Partito Comunista Internazionale Indice - Numero precedente - Numero successivo
"COMUNISMO" n. 13 - settembre-dicembre 1983
Premessa
Comunismo e centralismo organico: Il lavoro tramite fra uomo e natura - Unitarietà del comunismo rozzo - I ricordo del comunismo nei millenni di dominazione di classe - Alienazione assoluta e anarchia produttiva del libero cittadino - Un mondo individuale privato della coscienza di sé e della natura - Oltre la libertà borghese l’utopia finalmente possibile - Il marxismo già oggi scienza del futuro - Una dottrina monolitica per l’emancipazione di una classe potenzialmente universale - Una sola classe, una sola teoria, un solo partito - Vera anticipazione della società comunista - Un partito per l’ultima rivoluzione di classe.
Il partito non nasce dai "Circoli": Tenace e coerente lavoro di partito - Attività e azione - Organizzazione e disciplina - A che giova? - Una severa lezione per tutti - Centralismo organico - I principi della organizzazione - Dal Partito ai «Circoli» (da "il Partito Comunista", n.68-69-71/1980).
Teoria marxista della conoscenza: Natura della teoria marxista - Storiche antinomie.
Appunti per la Storia della Sinistra: 1. La politica estera della Russia negli anni della stabilizzazione capitalistica (1923-1925) espressione delle esigenze capitalistiche interne e internazionali - 2. Lo stalinismo scopre le sue carte: Costruzione del socialismo nella sola Russia è sinonimo di controrivoluzione - 3. Bolscevizzazione, aperta degenerazione del metodo di lavoro interno del partito - 4. Continuità dei metodi organizzativi tra il I e il II Congresso: a) La questione al II Congresso - b) Perché le tesi organizzative al III Congresso - c) La rivoluzione non è questione di forme di organizzazione - d) Il lavoro di partito prima consegna per il militante - e) L’opinione di Lenin - f) Le indicazioni di sempre - g) Amorosa prudenza per non sfasciare il partito - 5. Bolscevizzazione affossamento della rivoluzione internazionale: a) Una spaccatura decisiva con la tradizione - b) L’organizzazione territoriale diventa "retaggio socialdemocratico" - c) Agitazione e propaganda dentro il partito - d) La "leva leninista" - e) Ancora abiure - f) Contro Rosa Luxemburg e Leone Trotzki per lo Stato russo - 6. La evoluzione tattica dell’Internazionale dal "Governo Operaio" al "Governo Operaio e Contadino" - 7. La tattica fusionista errore organizzativo dell’IC - 8. Solo nelle posizioni e nella lotta della Sinistra Italiana contro lo stalinismo è contenuta l’unica possibilità della rinascita del PC Mondiale.
Dall’Archivio della Sinistra:
Contro le critiche al vecchio C.E. del P.C. d’Italia: 1) L’origine del partito e gli astensionisti - 2) Informazione del partito e libertà di discussione - 3) Attaccamento alle cariche (Stato Operaio, nn. 21, 22, 24, del 26 giugno, 3 e 10 luglio 1924).

 
 


Premessa
 

Questo numero di Comunismo chiude i cinque anni di pubblicazione durante i quali ha riportato non le elucubrazioni di un gruppo di intellettuali ma ha riflesso l’aspetto primordiale dell’azione del partito comunista che è quello della difesa ad oltranza della propria teoria, dei principi, della sua scientifica verità di classe. Questo lavoro impersonale ed anonimo, come è il programma eversivo che rappresentiamo, nel campo dottrinario assume già, nella pubblicistica e nella propaganda, le caratteristiche di vera e propria azione cosciente di partito, che opera secondo piani di ricerca prestabiliti, mobilita ed organizza le sue oggi non numerose forze, esce all’esterno e si scontra con le ideologie e la propaganda delle classi nemiche. Il terreno della battaglia in difesa della teoria di classe non è stato mai abbandonato dal partito che, unico, non ha rinunciato a mantenere tutte le aspre e difficili tesi del comunismo di sinistra contro i potenti altoparlanti della produzione in serie di follie e di tradimenti per la conservazione borghese che tutto hanno travolto.

I testi qui pubblicati provengono dal nostro lavoro collettivo e sono stati esposti in forma completa nelle recenti riunioni dell’organizzazione, che teniamo periodiche e frequenti. Ripresentiamo anche, qui riunificato, il testo di un articolo, Il partito non nasce dai circoli, apparso per la prima volta diviso in tre numeri 68, 69 e 71 del 1980 nel nostro giornale mensile Il Partito Comunista e tradotto nella rivista in lingua francese La Gauche Communiste n. 4.

Nella più che semisecolare generale emulazione alla menzogna il proletariato rivoluzionario di domani potrà trovare nella tradizione vivente del partito una sintesi operante della coscienza del proprio destino storico, dei mezzi e dei pericoli della futura guerra sociale.

Anche se in questi bui decenni di torpore proletario l’attività del partito è stata costretta a svolgersi in maniera predominante nel senso della difesa in forma di scritti del programma, né in principio né nel suo muoversi pratico mai il partito ha posto un confine né tanto meno una contrapposizione fra la battaglia di stampa comunista e ogni altro suo manifestarsi, attività proprie dei suoi compiti più generali, costanti e definiti, in principio, indipendentemente dalle vicende contingenti della lotta di classe e dal grado di penetrazione nel proletariato della influenza comunista. Il partito non si è mai precluso a priori, in nome della difficoltà del movimento, la possibilità di svolgere tutte le sue funzioni proprie dei momenti favorevoli, solo ammettendo che in certi settori la dimensione dell’attività è ridotta ad un minimo quantitativo.

In particolare il partito rinato nell’immediato dopoguerra e nei successivi decenni, si è dato un assetto compiuto: al suo interno attorno ad una struttura dottrinaria programmaticamente monolitica e immodificabile incentrata sulla gigantesca tradizione della Sinistra, organizzato in una compagine centralizzata, rigettando ogni debolezza federalistica. Lo stesso superamento del termine di Centralismo democratico per il nostro, più rispondente alla natura di un partito comunista, di Centralismo organico – lo espone il primo degli studi che qui seguono – va inteso come ulteriore progresso verso il necessario assetto del futuro potente e certo dispiegarsi del partito comunista mondiale.

Ma la difesa del programma non poteva non manifestarsi anche al suo esterno, nello sforzo di applicare sempre il suo complesso di norme e tesi tattiche, di tradurre in atteggiamenti pratici i suoi teoremi teorici e di farsi un dovere irrinunciabile, pesa la sua distruzione, di contrapporre, davanti al pur esiguo strato di proletari suscettibili di ascoltare la voce del partito, alle indicazioni elettoralistiche dei falsi partiti operai e sabotatori dei sindacati affiancati al capitale, quelle del vero comunismo, benché fossero evidenti in quegli anni al partito le scarse possibilità di successo immediato delle sue direttive di lotta.

Il partito di fronte allo sfavore enorme delle forze in campo e alla ancora oggi imprevedibile durata dell’abisso controrivoluzionario, ha avuto la passione, la forza dialettica e la fede nei propri teoremi di affermare, contro il blaterare del concretismo, da sempre alibi di tutti gli opportunisti e degli incerti, di essere il partito, l’embrione perfetto di quello stesso partito che domani guiderà le masse oppresse alla distruzione del capitalismo internazionale. Come la Rivoluzione non dovrà mutuare altre teorie così non avrà bisogno di cercare altri partiti o darsene dei nuovi col miscuglio di diverse dottrine rivoluzionarie che non esistono ad di fuori del marxismo e della Sinistra.

Questo è in quelle Tesi, che affondano le radici in un glorioso passato insurrezionale e alle quali ci impegniamo a restare fedeli.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Comunismo e Centralismo organico
 

Con questo lavoro vogliamo dimostrare la ragione per la quale il centralismo organico è un principio del comunismo e non una mera formula organizzativa contingente passibile di modificazioni, o utilizzabile a momenti secondo dell’alternarsi della lotta di classe e della situazione interna o esterna al partito.

Il nostro centralismo organico si raccorda all’organicismo delle comunità primitive agli albori della storia umana, così come al centralismo organico che informerà tutto il processo evolutivo verso il comunismo, dopo la conquista del potere politico da parte del proletariato, che si dispiegherà pienamente nel comunismo in quanto espressione della solidarietà umana – forza produttiva materiale questa e non ideale astratto – il cui ricordo si è tramandato nei millenni ed è nel programma rivoluzionario comunista.

Intendiamo dire che il centralismo organico esprime l’unitarietà della visione comunista, una visione d’insieme di tutta la specie umana dal suo sorgere al suo approdo comunista, a sua volta punto di partenza per ulteriori evoluzioni: una visione centralista ed unitaria del mondo in continuo divenire. È per questo che il centralismo organico non è stato fatto proprio dal partito storico, ad un certo punto del percorso del movimento operaio e del suo partito formale, come fatto esterno al suo programma, bensì è il movimento operaio che, attraverso i suoi partiti formali, in un susseguirsi di lotte e quindi di esperienze classiste e rivoluzionarie, si è appropriato del suo programma integrale, quindi anche del centralismo organico quale modo di essere del partito e della società comunista che il partito vuole affermare.

Un modo di essere quindi non dettato dalla contingenza né da una estetica rivoluzionaria, bensì dedotto dal divenire della specie umana nella sua libera e crescente cooperazione, cioè dal comunismo.
 

1. Il lavoro, tramite fra uomo e natura

Introduciamo subito due brani di Engels e Marx che descrivono il grande fatto storico – la nascita dell’uomo – sorto per differenziazione e con caratteristiche fisiche particolari rispetto a tutte le altre specie viventi, attraverso le quali il processo di trasformazione dell’uomo e della natura avrebbe avuto inizio; un processo che non si sarebbe più fermato se non per la distruzione della specie sul globo terrestre.

Marx ed Engels ci dimostrano che l’uomo, per sua natura, è unitario e universale; la sua universale essenza è dedotta dal suo muoversi e dal suo produrre; il modo di vivere comunista coincide con la sua universalità e unitarietà. Il comunismo è dedotto dalla analisi materialistica della storia dell’uomo.

Engels, Dialettica della Natura:

     «Dalle prime forme animali si svilupparono, essenzialmente per un’ulteriore differenziazione, le innumerevoli classi, ordini, famiglie, generi e specie animali, fino alla forma nella quale il sistema nervoso perviene al suo più completo sviluppo, quella dei vertebrati; e con un nuovo sviluppo si arrivò infine a quel vertebrato nel quale la natura raggiunge la coscienza di se stessa: l’uomo (...) Quando, dopo sforzi millenari, la differenziazione della mano dal piede e la stazione eretta furono definitivamente acquisite, allora l’uomo si distaccò nettamente dalla scimmia; allora furono poste le basi per lo sviluppo del linguaggio articolato e per quel poderoso perfezionamento del cervello, che da allora in poi ha fatto divenire invalicabile l’abisso esistente fra l’uomo e la scimmia. La specializzazione della mano significa lo strumento: e strumento significa l’attività umana specifica, la reazione trasformatrice dell’uomo sulla natura, la produzione (...)
     «Solo l’uomo è riuscito ad imprimere il suo suggello sulla natura, non solo perché ha fatto mutare di luogo la fauna e la flora, ma perché ha modificato in tal modo l’aspetto, il clima, perfino gli animali e le piante della zona da lui abitata, che i risultati della sua attività potranno scomparire solo con l’estinzione generale su tutto il globo terrestre. E l’uomo ha fatto tutto ciò, innanzitutto ed essenzialmente, per mezzo della mano (...) Ma con la mano passo a passo si sviluppò il cranio: venne la coscienza, dapprima delle condizioni necessarie per l’avverarsi dei singoli effetti praticamente utili, e più tardi, nei popoli più favoriti, si sviluppò da questa coscienza la comprensione delle leggi naturali che coordinavano quei fenomeni.
     «Con il rapido svilupparsi della coscienza delle leggi naturali crebbero i mezzi per reagire sulla natura. La mano, sola, non avrebbe mai costruito la macchina a vapore, se il cervello dell’uomo non si fosse sviluppato correlativamente con essa, accanto ad essa, e in parte attraverso di essa.
     «Con l’uomo noi entriamo nella storia. Anche gli animali hanno una storia: quella della loro discendenza e graduale evoluzione fino al loro stato attuale. Ma questa storia si compie da sé: e nella misura in cui gli animali stessi vi partecipano, lo fanno senza consapevolezza e volontà. Gli uomini, al contrario, quanto più si allontanano dall’animalità intesa nel senso ristretto della parola, tanto più fanno essi stessi la loro storia, consapevolmente; tanto minore diviene l’influsso su tale storia di fatti imprevisti e di forze incontrollate tanto più esattamente il risultato storico corrisponde allo scopo prestabilito».
Marx, Manoscritti Economico-Filosofici:
     «L’animale è immediatamente uno con la sua attività vitale, non si distingue da essa, è essa. L’uomo fa della sua attività vitale l’oggetto del suo volere e della sua coscienza. Ha una cosciente attività vitale. Non c’è una sfera determinata con cui immediatamente si confonde. L’attività vitale consapevole distingue l’uomo direttamente dall’attività vitale animale. Proprio e solo per questo è un ente generico. Ossia è un ente consapevole, cioè ha per oggetto la sua propria vita, solo perché è precisamente un ente generico. Soltanto per questo la sua attività è libera attività (...) La pratica produzione di un mondo oggettivo, la lavorazione della natura inorganica è la conferma dell’uomo come consapevole ente generico, cioè ente che si rapporta al genere come al suo proprio essere, ossia si rapporta a sé come ente generico. Invero anche l’animale produce: esso si costruisce un nido, delle abitazioni, come le api, i castori, le formiche ecc. Ma esso produce soltanto ciò di cui abbisogna immediatamente per sé e per i suoi nati; produce parzialmente, mentre l’uomo produce universalmente; produce sotto il dominio del bisogno fisico immediato, mentre l’uomo produce anche libero dal bisogno fisico e produce veramente soltanto nella libertà dal medesimo. L’animale riproduce solo se stesso, mentre l’uomo riproduce l’intera natura; il prodotto dell’animale appartiene immediatamente al suo corpo fisico, mentre l’uomo si confronta libero col suo prodotto. L’animale forma cose solo secondo la misura e il bisogno della specie cui appartiene, mentre l’uomo sa produrre secondo la misura di ogni specie e dappertutto sa conferire all’oggetto la misura inerente; quindi l’uomo forma anche secondo le leggi della bellezza».
2. Unitarietà del comunismo rozzo

L’essenza umana dell’uomo quindi nasce con esso; intendiamo dire che già i primi uomini – non differenti dagli animali nei loro immediati bisogni – portano in sé quelle caratteristiche che si esprimono mediante il lavoro, nel rapporto dialettico tra mano e cervello, e che fanno dell’uomo un ente universale. La capacità di trasformazione della natura espressa dall’uomo fin dai suoi primi passi già lo caratterizza come colui che la potrà dominare coscientemente. Marx nei Manoscritti dimostra che animali, piante, pietre, luce ecc.

«costituiscono una parte della coscienza umana teoretica, sia in quanto oggetti delle scienze naturali sia in quanto oggetti dell’arte – cioè sono la spirituale natura inorganica dell’uomo, gli alimenti spirituali, che egli, per goderne e digerirli, deve innanzitutto apprestare; così essi costituiscono anche praticamente una parte della vita umana e dell’attività umana (...) L’universalità dell’uomo si manifesta praticamente proprio nell’universalità per cui l’intera natura è fatta suo corpo inorganico, 1) in quanto questa è un immediato alimento, 2) in quanto essa è la materia, l’oggetto e lo strumento della attività vitale dell’uomo. La natura è il corpo inorganico dell’uomo: cioè la natura nella misura in cui non è essa stessa corpo umano. Che l’uomo vive della natura significa: che la natura è il suo corpo, con il quale egli deve rimanere in un processo continuo per non morire. Che la vita fisica e spirituale dell’uomo è congiunta con la natura, non ha altro significato se non che la natura si congiunge con se stessa».

Nel significato di natura è compreso l’uomo come nel significato di uomo è compresa la natura. La congiunzione avviene attraverso la produzione, mediante la quale l’uomo, per le sue particolari caratteristiche, può trasformare la natura secondo uno scopo determinato.

Engels:

     «L’animale si limita ad usufruire della natura esterna, e apporta ad essa modificazioni solo con la sua presenza; l’uomo la rende utilizzabile per i suoi scopi modificandola: la domina. Questa è l’ultima essenziale differenza tra l’uomo e gli altri animali; ed è ancora una volta il lavoro che opera questa differenza».
L’inizio di questo processo evolutivo dell’uomo è perfettamente descritto da Engels ne L’origine della famiglia ove dimostra come l’uomo, costituitosi in comunità, lentamente ma irreversibilmente dà l’avvio al processo di trasformazione della natura e quindi di se stesso. La Sinistra riprende questo tema in Sul Filo del tempo - Il marxismo dei cacagli:
     «Sebbene all’inizio questi gruppi vivano solo di cibi che raccolgono e consumano allo stato naturale, e sebbene gli uomini siano poco numerosi e i territori immensi, sicché in genere si spostano facilmente in zone più fertili per la vegetazione spontanea quando hanno esaurite le risorse di quella che abitavano, non appena abbiamo le prime forme di attività: caccia, pesca, rudimentale coltura di vegetali, rudimentale fabbricazione di utensili, che la stessa caccia richiede, dobbiamo riconoscere l’esistenza di forme organizzate sociali. I cibi e gli oggetti assumono un valore d’uso, e i componenti della comunità esercitano funzioni che sono vere attività lavorative. Abbiamo il valore d’uso, ma non il valore di scambio. Abbiamo il lavoro associato, ma non il lavoro individuale. Non abbiamo aziende, ma la comunità del clan, ossia la società tutta è la sola azienda. Nel suo seno vi è una divisione dei semplici compiti, che Marx chiama fisiologica, immediata, naturale, poiché è di pratica evidenza che cosa possa fare il fanciullo, la donna, l’uomo adulto, il vecchio (...) Questi nostri progenitori conoscono un solo cerchio di produzione e di consumo, non fanno distinzione tra lo sforzo e il bisogno dell’uno o dell’altro».
Si parla delle comunità primitive, del periodo che chiamiamo “del comunismo rozzo”. È proprio in questo periodo che si manifesta con più evidenza l’andamento dialettico e non graduale della storia umana. Con le comunità primitive l’uomo esprime la sua naturale essenza comunista proprio in quanto esse sono prime forme di vita organizzata, ma è proprio da questo momento che ogni passo evolutivo dell’uomo verso una sempre migliore sopravvivenza e organizzazione della propria vita segnerà il percorso verso la loro dissoluzione.

Intendiamo dire che queste comunità non furono distrutte da una particolare forza esterna, ma dissolte dallo sviluppo del lavoro umano. Accumulazione dei beni prodotti, divisione del lavoro, scambio – elementi determinanti per la divisione in classi della società – furono mutamenti che si produssero all’interno delle comunità primitive per mano degli stessi uomini che le avevano fatte sorgere.

Engels ravvisa nella separazione delle tribù dei pastori dalla restante massa dei barbari la prima grande divisione del lavoro, e dimostra come

     «dalla prima grande divisione sociale del lavoro nacque la prima grande scissione della società in due classi: padroni e schiavi, sfruttatori e sfruttati»,
e nella separazione dell’artigianato dall’agricoltura la seconda grande divisione del lavoro e spiega come:
     «accanto alla differenza tra liberi e schiavi apparve quella fra ricchi e poveri (...) Il passaggio alla piena proprietà privata si compie gradualmente e parallelamente a quello dal matrimonio di coppia alla monogamia (...) La guerra, che una volta era fatta solo per vendicare soprusi o per estendere il territorio divenuto insufficiente, viene ora condotta a fine di semplice rapina, diventa ramo permanente di produzione (...) Gli organi della costituzione gentilizia recidono le radici che avevano nel popolo, nella gens, nella fratria, nella tribù e l’intera costituzione gentilizia si capovolge nel suo opposto: da organizzazione di tribù avente per scopo il libero ordinamento dei propri affari diventa organizzazione per il saccheggio e l’oppressione dei vicini e, corrispondentemente, i suoi organi, da strumenti della volontà popolare, si trasformano in organi autonomi per dominare e opprimere il proprio popolo».
Ecco le stigmate della futura società borghese come risultato della marcia in avanti che l’uomo sta intraprendendo. È una marcia discontinua, ma tutto ciò che si è verificato dall’inizio della vita umana ad oggi segna questa inarrestabile evoluzione che, malgrado occasionali distruzioni e involuzioni, lo spinge verso il comunismo. L’uomo bambino delle comunità primitive si è trovato, nel suo procedere, a negare se stesso come essere umano, cioè unitario e universale.

L’uomo bambino non poteva essere consapevole delle obbiettive determinanti differenze che lo avrebbero portato a distanziarsi qualitativamente e irreversibilmente dalle altre specie viventi. La sua storia era già scritta nella sua natura umana, ma solo il lavoro, nel suo continuo crescente e travagliato sviluppo, avrebbe segnato il percorso verso la conquista della coscienza di sé e dei mezzi necessari per esprimere pienamente la sua capacità di dominare la natura.

Fino ad allora, cioè fino al comunismo, le rivoluzioni esprimeranno i salti qualitativi nel percorso evolutivo umano. Ogni rivoluzione è nata dalla necessità di permettere l’ulteriore sviluppo delle forze produttive, distruggendo le barriere sociali e politiche che si dimostravano inadeguate al loro procedere; ogni classe che ha preso il potere è stata rivoluzionaria proprio in quanto e fino a quando portava un contributo allo sviluppo generale di tutta quanta la società.

La proprietà privata e la divisione in classi della società è la forma nella quale si è manifestata l’evoluzione della specie umana fino ad oggi, come la sua negazione sarà il passo successivo coerente con il grado di sviluppo delle forze produttive nella società moderna.

     «Che la divisione del lavoro e lo scambio si basino sulla proprietà privata, ciò è niente altro che l’affermazione che il lavoro è l’essenza della proprietà privata (...) Proprio in ciò che divisione del lavoro e scambio sono configurazioni della proprietà privata, si trova la duplice dimostrazione: che l’umana vita ha avuto bisogno, per la sua realizzazione, della proprietà privata, come, d’altra parte, essa abbisogna ora della soppressione della proprietà privata» (Marx, Manoscritti economici e filosofici).
Ancora da Il marxismo dei cacagli:
     «Noi riconosciamo necessario che si passasse dalla luce del primo generoso comunismo senza merci all’ombra della società feudale, e alla fogna puzzolente della civiltà borghese, per procedere oltre. E nulla per noi è feticcio, nemmeno l’odio al capitale».
3. Il ricordo del comunismo nei millenni di dominazione di classe

Vogliamo mettere in evidenza che, con l’avvento della società divisa in classi, non solo lo sfruttato ma tutta la specie umana verrà privata della sua umana essenza. L’uomo non muterà la sua qualità di “essere generico”, le sue possibilità di sentire, pensare e produrre in modo universale, ma tali capacità gli saranno impedite dallo sviluppo esasperato della divisione del lavoro e dagli scopi non più di specie della produzione, dalla rottura cioè dei primitivi legami fra l’uomo, il mezzo di produzione e il prodotto del lavoro, frattura pienamente esaltata dalla produzione capitalistica.

È per questo che tutti i grandi uomini inseriti nel processo storico della rivoluzione antifeudale, che con le loro gesta e le loro idee consentirono l’instaurarsi della struttura politica più perfetta per l’esaltazione del capitale, non si daranno un programma limitato a quel passaggio storico – se pure progressivo – ma un programma generale di liberazione di tutta quanta l’umanità. Non era ipocrita ciò che vagheggiavano i grandi uomini del periodo rivoluzionario borghese: essi sentivano realmente il bisogno di ricondurre tutta l’umanità alla sua completezza in una libera e fraterna cooperazione. Erano grandi uomini con grandi aspirazioni sociali, ma lo sviluppo obbiettivo delle forze produttive e dei conseguenti rapporti di produzione daranno poi alla borghesia, divenuta classe dominante, la reale coscienza di se stessa, cioè di non rappresentare tutta quanta la società ma una parte di essa; di essere una classe sfruttatrice che solo rinunciando di fatto all’obbiettivo universale potrà mantenere il suo regime di sfruttamento e quindi i suoi privilegi.

     «Fu il più grande rivolgimento progressivo che l’umanità avesse fino allora vissuto: un periodo che aveva bisogno di giganti e che procreava giganti: giganti per la forza del pensiero, le passioni, il carattere, per la versatilità e l’erudizione. Gli uomini che fondarono il moderno dominio della borghesia erano tutto fuorché limitati in senso borghese. Al contrario, il carattere avventuroso della loro epoca ha lasciato un’impronta più o meno forte su tutti. Non vi era allora quasi nessun uomo di rilievo che non avesse fatto grandi viaggi, che non parlasse quattro o cinque lingue, che non brillasse in parecchie discipline. Leonardo da Vinci non era soltanto un grande pittore, ma anche un grande matematico, meccanico e ingegnere, alla cui opera devono importanti scoperte i più diversi rami della fisica. Albrecht Dürer era pittore, incisore, scultore, architetto e ideatore inoltre di un sistema di fortificazione che contiene già parecchie delle idee che saranno riprese molto più tardi dal Montalembert e dalla moderna arte militare tedesca. Machiavelli era uomo politico, storiografo, poeta e insieme il primo scrittore di cose militari degno di nota nell’epoca moderna. Lutero non spazzò soltanto la stalla d’Augia della Chiesa, ma anche quella della lingua tedesca; creò la prosa tedesca moderna, fece e il testo e la melodia di quel corale, pieno di certezza nella vittoria, che divenne la Marsigliese del XVI secolo. Gli eroi di quell’epoca non erano ancora sotto la schiavitù della divisione del lavoro, che ha reso così limitati ed unilaterali tanti dei loro successori. Ma la loro vera caratteristica sta nel fatto che vivevano ed operavano, quasi tutti, in mezzo agli avvenimenti del tempo, alle lotte pratiche: prendevano posizione e combattevano anche essi, chi con la parola e gli scritti, chi con la spada, parecchi con ambedue. Veniva da ciò quella pienezza e quella forza di carattere che li faceva uomini completi» (Dialettica della natura).
Proprio da questo brano si vede come nei periodi rivoluzionari l’uomo ritorni ad esprimersi con completezza e al di sopra dei propri limiti di individuo. Tanto più in quanto non comunisti, questi grandi dei quali parla Engels, ci dimostrano che il bisogno di completezza e universalità è di tutta la nostra specie. Allo stesso modo, si ha la dimostrazione che la grettezza individuale è un portato della divisione del lavoro che smembra l’uomo – nato “uomo sociale” – in tante parti quante ne richiede la parcellizzazione della produzione capitalistica: al suo posto comparirà “l’uomo alienato” e cioè alienato da se stesso, dalla sua qualità di appartenente alla specie.
 

