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La rivolta in Iran è stata schiacciata nel sangue dal regime teocratico al quale da 47 anni la borghesia iraniana si è affidata per tutelare i suoi interessi contro la classe operaia.
Manifestazioni con decine di migliaia di giovani, donne, lavoratori, studenti, commercianti dei bazar inneggianti alla morte di Khamenei, in decine di città e nella gran parte delle province del paese – con scontri durissimi in cui le forze repressive sono state in alcuni casi sopraffatte e molti dei suoi sgherri uccisi – non sono bastate. Per quanto indebolito, il regime mantiene una base sociale sufficiente a reggere agli urti delle sempre più dure rivolte.
Questa base sociale ha per fondamenta la rete di interessi delle forze militari e paramilitari ingrassate con la rendita petrolifera e le altre attività capitalistiche, sostenute dagli imperialismi cinese e russo.
Un potere statale, militare, intrecciato con quello economico, sempre più centralizzato, caratteristica propria del capitalismo nella sua fase senile, putrescente, a cui corrisponde la vera natura dei regimi politici capitalistici, che è il fascismo, coperta dalle casacche ideologiche indossate a seconda delle opportunità: dalla vestaglia degli ayatollah, al falso socialismo bolivariano, alla democrazia, al falso socialismo cinese.
Anche in Iran, fino a che non sarà la classe operaia a mobilitarsi, organizzata in sindacati di classe, con un movimento di scioperi generalizzato che superi le divisioni fra aziende, categorie, località e che blocchi a oltranza l’economia capitalistica nazionale, le rivolte continueranno a infrangersi come onde contro la diga del regime, vanificando l’enorme sacrificio di vite di giovani, donne, proletari.
Le potenze imperialiste che sostengono il regime degli Ayatollah e quelle che mostrano di avversarlo sono accomunate dall’interesse a che la classe operaia iraniana resti oppressa e che non prenda la testa del movimento di lotta.
Per questo USA e Israele sostengono l’opposizione monarchica e lanciano grandi proclami di sostegno ai rivoltosi: sanno che in questo modo indeboliscono la rivolta, perché puntellano la narrazione del regime secondo cui essa sarebbe frutto di una cospirazione straniera, non delle condizioni di vita sempre peggiori e della negazione di ogni libertà civile, sindacale, politica! Più Trump fa proclami a sostegno dei rivoltosi, meglio il boia può impiccare e la sbirraglia fucilare per le strade.
L’imperialismo USA non ha certo interesse a un abbattimento del regime guidato dalla classe operaia, che rischierebbe di incendiare di lotta di classe a tutta l’area mediorientale. Infatti nessun regime dell’area ha espresso la benché minima solidarietà ai rivoltosi: tremano dal terrore scoppi la rivolta sociale contro di essi!
Per gli Stati Uniti, tuttavia, è auspicabile raggiungere un “cambiamento” che preservi l'apparato repressivo – di cui il clero sciita è una parte essenziale – incaricato di mantenere il proletariato iraniano terrorizzato e oppresso, con un movimento di rivolta esaurito e dominato dai partiti più reazionari, che non faccia altro che distogliere petrolio, gas e redditi dalla Cina.
Un disegno analogo a quanto compiuto in Venezuela, col regime del falso socialismo bolivariano che senza opporre resistenza ha consegnato il suo Capo e preso nuovi accordi sul petrolio, nel mentre polizia e bande armate para- militari continuano a presidiare le strade di Caracas.
La classe operaia, in Iran come in tutto il mondo, non ha alleati in nessun regime, sia esso democratico o autoritario, perché, al di sopra di queste maschere, tutti sono regimi capitalisti. Il suo solo alleato è nei lavoratori di tutti i paesi, nell’unità internazionale della classe lavoratrice, e il solo sbocco politico non è la democrazia – che come dimostra la politica di tutti gli Stati capitalisti europei e degli USA – è solo una perfida mistificazione della loro natura, ma nel socialismo, nel programma comunista di superamento del capitalismo.
Come in tutti il mondo, la classe operaia iraniana ha bisogno di ricollegarsi al partito della rivoluzione internazionale comunista, spazzando la confusione ideologica di un secolo di controrivoluzione, con le sue falsificazioni del comunismo, a cominciare da quella staliniana, che in Iran, in nome di un falso anti-imperialismo, portò nel 1979 il Tudeh alla suicida tattica di fronte unico con Khomeini!
Oggi, gli epigoni di quella politica, sono gli stessi che – anche in Italia – gettano il fango sulla rivolta iraniana e assolvono il boia! L’anti-imperialismo senza anticapitalismo – che indica come imperialista solo lo schieramento di Stati alleati agli USA e non quello delle potenze capitalistiche, mondiali e regionali, avversarie, con a capo la Cina – è solo mistificatoria propaganda per spingere i lavoratori verso la terza guerra mondiale.
La lotta della classe lavoratrice in Iran è di importanza cruciale per i lavoratori di tutto il mondo perché la sua vittoria arrecherebbe un duro colpo alla macchina della guerra imperialista che nel Medio Oriente si alimenta della contrapposizione fra Israele e Iran, col regime israeliano che reprime l’opposizione interna con lo spauracchio del nemico esterno e col regime degli Ayatollah che, mentre schiaccia le minoranze etniche al suo interno, sfrutta l’oppressione dei palestinesi solo per estendere gli artigli della sua politica imperialista fino al Mediterraneo.
Per la lotta della classe operaia in Iran e la sua estensione a tutto il Medioriente !
Per l’unità internazionale dei lavoratori di tutti i paesi, anche iraniani, israeliani e palestinesi !
Contro
tutti i nazionalismi, contro la guerra imperialista: il primo nemico
dei lavoratori è il proprio regime borghese !
Un’operazione lampo: in 12 giorni le forze delle HTS al comando di Al-Sharaa, nuovo presidente della Siria, hanno costretto le SDF a rinunciare alla loro autonomia e a un accordo capestro. Queste, fondate nel 2011 – numericamente e politicamente dominate dalle YPG (unità di protezione popolare) – erano la principale milizia curda e braccio armato dell’amministrazione autonoma della fertile regione del Rojava. Dopo combattimenti iniziati i primi di gennaio, il 18 si è giunti a un cessate il fuoco che ridefinisce in modo radicale gli equilibri nel Nord est della Siria.
Da parte dei curdi è piuttosto una resa che un compromesso, prevedendo lo scioglimento di fatto delle SDF, la loro integrazione come individui nell’esercito siriano e la restituzione allo Stato della maggior parte dei territori che controllavano dal 2011, occupati dell’esercito siriano: Aleppo, Raqqa e Deir Ezzor, al confine con la regione del Rojava.
La caduta del Rojava segna la fine dell’autonomia dei curdi, in una regione ricca di petrolio, sulla quale le diverse fazioni etniche cercano di imporre il proprio controllo. Come ogni contesa territoriale all’interno dell’antistorico regime del capitale, la guerra resta uno scontro tra fazioni per il controllo delle fonti energetiche e del loro smercio. Inoltre la regione, essendo la più fertile di tutta la Siria, è fondamentale per la produzione di cereali e cotone.
