Partito Comunista Internazionale
Il Partito Comunista N. 410 - 12 luglio 2021

anno XLVIII - [ Pdf ]

Indice dei numeri

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Aggiornato al  18 luglio 2021

organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 GKN: Contro i licenziamenti rompere la gabbia della divisione delle lotte azienda per azienda imposta dai sindacati di regime, per unificarle in un movimento generale della classe lavoratrice!
Fandonie green anche in Cina
Il riordino dei salari e della moneta una necessità del capitalismo cubano
Stresa: La vita non conta nulla, contano i profitti!
PAGINA 2 Geopolitica di una pandemia: L’industria farmaceutica - Il falso problema dei brevetti - Produrre ed esportare i vaccini - La campagna di vaccinazione - Scontro tra potenze - La risposta dell’Occidente - India fra ricchi e miseri - In America Latina - Israele contro Palestina - Medio Oriente e Africa del Nord - Mettersi al passo dei grandi- Giappone, Cina e Sud Corea - Prime conclusioni
Per il sindacato di classe – 18 giugno - Viva lo Sciopero nazionale unitario del sindacalismo di base nella logistica! Un passo sulla via della costituzione del Fronte Unico Sindacale di Classe!
Ucciso un sindacalista del SI Cobas durante lo sciopero. Il mandante è questo regime borghese!
– Lavoratori agricoli investiti dall’ondata di calore nel N‑W americano
PAGINA 4 – A un secolo dall’occupazione delle fabbriche in Italia: Il contesto - Fabbriche occupate e proletari armati - Non offensiva proletaria, Non offensiva borghese - Garantisce il riformismo - Dopo il tradimento della Socialdemocrazia - A distanza di cento anni
PAGINA 5 – La serie di coraggiose battaglie della giovane classe operaia in Turchia: (capitolo esposto alla riunione generale del partito in video-conferenza del 28‑30 maggio.) Seconda parte.. Lo sciopero a Gaziantep - Lo sciopero dei metallurgici - Schiavismo e resistenza all’aeroporto di Istanbul - Conclusioni
PAGINA 6 – Convergere dei nostri gruppi nella Riunione Internazionale del partito [R.G. 140 ]: Le Armate Rosse in Germania: 2. La sconfitta nella Ruhr - La questione militare: La guerra civile in Russia - Il concetto di dittatura: Stato e consigli di fabbrica - La rivoluzione ungherese: La Costituzione. L’invasione romena
PAGINA 7 Il caso e la necessità. Libero arbitrio e determinismo
PAGINA 8 Il concetto di dittatura rivoluzionaria e la sua pratica - Con Carlo Marx: Lenin ci rilegge Engels sullo Stato e oltre lo Stato. Rapporto preparato per la riunione di gennaio 2019 ma non esposto per mancanza di tempo e riassunto nella successiva riunione generale (continua dal numero scorso): La comunista estinzione della “democrazia proletaria” - Oltre il diritto e l’uguale diritto - Oltre la divisione del lavoro - Oltre la disciplina di fabbrica

 


PAGINA 1

GKN
Contro i licenziamenti rompere la gabbia della divisione delle lotte azienda per azienda imposta dai sindacati di regime, per unificarle in un movimento generale della classe lavoratrice !

Appena sbloccati i licenziamenti – grazie all’accordo raggiunto fra Governo, padroni e sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil) – due fabbriche hanno annunciato repentinamente la chiusura: il 5 luglio la Gianetti Ruote di Monza (152 lavoratori), il 9 luglio la GKN di Firenze (oltre 450 fra lavoratori a tempo indeterminato, precari e indotto).

Entrambe sono aziende del settore automobilistico, schiacciato particolarmente dalla crisi di sovrapproduzione, come in generale è tutta l’economica capitalistica mondiale.

La GKN è una delle fabbriche dove più forte è il sindacalismo conflittuale, con 6 delegati Rsu su 7 dell’area di opposizione in Cgil, e dove – per fare un esempio – gli ultimi due contratti nazionali siglati da Fiom Fim e Uilm sono stati respinti dalla grande maggioranza dei lavoratori (oltre il 90%).

Non è un caso che venga attaccata per prima: dovendo procedere a una massiccia offensiva di chiusure e licenziamenti, il padronato vuole prima disfarsi dei reparti di lavoratori più combattivi affinché non diventino un punto di riferimento per gli operai delle fabbriche con minor tradizione di lotta.

La lotta alla GKN è quindi una battaglia di una guerra più grande che la borghesia vuole condurre contro l’intera classe lavoratrice, in Italia e a livello internazionale.

Gli operai della GKN, non appena avuta notizia dei licenziamenti, hanno occupato lo stabilimento, dando conferma della loro combattività. Ma, come giustamente affermato da un loro delegato, lo slogan della lotta non potrà essere “La GKN non si tocca” perché è impensabile che, di fronte alla crisi di sovrapproduzione del settore auto, i capitalisti tengano aperte fabbriche per produrre merci che non trovano sbocco sui mercati.

Questo sarà vero per sempre più settori produttivi, nella prospettiva dell’avanzamento inevitabile della crisi economica mondiale del capitalismo che dura da decenni. Alla breve ripresa economica in atto – ovvia reazione alla sospensione delle misure di contenimento della pandemia – seguirà un nuovo tonfo nel precipizio della crisi di sovrapproduzione.

Per quanto siano combattivi i lavoratori alla GKN o in altre aziende, quindi, trincerarsi dentro la fabbrica come in un fortino condurrebbe a sicura sconfitta. La lotta contro i licenziamenti non deve ridursi alla lotta contro la chiusura di fabbriche.

Nella prospettiva certa dell’avanzamento della crisi mondiale di sovrapproduzione, le lotte contro i licenziamenti debbono unirsi al di sopra delle divisioni fra aziende in un movimento generale che rivendichi: riduzione generalizzata dell’orario di lavoro e della vita lavorativa a parità di salario, salario integrale ai lavoratori disoccupati.

Ma unire le lotte operaie è impossibile senza una organizzazione. Questo lo sanno benissimo i padroni, i governi borghesi d’ogni colore e i sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil) che da decenni stringono un sodalizio finalizzato a un meccanismo per mantenere le lotte dei lavoratori divise, isolate azienda per azienda, soffocando lentamente la rabbia operaia nei meandri dei tavoli istituzionali, locali e nazionali.

Questa gabbia, questo meccanismo, questa catena che tiene prigionieri i lavoratori in ogni azienda è il principale ostacolo alla costruzione di una organizzazione sindacale di classe adeguata a unire le lotte operaie in essere, e che favorirebbe il ritorno alla lotta di tutti i lavoratori.

È il sindacalismo conflittuale (sindacati di base e opposizioni di classe in Cgil) che può e deve assumersi il compito di spezzare questa gabbia e candidarsi quale organismo adeguato all’unificazione delle lotte dei lavoratori. Ma per farlo deve abbandonare la pratica delle azioni separate fra le sue varie organizzazioni, seguita da anni dalle sue dirigenze, e porsi sul sentiero dell’unità d’azione.

Una pratica di lotta unitaria del sindacalismo conflittuale a tutti i livelli dell’azione sindacale – aziendale, territoriale, di categoria, nazionale e intercategoriale – che deve diventare stabile e permanente, e che può essere imposta a queste dirigenze solo dai gruppi di lavoratori più combattivi, giungendo alla formazione di un fronte unico sindacale di classe.

I lavoratori della GKN devono ricevere la solidarietà di tutti i lavoratori del territorio fiorentino e di tutto il sindacalismo conflittuale, che a questo scopo dovrebbe innanzitutto procedere alla proclamazione di uno sciopero generale provinciale.

I lavoratori della GKN devono farsi essi stessi promotori e battersi per l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale, finalizzata a unire le lotte contro i licenziamenti, liberandole dalla cappa asfissiante del sindacalismo di regime.

Occorre impedire che i lavoratori imbocchino le false strade in cui i sindacati di regime cercano sempre di instradarli, conducendoli alla rassegnazione e alla sconfitta. Nessuna fiducia nella ipocrita solidarietà delle istituzioni locali e nazionali e dei partiti borghesi! Nessuna fiducia nei tavoli istituzionali per fasulle soluzioni chiuse nell’ambito aziendale! La sola autentica solidarietà e la sola vera forza è quella proveniente dagli altri lavoratori!

Va rigettata anche la falsa e pericolosissima prospettiva della “difesa dell’industria nazionale”, magari attraverso la roboante rivendicazione della “nazionalizzazione”, che trova seguaci anche nel sindacalismo di base e fra alcune sue dirigenze, utile solo a legare politicamente i lavoratori al carro della borghesia nazionale, fomentando il nazionalismo, in un mondo che, per fortuna, ha definitivamente superato sul piano produttivo i confini nazionali.

La strada da percorrere è quella dell’unione delle lotte per la riduzione dell’orario di lavoro e per il salario integrale ai lavoratori disoccupati. Questa strada può anche essere iniziata a percorre all’interno delle fabbriche del settore automobilistico, che sarà coinvolto da una massiccia ondate di chiusure e licenziamenti. Già alla FCA di Melfi Fiom Fim e Uilm hanno siglato un accordo per la riduzione a una sola linea di produzione. E come i militanti del sindacalismo conflittuale di diverse fabbriche Stellantis in Italia hanno già fatto nei mesi scorsi, si deve cercare l’unione internazionale con gli operai degli altri paesi.

     Per l’unione delle lotta alla GKN con tutte le lotte contro i licenziamenti!
     Per la costruzione di in un movimento generale della classe lavoratrice per la riduzione dell’orario di lavoro e il salario integrale ai lavoratori disoccupati!
     Per il fronte unico sindacale di classe!

 

 

 

 

  


Fandonie green anche in Cina

Al recente summit sul clima tra il 22 e il 23 aprile, che sarebbe stato voluto dal nuovo presidente USA Biden, è intervenuto anche il presidente cinese Xi Jinping con un discorso che ha messo al primo posto l’armonia tra l’uomo e la natura e lo “sviluppo verde”. A tal fine, Xi Jinping confermava l’impegno, già espresso nei mesi precedenti, di ridurre le emissioni di gas a effetto serra entro il 2030 (attualmente la Cina ne produce la maggior quantità, il 28% delle emissioni globali), e di raggiungere la “neutralità climatica” nel 2060, cioè zero emissioni nette di anidride carbonica, quando l’anidride carbonica prodotta non superasse quella che può essere assorbita, ad esempio dalle foreste e dagli oceani.

Per raggiungere tale obiettivo la Cina punterebbe su tre fattori: intensificazione della produzione energetica da fonti rinnovabili, settore nel quale la Cina detiene importanti primati mondiali; aumento del volume delle foreste sul territorio nazionale; e soprattutto riduzione della produzione di agenti inquinanti, e quindi progressiva riduzione dell’uso del carbone. Però, la Cina è fortemente dipendente dal carbone, tanto che ne consuma circa la metà del totale mondiale. Il carbone soddisfa tra il 56 e il 58% dei consumi energetici del Paese e i due terzi della produzione elettrica.

Inoltre la Cina ha finanziato progetti che utilizzano carbone all’estero, dal Pakistan alla Serbia, per un investimento di 474 milioni di dollari nel 2020. Neanche la crisi economica e pandemica ha segnato in Cina una inversione di rotta nell’uso del carbone, addirittura lo scorso anno la produzione è tornata ai record del 2015: secondo i dati ufficiali ne sono stati estratti ben 3,84 miliardi di tonnellate. La ragione è, in parte, da attribuire a una sorta di guerra commerciale con l’Australia, che esporta in Cina molto carbone. Pechino ha bloccato queste importazioni, e aumentato la produzione interna, in ritorsione per le posizioni dell’Australia sulle principali controversie che riguardano la Cina: presunta origine cinese della pandemia, Hong Kong, Xinjiang, Taiwan, 5G ecc.

Quindi il quadro complessivo delle necessità energetiche cinesi fa ritenere che a breve non assisteremo a “grandi balzi in avanti” sulla via della riduzione del consumo di carbone. Sono gli stessi dirigenti di Pechino che prevedono un picco dell’utilizzo del carbone nel 2030, senza però quantificarlo. Nonostante le enunciazioni di principio sull’ “armonia tra uomo e natura”, nonostante la pretesa di voler basare l’economia su “un modello sostenibile”, nonostante i lunghi piani futuri di ricorso alle “fonti alternative”, si apre un decennio d’oro per il carbone in Cina. Anche l’ultimo piano quinquennale cinese, sebbene verniciato di verde come d’obbligo ovunque, non pone dei limiti al carbone.

D’altronde nemmeno potrebbe in quanto, in un contesto di sempre più agguerrita rivalità commerciale fra capitali, ridurre la dipendenza dal carbone, troppo metterebbe la sua economia in svantaggio. La “questione energetica” diventa così un’arma nello scontro inter-imperialistico. La guerra tra capitalismi concorrenti si nasconde in uno scontro apparente tra “difensori dell’ambiente”, del “clima”. Questa finta “difesa della natura” suona così: i capitalismi d’Occidente accusano la Cina di essere la principale responsabile delle emissioni e la spingono a forti riduzioni; la Cina risponde che sono i vecchi capitalismi, trascinati da secoli prima della Cina nella rivoluzione industriale, i veri responsabili della critica situazione attuale.

Queste schermaglie “ecologiche” si spiegano solo nel contesto delle rivalità tra gli Stati e nella crisi delle loro economie. Nello specifico la Cina borghese, arrivata con un secolo di ritardo allo sviluppo industriale, alimenta le proprie fabbriche, oggi le centrali elettriche, col carbone, come già fecero i vecchi capitalismi. L’arma della difesa ambientale è, quindi, impugnata dai capitalisti occidentali solo per imbrigliare la giovanile industria cinese.

Per tre secoli di storia mondiale il capitalismo d’Occidente si è imposto sulle arretrate economie asiatiche inondandone i mercati con le sue merci. «I bassi prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con la quale spiana tutte le muraglie cinesi», dice il Manifesto del ’48, magistralmente delineando ineluttabile l’estensione del capitalismo a tutto il mondo. Ma il capitale non può darsi uno sviluppo uniforme, le diverse aree mondiali seguono andamenti di sviluppo differenti. Ciò si traduce nella modifica dei rapporti tra i vari paesi. Lo stato attuale del capitalismo mondiale presenta una situazione ribaltata rispetto al 1848, oggi sono le merci cinesi che viaggiando verso Ovest si trovano a travolgere moderne “muraglie”.

Nella guerra commerciale tra paesi concorrenti sul mercato mondiale la questione climatica e ambientale viene strumentalizzata per giustificare l’imposizione di barriere contro le merci dei rivali. È il caso dell’annunciata “carbon tax” dell’Unione Europea volta a colpire le merci importate in particolare dalla Cina. Il capitalismo non può preservare la natura perché non può fermare l’immane produzione di merci, per lo più inutili, che ne determinano la rapacità spoliatrice del pianeta.

Non è questione di produrre in maniera “diversa”, “sostenibile”, ma di procedere alla distruzione del modo di produzione capitalistico. Ovviamente questa prospettiva è rigettata dai falsi comunisti cinesi. Sotto il rosso, che serve a coprire lo sfruttamento capitalista del proletariato, hanno scoperto l’utilità del verde, dell’ecologismo, ideologia di società capitalisticamente mature che, dinanzi alla condanna storica alla distruzione, si rifugiano nella possibilità di un capitalismo “altro”.

Ma il capitalismo non è riformabile, come invece si illude il democratico piccolo borghese. L’ecologismo, come tutte le ideologie borghesi, mistifica la realtà del capitalismo per convincere della sua eternità. Quella ecologica è l’ideologia di una società opulenta e proprietaria, espressione di borghesi, mezze classi e aristocrazia operaia. È chiaro che da questo futuro, moderno, prospero e armonioso, di alti consumi e di stile di vita “eco”, sono esclusi i proletari cinesi, sfruttati e con salari da fame, ammassati in metropoli malsane e costretti a vivere in tuguri di pochi metri quadri.

Queste promesse di riconciliazione tra uomo e natura non potranno mai essere realizzate nel capitalismo. L’ideologia “green”, affiancata alla propaganda del “socialismo con caratteristiche cinesi”, serve per perpetuare l’inferno capitalistico e assicurare il dominio del capitale.

 

 

 

 

  


Il riordino dei salari e della moneta una necessità del capitalismo cubano

Il primo gennaio è stato celebrato il 62° anniversario della cosiddetta rivoluzione cubana, esemplare per tutti quei partiti e movimenti opportunisti che si dichiarano socialisti ma che sono solo una mascherata per ingannare i lavoratori e dare continuità allo sfruttamento capitalista. Nell’occasione il governo borghese di Cuba ha annunciato che «in conformità con il nuovo contesto economico del paese» ha modificato la scala salariale, fissando il salario minimo a 2.100 pesos cubani».

Allo stesso tempo ha annunciato l’unificazione delle due valute attuali, il peso cubano (CUP) e il peso convertibile (CUC), al cambio unico di 24 pesos per dollaro. Questi provvedimenti, molto attesi, annunciati in televisione dal presidente Díaz‑Canel al fianco dell’ex presidente e capo del partito “comunista” Raúl Castro, fanno parte di un insieme di misure inquadrate nella cosiddetta “opera di riordino”: «di enorme importanza che metterà il paese in condizioni migliori per realizzare le trasformazioni richieste dall’aggiornamento del nostro modello economico e sociale al fine di garantire a tutti i cubani la massima uguaglianza di diritti e opportunità». In materia monetaria quindi il “riordino” consiste nella scomparsa del CUC, creato nel 1994, e l’imposizione di un tasso di cambio unico.

Con queste misure, il borghese governo cubano ammette l’esistenza dell’inflazione, lo stesso che stanno sperimentando attualmente altri paesi. Ma aver stabilito un iniziale tasso di cambio basso non sta evitando l’aumento dell’inflazione e del cambio. Infatti, all’annuncio del governo sul mercato nero il peso convertibile ha raggiunto prezzi fino a 45 pesos cubani per dollaro.

Anche se il governo ha stabilito che la popolazione deve fare le transazioni in contanti solo in pesos cubani e ha aperto all’uso delle carte di credito in dollari a coloro che ricevono rimesse dai parenti all’estero, in pratica sta imponendo il pagamento in dollari o in euro in contanti, soprattutto per gli acquisti dei turisti stranieri. È su questo mercato che si misurerà la svalutazione reale del peso cubano.

In corrispondenza a questa politica monetaria è stata fissata la nuova scala salariale, da un salario minimo di 2.100 pesos (87,5 dollari al cambio ufficiale e 46,67 dollari al valore di mercato). Nella nuova tabella i salari aumentano, a giudizio del governo, secondo il grado di complessità del lavoro e secondo il numero di ore lavorate. I 2.100 pesos si applicano al gruppo di complessità I, ma solo se si lavora 44 ore alla settimana. I lavoratori dei servizi saranno inseriti dal gruppo I al VI (da 2.100 a 2.660 pesos); gli amministrativi dal gruppo III al VII (da 2.300 a 2.810); gli operai, dal gruppo II all’VIII (da 2.200 a 2.960). La maggior parte della popolazione salariata ricade tra i gruppi salariali I e VI. I tecnici andranno dal gruppo VII al XXV (da 2.810 a 6.610); i quadri dal gruppo XVII al XXXII (da 4.610 a 9.510).

Ci sono poi le disposizioni per le diverse specializzazioni e situazioni di lavoro ad integrare questi 32 gruppi salariali. Bel “socialismo”! Non solo c’è l’istituto del salariato, il che da solo definisce il capitalismo, anche quando la retribuzione fosse uguale per tutti, ma le differenze di paga, dal manovale al dirigente, vanno a Cuba da 100 a 452, mentre, per esempio, fra i metalmeccanici in Italia si sale solo da 100 a 180!

C’è in Italia il socialismo? Ma il nuovo regolamento cubano pretenderebbe anche eliminare vari sussidi e sostegni dei prezzi. La «eliminazione graduale dei sussidi eccessivi e delle mance indebite». Si intende «sovvenzionare le persone e non i prodotti, per evitare l’egualitarismo che a volte abbiamo nella società». «Fare dei salari la fonte principale per i consumi dei lavoratori e delle loro famiglie, ed eliminare le distorsioni salariali per stimolare l’attaccamento al lavoro e l’ambizione a posizioni dirigenziali». In altre parole il governo cubano rinuncia ai controlli sui prezzi di beni e servizi, che avrebbero stimolato l’ “egualitarismo”, e ricorda a tutti i lavoratori che per vivere debbono contare solo sul loro salario.

Naturalmente il governo ha garantito che il salario minimo coprirà il costo del paniere di riferimento di beni e servizi (CBSR), che è di 1.528 pesos. Ma quello che il governo non dice è che con queste riforme l’importo della CBSR aumenterà rapidamente e metterà i lavoratori a basso salario nella impossibilità di provvedere ai bisogni delle loro famiglie. Così, in una situazione di disorganizzazione e di repressione del movimento dei lavoratori, i salari continueranno a dipendere dalle decisioni del governo.

Come altri governi che si dichiarano “di sinistra” e perfino “socialisti”, quello cubano sostiene che non si tratta qui di “neoliberismo”. Ma è chiaro che sta cercando di far fronte ad una crisi economica capitalistica, con il settore del turismo azzerato, con la perdita dell’appoggio economico del Venezuela, con almeno il 40% delle imprese statali in perdita. La borghesia cubana può solo scommettere sulla riapertura del mercato mondiale, per tornare ad esportare le sue merci e per abbassare i costi operativi delle multinazionali che si stabiliscono a Cuba attratte dal basso costo del lavoro, che nella regione è uno dei minori, superato solo da quello venezuelano.

Si sono così scatenati i demoni della speculazione, dell’accaparramento e della penuria di beni. Il prezzo del pane da 80 grammi, che ogni cubano riceve con la tessera annonaria, da gennaio si è moltiplicato per 20. Gli 11,2 milioni di cubani ricevevano quella pagnotta quotidianamente a 5 centesimi di pesos cubani, un nulla se espresso in dollari.

Ora quel pane viene a costare un peso, secondo quanto pubblicato nella Gazzetta Ufficiale. Anche i prezzi dei servizi di base (acqua, gas, elettricità, trasporti) e le tasse sono aumentati. Una delle conseguenze immediate di queste misure sarà una inflazione a tre cifre, prevista anche dal governo. Per contenere l’inflazione i prezzi dei prodotti agricoli saranno regolati dai governi comunali e provinciali, ma sappiamo che questi controlli saranno infranti dalle dinamiche del mercato.

Se a seguito della riforma l’aumento medio dei salari è stato del 450%, e del 500% per le pensioni, i lavoratori saranno ugualmente tormentati dall’inflazione per la caduta dei salari reali. Per le strade si correrà più di prima a cambiare pesos con dollari in contanti, necessari per l’acquisto dei beni di prima necessità. Il mercato nero della valuta estera rimane ufficialmente proibito, e saranno i lavoratori salariati ad esserne le principali vittime.

