Partito Comunista Internazionale Indice - Numero precedente - Numero successivo
"COMUNISMO" n. 21 - maggio-agosto 1986
Avvertenza ai lettori.
Comunismo e guerra [RG31] (continua dal numero 18) - La rivoluzione del 1905: Il partito si prepara - Ed ancora, il 13 febbraio in "Giornate rivoluzionarie" - Teoria e pratica della insurrezione - L’esercito dello zar davanti alla rivoluzione - La rivoluzione istruisce - Prime lezioni del potente sciopero (continua).
LA TATTICA DELLA RIVOLUZIONE DOPPIA NELL’ESPERIENZA RUSSA (continua dal numero 19). La questione tattica - Invarianza del programma - Previste e codificate fasi tattiche - La rivoluzione di febbraio - Lo sbandamento del partito - La giusta previsione tattica si conferma - La non nuova tattica di Aprile - Il carattere di classe della rivoluzione compiuta - La forma Soviet - Il programma agrario - Il controllo operaio - L’IC - Fine del dualismo del potere - Lezioni per tutto il partito - L’arte della insurrezione - Sui Compromessi - Sul "cretinismo parlamentare" - Conquistare la maggioranza? - Come conservare il potere? - La rivoluzione d’ottobre risultato storico per la specie umana (continua).
ORIGINI E STORIA DELLA CLASSE OPERAIA INGLESE (I) - L’accumulazione primitiva (continua al n.23).
Appunti per la Storia della Sinistra: Il Congresso di Lione (continua dal numero 19).
Dall’Archivio della Sinistra:
- Mozione della Sinistra sull’operato del Comitato centrale del Partito (l’Unità, 20 dicembre 25).
- Intervento del rappresentante della Sinistra nella Commissione politica per il Congresso di Lione (Critica Marxista, n.5/6, 1963).
- Dichiarazione per la Sinistra al Terzo Congresso del P.C.d’I. (Prometeo, 1928).
- Intervento di un compagno della Sinistra al Terzo Congresso del P.C.d’I. sul "Periodo Matteotti" (Prometeo, 1928).

 
 
 
 



Avvertenza ai Lettori

Dopo il precedente numero di questa rivista dedicato alle questioni che con la parola insufficiente indichiamo come filosofiche, riprendiamo la pubblicazione delle serie interrotte. I lettori e i compagni avranno cura di rintracciare la continuità della esposizione.

Qui si sono raccolti i testi dei rapporti esposti alla ultima riunione generale della nostra organizzazione di partito dello scorso gennaio, tranne che il primo, Comunismo e guerra, risalente al gennaio del 1985. Di questo si leggano le parti precedenti nei numeri dal 16 al 18. Il tema tattico si aggancia ad una prima parte pubblicata nel numero 19, mentre la serie degli Appunti per la nostra storia è rintracciabile con continuità in quasi ogni numero.

Inizia qui la nuova trattazione sulla storia della classe operaia inglese.

Altri argomenti di non minore importanza ed ammaestramento rivoluzionario hanno trovato posto nelle nostre riunioni e pubblicazione nel nostro foglio mensile "Il Partito Comunista", in particolare sui temi della teoria economica e del corso del tardo capitalismo, sulla storia del movimento operaio in Francia, sui temi conoscitivi.

Il materiale critico e di studio a disposizione di chi voglia rintracciare il solco della scuola marxista autentica è quindi considerevole: in attesa che la classe proletaria mondiale impugni nel modo più proprio l’arma della critica come mezzo per la critica con le armi.

 
 
 

 

 


Comunismo e Guerra
Capitolo esposto alla riunione ad Ivrea, 2-3 febbraio 1985 [RG31]

(continua dal numero 18)

LA RIVOLUZIONE DEL 1905

 

Il primo segno ammonitore degli avvenimenti rivoluzionari del 1905 si ebbe con la "domenica di sangue"; era il 22 gennaio.

Continuando la tradizione del funzionario della polizia moscovita Zubatov, il quale aveva tentato, in definitiva senza riuscirci, di fondare associazioni sindacali non socialiste, sotto l’incoraggiamento e la protezione della polizia un prete chiamato Gapon aveva messo insieme una vasta associazione tra i lavoratori di Pietroburgo.

Gapon non era un agente provocatore della polizia nel senso ordinario della parola ma una personalità avventurosa e ambiziosa insieme che fu sospinta avanti dagli avvenimenti, altra dimostrazione di quanto la storia faccia gli uomini e non questi quella. Trotski tratteggia: «non ci sarebbe stato il 22 gennaio se Gapon non si fosse imbattuto in qualche migliaio di operai consapevoli, usciti dalla scuola socialista. Questi lo circondarono subito di un anello di ferro dal quale non avrebbe potuto sfuggire nemmeno se lo avesse voluto. E non lo volle. Ipnotizzato dal suo stesso successo, si abbandonò all’onda». Gapon era in contatto con intellettuali e radicali che tentarono di dare agli avvenimenti un corso a loro favorevole, ma i fatti si svolsero in assoluta coerenza in pochi giorni.