4. Alienazione assoluta e anarchia produttiva del libero cittadino
 

     «La prima grande divisone del lavoro, la separazione di città e campagna, ha immediatamente condannato la popolazione rurale allo istupidimento per migliaia di anni, e i cittadini all’asservimento di ogni individuo al proprio mestiere individuale. Essa ha distrutto le basi dello sviluppo spirituale degli uni e dello sviluppo fisico degli altri. Se il contadino si appropria del suolo e il cittadino del suo mestiere, nella stessa misura il suolo si appropria del contadino e il mestiere dell’artigiano (...) Tutte le altre capacità fisiche e spirituali sono sacrificate alla formazione di una sola attività. Questa menomazione dell’uomo cresce nella stessa misura in cui cresce la divisione del lavoro, che raggiunge il suo più alto sviluppo nella manifattura. La manifattura scompone il mestiere nelle sue singole operazioni parziali, assegna ciascuna di queste operazioni ad ogni singolo operaio come compito della sua vita e così lo incatena per tutta la vita ad una determinata funzione parziale e a un determinato strumento» (Engels, Anti-Dühring)».
     «Storpia l’operaio e ne fa una mostruosità favorendone, come in una serra, l’abilità di dettaglio, mediante la soppressione di un mondo intero di impulsi e di disposizioni produttive (...) L’individuo stesso viene diviso, viene trasformato in motore automatico d’un lavoro parziale» (Marx).
     «E non solo gli operai, ma anche le classi che sfruttano direttamente o indirettamente gli operai vengono dalla divisione del lavoro asservite allo strumento della loro attività: il borghese dallo spirito squallido al proprio capitale e alla propria avidità di profitto; il giurista alle sue incartapecorite idee giuridiche che lo dominano come un potere a sé stante; i “ceti colti” in generale alle molteplici meschinità o unilateralità del proprio ambiente, alla loro miopia fisica e spirituale, al loro storpiamento prodotto dall’educazione impostata secondo una specializzazione» (Engels).
Ecco che la divisione del lavoro e quindi la divisione in classi costringeranno l’uomo al buio e solitario percorso dell’alienazione da se stesso. Non solo si scomporrà in mille pezzi, ma tutta quanta la società presenterà un individuo accanto all’altro senza contatto alcuno, e tutti quanti saranno separati dalla natura, “corpo inorganico dell’uomo”. L’uomo diventerà unilaterale, così come il consumo dei beni prodotti (materiali e spirituali) diventerà egoistico e individuale, mentre lo scopo della generale attività umana diventerà “la produzione”: il mezzo diventa il fine.

È proprio dalla critica al modo di produzione capitalistico che Marx fa scaturire il significato di “uomo sociale” e quindi la previsione della società comunista. Certo non è una descrizione fredda fatta sul piano tecnico, bensì la dimostrazione che è proprio nel momento del lavoro, quando non alienato, che si esprime tutta l’umana essenza, cioè un’identificazione fra me e l’altro, un esprimere l’ “amore bisogno di tutti”, che può scaturire solo mediante un operare disinteressato e nella gioia di rappresentare l’uno il soddisfacimento del bisogno dell’altro.

La Sinistra così commenta il successivo passo di Marx:

     «Mostra quanto, ucciso nell’essere umano l’egoismo mercantile, sia esso salito in alto nella pienezza della gioia di una vita fino allora ignota.
     «Supponiamo che noi abbiamo prodotto in quanto uomini, ognuno di noi avrebbe affermato, nella sua produzione, se stesso e gli altri. Io avrò 1) materializzata nella mia produzione la mia individualità e la tua particolarità, e per questo fatto avrò gioito tanto durante l’attività di una “manifestazione della vita individuale”, che nella contemplazione dell’oggetto prodotto; io avrò provata la gioia individuale e riconosciuta la mia potenzialità nella sua forma materializzata e sensibile, ossia senza dubbio alcuno. 2) Nella tua soddisfazione e godimento per l’uso del mio prodotto io troverò un godimento immediato, tanto per la consapevolezza di aver soddisfatto un bisogno umano col mio lavoro, che per avere materializzata la natura umana e quindi procurato ad un altro essere umano l’oggetto che corrisponde alla sua. 3) Di essere stato per te l’intermediario tra te stesso e la specie umana, e per tal fatto di essere sentito e riconosciuto da te come complemento del tuo proprio essere e come necessaria parte di te stesso, e dunque di sapermi affermato tanto nel tuo pensiero che nel tuo amore. 4) Di aver prodotto nella mia manifestazione di vita la tua manifestazione di vita e di avere dunque affermato e realizzato nella mia attività, direttamente, la mia vera essenza; ossia il mio essere umano e il mio essere sociale»» (Da Estratti da "Mill, Eléments d’économie politique").
È ancora Marx che in una breve frase esprime il significato unitario ed universale dell’uomo se libero dall’alienazione del lavoro salariato:
     «Proprio soltanto nella lavorazione del mondo oggettivo l’uomo si realizza quindi come un ente generico. Questa produzione è la sua attiva vita generica. Per essa la natura si palesa come opera sua, dell’uomo, e sua realtà. L’oggetto del lavoro è quindi l’oggettivazione della vita generica dell’uomo: poiché egli si sdoppia, non solo intellettualmente come nella coscienza, bensì attivamente, realmente, e vede quindi se stesso in un mondo fatto da lui. Allorché quindi il lavoro alienato sottrae all’uomo l’oggetto della sua produzione, è la sua vita generica che gli sottrae, la sua reale oggettività di specie, e così trasforma il suo vantaggio sull’animale nello svantaggio della sottrazione del suo corpo inorganico, della natura» (Marx, Manoscritti economici-filosofici).
Infatti l’animale fa tutt’uno con la natura, come abbiamo visto in Engels, non ha bisogno di trasformarla secondo uno scopo per realizzarsi né soffre della sua parzialità poiché può esprimere tutto se stesso in quanto essere parziale. L’uomo invece, nel lavoro alienato si separa da una parte di sé e subisce una vera menomazione.

Continua Marx:

     «La vita produttiva è la vita generica. È la vita generante la vita. Nel modo dell’attività vitale si trova l’intero carattere di una specie, il suo carattere specifico, e la libera attività consapevole è il carattere specifico dell’uomo».
Ecco quindi che l’uomo, nella società del lavoro alienato, non più unità di specie ma individuo isolato dagli altri, tutti in reciproca concorrenza, che si riprodurrà anche nel rapporto fra uomo e natura, sarà costretto ad una esistenza immediata per la sopravvivenza dove «la vita stessa appare soltanto mezzo di vita».
 

5. Un mondo individuale privato della coscienza di sé e della natura

Padroni e schiavi cadranno sotto la stessa alienazione negando la loro caratteristica di specie, cioè la libera attività consapevole. L’uomo non saprà più di appartenere ad una specie. I suoi movimenti come il suo produrre saranno casuali, imprevisti. Anche le sue acquisizioni saranno accidentali e limitate come il suo vivere individuale. Con ciò all’uomo si renderà impossibile ogni capacità di prevedere il suo percorso futuro. La più evidente manifestazione di questa contraddizione è la separazione fra scienza della società umana e scienza della natura, a sancire l’esistenza forzata di due parti separate dello stesso corpo.

È per questo che noi affermiamo che nella società divisa in classi ogni scienza umana è impossibile. Di fronte a milioni di uomini ridotti alla parzialità animalesca della ripetitiva riproduzione della propria vita, si ergono gli specialisti del pensiero. Si pretende che per lo spirito umano, che Engels definisce “il prodotto più alto della materia organica”, valgano leggi di movimento opposte a quelle che regolano la materia inorganica. La minoranza di scienziati, anche nei casi più favorevoli, cioè non scientemente al servizio del capitale, resteranno relegati a vita nella loro disciplina – quindi in una angusta unilateralità – sviluppando, al massimo e quando possibile, la capacità di prevedere un futuro percorso solo riguardo all’ambito dei propri studi.

È appunto in questo tipo di società, arrivata oggi ai limiti della involuzione umana, che il marxismo non può che apparire una vana profezia, una allucinazione di pochi pazzi, un’utopia da sognatori. I massimi scienziati, siano essi economisti o filosofi, o a qualsiasi ramo appartengano, espressi dalla società borghese si sono ormai irreversibilmente allontanati anche dai loro predecessori – quei grandi uomini di cui parla Engels – asserviti alle esigenze della produzione per la produzione e caduti sotto l’immediatezza della conservazione dei loro privilegi.

La capacità di previsione del marxismo, derivata del suo metodo unitario d’indagine, è riassunta in poche righe con le quali la Sinistra commenta e “ribatte i chiodi” piantati da Marx nei Manoscritti:

     «Noi sosteniamo che sia possibile l’indagine sulle leggi della società futura, in quanto diamo alla scienza della società umana, per quanto sia essa solo agli inizi, le stesse capacità che alla scienza della natura, la quale già all’inizio del tempo borghese, quattro secoli addietro, era in piena fioritura. Con ciò il marxista ha superato la riverenza per una barriera invalicabile tra le forme della conoscenza dei fatti della natura e quella dei fatti umani. La nostra pretesa di descrivere la società futura si fonda su quella dell’astronomo di prevedere le eclissi, ed anche le fasi millenarie della vita di una stella o di una nebulosa. La filosofia della storia non ha ragione di essere diversa dalla filosofia della natura; e ciò più correttamente si esprime dicendo che, quale che sia il diverso grado di sviluppo, scienza della natura e della storia si servono degli stessi metodi di indagine, per lo scopo unico di stabilire uniformità di eventi passati ed attuali, e da tanto assurgere a previsione di eventi futuri (...) Il giuoco della dialettica va invece posto in ben altro rapporto: non tra natura e uomo, ma in quello tra società umana e individuo singolo. Tutte le ideologie che vogliono portare innanzi l’uomo rispetto al mondo fisico, e dargli su questo un imperio che lo liberi dalla determinazione, non pensano all’uomo specie, ma all’uomo persona (...) Nella dottrina marxista la scienza della società umana è compresa in quella della natura materiale, anzi la seconda nella sua costruzione deve giocoforza precedere la prima».
L’uomo quindi è natura nella sua raffigurazione umana. La Sinistra comunista difenderà e riaffermerà il monismo marxista, respingendo l’accusa a Marx di averlo abbandonato «per stabilire una vuota parità dignitaria tra natura e uomo, specie di neo-dualismo». Come abbiamo visto, non parità né subordinazione gerarchica, come per un decreto stabilito dall’uomo, ma processo continuo di compenetrazione dell’uno nell’altra, tutte e due in continua trasformazione.

Quando diciamo che l’uomo “dominerà la natura”, non intendiamo esprimere una specie di lotta fra l’“eroe” e il “mostro” da incatenare e addomesticare. Vogliamo invece dire che l’uomo, ricondotto attraverso la rivoluzione anticlassista a comunità comunista, diventerà una forza consapevole della natura. La sua preminenza su di essa risponderà ad una gerarchia naturale proprio per le sue naturali caratteristiche di specie. L’uomo comunista non piegherà la natura esercitando una sua egoistica volontà, ma si ricongiungerà ad essa operando in un rapporto continuo e consapevole secondo un piano armonico. «L’uomo comunista non potrà armonizzare se stesso senza di pari passo armonizzare l’altra parte di sé: la natura».

Non si tratta di vagheggiamenti filosofici di uomini che, non essendo chiamati all’azione, potevano permettersi di liberare i loro pensieri alla costruzione ideale di future “città del sole”, ma della dottrina marxista, confermata dal partito bolscevico, in perfetta continuità, proprio nel bel mezzo della rivoluzione. Siamo in presenza di una classe che ha conquistato il potere, di un partito quindi che lo deve difendere contro le classi abbattute e, contemporaneamente, deve gettare le fondamenta di quella che – di generazione in generazione – avrebbe dovuto diventare la società comunista. Tanto più in quel momento e in mezzo alle grosse difficoltà dello stato d’assedio da parte della borghesia internazionale e della non lineare situazione di doppia rivoluzione, era indispensabile l’estrema saldezza e difesa della prospettiva comunista e soprattutto far sì che ogni passo discendesse da quella visione universale ed unitaria del divenire umano rappresentata appunto dal marxismo.
 

6. Oltre la libertà borghese l’utopia finalmente possibile

Nello scritto che citeremo, Trotzki, a nome del partito, interverrà su di un argomento, “arte rivoluzionaria e arte socialista”, apparentemente impalpabile, astratto e fino ad allora rappresentato da strati sociali quanto mai evanescenti e indisciplinati: gli “artisti”. La risposta a questo quesito non sarà un vuoto ed enfatico slogan operaista, né tanto meno un anatema contro quell’aspetto dell’attività umana che fino ad allora era stato, al pari degli altri, strumento di oppressione contro il proletariato e segno evidente dell’alienazione dell’uomo da se stesso, ma un preciso, rigoroso ed armonioso ricongiungere questa umana attività all’altra sfera dell’esprimersi vitale dell’uomo. Un ricongiungimento tra arte e produzione. In questo brano, l’uomo del futuro esce dal disegno teorico e si snoda in tutta la sua concretezza e tangibilità.

     «Non c’è alcun dubbio che nell’avvenire – e tanto più se si tratterà di un avvenire più lontano – compiti monumentali di questo genere, come la nuova pianificazione delle città giardino, delle case modello, delle ferrovie e dei porti, non interesseranno solo gli ingegneri e gli architetti che partecipano ai vari concorsi, ma anche larghe masse umane. Al posto dell’accumularsi delle strade e dei quartieri alla maniera dei formicai, una pietra sull’altra, incoscientemente una generazione dopo l’altra, si svilupperà la titanica costruzione di città-villaggio secondo la carta, con il compasso in mano. Nelle questioni concernenti questi piani sorgeranno verosimilmente degli schieramenti pro e contro, cioè i particolari partiti tecnico-architettonici del futuro, con la loro agitazione, le loro passioni, le loro assemblee popolari e le loro votazioni. In questa battaglia l’architettura verrà di nuovo sospinta ad un più alto livello dal soffio del sentimento e dallo stato d’animo delle masse, e l’umanità verrà educata più plasticamente, cioè si abituerà a considerare il mondo come duttile argilla per modellare forme di vita sempre più compiute. Cadrà la separazione tra arte ed industria. Il grande stile artistico sarà non decorativo ma formativo (...) Ciò significa pure che l’industria esaurirà in sé l’arte oppure che l’arte eleverà l’industria nel suo Olimpo? A questa domanda si può rispondere diversamente a seconda che si affronti la questione dal lato dell’industria o dal lato dell’arte. Ma come risultato oggettivo non c’è nessuna differenza fra l’una e l’altra risposta. Entrambe comportano un gigantesco allargamento della sfera dell’arte come pure una gigantesca elevazione della qualità artistica dell’industria, e per industria intendiamo qui naturalmente tutta senza eccezione l’attività produttiva umana (..)
     «Non solo la separazione tra arte e produzione bensì contemporaneamente anche la separazione tra arte e natura verrà a cadere. Non nel senso in cui l’intendeva Rousseau, cioè che l’arte si avvicinerà di più alla natura, ma al contrario nel senso che la natura diverrà più “artistica”. L’attuale disposizione dei monti e dei fiumi, dei campi e dei prati, delle steppe, dei boschi e delle coste non può essere affatto considerata come definitiva. Mutamenti, e non trascurabili, nel quadro della natura l’uomo ne ha già determinati: ma si tratta di semplici tentativi scolastici in confronto a quello che verrà. La fede smuove le montagne, si diceva, ma la tecnica, che non accetta “fede e credenze”, effettivamente spianerà e sposterà le montagne.
     «Sinora ciò è accaduto per gli scopi dell’industria (miniere) o delle comunicazioni (gallerie): in divenire avverrà in misura molto maggiore secondo un piano generale produttivo e artistico. L’uomo si occuperà del riassestamento dei monti e dei fiumi e correggerà profondamente e ripetutamente la natura. La terra sarà trasformata secondo la sua immagine, o almeno secondo il suo gusto. Non abbiamo alcun motivo di temere che questo sarà cattivo (...) L’uomo socialista dominerà la natura in tutta la sua ampiezza, compresi gli urogalli e gli storioni, per mezzo della macchina. Egli saprà dove le montagne devono restare e dove cedere il passo, muterà il corso dei fiumi e dominerà i mari. I poveri idealisti possono dire che tutto ciò sarà noioso, per questo sono dei poveretti. Naturalmente ciò non significa che l’intero globo terrestre sarà rigato e suddiviso, che le foreste saranno mutate in parchi e giardini. Resteranno boscaglie e foreste e galli di montagna e tigri, ma laddove l’uomo avrà assegnato il loro posto. E sistemerà le cose così bene che la tigre non noterà la presenza delle macchine e non si annoierà, e vivrà come viveva nei tempi primitivi (...)
     «Quando razionalizzerà, cioè impregnerà di coscienza e sottometterà ad un progetto il proprio ordinamento economico, l’uomo non lascerà pietra su pietra della sua attuale vita domestica stagnante e imputridita. Le cure della nutrizione e dell’educazione, che come una pietra tombale gravano sulla famiglia di oggi, le saranno tolte e diventeranno oggetto della iniziativa sociale e di una inesauribile creazione collettiva. La donna abbandonerà lo stato di semi-schiavitù. Accanto alla tecnica la pedagogia – nel senso più lato di formazione psico-fisica – diverrà la regina del pensiero sociale. I sistemi pedagogici determineranno il formarsi di potenti “partiti”. I tentativi di educazione sociale e l’emulazione dei diversi metodi assumeranno un’ampiezza che ora non si può immaginare.
     «La vita quotidiana comunista non si formerà a caso, per sedimentazione, come le formazioni coralline, ma sarà costruita coscientemente, sarà controllata, diretta dal pensiero. La vita quotidiana, se perderà la sua natura elementare, cesserà pure di essere stagnante. L’uomo che sarà in grado di spostare i fiumi e le montagne, di costruire palazzi popolari sulla cima del monte Bianco o nel fondo dell’Atlantico saprà pure assicurare alla sua vita quotidiana non solo la ricchezza, la varietà, e l’intensità, ma anche la dinamica più elevata. L’involucro della vita quotidiana, appena sorto, sarà infranto dall’apparire di sempre nuove invenzioni e conquiste tecnico-culturali. La vita del futuro non sarà monotona. Ancor più. L’uomo finirà con l’occuparsi seriamente di armonizzare se stesso. Egli si porrà come compito di assicurare al movimento dei suoi organi – per mezzo del lavoro, del moto, del gioco – un più elevato grado di chiarezza, di sobrietà e con ciò anche di bellezza.
     «Proverà il piacere di dominare i processi inconsci del suo organismo, come la respirazione, la circolazione del sangue, la digestione, e la fecondazione, e di sottoporli, entro certi limiti, al controllo della ragione e della volontà. Anche la vita fisiologica sarà oggetto di una esperienza collettiva. Il genere umano cristallizzato homo sapiens, si muterà radicalmente e per opera propria diverrà oggetto dei più complicati metodi di selezione artificiale e di addestramento fisico e psichico. Ciò rientra nel campo dell’evoluzione. L’uomo ha prima bandito le potenze elementari dalla produzione e dall’ideologia e sostituito le abitudini barbariche con la tecnica scientifica, come pure la religione con la scienza. Poi ha bandito gli elementi inconsci dalla politica, ha rovesciato Monarchia e Stati per mezzo della democrazia e del parlamentarismo e infine per mezzo della trasparente chiara dittatura dei Consigli.
     «Una cieca brutale potenza incombe nel modo più grave sulle relazioni economiche, ma anche di là l’uomo la respinge con l’organizzazione socialista dell’economia. Con ciò si rende possibile un radicale mutamento della tradizionale vita familiare. Nei più profondi e più oscuri angoli dell’inconscio, l’elementare IO, sonnecchia alla fin fine la natura umana stessa. Non è chiaro che gli sforzi maggiori del pensiero indagatore e dell’iniziativa creatrice si indirizzeranno su questo piano? Il genere umano non avrà cessato di strisciare dinanzi a Dio, ai Re e al Capitale per capitolare dinanzi alle sorde leggi dell’ereditarietà e alla cieca selezione sessuale!
     «L’uomo, divenuto libero, vorrà raggiungere un maggior equilibrio nelle funzioni dei suoi organi, nello sviluppo uniforme e nella utilizzazione dei suoi tessuti per ridurre la paura della morte entro i confini di una sana reazione normale dell’organismo contro il pericolo, poiché non c’è alcun dubbio che la straordinaria disarmonia anatomica e fisiologica del corpo umano, cioè l’assoluta sproporzione fra lo sviluppo e il logorio degli organi e dei tessuti conferisce all’istinto vitale la forma angosciata, morbosa, isterica di paura della morte, che intorpidisce l’intelletto e alimenta le umilianti fantasie dell’oltretomba.
     «L’uomo si porrà il compito di diventare padrone dei suoi sentimenti, di elevare i suoi istinti al livello della coscienza, di renderli di una chiarezza cristallina, di portare i fili conduttori della volontà oltre le soglie della coscienza, e con ciò di innalzare se stesso a un livello più elevato di tipo socio-biologico o, se si vuole, un superuomo. Sino a quale grado di padronanza di sé giungerà l’uomo del futuro è difficile prevedere, come è difficile prevedere a quale altezza porterà la propria tecnica. La costruzione sociale e l’autoeducazione psico-fisica diverranno i due aspetti di un processo solo (...)
     «L’involucro di cui si rivestirà il processo dell’edificazione culturale e dell’autoeducazione dell’uomo comunista svilupperà nella misura più straordinaria tutti gli elementi vitali delle arti odierne.
     «L’uomo diventerà incomparabilmente più forte, più saggio, più acuto. Il suo corpo si farà più armonico, i suoi movimenti più ritmici, la sua voce più musicale: le forme dell’essere acquisteranno una espressione dinamica. La media dell’umanità sarà al livello di un Aristotele, di un Goethe, di un Marx. Oltre queste altezze si eleveranno nuove vette».
7. Il marxismo già oggi scienza del futuro

Questo armonioso e del tutto concreto ponte che unisce l’immediata azione rivoluzionaria con il futuro comunista, la possibilità quindi di anticipare il futuro percorso umano nelle sue linee essenziali, non discende dalla “personalità” dei grandi uomini della rivoluzione comunista – anche se grandi furono e di forte personalità – ma dal possesso di una teoria, la teoria marxista, «la sola che possa poggiare su un’azione del futuro», come è titolato un nostro lavoro del 1958.

     «La scienza è molto molto lontana dal poter stabilire dai dati fisici dell’ambiente in cui vive un organismo umano, e dal... menù delle vivande che gli sono servite in tavola, la generazione dei pensieri nel suo cervello; in quanto ancora non è scoperto il legame che unisce i sistemi vegetativi e neuro-psichici. Ma nel nostro materialismo noi riteniamo di poter trattare con rigore scientifico, ossia con buona riduzione degli effetti dell’errore, la relazione causale tra le condizioni materiali di vita di una collettività umana, come rapporto con la natura e rapporti tra uomini (tra classi sociali), e i caratteri della sua organizzazione politica giuridica e così via (...) Per la inafferrabile determinazione che gioca nel singolo organismo e cervello personale, non cerchiamo la vuota fantasima della “personalità”, ma fondiamo la relazione sulle condizioni materiali di una comunità sociale e tutta la serie delle sue manifestazioni e sviluppi storici» (Contenuto originale del Programma Comunista, Il programma comunista, n. 22/1958).
Infatti, come abbiamo visto, anche la rivoluzione borghese espresse grandi uomini completi, “non limitati in senso borghese”, come dice Engels, ma era ciò che obbiettivamente dovevano affermare che era limitato, parziale, anche se grandioso da un punto di vista storico. La loro fu la prima “grande rivoluzione” della storia, ma non poteva essere l’ultima, perché non aveva il compito di riportare tutta quanta l’umanità ad unità di specie. Anzi, svolse la funzione, altamente positiva, di far nascere l’ultima classe della storia – quella proletaria – alla quale sarebbe spettato quel compito ultimo. La Sinistra dirà che la rivoluzione borghese si incaricò di “liberare l’individuo”, mentre quella proletaria si incaricherà di “ucciderlo”.

Ecco perché per i grandi uomini, rappresentanti la nascente borghesia, il futuro che essi pretendevano universale, capace di liberare l’umanità dal bisogno e dalle ingiustizie sociali, era necessariamente solo pensato, risiedeva solo nelle loro teste e nei loro sentimenti. Per la borghesia la teorizzazione di se stessa venne dopo, quando il movimento unitario che aveva abbattuto il passato si trasformò e mise in luce – attraverso l’azione di classe – il nuovo antagonismo fra i nuovi sfruttati e i nuovi sfruttatori, a loro volta espressione di una contraddizione che risiede nello sviluppo oggettivo delle forze produttive.

     «Ma la borghesia non poteva trasformare questi mezzi di produzione limitati in possenti forze produttive senza trasformarli da mezzi di produzione individuali in mezzi di produzione sociali, che possono essere usati solo da una collettività di uomini. I mezzi di produzione e la produzione sono diventati essenzialmente sociali, ma sono sottoposti ad una forma di appropriazione che ha come presupposto la produzione privata individuale, nella quale quindi ognuno possiede il proprio prodotto e lo porta al mercato (...) In questa contraddizione che conferisce al nuovo modo di produzione il suo carattere capitalistico, risiede già in germe tutto il contrasto del nostro tempo. Quanto più il nuovo modo di produzione divenne dominante in tutti i campi decisivi della produzione e in tutti i paesi di importanza economica decisiva, e conseguentemente soppiantò la produzione individuale sino ai suoi minimi residui, tanto più crudamente doveva apparire anche l’inconciliabilità della produzione sociale e della appropriazione capitalistica (...) La contraddizione tra produzione sociale e appropriazione capitalistica si presentò come antagonismo tra proletariato e borghesia» (Engels, Anti-Dühring).
La teoria marxista nasce appunto quando queste due condizioni fondamentali – produzione sociale e appropriazione capitalistica – sono presenti alla scala mondiale. Il proletariato è la classe storicamente designata per portare a termine il travagliato percorso della comunità umana fino al suo approdo comunista. È la classe sulla quale farà leva il programma comunista il quale, nato dal modo di produzione capitalistico, non esprime soltanto l’antagonismo tra sfruttati e sfruttatori, ma il cammino che la specie umana intraprenderà, dopo l’abbattimento della società capitalistica, verso il comunismo, sua propria forma di vita
 

8. Una dottrina monolitica per l’emancipazione di una classe potenzialmente universale

Il programma comunista esprime la contrapposizione fra capitalismo e comunismo, o meglio, il salto qualitativo che l’uomo dovrà compiere per uscire dalla sua preistoria ed iniziare la sua vita di specie:

     «Con la presa di possesso dei mezzi di produzione da parte della società viene eliminata la produzione di merci, e con ciò il dominio del prodotto sui produttori. L’anarchia nella produzione sociale viene sostituita dalla organizzazione cosciente secondo un piano. La lotta per l’esistenza individuale cessa. In questo modo, in un certo senso, l’uomo si separa definitivamente dal regno degli animali e passa da condizioni di esistenza animali a condizioni di esistenza effettivamente umane (...) Solo da questo momento gli uomini stessi faranno con piena coscienza la loro storia, solo da questo momento le cause sociali che provocano le loro azioni avranno il più delle volte, e in misura crescente, anche gli effetti che essi hanno voluto. È questo il salto dell’umanità dal regno della necessità al regno della libertà» (Anti-Dühring).
Di nuovo la storia ha bisogno di giganti, combattenti dalla visione unitaria ed universale. Il socialismo scientifico racchiude in sé l’unità dialettica tra presente e futuro, proprio come la classe proletaria, chiamata all’azione e forza vitale della teoria marxista. L’apparire del marxismo infatti non scandisce la data di nascita del bisogno di una società comunista, ma la data in cui questo bisogno, presente fin dall’inizio dell’umanità, poteva essere trasformato in una teoria scientifica e in un metodo d’azione.

La classe proletaria è la prima classe della storia che affermando se stessa compie il primo passo di affermazione del futuro per tutta quanta l’umanità. Questa caratteristica non le deriva da una sua maggiore oppressione o sfruttamento rispetto ad altre classi o strati poveri del passato, bensì dal fatto di rappresentare allo stato puro sia la contraddizione del presente, fra produzione sociale e appropriazione capitalistica, sia il suo contrario, la possibilità di eliminare la forma capitalistica assunta dalla produzione umana.

Produzione sociale e appropriazione capitalistica danno come risultato una classe proletaria, impersonale, unitaria e senza proprietà, come la nuova società che dovrà affermare. Non può essere portatrice di una nuova oppressione poiché la stessa natura sociale assunta dalla produzione per opera del capitalismo impone come passo successivo di rendere sociali tutte le sfere dell’attività umana, richiamando tutta l’umanità alla produzione materiale, in coerenza con lo sviluppo dei mezzi di produzione. Ciò coincide con l’interesse immediato della classe operaia, perché è l’unica che nella società attuale porta il peso della produzione sociale: alleviare le sue condizioni di vita non può passare attraverso la sottomissione di un altro gruppo umano, ma, necessariamente, attraverso l’estensione della condizione proletaria a tutta l’umanità, ponendo fine con ciò stesso alla divisione di classe.