La sua economia – a differenza dalle credenze dei babbei sinistrorsi e dei fedeli alla religione resistenziale, che stravedono democrazie popolari e socialismi qua e là sparsi per il mondo – è caratterizzata da relazioni capitalistiche. Le industrie, gestite dallo Stato secondo criteri mercantili e salariali, si sono sviluppate soprattutto grazie alla rendita di petrolio e gas, che le stesse SDF commerciavano con il vecchio regime di Assad caduto solo un anno fa. Si stima trattarsi di diverse centinaia di milioni di dollari all’anno, affare che poi, nei primi mesi del 2025, i capitalisti curdi sono passati a intrattenere con il nuovo governo di Damasco.
Proprio una rivoluzione socialista quella del Rojava! Agli scimuniti nazional-comunisti occidentali basta vedere, all’interno del capitalismo, qualche industria statizzata, qualche cooperativa e subito vedono rosso!
Lo scontro per il dominio di queste terre non è per una “difesa del socialismo e della rivoluzione”, ma solo una contesa tra capitalisti per il dominio di mercati e risorse in una fase storica in cui le lotte di liberazione nazionali non hanno più ragion d’essere. Anche per i curdi, come dimostrato in precedenti articoli (vedi sul numero 434 “Auto liquidazione del PKK sanzione di antistoriche lotte di liberazione nazionale”), i conflitti per il riconoscimento o la difesa di autonomi Stati nazionali sono oltre tempo massimo, tanto che vengono risucchiati all’interno di contese più ampie tra i grandi imperialismi per la spartizione di interi continenti e il controllo dei mercati.
Non a caso le borghesie sia palestinese sia curda si sono sottomesse agli stessi capitalismi che le opprimono come nazionalità, tanto da assistere a diversi cortocircuiti: Qatar e Turchia, che a Gaza finanziano Hamas, sono alleate con gli Usa, che manovrano Israele. I curdi, storici nemici della Turchia, contavano sulla protezione dagli Usa invece che sulla mobilitazione delle proprie classi inferiori, oltre che di Israele.
Inoltre, gli stessi nazionalisti curdi hanno spesso espresso la loro intenzione e messo in atto il ruolo di oppressori: il cap del Partito dell'Unità Democratica (PYD) ha parlato apertamente di espellere gli arabi dalle regioni a maggioranza curda e il suo governo ha aperto il fuoco sui manifestanti nella città curda di Amuda e torturato i dissidenti. Armeni e assiri hanno apertamente denunciato l'indottrinamento al culto di Öcalan nel sistema educativo dell'Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell'Est (AANES).
In questo groviglio di interessi e alleanze, in cui chi è amico per un verso è nemico per l’altro e chi è alleato oggi è sacrificabile domani, non c’è più alcuna prospettiva di progresso per i lavoratori delle diverse aeree se non il passaggio da un aguzzino all’altro. I proletari curdi e palestinesi devono ritrovare la propria autonomia di classe e organizzarsi per lottare indipendentemente dalla propria borghesia, non per una impossibile liberazione nazionale ma per la rivoluzione comunista.
Le
liberazioni di nazioni con le loro affermazioni statali sono già
avvenute. Il capitalismo promette ormai solo guerre reazionarie.
L’unica vera e autentica lotta di liberazione dei lavoratori
palestinesi, curdi, ebrai, arabi e di tutto il mondo sta
nell’abbattimento del capitalismo, che è la causa di tutti gli
sconvolgimenti odierni a cui assistiamo. Questo compito storico si
potrà ottenere solo se i lavoratori riusciranno ad unirsi e
organizzarsi sotto la guida di autentici sindacati di classe per
scioperi economici sempre più estesi in difesa delle proprie
condizioni di vita e solo attraverso la guida del loro autentico
partito rivoluzionario, per la lenta, tortuosa ma indispensabile
costituzione del vero comunismo di domani.
Dobbiamo lottare per un vero sciopero generale! Uno sciopero a tempo indeterminato che blocchi la produzione, paralizzi i profitti e dimostri il potere di un movimento operaio unito. Questa è l’arma più potente dei lavoratori per difendersi dagli attacchi al tenore di vita e resistere alle violente deportazioni di massa. Lo sciopero generale coinvolgerà camerieri e autisti di autobus, lavoratori domestici e nativi, sindacalizzati e non sindacalizzati.
Pur esaltando lo spirito combattivo dei lavoratori di tutti gli Stati Uniti e incoraggiati dalla loro volontà di impegnarsi in azioni collettive, non ci accontenteremo di alcun surrogato di ciò che è uno sciopero generale. Uno sciopero generale non è una “blocco dell’economia” di un giorno promossa dai politici capitalisti o dai padroni attraverso appelli a non fare acquisti, a non andare a scuola o al lavoro, o dai dirigenti che chiudono i negozi per un giorno, senza pagare i lavoratori.
Uno sciopero generale è composto da lavoratori, mano nella mano, che affrontano i padroni e lo Stato attraverso una sospensione collettiva della loro forza lavoro sotto la guida di organizzazioni dichiaratamente difensive dei lavoratori. Non può provenire da reti decentralizzate di individui non impegnati collettivamente nello sciopero.
I gruppi interclassisti che guidano queste azioni cercano di incanalare la genuina rabbia verso il voto per il Partito Democratico, rafforzando il capitalismo e rimandando l’organizzazione della difesa combattiva e organizzata dei lavoratori.
Tanto i Democratici quanto i Repubblicani utilizzano l’ICE e le espulsioni per regolare il mercato del lavoro, aprendo e chiudendo ciclicamente le frontiere al fine di garantire lo sfruttamento dei lavoratori precari con salari bassi, riducendo al contempo i salari dei lavoratori domestici. I lavoratori immigrati e quelli nazionali devono unirsi al di sopra dei confini nella difesa comune dei salari e delle condizioni di vita!
Quando gli attuali sindacati dicono ai lavoratori che non possono violare la clausola di non sciopero prevista dai loro contratti, come durante le proteste a Minneapolis, minano proprio l’atteggiamento necessario per un vero sciopero generale. Le comuni vertenze senza sciopero a tempo indeterminato, nelle quali si impegnano ampi reparti della classe operaia, incanalano la giusta rabbia e la sofferenza dei lavoratori verso azioni simboliche temporanee dietro richieste per le quali non si combatte veramente, né il capitalismo cederà mai qualcosa senza una lotta estrema. Nella migliore delle ipotesi si ottiene una riforma temporanea, che può essere facilmente revocata quando la tensione di classe si placa. Dicendo ai lavoratori di seguire i gruppi legati al Partito Democratico si incanalano le energie della classe verso la collaborazione di classe e si abbandona ciò che dà davvero potere ai lavoratori: lo sciopero.
Non basta semplicemente invocare “più organizzazione” e “più numeri”. Dobbiamo ripristinare il significato e il potere dello sciopero generale con un cambiamento radicale di tattica.
Dobbiamo abbandonare il fronte unico dall’alto con gruppi politici e attivisti interclassisti, che sviano la lotta, e impegnarci per un fronte unico dal basso, che cioè combini tutte le organizzazioni difensive dei lavoratori verso la comune azione di sciopero.
