|
||||||||||||||
|
||||||||||||||
|
||||||||||||||
Le minacce statunitensi e israeliane sono infine sfociate in guerra aperta, che si preannuncia più estesa e duratura di quella di dodici giorni del giugno scorso. Già sono coinvolti direttamente ben 10 Stati del Medio Oriente: dal Mar Rosso (Yemen), al Golfo Persico, alla Giordania, fino al Libano. Anche le borghesie di Germania, Regno Unito e Francia, in una dichiarazione congiunta, si sono detti pronti ad “azioni difensive” per salvaguardare i loro lerci interessi nell’area, e Parigi ha già inviato una nave militare a Cipro e schierato la sua portaerei nel Mediterraneo.
Nel contempo, due giorni prima del 28 febbraio, il Pakistan ha dichiarato guerra all’Afghanistan, entrambi confinanti con l’Iran a oriente, accusandolo di essere una “colonia dell’India” e bombardando la capitale Kabul. Col conflitto dimenticato in Sudan, la guerra coinvolge una fascia territoriale di oltre 5 mila chilometri, dall’Africa orientale, al Mediterraneo, al subcontinente indiano.
Gli Stati Uniti da tempo non sono più la prima potenza industriale mondiale ma lo sono però ancora sul piano militare e da un decennio sono divenuti il primo produttore mondiale di petrolio. Finché godono di questo vantaggio cercano di sfruttarlo, con guerre preventive, guadagnando posizioni di forza militari – nelle rotte commerciali e nel controllo delle risorse – a danno dei concorrenti europei, del russo e, primo fra tutti, del cinese, che li incalza, in preparazione dello scontrarsi nella terza guerra mondiale.
Al di sopra della spartizione delle sfere di influenza – cioè dei profitti ottenuti dallo sfruttamento della classe operaia di tutti i paesi – le varie borghesie, alleate o nemiche, con la guerra macinano profitti. I giganti capitalisti russi dell’energia Gazprom Neft e Rosneft, così come le industrie cinesi d’armi Norinco e Avic e la petrolifera Petrochina hanno segnato vistosi rialzi delle loro quotazioni grazie alla nuova guerra. Più in generale gli stretti legami finanziari e commerciali della Cina con la Russia, l’Iran, e al tempo stesso con Israele e gli USA confermano che la guerra è un affare per tutte i capitalisti.
A pagare le contese fra le cosche di oligarchi capitalisti sono come sempre i civili inermi, primi fra tutti i proletari. Il vero contenuto politico della guerra imperialista è d’essere contro il proletariato di tutti i paesi e a beneficio della borghesia internazionale. Anche i lavoratori europei e americani che – per ora – non finiscono sotto le bombe, vedranno peggiorare le loro condizioni di vita col salire dei prezzi e delle spese militari.
La questione del nucleare iraniano o della sicurezza d’Israele sono solo un pretesto. Ciò che spinge gli Stati alla guerra e al riarmo è la crisi economica mondiale di sovrapproduzione: le merci non si vedono in patria e si esportano sempre più a fatica nei mercati saturi contesi dai concorrenti; la massa dei capitali finanziari fittizi si moltiplica fino alla esplosione prossima della ennesima bolla speculativa; la guerra commerciale si inasprisce coi dazi usati per rilanciare la languente produzione interna.
La corsa al riarmo è nel capitalismo inevitabile: solo l’economia di guerra, le devastanti distruzioni che ne seguiranno e la successiva ricostruzione potranno dare nuova giovinezza al capitalismo morente.
L’abbattimento del regime degli Ayatollah, che dura da 47 anni, in soccorso al popolo iraniano, è anch’esse un pretesto. La repressione brutale della rivolta con decine di migliaia di iraniani uccisi, torturati o arrestati si è consumata quasi due mesi fa. USA e Israele intervengono ora che il lavoro sporco è stato compiuto. I proclami di sostegno ai rivoltosi da parte degli USA e d’Israele durante le manifestazioni d’inizio gennaio erano utili solamente al regime iraniano, che poteva meglio additarli in intelligenza con forze straniere e massacrarli. I bombardamenti di oggi compattano le forze di opposizione attorno al nazionalismo e quindi al regime e isolano i lavoratori, che istintivamente sentono di non avere da difendere nessuna patria ma solo i propri interessi di classe e che, lottando per essi, mettono in pratica il disfattismo proletario anti-borghese, anti-nazionale, internazionalista, rivoluzionario.
Le borghesie che si proclamano inconciliabilmente nemiche sono unite dall’interesse che il proletariato d’Iran venga schiacciato, dissanguato e rimanga oppresso.
I lavoratori iraniani non si facciano ingannare dai cambi di veste del regime borghese, come accadde sciaguratamente nel 1979 con la caduta dello Scià e la salita al potere degli Ayatollah, principalmente per responsabilità dei falsi partiti operai, innanzitutto del Tudeh, il partito dell’opportunismo staliniano in Iran. Valga ciò che scrisse il sindacato di classe dei tranvieri di Teheran – il Sherkat-e Vahed – nel suo saluto al 53° congresso della CGT francese nel 2023: «Quando sono in gioco i profitti dei capitalisti (...) non c’è alcuna differenza sostanziale tra gli Stati capitalisti del mondo (…) Non ci aspettiamo nulla dagli Stati e dalle potenze capitaliste che perseguono solo i propri interessi. Contiamo solo sulla forza della classe operaia in Iran e sul sostegno dei movimenti operai nel mondo. Viva la solidarietà internazionale dei lavoratori!» (Teheran, 27 marzo 2023).
Teocrazia, democrazia, fascismo sono solo vesti con cui mascherare la dittatura del Capitale sulla classe salariata. Le condizioni dei lavoratori non possono migliorare in un capitalismo sempre più agonizzante e lanciato verso la guerra. Il combattivo e coraggioso proletariato iraniano dovrà affrontare la propria borghesia e i suoi rappresentanti politici, in giacca o vestaglia, estendendo e unificando gli scioperi in difesa del salario, bloccando la produzione, dando l’esempio ai lavoratori di tutta l’area mediorientale. Anche se lungo e difficile questo è il solo percorso che ha la classe lavoratrice per non scivolare nel baratro verso il quale la antistorica società del capitale sta per precipitare l’umanità intera.
Le prospettive “realistiche” e “concrete”, nazionaliste e riformiste, sono solo di ostacolo alla lotta di classe e conducono alla disillusione, alla sconfitta, a nuove repressioni. La propaganda nazionalista, di destra e di sinistra, emanande da questa o quella borghesia, occidentale o orientale, da oltre cento anni riportano allo stesso scenario di guerra e miseria, senza risolvere nessuna delle contese e contraddizioni imperialistiche, né in Medio Oriente né altrove.
L’umanità non deve essere liberata dai Mullah, da Putin, da Trump, dal “terrorismo”, ma dal Capitale!
L’unica forza che può affossare quella degli agonizzanti imperialismi è quella della classe operaia internazionale, organizzata in sindacati di classe e diretta dal suo partito comunista rivoluzionario.
Contro la guerra fra Stati per la guerra fra le classi!! - Il nemico dei proletari è il proprio regime borghese!
I lavoratori non hanno patria!
Trump l’ha descritto come “il consiglio di pace più prestigioso mai messo assieme”. Il Board of Peace è un’associazione internazionale, istituita il 22 gennaio a Davos durante il World Economic Forum. Obiettivi sono, citato: gestire la ricostruzione e la stabilità nella Striscia di Gaza – supervisionandone l’amministrazione provvisoria tramite una multinazionale forza armata di pace – e promuovere, secondo un analogo criterio aziendale, la pace in altre aree di conflitto.
The Donald, l’uomo di paglia promotore dell’iniziativa, ne detiene la presidenza e i pieni poteri: il diritto di veto, la scelta dei membri e del proprio successore. Lo statuto del Board è stato sottoscritto da 20 Stati (ai quali se ne sono aggiunti altri 8), tra i quali Argentina, Ungheria, Egitto, Qatar, Turchia, Israele, Arabia Saudita, EAU, Pakistan, Vietnam, e naturalmente gli USA.
Oltre al presidente e al Consiglio principale (Main Board), la struttura prevede:
- un “Consiglio esecutivo” (Executive Board), composto da “personalità” della finanza e della politica, come l’ex primo ministro britannico Tony Blair, il segretario di Stato USA Mark Rubbio, l’inviato speciale Usa per il Medio Oriente Steve Witkoff e il Presidente della Banca Mondiale Ajay Banga;
- il Consiglio Esecutivo per Gaza, col compito di dirigere il “Comitato Nazionale per l’amministrazione di Gaza” (NGAC), previsto nella seconda fase del “piano di pace”.
Per mantenere l’adesione oltre i tre anni ogni Stato partecipante deve versare un miliardo di dollari. Nella prima seduta a Washington del 19 febbraio gli Stati Uniti si sono impegnati a versare di 10 miliardi “per la ricostruzione di Gaza”, in aggiunta ai 7 da parte di altri membri.
Questa branco di squali sancisce di fatto un’ulteriore distacco degli Usa dall’ONU: sebbene nasca da una risoluzione delle Nazioni Unite (la n.2083 del novembre 2025), si è costituito come un’entità esterna, di fatto alternativa all’ONU. Le borghesie di Spagna, Francia, Germania e Regno Unito hanno per ora rifiutato l’adesione. Invece quella italiana e di altri 19 paesi, tra cui l’indiana, la finlandese, polacca e messicana (ma anche la stessa Germania con il ministro degli affari esteri Johan Wadephul) hanno partecipato alla prima riunione del 19 febbraio nel ruolo di “osservatori”, una posizione ambigua di chi non vuole essere escluso dalla spartizione del bottino. La UE, nonostante il rifiuto della Von der Layen, ha inviato, anch’essa nel ruolo di osservatore, la Commissaria per il Mediterraneo Dubravka Suica, causando le critiche di Spagna e Francia e una spaccatura all’interno della UE (cosa che non sorprende nessuno).
Alla riunione Trump ha dichiarato l’intenzione di coinvolgere in un prossimo futuro anche Cina e Russia. Che atteggiamento assumeranno entrambe queste grandi potenze lo decideranno i loro interessi imperiali. Intanto all’ONU i loro delegati si sono astenuti sulla menzionata risoluzione 2083: non ponendo il veto hanno di fatto approvato la nascita del Board.
Queste losche manovre fra razziatori sono la forma che sta assumendo la guerra fra i centri imperiali e borghesi, per spartirsi l’affare degli investimenti e della ricostruzione e mostrano senza ipocrisie la vera natura di tutti gli Stati, grandissimi e piccoli, in difesa dei profitti delle rispettive oligarchie e contro la classe lavoratrice.
La popolazione della Striscia di Gaza, che continua a subire gli attacchi dell’esercito israeliano e della sua aviazione, e a morire al freddo e alla fame, senza medicine per curarsi e scuole per i figli, costretta nelle tende fra le macerie e gli insepolti cadaveri, non è invitata al banchetto di chi intende trasformare quella devastazione in un resort di lusso.
Il proletariato di Palestina non sta con il venduto partito borghese mercenario di Hamas, al servizio degli Stati della regione, ai quali nulla interessano le condizioni dei palestinesi. Non sta con l’OLP, asservito anch’esso allo Stato d’Israele. Esso sarà costretto ad organizzarsi per difendere le sue condizioni di vita, ricercando la solidarietà di tutto il proletariato mediorientale, compreso quello di Israele, che non ha nulla da guadagnare dalla crudeltà delle propria borghesia, e i cui nefasti effetti sta già duramente soffrendo.
Trump e il suo Board così come l’ONU o i Brics agiscono secondo gli stessi fini, evidenziando, senza ipocrisie di facciata, la natura predatoria di tutti i capitalismi, disperse le fasulle ideologie di copertura, la difesa della democrazia, gli “ideali” di libertà ed uguaglianza, lo “sviluppo multipolare”. Un “covo di briganti”, come ebbe a dichiarare Lenin a proposito della vecchia Società delle Nazioni, di fatto la versione dell’epoca di queste attuali fratrie.
Alla declamatoria trumpiana dobbiamo riconoscere la virtù della sincerità, nessuna maschera ideologica nasconde ormai il dichiarato intento di prevalere sugli avversari con ogni mezzo, al solo scopo di accumulare profitti. Ma il Creso Trump non è che il prodotto delle condizioni materiali. E’ il capitalismo che, giunto in questa fase, riesce con sempre più fatica ad indossare le vesti democratiche o falsamente socialiste e rivela la sua realtà ed essenza sempre fascista e dittatoriale. Sotto qualsiasi regime costituzionale e legale i rapporti di produzione sono gli stessi, a prescindere dalle forme di governo. A guadagnare dalle guerre sono pochi gruppi finanziari e industriali che detengono in tutti i casi ben saldo il potere.
Sottomessi restano i proletari, ad Est e ad Ovest. Questi, dopo aver pagato il riarmo, poi versato il sangue nella guerra borghese, i sopravvissuti dovranno sostenere l’onere della ricostruzione, con maggiore sfruttamento e tagli allo stato sociale. Questa è la necessità della guerra imperialista, rimettere in moto i profitti di pochi a danno di tutto il proletariato!
Ed è solo quest’ultimo che ha la forza di cambiare il corso della storia. Contro il veloce precipitare degli eventi verso una terza guerra imperialista i lavoratori di tutti i paesi non si schiereranno con alcuno dei massimi briganti borghesi né con i loro piccoli o medi Stati satellite.
Hanno da difendere solo la loro classe, e non il fantasma di alcuna democrazia. Non sarà l’ipocrisia di un regime meno aspro a salvarli, ma solo la propria organizzazione autonoma di lotta, sindacati sempre più combattivi, estesi e uniti sotto la guida dell’autentico Partito Comunista.
llora ci libereremo di tutti i Board, congreghe di macellai di professione.
Un’operazione lampo: in 12 giorni le forze delle HTS al comando di Hayat Tahrir al-Sham, nuovo presidente della Siria, hanno costretto le Forze Democratiche Siriane (FDS) a guida YPG a rinunciare alla loro autonomia e ad accettare un accordo capestro. Queste, fondate nel 2011 – numericamente e politicamente dominate dalle YPG – erano la principale milizia curda e braccio armato dell’amministrazione autonoma della fertile regione del Rojava. Dopo combattimenti iniziati i primi di gennaio, il 18 si è giunti a un cessate il fuoco che ridefinisce in modo radicale gli equilibri nel Nord est della Siria.
Da parte dei curdi è piuttosto una resa che un compromesso, prevedendo lo scioglimento di fatto delle SDF, la loro integrazione come individui nell’esercito siriano e la restituzione allo Stato della maggior parte dei territori che controllavano dal 2011, occupati dall’esercito siriano: Aleppo, Raqqa e Deir Ezzor, al confine con la regione del Rojava.
La caduta del Rojava segna la fine dell’autonomia dei curdi, in una regione ricca di petrolio, sulla quale le diverse fazioni etniche cercano di imporre il proprio controllo. Come ogni contesa territoriale all’interno dell’antistorico regime del capitale, la guerra resta uno scontro tra fazioni per il controllo delle fonti energetiche e del loro smercio. Inoltre la regione, essendo la più fertile di tutta la Siria, è fondamentale per la produzione di cereali e cotone.
La sua economia – a differenza dalle credenze dei babbei sinistrorsi e dei fedeli alla religione resistenziale, che stravedono democrazie popolari e socialismi qua e là sparsi per il mondo – è caratterizzata da relazioni capitalistiche. Le industrie, gestite dallo Stato secondo criteri mercantili e salariali, si sono sviluppate soprattutto grazie alla rendita di petrolio e gas, che le stesse SDF commerciavano con il vecchio regime di Assad caduto solo un anno fa. Si stima trattarsi di diverse centinaia di milioni di dollari all’anno, affare che poi, nei primi mesi del 2025, i capitalisti curdi sono passati a intrattenere con il nuovo governo di Damasco.
Proprio una rivoluzione socialista quella del Rojava! Agli scimuniti nazional-comunisti occidentali basta vedere, all’interno del capitalismo, qualche industria statizzata, qualche cooperativa e subito vedono rosso!
Lo scontro per il dominio di queste terre non è per una “difesa del socialismo e della rivoluzione”, ma solo una contesa tra capitalisti per il dominio di mercati e risorse in una fase storica in cui le lotte di liberazione nazionali non hanno più ragion d’essere. Anche per i curdi, come dimostrato in precedenti articoli (vedi sul numero 434 “Auto liquidazione del PKK sanzione di antistoriche lotte di liberazione nazionale”), i conflitti per il riconoscimento o la difesa di autonomi Stati nazionali sono oltre tempo massimo, tanto che vengono risucchiati all’interno di contese più ampie tra i grandi imperialismi per la spartizione di interi continenti e il controllo dei mercati.
Non a caso le borghesie sia palestinese sia curda si sono sottomesse agli stessi capitalismi che le opprimono come nazionalità, tanto da assistere a diversi cortocircuiti: Qatar e Turchia, che a Gaza finanziano Hamas, sono alleate con gli Usa, che manovrano Israele. I curdi, storici nemici della Turchia, contavano sulla protezione dagli Usa invece che sulla mobilitazione delle proprie classi inferiori, oltre che di Israele.
Inoltre, gli stessi nazionalisti curdi hanno spesso espresso la loro intenzione e messo in atto il ruolo di oppressori: il capo del Partito di Unità Democratica (PYD) ha parlato apertamente di espellere gli arabi dalle regioni a maggioranza curda e il suo governo ha aperto il fuoco sui manifestanti nella città curda di Amuda e torturato i dissidenti. Armeni e assiri hanno apertamente denunciato l’indottrinamento al culto di Öcalan nel sistema educativo dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell’Est (AANES).
In questo groviglio di interessi e alleanze, in cui chi è amico per un verso è nemico per l’altro e chi è alleato oggi è sacrificabile domani, non c’è più alcuna prospettiva per i lavoratori delle diverse aeree se non il passaggio da un aguzzino all’altro. I proletari curdi e palestinesi devono ritrovare la propria autonomia di classe e organizzarsi per lottare indipendentemente dalla propria borghesia, non per una impossibile liberazione nazionale ma per la rivoluzione comunista.
Le liberazioni di nazioni con le loro affermazioni statali sono già avvenute. Il
capitalismo promette ormai solo guerre reazionarie. L’unica vera e autentica
lotta di liberazione dei lavoratori palestinesi, curdi, ebrei, arabi e di tutto
il mondo sta nell’abbattimento del capitalismo, che è la causa di tutti gli
sconvolgimenti odierni a cui assistiamo. Questo compito storico si potrà
ottenere solo se i lavoratori riusciranno ad unirsi e organizzarsi sotto la
guida di autentici sindacati di classe per scioperi economici sempre più estesi
in difesa delle proprie condizioni di vita e solo attraverso la guida del loro
autentico partito rivoluzionario, per la lenta, tortuosa ma indispensabile
costituzione del vero comunismo di domani.
Le lavoratrici nel mondo del capitale, ad Est e a Ovest, nel Nord e nel Sud del Mondo, continuano a sottostare all’oppressione dell’antico ordine patriarcale nella sua attuale forma capitalista. Lavorano per salari più bassi e in condizioni peggiori rispetto ai loro compagni di classe maschi, devono lavorare a casa oltre che in fabbrica o in ufficio, sono spesso soggette a violenze fisiche ed emotive, e persino uccise!
Il patriarcato è emerso con la prima società di classe e ha continuato ad esistere, sebbene cambiando ed evolvendosi, in tutti i successivi modi di produzione. Un capitalismo senza patriarcato non è mai esistito e mai esisterà.
Le donne saranno in prima linea nel movimento per il comunismo volto a spazzare via il retaggio del patriarcato. Le lavoratrici occuperanno lo spazio che spetta loro anche nel movimento sindacale. Senza la partecipazione delle donne la rivoluzione di redenzione dal capitalismo è inimmaginabile.
La vera liberazione per le donne avrà inizio nell’intensificarsi della lotta di classe e nella dittatura rivoluzionaria del proletariato. Solo nel comunismo la personalità delle donne si dispiegherà appieno, in una società in cui le differenze di genere non saranno più motivo di discriminazione e sfruttamento.
In questo 8 Marzo 2026 torniamo a ripetere ciò che è denunciato dal marxismo sin dalla sua nascita e in tutti i testi del partito comunista: le donne soffrono perché intrappolate nella morsa della famiglia borghese e della proprietà privata capitalista. Coerenti col pensiero dei comunisti di sempre indichiamo la via della liberazione: distruggere il presente ordine sociale!
Ma le donne non aspettano passive quel giorno, sono partecipi dell’unica vera lotta, al fianco e nelle organizzazioni della classe operaia, che porterà alla loro emancipazione, anticipando così le condizioni di una vita piena per sé stesse. Nel sindacato di classe si battono per le richieste delle salariate.
Lo stile di vita del capitalismo, anche il più moderno, le priva persino della possibilità di amare, le spinge verso la solitudine in relazioni basate sull’egoismo. I rapporti mercantili, oggi diffusi nei media, che influenzano la nostra mente e legano la nostra felicità al consumo, fanno mancare anche delle piccole reti di solidarietà del passato.
