Partito Comunista Internazionale Corpo unitario ed invariante delle Tesi del Partito
Partito Comunista Internazionale
Materiale documentario esposto ed illustrato a commento delle tesi generali della riunione di Napoli
(Il Programma Comunista, nn. 22, 1964, 1-2, 15-18, 1965).

 
 
Appunti per le tesi sulla questione di organizzazione
 (Il Programma Comunista, nr.22, 1964)
 
Primi risultati dei contributi giunti da tutto il Partito per l’elaborazione delle tesi definitive sulla sua organizzazione - Materiali per le tesi definitive sull’organizzazione interna (Il Programma Comunista, nr.1-2, 1965)
IL NOME DEL PARTITO
Il comitato direttivo del PC Internazionale, Bollettino del IV Congresso della I.C., 1922
Le direttive marxiste della nuova Internazionale, L’Avanguardia, 26 maggio 1918.
STORICA TESI DELLA SINISTRA CONTRO IL CENTRALISMO DEMOCRATICO E PER IL CENTRALISMO ORGANICO
Il principio democratico, Rassegna Comunista, n. 18, 28 febbraio 1922.
Mozione sulla disciplina internazionale votata al II Congresso del PCD’I, Roma, 1922.
Natura organica del partito comunista, Tesi di Roma, 1922.
CRITICA DEGLI ERRORI DI MOSCA IN MATERIA DI ORGANIZZAZIONE E DISCIPLINA
Discorso del rappresentante della Sinistra al IV Congresso della I.C., 1922 - La Sinistra sulla tattica
Organizzazione e disciplina comunista, premesse della questione, Prometeo n.5, 15 maggio 1924.
Discorso del rappresentante della Sinistra al V congresso dell’Internazionale, 1924.
CONTRIBUTI DELL’ATTUALE NOSTRO MOVIMENTO DEL DOPOGUERRA ALLA QUESTIONE DI ORGANIZZAZIONE
Norme orientative generali, Battaglia Comunista, n.13, 1949.
Origine e funzione della forma partito, Il Programma Comunista n.13, 1961: I Partiti del proletariato - Perché il partito non scompare mai - Le basi del partito di domani.
ALTRI BRANI CLASSICI NEL CORSO DI UN SECOLO
Schifo rivoluzionario della popolarità e del reclamismo, Engels a Marx, 13 febbraio 1851.
Come gli sgonfioni vanno trattati, Marx ad Engels, 18 maggio 1859.
Marx aveva fiuto per gli arrivisti, 1866
Il marxismo non segue nella lettura della storia la mania dell’«ultima moda», Marx ad Engels, 25 marzo 1968.
Ancora Marx contro le sètte e il federalismo, per l’unico partito di classe internazionale, Marx a Bolte, 23 novembre 1871.
La buffonata democratica delle espulsioni, Marx a Bolte, 12 febbraio 1873.
Marx sapeva che il partito rinasce da ogni sconfitta, 1878.
Vaticinio di Engels che Mosca ha tradito, Engels a Sorge, 12 settembre 1874.

Materiale documentario esposto ed illustrato a commento delle tesi generali della riunione di Napoli (Il Programma Comunista, nn.15-18, 1965)
Tesi della frazione astensionista del Partito Socialista Italiano (maggio 1920).
Partito e classe (15 aprile 1921).
Partito e azione di classe (31 naggio 1921).
Il principio democratico (28 febbraio 1922).
Tesi sulla tattica del II Congresso del PCd’I (20-24 marzo 1922).
IV
Congresso
della I.C.
 - Progetto di tesi sulla tattica presentato dal PCd’I (novembre 1922).
 - Discorso del rappresentante della Sinistra al IV Congresso della I.C. (11 novembre 1922).
 - Dichiarazione della Sinistra sul progetto di organizzazione dell’Internazionale (30 novembre 1922).
Lenin sul cammino della rivoluzione (febbraio 1924).
Organizzazione e disciplina comunista (maggio 1924).
Mozione della Sinistra del PCd’I alla conferenza nazionale clandestina del maggio 1924.
V
Congresso
mondiale
 - Discorso del rappresentante della Sinistra (25 giugno 1924).
 - Replica della Sinistra a Zinoviev (27 giugno).
 - Dichiarazione della Sinistra sul discorso di Bucharin (28 giugno).
 - Dichiarazione della Sinistra su l’organizzazione (7 luglio).
Il pericolo opportunista e l’Internazionale (luglio 1925).
La piattaforma della Sinistra (7 luglio 1925).
Il Comitato di intesa (19 luglio 1925).
Tesi della Sinistra del PCd’I al III Congresso, Lione (21/26 gennaio 1926).
Sesta sessione dell’Esecutivo Allargato dell’I.C., Discorso del rappresentante della Sinistra (23 febbraio 1926).
Forza-violenza-dittatura nella lotta di classe (aprile-maggio 1948)
Dialogato coi morti (1956).
Marxismo e autorità (Riunione di Torino, 19-20 maggio 1956).

 
 
 
 
 


Appunti per le tesi sulla questione di organizzazione
(Il Programma Comunista n. 22, novembre 1964)

1) L’espressione di "centralismo democratico", come tipo di organizzazione per i partiti comunisti, a cui la Sinistra oppose la formula di "centralismo organico", si trova anzitutto nelle tesi presentate da Zinoviev al II Congresso sul "Compito del Partito comunista nella rivoluzione proletaria" e illustrate dal discorso dello stesso Zinoviev nella seconda seduta tenuta al Cremlino il 23 luglio 1920. La parte centrale delle tesi e del discorso trovano e trovarono pienissimo appoggio da parte della Sinistra comunista perché contengono una risoluta critica marxista di tutte quelle correnti che svalutano la funzione del Partito politico di classe e vogliono sostituirla con le più diverse forme (sindacati, consigli operai, comitati di fabbrica, ecc. ecc.). Tale corrente era fortemente rappresentata al secondo Congresso specie da inglesi, americani, olandesi, ed anche da sindacalisti francesi e perfino anarchici spagnoli. La Sinistra comunista italiana tenne a differenziarsi subito da queste correnti che, oltre a non comprendere le tesi sul Partito, mal digerivano anche quelle sulla centralizzazione e sulla stretta disciplina anche vigorosamente affermata allora da Zinoviev.
     Quando da questi gruppi vennero consensi alla tesi della Sinistra italiana circa il parlamentarismo, il relatore di quella pregò di non votare le sue tesi coloro che non fossero sullo stretto terreno marxista, ed ecco perché di 7 voti contro la partecipazione parlamentare solo tre furono per le tesi della Sinistra italiana (Belgio, Danimarca, Svizzera, essendo consultivo il voto italiano).

2) La formula sopra citata compare al punto 14 delle tesi Zinoviev, ed è così formulata: «Il Partito Comunista deve essere basato su una centralizzazione democratica. La costituzione a mezzo di elezioni di Comitati secondari, la sottomissione obbligatoria di tutti i comitati al comitato che è loro superiore, l’esistenza di un Centro munito di pieni poteri, di cui l’autorità non può, nell’intervallo fra i Congressi del Partito, essere contestata da nessuno; tali sono i principi essenziali della centralizzazione democratica».
      Queste tesi non entrano in maggiori dettagli e, per quanto riguarda il concetto di subordinazione della periferia al Centro, la Sinistra non aveva motivo di non accettarle. Il dubbio sorse sulla maniera di designazione dei Comitati dalla periferia al Centro e sull’impiego del meccanismo elettorale per conta dei voti, a cui fanno evidente riferimento l’aggettivo democratico opposto al sostantivo centralismo, oltre che il breve accenno che segue subito dopo.

3) Che il pensiero della III Internazionale al suo inizio, e dei suoi grandi teorici, non fosse di totale omaggio al meccanismo di elezione per voti, evidente imitazione del meccanismo vantato come eterno e ideale dai borghesi democratici, risulta dallo stesso testo dello Statuto dell’Internazionale quale fu adottato al medesimo II Congresso. Questo statuto cita anzitutto alcuni capoversi di quello della I Associazione Internazionale dei lavoratori, adottato su proposta di Marx a Londra nel 1864. È noto che questo Statuto introduce la formula di Partito politico, senza il quale il proletariato non può agire come classe, distinto da tutti gli altri partiti politici e ad essi contrapposto (più esattamente, tale precisa formula non si trova negli Statuti votati nel 1864 ma in quelli più dettagliati adottati nelle conferenze di Londra del settembre 1871 e dell’Aja del settembre 1872).
     Lo Statuto di Mosca ricorda come la II Internazionale fondata nel 1889 a Parigi si era impegnata a continuare l’opera della prima, ma perì per avere nel 1914 tradito tale impegno. La III Internazionale dichiara di riprendere l’opera della Prima.

4) Nel nuovo Statuto è ripetuto che l’organizzazione deve essere fortemente centralizzata. Segue una formula molto migliore di quella della centralizzazione democratica:
     «Il meccanismo organizzato della III Internazionale Comunista deve assicurare ai lavoratori di ogni paese la possibilità di ricevere, in ogni momento, da parte dei lavoratori organizzati di altri paesi, tutto l’aiuto possibile».
     Secondo l’articolo 1, lo scopo dell’Internazionale è il rovesciamento del capitalismo e lo stabilimento della dittatura del proletariato e di una repubblica internazionale dei Soviet.
     All’art. 4 l’istanza suprema dell’Internazionale è il Congresso mondiale di tutti i partiti e le organizzazioni affiliate. Per non equivocare sul doppio termine di partiti e organizzazioni è bene riportare il testo del precedente art. 3. «Tutti i partiti e organizzazioni affiliati all’Internazionale portano il nome di Partito Comunista del tale e tal’altro paese (Sez. dell’ Internazionale Comunista)».
     Tornando al Congresso, il numero di voti deliberativi attribuiti a ciascun partito non dipende dal numero dei suoi membri (come vorrebbe un meccanismo elettorale puro), ma «sarà fissato da una decisione speciale del Congresso». Ben vero si aggiunge che ci si sforzerà di fissare al più presto norme di rappresentanza che «si basino sul numero effettivo dei membri di ogni organizzazione», ma subito si dice: «e tenendo conto dell’influenza reale del partito». Queste citazioni hanno lo scopo di dimostrare che mai, ai tempi classici della Internazionale di Mosca, fu assunto a mito il criterio democratico numerico o la sciocca formula della metà più uno.
     All’art. 8 è detto che il Congresso fissa la sede del Comitato esecutivo (non si poteva pensare allora che a Mosca). Il partito comunista del paese prescelto ha nell’esecutivo almeno cinque rappresentanti con voto deliberativo. Oltre a questi, ciascuno dei dodici partiti più importanti ha diritto a un rappresentante con un voto. È il Congresso mondiale che fissa la lista di questi dodici partiti: gli altri possono delegare presso il Comitato Esecutivo un rappresentante con voto consultivo. Fra le altre norme, ha un certo significato quella dell’art. 13 secondo cui i differenti partiti affiliati devono comunicare tra loro tramite l’Esecutivo internazionale, e in caso di assoluta urgenza informare questo dei loro passi.
     Sono adunque diversi i capisaldi di organizzazione, che si distaccano dal formale principio egualitario e numerico delle rappresentanze elettive tradizionali introdotte dalla borghesia moderna, e traggono fisionomia originale - in perfetto contrasto con quelli delle "democrazie popolari" - dal principio classico della I Internazionale e del Manifesto dei Comunisti del 1848, secondo cui la illusoria entità popolo viene spezzata per sempre nelle opposte classi sociali.

5) Ritornando alle tesi di Zinoviev sul compito del partito, esse contengono molti punti che in anni posteriori la Sinistra resterà sola a difendere. Uno è quello che la dittatura del partito comunista è il solo modo di essere storico della dittatura della classe proletaria. In altri punti è ripetuto che tutti gli organi di attività del partito (ad esempio il gruppo parlamentare) devono dipendere dalla centrale del partito. È smentita alla tesi 8 la divisione filistea del movimento operaio in tre forme equipollenti (partito, sindacati, cooperative) e affermata una nuova formula in ordine d’importanza: primo il partito, secondo il soviet, terzo i sindacati. Nel seguito si dice chiaramente che anche il soviet, se non è dominato dal partito comunista, perde il carattere di forma storica della dittatura del proletariato e di forza rivoluzionaria. È deplorata una formula del partito operaio comunista tedesco (K.A.P.D.) che dichiara: «Il partito deve anche esso adattarsi sempre più all’idea sovietista, e proletarizzarsi».
     La possente tesi proposta da Zinoviev è questa: «Noi non vediamo in questo che un’espressione insinuante dell’idea che il partito comunista si debba fondere nei Soviet e che i Soviet possano sostituirlo: idea profondamente erronea e reazionaria».
     Vi è la tesi al punto 9 che il partito sarà necessario non solo prima e durante la conquista del potere, ma anche dopo di questa.