Ciò significa formare gruppi di lotta di classe o comitati sul posto di lavoro, all’interno o all’esterno dei sindacati esistenti, tra i lavoratori organizzati e i non organizzati, impegnati ad accrescere il vigore della lotta per ottenere le immediate rivendicazioni operaie, senza esitare ad intraprendere azioni che infrangano le soffocanti regole del Consiglio Nazionale delle Relazioni Sindacali, progettate per impedire alla classe operaia di dispiegare appieno la forza dei suoi scioperi. Nei contratti dobbiamo rifiutare il rispetto della clausola di non sciopero, e organizzarci per un’azione collettiva che superi i confini dei mestieri, dei sindacati e nazionali. Organizziamoci in convergenza per il 1° maggio 2028 insieme ai sindacati che hanno già preso questa decisione o organizzando molto prima un vero sciopero generale.
Da
questo fronte unito deve nascere l’aggregarsi dei
comitati di fabbrica, dei sindacati e dei lavoratori in un unico
sindacato di classe che includa tutti i lavoratori contro il
sistema del salario. Solo l’unità internazionale dei lavoratori,
organizzati in questi sindacati di classe e guidati dal partito
comunista, può distruggere il sistema capitalista, che produce ICE,
prigioni, deportazioni e povertà.
Per un vero sciopero generale, diretto dalle organizzazioni dei
lavoratori, nel quale venga a confluire ogni azione collettiva di
massa!
Contro i fronti uniti con gruppi capitalisti interclassisti!
Per il sindacato di classe!
In questo febbraio la guerra di Ucraina supererà i quattro anni, lo scontro tra eserciti regolari più lungo e imponente dalla fine della seconda guerra mondiale. Dunque costituisce un banco di prova fondamentale sia per gli Stati che vi sono coinvolti sia per il proletariato che ne è vittima. Ciò nonostante i rapporti tra imperialismi mondiali stanno attraversando un periodo così burrascoso che questa guerra è stata relegata in secondo piano dai media internazionali.
Le estemporanee promesse del presidente statunitense, appena rieletto un anno fa, di far rapidamente cessare i combattimenti, prospettando una divisione del bottino ucraino tra Stati Uniti e Russia, hanno incontrato l’opposizione di molti Stati europei, esclusi dal banchetto nonostante il loro impegno nella guerra, mentre la Russia non è parsa interessata ad accettare un accordo di compromesso.
Proprio in questi giorni, dietro le quinte del World Economic Forum di Davos, un redivivo Zelenski si è nuovamente incontrato con Trump e altri fiduciari statunitensi che negoziavano con il Cremlino. Zelenski, benché avesse appena incassato altri 90 miliardi dall’Unione Europea – occupata a trovare un modo di mantenersi i ghiacci della Groenlandia – non ha esitato a criticarla aspramente per la sua indecisione verso la Russia, e ha annunciato un primo incontro trilaterale negli Emirati Arabi Uniti tra Stati Uniti, Russia e Ucraina, che si è poi tenuto il 23 e 24 gennaio. Dunque la borghesia ucraina, in cattivissime acque, pare allontanarsi dall’abbraccio dell’UE, costretta infine a consegnarsi nelle mani degli USA. Vedremo.
Durante questi lunghi anni di guerra il proletariato ucraino e russo hanno pagato un prezzo altissimo di vite umane, alcune regioni dell’Ucraina sono ridotte in macerie, ma i danni materiali sono notevoli anche in Russia. Distruzioni che per generazioni ricadranno sul proletariato di entrambi i paesi.
Sullo sfondo di questo contesto tragico una classe politica di inconsistenti attorucoli continua a organizzare inutili vertici, incontri “ai massimi livelli”, chiamati “trattative di pace”, un teatrino mediatico dietro il quale gli opposti fronti imperialisti continuano ad alimentare la guerra. In questo momento nessun governo ha un effettivo interesse alla fine della guerra, nonostante la sua evidente inutilità.
Vince la Russia (per ora)
La Russia, con un esercito da più di un anno all’offensiva sull’intero fronte, non ha interesse alla pace se non ottenendo la gran parte di quanto pretendeva con l’invasione nel lontano febbraio 2022. Fondamentalmente: la Nato deve restare fuori dall’Ucraina; i quattro oblast orientali devono essere riconosciuti interamente parte della Russia, come già sancito dalla Costituzione; l’esercito ucraino deve essere ridotto a non più di 70-80.000 uomini e al solo fine di controllo l’ordine sociale interno.
I successi russi, dovuti alla crescente superiorità in truppe, mezzi e potenza di fuoco, hanno permesso a Putin di affermare il 27 dicembre che «se le autorità di Kiev non vogliono risolvere la questione pacificamente, risolveremo tutti i problemi che ci attendono con l’operazione militare speciale e con mezzi militari». Questa non ci pare una spacconata. L’esercito russo ha già conquistato il 19-20% del territorio dell’Ucraina, compresa la Crimea, e continua ogni notte a martellare con missili balistici, da crociera e droni infrastrutture energetiche, aree industriali e basi militari, e soprattutto il porto di Odessa. Attacchi contro i quali le difese aeree ucraine risultano sempre meno efficaci. L’esercito ucraino si sta sfaldando mentre l’esercito russo si rafforza. Sta vincendo la guerra e dunque è in grado di dettare le condizioni di un eventuale accordo di pace, oppure di imporlo di fatto quando avrà raggiunto i suoi obbiettivi.
Il massacro di proletari in divisa
Le stime più attendibili valutano tra 250 e 350 mila caduti da parte della Russia mentre quelli dell’esercito di Kiev potrebbero aver superato gli 800 mila. Questa valutazione smentisce quanto affermato dalla propaganda occidentale che parla sempre di “elevatissime perdite russe”.
Da molti mesi l’esercito russo, che dispone di una potenza di fuoco molto superiore a quella degli ucraini, nell’artiglieria, nella disponibilità di droni e nell’aeronautica, può duramente colpire le linee nemiche.
Anche per l’arruolamento la situazione è a favore della Russia. Secondo varie fonti i disertori nell’esercito ucraino sono stati nel 2025 circa 300 mila, almeno 850 mila uomini in età di arruolamento si nascondono ai reclutatori e circa 650 mila restano all’estero per non vestire l’uniforme. L’esercito russo al contrario non pare soffrire del problema delle diserzioni perché non invia i coscritti al fronte e combatte arruolando tra i 360 mila e i 400 mila volontari a contratto all’anno. Per il 2026 ha già pianificato di arruolarne 409.000.
Ci pare evidente che se i soldati russi venissero mandati al massacro “in assalti in massa”, come sostiene lo stato maggiore ucraino, non vi sarebbero tanti volontari, nonostante le buone paghe.
La crisi economica
La propaganda occidentale continua ad affermare che la Russia sarebbe preda di una grave crisi economica, di un’alta inflazione, causata soprattutto dalle sanzioni occidentali, che dovrebbero portarla presto a un cedimento politico e militare.
