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La guerra in Iran è una tappa ulteriore di un processo destinato a sfociare in una terza guerra mondiale. Le strategie dei vari imperialismi non sono sempre chiare, nemmeno per gli stessi capitalisti.
Gli imperialismi cinese e russo sono in difficoltà: non hanno la forza di opporsi al più forte, militarmente, imperialismo statunitense, per cui al momento sembrano non fare nulla, al di là delle dichiarazioni di circostanza. Naturalmente continueranno ad armare l’Iran e ad aiutarlo con le informazioni fornite dai loro satelliti: l’Iran è troppo importante per Cina e Russia, economicamente, militarmente e strategicamente. Lasciare tale Paese nelle mani dell’imperialismo concorrente sarebbe un duro colpo per entrambi. La difficoltà sta nel fare ciò senza sbilanciarsi troppo. Certo non hanno dimenticato quanto successe durante la guerra degli Stati Uniti, e della NATO, contro la Serbia nel 1999: la Cina forniva alla Serbia informazioni sui movimenti delle truppe NATO, ed ecco che “per errore” l’ambasciata cinese a Belgrado fu colpita da tre missili statunitensi.
Anche l’imperialismo militarmente più forte, quello USA, ha comunque i suoi problemi: se dovesse condurre due o tre guerre contemporaneamente avrebbe notevoli difficoltà. Sembra che il Pentagono non sia affatto entusiasta della guerra all’Iran poiché, se dovesse durare a lungo, i missili e la varia attrezzatura militare diverrebbero insufficienti a sostenere una eventuale nuova guerra.
I vari Stati europei sono tentati dal portare avanti una propria politica imperialistica ma, non avendone la forza, oscillano tra il servire il padrone di sempre, gli USA, e il prenderne timidamente le distanze: sanno che rischiano, come l’Arlecchino servitore di due padroni, di prendere le legnate dal vecchio e dal nuovo, che sia la Cina o chi altro. Mascherano quindi la propria impotenza con le parole di “democrazia” e di “diritto internazionale”.
La strategia dell’attuale amministrazione americana ha però i suoi vincoli: non è l’iniziativa di un pazzo, come viene dipinta dalle stordite borghesie europee. I capitalisti americani vorrebbero replicare quanto fatto in Venezuela, appoggiare un potere, nuovo o vecchio, che obbedisca ai loro ordini e che, tra le altre cose, venda o non venda il petrolio a seconda dei loro interessi. È presumibile che ciò non sarà facile.
Intanto potrebbero armare alcune minoranze etniche e religiose, come i curdi, i beluci, gli arabi, e forse anche gli azeri. Un simile tentativo sembra già in corso con i curdi, che forse si ricordano di come sono stati utilizzati e poi scaricati dagli USA in Siria, quando non gli sono stati più utili. Non è detto che tale tentativo fallisca: i dirigenti borghesi curdi si sono sempre venduti alle borghesie di altri Paesi, per combattere il proprio Stato ospite o i gruppi curdi rivali, comportandosi di fatto come delle milizie mercenarie. Ma oggi, probabilmente, il tradimento americano è troppo recente per essere ignorato.
Questa strategia sarebbe comunque utile per gli USA: l’Iran non sarebbe distrutto ma di fatto, anche se non formalmente, diviso in varie zone di influenza, come già avvenuto in Iraq e in Siria, costretto ad abdicare alle pretese di imperialismo regionale.
Lo Stato di Israele, per conto degli americani, controllerebbe l’intero vicino e medio Oriente. La propaganda sulla “Grande Israele” e simili esaltazioni religiose e di suprematismo ebraico sono funzionali alle mire dell’imperialismo americano, di cui quello israeliano e solo il più importante vassallo e fedele esecutore di ordini. È l’erede di Eichmann e non dei milioni di ebrei sterminati dal nazismo.
Con il controllo del Medio Oriente i capitalisti d’America muoverebbero da posizioni di forza contro il loro principale nemico, che è la Cina: la guerra all’Iran è innanzitutto una guerra contro la Cina.
È anche una guerra contro la Russia e contro gli Stati europei, che finirebbero tutti indeboliti: sarebbe il trionfo dell’imperialismo americano. Può darsi che vada così, e che gli USA escano ancora dominatori dal prossimo conflitto mondiale, anche se non possiamo escludere che sia la Cina a prevalere.
Ma tutte queste strategie, più o meno realistiche, dell’imperialismo, che è fase suprema del capitalismo e non una categoria morale, hanno un punto debole che consiste nell’apparizione di quel “convitato di pietra” che è il proletariato. Fino a che questo è quasi immobile, pietrificato, il capitalismo può compiere tutte le guerre e le stragi che vuole, come tutti vediamo. Quando il “convitato di pietra” si muove e si presenta davanti al potere della borghesia, come nella storia è già avvenuto ed ancora avverrà, questa è spacciata.
Ovviamente perché la borghesia sia spacciata occorre che il proletariato non si presenti in disorganizzato, massa di individui, ma inquadrato nel suo sindacato di classe, e diretto dal suo Partito Comunista. Questa è l’unica possibilità di evitare una guerra mondiale, e il proletariato non può fare a meno di perseguirla.
Ribadiamo quindi le nostre parole d’ordine di sempre: Pane e pace - Guerra o
rivoluzione - I proletari non hanno patria - Il nemico è
in casa propria.
Guerra e fascismo non sono un incidente storico frutto di capi, partiti e ideologie folli e crudeli ma il prodotto inevitabile del corso storico del capitalismo, l’espressione più autentica della natura di questo modo di produzione.
Il potere politico non è dei Trump, Putin, Khamenei, Netanyahu, Xi Jinping ma di apparati al servizio delle gigantesche concentrazioni industriali e finanziarie del capitale. Questi apparati dirigono le macchine statali nazionali borghesi.
La guerra in Iran solo apparentemente – e nelle frottole della sinistra liberal-borghese e di quella opportunista – danneggia l’economia capitalistica, anche se, come in ogni affare, c’è chi guadagna e c’è chi perde.