6) La questione di organizzazione fu trattata in modo espresso al III Congresso, del giugno 1921, vivo e direttamente presente Lenin. Il titolo è: «Tesi sulla struttura, i metodi e l’azione dei partiti comunisti».
     Un primo paragrafo tratta le generalità e stabilisce che la questione di organizzazione non può essere regolata da un principio immutabile ma deve adattarsi alle condizioni e agli scopi della attività del partito, durante la fase della lotta di classe rivoluzionaria e durante il periodo di transizione ulteriore verso la realizzazione del socialismo, questo primo grado della società comunista. Le differenti condizioni da paese a paese devono essere considerate, ma entro certi limiti. «Il limite [oggi tutti l’hanno dimenticato] dipende dalla somiglianza delle condizioni della lotta proletaria nei differenti paesi e nelle differenti fasi della rivoluzione proletaria, che costituisce, al di sopra di tutte le particolarità, un fatto di importanza essenziale per il movimento comunista. È questa somiglianza che dà la base comune dell’organizzazione dei partiti comunisti in tutti i paesi: è su questa base che bisogna sviluppare l’organizzazione dei partiti comunisti, e non tendere alla fondazione di qualche nuovo partito modello al posto di quello che già esiste, o inseguire una formula di organizzazione assolutamente corretta, e degli Statuti ideali».
     Le tesi stabiliscono che il movimento rivoluzionario deve avere una direzione. «L’organizzazione dei partiti comunisti è l’organizzazione della direzione comunista nella rivoluzione proletaria». Viene data quest’altra definizione del compito organizzativo che s’impone a noi tutti: «Formazione, organizzazione ed educazione di un partito comunista puro e realmente dirigente, per guidare veramente il movimento rivoluzionario proletario».

7) Il paragrafo 2 delle tesi (crediamo dovute a Lenin) è direttamente intitolato: "Il centralismo democratico". La tesi 6 così lo definisce: «Il centralismo democratico nella organizzazione del partito comunista deve essere una vera sintesi, una fusione, della centralizzazione e della democrazia proletaria. Questa fusione non può essere ottenuta che con una attività permanente comune, con una lotta egualmente comune e permanente dell’insieme del partito».
     I passi seguenti mostrano già quali potrebbero essere i pericoli della falsa interpretazione delle formule centralismo democratico e democrazia proletaria. Ad esempio, la centralizzazione del partito comunista non deve essere formale né meccanica: «deve essere una centralizzazione dell’attività comunista, cioè la formazione di una direzione potente pronta all’attacco e nello stesso tempo capace di adattamento. Una centralizzazione formale o meccanica non sarebbe che la centralizzazione del potere tra le mani di una burocrazia, col fine di dominare gli altri membri del partito o le masse del proletariato rivoluzionario esterne al partito». La tesi smentisce la versione menzognera che i nostri avversari danno del nostro centralismo.
     Successivamente si deplora come tara del vecchio movimento operaio un dualismo che ha la stessa natura di quello nell’organizzazione dello Stato borghese, il dualismo tra la "burocrazia" e il "popolo", ossia tra funzionari attivi e massa passiva; purtroppo il movimento operaio eredita in un certo senso dall’ambiente borghese queste tendenze al formalismo e al dualismo, che il partito comunista deve radicalmente superare.
     Il passo successivo, che mette in vista i due pericoli opposti e i due eccessi opposti, anarchismo e burocratismo, spiega in qual senso i comunisti abbiano cercato salvezza nel meccanismo democratico: «Una democrazia puramente formale nel partito non può evitare né le tendenze burocratiche né le tendenze anarchiche, perché è precisamente sulla base di questa democrazia che l’anarchia e il burocratismo, nel movimento operaio, hanno potuto svilupparsi. Per questa ragione la centralizzazione, cioè lo sforzo per ottenere una direzione forte, non può aver successo se si tenta di ottenerla sul terreno della democrazia formale». Tutto il seguito delle tesi, nei paragrafi che seguono il 2°, si basa sulla descrizione del lavoro comunista, della propaganda ed agitazione, e delle lotte politiche, mettendo in vista che la soluzione si trova nell’azione pratica e non nella codificazione organizzativa. È particolarmente illustrato il collegamento del lavoro legale con l’illegale.

8) Un punto molto importante è nella tesi 12, che dimostra come al tempo di Lenin non si pensava affatto alla formula dell’organizzazione per cellule. «I nuclei comunisti sono gruppi per il lavoro comunista quotidiano nelle intraprese e nelle officine, nei sindacati, nelle associazioni proletarie, nelle unità militari, etc., dovunque vi siano alcuni membri o alcuni candidati del partito comunista [i russi intendevano per candidati i compagni ammessi, per un periodo che si potrebbe dire di prova, nel partito, prima della loro accettazione definitiva come suoi componenti]».
     Quanto segue, con le numerosissime raccomandazioni che contiene, spiega che ogni gruppo è una lunga articolazione azionata dalla forza centrale del partito, ma non si considera il partito come un integrale di gruppi o di nuclei. Questa questione fu la base della opposizione della Sinistra alla formula dell’organizzazione per cellule, su cui si dibatté nei Congressi posteriori e attraverso la quale si ricadde nei difetti del burocratismo della II Internazionale, deformando entrambi i lati dialettici del centralismo democratico come lo vedeva Lenin.

9) Ritornando storicamente indietro, conviene trattare un punto sul quale gli opportunisti avevano fatta una delle loro infinite deformazioni del marxismo originale: cioè che la prima Internazionale fondata da Marx fosse organizzata con l’adesione paese per paese o anche località per località di organizzazioni operaie esistenti, oppure di sindacati operai, in modo da ripetere internazionalmente il tipo del Labour Party inglese, che era una specie di confederazione di Trade Unions a carattere economico.
     È vero l’opposto, e non solo fin dal 1864 ma fin dal Manifesto del 1848, l’organizzazione rivoluzionaria del proletariato nazionale o internazionale è un partito politico. Il Manifesto dei Comunisti sembra dire letteralmente che ogni partito operaio esistente è già una parte del partito proletario internazionale, ossia del Partito Comunista che lancia al mondo il suo Manifesto.
     Tuttavia il senso storico rispetto al quale la dottrina è immutabile, ma l’organizzazione formale subisce una serie di evoluzioni, ci aiuta a capire che, in tempo di pieno regime borghese e di piena democrazia (allora vigente in Inghilterra e in Francia), ogni partito operaio è di per sé rivoluzionario perché, secondo la dominante ideologia e costituzione borghese, i partiti sono definiti secondo opinioni professate e confessate dal singolo che vi aderisce, e sarebbe cosa illegale e da reprimere dalla polizia un partito che dichiarasse di fondarsi sulla classe economica a cui debbono appartenere tutti i suoi aderenti. In questa fase la lotta economica e sindacale operaia è automaticamente una lotta politica, ma ciò non va inteso secondo il filisteismo democratico e parlamentare, ma secondo l’istinto padre di ogni vera nuova teoria rivoluzionaria, che spingeva i proletari armati di Lione al grido storico: «vivere lavorando, o morire combattendo». Quando per organizzarsi e per scioperare occorre la lotta a mano armata, la distinzione fra organizzazione economica e politica non preoccupa nessuno.
     Quando invece ci riferiamo allo stadio che il movimento proletario traversa, poniamo, nel 1870 o nel 1964, si ha diritto, con la stessa coerenza alla teoria generale marxista invariante attraverso molto più di un secolo, di condannare come antimarxiste, opportuniste e controrivoluzionarie tutte le forme organizzative che parlano di "partito operaio", "partito del lavoro", o partito che raccolga come suoi aderenti i sindacati operai, o per avventura i consigli di fabbrica.

10) Riprendendo adesso lo Statuto della I Internazionale quale fu votato dopo il famoso comizio di Londra del 1864, ricordiamo anzitutto che esso fu esteso di tutto pugno, in sostituzione di un testo preparato da democratici popolaristi, perfino di scuola mazziniana, da Carlo Marx che ne fa la storia nella sua lettera ad Engels del 4 novembre 1864 (il comizio alla Martin’s Hall si era svolto il 28 settembre). Marx racconta come il suo testo tanto per gli statuti della nuova Internazionale, quanto per il celebre Indirizzo inaugurale di essa, fu sostituito ai progetti precedenti e accettato dal sottocomitato delegato del comizio. La lettera dice testualmente: «Sotto il pretesto che tutto era di fatto contenuto in questo Indirizzo e che non occorreva ripetere tre volte la stessa cosa, io modificai tutto il preambolo, eliminai la dichiarazione di principi e sostituii i 40 articoli con dieci soli. Nella misura in cui la politica internazionale interviene nell’Indirizzo, io parlo di Stati e non di nazionalità, e denunzio la Russia e non già i piccoli Stati [Questo breve passo è una sintesi colossale delle tesi nazionali dei comunisti del tempo di Lenin]. Le mie proposte furono tutte accettate dal sotto-comitato. Ma io fui obbligato ad ammettere nel Preambolo dei passaggi sul dovere, il diritto, la verità, la morale e la giustizia; essi sono però collocati in modo tale da non nuocere a tutto l’insieme».
     Per quasi un secolo, commentatori coglioni si sono dati a commentare questo riconoscimento del diritto e della morale, scrivendo, con Mazzini in testa, buaggini varie, senza capire che, da gigante della dialettica, Carlo Marx aveva nominato la verità soltanto col dire una grossa bugia, al fine di distruggere i nemici della rivoluzione. Se l’abilismo leninista è questo, noi lo accettiamo. A proposito del Preambolo eliminato da Marx, vale la pena di citare qualche altra parola della storica lettera: «Il maggiore Wolff aveva presentato, per essere utilizzata nella costituzione per la nuova associazione, il suo regolamento (Statuti) delle associazioni operaie italiane (che possiedono una organizzazione centrale e sono essenzialmente delle società di mutuo soccorso associate); era evidentemente una elucubrazione di Mazzini, e tu [Engels] sai dunque già con quale spirito e fraseologia è trattata la vera questione, la questione operaia, ed anche come vi si trovano introdotte le storie di nazionalità (...). Un vecchio owenista, Weston, aveva stabilito un programma di una estrema confusione e di una incredibile verbosità (...)». Più oltre, Marx racconta che, intervenuto alla sottocommissione, «fu realmente terrorizzato sentendo il buon Le Lubez dare lettura di un Preambolo orribilmente pompiere, mal descritto, insufficientemente digerito, in cui si vedeva dappertutto spuntare Mazzini ravvolto tra briciole estremamente vaghe di socialismo francese».
     Questa è la roba che Marx riuscì a mandare all’aria sostituendovi la sua redazione, nella quale si scusa di avere dovuto introdurre parole senza senso come il dovere, il diritto, la verità ecc.

11) Ciò premesso, si può citare il testo degli Statuti. La questione del rapporto tra economia e politica è formulata come nel Manifesto con stretta e rigorosa adesione alla dottrina del materialismo storico: «la dipendenza economica dell’operaio dai possessori dei mezzi indispensabili al lavoro cioè delle sorgenti della vita, è la causa prima di ogni schiavitù politica, morale e materiale; per conseguenza, l’emancipazione economica degli operai è il grande scopo a cui ogni movimento deve essere subordinato come mezzo». Del seguito, citiamo solo alcuni passi: «Questa associazione internazionale, come tutte le società ed individui che vi aderiscono», brano a cui seguono le famose parole inutili e che basta a confermare che l’adesione non è solo di società, ma anche di individui. È poi interessante il testo dell’articolo 10: «Quantunque unite, da un legame fraterno di solidarietà e di cooperazione, le società operaie continueranno ad esistere sulle loro basi particolari».
     In congressi successivi, gli Statuti fondamentali ebbero nuove formulazioni che riteniamo tutte controllate dall’intervento di Marx e degli altri membri della genuina Lega dei Comunisti, come Eccarius, Odger e altri. Le formule divengono sempre più chiare e conducono al concetto classico di partito politico rivoluzionario comunista secondo la nostra dottrina. Il nostro partito è di classe e non confessionale come i partiti della democrazia elettorale (sebbene il primo testo di Marx contenga l’espressione «senza, distinzione di razza, di credenze, di nazionalità», in cui evidentemente il secondo termine è superfetazione), ma al partito non si ammettono affiliazioni collettive bensì soltanto individuali, che impegnano l’adesione alla dottrina integrale del partito e escludono che si accettino antitetiche dottrine religiose, filosofiche e politiche.
     Il nostro partito è di classe perché è il solo che si collochi sulla linea storica della emancipazione rivoluzionaria del proletariato mondiale, ma per aderirvi non è necessario che il singolo compagno sia nel senso economico e sociale un proletario, potendo appartenere in teoria a qualunque classe. Al tempo della I Internazionale, i proletari esistevano già in gran numero, ma i primi comunisti di cui troviamo i nomi, come quelli citati che si firmavano: sarto, falegname, ecc., erano in realtà dei piccoli artigiani e non dei proletari. L’owenista Weston, che Marx cita, era diventato addirittura un industriale. Fin da allora, era dialetticamente chiara la opposizione sociale di tutti i proletari a tutti i proprietari, anzi a tutti i non proletari; ed era chiaro che al partito che lotta per il proletariato può individualmente aderire qualunque grammatico e teorico.