Il caso Epstein svela la cultura dello stupro propria di tutti gli ambienti borghesi, dalle aziende alle università, a tutti i livelli, le perversioni generate dal loro sentire e vivere. Per le donne delle classi inferiori l’ascesa sociale è spesso possibile solo sporcandosi quanto i borghesi, e solo per trovarsi in una prigione più grande.
Certo è stato un progresso l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro. Ma si ritrovano sovente manodopera a basso costo, sopportano le molestie e le violenze dei dirigenti e caricate di compiti gravosi e dequalificati. Durante le crisi le donne sono condannate alla disoccupazione in misura maggiore degli uomini.
Il capitalismo sta oggi attivamente innescando una grande guerra mondiale. Come in ogni guerra anche le donne saranno direttamente colpite: a lavorare nelle retrovie, a perdere i loro figli. Nelle grandi deportazioni di popolazioni, se riusciranno a sopravvivere lungo le pericolose rotte migratorie, dovranno cercare di vivere in terre sconosciute, esposte alla discriminazione e alla violenza.
È giunto il momento che la classe operaia si scrolli di dosso il peso del capitalismo che grava sulle sue spalle liberando del suo tanfo la storia!
C’è un solo modo per le donne di salvarsi dai bassi salari, invisibili con il loro lavoro domestico, di finire vittime di omicidi: distruggere il capitalismo. Le donne, da migliaia di anni depositarie invisibili della solidarietà di specie, saranno ispiratrici del movimento. Non c’è altra strada! Mentre il mondo intero cede le sue vene vitali nelle mani del mostro capitale, le donne, che creano e mantengono la vita, nonostante tutto, daranno il loro indispensabile contributo per sconfiggere coloro che producono distruzione e morte!
Abbattere il capitalismo
per seppellire il patriarcato
e dar vita al futuro
dell’umanità!
PAGINA 2
La rivolta in Iran è stata schiacciata nel sangue dal regime teocratico al quale da 47 anni la borghesia iraniana ha affidato la tutela dei suoi interessi contro la classe operaia.
Manifestazioni con decine di migliaia di giovani, donne, lavoratori, studenti, commercianti dei bazar inneggianti alla morte di Khamenei, in decine di città e nella gran parte delle province del paese – con scontri durissimi in cui le forze repressive sono state in alcuni casi sopraffatte e molti dei suoi sgherri uccisi – non sono bastate. Per quanto indebolito, il regime mantiene una base sociale sufficiente a reggere agli urti delle sempre più dure rivolte.
Questa base sociale ha per fondamenta la rete di interessi delle forze militari e paramilitari ingrassate con la rendita petrolifera e le altre attività capitalistiche, sostenute dagli imperialismi cinese e russo.
Un potere statale, militare, intrecciato con quello economico, sempre più centralizzato, caratteristica propria del capitalismo nella sua fase senile, putrescente, a cui corrisponde la vera natura dei regimi politici capitalistici, che è il fascismo, coperta dalle casacche ideologiche indossate a seconda delle opportunità: dalla vestaglia degli ayatollah, al falso socialismo bolivariano, alla democrazia, al falso socialismo cinese.
Anche in Iran, fino a che non sarà la classe operaia a mobilitarsi, organizzata in sindacati di classe, con un movimento di scioperi generalizzato che superi le divisioni fra aziende, categorie, località e che blocchi a oltranza l’economia capitalistica nazionale, le rivolte continueranno a infrangersi come onde contro la diga del regime, vanificando l’enorme sacrificio di vite di giovani, donne, proletari.
Le potenze imperialiste che sostengono il regime degli Ayatollah e quelle che mostrano di avversarlo sono accomunate dall’interesse a che la classe operaia iraniana resti oppressa e non prenda la testa del movimento di lotta.
Per questo USA e Israele sostengono l’opposizione monarchica e lanciano grandi proclami di sostegno ai rivoltosi: sanno che in questo modo indeboliscono la rivolta, perché puntellano la narrazione del regime secondo cui essa sarebbe frutto di una cospirazione straniera, non delle condizioni di vita sempre peggiori e della negazione di ogni libertà civile, sindacale, politica! Più Trump fa proclami a sostegno dei rivoltosi e minaccia il regime, meglio il boia può impiccare e la sbirraglia fucilare per le strade.
L’imperialismo USA non desidera certo che sia la classe operaia ad abbattere il regime, la lotta di classe rischierebbe di estendersi a tutta l’area mediorientale. Infatti nessun regime dell’area ha espresso la benché minima solidarietà ai rivoltosi: tremano dal terrore che scoppi la rivolta sociale contro di essi!
Gli Stati Uniti cercheranno di ottenere un “cambiamento” che preservi l’apparato repressivo – di cui il clero sciita è una parte essenziale – incaricato di mantenere il proletariato iraniano terrorizzato e oppresso, con un movimento di rivolta esaurito e dominato dai partiti più reazionari, che non faccia altro che interrompere gli stretti legami economici con la Cina.
Un disegno analogo a quanto compiuto in Venezuela, col regime del falso socialismo bolivariano che senza opporre resistenza ha consegnato il suo Capo e preso nuovi accordi sul petrolio, nel mentre polizia e bande armate para-militari continuano a presidiare le strade di Caracas.
La classe operaia, in Iran come in tutto il mondo, non ha alleati in nessun regime, sia esso democratico o autoritario, perché, al di sopra di queste maschere, tutti sono regimi capitalisti. Il suo solo alleato è nei lavoratori di tutti i paesi, nell’unità internazionale della classe lavoratrice. Il solo sbocco politico non è la democrazia che – come dimostra la politica di tutti gli Stati capitalisti europei e degli USA – è solo una perfida mistificazione della loro natura, ma nel socialismo, nel programma comunista di superamento del capitalismo.
Come in tutto il mondo, la classe operaia iraniana ha bisogno di ricollegarsi al partito della rivoluzione internazionale comunista, spazzando via la confusione ideologica di un secolo di controrivoluzione, con le sue falsificazioni del comunismo, a cominciare da quella staliniana, che in Iran, in nome di un falso anti-imperialismo, portò nel 1979 il Partito Comunista Iraniano, il Tudeh, alla suicida tattica di fronte unico con Khomeini!
Oggi, gli epigoni di quella politica, sono gli stessi che – anche in Italia – gettano il fango sulla rivolta iraniana e assolvono il boia! L’anti-imperialismo senza anticapitalismo – che indica come imperialista solo lo schieramento di Stati alleati agli USA e non quello delle potenze capitalistiche, mondiali e regionali, avversarie, con a capo la Cina – è solo mistificatoria propaganda per spingere i lavoratori verso la terza guerra mondiale.
La lotta della classe lavoratrice in Iran è di importanza cruciale per i lavoratori di tutto il mondo perché la sua vittoria arrecherebbe un duro colpo alla macchina della guerra imperialista che nel Medio Oriente si alimenta della contrapposizione fra Israele e Iran, col regime israeliano che reprime l’opposizione interna con lo spauracchio del nemico esterno e col regime degli Ayatollah che, mentre schiaccia le minoranze etniche al suo interno, sfrutta l’oppressione dei palestinesi solo per estendere gli artigli della sua politica imperialista fino al Mediterraneo.
Per la lotta della classe operaia in Iran e la sua estensione a tutto il Medioriente!
Per l’unità internazionale dei lavoratori di tutti i paesi, anche iraniani, israeliani e palestinesi!
Contro tutti i nazionalismi, contro la guerra imperialista: il primo nemico dei
lavoratori è il proprio regime borghese!
Tra gli scenari che avevamo ipotizzato sull’evoluzione delle tensioni tra Stati Uniti e Venezuela, sembra che con l’incursione militare e il sequestro del presidente Maduro, il 3 gennaio, si sia concretizzato lo scenario intermedio, attacchi contro singoli obiettivi come il traffico di droga ma senza arrivare a un intervento militare aperto, schierando truppe sul territorio, come fu fatto in Iraq. L’imperialismo statunitense ha bisogno di avanzare rapidamente nella delimitazione della sua zona geografica di influenza, contro gli altri imperialismi, tra cui spicca quello cinese, e di arraffare le ricche riserve minerarie del Venezuela.
La piena importanza del petrolio venezuelano per gli Stati Uniti sarà a medio e lungo termine piuttosto che a breve, poiché sono necessari ingenti investimenti per rimettere in funzione le infrastrutture. Nell’immediato gli Stati Uniti si approprieranno di una quota maggiore della produzione venezuelana. Alla fine del 2025 il 27% del petrolio venezuelano era venduto agli Stati Uniti, il resto alla Cina e ad altri. Le grandi compagnie petrolifere convocate da Trump perché investano in Venezuela sanno che per il resto di questo decennio dedicherebbero risorse al recupero delle infrastrutture produttive senza riceverne profitti. Secondo i nuovi “accordi” commerciali tra Stati Uniti e Venezuela, la produzione petrolifera potrebbe arrivare a 1.200.000 barili nel 2026 e continuare ad aumentare tra il 2027 e il 2028.
Ma, per quanto affamati possano essere gli squali del petrolio mondiale, hanno bisogno di sicurezza, garanzie e certezza giuridica che non perderanno i loro investimenti. In realtà la tranquillità di cui hanno bisogno è di natura politica e militare. Trump lo sa, tanto da mantenere lo schieramento militare nei Caraibi. Ma non mancheranno quelli che aspetteranno di vedere l’evoluzione dello scontro con la Cina e come potrà influenzare gli investimenti in Venezuela.
Va notato che in materia petrolifera da decenni si è sviluppata una simbiosi tra gli Stati Uniti e il Venezuela; le raffinerie del sud degli Stati Uniti (principalmente in Texas) sono state progettate per la lavorazione del petrolio pesante e solforoso del Venezuela e del Messico. Essendo il petrolio di scisto attualmente prodotto dagli Stati Uniti molto leggero, gli impianti del Golfo devono miscelarlo con il greggio pesante.
Nella nuova situazione gli Stati Uniti intendono passare da un controllo sul petrolio venezuelano tramite le sanzioni a un “dominio operativo e finanziario” sul petrolio venezuelano con il sostegno del chavismo al potere, ponendo il Venezuela in uno status equivalente a un protettorato. E anche se il chavismo potrebbe essere sostituito da un nuovo attore politico, esso ha sviluppato forti legami con la borghesia venezuelana e controlla tutte le istituzioni: la “transizione” potrebbe richiedere anni. E il governo statunitense sa che al momento non esiste un partito in grado di sostituire il chavismo senza l’appoggio di truppe sul terreno, come volle fare in Iraq.
Nel giro di pochi giorni, se non ore, sia il governo degli Stati Uniti sia quello del Venezuela hanno compiuto rapidi progressi in una serie di misure volte a favorire la penetrazione delle compagnie petrolifere occidentali nell’ambito di un piano di investimenti proposto da Washington. Tale piano prevede garanzie di sicurezza (il governo degli Stati Uniti sosterrà e proteggerà i beni delle società), il controllo dei proventi della vendita del petrolio, che saranno depositati in conti controllati dal Tesoro degli Stati Uniti presso banche internazionali, e l’uso obbligatorio di tecnologia statunitense (spese in conto capitale future destinate all’acquisto di piattaforme, tubazioni e attrezzature fabbricate esclusivamente negli Stati Uniti). Il primo introito derivante dalle vendite è già stato depositato in Qatar (circa 300 milioni di dollari) e da lì sarà trasferito alla Banca Centrale del Venezuela, che a sua volta lo distribuirà tra cinque banche private che renderanno accessibile il denaro alle imprese in settori di attività economica prioritari.
Si stima che nel 2026 il Venezuela potrebbe ricevere circa 12 miliardi di dollari tra entrate derivanti dalle vendite (che aumenterebbero non tanto per l’aumento della produzione, quanto per l’applicazione dei prezzi di mercato e non del mercato nero, ridotti a causa delle sanzioni statunitensi), per lo sblocco dei fondi trattenuti dal FMI e altri crediti. In questo modo si stima una crescita significativa dell’economia venezuelana nel 2026.
Queste concessioni di Washington e di Caracas sono state così intonate e rapide che è evidente che il piano era stato progettato a lungo da entrambe le parti e concordato molti mesi prima dell’azione militare del 3 gennaio. Le sanzioni erano di ostacolo non solo al governo venezuelano, alla Banca Centrale e ad aziende come PDVSA e altre, ma anche alle stesse multinazionali: la Chevron alla fine del 2026 potrebbe superare i 200.000 barili al giorno.
Il governo degli Stati Uniti è tornato a concedere ai venezuelani il visto d’ingresso e sta coordinando la riapertura dell’ambasciata a Caracas. Ha anche sbloccato i fondi del Venezuela trattenuti dal FMI e l’ha reintegrato nel sistema SWIFT, dal quale era stato escluso a causa delle sanzioni. Il fondo fiduciario presto creato dagli Stati Uniti è stato denominato “Trattato di custodia tripartito”, in accordo tra i governi di Stati Uniti, Venezuela e Qatar; il suo Comitato di gestione è composto da un delegato del Tesoro degli Stati Uniti, dai rappresentanti di 14 compagnie petrolifere e del governo del Venezuela, che quindi non può disporre dei suoi attivi. Tramite questo fondo fiduciario gli Stati Uniti metteranno in circolazione una criptovaluta, che dovrebbe mantenere la parità costante 1:1 con il dollaro, garantita dalla Federal Reserve: la chiamano “dollaro digitale”, ma anche “bolívar digitale”.
Nel frattempo il governo borghese del Venezuela, che si dichiara ancora chavista, in perfetta sincronia con gli Stati Uniti ha presentato all’Assemblea Nazionale la riforma della Legge sugli Idrocarburi per allentare il controllo dello Stato e attrarre investimenti stranieri. Sarà legalmente ammesso il cosiddetto “modello Chevron”, che consentirà alle imprese straniere un controllo operativo molto più ampio, maggiore autonomia nella gestione dei giacimenti e nella commercializzazione del greggio, superando le clausole attuali delle imprese miste controllate dalla PDVSA, assicurando alle imprese certezza giuridica.
Parte dei proventi del petrolio sarebbero destinati alla protezione sociale, alla sanità, ai servizi pubblici e alla ricostruzione delle infrastrutture, della rete elettrica e del tessuto industriale. Sarà rivista anche la legge sui prezzi, previo accordo con le imprese (come già avveniva nella pratica), principalmente sui beni e servizi di consumo popolare.
È prevista la riduzione del carico fiscale e delle royalties dall’attuale 30% e la partecipazione dello Stato dal 51% della composizione azionaria nelle imprese miste. Sono state inoltre semplificate le procedure amministrative ed è in corso una revisione dei codici civile, commerciale e penale. È in corso la riforma della legge sulle miniere “per attrarre importanti investimenti internazionali” nella estrazione dell’oro, del carbone, del ferro e della bauxite.
Ma, anche se meno se ne parla, è nell’aria la riforma della legge sul lavoro, per eliminare la retroattività delle prestazioni sociali, rimuovere gli ostacoli all’esternalizzazione e alla precarietà e quanto è da tempo richiesto dagli imprenditori. Sul tema salari e pensioni nell’immediato, mentre si ripensa al quadro giuridico, il governo annuncia dei bonus speciali.
L’intenzione del governo statunitense è recuperare i livelli storici di produzione (tra 3 e 3,5 milioni di barili al giorno) per ridurre il prezzo del petrolio vicino ai 50 dollari. Tuttavia, aziende come Wood Mackenzie e l’Università di Columbia avvisano che solo nel 2030 si potranno raggiungere 2 milioni di barili al giorno, e occorrerà tutto un decennio per 3,5. Trump ha affermato che le “Big Oil”, le grandi compagnie petrolifere, dovrebbero investire almeno 100 miliardi di dollari. Gli esperti concordano; saranno necessari 10 miliardi all’anno nei prossimi 10 anni.
Mentre l’imperialismo statunitense porta avanti questa aggressiva operazione,
non abbiamo osservato reazioni decise da parte dell’imperialismo cinese o russo.
La Russia ha dichiarato che le sue aziende continueranno a operare normalmente
in Venezuela. Il governo ha dichiarato che manterrà le relazioni diplomatiche e
commerciali con la Cina e con gli altri paesi.
Metamorfosi della
democrazia borghese
Intanto il governo “chavista” ha garantito il funzionamento delle istituzioni e la pace sul lavoro. Le manifestazioni di protesta per il sequestro di Maduro e di sua moglie sono promosse dal governo. È iniziata a rilento la liberazione di circa 200 prigionieri degli oltre 800 detenuti dal periodo post-elettorale del 2024; i dirigenti sindacali restano in carcere. È importante per gli Stati Uniti che il Venezuela mantenga la pace sociale, che niente disturbi l’operatività delle compagnie petrolifere.
In forza dello stato di emergenza nazionale dichiarato dal governo si sono avuti alcuni arresti, in fatti isolati e poco chiari, con l’accusa di “incitamento all’odio e tradimento della patria” e per “aver sostenuto l’attacco degli Stati Uniti contro il Venezuela”. Tuttavia, il governo ha dosato la repressione, ma senza ridurre il dispiegamento di forze di polizia nelle strade.
Vari sono gli scenari ipotizzati dalla borghesia e dai partiti che fanno parte dello spettro democratico borghese, compresi fra il mantenimento del chavismo “socialismo del 21° secolo”, sostituite alcune figure, o una “transizione democratica” tramite un governo di emergenza nazionale guidato dai politici dell’opposizione.
L’imperialismo statunitense imporrà quella soluzione che gli consenta di raggiungere i suoi obiettivi con la minore spesa possibile e, soprattutto, senza dover schierare truppe sul terreno. Nel contesto dello scontro interimperialistico globale il Venezuela è solo una pedina, il teatro di operazioni più vaste.
Ovviamente stiamo parlando di linee di evoluzione della situazione nel quadro della democrazia borghese e del capitalismo, nelle possibili sfaccettature fascista o formalmente elettorale, che non hanno nulla a che vedere con scenari rivoluzionari. E nemmeno progressivi o retrogradi riguardo alla sistemazione borghese delle nazioni e degli Stati.
Per il movimento operaio qualsiasi corso prenda la transizione politica in
Venezuela si tratterà di un ricambio fra gli amministratori degli interessi
della borghesia e dell’imperialismo, nuovi volti di nemici di classe del
proletariato. Nel capitalismo qualsiasi tipo di governo è il comitato di
gestione della classe borghese, con la funzione di difendere gli interessi più
generali del capitale nazionale. Anche quando qualche governante si crede il
Generale in realtà non è altro che un sergente. Mentre la destra e la sinistra
riformista sognano una “transizione democratica”, il movimento dei lavoratori
deve rompere con questo groviglio di confusione e riprendere la strada da cui si
è allontanato da un secolo: il programma della rivoluzione.
Smarrito patriottismo
Anche in Venezuela la menzogna della difesa della nazione, della patria e della sovranità si è clamorosamente sbugiardata. Era comunque un mito borghese, mostruosamente abbracciato dai sindacati e dai partiti falsamente di sinistra. Il chavismo, già paladino sfegatato dell’ideologia bolivariana e del patriottismo, nonostante l’oltraggio del sequestro di Maduro e consorte il 3 gennaio, si è subito prostrato davanti alle sguaiate pretese quotidiane di Trump. Eppure tutti i capi del chavismo avevano giurato, prima dell’attacco statunitense, «di fronte a qualsiasi aggressione imperialista, il governo venezuelano non consegnerà nemmeno un barile di petrolio agli Stati Uniti», che era già una falsità non avendo mai agito contro la Chevron, le sanzioni e il blocco economico.
Ora affermano cinicamente che non c’è alcun problema ad estendere gli affari petroliferi con gli Stati Uniti, normali nelle relazioni tra due paesi, come se il legittimo Presidente in carica non fosse in prigione a New York e se i morti a Fuerte Tiuna non lo fossero stati sotto le raffiche dei marines.
Il popolo venezuelano, educato alla ideologia della difesa della patria fin dalla scuola elementare e del chavismo baluardo bolivarista, si sarebbe atteso un opposto atteggiamento rispetto all’attuale sua compiacenza diplomatica nei confronti degli Stati Uniti. Ma l’attuale governo, tutt’ora chavista, ha affermato che mantiene le relazioni commerciali e consegna il petrolio agli Stati Uniti perché “pratica la diplomazia bolivariana della pace”. Per contro è prevista la riapertura dell’ambasciata statunitense a Caracas.