L’innalzamento dei prezzi del petrolio entro certi limiti giova alla borghesia degli USA, che dal 2015 sono primo produttore mondiale di greggio e dal 2019 uno dei principali esportatori; giova alla borghesia russa; giova anche alla borghesia iraniana, che – nonostante il conflitto – non solo continua a esportare attraverso Hormuz il suo petrolio alla Cina, ma, per decisione dello stesso imperialismo USA, può ora vendere 140 milioni di barili (circa 70 giorni di esportazioni) a prezzo pieno a tutti i paesi – USA inclusi – in virtù della sospensione delle sanzioni.
L’aumento dell’inflazione entro certi limiti conseguente all’innalzamento del prezzo del petrolio non danneggia le imprese, che reagiscono aumentando i prezzi dei loro prodotti. Danneggia invece i proletari, i salariati, gli unici che non possono decidere autonomamente di alzare il prezzo di vendita della loro merce – la forza lavoro – ma che per farlo devono lottare con la borghesia, cioè scioperare. Se l’aumento dell’inflazione non è eccessivo – tale da non comprimere troppo i consumi, che sono comunque in contrazione da decenni – fa bene ai profitti, perché coincide con una riduzione di fatto dei salari.
La guerra all’Iran è negli interessi della borghesia USA, oltre che per i maggiori proventi petroliferi, perché alimenta il gigantesco apparato industriale militare del primo imperialismo mondiale, perché rafforza il dominio finanziario del dollaro e con ciò puntella il debito pubblico di Washington. Lo è a tal punto che il regime borghese statunitense l’ha intrapresa nonostante il parere fortemente contrario dei vertici militari.
La guerra all’Iran è chiaramente anche una guerra per l’egemonia e la spartizione del mercato mondiale, degli USA contro, innanzitutto, l’imperialismo cinese – il loro principale rivale – e poi anche contro gli imperialismi europei che, grandi importatori di petrolio e gas, dovranno innalzare i prezzi delle loro merci, rese con ciò meno competitive sui mercati internazionali. La borghesia tedesca e quella italiana, che già hanno pagato il prezzo della guerra in Ucraina, ora pagheranno quello della guerra in Medio Oriente.
Ma anche le borghesie europee sono follemente innamorate della guerra: tutte si sono gettate in un faraonico piano di riarmo con cui dare ossigeno alla loro asfittiche manifatture; le industrie tedesche di autovetture si convertono a fabbricare armi; due droni caduti a Cipro sono bastati a giustificare da parte dei paesi europei (anche dal governo Sanchez) l’invio di navi militari; già tramano e trattano affari per la ricostruzione in Iran, Ucraina, Libano... Lo stesso vale per il regime capitalista di Pechino – la via cinese alla falsificazione (ormai evidente) del socialismo – che vanta ormai la seconda spesa militare al mondo, in continua crescita.
Tutte le borghesie nazionali anelano disperatamente alla guerra quale unica loro salvezza dalla crisi di sovrapproduzione che avanza portando inesorabilmente al crollo catastrofico dell’economia capitalistica mondiale.
L’intreccio degli affari fra gli imperialismi è la conferma di come le contrapposizioni fra gli Stati borghesi non siano affatto assolute anche se – come nelle guerre fra clan mafiosi – vengono uccisi capi e gregari: la borghesia russa trae vantaggio dalla guerra di USA e Israele all’Iran, paese con cui solo un anno addietro ha stretto un “trattato di partenariato strategico”; la Cina ha nel regime iraniano un fondamentale alleato, da cui acquista il 90% delle esportazioni petrolifere, ma è anche il primo partner commerciale di Israele e a entrambi – Israele e Iran – vende i sistemi di controllo per massacrare gli uni i palestinesi, gli altri i rivoltosi iraniani.
Quel che conta per la borghesia internazionale e i suoi regimi politici nazionali, più che vincere nella spartizione, è che la guerra sia combattuta: che divori vite città fabbriche e merci in eccesso, per ridare fiato all’asfittica accumulazione del capitale. La guerra imperialista, più e oltre che una guerra fra bande di Stati capitalisti, è una guerra della borghesia contro il proletariato mondiale, è una guerra di classe.
Ne sono ulteriore dimostrazione le risibili declamazioni a “difesa dei popoli oppressi” da parte dell’imperialismo USA quanto il menzognero “anti-imperialismo” dei regimi capitalisti avversari di Washington, cui solo i reduci nostalgici dell’impostura del falso socialismo dell’URSS possono credere. I proclami di USA e Israele a sostegno dei rivoltosi iraniani durante le manifestazioni di gennaio sono stati utili solo al regime iraniano, che meglio ha potuto additarli di intelligenza con forze straniere e massacrarli. I bombardamenti dal 28 febbraio – giunti per altro a massacro compiuto da due mesi – compattano le forze di opposizione attorno al nazionalismo e quindi al regime, che può ulteriormente indurire la repressione interna. E infatti con la guerra ogni manifestazione è cessata. Le borghesie statunitense e iraniana guadagnano dal petrolio più di prima. Il cambio di regime invocato dagli USA è un cambio di direzione del flusso dei proventi del petrolio mantenendo intatto l’apparato borghese – fondato in Iran su pasdaran e clero sciita – che opprime il proletariato, esattamente come avvenuto in Venezuela.
Tutti gli Stati borghesi del mondo, in primis quelli che si ergono a paladini della democrazia, hanno interesse a che il proletariato iraniano resti oppresso e sfruttato perché la sua rivolta incendierebbe la lotta di classe dalla Turchia, al Maghreb passando per il Medio Oriente, ivi compresa Israele, al cui regime borghese verrebbe a mancare lo spauracchio con cui incatena la classe lavoratrice al carro degli interessi capitalistici nazionali.