Anche questa è una illusione. Prima che la crisi economica provochi una spaccatura all’interno e fermenti sociali tali da imporre la fine della guerra – cosa da noi auspicata ma che non avverrà purtroppo a breve termine – l’esercito russo costringerà l’Ucraina a una resa senza condizioni, la borghesia ucraina perderà ogni sua ricchezza e i suoi alleati dovranno venire a patti.
La criminale fermezza del governo d’Ucraina
Tuttavia il governo ucraino ancora rifiuta la cessione dei territori e continua a chiedere l’aiuto militare e finanziario dell’Occidente, nonostante la carenza di riserve, le diserzioni, i rimpiazzi incompleti delle brigate.
Ma la quello del governo di Kiev non è orgoglio nazionale, come vorrebbe far credere la propaganda bellicista europea, ma asservimento al partito della guerra ad ogni costo. Zelenski non ha altra scelta, dopo aver venduto il proprio proletariato al padrone americano ed europeo. Questo ha significato prima di resistere all’invasione, poi proseguire la guerra, contro ogni logica militare e contro ogni considerazione di semplice pietas verso il proprio popolo.
In un articolo di Le Monde diplomatique si sostiene che «sarebbe moralmente impensabile per le forze di Zelenski, che hanno inviato migliaia di soldati a morire per conservare il Donbass, cedere volontariamente le posizioni che tengono ancora (…) Probabilmente l’esercito rifiuterebbe di obbedire». Invece una capitolazione, di questo si tratterebbe, sarebbe certamente accolta con entusiasmo dai soldati al fronte, e anche da gran sollievo della popolazione civile. Ma la smobilitazione dell’esercito potrebbe aprire una crisi politica, lo scoppio di disordini, forse una guerra civile.
D’altra parte, se il Governo russo dovesse rinunciare all’occupazione della totalità del Donbass non potrebbe spacciare la fine della guerra come una vittoria e questo determinerebbe probabilmente una crisi interna.
Come la borghesia russa ha sacrificato il proletariato, che non ha nulla da guadagnare da questa guerra, per difendere i suoi interessi, minacciati dai borghesi d’Occidente, quella ucraina ha immolato il proletariato per gli affari dei capitalisti ucraini, al soldo di Washington e di Berlino. I nodi potrebbero venire al pettine.
Come scrivemmo già chiaramente nel marzo 2022, pochi giorni dopo lo scoppio della guerra: «La classe operaia di Ucraina non avrebbe nulla da perdere da una resa immediata della propria borghesia di fronte alla invasione russa. Simmetricamente i lavoratori di Russia non hanno nulla da guadagnare da una vittoria del proprio Stato in Ucraina. Ma i borghesi di Ucraina volevano la guerra, tanto quanto i loro “protettori” occidentali, e quanto i borghesi russi».
La situazione interna
Già nel 2014, ben prima dello scoppio della guerra, notavamo come la crisi economica avesse provocato in Ucraina “una forte emigrazione: la popolazione, che aveva raggiunto i 52.179.210 abitanti nel 1993 è scesa regolarmente negli anni successivi per arrivare ai 45.593.300 nel 2012. Questo dimostra la durezza della crisi e delle sofferenze che la popolazione ha dovuto sopportare. Per il proletariato e le classi medie è stato come essere in guerra».
Ma negli anni successivi la situazione è peggiorata: attualmente sono oltre 8 milioni gli ucraini all’estero (circa 6 milioni nella UE), 1,8 milioni sono gli sfollati interni dalla guerra nel Donbass dal 2014 al 2022 e altri 5,7 milioni dall’invasione russa dal 2022. L’attuale popolazione non supera i 37 milioni, contro i 146 in Russia, un rapporto di quattro.
Dal punto di vista finanziario, inoltre, l’Ucraina è in bancarotta. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale avrà bisogno di almeno 160 miliardi di dollari entro la primavera.
L’indefinito prolungarsi dei combattimenti, dei bombardamenti, delle distruzioni, quando i giochi sul piano militare sono ormai fatti, se da un lato dimostra la forza del partito della guerra, sostenuto dalle oligarchie capitalistiche, dai produttori e dai mercanti di armi, dall’altro conferma la debolezza del movimento proletario internazionale, e di quello ucraino in particolare che, in assenza di forti sindacati e del partito di classe, è incapace di una reazione in grado di bloccare dal basso la guerra imperialista.
L’inesistente Unione Europea
In questa situazione di estrema tensione globale l’Unione Europea ha dimostrato una volta di più di non esistere come organismo unitario. Gli Stati si sono mossi in modo autonomo e contrastante mostrando che le cause dei conflitti del secolo scorso sono tutt’altro che scomparse.
I massimi vertici dell’UE gridano alla minaccia russa, con la cavalleria cosacca pronta ad abbeverarsi alla Fontana di Trevi, come affermava la propaganda democristiana nell’Italia del 1948, e varano un enorme piano di riarmo. Ma nei fatti sono i singoli Stati a riarmarsi, Germania in testa.
Ogni borghesia d’Europa, piccola o grande che sia, difende i propri interessi e la propria sfera d’influenza, rafforza le politiche nazionaliste, lo spirito patriottico, e soprattutto il bilancio militare, in preparazione dello scontro futuro, che tutti desiderano. Il presidente polacco ha ben riassunto questa sciagurata politica col motto “Denaro oggi o sangue domani”, che nei fatti sa bene che significa invece “Denaro oggi e sangue domani”.
Persino il presidente ucraino a Davos non ha risparmiato critiche alla malmessa Unione Europea, nonostante questa avesse appena stanziato altri 90 miliardi di dollari in aiuti! Sono assolutamente insufficienti, ma con quell’ulteriore “prestito” i vertici dell’UE hanno confermato di puntare ancora sulla guerra, “fino all’ultimo ucraino”. Quei capitali infatti sarebbero “garantiti” dal pagamento delle riparazioni da parte della Russia, prospettiva al momento alquanto improbabile.
Per contro l’Unione Europea ha accettato tutti i diktat imposti negli ultimi mesi dagli Stati Uniti, dalle spese militari al 6% del Pil ai 600 miliardi da investire nell’industria statunitense e ai 750 per acquistare il costoso gas americano, dopo aver rifiutato quello russo a buon mercato.
Gli Stati europei rappresentano il blocco capitalistico più debole, e ne stanno pagando le conseguenze.
Ma il proletariato di Europa deve rifuggire dalle sirene politiche che inneggiano all’unità dell’Unione, ai suoi “valori” di democrazia e libertà. Porre le borghesie del continente in grado di difendersi dalle pressioni dell’Oriente come da quelle dell’Occidente significherebbe soltanto la nascita di un terzo blocco imperialista opposto a quelli di Stati Uniti e di Cina. Da questo il proletariato internazionale non avrebbe nulla da guadagnare. Si sta preparando uno scontro tra blocchi di capitalisti che non riguarda gli interessi del proletariato. È con la propaganda della difesa della patria, della libertà, della democrazia, della pace, che il partito trasversale e internazionale della guerra tenterà di trascinare i proletari al fronte.