In La Guerra civile in Francia Marx dirà che la classe operaia

     «non ha da realizzare ideali, ma da liberare gli elementi della nuova società di cui è gravida la vecchia e cadente società borghese».
Ed Engels, nell’Anti-Dühring:
     «Compiere quest’azione di liberazione universale è il compito storico del proletariato moderno. Compito del socialismo scientifico è studiarne a fondo le condizioni storiche e conseguentemente la natura stessa e dare così alla classe, oggi oppressa e chiamata all’azione, la coscienza delle condizioni e della natura della sua propria azione».
La coscienza del suo compito storico, quindi, è esterna alla classe proletaria, e il socialismo scientifico si deve incaricare di renderla consapevole. Non è la classe operaia infatti che esprime il marxismo, prodotto di tutta la storia umana. La classe operaia è soltanto l’ultimo risultato della lunga marcia compiuta dall’umanità dal suo sorgere ad oggi, e, pur essendo la forza vitale del marxismo, essa soffre della stessa inconsapevolezza e parzialità che pervade tutta quanta la società della quale essa è un prodotto.
     «Anche la società come un tutto, e fino a quando è una società divisa in classi, non possiede visione e direzione del proprio avvenire; in essa, nel corso della storia, gli interessi delle classi che si scontrano si rivestono di previsioni (profezie) e di ideologie in contrasto, ma non arrivano alla potenza di prevedere e di preparare il futuro. Quella sola classe, presente in questa società capitalistica, che ha interesse alla abolizione della società divisa in classi, può aspirare alla capacità di lottare per tale fine e di averne nel suo seno una conoscenza ed una visione, e questa classe – il marxismo scoprì – è il moderno proletariato. Ma fino a che questa classe vive nella società capitalistica la visione cosciente del suo avvenire non può aversi in ciascun suo membro e nemmeno nella sua totalità, ed è solo sciocco pretendere tale coscienza e volontà nella maggioranza di essa (...)
     «L’uscita dialettica da questa doppia tesi: che il proletariato può e non può, è la prima classe che tende alla società aclassista, ma non ha la luce che alla specie umana risplenderà dopo la morte delle classi, sta nel doppio passo contenuto nel Manifesto dei Comunisti: primo tempo: partito; secondo tempo: dittatura. Il proletariato massa amorfa si organizza in partito politico e assurge a classe. Solo facendo leva su questa prima conquista si organizza in classe dominante. Egli va all’abolizione delle classi con una dittatura di classe. Dialettica!» (Contenuto originale del Programma Comunista).
9. Una sola classe - una sola teoria - un solo partito

È per questo che il partito non può nascere spontaneamente dalla classe operaia, anche se la rappresenta nei suoi interessi storici. Esso nasce invece dal socialismo scientifico e cioè dalla scientifica previsione della società futura senza classi e senza Stato:

     «[Il partito] esprime l’organizzazione della classe proletaria moderna, ma più che rappresentare la classe in un senso borghese di delega democratica, la rappresenta nel suo programma e nella sua futura attuazione, rappresenta la società comunista di domani e questo è il senso del salto (Marx-Engels) dal regno della necessità in quello della libertà, che non compie l’uomo rispetto alla società, ma la Specie umana rispetto alla Natura».
È da questa previsione che si definisce il programma, che trova nella forma partito la più adatta a difenderlo e a dirigere la classe proletaria nella sua affermazione. Il partito è perciò l’organizzazione cosciente necessaria al trapasso della specie umana dalla sua preistoria all’affermazione dell’uomo sociale. È solo nel partito che si accede alla conoscenza umana, cioè a tutto il percorso umano dal suo sorgere al suo approdo comunista.

Ne consegue che il partito è l’unica forma organizzata di vita che si muove sul tracciato unitario e universale inerente alla specie umana e unico strumento di previsione esistente che l’uomo abbia. Tutta la scienza umana è mediata dal partito, che rappresenta la prima forma organizzata del nuovo mondo ed opera per la distruzione della società borghese come primo passo per il divenire comunista. Tutto il movimento dialettico che dalla negazione della società borghese porterà all’affermazione della società comunista si avvarrà di un’unica direzione, quella del partito che contemporaneamente verrà chiamato ad agire su due fronti: quello militare per reprimere le classi spodestate attraverso la dittatura del proletariato, e quello di guida della trasformazione economica e sociale. Fino a quando, venute meno le ragioni di una dittatura di classe, resterà strumento unitario e cosciente di “amministrazione delle cose”.

Il superamento dei compiti politici del partito non verrà per decreto o a date prestabilite, ma attraverso un processo dialettico dettato dal procedere materiale della trasformazione sociale, attraverso la quale vi sarà una sempre maggiore dilatazione in seno alla società dei caratteri comunisti del partito e una sempre minore necessità dei suoi caratteri politici, e quindi un loro sempre maggior restringimento fino all’estinzione.

     «Potrebbe qui venirci l’obbiezione che noi, volendo stabilire la preminenza del partito politico rivoluzionario, comprendente solo una minoranza della classe, su tutte le altre forme organizzative, sembriamo pensare che il partito sia eterno, ossia debba sopravvivere allo stesso sgonfiamento engelsiano dello Stato. Non vogliamo affrontare qui la discussione sulla trasformazione del partito in un semplice organo futuro di indagine e di studio sociale, che coincida coi grandi organismi di ricerca scientifica della società nuova, analogamente al fatto che nella definizione marxista lo Stato, nello sparire, si trasforma in effetti in una grande amministrazione tecnica sempre più razionale e sempre meno integrata da forme coatte» (Forza, violenza e dittatura nella lotta di classe).
È per questo che il partito non deve mai in nessun momento scambiare i mezzi con i fini, strutturandosi al suo interno secondo le funzioni indispensabili ma transitorie che volta volta si impongono nel processo rivoluzionario, essendo esso stesso – nel suo aspetto politico-dittatoriale – un tramite, un mezzo. Lo Stato proletario è uno strumento che il partito deve maneggiare e dirigere, ma con cui non si deve mai identificare, perché deve essere pronto ad abbandonarlo se non coincidente con i suoi scopi, come a permetterne la naturale estinzione mano a mano che il divenire comunista si compie.
     «Il socialismo non si può realizzare senza rivoluzione. Esso ha bisogno di questo atto politico nella misura in cui ha bisogno di distruggere e dissolvere. Ma esso si scrolla di dosso il suo involucro politico non appena ha inizio la sua attività organizzativa, non appena persegue il suo proprio fine, non appena si rivela la sua anima» (Marx).
Il partito, proprio in virtù del suo metodo “organico”, rende possibile il dispiegarsi di quel procedimento oggettivo che il marxismo definisce ”negazione della negazione”, una legge che «si afferma nel mondo animale e vegetale, nella geologia, nella matematica, nella storia, nella filosofia».

È Engels che parla:

     «Che cosa è dunque la negazione della negazione? Una legge di sviluppo estremamente generale della natura, della storia e del pensiero (...) La dialettica non è niente altro che la scienza delle leggi generali del movimento e dello sviluppo della natura, della società umana e del pensiero (...) Nella dialettica negare non significa dir di no, o dichiarare che una cosa non è sussistente o comunque distruggerla (...) Io devo non soltanto negare, ma anche di nuovo sopprimere la negazione. Devo quindi costruire la prima negazione in un modo tale che la seconda resti o diventi possibile» (Anti-Dühring).
Il partito, nel suo programma e nel suo modo di essere e di organizzarsi, fa sua, assimila, questa legge generale di sviluppo. Il suo metodo corrisponde alla sua azione: al primo atto, la distruzione dello Stato borghese, fa seguire lo Stato dittatoriale del proletariato, che a sua volta verrà negato dallo sviluppo obbiettivo dei nuovi rapporti di produzione. Questa seconda negazione è possibile proprio perché lo Stato proletario non ha la funzione di sottomettere una nuova classe, bensì di “dissolvere e distruggere” la vecchia società.
     «Il primo atto con cui lo Stato si presenta realmente come rappresentante di tutta la società, cioè la presa di possesso di tutti i mezzi di produzione in nome della società, è ad un tempo l’ultimo suo atto indipendente in quanto Stato» (Lenin, Stato e rivoluzione).
     «Da qui la proposta di Engels di adottare la vecchia buona parola tedesca Gemeinwesen (essere comune, ossia comunità sociale) al posto della parola Stato, che si ricollegava al giudizio di Marx che la Comune non era già più uno Stato, proprio perché non era più una corporazione democratica» (Sinistra).
Lo Stato proletario rappresenta in modo unitario tutta quanta la società che si sta affermando perché è lo Stato di quella classe che anticipa l’unità di specie. Anche il partito, nella sua organizzazione interna, non è già più un "partito", ma Gemeinwesen, o meglio, secondo una definizione della Sinistra, “organo umano”. Il partito è l’anticipazione della società comunista non come testimonianza esemplare o fatto estetico, ma come compagine operante e ravvisabile nel suo modo di essere. Il partito sa cos’è il comunismo, è nato da questa consapevolezza, che ha dato corpo al bisogno già maturo di una nuova società. Quindi può e deve applicare il corrispondente metodo comunista al suo interno. Quei metodi che, dopo la conquista del potere politico, da patrimonio del solo partito, inizieranno ad essere, in una sempre maggiore dilatazione, propri della nuova società comunista.

In caso del sorgere di un dissenso all’interno del partito, preservare il suo metodo ed la sua unità organica sono condizione per porre rimedio all’errore e a ricondurlo alla chiarezza, attraverso lo studio dei problemi, utilizzando il poderoso strumento di indagine della teoria marxista, condensata nella tradizione rivoluzionaria della quale il partito è depositario. Attribuire il presunto “errore” a tutto il partito significa difendere l’intelligenza di specie, che il partito esprime nella sua universalità e nella sua unità organica, fondata sul monolitismo della sua dottrina. Nel momento in cui, per qualsiasi ragione, abbandona questo sano procedere, diventa incapace di farsi portatore della scienza umana e si riduce ad una sterile effimera organizzazione.
 

10. Vera anticipazione della società comunista

La società futura, che vive nel partito, non abbisogna di qualsiasi estetica rivoluzionaria. Nemmeno cerca in questa società “l’individuo più dotato”, modello dell’uomo di domani. Al contrario si manifesta in una organizzazione impersonale, unitaria e senza proprietà, come è la classe che deve distruggere la società borghese e come la futura società comunista. È la Sinistra che riconferma il marxismo opponendo all’individuo – sia esso proletario o no – la «unitarietà qualitativa universale del partito, in cui si attua la concentrazione rivoluzionaria, oltre i limiti della località, della nazionalità, della categoria di lavoro, della azienda-ergastolo di salariati, in cui vive anticipata la società futura senza classi e senza scambio» (Contenuto originale del Programma Comunista).

È nel partito quindi che sono gettate le solide fondamenta per la soluzione della scissione fra individuo e uomo sociale, perché i suoi principi di vita interna e di organizzazione niente attingono a quelli della società che vuole abbattere. Nel partito non esiste più l’individuo perché non esiste ciò che lo ha prodotto: la divisione di classe, il mercantilismo. Il partito, forza impersonale al di sopra delle generazioni, rappresenta la futura specie umana. Questa caratteristica si traduce nel suo modo di essere attraverso il quale si realizza il “cervello collettivo” – domani cervello sociale – permettendo ai singoli di uscire da quella unilateralità che rappresenta l’alienazione dell’uomo dal suo essere e che limita la società presente.

È per questo che nel partito ci sono solo militanti comunisti, alla stessa maniera che i comunisti sono solo nel partito.

     «Il carattere distintivo che noi vediamo nel partito deriva proprio dalla sua natura organica: non vi si accede per una posizione “costituzionale” nel quadro dell’economia o della società; non si è automaticamente militanti di partito in quanto si sia proletari o elettori o cittadini o altro. Si aderisce al partito, direbbero i giuristi, per libera iniziativa individuale. Vi si aderisce, diciamo noi marxisti, sempre per un fatto di determinazione nascente nei rapporti dell’ambiente sociale, ma per un fatto che si può collegare nel modo più generale ai caratteri più universali del partito di classe, alla sua presenza in tutte le parti del mondo abitato, alla sua composizione di elementi di tutte le categorie e aziende in cui siano lavoratori e perfino in principio non lavoratori, alla continuità di un suo compito attraverso stadi successivi di propaganda, di organizzazione, di combattimento, di conquista, di costruzione di un nuovo assetto» (Forza violenza dittatura nella lotta di classe).
L’adesione non può che essere individuale proprio perché tale adesione non significa l’elevazione a modello di una parte dell’attuale società, fosse pure il proletariato rivoluzionario, ma adesione alla futura società di specie; il riconoscimento perciò di una necessità storica in cui il bisogno del singolo si identifica. In questa identificazione è già espresso anche il bisogno di superare qualsiasi caratteristica sociale derivante dalla società presente.

I principi di vita e di organizzazione del partito sono quelli della ulteriore evoluzione umana, che nel partito muove i primi passi: il partito si definisce col suo programma (condensazione del socialismo scientifico), che a sua volta si traduce in maniera corporea nei suoi principi di vita e di organizzazione, i quali esprimono dialetticamente un anello della catena evolutiva umana nel trapasso verso l’uomo sociale di domani.

Il primo anello della catena è quello delle comunità primitive, esempio inconfutabile che il “centralismo organico” è il modo necessario di organizzarsi e di vivere di ogni comunità aclassista. Al loro organicismo e alla loro gioiosa e fraterna cooperazione corrisponde il nostro centralismo organico. L’uomo ai suoi albori espresse la sua essenza umana nella spontanea disposizione comunistica, in piena fraterna cooperazione e nel massimo di centralismo per le funzioni necessarie al gruppo, la sopravvivenza e la difesa da quanto di ostile veniva dall’esterno, senza «distinzione fra lo sforzo e il bisogno dell’uno o dell’altro».
 

11. Un partito per l’ultima rivoluzione di classe

Al partito, comunità in lotta per il comunismo non primitivo ma di domani, cioè cosciente di sé e dei suoi fini storici, spetta il compito di condurre la classe proletaria nell’azione rivoluzionaria, primo passo verso la futura società di specie. Ma anche nel pieno dell’azione politica dittatoriale la vita interna della “comunità-partito” si dovrà fondare sulla sua essenza comunista. I sentimenti e i comportamenti dei nostri lontani progenitori oggi si ricongiungono nella continuità del partito, domani nella rivoluzione proletaria, infine espressione della specie nel comunismo.

Vogliamo sintetizzare il nostro centralismo organico con una definizione della comunità primitiva di Marx e ripresa dalla Sinistra:

     «In fine di questo paragrafo Marx torna sulla comunità primitiva, e fa una descrizione commovente di quelle dell’India (...) rilevando che nel loro ambito non vi è traccia di “anarchia della divisione sociale del lavoro” propria del mercantilismo capitalistico, né di dispotismo politico. Marx dimostra quanto equilibrio, armonia, fraternità e saggezza vi sia in questa “organizzazione pianificata e autoritaria del lavoro sociale” con una dozzina appena di “funzionari”, che arrivano fino al poeta!» (Nel Vortice della mercantile anarchia).
Il "dispotismo politico" all’interno della comunità è esattamente l’opposto di tutto ciò che viene definito “comunista”. Gli uomini delle comunità primitive non lo usavano non perché inconsapevoli: conoscevano il significato di autorità e di centralismo e conoscevano anche lo “stato d’assedio”, derivante dalla dura lotta per la sopravvivenza. Ma sapevano che l’avversario non era fra loro, e che solo la fraterna cooperazione l’avrebbe avuta vinta contro le forze ostili esterne, permettendo loro il comune scopo di sopravvivere e di riprodursi.

Qui abbiamo equilibrio, armonia, fraternità, saggezza (cioè scienza), non come espressione di un’organizzazione “disincarnata”, bensì per istinto di conservazione della specie che dà, come risultato organico, la autoritaria pianificazione del lavoro sociale. “Autoritaria” sta per “centralizzata”: visione unitaria dei bisogni del gruppo e spontaneo disciplinarsi ai relativi noti metodi necessari e sperimentati. La necessità di esercitare la violenza rivoluzionaria e la feroce dittatura di classe, che stanno nel programma del partito quali mezzi irrinunciabili nel percorso verso il comunismo, non potranno mai giustificare la rinuncia al centralismo organico al suo interno.

Violenza rivoluzionaria e dittatura di classe non compendiano l’anima del partito; sono mezzi transitori da impiegarsi verso il nemico di classe, necessari al trapasso dal capitalismo al comunismo, dedotti dal corpo unitario della teoria marxista travasata nel programma comunista. Dispotismo politico e mezzi coercitivi non possono che essere rivolti verso l’esterno. La volontà del partito, la sua "autorità", discende del bisogno storico che lo ha generato, dalla funzione di organo della rivoluzione proletaria e della trasformazione sociale fino al comunismo.

Il risorgere del partito sulla base del centralismo organico, anziché “debolezza organizzativa”, esprime il salto qualitativo prodotto dalla storia: l’avvento del partito comunista monolitico e mondiale. La fraterna considerazione fra tutti i militanti senza distinzione non è “mollezza da idealisti” ma espressione dell’ultimo partito politico della storia. L’uomo è nato comunista e solo riconquistando questa sua essenza potrà finalmente riconoscersi come umano.
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Il partito non nasce dai “circoli”

[ È qui ]
 
 
 
 
 
 


Teoria Marxista della conoscenza

Natura della teoria marxista
 
 

     «Il pensiero teorico di ogni epoca, quindi anche della nostra, è un prodotto storico, che assume in differenti tempi forme assai diverse e con un contenuto assai diverso. La scienza del pensiero è perciò, come tutte le altre, una scienza storica, la scienza dello sviluppo storico del pensiero umano. E ciò è importante anche per l’applicazione pratica del pensiero ai campi empirici. In primo luogo, la teoria delle leggi del pensiero non è affatto una "verità eterna" fatta una volta per tutte, come il senso dei filistei immagina quando si pronuncia la parola "logica" (...) La dialettica, invero, è stata fino ad oggi indagata profondamente soltanto da due pensatori, da Aristotele e da Hegel. Proprio la dialettica però è per la scienza naturale odierna la forma di pensiero più importante, perché essa sola offre le analogie, e con ciò i metodi d’interpretazione, per i processi di sviluppo che hanno luogo nella natura, i nessi generali, i passaggi da un campo di ricerca ad un altro» (Engels: Dialettica della Natura).
Già i greci intesero la scienza della dialettica come capace non semplicemente di "mettere in fila" i fatti, gli eventi tra loro diversi per forma e situazione, ma di interpretarli, cioè di darne una "visione" unitaria, di organizzarli "in un mondo". Il materialismo dialettico non rinuncia, per timore di apparire una "filosofia", a proporre la sua "visione del mondo", che è sua propria ed esclusiva, anche quando riconosce che è il frutto della lotta delle classi non è dovuta ad un Tizio o ad un Caio.

La nostra scienza deve essere capace di previsione, e non è da intendere «come una generica, più o meno scettica, attesa di avvenimenti che vengano, con imprevista novità e svolte, a segnare al movimento la nuova strada, ma come un continuo confronto degli accadimenti storici con la precedente "attesa" e "previsione" che il partito, nella sua viva organizzazione e partecipazione alla azione storica, è in grado di trarre, sia pure tra continue lotte, dalla teoria che ne costituisce la caratteristica e la piattaforma». (da Struttura economica e sociale della Russia d’oggi, Fondamenti del comunismo rivoluzionario, I).

I comunisti si distinguono «per il fatto che, nei vari stadi di sviluppo che la lotta tra proletariato e borghesia va attraversando, rappresentano sempre l’interesse del movimento complessivo. Dal punto di vista della teoria essi hanno un vantaggio sulla restante massa del proletariato, per il fatto che conoscono le condizioni, l’andamento e i risultati generali del movimento proletario» (Manifesto del Partito Comunista).

Per questo «il proletariato afferma la propria autonomia politica organizzandosi in partito» (Lenin, Che fare?).

Ma il moderno sapientone, epistemologo e pragmatista, pur non negando che la scienza dovrebbe permettere di far previsioni, finisce per sostenere che tutte le previsioni attengono alla sfera del soggettivo, comunque del concettuale, e quindi non possono aver la pretesa di essere oggettive. Non nega la dialettica, ma tralascia di riconoscere i fondamenti materialistici della dialettica, i soli in grado di attribuire esistenza obbiettiva e necessaria alle cose e al loro movimento, al di fuori della nostra volontà.

Lo scopo del materialismo dialettico è cogliere i processi obbiettivi, indipendenti dalla percezione e dalla volontà di chi ne fa l’esperienza, di conoscere lo sviluppo delle cose ed apprenderne le leggi di movimento.

L’organizzazione dei comunisti in partito si traduce nella lotta

     «per l’affermazione, nell’attività del partito stesso, di norme di azione "obbligatorie" del movimento, le quali devono non solo vincolare il singolo e i gruppi periferici, ma lo stesso centro del partito, al quale in tanto si deve la totale disciplina esecutiva, in quanto è strettamente legato (senza diritto a improvvisare, per scoperta di nuove situazioni, di ciarlataneschi apertisi corsi nuovi) all’insieme di precise norme che il partito si è dato per la guida dell’azione.
     «Tuttavia non si deve fraintendere sulla universalità di tali norme, che non sono norme originarie immutabili, ma norme derivate. I principi stabiliti, da cui il movimento non si può svincolare, perché sorti – secondo la nostra tesi della formazione di getto del programma rivoluzionario – a dati e rari svolti della storia, non sono le regole tattiche, ma le leggi di interpretazione della storia che formano il bagaglio della nostra dottrina. Questi principi conducono nel loro sviluppo a riconoscere, in vasti campi e in periodi storici calcolabili a decenni e decenni, il grande corso su cui il partito cammina e da cui non può discostarsi, perché ciò non accompagnerebbe che il crollo e la liquidazione storica di esso. Le norme tattiche, che nessuno ha il diritto di lasciare in bianco né di revisionare secondo congiunture immediate, sono norme derivate da quella teorizzazione dei grandi cammini, dei grandi sviluppi, e sono norme praticamente ferme ma teoricamente mobili, perché sono norme derivate dalle leggi dei grandi corsi, e con esse, alla scala storica e non a quella della manovra e dell’intrigo, dichiaratamente transitorie» (Struttura economica e sociale della Russia d’oggi).
     «Teoria è una presentazione dei processi reali e delle loro corrispondenze che vuole facilitare la loro comprensione generale in un certo campo, passando solo dopo alla previsione ed alla modificazione. Legge è espressione precisa di una certa relazione tra due serie di fatti materiali particolari, che si vede costantemente verificarsi, e che come tale consente di calcolare rapporti sconosciuti (futuri, signori filosofi, o presenti o passati, non vuol dire: ad esempio, una certa legge, se ben studiata, mi può permettere di stabilire quanto era il livello del mare al tempio di Serapide mille anni fa) (...)
     «Teoria è faccenda generale, legge faccenda ben delimitata e particolare. La teoria è in genere qualitativa e stabilisce solo definizioni di certe entità e grandezze. La legge è quantitativa, e ne vuole raggiungere la misura.
     «Un esempio fisico: nella storia dell’ottica si sono alternate con vario successo due teorie della luce. Quella dell’emissione dice che la luce è l’effetto della corsa di minime particelle corpuscolari, quella dell’ondulazione dice che l’effetto dell’oscillazione di un mezzo fisso in cui si trasmette. Ora, la più facile legge dell’ottica, quella della riflessione, dice che il raggio incidente sullo specchio fa con questo lo stesso angolo del raggio emesso. Verificata mille volte tale legge, il giovane galante sa dove mettersi per vedere la bella di fronte intenta alla toilette: il fatto è che la legge si concilia con tutte e due le teorie, e sono stati altri fenomeni ed altre leggi che hanno determinato la scelta.
     «Ora, secondo il testo avverrebbe questo: la "legge dello scambio tra valori equivalenti" si concilia tanto colla teoria di Stalin che dice: vi sono forme mercantili in economia socialista, quanto la teoria (modestamente) nostra che dice: se vi sono forme mercantili e grande produzione, si tratta di capitalismo. Verificare la legge: facile, si va in Russia e si vede che si scambia in rubli a dati prezzi come in qualunque banale bazar: la legge dello scambio equivalente vige. Vedere quale è la vera teoria è un poco più complicato: noi deduciamo: siamo in pieno, schietto e autentico capitalismo; Stalin fabbrica una teoria – appunto: le teorie si inventano, le leggi si scoprono – e dice in barba a babbo Marx: dati fenomeni economici del socialismo avvengono normalmente secondo la legge di scambio (detta legge del valore)» (Dialogo con Stalin).
Ma la storia è vecchia:
     «Quest’uomo (il gesuita Scheiner) si va di mano in mano figurando le cose quali bisognerebbe ch’elle fussero per servire al suo proposito, e non va accomodando e suoi propositi di mano in mano alle cose quali elle sono» (Galilei), o ancora «Egli (Hegel) non sviluppa il suo pensiero secondo l’oggetto, bensì l’oggetto secondo un pensiero in sé predisposto» (Marx).
Noi diciamo: se vi sono forme mercantili e grande produzione, si tratta di capitalismo. Ci atteniamo in sostanza al metodo sperimentale galileiano, la cui struttura si articola nell’osservazione, nella formulazione dell’ipotesi e nella sua verifica o falsificazione sul terreno sperimentale, che significa reale e obiettivo, cioè indipendente dalla volontà. L’idealista, il pragmatista, lo epistemologo, tanto più sofisticato quanto più piatto, pretende di adattare la realtà al suo schema mentale proprio quando giura di respingere ogni tipo di apriorismo in nome dei fatti, dell’esperienza, della disponibilità al nuovo, perché tutto è possibile, tutto è nuovo. Ma la critica all’apriori del materialismo dialettico è di tutt’altro tipo, poiché non teme di riconoscere il corso della sua evoluzione storico-pratica.

La dialettica ideale tende a riprodurre, a rappresentarsi la realtà concreta secondo quanto precisa Marx:

     «Il concreto è concreto perché esso è la sintesi di molteplici determinazioni, dunque l’unità della diversità. È per questo che appare nel pensiero come processo di sintesi, come risultato, non come punto di partenza, per quanto esso sia il vero punto di partenza e di conseguenza ugualmente il punto di partenza dell’intuizione e della rappresentazione. Il primo stadio, quello che dal concreto all’astratto ha ridotto la pienezza della rappresentazione ad una determinazione astratta; col secondo le determinazioni astratte conducono alla riproduzione del concreto attraverso il pensiero. È per questo che Hegel è caduto nell’illusione di concepire il reale come il risultato del pensiero, che partendo da se stesso si concentra su se stesso e approfondisce se stesso, mentre invece il metodo che consiste nell’elevarsi dall’astratto al concreto è semplicemente il mezzo per il pensiero di appropriarsi del concreto, di riprodurlo sotto la forma di un concreto pensato (...)
     «L’esempio del lavoro mostra in maniera clamorosa che le categorie più astratte, per quanto valide – precisamente a causa della loro forma astratta – per tutte le epoche, non sono altro sotto la forma determinata di questa astrazione che il prodotto di condizioni storiche e non restano pienamente valide che per queste condizioni e nel quadro delle stesse.
     «Proprio perché il materialismo è storico, come risultato della pratica sociale è essenzialmente dialettico e non sa che farsene di una filosofia posta al di sopra delle altre scienze. Da che ogni scienza speciale è invitata a rendersi conto esatto del posto che essa occupa nella connessione generale delle cose, ogni scienza particolare della connessione generale diventa superflua. Della antica filosofia non resta più allora allo stato indipendente che la dottrina del pensiero e le sue leggi, la logica formale e la dialettica. Tutto il resto si risolve nella scienza positiva della natura e della storia» (Introduzione all’Anti-Dühring).
Ma ai "realisti", empiristi, pragmatisti ed epistemologi appare che troppo è stato concesso alla teoria da parte del materialismo dialettico, che pretende di avere una "visione del mondo"; e gracidano incomposti: «Non è forse questa una filosofia della storia, non è questo dogmatismo?».