Gli imperialismi europei in veste democratica – quello italiano fra i primi – hanno fatto affari per mezzo secolo col regime borghese iraniano in vestaglia da Ayatollah e continueranno a farli, in barba a ogni sermone democratico recitato all’occorrenza da papaveri politici e vertici istituzionali borghesi. Il cinismo assassino delle democrazie europee e americana mostrano come la democrazia sia la veste con cui questi regimi coprono la loro natura borghese, per cui il Profitto viene prima di tutto: sotto la maschera democratica la realtà sociale e politica è quella della Dittatura del Capitale.
Le libertà politiche, sindacali, sociali sono concesse nella misura in cui non ledono gli interessi fondamentali del grande Capitale: con l’avanzare della crisi di sovrapproduzione e della guerra imperialista debbono essere compresse o del tutto revocate, per impedire che ostacolino l’aumento dello sfruttamento e il militarismo.
I partiti della sinistra liberal-borghese, che in Europa come negli USA si presentano quale alternativa e baluardo alla destra e al fascismo, non fanno altro invece che spianargli la strada: quando vanno al governo le loro politiche non possono che eseguire i dettami del grande Capitale. Illudono i lavoratori che la soluzione sia sul piano elettorale, all’interno del presente quadro politico capitalistico, li disorganizzano e li disarmano, consegnandoli agli strati più arretrati che cadono negli inganni populisti del fascismo e si accodano alla piccola-borghesia.
I partiti della sinistra opportunista, che non credono nella rivoluzione e nel comunismo, anche quando si dichiarano radicali o rivoluzionari, di fronte al disvelarsi del fascismo dei regimi borghesi, fanno fronte comune con la sinistra borghese in “difesa della democrazia”, andando con essi verso il fallimento.
Al regime borghese basta promuovere una destra sempre più reazionaria, spietata, fascista, per far abbracciare alla sinistra borghese politiche di destra. La logica è analoga a quella con cui ai lavoratori sono fatti ingoiare i rinnovi contrattuali peggiorativi dai sindacati di regime: “poteva andare peggio!” Al fascismo la sinistra liberal-borghese non ha da contrapporre alcun programma politico, se non quello – comune alla destra – di gestire e difendere il capitalismo, in marcia verso crollo economico e guerra imperialista.
In una nota immagine tanti piccoli pesci, braccati da un grande predatore, si uniscono a formare un pesce ancora più grande, ribaltando i rapporti di forza. Questa è la lotta proletaria con una parte consistente dei lavoratori organizzata nel sindacato di classe diretto dall’indirizzo sindacale e politico del partito comunista rivoluzionario. In democrazia il disegno è diverso: due pesci grossi (destra e sinistra borghesi) ruotano attorno ai pesci piccoli (i proletari) emettendo grandi bolle (propaganda) e rinchiudendoli in esse; il terzo pesce grosso – la borghesia – dal basso risale e si mangia i pesci piccoli.
A salvare la classe lavoratrice da guerra e fascismo non sarà la “difesa della democrazia”, il fronte unico politico dei partiti “antifascisti”, ma la lotta di classe in difesa di salari e condizioni di vita e di lavoro, con un fronte unico sindacale di classe che guidi scioperi sempre più estesi e duraturi, fino alla rivoluzione e alla dittatura proletaria.
L’alternativa
non è fra democrazia e fascismo, fra destra e sinistra, ma fra
capitalismo e comunismo, fra guerra e rivoluzione.
- Contro la guerra tra gli Stati per la guerra tra le classi!
- Per l’internazionalismo proletario!
- Per la rivoluzione comunista!
In un contesto di guerre sempre più estese e permanenti, mentre tutti gli Stati di ogni latitudine si preparano al terzo macello mondiale, il modo di produzione capitalistico, la cui dittatura di classe non conosce confini geografici, mostra ovunque la sua vera natura.
Se da un lato gli scenari bellici odierni evidenziano la messinscena dei “grandi uomini”, i Trump, i Putin, i preti iraniani, offrendoli al pubblico sdegno dietro il paravento delle responsabilità individuali per occultare la propria natura di classe, dall’altro nelle periferie del mondo, laddove i nomi restano ignoti, continua ad agire immutata ed impersonale la forza distruttrice del Capitale: una macchina infernale che trasforma sistematicamente in plusvalore il massacro di intere generazioni e la devastazione dei territori.
Ne è prova lo scenario che emerge nel grande Stato dell’Africa centrale: il Congo, dove negli ultimi 30 anni si stima siano morte – a causa di una interminabile guerra intestina fra bande borghesi – circa 6 milioni di persone.
Nonostante il valore miliardario del settore minerario, in Congo oltre il 70% della popolazione vive ancora con meno di 2,15 dollari al giorno. La metropoli di Kinshasa cresce senza regole e misura, un concentrato di forza-lavoro di riserva, una massa umana espulsa dalle campagne devastate dalle guerre, in attesa di un impiego.
Le
miniere
Occorre concentrarsi sul prezioso – per il capitale – settore estrattivo del Paese, dove nella tragedia permanente delle miniere il sangue proletario viene versato giornalmente per alimentare la fame di materie prime del capitale. Anche sotto l’epidermide della tecnica moderna, spesso dipinta di verde, ecologica, digitale e responsabile, batte il feroce cuore del perpetuo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Il settore estrattivo della Repubblica Democratica del Congo è uno dei più rilevanti al mondo per valore attuale e potenziale e per importanza strategica, rappresentando la spina dorsale dell’economia nazionale. Genera infatti oltre il 95% dei ricavi dalle esportazioni. Il valore delle risorse minerarie non ancora sfruttate supera i 24.000 miliardi di dollari, un boccone certamente imperdibile per i predoni borghesi.
La Cina ne è la destinazione principale ricevendo oltre il 70% dell’export totale. Quasi tutto il rame e il cobalto grezzo, o parzialmente raffinato, viene inviato in Cina per la lavorazione finale. Gli Emirati Arabi Uniti sono l’hub principale per l’oro, spesso proveniente dal commercio “artigianale” dell’est del Congo, attraverso canali informali via Uganda e Ruanda.