Crolla la narrativa patriottica non solo del chavismo, ma anche dell’opposizione, anch’essa patriottica e prona agli interessi della borghesia nazionale. L’opposizione sviluppa il suo argomentare su due fronti; dell’unità con il chavismo, "perché al di sopra dei partiti siamo tutti venezuelani", e non pone obiezioni alle concessioni agli Stati Uniti in materia petrolifera; dall’altro lato approva l’invasione statunitense per la “lotta al narcotraffico”. Quindi anche la cosiddetta “opposizione democratica” ha abbassato le bandiere della difesa della patria, sia quella che si mantiene all’ombra del chavismo, sia quella che impudente lecca i piedi a Trump. I chavisti deridono l’opposizione perché Trump ha disprezzato la leader dell’opposizione María Corina Machado, l’opposizione democratica deride i chavisti perché proni agli ordini di Trump. Questo intanto incontra e impartisce lezioni sia a Delsy Rodriguez sia a María Corina Machado. Entrambe le consorterie di politicanti borghesi si affannano per dimostrare all’imperialismo statunitense che sono l’opzione più affidabile per difenderne gli interessi in Venezuela. Questa è la caricaturale realtà del patriottismo venezuelano.
I lavoratori, da decenni frastornati dalla propaganda di entrambi i fronti borghesi, si trovano improvvisamente di fronte a un teatro dell’assurdo, uno scenario che smentisce tutte le motivazioni con le quali si pretendeva allontanarli dalla lotta per i loro veri interessi di classe.
Ma la propaganda patriottica già risuona a sud del Rio Grande. Le borghesie nazionali sono minacciate dall’imperialismo statunitense, e per la difesa dei loro affari, che crescono solo con lo sfruttamento bestiale dei salariati, li chiamano a sacrificarsi. I governi dell’America Latina sono sì in allerta, ma disposti a contrattare con l’imperialismo la loro fetta di torta, all’interno di quello spazio economico che chiamano patria.
Comunque vada in questa spartizione imperialista per la classe operaia non si
prepara che sfruttamento, mentre le ricchezze naturali dei diversi paesi
andranno a ingrossare i conti bancari dei capitalisti nazionali e stranieri. Con
una maggiore o minore penetrazione del capitale privato e straniero nei diversi
settori dell’economia, la classe operaia deve individuare chiaramente il proprio
nemico di classe. Non gli interessa se la composizione azionaria delle imprese è
prevalentemente statale o privata, è una illusione che la sua situazione
migliorerà con l’arrivo delle multinazionali e dei capitali occidentali: questi
avvoltoi competono tra loro basandosi esclusivamente sulla miseria dei
lavoratori salariati. Nessuna conquista, nessuna rivendicazione sarà concessa
senza una lotta determinata.
La classe dei senza patria
La classe operaia e tutti gli strati oppressi dal capitale sono la “carne da cannone” che sarà mandata al fronte sotto le bandiere nazionali. L’atteggiamento dei comunisti è contro la guerra imperialista: la classe operaia non ha una patria da difendere. Al contrario si darà al disfattismo rivoluzionario; i soldati proletari, diretti dal loro partito comunista, in ogni paese rivolgeranno le armi contro la borghesia e i suoi governi.
Insieme ai politici borghesi e alla falsa sinistra, le centrali e le federazioni sindacali hanno assunto un silenzio complice e non hanno promosso alcuna mobilitazione operaia, il che le pone dalla parte dei nemici della classe operaia. Solo alcune eccezioni hanno proposto la lotta, anche se con finalità nazionaliste, legalitarie, democratiche, borghesi.
Per altro in Venezuela nessuna delle potenze imperialiste (Stati Uniti, Cina, Russia, Iran, ecc.) è in realtà interessata ad impedire il traffico di droga, al diritto internazionale, al rispetto della democrazia o ai diritti umani. Tutte sono mosse da interessi economici, dal controllo della produzione e della commercializzazione di petrolio, gas, oro, ecc., cercando ciascuna di ottenere la fetta più grande della torta. E questa contesa include la borghesia venezuelana, sia si faccia rappresentare dal chavismo, dalla “opposizione democratica” o dalla tristemente famosa “sinistra” che parla di “socialismo democratico”, di “piano operaio e popolare” e persino di “difesa della costituzione”.
È un’illusione pensare che gli imperialismi si siederanno a un tavolo per concordare come spartirsi il mondo. La terza guerra mondiale è inevitabile. L’attacco degli Stati Uniti al Venezuela il 3 gennaio e le minacce al Messico, alla Colombia, a Cuba e Groenlandia sono le prime mosse di uno degli imperialismi per sottrarre l’iniziativa ai rivali cinese, russo, ecc., tracciando le linee di demarcazione su quelli che considera i propri domini. La spartizione del mondo, dei mercati, delle materie prime, delle zone di valore strategico, delle monete, dei capitali, avverrà solo come risultato dello scontro e della misurazione delle forze, con tutta la distruzione e la morte che ciò comporta.
Anche in Venezuela, qualsiasi situazione si presenti, la classe operaia deve intraprendere la via autonoma della sua organizzazione e lotta per le proprie rivendicazioni, a cominciare dall’aumento significativo dei salari e delle pensioni. La confluenza del movimento operaio in uno sciopero generale, a tempo indeterminato e senza servizi minimi, diventerà la migliore espressione dell’unità d’azione dei lavoratori salariati. Questa ripresa della lotta di classe si scontrerà con tutta la gamma dei partiti borghesi e con i dirigenti del traditore sindacalismo del regime.
La trasformazione della lotta economica in lotta politica, in lotta del
proletariato per la presa del potere, dipenderà dal grado di influenza che
riuscirà a raggiungere il partito rivoluzionario.
PAGINA 3
![]() |
Pagina di impostazione programmatica e di battaglia del Partito Comunista Internazionale |
Venerdì 6 febbraio si è svolto uno sciopero internazionale dei portuali di 5 paesi – Italia, Spagna, Marocco, Grecia, Turchia – contro la guerra, il traffico di armi e il riarmo – coinvolgente una ventina di porti. Questo, almeno, nelle dichiarazioni ufficiali e nelle intenzioni.
L’iniziativa è stata promossa dall’Unione Sindacale di Base e ha preso le mosse da un incontro internazionale tenutosi a Genova il 26-27 settembre, preceduto a sua volta da un incontro ad Atene nel febbraio 2025.
Fra le forze sindacali principali promotrici della iniziativa – oltre e più dell’USB – il sindacato ENEDEP, che organizza i portuali nei terminal gestiti dalla cinese COSCO nel porto del Pireo, ad Atene, che è stato in grado di condurre duri scioperi – di cui abbiamo riferito anche sulla nostra stampa – con una partecipazione e una forza fra i portuali ancora non alla portata dell’USB. Sono stati scioperi contro lo sfruttamento imposto dalla COSCO, che è compagnia di proprietà dello Stato cinese, il che ha rilevanza nel quadro del tema di questa breve nota.
L’incontro a Genova a fine settembre era avvenuto nel pieno delle mobilitazioni contro la guerra e il genocidio a Gaza, che sono culminati negli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre. Erano stati presenti – fra altri – rappresentanti del ENEDEP, del sindacato basco LAB e della Federazione dei Portuali della francese CGT. Questa era rappresentata da un capo dei portuali di Marsiglia, aderente alla minoranza conflittuale interna alla CGT, denominata Unité CGT, il cui dirigente, Olivier Mateu, è stato segretario della struttura territoriale della CGT del dipartimento di Bouches du Rhône, che ha per capoluogo Marsiglia, la UD CGT 13, fino al congresso a ottobre scorso.
Anche in questo caso, i rapporti fra l’USB e rappresentanti di Unité CGT hanno radici quanto meno risalenti agli scioperi in Francia contro la riforma delle pensioni, nei primi 4 mesi del 2023, quando alcuni portuali genovesi dell’USB parteciparono a una delle manifestazioni a Marsiglia.
Durante quel forte movimento di lotta dei lavoratori, a fine marzo si svolse il 53° congresso della CGT, i cui esiti in alcuni casi sono stati anch’essi rilevanti rispetto a quanto qui scriviamo.
La CGT però non ha partecipato allo sciopero del 6 febbraio, né a Marsiglia né in altri porti, nonostante Unitè CGT abbia propagandato l’azione: il numero di febbraio di “Unité” – il giornalino della corrente – riporta un articolo sullo sciopero e ha in prima pagina la foto di uno dei portuali genovesi dell’Usb, a conferma dei rapporti fra il sindacato di base italiano e questa corrente di opposizione interna al sindacato di regime CGT.
L’appello pubblicato il 23 dicembre – “I lavoratori portuali non lavorano per la guerra” – in preparazione dello sciopero contiene alcune affermazioni condivisibili, come, fra gli obiettivi, “opporsi al piano di riarmo dell’UE” e “bloccare tutte le spedizioni di armi dai nostri porti verso il genocidio in Palestina e verso qualsiasi altra zona di guerra”, e l’azione in sé, uno sciopero internazionale, che unisce i lavoratori al di sopra delle artificiose divisioni nazionali, è un fatto importante.
Tuttavia, l’impostazione conferita alla questione palestinese – ritenuta di centralità quasi esclusiva – pregiudica il proclamato internazionalismo proletario di questa azione sindacale. Non perché non sia giusto e necessario opporsi alla guerra scatenata su Gaza e che ancora si trascina, ma perché, si ravvisa in essa un conflitto esclusivamente locale e nazionale, invece che fra due fronti di Stati imperialisti, fra i quali i palestinesi sono stritolati. Così, fatalmente, non si imbocca la strada “contro la guerra in Palestina”, ma quella che conduce a “sì alla guerra imperialista”, per “liberare la Palestina”.
Il conflitto a Gaza è parte del generale scontro inter-imperialista, non un caso a sé bensì un anello della catena di conflitti che conduce verso la terza guerra imperialista mondiale.
La asimmetria di forze non deve ingannare. Hamas, e le altre milizie a essa alleate che governavano Gaza e in parte ancora la controllano, sono burattini delle potenze imperialiste regionali – Iran, Turchia, Qatar – che sfruttano il sangue dei proletari palestinesi per i loro interessi capitalistici. L’accordo di tregua fra Qatar, Turchia, Stati Uniti e altri paesi arabi ne è stata la più clamorosa conferma.
La dirigenza dell’Usb invece si è sempre guardata dal denunciare come azioni belliche dell’imperialismo iraniano quelle delle milizie a esso affiliate operanti a Gaza (Hamas e Jhiad Islamica Palestinese), in Libano (Hezbollah), nello Yemen (Houthi), in Siria, in Iraq. Queste bande mercenarie, alcune delle quali molto ben equipaggiate e strutturate, avevano e hanno l’obiettivo di difendere gli interessi capitalistici del regime borghese iraniano, venendo a scontrarsi o accordarsi con gli altri imperialismi regionali, fra cui naturalmente quello israeliano, e con alle spalle quello statunitense.
Per il fatto che nello scontro inter-imperialistico, l’Iran e i suoi cosiddetti proxy, con alle spalle il gigante imperiale cinese, rappresentano, per ora, la parte più debole, e anche in quanto la Cina seguita a usurpare il nome del comunismo, la dirigenza dell’Usb sostituisce la lotta di classe con la geopolitica, l’anticapitalismo con l’anti-americanismo.
A dicembre scorso la dirigente di USB responsabile delle relazioni internazionali del sindacato si è recata in Cina ospite a un convegno organizzato dall’Accademia marxista di scienze sociali cinese.
Per altro, il sostegno dato alla “via cinese alla falsificazione del socialismo” da parte dei dirigenti Usb, fa a pugni proprio con la lotta dei portuali del Pireo contro il bieco sfruttamento di un’azienda di quello Stato. E anche col fatto che la Cina è il secondo partner commerciale d’Israele, in cui ha compiuto enormi investimenti infrastrutturali, come nel porto di Haifa, nonché vende sistemi di controllo con cui sono spiati e colpiti i palestinesi. Gli stessi sistemi, secondo “Le Monde” del 2 marzo, venduti al regime iraniano per controllare e reprime le rivolte in quel paese.
Non è un caso che uno dei massimi dirigenti del sindacato greco PAME – di cui fa parte il sindacato dei portuali del Pireo ENEDEP – in un articolo pubblicato su “Unité” del febbraio scorso in qualità di segretario aggiunto della Federazione Sindacale Mondiale (FSM) definisce anche la Cina, oltre che la Russia, un “centro imperialista”: «La classe operaia non ha alcun motivo di allinearsi agli interessi di un centro imperialista, sia esso rappresentato dagli Stati Uniti e dall’UE o dalla Cina e dalla Russia» (“Il sindacalismo al bivio: lotta di classe o integrazione imperialista? Il ruolo della CSI” - George Perros, “Unité” n.7, febbraio 2026).
Tuttavia è proprio all’interno della FSM che meglio si evidenzia l’opportunismo che si maschera dietro a un falso internazionalismo proletario, piegandolo agli interessi di una parte dei paesi imperialisti.
Nel sopracitato 53° congresso della CGT, svoltosi dal 27 al 31 marzo 2023, le correnti più conflittuali, principalmente organizzate nell’area Unité CGT, avevano ottenuto sorprendenti risultati. Il documento di bilancio dell’attività svolta dalla CGT presentato dalla maggioranza uscente era stato bocciato col 50,32% dei voti. Ma un emendamento presentato da Unité CGT, affinché il sindacato abbandonasse la confederazione sindacale internazionale apertamente collaborazionista – la CSI – e aderisse alla Federazione Sindacale Mondiale, ricevette un numero di voti assai inferiore. Ciò in ragione anche dell’intervento di Sarah Selami, militante sindacale iraniana esule in Francia, che nel suo intervento lesse il messaggio del sindacato dei tranvieri di Teheran (Sherkat-e Vahed, Sandikaye kargarane sherkate vahed - Sindacato dei Lavoratori della Compagnia di Autobus di Teheran e Sobborghi) nel quale, fra altre cose, affermava:
«I nostri calorosi saluti a tutte le lavoratrici e i lavoratori francesi che sono da sempre tra i pionieri della lotta contro l’ordine capitalista mondiale (…) La brutalità della polizia [francese; ndr] nei confronti dei lavoratori che protestano dimostra che, quando sono in gioco i profitti dei capitalisti e le leggi anti-lavoratori, non c’è alcuna differenza sostanziale tra gli Stati capitalisti del mondo (…) Tre dei nostri noti militanti – Reza ShahabI, Davood Razavi e Hassan Saeedi – si erano già recati in Francia su invito dei sindacati francesi (…) Tutti e tre sono nuovamente incarcerati da diversi mesi (…) Non ci aspettiamo nulla dagli Stati e dalle potenze capitaliste che perseguono solo i propri interessi. Contiamo solo sulla forza della classe operaia in Iran e sul sostegno dei movimenti operai nel mondo, come il vostro, cari compagni in Francia. Vittoria alla classe operaia in Francia, in Iran e nel mondo. Viva la solidarietà internazionale dei lavoratori. Teheran, 27 marzo 2023». Quanto mai attuale!
Sarah Salemi poi proseguiva riferendo della lotta del movimento “Donna vita libertà”, della sua spietata repressione:
«Questa rivolta è la continuazione e il culmine di lotte intraprese da tempo. Cito le più importanti e recenti: il movimento di massa dell’inverno 2017-18 e poi quello dell’autunno 2019, il cui slogan era pane, lavoro, libertà, riflettevano la rabbia di un gran numero di lavoratori sfruttati e disoccupati trascurati sotto un ordine ultraliberista sfrenato (...)
«Diverse organizzazioni sindacali, mondiali e nazionali, hanno dato il loro sostegno (…) Quasi tutte, tranne la Federazione Sindacale Mondiale (…) il suo silenzio sugli eventi che hanno sconvolto l’Iran per più di sei mesi è assordante. È lo stesso silenzio che ha osservato riguardo al movimento dell’autunno 2019 e alla sanguinosa repressione che ne è seguita. Ma quando si conoscono gli stretti legami che questa organizzazione intrattiene già da diversi anni con i rappresentanti del regime islamico iraniano, si capiscono le ragioni di questo silenzio complice. Infatti, nel Consiglio presidenziale della FSM dal maggio 2022 siede uno dei capi [Ali Reza Mahjoub, ndr] delle Case dei lavoratori (Khane-ye Kargar) (…) L’attività principale della Casa dei lavoratori, insieme ai consigli islamici nelle imprese (Shora-ye Eslami), consiste nel controllare e reprimere il movimento operaio, impedire la costituzione di sindacati indipendenti e firmare l’accordo sul salario minimo di miseria ogni anno durante le trattative tripartite. Un gruppo che non è un sindacato ma un partito ideologico-politico, legato al regime islamico, siede come rappresentante dei lavoratori iraniani all’interno della FSM».
La Federazione Sindacale Mondiale quindi non raccoglie solo sindacati di classe, cioè conflittuali, nel mondo. Il criterio è ben altro: raccoglie i sindacati diretti da gruppi politici che si oppongono solo all’imperialismo USA e dei loro alleati. Nei paesi ove i regimi borghesi sono avversari dell’imperialismo USA non accoglie i sindacati conflittuali ma i collaborazionisti, di regime, persino di Stato, come quelli iraniani, ed esclude i sindacati combattivi perseguitati da quei regimi!
Ciò accade perché questi dirigenti sindacali opportunisti subordinano la lotta di classe alla cosiddetta geopolitica.
E questo spiega anche come mai, nello sciopero internazionale dei portuali dello scorso 6 febbraio, in Turchia si sia stabilita una relazione col sindacato Liman-İş, che è la federazione sindacale dei portuali aderente alla confederazione sindacale Hak-İş, un sindacato di regime turco di ideologia islamista, più a destra persino della maggiore confederazione sindacale di regime turca, il Türk-İş – contro cui da decenni sono nate le confederazioni sindacali più conflittuali DISK e KESK – e che considera lo sciopero uno strumento da usare il meno possibile. Infatti il 6 febbraio ha svolto un’azione puramente simbolica. Questo sindacato di regime turco ha aderito alla iniziativa solo in virtù del fatto che contribuiva a schierare i lavoratori contro lo Stato borghese d’Israele, come desiderato dal regime borghese turco!
Noi comunisti sappiamo e ammoniamo i lavoratori che l’opportunismo politico-sindacale, di cui si fanno portatori anche i dirigenti del sindacato USB, allorquando i conflitti imperialisti regionali conflagreranno nel terzo conflitto imperialista mondiale, chiamerà i lavoratori a schierarsi da una delle due parti, quella anti-americana, cioè li chiameranno alla guerra.
Già oggi, di fronte all’attacco di USA e Israele contro l’Iran, si schierano a difesa del regime iraniano, nascondendo questa presa di posizione con lo slogan: “a difesa del popolo iraniano”. Ma la classe operaia iraniana, condotta nell’inferno della guerra imperialista dal complesso del sistema capitalistico mondiale, e innanzitutto dal suo regime borghese, il solo modo che ha di difendersi è perdere la guerra il prima possibile, non certo quello di morire per difendere un regime che ha smesso solo da poche settimane di massacrarla col piombo per le strade.
In tutti i paesi la classe operaia non ha un regime borghese da preferire e per cui versare il suo sangue. La sua unica lotta è per i suoi interessi immediati – economici, sindacali – e per la conquista rivoluzionaria del potere politico: non la guerra fra Stati ma la lotta sociale che diventa rivoluzione.
I rivoluzionari, i comunisti, si distinguono in questo: non indicano ai
lavoratori la difesa della patria borghese ma si augurano, al contrario, la
sconfitta militare del proprio regime capitalista, perché sanno che ciò lo
renderà più debole di fronte alla montante lotta operaia per il potere.
Il capitalismo corre verso la guerra perché ne ha disperato bisogno per sopravvivere. La guerra è per esso una necessità economica, sociale e politica.
Economica: perché afflitto dalla crisi di sovrapproduzione ogni capitalismo nazionale contende i mercati agli altri, produce e vende armi al posto delle altre merci che sempre meno riesce a vendere e in preparazione del terzo conflitto imperialista mondiale, in cui distruggere la massa enorme di merci che intasano il mercato – fra cui la merce forza-lavoro – e far ripartire così un nuovo ciclo di accumulazione capitalistica.
Sociale e politica: perché la crisi economica peggiora le condizioni di vita dei lavoratori di tutto il mondo, spingendoli alla lotta e alla rivoluzione. Al di sopra delle contese per mercati e profitti, tutte le borghesie nazionali sono oggettivamente e soggettivamente unite dall’interesse che i proletari si ammazzino fra di loro nella guerra imperialista per impedire che facciano la rivoluzione.
La borghesia tanto è cosciente della necessità della guerra per difendere il suo dominio politico e privilegio sociale, quanto lo è del fatto che i proletari odiano la guerra e vogliono la pace. Con ogni mezzo deve perciò convincere e costringere i lavoratori a combattere e uccidere altri lavoratori, ciascuno sotto una bandiera nazionale dietro alla quale nascondere la sola e unica vera bandiera della borghesia internazionale: il profitto.
Per questo la guerra è sempre spiegata dalle propagande dei regimi nazionali quale responsabilità di una parte degli Stati capitalisti, naturalmente descritti come il male assoluto. In realtà, sotto tutte le casacche ideologiche vestite al solo scopo di nascondere la loro natura agli occhi dei lavoratori, tutti i regimi nazionali sono dittature della borghesia contro il proletariato. La veste democratica dei regimi d’Occidente non è meno fasulla della vestaglia degli Ayatollah, o dei “socialismi” dei regimi cinese e venezuelano.