Come in tutto il mondo capitalista, le politiche salariali cubane sono orientate a proteggere i profitti degli imprenditori pubblici e privati. Anche se è prevedibile che il governo attuerà nuovi aggiustamenti salariali e applicherà alcune misure per contenere i prezzi di alcuni beni, la tendenza alla caduta dei salari reali e la crescita della disoccupazione continueranno.

A Cuba vedremo le stesse politiche antioperaie adottate da tutti i governi borghesi del mondo. Vedremo anche la flessibilità del lavoro, della giornata lavorativa, il precariato, il lavoro a ore, lo straordinario e tutti i trucchi che permettono ai capitalisti di risparmiare sul pagamento dei salari.

Né i salariati cubani né quelli di tutto il mondo devono lasciarsi ingannare da questo falso socialismo. Prima o poi il proletariato cubano reagirà riprendendo la lotta di classe e l’azione unita per il miglioramento dei salari e delle condizioni di lavoro, rompendo con gli appelli alla difesa di queste false “patrie socialiste”.

 

 

 

 

  


Stresa
La vita non conta nulla, conta il profitto !

L’ultima delle numerose tragedie legate all’ormai più che marcio modo di produzione capitalistico, la recente della funivia Stresa-Mottarone, è stato il sacrificio umano ancora una volta immolato sull’unico altare cui la borghesia si genuflette imperterrita: il Profitto.

Ipocrite, come al solito, le lacrime sulle vittime da parte di tutti, politici e gazzettieri. Ancora una volta e sempre per gli stessi motivi la causa di simili tragedie è la guerra, la guerra permanente, senza esclusione di colpi, che si combatte ogni ora fra il Capitale e la umanità lavoratrice.

Come in guerra i morti non contano. Muoiano pure oggi 14, o 43 sul ponte Morandi a Genova: la ruota infernale dell’accumulazione non si può fermare!

Ritorna sempre attuale il nostro Carlo Marx: «Se il denaro “viene al mondo con una voglia di sangue in faccia”, il capitale viene al mondo grondante sangue e sporcizia dalla testa ai piedi e da ogni poro».

 

 

 

 

 


PAGINA 2


Geopolitica di una pandemia

Anche la pandemia è un’opportunità per i grandi capitali, e per molti dei piccoli, per fare affari, rendite e profitti. Stati e governi si confermano al servizio delle industrie private, e principalmente delle maggiori.
La corsa ai vaccini è una guerra che affianca la corsa agli armamenti, e prospetta i fronti della prossima guerra mondiale, unico strumento che potrà sancire una nuova divisione tra i due grandi mostri imperiali Cina e USA.


L’industria farmaceutica

Gran peso ha l’industria farmaceutica nell’economia capitalista con enormi profitti realizzati con il Covid, come prima con l’Aids, l’epatite C, la malaria, i tumori, ecc. Negli ultimi anni ha superato il fatturato persino del settore petrolifero. Nel 2012 le 20 maggiori aziende farmaceutiche hanno guadagnato 112 miliardi di euro, le “super major” petrolifere 100 miliardi.

Gran parte è rendita di monopolio, con prezzi esorbitanti delle cure: antitumorali, contro l’epatite C, la malaria, ecc. Nel 2012 il mercato globale del farmaco ha fatturato 639 miliardi di euro contro meno di 200 miliardi di dollari nel 1990. I margini di profitto oscillano tra il 10 e il 43%. Nel 2013 le dieci più grandi aziende farmaceutiche del mondo hanno generato un utile di oltre 100 miliardi di dollari con un investimento di 66 miliardi in ricerca e sviluppo.

In molti paesi più sviluppati la solvibilità del mercato dei farmaci è garantita dai contributi sociali obbligatori o dalle tasse, tramite i sistemi di protezione sociale e di assicurazione sanitaria.
Inoltre gli Stati stanno investendo direttamente nel settore della ricerca privata, come nel caso dei vaccini contro il Covid, con miliardi di euro, per esempio, dal governo francese e da quello americano.
Fra le prime 50 aziende farmaceutiche nel 2020 troviamo due società svizzere, Roche e Novartis, due statunitensi, Pfizer e Johnson & Johnson (quest’ultima citata in giudizio negli USA per aver favorito l’uso come droga di antidolorifici a base di oppioidi), Sanofi in Francia, AstraZeneca in Gran Bretagna-Svezia e, molto più indietro, Takeda in Giappone e Sino Biopharmaceutical in Cina.

Il 6 giugno 2020 The Economist ha stimato che nel 2019, prima del Covid, l’80% del mercato globale dei vaccini (35 miliardi di dollari l’anno) era nelle mani di 5 aziende: la britannica Glaxo, le americane Merck Sharp & Dohme e la Pfizer e la francese Sanofi.
I produttori di vaccini con il coronavirus ovviamente hanno visto aumentare i loro profitti in modo significativo.


Il falso problema dei brevetti

L’OMS a maggio propose la sospensione dei brevetti sui vaccini per aiutare le nazioni povere di fronte all’emergenza. Gli Stati Uniti a sorpresa annunciarono che erano favorevoli. Ma le aziende farmaceutiche americane, che detengono quei brevetti, si sono ovviamente dette contrarie all’annullamento della “proprietà intellettuale”! La retorica in merito del presidente francese, specialista in doppi sensi (“Non ho chiusure sui brevetti, ma non ha senso toccarli”), dimostra ancora una volta che anche i rappresentanti dei capitalisti europei ci si sono opposti.

Nel frattempo tutti gli Stati si sono gettati ad accaparrarsi i vaccini, ben oltre le loro necessità: Stati Uniti insieme a Canada, Regno Unito e Australia nel novembre scorso hanno messo le mani su 6 miliardi di dosi. Intanto sono almeno 30 i Paesi dove, a marzo, ancora non è stata somministrata nemmeno una dose, con tre quarti delle dosi disponibili andate a soli 10 Paesi.

La sospensione del diritto di proprietà intellettuale per i vaccini anti‑Covid potrebbe consentire ad altri Paesi di replicare i farmaci esistenti, limitando la carenza di dosi. Le classi dominanti dei paesi ricchi, per altro, dovrebbero temere una massiccia diffusione del virus anche a migliaia di chilometri di distanza, che genererebbe nuove varianti resistenti ai vaccini attualmente inventati. Ma per mettere rapidamente in funzione nuovi impianti non basta il diritto giuridico per poterlo fare, occorre disporre delle conoscenze tecniche e dei segreti di produzione, ben custoditi dalle case madri.


Produrre ed esportare i vaccini

Uno studio sul sito Airfinity datato 8 marzo riporta l’andamento della produzione di vaccini anti‑Covid nel mondo: a inizio marzo su 413 milioni di dosi prodotte, Pfizer è la prima con 119 milioni, seguono da Sinovac 91, AstraZeneca 83, Moderna 61, Sinopharm 38, Sputnik V 10, Bharat 5,5, J&J 4. La previsione per il 2021 è di 9,6 miliardi, a fronte di una domanda di 11,54 (‑17%), calcolata per vaccinare il 75% della popolazione, con due dosi (una con J&J). Supponendo che l’efficacia del vaccino sia del 90%, risulta che solo i 2/3 della popolazione sarebbero immunizzati.

Per paese questa la produzione di dosi in ordine decrescente: Cina 141 milioni (principalmente Sinovac o Coronavac, poi Beijing-Sinopharm, e pochi AstraZeneca, Cansino), il 34% del totale; USA 103 milioni (Moderna, Pfizer), il 25 % del totale; Germania-Belgio 70 milioni (Pfizer); India 42 milioni (AstraZeneca, Covaxin-bharat); Regno Unito 12 milioni (AstraZeneca); seguono Paesi Bassi-Belgio, Russia, Svizzera, Corea del Sud, Brasile e Sudafrica.

Diversamente suddivise le quote delle esportazioni dei vaccini, arma di ricatto e di dipendenza.
Gli Stati Uniti, dopo aver saturato il mercato interno, vasto come quello cinese, hanno esportato solo 3 milioni di dosi, l’1% della loro produzione. Ma Biden ne ha “promesse” 80 milioni entro la fine di giugno. La Cina ha esportato il 42% della sua produzione, buona parte della quale “gratis”, l’India il 35%, l’Unione Europea il 28% e la Corea del Sud, che produce vaccini AstraZeneca, il 90%, vaccinando una minima parte della popolazione (le severe misure di contenimento sono state sufficienti a fermare l’epidemia così come vedremo anche in Giappone).

Il Regno Unito ha invece importato milioni di dosi dall’UE per vaccinare estesamente la sua popolazione (da qui una contesa con Bruxelles). La UE è uno dei principali fornitori mondiali con 110 milioni di dosi distribuite in oltre 30 paesi, il 28% della sua produzione. L’India ha esportato il 35% e la Russia il 37%.


La campagna di vaccinazione

Ad aprile era già stato somministrato nel mondo un miliardo di dosi di 11 diversi vaccini. L’Oxford-AstraZeneca, il più economico, è il più usato, in 135 paesi sparsi nei 5 continenti. Al secondo posto Pfizer-BioNTech distribuito in 89 paesi, Moderna in 37. I tre vaccini cinesi Sinopharm, Sinovac e Cansino sono somministrati rispettivamente in 35, 23 e 2 paesi, principalmente in Asia e Sud America, mentre lo Sputnik in 28, tra cui l’Ungheria (nonostante sia in attesa di autorizzazione da parte dell’UE). J&J monodose è distribuito in 6 paesi (USA, Sudafrica, Italia, Polonia). Al 6 giugno invece erano state somministrate nel mondo 2,1 miliardi di dosi, più dell’80% delle quali in paesi ad alto reddito.

Queste le quote della popolazione totale che al 5 giugno ha ricevuto almeno una dose di vaccino:
- Europa: media, 33%; UE 41%, dal Regno Unito col 59% al minimo in Spagna col 41%; Russia 12%; Ucraina 2,8%.
- Nord America: USA 51%, Canada 61%.
- America Latina: media del 20%; Messico 19%; Brasile 23%; Argentina 24%; Cile 58%; gli altri paesi poco immunizzati.
- Asia: media del 6,5%; Turchia 21%; Cina nessun dato; India 13%; Australia 17%; Pakistan 2,9%; Iran 3,3%; Giappone 9,2%; Corea del Sud 15%; Hong Kong 20%; Israele 63%; Palestina 7,3%.
- Africa: media dell’1,9%. A parte il Marocco con il 25%, gli altri paesi e quelli dell’Africa subsahariana hanno poca o nessuna vaccinazione (Sudafrica: 1,8%)

Attualmente, i paesi che stanno ancora vivendo l’epidemia sono Canada, Brasile e India. In questi ultimi due paesi, il tasso di vaccinazione è basso. In India, meno del 10% della popolazione ha ricevuto la prima dose.


Scontro tra potenze

La vaccinazione di massa della popolazione ha permesso ai pochi Stati in grado di produrre i vaccini, oltre che trarne rendita e profitti, di ottenerne vantaggi nel loro scontro fra capitalismi. Le strategie delle borghesie nazionali nell’uso politico dei vaccini sono state diverse. Se gli Stati Uniti in una prima fase hanno trattenuto tutte le dosi, anche quelle in eccesso, al fine di vaccinare la popolazione e arrivare velocemente all’immunità di gregge, la Russia, la Cina e l’India stanno sfruttando le forniture di vaccini per estendere le loro aree di influenza e stringere i loro rapporti con i paesi “amici”: a tal fine già a inizio 2021 avevano donato milioni di dosi o fornendo a basso costo i loro vaccini.

Questa politica ha portato India e Cina a competere in paesi confinanti e strategici per entrambe, con qualche beneficio per i governi locali che si sono ritrovati con molte dosi di vaccino e a un costo esiguo.

In India il Serum Institute, l’azienda più grande, ha ottenuto la licenza per il vaccino di AstraZeneca e può produrne ogni giorno 2,5 milioni di dosi, più di quanto il sistema sanitario indiano riuscisse sino a gennaio a somministrare. Un’altra azienda indiana, la Bharat Biotech, ha dichiarato di essere pronta a produrrne in un anno 700 milioni del suo vaccino Covaxin, approvato a febbraio scorso per l’uso in emergenza.

A fine febbraio l’India aveva già fornito oltre 16 milioni di dosi a 17 paesi, tra cui Myanmar, Bangladesh, Nepal, Sri Lanka, Afghanistan e Maldive. In particolare il governo indiano aveva annunciato la donazione di 2 milioni di dosi di vaccino al Bangladesh e di 1,5 al Myanmar.
La donazione di un milione di dosi al Nepal riveste un significato strategico. Il Nepal, che ha poco più di 28 milioni di abitanti, è stretto tra India e Cina, tra loro rivali. Negli ultimi anni il governo nepalese ha cercato di sottrarsi all’influenza indiana avvicinandosi alla Cina con alcuni progetti che fanno parte della Via della Seta. I vaccini anti‑Covid sono diventati lo strumento per un riavvicinamento tra India e Nepal. Al contempo, il governo nepalese ha rallentato il processo di autorizzazione del vaccino cinese di Sinopharm.

Altro terreno di scontro tra India e Cina è lo Sri Lanka. Qui è stata la Cina a prevalere. L’India aveva da tempo in progetto la costruzione di un nuovo terminal nel porto della capitale Colombo. Il governo dello Sri Lanka lo aveva bloccato mandando avanti altri progetti finanziati dalla Cina. A gennaio 2021 una delegazione indiana tornava nello Sri Lanka per far ripartire il progetto: portava in regalo mezzo milione di dosi di vaccini e offrendone a prezzo scontato altri 18 milioni. I media indiani avevano esultato. Ma pochi giorni dopo la situazione cambiava di nuovo, il governo cinese aveva promesso in dono 300.000 dosi e il governo dello Sri Lanka annunciava la bocciatura del terminal indiano.

La Cina, avendo, almeno momentaneamente e per quanto se ne sa, superata l’emergenza interna, invia all’esterno la propria produzione farmaceutica. Già durante la prima ondata di coronavirus distribuiva mascherine e altri presidi medici necessari a contrastare la pandemia. La Cina distribuisce vaccini, a basso costo o in donazione, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, in cui da tempo finanzia le infrastrutture, nel sud‑est asiatico, in Medio Oriente e in alcuni paesi in Africa e in America Latina. Si sono avuti però degli intoppi. La Turchia e il Brasile, che avevano concordato grosse forniture, hanno denunciato la lentezza nella consegna delle dosi e del necessario per somministrarle.

La Turchia attendeva 10 milioni del Sinovac entro la fine del 2020, invece i primi 3 milioni sono arrivati solo a gennaio. Anche in Brasile ci sono stati sensibili ritardi nelle consegne del Sinovac. Il governo brasiliano ha chiesto alla Cina di accelerare le consegne, ma intanto a fine gennaio ha annunciato di avere risolto il problema con l’India, pronta a fornire almeno 2 milioni di dosi di AstraZeneca, prodotte dal Serum Institute.

Il governo delle Filippine ha prenotato anch’esso dosi del Sinovac. Al che l’affidabilità di quel vaccino è stata messa in discussione dai media occidentali. Altri paesi acquirenti del Sinovac hanno dovuto affrontare la diffusione nella popolazione di simile scarsa fiducia nei confronti del vaccino cinese. Di contro Il New York Times segnalava che i media cinesi sminuivano l’efficacia e l’affidabilità dei Pfizer-BioNTech e Moderna, sostenendo che i vaccini cinesi fossero migliori.

Taiwan ha lamentato che una partita di 5 milioni di Pfizer è stata bloccata, accusando la Cina di essere intervenuta su Pfizer per impedirne il trasferimento.

La Russia è stato il primo paese ad annunciare un vaccino, lo Sputnik, ritenuto molto efficace (91%) anche da prestigiose riviste occidentali, superando i dubbi iniziali sollevati dagli “esperti”.
Sputnik V a febbraio aveva già ricevuto l’autorizzazione per l’uso di emergenza in numerosi paesi, compresa la Bielorussia, l’Argentina e il Messico. Ma sta di fatto che a marzo la Russia aveva vaccinato una parte molto esigua della sua popolazione, si stima il 2, massimo 3%.

Anche la Russia si è inserita nella “diplomazia dei vaccini”, promuovendo il proprio Sputnik V. A febbraio avrebbe ricevuto ordini per 1,2 miliardi di dosi, ma non dispone di risorse per rispondere a una simile domanda. La Russia, ancora grazie al vaccino, avanza sulla scena mediorientale: nello scambio di prigionieri tra Israele e Siria, la consegna di vaccini russi a questo paese è stata la principale merce di scambio. La Russia il 21 febbraio ha anche consegnato 20.000 dosi del suo vaccino ai Territori palestinesi, ordinati da Abu Dhabi.


La risposta dell’Occidente

Le manovre unilaterali di Cina, India e Russia hanno intralciato le brighe multilaterali coordinate nei mesi scorsi dall’Occidente per fornire vaccini a prezzi accessibili o gratuitamente ai paesi più poveri. La “collaborazione internazionale” ACT (Access to Covid‑19 Tools Accelerator) coinvolge l’OMS insieme ad associazioni e fondazioni che affermano di voler facilitare l’accesso alle risorse sanitarie nei paesi più deboli economicamente. Dichiarano l’obiettivo di mettere a disposizione circa 2 miliardi di dosi entro la fine dell’anno per i paesi a basso e medio reddito.

Ricorrerebbero al vaccino anglo-svedese AstraZeneca, come lo Sputnik V basato sulla tecnologia dei vettori virali, che è meno costoso da produrre rispetto ai vaccini a RNA messaggero e, soprattutto, può essere conservato in un semplice frigorifero, a differenza dei vaccini Pfizer e Moderna, che richiedono impianti di refrigerazione speciali. Il vaccino AstraZeneca è quindi più facile da distribuire e somministrare nei paesi in via di sviluppo. Gli Stati Uniti sono rientrati nel programma, anche loro naturalmente con scopi tutt’altro che umanitari. «Nulla è così ripugnante come la “carità”, la “filantropia” dell’imperialismo», scriveva Rosa Luxemburg nel 1919.

Esemplare il caso dei Paesi balcanici. Per la difficoltà di ottenere i vaccini dall’Unione Europea, che aveva promesso che li avrebbe forniti ma senza impegnarsi con le scadenze, alcuni governi locali si sono mossi in autonomia rivolgendosi ad est. La Serbia, nonostante avesse già versato quasi 5 milioni di euro, ha stretto accordi con Russia e Cina. A febbraio 2021 la Serbia su 7 milioni di abitanti aveva somministrato 1,1 milioni di dosi del vaccino cinese Sinopharm (a cui ne sarebbe seguito un altro milione entro marzo) e stava negoziando con la Russia la possibilità di produrre sul proprio territorio lo Sputnik V.

La Macedonia del Nord a febbraio ha iniziato a negoziare con la Cina e al contempo stava cercando di ottenere direttamente da Pfizer 800.000 dosi. L’Albania ha trattato direttamente con Pfizer da cui ha ricevuto 500.000 dosi. Montenegro, Kosovo e Bosnia Erzegovina, che avrebbero dovuto ricevere dall’occidente le prime dosi in primavera, hanno preso accordi con Russia, Cina e con Pfizer senza l’intermediazione europea. Il Montenegro, in particolare, ha stipulato un contratto per 150.000 dosi da Sinopharm e altre 50.000 dalla Russia.


India fra ricchi e miseri

A marzo le cose, però, per l’India, e di conseguenza per una parte dei paesi che ne attendevano i vaccini, sono cambiate: una nuova forte ondata della pandemia l’ha travolta. Ma la immunizzazione è stata per le classi superiori: al 24 marzo solo lo 0,4% della popolazione aveva ricevuto una dose di vaccino, 53,15 milioni su una popolazione di 1,38 miliardi. Sono state quindi sospese le forniture all’estero di AstraZeneca. L’India ne esporta il 38% dei commercializzati nel mondo, contro il 2% la Cina, il 3% il Sud Corea, l’11% gli USA, il 21% la Gran Bretagna.

La gigantesca industria farmaceutica indiana aveva dato la precedenza ai migliori offerenti: i Paesi più ricchi, con il 12% della popolazione mondiale, hanno prenotato il 70% della produzione globale di vaccini fino alla fine del 2021. La decisione indiana di sospendere le forniture all’estero è ricaduta tragicamente sui paesi poveri. Ma successivamente l’India ha rinviato la spedizione dell’AstraZeneca anche al Brasile, allo stesso Regno Unito, al Marocco e all’Arabia saudita.


In America Latina

La rivista italiana “Limes” del 2 marzo si chiedeva come la Cina fosse riuscita a entrare con i suoi vaccini nel “cortile americano”, in particolare in Uruguay, Argentina e in Brasile.

Il Brasile, travolto dall’epidemia, come l’India, è divenuto il laboratorio di sintesi di nuove pericolose varianti. A fine aprile il governo ha annunciato la distribuzione immediata di 16,8 milioni di vaccini, dopo aver ricevuto il primo milione di dosi Pfizer. Ha poi chiesto aiuto ai paesi con dosi eccedenti. Intanto l’Agenzia Nazionale di Sorveglianza Sanitaria del Brasile, deferente agli interessi USA, ha escluso l’accesso al vaccino russo Sputnik V. Per altro il Brasile, che non riceve le promesse dosi di AstraZeneca dall’India, ha autorizzato i test clinici di un nuovo vaccino sviluppato dalla cinese Sichuan Clover Biopharmaceuticals.

Nell’America Latina esemplare è il caso della Guyana: paese affacciato sulla costa orientale, in cui è in corso un duello Cina‑Taiwan. Nel paese a febbraio Taiwan aveva aperto un ufficio di rappresentanza economica, ma il giorno dopo è stato chiuso, evidentemente per pressione di Pechino, mentre si annunciava l’arrivo dei vaccini cinesi.


Israele contro Palestina

Ad aprile Israele aveva somministrato la prima dose di vaccinazione tramite una fornitura di 10 milioni di dosi Pfizer al 60% della popolazione ed entrambe le dosi al 53%. La possibilità di vaccinare velocemente gli israeliani è dovuta anche all’interesse delle case farmaceutiche di disporre di verifiche su una popolazione proveniente da varie regioni del mondo, con un codice genetico molto variegato.
Invece nei territori palestinesi i vaccinati non erano neanche l’1%: 70.000 palestinesi avevano ricevuto la prima dose e meno di 10.000 la seconda.

Sembrava che i 5,2 milioni di abitanti tra Cisgiordania e Gaza fossero usciti indenni dalla Pandemia. Nella Striscia l’embargo israeliano scattato nel 2007 e quello da Sud imposto dall’Egitto si erano rivelati uno dei più rigorosi lockdown al mondo. Intanto gli israeliani somministravano il vaccino a più di 100.000 palestinesi che per motivi di lavoro entrano nel Paese e negli insediamenti in Cisgiordania. Il ministro israeliano della salute ha precisato che «negli accordi di Oslo è scritto chiaro che i palestinesi debbono assumersi la gestione del loro settore sanitario».