Nel 2025 il settore ha versato oltre il 40% delle entrate fiscali del governo centrale. Negli ultimi anni il numero di licenze attive per la grande estrazione – denominata industriale – è cresciuto significativamente: attualmente si contano 100-120 grandi siti operativi industriali. Il controllo di queste miniere è dominato da capitali stranieri, con una presenza schiacciante della Cina: qui lavorano oltre 200.000 minatori salariati.
Esistono anche quelle che vengono chiamate Miniere Artigianali (ASM), che sono la grande maggioranza, si stima ci siano circa 3.000 centri minerari di questo tipo, in particolare nell’est del Paese nelle regioni Nord Kivu, Sud Kivu, Ituri e Maniema.
Il panorama delle miniere artigianali è un mosaico di interessi contrapposti, dove diverse bande borghesi armate si contendono il bottino sulla pelle di milioni di minatori, noti come creuseurs, dal francese “scavatori”.
Con una quota che supera il 70% della produzione globale di cobalto, la Repubblica Democratica del Congo detiene il controllo di questa risorsa oggi essenziale: il mercato mondiale delle batterie dipende totalmente dalla stabilità delle province del Lualaba e dell’Alto Katanga, dove principalmente viene estratto.
In questi anni il Congo è diventato il secondo produttore mondiale di rame, superando il Perù e tallonando il Cile. L’estrazione di questo minerale è concentrata quasi interamente nella parte meridionale del Paese, all’interno della cosiddetta Copperbelt centrafricana – Cintura del Rame – una regione geologica che si estende dal Congo fino allo Zambia.
L’oro invece viene estratto sia in grandi miniere come Kibali, una delle più grandi miniere d’oro al mondo, sia in migliaia di siti “artigianali” in diverse province orientali tra cui l’Ituri, il Nord-Kivu e il Sud-Kivu.
Fondamentali per l’elettronica, Tungsteno, Tantalio/Coltan sono estratti principalmente a est nel Nord-Kivu, Sud-Kivu e Maniema.
Le miniere di diamanti sono presenti nella regione centro-meridionale del Kasai (Mbuji-Mayi).
Da segnalare il forte sviluppo dell’estrazione del litio con grandi giacimenti individuati a Manono nella provincia di Tanganyika, nell’estremo sud est.
Il
Movimento 23 Marzo
Tra la fine di gennaio e l’inizio di marzo, una serie di frane, causate dalle forti piogge e dalla totale mancanza di armature nelle gallerie, hanno provocato crolli in diversi siti minerari a Rubaya, nel territorio di Masisi, nella tormentata provincia del Nord Kivu, regione orientale lungo il confine con l’Uganda e il Ruanda. Un numero imprecisato di minatori, si stima oltre 600, è rimasto sepolto vivo sotto il crollo di intere colline. Le miniere sono situate in una zona montana dove le piogge torrenziali rendono il terreno estremamente friabile trasformando i tunnel in trappole mortali. Non è un caso isolato, il 19 giugno scorso l’ennesima frana aveva causato la morte di oltre 300 lavoratori.
Il coltan (columbite-tantalite) è estratto principalmente in queste terre, viene poi raffinato per ottenere tantalio e niobio, metalli di transizione rari, noti per l’alto punto di fusione, l’eccellente resistenza alla corrosione e la duttilità, caratteristiche essenziali per produrre condensatori elettronici miniaturizzati ad alta capacità, utilizzati negli smartphone, nei computer, nelle fotocamere e nei satelliti di comunicazione. Il tantalio è inoltre fondamentale per alcune protesi mediche, mentre il niobio è cruciale per acciai speciali e superconduttori.
Tutta l’area è attualmente sotto il controllo di un movimento armato di ribelli denominato M23, Movimento 23 Marzo, la data di un accordo del 2009 che secondo queste milizie il governo congolese non avrebbe rispettato.
Il gruppo è nato qualche anno dopo, nel 2012, in seguito alla rivolta di una parte dei soldati congolesi, principalmente di etnia Tutsi. Dichiarano di combattere per proteggere la propria comunità dalle milizie Hutu (FDLR - Forces démocratiques de libération du Rwanda), ancora oggi presenti ed attive in Congo, accusando il governo di Kinshasa di aver tradito gli accordi relativi a salari, gradi militari e sicurezza della loro comunità.
M23 è una milizia ben organizzata, dispone di un arsenale da esercito regolare, mortai, lanciarazzi e mitragliatrici pesanti montate su grandi pick-up. La novità del 2026 è l’uso di droni kamikaze e sistemi di puntamento sofisticati. Dispongono anche di sistemi di difesa aerea portatili MANPADS che rendono rischioso il volo per gli elicotteri dell’Onu e dell’esercito congolese.
A differenza di altri gruppi paramilitari che vestono in abiti civili i soldati dell’M23 indossano uniformi, giubbotti antiproiettile e caschi moderni, spesso molto simili a quelli in dotazione all’esercito ruandese.
Il gruppo ha occupato le strategiche miniere di coltan nel maggio 2024 e ha consolidato il potere nel corso del 2025 stabilendo di fatto un’amministrazione parallela imponendo tasse sulla produzione mineraria.
All’inizio del 2025 ha conquistato ulteriore territorio prendendo il controllo di Goma - capoluogo della regione Nord Kivu - e successivamente di Bukavu - capoluogo del Sud Kivu - entrambe nella parte orientale del paese, non distanti dal confine con il Ruanda. Al momento controllano la quasi totalità delle aree estrattive in questi territori dove lavorano decine di migliaia di minatori artigianali. Più che gestire direttamente ogni miniera, l’M23 applica un sistema di tassazione sui minatori e sugli intermediari. Si stima che questo sistema possa garantirgli fino a 1 milione di dollari al mese, rendendoli finanziariamente autonomi.
