promossa alcuna azione di solidarietà in altri luoghi di lavoro. C’è stata invece la sospensione dei picchetti e dei tentativi di ottenere il sostegno degli altri lavoratori della Coles. La dirigenza e gli azionisti di Coles hanno ragione di esser soddisfatti. Intanto i sindacalisti si lamentano del fatto che l’adesione sindacale in Australia è “inspiegabilmente” scesa al 9%!

Dalle altre federazioni di categoria UWU non si è levata alcuna voce critica contro l’accordo. La UWU Hospo Voice, la federazione del turismo e ristorazione, ha persino affermato che non era questione che la riguardasse. Alla faccia dell’unione dei lavoratori al di sopra delle divisioni fra aziende e categorie!

 

 

 

 

 


PAGINA 5


La serie di coraggiose battaglie della giovane classe operaia in Turchia
Fine del resoconto della riunione generale del partito in video‑conferenza del 29‑31 gennaio


Prima parte

Lo studio è diviso in due parti, prima e dopo il 2000. In entrambe si accenna al relativo ambiente politico. Ci si concentra sui maggiori scioperi per descrivere la condizione attuale della classe operaia in Turchia, esperienze da condividere con l’intera classe operaia mondiale.


Nel decennio 1980

Con il colpo di Stato militare del 1980 scioperare divenne in Turchia illegale e le agitazioni dei lavoratori calarono significativamente. Tale divieto fu revocato nel 1984 ma anche se le piazze cominciarono a popolarsi nuovamente di lavoratori il numero di scioperi restò comunque inferiore rispetto al resto del mondo. Lo Stato continuava a intervenire contro gli scioperi, e gran parte dei lavoratori non era organizzato sindacalmente, in assenza di sindacati di classe e del partito rivoluzionario.

Le leggi in vigore in Turchia anche dopo il 1984 hanno rappresentato un grave ostacolo per la lotta di classe: limitazioni al diritto di sciopero e alla contrattazione collettiva, divieto di allestire presidi in strada durante gli scioperi o di più di tre partecipanti ai picchetti, divieto dello sciopero bianco o nei rifornimenti alimentari, ecc.

Sin dalla nascita della Repubblica numerose furono le imprese nate ed amministrate come statali. Ma negli anni ‘80 si ritenne vantaggioso trasformare le imprese pubbliche in private, avviando così il paese ad un’economia di “libero mercato”. La cessione delle imprese pubbliche a società private comportò la perdita per i lavoratori dei diritti che essi avevano conquistato: questo scatenò numerosi scioperi e lotte.

In quegli anni ‘80 ci fu l’ascesa dello stalinista e nazionalista Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) che si opponeva alla tirannia del governo golpista, protagonista di una sanguinosa guerriglia contro lo Stato. Nello stesso periodo iniziò la sua ascesa la corrente islamista, sostenuta dal governo golpista, che avrebbe poi dominato nei decenni successivi.


Le “lotte di primavera”

Queste ebbero inizio con più di 600.000 lavoratori pubblici che chiedevano la contrattazione collettiva. Una intensa lotta si prolungò per tutta la stagione. Subito le mobilitazioni si allargarono, anche al settore privato, un movimento che in Turchia non si vedeva da decenni. I lavoratori affrontarono non solo la polizia antisommossa ma anche le dirigenze dei sindacati, che avevano assunto un atteggiamento contrario agli interessi dei lavoratori.

Dopo sedici giorni, la dirigenza di Türk‑İş, Confederazione dei Sindacati dei Lavoratori Turchi, vicina ai partiti di centro-destra, temendo un’ulteriore crescita delle lotte, dette l’indicazione della resistenza passiva a nome di 22 sindacati e di 478 mila lavoratori. Ma questi si opposero estendendo la lotta e agendo uniti tramite la formazione di comitati e di assemblee nei posti di lavoro. Parteciparono alle mobilitazioni 1 milione e mezzo di lavoratori del pubblico e del privato.

Incapace di fermarle, il governo fu costretto a negoziare. Offrì un aumento salariale del 140%, superiore non solo al suo precedente 40% ma anche a quella del Türk‑İş che andava dal 70 al 80%.

Le lotte causarono un significativo calo dei voti per il Partito della Madrepatria (ANAP), allora al governo. Fu revocata la proibizione dei sindacati nel settore pubblico e la sindacalizzazione cominciò ad affermarvisi. Ma arrivò poi l’offensiva dei padroni: solamente nei settori petrolchimico e dei pneumatici seimila lavoratori furono licenziati per aver scioperato.

Ma la classe operaia aveva preso coraggio a man mano che uscivano vittoriosi dalle lotte, che proseguirono, seppure con alcune pause.

La guerra del Golfo del 1992 riaccese però i sentimenti nazionalisti. Gli scioperi furono di nuovo messi fuori legge e lo spazio per le lotte ristretto.


Negli anni ‘90

L’esercito, col pretesto di combattere i gruppi islamisti, interveniva nella politica. Gli embarghi economici messi in atto per l’intera durata della guerra del Golfo non furono privi di conseguenze.

Maturavano i presupposti che avrebbero portato al potere il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) di Tayyip Erdoğan, mentre crescevano le tensioni tra nazionalisti islamisti e nazionalisti kemalisti. Il divieto alle donne col velo di entrare nelle università fu introdotto e revocato più volte dal colpo di Stato del 1980. Quando la setta di Fethullah Gülen tentò di insinuarsi all’interno delle istituzioni, i kemalisti, che detenevano la maggior parte del potere militare, licenziarono molti di quanti legati a culti o per le loro affiliazioni politiche. In questo scontro comparve e iniziò l’ascesa il partito di Erdoğan.

Sempre degli anni ‘90 furono la disputa sul confine marittimo con la Grecia e i massacri compiuti dallo Stato turco nelle regioni curde. A ciò si aggiunsero le mortali aggressioni del PKK a danno di civili e di centinaia di insegnanti, fino alla cattura nel 1999 del suo capo Abdullah Öcalan. Quasi mille furono gli assassinati da aggressori non identificati.

Nonostante si giocasse sul sentimento religioso e nazionalista per impedire alla classe operaia di lottare – strumenti per controllare le masse di cui la borghesia fa regolarmente uso sotto diverse forme – gli anni ‘90 non sono stati del tutto pacificati. Lotte dei lavoratori del pubblico impiego seguirono alla “primavera” e delle imprese pubbliche contro privatizzazioni ed esternalizzazioni, e i giovani proletari, sempre più numerosi nei distretti industriali, lottavano sia contro i licenziamenti sia per i diritti sindacali, assicurativi e per la giornata lavorativa di otto ore.

La prima metà degli anni ‘90 è il periodo nella storia della Turchia con maggiori giornate di sciopero. Mentre una media di 160.000 lavoratori partecipava a scioperi legali nel 1990‑91, nel 1995 raggiunsero i 200.000. Anche se un certo numero di questi scioperi fu più volte proibito per motivi di “sicurezza nazionale”, alcuni di essi riuscirono a resistere. Ci si battè contro la chiusura uno dopo l’altro dei sindacati nel pubblico impiego e nel 1995 fu fondata la Confederazione dei Sindacati dei Lavoratori Pubblici (KESK). Si esigeva il contratto collettivo, ma lo stato rifiutò di firmarlo.


La marcia dei minatori

Fin dal 1848 zona mineraria, Zonguldak ha visto numerosi episodi di lotta di clas­se. La privatizzazione delle miniere ha implicato la chiusura delle non redditizie.

Il settore era rappresentato dal Genel Maden‑İş, appartenente al Türk‑İş. Fu indetto uno sciopero, contro la volontà della dirigenza della confederazione sindacale, per il giorno 30 novembre 1990: 50.000 lavoratori di Zonguldak e delle città circostanti restarono in sciopero fino all’inizio della marcia il 4 gennaio.

La Türk‑İş si trovò costretta a indire uno sciopero generale per il 3 gennaio 1991. 48.000 lavoratori insieme ai familiari (comprese mogli e figlie, nonostante l’ordine contro la partecipazione delle donne del dirigente sindacale Şemsi Denizer) diedero inizio alla marcia il 4 gennaio. Unendosi altri proletari la marcia raggiunse i 100.000 partecipanti. Costretti ad arrestarsi di tanto in tanto per le condizioni dell’inverno turco e per le ingerenze della polizia, altrove furono accolti con offerta di alimenti e bevande.

I lavoratori si fermarono all’annuncio delle trattative, ma l’intervento in esse di Denizer non portò ad alcun risultato. Con la guerra del Golfo come scusante il governo bloccò per 60 giorni gli scioperi di 120 mila lavoratori, minatori compresi. Il 6 febbraio infine governo e sindacato si accordarono su una cifra inferiore all’offerta iniziale del primo. Non si ottenne il miglioramento delle condizioni di lavoro dei minatori e furono licenziati centinaia dei partecipanti allo sciopero.

L’anno successivo una grande esplosione a Zonguldak uccise 263 minatori.


La resistenza di Ünaldı

Nel distretto di Gaziantep in 543 fabbriche solo 1.019 dei 20.000 lavoratori erano assicurati. Il 40% dei lavoratori nel tessile erano bambini, la maggior parte tra i 9‑10 anni. Erano impegnati nel trasporto dei sacchi – del peso fino a 50 chili – la pulizia dei bagni e la filettatura. I loro turni di lavoro duravano fino a 16 ore. In queste aziende, dove i lavoratori venivano pagati in base al numero di tappeti prodotti, gli operai finivano per lavorare giorno e notte, quasi senza dormire. In alcune fabbriche non vi erano latrine, e gli operai si trovavano costretti a raggiungere a piedi la moschea più vicina. Nessun ambulatorio medico era presente nell’area. In queste fabbriche gli operai perdevano dita, occhi, fino alla vita nei macchinari. Non avevano giorni di riposo né settimanali né annuali, dormivano sui banchi di lavoro. Negli anni ‘90 questa era la dolorosa immagine in molti laboratori industriali del paese.

Un sentimento di rivolta si diffuse tra gli operai del tessile di Gaziantep. Nel 1993, 8‑10 fabbriche scioperarono per aumenti salariali. Lo sciopero si estese presto in tutta l’area di Ünaldı. Dopo due giorni di lotta i dirigenti sindacali negoziarono con i padroni ottenendo un aumento del 52%. Ritenendolo insufficiente gli operai proseguirono lo sciopero. Scelsero i loro rappresentanti e finirono per ottenere un aumento del 96%. Poiché alcuni lavoratori erano stati arrestati gli altri si rifiutarono di riprendere a lavorare prima del loro rilascio.