La Nato frana
L’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO) e finita anch’essa nella contesa. Come scrivevamo nell’articolo del 2022: «In modo ufficiale fino dal 2014 la NATO ha avuto una presenza costante di organizzazione e addestramento del disastrato esercito ucraino. È evidente che si lavorava a un allargamento dello scontro da locale per le repubbliche separatiste a un conflitto aperto e generale. La presenza di strutture militari occidentali rappresentava un importante avamposto atlantico in territorio ucraino, anche se temporaneamente fuori dall’Alleanza. In tempi più recenti addirittura facendolo zona operativa di esercitazioni NATO, sotto la presidenza del docile ex attore Zelenski (anni 2020-21), operazioni provocatorie per mettere sotto pressione il confinante russo».
Durante questi quattro anni di guerra, gli Stati membri dell’organizzazione hanno assunto posizioni molto diverse, basti pensare alla politica condotta dall’Ungheria o dalla Turchia o a quella contrapposta della Gran Bretagna o della Polonia.
Nonostante le proclamazioni del Segretario Generale contro la minaccia “esistenziale” rappresentata dalla Russia e dalla Cina, i risultati sono ben pochi e le differenze interne tra gli alleati, sul livello di coinvolgimento, sulla tempistica e sugli obiettivi finali, rivelano l’assenza di una visione comune e smascherano gli sforzi propagandistici per far apparire l’Alleanza Atlantica una forza monolitica e coesa.
Ambiguo il ruolo politico della Nato in questa guerra: di fatto è parte attiva del conflitto, ma continua a presentarsi come soggetto non belligerante per non sfidare apertamente Mosca. L’ipocrisia di non intervento formale e di sostegno militare sostanziale ha è il segno evidente che non esiste una condivisa linea politica chiara e coerente. Gli Stati Uniti, che da quando fu costituita hanno rappresentato il perno dell’Alleanza Atlantica, non nascondono di volersene “emancipare”. Si legge nelle linee guida della nuova Strategia di Difesa Nazionale, diffusa dal Pentagono: «La priorità assoluta delle forze armate è difendere gli Stati Uniti. Il Dipartimento darà quindi priorità proprio a questo obiettivo, anche difendendo gli interessi americani in tutto l’Emisfero Occidentale». Prosegue: «Mentre le forze statunitensi si concentrano sulla difesa del territorio nazionale e dell’Indo-Pacifico, i nostri alleati e partner si assumeranno la responsabilità primaria della propria difesa, con un supporto fondamentale ma più limitato da parte delle forze americane».
Sulla grande scacchiera del morente capitalismo
La guerra in Ucraina, che vede la Nato opposta alla Russia, di fatto è piuttosto degli Stati Uniti contro l’Europa, e soprattutto la Germania. Washington non nasconde la soddisfazione per avere spezzato il legame commerciale, industriale e finanziario che univa alcuni Paesi europei, Germania per prima, alla Russia. Ha interrotto la fornitura di gas e petrolio, ha costretto gli Stati d’Europa ad aumentare drasticamente il loro bilancio militare a tutto vantaggio dei colossi degli armamenti statunitensi. Il Pentagono dichiara che la Russia non è l’avversario, contraddicendo apertamente la narrativa del Segretario Generale della Nato e riducendo drasticamente gli aiuti militari ed economici all’Ucraina. A questo punto la Nato non ha più ragione di esistere, anche se probabilmente continuerà a stare in piedi sopravvivendo a sé stessa.
Le basi militari della Nato si rivelano quindi sempre più apertamente per quello che sono sempre state, punti di forza di un’occupazione militare dell’Europa occidentale da parte dell’imperialismo statunitense, imposta con la vittoria nel Secondo conflitto mondiale. Suo scopo è stato anche tenerne sottomesso un combattivo proletariato, in collaborazione con gli Stati del Patto di Varsavia, che si occupavano di schiacciare la classe operaia nell’Europa orientale.
Intanto la grande presenza del mega-capitalismo cinese silenziosamente si viene imponendo sul mondo.
Quanto ancora attenderà Berlino per chiedere conto del sabotaggio dei gasdotti Nord Stream voluto dagli USA e attuato da un commando ucraino? Metteranno per questo al governo i filonazisti di Alternativa per la Germania?
Le contraddizioni dell’imperialismo si fanno sempre più evidenti con l’avanzare della crisi e l’approssimarsi della guerra.
Nuovi scenari
Scenari nuovi questi che mettono in ambascia la borghese diplomazia internazionale.
Il regime capitalistico nella sua fase di decadente imperialismo punta dritto verso la guerra. Una terza catastrofica guerra mondiale può essere bloccata solo dall’insorgere della reazione proletaria internazionale.
Per questo risultato occorrono vaste organizzazioni sindacali, e sotto l’influenza di un saldo partito comunista internazionale. Questi opereranno perché il proletariato di ogni Paese, benché “aggredito”, non aderisca alla guerra, non difenda le “sacre frontiere”. Perché il nemico è la propria borghesia nazionale, si ammanti essa dei vessilli fascisti o del peplo democratico. Fraternizzerà con i proletari-soldati “invasori”, anch’essi mandati al macello, e preparerà l’unica guerra favorevole al proletariato, quella per liberarsi, con la rivoluzione comunista, di questo regime politico infame!
Questo il compito immane ma entusiasmante che sta davanti ai compagni nei
prossimi mesi ed anni.
Tra gli scenari che avevamo ipotizzato sull’evoluzione delle tensioni tra Stati Uniti e Venezuela, sembra che con l’incursione militare e il sequestro del presidente Maduro, il 3 gennaio, si sia concretizzato lo scenario intermedio, attacchi contro singoli obiettivi come il traffico di droga ma senza arrivare a un intervento militare aperto, schierando truppe sul territorio, come fu fatto in Iraq. L’imperialismo statunitense ha bisogno di avanzare rapidamente nella delimitazione della sua zona geografica di influenza, contro gli altri imperialismi, tra cui spicca quello cinese, e di arraffare le ricche riserve minerarie del Venezuela.
La piena importanza del petrolio venezuelano per gli Stati Uniti sarà a medio e lungo termine piuttosto che a breve, poiché sono necessari ingenti investimenti per rimettere in funzione le infrastrutture. Nell’immediato gli Stati Uniti si approprieranno di una quota maggiore della produzione venezuelana. Alla fine del 2025 il 27% del petrolio venezuelano era venduto agli Stati Uniti, il resto alla Cina e ad altri. Le grandi compagnie petrolifere convocate da Trump perché investano in Venezuela sanno che per il resto di questo decennio dedicherebbero risorse al recupero delle infrastrutture produttive senza riceverne profitti. Secondo i nuovi “accordi” commerciali tra Stati Uniti e Venezuela, la produzione petrolifera potrebbe arrivare a 1.200.000 barili nel 2026 e continuare ad aumentare tra il 2027 e il 2028.