Da inizio febbraio la Cisgiordania è stata investita da una nuova ondata di Coronavirus, resa più grave da una campagna vaccinale iniziata solo ad aprile e che ha coperto solo gli operatori sanitari.
L’offensiva sanitaria-diplomatica di Cina e Russia è arrivata anche da queste parti: i cinesi hanno inviato 100.000 dosi di Sinopharm, i russi alcune partite di Sputnik.


Medio Oriente e Africa del Nord

La Cina lo scorso febbraio avrebbe inviato in Algeria un carico gratuito di 200.000 vaccini.
Il Pfizer è utilizzato principalmente nei Paesi vicini all’Occidente, come Israele, gli Stati del Golfo, la Tunisia, il Libano, la Giordania e la regione autonoma del Kurdistan dell’Iraq.

Il russo Sputnik V è attualmente distribuito nei territori palestinesi, in Siria, Iran, Turchia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. In Turchia il ministro della salute ha annunciato l’acquisto di 50 milioni di dosi dalla Russia mentre un laboratorio farmaceutico ha concluso un accordo che gli consente di produrre lo Sputnik V in Turchia. Si dice che la Russia sia sopraffatta dalle richieste dello Sputnik V e non sia in grado di soddisfarle da sola. Sembra che Mosca si sia rivolta anche alla Cina per produrre il vaccino, all’Egitto e all’Iran, che ha annunciato l’intenzione di produrre, con l’approvazione di Mosca, il “Persian Sputnik”.

A fine marzo il ministro degli Esteri cinese ha rivelato la prossima produzione di vaccini cinesi negli Emirati Arabi Uniti, per un totale di 200 milioni di dosi l’anno. Grandi quantità del vaccino anglo-svedese AstraZeneca sono già state consegnate al Marocco, all’Egitto e ad alcuni paesi del Golfo.

Diplomazia “sanitaria” fra Cina e Turchia: la comunità uigura, un popolo musulmano di lingua turca che vive nella regione autonoma cinese dello Xinjiang, ha protestato all’annuncio, a fine 2020, della possibile ratifica fra Cina e Turchia di un trattato di estradizione di “terroristi”. Servirà a Pechino per reprimere i partigiani degli uiguri in Turchia. La contropartita per Ankara sarebbe la consegna dei vaccini Sinopharm e Sinovac, da tempo promessi ma la cui consegna, non a caso, era stata più volte rimandata.


Mettersi al passo dei grandi

Diversi paesi del Medio Oriente stanno cercando di sviluppare un proprio vaccino. La Turchia dal dicembre scorso ne sta mettendo a punto diversi, ancora in fase di prova. Israele starebbe sviluppando sei vaccini. Infine l’Iran ha annunciato che sta lavorando ad alcuni propri vaccini.
In Iran la pandemia ha provocato una delle crisi sanitarie più gravi del Medio Oriente: a febbraio-marzo più di un milione e mezzo di contagi ufficiali da coronavirus e quasi 60.000 morti su 82 milioni di abitanti. Nonostante la gravità della situazione il governo solo nella prima settimana di febbraio ha autorizzato l’utilizzo del russo Sputnik V, quando sono arrivate 10.000 dosi a cui si sarebbero aggiunte altre 2 milioni nei due mesi successivi.


Giappone, Cina e Sud Corea

A marzo le grandi potenze asiatiche risultavano ancora in ritardo nella vaccinazione rispetto a Stati Uniti ed Europa. Sarebbero ugualmente riuscite a controllare le ondate epidemiche con severe misure sanitarie: ancora a marzo 2021 registravano tassi di infezione più bassi degli Stati Uniti e dell’Europa: mentre a marzo la Francia riportava una media di 20.000 casi giornalieri, il Giappone ne aveva appena 1.000, la Corea del Sud 400 e solo una ventina in Cina, dicono.


Prime conclusioni

Ma le varie borghesie nazionali scommettono sul fatto che fra 4‑5 anni i vaccini saranno disponibili e a basso costo come gli antinfluenzali di oggi. La sensazione è dunque che con i vaccini si possono ottenere vantaggi tattici immediati ma non strategici a lungo periodo. Ritengono invece prioritaria la vaccinazione fino alla immunità di gregge della loro popolazione lavoratrice e consumatrice, indispensabile alla ripresa di tutti i loro traffici, alla libera circolazione nei mercati mondiali e ad evitare tensioni sociali dovute a forzosi distanziamenti sanitari estesi e duraturi.

La Cina, oltre a rafforzare il suo soft power nel mondo, intende dettare gli standard sanitari del futuro facendosi largo all’interno dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dove già è fortemente influente e dalla quale cerca di scalzare la guida occidentale, soprattutto americana.

In un mondo dove con grande probabilità, visti i disastri inflitti dall’economia capitalistica all’ecosistema, dovremo essere pronti a difenderci da altri patogeni, avere una industria sanitaria forte, grande capacità tecnologica, possibilità di disporre di enti in grado di registrare e accertare la validità di un farmaco, è sicuramente altamente strategico. Per ora questa superiorità è nelle mani dell’Occidente, ma in particolare la Cina, che negli ultimi anni ha dimostrato di poter compiere progressi in tempi estremamente rapidi, può diventare un concorrente temibile.

Da un lato gli USA si illudono di poter interrompere la cosiddetta “catena del valore” che li lega alla Cina per isolarla tecnologicamente, dall’altro la Cina sta diventando indipendente in quel terreno. Questo ha ripercussioni anche nel campo sanitario. Per la Cina assicurarsi un sistema sanitario efficiente è sì un obiettivo di proiezione all’estero, ma anche interno: l’epidemia di coronavirus ha confermato che c’è un forte divario in Cina anche sul piano sanitario tra le città e le regioni più povere del paese.

 

 

 

  


Per il sindacato di classe Pagina di impostazione programmatica e di battaglia del Partito Comunista Internazionale

Sciopero unitario della logistica e omicidio di un coordinatore del SICobas

Venerdì 18 giugno si è svolto uno sciopero nazionale dei lavoratori della logistica a cui hanno aderito praticamente tutti i sindacati di base presenti nel settore: SI Cobas, Adl Cobas, Usb, Cub, Sol Cobas, Slai Cobas per il Sindacato di Classe. Un fatto inaspettato quanto importante, perché tendente a superare una delle principali ragioni di conflitto fra i due maggiori sindacati base – SI Cobas e Usb – che nella logistica erano giunti a scontrarsi in modo molto duro. SI Cobas, Usb e Adl Cobas hanno anche pubblicato un comunicato comune per lo sciopero e nei magazzini in cui sono presenti sia il SI Cobas sia l’Usb i lavoratori dei due sindacati hanno picchettato insieme, con le rispettive bandiere.

Le dirigenze di questi sindacati di base quindi, che hanno sempre rigettato, con varie giustificazioni strumentali, l’indicazione sindacale del nostro partito a favore dell’unità d’azione delle organizzazioni sindacali conflittuali e dei lavoratori, si sono trovate a seguirla e farla propria, smentendo quanto prima da loro sostenuto. Il volantino del nostro partito, redatto e distribuito per lo sciopero e qui pubblicato, ha dato particolare enfasi a questa importante novità, per quanto non ci sia certamente ignoto quanto sia fragile questa unità d’azione e di come non basti un ricorso occasionale ad essa a ridare forza al sindacalismo di classe e al movimento operaio.

È stato un passo nella direzione della necessaria unità d’azione del sindacalismo conflittuale, da praticarsi in modo permanente ai vari livelli dell’azione sindacale, aziendale, territoriale, categoriale, generale. Ma è da escludere che le attuali dirigenze dei maggiori sindacati di base, che hanno condotto – per anni e sino a ieri – la lotta politica in campo sindacale col metodo disfattista della divisioni delle azioni di sciopero, abbiano abbandonato tale pratica definitivamente.

Alla prima occasione addurranno giustificazioni per tornare alla precedente condotta. A portarle sul terreno dell’unità d’azione in questo frangente, oltre alla gravità della situazione descritta nel volantino, forse è stata anche la pressione dal basso dei lavoratori delle loro organizzazioni. In ogni caso è solo su questa forza dal basso che si può contare per imporre in modo permanente la linea classista dell’unità d’azione in ogni organismo sindacale.

* * *

La mattina dello sciopero nazionale della logistica, presso il magazzino logistico della Lidl di Biandrate, il coordinatore provinciale del SI Cobas Adil Belakhdim è stato investito e ucciso da un padroncino, un giovane di 26 anni, che col suo camion ha sfondato il picchetto.

Il giovane è indagato non per omicidio volontario ma per omicidio stradale, una imputazione assegnata di prassi in ogni incidente stradale in cui vi siano vittime, il che pare indicare l’intenzione di colpirlo con una pena minima. Questo dato, insieme con quello della assoluzione, un anno fa, del camionista che investì e uccise Abd El Salam, lavoratore dell’Usb, nel settembre 2016 durante un picchetto alla Gls di Piacenza, indicherebbe una sorta di impunità ad altri padroni, padroncini o crumiri volessero emulare il gesto dell’omicida di Adil Belakhdim. Episodi analoghi sono molto frequenti durante i picchetti per gli scioperi nella logistica.

Dopo anni di dure lotte – molte perse, molte vinte – che quale bilancio complessivo hanno segnato un miglioramento delle condizioni di lavoro e un rafforzamento del sindacalismo di base nella categoria, il padronato sembra aver ottenuto una sorta di lasciapassare per far desistere i lavoratori dall’intraprendere questi metodi di lotta anche col mezzo dell’investimento stradale.

Strumento che si aggiunge alle cariche della polizia, ai provvedimenti giudiziari, alle manovre del sindacalismo di regime di ausilio alle aziende nella sostituzione dei lavoratori combattivi con altri lavoratori non sindacalizzati, come sta avvenendo alla Fedex Tnt. Mercoledì 30 giugno, a Pontecurone (Alessandria), un dirigente si è lanciato col suo camioncino contro un gruppo di lavoratori dinanzi all’azienda per lo sciopero alla Miliardo Yida, ferendo un lavoratore.

* * *

Il giorno dopo lo sciopero nazionale della logistica, sabato 19 giugno, il SI Cobas aveva già in programma una manifestazione nazionale a Roma. Questa è la pratica, assai discutibile, messa in atto ormai da tre anni dalla dirigenza del SI Cobas: sciopero nazionale della logistica il venerdì, manifestazione nazionale nella capitale il giorno successivo. Ciò con l’obiettivo, perseguito da questa dirigenza, di dare maggior contenuto “politico” alla mobilitazione sindacale. Questa scelta ha diversi effetti negativi:
     – ai lavoratori è richiesto un impiego di energie superiore, dovendo prima partecipare ai picchetti e poi sobbarcarsi il viaggio fino a Roma; ciò ha effetti negativi sia sulla partecipazione ai picchetti sia sulla manifestazione stessa. Dopo la prima manifestazione nazionale a Roma, il 24 febbraio del 2018, ben riuscita, le successive hanno registrato una partecipazione assai inferiore, anche precedentemente la pandemia;
     – organizzare la manifestazione a Roma implica un maggior onere finanziario per il sindacato, che deve noleggiare i pullman; onere raddoppiato con la pandemia, dovendo i mezzi essere riempiti solo per metà della loro capienza;
     – con questa decisione vengono abbandonate le manifestazioni cittadine locali, che si svolgevano il giorno stesso dello sciopero, con una ben più ampia partecipazione operaia e, almeno in parte, l’unione coi lavoratori di altri sindacati di base, i quali invece hanno sempre disertato le manifestazioni romane convocate dal SI Cobas, proprio in ragione della loro caratterizzazione politica; tutti, nessuno escluso, anche l’Adl Cobas che ha sempre partecipato agli scioperi insieme al SI Cobas.

La manifestazione di sabato 19 ha raccolto 1.700 partecipanti. Riuscita, ma non come c’era da augurarsi, nella giusta speranza di una presenza maggiore in reazione all’omicidio del sindacalista del giorno precedente, almeno da Roma e dintorni. Degli altri sindacati di base, quello con presenza maggiore è stata l’Usb, con un centinaio di militanti, compresi quelli del gruppo politico dirigente e dell’organizzazione studentesca da essa controllata.

Emerge come decenni di opportunismo politico dei falsi partiti operai (PCI e successivi rottami) e di collaborazionismo dei sindacati di regime (Cgil,Cisl, Uil) abbiano gettato i lavoratori nell’individualismo, nel menefreghismo, una condizione dalla quale non è affatto facile uscire. Il ruolo degli organi sindacali – sindacati, correnti sindacali classiste di opposizione, rappresentanze aziendali – cruciale in ogni fase della lotta di classe, a maggior ragione risulta esserlo in questa condizione: nel cercare di imbastire una mobilitazione, il loro coinvolgimento è necessario e non possa bastare appellarsi solo ai lavoratori o, genericamente, al sindacalismo conflittuale, come sino ad oggi è stato fatto da parte della dirigenza del SI Cobas, anche tramite l’Assemblea Lavoratori Combattivi. Su questo piano, la reazione all’omicidio del sindacalista del SI Cobas è stata apprezzabile.

Molte Rsu e Rsa hanno proclamato scioperi – di un paio d’ore – in solidarietà e denuncia, sia dei sindacati di base sia della Fiom, la cui struttura dell’Emilia Romagna ha proclamato uno sciopero regionale per tutta la categoria. Da diversi lati del sindacalismo conflittuale, nel sindacalismo di base e dalla opposizione in Cgil “Riconquistiamo tutto”, è stato invocato lo sciopero generale, in risposta allo sblocco dei licenziamenti, alla liberalizzazione degli appalti, al tentativo di inserire la logistica nella normativa antisciopero relativa ai servizi pubblici essenziali, infine all’omicidio di Adil.

Queste positive reazioni sono però rimaste disperse, non sono state convogliate in una unica mobilitazione generale. La dirigenza del SI Cobas avrebbe avuto la opportunità, data la sua posizione nella vicenda, di prendere l’iniziativa e chiedere ai sindacati di base e alle opposizioni in Cgil di reagire con una mobilitazione unitaria.

Non lo ha fatto e martedì 22 ha convocato in solitudine uno sciopero nazionale della logistica di 4 ore per giovedì 24 giugno. Poi ha chiamato a una manifestazione per il sabato successivo a Novara, che ha visto una partecipazione analoga a quella romana, ma con l’assenza pressoché totale del resto del sindacalismo conflittuale. Dunque, al passo in avanti verso l’unità d’azione, compiuto con lo sciopero del 18 giugno, non è seguito nei giorni successivi un altro in analoga direzione, nonostante la situazione relativamente favorevole.

Si è perduta una buona occasione in tal senso. Non si doveva necessariamente convocare lo sciopero generale nazionale. Si sarebbe potuto chiamare a un nuovo sciopero nazionale unitario della logistica per l’intera giornata; oppure a uno sciopero generale nella provincia di Novara, anche di sole 4 ore; o invitare in via pubblica, formale e ufficiale tutti gli organismi del sindacalismo conflittuale a una manifestazione nazionale nella città piemontese.

O ricorrere a tutte queste tre possibilità, facendo coincidere lo sciopero nella logistica con quella nella provincia di Novara. Il 28 giugno a Roma si è però svolta una riunione, convocata su iniziativa della dirigenza del SI Cobas, fra rappresentanti dei sindacati di base e della opposizione in Cgil “Riconquistiamo tutto”, finalizzata alla organizzazione di uno sciopero generale per ottobre.

Quindi, diversamente da quanto accaduto negli anni passati, è stata superata la pratica di preventivamente escludere da tali riunioni alcune organizzazioni (Usb, Confederazione Cobas, opposizione in Cgil). I dirigenti del SI Cobas, che escludevano il coinvolgimento formale di tutti gli organismi del sindacalismo conflittuale nella preparazione delle mobilitazioni – denigrando tale strada come una inutile “sommatoria di sigle” – tornando sui loro passi hanno implcitamente ammesso la correttezza del nostro indirizzo sindacale.


18 giugno
Viva lo sciopero nazionale unitario del sindacalismo di base nella logistica!

Un passo sulla via della costituzione del Fronte Unico Sindacale di Classe!

Lo sciopero nazionale dei lavoratori della logistica indetto inizialmente dal SI Cobas ha ricevuto l’adesione della gran parte del sindacalismo di base: ADL Cobas, Usb, Cub Trasporti, Slai Cobas per il Sindacato di Classe, AL Cobas, Sol Cobas.

Questa adesione unitaria allo sciopero è un fatto estremamente importante e positivo perché rompe con anni di deleterio conflitto fra sindacati di base – a solo vantaggio del padronato e del sindacalismo di regime di Cgil, Cisl e Uil – che proprio nella logistica ha avuto le manifestazioni più gravi, contrapponendo SI Cobas e Usb.

Il sostegno unitario delle organizzazioni sindacali conflittuali a uno sciopero non è il compimento della unità di lotta dei lavoratori, è vero, ma crea la condizione più favorevole affinché questo obiettivo sia realizzato nel modo più completo, affinché la massa più ampia di proletari, anche inquadrati nei sindacati collaborazionisti o non sindacalizzati, si unisca alla lotta.

È perciò fuorviante contrapporre l’unità dei sindacati conflittuali nello indire lo sciopero con l’unità nella lotta dei lavoratori, sminuendo la prima come una mera sommatoria di sigle inutile ai fini della seconda: la lotta operaia è impotente se non è organizzata!

L’odierna azione unitaria del sindacalismo di base è il risultato dell’aggressione padronale su più fronti: coi pestaggi di forze dell’ordine e picchiatori assoldati dall’azienda nel quadro della lotta contro la chiusura del magazzino alla Fedex Tnt di Piacenza; coi procedimenti giudiziari avviati dalle procure di Piacenza e Genova contro militanti sindacali del SI Cobas e dell’Usb; con lo sblocco dei licenziamenti a partire dal 30 giugno (alla FCA di Melfi e nell’indotto si annunciano già centinaia di licenziamenti); con la liberalizzazione dei subappalti; con il progetto di inserire la logistica nelle regolamentazioni antisciopero della Commissione di Garanzia per colpire il settore dove più numerosi e duri sono stati gli scioperi negli ultimi 10 anni; col rilancio della concertazione fra governo e Cgil Cisl e Uil; ultima con l’aggressione di mercoledì scorso al presidio del SI Cobas alla Texprint di Prato.

La gravità di questa situazione ha spinto le dirigenze dei sindacati di base a questa azione unitaria e ciò è un fatto estremamente positivo non solo in sé ma anche perché è la conferma plateale di quanto l’unità d’azione dei sindacati di base rafforzi la lotta dei lavoratori, e debba perciò diventare una prassi permanente, oltre che estendersi a tutto il sindacalismo conflittuale, coinvolgendo anche le aree di opposizione interne alla Cgil, e che infine conduca alla formazione di uno stabile Fronte Unico Sindacale di Classe.

Le cause che sino ad oggi hanno impedito di marciare in questa direzione non sono superate perché risiedono nell’opportunismo dei gruppi dirigenti sindacali che perseguono il fronte unico politico, il che va necessariamente a discapito del fronte unico sindacale di classe. Per questo lo sciopero unitario nella logistica è da considerarsi un risultato non definitivamente acquisito bensì fragile e revocabile in ogni momento dai gruppi dirigenti attuali.

Ugualmente ingannevole è confondere il sindacato con i partiti. È vero che ogni lotta sindacale ha un significato politico e che il movimento economico operaio col suo rafforzarsi assume sempre più un valore politico. Ma il sindacato non è un partito e non deve essere inserito in fronti politici. È proprio questa operazione una delle cause che ostacolano le azioni unitarie dei maggiori sindacati di base, innanzitutto del SI Cobas e dell’Usb, con le rispettive dirigenze impegnate ad usare le organizzazioni sindacali come strumenti di sostegno ai loro fronti politici concorrenti.

Sta ai lavoratori e ai militanti sindacali combattivi battersi affinché si continui a marciare nella direzione del Fronte Unico Sindacale di Classe, rendendo permanente l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale, in quanto strumento necessario a ottenere la più larga unità di lotta dei lavoratori.

La ripresa di un forte movimento operaio sul piano della lotta economica è la condizione per la ricostruzione del legame fra i lavoratori e l’autentico partito rivoluzionario, che rigetta ogni frontismo politico, inesorabilmente affetto dall’opportunismo e, unico non certo a caso, indica già da ora che l’unica strada per rispondere adeguatamente ad un’offensiva padronale che si fa sempre più dura è quella della costituzione del Fronte Unico Sindacale di Classe.


Ucciso un sindacalista del SICobas durante lo sciopero
Il mandante è questo regime borghese !

Nel giorno del primo sciopero nazionale unitario del sindacalismo di base nella logistica, questa mattina a Novara un camionista ha sfondato il picchetto al magazzino della Lidl, investendo e uccidendo Adil Belakhdim, coordinatore provinciale del SI Cobas novarese.

A decine vi sono stati episodi analoghi in questi anni di scioperi nella logistica, il settore in cui più alta è stata la combattività operaia. La maggior parte fortunosamente avviene senza conseguenze gravi, ma non fu così il 14 settembre del 2016 alla Gls di Piacenza, quando fu investito e ucciso durante un picchetto Abd El Salam, lavoratore iscritto all’Usb.

Tuttavia questa nuova tragedia, questo nuovo martire della lotta operaia, non giunge imprevista e inattesa, bensì preceduta da una serie di fatti politici che l’hanno preparata.

Dopo che dal 2010, nel decennio scorso, con gli scioperi e i picchetti i lavoratori della logistica erano riusciti in molti magazzini a ottenere importanti miglioramenti economici e normativi, negli ultimi anni il padronato e il suo regime statale sono passati alla controffensiva, non potendo sopportare questa forza operaia in un settore tanto cruciale del capitalismo nazionale e internazionale, e temendo l’estensione delle lotte e del sindacalismo di base nelle altre categorie.

Coi decreti “sicurezza”, varati dal governo Lega‑5 Stelle, le condanne per blocchi stradali sono divenute pesantissime e le forze dell’ordine ovviamente assimilano un picchetto davanti a un cancello della fabbrica proprio a un blocco stradale. Fioccano così le denunce e le sanzioni per spezzare la forza dei sindacati di base nella logistica, la lotta dei lavoratori, e revocare le conquiste ottenute. Il governo Pd‑5 Stelle ha modificato parzialmente i decreti “sicurezza” ma non la parte che, pur forzatamente, viene di fatto usata contro i picchetti dei lavoratori.

Coperte dagli squilli di trombe e tromboni della propaganda di “ricostruzione nazionale” del nuovo governo, aziende e forze dell’ordine sembrano negli ultimi mesi godere dell’autorizzazione a compiere ogni nefandezza contro i lavoratori in sciopero.