Questi scioperanti si dettero un’associazione, poi fondata ufficialmente nel 1995, l’Associazione dei Lavoratori Tessili.

Ma già nel 1996 i padroni cercarono di revocare il contratto collettivo e tornò la necessità di nuovi scioperi. Partirono le lotte in 540 delle 600 fabbriche di Gaziantep. Durarono 30 giorni. Infine i padroni firmarono un contratto che includeva diritti assicurativi, un aumento del salario di quasi il 100%, paga doppia dopo le ore 23, per il sabato e la domenica, ferie annuali e bonus per la festività dell’Eid al‑Adha.


La Turchia del 2000

Andava rafforzandosi In Turchia – dove la crisi economica si faceva duramente sentire – la propaganda islamica e nazionalista. Il governo dell’AKP andò al potere dopo le elezioni del 2002, con la promessa di risolvere la crisi economica. Erdoğan ed i suoi riuscirono per un po’ a tamponare gli effetti della crisi sulla borghesia, mentre la classe operaia, colpita dalla repressione, continuava a perdere diritti.

Anche se nel primo decennio del nuovo millennio l’economia cresceva, questo fu frutto di interventi a breve termine quali lo sviluppo delle costruzioni. Dal 2010 ad oggi la Turchia è nuovamente sprofondata nella crisi in seguito alla deflazione della bolla in quel settore.

La classe operaia turca negli ultimi vent’anni ha visto, anche a causa della diminuzione nelle lotte, l’aumento della disoccupazione, il significativo calo di salari, la perdita dei diritti acquisiti, liste di proscrizione e licenziamenti.

Intanto la Turchia ha subito violenti traumi politici, interni ed esterni: la guerra in Siria, il tentato colpo di Stato dei sostenitori di Fetullah Gülen, l’instaurazione dello stato di emergenza, la repressione contro i gruppi politici di opposizione, il numero record di arresti per “psicoreati”, l’epurazione dei dissidenti politici dalle istituzioni statali e l’incremento record delle cariche assegnate per nepotismo.

Il governo dell’AKP intraprese negoziati con il PKK ma, nonostante gli sforzi di Öcalan, la trattativa fu stata di breve durata, presto sostituita da una politica di guerra nel Kurdistan turco e siriano simile a quella dei governi precedenti.

Nello stesso periodo si nota un calo significativo nella partecipazione dei lavoratori pubblici agli scioperi. I lavoratori disposti a lottare sono tacciati di “terrorismo”, sostenitori del tentato colpo di Stato militare o di infrangere lo stato di emergenza. Vengono licenziati, inseriti nelle liste di proscrizione, impediti dal praticare la professione se autonomi, infine arrestati.

Altri fattori che allontanano i lavoratori del pubblico impiego dalla lotta sono le difficoltà nel trovare nuovi posti di lavoro a causa dell’aumento della disoccupazione e delle privatizzazioni che hanno ridotto di molto il loro numero.

Tra il 2003‑18 sono stati messi fuori legge per motivi di “sicurezza nazionale” scioperi che avrebbero coinvolto fino a 192.000 lavoratori.


Lo sciopero alla Türk Telekom

Il 16 ottobre 2007, 26.000 lavoratori delle comunicazioni scesero in sciopero a causa del disaccordo tra la direzione di TT e quella di Haber‑İş (Sindacato delle Telecomunicazioni), una sezione del Türk‑İş. Quei lavoratori, i primi a scioperare nella storia di Türk Telekom, hanno portato la lotta avanti per 44 giorni. La Türk Telekom dichiarò che si erano avute più di 400 azioni di sabotaggio. Gli scioperanti furono presi d’assalto dalla polizia e dai crumiri, accusati di tradire la nazione giacché erano in corso degli scontri nella regione del Kurdistan. Anche la dirigenza sindacale si espresse a favore della revoca dello sciopero affinché non si rischiassero le sorti del paese durante quei “giorni difficili”. Ma i lavoratori proseguirono tornando al lavoro solo dopo il raggiungimento di un accordo tra padroni e sindacato.


Ai tabacchifici della Tekel

Il 14 dicembre 2009, provenienti da diverse aree del paese si riunirono ad Ankara circa 10.000 operai delle fabbriche di tabacco della Tekel. Si battevano contro una regolamentazione per le imprese statali che si intendevano privatizzare la quale impediva la risposta dei lavoratori contro i licenziamenti. Inoltre si riducevano assai le paghe, per un numero di ore e in condizioni stabilite dai padroni.

I lavoratori imboccarono la via per Ankara, lungo il percorso fermati e assaliti. Arrivati presso la capitale la polizia intimò che solo ai provenienti dall’ovest del paese, dunque per lo più turchi, era permesso l’ingresso in città, mentre quelli dall’est, per lo più curdi, non sarebbero stati ammessi. I lavoratori rifiutarono questa sporca manovra.

Il governo e la dirigenza del sindacato erano convinti che mancando un posto dove rifugiarsi, il freddo e le aggressioni della polizia nel giro di pochi giorni avrebbero disperso i lavoratori, ma si sbagliavano. La stessa Confederazione sindacale chiuse la sede sindacale ai lavoratori che furono costretti a battersi contro la dirigenza per avere l’accesso ai bagni e a riposare di tanto in tanto al suo interno.

Ma già la tensione con il Türk‑İş era salita avendo il sindacato iniziato la trattativa e accettate le proposte dello Stato.

I lavoratori riconobbero allora che lottando da soli non avrebbero ottenuto risultati e che era necessario allargare il fronte. Mandarono quindi delegazioni a parlare nei gruppi studenteschi, nei circoli di sinistra e nei quartieri operai; incontrarono gli operai di uno zuccherificio, destinati alla medesima loro sorte, chiamandoli alla lotta.

Costituirono un loro comitato che, fra l’altro, chiese delle tende per proteggersi e organizzò i festeggiamenti di strada in occasione del capodanno. Il Türk‑İş pretese che gli operai sciogliessero il loro comitato: così fecero, temendo di restare privi di un sindacato. Ma lo scontro tra i lavoratori della Tekel e il Türk‑İş proseguì: i primi furono messi alla porta dalla riunione del consiglio di amministrazione di Türk‑İş e il segretario, Mustafa Kumlu, dovette essere scortato dalla polizia per lasciare l’edificio. Poté rivolgersi ai lavoratori solo dopo una dichiarazione di accettazione delle loro rivendicazioni. Gli scioperanti continuarono a scontrarsi con i dirigenti del Türk‑İş e tentarono più volte di occuparne la sede. Un lavoratore della Tekel dichiarò in una intervista: «Se la dirigenza sindacale decidesse di porre fine alla nostra resistenza e di fare un passo indietro, noi non la seguiremmo. Se decidessero di porre fine alla lotta senza ottenere dei vantaggi come nell’ultima occasione, abbiamo deciso di devastare la sede del Türk‑İş e darle fuoco». Ciò nonostante una parte dei lavoratori era incline a seguire le indicazioni del Türk‑İş.

Il 14 gennaio furono allestite le tende con all’interno delle stufe: piazza Sakarya si trasformò in una tendopoli. I posti nelle tende erano assegnati in base alle città di provenienza dei lavoratori per individuare infiltrati della polizia o provocatori ed evitare le aggressioni.

Il 20 gennaio KESK, DISK e Türk‑İş annunciarono un piano comune: lo sciopero della prima ora a partire dal 22 gennaio e, se non ci fosse stato alcun accordo, il 26 gennaio lo sciopero di solidarietà.

Erdoğan delegò allora a trattare due ministri. Ma al termine dei cinque giorni furono solo promessi miglioramenti salariali, indennità di licenziamento, 22 giorni di ferie pagate e lavoro garantito per 11 mesi. I lavoratori rifiutarono l’accordo.

Vista la mala parata, Türk‑İş, DİSK, KESK, Kamu‑Sen e anche gli islamisti Hak‑İş (Confederazione dei Sindacati Reali Turchi) e Memur‑Sen (Confederazione dei Sindacati dei Dipendenti Pubblici) si unirono nella decisione di indire uno sciopero generale per il 4 febbraio. Da parte del governo arrivarono dichiarazioni minacciose che addossavano la continuazione delle lotte, nonostante le concessioni, ai gruppi ideologici della direzione del movimento. Ai lavoratori fu dato un mese di tempo per accettare l’accordo e chi non l’avesse fatto sarebbe stato licenziato.

Hak‑İş e Memur‑Sen, che si erano uniti per la pressione dalla loro base, si ritirarono dallo sciopero generale. Si ritirarono anche alcuni sindacati all’interno del Türk‑İş in quanto appoggiavano la posizione dello Stato. Il Türk‑İş stesso impedì la mobilitazione degli iscritti in molte città limitando la partecipazione alla manifestazione che si sarebbe tenuta ad Ankara ai dirigenti e ai rappresentanti sindacali. A questa parteciparono in 30‑40.000 e in alcune città si tennero manifestazioni a solidarietà.

Ma lo sciopero generale non andò bene, non si estese a molte località e non fu particolarmente seguito. La speranza era di poter allargare la lotta forzando la mano ai sindacati: nonostante tutti gli sforzi ciò non avvenne. Questo portò al rafforzarsi della tendenza ad accordarsi coi padroni.

Il primo marzo fu annunciata la sospensione della decisione del Consiglio di Stato che obbligava i lavoratori ad accettare la regolamentazione delle privatizzazioni. Il presidente della Tek Gıda‑İş disse allora ai lavoratori che la lotta era finita. Si iniziò a smontare le tende. Anche se alcuni si opposero, la maggioranza fu a favore.

Gli scioperanti si dettero un nuovo appuntamento ad Ankara il 1° aprile. Qui trovarono la zona interdetta dalla polizia che non li fece passare. Dopo un giorno di confronto con la polizia lasciarono Ankara rilasciando un comunicato che preannunciava un’azione generale per il 26 maggio.

Mentre i sindacati sconsigliavano lo sciopero generale gli operai della Tekel invitarono i lavoratori delle altre categorie ad unirsi allo sciopero: il 26 maggio ci furono manifestazioni in tutta la Turchia.

Risultato dello sciopero della Tekel furono alcuni miglioramenti, anche se non si riuscì a far ritirare la legge sulle privatizzazioni. Ma quella lotta ha lasciato un segno nella memoria dei giovani proletari degli anni 2000, oltre che una importante esperienza per la classe proletaria.