Ma, per quanto affamati possano essere gli squali del petrolio mondiale, hanno bisogno di sicurezza, garanzie e certezza giuridica che non perderanno i loro investimenti. In realtà la tranquillità di cui hanno bisogno è di natura politica e militare. Trump lo sa, tanto da mantenere lo schieramento militare nei Caraibi. Ma non mancheranno quelli che aspetteranno di vedere l’evoluzione dello scontro con la Cina per come potrà influenzare gli investimenti in Venezuela.
Va notato che in materia petrolifera da decenni si è sviluppata una simbiosi tra gli Stati Uniti e il Venezuela; le raffinerie del sud degli Stati Uniti (principalmente in Texas) sono state progettate per la lavorazione del petrolio pesante e solforoso del Venezuela e del Messico. Essendo il petrolio di scisto attualmente prodotto dagli Stati Uniti molto leggero, gli impianti del Golfo devono miscelarlo con il greggio pesante.
Nella nuova situazione gli Stati Uniti intendono passare da un controllo sul petrolio venezuelano tramite le sanzioni a un “dominio operativo e finanziario” sul petrolio venezuelano con il sostegno del chavismo al potere, ponendo il Venezuela in uno status equivalente a un protettorato. E anche se il chavismo potrebbe essere sostituito da un nuovo attore politico, esso ha sviluppato forti legami con la borghesia venezuelana e controlla tutte le istituzioni: la “transizione” potrebbe richiedere anni. E il governo statunitense sa che al momento non esiste un partito in grado di sostituire il chavismo senza l’appoggio di truppe sul terreno, come volle fare in Iraq.
Nel giro di pochi giorni, se non ore, sia il governo degli Stati Uniti sia quello del Venezuela hanno compiuto rapidi progressi in una serie di misure volte a favorire la penetrazione delle compagnie petrolifere occidentali nell’ambito di un piano di investimenti proposto da Washington. Tale piano prevede garanzie di sicurezza (il governo degli Stati Uniti sosterrà e proteggerà i beni delle società), il controllo dei proventi della vendita del petrolio, che saranno depositati in conti controllati dal Tesoro degli Stati Uniti presso banche internazionali, e l’uso obbligatorio di tecnologia statunitense (spese in conto capitale future destinate all’acquisto di piattaforme, tubazioni e attrezzature fabbricate esclusivamente negli Stati Uniti). Il primo introito derivante dalle vendite è già stato depositato in Qatar (circa 300 milioni di dollari) e da lì sarà trasferito alla Banca Centrale del Venezuela, che a sua volta lo distribuirà tra cinque banche private che renderanno accessibile il denaro alle imprese in settori di attività economica prioritari.
Si stima che nel 2026 il Venezuela potrebbe ricevere circa 12 miliardi di dollari tra entrate derivanti dalle vendite (che aumenterebbero non tanto per l’aumento della produzione, quanto per l’applicazione dei prezzi di mercato e non del mercato nero, ridotti a causa delle sanzioni statunitensi), per lo sblocco dei fondi trattenuti dal FMI e altri crediti. In questo modo si stima una crescita significativa dell’economia venezuelana nel 2026.
Queste concessioni di Washington e di Caracas sono state così intonate e rapide che è evidente che il piano era stato progettato a lungo da entrambe le parti e concordato molti mesi prima dell’azione militare del 3 gennaio. Le sanzioni erano di ostacolo non solo al governo venezuelano, alla Banca Centrale e ad aziende come PDVSA e altre, ma anche alle stesse multinazionali: la Chevron alla fine del 2026 potrebbe superare i 200.000 barili al giorno.
Il governo degli Stati Uniti è tornato a concedere ai venezuelani il visto d’ingresso e sta coordinando la riapertura dell’ambasciata a Caracas. Ha anche sbloccato i fondi del Venezuela trattenuti dal FMI e l’ha reintegrato nel sistema SWIFT, dal quale era stato escluso a causa delle sanzioni. Il fondo fiduciario presto creato dagli Stati Uniti è stato denominato “Trattato di custodia tripartito”, in accordo tra i governi di Stati Uniti, Venezuela e Qatar; il suo Comitato di gestione è composto da un delegato del Tesoro degli Stati Uniti, dai rappresentanti di 14 compagnie petrolifere e del governo del Venezuela, che quindi non può disporre dei suoi attivi. Tramite questo fondo fiduciario gli Stati Uniti metteranno in circolazione una criptovaluta, che dovrebbe mantenere la parità costante 1:1 con il dollaro, garantita dalla Federal Reserve: la chiamano “dollaro digitale”, ma anche “bolívar digitale”.
Nel frattempo il governo borghese del Venezuela, che si dichiara ancora chavista, in perfetta sincronia con gli Stati Uniti, ha presentato all’Assemblea Nazionale la riforma della Legge sugli Idrocarburi per allentare il controllo dello Stato e attrarre investimenti stranieri. Sarà legalmente ammesso il cosiddetto “modello Chevron”, che consentirà alle imprese straniere un controllo operativo molto più ampio, maggiore autonomia nella gestione dei giacimenti e nella commercializzazione del greggio, superando le clausole attuali delle imprese miste controllate dalla PDVSA, assicurando alle imprese certezza giuridica.
Parte dei proventi dal petrolio sarebbero destinati alla protezione sociale, alla sanità, ai servizi pubblici e alla ricostruzione delle infrastrutture, della rete elettrica e del tessuto industriale. Sarà rivista anche la legge sui prezzi, previo accordo con le imprese (come già avveniva nella pratica), principalmente sui beni e servizi di consumo popolare.
È prevista la riduzione del carico fiscale e delle royalties dall’attuale 30% e la partecipazione dello Stato dal 51% della composizione azionaria nelle imprese miste. Sono state inoltre semplificate le procedure amministrative ed è in corso una revisione dei codici civile, commerciale e penale. È in corso la riforma della legge sulle miniere “per attrarre importanti investimenti internazionali” nella estrazione dell’oro, del carbone, del ferro e della bauxite.
Ma, anche se meno se ne parla, è nell’aria la riforma della legge sul lavoro, per eliminare la retroattività delle prestazioni sociali, rimuovere gli ostacoli all’esternalizzazione e alla precarietà e quanto è da tempo richiesto dagli imprenditori. Sul tema salari e pensioni nell’immediato, mentre si ripensa al quadro giuridico, il governo annuncia dei bonus speciali.
L’intenzione del governo statunitense è recuperare i livelli storici di produzione (tra 3 e 3,5 milioni di barili al giorno) per ridurre il prezzo del petrolio vicino ai 50 dollari. Tuttavia, aziende come Wood Mackenzie e l’Università di Columbia avvisano che solo nel 2030 si potrà raggiungere i 2 milioni di barili al giorno, e un tutto un decennio per i 3,5. Trump ha affermato che le “Big Oil”, le grandi compagnie petrolifere, dovrebbero investire almeno 100 miliardi di dollari. Gli esperti concordano; saranno necessari 10 miliardi all’anno nei prossimi 10 anni.
Mentre l’imperialismo statunitense porta avanti questa aggressiva operazione, non abbiamo osservato reazioni decise da parte dell’imperialismo cinese o russo. La Russia ha dichiarato che le sue aziende continueranno a operare normalmente in Venezuela. Il governo ha dichiarato che manterrà le relazioni diplomatiche e commerciali con la Cina e con gli altri paesi.