Poiché i minerali estratti in questi territori non possono essere venduti legalmente, essendo classificati come "conflict minerals", devono essere contrabbandati. La maggior parte arriva in Ruanda, qui vengono mescolati con la produzione locale e riesportati con certificazioni ruandesi, rendendo quasi impossibile per le aziende (come Apple, Samsung o Tesla) garantirne la provenienza (ma poco importa a queste multinazionali da dove arriva la merce e se questa è sporca di sangue operaio).
Dall’Africa orientale il minerale è spedito verso le grandi fonderie, concentrate soprattutto in Cina ma ve ne sono anche in Malesia e Thailandia. Qui il coltan grezzo è fuso ed è separato il tantalio metallico. La tracciabilità chimica si perde: una volta fusi assieme i minerali provenienti da una miniera controllata dai ribelli e quelli da una miniera legale diventano indistinguibili.
Secondo l’efficiente burocrazia borghese esisterebbe un sistema di certificazione chiamato ITSCI (International Tin Supply Chain Initiative), che utilizzerebbe dei tag (etichette) per tracciare i sacchi di minerale provenienti dalle miniere autorizzate. Tuttavia spesso i funzionari locali vendono le etichette ai trafficanti e il minerale estratto dai ribelli nei magazzini è mescolato col minerale “etico”.
A gennaio, in seguito al primo crollo delle miniere, il flusso di tantalio, definito l’anima degli smartphone, si è temporaneamente interrotto causando un picco dei prezzi del 10% in una sola settimana, raggiungendo a febbraio i 130 dollari a libbra.
Il 24 febbraio scorso nei pressi di Rubaya un attacco delle forze governative congolesi ha ucciso Willy Ngoma, un alto ufficiale e figura di spicco dell’M23. Questo ha risposto con un attacco di droni, carichi di munizioni a grappolo, contro le basi governative a Kisangani, capoluogo della provincia di Tshopo, e bombardando alcune zone residenziali di Goma, causando numerose vittime civili.
L’Alleanza
del Fiume Congo
M23 fa parte di quella che viene chiamata Alliance Fleuve Congo (AFC) una coalizione politico-militare nata ufficialmente il 15 dicembre 2023 con l’obiettivo dichiarato di rovesciare l’attuale governo.
Il finanziamento dell’AFC segue gli stessi canali dell’M23, e principalmente si basa sullo sfruttamento minerario imponendo una tassa del 15% sul valore della estrazione di coltan.
L’AFC ha nominato propri amministratori e giudici a Goma e nelle zone occupate, istituendo un sistema fiscale che tassa commercianti, banchi del mercato e anche trasporti, uno Stato parallelo.
A differenza delle prime rivendicazioni del M23, che erano più settoriali e legate all’etnia Tutsi e ai patti del 2009, l’AFC ha un’agenda nazionale accusando il governo di Kinshasa di corruzione e richiedendo la creazione di uno Stato federale.
Mentre scriviamo Corneille Nangaa, ex funzionario pubblico congolese, etichettato dal governo centrale come traditore, diventato uno dei leader della coalizione, ha dichiarato che l’AFC non riconoscerà i "Washington Accords" firmati tra RDC e Ruanda fino a quando il movimento non verrà incluso come partner diretto nei negoziati.
In questo contesto di tutti contro tutti non stupisce come l’attuale governo congolese accusi ripetutamente il vicino Ruanda di fornire il sostegno logistico, armamenti avanzati e truppe regolari all’AFC/M23.
L’avanzata del M23 ha trasformato il Nord e il Sud Kivu in un immenso campo profughi. Nei primi mesi del 2026 nell’Est del Paese si sono registrati oltre 250 mila nuclei familiari sfollati. Molti di questi sono "sfollati ricorrenti", costretti a fuggire più volte a causa dello spostamento dei fronti di guerra.
La crisi valica i confini nazionali: nei siti di accoglienza, come quello di Busuma in Burundi, la situazione è precipitata, i campi, che ospitano migliaia di persone in fuga dai combattimenti, sono flagellati da una violenta epidemia di colera, e bersaglio di attacchi con droni.
La
drammatica condizione operaia
Quanto accaduto a Rubaya era prevedibile. Le piogge torrenziali hanno agito su un terreno martoriato da scavi selvaggi.
I minatori lavorano e vivono in condizioni terrificanti, la stragrande maggioranza non ha contratti regolari. Ancora oggi si scava con attrezzi manuali in gallerie strette e prive di ventilazione, sperando di trovare abbastanza minerale per sfamare le famiglie. Migliaia di bambini sono impiegati per penetrare nei cunicoli più stretti. In una collina crivellata di buchi in migliaia scavano freneticamente spesso sotto la minaccia dei fucili. Quando la terra cede non esistono squadre di soccorso e sono gli stessi compagni di lavoro a scavare nel fango con le sole mani.
Chi non muore sotterrato dal fango soffre di malattie respiratorie croniche, altri hanno deformazioni fisiche dovute al trasporto di pesanti sacchi su sentieri fangosi.
Ogni minatore artigianale deve pagare una tassa per scavare e una per far uscire il minerale dal sito. Gli rimangono pochi dollari al giorno, al massimo 10! Al contrario, una volta immesso nella catena di distribuzione globale attraverso il contrabbando, il valore del minerale estratto cresce esponenzialmente, e in molti si arricchiscono.
Per evitare i blocchi dell’esercito lungo le strade principali, il minerale è trasportato a piedi attraverso la fitta boscaglia fino ai centri di raccolta clandestini. Il passaggio oltre confine ne completa il viaggio. Grazie a documenti di origine contraffatti che ne dichiarano la provenienza ruandese il minerale viene “ripulito”, rispondente ai “rigorosi requisiti etici” borghesi della mercanzia “green”.
Spesso dispute sulla proprietà delle miniere scatenano scontri fra le guardie e anche l’esercito, trasformando i siti in campi di battaglia dove i lavoratori sono intrappolati e uccisi.