Alle fornaci Diyarbakır

Erano più di 2.000 i lavoratori impiegati nelle 12 fabbriche di laterizi a Bağıvar, Diyarbakır. Lavoravano fino a 12‑16 ore al giorno per salari minimi; nessuna tutela per la loro salute, e non erano assicurati né possedevano alcun diritto sindacale. Il pagamento dei salari veniva sempre ritardato per mesi e molti lavoratori sopravvivevano accumulando debiti. Privi di assicurazione, avevano grandi difficoltà con i problemi di salute, e ai numerosi loro figli non potevano garantire una vita sana e un’istruzione.

Gran parte di loro erano bambini. Con nessuna misura di sicurezza per la prevenzione delle malattie, erano condannati a una vita di sofferenza, per la respirazione di polveri o il sollevamento di grossi pesi. I lavoratori rimasti feriti o bisognosi di cure erano licenziati senza alcuna indennità.

Nel giugno 2006, divisi in 10 fabbriche, 800 lavoratori diedero vita a una lotta per questi motivi e per rivendicare un aumento del salario. Questa prima mobilitazione si concluse dopo 3 giorni di sciopero con l’unica conquista di un aumento salariale del 35%: gli operai avevano chiesto il 40%.

Ma quei lavoratori iniziarono a discutere di come aderire al un sindacato. Passarono anni da quelle lotte, nei quali le condizioni restavano le stesse e gli incrementi annuali per adeguare i salari al crescente tasso di inflazione non arrivavano. Nel 2010 gli operai ripresero a scioperare, questa volta in 1.500. Per organizzarsi si riunivano nei caffè cercando di arrivare a decisioni condivise. Discutendo sia dei risultati del 2006 sia della lotta della Tekel, si convinsero che le lotte avrebbero avuto successo solo se si fossero superate le divisioni interne. Puntavano soprattutto su aumenti salariali, ma anche su altre questioni.

I padroni rilasciarono una dichiarazione per concedere un aumento del 7,5%. Gli operai risposero che avrebbero proseguito nello sciopero fino a quando non avessero ricevuto la differenza tra il salario aggiustato all’inflazione e quello di fatto ricevuto nei tre anni e finché anche le altre questioni non fossere risolte.

Il secondo giorno tutte le fabbriche erano ferme.

Nel frattempo i padroni, che avevano chiamato la gendarmeria, cercarono di dividere e indebolire i lavoratori promettendo aumenti diversi per ogni fabbrica. Quando videro che la lotta continuava senza alcuna divisione, prima offrirono un aumento del 28%, poi conclusero al 30%. Le altre rivendicazioni rimasero insoddisfatte. Quella lotta si concluse poiché gli operai erano ormai incapaci di proseguire.

I diritti sindacali e assicurativi vennero ad occupare uno spazio maggiore nelle rivendicazioni dei lavoratori che entrarono di nuovo in lotta il 1° maggio 2013. Ma rivendicavano comunque un aumento del salario del 50%. I lavoratori di tutte le fabbriche di laterizi della zona si unirono alla lotta. Per prima cosa si formò un comitato di sciopero e per le trattative e si costituirono assemblee e comitati nelle fabbriche, in parte a causa della sfiducia nei sindacati.

Dopo cinque giorni si arrivò alla firma dell’accordo (scritto, non verbale come nelle occasioni precedenti), e lo sciopero si concluse. A 30 facchini per ogni fabbrica era concessa l’assicurazione sul lavoro e a chi lavorava a cottimo un aumento del 5%. Gli operai senza qualifica, prevalentemente bambini, ebbero un aumento del 10%, e quelli di loro lavoravano regolarmente ottennero l’assicurazione. Così, per la prima volta nella storia delle fabbriche di laterizi a Bağıvar, gli operai avrebbero potuto lavorare assicurati, anche se non tutti.

(continua al prossimo numero)

 

 

 

 

 

 


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Scarsità mercantile per i vaccini

Con oltre 3 milioni di morti a partire dall’aprile 2020 la pandemia Covid‑19 ha causato una catastrofe descritta come la peggiore dalla seconda guerra mondiale. Da quando il 31 dicembre 2019 l’Organizzazione Mondiale della Sanità fu informata dello scoppio di una polmonite virale pericolosa per la vita presso Wuhan, in Cina, nei mesi successivi la malattia ha causato una crisi sanitaria che ha accompagnato l’umanità nella peggiore recessione economica dai tempi della Grande Depressione.

Anche se l’epidemia può essere rallentata è improbabile che la pandemia si estingua finché non ci sarà una diffusione globale di vaccini efficaci.

Dall’inizio dell’infezione si sono avuti progressi senza precedenti nello sviluppo e nella produzione dei vaccini. In meno di un anno 11 vaccini sono già in uso clinico e circa 900 milioni di dosi sono state somministrate in 155 paesi. Inoltre 88 vaccini sono in fase di sperimentazione clinica e altri 184 in fase pre‑clinica.

Tuttavia, avere vaccini provati e riproducibili in gran numero non è sufficiente per ottenere il controllo dell’epidemia: è anche necessario che abbiano un prezzo accessibile e che siano distribuiti uniformemente in tutti i paesi.

Invece gli interessi degli Stati nazionali ne condizionano la somministrazione. I più potenti di essi hanno stipulato con le compagnie farmaceutiche accordi anticipati di massicci acquisti, assicurandosi la maggior parte delle dosi. Alcuni Stati hanno prenotato un numero di vaccini che supera di gran lunga le loro popolazioni, alimentando una grave perturbazione del mercato in tutto il mondo. L’UE ne ha ordinati 1,6 miliardi per la sua popolazione adulta di circa 375 milioni, un surplus di circa 525 milioni di dosi. Il Regno Unito ne ha ordinati 219 milioni per 54 milioni di adulti, il Canada 188 milioni per i suoi 32 milioni di adulti. Questi paesi che rappresentano solo il 19% della popolazione adulta globale, hanno prenotato il 54% delle dosi di vaccino acquistate finora, 4,6 miliardi, lasciandone solo 3,2 miliardi al resto del mondo.

Questa disparità nell’accesso al vaccino può avere gravi conseguenze: miliardi di individui non saranno vaccinati entro la fine del 2021, il che potrebbe prolungare la pandemia e aumentare il rischio che emergano ulteriori mutazioni virali, potenzialmente compromettendo l’efficacia dei vaccini esistenti. Non riuscire a fornire equità nella vaccinazione precoce potrebbe portare a un raddoppio della mortalità globale.

Arriva infine dal presidente degli Stati Uniti Biden la proposta di sospendere temporaneamente i diritti sui brevetti. Le borghesie nazionali si sono divise in pro e contro la sospensione secondo i propri interessi, nascosti o palesi, mentre il fronte delle case farmaceutiche evidentemente non intende cedere i diritti sulla loro “proprietà intellettuale”.

Ma azzerare i proventi dei brevetti non è la soluzione. Si verrebbe ad azzerare una rendita, ma i profitti resterebbero intatti.

Inoltre la rinuncia alla proprietà intellettuale farebbe poca differenza nella distribuzione globale dei vaccini. Infatti la loro produzione richiede la conoscenza di segreti di produzione, che sono ben custoditi dalle aziende farmaceutiche, indipendentemente dalla rinuncia ai diritti di proprietà intellettuale. Senza le corrette istruzioni sulle procedure e sugli accorgimenti tecnici la capacità di produrre rapidamente i vaccini per conto proprio è impossibile. Attualmente quella produzione è fortemente concentrata in pochi stabilimenti, in Europa, Nord America e Asia orientale, pertanto anche la distribuzione è controllata da una manciata di monopoli. Rinunciare ai brevetti sui vaccini non cambierà questa realtà.

Altro argomento dibattuto. I vaccini anti‑Covid attualmente disponibili sono in gran parte il prodotto della ricerca finanziata dagli Stati piuttosto che da privati. Lo sviluppo in meno di un anno di così tanti vaccini rappresenta un monumentale risultato scientifico. Ma sono il frutto di decenni di massicci investimenti pubblici nella ricerca e nella sperimentazione. Si stima che il National Institutes of Health del governo statunitense abbia da solo speso 17,2 miliardi di dollari in tecnologie vaccinali dal 2000 al 2019; questo finanziamento è stato essenziale per la velocità e il successo dei vaccini contro il Covid‑19.

La maggior parte dei principali vaccini candidati attivano il sistema immunitario contro la proteina virale “spike”, un approccio basato sul lavoro pionieristico degli scienziati del NIH e di istituzioni finanziate dagli Stati. Altra scoperta fondamentale emersa dalla ricerca pubblica è la possibilità di modifica dell’RNA, introdotta per la prima volta all’Università della Pennsylvania. Una quantità senza precedenti di finanziamenti pubblici è stata poi investita nello sviluppo e nella produzione di vaccini durante l’attuale pandemia.

La maggior parte delle aziende farmaceutiche erano riluttanti a investirci: la produzione di vaccini non si era dimostrata red­ditizia durante le precedenti epidemie. Il processo di sviluppo è lungo e il risultato tutt’altro che certo: il tasso di fallimento può raggiungere il 94%. Inoltre i vaccini sono generalmente prodotti a basso margine di guadagno e con un potenziale di sviluppo limitato rispetto ai prodotti farmaceutici in altre aree terapeutiche. Pertanto gli investitori privati hanno mostrato poco interesse nella corsa al vaccino. Solo quando i governi e le istituzioni si sono fatti avanti con promesse di finanziamento, le aziende si sono messe al lavoro.

Dall’inizio della pandemia i sei principali vaccini hanno ricevuto dagli Stati circa 12 miliardi di dollari: 1,7 miliardi l’Oxford/AstraZeneca, 1,5 il Johnson & Johnson e 2 i vaccini a RNA messaggero di BioNTech e Moderna. Secondo uno studio recente, le sovvenzioni pubbliche hanno rappresentato il 97‑99% dei finanziamenti di ricerca e sviluppo per l’Oxford/AstraZeneca, con meno del 2% proveniente dall’industria privata.

Ma che lo Stato borghese nei casi di emergenza sia pronto ad intervenire, in tempo di pace come di guerra, fornendo capitali, agevolazioni fiscali e d’ogni genere, imponendo prezzi calmierati o sostenuti, mettendo a disposizione le sue forze e mezzi, non toglie che delle merci comunque si vengano a produrre e a smerciare, all’interno di rapporti di produzione capitalistici. Lo Stato dei capitalisti aiuta i capitalisti a risolvere i loro problemi, viene in soccorso dei capitalisti. Ovviamente rifacendosi sulle altre classi e sulle mezze classi. Quindi non sfugge all’analisi marxista che il “contributo pubblico” dello Stato borghese va a rafforzare il capitalismo, non lo condiziona, e non è qualitativamente diverso da quello degli investitori privati.

