|
||||||||||||||
|
||||||||||||||
|
||||||||||||||
La guerra in Iran è una tappa ulteriore di un processo destinato a sfociare in una terza guerra mondiale. Le strategie dei vari imperialismi non sono sempre chiare, nemmeno per gli stessi capitalisti.
Gli imperialismi cinese e russo sono in difficoltà: non hanno la forza di opporsi al più forte, militarmente, imperialismo statunitense, per cui al momento sembrano non fare nulla, al di là delle dichiarazioni di circostanza. Naturalmente continueranno ad armare l’Iran e ad aiutarlo con le informazioni fornite dai loro satelliti: l’Iran è troppo importante per Cina e Russia, economicamente, militarmente e strategicamente. Lasciare tale Paese nelle mani dell’imperialismo concorrente sarebbe un duro colpo per entrambi. La difficoltà sta nel fare ciò senza sbilanciarsi troppo. Certo non hanno dimenticato quanto successe durante la guerra degli Stati Uniti, e della NATO, contro la Serbia nel 1999: la Cina forniva alla Serbia informazioni sui movimenti delle truppe NATO, ed ecco che “per errore” l’ambasciata cinese a Belgrado fu colpita da tre missili statunitensi.
Anche l’imperialismo militarmente più forte, quello USA, ha comunque i suoi problemi: se dovesse condurre due o tre guerre contemporaneamente avrebbe notevoli difficoltà. Sembra che il Pentagono non sia affatto entusiasta della guerra all’Iran poiché, se dovesse durare a lungo, i missili e la varia attrezzatura militare diverrebbero insufficienti a sostenere una eventuale nuova guerra.
I vari Stati europei sono tentati dal portare avanti una propria politica imperialistica ma, non avendone la forza, oscillano tra il servire il padrone di sempre, gli USA, e il prenderne timidamente le distanze: sanno che rischiano, come l’Arlecchino servitore di due padroni, di prendere le legnate dal vecchio e dal nuovo, che sia la Cina o chi altro. Mascherano quindi la propria impotenza con le parole di “democrazia” e di “diritto internazionale”.
La strategia dell’attuale amministrazione americana ha però i suoi vincoli: non è l’iniziativa di un pazzo, come viene dipinta dalle stordite borghesie europee. I capitalisti americani vorrebbero replicare quanto fatto in Venezuela, appoggiare un potere, nuovo o vecchio, che obbedisca ai loro ordini e che, tra le altre cose, venda o non venda il petrolio a seconda dei loro interessi. È presumibile che ciò non sarà facile.
Intanto potrebbero armare alcune minoranze etniche e religiose, come i curdi, i beluci, gli arabi, e forse anche gli azeri. Un simile tentativo sembra già in corso con i curdi, che forse si ricordano di come sono stati utilizzati e poi scaricati dagli USA in Siria, quando non gli sono stati più utili. Non è detto che tale tentativo fallisca: i dirigenti borghesi curdi si sono sempre venduti alle borghesie di altri Paesi, per combattere il proprio Stato ospite o i gruppi curdi rivali, comportandosi di fatto come delle milizie mercenarie. Ma oggi, probabilmente, il tradimento americano è troppo recente per essere ignorato.
Questa strategia sarebbe comunque utile per gli USA: l’Iran non sarebbe distrutto ma di fatto, anche se non formalmente, diviso in varie zone di influenza, come già avvenuto in Iraq e in Siria, costretto ad abdicare alle pretese di imperialismo regionale.
Lo Stato di Israele, per conto degli americani, controllerebbe l’intero vicino e medio Oriente. La propaganda sulla “Grande Israele” e simili esaltazioni religiose e di suprematismo ebraico sono funzionali alle mire dell’imperialismo americano, di cui quello israeliano e solo il più importante vassallo e fedele esecutore di ordini. È l’erede di Eichmann e non dei milioni di ebrei sterminati dal nazismo.