Nell’avvertenza finale della seconda edizione del Capitale (24 gennaio 1873) Marx scriveva:

     «Certamente, il processo di esposizione deve distinguersi formalmente dal procedimento di investigazione. Sta alla investigazione (o ricerca) di far sua la materia nei suoi dettagli, di analizzarne le diverse forme di sviluppo e di scoprirne il loro intimo legame. Una volta assolto questo compito, ma soltanto allora, il movimento reale può essere esposto nel suo insieme. Se vi si riesce, in modo che la vita della materia si rifletta nella sua riproduzione ideale, questo rispecchiamento può far credere ad una costruzione a priori. Ecco svelato il segreto del nostro dogmatismo che terrorizza i facili scopritori di teorie sempre nuove, sempre libere»
Storiche antinomie
 
     «In realtà la negazione materialistica che un sistema teorico sorto ad un dato momento (e peggio ancora se nella mente e ordinato nell’opera di un dato uomo, pensatore o capo storico o tutte e due le cose insieme) possa contenere tutto il corso del futuro storico e le sue regole e principi in modo irrevocabile, non va capita nel senso che non vi siano sistemi di principi stabili per un lunghissimo periodo storico. Anzi, la loro stabilità e la loro resistenza ad essere intaccati e perfino ad essere migliorati è un elemento principale di forza della classe sociale a cui appartengono e di cui rispecchiano il compito storico e gli interessi.
     «La successione di tali sistemi di dottrina e di prassi si lega, non più all’avvento di uomini, ma al succedersi dei modi di produzione ossia dei tipi di organizzazione materiale della vita delle collettività umane. Questa è la natura del dogmatismo comunista: non credere, anzi escludere che grandi teorie scientifiche nel campo della dialettica naturale e storica possano nascere ad ogni angolo di strada e possano essere facilmente intercambiabili, o ritoccabili a piacimento.
     «Proprio per questo il marxismo pone la questione della filosofia in modo originale e in tal senso si rifiuta di farsi allineare tra le varie filosofie elencabili storicamente, o peggio ancora sistematicamente. Non diremo quindi che vi è una filosofia marxista, ma nemmeno diremo che il marxismo non è una filosofia o che il marxismo non ha una filosofia; ciò darebbe luogo ad un equivoco e ad un pericolo gravissimo: quello di credere che il marxismo si ponga su un terreno "estraneo" a quello che i filosofi hanno da millenni ipotecato. E se ne potrebbe con deviazione grave dedurre che il militante marxista resti libero di accettare alcune direttive di azione politica e sociale e, "confermate" alcune teorie economiche e storiche, di dichiararsi per una delle tante filosofie, realismo o idealismo, materialismo o spiritualismo, monismo o dualismo, come volete» (Comunismo e conoscenza umana)
Non solo, ma per il marxista,
     «il cui sistema si basa sulla diretta derivazione delle ideologie dallo stesso mondo materiale in cui si svolgono i fatti ed i rapporti degli interessi che divengono forze reali (...) non c’è una comoda cassaforte dove riporre, mentre fa commercio di fatto con i propri avversari nel campo pratico, una sua intatta dottrina».
Così, mentre l’ideologia borghese ed opportunista possono fare commercio di principi, in nome della loro "conquistata" laicità, i comunisti, proprio perché non da oggi nemici d’ogni apriorismo non giustificato, difendono i loro principi e la loro teoria di classe.

Senza bisogno di fare riferimento alla nostra tradizione di fedeltà dall’esperienza storica del proletariato, possiamo attingere a piene mani alla storia più generale della vita sociale umana che precede la moderna lotta di classe, per aver la conferma che la nostra cautela nel giudizio sulla validità delle teorie "resistenti" e sulla natura della "coscienza" è ben fondata. Siamo anzi convinti che contro le tendenze idealistiche e superficialmente empiristiche che vanno per la maggiore, i passi del "pensiero" umano, che neghiamo come autonomo ed esistente per se stesso, con una sua storia universale ed indipendente dalla vita materiale, sono non solo molto lenti, ma in un certo senso impercettibili a chi non ha una nozione seria della effettiva dialettica sociale.

Non solo, ma oggi abbiamo la prova che nelle mani dei "filosofi" il pensiero umano non avrebbe fatto passi in avanti; oggi sono i matematici a rivendicare il merito del progresso; noi, molto meno specialisti e più lenti, lo attribuiamo alla dialettica delle classi sociali; alle necessità della vita materiale e spirituale come si è confermata nello scontro tra gli antagonistici interessi delle moderne formazioni storiche.

Prendiamo come esempio il problema classico e tipicamente filosofico-matematico dell’infinito. L’infinito, nota Aristotele, deve esserci. Del resto, se non ci fosse, andrebbe inventato perché ne hanno bisogno un po’ tutti, dai filosofi, ai matematici, ai fisici. Basta pensare che senza infinito il tempo avrebbe un inizio, la serie dei numeri una fine e le grandezze non sarebbe divisibili in altre grandezze. Ma l’infinito è in potenza o in atto. La potenza è una quantità che non si può mai esaurire: ad esempio, la serie crescente dei numeri naturali interi (1, 2, 3, 4, 5...); in atto una quantità che sta oltre qualunque quantità finita, ad esempio l’insieme di tutti i numeri naturali. Per evitare certi paradossi logici e fisici, Aristotele ammise solo l’infinito potenziale e negò quello attuale.

Tuttavia vecchi e nuovi paradossi rimarranno, tanto nell’uno quanto nell’altro tipo di infinito. Prendiamo quello potenziale: il merito di aver notato per primo la paradossalità va a Zenone di Elea. Seguace di Parmenide, cospiratore e nemico dei tiranni fino al punto di troncarsi la lingua con un morso e sputarla in faccia a Nearco, (a proposito, sarebbe il momento di vedere chi è più "progressista", come direbbero i nostri attuali opportunisti, i teorici dell’essere, Zenone e Parmenide, o l’oscuro Eraclito, il teorico del divenire) che inventò il paradosso di Achille e la tartaruga.

Supponiamo che Achille corra ad una velocità dieci volte maggiore di quella della tartaruga. È sicuro di vincere e perciò dà all’animale cento metri di vantaggio. Ora accade che quando Achille arriva dove è partita la tartaruga questa ha percorso 10 metri. Per cercare di raggiungerla, Achille corre anche questi 10 metri, ma nel frattempo la tartaruga si è spostata di 1 metro. Se Achille percorre anche questo metro, la tartaruga si avvantaggia ancora di 10 centimetri. Conclusione: per quanto corra il piè veloce non raggiunge la tartaruga. Nelle mani dei filosofi il paradosso di Zenone non fece sostanziali passi avanti.

Bertrand Russell (fine dell’Ottocento - primi del Novecento) stigmatizzò la loro stupidità per non averne compreso il vero significato. Sta di fatto che dopo duemila anni, passato nelle mani dei matematici, si ebbe finalmente un reale progresso. Da notare che nello spazio di duemila anni si sono succeduti tre distinti modi di produzione, quello schiavista, quello feudale, e quello capitalistico, quasi. In breve, la soluzione dei matematici – che giunse a piena consapevolezza solo con Wierstrass e Bozano – consiste nel provare che la serie delle distanze percorse da Achille (100 metri, e poi 10 metri, 1 metro e così via) è una serie convergente che ha un limite, cioè una somma finita (nel nostro caso metri 111,1 periodico). Con ciò il paradosso scompare perché si mostra che sommando all’infinito quantità finite si ottiene una quantità finita.

Ma è proprio vero che il paradosso nasce da una trappola linguistica, in questo caso tesa dall’avverbio "mai"? Questo avverbio vuol dire sostanzialmente due cose: "In nessun momento" come ad esempio nella frase "non lo leggerò mai", e "senza termine", ad esempio nella frase "questa successione non finisce mai". Quando si cambia un significato con l’altro, viene fuori il paradosso di Zenone. I moderni filosofi del linguaggio, come Wittegstein hanno poi esteso questa circostanza dicendo che tutti i problemi filosofici si dissolvono svelando appunto le trappole del linguaggio, e che non esistono problemi filosofici, ma perplessità linguistiche.

Senza far professione di filosofia linguistica la tradizione marxista della Sinistra ha affrontato da par suo questo capitale problema, senza cadere nelle esagerazioni formalistiche degli adepti di questa specialità di pensiero. Per noi la questione rientra nella più generale problematica dei cosiddetti "dati a priori dell’intelletto":

     «Indubbiamente noi esprimiamo, registriamo, comunichiamo le nostre conoscenze a mezzo del pensiero, e, in senso più concreto, a mezzo del linguaggio parlato e scritto. Sui dati così accumulati facciamo poi delle operazioni o ragionamenti da cui tiriamo fuori nuovi risultati in forma di supposizioni o previsioni che a loro volta vengono confermati in linea generale da avvenimenti del mondo reale.
     «Sembra molto forte l’argomento che tutto questo sistema: nozione, ragionamento, previsione, non possa sussistere senza il soggetto uomo, e per di più uomo pensante, e che i suoi rapporti e connessioni non siano proprietà di un mondo esterno extraumano, ma di un mondo che è tale in quanto conosciuto e pensato da noi. In vero la grave difficoltà di questo problema consiste più che altro nelle imperfezioni del linguaggio in cui cerchiamo di tradurlo. Se pretendiamo di risolverlo pensando ci siamo già posti sul terreno di chi ci vuol convincere che ogni risultato è condizionato da leggi intrinseche del pensiero. Il procedimento corretto è invece l’opposto: il meccanismo proprio dello strumento pensiero, ossia del linguaggio abbisogna di essere perfezionato e corretto perché il quesito possa essere eliminato. Correggere e modificare il meccanismo del linguaggio significa modificare opportunamente il valore dei termini che rappresentano le cose e i fatti reali e delle relazioni logico matematiche suscettibili di sempre maggior adattamento ai loro scopi.
     «Sta di fatto che il meccanismo del linguaggio cambia da epoca ad epoca e da popolo a popolo (pur potendosi e dovendosi considerare le leggi fondamentali come comuni ai vari idiomi), ma anche da scuola a scuola, da autore ad autore, da ricercatore a ricercatore. Il valore dei termini e delle relazioni linguistiche è in continua evoluzione e trasformazione; appunto l’esperienza del mondo esterno decide in ultima istanza sulla validità delle modifiche. Soltanto che la lentezza di queste fa credere che esse siano poco importanti e quindi limitate da un contenuto assoluto del pensiero. Tutto ciò sarà più chiaro dalla discussione sulla pretesa validità a priori degli schemi logici e dei principi matematici».
Abbiamo dato ora una prova di ciò con la questione dell’infinito matematico e con la serie convergente dei numeri. Così pure cambiano, secondo le necessità umane, e secondo l’inesauribile esigenza che l’ordo rerum e l’ordo idearum si accordino, le teorie della dimostrazione e della prova, al punto che le diverse scuole, espressione di opposte ragioni storiche e modernamente di classe, non solo non si intendono come si pretende di dire, ma non possono intendersi, fino alla fortunata formula della incommensurabilità delle teorie. In verità non c’è da credere, tanto per fare un esempio classico e per noi capitale, che Galileo o Bellarmino non si capissero, quanto che la loro logica, coscienti o meno che ne fossero, non era la loro logica personale, ma l’espressione di due antagonistici modi di intendere il mondo fisico e l’operabilità nel suo ambito.

E ciò è tanto più interessante se pensiamo che i moderni "epistemologi", et pour cause, non se la sentono più di schierarsi secondo lo spirito progressivo con Galilei, ma possono snobisticamente esercitarsi a considerare l’attendibilità del geocentrismo, se non altro come suggestiva ipotesi oggi estremamente solleticante. Bellarmino infatti, come del resto Urbano VIII, chiedeva che Galilei trattasse la teoria eliocentrica soltanto ex supposizione, come un mero strumento di calcolo, ma non finché la sua negazione fosse stata provata contraddittoria, bensì finché la sua affermazione non fosse stata dimostrata.

Ora, diceva Bellarmino,

     «io non crederò che ci sia tal dimostrazione, finché non mi sia mostrata, ne è l’istesso dimostrare che supposto ch’è il sole stia al centro e la terra nel cielo si salvino le apparenze e dimostrare che in verità il sole stia nel centro e la terra nel cielo».
È ben visibile il cavillo dettato dalla sfiducia nella ragione, sia perché la dimostrazione è logicamente impossibile, sia perché anch’egli non attribuisce alcun peso alle prove empiriche. Infatti secondo il suo criterio, qualunque teoria resterà sempre una supposizione, qualunque sostegno abbia. Galileo vide ben tutto ciò e non ebbe difficoltà a rispondere al Bellarmino che quando una teoria è, come quella tolemaica smentita dall’esperienza, allora è «indubitabilmente falsa», mentre invece quando, come quella copernicana, è ben confermata, allora «può essere vera» da che «nessuna altra maggiore verità si può e si deve ricercare in una posizione che il rispondere a tutte le particolari apparenze».

È quello che noi sosteniamo quando diciamo che

     «le grandi conquiste della conoscenza non consistono nel fissare con scoperte rivelatrici nuovi veri eterni ed irrevocabili, in quanto resta la via opposta a più ampi sviluppi e a più ricche rappresentazioni scientifiche e matematiche dei fenomeni d’un dato campo, ma consistono essenzialmente nell’aver spezzato senza rinculi i termini di antichi errori tra cui la forza oscurante della tradizione che impediva alla nostra conoscenza di rappresentarsi i rapporti reali delle cose» (Partito e Classe).
I pretesi assoluti del pensiero non sono che successive generalizzazioni il più delle volte destinate a lasciare il posto ad altre, dunque prive di valore definitivo. In ogni caso sono l’opposto di principi primitivi non modificabili e fungenti da punti di partenza. Neanche condividiamo la pura e semplice spiegazione delle contraddizioni logiche come perplessità linguistiche, che la matematica può pensare di risolvere contro la genericità e la primitività delle filosofie: noi sosteniamo che le contraddizioni sono nella realtà, che sia il pensiero sia il linguaggio non fanno che riflettere ad un certo livello di rappresentazione. D’altronde la matematica non è altro che il tentativo logico-linguistico di affrontare definizioni coerenti e consequenziali contro principi generali e semplicemente approssimativi.
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Appunti per la Storia della Sinistra

(Continua dal n. 11)

1. La politica estera della Russia negli anni della stabilizzazione capitalistica (1923-1925) espressione delle esigenze capitalistiche interne e internazionali

L’atteggiamento dell’URSS durante l’occupazione francese della Ruhr conteneva già un elemento di novità nella valutazione delle crisi internazionali, in quanto era dominato dalla preoccupazione di una nuova guerra europea più che dall’esame dei fattori favorevoli alla ripresa della Rivoluzione. Un eventuale schiacciamento della Germania da parte della Francia veniva valutato in termini di "sicurezza" dell’URSS, laddove in Lenin la preoccupazione della sicurezza del potere bolscevico, anche a costo di molte concessioni, era strettamente collegata ad una situazione di stabilità dei rapporti di classe in Europa. Tale preoccupazione, nella situazione, non più stabile, aperta dalla crisi della Ruhr, sarebbe stata immediatamente sostituita dall’analisi obiettiva dei fattori favorevoli, non alla sicurezza dell’URSS, ma alla ripresa della Rivoluzione in Europa. Tale crisi, come è noto, fu invece l’occasione per sperimentare nuovi tatticismi destinati al fallimento, come quello disastroso del "nazional-bolscevismo".

In questo periodo un episodio del tutto marginale, ma molto significativo della totale soggezione dell’URSS agli interessi del capitale europeo, inasprì le relazioni anglo-russe. Un prete cattolico, cittadino sovietico, era stato condannato a morte. Il nuovo ministro degli esteri inglese, Curzon, decise di far intervenire l’incaricato d’affari a Mosca presso il governo russo per non fare eseguire la condanna. La risposta del governo russo accusava l’Inghilterra di "ipocrita ingerenza" negli affari interni di un paese indipendente e sovrano.

L’8 maggio 1923 Curzon decise di presentare al governo russo un memorandum in 26 punti conosciuto come "ultimatum Curzon", in cui si accusava l’URSS di non rispettare gli impegni assunti con il trattato del 1921 e si facevano alcune richieste che dovevano essere soddisfatte entro 10 giorni, pena la denuncia dell’accordo del 1921 ed il ritiro dell’incaricato d’affari a Mosca. Nel frattempo, il 2 maggio, il ministro inglese della difesa Foch si era recato in Polonia per una settimana, partecipando a parate militari. A Mosca si temeva una nuova mobilitazione antirussa della Polonia.

L’11 maggio, dopo solo 3 giorni, Litvinov firmò una risposta in cui sostanzialmente si accettavano tutte le richieste inglesi e si chiedeva l’apertura di nuove trattative. Il 29 maggio il governo inglese, rifiutando qualunque trattativa, propose di aggiungere all’accordo del 1921 una nuova dichiarazione con la quale il governo russo si impegnava: «a non sostenere con fondi o in qualsiasi altra forma persone od organismi od agenzie od istituzioni che si propongano di diffondere malcontento o di fomentare ribellione in qualsiasi parte dell’Impero britannico». Il governo russo accettò l’imposizione.

Tali cedimenti erano purtroppo necessari nell’assenza della Rivoluzione europea, e non sono certo questi i segni del debordamento dalla corretta impostazione rivoluzionaria. Altra cosa e ben più grave era l’impegno della diplomazia russa per favorire una soluzione pacifica delle dispute interborghesi, con la speranza di approfittare dell’equilibrio che ne scaturiva ai fini del consolidamento del governo bolscevico. In tal modo inevitabilmente l’azione diplomatica russa avrebbe finito per assolvere una qualche parte decisiva nel puntellare proprio l’equilibrio tra gli Stati europei, e quindi una condizione estremamente sfavorevole alla ripresa del movimento rivoluzionario. È la funzione di terribile inerzia svolta proprio dallo Stato degli Zar in tutto il XIX secolo, che solo la guerra aveva finalmente infranto.

L’esigenza del rientro della Russia nel concerto delle potenze europee era d’altronde sentita da tutti gli Stati. Nella seconda metà del 1923 tra il governo russo e gli Stati occidentali, timorosi di una alleanza russo-tedesca anche sul piano militare, cominciarono ad instaurarsi rapporti più amichevoli che negli anni trascorsi. La reazione russa all’ultimatum Curzon aveva convinto i governi occidentali della disponibilità russa ad addivenire ad un qualche accomodamento. Nell’agosto del 1923, su iniziativa di Krasin, un viaggio in Russia di uomini d’affari inglesi pose le basi di un importante accordo e vi furono accordi di un certo rilievo anche tra URSS e Stati Uniti. Nella stessa epoca vi fu uno scambio di incaricati di affari perfino con la Francia e il 30 novembre 1923 pure Mussolini si dichiarò disposto al riconoscimento de jure del governo sovietico, base per un nuovo trattato commerciale italo-russo in sostituzione di quello del 1921. Il 6 dicembre 1923 le elezioni inglesi furono vinte dal Partito Laburista, favorevole al pieno riconoscimento del governo russo, che poi avvenne l’8 febbraio 1924, mentre già il giorno innanzi l’aveva fatto Mussolini, su iniziativa personale, in nome del governo italiano, per arrivare prima degli inglesi. Nella prima metà del 1924 infine giunse il riconoscimento dell’Austria, della Grecia, della Norvegia e della Svezia.

Fu solo a questo punto che si pose per il governo russo l’esigenza di svolgere una propria politica estera, alla stregua di ogni altro Stato. Negli anni precedenti il problema non si era posto nemmeno, infatti solo nella Costituzione del 1923, e non in quella del 1918, si pose la questione della politica estera. Il mondo veniva diviso in due: quello del socialismo e quello del capitalismo; quest’ultimo era diviso da contraddizioni insanabili, approfittando delle quali l’azione autonoma del proletariato avrebbe finito per prevalere anche senza il diretto impegno delle forze militari dell’URSS. Ecco così che per la prima volta la Rivoluzione europea viene vista separatamente dal coinvolgimento totale – e quindi anche militare – dell’URSS. Solo così infatti poteva sciogliersi la contraddizione tra l’esigenza dello sviluppo capitalistico dell’URSS e quelle della rivoluzione mondiale: la stabilizzazione dell’URSS come Stato borghese presupponeva il consolidamento della pace, che non avrebbe favorito la Rivoluzione comunista in Europa, la cui vittoria era però la sola garanzia di poter procedere nel cammino rivoluzionario iniziato con l’Ottobre 1917. Ecco perché i destini storici dell’URSS dovevano venir svincolati da quelli della Rivoluzione mondiale.

All’interno dell’URSS intanto il predominio sociale dei contadini premeva – confluendo con le esigenze del capitale internazionale – per dare alla politica estera dell’URSS una decisa impronta nazionale e di sviluppo economico. Questo predominio sociale non poteva non diventare anche politico, perdurando il differimento oltre ogni termine prevedibile di ogni prospettiva rivoluzionaria in Occidente. Per fondare su basi solide una simile politica estera, nel 1924 fu incaricato un esponente del governo sovietico di studiare la questione dei rapporti internazionali dell’URSS. Ne venne fuori un’opera dal titolo: "Il diritto internazionale nel periodo di transizione", dove per "transizione" si doveva intendere non più il periodo tra la dittatura del proletariato e il pieno comunismo, ma quello della "coesistenza" tra Stati socialisti e Stati capitalisti. La conseguenza pratica immediata fu quella che, dovendo addivenire ad un compromesso con gli Stati borghesi, si dovette concludere anche che era contraddittorio non riconoscere gli obblighi internazionali assunti dai vecchi governi zaristi, cioè la continuità con lo Stato zarista, per quanto premeva agli Stati borghesi, era assicurata.

Data questa situazione la funzione, e quindi anche la struttura organizzativa dell’I.C. non potevano non essere soggette a profondi mutamenti. Negli anni precedenti non v’era stata alcuna distinzione di fatto tra gli organi di governo dell’URSS e la politica dell’I.C. L’estrema garanzia della stretta dipendenza dello Stato dal partito era data da Lenin, capo del governo russo e massima ed organica autorità dell’I.C. Divaricandosi sempre di più ed inevitabilmente le esigenze di stabilizzazione dello Stato russo e quelle di una politica mondiale di segno comunista, si sarebbe dovuto fare in modo di tutelare rigidamente la supremazia dell’organo politico internazionale sul governo russo, costretto a dover svolgere le funzioni tipiche di un governo borghese, sia in politica interna sia estera. Accadde proprio il contrario.

Fin dal IV Congresso dell’I.C. cominciò ad apparire la tesi che servire la causa del governo sovietico equivaleva a servire la causa del comunismo internazionale. A Congresso avvenuto, poi, uno Stalin qualunque poteva osservare che se si fosse verificato un atteggiamento ostile nei confronti dell’URSS da parte di qualche Stato borghese, e se un altro Stato borghese avesse dimostrato di volersi opporre a tale ostilità, il dovere degli operai di questo ultimo Stato sarebbe diventato quello di trattenersi dall’attaccarne il governo, e magari perfino di appoggiarlo. Nessuno ormai poteva farci gran che caso, ma furono i primi segni tangibili della controrivoluzione.

Dopo l’ottobre 1923 il generale Von Seeckt della Reichswehr dichiarava a Čičerin che: «noi dobbiamo torcere il collo dei comunisti in Germania ma andare avanti con il governo sovietico» e Radek, approvandone le intenzioni, faceva notare la completa dissociazione tra governo russo e I.C. Lo stesso Čičerin dichiarava che, sul fronte italiano, «Mussolini è ora il nostro migliore amico». Rakovsky disse a Chamberlain il 1° aprile 1925: «Nei primi anni della Rivoluzione si era senza dubbio fatto ricorso largamente alla propaganda proprio perché il governo era un governo rivoluzionario non molto saldo; ma ora vi sono altri mezzi di difesa». Quindi, almeno in queste dichiarazioni ufficiali, i dirigenti bolscevichi hanno la piena consapevolezza di non poter più svolgere un ruolo rivoluzionario attraverso la politica del governo russo. Si trattava di una necessità. La conseguenza immediata avrebbe dovuto essere quella di subordinare la politica del governo russo alla direzione dell’Internazionale.

Verso la fine del 1924 si ebbe anche un notevole cambiamento nei rapporti russo-tedeschi, che fino ad allora erano stati molto soddisfacenti soprattutto per l’URSS. Alla Germania si prospettarono dagli Stati vincitori facilitazioni nel pagamento dei debiti di guerra (piano Dawes) in cambio da sua entrata nella Società delle Nazioni, e quindi della ufficiale accettazione del trattato di Versailles. Di fronte a questa prospettiva veniva meno la politica di Rapallo, sulla quale la Russia aveva basato la sua ricostruzione e reintroduzione nel concerto delle nazioni.

Giustificate erano dunque alla fine del 1924 le apprensioni russe e la ricerca ad occidente di rimpiazzare l’alleanza con la Germania, pena il totale isolamento. Il governo sovietico, infatti, dopo l’accettazione da parte della Germania del piano Dawes e dopo il ritorno dei conservatori al governo della Gran Bretagna, che dimostrarono subito il loro orientamento antirusso denunciando il trattato concluso pochi mesi prima dal governo laburista, si rese conto della debolezza dei suoi legami internazionali, nonostante il suo riconoscimento da parte di quasi tutti gli Stati.

L’emergente "stalinismo" monterà successivamente un’immonda campagna contro la Sinistra russa, accusata in questo periodo di "fare il gioco" degli Stati europei, che stavano per formare un nuovo fronte imperialistico anti-URSS come durante il periodo della guerra civile 1918-1921. La stessa Sinistra russa poco capì, nella sua generosità, che tale minaccia era solo immaginaria e serviva unicamente a fini interni: ora l’isolamento russo dipendeva dalla sua arretratezza economica, e non dal pericolo dell’incendio rivoluzionario in tutta Europa dopo l’Ottobre, con alla testa l’Armata Rossa. Gli Stati europei avevano tutti dimostrato la loro buona intenzione di voler commerciare con la Russia, ma era la Russia ora a doversi mettere in grado di poterlo fare.

Nel gennaio 1925 Frunze sostituì Trotzki dimissionario nelle funzioni di Commissario del Popolo per la Guerra e di Presidente del Consiglio Militare Rivoluzionario. Nell’assumere tale incarico Frunze individuava in tre punti l’atteggiamento da tenere: 1) denuncia del crescente pericolo proveniente dal "mondo capitalista"; 2) necessità del rafforzamento dell’Armata Rossa per far fronte a tale pericolo; 3) dichiarazione ufficiale e propaganda anche all’estero delle intenzioni pacifiche dell’URSS. Frunze ripeté al VIII Congresso dei Soviet (maggio 1925) tali necessità e il Congresso approvò una risoluzione sulla necessità del rafforzamento dell’Armata Rossa in un spirito di entusiasmo nazionale e di «orgoglio nel costruire il socialismo in un paese solo». Così "socialismo in un paese solo" divenne sinonimo di nazionalismo, come in ogni tradizione tipicamente borghese. Questo orgoglio fu l’ideologia necessaria al superamento delle gigantesche difficoltà che la "costruzione" del più grande Stato borghese europeo non poteva non incontrare nei rapporti con gli Stati di ormai consolidata capacità imperialistica.