Quindi, se i recenti successi nella produzione lampo dei vaccini hanno portato speranza, hanno anche evidenziato la drammatica incapacità del sistema economico capitalistico di affrontare una simile minaccia mondiale. La soluzione a questa come a possibili future pandemie può essere solo lo sradicamento dei rapporti di proprietà esistenti, unica vera barriera all’accesso universale alle terapie. Solo nel comunismo l’umanità potrà fruire di una scienza medica realmente svincolata dalla legge del profitto e solo in una società priva di classi saranno possibili modi di vita sani, una scientifica prevenzione delle malattie e una loro cura efficace.

 

 

 

 

 


La Brexit innesca la rivolta della disperazione in Irlanda del Nord

L’Irlanda del Nord ha avuto 23 anni di relativa pace tra repubblicani e unionisti, ma la guerra di classe continua anche se è ancora condizionata dalla situazione particolare di queste sei contee che fanno parte del “Regno Unito di Gran Bretagna e d’Irlanda del Nord”.

I primi dieci giorni di aprile hanno visto divampare delle rivolte nelle aree unioniste di Belfast, Londonderry, Carrickfergus, Newtownabbey e Ballamena, malcontento che successivamente si è esteso ad alcune aree nazionaliste. E gli idranti hanno ripreso a sparare sui manifestanti per la prima volta dopo anni.

Apparentemente la causa dei disordini è stata l’insoddisfazione unionista per l’accordo della Brexit, che impone di fatto un confine doganale tra la Gran Bretagna e l’Irlanda: l’Irlanda del Nord politicamente rimane parte del Regno Unito, economicamente dell’Unione Europea. Già prima che iniziassero le rivolte in tutta la provincia erano apparse scritte sui muri: “nessun confine sul Mare d’Irlanda”.

Nel novembre 2019 Boris Johnson aveva assicurato alle imprese dell’Irlanda del Nord e al Partito Unionista Democratico (DUP), fervente filo‑britannico, che non ci sarebbero state “barriere di alcun tipo” al commercio attraverso il Mare d’Irlanda, e quindi, si sarebbero potuti gettare “nella spazzatura” i moduli delle dichiarazioni doganali dell’UE. Ma nel gennaio 2021 si è verificato il contrario, con molti ritardi nell’arrivo delle merci e divieto su certe importazioni. Alcuni scaffali nei supermercati sono rimasti spogli.

È stato come mettere la mano in un nido di vespe, risvegliando fra gli unionisti il senso dell’assedio, che risale (almeno) a quello di Londonderry del 1688‑89.

Gli unionisti dell’Irlanda del Nord, che si considerano più fedeli alla Gran Bretagna e più britannici degli stessi britannici, hanno avuto così l’occasione di tirare fuori di nuovo le loro antiche lamentele. Gli unionisti ne hanno anche approfittato per sollevare un polverone per la partecipazione in massa al funerale di un ex comandante dell’Esercito Repubblicano Irlandese, in violazione delle regole di distanziamento imposte nel giugno 2020.

Ma queste sono state solo le scintille che hanno incendiato a Belfast la benzina del malessere e della frustrazione sociale.

Mentre dall’Accordo del Venerdì Santo del 1998 alcuni settori della piccola borghesia hanno tratto vantaggio, la classe operaia dell’Irlanda del Nord non ha visto alcun miglioramento della sua situazione. Il coronavirus ha peggiorato le cose. Le imprese che un tempo prosperavano, soprattutto nel turismo e nell’alberghiero, sono andate in crisi, gettando tanti fuori dal lavoro e chiudendo ogni opportunità per i giovani. Anche le tradizionali vie di fuga verso Londra o Glasgow sono ormai chiuse. La frustrazione per la povertà, la disoccupazione e la privazione sociale è inevitabilmente esplosa. La maggior parte dei rivoltosi a Belfast erano adolescenti la cui esperienza di vita non è stata altro che prolungata miseria e disperazione.

La stessa miseria esiste, ovviamente, dall’altra parte dei “muri di pace” che dividono i quartieri unionisti da quelli dei nazionalisti irlandesi. C’è il rischio che i giovani delle due parti scoprano una frustrazione comune, un interesse comune. E un comune nemico di classe! Non sorprende quindi che i due principali partiti borghesi, il nazionalista Sinn Féin e l’unionista DUP, abbiano rilasciato una dichiarazione congiunta per condannare la violenza.

Nell’Irlanda del Nord tutto è sottomesso alla opposizione repubblicani-unionisti, e si fa di tutto per mantenerlo, almeno nel seno della classe operaia urbana. Le organizzazioni paramilitari come l’Ulster Defense Association (UDA) e l’Ulster Volunteer Force (UVF), che continuano a operare come cartelli criminali mantenendo “l’ordine” nelle loro “comunità” separate, fanno affidamento sulla divisione per mantenersi in attività. Lo stesso dall’altra parte, dove l’IRA e le sue fazioni dissidenti disciplinano tradizionalmente la classe operaia e “tassano” le imprese locali.

Significativamente, le rivolte sono rientrate quando il 9 aprile la direzione unionista ha invitato alla calma, “in rispetto” per il principe Filippo, morto quel giorno. Tali imposizioni della calma da parte dei capi politici sono brutalmente applicate con minacce di violenze e spedizioni punitive dell’UDA e dell’UVF. A marzo l’UVF e il Red Hand Commando in una lettera a Boris Johnson hanno rinunciato alla loro commemorazione dell’Accordo del Venerdì Santo. La situazione potrebbe degenerare.

L’unico modo per uscire da questo inganno è una risposta di classe che unisca lavoratori repubblicani e unionisti, nazionalisti e lealisti. Facile a dirsi, difficile da ottenere, anche se ci sono stati fatti positivi come una lunga serie di scioperi degli infermieri dell’Irlanda del Nord che chiedevano la parità salariale con il resto del Regno Unito. E un forte sdegno s’è levato nell’ottobre scorso quando la direzione si è rifiutata di rimborsare la paga trattenuta durante un precedente sciopero, nonostante le ore extra di intenso lavoro che gli infermieri hanno svolto durante la pandemia.

Sul posto di lavoro, la divisione settaria cessa di avere significato quando gli interessi di classe comuni vengono alla luce.

Ma i paramilitari di entrambe le parti faranno tutto ciò che è in loro potere per frenare la solidarietà di classe, per continuare con le loro criminali estorsioni. Nel frattempo la borghesia britannica e irlandese, il personale politico britannico e irlandese e l’imperialismo europeo e americano si daranno la mano nel “deplorare” e “condannare” la violenza nell’Irlanda del Nord, offrendo al contempo delle “soluzioni” che tendono solo ad alimentare il conflitto.

 

 

 

 

 

 


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Una nuova traduzione del partito in lingua inglese
V Congresso dell’Internazionale Comunista, giugno‑luglio 1924
Progetto di programma di azione presentato dalla Sinistra italiana

Il progetto di “Programma d’azione del Partito”, presentato dalla Sinistra italiana al V Congresso dell’IC, del giugno-luglio 1924, venne a mala voglia pubblicato sul quotidiano del PCd’I, “L’Unità”, soltanto il 30 dicembre 1925. I “centristi” alla Direzione del partito lo avevano tenuto nascosto, e avrebbero fatto volentieri a meno di pubblicarlo: nella stampa di partito nessun documento presentato dalla Sinistra al V Congresso internazionale era apparso.

Riguardo al testo del documento dobbiamo premettere che non possiamo assicurare quanto la forma con cui venne pubblicato (tradotto dal francese dalla Direzione) rispettasse l’originale nella sua esattezza. Non dimentichiamo che i compagni della Sinistra più volte avevano rilevato e lamentato la non corrispondenza nella pubblicazione dei loro testi e documenti; ad esempio il resoconto del Convegno di Como apparso su “Lo Stato Operaio” non era stato fedele, e al V Congresso dell’IC fu pure accennato a traduzioni fornite da “esperti italiani”. Comunque sia la sua essenza rimane invariata.

Già al convegno di Como la Sinistra aveva manifestato la necessità di un chiaro “Programma d’azione del partito” perché il PCd’I, diretto dai compagni della tendenza centrista, non possedeva più una chiara impostazione tattica.

Al V Congresso furono ben quattro i “Programmi di azione” presentati per l’Italia dalle varie correnti che coabitavano nel partito. Naturalmente non fu approvato quello elaborato dalla Sinistra italiana, ma un quinto, risultato dalla combinazione degli altri. Così, per la sua stessa origine, non di sintesi ma di compromesso, il documento adottato era tutto meno che un “Programma d’azione”, lasciava aperta la strada a diverse possibilità, senza nulla precisare e nulla escludere. Opposto a quello presentato dalla Sinistra che conteneva precise e dettagliate direttive.

L’elaborazione di questo nostro Programma avvenne in una situazione particolarmente critica per il movimento operaio rivoluzionario, a dimensione sia nazionale sia internazionale.

In Italia da oltre un anno e mezzo era al governo il fascismo, passato a una vasta persecuzione legale del Partito Comunista; la sua direzione era passata alla tendenza centrista (Gramsci, Togliatti, etc.); c’era stato, nel giugno 1924, il delitto Matteotti.

Nello stesso mese si apriva a Mosca il V congresso dell’Internazionale. La storiografia generalmente lo presenta come il congresso della “svolta a sinistra”. Effettivamente svolta ci fu, ma nel senso che ormai l’Internazionale oscillava in un senso e nell’altro: una cosiddetta svolta a sinistra ne preannunciava una successiva a destra. Da qui le nostre, già da tempo, ripetute e inascoltate richieste di «appoggiare la centralizzazione organizzativa sulla chiarezza e la precisione delle risoluzioni tattiche e sulla esatta definizione dei metodi da applicare» (dal Progetto di tesi sulla tattica presentate al IV congresso dell’IC).

Non svolgiamo qui un’analisi approfondita del V congresso ma accenniamo ad alcuni suoi aspetti che non lo caratterizzano come di svolta a sinistra. Sorvoliamo sul fatto che praticamente in tutti gli interventi, sia di “destri” sia di “sinistri”, non si volle mancare di attaccare e prendere le distanze dalla Sinistra italiana, il che non succedeva certamente a caso.

Quello che a noi interessa sono le direttive tattiche imprecise e caotiche; si diceva cosa una parola d’ordine non significasse, omettendo di dire cosa significasse. Si parlò di governo operaio e contadino, di formazione di partiti di massa e quindi di fusioni tra partiti, cooptazione di capi di altre organizzazioni con il mantenimento del grado, noyautage all’interno di altri partiti e formazione di frazioni comuniste, partiti simpatizzanti, etc. Tutta una serie di pratiche che avrebbero portato inevitabilmente l’Internazionale Comunista alla degenerazione. Da parte nostra denunciavamo che l’Internazionale era diretta con troppa elasticità e con una precisione insufficiente nelle questioni politiche e tattiche.