Ai lavoratori deve solo interessare che la guerra imperialista è contro di loro, da qualsiasi parte del fronte essi si ritrovino, e che, se non sono in grado di impedirne l’inizio con un forte movimento di scioperi, il modo migliore per morire il meno possibile nella guerra è perderla quanto prima. I lavoratori non hanno nessuna patria da difendere perché quella che viene loro descritta come tale altro non è che il regime che li sfrutta e opprime.
La guerra dei lavoratori non è nazionale, è sociale, in difesa delle proprie condizioni di vita, ed è internazionale proprio perché anti-nazionale, in quanto identifica come primo nemico il proprio regime borghese, all’opposto di quanto fa ogni borghesia nazionale che indica sempre ai lavoratori un nemico esterno. La classe dominante in tutti i paesi si prepara allo scontro con la classe operaia con ulteriori giri di vite del suo dispositivo repressivo, legale e poliziesco.
Per questo lo sciopero internazionale dei portuali di oggi, promosso in Italia dall’Usb, è di grande importanza, perché indica l’opposizione alla guerra con l’unità internazionale dei lavoratori.
Ciò a patto di non cadere nelle trappole della borghesia: lottare contro il genocidio e la guerra a Gaza non significa essere a favore del fronte di Stati borghesi anti-USA che speculano sul sangue dei proletari palestinesi a sola difesa dei loro profitti. Se si sostituisce la parola d’ordine “il nemico dei proletari è nel proprio paese” con l’anti-americanismo, si finisce per non sostenere le lotte e le rivolte proletarie in quei paesi falsamente definiti anti-imperialisti – come l’Iran – perché esse rafforzerebbero l’imperialismo USA e ci si incammina dritti verso la macchina della guerra imperialista.
Lo stalinismo, la peggior ondata opportunistica anti-comunista, oltre ad avere
ingannato per 80 anni i lavoratori di tutto il mondo col falso socialismo russo,
ha sempre posto dei falsi obiettivi intermedi prima della rivoluzione,
sostituendo l’anticapitalismo con l’antifascismo, l’antiamericanismo,
l’antisionismo… Questa nefasta tradizione politica controrivoluzionaria va
definitivamente debellata, riappropriandosi dell’autentico comunismo
rivoluzionario.
Molti gruppi e partiti che intervengono nel movimento operaio venezuelano pretendono che alzi lo slogan «Contro il saccheggio e la consegna delle nostre risorse energetiche e minerarie alle potenze imperialiste!». Pretendono così che i lavoratori si mobilitino in difesa della patria e della sovranità nazionale. Questo tipo di appelli sono completamente reazionari e allontanano il movimento operaio sia dalle lotte rivendicative immediate sia dalla lotta rivoluzionaria volta a porre fine allo sfruttamento capitalista.
Considerando i diversi redditi percepiti dai lavoratori (la somma di salari e bonus), nel migliore dei casi essi coprono appena il 30% dell’importo del paniere alimentare e il 15% del paniere di base. E solo di coloro che hanno un lavoro regolare! Ma la situazione è molto più grave per gli autonomi, gli informali, i disoccupati e i lavoratori in pensione.
La situazione di miseria e di bisogni insoddisfatti affligge tutte le famiglie proletarie, comprese quelle che in passato si consideravano della “classe media” perché percepivano salari più elevati grazie alla loro condizione professionale, ai loro mestieri specializzati.
La maggior parte del reddito dei lavoratori è costituita da buoni perché il salario nominale è sceso quasi a zero se confrontato con l’equivalente in dollari. Questa è la fonte della ricchezza dei capitalisti in Venezuela, ed è stato il governo borghese in veste bolivariana a favorire questa rapina: è sul saccheggio dei salari che sono state accumulate grandi fortune all’interno e all’esterno del Paese.
Le centrali e le federazioni sindacali, sia quelle filogovernative – quale la CBST (Central Bolivariana Socialista de Trabajadores Y Trabajadoras) – sia quelle che si autodefiniscono "autonome", sono state complici del governo e dei padroni e si nascondono oggi dietro discorsi demagogici, mantenendo i lavoratori demotivati e divisi.
La menzogna secondo cui il petrolio (o il gas, l’oro, il ferro, la bauxite, ecc.) è “nostro” è uno degli slogan degli opportunisti di ogni colore. I salariati sono proprietari solo della loro forza lavoro, e i capitalisti si appropriano di una parte sempre più grande del valore prodotto dal lavoro, nei servizi come nella pubblica amministrazione come nelle industrie private di tutti i settori. Nessun governo democratico borghese, nessuna legge, cambierà il regime di sfruttamento del lavoro salariato.
Per i lavoratori nulla cambia se la composizione azionaria delle aziende che estraggono e commercializzano petrolio, gas, oro, ferro, bauxite, carbone, ecc. è prevalentemente privata e transnazionale oppure statale. Né nulla cambia se il padrone è pubblico o privato.
I lavoratori devono esigere comunque aumenti salariali e delle pensioni che facciano fronte al costo della vita, riduzione dell’orario di lavoro, eliminazione degli straordinari, pagamento del salario ai disoccupati, l’igiene e la sicurezza sul posto di lavoro!
Ma nessun governo concederà ai lavoratori ciò di cui hanno bisogno se non costretto dalla pressione della mobilitazione e dello sciopero.
Anche in Venezuela i lavoratori devono mobilitarsi, in tutto il paese, uniti alla base, indipendentemente dal sindacato a cui sono affiliati. La lotta crescerà fino a uno sciopero generale, appoggiandosi a un Fronte Unico Sindacale di Classe, basato su assemblee locali e regionali, di lavoratori formali, informali, disoccupati e pensionati. I lavoratori iscritti ai sindacati terranno assemblee per far pressione sui loro dirigenti affinché indicano le lotte e promuovano un Fronte Unico Sindacale di Classe.
Per un Fronte Unico Sindacale di Classe che unisca tutti i lavoratori nella lotta rivendicativa!
Per uno sciopero generale, a tempo indeterminato e senza servizi minimi!
Dobbiamo lottare per un vero sciopero generale! Uno sciopero a tempo indeterminato che blocchi la produzione, paralizzi i profitti e dimostri il potere di un movimento operaio unito. Questa è l’arma più potente dei lavoratori per difendersi dagli attacchi al tenore di vita e resistere alle violente deportazioni di massa. Lo sciopero generale coinvolgerà camerieri e autisti di autobus, lavoratori nativi e immigrati, sindacalizzati e non sindacalizzati.
Pur esaltando lo spirito combattivo dei lavoratori di tutti gli Stati Uniti e incoraggiati dalla loro volontà di impegnarsi in azioni collettive, non ci accontenteremo di alcun surrogato di ciò che è uno sciopero generale. Uno sciopero generale non è un “blocco dell’economia” di un giorno promosso dai politici capitalisti o dai padroni attraverso appelli a non fare acquisti, a non andare a scuola o al lavoro, o dai commercianti che chiudono i negozi per un giorno, senza pagare i lavoratori.
Uno sciopero generale è composto da lavoratori, mano nella mano, che affrontano i padroni e lo Stato attraverso una sospensione collettiva del lavoro sotto la guida di organizzazioni dichiaratamente difensive dei lavoratori. Non può provenire da reti decentralizzate di individui non impegnati collettivamente nello sciopero.
I gruppi interclassisti che guidano queste azioni cercano di incanalare la genuina rabbia verso il voto per il Partito Democratico, rafforzando il capitalismo e rimandando l’organizzazione della difesa combattiva e organizzata dei lavoratori.
Tanto i Democratici quanto i Repubblicani utilizzano l’ICE e le espulsioni per regolare il mercato del lavoro, aprendo e chiudendo ciclicamente le frontiere al fine di garantire lo sfruttamento dei lavoratori precari con salari bassi, riducendo al contempo i salari dei lavoratori autoctoni. Immigrati e autoctoni devono unirsi al di sopra dei confini nella difesa comune dei salari e delle condizioni di vita!
Quando gli attuali sindacati dicono ai lavoratori che non possono violare la clausola di non sciopero prevista dai loro contratti, come durante le proteste a Minneapolis, minano proprio l’atteggiamento necessario per un vero sciopero generale. Le comuni vertenze senza sciopero a tempo indeterminato, nelle quali si impegnano ampi reparti della classe operaia, incanalano la giusta rabbia e la sofferenza dei lavoratori verso azioni simboliche temporanee dietro richieste per le quali non si combatte veramente, né il capitalismo cederà mai qualcosa senza una lotta estrema. Nella migliore delle ipotesi si ottiene una riforma temporanea, che può essere facilmente revocata quando la tensione di classe si placa. Dicendo ai lavoratori di seguire i gruppi legati al Partito Democratico si incanalano le energie della classe verso la collaborazione di classe e si abbandona ciò che dà davvero potere ai lavoratori: lo sciopero.
Non basta semplicemente invocare “più organizzazione” e “più numeri”. Dobbiamo ripristinare il significato e il potere dello sciopero generale con un cambiamento radicale di tattica.
Dobbiamo abbandonare il fronte unico dall’alto con gruppi politici e attivisti interclassisti, che sviano la lotta, e impegnarci per un fronte unico dal basso, che combini tutte le organizzazioni difensive dei lavoratori verso la comune azione di sciopero.
Ciò significa formare gruppi di lotta di classe o comitati sul posto di lavoro, all’interno o all’esterno dei sindacati esistenti, tra i lavoratori organizzati e i non organizzati, impegnati ad accrescere il vigore della lotta per ottenere le immediate rivendicazioni operaie, senza esitare ad intraprendere azioni che infrangano le soffocanti regole del Consiglio Nazionale delle Relazioni Sindacali, progettate per impedire alla classe operaia di dispiegare appieno la forza dei suoi scioperi. Nei contratti dobbiamo rifiutare il rispetto della clausola di non sciopero, e organizzarci per un’azione collettiva che superi i confini dei mestieri, dei sindacati e delle nazioni. Organizziamoci in convergenza per il 1° maggio 2028 insieme ai sindacati che hanno già preso questa decisione o organizzando molto prima un vero sciopero generale.
Da questo fronte unito deve nascere l’aggregarsi dei comitati di fabbrica, dei sindacati e dei lavoratori in un unico sindacato di classe che includa tutti i lavoratori contro il sistema del salario. Solo l’unità internazionale dei lavoratori, organizzati in questi sindacati di classe e guidati dal partito comunista, può distruggere il sistema capitalista, che produce ICE, prigioni, deportazioni e povertà.
Per un vero sciopero generale, diretto dalle organizzazioni dei lavoratori, nel quale venga a confluire ogni azione collettiva di massa!
Contro i fronti uniti con gruppi capitalisti interclassisti!
Per il sindacato di classe!
I dipendenti di Diligenta sono utilizzati in attività di outsourcing che comprendono call center, back office e gestione dei reclami per diversi grandi clienti, tra cui Lloyds, M&G, Aviva e Phoenix. «Diligenta ha realizzato una media di 82.000 sterline per dipendente nel 2023, con un utile di 27,1 milioni di sterline. Nel 2024 è aumentato a 28,9, mentre il fatturato ha raggiunto il livello più alto mai registrato, 606 milioni. Nel 2024 è stato versato un dividendo agli azionisti di 14 milioni. Questo dividendo avrebbe potuto finanziare un aumento del 5% per tutto il personale». I lavoratori di Diligenta hanno quindi buoni motivi per resistere ed ottenere un accordo dignitoso!
A gennaio il sindacato Unite ha indetto uno sciopero nelle sedi di Liverpool, Glasgow, Reading, Edimburgo e Stirling, intensificando le azioni precedenti. La controversia infatti risale al marzo dello scorso anno, quando, dopo due mesi, Diligenta si è ritirata dalle trattative. Aveva offerto un aumento del 3% per chi percepisce fino a 40.000 sterline, del 2% fino a 70.000 e nulla oltre tali importi. A giugno i lavoratori, chiamati a una “votazione consultiva”, a grande maggioranza hanno respinto l’offerta.
Il 28 novembre è stato quindi indetto uno sciopero di 24 ore, seguito da un paio di scioperi di due giorni (di cui uno suddiviso in due giorni del fine settimana) che si sono conclusi il 9 dicembre. Ma l’azienda si è rifiutata di fare un’offerta migliore, che almeno mitigasse gli effetti dell’inflazione.
Sono stati allora indetti due scioperi di una settimana, uno dal 12 al 18 gennaio, l’altro dal 26 al 30. Anche i dipendenti della sede centrale di Peterborough sono stati chiamati a votare per lo sciopero.
A Reading i lavoratori di Diligenta erano stati esternalizzati per lavorare alla M&G, un’azienda che si occupa principalmente di pensioni, già del gruppo assicurativo Prudential. Sebbene in precedenza fossero dipendenti di M&G, ora, pur lavorando negli uffici di M&G, risultano dipendenti di Diligenta, svolgendo lo stesso lavoro, magari anche seduti alle stesse scrivanie, ma con una retribuzione inferiore!
A Reading un picchetto ai margini di una grande rotatoria era incoraggiato dai clacson delle auto e dei camion. La collocazione del picchetto era problematica poiché gli uffici di M&G si trovano all’ultimo piano di un grande edificio che ospita gli uffici di molte altre aziende: ma certo i lavoratori indecisi sono stati riconosciuti all’ingresso e convinti a sostenere lo sciopero.
Altri lavoratori della Diligenta che lavorano da casa hanno fortemente apprezzato la partecipazione al picchetto, che ha ridotto il loro senso di isolamento con la solidarietà dei colleghi in lotta. È benefico per gli scioperanti ritrovarsi a un picchetto, in quello spazio fisico che divide il proletariato dalla borghesia, dove il contrasto tra gli interessi di classe opposti è evidente e percepibile.
Al picchetto, l’unica presenza politica esplicita era dei venditori di The Socialist, “discendenti” della vecchia “tendenza militante” che voleva infiltrarsi e trasformare il Partito Laburista in un partito socialista “autentico”. C’era anche un sostenitore del partito corbyniano “Your Party”, che pensa in qualche modo di resuscitare “il percorso parlamentare verso il socialismo”, e uno del Partito dei Verdi, che sta cercando di acquisire un’immagine “di sinistra”.
Il Partito Laburista continua ovviamente a imporsi come il limite invalicabile da ogni possibile azione economica dei lavoratori nel Regno Unito, proprio come il Partito Democratico, con i suoi particolari satelliti di sinistra, negli Stati Uniti. E ancora, come negli Stati Uniti, il vecchio e consolidato “male minore” del Partito Democratico e del Partito Laburista è visto come “l’unica opposizione realistica” ai partiti apertamente di destra guidati da Trump e Farage, venendo così a difendere il capitalismo.
Sebbene il sindacato Unite sia ancora affiliato al Partito Laburista, suo “retroterra politico”, può, e in alcune occasioni lo ha fatto, ridurre drasticamente il suo contributo economico. Anche i singoli iscritti hanno la possibilità di versare o meno, della quota sindacale, la parte destinata a finanziare la politica del Partito Laburista, per l’elezione dei suo candidati, ecc.
È chiaro tuttavia che Unite continua a rifiutarsi anche solo di prendere in
considerazione la possibilità di tagliare i suoi legami “storici” con il Partito
Laburista, nonostante i frequenti e continui esempi di tradimento altrettanto
“storici” del Partito Laburista nei confronti della classe operaia, troppi ormai
per essere menzionati.
Recentemente in Cina la multinazionale Xiaomi, leader nel campo dell’elettronica, ha inaugurato una nuova “Dark Factory”, fabbrica al buio. Su uno spazio di 81.000 metri quadrati, 11 campi da calcio, completamente automatizzata, produce smartphone 24 ore su 24, 7 giorni su 7, uno ogni 1,3 secondi, 10 milioni all’anno. La produzione è regolata da un sistema elettronico mentre l’intervento dell’uomo è richiesto solo in caso di malfunzionamenti.
Anche la Amazon punta sull’automazione per abbattere i costi: afferma di poter tagliare 600mila posti di lavoro entro il 2033. Goldman Sach nel 2023 in un suo studio stimò che l’avvento della “intelligenza artificiale” nei prossimi 10 anni avrebbe causato nel mondo la perdita di 300 milioni di posti di lavoro!
Si andrebbe veloci verso un’economia che non ha più bisogno del lavoro umano. La propaganda, terroristica, borghese si illude di potersi liberare della classe operaia e di risparmiare nelle fabbriche perfino sul riscaldamento e sulla illuminazione (altra smargiassata: un simile impianto consumerà molta energia e avrà bisogno di un ambiente anche termicamente protetto).
Questo sviluppo tecnico, che oggi raggiunge livelli estremi tanto da sognare di eliminare il lavoro dell’uomo, che effetti produce oggi? Quali domani all’interno dell’economia capitalistica? E soprattutto, possono le leggi del capitale consentire di evitarlo rimettendo al centro “l’uomo e non la macchina”, come auspicano professori e opportunisti piccolo borghesi?
Noi ci affidiamo al marxismo: lo sviluppo del macchinismo non ha fatto altro che confermare la validità e l’attualità del nostro eccezionale metodo. Marx 150 anni fa ha smascherato la contraddizione insanabile tra sviluppo delle forze produttive e i rapporti capitalistici di produzione. Carlo Marx compiutamente descrisse l’imporsi dirompente e inarrestabile delle macchine, che già definì depositarie della “intelligenza” e della “sapienza”.
Il capitale, a dispetto delle illusioni piccolo borghesi, non può fare a meno di investire nelle macchine e nella tecnologia. Il suo interesse resta esclusivamente abbassare i costi del lavoro e di produzione, cosa che gli permette di piazzare sempre più merci a prezzi inferiori alla concorrenza, di ottenere maggiori profitti e imporsi sul mercato superando i concorrenti.
Ma questa tendenza inevitabile all’automazione, alla lunga, quando si generalizza, conduce a un eccesso di offerta sulla domanda di merci, che il mercato non riesce ad assorbire. La crisi di sovrapproduzione ciclicamente si diffonde come un’epidemia, sfocia nella crisi economica generale, contro la quale la classe borghese può far fronte solo attraverso quelle misure che si mostrano oggi: aumento del precariato e dello sfruttamento, calo della produzione, chiusura di stabilimenti, disoccupazione, aumento del debito pubblico con conseguenti tagli allo stato sociale, crisi nella finanza e sovrapproduzione di capitali con rischio di bolle finanziarie, guerra dei dazi e concorrenza commerciale sempre meno pacifica, e infine guerre sempre più frequenti ed estese.
La questione non è lo sviluppo della tecnica e della macchina in sé, ma il rapporto economico e sociale in cui vengono usate.
Di più: il macchinismo prepara la catastrofe del capitalismo e sarà una risorsa benefica nel comunismo! Diminuendo costantemente il numero degli operai rispetto alla enorme dimensione e valore degli impianti, il saggio del profitto inesorabile scende: più il capitale si ammoderna più si insterilisce e approssima alla morte.
Con lo sviluppo inarrestabile delle macchine i vecchi rapporti di produzione diventano sempre più regressivi per il genere umano, come oggi appare evidente. Citiamo Marx: «I rapporti sociali sono intimamente connessi alle forze produttive. Impadronendosi di nuove forze produttive gli uomini cambiano il loro modo di produzione, e cambiando il modo di produzione, cioè la maniera di guadagnarsi la vita, cambiano tutti i loro rapporti sociali. Il mulino a braccia vi darà la società con il signore feudale, il mulino a vapore la società con il capitalista industriale».
Così come la nascita della grande industria rese antistorico il vecchio modello feudale, allo stesso modo oggi lo sviluppo delle tecniche, e pure della “intelligenza artificiale”, rendono antistorici e insopportabili gli ormai superati rapporti capitalistici. Urge, così, come fu nella rivoluzione borghese, il passaggio a nuovi rapporti sociali, non più basati sullo scambio mercantile e sul profitto ma per il soddisfacimento dei bisogni umani.
Le macchine più moderne richiedono il superamento del capitalismo avendo creato le condizioni materiali per un ritorno alle antiche società, precedenti l’avvento della proprietà privata, con la differenza, rispetto a millenni fa, di disporre di enormi ricchezze da redistribuire. Il capitalista e l’operaio, lo schiavo e il padrone saranno figure del passato, per far posto di una società in armonia con la natura e le altre specie, proprio come l’umanità ha vissuto per centinaia di migliaia di anni.
È una questione di condizioni materiali, nulla c’entrano i pessimismi e moralismi borghesi su una presunta “natura cattiva” dell’uomo, ultima giustificazione al precipitare degli eventi odierno, e per spacciare il loro mondo per immutabile ed eterno.
Ma il passaggio al comunismo non avverrà per il solo sviluppo della tecnologia,
ci sarà bisogno dello sviluppo e della organizzazione di lotta della classe
lavoratrice, inquadrata nel programma storico del suo autentico partito
rivoluzionario, attraverso la presa del potere e il rovesciamento del criminale
regime del capitale, in tutte le sue vesti e forme di governo.