12) Quando la Sinistra comunista sviluppò maggiormente la sua critica alle deviazioni della III Internazionale sui problemi della tattica, fece anche una critica dei criteri di organizzazione, e il seguito dei fatti storici ha dimostrato che quelle deviazioni hanno fatalmente condotto all’abbandono di posizioni-base programmatiche e teoriche.
     Questa tesi della Sinistra comunista fu ben compendiata nella richiesta che si parlasse non più di centralismo democratico, ma di centralismo organico. Chiaro sviluppo di questa tesi, fatto fin dagli anni 1922-1926, che dunque non compare soltanto oggi, è che bisogna finirla con l’impiego resosi storicamente nel passato inevitabile nel senso meccanico, delle decisioni per votazioni elettorali e per conta degli aderenti ad una od altra opinione.
     Questa critica teorica parte dall’aver considerato troppo scolorita la tesi centrale di Zinoviev: «Il partito è una frazione della classe operaia». Questa tesi è evidentemente insoddisfacente e non sarebbe giusto pensare che lo è soltanto per esigenze di stretto dottrinarismo, e che era, ammissibile nello stesso senso in cui Carlo Marx si permetteva, ghignando dentro se stesso senza farsi scoprire, di parlare di morale e di giustizia. Infatti la nostra critica fu sviluppata fin da quegli anni e non può essere giudicata come pruderie teoretica, perché disponiamo di una serie formidabile di fatti reali posteriori che hanno sciaguratamente confermato la diffidenza e il sospetto di allora.
     Osservammo a Zinoviev che la sua formula (messa a base di tesi storicamente giuste e importantissime) era troppo timida e reticente perché soltanto quantitativa, laddove le tesi classiche del Manifesto e della I Internazionale sono già decisamente qualitative.
     Che il partito sia soltanto una frazione della classe operaia, spiega che di fatto vi siano operai dentro il partito e operai fuori del partito e che non basti essere economicamente e socialmente operai per divenire membri del partito; ma non basta affatto a condurre al risultato, che Zinoviev stesso enuncia, di distinguere le due nozioni, di classe e di partito. Né si trattava solo di distinguere «con la più grande cura» (tesi 3), come Zinoviev dice; ma di arrivare alla funzione, al compito e alla dinamica storica del partito comunista in giusto rapporto con la funzione e la dinamica della classe proletaria.
     Come abbiamo dimostrato, era già contenuto insostituibile della dottrina comunista, nel Manifesto e negli Statuti della I Internazionale, che, quando si introduce la forma partito, nasce una nuova presentazione della classe proletaria, in quanto allora il proletariato si presenta e agisce come classe lottante contro le altre quando riesce a costituirsi in partito politico. Fermandosi alla distinzione puramente quantitativa, quasi che il partito fosse il contenuto di un cerchio tracciato entro un più vasto campo della classe proletaria, si poteva forse evitare di choquer elementi sindacalisti che venivano verso di noi, buoni rivoluzionari sebbene ancora cattivi marxisti, ma si contribuiva poco alla chiarificazione appunto di quella dottrina rivoluzionaria a cui li volevamo condurre.
     La nostra formula centralismo organico voleva appunto dire che non solo il partito è un particolare organo della classe, ma per di più è solo quando esso esiste che la classe agisce come organismo storico e non solo come una sezione statistica che ogni borghese è pronto a riconoscere. Marx, nella ricostruzione storicamente fondamentale e irrevocabile di Lenin, non solo dice di non avere scoperto le classi, ma nemmeno la lotta fra le classi, e indica come connotato inconfondibile della sua originale teoria la dittatura del proletariato: questo vuole appunto dire che solo a mezzo del partito comunista il proletariato potrà pervenire alla sua dittatura. Le due nozioni, dunque, di partito e di classe non si contrappongono numericamente perché il partito è piccolo e la classe è grande, ma storicamente e organicamente; perché solo quando nel campo della classe si è formato l’organo energetico che è il partito la classe diventa tale e si avvia ad assolvere il compito che le assegna la nostra dottrina della storia.

13) La sostituzione dell’aggettivo organico a quello democratico non è motivata solo dalla maggiore esattezza di una immagine di tipo biologico rispetto alla sbiadita immagine di natura aritmetica, ma anche dalla esigenza solida e di lotta politica di liberarsi dalla nozione di democrazia, abbattendo la quale avevamo potuto con Lenin riedificare l’Internazionale rivoluzionaria. Le immortali tesi di Lenin al I Congresso sono intitolate: democrazia borghese e dittatura proletaria. Nella teoria, l’antagonismo dei due termini persiste se, invece che di democrazia borghese, parliamo della leninista democrazia in generale, in quanto Lenin è quello che ha dimostrato come ogni inchino dinanzi a questo ignobile feticcio segna una vittoria dell’opportunismo e della controrivoluzione. Tutto il testo delle tesi, che sarebbe superfluo citare, tutto il testo di Stato e Rivoluzione, conducono a questo risultato.
     Se è vero che alcune volte Lenin adopera i termini di democrazia proletaria, ciò è al solo scopo di dimostrare che tale astratto punto di arrivo (in sostanza irreale, perché il proletariato con le classi annienta se stesso) coincide con il pieno sviluppo della dittatura del proletariato e della piena esigenza di una società comunista. Nello stesso spirito, il Manifesto a fini di travolgente vigore polemico, disse che la rivoluzione proletaria, fatta dalla immensa maggioranza nell’interesse dell’immensa maggioranza, è la vittoria totale della democrazia.
     Nel senso teorico come il contenuto centrale del Manifesto è l’annientamento della menzogna democratica, inganno centrale della ideologia di classe borghese, le tesi di Lenin vanno considerate nel loro valore storico. Ci riferiamo solo alla tesi 21, che stigmatizza la bancarotta della conferenza di Berna, 1919, dei partiti socialisti: tale proclamazione denota il completo fallimento dei teorici che difendevano la democrazia senza capire il suo carattere borghese. «Questo tentativo ridicolo [dei centristi del Partito indipendente tedesco] di combinare il sistema dei Soviet, cioè la dittatura del proletariato, con l’assemblea costituente, cioè la dittatura della borghesia, aveva fino all’ ultimo, nello stesso tempo, la povertà di pensiero dei socialisti gialli e dei socialdemocratici, il loro carattere reazionario di piccoli borghesi e le loro vili concessioni davanti alla forza irresistibilmente crescente della nuova democrazia proletaria». Tale passaggio mostra in quale senso la causa della vittoria proletaria nella guerra civile, e della dittatura del proletariato, poteva, nella polemica del 1919, essere indicata, per sgominare i traditori, associando i termini di democrazia e di proletariato secondo la linea impeccabile e rigorosa sviluppata da Lenin.
     Dopo che una generale vittoria nel campo della teoria aveva fatto giustizia dei rinnegati socialdemocratici, a buon diritto la Sinistra comunista propose di abolire ogni impiego dell’aggettivo democratico sia in riferimento alla società comunista futura, che non avrà più popolo (miscela di classi sociali diverse) e non avrà più potere o Stato, sia del meccanismo interno del nostro partito, pur essendo giusto dire in linea teorica che questo partito è un’anticipazione odierna della società futura.

14) Lo sviluppo della storia delle Sinistra comunista, che è compito del nostro attuale movimento, mostrò come già in fenomeni degenerativi che si potevano denunziare negli anni seguiti alla morte di Lenin si manifestarono i gravissimi pericoli che derivavano dalla troppa indulgenza nell’ammettere che il nostro meccanismo interno di organizzazione scimmiottasse quelli elettorali e parlamentari che la borghesia aveva storicamente introdotti, proclamandoli eterni.
     Fu rilevato come il sistema della nostra organizzazione internazionale, culminante negli stessi congressi di Mosca, tollerasse metodi falsi nella selezione di compagni destinati ai compiti di punta. Si ricadeva in soluzioni di tipo carrieristico e di successo per individui forse brillanti, ma intriganti, che fossero riusciti a crearsi un seguito di appoggi paragonabili alle conventicole elezionistiche proprie del mondo borghese.
     Al principio questi errori, se furono debolezze, non erano tradimenti. Tutti, nel nostro movimento, credevano che fossimo pervenuti ad una fase di pochi anni, nella quale la grande battaglia finale si sarebbe svolta. Occorreva stringere i tempi e tutto fu studiato al fine di accelerare la mobilitazione dell’armata proletaria mondiale. Come ci si era potuti utilmente servire di ufficiali dell’esercito zarista, così si poteva pensare di servirsi utilmente di campioni e di esperti della metodologia del carrierismo elettorale e parlamentare, purché si facessero a costoro sagaci concessioni che non rovinassero tutto l’insieme della campagna di guerra rivoluzionaria (come Marx non aveva rovinato 1’insieme dell’Indirizzo inaugurale del 1864).
     D’altra parte, le critiche organizzative della Sinistra al lavoro dell’Internazionale rimasero coerenti alla richiesta che il concetto di organicità nella distribuzione delle funzioni in seno al movimento non venisse confuso con una rivendicazione di libertà di pensiero e tanto meno con un rispetto della democrazia elettiva e numerica.
     Altre opposizioni, come quella trotskista, si lasciarono sedurre, davanti agli eccessi di Stalin e dello stalinismo, ben visibili fin dagli anni 1924-26, a ricorrere all’argomento della violata democrazia interna da parte dei centri burocratizzati dei partiti e dell’Internazionale. La sinistra, a cui noi facemmo capo, pur riconoscendo che in nome della bolscevizzazione si tendeva a fossilizzare e i partiti e le masse in una incosciente obbedienza, non commise l’errore di invocare più democrazia e di vedere il rimedio in consultazioni elettorali delle basi. Storicamente la Sinistra dovette accettare di misurarsi anche in queste poco serie lotte elettorali interne, ma non cessò di considerare come il male peggiore di tutti quello di invischiarsi in una qualsiasi invocazione di rimedi che si potessero scimmiottare dal carnevale elettoralistico borghese.
     Quando il centro dell’Internazionale sconfessò la centrale del Partito italiano nel 1923, questa si ritirò per obbedire ai principi della disciplina e della organizzazione, e cedette volentieri i poco desiderabili da un vero comunista posti di comando alle minoranze di destra e del centro. Molto tempo dopo, nel 1924, alla conferenza clandestina nelle Alpi, la centrale fece una consultazione assicurando Mosca della sua vittoria. Dei rappresentanti federali non eletti dalle basi, ma designati dalla stessa centrale, la enorme maggioranza (all’incirca 34 su 40) votò le tesi della Sinistra.
     La campagna fatta a nome al tempo stesso della democrazia interna e della bolscevizzazione alla Stalin ebbe successo apparente soltanto al Congresso illegale di Lione, 1926, ma solo con la risorsa di calcolare votanti per la centrale tutti gli assenti alle consultazioni di base svolte in Italia e sotto la dittatura fascista.
     Questi precedenti storici confermano che ovunque il meccanismo di contare i voti è sempre una truffa e un inganno, nella società, nella classe o nel partito; ma la migliore resistenza fu offerta dal Partito italiano proprio in quanto la sua radicata tradizione politica ripudiava ogni omaggio, anche minimo, alle gesta e ai meccanismi della democrazia storica e del metodo della conta dei voti.