Il 16 gennaio scoppiò lo sciopero nelle officine Putilov di Pietroburgo, il 20 il numero degli scioperanti era già salito a 140 mila ed a Pietroburgo lo sciopero era divenuto generale con continue assemblee e comizi dell’Associazione Operaia di Gapon, assemblee dove gli operai esprimevano le loro rivendicazioni contro l’autocrazia zarista e le condizioni di miseria e di sfruttamento imposte dalla crisi economica: aumento dei salari, giornata di otto ore, libertà civili, suffragio universale... All’inizio, come nota Trotski nel suo “1905”, abbiamo quindi uno sciopero economico per un motivo occasionale, ma poi si allarga, abbraccia decine di migliaia di lavoratori e si trasforma in un fatto politico

L’energia rivoluzionaria del proletariato spinse avanti Gapon, capo dell’Associazione Operaia, fino alla famosa petizione indirizzata allo Zar. Incominciava:

     «Sovrano, noi, lavoratori, i nostri figli, le nostre donne, i nostri vecchi genitori infermi, siamo venuti da te, Sovrano, a cercare giustizia e protezione. Siamo ridotti in miseria, siamo oppressi ed aggravati da fatiche insostenibili, siamo insultati; non ci considerano come uomini, ci trattano come schiavi condannati a subire la loro sorte tacendo. E noi abbiamo sopportato; ma ci spingono sempre più avanti nel baratro della miseria, dell’asservimento e dell’ignoranza. Il dispotismo e la prepotenza ci soffocano: e noi siamo senza fiato. Non ne possiamo più, Sovrano! Siamo giunti al limite della sopportazione; per noi è arrivato quel terribile momento quando la morte è preferibile alla continuazione di insopportabili tormenti».

La sottomessa apertura vedeva subito la minaccia dell’azione di classe ergersi sopra le suppliche lamentose dei sudditi: dopo aver descritto le angherie ed i soprusi cui era sottoposto il popolo, dopo l’elenco delle rivendicazioni (aumenti salariali, 8 ore, libertà civili, convocazione dell’Assemblea Costituente mediante il suffragio universale) seguiva una profetica e minacciosa conclusione:

     «Ecco, Sovrano, i nostri più importanti bisogni con cui siamo venuti da te. Ordina e giura di soddisfarli e tu farai la Russia più forte e gloriosa, scolpirai il tuo nome nei cuori nostri e dei nostri posteri in eterno. Se non lo farai, se non ascolterai la nostra supplica, noi moriremo qui, in questa piazza, davanti al tuo palazzo. Noi non sappiamo più dove andare, non abbiamo altre possibilità. Ci sono rimaste solo due strade: o verso la libertà e la felicità, o verso la tomba. Indicaci, Sovrano, una di esse e noi andremo ciecamente per questa strada, anche se dovesse essere il cammino della morte. La nostra vita sia pure immolata alla Russia sofferente. Questo sacrificio non ci è grave: lo faremo volentieri».

Secondo le intenzioni di Gapon la petizione sarebbe stata consegnata allo Zar nel suo Palazzo d’Inverno il 22 da un corteo che avrebbe attraversato tutta Pietroburgo: i lavoratori si diressero verso il Palazzo in maniera pacifica, senza bandiere, senza comizi; avevano indosso i vestiti della festa e in alcune parti della città si portavano icone, gonfaloni e ritratti dello stesso Zar. I cortei dappertutto si imbattevano nelle truppe che erano supplicate, implorate di far proseguire la marcia. I cortei tentarono di aggirarle e, talvolta, anche di sfondare i picchetti. Invano. I soldati spararono tutto il giorno. I morti furono centinaia e centinaia, i feriti migliaia. Fu impossibile fare un calcolo preciso poiché la polizia portò via i cadaveri degli uccisi e li sotterrò nottetempo ma, quale che fosse il numero esatto, è certo che la concezione idilliaca dello Zar, padre severo ma benevolo del suo popolo, che la borghesia cercava di insinuare nel proletariato, ricevette in quel giorno un colpo decisivo.

L’effetto immediato della "domenica di sangue" fu l’intensificarsi delle agitazioni rivoluzionarie, che trovarono la loro più frequente espressione negli scioperi. Nel gennaio 1905 gli scioperanti furono 440 mila, più di tutto il decennio precedente, cifra enorme considerando che il numero totale di operai industriali non raggiungeva in Russia i due milioni. In alcuni grossi centri industriali tipo Riga, Varsavia, Lodz e Tallin gli scioperi furono accompagnati da scontri sanguinosi con le truppe e la polizia, preludio dei decisivi avvenimenti dell’autunno e dell’inverno successivi.

 

Il partito si prepara

Lenin commenterà da par suo i sanguinosi avvenimenti scrivendo il 7 febbraio 1905 in "L’inizio della rivoluzione in Russia":

     «L’esercito ha avuto la meglio sugli operai disarmati, sulle loro donne, sui loro figli. L’esercito ha battuto il nemico, sparando sugli operai che s’erano gettati a terra. "Abbiamo dato loro una buona lezione", dicono ora con ineffabile cinismo i servi dello zar e i loro lacchè europei della borghesia conservatrice.

     «Si, la lezione è stata grande! Il proletariato russo non la dimenticherà. Gli strati più impreparati e più arretrati della classe operaia, che credevano ingenuamente nello zar e, in buona fede, volevano consegnare pacificamente "allo zar in persona" le suppliche del popolo sofferente, hanno ricevuto una lezione dalla forza armata, comandata dallo zar in persona o da suo zio, il granduca Vladimir.