PAGINA 5
“Compagna” nel 1922 svolge una costante, attenta, puntuale disamina della condizione delle donne nella società moderna, nei loro multiformi aspetti, denunciando le contraddizioni e le cause del doppio sfruttamento al quale sono sottoposte, tanto nella loro condizione di lavoratrici quanto come donne: analisi impietose e penetranti osservazioni della vita in famiglia e sul lavoro.
Una vasta serie di articoli denuncia le sofferenze, i sacrifici e l’indefesso lavoro delle donne in questa società, prigioniere e vittime nell’istituzione della famiglia borghese, per quanto questa di fatto già snaturata dal capitalismo stesso.
In “La donna e la casa”, “Compagna” numero 2: «La guerra ha dato i più poderosi colpi alla compagine famiglia, ha aperto crepe profonde che invano le donne tentano di arginare (...) È la borghesia stessa, la quale predica che la casa è il regno della donna, che col suo sistema atterra questo povero regno. Essa ne allontana la donna per mandarla alla fabbrica, ne allontana gli uomini per mandarli alla guerra, colla disoccupazione ne fa mancare il pane». Si legga anche “La donna lavoratrice e la famiglia”, sul numero 3, “Preconcetti borghesi” sul numero 6, e molti altri.
Certo da quei primi decenni del secolo scorso, nel mondo occidentale soprattutto, la sofferenza delle donne ha preso altre forme: il capitale, che ha sempre più bisogno del loro lavoro, ha avuto interesse a concedere la parità giuridica e qualche diritto. «Assai poche sono le famiglie operaie e le piccolo borghesi che oggi non curano di portare la donna nella condizione di bastare a sé stessa o almeno di concorrere al proprio sostentamento» (“La donna in Sicilia”, “Compagna” numero 5).
Ma nella società concorrenziale e divisa in classi le donne restano tutt’oggi sottomesse alla stessa inferiorità reale. Le inesorabili leggi del mercato svalutano la loro forza lavoro, ne limitano l’affermazione sociale, e l’onere della maternità è misconosciuto e negato. L’inverno demografico nei paesi che più precipitano nella crisi agonica del capitalismo ne dimostra i tragici effetti sulle spontanee ambizioni e bisogni delle donne.
È una involuzione che il capitalismo aveva imposto e che stava accelerando. Vi sono articoli di impostazione per dimostrare come in quell’inizio secolo in tutto l’occidente maturava il bisogno di una vera emancipazione delle donne, anche in conseguenza della guerra mondiale. Lo spiega chiaramente Clara Zetkin in “La donna proletaria e il regime capitalista”, riportato in “Compagna” numero 7, a commento e citando la “Premessa alle Tesi votate al Congresso Internazionale delle donne comuniste”, e in “Costatazioni e insegnamenti”, nel numero 13.
Non v’è spazio per i programmi riformistici che pretendono la emancipazione delle donne, e in particolare delle proletarie, all’interno dei rapporti di produzione capitalistici.
Nell’articolo “La sottospecie donna”, nel numero 13, è ribadito che il riconoscimento delle donne come tali e la loro emancipazione sarà possibile solo se la rivoluzione cambierà i rapporti fra gli uomini, non prima. «La sottospecie donna è stata creata dai regimi politici ed economici del passato. Quando il proletariato avrà rovesciato il capitalismo, la donna sarà salvata, al pari della specie umana dei lavoratori. In nome di questo principio, bisogna evitare sia di prendere in prestito alcune formule un po’ semplicistiche proposte dal femminismo, sia di opporre gli uomini alle donne: se c’è opposizione, essa riguarda i proletari – uomini, donne, anziani e giovani – e i borghesi».
In “La rivoluzione sociale e la donna”, numero 19, si legge: «Le donne che pensano, che faticano, che lottano, sentono l’assurdità della loro situazione; riconoscono che le loro aspirazioni urtano con impossibilità inerenti all’attuale forma di organizzazione sociale. Si rendono conto che solo con un cambiamento radicale nella vita dell’umanità si potrà risolvere il problema della donna; si potrà riconoscere alla donna il diritto di partecipare alla vita collettiva, e insieme di manifestare e sviluppare e utilizzare le sue qualità specifiche, le sue forze reali. Il rispetto dell’essere umano restituirà il rispetto per la donna. Una più larga e seria comprensione della libertà nel suo vero significato, riconoscerà alla donna il diritto di collaborare con l’uomo nella creazione e nell’abbellimento della vita. L’effettiva conquista dell’indipendenza economica di ogni essere umano, assicurerà anche alla donna l’indipendenza economica come un fatto naturale e non come un artificio femminista. Nella grande famiglia del lavoro la donna ritroverà il suo posto».
Sul piano dell’indirizzo e dell’attività la giovane redazione di “Compagna” condivideva e faceva proprie, e metteva in pratica, le direttive della Terza Internazionale riguardo alla propaganda comunista fra le donne, come formulato nelle apposite Tesi del Terzo Congresso, tenutosi a Mosca pochi mesi prima, nel giugno 1921. Ogni articolo conferma l’atteggiamento del partito nei confronti della condizione delle donne, delle loro rivendicazioni e del loro movimento.
Nelle “Conclusioni della Conferenza Nazionale”, in “Compagna” numero 4, si precisa: «Il partito comunista (...) deve preoccuparsi di conquistare alle sue dottrine e alle sue organizzazioni [le donne] nelle classi dei contadini e della piccola borghesia e le intellettuali piccolo borghesi». In “Il movimento femminile comunista in Italia - In Liguria”, nel numero 8: «Commetteremmo un errore se al nostro movimento femminile, che in Italia appena sta sviluppandosi, lasciassimo per noncuranza una certa indipendenza la quale deviasse verso uno spirito puramente femminista le compagne nostre».
Nello stesso tempo è continuo il richiamo per le donne ad essere parte attiva alla loro battaglia di emancipazione, vincendo la secolare ritrosia, ad aprirsi alla vita e alla lotta sociale. Su “Femminilità”, numero 9: «Le donne lavoratrici danno alla collettività il loro contributo di lavoro e sacrificio e per questo hanno diritto a migliori condizioni di vita, ma ogni miglioramento non si ottiene che attraverso la lotta e con l’unione delle forze proletarie. Le donne proletarie devono dare il loro contributo alla lotta che il proletariato conduce per la sua emancipazione, ma per dare un contributo di lotta devono trovare in sé stesse il coraggio d’affermare le proprie aspirazioni e la propria personalità liberandosi da una femminilità stupida e nociva».
Il partito comunista riconosce quindi che le donne, e non solo le proletarie, nella società presente sono sottoposte a una particolare specifica e tenace oppressione. Le si affianca nel denunciarla e condannarla. Non per questo le invita però ad associarsi agli organismi interclassisti del movimento femminista borghese. Il partito, da un lato anticipa alle donne che la loro emancipazione è condizionata e sarà conseguenza della emancipazione della classe operaia dal capitalismo, viene a coincidere con essa; dall’altro le invita a unirsi alla milizia nel partito, al pari e con pari diritti dei comunisti maschi.
“La politica e la donna”, nel numero 11, tratta dell’importanza della partecipazione delle donne alle lotte della classe operaia: «In Francia come in Russia è col lavoro oscuro di centinaia di compagne, lavoro paziente e tenace, lavoro di mesi e di anni che la Rivoluzione potrà trionfare. Quando essa sarà fatta nel cuore e nello spirito delle operaie essa sarà vicina ad effettuarsi anche nella piazza».
Nello stesso articolo è ben affrontata anche la questione della rivendicazione
del voto alle donne: «La donna non vota. Che importa? Non è la scheda
elettorale, senza dubbio, che dà il buon senso, la chiaroveggenza. Non è con la
scheda elettorale che il popolo ha fatta la rivoluzione e la Comune».
Maternità
Compagna, n.2, 19 marzo 1922
In questo e nel seguente articolo si anticipa il passaggio alla vera liberazione delle donne, che comprende il sentito e sano riconoscimento per il lavoro di riproduzione della specie.
I sintomi di decadenza della società capitalistica non sono forse in nessun campo così evidenti come in quello della procreazione umana.
La società attuale non dà ai suoi membri la possibilità di mettere al mondo dei figli sani fisicamente e moralmente; essa degenererà sempre più, fino a quando il proletariato non avrà creata la società comunista.
La maternità, che dovrebbe essere considerata come una delle funzioni umane più importanti, e come tale protetta e circondata di cure dalla società, è diventata, per le donne proletarie, un vero tormento. Queste distruggono spesse volte, per necessità, il germe di vita che porterebbe nelle loro famiglie nuove miserie e nuove sofferenze.
La protezione legislativa della madre e dei bimbi è rimasta nella società attuale quasi lettera morta. Migliaia di donne lavoratrici soccombono per mancanza di cure, nel periodo puerperale, mentre il numero dei bimbi nati morti o rachitici aumenta di giorno in giorno.
Le classi dirigenti non cercano di portare rimedio a questo stato di cose.
Mentre da una parte l’ordine attuale costringe per necessità economiche la madre ad abbandonare la casa, il focolare, per entrare nell’officina, sovvertendo così le antiche leggi della famiglia, esso pretende che rimangano incrollabili le basi sulle quali riposa la società borghese, l’assoluta dipendenza dei figli dai genitori.
Tutte le leggi votate dalla borghesia a favore della maternità sono fatte soltanto per ingannare il proletariato, l’assistenza che esse concedono alle madri è illusoria perché non permette loro di riposarsi e curarsi per un periodo di tempo strettamente necessario, prima e dopo il parto.
Le classi dominanti in tutti i paesi del mondo non sono disposte a sacrificare nemmeno una piccola parte dei loro profitti per la protezione dei bimbi.
Soltanto il regime comunista, che eliminerà i parassiti e gli sfruttatori, potrà assolvere questo compito, poiché esso solo impiegherà a tale scopo le ricchezze della società, i profitti della produzione.
Esso toglierà alle madri la preoccupazione materiale dell’allevamento dei figli, renderà le donne indipendenti economicamente, libere di esplicare le loro capacità intellettuali a beneficio della collettività.
Il primo Stato proletario, lo Stato Russo dei Soviety, è stato capace, malgrado enormi difficoltà, di organizzare veramente la protezione della madre. La nascita di un figlio, nella società comunista, non sarà più per la donna un avvenimento spesse volte non gradito. La donna non perderà, in seguito a questo avvenimento, la sua indipendenza materiale ed intellettuale.
La borghesia si oppone colle armi all’avvento della società comunista. Le donne
proletarie, col loro spirito di sacrificio, col coraggio dell’azione, dimostrino
di essere decise di combattere fino all’estremo per instaurare, mercè la
dittatura della classe lavoratrice, la società nella quale la maternità sarà per
la donna fonte di gioia suprema.
Le madri operaie
Compagna, n.4, 16 aprile 1922
(...)
Creare, allattare, allevare i figli è opera difficile, delicata, importantissima: da sola riempie la giornata di una donna, assorbe le sue energie; ed è opera produttiva per la collettività. Bisogna che sia riconosciuta come tale, dalla società, l’opera della madre.
Il diritto sociale della madre non è stato ancora fondato: eppure l’emancipazione della donna non è e non sarà possibile fino a che questo diritto non sarà riconosciuto.
La società, che considera come lavoro produttivo e capace di assicurare l’indipendenza economica quello di fabbricare sigarette o dei cappellini e delle stoffe, non dovrà riconoscere come la creazione e l’allevamento dei bimbi, nei quali l’umanità si rinnova e si perpetua?
La società borghese ha perso il concetto del valore vero della maternità.
(...)
Quando nella vita degli uomini verrà abolito lo sfruttamento di un individuo sopra un altro, e tutta l’umana famiglia lavorerà nell’interesse e per il bene di ognuno, e ogni uomo, nascendo, avrà assicurata la libertà e la possibilità di vivere, la nascita di un uomo nuovo sarà considerata fatto importantissimo.
Allora alla maternità sarà riconosciuto il suo valore vero. La maternità sarà circondata di tutte le cure, non solo perché sacra e degna di religioso rispetto è la madre, ma perché sacra e gravissima è la formazione e l’apparizione di un essere umano, poiché l’umanità sarà tanto migliore e più felice quanto più sani e migliori saranno i nuovi nati.
Allora la madre riavrà il suo significato nel mondo e la sua gioia: non vedrà
più nel figlio una delle infinite cagioni di miseria e di estenuazione, ma la
sua creazione, che assorbirà il suo tempo e le sue energie, in cui si
compiacerà, intorno a cui creerà ancora i sogni più belli, che si prolungheranno
nell’avvenire dei figli come una benedizione.
Il diritto di voto alla donna
Compagna, n, 1, 5 marzo 1922
In questo articolo, scritto da una compagna francese, è chiaramente tracciata l’impostazione comunista riguardo alla questione femminile: la linea politica del partito è ben diversa da quella del femminismo borghese, anzi si mette in guardia il movimento sul tradimento in agguato da parte dei movimenti femminili interclassisti.
Abbiamo scritto nel nostro programma per “La giornata internazionale delle donne” l’8 marzo prossimo: Suffragio femminile.
Sappiamo che la rivoluzione del 1849 in Francia, che diede il diritto di voto a tutti i cittadini francesi, non liberò il proletariato maschile dalla sua schiavitù, perché fino a quando il capitalismo sussista non vi è liberazione reale per i produttori, sia uomini sia donne. I nostri 50 anni di democrazia ce lo hanno largamente provato.
Pensiamo ciò nonostante che l’esercizio del suffragio obbligherebbe le donne a studiare le questioni politiche e a interessarsene, che esso insegnerebbe loro ad affermarsi e a considerarsi come uguali all’uomo. D’altronde la questione è di attualità: tutti i governi dei grandi Stati d’Europa e anche quelli di qualche piccola nazione hanno accordato il diritto di voto alla donna. Da noi i borghesi incominciano ad agitarsi perché questa questione è posta dalle donne nel piano delle loro rivendicazioni. Non possiamo dunque evitarla.
Altre volte, cioè prima della guerra, quando parlavamo in Francia del suffragio femminile, ci si rispondeva come Napoleone, che la politica non è fatta per le donne, che noi volevamo strapparle dal focolare domestico, distruggere la famiglia, che le donne, non avendo l’obbligo del servizio militare, non potevano pretendere a questo diritto, ecc. Ma durante la guerra si è fatto così tanto appello sia alla loro devozione sia al loro patriottismo – ed esse vi hanno ahimè! troppo spesso risposto – che questi vecchi clichés non ci possono più essere oramai decentemente serviti.
Il Governo, dopo l’armistizio, aveva anche presentato alla Camera dei Deputati un progetto di legge che accordava il diritto di voto alle donne. Il progetto di legge fu è vero votato dalla maggioranza della Camera, ma i vecchi conservatori del Senato lo respinsero e nessuno più se ne preoccupò; esso dormì tra le vecchie carte.
In questo momento la reazione – che fece le sue elezioni nel 1919, le elezioni del militarismo interalleato che sente la sua influenza e la sua autorità decrescere nel paese – vorrebbe trovare una forza nuova per consolidarsi. Essa ha a questo fine pensato alle donne, che la repubblica francese non ha mai voluto associare alla direzione dei suoi destini, e che dovrebbero essere ora un inconscio strumento di reazione nelle mani della borghesia.
Ma il Partito comunista illuminerà le masse femminili, esso è il primo e ancora solo partito che abbia organizzato la propaganda fra le donne e che cerchi di reclutarle nelle sue file. Esso saprà dimostrare che fra sfruttatori e sfruttati a qualunque sesso appartengano non vi è e non vi deve essere niente di comune. I partiti di conservazione sociale che si dichiarano partigiani del voto alle donne sono in realtà a favore di questa riforma sperando che le più attive suffragette, provviste di quella istruzione speciale data in Francia nei Licei e Collegi ai figli della borghesia perché essi sappiano ben condurre il popolo, diventino al loro fianco delle legislatrici e amministratrici tutte devote alla repubblica borghese. Fra queste eventuali candidate e noi non vi è nulla di comune, ed esse lo sanno!
Mi ricordo che, trovandoci una volta a Lione nel 1911 o nel 1912, parlammo con la Segretaria generale dell’Unione francese per il suffragio alle donne; eravamo parecchie socialiste e le sottoponemmo la questione: «In un conflitto fra padroni e operaie modiste, come quello che sta per scoppiare a Lione, quale sarà la vostra attitudine? A quale dei due gruppi darete la vostra solidarietà?». Era molto difficile per una ricca borghese rispondere a questa domanda. «Perché vi richiamate sempre alla lotta di classe nelle questioni femminili che noi vogliamo siano prima di tutto risolte?» ella ci disse con accento irritato.
Noi sappiamo che non vi sono delle questioni di sesso in senso assoluto. In caso di conflitto non vi saranno delle donne che sostengono delle donne, ma delle borghesi, che sostengono l’ordine capitalista borghese, e delle lavoratrici, che difendono aspramente il diritto del lavoro. Da una parte: tutte le forze maschili e femminili di difesa del regime; dall’altra: tutte le forze della rivoluzione concentrate nei lavoratori e nelle lavoratrici.
La massa delle operaie francesi comprenderà che nessun candidato e nessuna candidata borghese può ben difendere gli interessi dei proletari. Le masse lavoratrici della Francia l’hanno constatato ancora di più nella presente legislatura: i 120 milionari, i generali, i grandi industriali che essi hanno mandato alla Camera dei deputati si sono preoccupati ben poco, dopo la loro elezione, del popolo, dei suoi bisogni immediati e dei suoi più vitali interessi.
Noi sapremo trarre partito da tutti questi esempi per dimostrare alle lavoratrici della Francia che esse non devono più lasciarsi trascinare nello stesso modo, che la esperienza del proletariato maschile deve loro dimostrare che il diritto di voto non è che l’arma antica della liberazione, già molto arrugginita, che noi dobbiamo ancora utilizzare in questo periodo prerivoluzionario; ma che noi dobbiamo foggiare fin d’ora l’arma potente dell’azione diretta e dello sciopero generale che ci porterà alla rivoluzione e permetterà la realizzazione del comunismo, solo reale liberatore di tutti gli schiavi.
Lucie Colliard
Qui si afferma la necessità della presenza delle compagne nella milizia del partito, “attratte nelle sue file”. Si esclude poi che si possano organizzare in sezioni e organismi separati da quelli dei maschi, per essere accolte e partecipare appieno a tutte le sue attività, “a lavorare affianco dei compagni maschi colla stessa fede, intensità e buona volontà”.
Dalle corrispondenze che ci giungono quotidianamente constatiamo come molti compagni e compagne non abbiano ancora compreso in qual modo deve essere svolto il lavoro di propaganda e di organizzazione tra l’elemento proletario femminile. Eppure le tesi votate al Congresso dell’Internazionale Comunista e adottate, di conseguenza, dal nostro partito tracciano chiaramente la linea di condotta che gli organismi direttivi devono svolgere a questo proposito.
«Il Partito comunista di ogni paese non deve organizzare le donne in organismi indipendenti, bensì includerle nelle organizzazioni politiche locali (sezioni giovanili e adulte) in qualità di membri con diritti identici a quelli degli uomini, farle partecipare a tutti gli organi direttivi e dar loro adito a tutte le funzioni in seno al partito.
«Il Partito comunista prenderà dei provvedimenti e creerà delle istituzioni speciali per attrarre, colla propaganda, le donne nelle sue file, tenerle nelle sue organizzazioni e dar loro un’educazione politica.
«Ogni organizzazione locale del partito avrà un Comitato di agitazione femminile, al quale potranno far parte anche degli uomini, che avrà il compito di svolgere una sistematica propaganda fra le donne [non] aderenti ad alcun partito.
«Ogni comitato provinciale del partito avrà un Comitato di agitazione femminile avente la funzione di attivare il lavoro dei comitati locali femminili e di prestar loro un valido aiuto nell’esplicazione dei loro compiti» (Tesi votate dal Terzo Congresso dell’Internazionale Comunista e pubblicate per intero sul N.1 di Compagna).
Si sono costituite invece nel Ravennate, nel Veneto, nel Bolognese e in parecchie altre località delle vere e proprie sezioni di tesserate al Partito comunista che vivono di vita a sé, staccate dalle sezioni giovanili e adulte.
Le iscritte a queste sezioni devono nel più breve termine possibile essere assimilate in quelle maschili, non è ammissibile che qualunque problema che interessi il Partito, sia localmente che nazionalmente, sia discusso in sedi diverse dai compagni e dalle compagne.
Se per lo stato politicamente e spiritualmente arretrato della donna è necessaria qualche volta per attirarla a noi una propaganda speciale, quando essa entra a far parte del nostro partito non vi dovrà più essere di fronte ad esso alcuna differenza fra lei e un altro compagno della Sezione, né di doveri, né di diritti, né di interessi, essa dovrà lavorare affianco dei compagni colla stessa fede, intensità e buona volontà.
Se in principio si troverà un po’ di riluttanza nelle compagne a passare nelle sezioni miste, esse riconosceranno dopo qualche tempo che questo provvedimento ha dato loro maggiori possibilità di imparare e di approfondirsi nelle questioni di programma e di tattica che interessano il nostro Partito e diventeranno più facilmente elementi utili alle sezioni stesse.