Non a caso già al convegno di Como avevamo avvertito che «certe audacie, che fino a ieri potevamo accettare perché dirette da un genio quale il compagno Lenin, dobbiamo oggi respingerle come pericolose per il movimento comunista e per il proletariato (...) Noi pensiamo che l’Internazionale deve rivedere tutta la sua tattica: sono necessarie poche formule, ma chiare, precise e che non si prestino ad equivoci (...) Noi insomma chiediamo al Comintern una formulazione precisa del programma, dello statuto e della tattica» (Relazione per la tendenza di Sinistra).

Ad esempio per l’Italia troppo si era insistito su un irrealizzabile progetto di fusione con il Partito Socialista allo scopo di estendere l’influenza del PCd’I su più larghi strati del proletariato o addirittura sulla sua maggioranza. Tutta l’attività che ne seguì – oltre a non portare a niente perché il Partito Socialista non aveva nessuna intenzione di aderire al comunismo: se lo avesse voluto lo avrebbe fatto a Livorno – paralizzò tutta l’azione pratica del partito in un momento particolarmente cruciale della vita politica italiana, quando il proletariato istintivamente si orientava verso il partito comunista, riconosciuto l’unico oppositore conseguente alla dittatura borghese, in veste tanto democratica quanto fascista.

Ma c’è di più. Se la fusione si fosse malauguratamente effettuata avremmo avuto non la conquista del proletariato al comunismo, ma l’ingresso nel partito solo dei capi della socialdemocrazia. Un fatto essenziale sembra che i vertici dell’Internazionale ignorassero: la differenza tra un partito e un esercito. In un partito l’adesione è volontaria, come si entra si può uscire, non esiste una disciplina forzata degli iscritti ai capi. I proletari non aderiscono al comunismo per seguire i dirigenti che da un partito passano all’altro; aderiscono al partito del comunismo quando e in quanto riconoscono in esso l’unica organizzazione politica capace di difendere realmente i loro interessi immediati di classe, e che li potrà condurre alla vittoria rivoluzionaria.

A questo proposito netta era la posizione della Sinistra. «È noto che il partito socialista inquadra un numero di organizzati politici maggiore del nostro. [Ed è] indiscutibile che senza le forze proletarie che ancora sono controllate dal PSI l’azione vittoriosa del proletariato non è possibile, e d’altra parte anche le forze che seguono gli anarchici e i sindacalisti, sebbene sul valore di esse molto si esageri, non possono essere trascurate. Molto resta dunque da fare per condurre la grande massa del proletariato sul terreno della lotta contro la borghesia per il rovesciamento del potere di essa e la realizzazione della dittatura proletaria» (Relazione del CC al 2° congresso nazionale, Roma 1922).

Come dunque conquistare questi proletari? «Tutti i partiti borghesi hanno aderenti proletari, ma soprattutto qui ci interessano i partiti socialdemocratici e le correnti sindacaliste e anarchiche. Dinanzi a questi movimenti deve essere svolta una incessante critica dei loro programmi, dimostrandone la insufficienza agli effetti della emancipazione proletaria. Questa polemica teorica sarà tanto più efficace quanto più il partito comunista potrà dimostrare che le critiche da esso fatte da tempo a tali movimenti secondo le proprie concezioni programmatiche vengono confermate dall’esperienza proletaria: per questa ragione nelle polemiche di tal natura non deve essere mascherato il dissenso tra i metodi anche per la parte che non si riferisce unicamente ai problemi del momento ma riflette gli sviluppi ulteriori dell’azione del proletariato (...) Per attirare a sé i proletari aderenti ad altri movimenti politici il partito comunista non può seguire il metodo di costituire in seno ad essi gruppi e frazioni organizzate di comunisti o simpatizzanti comunisti (...) L’asprezza della polemica e della lotta contro i partiti socialisti sarà un elemento di prim’ordine per riportare quei lavoratori sul terreno rivoluzionario» (Tesi di Roma 1922).

Netta era quindi la differenza tra l’impostazione tattica della Sinistra italiana e quella prospettata e seguita dall’Internazionale.

Ma in Italia il partito comunista, ormai diretto dalla frazione di “centro”, come fu ampiamente provato in occasione del delitto Matteotti, non seppe prendere una decisa iniziativa di classe, fece tutto e il contrario di tutto, perfino oltre i limiti segnati dall’Internazionale.

Il 10 giugno 1924 Giacomo Matteotti, deputato socialista democratico, era rapito e ucciso da una banda di sicari fascisti. Ben presto fu chiaro a tutti che le responsabilità del delitto arrivavano fino ai più alti gradi della gerarchia fascista. Quello fu il momento più critico per l’esistenza del governo fascista: tutta l’opposizione chiese l’allontanamento di Mussolini e all’interno dello stesso partito fascista si approfittò dell’evento, si verificarono gravi spaccature e diserzioni; tutti si precipitavano ad abbandonare la nave che credevano affondasse. Il regime stava vacillando e la sua caduta era attesa da un momento all’altro.

Ma anche in questo caso, come aveva previsto Mussolini, si ebbero due tipi di opposizione: quella democratica e quella (che avrebbe dovuto essere) comunista. I democratici ne facevano una “questione morale”, si sarebbe dovuto ristabilire la concordia sociale del paese abbandonando terrorismo e violenza. Per i comunisti, al contrario, si trattava di «una questione di lotta di classe, di una conseguenza cruda ma necessaria dell’offensiva capitalistica per la difesa della borghesia italiana» (Rapporto sul fascismo - V congresso). La Sinistra comunista ribadì ancora una volta che compito del partito sarebbe stato quello di fare diretto appello alle masse lavoratrici per rovesciare, non solo il governo, ma anche e soprattutto lo Stato capitalista.

La Direzione centrista del partito, credendo di poter sfruttare ai fini rivoluzionari l’opposizione interclassista, si imbarcò in quella avventura democratico-parlamentare che prese il nome di “Aventino”, da un intervento tanto altisonante quanto vuoto del socialdemocratico Turati: «I soli eletti stanno nell’Aventino delle loro coscienze, donde nessun adescamento li rimove sinché il sole della libertà non albeggi».

Il 26 giugno circa 130 deputati di opposizione si erano riuniti nella “Sala della lupa” di Montecitorio decidendo di disertare il parlamento fino a che il governo non avesse chiarito la sua posizione riguardo al caso Matteotti.

Quando già scioperi spontanei erano scoppiati in una serie di città il Partito Comunista lanciò la proposta dello sciopero generale. Ma si troverà solo, abbandonato innanzi tutto, come era naturale, dai partiti e gruppi liberali e democratici, timorosi di far ricorso alle masse, ma abbandonato pure dalla Confederazione Generale del Lavoro e da quel Partito Socialista massimalista tanto corteggiato dall’Internazionale.

La CGL fece opera di aperto pompieraggio “invitando” «alla calma le organizzazioni confederate, i dirigenti, le masse lavoratrici, per non compromettere con iniziative particolari e inconsulte lo sviluppo degli avvenimenti» (“Battaglie Sindacali”, 12 giugno 1924). I socialisti massimalisti non furono da meno diramando l’ordine perentorio di non compromettere, con lo sciopero, lo svolgersi di una battaglia che i loro parlamentari consideravano già vinta.

Lo sciopero fu poi proclamato, il 27 giugno: la CGL chiamò il proletariato all’astensione dal lavoro per... 10 minuti! «Confindustria e sindacati fascisti aderirono e parteciparono ufficialmente all’azione, facendo così perdere alla protesta ogni significato come azione di classe» (Rapporto sul fascismo - V congresso).

L’indecisione del Partito che non aveva saputo adottare una tattica decisa, barcamenandosi in modo maldestro tra il ricorso all’azione di massa e l’appoggio all’azione delle opposizioni borghesi, fece sì che tra il proletariato si diffondesse «la opinione che si era lasciato sfuggire il momento buono per spazzare via il fascismo». Come lo stesso centrista Scoccimarro, al V Congresso internazionale, dovette ammettere.

La Centrale del partito aveva commesso un grave errore abbandonando il parlamento per partecipare «alle prime riunioni dell’Aventino, mentre avrebbe dovuto restare in parlamento con una dichiarazione di attacco politico al governo e una presa di posizione immediata anche contro la pregiudiziale costituzionale e morale che rappresentò il determinante effettivo dell’esito della crisi a favore del fascismo» (Tesi di Lione). Se mai il PCd’I avesse voluto abbandonare il parlamento, lo avrebbe potuto fare, «ma con fisionomia propria e solo quando la situazione avesse permesso l’appello all’azione diretta delle masse».

Nel nostro rapporto al V Congresso sul fascismo affermammo: «Tutti gli occhi sono rivolti verso il partito comunista, che parla un linguaggio affatto diverso da tutti gli altri partiti di opposizione. Ne consegue che un atteggiamento del tutto indipendente e radicale di fronte sia al fascismo che alla opposizione ci permetterà di sfruttare gli sviluppi in corso per abbattere il gigantesco potere del fascismo».

Avevamo quindi indicato la necessità di riorganizzare gli operai dell’industria nei sindacati rossi, di ricollegare gli operai delle città con i braccianti agricoli, di elaborare forme di organizzazione degli strati contadini, compresi gli affittuari, i piccoli coltivatori proprietari etc.

Proprio quando tutte quante le Opposizioni temevano che le masse potessero mettersi in movimento e si aspettavano fosse la Corona a prendere l’iniziativa di licenziare il fascismo, quando lo sciopero era stato sabotato dai sindacati e dai partiti “operai” e il Partito Comunista avrebbe potuto riprendersi dalla sbandata iniziale, ancora una volta i suoi dirigenti commisero un errore imperdonabile lanciando ai partiti democratico-borghesi la proposta della costituzione dell’Antiparlamento. «Altro che distruggere il parlamento, si sarebbe tenuto a battesimo un altro, un più “onesto”, un più “legale”, un “miglior” Montecitorio» (“O preparazione rivoluzionaria o preparazione elettorale”).

La proposta dell’Antiparlamento fu deleteria in quanto «presentava alle masse l’illusione di un Anti‑Stato opposto e guerreggiante contro l’apparato statale tradizionale, mentre, secondo le prospettive storiche del nostro programma, sola base di un Anti‑Stato potrà essere la rappresentanza della sola classe produttrice, ossia il Soviet.

«La parola dell’Antiparlamento, poggiante nel paese sui comitati operai e contadini, significava affidare lo stato maggiore del proletariato ad esponenti di gruppi sociali capitalistici, come Amendola, Agnelli, Albertini, ecc.