Intanto, nonostante la firma di un importante trattato commerciale russo-tedesco il 2 dicembre 1924, la Germania, man mano che la sua economia si ricostruiva, era sempre più orientata ad occidente e finirà per entrare a far parte della Società delle Nazioni. Le sue intenzioni risultarono chiare per i dirigenti russi dalla nomina a Washington dell’ambasciatore tedesco Maltzan, il maggiore sostenitore della collaborazione russo-tedesca e che aveva firmato il trattato di Rapallo, mentre a Mosca in sua sostituzione fu inviato un "anglofilo". In questa situazione Cicerin sottopose il 26 dicembre 1924 al governo tedesco un "patto di neutralità" tra Russia e Germania. Tale proposta fu la Germania a saperla sfruttare per i suoi fini: Stresemann prese tempo e ne fece moneta di scambio verso l’occidente. I russi si facevano sempre più impazienti: Rykov in un discorso del febbraio 1925 arrivò perfino a parlare della necessità di un’alleanza militare russo-tedesca ed anche Cicerin ne sostenne la necessità prospettando un inevitabile conflitto russo-inglese, specialmente in Asia. Contemporaneamente Stresemann conduceva le trattative per entrare nella Società delle Nazioni.

Il KPD, su precise direttive dell’I.C., utilizzava a fini propagandistici il piano Dawes mostrandolo come mezzo di un duplice sfruttamento: di tutta la Germania da parte delle potenze occidentali, e del proletariato tedesco da parte di tutto il mondo capitalistico. La propaganda tendeva ad imporre al governo tedesco l’alternativa fra l’alleanza con Mosca oppure con Londra.

Intanto, mentre la diplomazia tedesca non cedeva alla fretta russa, nel giugno 1925 il governo francese rispose favorevolmente alla prospettata entrata della Germania nella Società delle Nazioni e il 5 ottobre successivo si riunì una Conferenza a Locarno di tutti gli Stati europei, con esclusione della sola Russia, per un accordo generale sulla reciproca sicurezza. La diplomazia russa si fece febbrile, constatati gli iniziali insuccessi. A Mosca si parlava addirittura di una minaccia imminente di una nuova guerra. Cicerin il 22 settembre si recò perfino a Varsavia per cercarvi sicurezze per l’URSS, naturalmente senza riuscirvi. Il 30 settembre era a Berlino alla vigilia della partenza della delegazione tedesca per Locarno. Stresemann si dichiarò pronto a firmare un nuovo trattato commerciale con l’URSS, ma non un accordo politico, che poteva creargli delle difficoltà alla conferenza di Locarno.

Mentre proseguivano le trattative di Locarno fu firmato a Mosca un nuovo trattato commerciale con la Germania, con il quale la Germania, oltre a concludere affari vantaggiosi con l’URSS, voleva far capire alle potenze occidentali, e soprattutto alla Francia e all’Inghilterra, di non essere disposta ad accettare di far parte della Società delle Nazioni incondizionatamente: la porta verso la Russia non era stata chiusa definitivamente.

A Locarno fu firmato da tutti i partecipanti un trattato con il quale la Germania entrava nella Società delle Nazioni: si trattava dell’ovvia conclusione del "problema tedesco" in chiave borghese, dopo che, dall’ottobre 1923, la soluzione rivoluzionaria era ormai rinviata. A Mosca invece Zinoviev lo interpretò come un preparativo immediato di una nuova guerra contro l’URSS, e si fece promotore di una conferenza dei Partiti Comunisti, che poi si tenne a Bruxelles il 10 dicembre 1925, nella quale di definì il patto di Locarno «un pericolo contro la Russia e una minaccia per le classi lavoratrici di tutti i paesi», facendo quindi intendere che tale pericolo non era più costituito dal capitalismo in quanto tale, ma da un particolare trattato tra gli Stati.

Il tragico fu che questi primi passi, verso quello che poi sarà il cavallo di battaglia dello stalinismo, furono fatti anche da parte dei maggiori dirigenti dell’Internazionale, che troppo tardi si accorsero del pericolo, e che in seguito dovettero pagare con la propria vita questi sbandamenti. Di lì a pochi anni Stalin potrà sostenere, in perfetta continuità con queste prime prese di posizione, che non si poteva più contare sull’alleato principale della Rivoluzione russa, cioè sul proletariato dei paesi europei. L’unico alleato che restava alla Russia erano i conflitti tra le potenze capitalistiche, e di conseguenza era molto più importante inserirsi in questi conflitti attraverso le manovre diplomatiche che non aspettare i "lenti processi" della Rivoluzione proletaria. Ciò naturalmente presupponeva la stabilità del potere in URSS e la trasformazione dei compiti dei partiti comunisti occidentali, che dovevano fare il possibile per favorire il successo della politica estera della Russia.

La Rivoluzione comunista mondiale non era quindi più una questione di lotta di classe alla scala mondiale, ma veniva affidata ai molti improbabili ed aleatori successi diplomatici di uno Stato che Lenin aveva definito operaio-contadino e che velocemente andava acquistando tutti i classici connotati borghesi.

È pur vero che la propaganda stalinista non escluse mai l’ipotesi di una nuova guerra tra "il campo capitalista" e "il campo socialista", presentandola come il modo per la vittoria definitiva del socialismo alla scala mondiale. Abbandonata poi per la ancora più fetente "coesistenza pacifica", ed oggi, a quanto sembra, rispolverata, tale teoria è sempre equivalsa alla giustificazione ideologica della partecipazione della Russia alle successive ed inevitabili guerre imperialiste come Stato borghese accanto agli altri Stati borghesi. È già avvenuto con la Seconda Guerra mondiale ed è quello che si sta preparando per la terza, come già anticipato dal nostro Dialogato con Stalin:

     «Quale campo del socialismo? Se, come dimostrato con vostre parole, il vostro campo (che etichettate socialista) produce merci per l’estero con ritmo che al massimo volete potenziare, non si tratta della stessa "lotta per i mercati" e della stessa "lotta per sommergere (o per non farsene sommergere che val lo stesso) il proprio concorrente"? E nella guerra non potrete o dovrete entrare anche voi, come produttori di merci, il che, in lingua marxista, vuol dire come capitalisti?
     «Sola differenza tra voi russi e gli altri è quella che quei paesi industriali di pieno sviluppo sono già oltre l’alternativa di "colonizzazione interna" di sopravvissute isole premercantili, e voi siete impegnati in questo campo ancora a fondo. Ma la conseguenza che ne deriva è una sola: dato che la guerra venga inevitabilmente, quelli di Occidente avranno più armi, e dopo avervi sempre più premuti sul terreno della concorrenza sul mercato vi batteranno su quello militare».

 

2. Lo stalinismo scopre le sue carte: costruzione del socialismo nella sola Russia è sinonimo di controrivoluzione
 

Stalin dichiarò per la prima volta alla XIV Conferenza del PCUS (dicembre 1925) la possibilità di procedere verso il socialismo nella sola Russia. Non si creda tuttavia che la deviazione in quel torno fosse espressa in maniera decisiva: ancora non veniva svincolata del tutto la buona riuscita della Rivoluzione russa dalla vittoria della rivoluzione proletaria in Occidente. Nella famigerata e oscenamente falsificata "Storia del PCUS", si rievoca tale episodio in questi termini:

     «Sostenendo la tesi della vittoria del socialismo in un paese solo il compagno Stalin ha indicato ripetutamente che è necessario distinguere i due aspetti della questione, il lato interno e il lato internazionale. Per quanto riguarda il lato interno del problema, cioè i rapporti delle classi in seno al paese, la classe operaia e i contadini dell’URSS possono vincere del tutto economicamente la loro propria borghesia e costruire una società socialista integrale.
     «Ma vi è anche il lato internazionale del problema, ossia il campo dei rapporti esterni, il campo dei rapporti tra il paese dei Soviet e i paesi del capitale, tra il popolo sovietico e la borghesia internazionale che detesta il regime sovietico e cerca un’occasione per intraprendere un nuovo intervento armato contro il paese sovietico, per tentare ancora di restaurare il capitalismo in URSS. E, dato che per ora l’URSS è il solo paese del socialismo, mentre gli altri rimangono capitalistici, continua ad esistere intorno all’URSS l’accerchiamento capitalistico e crea il pericolo di un intervento capitalistico. È evidente che finché esisterà l’accerchiamento capitalistico sussisterà il pericolo di un intervento capitalistico.
     «Può il popolo sovietico con le sue sole forze eliminare questo pericolo esterno, il pericolo dell’intervento capitalistico contro l’URSS? No, evidentemente, non può eliminarlo. Infatti, per eliminare il pericolo dell’intervento, è indispensabile distruggere l’accerchiamento capitalistico e distruggere l’accerchiamento capitalistico è possibile solo in seguito alla rivoluzione proletaria almeno in parecchi paesi. Ne consegue che la vittoria del socialismo nell’URSS, che si esprime nella liquidazione del sistema economico capitalistico e nella costruzione del sistema economico socialista non può tuttavia essere considerata come una vittoria definitiva, permanendo il pericolo di un intervento armato straniero e di tentativi di restaurare il capitalismo, e non essendo il paese del socialismo garantito da tale pericolo (...)
     «Questa era la posizione del partito a proposito della vittoria del socialismo nel nostro paese. Il Comitato Centrale insistette affinché questa posizione fosse discussa al XIV Congresso del partito e fosse approvata e adottata come direttiva del partito, come legge del partito, obbligatoria per tutti i suoi membri.
     «Questa posizione del partito sconcertò gli oppositori (...) I trotzkisti si scagliarono contro contrapponendole la menscevica teoria della "rivoluzione permanente" che negava la possibilità dell’edificazione socialista dell’URSS (...) I buchariniani non avevano osato intervenire apertamente contro la posizione del partito (...) Zinoviev e Kamenev avevano osato un tempo dichiarare che la vittoria del socialismo in URSS era impossibile, data la sua arretratezza economica, ma dovettero in seguito rientrare nelle loro tane» (Da Stalin, Molotov etc., Storia del Partito Comunista dell’URSS).
La deviazione teorica, contenuta nel "vincere del tutto economicamente", era già del tutto evidente e talmente grave da contenere fin da allora non solo l’eliminazione fisica dei migliori combattenti per il comunismo russo e internazionale, ma anche i futuri e peggiori tradimenti ai principi e alla dottrina del marxismo. Per comprenderlo è opportuno riconsiderare il bilancio della Rivoluzione Russa che abbiamo tratto sulla scorta di testi fondamentali di Lenin e di Partito. È indispensabile tener presente che le Rivoluzioni in Russia non furono né una sola, né due, ma tre; di carattere borghese-aristocratico la prima, borghese-radicale la seconda, e solo con la terza, che presupponeva la vittoria rivoluzionaria anche in Europa, si poteva procedere verso il socialismo in economia in Europa, e quindi anche in Russia. Si tratta di un bilancio già fatto dal Partito ed al quale niente è da aggiungere:
     «Siamo in presenza di tre presentazioni storiche che possiamo dire di Lenin, Trotzki, Stalin. Gli ultimi due dicono che la loro è quella di Lenin, anzi sostengono in un certo senso che Lenin abbia indicato una strada su cui essi si erano già messi, quella dello sviluppo non pacifico ma insurrezionale della rivoluzione apertasi col febbraio.
     «In verità Trotzki e Stalin hanno una posizione comune: quella cioè che nel corso del 1917 Lenin abbia modificata e rinunziata la tesi del 1905 sulla dittatura democratica del proletariato e dei contadini poveri. A questo proposito Trotzki rivendica una sua tesi antica, che invero sostenne dal 1905: la rivoluzione permanente, ossia una serie ininterrotta di guerre di classe che vadano, come enunciò Marx per la Germania del 1848-1850, dalla rivoluzione chiaramente borghese, sostenuta dal proletariato, ad una rivoluzione puramente proletaria. Stalin poi rivendica una tesi che sviluppò molto dopo, almeno sette otto anni dopo, ossia che avendo la prima rivoluzione esaurito i compiti borghesi, la seconda avrebbe avuto per contenuto l’instaurazione nella sola Russia della società socialista integrale. Va subito notato che la costruzione di Trotzki sta sul piano politico e non si discosta da quella di Lenin, in quanto con lui ritiene che la chiusura della rivoluzione permanente non si avrà che in parallelo di una rivoluzione socialista europea. Ma Trotzki ha con Stalin torto quando sostiene che Lenin abbia spezzata la linea del 1905.
     «Le rivoluzioni in Lenin – e nella storia – non sono né due autonome storicamente e socialmente, né una a lungo sviluppo: esse sono tre. Rivoluzione antifeudale condotta dalla borghesia con l’aiuto degli opportunisti piccolo-borghesi – rivoluzione democratica ma condotta contro i primi del proletariato rivoluzionario – rivoluzione anticapitalista coincidente con la rivoluzione proletaria "pura" nell’Occidente.
     «Il secondo punto di Lenin, politicamente e quanto al potere, contiene già un lato della rivoluzione socialista e costituisce la sola via al socialismo. Il terzo punto solo conduce alla trasformazione socialista dell’economia europea e russa.
     «Trotzki riporta che Volodarsky, dopo aver presa la giusta posizione sulla questione della battaglia di luglio, ”continuò in sostanza a difendere lo schema bolscevico della rivoluzione del 1905: prima la dittatura democratica, poi l’inevitabile rottura col contado; e, nell’eventualità della vittoria del proletariato in occidente, la lotta per la dittatura socialista”. Poi dice che “Stalin, appoggiato da Molotov e da alcuni altri, difese la nuova concezione di Lenin: soltanto la dittatura del proletariato, appoggiandosi ai più poveri tra i contadini, può assicurare una soluzione ai compiti di una rivoluzione democratica e nello stesso tempo aprire l’era delle trasformazioni socialiste”.
     «Strano che in un libro scritto per demolire Stalin si debba dargli ragione dove ha torto marcio, cioè nel farlo banditore di una nuova concezione di cui per tanti decenni si menerà enorme scalpore! Qui non deploriamo la formula di “aprire l’era”, che era in Lenin ed anche in Marx, ma contestiamo che il 1917 abbia apportato una diversa e nuova concezione della via storica in Russia, e tanto meno in Lenin.
     «Né può Trotzki dire: “Stalin aveva ragione contro Volodarsky, ma non sapeva provarlo”. Sarebbe stata piccola cosa. Né giusto è aggiungere: “D’altra parte, rifiutando di riconoscere la decisiva vittoria della controrivoluzione borghese, Volodarsky provò di avere ragione contro Lenin e contro Stalin”. Volodarsky aveva ragione e aveva diritto di richiamarsi a Lenin: è Stalin che non aveva il diritto di farlo allora (e se ne stette zitto al momento del voto) e tanto meno lo ebbe dopo di far raccontare che dette lui per primo l’ordine di rotta (...) Vincerà o cadrà da rivoluzionario integro nella teoria e nel combattimento chi, come Volodarsky, dice: strapperò il potere alla controrivoluzione e lo terrò contro di essa, anche se lo dovrò chiamare per un tratto democratico e popolare, e tollerare di avere solamente in Russia declenché, travolgendo ogni diga, il prorompere del più ardente capitalismo da una società millenaria e immobile.
     «Consegnerà per altra via il potere al nemico mondiale chi lo sosterrà con la dichiarazione che quella palingenesi di forme moderne capitaliste – e nella campagna capitaliste solo a metà – è invece il realizzato avvento di quella società socialista verso la quale tutti e da tempi ultrasecolari abbiamo dimostrato che camminiamo; peggio, che questa forma, per noi storicamente necessaria, è sorta da una volontà, una volontà di costruzione, espressione di per se stessa sconciamente borghese.
     «Ove Volodarsky, sulla posizione che da integro militante sempre tenne, non fosse stato ucciso da controrivoluzionari esserre, quando si smascherarono, sarebbe stato certo anche lui, come i suoi amici di luglio, ucciso da questa specie di controrivoluzionari.
     «Rei dunque solo di un errore di definizione storico-economica? Un piccolo errore, ma scritto su cartellini legati alle spalliere delle seggiole, davanti ai plotoni di esecuzione. Non piombo nei deretani, ma nelle schiene dei compagni di ieri.
     «Tuttavia non è sulla mozione degli affetti che facciamo assegnamento, ma sulla organica dimostrazione del tradimento della dottrina. Errore assai più mostruoso di quello fatto nel premere il grilletto. La rivoluzione è sempre passata su miriadi di errori di questo secondo tipo. I primi la assassinano» (Brani tatti da Struttura economica e sociale della Russia d’oggi).
Quello di Stalin dunque, che sarebbe "piccolo" errore teorico e apparentemente ininfluente sui compiti pratici immediati del partito al 1925, inevitabilmente assassinava e avrebbe sempre più assassinato la Rivoluzione. La Sinistra del PCUS ben vide una tale bestemmia e, pur in ritardo, si coalizzò contro i bestemmiatori. Tuttavia non riuscì a trarre fino in fondo la conclusione che una tale bestemmia significava aperta controrivoluzione. Si impegnò generosamente nella battaglia, fidando nelle sue sole forze, e non si accorse che l’unica possibilità di una valida resistenza era data dal porre la questione sul terreno internazionale, come solo la Sinistra italiana, inascoltata, seppe decisamente porre fin dai primi segni evidenti del nuovo e più feroce opportunismo.

L’evoluzione dei rapporti di classe in Russia andava inesorabilmente verso lo sviluppo del capitalismo, perciò una lotta per il comunismo confinata all’interno della sola Russia – come anche la Sinistra Russa volle condurre – era destinata alla sconfitta. L’unico aiuto alla battaglia di classe svoltasi in quegli anni, non certo per vincere all’immediato ma per non perdere così disastrosamente, poteva essere quello del proletariato europeo; rifiutandosi di porre la questione russa nell’Internazionale, la Sinistra Russa non solo si consegnava indifesa al nemico, ma si poneva inopinatamente sullo stesso terreno.

La pretesa di Stalin era di portare avanti le consegne di Lenin, ed accusava, in una orrenda sequenza di fucilazioni dei migliori comunisti, proprio questi di tradimento. Pretesa quanto mai lurida e fallace. Ma qui è contenuta la possibilità storica che lo "stalinismo" ha avuto di barare con il "leninismo". E allora demoliamo tale pretesa con le stesse parole di Lenin:

     «Quando tre anni or sono ci siamo posti il problema dei compiti e delle condizioni per la vittoria della rivoluzione proletaria in Russia, abbiamo detto sempre nettamente che questa vittoria non sarebbe stata durevole, se non fosse stata sorretta dalla rivoluzione proletaria in Occidente, e che la sola valutazione giusta della nostra rivoluzione poteva essere fatta soltanto dal punto di vista internazionale. Per ottenere una vittoria duratura, dobbiamo pervenire alla vittoria della rivoluzione proletaria in tutti o, quanto meno, in alcuni paesi capitalistici più importanti. E dopo tre anni di guerra dura ed accanita possiamo vedere in che misura le nostre previsioni si siano o no avverate.
     «Non si sono avverate nel senso che non si è avuta una soluzione rapida e semplice della questione. Naturalmente nessuno di noi si aspettava che una lotta impari come quella della Russia contro tutte le potenze imperialistiche del mondo si sarebbe prolungata per tre anni. È risultato che nessuna delle parti in lotta, né la Repubblica sovietica di Russia né il restante mondo capitalistico, ha ottenuto la vittoria o subito la disfatta. Ma è risultato al tempo stesso che le nostre previsioni, se non si sono avverate in modo semplice, rapido e diretto, si sono tuttavia avverate nella misura in cui abbiamo ottenuto l’essenziale, e l’essenziale consiste nella possibilità per il potere proletario e per la repubblica sovietica di sopravvivere persino nel caso di una dilazione di una rivoluzione socialista nel mondo intero. In tal senso bisogna dire che la situazione internazionale della Repubblica conferma oggi nel modo migliore e più preciso tutti i nostri calcoli e tutta la nostra politica.
     «Non occorre dimostrare che non si può istituire un confronto tra le forze militari della RSFSR e quelle di tutte le potenze imperialistiche. Per questo aspetto noi siamo dieci e cento volte più deboli di loro, e tuttavia dopo tre anni di guerra, abbiamo costretto quasi tutti questi Stati a rinunciare all’idea di un nuovo intervento. Questo vuol dire che si è prodotto ciò che a noi tre anni fa, nel clima della guerra imperialistica non ancora conclusa, sembrava impossibile e cioè il protrarsi di una situazione non risolta né in un senso né nell’altro.
     «Quale ne è il motivo? Il motivo non è da ricercare nel fatto che ci siamo rivelati più forti sul piano militare, e l’Intesa si è rivelata più debole, ma nel fatto che la disgregazione interna degli Stati dell’Intesa si è venuta sempre più aggravando, mentre nel nostro paese si determinava invece un consolidamento interno, come ha dimostrato e confermato la guerra. L’Intesa non ha potuto farci guerra con le sue truppe. Gli operai e i contadini degli Stati capitalistici non si son fatti convincere a combattere contro di noi. Gli Stati borghesi sono riusciti a venir fuori dalla guerra imperialistica conservando l’assetto borghese. Sono riusciti a ritardare e a differire la crisi che li minacciava direttamente, ma, nella sostanza, hanno talmente compromesso la propria situazione che, dopo tre anni di guerra, nonostante le loro ingenti forze armate, sono stati costretti a riconoscere di non poter schiacciare la Repubblica Sovietica, pur quasi sprovvista di forze armate.
     «La nostra politica e le nostre previsioni sono state quindi convalidate in pieno per l’essenziale, e le masse oppresse di tutti gli Stati capitalistici si sono rivelate realmente come nostre alleate, poiché hanno sabotato la guerra. La nostra situazione è oggi tale che, senza aver riportato una vittoria internazionale, la sola vittoria durevole per noi, abbiamo tuttavia conquistato, con la lotta, delle posizioni in cui possiamo esistere accanto alle potenze capitalistiche, costrette oggi ad annodare con noi relazioni commerciali. Nel corso di questa lotta ci siamo conquistati il diritto a esistere come uno Stato indipendente» (Lenin, La nostra situazione internazionale e interna e i compiti del Partito; conferenza moscovita del PCUS del 20-22 novembre 1920).
Di fronte alle accuse di aver così abbandonato il programma originario comunista, che già allora non mancavano e che si esprimevano soprattutto contro la NEP, Lenin rispondeva che tali accuse avrebbero avuto senso solo di fronte alla possibilità del trionfo della rivoluzione russa con le sole forze russe, cosa che mai è stata detta dal Partito e che non può che essere giudicata come pura follia:
     «Si sarebbe potuto addurre questo fatto [le relazioni commerciali con gli Stati borghesi] a dimostrazione del fallimento del comunismo, se noi avessimo mai promesso o sognato di trasformare tutto il mondo con le sole forze della sola Russia. Ma, per parte nostra, non abbiamo mai concepito una simile follia e abbiamo sempre sostenuto che la nostra rivoluzione avrebbe trionfato soltanto con l’appoggio degli operai di tutti i paesi. In effetti gli operai degli altri paesi ci hanno aiutato soltanto a metà, in quanto hanno indebolito la mano levata contro di noi, ma così facendo ci hanno dato tuttavia il loro aiuto».
Il piano di Lenin dunque si riferisce esclusivamente alla possibilità di sopravvivere e giustamente la pura sopravvivenza viene chiamata vittoria; dal punto di vista della forza internazionale del proletariato tale vittoria non era da considerarsi un’inezia, poiché non avrebbe potuto non avere un peso di rilievo nel prossimo ciclo di guerre che certamente si sarebbe aperto nel prossimo futuro:
     «Dobbiamo adoperarci perché tutti i membri dei sindacati siano interessati alla produzione e perché ricordino che solo se si aumenta la produzione e si incrementa la produttività del lavoro la Russia sovietica è in condizione di vincere. Solo per questa via la Russia sovietica abbrevierà d’una decina d’anni l’esistenza delle condizioni spaventose in cui si trova, lo stato di fame e freddo che conosce oggi. Se non riusciamo a capire questo compito, rischiamo di soccombere tutti, perché a causa della debolezza del nostro apparato dovremo battere in ritirata, perché i capitalisti potranno ricominciare in ogni istante la guerra dopo un periodo di riposo, mentre noi non saremo più in grado di continuare la guerra. Non saremo allora capaci di far sentire la pressione delle nostre grandi masse, di milioni di uomini, e saremo sconfitti in questa ultima guerra.
     «Il problema si pone appunto in tali termini: una lunga serie di guerre ha deciso sinora il destino di tutte le rivoluzioni, di tutte le grandi rivoluzioni. Una di queste grandi rivoluzioni è anche la nostra rivoluzione. Abbiamo appena vissuto un periodo di guerre, dobbiamo prepararci al secondo periodo; quando verrà questo non lo sappiamo; e dobbiamo pertanto fare in modo che, quando verrà, sappiamo esserne all’altezza"(Lenin, Discorso all’Ottavo Congresso dei Soviet, 22-29 dicembre 1920).
Non vengono taciuti pericoli e possibili errori, ma svelati nella loro più chiara essenza, proprio perché "nel guardarli bene in faccia" sta la forza del proletariato:
     «Nella nostra lotta storica di importanza mondiale abbiamo raggiunto il punto culminante e al tempo stesso più difficile. In questo momento, nel periodo attuale, il nemico non è più quello che era ieri. Il nemico non è più un’orda di guardie bianche al comando dei grandi proprietari fondiari, sostenuti da tutti i menscevichi e socialisti-rivoluzionari e da tutta la borghesia internazionale. Il nemico è oggi la realtà economica quotidiana di un paese di piccoli contadini, un paese in cui la grande industria è in rovina. Il nemico è oggi l’elemento piccolo-borghese che ci circonda come l’aria e penetra profondamente nelle file del proletariato. E il proletariato è declassato: è stato cioè gettato fuori dal suo alveo di classe. Le fabbriche e le officine sono chiuse, il proletariato è indebolito, disperso, estenuato, e l’elemento piccolo-borghese all’interno dello Stato è appoggiato da tutta la borghesia internazionale, che è ancora potente in tutto il mondo.
     «E allora come non lasciarsi prendere dalla paura?
     «Noi non vogliamo sottovalutare il pericolo. Lo guardiamo bene in faccia. Noi diciamo agli operai e ai contadini: il pericolo è grande; più coesione, più fermezza, più sangue freddo; cacciate dalle vostre file sprezzantemente i menscevizzanti, i seguaci dei socialisti-rivoluzionari, gli allarmisti e gli urlatori.
     «Il pericolo è grande. Il nemico è molto più forte di noi economicamente, come lo era ieri militarmente. Noi lo sappiamo, e in ciò sta la nostra forza» (Lenin, Tempi nuovi, errori vecchi in forma nuova, 20 agosto 1921).
Quanta distanza abissale con il pacchiano trionfalismo dell’epoca di Stalin!

Lenin dunque non nascondeva i pericoli del piano, suo e del Partito. Ciò che voleva era l’impegno dei comunisti russi in settori quanto mai estranei al comunismo, come erano il commercio interno e internazionale, ma certo non come mezzi per la "costruzione" del socialismo, ma per alleviare la fame del proletariato e dei contadini russi. Se ciò era l’unico mezzo per conservare il potere in attesa del prossimo incendio rivoluzionario, doveva essere impugnato dal Partito senza esitazione; e i passi che si riusciva a fare in tale direzione erano dunque passi verso il socialismo. Una "sottigliezza" teorica, se si vuole, ma una sottigliezza che vale un periodo storico di controrivoluzione mondiale.
 
 

3. Bolscevizzazione, aperta degenerazione del metodo di lavoro interno del Partito
 

Abbiamo voluto allineare una serie di citazioni delle Tesi dell’I.C. dal 1920 al 1926 per dimostrare come il modo di impostare i problemi organizzativi subisca una spezzata con la degenerazione dopo il Terzo Congresso. Tutte le questioni fondamentali vengono prima imbastardite, poi capovolte nel corso del processo degenerativo. In particolare ci sembra che debba essere sostenuta la tesi che, oltre alle Tesi sul ruolo del partito del Secondo Congresso, da noi sempre rivendicate in pieno, si debbano ascrivere alla tradizione del marxismo anche le Tesi organizzative del Terzo Congresso. La Sinistra non ha mai ritenuto corretta l’impostazione data alle questioni di tattica al Terzo Congresso, mentre le tesi organizzative, pur nella loro macchinosità, ribadiscono i principi generali del Secondo Congresso.