I compagni si dispongano immediatamente a preparare questa fusione e facciano in
modo che essa avvenga senza dispersione di forze, le compagne dimostrino colla
buona volontà, serietà ed energia, con lo spirito di disciplina e combattività
di essere degne militi del Partito comunista.
PAGINA 6
Come convenuto nei giorni 24 e 25 gennaio si è riunita la nostra piccola rete di militanti nella periodica riunione internazionale.
Abbiamo riservato la seduta del sabato agli aspetti organizzativi e di raccordo delle nostre attività. Sono stati esposti appositi e molto dettagliati resoconti sui seguenti ambiti:
- vita, impegni e interventi delle singole sezioni;
- redazione coordinata dei periodici nelle diverse lingue e piano delle pubblicazioni;
- funzionamento, manutenzione e alimento del sito internet unico internazionale;
- modalità e risultati della propaganda in rete;
- gestione della corrispondenza con lettori e candidati;
- situazione del movimento sindacale e possibilità e modalità del nostro intervento in Italia e negli Stati Uniti;
- rendiconto di cassa.
All’indomani domenica abbiamo ascoltato le relazioni sul progredire degli studi, un flusso di lavoro che, in questi tempi difficili e chiusi, viene a materializzare nella compagine vivente del partito quel ponte ideale, di scienza, conoscenza ed esperienza, che collega il passato al futuro dispiegarsi appieno e potente del movimento per il comunismo.
Questi gli argomenti trattati e dei quali diamo, divisi qui sotto e nel prossimo
numero, un primo riassunto:
| La questione agraria: nel capitalismo |
| Funzione storica del partito e moduli di relazione al suo interno |
| Il percorso segnato dell’indirizzo sindacale del partito in Italia |
| Iran moderno: la monarchia Pahlavi |
| La società filippina: prima parte |
| Il decrepito ma ancora aggressivo capitalismo tedesco |
| Razza, classe e questione agraria negli Stati Uniti, parte 4 |
Invece questi due rapporti si possono già leggere nello scorso numero di questo giornale, nei titoli:
- Ai proletari di Ucraina e di Russia gioverebbe l’immediata sconfitta delle proprie borghesie
- In Venezuela: Mobilitazione e sciopero generale contro la guerra!
Inutile ricordare che questi contributi di ricerca e di elaborazione, anche
quando prodotti dalla fatica di un singolo compagno, non rivestono alcun
carattere individuale, sono un prodotto del “cervello collettivo” del partito, e
della Rivoluzione. In quanto tali sono allo stesso tempo perfetti e
perfettibili. Perfettibili con ulteriore studio e lavoro, perché non ha senso né
sono destinati ad essere oggetto di dibattito o di approvazione da parte di capi
o di basi.
La funzione storica del partito e i moduli di relazione al suo interno
Nonostante ci troviamo ancora in fase profondamente controrivoluzionaria, lavoriamo, nella tradizione dei comunisti che ci hanno preceduto, alla preparazione della futura generale rinascita del movimento rivoluzionario della classe operaia, ricco di tutti i risultati dell’esperienza passata.
È nella consapevolezza di questo necessario obiettivo comune che la volontà e passione dei militanti del partito per il comunismo e l’urgenza di fuggire dall’inferno della società borghese si proiettano in un’attività unitaria, produttiva e razionale volta ad avanzare il progetto di vita del genere umano, il programma del comunismo.
Nella sua gerarchia di lavoro disciplinato e organico, dove “nessuno comanda e tutti sono comandati”, i vari strumenti del partito si muovono come un gruppo in ordine di battaglia, aggredito da ogni lato da un nemico implacabile e onnipresente. All’interno della comune trincea i militanti, a contatto con la lotta sociale della classe operaia, “respirano l’aria” del comunismo, si comportano come comunisti, già vivono nel comunismo. Del partito difendono l‘armoniosa atmosfera di lavoro, che favorisce lo sviluppo completo di tutti i militanti, anche sul piano personale, intellettuale e di attività, secondo il principio “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”, in tutti i settori dell’attività, in modo che, in linea di principio, ogni compagno sia abilitato a tutti i compiti del partito.
Il partito formale di oggi tende ad allinearsi al partito storico del passato. La storia ha visto i partiti formali del comunismo sorgere e cadere. Solo quel partito che avrà assorbito pienamente e correttamente le lezioni del partito storico potrà guidare le masse proletarie in ascesa nell’atto supremo della rivoluzione.
Il vivente partito formale, impegnato nella quotidiana battaglia sociale, aggiunge continuamente nuovi fattori di esperienza al bagaglio del partito storico.
Fraterna considerazione fra compagni
Il partito formale non è la somma dei suoi militanti; il partito precede i suoi militanti; i militanti vengono e vanno il partito resta, prefigurazione impersonale della società futura. La coscienza del comunismo esiste solo all’interno del collettivo del partito, e soltanto si riflette, parzialmente, nel cervello dei singoli.
Questa impersonalità impone relazioni interne guidate da considerazione fraterna fra i compagni, affidando a un impersonale metodo scientifico la risoluzione di tutte le questioni, nella coscienza che è l’insieme organico del partito che può arrivare a distinguere la giusta strada dalle deviazioni.
Il partito infatti, unito dal fine comune e informato a un programma interamente formulato, scolpito dalla storia in un unico solido blocco, che contiene al suo interno la soluzione di tutte le fondamentali questioni tattiche e programmatiche, rifiuta il metodo dalla lotta politica interna. Così come, dopo aver rigettato la sporca ideologia borghese della democrazia, esclude al suo interno anche il ricorso al primitivo metodo elettorale nella ricerca del vero.
Anche in questo il partito prefigura l’organarsi razionale e fraterno del futuro mondo comunista, non conflittuale, la vera comunità umana, che potrà sorgere solo con il superamento storico di tutte le divisioni di classe.
Tre compiti fondamentali del partito
Come affermato nel 1926 nelle Tesi di Lione, la preparazione rivoluzionaria richiede al partito una continuità tra tre aree: la difesa della teoria, la difesa della salute del partito, il suo impegno nelle lotte difensive dei lavoratori.
Il rispetto dei rigidi limiti tattici imposti dalle lezioni del partito storico e la corretta valutazione delle concrete condizioni economiche e storiche, nonché del reale equilibrio delle forze sociali, guidano le previsioni per il futuro e le modalità della attività esterna.
La difesa della teoria e della nozione del programma massimo si concreta nello studio, nella sua continua ripresentazione al partito e nella stampa periodica, per distinguerli da quelli delle correnti nemiche e falsamente affini.
La conservazione dell’unità e dell’efficienza dell’organo partito e la sua trasmissione fra le generazioni di militanti richiede l’argine contro le contaminazioni e le influenze estranee provenienti dal prevalente mondo borghese. Ma non con altri metodi del suo lavoro organico e fraterno il partito si può coerentemente e senza negarsi difendere da eventuali elementi o gruppi che vengano a trovarsi a disagio rispetto al programma storico, alla continuità della sua tattica, agli impersonali moduli della milizia comunista.
Infine è imprescindibile la partecipazione fisica diretta alle lotte difensive dei lavoratori al fine di incoraggiarne lo sviluppo e accrescere l’influenza del partito sul proletariato organizzato, sottolineando costantemente la connessione delle lotte parziali immediate con l’obiettivo rivoluzionario finale.
Per quanto piccolo sia il partito e per quanto sfavorevoli possano essere le condizioni contingenti per il ritorno dell’offensiva proletaria, il partito rivendica sempre tutte le forme di attività proprie dei periodi favorevoli. Utilizza i vari e diversi strumenti, e gli individui attratti dal partito per il loro bisogno di comunismo, dotati di diverse competenze e capacità, volti alla sua attività unitaria e disciplinata.
Il compagno relatore qui ha dato lettura di significative citazioni da Wilhelm Liebknecht (“Studieren, Propagandieren, Organisieren“), Eleanor Marx e Lenin.
La difesa della dottrina
Teoria e azione sono campi dialetticamente inseparabili. La teoria, prima di essere stata codificata in testi e tesi, scaturì a metà Ottocento come portato storico sociale, risultato dinamico dello scontro tra forze reali di notevole dimensione e portata. Avvalendosi anche di quei casi in cui il risultato finale è una sconfitta delle forze rivoluzionarie, una continua trasfusione di esperienza storica è operata collettivamente dal partito, attraverso la sua attività nella classe e lo studio collettivi.
Mentre il partito formale afferma la totalità dei suoi compiti storici nel perseguimento del suo obiettivo centrale di preparazione rivoluzionaria del proletariato, sia in tempi favorevoli sia sfavorevoli, data l’attuale situazione in cui l’energia rivoluzionaria è ai minimi storici, il compito pratico primario del partito rimane l’esame del corso storico della lotta nella sua interezza e la difesa della teoria del comunismo marxista alla luce dei fatti contemporanei. È un errore definire questo compito come una attività di tipo letterario o intellettuale, poiché si tratta di uno sforzo critico continuo necessario per preparare le basi soggettive di una risolutiva lotta di classe quando se ne presenteranno le condizioni.
Allo stato attuale, dato il nostro numero esiguo, i legami relativamente scarsi con il movimento operaio e il basso livello della lotta difensiva, il nostro armamento più importante rimane quello della critica.
Nata dal grembo della storia, espressione di un movimento sociale incarnato dal proletariato, la critica comunista costituisce l’arma più potente di battaglia della classe oppressa. Senza di essa il proletariato più risoluto è destinato alla sconfitta. Non costituisce un esercizio accademico di studiosi, ma è il cervello complessivo del Partito che unifica tutti i dati del progresso umano allo scopo di utilizzare al meglio le energie proletarie nella sua opera di distruzione dell’ordine esistente.
Il nostro anticulturalismo
Come scrive Marx nel Contributo alla critica della filosofia del diritto di Hegel: «La critica non è una passione del cervello, è il cervello della passione. Non è un bisturi anatomico, è un’arma. Il suo oggetto è il suo nemico, che non vuole confutare, ma annientare. Nei fatti, nell’essenza di quelle condizioni, è già confutato». La difesa del programma non è per i comunisti un lusso teorico, ma una necessità pratica della lotta di classe. È con le armi della critica che diagnostichiamo la morte di questo ordine infame, nella certezza di poter eseguire la sua sentenza storica con la critica più tagliente delle armi.
«Nel 1912, un congresso di giovani socialisti a Bologna diede origine a una importante battaglia tra i culturisti e gli anticulturisti (...) Gli anticulturisti protestarono vigorosamente sostenendo che (...) l’acquisizione della coscienza teorica – che la sinistra ha comunque difeso con fermezza come patrimonio comune del partito e del movimento giovanile – non deve essere utilizzata come condizione per paralizzare tutti coloro che sono spinti a lottare semplicemente sotto l’impulso dei sentimenti socialisti e dell’entusiasmo che le condizioni sociali provocano nel corso naturale delle cose (...) La corretta prassi marxista afferma che la coscienza sia dell’individuo che della massa segue l’azione; e che l’azione segue la spinta dell’interesse economico. Solo all’interno del partito di classe la coscienza e, in determinate circostanze, la decisione di agire precedono il conflitto di classe; ma questa possibilità è organicamente inseparabile dall’interazione molecolare degli impulsi fisici ed economici iniziali» (“Storia della Sinistra Comunista”).
Il partito non è formato sulla base delle coscienze individuali: non è richiesto né possibile che ogni militante si renda cosciente, e ancor meno che padroneggi la dottrina di classe, al modo culturale, ma non è nemmeno totalmente possibile per i singoli dirigenti del partito. La coscienza consiste solo nell’unità organica del partito. Rifiutiamo la concezione del partito come insieme di sapienti illuminati. È l’organo impersonale del partito che è sapiente.
Il partito è una forza materiale la cui azione sapiente e cosciente decide i grandi sviluppi della storia, ma solo quando incontra la gigantesca spinta che viene dal basso della classe, di ignoranti e incoscienti, come un fenomeno naturale e fisico. Engels: «saranno i non socialisti a fare la rivoluzione socialista”; Lenin: «la rivoluzione la faremo con le mani degli altri».
Il socialismo marxista ribalta in teoria e in politica l’equivoco democratico e
popolare. Mostra che soggetto di storia sono le classi. La classe dei proletari
in fermento ha dentro di sé le forze motrici della rivoluzione. Ma le
aspirazioni e l’ideologia dei lavoratori sono determinati dal di fuori, dal
pensiero dalla classe che detiene il monopolio dei mezzi di produzione, e quindi
della cultura. La dottrina del Partito è la sintesi storica di quelle forze
latenti, e solo può restituire al proletariato la piena coscienza di sé e il
coraggio di non cercare al di fuori di sé, nella piccola borghesia, i mezzi
della sua ascesa.
L’Iran moderno: La monarchia Pahlavi
Alla fine degli anni ‘50 l’Iran è un paese che si affaccia al capitalismo, retto dalla monarchia di Mohamed Reza Pahlavi, riportato dall’esilio a Roma e rimesso al potere con il golpe Usa che destituì il governo di Mossadeq. Dispone di una propria azienda nazionale sulla quale lucrano le compagnie straniere.
Il decennio successivo è un periodo di transizione e trasformazione economica e sociale che getta le basi per gli avvenimenti dei 20 anni successivi. Il petrolio “nazionale” è gestito dalle “Sette sorelle”.
Dopo la morte nel 1962 dell’ayatollah Mostafavi Kashani, il regime, che fino a quel momento aveva governato con “moderazione”, nel rispetto del potente clero sciita, avviò un piano di riforme sociali ed economiche, in risposta al malcontento per le differenze sociali che avevano caratterizzato gli anni precedenti, con lo scopo di rendere la società persiana una moderna potenza industriale occidentalizzata: una serie di interventi del regime monarchico che sarà ribattezzato “Rivoluzione Bianca”. Con le cospicue entrate del petrolio, di cui lo Stato iraniano tratteneva il 50% delle royalties, nel 1963 si avviò un imponente programma di trasformazione da attuare nell’arco di 15 anni. Alcune, realizzate subito, furono approvate da un plebiscito col 99% di voti favorevoli, per la speranza di miglioramenti delle difficili condizioni di vita del periodo.
L’intervento prevedeva, fra l’altro: 1) abolizione del latifondo e distribuzione di terre ai contadini; 2) diritto di voto alle donne; 3) obbligo scolastico e alfabetizzazione nelle aree rurali; 4) privatizzazione delle imprese statali; 5) partecipazione degli operai agli utili delle imprese; 6) nazionalizzazione di foreste, pascoli e fonti idriche; 7) difesa della maternità; 8) educazione pubblica fino a 14 anni; 9) un sistema sanitario nazionale; 10) stabilizzazione dei prezzi; 11) lotta alla corruzione.
Ma con la trasformazione e industrializzazione della società iraniana, con profonde difformità etniche ed economiche, gli entusiasmi iniziali vennero meno. La modernizzazione, a tratti forzata – e ricercata soprattutto sotto la pressione dall’amministrazione Kennedy, per scongiurare con l’ascesa della crisi la conquista di consensi e di influenza delle opposizioni “comuniste” legate al capitalismo sovietico – non ebbe gli esiti sperati.
Il clero inoltre da diversi anni faceva leva sull’avversione all’Occidente per screditare il regime temendo un’eccessiva laicizzazione del paese.
Il movimento di trasformazione, che aveva lo scopo di porre un argine alla crisi e mettere a tacere le correnti avverse, invece che un periodo di stabilità del regime venne a favorire le opposizioni anti-monarchiche.
Inoltre, lo sviluppo dell’intervento pubblico in alcuni settori aveva reso possibile una forte corruzione che, collegata alla ingerenza straniera, non attenuò quelle differenze sociali e quella concentrazione di ricchezza in poche mani che avevano caratterizzato il paese negli anni precedenti. La modernizzazione fu superficiale e limitata a pochi favorendo una ristretta élite, cosa che portò a un diffuso risentimento in diversi strati sociali, contadini, proletariato urbano e piccola borghesia, che iniziarono a vedere nel clero (storico nemico della monarchia nei decenni scorsi) un alleato e un sostenitore della causa nazionale, contro la Corona, ritenuta straniera e occidentale, autoritaria e corrotta.
Masse di contadini e pastori erano stati costretti ad abbandonare le aree rurali per trasferirsi nei principali centri urbani, ingrossando periferie degradate e senza servizi, che diventarono serbatoi di disoccupazione e di un sottoproletariato sempre più ostile al programma economico della monarchia.
In conclusione, sebbene ci fossero state alcune concessioni di diritti civili, le riforme economiche fallirono, alimentando le differenze sociali e creando un forte divario tra zone urbane e rurali.
Nelle campagne la riforma agraria, punto centrale della manovra, abbattuti i vecchi rapporti feudali e di servitù della gleba e distribuite le terre, accelerò lo sviluppo di aziende agricole capitalistiche e di una nuova borghesia fondiaria, che divenne classe egemone in un paese ancora profondamente agricolo, ottenendo un grande potere, anche nei confronti della ancora minoritaria borghesia industriale.
Questa, in formazione, già esercitava un brutale sfruttamento sulla classe operaia.
Le statistiche ufficiali indicano nel 1966 una popolazione di 25 milioni. Dei 1.200.000 occupati nell’industria manifatturiera 200.000 lavoravano fra le 50 e 60 ore alla settimana, 250.000 più di 64 ore, 100.000 più di 71, mentre 200.000 non avevano un lavoro fisso lavorando meno di 30 ore. L’unico sindacato autorizzato, l’“Organizzazione Operaia Iraniana”, era un’appendice dello Stato e i suoi dirigenti erano membri della SAVAK.
Questa, la polizia segreta di regime, istituita nel 1957 era composta da alti funzionari ben pagati con l’obiettivo di reprimere ogni forma di dissenso attraverso la sorveglianza, l’arresto e la tortura degli oppositori politici e dirigenti della classe lavoratrice. Mentre la crisi e le tensioni si acuivano la SAVAK assunse sempre più potere e un ruolo centrale beneficiando di progressivi e ingenti aumenti di risorse da parte dello Stato. Molte opposizioni iniziarono a organizzarsi in clandestinità, principalmente nelle moschee. Questo avvenne in modo molto graduale: ci vorranno altri 15 anni prima della caduta della monarchia.
Il fallimento delle riforme e la repressione della SAVAK alimentarono una frattura sociale sempre più profonda e incontrollabile. Tra le principali voci di protesta emerse la figura dell’ayatollah Khomeini, arrestato il 5 giugno del 1963 dopo un fallito complotto contro lo scià; sarà poi esiliato. Gli scontri di strada che si prolungarono nei giorni successivi a Teheran, Qom ed altre città finirono in una barbara repressione che contò 15.000 vittime, segnando l’inizio dell’opposizione khomeinista.
Questa evoluzione del contesto dei primi anni ‘60 rappresenta uno spartiacque nella storia dell’Iran del secondo dopoguerra, la genesi di una serie di crisi e notevoli cambiamenti che sfoceranno nella “rivoluzione” della seconda metà degli anni ‘70, la caduta della monarchia (sostenuta dalle borghesie francese, inglese ma soprattutto statunitense) e la presa del potere di Khomeini, evento che segnerà l’inizio del regime islamico tuttora presente.
Il piano di intervento statale in alcuni settori all’interno di una economia di mercato, per quanto emergente, soprattutto in fase di recessione economica, non risolve le contraddizioni del capitalismo, né attenua le sue conseguenze sul proletariato, rimasto schiacciato in Iran sotto una borghesia contadina e industriale e un apparato statale che concede diritti solo apparenti.
Va qui ricordato il ruolo dello storico partito “comunista”, del Tudeh, stalinista, che, dopo aver appoggiato nel precedente decennio la nazionalizzazione della AIOC, la compagnia petrolifera iraniana, per tutti gli anni ‘60 mantenne stretti legami con Mosca, operando di fatto in clandestinità a seguito della crescente repressione dei Pahlavi, con i suoi quadri spesso in prigione o in esilio. Tale partito, che si era già schierato in precedenti occasioni al fianco degli ayatollah sciiti, anch’essi contrari all’ingerenza occidentale nel paese, mirava a una politica “antimperialista”, rivolta cioè a sostenere un maggiore intervento ed egemonia dell’U.R.S.S. negli affari del petrolio iraniano, influenzando parte delle proteste e contribuendo alla nascita di diverse formazioni di sinistra, soprattutto tra gli studenti nelle università, ostili alla dittatura americana, percepita sempre più come l’unico male da abbattere. Le lotte quindi, come quasi sempre accaduto, e non solo in Iran, restavano relegate al passaggio da un regime borghese all’altro, da un padrone a un altro.
La classe operaia e contadina, senza una propria autonomia politica di classe e
un partito autenticamente marxista rivoluzionario, non poté che accodarsi alle
pulsioni dei commercianti, della piccola borghesia e delle sue direzioni
reazionarie e antiproletarie, ai movimenti “antimperialisti” nazional-comunisti,
a quelli studenteschi, ai movimenti anti-occidentali religiosi, così come era
avvenuto nel decennio precedente, e come vedremo avverrà in quello successivo,
con il sostegno sempre più esteso all’islamismo, e così come accade ancora oggi.