15) Decorso così lungo periodo nella decomposizione totale della III Internazionale con la dolorosa dimostrazione che le deformazioni tattiche e organizzative sono sboccate nel rinnegamento dei principi programmatici e nell’infeudamento alla controrivoluzione capitalistica, lo sforzo per arrivare con un duro e lungo lavoro alla ricostruzione del partito comunista unico internazionale, mentre si basa su una ripresentazione di tutta la prospettiva storica e teorica e su un bilancio di tutte le decisioni tattiche messe alla prova dalla storia, può annunziare con tutta sicurezza in materia di struttura organizzativa interna del movimento che deve considerarsi chiuso per sempre il tempo in cui si poteva tollerare menomamente che nel campo organizzativo del partito sopravvivessero forme elettive e scelte di elementi dirigenti attraverso simili sterili consultazioni. Sistemate le grandi questioni storiche di teoria e di tattica prolungando fino ad oggi il ponte che ai tempi di Lenin fu gettato dal Manifesto di Marx ed Engels alla rivoluzione russa, l’opera dovrà continuare nella storia rivoluzionaria con la irrevocabile soppressione, nella vita e nella dinamica del partito, di ogni applicazione di meccanismi consultivi o elettivi a base di conta registrata di voti, al posto dei quali si svilupperanno le nuove forme che rispondono alla rivendicazione proclamata fin dagli anni di Mosca della centralizzazione organica per il Partito comunista, solo artefice della rivoluzione del proletariato.
 
 
 
 
 
 
 
 


Primi risultati dei contributi giunti da tutto il Partito per l’elaborazione delle tesi definitive sulla sua organizzazione - Materiali per le tesi definitive sull’organizzazione interna
(Il Programma Comunista, nr.1-2, 1968)
 
 


Il nome del Partito

Giusta le decisioni del II Congresso mondiale del 1920, il Partito prese il nome di “Partito Comunista d’Italia (sezione dell’Internazionale Comunista)”. Quando l’Internazionale si sciolse, al termine di una degenerazione prevista da gran tempo dalla Sinistra, e il suo attuale mostruoso avanzo prese il nome di “Partito Comunista Italiano”, svolgendo in realtà una politica nazionale, ricostituendoci per il solo territorio italiano nel 1943 fu scelto per distinguerci da tanta vergogna il nome di “Partito Comunista Internazionalista”. Oggi per la realtà dello svolgimento dialettico, la nostra organizzazione è la stessa dentro e fuori delle frontiere italiane, e non è una novità constatare che agisce, sia pure nei limiti circoscritti quantitativamente, come organismo internazionale.

Il nome di “Partito Comunista Internazionale” non può sembrare a nessuno una novità se si pensa che fu enunciato a Mosca fin dal 1922 pur senza prescrivere che si cambiasse il nome di ogni sezione. Nel bollettino del IV Congresso, intitolato “Il bolscevismo”, apparve un articolo di Zinoviev, riportato da “L’Humanitè” dell’11 novembre 1922. Non abbiamo che riprodurlo:
 

Il comitato direttivo del Partito Comunista Internazionale

I comunisti formano un partito internazionale. Dalla sua fondazione l’IC si è posta come fine la creazione di un’organizzazione comunista internazionale costruita su un piano razionale e diretta da un centro unico... È questa una delle differenze fra la II e la III Internazionale. La II nei suoi giorni migliori non fu mai che una federazione piuttosto amorfa di partiti nazionali mal collegati gli uni agli altri.

Riassumendo in occasione del IV Congresso l’opera compiuta in questo senso, noi non possiamo certo lusingarci di averla portata a termine. Le difficoltà che dobbiamo superare sono ancora grandi. Ogni militante di un grande partito operaio sa quanto sia difficile stabilire buoni rapporti fra centro e località nello stesso paese. Ma le difficoltà sono ben più grandi quando si tratta di rapporti analoghi fra i 50 partiti aderenti alla IC. Le tradizioni federaliste che ci ha lasciato in eredità la II Internazionale, sono molto più forti di quello che si poteva supporre.

Gli statuti e le risoluzioni fondamentali dell’IC hanno fin dall’inizio ripudiato la centralizzazione semplificata o ipertrofica. I fondatori dell’IC sapevano molto bene quali fossero nel movimento internazionale i limiti della centralizzazione. La pratica dell’IC ha corretto di anno in anno il suo meccanismo e alla fine del suo quarto anno di esistenza il suo Esecutivo si avvia decisamente a divenire il Comitato Direttivo di un Partito Comunista Internazionale le cui ramificazioni si estendono su tutta la terra...

L’IC considera il Comitato Esecutivo non come una commissione di conciliazione, ma come un organo direttivo... I minimi tentativi di ridurre l’Esecutivo dell’IC al ruolo del Bureau della II Internazionale – commissione di conciliazione, ufficio di informazione e spesso cassetta per le lettere – devono urtare nella energica opposizione dei partiti comunisti più seri...

La borghesia internazionale non potrà essere vinta se noi non possediamo un centro proletario internazionale, coerente, organizzato, agente in modo sistematico. Non si potrebbe nemmeno opporre una resistenza della minima efficacia all’offensiva padronale e ai soliti tradimenti della socialdemocrazia se l’Internazionale si allontanasse nella più piccola misura dai principi esposti nei suoi documenti programmatici. Il movimento comunista internazionale ha bisogno di un quartiere generale fermamente stabilito, di un comitato direttivo forte che goda di una grande autorità. Questo comitato direttivo, questo quartiere generale, i partiti comunisti di tutti i paesi lo creano e lo raffermeranno.
 
 

Le direttive marxiste della nuova Internazionale

Che nelle tradizioni della Sinistra fosse di chiamare partito la stessa Internazionale, fedelmente del resto alla stessa intestazione del Manifesto del 1848, può tra l’altro essere dimostrato da un articolo dell’organo dei giovani, L’Avanguardia, del 26 maggio 1918. È vero che si usa la menzione di partito socialista internazionale, in quanto in molte altre manifestazioni si era già avanzato il mutamento del nome da socialista a comunista come avvenne per la frazione del vecchio partito costituitasi alla fine del 1919. Non era ancora sorta ufficialmente l’Internazionale Comunista.

L’enorme lavorio polemico delle diverse scuole e tendenze socialiste, spinto al massimo fervore in presenza della crisi bellica, deve essere coordinato ad una conclusione precisa nella ricostruzione della Internazionale.

Questa non deve essere un’accozzaglia informe di gruppi e metodi discordanti, ma una compagine omogenea di forze miranti ad uno scopo unico, con metodo esattamente stabilito e delimitato.

Un simile criterio diminuirà forse il numero degli aderenti all’“atto costitutivo” del nuovo grande organismo rivoluzionario mondiale, ma l’avvierà a successi sicuri. Si può provare con svariati esempi tratti anche dalla storia della rivoluzione russa, e dalla stessa vita del nostro partito in Italia, come ad ogni delibera equivalente ad una “restrizione” del campo della tattica socialista sia succeduto un notevole rifiorire del movimento (...)

La nuova Internazionale sarà il partito politico socialista mondiale, organizzazione collettiva della classe lavoratrice per la conquista violenta del potere e l’esercizio di esso, per la trasformazione dell’economia capitalista in quella collettiva. Tale partito aspira ad una collettiva e cosciente “disciplina”, e sarà il vero ambiente della futura amministrazione proletaria universale.
 
 
 


Storica tesi della Sinistra contro il centralismo democratico e per il centralismo organico

Il principio democratico

Nella Rassegna Comunista, rivista del Partito Comunista d’Italia, nr. 18 del 28 febbraio 1922, è contenuto un articolo “Il principio democratico” che la nostra organizzazione ha diffuso da molti anni in ripetute edizioni. L’articolo svolge la tesi marxista fondamentale per cui la democrazia come principio è da noi negata, ed esamina la questione nel campo della società attuale divisa in classi e nel campo dei movimenti ed organismi proletari di varia natura nei quali successivamente è stato adottato non il principio ma un meccanismo pratico di tipo democratico. Viene svolta l’analisi dello Stato della dittatura del proletariato, dimostrando come anche nel seno di esso non vige un principio democratico analogo a quella borghese, ma transitoriamente, nello Stato destinato ad estinguersi e scomparire con le classi, si può usare un meccanismo che tuttavia contraddice a molti canoni del meccanismo di delega del liberalismo borghese classico: voto non uguale, non proporzionale, non diretto ecc. e, nella pratica storica, l’impossibilità di scegliere fra contrapposti partiti e liste di candidati. Si tratta poi di altri organismi come i sindacati ed infine dello stesso partito comunista.

Seguono due estratti, il primo che conclude la trattazione sugli organismi proletari statali e il secondo che conclude quella sull’organismo di partito:

[Tutte queste considerazioni...]
[Il criterio democratico...]
 

Poiché l’espressione di centralismo democratico era sta adottata dall’Internazionale di Mosca fin dal 1920, il Partito italiano nel gennaio 1921 non poteva che darsi uno statuto conforme alle norme internazionali e contenente una certa utilizzazione, non completa neanche nelle tesi internazionali, del meccanismo democratico elettivo. La proposta di passare al centralismo organico non poteva diventare una deliberazione per applicazione interna e, nel confermarla al II Congresso di Roma del 1922, si rimase sotto l’effetto della dichiarazione di disciplina assoluta che qui riportiamo. Ad essa facciamo seguire il primo capitolo delle Tesi sulla tattica, intitolata proprio “Natura organica del Partito Comunista”:
 
 

Mozione sulla disciplina internazionale, votata al II congresso del P.C.d’I. a Roma, 1922

[Il Congresso, prima di prendere parte al dibattito...]
 
 

Natura organica del Partito Comunista, Tesi di Roma, 1922

[I.1. - Il partito comunista, partito politico della classe proletaria...]
[I.2. - La integrazione di tutte le spinte...]
[I.3. - Alla precisa definizione della coscienza...]
 

Queste tesi sono riportate come patrimonio caratteristico della Sinistra nell’articolo "Per rifarci all’ABC: La natura del Partito Comunista", apparso il 26 luglio 1925 su L’Unità nel corso della discussione precedente il Congresso di Lione del 1926, dove le stesse questioni furono dibattute e le stesse soluzioni date dalla Sinitra in base alla sua tradizione ininterrotta, come si dimostrerà in altro luogo.
 
 
 


Critica degli errori di Mosca in materia di organizzazione e disciplina

La Sinistra sulla tattica al IV congresso mondiale, 1922

La Sinistra italiana non si era mostrata soddisfatta della maniera in cui erano state applicate le condizioni di ammissione stabilite al II Congresso dell’Internazionale e che aveva contribuito a rendere più severe. L’Internazionale aveva troppo largheggiato in manovre per guadagnare fette di partito che rimanevano sul terreno della socialdemocrazia o del famigerato centrismo. Dinanzi a tali inconvenienti si volle rimediare invocando la più stretta disciplina al centro. La polemica si portò tanto sulla questione del meccanismo democratico o meno, quanto sull’interpretazione corretta della stretta centralizzazione e disciplina, sostenuta in teoria e in pratica dal partito italiano ma condotta da Mosca in modo troppo meccanico e senza evitare numerose crisi nelle sezioni, non esclusa quella russa. La posizione della Sinistra è ben chiarita in questo brano del discorso del suo rappresentante al IV Congresso del 1922. Gli inconvenienti disciplinari venivano fatti risalire all’eccessiva elasticità della tattica preconizzata dall’Esecutivo di Mosca:

[Noi siamo per il massimo di centralizzazione...]
 
 

Organizzazione e disciplina comunista: premesse della questione

Nel periodo successivo al IV Congresso, i fatti lamentati si accentuarono e tra l’altro si ebbe la rottura nella dirigenza del partito italiano, che durante gli arresti del ’23 fu sostituita da Mosca con elementi della tendenza di centro, senza che la Sinistra, prevalente nel partito, sollevasse alcuna eccezione. La discussione tuttavia continuò ed è ben compendiata in un articolo apparso nella nostra rivista Prometeo, serie di Napoli, nr. 5 del 15 maggio 1924, dal quale articolo riportiamo la molta chiara parte conclusiva, che tuttavia principalmente è diretta all’indirizzo del rigidismo disciplinare che si cominciava a chiamare “bolscevizzazione”. Si noti che la opposizione italiana, a differenza di quella russa, e da quella dei seguaci di Trotzki, impostò la sua unica critica non sulla base di una pretesa violata democrazia con cui il centro avrebbe sopraffatto la base, ma appunto svolgendo, già 40 addietro, la sua chiara e notissima impostazione dialettica ed organica della teoria, della tattica e della struttura del partito, da cui mai non si è allontanata e che ha trovato storica conferma nelle vicende infelici a cui l’Internazionale ha soggiaciuto:

[Disgraziatamente la soluzione non è così facile...]
 
 

Al V Congresso dell’Internazionale, 1924

Poco dopo si ebbe il V Congresso di Mosca, e il dibattito si rinnovò restando la Sinistra coerente alle sue posizioni come è palese dal brano che segue del discorso tenuto dal suo rappresentante sulle questioni della tattica.