Con il controllo del Medio Oriente i capitalisti d’America muoverebbero da posizioni di forza contro il loro principale nemico, che è la Cina: la guerra all’Iran è innanzitutto una guerra contro la Cina.
È anche una guerra contro la Russia e contro gli Stati europei, che finirebbero tutti indeboliti: sarebbe il trionfo dell’imperialismo americano. Può darsi che vada così, e che gli USA escano ancora dominatori dal prossimo conflitto mondiale, anche se non possiamo escludere che sia la Cina a prevalere.
Ma tutte queste strategie, più o meno realistiche, dell’imperialismo, che è fase suprema del capitalismo e non una categoria morale, hanno un punto debole che consiste nell’apparizione di quel “convitato di pietra” che è il proletariato. Fino a che questo è quasi immobile, pietrificato, il capitalismo può compiere tutte le guerre e le stragi che vuole, come tutti vediamo. Quando il “convitato di pietra” si muove e si presenta davanti al potere della borghesia, come nella storia è già avvenuto ed ancora avverrà, questa è spacciata.
Ovviamente perché la borghesia sia spacciata occorre che il proletariato non si presenti in disorganizzato, massa di individui, ma inquadrato nel suo sindacato di classe, e diretto dal suo Partito Comunista. Questa è l’unica possibilità di evitare una guerra mondiale, e il proletariato non può fare a meno di perseguirla.
Ribadiamo quindi le nostre parole d’ordine di sempre: Pane e pace - Guerra o
rivoluzione - I proletari non hanno patria - Il nemico è
in casa propria.
Guerra e fascismo non sono un incidente storico frutto di capi, partiti e ideologie folli e crudeli ma il prodotto inevitabile del corso storico del capitalismo, l’espressione più autentica della natura di questo modo di produzione.
Il potere politico non è dei Trump, Putin, Khamenei, Netanyahu, Xi Jinping ma di apparati al servizio delle gigantesche concentrazioni industriali e finanziarie del capitale. Questi apparati dirigono le macchine statali nazionali borghesi.
La guerra in Iran solo apparentemente – e nelle frottole della sinistra liberal-borghese e di quella opportunista – danneggia l’economia capitalistica, anche se, come in ogni affare, c’è chi guadagna e c’è chi perde.
L’innalzamento dei prezzi del petrolio entro certi limiti giova alla borghesia degli USA, che dal 2015 sono primo produttore mondiale di greggio e dal 2019 uno dei principali esportatori; giova alla borghesia russa; giova anche alla borghesia iraniana, che – nonostante il conflitto – non solo continua a esportare attraverso Hormuz il suo petrolio alla Cina, ma, per decisione dello stesso imperialismo USA, può ora vendere 140 milioni di barili (circa 70 giorni di esportazioni) a prezzo pieno a tutti i paesi – USA inclusi – in virtù della sospensione delle sanzioni.
L’aumento dell’inflazione entro certi limiti conseguente all’innalzamento del prezzo del petrolio non danneggia le imprese, che reagiscono aumentando i prezzi dei loro prodotti. Danneggia invece i proletari, i salariati, gli unici che non possono decidere autonomamente di alzare il prezzo di vendita della loro merce – la forza lavoro – ma che per farlo devono lottare con la borghesia, cioè scioperare. Se l’aumento dell’inflazione non è eccessivo – tale da non comprimere troppo i consumi, che sono comunque in contrazione da decenni – fa bene ai profitti, perché coincide con una riduzione di fatto dei salari.
La guerra all’Iran è negli interessi della borghesia USA, oltre che per i maggiori proventi petroliferi, perché alimenta il gigantesco apparato industriale militare del primo imperialismo mondiale, perché rafforza il dominio finanziario del dollaro e con ciò puntella il debito pubblico di Washington. Lo è a tal punto che il regime borghese statunitense l’ha intrapresa nonostante il parere fortemente contrario dei vertici militari.