A Genova la procura ha fatto perquisire gli armadietti sui posti di lavoro, i telefoni, le abitazioni dei delegati portuali passati dalla Cgil all’Usb. A Piacenza la procura ha posto agli arresti due dirigenti locali del SI Cobas a seguito degli scontri avvenuti dinanzi alla Fedex Tnt dopo che la polizia ha assalito il 1° febbraio il picchetto.

Da due mesi è in corso una lotta ammirevole del SI Cobas in tutti i magazzini in Italia della Fedex Tnt dopo che questa ha deciso di chiudere il magazzino di Piacenza con il solo plateale scopo di spezzare la forza del SI Cobas e liberarsi di 280 lavoratori sindacalizzati (in parte anche con l’Usb). In diverse occasioni l’azienda ha schierato, in appoggio alle forze dell’ordine, gruppi di guardie private per spezzare i picchetti, fino a che la notte del 9 giugno a Tavazzano con Villavesco(Lodi) decine di questi picchiatori, insieme a qualche crumiro, hanno assalito con armi bianche il picchetto, ferendo gravemente un operaio.

Ieri alla Texprint di Prato il padrone con alcuni suoi scagnozzi ha assalito 3 operai rimasti a sostenere il presidio in atto da mesi, mentre i loro compagni erano andati a sostenere uno sciopero in un’altra azienda tessile nel pratese.

In questo quadro si è inserita la volontà padronale di inserire la logistica nelle regole antisciopero della Commissione di Garanzia.

Contro tutto ciò il sindacalismo di base ha saputo finalmente reagire unito, dispiegando lo sciopero unitario di oggi. E in questo clima di odio contro gli sfruttati che scioperano, impedendo la “rinascita nazionale”, che naturalmente null’altro è che la rinascita dei profitti padronali, un padroncino si è sentito autorizzato a sfondare un picchetto e ad ammazzare un operaio.

I lavoratori non devono condividere nulla con i padroni e con il loro regime politico, perché nulla mai verrà loro veramente concesso, se non inganni e ipocrisia. Dalle ignominiose azioni della classe borghese bisogna solo trarre maggiore convinzione della necessità di organizzarsi per lottare, perché solo la forza difenderà i lavoratori. Lo sciopero unitario di oggi si pone su questa strada. L’assassinio di Adil Belakhdim richiederebbe una risposta altrettanto unitaria, coinvolgendo oltre che il sindacalismo di base anche le opposizioni in Cgil, e, su un più alto livello, cercando di coinvolgere tutta la classe lavoratrice.

 

  

 

 

  


Lavoratori agricoli investiti dall’ondata di calore nel N‑W americano

La costa occidentale del Canada e degli Stati Uniti si trova sotto un’ondata di calore eccezionale con temperature fino a 48°, il che viene portato ad esempio impressionante del cambiamento del clima prodotto dal capitalismo, come proclamano apertamente le classi borghesi, piccole e grandi. Ma i borghesi devono pur continuare negli loro traffici. Certo si scuseranno con i lavoratori per le nefaste conseguenze. Che intanto però continuino a lavorare.

Come i personaggi di un racconto di Edgar Allan Poe i grandi borghesi, della finanza e del petrolio e tutti gli altri, corrono ciechi e senza freni verso l’apocalisse. Hanno bisogno che la macchina del capitale continui a girare a pieno ritmo, e poco importa loro di qualunque cataclisma e catastrofe. A soffrire sono i lavoratori, necessari a mantenere in funzione il sistema satanico della gigantesca macchina mondiale del capitale, quell’apparato che sempre più li schiaccia e minaccia di ucciderli.

Nella regione, in soli 4 giorni, le morti ufficialmente accertate sono state più di 40, in Oregon, 30 nella Columbia Britannica e 20 nello Stato di Washington. Le peggiori conseguenze di questa “cupola di calore” sono state per chi lavora nelle fattorie, nei frutteti e nei magazzini nella Yakima Valley nello Stato di Washington. Molti sono stati ricoverati per colpi di calore. Peggio per chi lavora accanto a macchine che irradiano calore o in ambienti con temperature oltre i 43°.

Alcuni sindacati locali dei braccianti – che a causa delle leggi federali tendono ad essere semi‑legali e divisi per regione – hanno chiamato alla sospensione del lavoro nei campi, certo salvando così delle vite. L’anno scorso c’è stato uno sciopero che si è esteso a tutta la valle e a sei grandi impianti di imballaggio. Quest’anno, seppure i lavoratori dei magazzini abbiano così sofferto per il caldo e per gli abusi dei padroni, non si sono impegnati ancora in una vera lotta.

 

 

 

 

  


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A un secolo dall’occupazione delle fabbriche in Italia

Il contesto

Alla fine della prima guerra mondiale l’Europa fu colpita da una grave crisi economica. Durante la guerra i “pescecani” delle industrie, specie di quella metallurgica, avevano realizzato guadagni enormi col minimo rischio: lo Stato fungeva sia da fornitore, procurando a prezzi calmierati le materie prime e il carbone, sia da cliente, acquistando i prodotti necessari ad alimentare la guerra, sia da sorvegliante, militarizzando gli stabilimenti e imponendo una stretta disciplina sugli operai.

Nel dopoguerra, mentre il proletariato era eccitato dalla rivoluzione russa, la crisi economica portava i licenziamenti e chiusura delle fabbriche. La lotta di classe, in questo peculiare contesto, si trovò a combattere con delle regole diverse: lo sciopero economico non costituiva un’arma efficace, tanto che spesso i capitalisti soffocavano il movimento imponendo la serrata.

Così già nei primi mesi del 1920 e in particolare a settembre nei centri industriali di tutta Italia oltre mezzo milione di operai, vedendo insufficiente l’arma dello sciopero, presero a occupare le fabbriche.

Il grande movimento partì da Milano, il 30 agosto, quando la Società Officine Romeo & C. decisero la serrata. Gli operai risposero occupando gli stabilimenti. Quando il 1° settembre la Federazione Nazionale degli industriali decise la chiusura degli stabilimenti il movimento si estese a Torino e a tutta l’Italia settentrionale, fino ad arrivare alla Campania e includendo anche altri settori industriali. Da rivendicazione economico/salariale il movimento aveva assunto un chiaro significato politico.
Allo stesso tempo nelle campagne qua e là si occupavano le terre. Molti braccianti erano in esubero perché durante la guerra, data la carenza di uomini, si era provveduto mai come prima all’introduzione di macchine agricole.
Vale la pena ricordare che erano ancora sotto le armi le classi 1898 e 1899, che avevano conosciuto le stragi della guerra: attendendo il congedo seguivano con interesse gli avvenimenti proletari. Gli ufficiali avevano perduto quasi completamente l’autorità su questi soldati, per cui vennero loro ritirati i fucili.


Fabbriche occupate e proletari armati

La situazione era incandescente. «In ogni momento nel quale avvenimenti esterni causavano emozioni violente (eccidi, inizio di moti in qualche regione, ecc.) le masse non avevano idea netta di ciò che si dovesse fare, non avevano nessuna ossatura sulla quale appoggiare l’azione. Da qui la necessità di ammassarsi per intendersi, per cercare i capi, per ricevere parole d’ordine. Attraverso i soldati, per l’abbondanza di materiali bellici mal custoditi, per l’affrettata liquidazione dei residui di guerra, il proletariato individualmente si armava. Ma l’efficienza di tale armamento non era organica» (Documento interno del PCd’I sulla guerra civile in Italia negli anni 1919‑22, in Il Partito Comunista, n.41‑43, 1978).

«Si trattava, nella storia del movimento operaio in Italia, del primo caso del genere [...] In tutti i reparti oltre al lavoro normale, si procedeva alla fabbricazione e riparazione delle armi. Gli aggiustatori riparavano rivoltelle e fucili: i tornitori costruivano a serie le bombe a mano; mentre i fucinatori fabbricavano spade, stili per canne etc. [...] Si blindarono i camions [...] si ripararono mitragliatrici, etc. perché si credeva di finirla seriamente e definitivamente col capitale» (Prometeo, n.63, 8 novembre 1931).

La gestione della produzione era condotta da Commissioni Interne composte da operai. «Si provvide alla redazione di un giornale interno intitolato “Il Marciapiede” [...] Il primo compito fu quello di impossessarsi degli archivi. Si poté così vedere con quale accortezza i proprietari delle officine seguivano le vicende interne dell’organizzazione proletaria e come essi furono bene informati [...] La difesa era organizzata in modo perfetto [...] Una notte una pattuglia di guardie rosse sequestrò quattro individui che erano nei pressi dell’officina, li portarono nell’interno della fabbrica e riuscirono, dopo un lungo interrogatorio, ad accertare che essi erano quattro ex ufficiali venuti in perlustrazione per organizzare un colpo contro gli operai. La punizione decisa consistette nell’obbligo di lavorare nei forni (a mettervi il carbone) per ventiquattro ore. Immaginarsi quei figli di papà che non avevano mai lavorato!» (Prometeo, n.7, 1 ottobre 1928).


Non offensiva proletaria - Non offensiva borghese

«L’occupazione della fabbrica era un grande fattore morale della azione operaia, una buona base per la lotta armata [...] Il criterio che guidò gli operai fu di difendere la fabbrica. Ogni fabbrica ebbe reticolati, sentinelle, milizia e comandanti [...]»

«Lo Stato seguì un criterio ancora più ristretto di difensiva [...] Alcuni quartieri industriali dei centri maggiori furono completamente lasciati nelle mani degli operai, per tutto il tempo dell’occupazione [...] Il nuovo stato di fatto era tale che bisognava considerare l’Esercito come inutilizzabile in molti casi pericolosi [...] Fu organizzato nell’Esercito un piccolo esercito per la pubblica sicurezza [...] Gli ufficiali studenti, presso le scuole, ebbero ordine di costituirsi in Gruppi di 50 sotto il comando del più anziano di grado, e considerarsi sempre a disposizione del locale Comando Militare. In sicure case borghesi furono piazzate mitragliatrici in permanenza [...] Anche militarmente la borghesia applicava il principio, aspettando di essere in forze per la rivincita, di cedere alle masse il terreno, ritirarsi sulle ultimissime linee, temporeggiare, apprestare il contrattacco».

«Giolitti, vecchia volpe [...] uomo intelligente, dal primo giorno del conflitto si fece la convinzione che “non c’è via d’uscita fra i due mali, bisogna decidersi per il male minore, quello che non rappresenta un rischio mortale e lascia sussistere le membra essenziali dell’organismo, non uccide cioè le istituzioni più sacre colla dittatura proletaria” (Corriere della Sera, 19 novembre)» (L’ordine nuovo, 2 ottobre 1920).

Di fronte alle accuse di non aver fatto uso della forza pubblica per impedire l’occupazione delle fabbriche, l’atteggiamento di Giolitti fu improntato a una apparente neutralità, ma attentamente valutata in base a fattori politici, in collaborazione con i dirigenti sindacali, con il preciso obiettivo di evitare una guerra civile. In seguito i bonzi sindacali rivendicheranno il merito di non aver fatto scoppiare la rivoluzone.

In “Memorie della mia vita” Giolitti così ricorda:

«L’occupazione delle fabbriche, per il modo con cui era avvenuta, presentava al governo tutta una serie di problemi, immediati e lontani; da quelli di semplice polizia a quelli di politica sociale.
«Gli operai che avevano effettuata l’occupazione, in ogni parte d’Italia, ma prevalentemente nella zona industriale della Lombardia, del Piemonte e della Liguria, non erano meno di seicentomila; e l’occupazione, provocata da una intempestiva minaccia di serrata da parte di alcuni industriali, che non avevano bene misurata la situazione e i suoi pericoli, era basata sul concetto, da parte della massa degli operai, di poter essi gestire ed utilizzare le fabbriche senza interventi di capitalisti e dirigenti.

«Io ebbi, sino dal primo momento, la chiara e precisa convinzione che l’esperimento non avrebbe potuto [fare] a meno di dimostrare agli operai l’impossibilità di raggiungere quel fine, mancando ad essi capitali, istruzione tecnica ed organizzazione commerciale, specie per l’acquisto delle materie prime e per la vendita dei prodotti che pure fossero riusciti a fabbricare.

«Per tale aspetto dunque questo episodio rappresentava per me, in altre forme e condizioni, la ripetizione del famoso esperimento dello sciopero generale del 1904, che aveva prodotto tanto spavento, per poi dimostrare la propria inanità; ed io ero fermamente convinto che il governo dovesse anche questa volta condursi come si era condotto allora; lasciare cioè che l’esperimento si compiesse sino a un certo punto, perché gli operai avessero modo di convincersi della inattuabilità dei loro propositi, e ai caporioni fosse tolto il modo di rovesciare su altri la responsabilità del fallimento.
«Questa convenienza politica più larga e lontana coincideva del resto con le convenienze immediate di polizia.

«Io fui allora accusato di non essere ricorso all’uso della forza pubblica per fare rispettare la legge ed impedire la violazione del diritto privato; di non avere, insomma, né impedito l’occupazione delle fabbriche da parte degli operai, né provveduto a cacciarli in ogni modo dopo che l’occupazione era avvenuta.

«Ma ammettendo anche che io fossi riuscito ad occupare le fabbriche prima degli operai, ciò che sarebbe stato per lo meno assai difficile considerata la ampiezza e universalità del movimento, mi sarei poi trovato nella assai poco comoda condizione di avere pressoché la totalità della forza pubblica di polizia, Guardie regie e Carabinieri, chiusi nelle fabbriche; senza quindi i mezzi di mantenere l’ordine fuori delle fabbriche, cioè nelle strade e nelle piazze nelle quali gli operai si sarebbero rovesciati, ed avrei in tal modo fatto precisamente il gioco dei rivoluzionarii, che non avrebbero domandato niente di meglio.

«Se poi, più tardi, fossi ricorso alla forza pubblica per costringere gli operai a lasciare le fabbriche occupate, ne sarebbe nato un vasto e sanguinoso conflitto, e con ogni probabilità le masse operaie che le occupavano, prima di cederle alla forza pubblica le avrebbero devastate. Quindi, tanto le ragioni politiche quanto quelle economiche, e le convenienze immediate e quelle lontane, coincidevano a consigliare quella linea di condotta che io ho allora seguita».

Che bella lezione per i rivoluzionari!

Il governo sorvegliava dall’esterno (all’interno nessun danno intendevano recare gli occupanti alle fabbriche), non ostacolò il passaggio degli operai che uscivano o che si recavano al lavoro; non si lasciò impressionare dagli apparati difensivi preparati dagli operai all’entrata e sui tetti degli stabilimenti: ben sapeva che dietro quelle barricate, quei sacchetti di sabbia, quei reticolati e cavalli di frisia c’era una massa operaia resasi volontariamente prigioniera.


Garantisce il riformismo

Il Governo lavorava perché il movimento si sgonfiasse da solo.

«La situazione economica di molte famiglie cominciava ad aggravarsi. Fu allora che la Commissione Interna decise di sfondare le casseforti per potere fare fronte ai bisogni degli operai. I fondi trovati erano limitati e vennero presto distribuiti. Si procedette ancora alla vendita della produzione delle automobili per potere fronteggiare tutte le difficoltà e il fabbisogno delle famiglie» (Prometeo, n.7, 1 ottobre 1928).

Ma questo genere di rimedi non poteva bastare a lungo. La crescente debolezza del movimento e il disorientamento delle masse rendevano il terreno favorevole per l’opportunismo. «Attraverso i propri agenti la borghesia iniettò il veleno del riformismo nelle organizzazioni operaie italiane, soprattutto nei sindacati [...] I riformisti che stavano a capo dei sindacati italiani portarono avanti la parola d’ordine delle commissioni composte di rappresentanti dei “dirigenti” operai e di capitalisti su base paritetica per elaborare i principi e i metodi di controllo della produzione. Questo fu il funerale di lusso predisposto dai riformisti» (Appello del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista a tutti i membri del PSI e dei sindacati italiani del novembre 1920, in Comunismo, n.30).

Anche ne L’Ordine Nuovo del 2 ottobre 1920 possiamo leggere parole di condanna del riformismo: «Nessun “socialismo di Stato”, nessuna socializzazione partorita da Giolitti o dalla Confederazione “sul terreno della legalità” ci smuoveranno dal concetto espresso anche dalla maggioranza della Commissione della socializzazione in Germania che “una isolata statizzazione delle miniere che lasci persistere l’economia capitalistica in altri rami dell’economia non può essere considerata socializzazione, ma significherebbe soltanto sostituzione di un imprenditore a un altro”. E questo si può ripetere anche nel nostro caso, se mai venissero presi dallo Stato tutti gli stabilimenti metallurgici. Finché il proletariato non tiene il potere nelle sue mani, con tutti i mezzi di produzione e di scambio, bisogna essere un riformista per parlare di “socializzazione, di maggiore produzione etc.”».

Quando il tradimento dei D’Aragona e dei Buozzi era compiuto, lo stesso Giolitti chiarirà e rivendicherà la sua manovra difensiva. Riportiamo da Azione Comunista, 11 settembre 1921 il discorso che tenne il 26 settembre 1920 al Senato come presidente del consiglio dei ministri: «Dovevo far sgomberare le fabbriche dalla forza? Evidentemente dovevo iniziare il combattimento, la battaglia, la guerra civile insomma. E questo dopo che la Confederazione Generale del Lavoro aveva solennemente dichiarato che escludeva dal movimento qualunque concetto politico, che tale movimento doveva esser mantenuto nei limiti di una contestazione economica. La Confederazione Generale del Lavoro, nella quale io ebbi allora fiducia, ha dimostrato di meritarla perché la gran massa degli operai ha approvato le proposte sue».

Non dobbiamo però dimenticare che il vero traditore fu il Partito Socialista che, dichiarandosi “favorevole alla rivoluzione”, accettò di metterla ai voti facendo in modo che l’ordine del giorno D’Aragona avesse la maggioranza. Quello che mancò fu un partito rivoluzionario che desse alle masse lavoratrici in fase di attacco la giusta direttiva di azione rivoluzionaria.

Non possiamo esimerci dal riprendere la valutazione del fenomeno dell’occupazione delle fabbriche, e l’indirizzo della Frazione Comunista Astensionista:

«Ciò questi ultimi [gli operai] hanno compreso, e con la loro azione di impossessarsi della fabbrica e continuare a lavorare anziché scioperare, vogliono significare non è che non vogliano lavorare, ma che non vogliono lavorare come dicono i padroni. Essi [...] non vogliono più essere sfruttati, vogliono lavorare per proprio conto, ossia nell’interesse solo della maestranza. Questo stato d’animo che si va facendo sempre più preciso deve essere tenuto in massimo conto; soltanto non vorremmo che fosse fuorviato da false valutazioni [...]

«Noi non vorremmo che dovesse entrare nelle masse operaie la convinzione che sviluppando l’istituzione dei consigli di fabbrica sia possibile senz’altro impadronirsi delle fabbriche ed eliminare i capitalisti. Questa sarebbe la più dannosa delle illusioni. La fabbrica sarà conquistata dalla classe lavoratrice – e non solo dalla rispettiva maestranza, che sarebbe troppo lieve cosa e non comunista – soltanto dopo che la classe lavoratrice tutta si sarà impadronita del potere politico.

Senza questa conquista, a dissipare ogni illusione ci penseranno le guardie regie, i carabinieri, ecc., cioè il meccanismo di oppressione e di forza di cui dispone la borghesia, il suo apparecchio politico di potere.

«Questi vani e continui conati della massa lavoratrice che si vanno quotidianamente esaurendo in piccoli sforzi debbono essere incanalati, fusi, organizzati in un grande, unico, complessivo sforzo che miri direttamente a colpire al cuore la borghesia nemica.

«Questa funzione può solo e deve esercitare un partito comunista, il quale non ha e non deve avere altro compito, in questa ora, che quello di rivolgere tutte le sue attività a rendere sempre più coscienti le masse lavoratrici della necessità di questa grande azione politica, che è la sola via maestra per la quale assai più direttamente giungeranno al possesso di quella fabbrica, che invano, procedendo diversamente, si sforzeranno di conquistare» (“Prendere la fabbrica o prendere il potere?”, Il Soviet, 22 febbraio 1920).


Dopo il tradimento della Socialdemocrazia

Giusto quanto scritto dal nostro settimanale, la sconfitta dell’occupazione delle fabbriche era inevitabile. Giolitti era ben contento che gli operai volontariamente si fossero rinchiusi all’interno delle fabbriche, lasciando a lui, alla forza pubblica il controllo delle vie, delle piazze, delle istituzioni.
La sconfitta dell’occupazione delle fabbriche e delle agitazioni di quel periodo consentirono la formazione dei fasci. Fatta retrocedere ancora una volta la classe operaia coll’intrigo, Giolitti e il governo borghese, temendo una ripresa rivoluzionaria della lotta di classe, accolsero con favore il dispiegamento dei corpi della guardia bianca che i capitalisti chiedevano, provvidero al loro armamento e all’istruzione militare.

Il Duca d’Aosta, certamente anche per fini personali, fu il padrone zelante di questi nuclei che si andavano formando. Intraprese un giro di celebrazioni locali della vittoria del Piave e a ognuna di queste, preparate con metodo, consacrava un manipolo fascista consegnando loro un gagliardetto.
Citiamo il manifesto lanciato il 2 settembre 1921 dal Partito Comunista d’Italia col titolo: “Nell’anniversario dell’occupazione delle fabbriche: gli insegnamenti”:

«Migliaia di operai e di contadini massacrati dalla polizia e dalla guardia bianca; centinaia e centinaia di Camere del Lavoro, di Case del Popolo, di Cooperative, di sezioni del Partito Comunista e del Partito Socialista saccheggiate e distrutte; decine di giornali comunisti, socialisti, repubblicani, popolari incendiati; decine di migliaia di operai e di contadini bastonati a sangue, torturati, storpiati; intiere regioni, abitate da milioni e milioni di operai agricoli e di contadini poveri, l’Emilia, la Toscana, l’Umbria, il Polesine, la Lomellina, sottoposte permanentemente a un regime barbarico di terrore bianco; migliaia di operai e di contadini banditi dalle loro case, costretti ad abbandonare nella disperazione e nella miseria i loro vecchi, le loro donne, i loro figli e a vagolare, mezzo impazziti dalle torture, nel territorio nazionale, senza asilo, senza risorse, senza garanzie di libertà e di sicurezza personale; le prigioni rigurgitanti dei migliori elementi della classe operaia, dei generosi che tutto avevano offerto alla causa dell’emancipazione popolare; mezzo milione di disoccupati per effetto dell’accelerato processo di decomposizione dell’economia capitalistica.

«Ecco il triste bilancio di quest’anno trascorso dal giorno dell’occupazione delle fabbriche [...]
«I capi ufficiali del movimento proletario arretrarono dinanzi alla lotta. Essi paventavano un “macello”, essi paventavano una crisi nella produzione, essi paventavano il blocco straniero e la necessità di una guerra. Oggi anche il più arretrato, anche il più ignorante operaio è in grado di giudicare, è in grado di comprendere gli avvenimenti. La concezione politica dei riformisti si è chiaramente dimostrata inetta a dominare lo sviluppo degli avvenimenti, si è dimostrata assurda, si è dimostrata un pericolo, il pericolo più minaccioso per l’avvenire della classe operaia».