[Noi vogliamo una vera centralizzazione...]
 
 
 


Contributi dell’attuale nostro movimento del dopoguerra alla questione di organizzazione

Norme orientative generali, 1949

Prima ancora della rettifica di indirizzo che si ebbe nel 1951, quando questo giornale prese il nome di“Programma Comunista”, si era creduto di adottare un dettagliato statuto il quale riproduceva sostanzialmente quello del partito di Livorno. Tuttavia si avvertì la non logica decisione presa, che non aveva tenuto conto del fatto che si era ormai indipendenti dalle obbligatorie norme di una ormai inesistente organizzazione internazionale e non si avevano più i vincoli a cui si doveva obbedire nel 1922 e nel 1924. Per chiarire tale impostazione l’organo del Partito, allora “Battaglia Comunista”, nel nr. 13 del 30 marzo - 6 aprile 1949 pubblicò il testo che riportiamo integralmente “a completamento e commento dello statuto, inteso ad inquadrare l’elencazione delle norme statutarie nella visione generale del partito, del suo funzionamento, della sua struttura organica, propria della tradizione della Sinistra italiana”:

[Lo Statuto e i Regolamenti del partito...]
 
 

Origine e funzione della forma partito, 1961

Col titolo ora riportato, appariva nel "Programma Comunista" nr. 13 del 6 luglio 1961 un rapporto dei gruppi internazionalisti di Francia molto completo sulle questioni che interessano. La prima parte ricorda le basi di principio circa lo Stato e la rivoluzione fino al deperimento dello Stato, il quale si trova già espresso in un passo della Sacra Famiglia che dice come «il socialismo si scrolla il suo involucro politico non appena si rivela la sua anima», ossia, come il rapporto dice, «la rivoluzione giunge ad affermare l’Essere umano che è la vera Gemeinwesen dell’uomo». Segue questo passo:

I partiti del proletariato

Il lavoro ulteriore di Marx consisterà nello studiare come ciò sia realizzabile. Passerà quindi a un’analisi precisa della società e fornirà le grandi linee della trasformazione socialista: proprietà della specie, distruzione del mercantilismo, ecc. Tutto ciò sarà precisato nel Manifesto, poi nello scritto sulla Comune e nell’Indirizzo Inaugurale dell’Internazionale (questione della distruzione dello Stato borghese e delle misure per limitare il "carrierismo").

Il partito rappresenta dunque la società futura. Non lo si può definire con regole burocratiche, ma col suo essere; e il suo essere è il suo programma: prefigurazione della società comunista della specie umana liberata e cosciente.

Corollario: la rivoluzione non è un problema di forme di organizzazione. Essa dipende dal programma. Sennonché è stato provato che la forma partito è la più atta a rappresentare il programma, a difenderlo. E qui le regole di organizzazione non sono prese a prestito dalla società borghese, ma derivano dalla visione della società futura.

L’originalità del partito, Marx l’ha tratta dalla lotta del proletariato. Esso si manifesta fin dall’inizio come una nuova Gemeinwesen; fin dall’inizio rileva il fine verso il quale tende: una società in cui non esisterà più proprietà privata, ma proprietà della Specie.

In una lettera a Freiligrath del 26 novembre 1860 Marx, dopo aver spiegato le ragioni per cui fece sciogliere la Lega dei Comunisti nel 1852, così si esprime: «Non appartengo a nessuna associazione segreta o pubblica, dunque il partito nel senso del tutto effimero del termine ha cessato di esistere per me da otto anni». Questo partito effimero sta in contrapposto al partito storico (quindi eterno e insopprimibile) di cui così più oltre:

Perché il Partito non scompare mai

«Ho cercato di eliminare il malinteso che mi farebbe intendere per "partito" una Lega morta da anni o una redazione di giornale sciolta da dodici anni. Io intendo il termine "Partito" nella sua larga accezione storica», cioè come prefigurazione della società futura, dell’Uomo futuro, dell’Essere umano che è il vero Gemeinwesen dell’uomo. È l’attaccamento a questo Essere, che nei periodi di controrivoluzione sembra negato dalla storia (come oggi la rivoluzione sembra, alla generalità, un’utopia), è questo attaccamento che permette di resistere. La lotta per restare su questa posizione è la nostra "azione".

Un altro passo veramente notevole è in queta lettera, e vogliamo riportarlo:

«Si può, in mezzo ai rapporti e al commercio borghese, restare al di sopra della spazzatura? È solo in quest’ambiente che essa è naturalmente al suo posto (...) L’onesta infamia o l’infame onestà della morale solvibile (...) non vale per me un soldo più dell’irresponsabile infamia della quale né le prime comunità cristiane né il club dei Giacobini né la stessa nostra vecchia Lega si sono potute liberare completamente. Ma, in mezzo ai traffici borghesi, ci si abitua a perdere il senso della rispettabile infamia o dell’infame rispettabilità».

Questo sfogo potente del purissimo uomo che fu Marx significa che noi possiamo allontanare da noi elementi spuri e contraddittori con la vita del movimento senza per questo dover invocare canoni dell’etica borghese o di una fantomatica etica in generale. Andiamo diritti e basta.

La chiara distinzione tra il partito storico che risorge dalle crisi e dalle sconfitte, e le effimere sètte scomparse, è enunciata da Engels nel suo scritto del 1872 sulla Pretese scissioni dell’Internazionale a proposito della rottura coi libertari:

«Queste sètte, lievito del movimento all’origine, gli sono di ostacolo non appena esso le supera; allora diventano reazionarie, come provano le sètte in Francia e in Inghilterra e recentemente i lassalliani in Germania, che, dopo di aver intralciato per anni l’organizzazione del proletariato, hanno finito per divenire semplici strumenti della polizia. Insomma sono l’infanzia del movimento operaio, come l’astrologia e l’alchimia sono l’infanzia della scienza. Perché fosse possibile la fondazione dell’Internazionale, occorreva che il proletariato avesse superato questa fase. Di fronte alle organizzazioni fantasiose e antagoniche delle sètte, l’Internazionale è l’organizzazione reale e militante della classe proletaria in tutti i paesi, legati gli uni agli altri nella lotta comune contro il capitalismo, i proprietari fondiari e il loro potere di classe organizzato nello Stato».

La parte conclusiva di questo notevole lavoro, particolarmente espressivo e dimostrativo nei richiami di dottrina e nelle citazioni storiche, può valere direttamente a dire tutto ciò che va detto per rispondere ad alcuni sciocchi che, scorgendo il partito gettare finalmente tra i ferri vecchi l’arnese ripugnante della conta elettorale dei voti, invece di rallegrarsi e compiacersi domandano ansiosi quale nuovo espediente, quale nuovo meccanismo, quale nuova ricetta noi abbiamo preparata per surrogare l’antica. In cento occasioni abbiamo detto, nel corso di lunghi decenni, che questo svolto consisteva nel cancellare dalle nostre tavole l’impegno indecente del termine di democrazia e di democratico. L’esserci giunti non richiede che un grido di trionfo.

Le basi del Partito di domani

Dalla funzione del Partito di domani discendono le sue caratteristiche:

Essendo la prefigurazione della società comunista, esso non può accettare un meccanismo, un principio di vita e di organizzazione, che sia legato alla società borghese; deve realizzare la distruzione di questa società.

1) Rifiuto del meccanismo democratico (Marx a Engels, 18 maggio 1859: «Il nostro mandato di rappresentanti del partito proletario noi non l’abbiamo che da noi stessi. Ma esso è controfirmato dall’odio esclusivo e generale che tutte le frazioni del vecchio mondo e dei suoi partiti ci riservano»). Nostra posizione: il centralismo organico.

2) Anti-individualismo: il partito realizza l’anticipazione del cervello sociale. Ogni conoscenza è mediata dal partito; ogni azione anche. Il militante non ha bisogno di "cercare la verità"; essa gli è data dal partito (la verità nel campo sociale: in tutti gli altri campi non vi si potrà pervenire se non dopo la rivoluzione). Tendenza alla realizzazione dell’Uomo sociale.

3) Rifiuto di ogni mercantilismo, di ogni carrierismo sotto qualunque forma. Il legame fra i compagni, la manifestazione di questo legame nei loro rapporti, devono ispirarsi al commento di Marx al libro di James Mill: Ogni attività, ogni manifestazione deve essere quella dell’affermazione della gioia umana attraverso la comunicazione con gli altri, e quindi con la società futura.

4) Abolizione degli antagonismi sociali legati alle classi. Nel partito non si conoscono se non militanti comunisti. Sul piano pratico, ciò corrisponde alla necessità di basare il partito sulla unità territoriale, anziché su quella aziendale (cfr. il Programma del Partito Comunista d’Italia; Riunione di Pentecoste, ecc. Posizioni assunte nel IV e V Congresso dell’I.C.; Tesi di Lione).

5) Il partito deve essere la soluzione di tutti gli enigmi, e deve saperlo essere. Deve presentarsi come il rifugio del proletario, il luogo in cui la sua natura umana si afferma in modo ch’egli possa mobilitare tutte le sue energie nella lotta contro il nemico di classe.

Era necessario precisare questi caratteri che soli permettono di capire la funzione del partito e di averne una visione integrale. Il partito è una forza impersonale al disopra delle generazioni; rappresenta la specie umana, l’essere umano infine ritrovato, la coscienza della specie. Questa non può manifestarsi che in date condizioni (come l’azione del proletariato): in una situazione rivoluzionaria è possibile il rovesciamento della prassi, che è rovesciamento di ogni sviluppo attuale e passato; il Partito decide la presa del potere per la distruzione della società borghese; la preistoria umana è finita. In questo momento tutto converge, esso è il punto culminante della teoria mediante la previsione esatta del momento favorevole, e dell’azione (l’insurrezione è una arte). I due fenomeni si sommano: è allora che la coscienza dell’azione appare la coscienza che precede l’azione.

Il marxismo è una teoria dell’azione umana e una teoria della produzione della coscienza, ma è per ciò stesso riflessione di questa azione, di questa prassi. Possiamo quindi dire che è una guida per l’azione (il partito, in quanto azione organizzata del proletariato, è il soggetto della storia), una guida dell’azione umana, una guida che conduce verso la liberazione dell’uomo, verso la sua presa di coscienza, verso la società comunista: è la guida alla emancipazione umana.
 
 
 


Altri brani classici nel corso di un secolo

Schifo rivoluzionario della popolarità e del reclamismo
Engels a Marx, 13 febbraio 1851

Una volta di più – e dopo molto tempo per la prima volta – noi abbiamo l’occasione di mostrare che non abbiamo bisogno né di popolarità né del “appoggio” di un partito qualsiasi di un paese qualunque, e la nostra posizione è assolutamente indipendente da sciocchezza di questo genere. Ormai noi non siamo più responsabili che di noi stessi; e, venuto il momento in cui questi signori avranno bisogno di noi, noi saremo in condizioni di poter dettare le nostre proprie condizioni. Fino a quel giorno noi avremo almeno la tranquillità. Una certa solitudine! Mio Dio, io ne ho goduto a Manchester ormai da tre mesi e mi ci sono abituato, per sopramercato da scapolo, cosa che è, in ogni caso, molto spiacevole qui. Noi del resto faremo male, in fondo, a lamentarci del fatto che i piccoli grandi uomini ci evitano; non abbiamo noi agito per molti anni come se ogni sorta di persone costituisse il nostro partito, quando non avevamo il minimo partito e quando le persone che noi consideravamo come appartenenti al nostro partito, almeno ufficialmente, non comprendevamo neanche gli elementi della nostra dottrina? Come potrebbero persone come noi che fuggiamo come la peste le situazioni ufficiali, appartenere ad un partito? Che ci importa di un partito, a noi che sputiamo sulla popolarità, che dubitiamo di noi stessi quando cominciamo a diventar popolari? Veramente non sarà una gran perdita se non passiamo più per “la espressione esatta ed adeguata” degli uomini angusti ai quali questi ultimi anni che hanno associato.

Una rivoluzione è un avvenimento puramente naturale, che obbedisce alle leggi fisiche più che alle regole che determinano in tempi ordinari l’evoluzione della società. O meglio, queste regole acquistano, nelle rivoluzioni, un carattere molto più fisico, e la forza materiale della necessità vi si manifesta con più violenza. E se ci si pone come rappresentanti di un partito, si è trascinati in questo vortice dall’irresistibile necessità naturale. Solo restando indipendente e mostrandosi fondamentalmente più rivoluzionari degli altri si può, almeno per qualche tempo, salvaguardare la propria autonomia di fronte a questo vortice dove si finisce tuttavia per essere trascinati.