Nelle
miniere governative
Nella provincia di Lualaba, nel Congo meridionale, si trovano miniere sotto il controllo delle forze governative; tuttavia, lo scenario per la classe operaia rimane invariato.
Kolwezi, capoluogo della provincia, è il centro nevralgico dell’estrazione di diversi minerali considerati strategici. Qui la terra è rossastra, ricca di cobalto e rame, componenti essenziali per l’industria delle auto elettriche. Non è un caso che la maggior parte delle concessioni delle miniere e zone industriali nella regione siano in mano ad aziende cinesi. In Cina ormai si vendono più auto "con la spina" che a benzina/gasolio.
Lo scorso novembre, a Kalando, nelle immediate vicinanze del capoluogo, si è consumato un altro dramma operaio. Tra le vittime molti proletari sfollati, non censiti, il che ha reso difficile un bilancio definitivo. Sebbene il sito minerario fosse stato chiuso dal governo a causa delle piogge torrenziali che ne avevano compromesso la stabilità, migliaia di minatori artigianali continuavano a lavorarvi. Le forze governative (FARDC) sono intervenute, anche aprendo il fuoco ad altezza d’uomo per disperdere la folla. La massa di lavoratori si è riversata su un ponte di fortuna sopra una trincea profonda e allagata, che ha ceduto e i minatori sono precipitati nel fango e nelle acque profonde, molti annegati altri schiacciati nella calca. Il governo ha parlanto di 40 vittime, ma diverse associazioni locali hanno denunciato scomparsi molti più minatori. Le operazioni di soccorso sono state ostacolate dalla presenza militare, che inizialmente ha impedito ai familiari l’accesso all’area.
È inoltre emerso che i militari riscuotevano una tassa d’ingresso ai pozzi, ignorando i divieti di scavo stagionali. Ne risulta una situazione del tutto simile a quella dei minatori dell’Est, controllato dai ribelli.
Lo
Stato
Islamico
A rendere infernale la vita dei proletari nel Congo sono anche le incursioni dello Stato Islamico.
Nel Nord-Est, mercoledì primo aprile un violento attacco ha colpito il territorio di Mambasa, nella provincia dell’Ituri. Responsabili ne sarebbero i ribelli delle Forze Democratiche Alleate (ADF).
Nate negli anni ’90 in Uganda come movimento di opposizione interna, per poi rifugiarsi nel Congo orientale, oggi sono parte integrante dell’ISCAP (Islamic State Central Africa Province), affiliato all’ISIS da cui riceve sostegno finanziario attraverso reti complesse che passano per la Somalia, il Sudafrica, il Kenya e l’Uganda.
Almeno 50 persone sono state uccise nel villaggio di Bafwakoa vicino a Niania. Gli assalitori hanno dato fuoco a decine di abitazioni, oltre a veicoli e motociclette. Alcuni sono stati uccisi a colpi di machete, altri carbonizzati all’interno delle proprie case.
L’ADF non è nuovo ad azioni del genere, anche contro i lavoratori. Pochi giorni prima, tra il 9 e il 15 marzo, un violento attacco contro i siti minerari di Muchacha e Babesua aveva causato la morte di oltre 50 lavoratori. Il gruppo si è impossessato di ingenti quantitativi di contanti e oro pronto per essere immesso nel mercato nero.
A carico di questo gruppo solo nel 2025 sono segnalati a settembre l’eccidio di Ntoyo, con la morte di 72 civili, e a luglio quello di Komanda, nell’Ituri, che ha provocato 43 vittime.
Non esiste un legame tra ADF e M23, le due formazioni avendo origini e “ideologie” diverse. Tuttavia l’ADF ha sfruttato il vuoto creato dall’avanzata dell’M23 verso sud per espandere le proprie operazioni, anche attraverso il massacro di civili nel Nord Kivu e nell’Ituri.
Anche l’ADF si autofinanzia attraverso lo sfruttamento del lavoro proletario nelle miniere illegali d’oro, il commercio di legname e cacao e le tasse imposte alle popolazioni locali. Attualmente controlla le miniere lungo il fiume Losselosse, nel territorio di Mambasa (Ituri) dove impone tasse ai minatori.
Spesso attaccano miniere non sotto il loro controllo per saccheggiare l’oro già estratto.
Nei primi mesi di quest’anno si sono verificati violenti attacchi nei siti minerari vicino a Luna e a Komanda, entrambi immersi in una vasta giungla che facilita il movimento di gruppi armati e il contrabbando di minerali verso l’Uganda. In queste incursioni i minatori che non sono riusciti a fuggire sono stati uccisi sul posto o rapiti per essere utilizzati schiavi come portatori o nelle miniere più interne della boscaglia.
Gli
imperialismi e il bottino minerario
È in questo scenario, dominato dalle logiche del profitto e segnato da sistematiche barbarie, che si muovono le grandi potenze imperialiste, trasformando il Congo in uno dei principali terreni di scontro strategico tra i capitalisti cinesi e statunitensi.
La Cina si consolida da tempo come principale partner economico di Kinshasa, controllando tra il 70% e l’80% della produzione mineraria e detenendo nove delle dieci miniere di cobalto più grandi del Paese.
I droni d’attacco CH-4, impiegati nel febbraio scorso per colpire i vertici dell’M23 sono merce di scambio con Pechino. Tuttavia, se da un lato la Cina arma il governo, dall’altro le sue raffinerie, che lavorano oltre il 70% dei “minerali critici”, assorbono gran parte del coltan e dell’oro che i ribelli estraggono e contrabbandano attraverso il Ruanda.
Il patto Sicomines, noto anche come l’accordo "Risorse contro Infrastrutture", è un monumentale e controverso accordo di cooperazione economica, firmato nel 2007 e rinegoziato più volte, l’ultima nel 2024. Le aziende cinesi si sarebbero impegnate a investire 7 miliardi di dollari in strade e opere pubbliche entro il 2040 in cambio del mantenimento delle concessioni sulle miniere di rame e cobalto. Ma proprio l’11 marzo scorso il governo del Congo avrebbe ordinato una nuova verifica tecnica e finanziaria sulla sua effettiva realizzazione.
