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Non come si auto-definisce, non con quale bandiera si ammanta lo Stato, ma che cos’è realmente, nel suo carattere di classe, nella sua traiettoria storica e nel suo ruolo nell’economia mondiale.
Possiamo rispondere in primo luogo con la storia. Dal crollo dell’ordine imperiale, passando per il tradimento degli operai di Shanghai nel 1927, fino all’indipendenza nel 1949, al Grande Balzo in Avanti, alla rottura sino-sovietica, alla Rivoluzione Culturale e alla svolta di Deng Xiaoping che ha prodotto la Cina che conosciamo oggi.
In secondo luogo la sua politica internazionale, quella “Via della seta” che si presenta come il grande dono della Cina alle nazioni oppresse del mondo. Effettivo anti-imperialismo o la sostituzione di un imperialismo con un altro?
In terzo luogo, il “Sogno Cinese”, il programma di Xi Jinping per il rinnovamento nazionale entro il 2049, cosa offre ai novecento milioni di lavoratori che lo sostanziano. A quale regime è sottoposta la classe operaia, quale trattamento per le organizzazioni sindacali?
E in quarto luogo, l’unica domanda che alla fine conta: come si pone lo Stato cinese nei confronti del movimento per il comunismo?
In ogni fase dello sviluppo del capitalismo in un paese non basta il colore delle bandiere che sventolano sugli edifici pubblici, e neppure se vi si costruiscono ferrovie, se il tenore di vita dei lavoratori migliora in termini assoluti, ma quale classe detiene il potere, quale classe è mantenuta sottomessa e quale la funzione storica e internazionale di quello Stato.
Una cronologia della nazione cinese
Quella cinese è la storia di un capitalismo nazionale che si è affermato in uno degli ultimi grandi territori della Terra.
All’inizio del XX secolo la Cina versava in uno stato di profonda crisi. Un secolo di saccheggi imperialisti aveva svuotato il vecchio ordine imperiale. La classe operaia era fra le più sfruttate della storia umana. La borghesia era troppo debole per portare a termine la propria rivoluzione: troppo dipendente dal capitale straniero, troppo legata ai proprietari terrieri, troppo incapace di unificare la nazione. La democrazia liberale di Sun Yat-sen ci provò nel 1911 e fallì. La Cina fu smembrata in sfere d’influenza, ciascuna controllata da una diversa potenza straniera che sosteneva un diverso Signore della guerra.
Fu in questo contesto che nel 1921 nacque il Partito Comunista di Cina. La classe operaia industriale si andava organizzando. A Shanghai, Canton, nelle grandi città portuali emergeva un robusto movimento operaio. La domanda che incombeva su tutto era la stessa della Russia nel 1905 e nel 1917: il proletariato avrebbe guidato la rivoluzione democratica e l’avrebbe trasformata nella propria dittatura? Oppure si sarebbe subordinato alla borghesia e avrebbe aspettato?
L’Internazionale, rinnegando le sue consegne del Secondo Congresso, rispose costringendo il PCC a fondersi con il partito nazionalista di Chiang Kai-shek, il Kuomintang. Disse ai lavoratori cinesi di fidarsi della borghesia nazionale. Impose la teoria delle fasi: prima portare a termine la rivoluzione borghese, poi — forse, più tardi, alla fine — pensare al socialismo.
All’inizio del 1927, i lavoratori di Shanghai si erano coraggiosamente sollevati in un’insurrezione armata, organizzati e disciplinati si erano impadroniti della città prima dell’arrivo dell’esercito nazionalista. Avevano istituito Consigli operai, proprio come nella Russia rivoluzionaria. La Comune di Shanghai era un fatto compiuto, una vittoria del proletariato cinese e mondiale. La classe operaia cinese aveva dimostrato di essere in grado di prendere il potere.
Per questo doveva essere schiacciata. Nell’aprile del 1927, Chiang Kai-shek arrivò e mostrò cosa avesse sempre significato il Fronte Unito politico: la subordinazione alla causa nazionale borghese. Con l’appoggio delle potenze imperialiste straniere i nazionalisti si scagliarono contro gli operai. In migliaia furono arrestati, giustiziati, fatti sparire. Le rivolte nelle province meridionali furono represse. Trecentomila morti. La Comune di Shanghai fu annegata nel sangue e l’avanguardia del proletariato cinese fu sconfitta e fisicamente annientata.
Quel momento fu decisivo. La separazione definitiva tra la classe operaia e il PCC risale all’aprile 1927. Dopo quel massacro in Cina non esiste più alcun partito comunista.
Su questo dobbiamo essere assolutamente chiari: non fu un “errore” la politica del Fronte Unito. Per lo stalinismo gli interessi della diplomazia dello Stato russo avevano la precedenza sulla vittoria e la sopravvivenza del proletariato cinese. Il massacro fu il prezzo dell’alleanza russo-cinese.
Da quella sconfitta emerse il maoismo. Mao riprese i princìpi di Sun Yat-sen e trasformò il PCC nel “vero Kuomintang”, un partito nazionalista borghese, ma sostenuto dai contadini poveri anziché dalla pavida borghesia. Il suo unico obiettivo era borghese: la rivoluzione democratico-nazionale. La prospettiva della doppia rivoluzione — in cui il proletariato guida la lotta democratica e la trasforma immediatamente in dittatura proletaria — fu scartata. E ciò che la sostituì fu un esercito contadino che marciava sotto bandiere rosse ma verso una destinazione borghese.
E lo stalinismo lo confermò una seconda volta quando il Giappone invase il Paese. Il PCC si riunì al Kuomintang — sospendendo la riforma agraria, accantonando la lotta di classe e subordinando tutto alla difesa nazionale. In Europa lo chiamarono Fronte Popolare, in Cina Resistenza Nazionale, ma il contenuto politico era lo stesso: la classe operaia era stata disarmata e la sua rivoluzione rinviata a tempo indeterminato in nome della nazione. Il PCC non si era semplicemente alleato con il nemico di classe, si era fuso con esso.
La vittoria del 1949 va compresa in questa dinamica di classi. Quando Mao proclamò la Repubblica Popolare, ciò ebbe un significato storico. La Cina si liberò di un secolo di saccheggi imperialisti. Unificò la nazione. Espulse le compagnie straniere. Si trattò di autentiche conquiste democratico-borghesi — e lo diciamo chiaramente perché è proprio riconoscendo ciò che fu il 1949 che possiamo essere precisi su ciò che non fu.
Non era socialista. Non era una dittatura del proletariato. Era il trionfo della potenza nazionale borghese.
La Repubblica Popolare doveva ora governare ciò che aveva conquistato. Il PCC entrò nelle città e impose immediatamente il rispetto della proprietà privata. Lasciò che i capitalisti gestissero le proprie imprese e incassassero i dividendi. Distribuì la terra a trecento milioni di contadini e creò trecento milioni di piccoli proprietari i cui appezzamenti non potevano generare il surplus necessario per alimentare lo sviluppo industriale.
Il sistema cooperativo dei primi anni ’50 non riuscì a risolvere questo problema. Nel frattempo la Russia ritirò i propri tecnici, recidendo la principale fonte di competenze industriali della Cina. L’industria aveva bisogno delle eccedenze agricole per alimentare gli operai, l’agricoltura aveva bisogno di macchinari industriali per modernizzarsi, e nessuna delle due poteva progredire senza l’altra. Allo stesso tempo, nelle città costiere stava montando una ondata di scioperi, con i lavoratori che avanzavano rivendicazioni salariali e minacciavano di organizzarsi al di fuori del controllo del partito. Lo Stato si trovava ad affrontare una crisi strutturale dall’alto e pressioni di classe dal basso.
Il Grande Balzo in Avanti fu la diretta conseguenza di questa crisi. Lo Stato collettivizzò l’agricoltura, smembrò i piccoli appezzamenti e concentrò la manodopera rurale sotto il controllo centrale, il tutto al fine di estrarre l’eccedenza di grano necessaria allo sviluppo industriale. Si trattava di uno Stato sottoposto a un’enorme pressione economica che ricorreva agli strumenti più drastici a sua disposizione.
Ciò che la collettivizzazione realizzò fu la violenta transizione della Cina da un’economia contadina a un’economia capitalista industriale. Questo non era un fenomeno esclusivo della Cina: è la storia universale dello sviluppo capitalista. Le recinzioni inglesi, la distruzione della produzione artigianale, la creazione forzata di un proletariato senza terra: ogni paese capitalista ha attraversato la propria versione di questo processo. Ma la Cina lo ha fatto in un decennio, sotto la guida dello Stato e con lo sventolio della bandiera rossa.
La produzione di acciaio passò da 158 mila tonnellate nel 1949 a oltre cento milioni nel 1996. La più grande e rapida industrializzazione della storia dell’umanità. Il risultato storicamente significativo di quel processo — dal nostro punto di vista — non è l’industrializzazione in sé, ma ciò che essa ha creato: il proletariato industriale più numeroso della terra. Perché è quella classe, non il PCC con la sua bandiera rossa, a portare in sé il vero potenziale della rivoluzione comunista.