La guerra all’Iran è chiaramente anche una guerra per l’egemonia e la spartizione del mercato mondiale, degli USA contro, innanzitutto, l’imperialismo cinese – il loro principale rivale – e poi anche contro gli imperialismi europei che, grandi importatori di petrolio e gas, dovranno innalzare i prezzi delle loro merci, rese con ciò meno competitive sui mercati internazionali. La borghesia tedesca e quella italiana, che già hanno pagato il prezzo della guerra in Ucraina, ora pagheranno quello della guerra in Medio Oriente.
Ma anche le borghesie europee sono follemente innamorate della guerra: tutte si sono gettate in un faraonico piano di riarmo con cui dare ossigeno alla loro asfittiche manifatture; le industrie tedesche di autovetture si convertono a fabbricare armi; due droni caduti a Cipro sono bastati a giustificare da parte dei paesi europei (anche dal governo Sanchez) l’invio di navi militari; già tramano e trattano affari per la ricostruzione in Iran, Ucraina, Libano... Lo stesso vale per il regime capitalista di Pechino – la via cinese alla falsificazione (ormai evidente) del socialismo – che vanta ormai la seconda spesa militare al mondo, in continua crescita.
Tutte le borghesie nazionali anelano disperatamente alla guerra quale unica loro salvezza dalla crisi di sovrapproduzione che avanza portando inesorabilmente al crollo catastrofico dell’economia capitalistica mondiale.
L’intreccio degli affari fra gli imperialismi è la conferma di come le contrapposizioni fra gli Stati borghesi non siano affatto assolute anche se – come nelle guerre fra clan mafiosi – vengono uccisi capi e gregari: la borghesia russa trae vantaggio dalla guerra di USA e Israele all’Iran, paese con cui solo un anno addietro ha stretto un “trattato di partenariato strategico”; la Cina ha nel regime iraniano un fondamentale alleato, da cui acquista il 90% delle esportazioni petrolifere, ma è anche il primo partner commerciale di Israele e a entrambi – Israele e Iran – vende i sistemi di controllo per massacrare gli uni i palestinesi, gli altri i rivoltosi iraniani.
Quel che conta per la borghesia internazionale e i suoi regimi politici nazionali, più che vincere nella spartizione, è che la guerra sia combattuta: che divori vite città fabbriche e merci in eccesso, per ridare fiato all’asfittica accumulazione del capitale. La guerra imperialista, più e oltre che una guerra fra bande di Stati capitalisti, è una guerra della borghesia contro il proletariato mondiale, è una guerra di classe.
Ne sono ulteriore dimostrazione le risibili declamazioni a “difesa dei popoli oppressi” da parte dell’imperialismo USA quanto il menzognero “anti-imperialismo” dei regimi capitalisti avversari di Washington, cui solo i reduci nostalgici dell’impostura del falso socialismo dell’URSS possono credere. I proclami di USA e Israele a sostegno dei rivoltosi iraniani durante le manifestazioni di gennaio sono stati utili solo al regime iraniano, che meglio ha potuto additarli di intelligenza con forze straniere e massacrarli. I bombardamenti dal 28 febbraio – giunti per altro a massacro compiuto da due mesi – compattano le forze di opposizione attorno al nazionalismo e quindi al regime, che può ulteriormente indurire la repressione interna. E infatti con la guerra ogni manifestazione è cessata. Le borghesie statunitense e iraniana guadagnano dal petrolio più di prima. Il cambio di regime invocato dagli USA è un cambio di direzione del flusso dei proventi del petrolio mantenendo intatto l’apparato borghese – fondato in Iran su pasdaran e clero sciita – che opprime il proletariato, esattamente come avvenuto in Venezuela.