«Al di fuori della certezza di non arrivare a tale situazione di fatto, che si potrebbe chiamare solo col nome di tradimento, il solo presentarla come prospettiva di una proposta comunista significa violazione dei princìpi e indebolimento della preparazione proletaria» (Tesi di Lione).

I nuovi dirigenti del PCd’I, in meno di un anno erano passati «dall’estremo di un astensionismo parlamentare di ispirazione filodemocratica all’estremo opposto di un eccesso di zelo parlamentare di ispirazione ultrademocratica».

Era questa una posizione che esulava nettamente dalle direttive dell’Internazionale che «mai contemplarono proposte a partiti nettamente borghesi» (Tesi di Lione). Se mai poteva esserci una situazione in cui avrebbe avuto senso praticare la tattica del parlamentarismo rivoluzionario era proprio quella. «Si era andati in parlamento? Bisognava restarci a rischio di farsi manganellare, smascherando a un tempo il “governo degli assassini” e i suoi codardi “oppositori” dell’ultima ora. Si era voluta adottare la tattica del parlamentarismo rivoluzionario? Che almeno si praticasse quello coraggiosamente, invece di ricadere in una nuova codarda versione del parlamentarismo riformista».

Presa quella strada la si sarebbe dovuta seguire fino in fondo senza lasciarsi sfuggire l’occasione di usare la tribuna parlamentare, disertata da tutti, per lanciare al proletariato l’appello alla lotta. Ma i dirigenti del PCd’I, e il Comintern in particolare, si muovevano decisamente nella direzione opposta.

L’attuazione dell’Antiparlamento nacque e morì nei desideri di Gramsci, Maffi ed Humbert‑Droz. Era stato lo stesso “Pellicano” (Humbert‑Droz) che in un rapporto a Mosca espose la nuova ricetta tattica. «Dopo uno scambio di idee [con Gramsci e Maffi, ndr] ci siamo pressappoco messi d’accordo per proporre alle opposizioni di continuare a boicottare il parlamento. A questo boicottaggio noi potremmo associarci trasformandolo in una assemblea parlamentare delle Opposizioni opposta al parlamento fascista. Proporremo per questo parlamento un programma immediato da studiare con cura. Formazione di milizie popolari per disarmare i fascisti, un eventuale invito al popolo a rifiutarsi di pagare le imposte al governo fascista finché non siano state restaurate le libertà per la classe operaia».

Da questo rapporto ai dirigenti dell’Internazionale, che non può essere accusato di tatticismo, in quanto è rivolto a dei compagni e non a degli avversari per “adescarli”, si vede come tutte le critiche mosse dalla Sinistra alla Centrale del partito fossero esatte, cioè che la proposta non fosse altro che per la costituzione di un vero parlamento democratico e legalitario.

Era insensato, dicemmo noi, «contrapporre al parlamento fascista il parlamento delle Opposizioni che sarà domani l’espressione genuina del potere capitalista e che si dovrà denunciare come tale soprattutto per combattere la peste democratica per la quale esso vanterà di avere il consenso al posto della coazione su cui si basa il fascismo» (Lettera ai compagni della Sinistra, 2 novembre 1924).

La posizione della Sinistra fu che si dovesse tornare in parlamento per adoperarlo come tribuna di propaganda, visto che quella era la tattica decisa al III Congresso dell’Internazionale, e anche da lì condurre un feroce attacco contro fascismo e antifascismo. «Bisogna andare in parlamento e condurvi un violento attacco contro le opposizioni seguito da un non meno aperto ed esplicito contro il governo fascista, col porre in pieno il problema dell’abbattimento del regime borghese in Italia: pur dichiarando che non è ancora giunta l’ora dell’insurrezione».

I compagni della Sinistra non si facevano illusioni, sapevano che le loro proposte non sarebbero state accettate dall’Internazionale. Infatti, in una serie di telegrammi cifrati da Mosca giungeva l’ordine di non rientrare in parlamento: «Il gruppo comunista non deve rientrare in parlamento nel caso in cui le opposizioni respingano la proposta comunista. Non riteniamo che un ricatto del genere sia giusto» (22 ottobre).

Naturalmente tutte queste manovre altalenanti erano completamente ignorate dalla base del partito, della quale i centristi temevano le reazioni. In un rapporto all’Internazionale del novembre 1924 Togliatti, dopo aver detto che la frazione di destra era praticamente inesistente aggiungeva: «I due gruppi attorno ai quali si raccoglie il partito sono il centro e la sinistra. Non è possibile dire in questo momento quale sia il rapporto di forze. Nei recenti congressi federali il partito ha approvato in generale le risoluzioni del V Congresso [...] ma tale approvazione non può essere considerata come uno spostamento definitivo perché la grande massa non ha ancora preso coscienza delle reali divergenze tra quelle direttive e l’atteggiamento preso dal gruppo Bordiga». Questo rapporto di Togliatti è estremamente chiaro proprio per quello che non dice: come fa un dirigente di partito a non conoscere l’orientamento della sua base? Non la conosce chi preferisce non conoscerla, proprio perché la conosce!

Inoltre l’affermazione che la massa degli iscritti non aveva preso coscienza delle divergenze tra le posizioni di centro e quelle di sinistra era una chiara confessione che la nuova direzione nascondeva ai suoi iscritti l’altrettanto nuovo indirizzo tattico del partito. Sarebbe stato un compito arduo, dal momento che la frazione di centro era priva di un proprio indirizzo tattico. Infatti i congressi federali, a cui Togliatti faceva riferimento, scrivevamo nella Lettera ai Compagni della Sinistra, «si sono organizzati [...] con un sistema veramente curioso e che merita di essere definito, più che dittatoriale, giolittiano. La facoltà dei congressi a pronunciarsi sui problemi politici variava a seconda che si poteva prevedere il senso cui si sarebbero pronunziati. Quando si è potuto si è fatto votare il plauso alla Centrale attuale, in altri casi soltanto l’approvazione delle direttive del V Congresso, oppure il famoso minimum dell’invito a Bordiga a entrare nella Centrale. Quando, come è avvenuto nei più importanti congressi, prevalevano e avevano agio di mostrare la loro prevalenza le ragioni di sinistra, i Congressi non hanno potuto votare su nessuna quistione sotto il pretesto che avevano carattere puramente informativo. La maniera sibillina con cui sono fatti i resoconti sta a provare la miseria dell’evidente giochetto cui ho accennato».

Si capisce quindi l’ammissione di Togliatti, che l’approvazione delle risoluzioni del V Congresso non poteva essere considerata adesione alla politica della direzione centrista del partito.

Il Parlamento, la cui ultima seduta si era avuta il 13 giugno 1924, riaprì il 12 novembre. Ancora due giorni prima, il 10, Gramsci, Gennari e Maffi faranno un altro passo verso gli Aventiniani. «Solo il rifiuto categorico delle “opposizioni” di aderire alle iniziative pur democraticheggianti del P.C.d’I. convinse la direzione gramsciana ad accettare la tesi della Sinistra rientrando a Montecitorio, e non è un caso che a tenere alla Camera, il 12 novembre 1924, l’audace discorso del “rientro”, fra urla di minacce e pugni levati, fosse chiamato proprio un esponente della Sinistra, un componente del vecchio Esecutivo deposto nel 1923: Luigi Repossi, così come non è un caso che il primo discorso nella nuova legislatura sia stato tenuto a nome del Partito, il 14 gennaio 1925, da un altro “astensionista” (non ancora capitolato di fronte a Mosca), Ruggero Greco (...) per riaffermare i principi comunisti della lotta di classe, della conquista violenta del potere e della dittatura proletaria» (O preparazione rivoluzionaria o preparazione elettorale).

«La rientrata nel parlamento nel novembre 1924 e la dichiarazione di Repossi furono benefiche, come lo dimostrò l’ondata di consenso proletario, ma troppo tardive. La Centrale oscillò lungamente e si decise solo per la pressione del partito e della Sinistra» (Tesi di Lione).

I nuovi capi centristi del partito si basavano su una erronea prospettiva della situazione, come si può ben capire dalla relazione di Gramsci al CC dell’agosto 1924 (pubblicata su “Lo Stato Operaio”, 21 agosto 1924), davano ormai per sconfitta la classe operaia: «La situazione è “democratica” perché le grandi masse lavoratrici sono disorganizzate, disperse, polverizzate nel popolo indistinto». Si affermava che compito essenziale del Partito era la «conquista della maggioranza dei lavoratori e di trasformazione molecolare delle basi dello Stato democratico». Si capisce quindi come fosse del tutto estranea alla logica centrista la preparazione della classe all’abbattimento sia del fascismo sia dell’antifascismo borghese-democratico; al contrario essa basava la sua aspettativa nella vittoria delle forze organizzate nell’Aventino.

Questa presentazione vuol descrivere la situazione politica e sociale, interna ed esterna al partito, che determinò la necessità, da parte della nostra corrente di Sinistra, di presentare il “Programma d’Azione del Partito”.

Abbiamo accennato al fatto che il V Congresso dell’Internazionale approvò un altro documento che portava la stessa intestazione ma con indirizzo opposto, che lasciava aperta la strada a diverse possibilità, senza nulla precisare e nulla escludere.

Analizzare a fondo questo documento richiederebbe una lunga dissertazione, ma non molto utile. Riportiamo alcune poche citazioni che confermano quanto detto sulla tattica centrista.

«Il partito deve cogliere e utilizzare tutte le occasioni, anche quelle offerte dalla propaganda della Opposizione costituzionale per indebolire e abbattere il fascismo (...) e obbligare così l’Opposizione costituzionale a un’azione più vigorosa o a gettare la maschera della sua complicità col fascismo». Perché? Si preferiva che la borghesia si dotasse di una maschera antifascista?

Il Partito «non deve mai, per salvaguardare la sua indipendenza [?], lasciarsi isolare dalle grandi masse in movimento contro il fascismo e perdere così la possibilità di trascinarle e guidarle. Esso deve fra questi scogli numerosi imparare a manovrare per restare in stretto contatto con le masse».

Si parla di guidare contro il fascismo quelle grandi masse in movimento che Gramsci aveva descritto disorganizzate, disperse, polverizzate nel popolo indistinto.

Ma l’affermazione grave è l’altra, quella secondo cui il partito dovrebbe imparare a manovrare. Ecco, il manovrismo, il situazionismo, il tatticismo, quello che venne definito “leninismo”, mentre altro non era che opportunismo.

Sugli altri argomenti, quali il fronte unico politico, la tattica nei confronti del Partito Socialista, la possibilità di fusione con esso, la bolscevizzazione, etc., qui non ci attardiamo.