A distanza di cento anni

La sconfitta operaia avvenne per mano del riformismo prima ancora che del fascismo. Durante l’occupazione delle fabbriche, “il glorioso partito della bandiera che non piegò mai lembo”, il Partito Socialista Italiano, rappresentava un’accozzaglia incolore di capi inetti e parlamentari corrotti che non avevano compreso e non potevano comprendere le leggi della lotta di classe.

Oggi, benché i grandi partiti opportunisti siano scomparsi, ancora non è morta la peste del riformismo e del collaborazionismo. Al contrario domina e appesta il movimento proletario. I capi delle organizzazioni sindacali sono tuttora una garanzia per la borghesia. Finché i proletari si lasceranno guidare da sindacalisti opportunisti e politicanti ambiziosi, che sognano di trovare spazi di interlocuzione nelle istituzioni borghesi, saranno sempre sconfitti.

Non è un fatto senza importanza che al referendum della capitolazione, 100 anni fa, le Camere del Lavoro abbiano votato mozioni comuniste, mentre i rappresentanti delle Federazioni e della burocrazia sindacale votarono contro. Questo fatto conferma la corretta impostazione del nostro lavoro sindacale oggi. Oggi, come ieri, rivendichiamo l’importanza di organizzare su base territoriale i proletari come nelle vecchie Camere del Lavoro. Come ieri, anche oggi, conduciamo una lotta sindacale di denuncia delle decisioni operative estranee alla base e agli iscritti, imposte dai dirigenti locali, regionali o nazionali, nonché da un apparato di stipendiati che vive di sindacato. Oggi, come ieri, denunciamo l’utilizzo dei referendum sindacali in cui il voto di un crumiro ha lo stesso peso di quello di chi si sacrifica per la lotta collettiva.

La burocrazia sindacale di 100 anni fa cercava di circoscrivere le spinte proletarie perché restassero, a detta dei dirigenti sindacali, sul piano rivendicativo, nel quadro della legalità e della concertazione. I comunisti attaccavano questo sindacalismo che voleva essere solo economico e non politico, smascherando però un posizionamento schiettamente politico: collaborazionista, borghese e opportunista.

Oggi, a distanza di 100 anni, in piena controrivoluzione, con un movimento sindacale ridotto ai minimi storici, al contrario ci accusano di essere “economicisti”, di impostare il lavoro sindacale soltanto sul piano rivendicativo. Ma questi sindacalisti politici, quale politica vanno professando nel rivendicare il diritto di essere coinvolti nella pianificazione industriale? Quale politica fanno propria quando rivendicano la patrimoniale e le nazionalizzazioni delle industrie in crisi? È quella stessa politica che volevano spacciare per lotta economica i Buozzi e i D’Aragona del tempo!

Il partito comunista deve mettere in evidenza, come fece la Frazione Comunista Astensionista allora, che l’occupazione delle fabbriche in quanto tale era destinata alla sconfitta.

Alla base c’era l’errore consiglista, al tempo diffuso in Piemonte, secondo il quale il proletariato, conquistata e difesa la fabbrica con le armi, avrebbe potuto liberarsi dallo “sfruttamento” padronale e gestire autonomamente la produzione, creando isole di socialismo in regime economico e politico capitalista.

Gli operai approntarono sì la difesa armata delle fabbriche occupate; nelle sue “Memorie” Giolitti continua: «Terminata l’occupazione furono sequestrate in molte delle fabbriche occupate, ed in ogni parte del paese, oltre a parecchie migliaia di fucili e rivoltelle e bombe a mano ed armi bianche di ogni genere, circa cento tonnellate di cheddite e di nitroglicerina. Ed essendo da presumersi che molta parte delle armi e degli esplosivi fossero portati via nello sgombero, che fu compiuto dagli operai volontariamente e senza contrasti, quel notevole residuo così abbandonato può dare la misura della mole».

L’errore sta nella concezione della fabbrica da “difendere” come un fortino occupato. Bene aveva visto Giolitti: «La situazione non poteva prolungarsi, e gli stessi dirigenti degli operai presero l’iniziativa e fecero passi per venire ad una soluzione, con lo sgombero delle fabbriche occupate. Le trattative a tale fine furono condotte fra i rappresentanti della Confederazione del Lavoro da una parte, e quelli della Confederazione degli Industriali dall’altra; e furono iniziate a Torino personalmente da me [...] e furono poi concluse a Roma».

Il vero tradimento fu quello del Partito Socialista, a dirigenza “rivoluzionaria”, che pure aveva aderito alla III Internazionale. Non mancò di lanciare dichiarazioni rivoluzionarie agli operai e contadini di “tenersi pronti” in caso di bisogno, o di minacciare di passare dalla “occupazione” alla “invasione” delle fabbriche. Ma, a parte le vuote declamazioni, non volle avere niente a che fare con un movimento proletario di massa che avrebbe potuto avere un indirizzo e uno sbocco rivoluzionario.

Tra Partito Socialista e Confederazione del Lavoro si stette a disquisire se si trattava di un movimento “economico” o “politico” e chi avrebbe dovuto prenderne la direzione. I dirigenti massimalisti furono ben felici si concludesse che in sostanza si trattava di un movimento “di natura sindacale”, e che quindi dovesse essere condotto dalla Confederazione.

Un partito “rivoluzionario” che ammette di non essere in grado di stabilire la natura di un movimento proletario e di avere bisogno del parere dei bonzi sindacali! E che chiede al sindacato il permesso di fare la rivoluzione!

La verità è che il Partito socialista fu ben felice di consegnare ai bonzi sindacali la gestione del movimento.

Il 19 settembre Giolitti convocò a Roma le confederazioni sindacali e industriali; questi ultimi non solo accettarono la proposta sindacale di non punire e non licenziare i partecipanti all’occupazione, ma fu siglato il famoso accordo sul “controllo operaio nelle fabbriche”.

A seguito del referendum indetto dalla Fiom tra il 25 ed il 30 settembre le fabbriche furono restituite ai legittimi padroni. Sulla modalità della restituzione sentiamo un ricordo di Luigi Longo: «Quando si trattò di sgomberare gli stabilimenti ci fu, da parte del Consiglio di fabbrica, una regolare consegna non solo dell’edificio, degli uffici, dei macchinari, ma anche della produzione fatta che venne inventariata e pagata agli operai.

Alla Fiat la consegna avvenne con una certa solennità, da parte di Parodi, presidente del Consiglio di fabbrica, a Giovanni Agnelli, presidente del consiglio di amministrazione della società, con uno scambio anche di brevi discorsi. Nel suo Agnelli ebbe parole di apprezzamento per l’ordine mantenuto nei reparti» (L. Longo, Tra reazione e rivoluzione).

Ma quel famoso “controllo operaio”, che naturalmente restò lettera morta, anche se si fosse realizzato, cosa avrebbe di fatto rappresentato? I bonzi sindacali lo concepivano come una forma più avanzata di collaborazione di classe, tanto che Giolitti stesso lo propose poi come soluzione della vertenza e gli industriali non fecero difficoltà ad accettarlo, sicuri che da esso nulla sarebbe venuto che li potesse danneggiare.

 

 

  


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La serie di coraggiose battaglie della giovane classe operaia in Turchia
Capitolo esposto alla riunione generale del partito in video-conferenza del 28‑30 maggio
(continua dal numero scorso)

Seconda parte
Lo sciopero a Gaziantep

Nel 2012, 11 giorni di sciopero hanno portato a un parziale successo a Gaziantep i 5‑7.000 lavoratori tessili. La zona industriale di Başpınar  era un’area dove allora si concentravano 100.000 lavoratori, principalmente nel tessile. Anche i pochi sindacalizzati lavoravano in condizioni simili agli altri. Nella stipula dell’ultimo contratto collettivo i sindacati non erano riusciti ad ottenere alcun aumento di salario.

Pur senza arrivare ad organizzarsi in sindacati, iniziava lo sciopero contro le cattive condizioni di lavoro e per uno stipendio di 1.000 lire più quattro bonus all’anno. I lavoratori avevano costituito comitati nelle fabbriche e un comitato superiore che li collegava. Nelle condizioni del periodo, con salari che spesso non consentivano di raggiungere la fine del mese, fu difficile reggere lo sciopero.
Alla fine, dopo 11 giorni, sebbene non avessero ottenuto tutto ciò che volevano, sono riusciti a che i salari nella maggior parte delle fabbriche aumentassero da 780 a 875 lire più un bonus equivalente a 10 giorni di stipendio.

Ma il successo più importante dello sciopero è stato che gran numero di lavoratori avevano resistito così a lungo. I lavoratori di tutte le fabbriche di Başpınar hanno visto che con lo sciopero era possibile vincere. In molte fabbriche si sono ottenuti salari migliori con interruzioni di solo 1‑2 ore. Alcuni padroni addirittura aumentarono i salari solo per il timore che i lavoratori scioperassero.


Lo sciopero dei metallurgici

Secondo i dati del 2017 in Turchia su 1.623.000 lavoratori sindacalizzati 273.000 sono metalmeccanici. L’industria siderurgica è uno dei settori con il maggior numero di infortuni e condizioni di lavoro gravose. I lavoratori sono tenuti sotto costante controllo e pressione. La burocrazia sindacale, che si appoggia e difende una aristocrazia tra i lavoratori, è il principale strumento per garantire e aumentare lo sfruttamento. I lavoratori, che non hanno diritto di parola nel sindacato, appena rivendicano salari adeguati o il miglioramento delle pesanti condizioni di lavoro, o si oppongono a come funziona il sindacato e alle decisioni prese, sono minacciati di licenziamento.

Nel settore a partire dagli anni ‘50 e particolarmente dai ‘70 si sono avute numerose lotte: gli scioperi del 1973‑75, quelli del 1977‑80 presso la Mess e lo sciopero nel ‘98 del sindacato Türk Metal (Sindacato dei metalmeccanici di Turchia). A questi scioperi hanno partecipato decine di migliaia di operai, eventi di massa rimasti un ricordo e di esempio.

Le motivazioni sono state il mancato rispetto degli accordi collettivi, gli attacchi al diritto alla contrattazione, gli infortuni e i decessi causati da misure di sicurezza insufficienti, l’imposizione di condizioni di insalubrità, l’ingerenza nei diritti sindacali e nei trattamenti previdenziali. L’ultima è stata l’accordo di gruppo firmato fra Türk Metal e Mess nel 2014 che aumentava i salari solo del 3,78% per i primi sei mesi, poi del 6%, mentre la durata del contratto era stata aumentata a 3 anni.
Nel 2015 la lotta è iniziata a Bursa. Gli operai della Bosch, insoddisfatti del contratto collettivo, minacciavano di scioperare. Solo questo ha portato un miglioramento del contratto collettivo.

A maggio 16 lavoratori della fabbrica Bursa Renault si sono dimessi dal sindacato a causa dell’atteggiamento di Türk Metal di non tutelare i diritti dei lavoratori: denunciati dal sindacato, sono stati licenziati. Gli altri lavoratori hanno immediatamente interrotto il lavoro e i 16 licenziati sono stati subito reintegrati.

Il 5 maggio i lavoratori della Renault aprivano la vertenza e il 14 sono scesi in sciopero, scavalcando senz’altro il Türk Metal. In breve la lotta si è estesa alle altre fabbriche automobilistiche e dei metalli di Bursa. Per primi i lavoratori di Tofaş e Coşkunöz, poi la fabbrica Mako, la Valeo, la Otorim e la Delphi. Il 20 maggio si sono uniti al movimento i lavoratori della Ford Otosan, della Hyundai a Izmit e della Turkish Traktör ad Ankara. In alcune fabbriche anche le mogli e i figli dei lavoratori hanno partecipato ai picchetti e all’organizzazione dello sciopero.

La resistenza era diretta dai comitati che gli operai formavano tra di loro. Da questi comitati emersero chiare rivendicazioni: Türk Metal doveva lasciare le fabbriche e i lavoratori avere il diritto di formare un loro sindacato; nessuno che avesse partecipato alla lotta doveva essere licenziato e ottenere un nuovo contratto con gli stessi miglioramenti salariali di quello stipulato alla Bosch. C’era una notevole differenza tra l’accordo firmato con Bosch e l’accordo della Türk Metal con Mess, vincolante per gli iscritti alla Türk Metal: di due lire in meno nella paga oraria.

I lavoratori della Renault, rimasti uniti nei 16 giorni di resistenza, riuscirono ad imporre le loro richieste. I padroni invece ottennero di dividere il movimento nelle fabbriche con una debole organizzazione interna e in Tofaş, Ford Otosan e Türk Traktör lo sciopero fu sospeso dai lavoratori stessi. Molti che avevano guidato la lotta furono successivamente licenziati.

Dopo lo sciopero, mentre i lavoratori della Renault si organizzarono nel Birleşik Metal-İş  (Unione dei lavoratori dei metalli) affiliato a Dısk, i lavoratori di Tofaş passarono al Çelik-İş. A parte che nella Renault, l’unità dei lavoratori ha subito gravi danni. Dopo l’aumento del salario minimo, i lavoratori della Renault sono tornati a chiedere una ulteriore miglioria salariale.

Sono anche iniziate delle discussioni per unificare le lotte dell’intera industria metalmeccanica, soprattutto nelle fabbriche dove si era scioperato. I lavoratori della Renault infatti, che pur senza sindacato avevano potuto scioperare per 16 giorni, non sono riusciti a farlo nemmeno per un giorno, né contro i licenziamenti né per un ulteriore aumento dei salari, una volta iscritti a Birleşik Metal-İş. Hanno lasciato l’iniziativa ai burocrati del Birleşik Metal-İş, i quali si sono opposti a combattere i licenziamenti dicendo che sarebbe stato “illegale”. I lavoratori della Renault, lasciati soli contro il padrone, il Mess, le forze dell’ordine e la burocrazia sindacale, non hanno ottenuto aiuto dalle altre fabbriche: così 80 lavoratori sono stati licenziati.


Schiavismo e resistenza all’aeroporto di Istanbul

Nel 2013 la società IGA (Kalyon-Cengiz-Mapa-Limak Joint Venture Group) ha vinto la gara per il 3° aeroporto di Istanbul con una richiesta di 22 miliardi di euro. È stato uno dei “mega progetti” quando era in piena espansione il settore delle costruzioni. Iniziati il 7 giugno 2014 i lavori sono stati poi interrotti a causa di alcune contestazioni finite in tribunale. Alla costruzione hanno preso parte tra le 500 e le 1.500 imprese subappaltatrici e 16.500 lavoratori, poi aumentati a 30.000.

Il cantiere, che assomigliava a una piccola città con migliaia di operai in un’area molto vasta, ospitava anche le abitazioni per quasi tutti i lavoratori: una grande prigione, un campo di concentramento, come dicevano gli operai.

Ogni container, che normalmente dovrebbe ospitare due operai, ne alloggiava sei. Ridotti a quattro, per la resistenza degli operai, sono poi tornati a sei.
Il cantiere, che segnava il più alto tasso di mortalità nel paese, è diventato la tomba per quasi 400 lavoratori, secondo le informazioni trapelate, che si è poi cercato di nascondere.
Le prime azioni contro la costruzione dell’aeroporto sono arrivate nel 2014 da parte di ambientalisti e residenti nell’area, ma non hanno avuto alcun effetto sull’avanzamento dell’opera.

Nel 2016 alcuni operai hanno iniziato a parlare dopo che uno di loro è morto a causa della mancanza di misure di sicurezza. Molti incidenti mortali e le condizioni disumane in cantiere sono venuti alla luce solo in interviste segrete degli operai. Mentre tutto ciò accadeva, l’amministratore delegato dell’IGA dichiarava l’aumento dei lavoratori da 20.000 a 80.000, assunti per non interrompere il lavoro nelle 24 ore, su due turni, la maggior parte dei quali lavorava in turni di 16 ore. Nelle parole degli operai, “nessuna pausa, nessun respiro, nessuna vacanza”.

I letti erano infestati da insetti, i bagni erano inadeguati e non venivano puliti. Gli operai erano umiliati da capisquadra e dirigenti. Per gli autobus di servizio, insufficienti, c’erano lunghe code di attesa, e i lavoratori dopo aver lavorato 14‑16 ore dovevano aspettare a lungo sotto la pioggia e al freddo e spesso saltavano il pasto. Questo ha innescato proteste e sommosse, i lavoratori indignati più volte hanno interrotto il lavoro e marciato fin sotto l’edificio dell’amministrazione.

Scarso il vitto alle mense: al mattino e al pranzo quasi mai pasti adeguati. Mai impartite adeguate istruzioni antinfortunistiche, sebbene obbligatorie. Abiti da lavoro non rinnovati e non adeguati per lavorare nelle aree pericolose. Salari al di sotto di quanto concordato e pagati in ritardo.
Molti operai, non avendo il permesso di soggiorno, non potevano uscire dal cantiere per andare in città, anche se, per le pesanti condizioni di lavoro, non rimaneva loro forza e tempo.

Continui i feriti, quasi ogni giorno, e gli incidenti mortali. I cadaveri degli operai, molti dei quali immigrati, erano portati via in auto private e nessuno sapeva dove finivano. L’amministrazione vietava pure alle ambulanze di suonare le sirene, che nemmeno si sapesse degli incidenti. Si sospettano perfino degli omicidi: le cause della morte in quegli incidenti non sono mai state indagate.

Le comunicazioni con i media erano spiate e si aveva paura di denunciare questi abusi: coloro che erano individuati erano licenziati senza nemmeno ricevere la paga arretrata. I lavoratori con legami sindacali potevano essere picchiati e arrestati, così come chi cercava di documentare con filmati o scritti le condizioni di lavoro nel cantiere. I licenziati non trovavano lavoro altrove, per la solidarietà fra i padroni nelle costruzioni.

Ma le difficoltà di quei lavoratori, che vivevano sotto la pioggia e il fango, non si fermavano qui.

Nel 2018 il numero degli addetti al cantiere aveva raggiunto i 36.000. Per tutto quell’anno i lavoratori si sono battuti, affrontando la violenza della polizia e dei gendarmi. Con l’avvicinarsi della data di apertura dell’aeroporto la pressione è aumentata. La minima contestazione portava a duri interventi della polizia. Si è cercato di eliminare i sindacati, i loro rappresentanti sono stati cacciati dal cantiere. Molte informazioni sono trapelate attraverso Dev- Yapı-İş (Unione rivoluzionaria dei lavoratori delle costruzioni) affiliato al DİSK e ai sindacati di base, İyi-Sen (Sindacato degli operai edili e delle costruzioni) e İnşaat İş (Sindacato degli operai delle costruzioni), che hanno cercato di organizzarsi nel cantiere. All’interno i lavoratori hanno formato dei comitati. Le richieste erano la disinfestazione dalle cimici, misure di sicurezza, aumento della frequenza degli autobus.

Nel corso degli anni gli operai avevano scioperato, a volte l’intero cantiere, a volte quelli di un subappaltatore o di alcuni. Ma queste azioni, limitate a un giorno o due, non avevano portato ad alcun risultato. Nel settembre 2018 hanno potuto far sentire la propria voce, più organizzati e coordinati, e avanzando rivendicazioni.

La ribellione del 14 settembre, che vide una massiccia partecipazione, fu scatenata dal ferimento di 17 operai in un incidente sull’autobus di servizio e altri sul lavoro: 4 persone erano morte e 3 ferite, mentre sui media si parlò di uno solo. Ma la sollevazione scoppiò in una lunga coda in attesa sotto la pioggia dell’autobus di servizio.

Chiamati altri operai, marciarono verso i locali del dirigente. Diffusasi la notizia, da tutto il cantiere si unirono al corteo, anche chi non era in turno. Le richieste più volte ignorate, le azioni rivendicative violentemente represse resero incontrollabile la rabbia accumulata contro la direzione, che più volte aveva risposto con le minacce. I capi terrorizzati avevano chiamato in quantità poliziotti e militari. Quando, saliti sui cassoni dei camion, tornarono a minacciare che sarebbe stato bene per gli operai interrompere immediatamente l’azione, hanno dovuto scappare via con le ambulanze per evitare il peggio.

Era però pronto l’intervento della stazione di gendarmeria all’interno del cantiere e altri reparti arrivarono di rinforzo. Attaccarono con lacrimogeni, cannoni ad acqua e manganelli. Molti lavoratori rimasero feriti, tuttavia respinsero l’attacco, in attesa di una risposta alle loro richieste. La polizia attendeva che gli operai si disperdessero spontaneamente. Di fatto, senza aver ricevuto alcuna risposta dalla direzione, nel pomeriggio, gli operai cominciarono lentamente ad allontanarsi. I pochi che avevano affiliazioni sindacali informarono i rappresentanti con cui erano in contatto. Questi, esauritasi la mobilitazione, vennero al cantiere ma non furono fatti entrare. Diversi lavoratori sindacalizzati allora elessero 19 rappresentanti. Formulate le rivendicazioni, questi radunarono una delegazione di una cinquantina di operai che, insieme ad altri, attraversò il cantiere, difesi dalla massa dei lavoratori contro le istigazioni del comandante della polizia.

Una rappresentanza dei governatori distrettuali di Arnavutköy e Eyüp, nonché il comandante di polizia e i sub‑dirigenti dell’IGA, chiesero allora un incontro di “mediazione” con il sindacato interno. La direzione convocò i dirigenti sindacali e i rappresentanti dei lavoratori. Il grande capo affermò che “non era a conoscenza della gravità dei problemi” e si scusò. Dopo velate minacce lasciò la sala.
La notte gli operai furono svegliati dai calci dei gendarmi. Quasi 600 lavoratori furono caricati sui veicoli e portati via. Altri vennero picchiati. 37 operai e sindacalisti sono stati arrestati. Dopo 6 giorni solo 6 sono stati rilasciati.

Molti dei lavoratori arrestati furono licenziati senza alcun compenso o pagamento dei salari dovuti. La polizia iniziò a controllare le carte d’identità e perquisire, trattenendo gli operai inseriti in certi loro elenchi e chi non aveva documenti.
Alcuni non potendo sopportare queste condizioni da legge marziale si licenziarono. Altri che non potevano permettersi di essere disoccupati continuarono a lavorare.

A seguito della ribellione la direzione fece minime concessioni: a protezione dalla pioggia nelle code di attesa degli autobus approntarono tende-corridoio lunghe dai 20 ai 25 metri. A parte questo, non c’è stata alcuna reale miglioria. Al contrario, molti cambiamenti nella direzione opposta, con la loro continua presenza dei gendarmi. I nuovi autobus di servizio non forniti ai lavoratori furono destinati alle forze dell’ordine, i bar dove i lavoratori riposavano dopo il lavoro furono occupati dai soldati, ecc.