     «La classe operaia ha ricevuto una grande lezione di guerra civile; l’educazione rivoluzionaria del proletariato ha compiuto in un giorno più progressi di quanti ne avrebbe potuto compiere in mesi e anni di vita grigia, uniforme, rassegnata. La parola d’ordine dell’eroico proletariato pietroburghese: "Morte o libertà!" echeggia ora in tutta la Russia. Gli avvenimenti si sviluppano con sorprendente rapidità. A Pietroburgo lo sciopero generale si estende (...) La lezione di un giorno di sangue non può essere vana. La rivendicazione degli operai di Pietroburgo insorti – immediata convocazione di un’Assemblea Costituente, eletta con suffragio universale, diretto, uguale e segreto – deve essere fatta propria da tutti gli scioperanti. Immediato abbattimento del governo: ecco la parola d’ordine con la quale gli operai di Pietroburgo, e persino quelli che avevano avuto fiducia nello zar, hanno risposto al massacro del 9 gennaio [22 gennaio secondo il calendario gregoriano - n.d.r.]. Essi hanno risposto per bocca del loro capo, del pope Gheorghi Gapon che, dopo la sanguinosa giornata, ha detto: "Non abbiamo più zar. Un fiume di sangue divide lo zar dal popolo. Viva la lotta per la libertà!".

     «Viva il proletariato rivoluzionario: diciamo noi».

Ed ancora, il 13 febbraio in "Giornate rivoluzionarie":

     «Il governo ha spinto di proposito il proletariato a insorgere, provocando le barricate col massacro di inermi, per poi soffocare l’insurrezione in un mare di sangue. Il proletariato imparerà da questi insegnamenti militari del governo. E imparerà l’arte della guerra civile, poiché ha già cominciato la rivoluzione. La rivoluzione è una guerra. È l’unica guerra legittima, legale, giusta, è veramente una grande guerra fra tutte le guerre che conosce la storia, una guerra che non si combatte per gli interessi egoistici di un pugno di governanti e di sfruttatori come ogni altra guerra, ma nell’interesse della massa del popolo contro i tiranni, nell’interesse di milioni e di decine di milioni di sfruttati e di lavoratori contro l’arbitrio e la violenza».

Cerchiamo di chiosare, da scolari diligenti che niente vogliono innovare e mutare. È l’avversario che insegna al proletariato la lezione della guerra civile, gliela insegna mettendosi di traverso con la potenza del suo apparato repressivo, gliela insegna impedendogli la soddisfazione degli elementari bisogni di vita. Per questa semplice ragione diciamo noi che non può esistere, pena la perdita da parte del Partito di classe dei connotati suoi propri, una scissura fra la conduzione di una azione grande e la conduzione di una piccola: il partito deve accompagnare il proletariato nei suoi moti elementari, ma non deve adeguarsi alla sua spontaneità che pure è la indispensabile fonte di energia; accompagnandolo, deve anticipare e prevedere le inevitabili reazioni dell’avversario avendo tratto dagli avvenimenti tutte le possibili lezioni della controrivoluzione, mostrando come la sconfitta più cocente può rappresentare – in determinate condizioni – la base di un futuro e vittorioso assalto all’ordine costituito.

Per questo compito è essenziale che il proletariato comprenda, nell’azione, i limiti, tutti i limiti del suo precedente movimento. Il Partito – tesi tante volte affermata dalla Sinistra – non ha la possibilità di "fare" la rivoluzione secondo i suoi desideri e volontà, la rivoluzione nel suo determinarsi è un evento che ubbidisce a ciclopiche e materiali determinazioni di forze sociali anonime; il Partito la può e la deve invece antivedere e dirigere, estendendo la sua influenza fra le masse, applicando agli avvenimenti presenti tutte le lezioni dei passati assalti rivoluzionari, valutandone scientemente il "momento x".

In questo suo difficilissimo compito, che è lontano mille miglia da pretese scolastiche ed intellettualistiche, ma che il Partito può assolvere solo se vive e lotta con la classe, il Partito è agevolato, schiatti ogni democraticismo, dalla politica apertamente repressiva dell’avversario di classe, che mettendo con la spalle al muro l’esercito proletario costringe la lotta politica e sociale a svilupparsi sul terreno dell’insurrezione armata. Qui Lenin intravede e comprende i rischi della politica rivoluzionaria nell’Occidente avanzato, senza zar e con una sperimentata ed abile democrazia politica. Scrive in "La dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini" nell’aprile 1905:

     «Non esiste e non può esistere una sola forma di lotta, una sola posizione politica che non implichi dei rischi. Se non c’è l’istinto rivoluzionario di classe, se non si ha una concezione del mondo integrale e scientifica, se non c’è (sia detto senza offesa per i compagni neoiskristi) uno zar alla testa, allora diventano pericolosi la partecipazione agli scioperi, che può condurre all’economismo, la partecipazione alla lotta nel parlamento, che può degenerare nel cretinismo parlamentare, l’appoggio alla democrazia liberale degli zemstvo, che può condurre al "progetto di campagna degli zemstvo"».

Lenin tornerà sulla intera questione della preparazione dell’insurrezione che il crescere del movimento degli scioperi poneva come prossima e alla quale il Partito doveva abilitarsi. Durante il III Congresso del POSDR, che si svolse a Londra nell’aprile, Lenin presentò a nome della frazione bolscevica il "Progetto di risoluzione sull’atteggiamento verso l’insurrezione armata" il quale premette nel suo primo punto: «Il proletariato, essendo per la sua situazione la classe rivoluzionaria, è chiamato ad assolvere la funzione di capo e dirigente del movimento rivoluzionario democratico in Russia», considerazione che era una chiarissima stoccata contro le tesi mensceviche che intendevano il proletariato semplice fiancheggiatore e truppa del generale movimento borghese antizarista.