* * *

Riguardo al “fronte unico sindacale” il progetto di “Programma d’Azione del Partito” presentato dai nostri compagni è estremamente chiaro. E con orgoglio affermiamo che il PCd’I diretto dalla Sinistra fu il primo tra i partiti dell’Internazionale a proporlo e a metterlo in pratica. E con grande profitto sia nella unificazione ed estensione delle lotte sia dell’influenza comunista sul proletariato.

Perché la conquista delle masse non si realizza solo con la propaganda, o lanciando parole d’ordine, alla maniera dei centristi, ma prendendo parte e stimolando tutte le azioni a cui il proletariato è spinto dalla propria condizione economica e sociale.

Al fine di questa conquista, il P. C. d’Italia si è sempre opposto alla tattica di uscita dai sindacati diretti dai riformisti e fin dalla sua fondazione agitò all’interno della classe la proposta della fusione, a livello nazionale, di tutte le organizzazioni sindacali esistenti. L’iniziativa comunista si infranse contro il muro costituito dall’unione di social-riformisti e “rivoluzionari” di varia natura (massimalisti, anarchici, anarco-sindacalisti). La campagna per il fronte unico sindacale e la spontanea mobilitazione della classe operaia costrinsero, loro malgrado, le dirigenze dei grandi sindacati nazionali ad assecondare quella pressione dal basso e a costituire l’Alleanza del Lavoro. Benché i dirigenti sindacali, socialriformisti e falsi rivoluzionari, sabotassero con tutti i mezzi il fronte unico proletario e la lotta di classe, arrivando i bonzi socialdemocratici a proporsi disponibili alla collaborazione con il fascismo.

L’espressione che troviamo al Punto 5, secondo la quale, fino a che la lotta sindacale non avesse ritrovato la possibilità di uno sviluppo più libero, per le elezioni nelle officine il partito avrebbe dovuto appoggiare delle liste comuni delle organizzazioni rosse, in un blocco con i partiti che si richiamano alla classe operaia (sinistra dei repubblicani, socialisti unitari, massimalisti e anche sindacalisti anarchici), non è in contraddizione con quanto affermato in modo tassativo al precedente Punto 3: «ogni “cartello” politico (...) è assolutamente escluso, sia che si tratti di organi centrali nazionali, sia che si tratti di organizzazioni locali».

Nessuna forma di fronte unico politico era quindi ammessa. Si deve quindi intendere che il fronte unico propugnato anche allora dalla Sinistra comunista era solo ed esclusivamente quello sindacale.

All’epoca in cui fu redatto “Il Programma d’Azione”, il 1924, la ricostruzione dei sindacati si presentava molto complessa: dittatura fascista, passaggio aperto della dirigenza sindacale socialdemocratica nel campo della reazione, impotenza o viltà dei capi delle altre organizzazioni.

Si doveva ricominciare tutto da capo: dal ricostituire gli organi elementari sindacali della classe, in opposizione a quelli dei sindacati di regime, allora fascisti. Aveva questo fine specifico il blocco che si prospettava nel Punto 5, esteso solo ai partiti con seguito operaio che nella loro tradizione avevano appoggiato il formarsi del sindacalismo di classe. Non si trattava di un blocco politico ma sindacale, locale e temporaneo, strettamente finalizzato alle elezioni nelle officine e fintanto la lotta e l’organizzazione sindacale non avessero ritrovato il loro terreno.

Anziché di partiti in altro momento avremmo parlato di blocco dei rispettivi comitati sindacali. Ma in quella situazione di sfacelo delle organizzazioni di classe i loro comitati sindacali esistevano ancora?

Del resto i comunisti hanno sempre proposto azioni comuni alle forze proletarie inquadrate nelle organizzazioni dei più disparati partiti, mentre, con la loro attività pratica, dimostrano che solo il programma e l’inquadramento comunista potrà portare il proletariato alla sua emancipazione.

 

 

 

 

 


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Il concetto di dittatura rivoluzionaria e la sua pratica - Con Carlo Marx
Lenin ci rilegge Engels sullo Stato e oltre lo Stato

(Continua dal numero scorso)


Valore e limiti della forma repubblicana dello Stato

Continua Lenin: «Engels fa della questione della repubblica il punto cruciale della sua critica al programma di Erfurt (...) I socialdemocratici tedeschi hanno agito per paura di un rinnovo delle leggi eccezionali: è questo il fatto essenziale che Engels pone in primo piano e definisce, senza mezzi termini, opportunismo, dichiarando che, appunto perché in Germania non v’è repubblica e non v’è libertà, sognare una via “pacifica” è cosa insensata. Engels è abbastanza prudente per non legarsi le mani. Riconosce che nei paesi retti a repubblica o che godono di una grandissima libertà “si può concepire” (soltanto concepire!) un’evoluzione pacifica verso il socialismo».

I riformisti, che poi stravolgeranno anche tali parole nel goffo tentativo di fare persino di Engels un sostenitore della via pacifica e parlamentare, si erano dimenticati, insieme alla repubblica, sottolinea Lenin, degli avvertimenti di Engels.

«Una simile politica, alla lunga, non può non indurre in errore il partito. Si pongono in prima linea questioni politiche astratte, generali, e si celano così le questioni concrete e più urgenti, quelle questioni che al primo grande avvenimento, alla prima crisi politica, si pongono da sé all’ordine del giorno. Che altro può derivarne, se non il fatto che al momento decisivo il partito si trovi improvvisamente perplesso, che sui punti decisivi regnino la confusione e la discordia perché questi punti non sono mai stati discussi? (...)

«Questo dimenticare i grandi principi fondamentali di fronte agli interessi passeggeri del momento, questo lottare e tendere al successo momentaneo senza preoccuparsi delle conseguenze che ne scaturiranno, questo sacrificare il futuro del movimento per il presente del movimento, può essere considerato onorevole, ma è e rimane opportunismo, e l’opportunismo “onorevole” è forse il peggiore di tutti (...)

«Se v’è qualcosa di certo, è proprio il fatto che il nostro partito e la classe operaia possono giungere al potere soltanto sotto la forma della repubblica democratica. Anzi, questa è la forma specifica per la dittatura del proletariato, come già ha dimostrato la Grande Rivoluzione francese».

A tali parole, che chiariscono ulteriormente quello che intendono i nostri quando parlano di repubblica democratica, possiamo aggiungere una lettera, conosciuta da Lenin, di Engels a Lafargue del 6 marzo 1894: «Ah, ma noi abbiamo la repubblica in Francia, vi diranno gli ex‑radicali; da noi è un’altra cosa, noi possiamo utilizzare il governo per misure socialiste! La repubblica, per quanto riguarda il proletariato, differisce dalla monarchia solo per il fatto che essa è la forma politica già pronta per il dominio futuro del proletariato. Il vostro vantaggio su noi è che voi già l’avete; in quanto a noi, dovremo perdere 24 ore per farla. Ma la repubblica, come ogni altra forma di governo, è determinata dal suo contenuto; finché essa è la forma del dominio borghese ci è altrettanto ostile quanto qualsiasi monarchia (salvo le forme di questa ostilità). È dunque una illusione del tutto gratuita considerarla come una forma socialista nella sua essenza. Noi potremo strapparle delle concessioni ma mai affidarle l’incarico di eseguire i nostri compiti. Anche se potessimo controllarla con una minoranza così forte da potersi trasformare in maggioranza da un giorno all’altro».


La questione nazionale

Torniamo a Lenin.

«Engels ripete qui, mettendola particolarmente in rilievo, l’idea fondamentale che attraversa, come un filo ininterrotto, tutte le opere di Marx: la repubblica democratica è la via più breve che conduce alla dittatura del proletariato. Questa repubblica, infatti, benché non sopprima affatto il dominio del capitale, e quindi l’oppressione delle masse e la lotta di classe, porta inevitabilmente questa lotta a un’estensione, a uno sviluppo, a uno slancio e a un’ampiezza tale che, una volta apparsa la possibilità di soddisfare gli interessi essenziali delle masse oppresse, questa possibilità si realizza necessariamente e unicamente con la dittatura del proletariato, con la direzione di queste masse da parte del proletariato. Per tutta la Seconda Internazionale anche queste sono state “parole dimenticate” del marxismo, e questa dimenticanza si è manifestata con particolare evidenza nella storia del partito menscevico durante i primi sei mesi della rivoluzione russa del 1917.

«Sul problema della repubblica federativa in relazione con la composizione nazionale della popolazione, Engels scriveva: “A mio giudizio, il proletariato può utilizzare soltanto la forma della repubblica una e indivisibile. La repubblica federale ancora oggi, nel complesso, è una necessità, data la gigantesca estensione territoriale degli Stati Uniti, sebbene nella loro parte orientale costituisca già un impedimento (...) Per la Germania una imitazione del federalismo svizzero sarebbe un enorme passo indietro (...) In Germania lo Stato federale rappresenta una forma di transizione verso uno Stato completamente unitario; non si deve far retrocedere la “rivoluzione dall’alto”, compiuta nel 1866 e nel 1870, ma si deve completarla con un “movimento dal basso”.

«Ben lungi dal disinteressarsi delle forme dello Stato, Engels si sforza al contrario di analizzare con la massima attenzione proprio le forme transitorie, per determinare in ogni caso specifico, in base alle particolarità storiche concrete, quale passaggio, da che cosa e verso che cosa, rappresenti la forma transitoria esaminata. Come Marx, Engels difende, dal punto di vista del proletariato e della rivoluzione proletaria, il centralismo democratico, la repubblica una e indivisibile. Egli considera la repubblica federale o come un’eccezione alla regola e un ostacolo allo sviluppo, o come una transizione tra la monarchia e la repubblica centralizzata, come un “passo avanti”, in certe condizioni particolari. E fra queste condizioni particolari, mette in evidenza la questione nazionale.

«Sia in Engels sia in Marx, benché abbiano criticato implacabilmente il carattere reazionario degli staterelli in quanto tali e l’utilizzo, in casi concreti, della questione nazionale per mascherare questo carattere reazionario, non si troverà in nessuno dei loro scritti neppure l’ombra della tendenza a eludere la questione nazionale, tendenza di cui parlano spesso i marxisti olandesi e polacchi, pur partendo dalla lotta del tutto legittima contro il nazionalismo angustamente piccolo-borghese dei “loro” piccoli Stati (...)

«Engels non concepisce affatto il centralismo democratico nel senso burocratico dato a questa nozione dagli ideologi borghesi e piccolo-borghesi, compresi, fra questi ultimi, gli anarchici. Per Engels il centralismo non esclude affatto una larga autonomia amministrativa locale, la quale, mantenendo le “comuni” e le regioni volontariamente l’unità dello Stato, sopprime recisamente ogni burocrazia e ogni “comando” dall’alto.