Tutto ciò provocò ulteriori morti, altre rivolte e altri attacchi con lacrimogeni e percosse. Mentre la costruzione avanzava, gli operai hanno continuato a rivoltarsi, a volte in gruppi di 100‑200, a volte di più. Questo non ha migliorato molto le condizioni del cantiere. Intanto i processi giudiziari facevano il loro corso, con i poliziotti, i dirigenti della compagnia e gli amministratori locali che continuavano a negare e a sciorinare le loro menzogne.

Ma che degli operai siano riusciti a dimostrare la loro rabbia contro i padroni ha facilmente sorpreso e ricevuto l’approvazione di tutti i lavoratori di Turchia.


Conclusioni

Attualmente non ci sono lotte operaie in Turchia, a parte i piccoli coltivatori di tè di Hopa, recentemente attaccati dalla polizia e 60 dei quali arrestati. La crisi, così come il malessere sono forti nella classe operaia e fra i contadini poveri, ma il malcontento non si manifesta in lotte significative.
Gli ultimi quarant’anni di lotta di classe in Turchia rendono evidente la mancanza di una organizzazione sindacale di classe, affidabile e potente. La classe operaia si oppone ai burocrati sindacali carrieristi che fanno accordi segreti con i padroni, ma non riesce a promuovere un’organizzazione alternativa al suo posto.

Ma la politica dei sindacati non è l’unico motivo per cui i lavoratori evitano di iscriversi. Una parte degli operai diffida di ogni tipo di lotta di classe, a causa della propaganda anticomunista che si fa da molti anni, o vede in chi professa una coscienza politica un traditore della fede religiosa, e lo considera un nemico.

Il 90% dei lavoratori in Turchia non è sindacalizzato, mentre il 95% lavora senza contratto collettivo e lavorare in nero è abbastanza comune. Il tasso di disoccupazione ufficiale è del 13,3%, ma si pensa che la disoccupazione reale sia superiore al 30%. I lavoratori che devono accontentarsi di cattive condizioni di lavoro per paura di essere licenziati mostrano atteggiamenti che impediscono ogni solidarietà di classe.

Negli ultimi anni il precariato si è diffuso anche nel pubblico impiego. I dipendenti così assunti ricevono una retribuzione molto inferiore a quella dei lavoratori a tempo indeterminato, non beneficiano dei loro diritti e vivono sotto minaccia costante di licenziamento. Ma anche i dipendenti a tempo indeterminato spesso perdono i loro privilegi a causa delle privatizzazioni, diventano disoccupati o devono acconsentire a condizioni peggiori.

I dipendenti pubblici in aree diverse dalle amministrazioni locali, che erano 488.218 nel 2002, nel 2010 si sono quasi dimezzati: 241.972. Mentre i dipendenti a tempo indeterminato tra il 2007 e il 2010 sono aumentati dell’1,8%, quelli a contratto lo sono del 73,6%.
I lavoratori in Turchia, come tutti i lavoratori del mondo, sono schiacciati dalla ruota del capitalismo. Ancora incapaci di darsi una organizzazione operaia forte a causa dei fattori che ostacolano le loro lotte, sono spinti a disperare.

Molti lavoratori sono sospinti dalla cultura capitalista all’individualismo e al carrierismo. Man mano che le condizioni si fanno più dure e la disoccupazione aumenta sono portati ad abbandonare ogni solidarietà e si fanno concorrenti l’uno dell’altro. Privi dei loro sindacati non si affidano alla solidarietà di classe ma ai miti borghesi dei diritti democratici e della legalità.

Negli ultimi anni hanno iniziato a perdere queste illusioni man mano che l’ingiustizia “legale” è diventata più visibile. Solo prendendo in mano la loro lotta, formando le loro assemblee e comitati e, infine, i sindacati di classe, i lavoratori possono lasciarsi alle spalle questo quadro negativo.
Ma l’unica forza cosciente che consentirà alla lotta di vincere nel lungo periodo è il vero partito comunista, che porta con sé la memoria storica e la visione rivoluzionaria della lotta di classe. Il Partito Comunista Internazionale non mira solo a tamponare la situazione con migliorie momentanee, ma ad aprire al futuro distruggendo gli attuali rapporti di sfruttamento.

Impegnarsi nella lotta spalla a spalla per spazzare via tutto questo vecchiume comporta una grande urgenza per la classe operaia della Turchia come per quella di tutti gli altri paesi: non c’è altra via che lottare per porre fine al capitalismo, sfruttatore e assassino di non solo miliardi di lavoratori, ma della vita stessa!

 

 

 

 

  


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Convergere dei nostri gruppi nella Riunione Internazionale del partito
[RG 140]
Riunione in video-conferenza. 28‑29‑30 maggio

Nei giorni 28, 29 e 30 maggio una rappresentanza delle nostre sezioni in Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Sud America, Stati Uniti e singoli compagni di altri paesi si sono incontrati nella riunione generale del partito, così come convocata e impostata con buon anticipo.
Anche questa riunione è stata tenuta in video-conferenza, sia per la difficoltà a viaggiare a causa della epidemia sia per poter raggiungere i compagni più lontani. Spostando opportunamente l’orario delle sedute siamo riusciti a consentire a tutti l’ascolto contemporaneo.
Diverso delle precedenti l’impianto generale. Invece di tenere ambienti separati – per l’italiano, l’inglese e lo spagnolo – e con traduzioni simultanee dei rapporti, ci siamo trovati tutti nella stessa connessione. I relatori si sono espressi nella loro lingua, o in quella che ritenevano la più efficace, mentre agli ascoltatori erano stati fatti pervenire i testi tradotti dei rapporti: chi non comprendeva la lingua poteva aiutarsi con lo scritto. L’esperimento ha dimostrato di ben funzionare.
Ovvio che ciò ha richiesto un notevole sovraccarico di lavoro per approntare e distribuire in anticipo, e spesso all’ultim’ora, le traduzioni di tutti i rapporti.
Al solito abbiamo dedicato la seduta del venerdì ai gruppi di lavoro – di studio, di intervento nelle lotte operaie, di propaganda, di attività editoriale, di presenza locale – perché potessero riferire al partito dei loro progressi, dei risultati e delle loro eventuali difficoltà.
Sabato 29 e domenica 30 abbiamo ascoltato l’insieme ben articolato dei numerosi rapporti, su temi di dottrina comunista e di storia, tutti della massima importanza per la solidità e per la vita pratica del partito, sua vera spina dorsale. Ai relatori, dei quali sappiamo la difficoltà del lavoro in questi tempi avversi, va la meritata riconoscenza di tutti i compagni.


Questo l’ordine dei lavori:

Venerdì 28
- Seduta preparatoria e organizzativa
Sabato 29
- Introduzione del centro
- Origini del Partito Comunista di Cina, dal 1° al 2° Congresso
- Rapporto sull’attività sindacale del partito
- Corso della crisi economica mondiale
- L’Armata Rossa nella rivoluzione in Germania, La sconfitta nella Ruhr
- I partiti nell’India degli anni ‘80
- Ultime vicende della guerra dello Stato di Israele su Gaza
- Quarant’anni di lotta di classe in Turchia, seconda parte.
Domenica 30
- La nascita della Internazionale dei Sindacati Rossi, seconda parte
- Il concetto e la pratica della dittatura, I soviet e i consigli di fabbrica
- Resoconto dalla sezione venezuelana sulla situazione in America Latina
- Storia della Rivoluzione ungherese, La costituzione - L’invasione romena
- La struttura dei sindacati in Quebec
- Il procedere del riarmo degli Stati
- Conclusione della riunione con ricapitolazione degli impegni concordati fra tutti i nostri gruppi. 




Le Armate Rosse in Germania
2. La sconfitta nella Ruhr

Nella prima parte abbiamo visto come si formò l’Armata Rossa della Ruhr dopo il putsch di Kapp e di come sia passata all’offensiva.

L’Armata Rossa controllava militarmente il bacino della Ruhr e stava ottenendo delle vittorie, ma nessun organo politico fu istituito per trarne vantaggio e la borghesia ne approfittò per organizzare il contrattacco. Nei consigli operai della Ruhr dominavano i due partiti socialdemocratici. Nella maggior parte dei casi i vecchi sindaci e le autorità comunali erano rimasti al loro posto e non ci furono attacchi al potere del capitale. Persino ad Essen, dove a prevalere era il KPD, dopo la vittoria militare non fu instaurata alcuna dittatura.

Quali le caratteristiche di questa Armata Rossa?

Intanto dobbiamo riconoscere che fu un risultato sorprendente formare in pochi giorni un esercito di lavoratori, composto tra i 60.000 e i 100.000 uomini.
C’erano condizioni di ammissione di diverso rigore: in alcune aree si dava maggiore importanza all’affiliazione politica, in altre all’esperienza militare. Nelle aree più estremiste, come nella città di Marl, i lavoratori esclusero i rappresentanti dell’SPD e del Sindacato Libero dei minatori dal comitato d’azione locale, sulla base del fatto che non erano rivoluzionari.

Le Guardie Rosse erano per lo più lavoratori, nella maggior parte minatori. L’elenco della polizia dei caduti delle Guardie Rosse a Pelkum, per esempio, riporta 79 morti, tra cui 52 minatori, 16 operai e il resto artigiani e loro aiutanti. Lavoratori di altre nazionalità, soprattutto immigrati polacchi, combatterono a fianco dei tedeschi.

Le donne prestarono servizio come infermiere, corrieri e nelle cucine da campo. Si offrirono volontarie in numero talmente elevato che alcune dovettero essere rimandate a casa.
Con poche eccezioni, l’adesione all’Armata Rossa della Ruhr era volontaria, e i comandanti erano eletti.

Il capo del KPD del comitato esecutivo a Dortmund, Adolf Meinberg, identificò il feticismo democratico come una debolezza dell’Armata Rossa della Ruhr.
L’organizzazione di base era la compagnia, divisa in plotoni e gruppi. Prendevano il nome dalla città di provenienza, dai loro comandanti o da noti marxisti. C’era un’enorme varietà nelle dimensioni delle compagnie, ma la media era di 70 uomini. Battaglioni o reggimenti si formavano solo nella imminenza delle battaglie. Usavano ogni mezzo di trasporto disponibile: camion, tram, auto, moto, cavalli, biciclette.

Dopo la sconfitta dei kappisti, il 17 marzo 1920, nacquero le varie strutture di comando dell’Armata Rossa. Prima nel settore occidentale, dove il KPD era più influente, e poi in quello orientale, dove predominava l’USPD.

Il Comitato di azione di Essen divenne uno dei meglio organizzati: il comando superiore requisì auto, telefoni e altri strumenti di comunicazione. Impiegava una grande quantità di piloti e autisti per le spedizioni. Aveva una colonna medica organizzata in tre autobus che trasportavano lavoratrici le quali prestavano servizio come infermiere volontarie nella Fondazione Samaritana dei Lavoratori. Venne creato anche un ufficio stampa dell’Armata Rossa.

I capi dell’Armata Rossa della Ruhr erano molto più radicali dei loro capi politici, il che portò Paul Levi e Wilhelm Pieck ad accusarli di “militarismo di sinistra”.
Il tentativo del KPD di promuovere il Consiglio Centrale di Essen a guida generale dell’Armata Rossa della Ruhr fallì. Questo determinò grande difficoltà nel coordinare la distribuzione di alimenti, vestiti, attrezzature e armi, specialmente perché l’area della Ruhr produceva poche sussistenze e la coalizione di Weimar l’aveva chiusa in un blocco.

I Comitati di azione si occuparono anche di garantire i salari alle Guardie Rosse. In alcuni distretti obbligarono i capitalisti a pagare. In altri casi, come a Dortmund, fecero pagare alle Casse di risparmio, ma poi le banche ne ritirarono le riserve in contante il che rese impossibile la confisca.
Rispetto al nemico, l’Armata Rossa era enormemente sotto-rifornita di armi e munizioni: disponeva solo di 10 cannoni, circa 50 mortai, 700 mitragliatrici, 60.000 fucili e 10.000 bombe a mano.

L’abbigliamento civile era all’ordine del giorno, con fasce o nastri rossi al braccio.
Tutte le forze armate della borghesia furono scagliate contro il proletariato insorto nella Ruhr e in altri distretti. Quelle includevano la Reichswehr, che era stata ritirata dalla Ruhr occidentale in forza del trattato di Versailles. Molti sottufficiali e ufficiali congedati costituirono la struttura di base di quei Freikorps che avevano combattuto le rivolte dirette dalla sinistra radicale e messo in sicurezza i confini orientali del Reich. Nel 1919 erano state impiegate anche negli Stati Baltici contro l’avanzata delle truppe sovietiche.

Nei primi anni della Repubblica di Weimar esistevano ben 365 unità Freikorps, con una forza totale di circa 400.000 uomini.

Molte città avevano una Einwohnerwehr, una difesa civile. Questa apparve sotto forma di gruppi di vigilanti borghesi. Dopo la rivolta di Spartaco del gennaio 1919 a Berlino, il Ministero della Reichswehr diede istruzioni a tutti i comandi generali di trasformare questi gruppi in forze controllate centralmente secondo un modello unificato. In caso di emergenza potevano essere impiegati come riserva dell’esercito, ma furono poi sciolti secondo le disposizioni del trattato di Versailles.
Le Sicherheitspolizei (SiPo) – la cosiddetta “Polizia Verde” – furono istituite nella maggior parte dei Länder tedeschi alla fine del 1919 e divennero operative dalla metà del 1920, con l’approvazione di Gustav Noske, come una forza di polizia armata e addestrata militarmente.

Il governo centrale di Berlino approfittò della divisione politica tra il meridione e l’oriente, dove comandavano l’USPD e l’SPD, l’occidente, dominato dal KPD, e Mülheim, dove prevalevano i sindacalisti e i comunisti di sinistra.

Il 21 marzo 1920 il socialdemocratico Carl Severing, ministro dell’interno prussiano, convocò una conferenza a Bielefeld, lontano dal campo di battaglia. I comunisti di sinistra e i sindacalisti subito si opposero, così come la dirigenza militare, che stava attaccando la città di Wesel. Tuttavia quattro comunisti, di Essen, Elberfeld e Barmen, presero parte alla riunione. I rappresentanti dei partiti borghesi pro‑Weimar vennero a trattare con i ministri. Il comandante militare generale Watter, che aveva inviato solo degli osservatori, il 23 marzo chiese la resa totale.

L’accordo di Bielefeld, basato su punti già concordati a livello nazionale dalla confederazione sindacale ADGB e dal governo, prevedeva un armistizio e un’amnistia per gli atti commessi contro i kappisti. L’Armata Rossa avrebbe dovuto ritirarsi a sud del fiume Lippe e la Reichswehr rimanere a nord.
In realtà, l’accordo di Bielefeld mirava a far guadagnare tempo alla Reichswehr per poi avanzare. La strategia di Severing funzionò: il comandante (USPD) dell’Armata Rossa ad Hagen decise di arrestare l’offensiva dell’Armata Rossa, che subì la sua prima sconfitta il 24 marzo. Il Consiglio Centrale e i Comitati d’Azione di Hagen il 27 marzo accettarono l’accordo di Bielefeld, nel convincimento che le loro armi sarebbero state prese in consegna dalle autorità municipali, invece che dai militari.

Il 28 marzo il neo‑cancelliere Hermann Müller (SPD) emise un ultimatum che mandò in frantumi tutte le illusioni. Gli accordi di Bielefeld furono annullati. Entro mezzogiorno del giorno 30, cioè in 48 ore, tutti i vecchi “organi amministrativi e di sicurezza dello Stato” dovevano essere ripristinati. L’Armata Rossa doveva essere disarmata e il generale Watter avrebbe stabilito “i modi e i tempi del disarmo”.

Watter prorogò di 24 ore il termine per la consegna delle armi, ma pose nuove e irrealizzabili condizioni per lo scioglimento immediato dell’Armata Rossa e il rilascio dei prigionieri. Se “toccano anche solo un capello, le condizioni non saranno considerate soddisfatte”.
L’allarme si diffuse in tutta la regione della Ruhr. Il Consiglio Centrale di Essen indisse un altro sciopero generale, che fu quasi altrettanto massiccio come quello del 14‑15 marzo. C’era, ora, l’opportunità di diffondere lo sciopero in tutta la Germania, specialmente a Berlino. Ma sia l’USPD sia il KPD (diretto da Wihelm Pieck) non lo indissero. La confederazione sindacale ADGB stipulò un compromesso con il governo per estendere l’amnistia alle Guardie Rosse che consegnavano le armi entro il 2 aprile. Ma il governo della coalizione di Weimar non lo rispettò.

La carestia diventava una minaccia.

Una conferenza KPD-USPD-SPD a Essen chiese che l’Armata Rossa fosse sostituita da una milizia democratica di cittadini – un pasticcio interclassista impotente.
Nel frattempo i Freikorps e la Reichswehr stavano avanzando e uccidendo i rivoltosi nella Ruhr.
Il terrore bianco iniziò prima della scadenza dell’ultimatum. Le unità che sostenevano il Putsch Kapp e quelle che vi si opponevano si unirono nella soppressione della rivolta operaia.

Il 2 aprile il Consiglio Centrale fuggì da Essen. Il giorno dopo il governo diede ufficialmente alla Reichswehr “piena libertà di agire, di fare ciò che la situazione richiede”. Le truppe (80‑90% Freikorps) entrarono nella regione da ogni lato. I superstiti dell’Armata Rossa recuperarono le armi che avevano già consegnato e ingaggiarono una lotta senza speranza.

Il 5 aprile il Consiglio Centrale, che si era riunito in relativa sicurezza a Barmen (più a sud), diede istruzioni ai rimanenti combattenti dell’Armata Rossa di fuggire nella zona di occupazione britannica, intorno a Colonia e nella zona smilitarizzata, nella quale la Reichswehr non osava entrare per tema di un’offensiva alleata.
L’Armata Rossa subì 1.200‑2.000 morti nei combattimenti, la maggior parte dei quali fucilati o colpiti a morte dopo essere stati catturati. La Reichswehr, i Freikorps e il SiPo persero circa 400 uomini, 120 dei quali disertori fatti fucilare dai loro stessi comandanti. Circa 1.000 militi dell’Armata Rossa e civili furono uccisi in combattimenti nel resto della Germania, soprattutto dopo la soppressione del putsch Kapp. Un caporale dei Freikorps scrisse più tardi: “Abbiamo sparato a quegli infami con gioia... Eravamo molto più magnanimi sul campo nei confronti dei francesi”.

L’Armata Rossa risentì della mancanza di una chiara direzione centrale. Carente la comunicazione tra i Comitati di azione delle diverse città. In particolare mancava il collegamento con i lavoratori insorti nel resto della Germania.

L’errore politico consistette nel credere che la classe operaia potesse sconfiggere la reazione borghese tramite un’ampia coalizione popolare comprendente i partiti della coalizione repubblicana di Weimar, che faceva causa comune con il nazionalismo. Una volta cacciati i kappisti, fu un compito relativamente semplice per Severing seminare confusione nei ranghi dell’Armata Rossa, dividerli e permettere a Watter di lanciare la controffensiva.

Oltre alla mancanza di una chiara direzione politica, le condizioni non erano favorevoli. Abbiamo scritto sulla nostra stampa: «Né siamo così poveri materialisti da affermare che, anche se il movimento comunista in Germania avesse adottato la strategia e la tattica perfettamente “corrette”, la vittoria sarebbe stata assicurata. Era la situazione oggettiva, sia in Germania che a livello internazionale, che rendeva molto difficile, e forse anche impossibile, ottenere la vittoria».


La questione militare:
La guerra civile in Russia

Le truppe comuniste avevano conquistato Kiev il 9 febbraio 1918, ma ciò non risolse la crisi con la Rada ucraina per il grave errore di non inseguire e distruggere quello che rimaneva dell’esercito e del governo ucraino, che ebbe così la possibilità di riorganizzarsi a Žytomyr, a 150 chilometri da Kiev, dove contava sull’aiuto degli austro-germanici per organizzare la controffensiva. La sera stessa i loro rappresentanti alle trattative di pace a Brest-Litovsk firmarono una pace separata con gli Imperi centrali.

Il giorno seguente Trotzki rifiutava di firmare gli accordi proposti assieme da tutti i nemici della Russia rivoluzionaria, annunciava la fine della guerra da parte sovietica e l’inizio della smobilitazione dell’esercito russo.
Per sconfiggere le sacche di resistenza cosacche ancora attive, tra cui quelle del generale Alekseev, quelle di Kaledin e quella di Kornilov, furono assegnati ad Antonov-Ovseenko 7.000 uomini e carta bianca su come condurre le operazioni.

Kaledin aveva ottenuto un primo successo conquistando l’importante città di Rostov il 25 novembre 1917, con il determinante contributo dell’Armata dei Volontari (AV), un corpo particolarmente esperto composto da 1.440 ufficiali, visto come continuazione del vecchio esercito zarista. I tre generali coordinati si spartirono le aree di azione e adottarono una strategia difensiva in attesa dell’aiuto austro-germanico.

Il piano di Ovseenko prevedeva una manovra avvolgente di due colonne principali dirette su Novo?erkassk, centro di riferimento dei controrivoluzionari: una scendendo dall’Ucraina, l’altra lungo il Don usando le linee ferroviarie. La manovra fu rallentata dalle incursioni cosacche nelle retrovie e specialmente dalla difficoltà degli approvvigionamenti. Non ultimo il timore di un intervento tedesco in Ucraina.

Un primo successo dei nostri fu la sconfitta del forte gruppo cosacco del capitano ?ernecov e la sua morte il 21 gennaio, che permise alle colonne di Sablin di riprendere l’avanzata su Novo?erkassk. Quelle di Sivers affrontarono la AV per la conquista di Taganrog. Nei duri scontri determinate fu la sollevazione di 5.000 operai della città che aprirono un fronte alle spalle dei controrivoluzionari.
I gruppi cosacchi, per la difficoltà degli approvvigionamenti, legati all’incerto afflusso di capitali dei reazionari russi, per la propaganda comunista, per l’assenza di importanti vittorie ma piuttosto di continue ritirate, cominciarono a disperdersi tanto che la loro capitale era difesa da solo un centinaio di uomini cui si aggiunse un battaglione di ufficiali di Kornilov. I cosacchi di rientro dal fronte in ferrovia erano fermati e disarmati dalle guardie rosse.

Le forze comuniste però avanzavano lentamente per i continui sabotaggi alle linee ferroviarie. Ciònonostante il 10 febbraio di fatto cessava la resistenza bianca nella loro capitale. Il 12 Kaledin si suicidò mentre la AV attestata a Rostov, per la sollevazione della città e l’avvicinarsi delle truppe rivoluzionarie, decise di ritirarsi nel Kuban, dove erano ancora attive altre formazioni contro-rivoluzionarie.