Metamorfosi della democrazia borghese
Intanto il governo “chavista” ha garantito il funzionamento delle istituzioni e la pace sul lavoro. Le manifestazioni di protesta per il sequestro di Maduro e di sua moglie sono promosse dal governo. È iniziata a rilento la liberazione di circa 200 prigionieri degli oltre 800 detenuti dal periodo post-elettorale del 2024; i dirigenti sindacali restano in carcere. È importante per gli Stati Uniti che il Venezuela mantenga la pace sociale, che niente disturbi l’operatività delle compagnie petrolifere.
In forza dello stato di emergenza nazionale dichiarato dal governo si sono avuti alcuni arresti, in fatti isolati e poco chiari, con l’accusa di “incitamento all’odio e tradimento della patria” e per “aver sostenuto l’attacco degli Stati Uniti contro il Venezuela”. Tuttavia, il governo ha dosato la repressione, ma senza ridurre il dispiegamento di forze di polizia nelle strade.
Vari sono gli scenari ipotizzati dalla borghesia e dai partiti che fanno parte dello spettro democratico borghese, compresi fra il mantenimento del chavismo “socialismo del 21° secolo”, sostituite alcune figure, o una “transizione democratica” tramite un governo di emergenza nazionale guidato dai politici dell’opposizione.
L’imperialismo statunitense imporrà quella soluzione che gli consenta di raggiungere i suoi obiettivi con la minore spesa possibile e, soprattutto, senza dover schierare truppe sul terreno. Nel contesto dello scontro interimperialistico globale il Venezuela è solo una pedina, il teatro di operazioni più vaste.
Ovviamente stiamo parlando di linee di evoluzione della situazione nel quadro della democrazia borghese e del capitalismo. Pur nelle loro possibili sfaccettature fascista o formalmente elettorale e non hanno nulla a che vedere con scenari rivoluzionari. E nemmeno progressivi o retrogradi riguardo alla sistemazione borghese delle nazioni e degli Stati.
Per il movimento operaio qualsiasi corso prenda la transizione politica in Venezuela si tratterà di un ricambio fra gli amministratori degli interessi della borghesia e dell’imperialismo, nuovi volti di nemici di classe del proletariato. Nel capitalismo qualsiasi tipo di governo è il comitato di gestione della classe borghese, con la funzione di difendere gli interessi più generali del capitale nazionale. Anche quando qualche governante si crede il Generale in realtà non è altro che un sergente. Mentre la destra e la sinistra riformista sognano di “transizione democratica”, il movimento dei lavoratori deve rompere con questo groviglio di confusione e riprendere la strada da cui si è allontanato da un secolo: il programma della rivoluzione.
Patriottismo in crisi
Anche in Venezuela la menzogna della difesa della nazione, della patria e della sovranità si è clamorosamente sbugiardata. Era comunque un mito borghese, mostruosamente abbracciato dai sindacati e dai partiti falsamente di sinistra. Il chavismo, già paladino sfegatato dell’ideologia bolivariana e del patriottismo, nonostante l’oltraggio del sequestro di Maduro e consorte il 3 gennaio, si è subito prostrato davanti alle sguaiate pretese quotidiani di Trump. Eppure tutti i capi del chavismo avevano giurato, prima dell’attacco statunitense, «di fronte a qualsiasi aggressione imperialista, il governo venezuelano non consegnerà nemmeno un barile di petrolio agli Stati Uniti», che era già una falsità non avendo mai agito contro la Chevron, le sanzioni e il blocco economico.
Ora affermano cinicamente che non c’è alcun problema ad estendere gli affari petroliferi con gli Stati Uniti, normali nelle relazioni tra due paesi, come se il legittimo Presidente in carica non fosse in prigione a New York e se i morti a Fuerte Tiuna non fossero morti sotto le raffiche dei marines.
Il popolo venezuelano, educato alla ideologia della difesa patria fin dalla scuola elementare e del chavismo baluardo bolivarista, si sarebbe atteso un opposto atteggiamento rispetto all’attuale sua compiacenza diplomatica nei confronti degli Stati Uniti. Ma l’attuale governo, tutt’ora chavista, ha affermato che mantiene le relazioni commerciali e consegna il petrolio agli Stati Uniti perché “pratica la diplomazia bolivariana della pace”. Per contro è prevista la riapertura dell’ambasciata statunitense a Caracas.
Crolla la narrativa patriottica non solo del chavismo, ma anche dell’opposizione, anch’essa patriottica e prona agli interessi della nazione. Questa sviluppa il suo argomentare su due fronti; dell’unità con il chavismo, "perché al di sopra dei partiti siamo tutti venezuelani", e non pone obiezioni alle concessioni agli Stati Uniti in materia petrolifera; dall’altro lato approva l’invasione statunitense per la “lotta al narcotraffico”. Quindi anche la cosiddetta “opposizione democratica” ha abbassato le bandiere della difesa della patria, sia quella che si mantiene all’ombra del chavismo, sia quella che impudente lecca i piedi a Trump. I chavisti deridono l’opposizione perché Trump ha disprezzato la leader dell’opposizione María Corina Machado, l’opposizione democratica deride i chavisti perché proni agli ordini di Trump. Questo intanto incontra e impartisce lezioni sia a Delsy Rodriguez sia a María Corina Machado. Entrambe le consorterie di politicanti borghesi si affannano per dimostrare all’imperialismo statunitense che sono l’opzione più affidabile per difenderne gli interessi in Venezuela. Questa è la caricaturale realtà del patriottismo venezuelano.
I lavoratori, frastornati dalla propaganda di entrambi i fronti borghesi, per decenni indottrinate alla difesa della patria, si trovano improvvisamente di fronte a un teatro dell’assurdo, uno scenario che smentisce tutte le motivazioni con le quali si pretendeva allontanarle dalla lotta per i loro veri interessi di classe.
Ma la propaganda patriottica già risuona a sud del Rio Grande. Le borghesie nazionali sono minacciate dall’imperialismo statunitense, e per la difesa dei loro affari, che crescono solo con lo sfruttamento bestiale dei salariati, li chiamano a sacrificarsi. I governi dell’America Latina sono sì in allerta, ma disposti a contrattare con l’imperialismo la loro fetta di torta, all’interno di quello spazio economico che chiamano patria.
Comunque vada in questa spartizione imperialista per la classe operaia non si prepara che sfruttamento, mentre le ricchezze naturali dei diversi paesi andranno a ingrossare i conti bancari dei capitalisti nazionali e stranieri. Con una maggiore o minore penetrazione del capitale privato e straniero nei diversi settori dell’economia, la classe operaia deve individuare chiaramente il proprio nemico di classe. Non gli interessa se la composizione azionaria delle imprese è prevalentemente statale o privata, è una illusione che la sua situazione migliorerà con l’arrivo delle multinazionali e dei capitali occidentali: questi avvoltoi competono tra loro basandosi esclusivamente sulla miseria dei lavoratori salariati. Nessuna conquista, nessuna rivendicazione sarà concessa senza una lotta determinata.