Le Tesi sono necessariamente riprese dall’esperienza russa, la quale, non bisogna scordare, in fatto di partito e di organizzazione ha da insegnare a tutti i comunisti; nello stesso tempo esprimono l’esigenza di consolidare dei partiti comunisti veramente tali in Europa. La strada da seguire, oltre alla stretta in campo organizzativo, era quella della chiarezza sui principi e della selezione dalle frange democratiche che ancora si annidavano nei partiti comunisti.

Ma l’I.C. non poté seguire questa via, anche se sappiamo che Lenin nell’ultimo periodo della sua vita aveva intenzione di rendere sempre più rigido il campo della tattica, una esplicita richiesta questa della Sinistra fin dal Secondo Congresso. Perché era chiaro che se un pericolo di opportunismo di destra esisteva nell’I.C. poteva trovare un veicolo nella tattica elastica, che si risolveva spesso in pateracchi con la socialdemocrazia. Ma non siamo ancora su un tale piano al Terzo Congresso, anche se la lotta contro il putschismo è condotta in modo da non sgombrare il campo dai pericoli della democrazia borghese.

Ben altra cosa è la bolscevizzazione, che prese corpo subito dopo la morte di Lenin (1924).

A causa della sconfitta in Germania, dell’ottobre del 1923, fin dal Quinto Congresso dell’I.C. si perse la prospettiva della rivoluzione in Europa e nel mondo a breve scadenza, anche se il proletariato tedesco non smise di combattere che con l’avvento del nazismo.

Lo stalinismo avanzava facendosi forte della sconfitta in Europa. La lotta politica, che lacerava il partito russo, si rifletteva nell’I.C. La morte di Lenin fu l’occasione per creare il mito del leninismo, sul cui altare venivano sacrificati alla lotta fra frazioni tutti i principi dell’opera di Lenin. Lenin "il restauratore" diventa Lenin "l’inventore". Bolscevizzazione significava cacciata dal partito dell’ala comunista internazionalista. Si teorizzava e si praticava l’agitazione e la propaganda all’interno del partito per creare un "partito nuovo", una nuova legge per mezzo della quale rientrò nel partito bolscevico e nell’I.C. tutta la feccia menscevica e socialrivoluzionaria messa al bando durante la guerra civile.

Il "partito nuovo" si dava anche una nuova struttura: le cellule di fabbrica avrebbero dovuto renderlo più "proletario", cacciando dal partito la "marmaglia intellettualoide", che sarebbe stata una delle cause della sconfitta in Europa. Tutto ciò significò, invece, la dispersione dei partiti europei, lo svuotamento della vita delle sezioni territoriali. Il proletariato, sempre più relegato sul posto di lavoro, andò man mano perdendo fisionomia e fiducia nella causa futura.
 
 

4. Continuità dei metodi organizzativi tra il Primo e il Secondo Congresso

a) La questione al Secondo Congresso

Il nostro fondamentale testo Partito e classe si apre con un commento delle Tesi del Secondo Congresso, rifacendosi ad una evidente verità:

     «Nelle tesi sul compito del Partito Comunista nella Rivoluzione proletaria, approvate al Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista, tesi veramente e profondamente ispirate alla dottrina marxista, si assume come punto di partenza la definizione dei rapporti fra partito e classe, e si stabilisce che il partito di classe non può comprendere nelle proprie file che una parte della classe medesima – mai tutta – forse mai neppure la maggioranza».
In tali tesi pochi sono gli accenni alle forme organizzative da dare ai nascenti partiti comunisti, salvo la tesi diciottesima, che vuole la rete dei gruppi comunisti nei soviet, nei sindacati ed altri organismi ovunque subordinata al partito stesso:
     «La pietra angolare di ogni lavoro organizzativo del Partito comunista deve essere la creazione di nuclei comunisti dovunque si trovino dei proletari o dei semi-proletari, sia pure piccolo il loro numero. In ogni soviet, in ogni sindacato, in ogni cooperativa, in ogni officina, in ogni comitato di inquilini, in ogni istituzione in cui anche solo tre persone simpatizzino per il comunismo, un nucleo comunista deve essere immediatamente organizzato (...) Tutti i nuclei comunisti che lavorano in organizzazioni apartitiche devono essere assolutamente subordinati al partito nel suo insieme, sia la sua azione in quel dato momento legale o illegale. I nuclei comunisti devono essere coordinati in modo rigorosamente gerarchico, secondo un sistema il più possibile preciso» (Tesi sul ruolo del partito comunista nella rivoluzione proletaria).
b) Perché le tesi organizzative al Terzo Congresso

La questione organizzativa viene dettagliatamente affrontata al Terzo Congresso dell’I.C. nelle "Tesi sulla struttura i metodi e l’azione dei partiti comunisti". Siamo sempre su un terreno rigorosamente marxista, anche se il tono è più pacato che al Secondo Congresso. Il nemico da battere è il metodo strafalcione dei partiti comunisti occidentali. Si tratta di sconfiggere l’inerzia che i partiti occidentali hanno ereditato dalle vecchie organizzazioni socialdemocratiche, da cui si sono appena scissi. Ciò è ben messo in evidenza al paragrafo "Il centralismo democratico" ove, parlando dei rapporti fra base e vertice, si dice:

     «Nelle organizzazioni del vecchio movimento operaio non rivoluzionario si sviluppa un dualismo della stessa natura che nelle organizzazioni dello Stato borghese. Vogliamo parlare del dualismo tra la burocrazia e il "popolo". Sotto l’influenza sclerotizzante dell’ambiente borghese, si è sviluppata in quelle organizzazioni l’estraniazione del gruppo dirigente dalla base; alla vivente comunità operaia si è sostituita, attraverso i meccanismi della democrazia formale, una divisione fra funzionari attivi e masse passive. Il movimento operaio rivoluzionario ha, in qualche modo, parzialmente ereditato una certa tendenza al formalismo e al dualismo» (Tesi sulla struttura, i metodi e l’azione dei partiti comunisti, Tesi n. 6).
Siamo dunque agli antipodi della ricerca di una formula organizzativa che risolva tutti i problemi. L’unico modo di uscirne è il lavoro metodico di Partito, fatto giorno per giorno.
 

c) La rivoluzione non è questione di forme di organizzazione

Le tesi nella loro Sezione riguardante gli "Aspetti Generali" parlano di un partito dinamico e non statico; un partito che per principio non si lega a nessuna formuletta: importante è che «l’organizzazione sia adeguata alle condizioni e ai fini della sua attività». Non si tratta di studiare quale sarà la forma organizzativa più rivoluzionaria in assoluto, anzi addirittura si afferma il contrario:

     «Per i partiti comunisti non può esservi una forma organizzativa assolutamente giusta e immutabile. Le condizioni della lotta proletaria di classe, in un incessante processo di trasformazione, sono soggette a mutamenti, anche la organizzazione dell’avanguardia del proletariato deve costantemente cercare forme adeguate» (Tesi n. 2).
Nello stesso tempo sbaglia chi pensa che dunque, si debbano fare organizzazioni localistiche o peggio federalistiche, tipo II Internazionale. Nei fatti è l’esatto contrario:
     «Ma queste differenziazioni sono contenute in un certo limite. La somiglianza della lotta proletaria nei diversi paesi e nelle diverse fasi della rivoluzione proletaria costituisce, malgrado tutti i particolari di cui bisogna tener conto, un fatto di essenziale importanza per il movimento comunista. È questa somiglianza che offre una base comune all’organizzazione di partiti comunisti in tutti i paesi. È su questa base che bisogna sviluppare l’organizzazione dei partiti comunisti, senza tendere alla fondazione di qualche nuovo partito-modello al posto di quello che esiste già o cercare una forma di organizzazione "impeccabilmente corretta", o uno statuto "ideale"» (Tesi n. 2).
Si tratta per tutti di abbattere un nemico comune: la borghesia e le classi possidenti del mondo intero, che dirigono Stati e eserciti. «Questa finalità esige per ogni azione comune un’unica guida. Essa è necessaria soprattutto per quella che è la più grande lotta della storia mondiale». Tutto ciò non si ottiene dal nulla, bisogna lavorare su due fronti: 1) potenziare la capacità di urto contro il nemico e di adattamento al mutare delle condizioni di lotta; 2) rafforzare i legami organici di partito e con le masse:
     «La direzione della lotta rivoluzionaria di classe presuppone nel partito comunista e nei suoi organi dirigenti un legame organico dotato della massima forza d’urto possibile e della massima capacità di adattarsi alle mutevoli condizioni della lotta. Inoltre una direzione fruttuosa (coronata dal successo) presuppone altresì il più stretto legame con le masse proletarie. Senza tale legame, la dirigenza non guiderà le masse, ma nel migliore dei casi sarà da esse rimorchiata» (Tesi n. 5).
Che questi legami organici si intendano ottenere con il centralismo democratico è cosa nota, d’altronde la democrazia non è mai intesa come stupida conta delle teste per ricavare la verità o, peggio ancora, nel senso dello scontro di più tendenze o frazioni per la definizione della linea politica da seguire. L’accento è posto sulla necessità di ricercare le basi di un’attività comune all’interno e di lotta comune all’esterno del partito.
     «La democrazia meramente formale dell’organizzazione non può eliminare né le tendenze al burocraticismo né quelle all’anarchia, perché proprio grazie ad essa queste tendenze hanno trovato un terreno favorevole nel movimento operaio. Perciò la centralizzazione organizzativa, cioè lo sforzo per creare una guida forte, non potrà avere successo se si cercherà di ottenerla soltanto sul terreno della democrazia formale. Sono invece necessari soprattutto lo sviluppo e il mantenimento di legami vitali e di reciproci rapporti tanto all’interno del partito tra gli organi dirigenti e gli altri membri, quanto tra il partito stesso e le masse esterne del proletariato» (Tesi n. 7).
d) Il lavoro di partito prima consegna per il militante

Si tratta, dunque, di lavorare nel partito e per il partito. È nel lavoro che si ottiene la centralizzazione e si prepara la rivoluzione. È preoccupazione dei dirigenti dell’I.C., preoccupazione tutt’altro che immotivata, di fare dei partiti europei dei veri partiti comunisti, che non si fermino alla pura e semplice adesione al programma, ma abbandonino il dualismo, il federalismo e il burocratismo e cerchino legami organici con le masse.

Si rammenti l’esperienza tedesca del marzo del 1921, quando il KPD aveva dato la parola d’ordine della presa del potere pur non avendo un forte legame con la massa del proletariato. Ma il problema non è solo quello, bisogna coinvolgere tutto il partito nel lavoro, affinché vengano meno il particolarismo e il localismo, la peste federalistica, che aveva ucciso la II Internazionale. Non è certo un richiamo al centralismo formale, ma si pensa di mettere i partiti al lavoro. È questo un giusto metodo.

     «L’arte dell’organizzazione comunista consiste nell’utilizzare tutto e tutti per la lotta proletaria delle classi, che va portata avanti, con una razionale divisione del lavoro politico, tra tutti i membri del partito; consiste nel coinvolgere, attraverso di essi, le più vaste masse del proletariato; nel mantenere solidamente nelle proprie mani la direzione del movimento nel suo complesso e non imponendo tale direzione forzatamente ma con con l’autorità: cioè con l’energia, l’esperienza, la capacità e la tolleranza» (Tesi n. 9).
Ritornano in queste tesi concetti che i comunisti hanno storicamente adottato contro gli antiautoritari e i contro-partito: bisogna che i membri del partito siano dei militanti e dedichino al lavoro del partito le loro forze e il loro tempo, nella misura in cui venga richiesto dalle circostanze date, e che, in ultima istanza dedichino al partito il meglio di sé.
     «Per essere membro del partito comunista, in linea di principio, bisogna avere, oltre che una convinzione comunista, il che è naturale, la costanza di compiere tutti gli atti concreti che riguardano sia la candidatura sia la milizia. Bisogna regolarmente pagare le quote prefissate, l’abbonamento al giornale del partito, ecc. Ma la cosa più importante è la partecipazione di ogni membro del partito al lavoro politico quotidiano» (Tesi n. 10).
e) L’opinione di Lenin

A questo punto le tesi entrano sempre più nei dettagli e in questo senso, come poi si dirà, tendono a voler sovrapporre l’esperienza organizzativa del partito russo a quella dei partiti occidentali. Più scendono nei dettagli più si fanno "russe" e perciò poco saranno intese dai partiti occidentali. Sarà lo stesso Lenin che, se pur brevemente a causa della malattia che lo stava uccidendo, metterà l’accento su una tale carenza durante il suo intervento al Quarto Congresso dell’I.C:

     «Nel 1921, al Terzo Congresso, abbiamo votato una risoluzione sulla struttura organizzativa dei partiti comunisti e sui metodi e sul contenuto del loro lavoro. La risoluzione è eccellente, ma essa è quasi interamente russa, cioè quasi interamente ispirata alle condizioni russe. Questo è il suo lato buono, ma anche il suo lato cattivo. Cattivo, perché sono convinto che quasi nessuno straniero potrà leggerla: ho riletto la risoluzione ancora una volta, prima di dire questo. In primo luogo è troppo lunga: contiene cinquanta o più paragrafi. Gli stranieri, di solito, non possono leggere cose simili. In secondo luogo, anche se la leggeranno, nessuno degli stranieri la comprenderà, appunto perché è troppo russa. Non perché sia scritta in russo, essa è tradotta ottimamente in tutte le lingue, ma perché è interamente permeata di spirito russo. In terzo luogo, se anche in via di eccezione, qualche straniero la comprenderà, egli non potrà applicarla» (Lenin, Rapporto tenuto al Quarto Congresso dell’I.C).
f) Le indicazioni di sempre

Non si creda però che in queste tesi non possano esservi indicazioni valide per la vita del partito di oggi:

     «Ogni membro del partito deve, in linea di massima, essere incorporato in un piccolo gruppo di lavoro per attuare il lavoro politico quotidiano: in un comitato, in una commissione, in un ufficio, un collegio, una frazione o una cellula. È soltanto in questo modo che il lavoro politico può essere diviso, diretto e compiuto regolarmente.
Non è neppure necessario ribadire che bisogna anche prendere parte alle riunioni generali dei membri delle organizzazioni territoriali. È un male, nelle condizioni di legalità, tentare di sostituire queste riunioni per delegati; bisogna, al contrario, che tutti i membri siano costretti a prender parte alle riunioni generali» (Tesi n. 11).

Vengono sempre meglio chiariti i luoghi e le condizioni dello sviluppo della organizzazione ed anche quando si parla di nuclei o di cellule di fabbrica mai essi vengono intesi in contraddizione con l’organizzazione territoriale. Non è superfluo ricordare che si combatte contro il lassismo e il federalismo e non contro l’organizzazione territoriale in sé. I nuclei sono dei gruppi di comunisti che lavorano, e ciò indipendentemente dal luogo nel quale questo lavoro viene svolto. Ci sono nuclei di partito addetti ai servizi di stampa e nuclei addetti al lavoro sindacale, la divisione del lavoro è necessaria ai livelli raggiunti dai partiti comunisti nel primo dopoguerra.

     «Bisogna fondare dei nuclei comunisti per il lavoro quotidiano in differenti campi dell’attività del partito: per il lavoro casa per casa, per i servizi di stampa, per la distribuzione delle pubblicazioni, per i collegamenti, ecc.
     «I nuclei comunisti sono gruppi per il lavoro comunista quotidiano nelle fabbriche e nelle officine, nei sindacati, nelle associazioni proletarie, nelle unità militari, ecc., ovunque vi sia qualche membro o per lo meno qualche candidato del partito comunista. Se ve n’è più d’uno nella stessa fabbrica o nello stesso sindacato ecc., i nuclei diventano una frazione comunista il cui lavoro è diretto dai nuclei.
     «Se si deve formare una frazione più vasta e di opposizione generale, o se semplicemente si deve intervenire in una frazione preesistente, i comunisti devono sforzarsi di ottenere la direzione, grazie ai loro nuclei.
     «La fondazione di un nucleo comunista, la sua trasformazione o la sua attività pubblica in prima persona, come comunista, sono subordinate all’osservanza scrupolosa e all’analisi dei pericoli e dei vantaggi presentati in particolare dalla situazione data» (Tesi n. 12).
g) Amorosa prudenza per non sfasciare il partito

Un altro aspetto della questione sono i tempi in cui si dovrà ottenere la "nuova organizzazione", che poi nuova non è, se non nel senso dell’adeguamento organizzativo dei partiti occidentali ai compiti che competono loro. Si deve procedere con prudenza, perché si rischia di sfasciare il partito:

     «Particolarmente importante è che questa riorganizzazione sia compiuta fin dall’inizio con la maggior cura e dopo matura riflessione. Sarebbe troppo facile, organizzazione per organizzazione, ripartire in piccoli nuclei tutti i membri, seguendo uno schema formale, e invitandoli ad agire nella vita quotidiana di partito. Ma un tale inizio sarebbe peggiore dell’inazione. Provocherebbe altresì la diffidenza e l’allontanamento dei membri del partito dalla comprensione di tale importante mutamento» (Tesi n. 13).
Solo a questo punto si può iniziare a parlare di attività esterna di partito, attività verso la classe al fine di acquisirne una larga influenza, attività esterna, beninteso, e non agitazione interna come verrà detto pochi anni dopo. Sempre dalle "Tesi":
     «Il nostro compito più importante in assoluto nel periodo della sollevazione rivoluzionaria aperta è quello della propaganda e dell’agitazione rivoluzionaria". (Tesi n. 20).
     «Le principali forme della propaganda e agitazione comuniste sono: i colloqui personali e la partecipazione alle lotte dei movimenti operai sindacali e politici, e ancora la stampa e le pubblicazioni del partito. A tutta questa attività deve partecipare regolarmente, in un modo o nell’altro, ciascun membro tanto di partiti legali quanto di quelli illegali» (Tesi n. 21).
     «L’agitazione comunista tra le masse proletarie deve essere condotta in modo che i proletari in lotta riconoscano che la nostra organizzazione comunista è la guida coraggiosa, intelligente, energica e fedele del loro comune movimento. Per ottenere ciò, i comunisti debbono partecipare a tutte le lotte elementari e ai movimenti della classe operaia, e guidare l’azione degli operai in tutti i conflitti fra essi e i capitalisti circa l’orario di lavoro, il salario, le condizioni di lavoro, ecc. I comunisti debbono quindi occuparsi attivamente delle questioni concrete concernenti la vita degli operai, aiutare gli operai a sbrogliare tali questioni, indirizzare la loro attenzione sugli abusi più clamorosi, aiutarli a formulare in modo pratico e preciso le richieste ai capitalisti, cercare di sviluppare in essi il senso della solidarietà, risvegliare in essi la consapevolezza dei loro interessi comuni e della causa comune di tutti gli operai del paese in quanto classe operaia che costituisce una parte dell’armata mondiale del proletariato» (Tesi n. 23).

 

 5. Bolscevizzazione affossamento della rivoluzione internazionale
 

a) Una spaccatura decisiva con la tradizione

Lenin considerava le tesi del Terzo Congresso eccessivamente permeate di "spirito russo", ma, come abbiamo visto, sono su un terreno perfettamente marxista; quando invece l’I.C. crederà di poter risolvere i propri problemi facendo dei partiti occidentali dei partiti "bolscevichi", allora saremo sul terreno dell’opportunismo.

Bolscevizzazione è un termine che entra a far parte del linguaggio dell’I.C dopo la sconfitta tedesca del 1923. L’I.C. rimproverava ai partiti comunisti di non riuscire a "fare" la rivoluzione, perché non erano abbastanza ben attrezzati sia organizzativamente sia politicamente; il che era abbastanza vero, anche se l’I.C. stessa aveva contribuito non poco a questo stato di cose con la sua indeterminatezza in campo tattico.

Quello che non si inquadra più con la tradizione marxista è che per curare questi mali si prospettò una cura che ai partiti arrecò più male della malattia stessa: si volle scopiazzare, soprattutto nella forma, il tipo di organizzazione che aveva permesso ai bolscevichi di prendere il potere, ma così facendo si precipitarono i partiti comunisti al livello dei menscevichi. In questa opera si contraddiceva proprio la regola generale che aveva contraddistinto le Tesi organizzative del Terzo Congresso, cioè che «per i partiti comunisti non può esservi una forma organizzativa assolutamente giusta e immutabile». Ma ciò che più è doloroso è che tutto ciò veniva presentato come una conseguenza dello sviluppo dell’I.C, si contrabbandava una continuità dove invece era una spaccatura con le classiche tesi marxiste.

     «Il terzo congresso mondiale dell’I.C stabilì che le cellule di fabbrica dovevano costituire il fondamento dei partiti comunisti. Questo cambiamento non ha ancora trovato esecuzione nella maggior parte delle sezioni dell’I.C; in molte sezioni la questione della organizzazione di cellule di fabbrica non è neppure stata sollevata in forma pratica. L’esperienza della rivoluzione tedesca (alla fine del 1923) ha tuttavia dimostrato con estrema chiarezza che, mancando cellule radicate nelle fabbriche e stretti legami con la masse lavoratrici, non è possibile trascinare queste nella lotta, guidarle, valutarne correttamente gli umori, sfruttare il momento per noi più favorevole, né riportare la vittoria sulla borghesia» (Risoluzione dell’Esecutivo dell’I.C in merito all’organizzazione delle cellule di fabbrica).
b) L’organizzazione territoriale diventa "retaggio socialdemocratico"

Le novità vengono teorizzate sempre in nome della continuità e della tradizione. L’I.C. non sfugge a questa regola. Ecco apparire la teoria che l’organizzazione territoriale sia di per sé opportunista. Una tale risoluzione è del Quinto Congresso, ma non ci risulta che sia mai stata discussa e, forse, non è mai neanche stata approvata, tant’è vero che viene datata genericamente "luglio 1924".

     «Il contrasto di principio fra il ruolo e l’attività del partito comunista e quelli del partito socialdemocratico si esprime anche nella diversa forma di organizzazione dei due partiti. Il partito socialdemocratico, interamente volto all’attività riformista nella democrazia borghese e principalmente all’attività elettorale parlamentare, è appunto fondato sul collegio elettorale, sull’organizzazione territoriale, e si appoggia sul gruppo locale come base di organizzazione di partito. Invece il partito comunista che guida le masse operaie alle lotte rivoluzionarie per il crollo del capitale e la conquista del potere deve avere un altro assetto organizzativo, poiché il suo sostegno principale è nella fabbrica» (Risoluzione del Quinto Congresso sulla ristrutturazione del partito sulla base delle cellule di fabbrica).
c) Agitazione e propaganda dentro il partito

Tutto viene stravolto e straziato. Le forze in gioco sono enormi. Si tratta di combattere ed espellere la parte sana del partito per poter trasformare i partiti dell’I.C in strumenti acquiescenti alla politica dello Stato russo. La bolscevizzazione diviene lo strumento attraverso cui lo stalinismo combatterà il "trotzkismo": tale sarà il nome che la controrivoluzione darà al comunismo, che intende affogare. La propaganda e l’agitazione divengono strumenti della lotta all’interno del movimento comunista mondiale. Il "marxismo-leninismo" diviene il credo su cui tutti debbono giurare pena l’esclusione dal partito. Ancora una risoluzione mai discussa e, forse, mai approvata dal Quinto Congresso introduce nel partito novità opportuniste fin allora sconosciute nell’I.C.

     «La bolscevizzazione dei partiti comunisti unita alla decisa attività rivoluzionaria delle sezioni dell’I.C. si realizza inculcando profondamente il marxismo, il leninismo nella coscienza dei partiti comunisti e dei loro membri. Essa non rappresenta un meccanico trasferimento delle concrete misure del Partito comunista russo, ma la concreta applicazione dei metodi del bolscevismo in una data epoca storica. Solo attraverso la presa di coscienza teorica della prassi rivoluzionaria i partiti comunisti possono diventare quindi guide delle masse veramente consapevoli» (Tesi del Quinto Congresso sull’attività di propaganda dell’I.C. e delle sue sezioni).
d) La "leva leninista"

Per "creare" i nuovi quadri "marxisti-leninisti" i partiti devono adottare strumenti idonei:

     «Pubblicare un giornale propagandistico per l’istruzione dei funzionari di partito e in particolare dei quadri preposti alla propaganda. Obiettivo del giornale sarà quello di facilitare lo scambio di esperienze, di elaborazione nei particolari del programma di istruzione, di guidare e sistematizzare la formazione del partito. Per poter far fronte almeno alle necessità dei maggiori partiti quanto alla disponibilità di quadri teoricamente preparati, l’I.C. convocherà a Mosca per un soggiorno prolungato un certo numero di quadri del partito provenienti dalle sezioni tedesca, inglese, americana, ceca, italiana, francese e orientale, nonché, se possibile, da altre sezioni, i quali si dedicheranno esclusivamente allo studio della teoria e della pratica del marxismo-leninismo" (Tesi n, 8).
Se, con la scusa della necessità della conoscenza del "marxismo-leninismo", si vuole un partito "culturalmente" più preparato, esso dovrà essere alienato agli intellettuali. L’organizzazione per cellule permetterà all’I.C. di avere partiti con sezioni di soli operai. Ecco dunque il vero "dualismo":
     «Il partito comunista deve avere la sua base organizzativa fra le masse operaie stesse, nella fabbrica, nei luoghi di lavoro. L’assetto del partito sulla base delle cellule di fabbrica permette inizialmente al medesimo un contatto stretto e veramente duraturo con le masse. Esso permette al partito di essere sempre al corrente dei bisogni e delle aspirazioni delle masse operaie e di reagire di conseguenza; gli consente di condurre la lotta per il potere per mezzo della sua persistente influenza ed effettiva direzione ed organizzazione della lotta rivoluzionaria contro il padronato, contro il fascismo e contro lo Stato capitalistico» (Risoluzione...)
Il "nuovo statuto tipo", a cui dovranno conformarsi tutti i partiti, sancisce che la cellula è la base su cui si fonda il partito rivoluzionario. Tutta una serie di articoli indicano come si devono riorganizzare i partiti: le cellule, che sono di fabbrica e di quartiere, i gruppi locali formati da più cellule, il gruppo di quartiere, la sezione cittadina, la conferenza provinciale, la conferenza di partito, il congresso di partito, il comitato centrale, la commissione centrale di controllo.
 

e) Ancora abiure

Tirare un parallelo fra le Tesi del Quinto Plenum dell’I.C sulla bolscevizzazione dei partiti comunisti e le Tesi sull’organizzazione del Terzo Congresso è materialmente impossibile, perché nelle due risoluzioni si parlano lingue diverse e si trattano anche argomenti diversi. Sarà però interessante mettere in luce alcune "perle" staliniste sia per ciò che riguarda il metodo di partito sia la teoria vera e propria. Incomincia ad affacciarsi il concetto che il "leninismo" sia la "messa in pratica" della teoria marxista:

     «Considerati in sé e per sé, comunismo, marxismo e bolscevismo sono la stessa cosa. Considerati in sé e per sé "partito comunista" e "partito bolscevico" sono concetti identici. Ma nella prassi non sono la stessa cosa» (Tesi n. 4).
Si vede il "leninismo" come un passe-partout che apre, se impugnato nella giusta maniera, la porta della rivoluzione:
     «La bolscevizzazione è la capacità di applicare i principi generali del leninismo alla concreta situazione data in questo o quel paese. La bolscevizzazione, inoltre, è la capacità di cogliere quell’"anello fondamentale" che consente di tirare dietro l’intera "catena". Ma questo "anello della catena", data la varietà degli ambienti e delle situazioni politiche, non può essere lo stesso in ogni paese» (Tesi n. 5).
Le tesi tengono a dimostrare che il leninismo, cioè «la teoria e la prassi del marxismo nell’epoca dell’imperialismo», sia qualcosa di diverso dal marxismo stesso, qualcosa di più aggiornato, qualcosa di più moderno:
     «Il leninismo ha arricchito la teoria generale del marxismo soprattutto in quanto ha risolto i seguenti problemi: 1) la teoria dell’imperialismo e della rivoluzione proletaria; 2) le condizioni e le forme della realizzazione della dittatura del proletariato; 3) i rapporti reciproci tra proletariato e contadini; 4) l’importanza della questione nazionale in generale; 5) l’importanza, in particolare, dei movimenti nazionali nei paesi coloniali e semi coloniali, per la rivoluzione nel periodo di transizione; 6 )il ruolo del partito; 7) la tattica del proletariato nel periodo della guerra imperialistica; 8) il ruolo dello Stato proletario nel periodo di transizione; 9) il potere sovietico in quanto tipo concreto di Stato proletario in questo periodo; 10) il problema della stratificazione sociale all’interno dello stesso proletariato in due tendenze, una opportunistica e una rivoluzionaria, in quanto fonte di scissione del movimento operaio; 11) il problema del superamento tanto delle tendenze socialdemocratiche di destra tanto delle deviazioni di sinistra "malattie infantili di sinistra" del movimento comunista».
f) Contro Rosa Luxemburg e Leone Trotzki per lo Stato russo

Ancora le Tesi sulla bolscevizzazione battono sul "luxemburghismo". Si riesumano vecchie polemiche fra morti per il comunismo per dimostrare come il marxismo di matrice europea fosse bacato fin dalle origini e soprattutto come fin da allora fosse contro il leninismo. Il "luxemburghismo" poi travasato nei partiti occidentali, specialmente in quello tedesco, diviene tesi dell’I.C., e per la quale sta proprio in questo la causa della sconfitta. Sono ormai lontani i tempi del Primo Congresso dell’I.C in cui si invitavano i proletari di tutto il mondo a vendicare l’assassinio di Carlo Liebknecht e di Rosa Luxemburg. Del resto il giudizio di Lenin su Rosa Luxemburg era stato più che chiaro: "malgrado i suoi errori è stata e rimane un’aquila".