La colonna di Sivers giunse presso Rostov e quella di Sablin si preparò all’attacco finale di Novo?erkassk, dove erano stati concentrati nuovi volontari cosacchi. Ma questi, al momento di andare sulla linea del fuoco, il 20 febbraio si rifiutarono. Infine una divisione di 3.000 uomini di rientro dal fronte del Caucaso passarono coi rossi attaccando alle spalle la AV, che di notte, rotto l’accerchiamento, fuggì verso la steppa.

Il 23 febbraio 1918 i comunisti di Sivers occuparono Rostov e due giorni dopo quelle di Sablin entrarono in Novo?erkassk.
Il 25 febbraio l’Armata dei Volontari decise di spostarsi verso Ekaterinodar, al limite delle steppe del Kuban, perchè in quei giorni la locale Rada aveva dichiarato l’indipendenza. Per la scarsa presenza di industrie laggiù era anche scarsa la componente operaia favorevole al comunismo; inoltre le unità militari rosse avevano sede nella lontana Armavir, ancora in fase organizzativa e con scarsi collegamenti reciproci.
La prima delle due colonne dell’Armata Rossa inviate nella regione, forte di 18.000 effettivi, aveva il compito di conquistare Ekaterinodar e schiacciare la Rada locale; la seconda di 12.000 cosacchi rossi avrebbe dovuto intercettare la AV, che al momento contava 4.000 uomini su 3 reggimenti più alcune centinaia di profughi civili.

La colonna della AV, percorrendo a piedi 15 chilometri al giorno, affrontò con successo alcuni scontri con le forze comuniste locali, usando la collaudata tattica di aggirare con i migliori reparti a cavallo le postazioni avversarie e attaccarle alle spalle.

Ekaterinodar sarà conquistata dall’Armata rossa il 15 marzo. Due giorni dopo si avrà la prima importante battaglia tra le più consistenti forze comuniste, dotate di buona artiglieria e munizioni, e quelle di Kornilov, con ormai scarso munizionamento e artiglieria. Dopo la caduta di Ekaterinodar la AV diresse a sud, oltre il fiume Kuban, inseguita, ma in modo scoordinato e inefficace, dai reparti rossi.
Tutte le formazioni bianche si riunirono così sotto il comando unico di Kornilov, che contava ora su 6.000 effettivi. Questi decise di riprendere Ekaterinodar quando solo una parte dei suoi effettivi era giunta a destinazione e stabilì il comando su una collina di fronte alla città. All’iniziale occupazione di alcuni quartieri periferici rispose un efficace contrattacco dei rossi e un preciso bombardamento del quartier generale di Kornilov, che lo colpì in pieno uccidendolo il 13 aprile.

Denikin, assunto allora il comando della AV, decise una rapida ritirata verso nord, in territori poco controllati dai comunisti e privi di ferrovie. Anche Sorokin commise l’errore di non inseguire i resti della AV.

Denikin, dopo una marcia nel fango ghiacciato di 245 chilometri in 9 giorni di una colonna lunga 10 chilometri, raggiunta una linea ferroviaria, arrivò a Rostov il 30 aprile, da dove erano partiti 80 giorni prima nei quali avevano percorso 1.266 chilometri. Qui si dispersero, concludendo in una pesante sconfitta il tentativo controrivoluzionario dell’Armata dei Volontari.

La situazione dell’Ucraina si complicò dopo la firma della pace separata tra l’effimero governo della Rada ucraina e gli Imperi Centrali, i quali, col pretesto di difendere l’indipendenza degli ucraini, intendevano conseguire due obiettivi: far pressione sul governo comunista per una pace immediata al fine di trasferire le truppe dal fronte russo all’occidentale, dove la partita era ancora aperta; secondo, instaurare un governo fantoccio filo‑tedesco per accaparrarsi le locali immense risorse agricole e le materie prime necessarie a sostenere l’impegno militare. Tutto prima che le forze degli Stati Uniti, da poco entrati nel conflitto, potessero scendere in battaglia.

È stato dato un primo breve cenno alle complesse e travagliate trattative per gli accordi di Brest-Litovsk, sul quale torneremo.
L’operazione militare Faustschlag, detta anche Guerra degli 11 giorni, fu lanciata dalla Germania il 18 febbraio 1918, dopo solo 9 giorni dalla firma della pace con la Rada ucraina. Era sostenuta da una consistente forza di 230.000 uomini con ampio utilizzo delle linee ferroviarie per una guerra di rapido movimento. L’attacco era previsto su 3 direttrici: a nord verso Pietrogrado, al centro sulla Bielorussia e a sud nell’Ucraina con obiettivo finale Kiev.

Debole la resistenza sovietica per il notevole sfavorevole rapporto tra le forze, per cui i tedeschi avanzarono con rapidità. A nord il 25 febbraio fu completamente occupata la Lettonia e l’Estonia. Al centro il 21 febbraio fu occupata Minsk in Bielorussia e il 2 marzo la colonna meridionale austro-tedesca, col sostegno delle forze della Rada ucraina, entrarono in Kiev. La penetrazione nei territori russi fu di 240 chilometri, arrivando a quasi 100 da Pietrogrado, per cui il governo sovietico si spostò a Mosca.

Il 3 marzo la delegazione russa firmò il definitivo trattato di pace, peggiorato rispetto alle bozze precedenti. La Russia dovette inoltre cedere la Finlandia, i tre Paesi baltici, la Polonia, la Bielorussia e l’Ucraina. I tedeschi poterono occupare l’intera Ucraina fino a Rostov sul Don. La Germania intendeva costituire una cintura di Stati satelliti attorno alla Russia, formalmente indipendenti ma subordinati ai suoi interessi politici ed economici.

Il governo sovietico dovette rilasciare immediatamente 630.000 prigionieri austro-germanici che, nelle intenzioni di Vienna, avrebbero dovuto rimpiazzare le perdite sui vari fronti.


Il concetto di dittatura:
Stato e consigli di fabbrica

Come riguardo ai soviet, anche sui consigli di fabbrica la confusione generale era grande. La concezione “aziendista”, dei consigli di fabbrica salvifici nei confronti del partito e della rivoluzione, si era diffusa sia fuori sia dentro i partiti della Terza Internazionale: basti pensare ai nostri compagni de “L’Ordine Nuovo”.

Noi comunisti, in perfetta continuità con i primi congressi dell’Internazionale e con la tradizione della Sinistra comunista italiana, individuiamo una linea che va da Proudhon a Stalin, che ha la pretesa di emancipare il proletariato conservando lo scambio mercantile. Ritroviamo qui anche la vecchia utopia di Owen, che voleva emancipare il proletariato consegnandogli la gestione della fabbrica rimanendo nella società borghese. Proudhon e gli “aziendisti” hanno in comune anche la diffidenza nei confronti del Partito e dello Stato: questi creerebbero dei capi i quali, dato che “la carne è debole”, andebbero a formare una nuova casta dominante. A tale timore della corrotta natura umana rispondeva Marx: «Il signor Proudhon ignora che la storia tutta intera non è che una continua trasformazione della natura umana».

Il Partito comunista, senza pretesa di garanzie a riguardo, è invece l’organismo meno accessibile alle influenze della borghesia e delle sue ideologie.
Dopo la prima guerra mondiale e il tradimento del proletariato operato da partiti, gruppi parlamentari e confederazioni sindacali, ebbe grande sviluppo una nuova forma di organismo immediato dei proletari d’industria: il consiglio di fabbrica. Questo rivendicava la difesa degli interessi immediati degli operai dell’azienda, ma anche il controllo della produzione e infine della gestione, prospettando la finale espropriazione del padrone.

Dal testo “I fondamenti del comunismo rivoluzionario”, al secondo capitolo, sottotitolo “L’organizzazione di fabbrica”, si legge: «Questo miraggio in un primo tempo seducente fu subito, almeno in Italia, considerato dai marxisti rivoluzionari come del tutto ingannevole. Da questa prospettiva restava eliminata la questione del potere centrale, poiché si ammettevano coesistenti il potere dello Stato borghese ed un grado avanzato di controllo operaio (...) Non si trattava che di un nuovo revisionismo».

Dalle “Tesi della frazione comunista astensionista del PSI” del maggio 1920, pubblicate su “Il Soviet” in data 6 e 27 giugno 1920, secondo capitolo, leggiamo: «È in genere un errore credere che la rivoluzione sia un problema di forma di organizzazione dei proletari secondo gli aggruppamenti che essi formano per la loro posizione e i loro interessi nei quadri del sistema capitalistico di produzione. Non è quindi una modifica della struttura di organizzazione economica che può dare al proletariato il mezzo efficace per la sua emancipazione. I sindacati d’azienda o consigli di fabbrica sorgono quali organi per la difesa degli interessi dei proletari delle varie aziende, quando comincia ad apparire possibile il limitare l’arbitrio capitalistico nella gestione di esse. L’acquisto da parte di tali organismi di un più o meno largo diritto di controllo sulla produzione non è però incompatibile col sistema capitalistico e potrebbe essere per questo una risorsa conservativa. Lo stesso passaggio ad essi della gestione delle aziende non costituirebbe (analogamente a quanto si è detto per i sindacati) l’avvento del sistema comunistico.

Secondo la sana concezione comunistica il controllo operaio sulla produzione si realizzerà solo dopo l’abbattimento del potere borghese come controllo di tutto il proletariato unificato nello Stato dei consigli sull’andamento di ciascuna azienda; e la gestione comunistica della produzione sarà la direzione di essa in tutti i suoi rami e le sue unità da parte di razionali organi collettivi che rappresenteranno gli interessi di tutti i lavoratori associati nell’opera di costruzione del Comunismo».

Tale cristallina chiarezza non era propria dei compagni provenienti da “L’Ordine Nuovo”. Con la direzione centrista del partito a partire dal 1924 nelle fabbriche vennero creati o proposti organi molteplici e contraddittori, con una svalutazione del sindacato e della sua necessità in quanto organo di lotta proletaria. Non ci procura alcun piacere polemizzare con Gramsci, compagno verso il quale la Sinistra comunista ha sempre nutrito rispetto e anche affetto. Come abbiamo scritto nel nostro “Dialogato con Gramsci”, lo riconosciamo nostro compagno per la sua sincera fede rivoluzionaria, ma non per le sue idee, che provenivano più dall’idealismo di Croce e di Gentile che dal nostro materialismo. Nel 1921 il comunista Gramsci si è però disciplinato alla direzione della Sinistra.

Per Gramsci il partito comunista, il partito politico rivoluzionario, quando non è negato esplicitamente, passa comunque in seconda, terza o quarta linea. E altrettanto avviene per il sindacato: gli immediatisti non comprendono che “il livello di coscienza” dei proletari, di cui parlano, è superiore nel sindacato di classe che in un consiglio di fabbrica. Ogni operaismo puro è suscettibile di degenerare in una collaborazione tra le classi.

In Germania e in Olanda, con il KAPD e con i “tribunisti” troviamo concezioni analoghe, con un paradosso alla base: il fatto che in Europa occidentale non sia necessaria una doppia rivoluzione e quindi una fase democratica, li porta ad accentuare i caratteri democratici della rivoluzione anziché il contrario, come dovrebbe essere.

Non ha nulla a che spartire con il comunismo l’idea gradualista che il potere si conquisti pezzo per pezzo, casamatta per casamatta. Finché non è spezzato lo Stato della borghesia, il proletariato non ha conquistato nulla. Il Partito viene ridotto a scuola, a centro di illuminazione delle coscienze. Questo svilimento del ruolo del partito, e del sindacato, se era tipico in Germania del KAPD, non era del tutto estraneo ai nostri migliori compagni tedeschi (comprensivi di polacchi ed ebrei) della Lega di Spartaco, con conseguenze nefaste.

Nel nostro testo “Forza violenza dittatura nella lotta di classe”, al capitolo V titolato “Degenerazione russa e dittatura”, leggiamo: «Passando ai consigli di fabbrica o di azienda ricordiamo che questa forma di organizzazione economica, affacciata in primo tempo come molto più radicale di quella del sindacato, va perdendo sempre più le sue pretese di dinamismo rivoluzionario, essendo ormai un’accezione comune a tutte le correnti politiche, comprese quelle fasciste. La concezione che vedeva nel consiglio di azienda un organo partecipante prima al controllo poi alla gestione della produzione, e perfino capace di conquistare questa in toto, azienda per azienda, si è svelata come prettamente collaborazionista (...)

La polemica relativa ebbe un grande riflesso nei giovani partiti comunisti quando i bolscevichi russi furono costretti a prendere misure essenziali e talvolta drastiche per lottare contro la tendenza degli operai a rendere autonoma la gestione tecnica ed economica della fabbrica in cui lavoravano, cosa che non solo impediva l’avvio di un vero piano socialista ma minacciò di danni gravissimi l’efficienza dell’apparato produttivo su cui i controrivoluzionari tentavano di speculare. Infatti, più ancora del sindacato, il consiglio di azienda può agire come esponente di interessi molto ristretti e suscettibili di venire in contrasto con quelli generali di classe».

C’è un argomento connesso a quello dei consigli di fabbrica, quello della organizzazione dei partiti comunisti per cellule o nuclei d’azienda. Tale trasformazione, decisa dall’Internazionale Comunista nel 1925‑26, fu avversata solo, o quasi, dalla Sinistra italiana, che sosteneva le più tradizionali circoscrizioni territoriali. Nell’ultima pagina dell’appena citato capitolo, sotto la dicitura “Postilla”, è detto con la consueta chiarezza: «Se la funzione organica del partito, non sostituibile in essa da alcun altro organo, è lo svolgimento dalle singole lotte economiche di categoria e locali alla unità della lotta generale della classe proletaria sul piano sociale e politico, nessuna eco di tali compiti può seriamente aversi in una riunione in cui figurano soltanto lavoratori di una stessa categoria professionale e di una stessa azienda di produzione.

Tale ambiente sentirà solo esigenze circoscritte e corporative, l’espressione della direttiva unitaria di partito vi scenderà solo dall’alto e come cosa estranea; il funzionario di partito non si incontrerà mai su un piano di parità coi singoli iscritti della base, in un certo senso egli non farà più parte del partito non appartenendo a nessuna azienda economica. Nel gruppo territoriale invece sono posti in partenza sul medesimo piano i lavoratori di ogni mestiere e dipendenti da svariatissimi padroni (...)

Mostrammo allora che la concezione delle cellule, malgrado la pretesa di attuare la stretta adesione dell’organismo di partito alle più larghe masse, conteneva gli stessi difetti opportunistici e demagogici dell’operaismo e laburismo di destra e contrapponeva i quadri alla base, in una vera caricatura del concetto di Lenin sui rivoluzionari professionali».


La rivoluzione ungherese:
La Costituzione - L’invasione romena

A questa riunione il compagno riferiva della Costituzione provvisoria della ungherese Repubblica dei Soviet, adottata il 2 aprile. Si compone di 89 articoli che riguardavano l’organizzazione della dittatura del proletariato sotto la forma di Consigli degli operai, dei soldati e dei contadini. Ne abbiamo riassunti i più significativi.

Art 1 Nella repubblica dei Consigli il proletariato ha assunto tutte le libertà, tutti i diritti e tutto il potere, allo scopo di abolire il sistema capitalistico e il dominio della borghesia e di sostituirvi il sistema produttivo e sociale socialista. La dittatura del proletariato è un mezzo per eliminare ogni sorta di sfruttamento e dominio di classe e serve a preparare un sistema sociale che non conosce classi, in cui anche lo strumento principale del domino di classe, il potere statale sarà scomparso.

Art 2 La repubblica dei Consigli è la repubblica dei Consigli degli operai, dei soldati e dei contadini. Nella repubblica dei Consigli non c’è posto per gli sfruttatori. Nei Consigli degli operai, dei soldati e dei contadini è il popolo lavoratore che fa le leggi, le applica e persegue chi ad esse contravviene. Tutto il potere centrale e locale è esercitato dal proletariato nei Consigli.

Abbiamo poi trattato del governo contro-rivoluzionario dei socialdemocratici, guidato da Giulio Peidl e dell’occupazione romena. Riporta nelle Memorie il “nostro” Romanelli, capo della missine italica a Budapest: «Peidl incominciò a farmi un quadro della situazione generale dell’Ungheria in quel momento, rappresentandomi in primo luogo la necessità urgente di provvedere alla sicurezza interna minacciata dai residui di quelle associazioni avverse a qualsiasi ordine costituito, che fino allora s’erano avvalse della compiacenza e debolezza della dittatura proletaria per terrorizzare la città e la campagna, e dalle frotte di soldati sbandati, che tornavano dal fronte armati (...)

Peidl mi pregava a nome del nuovo governo ungherese di telegrafare senza indugio al Presidente della Conferenza della Pace per invocare il suo autorevole intervento presso il governo romeno affinché venissero sospese le ostilità, dal momento che il nuovo regime instauratosi in Ungheria dichiarava di ripudiare la politica di quello precedente, e si pronunziava disposto a dare all’Intesa ogni garanzia del suo desiderio di sottomissione alle condizioni di pace, che sarebbero state dettate a suo tempo dal Consiglio Supremo».

Romanelli riferisce a Parigi, e la risposta conferma il volere dei predoni dell’Intesa: «Ho l’onore di accusare ricevuta del vostro radio di ieri col quale s’annuncia le dimissioni del Governo della Repubblica dei Consigli, la formazione d’un nuovo Governo ungherese e la dichiarazione fatta da quest’ultimo che sono state portate a conoscenza del Consiglio Supremo (...) Le Potenze Alleate e Associate attendono il nuovo Governo ungherese ai suoi atti. Esse sperano che l’avvento al potere d’un Governo che terrà i suoi impegni e rappresenterà il popolo ungherese affretterà il momento di restaurare la Pace e la ripresa di regolari relazioni economiche. Clèmenceau».

Le truppe romene proseguirono l’avanzata verso Budapest, mentre da Szeged muovevano i bianchi di Horty. La notte del 3 agosto colpi di cannone alla periferia di Budapest annunciavano l’avanzata romena. La mattina seguente una divisione di cavalleria romena arrivò alla periferia di Budapest. I romeni occuparono la città e i dintorni, soppressero i treni in partenza e i tentativi di comunicare con Vienna.

I romeni iniziarono a far man bassa di tutto quello ritenevano utile e anche inutile in città e in campagna: a Parigi faceva comodo l’occupazione dell’Ungheria.

(Il resoconto della riunione continua al prossimo numero)

 

 

 

 


PAGINA 7


Il caso e la necessità
Libero arbitrio e determinismo

Allo storico Alessandro Barbero, non essendo in possesso del materialismo storico scientifico, sfuggono varie cose, nonostante l’aiuti la preparazione e l’intuito. La critica si riferisce a una intervista rilasciata a TV 2000, l’emittente della Conferenza Episcopale Italiana, la televisione dei preti.

L’intervistatrice ricordava una precedente dichiarazione dello storico in cui si definiva ateo. Barbero risponde di essere ateo perché non crede al finalismo nella storia: non crede che la storia sia ordinata da qualcosa o da qualcuno verso un fine provvidenziale. Non accetta quindi né il provvidenzialismo religioso né il più antico finalismo aristotelico. Gli eventi storici non sarebbero regolati da necessità o determinismo, ma sarebbero dovuti a cause contingenti e al caso.

Per noi comunisti, e materialisti, questo significa buttare il bambino con l’acqua sporca. Certamente non accettiamo il finalismo, che possiamo vedere in Platone, in Aristotele, negli stoici, nella scolastica musulmana e cristiana, o in qualsiasi altra forma. La necessità è però tutt’altro.

Non basta il riconoscimento della necessità per arrivare alla scienza. La necessità è però il primo passo in direzione della scienza: se non c’è necessità, se non c’è relazione fra causa ed effetto, non possiamo parlare di scienza.

Il concetto di necessità nell’antichità era presente soprattutto in Aristotele e negli stoici, arrivando nel mondo arabo tra l’VIII e il IX secolo insieme alle traduzioni dal greco e dal siriaco dei testi greci di filosofia e di scienza. Nella scolastica araba e islamica, con Al Farabi, Avicenna e Averroè, la necessità domina il mondo, mentre nella scolastica latina e cristiana, che riceve l’aristotelismo attraverso gli arabi, la necessità non viene negata ma abbondantemente annacquata, per lasciare spazio alla libertà dell’azione divina, e in misura minore al libero arbitrio dell’uomo, come in Alberto Magno e in Tommaso d’Aquino nel XIII secolo.

Nel nostro affermare che attribuire gli eventi della storia al caso è un’aberrazione ci troviamo occasionalmente in compagnia di tutti i filosofi sopra menzionati.

L’ateo Barbero si trova invece in compagnia del teologo musulmano Al Gazali, nato nel Khorasan, regione dell’attuale Iran, e vissuto tra l’XI e il XII secolo. Questi nel suo scritto “Distruzione dei filosofi” critica Ibn Sina, chiamato dai latini Avicenna, per il suo concetto di necessità di Dio, di necessità e quindi di eternità del mondo (che esclude la creazione). Vi critica il concetto stesso di necessità espresso nel principio causale. Facendo un esempio che egli non avrebbe potuto fare, potremmo dire che se un corpo cade verso il basso è solo perché a Dio piace così, altrimenti potrebbe cadere verso l’alto, o verso destra, o verso sinistra. Dio è Dio, e quindi fa ciò che gli pare. Possiamo considerare Al Gazali una sorta di bussola che indica il sud: la concezione più lontana dalla nostra e da qualsiasi idea di scienza.

Alla “Distruzione dei filosofi” di Al Gazali rispose Averroè con la “Distruzione della distruzione dei filosofi”. Ibn Ruschd, chiamato dai latini Averroè, era nato a Cordova, nella Spagna musulmana, e visse nel XII secolo. A lui è debitrice la scolastica cristiana, che ha scoperto opere credute perdute di Aristotele grazie ai suoi commentari, che spesso riproducevano l’opera commentata per intero. Tali scritti sono arrivati nel mondo latino in traduzioni ebraiche, dato che le opere di Averroè erano state distrutte per ordine del sovrano Almansur per sospetto di eresia. La sua critica ad Al Gazali ribadisce e rafforza il concetto aristotelico di necessità. Concetto che attraverso Leonardo, Telesio e Bruno, attraverso il neoplatonismo e l’aristotelismo rinascimentali, attraverso Spinoza, arriva a Keplero e Galilei approdando alla scienza.

Noi siamo materialisti dialettici, ugualmente lontani e opposti al fideismo religioso chiesastico e assolutista pre‑borghese e all’ateismo individualista e positivista della democrazia borghese.
Che l’ateo Barbero concordi con l’ultrareligioso Al Gazali non ci stupisce più di tanto. L’ateismo è una concezione della borghesia, la sua concezione più pura, logica e razionale. La concezione di una classe sociale che crede solo al profitto, e che ha rovesciato dal trono le antiche divinità per mettere al loro posto il Denaro. Divinità, quest’ultima, ben più feroce delle precedenti: più feroce del Crono dei greci che divorava i propri figli, e del Dio dell’antico testamento che non esitava ad annientare il proprio popolo con il diluvio e altro.