Questa posizione noi possiamo e dobbiamo prenderla riguardo alla prossima questione. Non soltanto nessuna posizione ufficiale di Stato, ma anche per il più lungo tempo possibile nessuna posizione ufficiale di partito, nessun posto nei comitati, ecc., nessuna responsabilità per gli asini, una critica spietata verso tutti, e, insieme a questo, quella serenità che tutte le cospirazioni degli imbecilli non possono farci perdere. E questo noi lo possiamo. Noi possiamo sempre, riguardo alle questioni fondamentali, essere più rivoluzionari di questi facitori di frasi, perché abbiamo capito qualcosa, mentre essi non hanno capito niente, perché sappiamo quel che vogliamo, mentre essi non lo sanno, e perché dopo quello che abbiamo visto nel corso di questi tre ultimi anni prenderemo gli avvenimenti ben più freddamente che chiunque vi sia interessato personalmente.

Per il momento l’essenziale è farci stampare, sia in una rivista trimestrale dove attaccheremo direttamente e dove assicureremo la nostra posizione di fronte alle persone, sia in grossi libri dove faremo la stessa cosa senza neanche avere bisogno di menzionare una di queste sporche bestie. Ciascuna prospettiva mi va bene. A lungo andare e davanti alla reazione che cresce, la prima possibilità mi sembra diminuire e la seconda costituire sempre più la risorsa a cui bisognerà risolversi. A che serviranno tutti gli schiamazzi e tutte le stupidità che la canaglia degli emigrati potrà fare sul tuo conto, se tu rispondi loro con la tua Economia politica?
 

Come gli sgonfioni vanno trattati
Marx ad Engels, 18 maggio 1859

Dopo aver scritto a proposito dei rappresentanti della Associazione Generale Tedesca: «Io dichiarai che non potevamo collaborare direttamente a nessun giornaletto e neppure ad alcun giornale di partito, a meno dirigerlo noi stessi», Marx continua:

Questi signori dell’Associazione hanno così ricevuto una bellissima lezione. Scherzer, fedele alle vecchie idee di Weitling, s’immaginava che spettasse a lui designare dei rappresentanti del partito. Nel mio incontro con una delegazione di questi signori (...) ho loro dichiarato chiaro e tondo che “noi teniamo soltanto da noi stessi la nostra designazione di rappresentati del partito proletario, ma che questa designazione è controfirmata dall’odio esclusivo e generale che ci hanno votato tutte le frazioni e tutti i partiti del vecchio mondo”. Puoi immaginare la loro costernazione.
 

Marx aveva fiuto per gli arrivisti

Togliamo i brani che seguono da una pubblicazione recente su tutto il materiale relativo alla I Internazionale operaia.

Le tesi redatte da Marx, che però non era presente, sono discusse e adottate all’unanimità del congresso che si tiene a Ginevra dal 3 all’8 settembre 1866. Nella seduta dell’8 la persona di Marx è evocata da Cremer, Carter e Tolain, nella discussione dell’art. 11 del regolamento dell’Associazione Internazionale degli Operai: “Ogni membro della A.I.O. ha diritto di partecipare al voto e di essere eletto”. Mentre Tolain e Perrechon si oppongono a che dei non lavoratori possano rappresentare gli operai, Cremer ricorda che “il Comitato Centrale comprende cittadini che non esercitano mestieri manuali e che non hanno dato alcun motivo di sospetto; all’opposto è probabile che senza la loro collaborazione l’A.I.O non avrebbe potuto impiantarsi in Inghilterra in una maniera così completa. Fra questi membri ne citerò uno solo, il cittadino Marx, che ha consacrato tutta la sua vita al trionfo della classe operaia”. Dopo una discussione sull’argomento, l’emendamento di Tolain alle tesi di Marx è respinto da 25 voti contro 20. (Il testo non dice quanti di quelli che votavano erano operai e quanti no).

Marx scrive ad Engels il 26 settembre: Ieri tutti gli inglesi mi hanno proposto come presidente del Consiglio generale, a guisa di dimostrazioni contro i signori francesi che vorrebbero impedire a tutti quelli che non sono lavoratori manuali di essere membri dell’A.I.O., o perlomeno di essere delegati al Congresso. Io ho dichiarato di non poter accettare in alcun caso e ho proposto a mia volta Odger, che fu quindi rieletto. (Si tratta qui della riunione del Consiglio generale seguita al congresso). Dupont mi ha d’altra parte fornito la chiave dell’operazione di Tolain e Fribourg: essi volevano presentarsi nel 1869 come candidati come candidati operai alle elezioni del Corpo Legislativo adottando il “principio” che solo dei lavoratori potrebbero rappresentare dei lavoratori. Era dunque di un’estrema importanza per questi signori di vedere il congresso di Ginevra proclamare questo principio.
 

Il marxismo non segue nella lettura della storia la mania dell’“ultima moda”

Potrebbe svolgere questo spunto generale geniale di Marx chi avesse a disposizione le otto ore ed il fiato di un leone: esso dice tutto. Il nostro odio verso la forma capitalista non ci condurrà mai ad ammirare da stolti le sue modernissime manifestazioni rispetto alle antiche. Non ci deve nemmeno condurre a sognare il ritorno alle forme feudali come un romanticismo di cui altrove accusammo Stalin. Non abbiamo infatti da ammirare né il corporativismo né una società di produttori autonomi. A noi non serve né un mito né un ideale né un modello che vogliamo far copiare dal futuro. Ma, se ne avessimo bisogno, non lo cercheremmo andando avanti, ma tornando più di tutti indietro, nella generosa nobile gloriosa umanità delle primitive tribù.

Marx ad Engels, 25 marzo 1868: «Le cose vanno nella storia umana come nella paleontologia. Alcune cose che si hanno sotto il naso anche i più eminenti cervelli non le scorgono, dapprincipio, per effetto di un certo accecamento di giudizio. Più tardi, quando i tempi hanno evoluto, ci si stupisce tuttavia di trovare dappertutto delle tracce di quello che non si era visto. La prima reazione contro la Rivoluzione francese e la filosofia illuminista che ad essa era collegata fu di vedere tutto sotto l’angolo medioevalista, romantico; ed anche uomini come Grimm non ne andarono esenti. La seconda reazione – e questa corrisponde all’orientamento socialista, sebbene quegli scienziati non sospettino affatto di essere legati ad esso – consiste nel tuffarsi, al di sopra del Medio Evo, nell’epoca primitiva di ciascun popolo. E si resta tutti sorpresi di trovare nel più antico il più moderno, e di trovarci perfino degli egualitari ad un grado tale che spaventerebbe lo stesso Proudhon.
 

Ancora Marx contro le sètte e il federalismo, per l’unico partito di classe internazionale
Marx a Bolte, 23 novembre 1871

L’Internazionale è stata fondata per sostituire alle sètte socialiste o semisocialiste la vera organizzazione di lotta della classe operaia. Gli statuti originali e l’"Indirizzo inaugurale" lo mostrano a prima vista. D’altra parte l’Internazionale non avrebbe potuto affermarsi se il corso della storia non avesse già polverizzato il mondo delle sètte. L’evoluzione del settarismo socialista e quella del vero movimento operaio vanno costantemente in senso inverso. Finché le sètte si giustificano (storicamente) la classe operaia non è ancora matura per un movimento storico indipendente. Appena questa è giunta a tale maturità, tutte le sètte sono essenzialmente reazionarie. Tuttavia si è prodotto nella storia dell’Internazionale ciò che la storia mostra dappertutto. Ciò che è superato cerca sempre di ricostituirsi e mantenersi in seno alla forma finalmente acquisita. E la storia dell’Internazionale è stata una lotta continua del Consiglio Generale contro le sètte e i tentativi di dilettanti che cercavano di affermarsi in seno alla stessa Internazionale contro il movimento reale della classe operaia (...)

Il movimento politico ha naturalmente per scopo finale la conquista del potere politico per sé, e a tal fine è naturalmente necessaria un’organizzazione preventiva dalla classe operaia, ad un certo punto del suo sviluppo, derivante essa stessa dalle sue lotte economiche. Ma d’altra parte, ogni movimento nel quale la classe operaia si oppone alle classi dominanti in quanto classe e cerca di costringerla mediante una pressione dall’esterno è un movimento politico. Per esempio, il tentativo per conquistare, in questa o quella fase o in questo o quel laboratorio, mediante scioperi ecc., una riduzione del tempo di lavoro da parte di singoli capitalisti, è un movimento puramente economico; invece il movimento tendente a conquistare una legge delle otto ore, ecc. è un movimento politico. È così che dovunque i movimenti economici isolati degli operai danno origine a un movimento politico, cioè un movimento della classe per realizzare i suoi interessi sotto una forma generale, una forma che possiede una forza generale, una forza socialmente vincolante. Se questi movimenti presuppongono una certa organizzazione preventiva, sono allo stesso grado a loro volta dei mezzi per sviluppare tale organizzazione.

Là dove la classe operaia non è ancora andata abbastanza avanti, e la sua organizzazione è insufficiente per intraprendere una campagna decisiva contro la forza collettiva, cioè la forza politica, delle classi dominanti, essa deve almeno essere educata mediante una costante agitazione contro le politica delle classi dominanti (e l’atteggiamento ostile alla politica). Altrimenti essa resta una palla di gioco nelle mani delle classi dominanti, come ha mostrato la rivoluzione di settembre in Francia e come mostra in una certa misura il gioco che riesce ancora in Inghilterra fino da oggi ai signori Gladstone e Co.».
 

La buffonata democratica delle espulsioni
Marx a Bolte, 12 febbraio 1873

Secondo me il Consiglio Generale di New York ha commesso un grande errore nel sospendere la Federazione del Giura. Costoro si sono già ritirati dall’Internazionale dichiarando non esistenti per essi il suo Congresso e i suoi Statuti (...)

Ogni individuo e ogni gruppo ha il diritto di ritirarsi dall’Internazionale, e quando ciò avviene il Consiglio Generale deve semplicemente constatare ufficialmente questa defezione, e non sospendere. E fin quando dei gruppi (sezioni o federazioni) si limitano a contestare i poteri del Consiglio Generale o anche a violare in tale o tale punto gli Statuti o articoli del regolamento, che la sospensione è prevista. Per contro gli Statuti non hanno alcun articolo relativo a gruppi che buttano a mare la organizzazione nel suo insieme, e ciò per la semplice ragione che si capisce da sé che gruppi come questi non appartengono più all’Internazionale (...)

Il grande risultato del Congresso dell’Aia è stato di spingere gli elementi guasti ad escludersi da sé, cioè a ritirarsi. Il procedimento del Consiglio Generale minaccia di annullare questo risultato. Nell’opposizione aperta all’Internazionale, costoro non nuocciono, anzi sono utili, ma elementi ostili nel suo seno, rovinano il movimento in tutti i paesi in cui han messo piede.
 

Marx sapeva che il partito rinasce da ogni sconfitta

Dopo la caduta della Comune di Parigi, ogni organizzazione della classe operaia in Francia era naturalmente rovinata, ma essa comincia ora a svilupparsi di nuovo (...) Così, invece di morire, l’Internazionale è uscita dalla sua prima fase di incubazione per entrare in una fase superiore in cui i suoi sforzi e le sue tendenze originarie sono già in parte divenuti realtà. Nel corso di questo sviluppo crescente essa dovrà ancora passare attraverso numerosi cambiamenti prima che possa essere scritto l’ultimo capitolo della sua storia (Marx, La storia dell’Associazione Internazionale dei lavoratori del sig. George Howell, 1878).
 

Vaticinio di Engels che Mosca ha tradito
Engels a Sorge, 12 settembre 1874

Con la tua partenza la vecchia Internazionale è completamente finita. Ed è buona cosa. Essa apparteneva al periodo del Secondo Impero in cui la pressione che si esercitava in tutta Europa prescriveva al movimento operaio, da poco risvegliatosi, di unirsi ed astenersi da ogni polemica interna (...) Il primo grande successo doveva interrompere questo ingenuo viaggio in comune di tutte le frazioni. Tale successo fu la Comune, che intellettualmente era senza dubbio la figlia dell’Internazionale, sebbene questa non avesse mosso un dito per produrla, e per la quale l’Internazionale è stata resa responsabile in questa misura, e a buon diritto. Quando, grazie alla Comune, l’Internazionale divenne una potenza morale in Europa, la discordia cominciò immediatamente. Ogni tendenza voleva sfruttare per sé il successo (...) L’Internazionale ha dominato dieci anni di storia europea verso un lato, quello dell’avvenire; può guardare con fierezza al lavoro compiuto. Ma nella sua forma antica essa ha fatto il suo tempo. Per produrre una nuova Internazionale simile all’antica, una alleanza di tutti i partiti proletari di tutti i Paesi, occorrerebbe uno schiacciamento generale del movimento operaio come quello prodottosi dal 1849 al 1864. E per questo il mondo proletario è diventato troppo grande.