«Dunque repubblica unitaria – scrive Engels sviluppando le concezioni programmatiche del marxismo a proposito dello Stato – ma non nel senso di quella francese odierna, che non è altro se non l’impero senza imperatore, fondato nel 1798. Dal 1792 al 1798 ogni dipartimento francese, ogni comune (Gemeinde) godettero di una amministrazione completamente autonoma, secondo il modello americano, e anche noi dobbiamo averla. L’America e la prima repubblica francese mostrarono a noi tutti in che modo si debba istituire l’amministrazione autonoma e come si possa fare a meno della burocrazia, e ancor oggi ce lo dimostrano l’Australia, il Canada e le altre colonie inglesi (...) Engels propone quindi di formulare nel modo seguente l’articolo del programma relativo all’autonomia amministrativa: “Amministrazione completamente autonoma nella provincia” (governatorato o regione), “nei distretti e nei comuni, da parte di impiegati eletti con suffragio universale. Abolizione di ogni autorità locale e provinciale nominata dallo Stato».

Prosegue Lenin.

«È molto importante rilevare che Engels, prove alla mano, smentisce con il più preciso degli esempi il pregiudizio straordinariamente diffuso – specie nella democrazia piccolo-borghese – secondo il quale una repubblica federale significhi necessariamente maggior libertà di quanto non si abbia in una repubblica centralizzata. I fatti citati da Engels relativi alla repubblica francese centralizzata del 1792‑98 e alla repubblica federale svizzera confutano questa affermazione. In realtà la repubblica centralizzata, effettivamente democratica, diede maggiore libertà che non la repubblica federale. In altri termini: la maggiore libertà locale, regionale, ecc., che la storia abbia conosciuta è stata data dalla repubblica centralizzata e non dalla repubblica federale».


Stato e Chiesa

«Un’altra riflessione incidentale di Engels, anch’essa legata al problema dello Stato, riguarda la religione. È noto che la socialdemocrazia tedesca mano a mano che si incancreniva e diventava sempre più opportunista, scivolava con sempre maggiore frequenza verso una interpretazione erronea e filistea della celebre formula: “La religione è un affare privato”. Questa formula infatti era interpretata come se anche per il partito del proletariato rivoluzionario la questione della religione fosse un affare privato! Contro questo completo tradimento del programma rivoluzionario del proletariato si levò Engels: “Di fronte allo Stato la religione non è che un semplice affare privato” (dalla prefazione del 1891 a “La guerra civile in Francia” di Marx)».

Nel quaderno “Il marxismo sullo Stato” Lenin, in una sua nota riguardante lo scritto engelsiano sul programma di Erfurt, scrive: «Engels scrive semplicemente: separazione completa tra Stato e Chiesa. Tutte le comunità religiose senza eccezione vengono trattate dallo Stato come associazioni private. Esse perdono ogni sovvenzione pubblica e ogni influenza sulle scuole pubbliche».

Cavour avrebbe potuto, più o meno, condividere queste parole, in quanto parte di un programma borghese rivoluzionario, contro la volontà della stessa borghesia. Questa doveva distruggere in maniera indolore, almeno nelle sue illusioni, il vecchio mondo uscito dal congresso di Vienna del 1815, e scosso in profondità nel 1848 e nel 1871, per dispiegare il pieno potere della borghesia stessa, analogamente a ciò che era avvenuto già da tempo in Inghilterra.

Questo non significa che noi comunisti siamo dei liberali, né che possiamo condividere le posizioni dei menscevichi russi e dei riformisti in generale, quando dicevano che, in quei paesi dove non è ancora avvenuta la rivoluzione borghese, il proletariato avrebbe dovuto restare immobile nell’attesa che la borghesia facesse la propria rivoluzione. Se poi il partito del proletariato, come avvenuto in Russia, avesse già preso il potere, avrebbe allora dovuto gentilmente rimetterlo nelle mani della borghesia. Quest’ultima cosa equivale al suicidio.

Torniamo a “Stato e rivoluzione”.

«Volutamente Engels sottolinea le parole “di fronte allo Stato”; in tal modo egli attaccava in pieno l’opportunismo tedesco che dichiarava la religione un affare privato di fronte al partito e abbassava così il partito del proletariato rivoluzionario al livello del più volgare piccolo-borghese “libero pensatore”, che è disposto ad ammettere che si possa rimanere fuori della religione, ma rinnega il compito del partito di lottare contro la religione, quest’oppio che inebetisce il popolo».


La democrazia è una forma di Stato

Più oltre troviamo altre lezioni di dialettica di Lenin.

«Engels non cade nell’errore che commettono, ad esempio, certi marxisti a proposito del diritto delle nazioni all’autodecisione: in regime capitalistico, essi dicono, questo diritto è irrealizzabile, e in regime socialista diventa superfluo.

«Quando Engels dice che nella repubblica democratica “non meno” che nella monarchia, lo Stato rimane “una macchina per l’oppressione di una classe da parte di un’altra”, ciò non significa affatto che la forma di oppressione sia indifferente per il proletariato, come “insegnano” certi anarchici. Una forma più larga, più libera, più aperta, di lotta di classe e di oppressione di classe facilita immensamente al proletariato la sua lotta per la soppressione delle classi in generale.

«Discutendo sullo Stato si cade abitualmente nell’errore contro il quale Engels mette qui in guardia e che noi abbiamo già segnalato di sfuggita: si dimentica cioè che la soppressione dello Stato è anche la soppressione della democrazia, e che l’estinzione dello Stato è l’estinzione della democrazia. A prima vista questa affermazione pare del tutto strana e incomprensibile: alcuni potrebbero forse persino temere che noi auspichiamo l’avvento di un ordinamento sociale in cui non verrebbe osservato il principio della sottomissione della minoranza alla maggioranza; perché in definitiva che cos’è la democrazia se non il riconoscimento di questo principio? No! La democrazia non si identifica con la sottomissione della minoranza alla maggioranza. La democrazia è uno Stato che riconosce la sottomissione della maggioranza alla minoranza, cioè l’organizzazione della violenza sistematicamente esercitata da una classe contro un’altra, da una parte della popolazione contro l’altra.

«Noi ci assegniamo come scopo finale la soppressione dello Stato, cioè di ogni violenza organizzata e sistematica, di ogni violenza esercitata contro gli uomini in generale. Noi non auspichiamo l’avvento di un ordinamento sociale in cui non venga osservato il principio della sottomissione della minoranza alla maggioranza. Ma, aspirando al socialismo, noi abbiamo la convinzione che esso si trasformerà in comunismo, e che scomparirà quindi ogni necessità di ricorrere in generale alla violenza contro gli uomini, alla sottomissione di un uomo a un altro, di una parte della popolazione a un’altra, perché gli uomini si abitueranno a osservare le condizioni elementari della convivenza sociale, senza violenza e senza sottomissione. Per mettere in risalto questo elemento di consuetudine, Engels parla della nuova generazione, “cresciuta in condizioni sociali nuove, libere” e che “sarà in grado di scrollarsi dalle spalle tutto il ciarpame statale”, ogni forma di Stato, compresa la repubblica democratica».

Leggiamo nel V capitolo: “Le basi economiche dell’estinzione dello Stato”.

«Tutta la teoria di Marx è l’applicazione al capitalismo contemporaneo della teoria dell’evoluzione, nella sua forma più conseguente e completa, meditata e ricca di contenuto. Si comprende quindi che Marx abbia visto il problema dell’applicazione di questa teoria all’imminente fallimento del capitalismo e al futuro sviluppo del futuro comunismo. Su quali dati ci si può dunque basare nel porre la questione del futuro sviluppo del futuro comunismo? Sul fatto che il comunismo è generato dal capitalismo si sviluppa storicamente dal capitalismo, è il risultato dell’azione di una forza sociale prodotta dal capitalismo. In Marx non vi è traccia del tentativo di inventare delle utopie, di fare vane congetture su quel che non si può sapere. Marx pone la questione del comunismo come un naturalista porrebbe, per esempio, la questione dell’evoluzione di una nuova specie biologica, una volta conosciuta la sua origine e la linea precisa della sua evoluzione (...)


In Lenin Democrazia proletaria sta per Dittatura della classe operaia

«”Tra la società capitalistica e la società comunista – prosegue Marx – vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. A esso corrisponde anche un periodo politico di transizione, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato” (da Critica del programma di Gotha).

«Ma qual è l’atteggiamento di questa dittatura verso la democrazia? Abbiamo visto che il Manifesto del Partito Comunista pone semplicemente uno accanto all’altro i due concetti: “trasformazione del proletariato in classe dominante” e “conquista della democrazia” (...) La società capitalistica, considerata nelle sue condizioni di sviluppo più favorevoli, ci offre nella repubblica democratica una democrazia più o meno completa. Ma questa democrazia è sempre limitata nel ristretto quadro dello sfruttamento capitalistico, e rimane sempre, in fondo, una democrazia per la minoranza, per le sole classi possidenti, per i soli ricchi. La libertà, nella società capitalistica, rimane sempre più o meno quella che fu nelle repubbliche dell’antica Grecia: la libertà per i proprietari di schiavi. Gli odierni schiavi salariati, in conseguenza dello sfruttamento capitalistico, sono talmente soffocati dal bisogno e dalla miseria, che “hanno altro per capo che la democrazia”, “che la politica”, sicché, nel corso ordinario e pacifico degli avvenimenti, la maggioranza della popolazione si trova tagliata fuori dalla vita politica e sociale (...)

«Marx afferrò perfettamente questa caratteristica essenziale della democrazia capitalistica, quando, nella sua analisi dell’esperienza della Comune, disse: agli oppressi è permesso di decidere, una volta ogni qualche anno, quale fra i rappresentanti della classe dominante li rappresenterà e li opprimerà in Parlamento! Ma l’evoluzione da questa democrazia capitalistica – inevitabilmente ristretta, che respinge in modo dissimulato i poveri, e quindi profondamente ipocrita e bugiarda – “a una democrazia sempre più perfetta”, non avviene così semplicemente, direttamente e senza scosse come immaginano i professori liberali e gli opportunisti piccolo-borghesi. No. Lo sviluppo progressivo, cioè l’evoluzione verso il comunismo, avviene passando per la dittatura del proletariato e non può avvenire altrimenti, poiché non v’è nessun’altra classe e nessun altro mezzo che possa spezzare la resistenza dei capitalisti sfruttatori».

(continua al prossimo numero)