In queste crepe si infila l’imperialismo americano per contrastare l’enorme forza cinese nell’area, adottando una posizione altrettanto ambivalente. Sebbene il 2 marzo il Tesoro statunitense abbia imposto dure sanzioni contro l’esercito ruandese per l’appoggio diretto all’M23, accusandolo di addestrare i ribelli congolesi, il Ruanda rimarrebbe un hub logistico fondamentale anche per i minerali destinati all’industria tech americana, creando una dipendenza reciproca che impedirebbe una rottura totale.
Washington preme da tempo per ridurre l’influenza cinese nel Paese, specialmente nel settore estrattivo. Una apertura verso l’Occidente è culminata nell’Accordo di Partenariato Strategico, siglato tra il dicembre 2025 e il marzo 2026, che concederebbe alle aziende americane un “diritto di prelazione” su una serie di asset critici, tra cui rame, litio e tantalio, in cambio di sostegno militare e garanzie di sicurezza.
Un ulteriore segnale di questo possibile riposizionamento strategico è la recente vendita della società mineraria Chemaf alla statunitense Virtus Minerals. L’operazione, del valore di 30 milioni di dollari e di un piano di investimenti di 750 milioni, ha preferito un acquirente americano a uno cinese per la gestione di uno dei siti di cobalto più grandi al mondo. Parallelamente, prosegue il progetto del Corridoio di Lobito, finanziato da Stati Uniti ed Unione Europea con investimenti miliardari, per collegare le miniere congolesi al porto angolano sull’Atlantico, in sostituzione alla rotta orientale verso la Cina.
Poco più a est, la situazione appare speculare: mentre il Congo cerca di bilanciare lo strapotere di Pechino aprendo a Washington, il Ruanda tenterebbe di integrarsi economicamente sempre più con la Cina cercando quindi di rendersi meno vulnerabile alle sanzioni e alla pressione politica americana.
Da comunisti ci sentiamo di ribadire che l’instabilità cronica di Kinshasa non rappresenta un ostacolo per i grandi imperialismi; al contrario, il “fallimento dello Stato congolese” e lo stato di guerra permanente costituiscono una condizione ideale per l’attuale scontro economico. Un territorio frammentato in “feudi militari” è infinitamente più facile da saccheggiare rispetto a uno Stato centralizzato, il quale potrebbe nutrire velleità di sovranità economica e rivendicare un maggiore controllo sulle risorse del paese.
L’attuale scontro tra Pechino e Washington va quindi letto come una competizione per il controllo dei gangli vitali dell’industria del futuro. Quando i rulli compressori di questi imperialismi dovessero collidere frontalmente, il Congo sarà una delle loro prime trincee.
Tutti
contro tutti ma sempre contro i proletari
Se nel XIX secolo era il caucciù a infiammare l’industria bellica e civile del Belgio leopoldino, oggi sono il cobalto, il coltan e il litio a dare il ritmo della danza macabra del capitalismo.
Le tragedie dei minatori di questi mesi hanno messo in luce che, indipendentemente da chi controlli il territorio, che si tratti dello Stato centrale o dei ribelli di qualsiasi fazione, la vita di milioni di proletari congolesi non ha nessun valore per alcuna delle forze armate in lizza. Solo i minerali interessano, contesi fra fronti borghesi rivali e fra le pressioni dei grandi imperialismi.
La cosiddetta “transizione ecologica”, sbandierata dalla propaganda dei capitalisti dall’Occidente all’estremo Oriente, è una narrazione falsa e illusoria, una vernice verde stesa sul cadavere in decomposizione della produzione di merci. Non esiste niente di “pulito” sul fango insanguinato del Congo. Ogni “batteria ecologica” contiene un po’ di sangue e di lavoro non pagato di un proletario africano. Anche qui il feticismo della merce: il gadget in vetrina nasconde la brutalità del processo che lo ha generato. La mortalità infantile, le mutilazioni causate dai crolli nelle miniere, le malattie respiratorie provocate dalle polveri sono solo una piccola parte dei costi di produzione che il bilancio del capitale non registra.
In Congo la pace è un lusso che il mercato non può permettersi. Le decine di gruppi armati sono figli delle diverse bande borghesi, a volte appendici delle borghesie dei paesi limitrofi, i quali a loro volta sono sub-appaltatori dei grandi blocchi imperialisti.
La guerra non è un’interruzione dell’economia, è l’economia stessa. Per tenere basso il prezzo delle materie prime occorre eliminare i costi della tassazione legale e della protezione sociale. Ogni proiettile sparato nelle foreste del Kivu abbassa il prezzo del cobalto a Londra o a Shanghai.
Nessun "governo onesto", nessun "aiuto umanitario", nessuna "riforma dell’ONU" potrà salvare il Congo. Finché vige la legge del valore, il Congo sarà condannato a essere la miniera del mondo e la tomba dei suoi figli.
All’interno del capitalismo la questione congolese quindi non si risolverà mai né a Kinshasa né nei centri nevralgici dell’imperialismo. Solo la distruzione del modo di produzione capitalistico nelle metropoli dell’Occidente e dell’Oriente porrà fine al martirio anche delle periferie.
Oggi la classe operaia in Congo langue e muore perché isolata dal resto della sua classe internazionale. Il minatore congolese che scava nel fango e l’operaio europeo, orientale o americano prigioniero nella fabbrica sono parte della stessa classe e si ribelleranno assieme. Si organizzeranno per la loro difesa prima e per l’assalto al potere politico dei capitalisti, uniti da un unico destino: o la dittatura mondiale del capitale o la rivoluzione comunista internazionale.
In Russia come tutti gli anni si è celebrata la festa del 9 Maggio, l’equivalente della italica “liberazione” del 25 Aprile. È il giorno della “Grande Vittoria Patriottica”, del nazionalismo: di conseguenza la negazione del comunismo.