Quando trionfò la linea riformista di Deng Xiaoping si spalancarono le porte al capitale straniero. Le Comuni furono sciolte. Le città costiere, che un secolo prima erano state il cuore del movimento operaio, divennero la linea di assemblaggio dell’economia mondiale. Spuntarono i grattacieli, le fabbriche si moltiplicarono, la marea delle esportazioni inondò il mondo. La borghesia cinese, ben protetta dal suo Stato, emerse come una delle classi dominanti più potenti del pianeta, all’altezza delle sue ambizioni globali.
Ciò che abbiamo davanti oggi quindi non è l’erede di alcuna tradizione comunista. È una potenza imperialista in ascesa, sicura di sé, espansionista e affamata – che non combatte contro l’ordine capitalista mondiale, ma per un posto dominante al suo interno.
Siamo ai nostri giorni.
Ci viene detto che quello della Cina non è imperialismo, ma anti-imperialismo in azione. Costruendo ferrovie in Africa, porti in Pakistan, infrastrutture in tutto il Sud-Est asiatico starebbe offrendo al mondo in via di sviluppo un’alternativa all’austerità del FMI e alle trappole del debito della Banca Mondiale. Questa è la tesi. Vediamo di cosa si tratta in realtà.
Le banche cinesi concedono prestiti ai paesi poveri, a interesse, a condizione che realizzino le opere con manodopera e materiali cinesi. Le infrastrutture sono costruite. Il debito si accumula. E quando il paese non è in grado di pagare — e molti non ci riescono — la Cina fa valere i suoi crediti.
Lo Sri Lanka non era in grado di onorare il debito contratto per la costruzione del porto di Hambantota, quindi la Cina ne ha ottenuto la disponibilità per novantanove anni: un punto di appoggio militare e commerciale nell’Oceano Indiano acquisito non con le armi ma tramite gli interessi composti. Lenin descrisse questo meccanismo oltre un secolo fa: il capitale finanziario non ha bisogno di cannoniere. Concede credito e, quando il debitore non è in grado di pagare, si appropria di territori, risorse e beni strategici. Niente di nuovo, si chiama imperialismo.
Lo schema si è ripetuto con la rete elettrica dello Zambia, data in garanzia per i prestiti cinesi.
Le nazioni africane firmano contratti infrastrutturali con clausole che esentano le aziende cinesi dalle leggi locali sul lavoro — il che significa che vengono importati lavoratori cinesi, escludendo i locali. La “Via della seta” non è beneficenza e non è mai stata concepita come tale. Le nazioni debitrici diventano dipendenti dal capitale cinese proprio come le colonie del XIX secolo dipendevano dal capitale britannico. Secolo diverso, bandiera diversa, stesso imperialismo.
Per i lavoratori dello Zambia e dello Sri Lanka non cambia nulla dal fatto che i loro beni nazionali siano tenuti in garanzia a Pechino anziché a Wall Street.
In Africa gli investimenti cinesi faranno ciò che gli investimenti capitalisti hanno sempre fatto ovunque siano arrivati, cacciano i contadini dalla terra, li spingono nelle fabbriche e creano con metodi brutali una nuova classe operaia industriale. Lo stiamo già vedendo in Etiopia, dove le fabbriche di proprietà cinese stanno creando una forza lavoro salariata dove prima non esisteva.
NoNon è una cosa da poco: è lo stesso processo di accumulazione primitiva che abbiamo avuto in Cina che si ripete sul suolo africano. Ma non è solidarietà “internazionalista”. È il capitale che si espande dove la manodopera è più a buon mercato, estraendo il massimo plusvalore da lavoratori privi di organizzazioni e di diritti politici. Il lavoratore africano che emergerà da questo processo dovrà affrontare lo stesso nemico che affronta il lavoratore cinese. La bandiera che sventola sopra la fabbrica cambia, lo sfruttamento no.
Gli unici vincitori sono lo Stato cinese e le borghesie compradore dei paesi beneficiari che facilitano questi accordi in cambio della propria quota. La Cina fa al mondo in via di sviluppo esattamente ciò che l’Occidente ha fatto alla Cina durante il “secolo dell’umiliazione”. E medesima è la rude verità che si cela dietro la retorica antimperialista.
Il “Sogno Cinese” per chi?
All’interno del grande paese il Sogno Cinese viene presentato come un’alternativa alle vuote promesse sociali del capitalismo occidentale. Non lo è. Per la classe operaia cinese non è un sogno ma un incubo.
Il Sogno Americano illudeva i lavoratori che la prosperità era alla portata di chiunque fosse disposto a lavorare sodo, nel tipico individualismo. Il Sogno Cinese svolge la stessa funzione. Nazione diversa, secolo diverso, stesso meccanismo ideologico: il programma della classe dominante per il dominio globale presentato come l’aspirazione collettiva di un intero popolo.
Xi lo articola in tre fasi. Mao ha fatto risorgere la Cina, ponendo fine al secolo di umiliazioni, espellendo le potenze straniere, unificando la nazione. Deng ha reso ricca la Cina aprendola al capitale straniero, favorendo le esportazioni, facendone una potenza industriale. Ora Xi sta rendendo forte la Cina. E Xi è esplicito su cosa significhi “forte”. Entro il 2049 — centenario della Repubblica Popolare — la Cina dovrà essere la principale potenza mondiale in termini di apparato militare, capacità tecnologica e influenza globale. Taiwan dovrà essere riunificata. Il Mar Cinese Meridionale dovrà essere controllato. L’iniziativa per la “Via della seta” dovrà assicurarsi corridoi di approvvigionamento e punti d’appoggio strategici in tutto il Sud del mondo.
Ma il carburante che alimenta ogni singolo aspetto di questo programma è il surplus estratto dalla classe operaia cinese. Cosa offre effettivamente il “Sogno cinese” a quei lavoratori? Lo stesso Li Keqiang — segretario del PCC — ha confermato che seicento milioni di cinesi vivono con un reddito mensile di circa centoquaranta dollari. Quasi la metà della popolazione della nazione col maggior travolgente sviluppo nella storia dell’umanità. Un lavoratore inurbato per acquistare un piccolo appartamento, e non in una grande metropoli, dovrebbe risparmiare tutto il suo salario per ottant’anni. Il cinquanta per cento più povero della popolazione cinese detiene solo il quattordici per cento del reddito nazionale. Questo è il Sogno Cinese in cifre.
Il sistema sanitario celebrato come rete di sicurezza? Una singola degenza ospedaliera costa settecento dollari — cinque mesi di reddito disponibile per un lavoratore che guadagna cinque dollari al giorno. Il risultato è ignorare le cure mediche, i lavoratori rimandano le cure fino a quando non è troppo tardi. Il sistema dell’hukou — il regime cinese dei passaporti interni — fa sì che i trecento milioni di lavoratori inurbati, quelli che fisicamente hanno costruito le moderne città, siano esclusi dalle scuole e dall’assistenza sanitaria. Costruiscono le infrastrutture ma ne sono esclusi.
Xi Jinping lo sa? Certo che lo sa. Quando Xi è salito al potere nel 2012 gli scioperi erano in aumento da anni. I lavoratori di Walmart Cina avevano organizzato scioperi coordinati. Gli operai dell’assemblaggio della Honda avevano bloccato le linee di produzione chiedendo elezioni sindacali. Stavano proliferando nel Guangdong alcune organizzazioni indipendenti che, al di fuori dei sindacati controllati dallo Stato, fornivano consulenza legale, sostegno agli scioperi e capacità di collegarsi fra lavoratori. I collettivi di donne stavano collegando le condizioni di lavoro nelle fabbriche, le molestie sessuali e i diritti riproduttivi in una sfida più ampia all’ordine sociale.
La risposta dello Stato è stata immediata e coordinata. Prima le organizzatrici femministe, le “Cinque femministe” arrestate nel 2015 per aver pianificato una campagna nella metropolitana contro le molestie sessuali. Poi nel 2015 i sindacati con retate di massa contro le organizzazioni del Guangdong e decine di arresti. Poi gli avvocati per i diritti umani, oltre trecento detenuti. Un attacco alla capacità della classe operaia di organizzarsi al di fuori del controllo del partito. Il PCC ha scelto la via della repressione permanente, una guerra di classe scatenata dall’alto, in alternativa alla corruzione politica socialdemocratica come in Occidente.
È nella crisi dei giovani proletari che le contraddizioni sono più visibili. A metà del 2023 la disoccupazione giovanile urbana in Cina ha raggiunto il 21,3%: quando ha toccato quel record l’Ufficio Nazionale di Statistica ha semplicemente smesso di pubblicare i dati. La competizione per i posti di lavoro, gli alloggi e l’istruzione è diventata brutale per milioni di giovani cinesi. E la risposta dello Stato? Nel 2025 ha provveduto a censurare blogger accusati di “pessimismo”. Perché quando i lavoratori smettono di credere nel sogno, il sogno smette di funzionare come illusorio strumento di controllo.