La classe operaia non ha patria
La classe operaia e tutti gli strati oppressi dal capitale sono la “carne da cannone” che sarà mandata al fronte sotto le bandiere nazionali. L’atteggiamento dei comunisti è contro la guerra imperialista, la classe operaia non ha una patria da difendere, al contrario si darà al disfattismo rivoluzionario, in ogni paese rivolgendo i soldati le armi contro la borghesia e i suoi governi.
Insieme ai politici borghesi e alla falsa sinistra, le centrali e le federazioni sindacali hanno assunto un silenzio complice e non hanno promosso alcuna mobilitazione operaia, il che le pone dalla parte dei nemici della classe operaia. Solo alcune eccezioni hanno proposto la lotta, anche se con finalità nazionaliste, legalitarie, democratiche, borghesi.
Per altro in Venezuela nessuna delle potenze imperialiste (Stati Uniti, Cina, Russia, Iran, ecc.) è in realtà interessata ad impedire il traffico di droga, al diritto internazionale, al rispetto della democrazia o ai diritti umani. Tutte sono mosse da interessi economici, dal controllo della produzione e della commercializzazione di petrolio, gas, oro, ecc., cercando ciascuna di ottenere la fetta più grande della torta. E questa contesa include la borghesia venezuelana, sia si faccia rappresentare dal chavismo, dalla “opposizione democratica” o dalla tristemente famosa “sinistra” che parla di “socialismo democratico”, di “piano operaio e popolare” e persino di “difesa della costituzione”.
È un’illusione pensare che gli imperialismi si siederanno a un tavolo per concordare come spartirsi il mondo. La terza guerra mondiale è inevitabile. L’attacco degli Stati Uniti al Venezuela il 3 gennaio e le minacce al Messico, alla Colombia, a Cuba e Groenlandia sono la partenza di uno degli imperialismi per sottrarre l’iniziativa ai rivali cinese, russo, ecc., tracciando le linee di demarcazione su quelli che considera i propri domini. La spartizione del mondo, di mercati, materie prime, zone di valore strategico, monete, capitali, avverrà solo come risultato dello scontro e la misurazione delle forze, con tutta la distruzione e la morte che ciò comporta.
Anche in Venezuela, qualsiasi situazione si presenti, la classe operaia deve intraprendere la via autonoma della sua organizzazione e lotta per le proprie rivendicazioni, a cominciare dall’aumento significativo dei salari e delle pensioni. La confluenza del movimento operaio in uno sciopero generale, a tempo indeterminato e senza servizi minimi, diventerà la migliore espressione dell’unità d’azione dei lavoratori salariati. Questa ripresa della lotta di classe si scontrerà con tutto la gamma dei partiti borghesi e con i dirigenti del traditore sindacalismo del regime.
La
trasformazione della lotta economica in lotta politica, in lotta del
proletariato per la presa del potere, dipenderà dal grado di
influenza che riuscirà a raggiungere il partito rivoluzionario.
Il capitalismo corre verso la guerra perché ne ha disperato bisogno per sopravvivere. La guerra è per esso una necessità economica, sociale e politica.
Economica: perché afflitto dalla crisi di sovrapproduzione ogni capitalismo nazionale contende i mercati agli altri, produce e vende armi al posto delle altre merci che sempre meno riesce a vendere e in preparazione del terzo conflitto imperialista mondiale, in cui distruggere la massa enorme di merci che intasano il mercato – fra cui la merce forza-lavoro – e far ripartire così un nuovo ciclo di accumulazione capitalistica.
Sociale e politica: perché la crisi economica peggiora le condizioni di vita dei lavoratori di tutto il mondo, spingendoli alla lotta e alla rivoluzione. Al di sopra delle contese per mercati e profitti, tutte le borghesie nazionali sono oggettivamente e soggettivamente unite dall’interesse che i proletari si ammazzino fra di loro nella guerra imperialista per impedire che facciano la rivoluzione.
La borghesia quanto è cosciente della necessità della guerra per difendere il suo dominio politico e privilegio sociale, tanto lo è del fatto che i proletari odiano la guerra e vogliono la pace. Con ogni mezzo deve perciò convincere e costringere i lavoratori a combattere e uccidere altri lavoratori, ciascuno sotto una bandiera nazionale dietro alla quale nascondere la sola e unica vera bandiera della borghesia internazionale: il profitto.
Per questo la guerra è sempre spiegata dalle propagande dei regimi nazionali quale responsabilità di una parte degli Stati capitalisti, naturalmente descritti come il male assoluto. In realtà, sotto tutte le casacche ideologiche vestite al solo scopo di nascondere la loro natura agli occhi dei lavoratori, tutti i regimi nazionali sono dittature della borghesia contro il proletariato. La veste democratica dei regimi d’Occidente non è meno fasulla della vestaglia degli Ayatollah, o dei “socialismi” dei regimi cinese e venezuelano.
Ai lavoratori deve solo interessare che la guerra imperialista è contro di loro, da qualsiasi parte del fronte essi si ritrovano, e che, se non sono in grado di impedirne l’inizio con un forte movimento di scioperi, il modo migliore per morire in meno possibile nella guerra è perderla quanto prima. I lavoratori non hanno nessuna patria da difendere perché quella che viene loro descritta come tale altro non è che il regime che li sfrutta e opprime.
La guerra dei lavoratori non è nazionale, è una lotta sociale, in difesa delle proprie condizioni di vita, ed è internazionale proprio perché anti-nazionale, in quanto identifica come primo nemico il proprio regime borghese, all’opposto di quanto fa ogni borghesia nazionale che indica sempre ai lavoratori un nemico esterno. La classe dominante si prepara allo scontro con la classe operaia con ulteriori giri di vite del suo dispositivo repressivo, legale e poliziesco.
Per questo lo sciopero internazionale dei portuali di oggi, promosso in Italia dall’Usb, è di grande importanza, perché indica l’opposizione alla guerra con l’unità internazionale dei lavoratori.
Ciò a patto di non cadere nelle trappole della borghesia: lottare contro il genocidio e la guerra a Gaza non significa essere a favore del fronte di Stati borghesi anti-USA che speculano sul sangue dei proletari palestinesi a sola difesa dei loro profitti. Se si sostituisce la parola d’ordine “il nemico dei proletari è nel proprio paese” con l’anti-americanismo, si finisce per non sostenere le lotte e le rivolte proletarie in quei paesi falsamente definiti anti-imperialisti – come l’Iran – perché esse rafforzerebbero l’imperialismo USA e ci si incammina dritti verso la macchina della guerra imperialista.
Lo stalinismo, la peggior ondata opportunistica anti-comunista, oltre ad avere ingannato per 80 anni i lavoratori di tutto il mondo col falso socialismo russo, ha sempre posto dei falsi obiettivi intermedi prima della rivoluzione, sostituendo l’anticapitalismo con l’antifascismo, l’antiamericanismo, l’antisionismo… Questa nefasta tradizione politica controrivoluzionaria va definitivamente debellata, riappropriandosi dell’autentico comunismo rivoluzionario.
Genova, venerdì 6 febbraio 2026