Sfocia poi nel lapidario punto tre che, dopo aver ribadito il carattere autonomo dell’azione proletaria, insiste sulla stretta connessione scioperi-insurrezione, la cui preparazione non poteva danneggiare la coscienza di classe proletaria, da preservare proprio in quanto si apprestava a partecipare ad un moto antizarista in cui si sarebbe inevitabilmente trovata a contatto con il generico movimento democratico borghese:

     «3) Il proletariato può svolgere questa funzione solo se si organizza, sotto la bandiera della socialdemocrazia, in una forza politica autonoma e interviene negli scioperi e nelle manifestazioni nel modo più unitario. Il III Congresso del POSDR dichiara che il compito di organizzare le forze del proletariato per la lotta diretta contro l’autocrazia, mediante gli scioperi politici di massa e l’insurrezione armata, e di costituire a tale scopo un apparato di informazione e direzione, è uno dei compiti principali del partito nell’attuale fase della rivoluzione, e incarica quindi il CC, i comitati e le unioni locali di preparare lo sciopero politico di massa, nonché di organizzare dei gruppi speciali per l’acquisto e la distribuzione di armi, per l’elaborazione di un piano insurrezionale e la direzione concreta dell’insurrezione armata. L’attuazione di questo compito non solo non deve danneggiare l’opera generale di risveglio della coscienza di classe del proletariato, ma deve invece contribuire ad approfondirla e a garantirne il successo».


Teoria e pratica della insurrezione

In altro Progetto, sempre sull’insurrezione armata scritto e presentato a fine aprile, Lenin ed i bolscevichi insistettero nel ribadire che la massa proletaria, ma anche la stessa compagine di Partito, deve allenarsi all’insurrezione, acquisendo praticamente l’esperienza militare della guerra civile.

E qui il centralista per antonomasia Lenin, ammonisce che questa esperienza, indispensabile alla compagine del Partito, non può essere appresa con corsi scolastici: stabiliti dal CC e dai centri locali i precisi limiti delle azioni armate, alla periferia del partito viene lasciata una certa libertà d’azione, una certa libertà nel misurarsi contro la potenza dell’apparato di repressione zarista.

Il Partito si allena alla rivoluzione? Si, in determinati svolti storici lo deve fare, ma, aggiungiamo, tale esperienza e tale allenamento non si può avere per le pensate o i desideri e le impazienze dei capi, fossero questi i più geniali; tale allenamento deve aversi in stretta connessione con il procedere del moto proletario e delle sue esigenze. Questo moto il Partito deve dirigerlo, specialmente nel delicato campo della questione militare, ma mai e poi mai può surrogarlo o suscitarlo con azioni volontaristiche.

Importanti spunti si traggono pure dal resoconto frammentario del discorso di Lenin sul problema dell’insurrezione armata, tenuto il 29 aprile. «Ha ragione anche il compagno Giarkov quando dichiara che non possiamo assolutamente non considerare che l’insurrezione esploderà comunque, a prescindere dal nostro atteggiamento», esclama Lenin permettendoci l’ennesima ribattitura di un vecchio chiodo: la rivoluzione non la suscita il Partito, nasce dalle intime contraddizioni di un modo di produzione, in determinate circostanze economiche e sociali che non dipendono dalle volontà di nessuno, il Partito ha però il compito di non far fallire l’inevitabile assalto rivoluzionario.

E qui il barricadero ma dialettico Lenin, che è favorevole al costituirsi di gruppi speciali di combattimento, è cauto sull’esito della lotta che si approssima: il proletariato doveva partecipare in prima fila alla rivoluzione democratica, ma il Partito da questo suo impegno di guidare la classe proletaria nella lotta non può trarre la conclusione, oltremodo ottimista, che senz’altro al proletariato ed al suo Partito sarebbe toccato un ruolo dirigente. Lenin non è mai stato un demagogo, profeta di facili vittorie: il proletariato e le altre classi sarebbero inevitabilmente scese nell’agone della lotta insurrezionale, ma solo per un complesso di rapporti di forza al proletariato ed al suo Partito sarebbe toccato il ruolo dirigente.

Lenin aveva gli occhi e la mente fissi alla vittoria del proletariato e del suo Partito ma sapeva bene che nessuno poteva fermare la storia, i suoi materiali verdetti e le inevitabili sconfitte, politiche, militari, economiche e sociali che hanno accompagnato ed accompagneranno l’ascesa di una nuova classe rivoluzionaria, sconfitte che vanno accettate come fonte di preziosi e necessari insegnamenti, sconfitte mille e mille volte da preferirsi alla rinuncia alla lotta, anche quando questa potrebbe svolgersi con evidenti sfavorevoli rapporti di forza:

     «Il proletariato inglese è chiamato ad attuare la rivoluzione socialista; su questo non vi sono dubbi. Ma è altrettanto indubbia la sua incapacità di realizzarla nel momento attuale, a causa della sua disorganizzazione sociale e dell’azione corruttrice della borghesia (...)

     «Non si può affermare in assoluto se l’esito della rivoluzione dipenderà dal proletariato. Lo stesso si dica della funzione dirigente. Nella risoluzione del compagno Voinov l’espressione è più cauta. La socialdemocrazia può organizzare l’insurrezione e può persino deciderne l’esito ma non si può stabilire in anticipo se le toccherà una funzione dirigente, perché dipenderà dalla forza e dalle capacità organizzative del proletariato. La piccola borghesia potrà essere organizzata meglio, e i suoi diplomatici potranno risultare più forti, meglio preparati. Il compagno Voinov è più cauto. Lui dice: "Tu potrai adempiere"; il compagno Mikhailov: "Tu adempirai". Forse, il proletariato deciderà dell’esito della rivoluzione, ma non si può dirlo in assoluto. I compagni Mikhailov e Sosnovski sono caduti nell’errore che attribuivano al compagno Voinov: "Non ti vantare quando vai in guerra". "Per assicurare... è necessario", dice Voinov; e loro: "È necessario e sufficiente".

     «Riguardo alla costituzione di gruppi speciali di combattimento posso dire che li ritengo indispensabili. Non abbiamo niente da temere della loro creazione».