La rivolta della Foxconn di Zhengzhou del 2022 è stata l’espressione più evidente di ciò che sta maturando sotto la superficie. Quando la politica “zero-COVID” ha intrappolato i lavoratori all’interno dei complessi industriali, questi non si sono ribellati solo contro la politica sanitaria ma contro gli stipendi non pagati, i contratti non rispettati e la consapevolezza che lo Stato li avrebbe sacrificati in nome della “stabilità”. I lavoratori hanno combattuto contro le guardie di sicurezza all’interno del complesso industriale, hanno abbattuto le barriere a mani nude. E lo Stato — che si definisce comunista e che sostiene di rappresentare la classe operaia — ha inviato la polizia antisommossa per schiacciarli.
Questo è il “Sogno cinese” che si scontra con la realtà cinese. E succederà di nuovo. Perché le condizioni che hanno prodotto quella rivolta — salari stagnanti, massacranti orari di lavoro, assenza di organizzazioni indipendenti, mancanza di tutela legale, controllo totale dello Stato sui rapporti di lavoro — quelle condizioni non stanno migliorando. Peggiorano man mano che la crescita rallenta e lo Stato ha bisogno di spremere più plusvalore dai lavoratori per finanziare le proprie ambizioni imperialiste.
Non è un sogno per i lavoratori. È un sogno per la classe dirigente cinese — per i capitalisti, l’élite del partito, la nuova borghesia. Il “Pensiero di Xi Jinping” non è marxismo. È l’ideologia di una borghesia imperialista in ascesa che riveste i propri interessi di classe con il linguaggio del rinnovamento nazionale. E i lavoratori che costruiscono quell’impero — nelle fabbriche, nei cantieri, nei dormitori — non ne sono i beneficiari. Ne sono la materia prima.
Il
sogno comunista
Per milioni di salariati cinesi il peso del capitale diventa insopportabile. Noi diciamo: la loro condizione non richiede solo compassione. Richiede organizzazione. Richiede rivoluzione. Richiede l’unica forza nella storia dell’umanità che abbia mai realmente minacciato di porre fine a ciò che li uccide.
L’analisi del partito non è né pessimista né ottimista: è oggettiva, scientifica. La classe operaia cinese si solleverà di nuovo. Il PCC non sta reprimendo una indistinta popolazione passiva. Sta reprimendo una classe che sta ricominciando a muoversi. Lo sa bene, ogni repressione è un’ammissione di paura. Ogni blogger censurato, ogni organizzatore sindacale arrestato, ogni dispiegamento della polizia antisommossa davanti ai cancelli di una fabbrica è il riconoscimento da parte della classe dominante che, sotto la superficie del “Sogno cinese”, la classe operaia si sta agitando.
La domanda non è se i lavoratori cinesi reagiranno. La storia ha già risposto a questa domanda. La domanda è se ci sarà un partito rivoluzionario in grado di dare a quella lotta la direzione di cui ha bisogno quando arriverà il momento.
Ed è qui che entriamo in gioco noi. Non con arroganza. Non con la pretesa di avere tutte le risposte o che il nostro piccolo partito possa da solo innescare la rivoluzione mondiale. Ma con qualcosa di più importante dell’arroganza: con chiarezza teorica, con continuità storica e con ciò che i nostri compagni hanno descritto come fede nella rivoluzione — non come un cattolico crede in Cristo, ma come un matematico crede nella sua equazione. Non speriamo nella rivoluzione come i religiosi sperano nella salvezza. Comprendiamo la rivoluzione come uno scienziato comprende una legge della natura. Il calo del tasso di profitto non è un’opinione. L’inevitabile crisi del capitalismo non è un desiderio. La necessità della rivoluzione proletaria non è una preferenza morale. È la conclusione di una rigorosa analisi materialista di classe di come funziona effettivamente il capitalismo — un’analisi che si è dimostrata corretta più e più volte, in ogni paese, attraverso ogni generazione. Lo studio del partito sulle serie statistiche storiche l’ha dimostrato per tutti i paesi, Gran Bretagna, America, Giappone, Unione Sovietica e ora Cina, con la fredda espressività delle cifre.
Il nostro partito ha passato vicende complesse. Come molti nostri predecessori, in condizioni di clandestinità, perseguitati, esiliati, imprigionati, abbiamo mantenuto la chiarezza del programma del comunismo attraverso decenni di sconfitte e di isolamento — abbiamo resistito nella lunga notte della controrivoluzione. Abbiamo mantenuto viva la compagine del partito sul filo continuo del marxismo. Senza distorsioni. Senza falsificazioni. Senza quelle “modernizzazioni” e “revisioni” che hanno svuotato il suo grande potenziale storico.
Quella fedeltà al programma comunista non è testardaggine, è ciò che definisce e che conferisce valore a un partito rivoluzionario. Un partito che abbandona i propri princìpi quando le condizioni si fanno difficili non è un partito rivoluzionario. Non è niente. Per questo siamo ancora qui. Piccoli, ma fieramente comunisti.
Ancora oggi vediamo che in tutti i continenti la classe operaia riesce a combattere. Il nostro piccolo partito si protende, con la sua parola, verso questi proletari in lotta contro il capitale.
Il partito non si è inventato da sé. Siamo un partito antico, espressione di una oggettiva pressione storica mondiale — un movimento iniziato molto prima di noi e che continuerà dopo di noi — un movimento basato non sull’interesse nazionale, non sulla solidarietà razziale, non sulle ambizioni di grandi capi, ma su qualcosa di molto più potente e duraturo: gli interessi materiali della classe operaia internazionale che è ormai nella condizione storica di porre fine, insieme al proprio sfruttamento, alla oppressione di tutta l’umanità.
Una guerra di classe che ci collega, a ritroso nella storia, alla Comune di Parigi, alla Rivoluzione d’Ottobre, agli operai di Shanghai di cento anni fa che morirono lottando per un futuro che era stato loro sottratto. E ci collega, in avanti — inevitabilmente, non perché lo desideriamo ma perché le leggi della storia lo esigono — anche al proletariato cinese, prigioniero nelle fabbriche e nei dormitori della più grande macchina capitalista del mondo. Ci uniremo a quel proletariato non per carità o per sentimentalismo, ma attraverso l’unico legame che abbia mai avuto significato nella storia della lotta di classe: interessi condivisi, dottrina condivisa e combattuta guerra di classe contro un nemico comune e per un comune luminoso futuro.
I comunisti non cedono né alla disperazione né a false speranze. La Cina non è socialista. Il PCC lo è stato, entusiasticamente, alla sua nascita e nei suoi primi anni. Finché non fu trascinato nella degenerazione della Terza Internazionale, e da allora non è più comunista. Il “Sogno cinese” è oggi il sogno di una borghesia imperialista in ascesa, finanziata dallo sfruttamento di novecento milioni di lavoratori che non possono permettersi di curarsi negli ospedali che hanno costruito.
La “multipolarità” che la sinistra celebra non eviterà una terza guerra mondiale che chiederà a quegli stessi lavoratori di morire per gli interessi nazionali della classe che li sfrutta. Rifiutiamo tutto questo. Rifiutiamo di scegliere tra Washington o Pechino, Tel Aviv o Teheran, Mosca o Kiev. Ci schieriamo con la classe operaia internazionale, contro tutte le forze borghesi, per la dittatura del proletariato su scala mondiale. Questo è il nostro programma.
La storia ne ha dimostrato la correttezza. Ne darà nuovamente prova.
Per i richiami espliciti ed esibiti al nazismo, l’affermazione dell’Alternative fur Deutschland ha suscitato preoccupate reazioni nei restanti partiti, in Germania e all’estero. Noi – con metodo opposto, che non dà peso alle “dichiarazioni” – muoviamo diverse considerazioni.
Il meccanismo democratico, che per l’ideologia borghese dovrebbe essere il mezzo attraverso il quale si esprime la volontà popolare – del popolo sovrano – è un formidabile strumento per imporre l’arbitrio di una ristrettissima cerchia di borghesi, di oligarchi del capitalismo, internazionale e nazionale. L’elettorato è spostato nella direzione imposta dalla borghesia. Essa stabilisce l’“agenda” del “dibattito politico”: sicurezza, immigrazione, sovranità nazionale (naturalmente umiliata), democrazia o fascismo, Russia o America, ecc.
Ciò è realizzato coi potentissimi mezzi di propaganda – i media di massa – in mano ai grandi gruppi industrial-finanziari. Internet, che avrebbe dovuto favorire la “libera informazione”, è divenuto inesorabilmente una rotella fondamentale di questa macchina infernale. Nei giornali, nelle televisioni, nei social grandi capitali inondano propaganda per imporre i pregiudizi che inchiodano la classe lavoratrice al volere della classe dominante.
Sul terreno elettorale la borghesia è invincibile.
Si può invece indagare cosa in ogni paese si sta ordendo fra la borghesia contro i lavoratori, o fra concorrenti statualità borghesi. Cosa è successo stavolta in Germania.
In uno dei 16 Stati federati, la Sassonia-Anhalt, alle elezioni del 6 settembre il partito di “estrema destra”, l’AfD ha raggiunto l’eclatante risultato del 44% dei voti, raddoppiando il 21% del 2021 e ottenendo 39 degli 83 seggi al parlamento.