Tutti gli Stati borghesi del mondo, in primis quelli che si ergono a paladini della democrazia, hanno interesse a che il proletariato iraniano resti oppresso e sfruttato perché la sua rivolta incendierebbe la lotta di classe dalla Turchia, al Maghreb passando per il Medio Oriente, ivi compresa Israele, al cui regime borghese verrebbe a mancare lo spauracchio con cui incatena la classe lavoratrice al carro degli interessi capitalistici nazionali.
Gli imperialismi europei in veste democratica – quello italiano fra i primi – hanno fatto affari per mezzo secolo col regime borghese iraniano in vestaglia da Ayatollah e continueranno a farli, in barba a ogni sermone democratico recitato all’occorrenza da papaveri politici e vertici istituzionali borghesi. Il cinismo assassino delle democrazie europee e americana mostrano come la democrazia sia la veste con cui questi regimi coprono la loro natura borghese, per cui il Profitto viene prima di tutto: sotto la maschera democratica la realtà sociale e politica è quella della Dittatura del Capitale.
Le libertà politiche, sindacali, sociali sono concesse nella misura in cui non ledono gli interessi fondamentali del grande Capitale: con l’avanzare della crisi di sovrapproduzione e della guerra imperialista debbono essere compresse o del tutto revocate, per impedire che ostacolino l’aumento dello sfruttamento e il militarismo.
I partiti della sinistra liberal-borghese, che in Europa come negli USA si presentano quale alternativa e baluardo alla destra e al fascismo, non fanno altro invece che spianargli la strada: quando vanno al governo le loro politiche non possono che eseguire i dettami del grande Capitale. Illudono i lavoratori che la soluzione sia sul piano elettorale, all’interno del presente quadro politico capitalistico, li disorganizzano e li disarmano, consegnandoli agli strati più arretrati che cadono negli inganni populisti del fascismo e si accodano alla piccola-borghesia.
I partiti della sinistra opportunista, che non credono nella rivoluzione e nel comunismo, anche quando si dichiarano radicali o rivoluzionari, di fronte al disvelarsi del fascismo dei regimi borghesi, fanno fronte comune con la sinistra borghese in “difesa della democrazia”, andando con essi verso il fallimento.
Al regime borghese basta promuovere una destra sempre più reazionaria, spietata, fascista, per far abbracciare alla sinistra borghese politiche di destra. La logica è analoga a quella con cui ai lavoratori sono fatti ingoiare i rinnovi contrattuali peggiorativi dai sindacati di regime: “poteva andare peggio!” Al fascismo, la sinistra liberal-borghese non ha da contrapporre alcun programma politico, se non quello – comune alla destra – di gestire e difendere il capitalismo, in marcia verso crollo economico e guerra imperialista.
In una nota immagine tanti piccoli pesci, braccati da un grande predatore, si uniscono a formare un pesce ancora più grande, ribaltando i rapporti di forza. Questa è la lotta proletaria con una parte consistente dei lavoratori organizzata nel sindacato di classe diretto dall’indirizzo sindacale e politico del partito comunista rivoluzionario. In democrazia il disegno è diverso: due pesci grossi (destra e sinistra borghesi) ruotano attorno ai pesci piccoli (i proletari) emettendo grandi bolle (propaganda) e rinchiudendoli in esse; il terzo pesce grosso – la borghesia – dal basso risale e si mangia i pesci piccoli.
A salvare la classe lavoratrice da guerra e fascismo non sarà la “difesa della democrazia”, il fronte unico politico dei partiti “antifascisti”, ma la lotta di classe in difesa di salari e condizioni di vita e di lavoro, con un fronte unico sindacale di classe che guidi scioperi sempre più estesi e duraturi, fino alla rivoluzione e alla dittatura proletaria.
L’alternativa
non è fra democrazia e fascismo, fra destra e sinistra, ma fra
capitalismo e comunismo, fra guerra e rivoluzione.
- Contro la guerra tra gli Stati per la guerra tra le classi!
- Per l’internazionalismo proletario!
- Per la rivoluzione comunista!