Credo che la prossima Internazionale sarà direttamente comunista e inalbererà di colpo i nostri principî quando gli scritti di Marx avranno prodotto il loro effetto durante un certo numero di anni.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 



Materiale documentario esposto ed illustrato a commento delle tesi generali della riunione di Napoli
(Il Programma Comunista, nn. 15-18 / 1965)

Nel precedente nr. 14 abbiamo pubblicato il testo integrale delle “Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale, secondo le posizioni che da oltre mezzo secolo formano il patrimonio storico della sinistra comunista”, e un resoconto sommario della riunione di Napoli alla quale esse furono presentate. Adesso, dopo l’interruzione dovute alle ferie della tipografia, pubblichiamo una prima parte degli estratti e delle citazioni (fino ai primi del 1924) letti e commentati alla stessa riunione a confronto delle posizioni esposte nelle tesi. Tale materiale va messo in riferimento a tutto l’altro ben noto ai compagni, compreso fra le riunioni di Firenze e Napoli, a partire dai noti “Appunti sulla questione di organizzazione”. Nei prossimi due numeri, riporteremo gli altri testi nella loro successiva cronologia.
 
 

Tesi della frazione astensionista del Partito Socialista Italiano
(Il Soviet, 6 e 27 giugno del 1920)

Queste tesi apparvero nel Soviet del 6 giugno 1920, per la parte I, Teoria, e in quello del 27 giugno per la parte II, Critica di altre scuole, e la parte terza, Attività e tattica.

La prima I per il suo contenuto corrisponde al programma della frazione, già apparso nel Soviet del 13 luglio 1919, e riportato integralmente a pagina 398 del primo volume della Storia della Sinistra Comunista. È bene rilevare che la redazione della parte I fu adottata testualmente come programma del Partito Comunista d’Italia, a Livorno, il 21 gennaio 1921, e stampata sulle tessere del partito.

Dal punto sesto della parte I si rileva la definizione del Partito Comunista, nella sua unità nello spazio e nel tempo, e della necessità del partito perché si possa parlare della classe proletaria in lotta. Il punto terzo della parte II ribadisce la fondamentale antitesi tra il comunismo e la democrazia come concezione e come meccanismo. Il punto undici stabilisce la tesi che la rivoluzione non è un problema di forma di organizzazione del proletariato.
 
 
 

Partito e classe
(Rassegna Comunista, 15 aprile 1921)

Questo articolo, apparso nella rivista teorica del partito poco dopo la sua costituzione, è riportato ampiamente perché svolge la posizione della Sinistra circa la formula non soddisfacente che il partito sia soltanto una frazione della classe operaia, ed afferma la posizione dialettica e dinamica del rapporto, contro quella numerica e statistica. Svolge quindi la critica di ogni punto di vista democratico e piccolo-borghese, collegandolo alle esperienze del fallimento della seconda Internazionale.
 
 
 

Partito e azione di classe
(Rassegna Comunista, 31 maggio 1921)

Questo articolo sviluppava nella stessa rivista il tema del primo, e viene anche riportato ampiamente.

Secondo la sinistra marxista il giusto rapporto tra partito e classe, e tra partito rivoluzionario e masse in movimento nella storia, non si può porre senza considerare l’azione, l’attività, la tattica del partito e quindi della stessa classe storica, che è tale in quanto il partito ne è l’organo. Si tratta del compito della classe e del partito anche dopo la conquista del potere, e delle dure alternative che precedono la vittoria finale.

Su tale base si pone il problema se il partito debba essere più o meno grande, e si scartano soluzioni che mai la sinistra ha fatto proprie, come quelle del partito piccolo e settario, soltanto cospirativo e terrorista, o soltanto teorizzante e scolastico. È discusso il rapporto tra le possibilità del partito e le caratteristiche delle varie situazioni oggettive, ed è affermata la necessità che la disciplina centrale si poggi sulla più grande chiarezza teorica, l’unità e la continuità organizzativa, e l’aperta, precisa affermazione delle linee tattiche future. Si indica chiaramente che fuori da questa soluzione non può che risorgere il pericolo della degenerazione opportunista.
 
 
 

Il principio democratico
(Rassegna Comunista, 28 febbraio 1922)

Questo articolo, sempre dalla rivista teorica del partito di Livorno, precede di poco il secondo congresso di Roma del 1922.

Esso dimostra che in linea di principio non vi può essere conciliazione tra democrazie e comunismo, ideologie di due classi in acuta lotta tra loro. Storicamente, alla data del 1922, se con la Rivoluzione di Ottobre si era superata anche nel fatto storico ogni applicazione non solo del principio ma anche del materiale meccanismo elettorale ad una società interclassista, dato che in Russia gli elementi socialborghesi giacevano sotto la dittatura proletaria, restava in pieno il problema puramente meccanico del senso in cui si potesse usare ancora quel meccanismo nel seno di organi uniclassisti: i Soviet, i sindacati, il Partito Comunista. L’articolo discute tutte queste applicazioni, mostra il pericolo che ogni omaggio al semplice meccanismo democratico del voto possa ricondurre a rendersi schiavi del mito controrivoluzionario della democrazia e della falsa libertà di eguaglianza.

Dalle affermazioni del 1922, in un clima in cui l’accidente materiale del meccanismo elettorale si doveva ancora tollerare, emerge la aspirazione decisa a liberarsi anche dell’uso del termine letterale, ed è contrapposta la nostra formula di “centralismo organico” a quella ammessa negli statuti e tesi di Mosca di “centralismo democratico”. Tutto il posteriore svolgimento storico di quasi mezzo secolo conferma che il pericolo avvertito era reale: la democrazia, troppo a lungo tollerava come banale espediente, risorge e domina oggi come focolare primo della controrivoluzione.
 
 
 

Tesi sulla tattica del II Congresso del P.C. d’Italia
(Roma, 20-24 marzo 1922)

Con queste tesi, nella sua quasi totalità salvo un trascurabile gruppo di destra, il partito ad un anno della sua costituzione stabiliva le posizioni che poi avrebbe difeso nei congressi internazionali.

Le prime tesi (è notevole il titolo dato alla parte prima: Natura organica del Partito Comunista) stabiliscono la funzione del partito comunista, la stabilità del suo programma, la disciplina e il centralismo della sua organizzazione. La tesi quattro afferma che le consultazioni democratiche interne sono puramente formali, ma che la selezione dei quadri è il prodotto dialettico di un processo reale. La tesi sei e la tesi sette definiscono le vie con cui il partito supera le crisi revisionistiche. La tesi nove condanna, le fusioni organizzative e la duplicità delle adesioni nazionali alla I.C. Infine le tesi ventiquattro e venticinque definiscono il rapporto tra le situazioni storiche e il compito del partito, e la tesi classica che esso, come collettività organica, è antesignano della società comunista.
 
 
 

IV Congresso di Mosca del novembre-dicembre 1922
- Progetto di tesi sulla tattica presentato dal P.C.d’Italia
(Stato Operaio, 6 marzo 1924):

Queste tesi furono contrapposte a quelle approvate dal Congresso perché si opponevano alla tattica del fronte unico e a quella del governo operaio.

Alcuni punti [Costituzione dei Partiti Comunisti e della I.C.] interessano il problema dell’organizzazione. Ogni tradizione di federalismo deve essere eliminata, per assicurare centralizzazione e disciplina unitaria. Ma questo problema storico non va risolto con espedienti meccanici. Anche la nuova Internazionale, per evitare pericoli opportunisti e crisi disciplinari interne, deve fondare la centralizzazione sulla chiarezza non solo del programma, ma anche della tattica e del metodo di lavoro. Fin d’allora si ribadiva che questa è la sola garanzia su cui il centro può basare la sua sicura autorità.
 
 

- Discorso del rappresentante della Sinistra allo stesso Congresso
Quarta seduta dell’11 novembre 1922
(Il Lavoratore, 9 dicembre 1922)

Questo discorso espone in quale senso la Sinistra italiana accetta i principi dei precedenti congressi, tra cui quello della conquista della maggiore influenza sulle masse.

La tattica del fronte unico è accettata entro limiti precisi che rispettino l’autonomia del Partito comunista e la sua indipendenza da blocchi politici di altri partiti. Quanto al governo operaio, che apparve non in un Congresso, ma nell’Allargato del giugno 1922, se esso fosse la mobilitazione rivoluzionaria per la dittatura del proletariato non vi sarebbero pericoli, ma se invece lasciasse intendere un’altra formula per la conquista del potere, la parola va rigettata.

A parte le questioni tattiche, è fatto parola di un altro punto di grave dissenso sui metodi di lavoro interno, che non consiste nel chiedere una applicazione di democrazia, da cui la Sinistra rifugge da sempre, ma in una diversa visione dialettica delle garanzie della disciplina centrale. In questo punto cruciale sta il giusto allarme della Sinistra sulla futura degenerazione dell’Internazionale.

La questione della maggioranza - Come affrontare la reazione padronale - Il pericolo di un revisionismo comunista - Per un vero partito comunista internazionale.
 
 

- Dichiarazione della Sinistra sul progetto di organizzazione dell’Internazionale
Ventisettesima seduta del 30 novembre 1922

Di tale dichiarazione (tratta dal protocollo tedesco) è notevole la parte circa la eliminazione dei residui dei metodi di tipo socialdemocratico, ma è nello stesso tempo chiarito il senso dialettico del rapporto tra centro e periferia. Il resto della risoluzione si riferiva ad altri problemi tra cui la protesta contro il convocare il V Congresso dopo due anni, a cui fu risposto che sarebbe stato convocato entro il 1923. Il che non avvenne.
 
 
 

Lenin nel cammino della rivoluzione
(febbraio 1924)

Questi passi della Conferenza tenuta alla Casa del popolo di Roma in pieno regime fascista, il 24-2-1924, sono ben noti perché compresi nel recente volume edito dal partito col titolo “La Sinistra comunista in Italia sulla linea marxista di Lenin”.

È svolta la nostra visione della funzione del capo in rapporto alla organizzazione in partito. Sono da notare le critiche decise della banalità di ogni democrazia numerica e di ogni scelta basata sul numero bruto dei pareri. È negato che nel partito come nella società di domani una funzione più alta determini vantaggio e privilegio personale.
 
 
 

Organizzazione e disciplina comunista
(Prometeo, maggio 1924).

Questo articolo è preso sul nr. 5 del 15 maggio 1924 della rivista Prometeo che apparve a Napoli ad opera dei compagni della Sinistra nel 1924. Un’altra serie della rivista apparve a Bruxelles sempre ad opera di compagni della Sinistra. Infine, ad opera del nostro Partito, Prometeo è apparso in Italia tra il luglio 1946 e il luglio-settembre 1952. Pubblicazioni ulteriori dallo stesso titolo sono estranee al nostro movimento.

Questo antico articolo conferma le nostre posizioni circa la organizzazione e la disciplina, e stabilisce il giusto rapporto non meccanico tra le funzioni del centro e della base, ripudiando ogni applicazione di banalità democratiche.
 
 
 

Mozione della Sinistra del P.C. d’Italia alla conferenza nazionale clandestina del maggio 1924
(Stato Operaio, 15 maggio 1924)

Questa riunione fu notevole perché la centrale succeduta a quella di sinistra aveva già il potere nel partito all’inizio del 1923, e tutti i segretari federali erano stati scelti da essa nella viva milizia allevata dalla Sinistra.

Per la maggioranza centrista votarono quattro membri della centrale e quattro segretari federali. Per la minoranza di destra votarono quattro membri della centrale, cinque segretari federali, e un segretario interregionale. Per la sinistra: un membro della centrale, quattro segretari interregionali, trentacinque segretari federali e un rappresentante la Federazione giovanile. Fu una prova del significato del centralismo organico malgrado la forma democratica della votazione.

La mozione della Sinistra ribadisce i noti punti di critica sulla tattica e l’organizzazione internazionale.
 
 
 

V Congresso mondiale
- Discorso del rappresentante della Sinistra
XIII seduta, 25 giugno 1924

Il dibattito di questo Congresso derivava dalla sconfitta dell’azione tedesca dell’ottobre 1923.