Ma l’AfD non è una forza “antisistema”, come affermano i partiti tanto di destra quanto di sinistra, è borghese e conservatore come gli altri, allineato, nonostante le apparenti differenze, alla unica politica dello Stato e del capitale, dietro la verbosa demagogia sulla “sicurezza” e contro gli immigrati.
Dice di essere contro la guerra e l’invio di armi all’Ucraina e per riallacciare i rapporti con la Russia, ma è a favore del riarmo nazionale, chiaramente a spese dello Stato sociale, e per la coscrizione obbligatoria.
È finanziata dai capitalisti statunitensi e appoggiata dallo Stato di Israele.
L’AfD, inoltre, mantiene la direzione del sindacato Zentrum, col quale contribuisce a deviare il malcontento operaio contro i compagni con la pelle di diverso colore.
È per la “remigrazione”, in gara di demagogia con tutti i partiti, come in Italia e negli Usa dove i governi delle “destre” hanno espulso meno immigrati delle “sinistre”. In Spagna Sanchez si è vantato di bloccarne più di Meloni. Non per “tutelare i lavoratori nazionali”, ma per consentire ai capitalisti di sfruttare meglio i salariati, con la contesa al ribasso tra operai di diverse etnie, e bloccandoli fuori dai confini quando diventano in eccesso.
I lavoratori, in periodo di controrivoluzione, sono facilmente adescabili all’inganno delle “alternative” borghesi. In mancanza di un forte movimento di classe sono sospinti – insieme ai piccoli borghesi terrorizzati dalla loro veloce proletarizzazione – nelle illusioni nazionaliste, nell’apparente “meno peggio” fra i suoi oppressori,
In Germania, nella crisi che precipita, tra chiusura di stabilimenti, annunciati licenziamenti in massa, peggioramento del welfare, delle pensioni, sono crollati i voti dei proletari a tutti i restanti partiti, che di questo immiserimento sono entusiasti sostenitori, oltre che del riarmo e del sostegno alla guerra in Ucraina.
Invaderà l’Occidente una “ondata nera”, come paventano i democratici e i liberali? La borghesia finché può ha interesse a tener nascosta la sua dittatura sotto la retorica parlamentare. In mancanza di vere lotte operaie, estese e organizzate, la classe capitalista preferisce la menzogna democratica, che resta, nelle parole di Lenin, “il miglior involucro del capitalismo”. Appunto, un involucro, per illudere il proletariato di poter "scegliere", “partecipare” alle politiche riformiste e al superamento della crisi economica.
La propaganda borghese riesce, in mancanza di lotte organizzate della classe lavoratrice, a dirottarne le passioni sulla difesa di una inesistente democrazia “aggredita”, nascondendo ai lavoratori le vere cause delle crisi economiche e la funzione delle istituzioni del capitale, deviando, da destra e da sinistra, la coscienza e la lotta operaia verso politiche conservatrici.
Ma, nonostante tutte le metamorfosi del partito unico del capitale, la borghesia tiene sempre pronta quella fascista. Sa che la crisi avanzerà e dovrà peggiorare ancora le condizioni dei lavoratori e già predispone, democraticamente, decreti repressivi e restrizioni politiche sempre più stringenti.
Quando le lotte operaie si intensificheranno la classe borghese passerà il governo dello Stato a un dichiarato regime fascista, come a Mussolini nel 1922 e a Hitler nel 1933, che otterrà, democraticamente, la fiducia in parlamento. Il fascismo non entra dalla finestra ma dalla porta d’ingresso dello Stato democratico.
In questa manovra nulla contano i risultati elettorali, cabala di percentuali per dar lavoro ai “commentatori politici”.
Democrazia e fascismo non sono due opposte ma complementari forme di governo del capitalismo in determinate fasi economiche e sociali. A deciderlo non saranno l’AfD, la CDU o la SPD, ma i colossi industriali e finanziari che li finanziano e comandano.
Né saranno i voti per la sinistra borghese a fermare la inesorabile tendenza verso l’aperta dittatura, ma solo la lotta sociale dei lavoratori contro la dittatura della classe borghese, che si nasconde dietro la democrazia.
La via per scardinare la macchina della propaganda borghese e avviarsi alla distruzione del suo regime politico è, fuori dal meccanismo elettorale e dal cretinismo parlamentare, nella lotta di classe difensiva – sindacale – dei salariati, dei proletari, destinata a evolversi in lotta di classe politica, con l’avanzare della crisi economica del capitalismo mondiale.
In assenza di un vitale movimento sindacale, cioè di un forte sindacato di classe, i lavoratori sono irretiti nel vacuo “dibattito politico” borghese, che cerca di indirizzare il loro malessere contro un inesistente nemico interno, gli immigrati, e contro un nemico esterno, la cordata di Stati cui la borghesia nazionale si contrappone nella contesa per la spartizione del mercato mondiale.
Un sindacato di classe si batte per organizzare la parte più sfruttata del proletariato, fra cui gli immigrati e i disoccupati.
Altre strade restano illusori vicoli ciechi che conducono a nuove sconfitte.
I sempre più frequenti licenziamenti di militanti sindacali combattivi sono il sintomo della crisi economica, sociale e politica del capitalismo. Il padronato è consapevole che essa riporterà i lavoratori alla lotta, riaccenderà la lotta di classe, e perciò si premunisce cercando di eliminare quei lavoratori più determinati e coscienti che da anni – fra mille difficoltà e in una situazione di generale debolezza della classe lavoratrice – si battono per difendere gli interessi e l’organizzazione collettivi dei salariati.
La reazione al licenziamento di Margherita Napoletano – coordinatrice della RSU e delegata della CUB – è stata positiva: sia da parte dei lavoratori dell’ospedale San Raffaele, sia da parte dei sindacati di base che hanno aderito uniti alle iniziative di lotta, confluite nella manifestazione odierna la quale ha superato l’ambito non solo aziendale e cittadino ma anche regionale.
L’unità d’azione dei sindacati di base – che ambisca a coinvolgere la base dei sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil) proponendo azioni unitarie anche a essi, come fatto negli scioperi generali d’autunno degli ultimi due anni – è la strada per ridare forza alle mobilitazioni sindacali, ricostruire la fiducia dei lavoratori nella lotta, spezzare il controllo del sindacalismo collaborazionista sulla classe lavoratrice, ricostruire un vero e grande sindacato di classe.
Per lottare contro il licenziamento di Margherita e tutti gli altri licenziamenti ritorsivi – come quello di Simone Vivoli di Firenze (coordinatore nazionale Cub alla TIM), Delio Fantasia (delegato CUB alla FCA di Cassino), Simona Cavarra (delegata ex Uil alla STM di Agrate Brianza), dei due delegati Flaica CUB alla Sangalli Igiene Ambientale di Monza e Sesto S. Giovanni, dei due lavoratori dell’aeroporto di Malpensa iscritti all’USB – può e dovrebbe essere costruito, da parte di tutto il sindacalismo di base, un organismo operativo sindacale che unisca tutte queste singole battaglie in una unica nazionale.
La lotta contro il licenziamento di Margherita si interseca chiaramente anche con la questione di un sistema sanitario nazionale, efficiente e gratuito per tutta la classe lavoratrice. Questo problema vitale deve essere affrontato da un lato con una battaglia sindacale generale (confederale) e unitaria di tutti i sindacati di base – riguardando tutti i lavoratori – dall’altro ponendo al centro le fondamentali rivendicazioni dei lavoratori della sanità, quali corpose assunzioni, contratto unico della sanità pubblica e privata, abolizione degli appalti, forti aumenti salariali proporzionalmente maggiori per le qualifiche peggio pagate e riduzione dell’orario di lavoro.
Anche la questione della sanità va affrontata dal basso, con la lotta dei lavoratori, non dall’alto, con le illusioni politiche riformistiche per via parlamentare, come fa – ad esempio – la CGIL, con la raccolta firme per le cosiddette “leggi di iniziative popolari” che mai verranno approvate o rivendicando riforme fiscali (Landini: «il fisco è la madre di tutte le battaglie», XIX Congresso Cgil, marzo 2023) i cui eventuali proventi, in assenza di lotta della classe lavoratrice, non possono che finire nel riarmo e in aiuti alle imprese.
Il salario – diretto, differito, indiretto, sociale – si difende e si conquista con la lotta e con le rivendicazioni immediate, non coi favoleggiamenti di piani industriali o modelli di sviluppo alternativi del capitalismo.
La vera lotta sindacale di classe pone la fondamentale questione delle leggi anti-sciopero volute da Cgil Cisl e Uil contro il sindacalismo di base e votate dal 1990 a oggi da PCI, DS e PD in tutto l’arco dei travestimenti della sinistra borghese. La lotta per l’abolizione delle leggi anti-sciopero è un altro cruciale campo di battaglia che il sindacalismo di base dovrà affrontare unito. Tutti i partiti padronali, che fingono di stare dalla parte dei lavoratori ergendosi a paladini di obiettivi illusori, mostreranno la loro reale natura allorquando, di fronte a una forte lotta per l’abolizione delle leggi anti-sciopero, mai si daranno disponibili a sostenerla.