Il corso previsto dell’indirizzo sindacale del partito in Italia
In Italia, dove il partito può vantare una continuativa presenza all’interno del movimento sindacale e ha svolto una approfondita disamina delle sue vicende, nell’arco di questo dopoguerra ha modificato le sue parole d’ordine. Rivendichiamo interamente le nostre posizioni generali di sempre, con cui siamo in piena continuità, ma è cambiato il contesto in cui il proletariato si è trovato a battersi.
Su “Il Partito Comunista” n.64 del 1979 è apparsa la nostra parola d’ordine, relativa all’Italia, “Fuori e contro gli attuali sindacati”.
Avevamo già definito i sindacati nati nel secondo dopoguerra, CGIL, CISL e UIL, “cuciti sul modello Mussolini”, asserviti allo Stato e referenti dei partiti borghesi, riflesso dei nuovi equilibri interimperialistici: li definimmo sindacati “di regime”.
Nell’articolo si rilevava che fino ad allora la parte più combattiva del proletariato italiano si era trovata nella CGIL, che era stata costretta dalla pressione operaia a prendere in mano forti scioperi. Quindi ne concludevamo che, fino a quel momento, il processo di inserimento dei sindacati nell’ingranaggio statale era ancora reversibile, non compiuto, per cui non si poteva escludere la possibilità, sull’onda della lotta operaia, di riconquistare la CGIL a una politica di classe. «Perciò parlammo di “riconquista a legnate”. Se ciò non si fosse verificato, dicemmo allora, avrebbero dovuto risorgere delle nuove organizzazioni classiste (…) Per questo i nostri militanti condussero la battaglia dentro la CGIL».
Dal 1975, mentre vasti episodi di lotta dei lavoratori erano apertamente sabotati dalla CGIL, «la parte più combattiva e cosciente del proletariato tende ad abbandonare gli attuali sindacati e a dar vita a nuove organizzazioni».
Nel 1980, quando si intravedevano i primi bagliori del futuro sindacalismo di base, scrivevamo: «Se la parola d’ordine “fuori e contro il sindacato” non può essere posta come pregiudiziale per l’adesione ad ogni comitato operaio (…) i militanti comunisti devono operare affinché diventi l’indirizzo in essi dominante (…) lottando a fondo contro chi si pone sul terreno ambiguo e cervellotico del “dentro e fuori il sindacato” o, viceversa, chi pretende che questi piccoli comitati siano già di per sé un nuovo sindacato e debbano puntare a breve scadenza a costituirsi come sindacato di classe. Siamo invece in presenza dei primi sintomi organizzativi di ristrettissimi strati di lavoratori combattivi, che sarebbe più giusto definire nuclei del futuro sindacato di classe e che il Partito deve aiutare ad esprimere fino in fondo e con coerenza la carica antiopportunista e anticapitalista che potenzialmente possiedono».
La nostra parola d’ordine veniva confermata nell’articolo “Termini dell’attività sindacale del partito, su “Il Partito Comunista” n.202, del 1992:
«Riguardo ai sindacati, il Partito esprime posizioni che hanno carattere di principio e che concernono la necessità della presenza di vaste organizzazioni a carattere economico aperte a tutti i salariati. Tramite la sua frazione organizzata all’interno, il Partito tenta di acquisire in esse una influenza determinante e, nella fase rivoluzionaria, la loro stessa direzione (…)
«Altra questione è la valutazione dei sindacati attuali, il nostro atteggiamento nei loro confronti, la tattica che il Partito adotta nelle diverse circostanze. In questo l’azione del Partito è legata alla interpretazione dei fatti e allo studio delle situazioni diverse, che non è immune da approssimazione e richiede progressive precisazioni e rettifiche (…)
«Le valutazioni del Partito e la tattica nei confronti dei sindacati attuali non saranno quindi probabilmente identiche in tutti i paesi e circostanze. L’indicazione del Partito a non organizzarsi più nella CGIL e per la ricostruzione del sindacato di classe “fuori e contro il sindacato di regime” non è un principio generale di azione del Partito, ma il risultato di una valutazione della situazione maturatasi in Italia (…)
«È possibile che la classe esprima, in una fase di ripresa, forme organizzative diverse da quelle tradizionali, che non ci è dato prevedere oggi. I COBAS sono dunque oggetto del nostro interessamento non in quanto manifestano forme originali di organizzazione operaia, ma in quanto esprimono la tendenza alla riorganizzazione contro la politica collaborazionista».
La CGL prefascista era uno strumento della classe operaia diretto da controrivoluzionari di professione. La CGIL attuale è un’organizzazione del regime borghese, a cui risponde e di cui fa gli interessi, che inquadra i lavoratori perché non si organizzino per la lotta.
Le sporadiche lotte aziendali – anche dure – non contraddicono questa diagnosi: essa è confermata dal fatto che, quando avvengono, sono isolate e contenute nei confini della singola azienda, se non del singolo stabilimento.
Se per trent’anni i lavoratori del nostro partito si sono iscritti alla CGIL e vi hanno svolto agitazione sindacale comunista non era perché avessimo alcuna illusione sulla sua natura e sulla sua funzione, ma perché la parte più combattiva della classe operaia che vi aderiva la considerava ancora il proprio rosso sindacato, e perché ai comunisti era possibile organizzarsi in frazione al suo interno e praticare e propagandare il nostro indirizzo di classe.
Il Partito conferma tutte le sue posizioni, e ribadisce che il “fuori e contro” la CGIL non è dovuto a manie di purismo o settarismo, che abbiamo sempre condannato come manifestazione di immediatismo e impotenza rivoluzionaria. Condividiamo totalmente i rimproveri di Lenin nel suo “Estremismo” agli “infantili di sinistra”.
Dagli anni ’70 del secolo scorso, da una parte non fu più possibile ai comunisti far arrivare la loro voce ai lavoratori nella CGIL, dall’altra, per poter lottare efficacemente, i proletari si dettero a formare nuovi sindacati combattivi.
Tuttavia, nemmeno i sindacati nati nei trascorsi 50 anni in dichiarata opposizione ai sindacati di regime sono privi di debolezze. Alcuni seguono logiche di categoria, talvolta accettano l’autoregolamentazione per legittimarsi nei confronti dello Stato o per godere delle facilitazioni che hanno i sindacati di regime. Spesso i loro dirigenti appartengono a piccoli partiti sedicenti comunisti, che hanno per scopo principale quello di trovare aderenti al proprio partito: portare avanti una lotta operaia diventa per essi cosa del tutto secondaria. C’è anche della buona fede. Spesso però si accompagna all’idea di creare organismi ibridi tra partito e sindacato, le cui caratteristiche restano oscure a coloro stessi che li sostengono. Tutte cose già viste. Ma, nonostante i limiti di tali sindacati, al loro interno vi sono i proletari più disposti alla lotta classista, ai quali noi comunisti dobbiamo rivolgere il nostro aiuto, ammonimenti e indicazioni.
Il nostro obiettivo resta quello di sempre: un’unica organizzazione sindacale di classe a cui aderisca gran parte dei proletari. È con questo fine che i membri del partito militano nei sindacati, promuovono l’azione di coordinamenti che uniscano nella lotta proletari aderenti ai vari sindacati, in Italia aperti anche agli elementi combattivi presenti nella CGIL.
La linea è quella di sempre, ma ovviamente senza un risveglio alla lotta di classe di un proletariato piegato alla individualistica rassegnazione da decenni di controrivoluzione, nessuna giusta linea, nessuna formula organizzativa può suscitare la rinascita di grandi sindacati di classe. Per contro, senza di questi la rivoluzione proletaria è impensabile. Il sindacato, oltre a cinghia di trasmissione fra il partito e la classe, è anche il serbatoio da cui attinge forza il partito stesso.
Non c’è spazio per i dubbi nei nostri principi e nel nostro programma, poiché non sono frutto di elucubrazioni di individui ma della esperienza storica; si possono solo accettare in blocco o rifiutare. In questo siamo dogmatici. È nell’analisi dei vari fenomeni e delle varie situazioni che i dubbi sono invece inevitabili e necessari.
Oggi il Partito deve analizzare ciò che accade nelle varie parti del mondo, anche dove non abbiamo delle sezioni e dei compagni. Se ci capita di dare un giudizio non sufficientemente approssimato, e questo talvolta ai partiti formali accade, non ci daremo per vinti. Un esempio dei dubbi che possiamo nutrire è sulla CGT, che negli ultimi anni è sembrata permeabile alle lotte di classe che si sono sviluppate in Francia, ad esempio organizzando scioperi ad oltranza a livello nazionale nel settore petrolchimico.
Come è generale la tendenza di tutti gli Stati borghesi di dotarsi di sindacati di regime, quando non di Stato, impermeabili alla lotta di classe, allo stesso modo è generale la necessità per i proletari di organizzarsi in veri combattivi e fedeli sindacati.
Quanto a coloro che non hanno mai dubbi sulle proprie analisi, questo è perché sono affetti da presunzione intellettualistica piccolo-borghese, finendo poi inevitabilmente per nutrire dubbi sui principi stessi del comunismo e del marxismo. Il partito nella questione sindacale, come in tutte le altre, non ha nulla da scoprire e da innovare, ma solo da studiare, “a contatto con la classe operaia”.
Fine del resoconto al prossimo numero
PAGINA 7
In questo febbraio la guerra di Ucraina ha superato i quattro anni, lo scontro tra eserciti regolari più lungo e imponente dalla fine della seconda guerra mondiale. Dunque costituisce un banco di prova fondamentale sia per gli Stati che vi sono coinvolti sia per il proletariato che ne è vittima. Ciò nonostante i rapporti tra imperialismi mondiali stanno attraversando un periodo così burrascoso che questa guerra è stata relegata in secondo piano dai media internazionali.
Le estemporanee promesse del presidente statunitense, appena rieletto un anno fa, di far rapidamente cessare i combattimenti, prospettando una divisione del bottino ucraino tra Stati Uniti e Russia, hanno incontrato l’opposizione di molti Stati europei, esclusi dal banchetto nonostante il loro impegno nella guerra, mentre la Russia non è parsa interessata ad accettare un accordo di compromesso.
Proprio in questi giorni, dietro le quinte del World Economic Forum di Davos, un redivivo Zelenski si è nuovamente incontrato con Trump e fiduciari statunitensi che negoziavano con il Cremlino. Zelenski, benché avesse appena incassato altri 90 miliardi dall’Unione Europea – occupata a trovare un modo di mantenersi i ghiacci della Groenlandia – non ha esitato a criticarla aspramente per la sua indecisione verso la Russia, e ha annunciato un primo incontro trilaterale negli Emirati Arabi Uniti tra Stati Uniti, Russia e Ucraina, che si è poi tenuto il 23 e 24 gennaio. Dunque la borghesia ucraina, in cattivissime acque, pare allontanarsi dall’abbraccio dell’UE, costretta infine a consegnarsi nelle mani degli USA. Vedremo.
Durante questi lunghi anni di guerra il proletariato ucraino e russo hanno pagato un prezzo altissimo di vite umane, alcune regioni dell’Ucraina sono ridotte in macerie, ma i danni materiali sono notevoli anche in Russia. Distruzioni che per generazioni ricadranno sul proletariato di entrambi i paesi.
Sullo sfondo di questo contesto tragico una classe politica di inconsistenti
attorucoli continua a organizzare inutili vertici, incontri “ai massimi
livelli”, chiamati “trattative di pace”, un teatrino mediatico dietro il quale
gli opposti fronti imperialisti continuano ad alimentare la guerra. In questo
momento nessun governo ha un effettivo interesse alla fine della guerra,
nonostante la sua evidente inutilità.
Vince la Russia (per ora)
La Russia, con un esercito da più di un anno all’offensiva sull’intero fronte, non ha interesse alla pace se non ottenendo la gran parte di quanto pretendeva con l’invasione nel lontano febbraio 2022. Fondamentalmente: la NATO deve restare fuori dall’Ucraina; i quattro oblast orientali devono essere riconosciuti interamente parte della Russia, come già sancito dalla Costituzione; l’esercito ucraino deve essere ridotto a non più di 70-80.000 uomini e al solo fine di controllo dell’ordine sociale interno.
I successi russi, dovuti alla crescente superiorità in truppe, mezzi e potenza di fuoco, hanno permesso a Putin di affermare il 27 dicembre che «se le autorità di Kiev non vogliono risolvere la questione pacificamente, risolveremo tutti i problemi che ci attendono con l’operazione militare speciale e con mezzi militari». Questa non ci pare una spacconata. L’esercito russo ha già conquistato il 19-20% del territorio dell’Ucraina, compresa la Crimea, e continua ogni notte a martellare con missili balistici, da crociera e droni infrastrutture energetiche, aree industriali e basi militari, e soprattutto il porto di Odessa. Attacchi contro i quali le difese aeree ucraine risultano sempre meno efficaci. L’esercito ucraino si sta sfaldando mentre l’esercito russo si rafforza. Sta vincendo la guerra e dunque è in grado di dettare le condizioni di un eventuale accordo di pace, oppure di imporlo di fatto quando avrà raggiunto i suoi obbiettivi.
Il massacro di proletari
in divisa
Stime attendibili valutano tra 250 e 350 mila caduti da parte russa mentre gli ucraini potrebbero aver superato gli 800 mila. Questa valutazione smentisce quanto affermato dalla propaganda occidentale che parla sempre di “elevatissime perdite russe”.
Da molti mesi l’esercito russo, che dispone di una potenza di fuoco molto superiore a quella degli ucraini, nell’artiglieria, nella disponibilità di droni e nell’aeronautica, può duramente colpire le linee nemiche.
Anche per l’arruolamento la situazione è a favore della Russia. Secondo varie fonti i disertori nell’esercito ucraino sono stati nel 2025 circa 300 mila, almeno 850 mila uomini in età di arruolamento si nascondono ai reclutatori e circa 650 mila restano all’estero per non vestire l’uniforme. L’esercito russo al contrario non pare soffrire del problema delle diserzioni perché non invia i coscritti al fronte e combatte arruolando tra i 360 mila e i 400 mila volontari a contratto all’anno. Per il 2026 ha già pianificato di arruolarne 409.000.
Ci pare evidente che se i soldati russi venissero mandati al massacro “in assalti in massa”, come sostiene lo stato maggiore ucraino, non vi sarebbero tanti volontari, nonostante le buone paghe.
La crisi economica
La propaganda occidentale continua ad affermare che la Russia sarebbe preda di una grave crisi economica, di un’alta inflazione, causata soprattutto dalle sanzioni occidentali, che dovrebbero portarla presto a un cedimento politico e militare.
Anche questa ci pare propaganda. Prima che la crisi economica provochi una spaccatura all’interno e fermenti sociali tali da imporre la fine della guerra – cosa da noi auspicata ma che non avverrà purtroppo a breve termine – l’esercito russo costringerà l’Ucraina a una resa senza condizioni, la borghesia ucraina perderà ogni sua ricchezza e i suoi alleati dovranno venire a patti.
La criminale fermezza del governo d’Ucraina
Tuttavia il governo ucraino ancora rifiuta la cessione dei territori e continua a chiedere l’aiuto militare e finanziario dell’Occidente, nonostante la gravissima situazione della popolazione civile costretta nella morsa del gelo, la carenza di riserve, le diserzioni e i rimpiazzi incompleti delle brigate.
Ma la quello del governo di Kiev non è orgoglio nazionale, come vorrebbe far credere la propaganda bellicista europea, ma bieco asservimento al partito della guerra ad ogni costo. Zelenski non ha altra scelta, dopo aver venduto il proprio proletariato al padrone americano ed europeo. Questo ha significato prima di resistere all’invasione, poi proseguire la guerra, contro ogni logica militare e contro ogni considerazione di semplice pietas verso il proprio popolo.
In un articolo di Le Monde diplomatique si sostiene che «sarebbe moralmente impensabile per le forze di Zelenski, che hanno inviato migliaia di soldati a morire per conservare il Donbass, cedere volontariamente le posizioni che tengono ancora (…) Probabilmente l’esercito rifiuterebbe di obbedire». Al contrario una capitolazione, di questo si tratterebbe, sarebbe accolta con entusiasmo dai soldati al fronte, e anche da gran sollievo della restante popolazione. Ma la smobilitazione dell’esercito potrebbe aprire una crisi politica, lo scoppio di disordini, forse una guerra civile.
D’altra parte, se il governo russo dovesse rinunciare all’occupazione della totalità del Donbass non potrebbe spacciare la fine della guerra come una vittoria e questo determinerebbe probabilmente una crisi interna.
Come la borghesia russa ha sacrificato il proletariato, che non ha nulla da guadagnare da questa guerra, per difendere i suoi interessi, minacciati dai borghesi d’Occidente, quella ucraina ha immolato il proletariato per gli affari dei capitalisti ucraini, al soldo di Washington e di Berlino. Con la fine della guerra questi nodi potrebbero venire al pettine.
Come scrivemmo già chiaramente nel marzo 2022, pochi giorni dopo lo scoppio della guerra: «La classe operaia di Ucraina non avrebbe nulla da perdere da una resa immediata della propria borghesia di fronte alla invasione russa. Simmetricamente i lavoratori di Russia non hanno nulla da guadagnare da una vittoria del proprio Stato in Ucraina. Ma i borghesi di Ucraina volevano la guerra, tanto quanto i loro “protettori” occidentali, e quanto i borghesi russi».
La situazione interna
Già nel 2014, ben prima dello scoppio della guerra, notavamo come la crisi economica avesse provocato in Ucraina «una forte emigrazione: la popolazione, che aveva raggiunto i 52.179.210 abitanti nel 1993 è scesa regolarmente negli anni successivi per arrivare ai 45.593.300 nel 2012. Questo dimostra la durezza della crisi e delle sofferenze che la popolazione ha dovuto sopportare. Per il proletariato e le classi medie è stato come essere in guerra».
Ma negli anni successivi la situazione è peggiorata: attualmente sono oltre 8 milioni gli ucraini all’estero (circa 6 milioni nella UE), 1,8 milioni sono gli sfollati interni dalla guerra nel Donbass dal 2014 al 2022 e altri 5,7 milioni dall’invasione russa dal 2022. L’attuale popolazione non supera i 37 milioni, contro i 146 in Russia, un rapporto uno a quattro.
Dal punto di vista finanziario, inoltre, l’Ucraina è in bancarotta. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale avrà bisogno di almeno 160 miliardi di dollari entro la primavera.
L’indefinito prolungarsi dei combattimenti, dei bombardamenti, delle distruzioni, quando i giochi sul piano militare sono ormai fatti, se da un lato dimostra la forza del partito della guerra, sostenuto dalle oligarchie capitalistiche, dai produttori e dai mercanti di armi, dall’altro conferma la debolezza del movimento proletario internazionale, e di quello ucraino in particolare che, in assenza di forti sindacati e del partito di classe, è incapace di una reazione in grado di bloccare dal basso la guerra imperialista.
Inesistente, ma nefanda, Unione Europea
In questa situazione di estrema tensione globale l’Unione Europea ha dimostrato una volta di più di non esistere come organismo unitario. Gli Stati si sono mossi in modo autonomo e contrastante mostrando che le cause dei conflitti del secolo scorso sono tutt’altro che scomparse.
I massimi vertici dell’UE gridano alla minaccia russa, con la cavalleria cosacca pronta ad abbeverarsi alla Fontana di Piazza San Pietro, come affermava la propaganda democristiana nell’Italia del 1948, e varano un enorme piano di riarmo. Ma nei fatti sono i singoli Stati a riarmarsi, Germania in testa.
Ogni borghesia d’Europa, piccola o grande che sia, difende i propri interessi e la propria sfera d’influenza, rafforza le politiche nazionaliste, lo spirito patriottico, e soprattutto il bilancio militare, in preparazione dello scontro futuro, che tutti i borghesi desiderano. Il presidente polacco ha ben riassunto questa sciagurata politica col motto “Denaro oggi o sangue domani”, che nei fatti sa bene che significa “Denaro oggi e sangue domani”.
Persino il presidente ucraino a Davos non ha risparmiato critiche alla malmessa Unione Europea, nonostante questa avesse appena stanziato altri 90 miliardi di dollari in aiuti! Sono assolutamente insufficienti, ma con quell’ulteriore “prestito” i vertici dell’UE hanno confermato di puntare ancora sulla guerra, “fino all’ultimo ucraino”. Quei capitali infatti sarebbero “garantiti” dal pagamento delle riparazioni da parte della Russia, prospettiva al momento alquanto improbabile.
Per contro l’Unione Europea ha accettato tutti i diktat imposti negli ultimi mesi dagli Stati Uniti, dalle spese militari al 6% del Pil ai 600 miliardi da investire nell’industria statunitense e ai 750 per acquistare il costoso gas americano, dopo aver rifiutato quello russo a buon mercato.
Gli Stati europei rappresentano il blocco capitalistico più debole, e ne stanno pagando le conseguenze.