Parlando di "deviazioni dal leninismo" le Tesi non si lasciano sfuggire l’occasione per gridare alla strega "trotzkista": «Una varietà del menscevismo che fonde l’opportunismo europeo con la retorica della sinistra radicale e in tal modo maschera di frequente la propria passività».

Si stava ormai combattendo e, purtroppo, perdendo la battaglia decisiva nel partito russo e nell’I.C. Le Tesi riflettono tutto ciò: non un sussulto, non un fremito, non un cenno di speranza nella rivoluzione europea, tutto piatto come l’encefalogramma di un morto. Sull’altare di Lenin, ormai assurto a icona della rivoluzione, vengono sacrificati gli ultimi riti dell’I.C. Il fulcro centrale della tattica diverrà sempre di più il rafforzamento dello Stato russo e l’I.C. sarà degradata a semplice portavoce della sua politica. Sta infatti per iniziare l’opera di "costruzione del socialismo" in Russia.

Solo un anno dopo, nel secondo anniversario della morte di Lenin, l’avvenuto tracollo sarà anche teorizzato:
     «L’esistenza dell’Unione Sovietica è di per sé un segno della situazione rivoluzionaria ed un fattore importante per le prospettive rivoluzionarie. Oggi due sistemi economici o sociali si fronteggiano: il capitalismo e il socialismo. Il rafforzamento dell’uno significa l’indebolimento dell’altro.

     «La crescente potenza della Russia sovietica è un appoggio per la rivoluzione mondiale ed un fondamentale fattore di potere non soltanto ideale ma concreto per tutti gli oppressi (classi e popoli) della terra. E la potenza economica della Russia aumenterà di anno in anno: raggiunto il livello pre-bellico, non si arresterà di certo. Il superamento di tale livello, con l’aiuto dell’industria socialista di Stato e delle associazioni cooperative, il crescente miglioramento delle condizioni di vita degli operai e dei contadini, lo slancio culturale – tutto ciò insieme alla smisurata ricchezza del paese – renderanno tra alcuni anni invincibile la Russia e quindi il socialismo» (Nel secondo anniversario della morte di Lenin. La situazione politica ed economica nel mondo e le prospettive della rivoluzione mondiale).

 

6. La evoluzione tattica dell’Internazionale dal "Governo operaio" al "Governo operaio e contadino"
 

Al Quarto Congresso dell’I.C., tenutosi tra il novembre e dicembre 1922, appare fin dall’inizio che la parola d’ordine del Fronte Unico ha dato luogo non solo a diverse interpretazioni erronee, ma anche ad aperte deviazioni di principio. L’Internazionale si vede costretta a ricordare alle proprie sezioni nazionali che ogni ritorno all’unità con la socialdemocrazia è per sempre escluso.

Ma lo spettro appena fugato ritorna in scena con la parola d’ordine del "governo operaio" e con le sue molteplici interpretazioni. La socialdemocrazia da strumento di conservazione borghese diviene ora suo elemento dissolutore, ed i comunisti «date certe garanzie ed in quanto dimostri di difendere gli interessi dei lavoratori», devono essere pronti ad appoggiarla. Si legge infatti nelle tesi:

     «Anche un governo operaio scaturito da una costellazione parlamentare, quindi di origine puramente parlamentare, può dar modo di ravvivare il movimento operaio rivoluzionario. È però evidente che la nascita di un governo operaio e l’ulteriore conservazione di un governo che conduce una politica rivoluzionaria, deve scatenare le lotte più aspre ed eventualmente la guerra civile con la borghesia. Già il solo tentativo del proletariato di creare un tale governo operaio si scontrerà fin dall’inizio nella più accanita resistenza della borghesia. La parola d’ordine del governo operaio è quindi atta ad affasciare il proletariato ed a scatenare lotte rivoluzionarie».
Abbiamo visto in precedenti rapporti come queste aggiornate formulazioni avessero di fatto già da allora dimenticato la giusta impostazione marxista sull’esclusione di soluzioni intermedie tra dittatura borghese e dittatura del proletariato; rovesciato le stesse basi del parlamentarismo rivoluzionario, inteso come strumento di sovversione degli istituti rappresentativi borghesi, e la stessa nozione di Stato.

La Sinistra italiana, al contrario, fin dal febbraio del 1921 in un articolo intitolato "La funzione della Socialdemocrazia",lucidamente vedeva un avvento socialdemocratico al timone dello Stato, anche se dovuto alla spinta delle masse ancora illuse ed accecate dal miraggio riformista, come una estrema difesa dello Stato borghese dall’attacco rivoluzionario.

     «Tale intermezzo, ove il proletariato non avrà la forza di evitarlo, non rappresenterà una condizione necessaria per l’avvento delle forme e degli istituti rivoluzionari, non sarà un’utile preparazione ad essi, ma costituirà un disperato tentativo borghese per diminuire e stornare la forza d’attacco del proletariato» in ogni caso, e «per batterlo spietatamente sotto la reazione bianca, se gli resterà tanta energia da osare la rivolta contro il legittimo, l’umanitario, il civile governo della socialdemocrazia» (Il Comunista, 6 febbraio 1921).
Al punto 33 delle Tesi di Roma si legge ancora:
     «L’avvento di un governo della sinistra borghese o anche di un governo socialdemocratico possono essere considerati come un avviamento alla lotta definitiva per la dittatura proletaria, ma non nel senso che la loro opera creerebbe utili premesse di ordine economico o politico, e mai più per la speranza che concederebbero al proletariato maggiore libertà di organizzazione, di preparazione, di azione rivoluzionaria. Il partito sa ed ha il dovere di proclamare, in forza di ragioni critiche e di una sanguinosa esperienza, che questi governi non rispetterebbero la libertà di movimenti del proletariato che fino al momento di cui questo li ravvivasse e li difendesse come propri rappresentanti, mentre dinanzi ad un assalto delle masse contro la macchina dello Stato democratico risponderebbero con la più feroce reazione. È quindi in un senso ben diverso che l’avvento di questi governi può essere utile: in quanto cioè la loro opera permetterà al proletariato di dedurre dai fatti la reale esperienza che solo la instaurazione della sua dittatura dà luogo ad una reale sconfitta del capitalismo. È evidente che la utilizzazione di una simile esperienza avverrà in modo efficace solo nella misura in cui il partito comunista avrà preventivamente denunciato tale fallimento, e avrà conservata una salda organizzazione indipendente attorno a cui il proletariato potrà raggrupparsi allorquando sarà costretto ad abbandonare i gruppi ed i partiti che avrà in parte sostenuto nel loro esperimento di governo».
La Sinistra italiana ribadiva quindi la necessità di bandire nell’applicazione delle norme tattiche quella indiscriminata libertà ed elasticità dettata dall’esame di presunte situazioni contingenti. La tattica, nelle varie situazioni, deve essere in rapporto al programma, anche se ciò sembra restringere le sue possibilità di azione. Solo in questo modo possiamo avere la garanzia dell’organica unità dell’opera del partito e dell’I.C. nella lotta rivoluzionaria. Non avendo il programma del partito il carattere di un semplice scopo da raggiungere per qualunque via, le norme tattiche generali, applicate alle varie situazioni,
     «devono essere precisate, entro certi limiti non rigidi, ma sempre più netti e meno oscillanti» (Tesi di Roma, punto 29).
     «Per noi l’esistenza indipendente del partito comunista è ancora una formula vaga, se non si precisa il valore di quella indipendenza in base alle ragioni che ci hanno imposto di costruirla attraverso la scissione, e che la identificano con la coscienza programmatica e la disciplina organizzativa del gruppo. Il contenuto e l’indirizzo programmatico del partito, che nella sua milizia, e in quella più vasta che inquadra sindacalmente e in altri campi, non è una macchina bruta ma appunto un prodotto ed un fattore al tempo stesso del processo storico, possono essere influenzati sfavorevolmente da atteggiamenti erronei della tattica (...) In nessun caso il partito dovrà dichiarare di aver fatto propri postulati e vie di azione politica che avvalorino la preparazione a svolgimenti contrastanti con il suo contenuto programmatico (...) Né accettare la corresponsabilità di azioni che possano domani essere dirette da altri elementi politici prevalenti in una coalizione la cui disciplina si sia preventivamente riconosciuta; senza di che non vi sarebbe neppure coalizione.
     «Dinanzi poi al problema del governo socialdemocratico, l’attitudine di mostrare che esso non può contenere una soluzione dei problemi proletari è necessaria anche prima che esso si costituisca, per evitare che il proletariato sia tutto aggiogato al fallimento di tale esperienza. Che tanto non ritardi il reale sviluppo che a questa esperienza conduce è detto anche nelle nostre tesi, ed è curioso come lo ammetta nettamente, contraddicendosi, uno dei suoi critici, quando afferma che questo sviluppo è accelerato dalla pressione rivoluzionaria delle masse.
     «Il partito comunista non fa che divenire il protagonista, nelle sue attitudini e nella sua opera e nella sua lotta, di questa pressione della parte più rivoluzionaria delle masse, rifiutandosi di schierarsi tra le forze che invocano il governo socialdemocratico. Ecco come l’antitesi diviene non solo teorica ma anche pratica, contraddicendo la dialettica di alcuni compagni che corrisponderebbe alla mutevolezza di atteggiamenti. Proprio la dialettica dirittamente intesa spiega come l’opposizione comunista all’esperimento socialdemocratico, prima e dopo, sia un coefficiente del precipitare degli sviluppi tra cui quell’esperienza è compresa (...)
     «Sono limiti tattici che non traccia la teoria, ma la realtà, e questo è tanto vero che, senza fare gli uccelli del malaugurio, noi prevediamo se si continuerà ad esagerare in questo metodo delle illimitate oscillazioni tattiche e delle coincidenze contingenti tra opposte parti politiche, si demolirà a poco a poco il risultato di sanguinose esperienze della lotta di classe, per arrivare non a geniali successi, ma allo svuotamento delle energie rivoluzionarie del proletariato, correndo il rischio che ancora una volta l’opportunismo celebri i suoi saturnali sulla sconfitta della rivoluzione, le cui forze già esso dipinge come incerte ed esitanti ed avviate sulla via di Damasco» (Il Comunista, 21 marzo 1922).
La proposta del fronte unico era stata avanzata, nel 1921, con lo scopo di attirare nei ranghi del partito comunista rivoluzionario quella notevole parte del proletariato europeo che seguiva ancora i vecchi partiti socialdemocratici e i più pericolosi (per Lenin e per noi) partiti "massimalisti", o "centristi", aderenti all’Internazionale 2 e ½.

Nessuno si sognava di contestare la necessità di estendere il più possibile l’influenza del partito all’interno della classe operaia. Il PCd’I accettò questa tattica e ne dette una interpretazione dialettica e fu, in pratica, il solo che la applicò, traendone rilevanti effetti, malgrado il giganteggiare dell’offensiva fascista coadiuvata dall’infame pacifismo socialista.

È importante ricordare che al congresso del PCF, a Marsiglia (1922), che si mostrava recalcitrante nell’accettare la tattica del fronte unico, l’Internazionale si fece rappresentare da un esponente del C.E. del PCd’I e della Sinistra. Rappresentante che fece un ottimo lavoro per disperdere le illusioni immediatiste e di falsa sinistra dei francesi. La Sinistra italiana, allora alla direzione del partito, compì una completa analisi dialettica e marxista della azione tattica del partito e dell’Internazionale, suffragata, alla prova dei fatti, da una esperienza di aspre lotte. La questione fu svolta nelle tesi di Roma adottate come contributo alla discussione Internazionale; un progetto di tesi fu presentato dalla Sinistra al Quarto Congresso dell’I.C, rinviato poi al Quinto del 1924 e ancora sostenuto all’Allargato del 1926.

Non è qui il caso di riesporre la posizione della Sinistra italiana sulla tattica del fronte unico in contrapposizione a quella dell’I.C., esposta in precedenti rapporti; ne abbiamo fatto un breve richiamo per mostrare come lo sdrucciolone tra questa prima parola d’ordine e la successiva di "governo operaio" dimostri che la libertà tattica senza freni né limiti porta all’abbandono stesso dei principi. Se il partito nostro ha per sua funzione storica la presa del potere ed il suo governo, come non può esistere una coalizione di partiti se non si trovano su una medesima piattaforma di conquista dello Stato, così non si può parlare di governo operaio se non si afferma che ne esiste uno solo e che altro non è che la dittatura del proletariato, dittatura che può essere instaurata solo con la guerra civile e la distruzione del parlamento e di tutti gli istituti del dominio borghese.

L’affermazione dei dirigenti dell’I.C., secondo cui la formula "Stato operaio" altro non era che un sinonimo di "Dittatura del proletariato", non poteva di per sé fugare i dubbi puntualmente espressi dalla Sinistra: portando il fronte unico non solo tra partiti politici, ma sul campo delle forme di Stato, era il principio stesso della dittatura del proletariato che sarebbe stato abbandonato. Avemmo quindi ragione di inasprire il nostro dissenso e di pronosticare la caduta dell’Internazionale nell’opportunismo se quelle soluzioni tattiche non fossero state abbandonate.

Le tattiche pericolose (fronte unico fra partiti politici e "governo operaio") e gli errori organizzativi (per i quali si vedeva la possibilità di organizzare numericamente la maggioranza del proletariato con fusioni che accettassero interi partiti o gruppi di essi dietro patteggiamenti con i loro stati maggiori, ed anche con l’ammettere come sezioni del Comintern i pretesi partiti "simpatizzanti", il che era un palese errore in senso federalistico) vennero denunciati dalla sola Sinistra italiana, cosicché l’I.C., dal Quarto Congresso in poi, anziché raddrizzare il proprio timone verso il Nord rivoluzionario, proseguì sempre più per quella via oscillante tra destra e sinistra e viceversa, inseguendo le astuzie situazionistiche, il che di lì a poco l’avrebbe portata al completo abbandono di ogni principio rivoluzionario.

Una delle varie forme di "governo operaio" presentate al Quarto Congresso, ma solo per pochi paesi arretrati, era quella non meglio specificata di "governo degli operai e dei contadini poveri". Dal Terzo Esecutivo Allargato (giugno 1923) in poi divenne parola d’ordine per tutti i paesi e soprattutto per quelli altamente industrializzati. Zinoviev, nel suo discorso introduttivo, elogiò il partito comunista americano (Workers Party) che «ha lanciato, senza alcuna iniziativa da parte nostra, la parola d’ordine: “governo degli operai e dei contadini!” questo slogan – continuava Zinoviev – ha subito esercitato una grande forza di attrazione in America, quindi nel più grande paese industrializzato del mondo». La parola d’ordine del "governo operaio e contadino" era già stata lanciata dal partito socialista polacco, mentre la socialdemocrazia tedesca aveva presentato un disegno di legge sulla questione contadina sotto lo slogan: "Terra al popolo".

     «La socialdemocrazia – affermava Zinoviev – nell’insieme perde terreno nel proletariato e cerca disperatamente una nuova base sociale fra i piccoli-borghesi, gli impiegati e funzionari urbani e anche fra una parte dei contadini (...) Come di fronte ad essi si deve configurare la nostra strategia? In breve, la nostra strategia deve muoversi nelle forme seguenti: la socialdemocrazia lascia molte posizioni all’interno della classe operaia, noi dobbiamo subito occupare queste posizioni poiché la classe operaia rappresenta la nostra principale fortezza. Nello stesso tempo la socialdemocrazia cerca, come sostituto per le posizioni perdute fra la classe operaia, nuove posizioni fra i contadini. Come reagiamo noi a questa manovra? Inseguiamo i socialdemocratici su questa via e combattiamo contro di essa in questo nuovo ambiente».
Pienamente intonata a questo discorso di Zinoviev e se vogliamo ancora più audace, fu la risoluzione del Terzo E.A. sul "governo operaio e contadino". In essa si parte dalla affermazione che «dopo la prima guerra mondiale imperialistica i contadini non rappresentavano più la stessa cosa di prima della guerra». Compito dei partiti comunisti sarebbe quindi quello di abbandonare
     «una gretta concezione corporativa della lotta proletaria (per) presentare fin da oggi obiettivi che fin d’ora raccolgano tutto il popolo (...) Già solo per il fatto che i partiti comunisti facciano proprie a livello internazionale le risoluzioni del “governo operaio e contadino” ed inizino l’agitazione per questo, è posto il principio di una neutralizzazione degli strati contadini intermedi e di una nostra conquista della piccola borghesia contadina (...)
     «La formula “governo operaio e contadino”, così come a suo tempo la formula “governo operaio”, non sostituisce affatto l’agitazione per la dittatura del proletariato, fondamento dei fondamenti della tattica comunista. Essa non mette affatto da parte questa agitazione. Al contrario proprio la formulazione “governo operaio e contadino” rappresenta la vera strada verso la dittatura del proletariato, estendendo essa la base necessaria a portare avanti la tattica del fronte unico che è la sola tattica giusta nelle condizioni attuali».
Ciò dimostra chiaramente l’involuzione della tattica dell’Internazionale, che non riuscì a comprenderne le disastrose conseguenze neppure dopo la disfatta del 1923 in Germania. Dal fronte unico, inteso come strumento per smascherare agli occhi del proletariato la politica forcaiola della socialdemocrazia, si passò con il “governo operaio” a prospettare intese parlamentari e di governo con i partiti della II Internazionale, fino ad arrivare con la parola d’ordine del “governo operaio e contadino” a dare una patente di rivoluzionarismo ad interi settori della piccola borghesia, perfino nei paesi altamente industrializzati, e ad indirizzare l’intervento dei partiti comunisti verso obiettivi sempre meno classisti e sempre più popolari.

È più che evidente come ogni riferimento al "tatticismo" leninista fosse falso. I "compromessi" di Lenin si riferivano alla Russia zarista, e non era quindi possibile basarsi su di essi per la soluzione di questioni tattiche nelle condizioni classiche – e tipiche dell’occidente moderno – che vedevano il proletariato in lotta con una borghesia capitalistica pienamente sviluppata e da lungo tempo al potere. L’appoggio ad "ogni moto diretto contro le condizioni sociali esistenti" di cui parla Marx e i "compromessi" di cui parla Lenin, sono appoggio e compromessi verso dei movimenti ancora costretti ad aprirsi la via con l’insurrezione contro forme sociali e produttive arretrate. L’intervento del partito comunista vi si presenta come un momento della guerra civile: ad esempio la questione dei contadini in Russia.
 
 

7. La tattica fusionista errore organizzativo dell’I.C.
 

Altro errore di tatticismo dell’Internazionale, che contribuì non poco alla lacerazione del suo tessuto, fu la politica fusionista e l’altra, ad essa legata, di accettare come partiti "simpatizzanti" dei partiti dichiaratamente controrivoluzionari.

Per quanto riguarda l’ipotetica fusione tra PCd’I e PSI il Terzo E.A. volle, malgrado tutto, riaffermare la giustezza della decisione del Quarto Congresso mondiale per l’unificazione tra i due partiti, attribuendo la responsabilità dell’insuccesso al sabotaggio della direzione del partito comunista. La risoluzione sulla questione italiana suonava come un aperto atto di accusa contro la Sinistra: «Nonostante le decisioni prese al Quarto Congresso, la maggioranza del CC non soltanto non ha condotto una campagna sistematica per l’unione con il partito socialista, ma ha anche in sostanza paralizzato l’applicazione di queste decisioni». L’E.A. ordinava quindi di mobilitare tutto il partito in una campagna per l’unificazione, di «sostenere con tutti i mezzi i membri del partito socialista fautori dell’unione con i comunisti», di adottare una tattica di fronte unico consona alla situazione italiana; nominava un nuovo C.E. tale da «garantire l’applicazione delle posizioni suesposte». Infine, malgrado che al congresso di Milano il partito massimalista si fosse espresso nella sua schiacciante maggioranza contro l’unificazione con i comunisti, l’ E.A. elevava il PSI al rango di partito simpatizzante e lo invitava «ad inviare al più presto a Mosca una delegazione per realizzare l’unione con il Comintern».

All’E.A., assente la Sinistra essendo i suoi rappresentanti in prigione, grazie alle provocatorie accuse della destra del partito e dei “terzini” e, alla politica da Ponzio Pilato dei centristi, si consumò il processo ai danni dei vecchi dirigenti del partito dichiarati colpevoli di avere sabotato non solo l’unificazione con i socialisti, ma addirittura la rivoluzione, visto che il fascismo aveva vinto.

Riguardo l’accusa di sabotaggio della fusione basta rifarsi ai documenti ufficiali per vedere quale effettivamente fosse stato l’atteggiamento della Sinistra:

     «Non abbiamo mai detto o scritto una sola parola contro la fusione; dire che abbiamo ispirato la nostra stampa in tal senso è una bugia delle tesi minoritarie (Tasca e C., n.d.r.). Abbiamo dato la caccia in un certo tempo a chi scriveva articoli fusionisti senza ottenerne. Dovevamo scriverli noi stessi? Non ci sentimmo di farlo. Abbiamo reiteratamente declinato i nostri posti direttivi: ma non abbiamo scritto contro la fusione. A Mosca abbiamo rinunciato al nostro diritto di discutere, con dichiarazioni che significano: “siamo disciplinati a quello che ci pare una vera enormità, ma non possiamo essere noi i gerenti di una tale politica”. Tornati in Italia abbiamo assistito in silenzio alla polemica antifusionista di Vella e C. che ad ogni momento citavano motivi menzogneri di indegnità del PCI e dei suoi capi, rinunciando a gridare a costoro: “siamo d’accordo non vogliamo nemmeno per sogno andare con voi!” Non ci si poteva chiedere di più. Dopo, per fortuna, siamo andati in carcere, mentre la fusione andava a picco» (Stato Operaio, 10 luglio 1924).

Ai dirigenti dell’Internazionale non possiamo nemmeno concedere l’attenuante della disinformazione. Anche se elementi della fatta di Humbert-Droz, avessero sempre detto e scritto quello che i "papi" desideravano che si dicesse e si scrivesse, la stessa Internazionale sapeva bene che i rapporti di quei signori non erano delle enormi falsificazioni per ingraziarsi Mosca. Al contrario l’inviato dell’I.C. Manuilskij, in un rapporto al Comintern, dopo aver riconosciuto quanto i rappresentanti dell’I.C., e lui stesso, avessero "civettato" con i vecchi capi del partito massimalista, scavalcando a piè pari il partito comunista, dopo avere analizzato le varie correnti del PSI e riconosciuto che se fusionisti vi erano non ve n’era che una infima minoranza, concludeva dicendo che se i socialisti potevano presentarsi ancora come difensori degli interessi del proletariato lo si doveva esclusivamente alla politica del governo fascista.

     «Per nostra fortuna – era scritto nel rapporto – Mussolini, nonostante tutte le proposte fattegli dal partito di Turati, risponde con assoluta negligenza a “questa pecora rognosa che potrebbe portare l’epidemia nel gregge” governativo».
Manuilskij ricordava che ciò non era da riferirsi solo a Turati e al suo partito, ma anche ad uomini ai quali il compagno Zinoviev aveva fatto in tempi recentissimi ripetute avances.
     «Voglio dire – continuava – di uomini come Lazzari. Io ho avuto due colloqui con Lazzari; e, che volete cari compagni, egli prospetta oggi, per effetto di diverse combinazioni parlamentari, la possibilità di una collaborazione con Mussolini, se Mussolini inizierà una lotta contro la Monarchia (...) Noi siamo alla vigilia di nuovi tradimenti di cui la formazione del Comitato di Difesa Socialista non è che un modesto inizio (...) Io affermo che a Mosca si è esagerato lo stato d’animo del PCd’I quando si è parlato delle difficoltà che il lavoro di fusione avrebbe incontrato nei dirigenti del partito. E io credo che questo errore fu dovuto alle dichiarazioni ben precise del compagno Bordiga il quale, come ognuno sa, non appartiene alla scuola diplomatica ed ha abitudini di esprimersi in famiglia forse molto brutalmente. Ma io affermo e lo dimostrerò con le prove dei fatti, che tutto ciò che fino ad oggi abbiamo chiesto al partito è stato fatto con la più perfetta lealtà».
Concludendo la sua relazione Manuilskij metteva altresì in guardia i dirigenti di Mosca da chi limitava la sua attività politica al pettegolezzo ed alla menzogna.
     «Bisogna combattere con la massima energia i tentativi di certi compagni di sbarazzarsi dei loro doveri rivoluzionari nascondendosi dietro le tendenze “riconosciute o combattute” dell’I.C.» (Stato Operaio, 10 aprile 1924).
Si badi che Manuilskij era un convinto sostenitore della fusione con il PSI, come aveva affermato nel suo intervento al Terzo E.A.:
     «Devo dire subito, per ciò che concerne la linea politica che l’I.C. segue in questa questione, che io approvo completamente questa linea politica».
Ritornando ancora al comportamento del PCd’I dichiarava:
     «Il compagno Giacomo (Rakosi) ha chiesto che fosse cessata completamente la polemica contro il partito massimalista per non intralciare l’opera di fusione: il partito ha seguito il consiglio del rappresentante dell’I.C.» (Stato Operaio, 10 aprile 1924). «Vi erano d’altra parte delle manifestazioni contro la fusione di alcune federazioni e l’Esecutivo ha saputo superare queste difficoltà. In seguito noi rappresentanti dell’I.C. abbiamo avuto comunicazioni della proposta di blocco tra i due partiti, proposta avanzata quando la situazione era tale che non si poteva più pensare alla fusione, e il PCd’I non solo ha accettato questa proposta, ma di fronte al rifiuto dei socialisti ha preso esso l’iniziativa di chiedere il blocco. Nelle condizioni estremamente gravi in cui si trovavano i compagni italiani, che cosa pretendete voi da un partito che, dopo aver fatto dichiarazioni di opposizione, ha seguito tutte le indicazioni e applicato tutti i deliberati dell’I.C.?» (Stato Operaio, 17 aprile 1924).
Ma l’Internazionale non poteva accettare queste ragioni, ciò avrebbe equivalso a riconoscere non un isolato errore di valutazione, ma il fallimento di una impostazione tattica generale sulla quale era stata basata tutta la nuova politica. Necessitava quindi un capro espiatorio sul quale accollare tutti gli errori: la Sinistra Italiana.