Dai ghetti dei braccianti sfruttati e massacrati alle lotte nella logistica e nel distretto di Prato, dai licenziamenti collettivi a quelli ritorsivi, dai rinnovi contrattuali a perdere ai morti sul lavoro, dalla xenofobia ai piani di riamo, il capitalismo, lanciato verso la guerra generale per salvarsi dalla sua epocale crisi di sovrapproduzione, mostra che il suo futuro non sarà un pacifico contrattare i bisogni della classe lavoratrice, ma una volontà spietata di aumentare lo sfruttamento e distruggere le autentiche organizzazioni difensive dei lavoratori. Il futuro è una lotta esistenziale fra le opposte classi sociali per la quale i lavoratori devono attrezzarsi con le fondamentali loro armi: il sindacato di classe e il partito rivoluzionario comunista.
Oggi in una scuola elementare di Genova genitori e insegnanti hanno appeso uno striscione con scritto “Qui nessun* è straniero”, in riferimento ai bambini e al decreto-legge “scuola” emanato ieri dal governo, con ridicoli provvedimenti utili solo per la campagna elettorale, frustando il ronzino continuamente aizzato della xenofobia.
Lo striscione è stato levato durante l’ingresso degli alunni da due alacri agenti della polizia politica, suscitando la reazione dei genitori, e infine è stato riappeso.
L’azione dei genitori e degli insegnanti è stata certamente molto apprezzabile. Noi aggiungiamo che oltre ai bambini, anche nessun lavoratore è straniero. Perché lo sono tutti, stranieri. Perché tutte le patrie sono ormai contro i lavoratori: sono le loro galere politiche da spezzare.
La patria dei lavoratori è la loro classe sociale unita al di sopra dei confini nazionali.
Gli interessi dei lavoratori sono gli stessi al di sopra delle divisioni fra aziende, categorie e infine anche Nazioni.
Come le aziende vogliono responsabilizzare i "loro" lavoratori della concorrenza sul mercato, il che non può che condurre ad accettare sacrifici economici, così gli Stati borghesi chiederanno, e imporranno, ai lavoratori il tributo di sangue nella guerra imperialista che matura sotto i nostri occhi, e già è esplosa in diversi atroci focolai.
L’azienda è la galera sindacale dei lavoratori come la patria è quella politica.
È l’inganno di una borghesia che fa affari in un mercato internazionale ma deve mantenere oppressi i lavoratori con le ideologie aziendaliste e nazionaliste, versioni laiche ma non meno reazionarie dei settarismi religiosi.
Quando vedremo esposti nei posti di lavoro striscioni affermanti “Nessun lavoratore è straniero” significherà che siamo in marcia verso l’emancipazione sociale e politica dalla barbara società del capitale.
In Inghilterra il Partito dei Verdi, un partito della piccola borghesia radicale, mostra una miserevole ignoranza (intenzionale?) degli interessi storici della classe operaia, anche se dei suoi membri si sono esibiti ad alcuni picchetti di sciopero.
Quel Partito pretende di difendere un generico e mal definito “popolo palestinese”, nonostante le prove che una borghesia è presente e domina a Gaza, ben evidente quando, al culmine del massacro operato dalla Stato di Israele, ha represso nel sangue le coraggiose proteste contro il governo di Hamas, alias “Movimento di Resistenza Islamica”. Hamas è legato a doppio filo alla borghesia palestinese che vive all’estero, all’ombra e agli ordini dei vari regimi borghesi regionali, innanzitutto Turchia, Iran e Qatar.
Al congresso del Partito dei Verdi attualmente appena celebrato è stata approvata una mozione di appoggio a «un unico Stato palestinese democratico in tutta la Palestina storica», condannando il sionismo come l’ideologia di «uno Stato etnonazionale ebraico». Ha così dato il proprio appoggio al programma di Hamas, che non riconosce lo Stato di Israele.
Il ministro degli Esteri israeliano l’ha definito «un chiaro testo antisemita», ennesimo caso di confusione fra lo Stato israeliano e i seguaci della cultura ebraica.
Ma, nonostante in Gran Bretagna sia vietato per legge qualsiasi discussione in merito, dopo aver impedito ai giornalisti stranieri di entrare a Gaza, la ricerca di una spiegazione e di una risposta si impone a tutti coloro che vedono ogni giorno scene apocalittiche di distruzione, la disperazione delle vittime: Gaza oggi ha il maggior numero al mondo di bambini amputati in proporzione alla popolazione.
Questa infinita oppressione e apartheid, fino al genocidio di oggi, di una popolazione da parte di uno Stato, è impossibile non confrontarla con la storia dell’Irlanda del Nord e alla sua antica lotta tra colonizzati e colonizzatori. Colà, oggi, a centinaia di anni di distanza da quando i coloni provenienti dall’Inghilterra e dalla Scozia rubarono le terre ai loro precedenti occupanti, o con la violenza li costrinsero venderle, l’amarezza permane ancora e viene incanalata in forme di espressione nazionalista che si raccolgono ampiamente sotto bandiere religiose.
In Israele quelle bandiere recano i simboli dell’ebraismo, dell’islam e del cristianesimo mentre in Cisgiordania assistiamo di nuovo al dispiegarsi del ripugnante processo di pulizia etnica con i coloni che in diretta televisiva violentemente intimoriscono i palestinesi, spalleggiati dei soldati israeliani.
Anche lì la rabbia per essere stati cacciati dalla terra per creare Lebensräume per i coloni ebrei è diventata profonda e radicata e continuerà a covare per generazioni.
La posizione del comunismo autentico è che questo tipo di controversie non potrà mai essere risolto sotto il regime capitalista. Peggio: l’amarezza e l’odio persistenti che esse generano saranno costantemente sfruttati nelle guerre per procura e per creare una frattura tra i lavoratori.
Non sarà per sempre, come non lo fu allo sciopero di Belfast del 1907, in cui scaricatori e facchini cattolici e protestanti lottarono fianco a fianco per raggiungere i comuni obiettivi di classe. Questo risoluto anteporre la solidarietà di classe a quella nazionale riempì la borghesia di un timore esistenziale. Di conseguenza si adoperò per garantire un’esacerbazione delle tensioni “comunitarie” tra i campi religiosi tradizionalmente opposti, tra colonizzati e colonizzatori. Uno strumento di divisione e dominio sui lavoratori.
Non sottovalutiamo certamente le difficoltà che i lavoratori devono affrontare nel creare alleanze al di sopra dei fronti in un contesto bellico. Ma qualsiasi solidarietà di questo tipo che venga creata, per quanto piccola all’inizio, è il seme del futuro. La ripugnante propaganda degli Stati in guerra è ben collaudata, ma la classe operaia deve apprendere a resisterle. La sua lealtà va alla classe stessa. E al partito che ne tutela e preserva la consapevolezza del ruolo storico, un partito che spiega il passato, il presente e il futuro della classe e che la aiuta a evitare le insidie che la classe borghese pone costantemente sul suo cammino.
Non possiamo che continuare a ripetere senza sosta che i lavoratori non hanno patria. Lo Stato non è neutrale, è al servizio della borghesia. Che, a sua volta, serve un unico Dio, il dio Profitto, un Dio assetato di sangue.
I “pezzi” della guerra mondiale verso cui marcia il capitalismo continuano ad accrescersi – dall’Europa Orientale al Medio oriente al Corno d’Africa – e a surriscaldarsi, tendendo a saldarsi in un conflitto generale.
Tutti gli Stati – a prescindere dalla maschera ideologica che calzano per nascondere la loro natura di di classe (democrazia liberale, socialismo, teocrazia) – corrono al riarmo e si preparano allo scontro per la spartizione dei mercati e dei profitti mondiali.
Oltre a questa finalità – perseguita dai capitalismi nazionali singolarmente – la guerra risponde a una necessità più profonda che li accomuna tutti: salvarli dall’incombente crisi di sovrapproduzione, catastrofica per l’economica capitalistica.
Distruggendo
massivamente le merci in eccesso – fabbriche, città,
infrastrutture e, prima fra tutte, la merce
forza lavoro: i proletari – la
guerra imperialista permette la ripresa del ciclo di accumulazione
del capitale e ostacola la rivoluzione,
una
necessità umana
che
il peggioramento delle condizioni di vita e
lo sgretolarsi del sistema capitalistico che ormai sopravvive a se
stesso,
tendono
a riportare
all’ordine del giorno.
La seconda guerra mondiale – presentata sotto la veste ideologica della lotta tra fascismo e antifascismo – servì a questo scopo di conservazione del capitalismo, oltre che alla spartizione dei mercati mondiali fra USA e l’Unione Sovietica falsamente socialista, a spese degli imperialismi tedesco e giapponese.
Col riarmo, i maggiori imperialismi – grandi produttori d’armi, fra cui quello italiano – tamponano temporaneamente gli effetti della sovrapproduzione, convertendo le fabbriche alla produzione bellica, nel mentre con il nazionalismo economico presentato dall’opportunismo politico-sindacale in false vesti operaie – come la parola d’ordine della difesa dell’industria nazionale – preparano il terreno al nazionalismo politico e al militarismo, per spingere i lavoratori ad accettare la guerra che si avvicina.