Va detto che tale ideologia , per quanto logica e razionale, è sempre stata minoritaria tra gli stessi borghesi a lenire la loro solitudine di individui e, come classe, in quanto le era ed è utile mantenere elementi ideologici del passato pre‑borghese per narcotizzare il proletariato.

Il finalismo, che ovviamente ci è totalmente estraneo, può essere interpretato come un’intuizione, in forma primitiva, della necessità. Una necessità che in questo caso viene rovesciata, viene immessa in uno schema circolare, di tipo greco ed hegeliano, dove la fine del processo si identifica con l’inizio, dove se la causa produce l’effetto è perché l’effetto attrae a sé la causa, ricomponendo o svelando un’unità di tipo mistico-religioso: sostanzialmente uno schema neoplatonico.

Negare il principio di necessità è cosa antiscientifica, antiproletaria e reazionaria.

La necessità non è però una divinità. Se accettassimo la concezione di Hegel per cui “ciò che è razionale è reale e ciò che è reale è razionale” dovremmo accettare con rassegnazione la realtà, vale a dire il capitalismo. La sua dialettica non è la nostra. L’individuo, a qualunque classe sociale appartenga, non è libero ma è determinato: la coscienza e la volontà arrivano solo dopo l’azione volta a soddisfare i bisogni vitali.

È solo nel partito comunista, sedimentazione di tutta la storia umana, che la coscienza e la volontà precedono l’azione rendendo possibile l’intervento nella realtà, l’abbattimento del capitalismo.
L’azione del partito non è comunque “libera”, ma soggetta alle determinanti fisiche, economiche e sociali. Già l’olandese, ebreo portoghese Spinoza nel XVII secolo sosteneva che la libertà coincide con la consapevolezza della necessità. Noi che non siamo atei ma materialisti, vogliamo abbattere il trono dell’ultima e più terribile divinità superstite, che ha distrutto tutte le altre (e per questo la ringraziamo), e che è spesso adorata anche dagli atei: il Capitale, che con il Profitto e la Rendita forma la nuova Trinità.
Idoli infranti dal Capitale di Marx: è il materiale Pluslavoro, estorto al Lavoro, che nello specchio del capitalismo riappare mistificato in Plusvalore, Profitto e Rendita.

 

 

 

 



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Il concetto di dittatura rivoluzionaria e la sua pratica - Con Carlo Marx
Lenin ci rilegge Engels sullo Stato e oltre lo Stato

Rapporto preparato per la riunione di gennaio 2019 ma non esposto per mancanza di tempo e riassunto nella successiva riunione generale

(Continua dal numero scorso)

La comunista estinzione della “democrazia proletaria”

«Ora, la dittatura del proletariato, vale a dire l’organizzazione dell’avanguardia degli oppressi in classe dominante per reprimere gli oppressori, non può limitarsi a un puro e semplice allargamento della democrazia. Insieme a un grandissimo allargamento della democrazia, divenuta per la prima volta una democrazia per i poveri, per il popolo, e non una democrazia per i ricchi, la dittatura del proletariato apporta una serie di restrizioni alla libertà degli oppressori, degli sfruttatori, dei capitalisti. Costoro noi li dobbiamo reprimere, per liberare l’umanità dalla schiavitù salariata; si deve spezzare con la forza la loro resistenza; ed è chiaro che dove c’è repressione, dove c’è violenza, non c’è libertà, non c’è democrazia (...)

Democrazia per l’immensa maggioranza del popolo e repressione con la forza, vale a dire esclusione dalla democrazia, per gli sfruttatori, per gli oppressori del popolo: tale è la trasformazione che subisce la democrazia nella transizione dal capitalismo al comunismo.

«Soltanto nella società comunista, quando la resistenza dei capitalisti è definitivamente spezzata, quando i capitalisti sono scomparsi e non esistono più classi (non v’è cioè più distinzione fra i membri della società secondo i loro rapporti coi mezzi sociali di produzione), soltanto allora “lo Stato cessa di esistere e diventa possibile parlare di libertà”. Soltanto allora diventa possibile e si attua una democrazia realmente completa, realmente senza alcuna eccezione. Soltanto allora la democrazia comincia a estinguersi, per la semplice ragione che, liberati dalla schiavitù capitalistica, dagli innumerevoli orrori, barbarie, assurdità, ignominie dello sfruttamento capitalistico, gli uomini si abituano a poco a poco a osservare le regole elementari della convivenza sociale, da tutti conosciute da secoli, ripetute da millenni in tutti i comandamenti, a osservarle senza violenza, senza costrizione, senza sottomissione, senza quello speciale apparato di costrizione che si chiama Stato. L’espressione: “lo Stato si estingue” è molto felice in quanto esprime al tempo stesso la gradualità del processo e la sua spontaneità (...)

«La società capitalistica non ci offre dunque che una democrazia tronca, falsificata, una democrazia per i soli ricchi, per la sola minoranza. La dittatura del proletariato, periodo di transizione verso il comunismo, istituirà per la prima volta una democrazia per il popolo, per la maggioranza, accanto alla repressione necessaria della minoranza, degli sfruttatori. Solo il comunismo è in grado di dare una democrazia realmente completa; e quanto più sarà completa, tanto più rapidamente diventerà superflua e si estinguerà da sé. In altri termini: noi abbiamo, nel regime capitalistico, lo Stato nel vero senso della parola, una macchina speciale per la repressione di una classe da parte di un’altra e per di più della maggioranza da parte della minoranza. Si comprende come per realizzare un simile compito – la sistematica repressione della maggioranza degli sfruttati da parte di una minoranza di sfruttatori – siano necessarie una crudeltà e una ferocia di repressione estreme: fiumi di sangue attraverso cui l’umanità prosegue il suo cammino, sotto il regime della schiavitù, della servitù della gleba e del lavoro salariato.

«In seguito, nel periodo di transizione dal capitalismo al comunismo, la repressione è ancora necessaria, ma è già esercitata da una maggioranza di sfruttati contro una minoranza di sfruttatori. Lo speciale apparato, la macchina speciale di repressione, lo “Stato”, è ancora necessario, ma è già uno Stato transitorio, non più lo Stato propriamente detto, perché la repressione di una minoranza di sfruttatori da parte della maggioranza degli schiavi salariati di ieri è cosa relativamente così facile, semplice e naturale, che costerà molto meno sangue di quello che è costata la repressione delle rivolte di schiavi, di servi e di operai salariati, costerà molto meno caro all’umanità.

«Ed essa è compatibile con una democrazia che abbraccia una maggioranza della popolazione così grande che comincia a scomparire il bisogno di una macchina speciale di repressione. Gli sfruttatori non sono naturalmente in grado di reprimere il popolo senza una macchina molto complicata destinata a questo compito; il popolo, invece, può reprimere gli sfruttatori anche con una macchina molto semplice, quasi senza “macchina”, senza apparato speciale, mediante la semplice organizzazione delle masse in armi [come – diremo anticipando – i Soviet dei deputati operai e soldati].

«Infine, solo il comunismo rende lo Stato completamente superfluo, perché non c’è da reprimere nessuno, “nessuno” nel senso di classe, nel senso di lotta sistematica contro una parte determinata della popolazione. Noi non siamo utopisti e non escludiamo affatto che siano possibili e inevitabili eccessi individuali, come non escludiamo la necessità di reprimere tali eccessi. Ma, anzitutto, per questo non c’è bisogno di una macchina speciale, di uno speciale apparato di repressione; lo stesso popolo armato si incaricherà di questa faccenda con la stessa semplicità, con la stessa facilità con cui una qualsiasi folla di persone civili, anche nella società attuale, separa delle persone in rissa o non permette che venga usata la violenza contro una donna. Sappiamo inoltre che la principale causa sociale degli eccessi che costituiscono infrazioni alle regole della convivenza sociale è lo sfruttamento delle masse, la loro povertà, la loro miseria. Eliminata questa causa principale, gli eccessi cominceranno infallibilmente a “estinguersi”. Non sappiamo con quale ritmo e quale gradualità, ma sappiamo che si estingueranno. E con essi si estinguerà anche lo Stato».

Lenin parla ora di una prima fase della società comunista, analizzando la critica di Marx del programma di Gotha del partito operaio:

«Quella con cui abbiamo da far qui è una società comunista, non come si è sviluppata sulla sua propria base, ma, viceversa, come emerge dalla società capitalistica; che porta quindi ancora sotto ogni rapporto, economico, morale, spirituale, le “macchie” della vecchia società dal cui seno essa è uscita».


Oltre il diritto e l’uguale diritto

«È questa società comunista appena uscita dal seno del capitalismo, e che porta ancora sotto ogni rapporto le impronte della vecchia società, che Marx chiama “la prima fase” o fase inferiore della società comunista. I mezzi di produzione non sono già più proprietà privata individuale. Essi appartengono a tutta la società. Ogni membro della società, eseguendo una certa parte del lavoro socialmente necessario, riceve dalla società uno scontrino da cui risulta ch’egli ha prestato tanto lavoro. Con questo scontrino egli ritira dai magazzini pubblici di oggetti di consumo una corrispondente quantità di prodotti. Detratta la quantità di lavoro versata ai fondi sociali, ogni operaio riceve quindi dalla società tanto quanto le ha dato. Si direbbe il regno dell’”uguaglianza”.

«Ma quando, a proposito di questo ordinamento sociale (abitualmente chiamato socialismo, e che Marx chiama prima fase del comunismo), Lassalle dice che c’è in esso “giusta ripartizione”, “uguale diritto di ciascuno all’uguale prodotto del lavoro”, egli si sbaglia e Marx spiega perché. Un “uguale diritto” – dice Marx – qui effettivamente l’abbiamo, ma è ancora il “diritto borghese”, che, come ogni diritto, presuppone la disuguaglianza. Ogni diritto consiste nell’applicazione di un’unica norma a persone diverse (...) L’”uguale diritto” equivale quindi a una violazione dell’uguaglianza e della giustizia (...) Gli individui però non sono uguali: uno è più forte, l’altro è più debole, uno è ammogliato, l’altro no, uno ha più figli, l’altro meno, ecc. (...) Supposti uguali il rendimento e quindi la partecipazione al fondo di consumo sociale – conclude Marx – l’uno riceve dunque più dell’altro, l’uno è più ricco dell’altro e così via. Per evitare tutti questi inconvenienti il diritto, invece di essere uguale, dovrebbe essere disuguale».

Continua Lenin:

«La prima fase del comunismo non può dunque ancora realizzare la giustizia e l’uguaglianza; rimarranno differenze di ricchezze e differenze ingiuste; ma non sarà più possibile lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, poiché non sarà più possibile impadronirsi, a titolo di proprietà privata, dei mezzi di produzione, fabbriche, macchine, terreni, ecc. Demolendo la formula confusa e piccolo-borghese di Lassalle sulla “uguaglianza” e la “giustizia” in generale, Marx indica il corso dello sviluppo della società comunista, costretta da principio a distruggere solo l’”ingiustizia” costituita dall’accaparramento dei mezzi di produzione da parte di singoli individui, ma incapace di distruggere di punto in bianco l’altra ingiustizia: la ripartizione dei beni di consumo “secondo il lavoro” (e non secondo i bisogni).

«Gli economisti volgari (...) rimproverano continuamente ai socialisti di dimenticare la disuguaglianza degli individui e di “sognare” la soppressione di questa disuguaglianza. Questi rimproveri, come si vede, dimostrano soltanto l’estrema ignoranza dei signori ideologi borghesi. Non solo Marx tiene conto con molta precisione di questa inevitabile disuguaglianza delle persone, ma non trascura nemmeno il fatto che, da sola, la socializzazione dei mezzi di produzione (“socialismo” nel senso abituale della parola) non elimina gli inconvenienti della distribuzione e la disuguaglianza del “diritto borghese” che continua a dominare fino a quando i prodotti sono divisi “secondo il lavoro” (...)

«Ma questi inconvenienti – continua Marx – sono inevitabili nella prima fase della società comunista, quale è uscita, dopo i lunghi travagli del parto, dalla società capitalistica. Il diritto non può essere mai più elevato della configurazione economica e dello sviluppo culturale, da essa condizionato, della società.

«Così, nella prima fase della società comunista (comunemente chiamata socialismo), il “diritto borghese” non è completamente abolito, ma solo in parte, soltanto nella misura in cui la rivoluzione economica è compiuta, cioè unicamente per quanto riguarda i mezzi di produzione (...) Ma sussiste nell’altra sua parte, sussiste quale regolatore (fattore determinante) della distribuzione dei prodotti e del lavoro fra i membri della società. “Chi non lavora non mangia”: questo principio socialista è già realizzato; “a uguale quantità di lavoro, uguale quantità di prodotti”: quest’altro principio socialista è anch’esso già realizzato.

«Tuttavia ciò non è ancora il comunismo, non abolisce ancora il “diritto borghese” che attribuisce a persone disuguali e per una quantità di lavoro disuguale (di fatto disuguale) una quantità uguale di prodotti. È un “inconveniente”, dice Marx, ma esso è inevitabile nella prima fase del comunismo, in quanto non si può pensare, senza cadere nell’utopia, che appena rovesciato il capitalismo gli uomini imparino, dall’oggi al domani, a lavorare per la società senza alcuna norma giuridica; d’altra parte, l’abolizione del capitalismo non dà subito le premesse economiche per un tale cambiamento. E non vi sono altre norme, all’infuori di quelle del “diritto borghese”. Rimane perciò la necessità di uno Stato che, mantenendo comune la proprietà dei mezzi di produzione, mantenga l’uguaglianza del lavoro e l’uguaglianza della distribuzione dei prodotti (...) Lo Stato non si è ancora estinto completamente, poiché rimane la salvaguardia del “diritto borghese” che consacra la disuguaglianza di fatto. Perché lo Stato si estingua completamente occorre il comunismo integrale».

Lenin parla ora della fase superiore della società comunista, iniziando con una citazione di Marx:
«In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto di lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni! (...)»


Oltre la divisione del lavoro

«La condizione economica della completa estinzione dello Stato è che il comunismo giunga a un grado così elevato di sviluppo che ogni contrasto di lavoro intellettuale e fisico scompaia, e che scompaia quindi una delle principali fonti della disuguaglianza sociale contemporanea, fonte che la sola socializzazione dei mezzi di produzione, la sola espropriazione dei capitalisti non può inaridire di colpo. Questa espropriazione renderà possibile uno sviluppo gigantesco delle forze produttive (...)

Ma non sappiamo e non possiamo sapere quale sarà la rapidità di questo sviluppo, quando esso giungerà a una rottura con la divisione del lavoro, alla soppressione del contrasto fra il lavoro intellettuale e fisico, alla trasformazione del lavoro nel “primo bisogno della vita”. Abbiamo perciò diritto di parlare unicamente dell’inevitabile estinzione dello Stato, sottolineando la durata di questo processo, la sua dipendenza dalla rapidità di sviluppo della fase più elevata del comunismo, lasciando assolutamente in sospeso la questione del momento in cui avverrà e delle forme concrete che questa estinzione assumerà, poiché non abbiamo dati che ci permettano di risolvere simili questioni (...)

«Fino all’avvento della fase “più elevata” del comunismo, i socialisti reclamano dalla società e dallo Stato che sia esercitato il più rigoroso controllo della misura del lavoro, e della misura del consumo; ma questo controllo deve cominciare con l’espropriazione dei capitalisti, con il controllo degli operai sui capitalisti, e deve essere esercitato non dallo Stato dei funzionari, ma dallo Stato degli operai armati. La difesa interessata del capitalismo da parte degli ideologi borghesi consiste precisamente nell’eludere con discussioni e frasi su un lontano avvenire, la questione urgente e di scottante attualità della politica d’oggi: l’espropriazione dei capitalisti, la trasformazione di tutti i cittadini in lavoratori e impiegati di un unico e grande “cartello”, vale a dire lo Stato intero, e la completa subordinazione di tutto il lavoro di tutto questo cartello a uno Stato veramente democratico, allo Stato dei Soviet dei deputati operai e soldati (...)

«La differenza scientifica fra socialismo e comunismo è chiara. Marx chiama “prima fase” o fase inferiore della società comunista ciò che comunemente viene chiamato socialismo. La parola “comunismo” può essere anche qui usata nella misura in cui i mezzi di produzione divengono proprietà comune, purché non si dimentichi che non è un comunismo completo. Ciò che conferisce un grande pregio all’esposizione di Marx è ch’egli applica conseguentemente anche qui la dialettica materialistica, la teoria dell’evoluzione, e considera il comunismo come un qualcosa che si sviluppa dal capitalismo. Anziché attenersi a definizioni “escogitate”, scolastiche e artificiali, a sterili dispute su parole (che cos’è il socialismo? che cos’è il comunismo?), Marx analizza quelli che si potrebbero chiamare i gradi della maturità economica del comunismo.

«Nella sua prima fase, nel suo primo grado, il comunismo non può essere, dal punto di vista economico, completamente maturo, completamente libero dalle tradizioni e dalle vestigia del capitalismo. Di qui un fenomeno interessante come il mantenimento dell’”angusto orizzonte giuridico borghese” nella prima fase del regime comunista. Certo, il diritto borghese, per quel che concerne la distribuzione dei beni di consumo,, suppone pure necessariamente uno Stato borghese, poiché il diritto è nulla senza un apparato capace di costringere all’osservanza delle sue norme. Ne consegue che in regime comunista sussistono, per un certo tempo, non solo il diritto borghese ma anche lo Stato borghese, senza borghesia! Ciò può sembrare un paradosso o un giuoco dialettico del pensiero (...) ma in realtà la vita ci mostra a ogni passo, nella natura e nella società, che vestigia del passato sopravvivono nel presente (...)

«La democrazia ha una grandissima importanza nella lotta della classe operaia contro i capitalisti per la sua emancipazione. Ma la democrazia non è affatto un limite, un limite insuperabile; è semplicemente una tappa sulla strada che va dal feudalesimo al capitalismo e dal capitalismo al comunismo. Democrazia vuol dire uguaglianza. Si arriva a concepire quale grande importanza hanno la lotta del proletariato per l’uguaglianza e la parola d’ordine dell’uguaglianza se si comprende quest’ultima in modo giusto, nel senso della soppressione delle classi. Ma democrazia significa soltanto uguaglianza formale. E appena realizzata l’uguaglianza di tutti i membri della società per ciò che concerne il possesso dei mezzi di produzione, vale a dire l’uguaglianza del lavoro, l’uguaglianza del salario, sorgerà inevitabilmente davanti all’umanità la questione di compiere un successivo passo in avanti, di passare dall’uguaglianza formale all’uguaglianza reale, cioè alla realizzazione del principio: “Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni” (...)

«La democrazia è una forma dello Stato, una delle sue varietà. Essa è quindi, come ogni Stato, l’applicazione organizzata, sistematica, della costrizione agli uomini. Questo da un lato. Ma dall’altro, la democrazia è il riconoscimento formale dell’uguaglianza fra i cittadini, del diritto uguale per tutti di determinare la forma dello Stato e di amministrarlo. Ne deriva che, a un certo grado del suo sviluppo, la democrazia in primo luogo unisce contro il capitalismo la classe rivoluzionaria, il proletariato, e gli dà la possibilità di spezzare, di ridurre in frantumi, di far sparire dalla faccia della terra la macchina dello Stato borghese, anche se borghese repubblicano, l’esercito permanente, la polizia, la burocrazia, e di sostituirli con una macchina più democratica, ma che rimane tuttavia una macchina statale, costituita dalle masse operaie armate, e poi da tutto il popolo che partecipa alla milizia».


Oltre la disciplina di fabbrica

«Qui la “quantità si trasforma in qualità”; arrivato a questo grado, il sistema democratico esce dal quadro della società borghese e comincia a svilupparsi verso il socialismo. Se tutti gli uomini partecipano realmente alla gestione dello Stato, il capitalismo non può più mantenersi. E lo sviluppo del capitalismo crea a sua volta le premesse necessarie a che “tutti” effettivamente possano partecipare alla gestione dello Stato. Queste premesse sono, tra l’altro, l’istruzione generale, già realizzata in molti paesi capitalistici più avanzati, poi l’”educazione e l’abitudine alla disciplina” di milioni di operai per opera dell’enorme e complesso apparato socializzato delle poste, delle ferrovie, delle grandi officine, del grande commercio, delle banche, ecc. Con tali premesse economiche, è perfettamente possibile, dopo aver rovesciato i capitalisti e i funzionari, sostituirli immediatamente dall’oggi al domani – per il controllo della produzione e della distribuzione, per la registrazione del lavoro e dei prodotti – con gli operai armati, con tutto il popolo in armi (...) L’intera società sarà un grande ufficio e una grande fabbrica con uguaglianza di lavoro e uguaglianza di salario.

«Ma questa disciplina “di fabbrica” che il proletariato, vinti i capitalisti e rovesciati gli sfruttatori, estenderà a tutta la società, non è affatto il nostro ideale né la nostra meta finale: essa è soltanto la tappa necessaria per ripulire radicalmente la società dalle brutture e dalle ignominie dello sfruttamento capitalistico e assicurare l’ulteriore marcia in avanti (...) Quanto più la democrazia è completa, tanto più vicino è il momento in cui essa diventa superflua. Quanto più democratico è lo “Stato” composto dagli operai armati, che “non è più uno Stato nel senso proprio della parola”, tanto più rapidamente incomincia ad estinguersi ogni Stato».

Lenin polemizza quindi con Plekanov e Kautsky, per la loro tendenza a ignorare il problema dello Stato. Il centrista Kautsky, nel polemizzare con Bernstein che accusava il marxismo di “blanquismo”, scrive che «possiamo in tutta tranquillità lasciare all’avvenire la cura di risolvere il problema della dittatura del proletariato».

Risponde Lenin:

«Questa non è una polemica contro Bernstein, ma, in sostanza, una concessione a Bernstein, una capitolazione di fronte all’opportunismo, perché gli opportunisti non domandano di meglio che di “lasciare in tutta tranquillità all’avvenire” tutte le questioni capitali relative ai compiti della rivoluzione proletaria».

Nel 1912 Kautsky arriva poi a scrivere che «L’obiettivo della nostra lotta politica rimane dunque, come per il passato, la conquista del potere statale mediante il conseguimento della maggioranza in Parlamento e della trasformazione del Parlamento in padrone del governo». Lenin conclude il suo scritto con queste parole: «La deformazione e la congiura del silenzio intorno al problema dell’atteggiamento della rivoluzione proletaria nei confronti dello Stato non potevano mancare di esercitare un’immensa influenza, in un momento in cui gli Stati, muniti di un apparato militare rafforzato dalle competizioni imperialiste, sono diventati dei mostri militari che mandano allo sterminio milioni di uomini per decidere chi, tra l’Inghilterra e la Germania, tra questo o quel capitale finanziario, dominerà il mondo».

(continua al prossimo numero)