Ma la foto del soldato dell’Armata Rossa che alza la bandiera rossa sul tetto del Reichstag continua a rappresentare per una certa “sinistra” la vittoria delle “buone” forze democratiche “e/o” comuniste, contro le “maligne” forze nazifasciste.
La realtà è che non fu uno scontro tra popoli buoni contro popoli malvagi, ma di un fronte mafioso imperialista contro un altro, una contesa in cui la lotta di classe, che solo pochi decenni prima aveva portato il proletariato al potere in Russia, venne totalmente eliminata e nel quale scontro furono massacrati decine di milioni di proletari per interessi a loro estranei.
In Russia, dove andava affermandosi una nascente borghesia, all’ombra di un apparato burocratico statale accentratore, nell’economia si erano consolidate tutte le categorie economiche del capitalismo: beni prodotti da lavoro salariato, da una classe sociale sfruttata con estorsione di plusvalore, e scambiati nel mercato tramite moneta.
La natura truffaldina del “comunismo” stalinista l’aveva negata già Lenin poco dopo la NEP: «Non lo nascondiamo, libertà di commercio significa libertà per il capitalismo (...) noi in una certa misura ricreiamo il capitalismo, si tratta del capitalismo di Stato”. Era il 1921 non il 1989! 68 anni prima del “crollo del comunismo” con la caduta del muro di Berlino.
In politica estera oggi la mistificazione staliniana continua a pretendere di far passare la Seconda Guerra mondiale come “difensiva”. In realtà l’atteggiamento dello Stato russo non fu affatto neutrale. Prima dell’invasione tedesca, e con l’accordo Molotov-Ribbentropp, si era alleato con la Germania, spartendosi territori e zone d’influenza, invadendo la Polonia, la Romania e la Finlandia, comportandosi come un qualsiasi predone imperialista. E predone imperialista si confermò alla fine della guerra a Yalta, dove Stalin concordò con Truman e Churchill la spartizione del bottino di guerra.
Mentre Lenin, con i tedeschi sul suolo russo, anch’essi mandati a morire dalla loro borghesia per fini di mero profitto, per puntare sulla rivoluzione uscì dalla Prima Guerra imperialista accettando la pace di Brest-Litovsk, Stalin vi gettò il proletariato nella Seconda. Qui l’enorme differenza: il primo per la rivoluzione internazionale, il secondo per la guerra imperialista fra nazioni e il dominio sui mercati.
Nello stalinismo la Patria ha sostituito l’internazionalismo, che fu non solo di Lenin ma di tutti i comunisti, successivamente uccisi o emarginati, che avevano militato nella Terza Interazionale (chiusa non a caso da Stalin nel 1943), per diffondere ovunque la rivoluzione dei soviet, non il falso e impossibile “socialismo in un solo paese”. La classe lavoratrice ha da difendere solo la propria dittatura, che può essere ancora nazionale, ma per essa è solo una prima battaglia verso la sollevazione vittoriosa dei proletari di tutto il mondo.
La dottrina stalinista, e la post-stalinista odierna, ci racconta che “l’Armata Rossa ci liberò dal nazismo”. Ma quello del 1945 era un esercito imperialista come gli altri che niente aveva in comune con l’Armata Rossa di Trotzki del 1918, votata alla difesa e dilagare del comunismo.
Si dice che l’Europa occidentale fu “liberata” dagli americani e quella orientale dai russi. In realtà i entrambi i casi non vi fu nessuna liberazione e la Seconda Guerra, segnando il trionfo incontrastato del capitalismo a livello mondiale, fu scontro tra predoni dove l’”aggressore” divenne “aggredito” e viceversa. La vittoria russo-anglosassone, nei fatti, condannò l’Europa occidentale al capitalismo “democratico”, l’Europa dell’Est al capitalismo di Stato. Tutta Europa restò occupata militarmente dagli imperialismi vincitori.
I proletari di Praga e di Budapest successivamente ebbero modo di verificare quanto lo Stato dei capitalisti russi fosse poco diverso da quello nazista, con invasioni ed esecuzioni sommarie da parte dei “liberatori” di decine di migliaia di lavoratori.
Lo stalinismo – che iniziò ad imporsi nel partito comunista russo nella seconda metà degli anni 20 del secolo scorso, a seguito della sconfitta della rivoluzione in Europa, mentre nella ancora arretrata Unione allora Sovietica inevitabilmente andava affermandosi il capitalismo – chiamando questo “costruzione del socialismo”, rappresentò la pietra tombale della rivoluzione sul piano pratico e il suo totale capovolgimento su quello programmatico.
La sua eredità è purtroppo oggi ancor viva, una visione e una politica che sostituisce alla lotta di classe quella “tra i popoli”, che porta sempre a schierarsi in favore di uno o l’altro imperialismo, e che scambia il comunismo con il capitalismo più o meno a gestione statale (lo Stato è ormai presente oggi in ogni economia capitalista, Usa inclusi).
In tutto il mondo la classe lavoratrice è stata spaesata e addomesticata dall’influenza devastante dei partiti falsamente comunisti di ispirazione moscovita, prima stalinisti poi anti-stalinisti, che, con le loro mistificazioni l’hanno allontanata dalla difesa delle sue condizioni di vita, spacciate da ottenere con riforme e referendum e non con la lotta, e soprattutto dai suoi obiettivi futuri: l’abbattimento del regime agonico del capitalismo, che non può essere aggiustato né riformato.
La nostra parola d’ordine, fedele ai princìpi comunisti che furono della Terza Interazionale, è quella di sempre: Contro ogni nazionalismo e parata patriottica, in Europa, negli Stati Uniti, in Russia, in Ucraina, in Cina. Contro ogni pretesto di destra e di sinistra per arruolare gli sfruttati nella guerra generale che si prepara. Viva la rivoluzione dei lavoratori di tutti i paesi contro la propria classe borghese, per affossare il capitalismo.