La sola forza sociale e politica che può impedire o fermare la guerra è quella della classe lavoratrice, come storicamente dimostrato dalla rivoluzione d’ottobre che, scoppiata nel 1917 in Russia, nel pieno del conflitto, impose la pace sul fronte orientale e dopo un anno, contagiando il proletariato tedesco, fece crollare il fronte interno tedesco, portando alla fine della prima guerra mondiale.
Nella guerra imperialista, l’esito più favorevole e meno tragico per la classe operaia è la più repentina sconfitta del proprio paese: perché significa smettere di morire e uccidere sul fronte e perché comporta l’indebolimento del proprio regime borghese di fronte alla lotta della classe proletaria e alla rivoluzione.
Sul fronte ucraino centinaia di migliaia di proletari si scannano da più di quattro anni mentre le loro borghesie si arricchiscono con le forniture di guerra. I proletari nel fango delle trincee e i borghesi nei palazzi con i gabinetti d’oro. Questo significa il patriottismo borghese. I proletari ucraini non hanno nulla da guadagnare dalla difesa della loro patria, proprio come non hanno nulla da guadagnare i proletari di Russia dal vincere la guerra. I veri vincitori saranno altri, i mercanti di armi e i governi che sono nel loro libro paga. Così è in tutte le guerre nella fase storica terminale del capitalismo, che Lenin chiamò imperialismo.
Come nella Russia del 1917, i comunisti indicano oggi ai lavoratori di Ucraina e Russia e in ogni altro conflitto di volgere le armi che la classe dominante ha dato loro in mano contro i propri padroni e il loro regime politico, contro gli ufficiali e i profittatori di guerra, non contro i fratelli di classe dall’altra parte del fronte.
Arrivare domani all’obiettivo vitale di impedire o fermare la guerra imperialista – con lo sciopero generale rivoluzionario, nei posti di lavoro e fra i soldati nelle caserme e al fronte – significa oggi organizzare scioperi sempre più estesi e uniti per l’aumento dei salari, contro il riarmo e il militarismo, rigettando ogni appello alla difesa dell’economia nazionale, perché non è dal successo del “proprio paese” nella competizione globale che la classe lavoratrice troverà salvezza dalla catastrofe dell’economia capitalistica mondiale e dalla conseguente guerra, ma dalla sua unione internazionale nella lotta per l’abbattimento del regime reazionario e barbaro del Capitale.
A tale scopo a nulla servono gli appelli alla costituzione repubblicana puntualmente tirati in ballo dall’opportunismo politico e sindacale. La costituzione non ha mai impedito i salari bassi e, ad esempio, lo sfruttamento bestiale degli operai agricoli. Solo la lotta operaia ha difeso i salari. Le leggi anti-sciopero, volute da Cgil Cisl e Uil contro il sindacalismo di base e votate dal PCI nel 1990 (legge 146), dai DS nel 2000 (legge 83), dal PD nel 2015 (legge 146), sono state possibili grazie al subdolo art. 40 della costituzione. Non si può lottare contro il regime del capitale sottomettendosi alla costituzione che lo legittima e difende.
Questo autunno in Italia si annunciano ben tre mobilitazioni generali separate dei lavoratori: dell’Usb il 30 ottobre, degli altri sindacati di base il 4 dicembre, forse della Cgil in data ancora da definire. Le dirigenze opportuniste dei sindacati dividono la classe lavoratrice e il suo movimento. In ogni sindacato bisogna battersi per l’unità d’azione, innanzitutto dei sindacati di base e di questi con la Cgil, come accaduto l’anno scorso il 3 ottobre. Il riarmo, la guerra imperialista, lo sfruttamento e la miseria crescenti, impongono di lottare e sconfiggere l’opportunismo, a cominciare dall’interno dei sindacati.
Per l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale!
Per la rinascita del sindacato di classe!
Il nemico dei lavoratori è nel proprio paese!
Proletari di tutti i paesi unitevi!
Il capitalismo, l’ordine economico che impone oggi le sue regole, ha avuto una sua fase progressiva che ha permesso di sviluppare la tecnica e la scienza, ma la sua funzione storica è, da diverso tempo, esaurita!
Immense capacità produttive, che potrebbero soddisfare i bisogni materiali di tutta l’umanità, sono subordinate alla logica del profitto; il capitale deve continuamente crescere, conquistare mercati e ridurre i costi per competere.
Questo intensifica lo sfruttamento del lavoro, devasta l’ambiente e concentra la ricchezza costringendo milioni di persone a vivere nella povertà e nell’indigenza.
La concorrenza sempre più asfissiante, per accaparrarsi mercati, risorse e aree di influenza arriva al punto che da guerra commerciale passa sul piano militare e i 65 conflitti attualmente in corso ne sono la dura dimostrazione.
Queste non sono semplici deviazioni o pruriti dei “folli” tiranni di turno: sono ineliminabili contraddizioni del sistema! Il capitalismo marcia inesorabilmente con le sue logiche ed è utopistico pensare che si possa riformare: non esiste un capitalismo dal volto umano! Tutti i governi, di qualsiasi colore politico — di destra, di centro o di "sinistra" - sono e saranno sempre gli esecutori degli interessi della classe dominante e del capitale.
L’unica alternativa alla barbarie capitalista è il comunismo: una società senza classi, senza lavoro salariato e senza moneta, nella quale i prodotti e il lavoro non siano una merce da vendere. In cui produrre e distribuire secondo i bisogni reali dell’umanità, non secondo la capacità di pagare. Una comunità fraterna fondata sulla cooperazione, non sulla concorrenza!
Battersi per questa alternativa significa lottare oggi in difesa dei bisogni dei lavoratori e delle loro famiglie, dei giovani come dei pensionati: per aumentare i salari, pensioni, contro la precarietà, per la riduzione dell'orario di lavoro. Il contributo dei giovani della classe lavoratrice a questa lotta è essenziale, con la loro partecipazione agli scioperi e alle manifestazioni.
Servono organizzazione e impegno. Prepararsi oggi significa essere in grado domani a un nuovo “assalto al cielo” quando matureranno le condizioni materiali per liberarci da questo regime in putrefazione.
I giovani che soffrono di questa società così ingiusta e crudele possono trovare la loro via di riscossa solo ricollegandosi alla tradizione rivoluzionaria comunista e internazionalista!
Anche
in Francia la classe lavoratrice impoverisce a causa della crisi
economica del capitalismo. Gli attacchi mossi dalla classe dominante
e dal suo regime politico per aumentare lo sfruttamento hanno
generato robusti movimenti di lotta di forza crescente, a volte
vittoriosi:
-
vent’anni fa, nel 2006, il movimento contro il Contrat Première
Embauche – contratto precario col quale il lavoratore poteva
essere licenziato senza giusta causa e applicabile ai giovani sotto i
26 anni – ne impedì l’approvazione;
-
nel 2010 la lotta contro la riforma delle pensioni di Sarkozy, con 14
scioperi generali in 9 mesi, non riuscì invece a fermare
l’innalzamento dell’età pensionabile da 60 a 62 anni;
-
nel 2016, con 14 scioperi generali in 11 mesi, il movimento contro la
Loi El Khomri – promossa dal governo socialista – non
riuscì a fermare la riforma per estendere la precarietà lavorativa;
-
fra il 2018 e il 2019 si sviluppò il movimento dei Gilet Jaunes,
della piccola-borghesia ma che, col radicalismo delle sue azioni,
avrebbe influenzato le successive lotte della classe lavoratrice;
-
nel 2023 si è avuto l’ultimo movimento in difesa delle pensioni, con
14 scioperi generali in 6 mesi e l’approvazione della legge aggirando
il voto parlamentare; questa “vittoria di Pirro” ha portato al
congelamento dell’innalzamento dell’età pensionabile da 62 a 64, nel
quadro dei giochi parlamentari.
-
Infine, l’anno scorso a settembre vi è stato il movimento Bloquons
Tous (blocchiamo tutto) contro le politiche di austerità del
governo, il meno potente fra quelli citati, nato al di fuori dei
sindacati attraverso i canali delle cosiddette piattaforme social,
con le parti più combattive del movimento sindacale francese (parti
della CGT e SUD) che lo hanno sostenuto, contraddistintosi per metodi
di lotta più radicali, con cortei e blocchi non autorizzati.
A questi attacchi alla classe lavoratrice e in risposta dei suoi movimenti di difesa si sono sovrapposti due processi.
Da un lato la crisi del debito pubblico francese, comune a quella di molti altri paesi afflitti dalla crisi mondiale di sovrapproduzione del capitalismo, ma aggravata dallo sgretolarsi dell’impero post-coloniale. Il debito ha raggiunto il 119% del PIL e il deficit per il 2026 è previsto si attesterà al 5,4%. I titoli di Stato francesi hanno superato il costo di quelli italiani e greci. Questa crisi del debito rende sempre più pressante per la borghesia francese attuare la congelata riforma pensionistica e proseguire con le altre misure di riduzione drastica della spesa sociale, quali il blocco dei sussidi per l’alloggio e la riduzione dei finanziamenti a sanità, scuola, trasporti e altri servizi. «Quando il presidente Emmanuel Macron ha dovuto affrontare le massicce proteste dei gilet gialli nel 2018-19, ha potuto stanziare miliardi di euro per placarli. Oggi ciò non è più possibile. La Francia spende troppo e cresce troppo lentamente, di poco più dell’1% all’anno sotto Macron. Quest’autunno i legislatori faranno fatica ad approvare un bilancio che riduca il deficit di miseri 0,4 punti percentuali, portandolo a un insostenibile 5% del PIL» (The Economist, 24 ottobre).