L’esercito dello zar davanti alla rivoluzione

I mesi di maggio e giugno 1905 videro l’ondata degli scioperi continuare ed abbattersi sulla traballante struttura del regime zarista. La celebrazione del 1° Maggio coinvolse ben 220 mila operai e particolarmente decisivo fu lo sciopero dei 70 mila operai tessili di Ivanovo-Voznesenski che si protrasse per ben due mesi e mezzo e che vide per la sua direzione l’elezione di un soviet (consiglio) operaio. L’inizio giugno ebbe come importante moto di classe lo sciopero di massa e le dimostrazioni nella città polacca di Lodz che si trasformarono in una vera rivolta di strada. Per tre giorni, gli operai, armati con pietre e rudimentali armi, si scontrarono con truppe e polizia la cui decisa reazione provocò gravi perdite fra gli scioperanti. In segno di protesta per l’eccidio degli operai di Lodz scioperarono gli operai di Varsavia e di altre città polacche.

Ma l’avvenimento clamoroso dell’estate, un avvenimento che faceva il pari con la domenica di sangue del gennaio, fu l’ammutinamento della corazzata Principe Potëmkin di Tauride, una delle navi più potenti della flotta del Mar Nero. Il fatto avvenne il 14 giugno e prese le mosse dall’ordine dato dagli ufficiali di fucilare i capi di una protesta dei marinai ai quali si dava da mangiare carne guasta. Il plotone di esecuzione si rifiutò di sparare, alcuni degli ufficiali più invisi furono gettati a mare e la corazzata insorta, inalberata la bandiera rossa ed eletto un comitato di bordo con a capo un macchinista, fece rotta verso Odessa, paralizzata da uno sciopero generale. La corazzata era accompagnata da un cacciatorpediniere unitosi ad essa, spia di quanto la lealtà verso lo Zar della intera flotta del Mar Nero fosse in serio pericolo.

Non ci fu tuttavia un’azione comune fra i marinai insorti e gli scioperanti di Odessa, l’incertezza e l’irresolutezza sul da farsi fecero sfumare la favorevole situazione. La corazzata riuscì per ben due volte a rompere lo schieramento della flotta che le si dirigeva contro con l’ordine di farla arrendere o di affondarla; per paura di altri ammutinamenti la flotta zarista fu ricondotta al largo, il che non impedì ad un’altra corazzata, la Georgi Pobedonessez di tentare di unirsi agli insorti, tentativo fallito perché fu mandata in secca su un banco di sabbia dal sottufficiale a cui i marinai avevano affidato il comando.

Non vedendo vie di uscita, scosso il morale dei marinai della Potëmkin dopo undici lunghi giorni, esauritesi le scorte di carbone e di viveri, la corazzata salpò per la Romania dove l’equipaggio si arrese alle autorità locali a Costanza; era il 25 giugno 1905 ed il regime zarista aveva superato una nuova grave crisi che aveva minacciato di travolgere tutto.

Lenin il 10 luglio dedicò all’importante avvenimento un lungo articolo, "L’esercito rivoluzionario e il governo rivoluzionario". Chiariva subito che era il corso spontaneo degli avvenimenti la base unica e sicura della preparazione insurrezionale, nella quale gioca il suo ruolo indispensabile l’azione cosciente del Partito, il quale ha il compito di favorire il passaggio a forme superiori della lotta, che come un fiume impetuoso erodeva e minava proprio l’esercito zarista, mille volte chiamato dalle autorità a reprimere i moti rivoluzionari:

     «L’insurrezione armata di tutto il popolo matura e si organizza dinanzi ai nostri occhi, sotto l’influenza del corso spontaneo degli avvenimenti. Non sono ancora lontani i tempi in cui l’unica manifestazione della lotta del popolo contro l’autocrazia erano le sommosse, cioè le rivolte non coscienti, non organizzate, spontanee, talvolta feroci. Ma il movimento operaio, come movimento della classe più avanzata, del proletariato, si è rapidamente sviluppato uscendo da questo stadio iniziale. La propaganda e l’agitazione coscienti della socialdemocrazia hanno fatto l’opera loro. Alle sommosse si sono sostituite la lotta organizzata degli scioperi e le dimostrazioni politiche contro l’autocrazia. Le feroci violenze dell’esercito hanno "educato" in alcuni anni il proletariato e la gente del popolo delle città, li hanno preparati a forme superiori di lotta rivoluzionaria. La criminosa e vergognosa guerra nella quale l’autocrazia ha gettato il popolo ha fatto traboccare la coppa della tolleranza popolare. Sono cominciati i tentativi di resistenza armata del popolo ai soldati zaristi. Si sono avute vere e proprie battaglie di strada fra il popolo e i soldati, battaglie sulle barricate. Il Caucaso, Lodz, Odessa, Libava ci hanno fornito negli ultimissimi tempi esempi di eroismo proletario e di entusiasmo popolare.

     «La lotta si è trasformata in insurrezione. La vergognosa funzione di carnefici della libertà, di ausiliari della polizia che si faceva compiere ai soldati non poteva non aprire a poco a poco gli occhi anche all’esercito zarista. L’esercito ha cominciato ad esitare. Dapprima vi sono stati casi isolati di insubordinazione, impeti di rivolta dei richiamati, proteste degli ufficiali, agitazione fra i soldati, rifiuti di singole compagnie o reggimenti di sparare contro i loro fratelli, contro gli operai; quindi una parte dell’esercito si è schierata con l’insurrezione».