Ma il proletariato di Europa deve rifuggire dalle sirene politiche che inneggiano all’unità dell’Unione, ai suoi “valori” di democrazia e libertà. Porre le borghesie del continente in grado di difendersi dalle pressioni dell’Oriente come da quelle dell’Occidente significherebbe soltanto la nascita di un terzo blocco imperialista opposto a quelli di Stati Uniti e di Cina. Da questo il proletariato internazionale non avrebbe nulla da guadagnare. Si sta preparando uno scontro tra blocchi di capitalisti che non riguarda gli interessi del proletariato. È con la propaganda della difesa della patria, della libertà, della democrazia, della pace, che il partito trasversale e internazionale della guerra tenterà di trascinare i proletari al fronte.
Frana la NATO
L’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO) è finita anch’essa nella contesa. Come scrivevamo nell’articolo del 2022: «In modo ufficiale fino dal 2014 la NATO ha avuto una presenza costante di organizzazione e addestramento del disastrato esercito ucraino. È evidente che si lavorava a un allargamento dello scontro da locale per le repubbliche separatiste a un conflitto aperto e generale. La presenza di strutture militari occidentali rappresentava un importante avamposto atlantico in territorio ucraino, anche se temporaneamente fuori dall’Alleanza. In tempi più recenti addirittura facendolo zona operativa di esercitazioni NATO, sotto la presidenza del docile ex attore Zelenski (anni ’20-21), operazioni provocatorie per mettere sotto pressione il confinante russo».
Durante questi quattro anni di guerra, gli Stati membri dell’organizzazione hanno assunto posizioni molto diverse, basti pensare alla politica condotta dall’Ungheria o dalla Turchia o a quella contrapposta della Gran Bretagna o della Polonia.
Nonostante le proclamazioni del Segretario Generale contro la minaccia “esistenziale” rappresentata dalla Russia e dalla Cina, i risultati sono ben pochi e le differenze interne tra gli alleati, sul livello di coinvolgimento, sulla tempistica e sugli obiettivi finali, rivelano l’assenza di una visione comune e smascherano gli sforzi propagandistici per far apparire l’Alleanza Atlantica una forza monolitica e coesa.
Ambiguo il ruolo politico della NATO in questa guerra: di fatto è parte attiva del conflitto, ma continua a presentarsi come soggetto non belligerante per non sfidare apertamente Mosca. L’ipocrisia di non intervento formale e di sostegno militare sostanziale è il segno evidente che non esiste una condivisa linea politica chiara e coerente. Gli Stati Uniti, che da quando fu costituita hanno rappresentato il perno dell’Alleanza Atlantica, non nascondono di volersene “emancipare”. Si legge nelle linee guida della nuova Strategia di Difesa Nazionale, diffusa dal Pentagono: «La priorità assoluta delle forze armate è difendere gli Stati Uniti. Il Dipartimento darà quindi priorità proprio a questo obiettivo, anche difendendo gli interessi americani in tutto l’Emisfero Occidentale». Prosegue: «Mentre le forze statunitensi si concentrano sulla difesa del territorio nazionale e dell’Indo-Pacifico, i nostri alleati e partner si assumeranno la responsabilità primaria della propria difesa, con un supporto fondamentale ma più limitato da parte delle forze americane».
Sulla grande scacchiera del morente capitalismo
La guerra in Ucraina, che vede la NATO opposta alla Russia, di fatto è piuttosto degli Stati Uniti contro l’Europa, e soprattutto la Germania. Washington non nasconde la soddisfazione per avere spezzato il legame commerciale, industriale e finanziario che univa alcuni Paesi europei, Germania per prima, alla Russia. Ha interrotto la fornitura di gas e petrolio, ha costretto gli Stati d’Europa ad aumentare drasticamente il loro bilancio militare a tutto vantaggio dei colossi degli armamenti statunitensi. Il Pentagono dichiara che la Russia non è l’avversario, contraddicendo apertamente la narrativa del Segretario Generale della NATO e riducendo drasticamente gli aiuti militari ed economici all’Ucraina. A questo punto la NATO non ha più ragione di esistere, anche se probabilmente continuerà a stare in piedi sopravvivendo a sé stessa.
Le basi militari della NATO si rivelano quindi sempre più apertamente per quello che sono sempre state, punti di forza di un’occupazione militare dell’Europa occidentale da parte dell’imperialismo statunitense, imposta con la vittoria nel Secondo conflitto mondiale. Suo scopo è stato anche tenerne sottomesso un combattivo proletariato, in collaborazione con gli Stati del Patto di Varsavia, che si occupavano di schiacciare la classe operaia nell’Europa orientale.
Intanto la grande presenza del mega-capitalismo cinese silenziosamente si viene imponendo sul mondo.
Quanto ancora attenderà Berlino per chiedere conto del sabotaggio dei gasdotti Nord Stream voluto dagli USA e attuato da un commando ucraino? Metteranno per questo al governo i filonazisti di Alternativa per la Germania?
Le contraddizioni dell’imperialismo si fanno sempre più evidenti con l’avanzare della crisi e l’approssimarsi della guerra generale.
Nuovi scenari
Scenari nuovi questi che mettono in ambascia la borghese diplomazia internazionale.
Il regime capitalistico nella sua fase di decadente imperialismo punta dritto verso la guerra. Una terza catastrofica guerra mondiale può essere bloccata solo dall’insorgere della reazione proletaria internazionale.
Per questo risultato occorrono vaste organizzazioni sindacali, e sotto l’influenza di un saldo partito comunista internazionale. Queste opereranno perché il proletariato di ogni Paese, benché “aggredito”, non aderisca alla guerra, non difenda le “sacre frontiere”. Perché il nemico è la propria borghesia nazionale, si ammanti essa dei vessilli fascisti o del peplo democratico. Fraternizzerà con i proletari-soldati “invasori”, anch’essi mandati al macello, e preparerà l’unica guerra favorevole al proletariato, quella per liberarsi, con la rivoluzione comunista, di questo regime politico infame!
Questo il compito, immane ma obbligato e entusiasmante, che sta davanti ai
compagni nei prossimi mesi ed anni.
PAGINA 8
L’impossibile capitalismo corporativo
Definire confuse le concezioni di Ugo Spirito è un eufemismo: parla di un’economia liberale (con cui intende il capitalismo basato sulla proprietà privata), economia bolscevica (che per lui significa proprietà non più privata ma dello Stato), e socialismo di Stato (che sta per economia mista, privata e statale). Ispirandosi ad Hegel (e soprattutto maltrattandolo) parla di una seconda triade “dialettica”: economia pura, corporativismo conciliativo, corporativismo integrale. Definisce la prima come la “quintessenza dell’economia liberale”, e il corporativismo conciliativo come un compromesso, dove gli interessi di imprenditori e operai restano in contrasto, contrasto che lo Stato cerca di conciliare.
Il corporativismo conciliativo sarebbe quindi una forma immatura di corporativismo integrale, che invece risolve l’individuo nello Stato e trasforma imprenditori e sindacati in azionisti di quella che chiama “corporazione proprietaria”. Se nel corporativismo conciliativo la proprietà è nelle mani degli imprenditori, nel corporativismo integrale la proprietà è della corporazione, dove operai e imprenditori si dissolvono per ricomporsi in una sintesi come azionisti della corporazione.
Il 5 maggio 1932, Spirito, a Ferrara, al secondo convegno di studi sindacali corporativi, tiene una relazione dal titolo “Individuo e Stato nell’economia corporativa”: «La superiorità della rivoluzione fascista su quella bolscevica è rappresentata dal carattere storicistico della prima rispetto all’astrattismo ideologico della seconda (...) Noi possiamo guardare con più matura consapevolezza il rozzo procedere del comunismo bolscevico (...) ma insieme dobbiamo riconoscere quanto di più vitale si cela in queste manifestazioni (...) Il Fascismo rappresenta una forza costruttrice che va storicamente all’avanguardia e che si lascia alle spalle, dopo averli riassorbiti, socialismo e bolscevismo.
«Per ora il corporativismo non è integrale; c’è accanto ad esso il sindacalismo (...) La distinzione delle classi non è completamente superata (...) Nessuno certo può essere così ingenuo da pensare che il corporativismo si risolva tutto in una funzione di giudice conciliatore (...) Nel suo primo passo [del fascismo] la preoccupazione dominante (...) doveva essere quella di eliminare i contrasti: l’opera più propriamente costruttiva può cominciare solo in un secondo tempo (...)
«La soluzione logica appare quella della corporazione proprietaria (...) Se non come utopia, il principio della corporazione proprietaria può valere oggi a illuminare la direzione del cammino (...) Per il rapporto tra lavoratore e azienda potrebbe stabilirsi per legge il diritto del lavoratore alla cointeressenza (...) Inoltre, potrebbe esigersi che anche i lavoratori fossero rappresentati nel consiglio di amministrazione, per collaborare nella direzione dell’azienda a cui sono interessati».
Questa sorta di somiglianza tra comunismo e fascismo affermata da Spirito, per cui il fascismo è il “superamento dialettico” di socialismo e bolscevismo, non piacque ad agrari e industriali, né ai corporativisti ortodossi, che gli ricordarono l’articolo 9 della “Carta del lavoro”, dove l’economia mista veniva santificata. Anche Bottai prese le distanze. Da allora Spirito restò un po’ in ombra, pur restando un rispettato esponente della “cultura” fascista.
Dopo il 1960 Spirito manifestò simpatia per il “comunismo” dell’Unione Sovietica di allora e soprattutto per il “comunismo” cinese. Si definì, e venne definito, comunista. Nel suo “Il mio comunismo” del 1977 scrisse: «Nel congresso di Ferrara del 1932 il mio quesito fu esplicito: fascismo o comunismo? La risposta, evidentemente, fu per il primo termine, ma il primo termine era pure carico del secondo. E allora fui perseguitato, infatti, come comunista [quest’ultima affermazione è perlomeno fantasiosa]. Il mio fascismo era il mio comunismo. Poi, quando il fascismo finì, mi ritrovai solo con il mio comunismo. Non avevo fatto un passo diverso, ma continuavo lungo la stessa strada (...) Perché, in effetti, non avevo nulla da modificare, ma soltanto da guardare e da proseguire in funzione delle nuove condizioni storiche».
In questa montagna di sciocchezze si afferma una cosa giusta: che fascismo, post-fascismo e stalinismo continuano lungo la stessa strada. Ugo Spirito aveva ammirato la Germania nazista, creduta una società organica. Quello che ora lui chiama comunismo non è altro che corporativismo. È evidente la assonanza con le ideologie fatte proprie dalle successive esplicazioni del “socialismo reale”, Russia, Cina, Cuba, Venezuela... tutte, non a caso, con rispettivi idolatrati duci: Stalin, Mao, Castro, Chavez... Il turbo-capitalismo cinese a regime “comunista” che si ammira è di una società presunta organica, disciplinata dalla forza e dalla onnipresenza dello Stato centrale, in cui la lotta di classe resta subordinata alle necessità della Nazione, cioè del capitale. È una concezione fatta propria da immediatisti di varie tendenze. C’è anche l’idea, comune a Stalin, che sia possibile costruire il socialismo in un solo paese, o in pochi, mentre il resto del mondo resta capitalista.
Lenin descrive il comunismo come una unica cooperativa, ma distrutto il mercato e la divisione in aziende e, premessa, abbattuto il potere statale della borghesia.
Alle origini del
corporativismo fascista
Il corporativismo fu fenomeno diffuso in molti paesi, commistione di varie ideologie, fra le quali il corporativismo cattolico. In Portogallo, ad esempio, nella costituzione della “República Nova” del 1918, in sostanziale continuità con la costituzione della “Primeira República” del 1911, accanto ad una Camera dei deputati è previsto, nell’articolo 9, che «Il Senato sarà composto da sessanta membri, essendo una parte rappresentativa delle circoscrizioni amministrative e l’altra rappresentativa delle categorie professionali».
In Italia il corporativismo fascista deriva dalla matrice sindacalista rivoluzionaria, oltre che da quella cattolica. I sindacalisti rivoluzionari, nati all’interno del PSI in opposizione ai riformisti che dominavano il partito e la CGdL, hanno guidato degli scioperi di classe nel primo decennio del secolo. Il presunto rimedio al riformismo non è stato però migliore del male, comportando un rifiuto del marxismo e della lotta di classe, che li ha portati all’avanguardia non del proletariato ma della reazione borghese. Tale rifiuto era a volte esplicito a volte no. Questa ambiguità è stata poi ereditata anche da Mussolini, che non è mai stato sindacalista rivoluzionario ma ne ha condiviso molte posizioni, nonché i fondamenti “ideologici”: il posto di Marx era stato preso da un miscuglio di Sorel, del “vitalismo” di Bergson e del “pragmatismo” di James, nonché del solito Proudhon.
Nel 1919, in occasione di uno “sciopero produttivo”, cioè uno sciopero a Dalmine in cui i lavoratori iscritti alla UIL, sindacato patriottico, avevano proseguito il lavoro issando il tricolore, Mussolini disse: «Voi vi siete messi sul terreno della classe ma non avete dimenticato la nazione. Avete parlato di popolo italiano, non soltanto della vostra categoria di metallurgici [Sembra di ascoltare gli odierni sindacalisti di regime]. Per gli interessi immediati della vostra categoria, voi potevate fare lo sciopero vecchio stile, lo sciopero negativo e distruttivo ma, pensando agli interessi del popolo, voi avete inaugurato lo sciopero creativo che non interrompe la produzione (...) voi siete i produttori, ed è in questa vostra rivendicata qualità che voi rivendicate il diritto di trattare da pari con gli industriali».
Mussolini avrebbe potuto titolare il suo discorso “Dalla lotta di classe assoluta alla lotta di classe attiva e operante”, che si trasforma nel suo opposto esattamente come la neutralità del famoso articolo.
In occasione dello sciopero del 1908 i sindacalisti rivoluzionari propagandarono lo sciopero generale come arma risolutiva, ignorando e respingendo la necessità del partito, dell’aspetto militare e della presa del potere. Considerarono inoltre come presupposto allo sciopero generale la maturazione politica e la conoscenza del sistema economico da parte del proletariato, in perfetta sintonia con le posizioni “culturiste” dei riformisti, da loro avversati. Tra questi ultimi il dirigente sindacale Rigola, al X Congresso del Partito Socialista del 1908, disse che «le organizzazioni economiche non possono essere più sotto la dipendenza del Partito Socialista».
Con i riformisti avevano quindi in comune il gradualismo, il “culturalismo”, e la concezione che vedeva nel sindacato l’organo direttivo del proletariato, con la conseguente negazione, o svalutazione, della funzione del partito. Arturo Labriola, nella sua relazione al congresso di Roma del partito socialista nel 1906, affermò che «il socialismo è l’espressione della maturità tecnica della classe lavoratrice e della possibilità di organizzare la vita economica in guisa che venga a cessare la distinzione fra operaio che esegue e capitalista che ordina. Il fondamento di questa rivoluzione è tutto economico. Il resto viene da sé. Ricondotta la società all’ufficio puramente economico è in questo eliminata la differenza delle classi (...) Una tal rivoluzione è il risultato non già di modificazioni esterne accadute fuori della fabbrica, di trasformazioni politiche di qualsiasi natura (...) ma dello autogenetico sviluppo della classe lavoratrice, della sua forza interiore e della sua estrinseca capacità (...) L’associazione economica dei lavoratori (Sindacato) è dunque concepita come lo strumento che attua la rivoluzione sociale».
L’ancora socialista Mussolini aveva compreso bene la questione, scrivendo su “La lotta di classe” nel 1911: «Il sindacalismo in fin dei conti è un metodo, non una dottrina: pragma, non dogma, azione e non formula. Non limitato al campo operaio vivrà la vita effimera dei libri e terminerà in una caricatura teistica, patriottarda, nazionalistica, liberistica, antisocialista».
I sindacalisti rivoluzionari divennero infatti tutt’uno con i nazionalisti, pur provenendo da direzioni opposte, gli uni dal partito socialista gli altri dal conservatorismo borghese. Condividevano quella sorta di ideologia “vitalista” e “pragmatica”, rappresentata in quegli anni da D’Annunzio, anche se attribuire un’ideologia a tutti costoro è una forzatura.
L’Associazione Nazionalista Italiana fu fondata nel 1910 da repubblicani, liberali di destra ed ex sindacalisti rivoluzionari. L’anno successivo venne fondato il settimanale “L’idea nazionale”, che divenne quotidiano nel 1914. Il principale esponente nazionalista, Enrico Corradini, nel 1909 aveva coniato la definizione, poi diventata famosa, dell’Italia come “nazione proletaria”. Il poeta Giovanni Pascoli, già socialista deamicisiano, nel 1911 pronunciò il discorso dal titolo “La grande proletaria si è mossa”, in appoggio alla guerra di Libia. Se le affinità tra i due gruppi erano subito visibili, è con la guerra di Libia del 1911 che divengono evidenti. Alcuni, come Arturo Labriola e Angelo Oliviero Olivetti, furono interventisti. La maggioranza, guidata da Alceste De Ambris, si dichiarò contro la guerra, ma per motivi lontani dai nostri.
Arturo Labriola della guerra di Libia parlò anche di “risvolti razziali” positivi per le “razze mediterranee”.
In quel caso fu migliore la posizione del socialista Benito Mussolini, che invocò il “sabotaggio antimilitarista” e minacciò uno sciopero scrivendo, sul foglio “Lotta di classe” da lui diretto: «Se la patria – menzognera finzione che ormai ha fatto il suo tempo – chiederà nuovi sacrifici di denaro e sangue, il proletariato che segue le direttive socialiste risponderà con lo sciopero generale e la guerra fra le nazioni diventerà allora una guerra fra classi». La memoria e la coerenza non sono doti dei borghesi, specialmente quando non collimano con i loro interessi.
La contrarietà alla guerra di Libia e il riconoscimento della affermata impossibilità di conquistare la CGL dall’interno portarono De Ambris e Corridoni a promuovere nel 1912 la nascita dell’USI, Unione sindacale italiana, della quale facevano parte sindacalisti rivoluzionari e anarchici. Noi siamo contrari alle scissioni sindacali e lo fummo anche allora. Allora sarebbe stato possibile, anche se difficile, conquistare la direzione della CGL strappandola ai riformisti e portandola su posizioni di classe. Ma nell’USI si andava imponendo con alterna fortuna una nuova forma di organizzazione sindacale, sostenuta da Corridoni, in cui gli operai erano organizzati fabbrica per fabbrica. Secondo questa concezione, partendo dagli organismi di fabbrica, le “cellule”, si sarebbe arrivato a raggruppamenti intermedi, poi a una “federazione d’industria”.
Dopo la settimana rossa del giugno 1914, Alceste De Ambris cercò una nuova strategia. Gian Biagio Furiozzi, nel suo scritto “Il sindacalismo rivoluzionario italiano” scrive: «Egli cominciò a convincersi che (...) all’USI convenisse abbandonare la strategia del sindacalismo puro e promuovere la confluenza di tutti i rivoluzionari – sindacalisti, socialisti, anarchici, repubblicani – su un programma politico basato sulla sostituzione delle attuali istituzioni politiche con una Federazione di liberi comuni: un’idea che può rintracciarsi anche in vari scritti soreliani di fine secolo. Questa rivoluzione “federalista” avrebbe dovuto conferire ai sindacati operai quegli “attributi” che essi non avevano saputo conseguire con la loro azione diretta (...) Si trattava di “riprendere il concetto di comune libero, forte, disposto a lottare contro la tirannia dell’impero” per adattarlo alle esigenze della vita moderna facendone “l’organismo integrale sovrano, assolutamente autonomo nei limiti del suo territorio”, in grado di assorbire le funzioni utili dello Stato, riducendo al minimo le competenze dell’organismo centrale “fino a ridurlo ad essere soltanto il coordinatore e l’interprete delle volontà locali”. Di questa nuova società il sindacato operaio costituiva il nucleo essenziale quale “arbitro della produzione e dello scambio”». Ancora continuità con Proudhon e con il precedente federalismo borghese, e seguente.
Con lo scoppio della Prima Guerra mondiale tutti i sindacalisti rivoluzionari divennero interventisti. Il 18 agosto 1914 De Ambris fu tra i primi a dichiararsi a favore della “guerra rivoluzionaria” a fianco delle potenze occidentali, e nel settembre presentò al Consiglio Generale dell’USI un ordine del giorno interventista, che fu rifiutato e causò quindi le dimissioni del Comitato Centrale. Tutte le Camere del Lavoro, tranne quelle di Milano, Parma e Castrocaro, votarono per l’ordine del giorno di Armando Borghi, sindacalista anarchico, in questo caso su sane posizioni di classe, in cui la guerra veniva definita «la conseguenza logica della politica imperialistica», e il proletariato di tutti i paesi era invitato a trovare lo «spirito di solidarietà di classe e le energie rivoluzionarie per profittare dell’inevitabile indebolimento delle forze statali e della crisi generale derivanti dalla guerra stessa per un’azione comune intesa a travolgere gli Stati borghesi e monarchici che della guerra furono per un cinquantennio i coscienti e cinici preparatori».
(continua al prossimo numero)