A
questo è venuto a sovrapporresi
l’aumento dell’inflazione, conseguenza dell’esplosione dei conflitti
generati dalla crisi economica, prima in Ucraina poi in Medio
Oriente, che hanno portato a una inflazione ulteriore a quella
provocata dalla ripresa produttiva successiva alla pandemia da
Covid-19.
L’inflazione ha colpito il potere d’acquisto dei salari, che in Francia aveva retto negli anni precedenti meglio che in altri paesi, venendo così ad aggravare la crisi sociale nel paese.
Il movimento mosso dal maturare di queste condizioni questa volta ha avuto principali attori gli studenti delle scuole superiori, non solo i licei ma anche gli istituti tecnici e professionali: infatti si sono mobilitati gli studenti delle periferie proletarie di Parigi.
Il
primo episodio si è avuto il
17 settembre in una scuola
a Créteil, nella periferia sudorientale di Parigi. Ma,
importante,
sono
stati i lavoratori della scuola St-Exupery
di
Créteil
per
primi a
scendere in sciopero, sostenuti il giorno successivo dagli
studenti. Lo sciopero, proclamato unitariamente da FSU, CGT Education
e SUD Education, era stato
convocato contro l’assenza
la mancanza
di un infermiere scolastico,
la carenza di personale docente, l’edificio fatiscente e le classi
sovraffollate.
Nei giorni immediatamente successivi il movimento si è diffuso a Seine-Saint-Denis, nella periferia a Nord Est di Parigi, divenuto il centro del movimento nazionale. Seine-Saint-Denis è il dipartimento più povero della Francia – col 27,6% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà – e anche il più giovane: il 42% dei residenti ha meno di 30 anni. Il 27 settembre il movimento aveva raggiunto una portata nazionale. Il 1° ottobre le proteste studentesche inferivano quasi 900 istituti sui 3.770 di tutto il paese.
La situazione delle scuole pubbliche nelle periferie urbane francesi è ormai disastrosa. In edifici fatiscenti e privi di riscaldamento — che d’estate si trasformano in forni e d’inverno in ghiacciaie — infestati da ratti, con servizi igienici mal funzionanti, pareti, soffitti e finestre danneggiati, gli studenti trascorrono otto ore al giorno in quelli che sono diventati una sorta di carcere.
I problemi riguardano poi le condizioni dei lavoratori. L’anno scorso il governo ha soppresso 4.000 posti di ruolo fra gli insegnanti e quest’anno aveva previsto di tagliarne ulteriori 1.600. Per ridurre la spesa complessiva in salari, sta aumentando i carichi di lavoro a livelli insostenibili. Gli insegnanti trascorrono dalle 10 alle 12 ore al lavoro, affrontando difficoltà sempre più gravose e un carico di tensioni emotive che li porta sempre più frequentemente a crolli psicologici e fisici — il tutto col mandato di formare “cittadini francesi” docili e leali verso le istituzioni borghesi.
Il coinvolgimento dei giovani dei quartieri proletari e le pessime condizioni di lavoro degli insegnanti hanno conferito un carattere e un ruolo diverso dal passato al questo movimento. Le rivendicazioni sono in buona misura comuni a quelle dei lavoratori: miglioramento dell’edilizia scolastica, assunzioni per ridurre il rapporto studenti/insegnanti, in generale maggiori finanziamenti per la spesa sociale, in contrasto col l’aumento delle spese per il riarmo. Sul piano quantitativo si è trattato del più esteso movimento studentesco nella storia francese dopo il Maggio del ’68, con la differenza che quello partì ed ebbe centro nelle università. Gli universitari del ‘68, quando non erano già borghesi, avevano la prospettiva dell’ascesa sociale individuale nei ranghi della classe dominante. I giovani proletari della scuola dell’obbligo d’oggi rimarranno in larga maggioranza proletari.
Il 29 settembre si è svolta la prima azione sindacale nazionale, con lo sciopero del pubblico impiego contro la decisione del Primo Ministro Sébastien Lecornu di congelare il valore del “punto indice” (che regola gli stipendi degli statali) per il 2027, proclamato dall’intersindacale composta da CGT, FO, CFDT, UNSA, FSU, Solidaires, CFE-CGC e FA-FP. L’adesione nella scuola è stata alta, secondo i sindacati, del 40% come media nazionale. Ma la chiusura degli istituti è stata superiore per il sommarsi dei blocchi degli studenti e per lo sciopero del personale di sorveglianza. Nello sciopero e nelle manifestazioni rilevante è stato anche l’apporto dei lavoratori della sanità e dei vigili del fuoco.
I sindacati francesi hanno denunciato che ben 862.000 dipendenti pubblici in Francia percepiscono ormai un salario inferiore al salario minimo nazionale (Smic), ulteriore conferma questa di come il salario possa essere difeso solo dalla lotta e non "per legge" e che, quindi, in Italia, la lotta per l’abolizione delle leggi antisciopero dovrebbe avere un ruolo ben più rilevante nel movimento sindacale rispetto a quella per un salario minimo legale, fissazione della sinistra borghese e di quella opportunista.
Il 6 ottobre si è svolto lo sciopero generale di tutte le categorie proclamato ancora una volta dall’intersindacale. Le rivendicazioni, oltre allo sblocco del “punto indice”, erano l’aumento dei salari, incluso quello minimo, e la solidarietà col movimento e le rivendicazioni dei lavoratori della scuola e degli studenti. A Parigi hanno sfilato in un enorme corteo quasi in 100.000.
Martedì 13 ottobre si è svolta una quinta giornata di mobilitazione nazionale studentesca insieme a un terzo sciopero nazionale dei sindacati della scuola, con buone adesioni, del 5% di media nazionale secondo il ministero, del 40% secondo fonte sindacale a Parigi. La CGT e SUD hanno esteso lo sciopero ad alcuni settori del pubblico impiego.
In quella giornata, anche se non ancora ufficialmente, l’intersindacale ha indicato quale data di un secondo sciopero generale il 5 novembre, dopo il lungo periodo di chiusura delle scuole francesi dal 19 ottobre al 1° novembre.
Sabato 17 ottobre il movimento ha raggiunto – ad oggi – il suo apice con manifestazioni di piazza, massicce in tutte le maggiori città francesi. A Parigi il corteo è stato nell’ordine di duecentomila persone. FSU, SUD e CGT hanno proclamato di nuovo lo sciopero dei lavoratori della scuola. Anche la violenza degli scontri ha raggiunto un massimo. I giorni successivi il governo ha emanato coprifuoco e divieti di manifestazione notturni in aree centrali di diverse città.
Ma né la campagna mediatica terroristica a seguito degli scontri e dei saccheggi del 17 ottobre, né la chiusura scolastica hanno impedito che il sabato successivo, 24 ottobre, le manifestazioni abbiano eguagliato per dimensione quelle di una settimana prima, composte da spezzoni dei sindacati, del movimento studentesco e dei Gilet Jaunes.
Una nuova giornata nazionale di mobilitazione è prevista per sabato 31 ottobre. Attendiamo poi lo sciopero generale del 5 novembre.
In linea generale, le dirigenze sindacali dei due maggiori sindacati di regime, CFDT e CGT, pur avendo come riferimento diversi partiti, deviano i movimenti di lotta della classe lavoratrice verso il pantano parlamentare, agitando lo spauracchio del prevalere elettorale dell’estrema destra. Ma anche la minoranza conflittuale della CGT e il sindacato di base SUD finiscono per accreditare questo diversivo, in quanto la ideologia democratica in essi dominanti non può non confliggere coi bisogni della lotta di classe.
Le dirigenze di CGT e CFDT, inoltre, si rifiutano di presentare l’obiettivo dello sciopero generale a oltranza, che duri più di un solo giorno, e diluiscono la combattività dei lavoratori in separate giornate, il che impedisce all’azione di estendersi e radicalizzarsi.
In singole categorie o luoghi di lavoro in alcuni casi i sindacati conducono scioperi a oltranza, come nei chimici e nei trasporti, con sindacati più combattivi – SUD e parti minoritarie della CGT – che promuovono i cosiddetti scioperi “rinnovabili” (reconductibles), prolungati ogni giorno dalle assemblee dei lavoratori.
La deviazione della lotta operaia nel pantano elettorale e l’elusione del problema dello sciopero a oltranza è ovviamente opera nel movimento sindacale dei partiti opportunisti, in primo luogo di Le France Insoumise (LFI) che è la forza politica maggiore del Nouveau Front Poupolaire, un fronte di partiti della sinistra borghese, moderata e radicale, nato nel 2024 per opporsi alla destra di Rassemblamente Nacional.