La parte dell’esercito per prima schierata con l’insurrezione fu la Marina, mentre la Fanteria continuava in genere ad essere fedele al regime zarista. Lenin esclama: «il Governo zarista è senza flotta!», e questo non era certo per caso ma risultato da una parte dalla differente disciplina in vigore nei due corpi, dall’altra, e soprattutto, perché buona parte degli operai industriali, già toccati dalle idee sovversive, trovava posto nella marina anziché nella fanteria, che traeva gran parte dei suoi effettivi dalla classe contadina.

Lenin continuava mostrando come la ribellione della corazzata Potëmkin fosse il primo tentativo di costituire il nucleo dell’esercito rivoluzionario i cui distaccamenti sorgevano dallo stesso esercito zarista che, per la pressione dell’intero movimento antizarista, quasi si scindeva, con una sua parte che si schierava dalla parte della rivoluzione. Lenin, splendido teorico e splendido stratega della rivoluzione armi alla mano, ne traeva un lapidario insegnamento: la lotta era arrivata alla sua ultima fase quando cioè, aggiungiamo, ogni tentennamento va bollato come tradimento.

     «Nessuna repressione, nessuna vittoria parziale sulla rivoluzione potrà annullare l’importanza di questo avvenimento. Il primo passo è compiuto. Il Rubicone è stato varcato. Il passaggio dell’esercito dalla parte della rivoluzione rimane dinanzi a tutta la Russia e a tutto il mondo. Nuovi, più energici tentativi di costituire un esercito rivoluzionario seguiranno senza meno agli avvenimenti della flotta del Mar Nero. Sta a noi ora sostenere con tutte le forze questi tentativi; spiegare alle più vaste masse proletarie e contadine quale importanza abbia, per tutto il popolo, l’esercito rivoluzionario nella lotta per la libertà; aiutare i singoli distaccamenti di quest’esercito a innalzare la bandiera della libertà di tutto il popolo, bandiera che ha la forza di attirare la massa; unire le forze che devono schiacciare l’autocrazia zarista.

     «Sommosse, dimostrazioni, battaglie di strada, distaccamenti dell’esercito rivoluzionario: sono queste le fasi di sviluppo dell’insurrezione popolare. Siamo infine pervenuti all’ultima fase. Questo non significa, s’intende, che tutto il movimento si trovi già nel suo insieme in una fase superiore. No, nel movimento c’è ancora molta immaturità, negli avvenimenti di Odessa sono ancora evidenti i tratti della vecchia sommossa. Ma questo significa che i flutti più avanzati di questo torrente spontaneo sono già giunti alla soglia della "cittadella" dell’autocrazia. Questo significa che i rappresentanti più avanzati delle masse popolari sono già arrivati, non per considerazioni teoriche, ma sotto la pressione del movimento in sviluppo, ai compiti nuovi, superiori della lotta, della lotta definitiva contro il nemico del popolo russo.

     «L’autocrazia niente ha tralasciato per preparare questa lotta. Per anni ha spinto il popolo alla lotta armata contro l’esercito e adesso raccoglie quel che ha seminato. I distaccamenti dell’esercito rivoluzionario sorgono dallo stesso esercito».

Infine chiosiamo un’ultima citazione. Proprio perché il metodo del comunismo scientifico rifugge dalle cospirazioni militari, quando giunge il momento dell’assalto decisivo, quando le sue premesse sono maturate va messo all’ordine del giorno lo studio dell’intera questione militare, in tutti i suoi complessi aspetti. La forza decide e la forza deve manifestarsi con tecnica ed organizzazione militare appropriate che devono pregnare le masse e l’esercito rivoluzionario. E neanche questa volta Lenin sfugge al compito di fissare al Partito il reale svolgersi del processo rivoluzionario: le masse in moto saranno masse popolari, la rivoluzione è antizarista, il problema urgentissimo da risolvere è quello borghese della libertà, il moto è rivoluzionario ma anche democratico antifeudale.

     «Mesi di rivoluzione talvolta educano i cittadini in modo più rapido e completo che decenni di stasi politica. Il compito dei dirigenti coscienti della classe rivoluzionaria è di precedere sempre questa classe nell’opera di educazione, di spiegarle il significato dei nuovi compiti, di incitarla nella marcia verso la nostra grande meta finale. Gli insuccessi che inevitabilmente ci attendono, durante gli ulteriori tentativi di costituire l’esercito rivoluzionario e gli organismi del governo rivoluzionario provvisorio, ci insegneranno a risolvere praticamente questi problemi, faranno partecipare alla loro soluzione nuove e fresche forze popolari, che sono ancora latenti e inattive.

     «Prendete la questione militare. Nessun socialdemocratico che conosca più o meno la storia, per averla appresa da quel grande conoscitore di tale questione che era Engels, potrebbe mai dubitare dell’enorme significato delle cognizioni militari, dell’enorme importanza della tecnica e dell’organizzazione militare, come strumenti dei quali si giovano le masse popolari e le classi del popolo per risolvere i grandi conflitti storici. La socialdemocrazia non si è mai ridotta a giocare alla congiura militare, non ha mai messo in primo piano le questioni militari, fino a che non sono maturate le premesse d’una guerra civile. Ma oggi tutti i socialdemocratici hanno messo le questioni militari, se non al primo, a uno dei primi posti, hanno messo all’ordine del giorno lo studio di queste questioni e la loro conoscenza da parte delle masse popolari. L’esercito rivoluzionario deve valersi praticamente delle cognizioni militari e degli strumenti di guerra per decidere di tutto l’avvenire del popolo russo, per risolvere il primo, urgentissimo problema: il problema della libertà».