Nel III Congresso si era reagito alla sconfitta tedesca del 1921 condannando la teoria di sinistra dell’offensiva, ma allora il critico era Lenin ed ebbe ragione per gli errori teorici degli offensivisti, se pure dopo di si pentì con questo appoggiata ancora la destra ancora annidata nelle nostre file. Nel 1923 si era applicata dalla destra tedesca la tattica del fronte unico e del governo operaio, e si volle rimediare al doloroso insuccesso squalificando e destituendo i capi della destra.

La posizione della sinistra italiana fu che non si dovevano colpire uomini, ma un metodo tattico errato di cui tutta l’Internazionale era responsabile, come già da noi denunziato nel IV Congresso del 1922.

Tutta la discussione della questione tedesca troverà posto nella Storia della Sinistra. Qui ci interessa riportare passi che illustrano la nostra critica sui punti fondamentali della falsa disciplina centrale e del rapporto, su cui cominciavano le gravi esitazioni, tra la rivoluzione russa e la lotta internazionale del proletariato; oltre che dimostrare la nostra richiesta già fatta al Quarto Congresso di escludere il fronte unico come blocco di partiti politici e alla stessa parola di agitazione del “governo operaio”, che nel fatto non poteva significare che ripiegamento dai principi del comunismo marxista ai metodi traditori, della socialdemocrazia.
 

- Replica della Sinistra a Zinoviev
XVI seduta del 27 giugno 1924

Dopo le obiezioni del relatore Zinoviev, il rappresentante della Sinistra ribadì chiaramente le nostre posizioni sia sui problemi tattici generali che sul lavoro organizzativo e direttivo errato della Internazionale.

Soprattutto chiarì il nostro pensiero sulle frazioni: esse non debbono esistere, ma ciò non si ottiene con la repressione disciplinare personale, bensì con una linea tattica e di organizzazione unitaria, continua e coerente.
 

- Dichiarazione della Sinistra sul discorso di Bucharin
XIX seduta del 28 giugno 1924

Fu necessario replicare ad un lunghissimo discorso di Bucharin che voleva ottenere la testa di un bravo compagno italiano, anche se non fortissimo teorico, e coinvolgere tutta la Sinistra nella paternità di qualche frase ingenua. La risposta fu secca e decisa, senza rinnegare l’opera di nessun compagno. Fu chiarito che la Sinistra presentava un progetto di tesi sulla tattica. Il testo purtroppo non si è ritrovato, come invece si è potuto fare per quello analogo del IV Congresso.
 

- Dichiarazione della Sinistra su l’organizzazione
XXX seduta del 7 luglio 1924

In fine del Congresso furono riferiti i lavori della Commissione degli statuti. La Sinistra fu costretta, pur non respingendoli, a fare questa dichiarazione. È molto notevole che la norma del divieto delle frazioni, proposta proprio dagli italiani, fu respinta da tutti quanti, col pretesto veramente specioso che poteva far comodo all’Esecutivo formarsi esso una frazione in qualche partito nazionale.
 
 
 

Il pericolo opportunista e l’Internazionale
(Stato Operaio, luglio 1925).

Questo articolo è uno dei più importanti nella polemica che si svolse in Italia in vista del III Congresso del Partito.

Quella che era una possibilità contro di cui la sinistra lottava, diventò in pochi anni una sciagurata certezza. È importante rileggere la previsione dell’imbrigliamento di ogni energia rivoluzionaria nella squallida burocrazia filistea che oscenamente trionfò. Viene poi trattata la famosa questione della bolscevizzazione. La Sinistra italiana, mentre fu la prima e sola ad attuare la rete dei gruppi del partito comunista nei sindacati e nelle fabbriche, detti con parola internazionale frazioni, e costituenti articolazioni attive del partito, denunziò con vigoroso anticipo la insidia che ne faceva, sotto il nome di cellule, la base organizzativa del partito, e volle che questa restasse affidata alle sezioni territoriali.

Il pericolo è poi ricollegato alla gravità degli errori di falsa tattica in cui l’Internazionale era caduta, e che si voleva mascherare con una fossilizzazione burocratica.
 
 
 

La piattaforma della Sinistra
(Unità, 7 luglio 1925)

La sinistra in vista del congresso di Lione presentò la sua piattaforma che sarà poi molto ampliata nelle tesi del congresso.

Riportiamo la parte che riguarda la struttura organizzativa, e che ancora una volta deplora il morboso abuso della pressione disciplinare. Si prende posizione sulla polemica che si era iniziata contro Trotzki. La sinistra solidarizzò con lui contro attacchi sleali e precorrenti l’opportunismo russo di Stalin, pur non avendo mai seguito la sua linea in quanto aveva forma di una protesta contro la soppressione della democrazia interna nello Stato e nel partito, nella teoria (dato che l’autore ne sia Trotzki) della burocrazia elettesi la nuova classe dominante russa.

Sistemi organizzativi del Partito - Questione Trotzki.
 
 
 

Il Comitato di intesa
(Unità, 19 luglio 1925)

La Sinistra rispose con fredda decisione ad una campagna intimidatoria e di pura provocazione della Centrale italiana che, mentre operava con sporco frazionismo dall’alto, considerava frazione e scissione il semplice lavoro svolto tra gli elementi della Sinistra per coordinare la corretta preparazione del Congresso.

Malgrado l’appoggio dell’Esecutivo di Mosca, la poco bella manovra fallì, perché il Comitato di Intesa spontaneamente si sciolse.
 
 
 

Tesi della Sinistra del P.C. d’Italia al III Congresso
Lione 21-26 gennaio 1926

Dalle Tesi complete del Congresso di Lione, nelle quali la Sinistra presentò tutto il sistema delle sue posizioni e la critica dei fenomeni degenerativi non tanto nel partito italiano, quanto nella stessa Internazionale, riportiamo qui sotto dalla parte teorica la definizione del Partito secondo il vero pensiero di Marx e Lenin, e la condanna delle posizioni deviate dei laburisti e social-democratici, affermando il principio che i pericoli per il movimento non possono eliminarsi con formule organizzative.

Quindi nella parte sulla funzione del Partito sono riportate le posizioni fondamentali sui rapporti partito e masse e sull’effetto delle diverse situazioni, chiaramente indicando in quale direzione si presentava fin da allora il nascere di un nuovo opportunismo.

Infine dalla parte sulle questioni internazionali, è riportata la tesi su “Disciplina e frazioni”, ribadendo quali siano le garanzie contro le fratture disciplinari e deplorando ogni terrore gerarchico. Si accenna infine alla “nuova tattica” che faceva presentire la grave minaccia del coalizionismo con la democrazia borghese e piccolo-borghese, che si manifestò in pieno negli anni successivi, significando la rovina dei partiti rivoluzionari.

-Parte I, Questioni generali: 2. Natura del partito - 3. Funzione del partito
- Parte II, Questioni internazionali: 5. Disciplina e frazioni - 7. Questione della nuova tattica - 11. Questioni russe.
 
 
 

Sesta sessione dell’Esecutivo Allargato dell’Internazionale Comunista
febbraio-marzo 1926
Discorso del rappresentante della Sinistra
(V seduta, 23 febbraio 1926)

Di questo complesso discorso si è potuto ricavare il testo veramente diffuso dai Protocolli tedeschi. Manca qui la possibilità di darne più che pochi estratti.

Prescegliamo quelli che riguardano la storia degli errori tattici e della disfatta tedesca, la famosa campagna di disciplina ad alta pressione e di pretesa proibizione del frazionismo, definita “bolscevizzazione”, ed infine i pericoli della “nuova tattica” che sorrideva già da allora ad una collaborazione con la sinistra borghese, e della fatale frattura tra la politica dello Stato russo ed i movimenti per la rivoluzione mondiale.

Sforzi enormi erano stati erano stati fatti nell’Allargato del febbraio 1926 per vietare la discussione delle questioni russe, sotto pretesto che erano competenza del solo partito russo, in cui la opposizione era stata sopraffatta dalla maggioranza maneggiata da Stalin, e costretta a rinnegare le proprie posizioni e a riconoscere pretesi errori opportunistici sotto la palese minaccia di future sanzioni fisiche. Tale minaccia fu usata anche contro la Sinistra italiana, non ponendo in gioco le persone dei suoi componenti, ma agitando lo spettro delle punizioni contro la opposizione di sinistra russa. La conclusione di questo discorso dovete superare a parecchie riprese il tentativo della presidenza di togliere la parola all’oratore.

Fu solo al VII Esecutivo Allargato del novembre 1926 che, assente ogni rappresentante della Sinistra italiana, si verificò una sicura previsione di questa: la comune azione dei grandi bolscevichi Trotzki, Zinoviev e Kamenev, contro la degenerazione di Stalin, purtroppo ancora appoggiata anche dal futuro giustiziato Bucharin, nella tesi disfattista e controrivoluzionaria della costruzione del socialismo in un solo paese.

Anche di tale Allargato si posseggono di documenti, che non possono rientrare in questa già complessa trattazione.

I problemi della rivoluzione sono di forza non di forma - La bolscevizzazione - Le frazioni - Il rovesciamento della piramide - La questione della prospettiva - Il pericolo liquidazionista.
 
 
 

Forza-violenza-dittatura nella lotta di classe
(Prometeo, n. 9 dell’aprile-maggio 1948)

Nell’ultima puntata di questa serie è ampiamente ribadita la tesi che nessun valore ha la democrazia numerica nel Partito o nella classe.

Ogni garanzia viene negata alla risorsa di consultazioni di tipo elettivo, al banale rimedio della conta numerica dei pareri. È ribadita la nostra visione della disciplina e del giusto rapporto marxista tra i capi e la base. La forza della esperienza storica di lotta è messa al posto di ogni illusione su regolamenti e ricette.

Fu qui ancora una volta dedotta dai principi del marxismo la ricerca dialettica dei limiti reciproci ad ogni autonomia del militante o di gruppi di essi; e ad ogni arbitrio del centro dirigente.

Di tutta questa trattazione l’ultimo numero (32, luglio-settembre ’65) della nostra rivista Programme Communiste, edita a Marsiglia, ha dato, ben più che una banale traduzione perfetta, una sintesi che vale meglio dell’originale per chiarezza vigore e forza di trasfondere una convinzione sentita.

Sono compresi nella parte conclusiva i passi che qui riportiamo, e resi vibranti i due temi, che il controllo democratico dal basso non rimedia a nulla, ma è un inganno classico dell’opportunismo, mentre la gelida cinica pressione disciplinare dall’alto è parimenti e per pari storici nefasti da cancellare dai nuovi metodi e dalla nostra vita interna di partito.
 
 
 

Dialogato coi morti
(Stampato in volume in lingua italiana e francese e apparso inizialmente in queste pagine nei numeri dal 5 al 10 del 1956).

Tale pubblicazione era la risposta del nostro movimento al chiassoso Ventesimo Congresso del Partito russo, all’avvento di Krusciov ed alla sconfessione e desantificazione di Stalin, espulso dalla tomba di Lenin.

Tutto fu presentato come un riconoscimento della grave colpa di aver calpestato la democrazia e la sovranità del popolo, come una vana promessa di ricucire gli squarci che Stalin aveva fatto nella “legalità sovietica”.

La nostra posizione stabiliva che se vile era stata la rinunzia di Stalin alla rivoluzione fuori di Russia, ancora più vile era la coesistenza pacifica col mondo capitalistico.

Traemmo tale veduta storica delle esperienze dei Congressi del 1924 e 1926, e dei nostri recisi rifiuti alle banali offerte di più democrazia interna. In punti fondamentali della trattazione facemmo giustizia delle chiacchiere sulla direzione collegiale e simili più raffinati inganni controrivoluzionari; e non mancammo di fare giustizia come sempre delle ipocrisie elettorali e maggioritarie. Poco ci importava che si disonorasse Stalin; ma corremmo in difesa dei minacciati sacri principi della dittatura e della autorità rivoluzionaria.

In questo svolto sta tutta la funzione vitale sulla sua ininterrotta linea del nostro piccolo ma sicuro movimento.

Manuale dei principi - Schemetto elementare - Senso del determinismo - Dove le "garanzie"?
 
 
 

Marxismo e autorità
(terza seduta della riunione di Torino del 19 e 20 maggio 1956)

In questa riunione, nel rinnovare la critica al Ventesimo Congresso russo, si ripetettero davanti a tutto il movimento, i nostri principi organizzativi, condannando come sempre l’ubbia social-democratica delle consultazioni di base e la falsa applicazione dell’unità e della disciplina, che avvenne nella vecchia Internazionale e ritornò purtroppo nella nuova, quando la Sinistra la denunziò e la combatté tempestivamente e fieramente.

28. La classe si cerca altrove - 29. Interna vita del Partito di classe