La fragilità della situazione sociale in Francia è stata messa in luce dalla reazione del regime borghese. Contro giovani fra i 15 e i 18 anni, scesi a centinaia di migliaia nelle strade, lo Stato ha scagliato una violenza sproporzionata, con migliaia di poliziotti che hanno caricato, bastonato, lanciato spray urticanti, lacrimogeni e granate stordenti. Ne sono nati scontri di piazza lunghi e duri, e l’ondata di arresti più vasta nella storia della Quinta Repubblica: quasi 8.000 persone, di cui l’85% minorenni. Durante il movimento dei Gilet Gialli, gli arresti furono 10.000 nel corso di un intero anno. Una utile scuola di cosa sia le democrazia per questa nuova generazione di proletari!
Contro le violenze poliziesche la maggior parte dei sindacati degli insegnanti (FSU, CGT Education, SUD Education) ha preso subito posizione in difesa dei giovani e in diversi casi hanno formato nei cortei cordoni di lavoratori a difesa dei giovani.
La reazione di sproporzionata violenza dello Stato francese alle manifestazioni degli studenti si spiega con la paura e la disperazione della borghesia. Una chiara intimidazione contro tutti i proletari: se pestiamo così dei ragazzini, pensate cosa faremo agli adulti!
Il capitalismo non ha più nulla da offrire alla classe salariata, nemmeno briciole. Deve procedere a togliere il pane dalla tavola delle famiglie proletarie. Il che sta scatenando la lotta di classe, che tornerà prepotentemente protagonista e motore della storia, negato per decenni dai pennivendoli della stampa e dei logorroici delle televisioni del capitale.
Il timore della classe dominante francese, come d’ogni paese, è che scenda in lotta la classe lavoratrice perché solo essa può prendere per la gola il capitalismo bloccando i gangli vitali della riproduzione del capitale. Ciò che terrorizza la borghesia è che la partecipazione dei giovani proletari ancora studenti tenda a fondersi con quella dei lavoratori, per le stesse rivendicazioni, instradati alle future lotte operaie e venendo a infondere le energie, radicalità ed entusiasmo giovanile nelle vene del sindacalismo di classe.
Se oggi la gioventù proletaria ha smesso di restare in disparte e distaccata nel “movimento studentesco”, domani riscoprirà quella sua fondamentale arma di lotta sociale che è il sindacato e per questa via quella della lotta politica che è il partito. La borghesia ha ben ragione a essere molto preoccupata.
Lo SCIOPERO INTERNAZIONALE DEI PORTUALI – promosso oggi da USB in Italia, da altri sindacati conflittuali come la Cgt Porti in Francia, l’Enedep in Grecia, il Ver.di del porto di Amburgo e da decine di altri sindacati nel mondo – è di grandissima importanza perché indica l’unità internazionale dei lavoratori nello sciopero quale via per opporsi alla guerra imperialista.
Il cancro inguaribile del capitalismo e della sua economia finalizzata al profitto è la sovrapproduzione, che affligge i capitalismi cosiddetti “occidentali” già da metà anni ‘70. La Cina – insieme ad altri capitalismi nazionali un tempo giovani – per quasi 40 anni ha salvato l’economia capitalista mondiale, grazie ai bassi salari della sua classe operaia. Ora che è entrata anch’essa in crisi di sovrapproduzione, per il capitalismo si avvicina il tracollo economico.
È questa la causa materiale della marcia del capitalismo verso la terza guerra mondiale. La guerra è l’unica àncora di salvezza del capitalismo morente perché distrugge le merci in eccesso che impediscono la crescita del capitale: fabbriche, infrastrutture, città e soprattutto la merce forza-lavoro, i proletari.
È il capitalismo che porta alla guerra non il “folle” tiranno o regime di turno, spiegazione usata dalle propagande di tutti i regimi borghesi per convincere la classe lavoratrice che la guerra è invece provocata da un nemico esterno, da combattere se si vuole tornare alla pace.
Queste menzogne cercano di imprigionare i lavoratori nella sterile logica aggressore-aggredito. Ma alle borghesie di tutti i paesi nulla importa chi inizi la guerra: l’importante è che essa maturi e scoppi. Il solo vero aggredito è il proletariato internazionale!
Tutte le borghesie nazionali infatti fanno fra di loro affari lucrosi fino al giorno prima del conflitto e spesso anche durante. La Cina sostiene l’Iran che sostiene Hamas ma è il primo partner commerciale asiatico di Israele. Il Qatar sostiene Hamas ma ospita la più grande base militare USA nel Medio Oriente. L’intreccio degli affari è inestricabile e vola molto più in alto della ignobile propaganda militarista.
Se sono evidenti l’ipocrisia e l’infamia della propaganda degli imperialismi occidentali – statunitense, israeliano e anche di quelli europei – non bisogna credere che alla guerra si stia arrivando per responsabilità di questa parte soltanto dello schieramento imperialistico. Gli USA conducono guerre preventive contro l’imperialismo cinese, il quale si sta armando a ritmo serrato, preparandosi a mandare la propria classe operaia a morire per identici obiettivi: per i profitti dei gruppi industriali e finanziari di Pechino, per conquistare il dominio dei mercati mondiali, esattamente come fanno tutti i regimi borghesi, proporzionalmente alla propria potenza. Non esistono Stati anti-imperialisti e amici della classe lavoratrice!
Altrettanto importante è, per la giornata di lotta odierna, la decisione dell’USB di estendere lo sciopero dei portuali a tutte le categorie, facendone uno SCIOPERO GENERALE NAZIONALE CONTRO LA GUERRA E IL RIARMO, PER L’AUMENTO DI SALARI E PENSIONI, PER LA DIFESA DELLA SPESA SOCIALE.
Gli effetti dei conflitti si ripercuotono sulla classe lavoratrice di tutti i paesi, con l’aumento dell’inflazione che taglia i salari reali, mentre i programmi di riarmo implicano nuovi tagli a sanità, scuola, trasporti e agli altri servizi sociali, aggravando l’attacco in corso da decenni. La sola forza sociale e politica in grado di impedire o fermare la guerra imperialista è quella della classe operaia, perché è l’unica in grado di prendere per la gola i regimi nazionali del Capitale bloccando con lo sciopero i gangli vitali della produzione del profitto.
Lottare oggi in difesa delle condizioni di vita e di lavoro della classe salariata – rifiutando ogni sacrificio in nome dell’inesistente interesse nazionale – significa incamminarsi sulla strada che porterà domani a fermare la guerra con scioperi nei posti di lavoro e fra i soldati, rifiutando il sacrificio della vita dei proletari in nome della difesa della patria.
MOLTO POSITIVA È STATA ANCHE LA DECISIONE DI QUASI TUTTI I SINDACATI DI BASE DI CONVERGERE NELLO SCIOPERO ODIERNO, nonostante la dirigenza dell’Usb li abbia ignorati pretendendo di agire da sola. Per quanto l’Usb sia il maggior sindacato di base, l’unità d’azione con gli altri sindacati di base non può che rafforzare lo sciopero e va sempre perseguita. I sindacati di base devono proporre lo sciopero unitario anche alla Cgil, come accaduto il 3 ottobre dell’anno scorso con lo sciopero contro la guerra e il genocidio a Gaza.
Bisogna “FARE COME IN FRANCIA”, dove gli scioperi generali sono proclamati da un organismo intersindacale. Nella situazione di crisi del capitalismo odierno, scioperi unitari non possono che spostare la base degli iscritti ai sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil) verso le rivendicazioni e i metodi di lotta classisti.
Non è un caso se la dirigenza Cgil e il suo apparato si sono affrettati a liquidare lo sciopero unitario del 3 ottobre 2025 contro il genocidio e la guerra a Gaza, come eccezione da non ripetere: sanno che una prassi di scioperi unitari coi sindacati di base è incompatibile con l’unità del sindacalismo di regime fra Cgil Cisl e Uil e finirebbe per spaccare la Cgil stessa, segnando un’accelerazione verso la sempre più necessaria rinascita del sindacato di classe, fuori e contro i sindacati di regime.
DALLA FRANCIA IL VENTO DELLA LOTTA PORTA CON SÉ UNA POTENTE NOVITÀ: a scendere in lotta sono finalmente i giovani proletari delle periferie e il movimento degli studenti si identifica con le rivendicazioni dei lavoratori. In Italia l’esempio è stato raccolto da una gioventù che sa guardare oltre frontiera e alle prime manifestazioni del 17 ottobre ne sono seguite di maggiori sabato 24. I sindacati di base hanno subito espresso solidarietà ai giovani scesi in piazza contro il carovita, mentre il capo della Cgil si è affrettato a esprimere solidarietà alla polizia e la Cgil di Milano ha organizzato una manifestazione per la “coesione sociale” e chiedendo più finanziamenti alle forze dell’ordine.
Questi giovani sapranno dare le loro energie al sindacalismo di classe, suonando la campana a morto per quello collaborazionista e di regime. È questo che terrorizza i regimi borghesi, che reagiscono scagliando la violenza poliziesca contro le manifestazioni. Sanno che il rinato movimento sindacale di classe porterà la classe lavoratrice a ricollegarsi al Partito della rivoluzione comunista, ponendo fine al regime della barbarie capitalista.
Per un fronte unico sindacale di classe!
Proletari di tutti i paesi unitevi!