La rivoluzione istruisce

Con un altro poderoso articolo, "La rivoluzione istruisce" del 26 luglio, Lenin tornò a trarre le lezioni dagli avvenimenti di Odessa. Il "concreto" Lenin ebbe subito cura di mostrare come gli avvenimenti correnti fossero pienamente riconducibili a quelli passati e come quindi il metodo marxista permetta trarre dallo studio del passato e del presente le fertili lezioni della controrivoluzione, come dai necessari insegnamenti delle sconfitte si deve trarre la conferma della inevitabile futura lotta nella quale l’esercito rivoluzionario non rifarà gli stessi errori. Lenin deve, instancabile, ribadire un vecchio insegnamento marxista: le masse imparano dalle loro dirette esperienze, solo il partito ha la possibilità di trarre le lezioni dagli avvenimenti passati, di conservarle e di propagandarle, rappresentando così l’unica coscienza del movimento rivoluzionario. Le sconfitte insegnano ed un’epoca rivoluzionaria fornisce al Partito un materiale vivo che conferma o smentisce l’intero piano tattico elaborato. È pertanto solo rifacendosi all’intera esperienza del proletariato mondiale che la compagine del Partito può attendere a piè fermo gli avvenimenti, senza abbandonare la integerrima difesa dei principi, della teoria e del programma, per riflesso delle inevitabili illusioni e debolezze che accompagnano il reale percorso del moto di classe. La rivoluzione è morta! Viva la rivoluzione!

     «Così anche la rivoluzione russa fornisce quasi ogni settimana in copia eccezionale un materiale politico che permette di controllare le risoluzioni tattiche da noi precedentemente elaborate e di fornire i più efficaci insegnamenti su tutta la nostra attività pratica. Prendete i fatti di Odessa. Un tentativo di insurrezione terminato col fallimento. Un fallimento amaro, una grave sconfitta. Ma quale abisso divide questo fallimento nella lotta dai fallimenti che piovono sui vari signori Scipov, Trubetskoi, Petrinkevic, Struve e su tutto questo servidorame dello zar in cerca di meschine transazioni! Engels disse una volta: gli eserciti sconfitti imparano magnificamente. Queste bellissime parole tanto più valgono per gli eserciti rivoluzionari, nelle cui file affluiscono i rappresentanti delle classi avanzate. Fino a quando non sarà spazzata via la vecchia e già putrida sovrastruttura, che col suo marciume contagia tutto il popolo, ogni nuova sconfitta farà sorgere sempre nuovi eserciti di combattenti.

     «Naturalmente esiste l’ancor più vasta esperienza collettiva dell’umanità, che è scolpita nella storia della democrazia internazionale e della socialdemocrazia internazionale ed è ribadita dagli esponenti di avanguardia del pensiero rivoluzionario. Da essa il nostro partito attinge il materiale per la propaganda e l’agitazione quotidiana. Ma soltanto a pochi è dato di studiare direttamente questa esperienza, fintanto che la società è basata sull’oppressione e lo sfruttamento di milioni di lavoratori. Le masse devono imparare soprattutto dalla propria esperienza, pagando con duri sacrifici ogni lezione.

     «Dura è stata la lezione del 9 gennaio, ma essa ha reso rivoluzionario lo stato d’animo del proletariato di tutta la Russia. Dura è stata la lezione dell’insurrezione di Odessa, ma ormai esiste uno stato d’animo rivoluzionario, e su questa base, da questa lezione il proletariato rivoluzionario impara oggi non solo a lottare, ma anche a vincere. Dei fatti di Odessa diciamo: l’esercito rivoluzionario è stato sconfitto, viva l’esercito rivoluzionario!».

Fra gli avvenimenti di Odessa ed il nuovo violento deflagrare della guerra civile dell’inverno, che fu anticipata da potenti scioperi, la scena storica per un attimo si placò, come se i protagonisti prendessero fiato per un rinnovato slancio. La controrivoluzione zarista si illuse di aver assestato un colpo decisivo, ed infatti ripresero le azioni delle bande dei "Centoneri" che intendevano terrorizzare quartieri e città operaie.

Il periodo di relativa calma non fece però deflettere i bolscevichi e Lenin nella preparazione del Partito e delle masse all’insurrezione, un’insurrezione che il corso degli avvenimenti esigeva, che prorompeva dal sottosuolo economico e sociale, che come una forza viva scuoteva tutte le strutture sociali e politiche, che suscitava le stesse forze della controrivoluzione ad una lotta decisiva che non ammetteva neutrali. Scrive Lenin, "I Centoneri e l’organizzazione dell’insurrezione", il 26 agosto:

     «Si possono e si devono condurre discussioni teoriche sulla necessità dell’insurrezione, si devono pensare profondamente ed elaborare con cura le risoluzioni tattiche sul problema, ma non si può dimenticare che il corso spontaneo delle cose si apre imperiosamente la strada, a dispetto di tutte le astrusità. Non si può dimenticare che lo sviluppo delle grandissime contraddizioni che per secoli si sono accumulate nella realtà russa prosegue con forza irresistibile, portando sulla scena le masse popolari, spazzando nel mucchio del ciarpame le morte dottrine sul progresso pacifico, già dei cadaveri. Tutti gli opportunisti amano dirci: imparate dalla vita. Per vita essi comprendono purtroppo soltanto il ristagno dei periodi pacifici, i periodi di stasi, quando la vita va avanti appena appena. Essi, questi uomini ciechi, comprendono sempre in ritardo gli insegnamenti della vita rivoluzionaria. Le loro morte dottrine si lasciano sempre oltrepassare dalla corrente impetuosa della rivoluzione, che esprime le esigenze più profonde della vita, alle quali sono legati gli interessi più vitali delle masse popolari (...).