Ma vediamo anche quali furono gli avvenimenti della mancata unificazione. Dopo la decisione del Quarto Congresso internazionale e la costituzione del Comitato di Fusione (a cui la Sinistra non partecipò per non intralciarne lo svolgimento con la semplice presenza dei propri aderenti), quei lavori già si prospettavano di difficile attuazione: già il fusionista Maffi valutava inattuabili le condizioni di fusione. Romita, in una lettera ai suoi compagni di delegazione, il 3 dicembre, fissò le linee del suo radicale dissenso nei confronti dell’unificazione. L’esistenza di forti riserve da parte di Serrati è confermata dalla lettera che Lenin scrisse a Lazzari l’11 dicembre 1922. Ma Lazzari, nel frattempo, si era schierato dalla parte di Nenni e Vella. Fioritto e Romita sono decisamente contrari alla fusione. Garruccio giustifica la sua approvazione, data a Mosca, al manifesto congiunto, con il desiderio di "frustrare l’opera antiunitaria della maggioranza della commissione comunista".

Secondo gli accordi presi al Quarto Congresso, l’Avanti! sarebbe divenuto l’organo del PCIU, sotto la direzione di Gramsci e Serrati; il C.C. del nuovo partito sarebbe stato composto per 2/3 da comunisti ed 1/3 da socialisti; l’Esecutivo di 7 membri ripartito in 4 comunisti e 3 socialisti. In attesa che la doppia direzione dell’Avanti! entrasse in vigore, dopo il congresso di unificazione, il quotidiano, nelle mani di Serrati, sarebbe dovuto divenire organo di fusione. Qualora i membri fusionisti si fossero trovati in minoranza al congresso del loro partito, avrebbero dovuto uscirne e fondersi con il PCd’I.

Il 14 gennaio ’23 si costituisce però a Milano il Comitato di Difesa Socialista per combattere l’unificazione; ad esso aderisce anche Lazzari. Nenni, redattore capo dell’Avanti!, scatena una campagna contro la fusione. A nulla valsero i richiami dell’I.C. e di Serrati per farlo desistere. Il 16 gennaio Serrati inviava a Nenni questo telegramma: «Sono colpito dalla tua posizione la quale è contraria ai fatti; ti ordino di sottometterti al C.C. e al direttore dell’Avanti!». Il giorno seguente Serrati invia un altro telegramma: «Dopo la lettura dell’Avanti! del 2 e del 7 considero che la presenza di Nenni alla redazione non dovrebbe essere tollerata oltre. Propongo di destituirlo immediatamente dalle sue funzioni alla redazione e denunciare come il più nocivo disorganizzatore del movimento operaio quest’uomo che solo dopo due anni nel partito osa parlare delle tradizioni di quest’ultimo. Insisto nel modo più energico perché l’Avanti! sia lo strumento della unificazione, senza la quale il proletariato è minacciato da un pericolo mortale». Ma tutte le esortazioni, consigli, ordini rimasero lettera morta, giacché Nenni si guardò bene dal lasciare l’Avanti!, mentre da parte della direzione non si fece nulla per metterlo alla porta, e tanto meno per svolgere quella azione che a Mosca ci si aspettava.

Malgrado i continui appelli della Sinistra perché la Commissione di fusione lasciasse Mosca quanto prima per cominciare i lavori di fusione, questa giunse in Italia solo alla fine del gennaio 1923, circa due mesi dopo la fine del Congresso. La sua prima riunione in Italia fu fissata per il 4 febbraio, ma non si poté tenere per l’assenza dei commissari socialisti. La sera stessa, improvvisamente e senza dare alcuna notizia, Serrati scomparve dalla circolazione: solo diversi giorni dopo si seppe che se ne era andato in Svizzera e nessuno ha mai saputo a fare cosa! La riunione della Commissione di fusione non poté quindi riunirsi prima del 24 febbraio.

Nel frattempo l’I.C. aveva inviato in Italia, in sostituzione di Rakosi, Manuilskij. Questo si dimostrò subito intenzionato ad intraprendere una azione energica ed immediata per uscire dalla stasi che stava paralizzando tutta l’attività del partito comunista. Invitò quindi Serrati a recarsi subito all’Avanti!, e licenziare Nenni ed i redattori che solidarizzavano con lui, a pubblicare una dichiarazione nella quale venisse sconfessato l’atteggiamento tenuto fino ad allora dal giornale come contrario al pensiero della direzione del partito. Serrati, che da Mosca aveva inviato "tassativi" ordini che nessuno si era preoccupato di eseguire, giunto in Italia si guardò bene perfino dal mettere piede al giornale di cui era direttore. Nonostante le insistenti richieste di Manuilskij perché l’operazione di riconquista del giornale e di controffensiva contro i "defensionisti" venisse attuata la sera stessa (24 febbraio 1924), in considerazione della precarietà della situazione e della possibilità di trovarsi da un momento all’altro nell’impossibilità di agire, Serrati si oppose ostinatamente dal fare qualsiasi azione senza avere prima conferito con il segretario del partito, Fioritto.

Reimpossessarsi della direzione dell’Avanti! sarebbe stato facilissimo per Serrati, solo che lo avesse voluto, anche in considerazione dell’assenza di Nenni che si trovava a Zurigo, al congresso dei socialisti italiani in Svizzera. Solo il 26 l’Avanti! riportava una nota in cui Nenni veniva sconfessato e si annunciava la formazione di una nuova redazione. Ciò però non impedì al licenziato Nenni, di ritorno dalla Svizzera, di rientrare con i suoi uomini al giornale e, quando il giorno dopo Serrati si presentò in redazione trovò Nenni seduto alla scrivania della direzione ed i locali occupati dai suoi fedelissimi pronti anche allo scontro fisico ed all’assedio. Il 1° marzo Serrati veniva arrestato, si parlò allora, da più parti e con molta insistenza, di una spiata dello stesso Nenni alla polizia fascista.

A questo punto si assisté ad un nuovo repentino cambiamento di tattica da parte dell’Internazionale. Contrariamente a quanto stabilito al Quarto congresso, Zinoviev ordina di rinunciare all’obiettivo immediato della fusione dando ora la parola d’ordine del blocco politico tra i due partiti. I "terzini" qualora risultassero minoritari al congresso (un esito favorevole alla loro corrente era divenuta ormai una pia illusione) non avrebbero più dovuto abbandonare il partito socialista, ma continuare il loro lavoro dall’interno per poterlo "recuperare", si disse senza ridere, in un secondo tempo.

Il C.E. del PCd’I, colto di sorpresa da questa nuova repentina svolta, scriveva all’Internazionale: «Proponendo il blocco voi ora anticipate gli avvenimenti, prevedete la minoranza fusionista al congresso socialista e stabilite che essa invece di fondersi col PCI resti nel PSI a continuare per la quarta volta quell’opera di conquista della maggioranza già fallita a Milano e a Roma» (Il CE del PCd’I al Presidium dell’I.C., 8 marzo 1923). Infatti al congresso socialista (Milano 1923) la schiacciante maggioranza negò la fusione col partito comunista, i "terzini" non presentarono nemmeno una mozione propria per poter contare le loro forze, votarono una mozione presentata da Lazzari, che di nuovo si era spostato a "sinistra".

Il congresso socialista giocò per la quarta volta la carta dell’equivoca adesione all’Internazionale affermando la sua disponibilità alla costituzione del «fronte unico proletario al fine di preparare l’avvento di un governo operaio». E Nenni non si vergognò di dire che «il nostro pensiero è e rimane un pensiero rivoluzionario nell’ambito della III Internazionale», e che «attraverso la formazione del governo operaio e del fronte unico il proletariato italiano potrà preparare nuove situazioni di fronte alle quali non ci precluderemo la strada». Bastarono queste semplici dichiarazioni per prendere ancora per il naso l’Internazionale e il Terzo E.A., due mesi dopo, includeva, con l’assenso dei centristi italiani, il PSI tra i partiti simpatizzanti.

Ma non fecero a tempo a passare altri due mesi che si ebbe la rottura tra Mosca e il PSI. I socialisti, per accettare il loro ingresso all’interno dell’Internazionale come partito simpatizzante, posero la condizione dello scioglimento della frazione terzina. Al rifiuto di Mosca i socialisti passano senz’altro alla radiazione e subito dopo all’espulsione dal partito di Serrati, Buffoni, Malatesta, Maffi, Riboldi.

Rassegnati ormai di fronte all’impossibilità di conquistare l’Avanti!, l’I.C. decise la pubblicazione di un giornale quotidiano "per controbilanciare l’influenza dell’Avanti! sulle masse". Il nuovo giornale fu deciso che fosse non un giornale di partito, ma di tendenza. Otto Kuusinen per conto del Presidium dell’I.C, il 5 settembre 1923, invia una lettera al C.E. del PCd’I ed al direttivo dei "terzini" in cui si afferma che il giornale dovrà «apparire senza etichetta di partito, sarà redatto in comune da appartenenti del PCd’I e da membri della frazione fusionista del PSI».

Da Vienna Gramsci scrive al C.E. del partito sulla decisione della fondazione del quotidiano ed esprime la necessità che esso fosse «compilato in modo da assicurare la sua esistenza legale per il più lungo tempo possibile. Non solo quindi non dovrà avere alcuna indicazione di partito, ma esso dovrà essere redatto in modo che la sua dipendenza di fatto dal nostro partito non appaia troppo chiaramente».

Sempre nella stessa lettera Gramsci propone di trasformare la parola d’ordine del "governo operaio e contadino" in quella di "repubblica federale degli operai e contadini". «Dopo la decisione dell’E.A. sul “governo operaio e contadino”, noi dobbiamo dare una importanza speciale alla questione meridionale, cioè alla questione in cui il problema dei rapporti tra operai e contadini si pone non solo come un problema di rapporto di classe, ma anche e specialmente come un problema territoriale, cioè come uno degli aspetti della questione nazionale. Personalmente io penso che la parola d’ordine “governo operaio e contadino” debba essere adottata in Italia così: "Repubblica federale degli operai e contadini"».

Queste poche righe stanno a dimostrare come all’interno dell’Internazionale, anche se ancora in modo non irreparabile, tutti i principi su cui l’Internazionale ed i partiti comunisti al loro sorgere si erano basati, venivano giorno dopo giorno capovolti:
     1) Il partito metteva a disposizione di gruppi politici ad esso estranei la redazione di un suo giornale;
     2) Questo giornale veniva presentato non come organo del partito, ma indipendente. Il grave della proposta non era l’estrema ingenuità secondo cui lo scrivere "giornale degli operai e dei contadini" anziché "organo del partito comunista d’Italia" avrebbe reso ad esso la via più facile e più duratura (il colmo della beffa fu che la lettera citata di Gramsci cadde nelle mani della polizia); il grave è che, sia con la partecipazione dei terzini alla redazione, sia con l’"anonimato" del foglio si dimostrava di aver definitivamente dimenticato il significato di un organo di stampa del partito, che è di polemica e di battaglia e non di opinioni e di discussione;
     3) Infine si scopriva anche per l’Italia l’esistenza di una questione nazionale. D’altra parte come stupirsi di ciò quando la stessa Germania era stata paragonata dall’I.C. ad una colonia?

Il processo degenerativo, anche se in Italia in modo più attenuato e lento per la forte presenza della Sinistra, faceva passi da gigante. Se il partito aveva ancora conservato la sua fisionomia indipendente lo si doveva anzitutto al feroce anticomunismo dei dirigenti del PSI. Ma ciò non tolse che ad un certo punto non si corresse il rischio di affiancare o addirittura di affidare la Direzione del partito ad uomini al di fuori del suo inquadramento, forse in seguito all’arresto di tutti i membri del nuovo Esecutivo avvenuto il 21 settembre 1923. Lo si deduce da una lettera della Sinistra al Comintern:

«Sarebbe ingiusto, oltre che arbitrario, ammettere nella direzione del partito elementi che fossero al di fuori del suo inquadramento, o comunque creare ingerenze di estranei al partito. Io penso che voi non vogliate sotto specie della solita tattica della alleanza nei momenti difficili (che sono quelli in cui le alleanze sono più pericolose) uscir fuori dalla base attuale del partito».

 

8. Solo nelle posizioni e nella lotta della Sinistra Italiana contro lo stalinismo è contenuta l’unica possibilità della rinascita del Partito Comunista Mondiale
 

La Sinistra Italiana non fu colta di sorpresa dalle gravi deviazioni del P.C.R. e dell’Internazionale nel 1924-26, che anzi furono anticipate fin dai primi sbandamenti tattici degli anni 1921-1923 (Fronte Unico e Governo Operaio), quando del tutto inascoltata previde che tali errori avrebbero inevitabilmente inquinato anche l’organizzazione e poi portato perfino al tradimento dei principi e della dottrina.

La Sinistra ingaggiò con coerenza la battaglia con l’avversario per salvare l’Internazionale dal risorgente opportunismo; si trattò di una battaglia isolata, impari riguardo ai rapporti delle forze, ma l’unica potenzialmente in grado di conservare per i prossimi assalti rivoluzionari, se non tutto il Partito, almeno i suo nerbo fondamentale. Di quella battaglia oggi ci resta non solo la lucida riconferma dei postulati teorici di sempre del marxismo rivoluzionario, ma anche il prezioso risultato che ha permesso al Partito di rinascere, anche quanto ad organizzazione, sulle ceneri della Internazionale, proprio in continuità di quella battaglia, che fu "teorica" solo in quanto fu anche "pratica".

Ciò che vogliamo dimostrare, con l’allineamento delle citazioni che seguono, è la riconferma che, se è vero che la teoria e la pratica per il marxismo non sono termini antitetici ma dialetticamente interdipendenti, allora è anche vero che la Sinistra italiana ebbe ragione contro lo stalinismo emergente non solo nella chiara interpretazione teorica del fenomeno, ma anche nel suo atteggiamento di apparente distacco pratico.

Inutilmente, infatti, la Sinistra Italiana chiese a più riprese di affrontare nell’Internazionale la questione russa. Rimasta sola su tale terreno la Sinistra dovette da sola difendere tutti i caratteri del partito di classe contro lo strapotente nemico. Non poteva evidentemente sconfiggerlo, ma nemmeno scalfirlo. Tuttavia è solo mantenendosi all’altezza di quella battaglia che il Partito di oggi può vivere e prepararsi alle battaglie future contro il capitalismo: le nostre Tesi lo dicono chiaramente ed in ogni loro passo richiamano il significato e il bilancio allora tratto da quelle lotte.

Il punto più vitale e ricorrente è quello del funzionamento del Partito, in quanto le deviazioni dello stalinismo dal corretto metodo di lavoro interno non furono meno disastrose di quelle tattiche e programmatiche. Già prima del Quinto Congresso dell’Internazionale (giugno 1924), di fronte alle già consistenti deviazioni in campo organizzativo, la Sinistra cercò di impostare la questione dell’organizzazione e della disciplina comunista in maniera utile per tutta l’Internazionale, come allora ancora si sperava:

     «Per lo più la questione (del corretto funzionamento del Partito) viene posta in modo erroneo contrapponendo i due criteri della dipendenza meccanica centralista e della democrazia maggioritaria. La questione va invece posta con metodo dialettico e storico e per noi marxisti non avrebbe alcun senso un “principio”, sia centralistico che democratico, che si volesse presentare come norma pregiudiziale da cui si deve partire obbligatoriamente nel risolvere il problema (...)
     «L’essersi liberati di ogni pregiudizio di carattere egualitario e democratico non deve condurre a porre a base della nostra azione un nuovo pregiudizio che sia la negazione formalistica e metafisica del primo (...) Diciamo subito che come non crediamo di poter chiedere le soluzioni dei problemi rivoluzionari ai principi astratti e tradizionalisti di libertà e di autorità, così poco ci soddisfa l’espediente di trovare la nostra risposta attraverso una specie di miscuglio dei due termini suddetti quasi considerati come ingredienti fondamentali da combinare tra loro (...)
     «La nostra opinione su tale problema è che non possa risolversi la questione della organizzazione e della disciplina nel seno del movimento comunista senza tenersi in stretto rapporto con le questioni di teoria, di programma, di tattica (...)
     «Noi dobbiamo ricordare che i partiti comunisti sono organismi ad adesione “volontaria”. Questo è un fatto inerente alla natura storica dei partiti e non il riconoscimento di un qualunque principio o modello (...) Per conseguenza non possiamo adottare la formula, certo ricca di molti vantaggi, della obbedienza assoluta nella esecuzione di ordini venuti dall’alto. Ognuno dei nostri aderenti è materialmente libero di lasciarci quando crede.
     «Gli ordini che le gerarchie centrali emanano non sono il punto di partenza, ma il risultato della funzione del Partito inteso come collettività. Questo non è detto nel senso scioccamente democratico o giuridico, ma nel senso realistico e storico. Non difendiamo, dicendo questo, un “diritto” nella massa dei comunisti ad elaborare le direttive a cui devono attenersi i dirigenti: constatiamo che in questi termini si presenta la formazione di un partito di classe, e su queste premesse dovremo impostare lo studio del problema.
     «Così si delinea la schema delle conclusioni a cui tendiamo in materia. Non vi è una disciplina meccanica buona per la attuazione di ordini e disposizioni superiori “quali che siano”: vi è un insieme di ordini e disposizioni rispondenti alle origini reali del movimento che possono garantire il massimo di disciplina, ossia di azione unitaria di tutto l’organismo, mentre vi sono altre direttive che emanate dal centro possono compromettere la disciplina e la solidità organizzativa.
     «Si tratta dunque di un tracciamento del compito degli organi dirigenti. Chi dovrà farlo? Lo deve fare tutto il Partito, tutta l’organizzazione, non nel senso banale e parlamentare del suo diritto a venire consultato sul “mandato” da conferire ai capi elettivi e sui limiti di questo, ma nel senso dialettico che contempla la tradizione, la preparazione, la continuità reale nel pensiero e nell’azione del movimento. Appunto perché siamo antidemocratici, pensiamo che in materia una minoranza può avere vedute più corrispondenti di quelle della maggioranza all’interesse del processo rivoluzionario.
     «Certo questo avviene eccezionalmente; ed è di estrema gravità il caso che si presenti questo capovolgimento disciplinare, come avvenne nella vecchia Internazionale e come è ben augurabile non abbia più ad avvenire nelle nostre file. Ma senza pensare a questo caso estremo, vi sono altre situazioni meno acute e critiche, in cui tuttavia il contributo dei gruppi nell’invocare precisazioni nelle direttive da tracciare al centro dirigente, è utile e indispensabile.
     «Noi riassumiamo così la nostra tesi e crediamo di essere così fedeli alla dialettica del marxismo: l’azione che il Partito svolge e la tattica che adotta, ossia la maniera con la quale il Partito agisce verso l’esterno, hanno a loro volta conseguenze sulla organizzazione e costituzione interna ad esso. Compromette fatalmente il Partito chi, in nome di una disciplina illimitata, pretende tenerlo a disposizione per un’azione, una tattica, una manovra strategica “qualunque”, ossia senza limiti ben definiti e determinati e noti all’insieme dei militanti.
     «Al massimo desiderabile di unità e solidità disciplinare si giungerà efficacemente solo affrontando il problema su questa piattaforma, e non pretendendo che sia già pregiudizialmente risolto da una banale regola di ubbidienza meccanica» (Brani tratti da Organizzazione e disciplina comunista, maggio 1924).
Dopo il Quinto Congresso dell’I.C. e con la nuova e più decisa sterzata operata con la "bolscevizzazione", l’azione della Sinistra si fa più serrata ed ormai si parla apertamente di rinascente opportunismo, come nel seguente articolo del luglio 1925:
     «Per il cieco ottimismo d’ufficio tutto va bene e chi si permette di dubitare non è che uno scocciatore da mandare al più presto fuori dai piedi. Noi ci opponiamo a questo andazzo (...) poiché non vediamo poi gravi inconvenienti in una esagerata preoccupazione verso il pericolo opportunista. Certo il criticismo e l’allarmismo fatti per sport sono deplorevolissimi, ma (...) la critica senza l’errore non nuoce nemmeno la millesima parte di quanto nuoce l’errore senza la critica.
     «Un movimento rivoluzionario deve giorno per giorno spostare masse stagnanti dell’opinione, e per questo motivo deve quotidianamente, per così dire, gettare in piazza le sue tesi per dimostrarne la verità (...) È stolto abituare il compagno, che vogliamo mandare nella fabbrica e altrove a convincere gli operai di un altro partito e senza partito, a liquidare tutte le discussioni cui si deve tirocinare attraverso il lavoro politico interno di partito, con un “così ha detto il nostro Esecutivo” o “così sta scritto nel programma del Partito”. Ogni propaganda e agitazione sarebbero frustrate da una simile educazione dei nostri compagni.
     «Il compagno Perrone pone la questione in modo semplice e chiaro quando dice che tutto quanto i dirigenti dell’Internazionale dicono e fanno è materia di cui rivendichiamo il diritto di discutere, e discutere significa poter dubitare che si sia detto e fatto male, indipendentemente da ogni prerogativa attribuita a gruppi, uomini e partiti (...)
     «Si tratta di ripetere la santa apologia della libertà di pensiero e di critica come diritto dell’individuo? No, certo, si tratta di stabilire il modo fisiologico di funzionare e lavorare di un partito rivoluzionario che deve conquistare e non custodire conquiste del passato, invadere i territori dell’avversario, e non chiudere i propri con trincee e cordoni sanitari» (Da Il pericolo opportunista e l’Internazionale, luglio 1925).
E si tratta di un modo permanente di considerare i principi organizzativi, come dimostra il testo Forza, violenza, dittatura nella lotta di classe, perfettamente coerente con i due precedenti a distanza di decenni:
     «Il nostro modo di interpretare la questione si estende anche nella famosa esistenza della democrazia interna di Partito (...) La posizione della Sinistra Italiana su questa che potremmo chiamare la “questione delle guarentigie rivoluzionarie” è anzitutto che garanzie costituzionali o contrattuali non ve ne possono essere, sebbene nella natura del Partito, a differenza degli altri organismi studiati, vi sia la caratteristica d’essere un organismo contrattuale, usando il termine non nel senso dei legulei e nemmeno in quello di J.J. Rousseau. Alla base del rapporto tra militante e partito vi è un impegno; di tale impegno noi abbiamo una concezione che, per liberarci dall’antipatico termine di contrattuale, possiamo definire semplicemente dialettico. Il rapporto è duplice, costituisce un doppio flusso a sensi inversi, dal centro alla base e dalla base al centro; rispondendo alla buona funzionalità di questo rapporto dialettico l’azione indirizzata dal centro, vi risponderanno le sane reazioni della base».
Le posizioni espresse negli anni cruciali 1924/26 nel campo vitale del funzionamento del Partito sono le stesse sostenute nelle nostre tesi del secondo dopoguerra ed indicano chiaramente come deve intendersi tale buon funzionamento, secondo il principio del centralismo organico. In tali posizioni è di primaria importanza il rilievo dato ad un punto: la necessità della distinzione tra lavoro interno di partito e lavoro esterno. Si tratta in effetti di due piani di lavoro, tuttavia non separati tra di loro temporalmente. La distinzione non deve essere riproposta sotto forma di: prima tutto il lavoro "teorico" (o interno) e solo dopo l’attività "pratica" (o esterna); in tal modo si ricadrebbe nella separazione tra teoria e pratica, bestialità principale di ogni opportunismo. I due piani sono diversi, nel senso che per svolgerli si usano strumenti diversi (lavoro comune anche di paziente spiegazione e apprendimento quello interno, attività unitaria quella esterna), ma sono anche strettamente collegati e interdipendenti nel tempo. Considerarli assolutamente separati porta a concepire il Partito solo come una scuola in cui "si impara il marxismo"; considerarli assolutamente uniti porta a concepire la disciplina come fatto totalmente meccanico, che si risolve come mezzo per imporre al Partito la museruola.

Tali concezioni del Partito sono ambedue estranee alla Sinistra, perché ambedue estranee all’organicità della funzione che compete al Partito, quella di direzione cosciente della classe, impossibile senza decisione e consapevolezza, unitariamente tesi a conseguire gli scopi, ampiamente previsti, conosciuti e voluti dall’insieme dei membri del Partito. La storia, anche quella recente, ha dimostrato che confondere questi due piani del lavoro di Partito porta inevitabilmente alla degenerazione e a passare nel campo del nemico di classe.

Le Tesi di Napoli descrivono, in perfetta coerenza con le battaglie del 1924-26, la struttura organica del piccolo partito di oggi, che non ha da inventare niente di nuovo per diventare una forza sociale più grande:

     «La struttura di lavoro del nuovo movimento, convinto della grandezza, della durezza e della lunghezza storica della propria opera, che non poteva incoraggiare elementi dubbi e desiderosi di rapida carriera perché non prometteva anzi escludeva successi storici a distanza visibile, si basò su incontri frequenti di invitati di tutta la periferia organizzata, nei quali non si pianificavano dibattiti, contraddittori e polemiche tra tesi in contrasto, o che comunque potessero sporadicamente affiorare dalle nostalgie del morbo antifascista e nelle quali nulla vi era da votare e nulla da deliberare, ma vi era soltanto la continuazione organica del grave lavoro di consegna storica delle lezioni feconde del passato alle generazioni presenti e future, alle nuove avanguardie che si andranno delineando nelle file delle masse proletarie, dieci e cento volte percosse ingannate e deluse, e che finalmente insorgeranno contro il fenomeno doloroso della decomposizione purulenta della società capitalistica, e finalmente sentiranno nel vivo delle loro carni come la forma estrema e più velenosa siano le schiere dell’opportunismo popolaresco, dei burocrati dei grandi sindacati e dei grandi partiti e di tutta la ridicola pleiade dei pretesi cerebrali intellettuali ed artisti, impegnati o ingaggiati a guadagnare qualche pagnotta alla loro deteriore attività, mettendosi per il tramite dei partiti traditori al servizio da ruffiani recato alle classi ricche e all’anima borghese e capitalistica nel senso peggiore delle classi intermedie e atteggiate a popolo.
     «Questa opera e questa dinamica si ispirano ad insegnamenti classici di Marx e di Lenin, che dettero la forma di tesi alla loro presentazione delle grandi verità storiche rivoluzionarie; e queste tesi e relazioni, ligie nella preparazione alle grandi tradizioni marxiste di oltre un secolo, venivano riverberate da tutti i presenti, grazie anche alle comunicazioni della nostra stampa, in tutte le riunioni di periferia di gruppi locali e di convocazioni regionali, ove tale materiale storico veniva trasportato a contatto con tutto il partito. Non avrebbe alcun senso la obiezioni che si tratti di testi perfetti irrevocabili e immodificabili, perché lungo tutti questi anni si è sempre dichiarato nel nostro seno che si trattava di materiali in continua elaborazione e destinati a pervenire ad una forma sempre migliore e più completa; tanto che da tutte le file del Partito, ed anche da elementi giovanissimi, si è sempre verificato con frequenza crescente l’apporto di contributi ammirevoli e perfettamente intonati alle linee classiche proprie della Sinistra.
     «È solo nello sviluppo in questa direzione del lavoro, che abbiamo tratteggiato, che noi attendiamo il dilatarsi quantitativo delle nostre file e delle spontanee adesioni che al partito pervengono e che ne faranno un giorno una forza sociale più grande».

 
 
 
 
 
 
 
 


Dall’Archivio della Sinistra 

Contro le critiche al vecchio C.E. del P.C. d’Italia
(da Stato Operaio, nn. 21, 22, 24, del 26 giugno, 3 e 10 luglio 1924)

[ È qui ]