     «Di fronte alle efferatezze della polizia, dei cosacchi e dei Centoneri contro cittadini inermi cresce e crescerà incessantemente il numero di coloro che, pur essendo estranei a qualsiasi "piano" e persino a ogni idea di rivoluzione, vedono, sentono la necessità della lotta armata. Non v’è altra scelta, tutte le altre vie sono chiuse. Non è possibile non pensare alla guerra e alla rivoluzione e rimanere indifferenti di fronte a quel che avviene oggi in Russia, e chiunque non lo rimanga pensa, si interessa, è costretto a chiedersi: schierarsi con l’una o l’altra parte armata? Vi bastoneranno, vi rovineranno, vi assassineranno, nonostante la forma arci-pacifica e legale fino alle minuzie della vostra azione. La rivoluzione non ammette che ci siano dei neutrali. La lotta già si è accesa. È una lotta a morte, la lotta tra la vecchia Russia della schiavitù, della servitù della gleba, dell’autocrazia e la nuova Russia, giovane, popolare, la Russia delle masse lavoratrici che anelano alla luce e alla libertà, per cominciare poi ancora e ancora la lotta per la completa emancipazione dell’umanità da ogni oppressione e da ogni sfruttamento. Ben venga dunque l’insurrezione popolare armata!».

Le lotte dell’autunno-inverno costituirono il punto culminante degli avvenimenti del 1905. Come per il gennaio, anche esse partirono da un avvenimento apparentemente secondario: il 2 ottobre entrarono in sciopero i compositori della tipografia Sytin di Mosca per reclamare la riduzione della giornata lavorativa e includere nel cottimo delle mille battute i segni di interpunzione. I fatti così si snodarono: lo sciopero della tipografia Sytin portò al costituirsi della Unione degli operai tipo-litografici di Mosca e già la sera del 7 ottobre lo sciopero si estese a 50 tipografie. L’8 un’assemblea autorizzata di scioperanti elaborava un proprio programma di rivendicazioni, fatto che fece intendere alla polizia che era l’ora di scendere in campo contro lo "arbitrio" che minacciava la "libera iniziativa dei lavoratori". Lo sciopero si estendeva però ad altri settori, come i fornai che entrarono in lotta così decisamente che 200 cosacchi del I Reggimento del Don furono costretti a prendere d’assalto la panetteria Filippov scontrandosi con gli scioperanti che oramai incominciavano ad avere nelle proprie file anche operai delle officine e dell’industria.

Il 15 ottobre i tipografi pietroburghesi decisero di dimostrare la loro solidarietà con i compagni di Mosca. E lo sciopero dei tipografi si intersecava con quello dei ferrovieri. Già il 3 si era aperta a Pietroburgo la "Consultazione" ufficiale dei deputati dei ferrovieri per trattare delle pensioni e ben presto la consultazione prese quasi l’aspetto di un congresso di delegati operai che accarezzava l’idea di uno sciopero generale per il 13 ottobre (1 ottobre del vecchio calendario), giorno previsto per la convocazione della Duma di Stato. Il Congresso, che originariamente doveva solo essere una manifestazione del sindacalismo ufficiale zarista, temeva azioni parziali che, come nei mesi passati, sarebbero incorse in fallimenti, cautela che fece rimandare l’idea dello sciopero per il 13.

I giorni 18, 19 e 20 ottobre videro molte tipografie riprendere il lavoro, uscire regolarmente i giornali e terminare molti scioperi nelle officine e nei cantieri. «Lo sciopero non aveva ancora deciso, rifletteva e tentennava», notava Trotski nella sua opera, per subito dopo vergare che in realtà lo sciopero si preparava ad estendersi in tutta la sua ampiezza, lasciandosi alle spalle ogni debolezza.

Dal 20 ottobre una dopo l’altra si fermavano le linee ferroviarie intorno a Mosca, la grande città era quasi isolata dal resto del paese. Il 22 in una riunione straordinaria del Soviet dei deputati dei ferrovieri di Pietroburgo vennero formulate ed immediatamente trasmesse per telegrafo a tutte le linee le parole d’ordine generali dello sciopero ferroviario: giornata lavorativa di otto ore, libertà civili, amnistia, Assemblea Costituente.

Facciamo parlare Trotski.

     «Lo sciopero comincia a comandare sicuro nel paese. Abbandona definitivamente ogni esitazione. Col numero cresce anche la sicurezza dei suoi partecipanti. Le esigenze rivoluzionarie di classe sono poste al di sopra delle necessità economiche di categoria. Sottrattosi ai limiti locali e professionali lo sciopero cominciò a sentirsi rivoluzione: e questo gli conferisce un’incredibile audacia (...) Soltanto per scopi strettamente personali si permette di venir meno al voto di inattività. Apre una tipografia quando gli occorrono i bollettini della rivoluzione, si serve del telegrafo per trasmettere le sue istruzioni, lascia passare i treni con i delegati degli scioperanti. Per il resto non ammette eccezioni: chiude stabilimenti, farmacie, negozi, tribunali (...) Si serve di ogni mezzo: invita, convince, scongiura, supplica in ginocchio (così come una donna-oratrice a Mosca sulla banchina della stazione della linea di Kursk), minaccia, spaventa, tira pietre, ed infine usa la pistola. Vuole raggiungere il suo scopo a qualunque costo. La posta è troppo alta: il sangue dei padri, il pane dei figli, la reputazione delle proprie forze. Un’intera classe è ai suoi ordini: e se una minima, insignificante parte di essa, fuorviata da coloro contro i quali essa combatte, intralcia il suo cammino, c’è forse da meravigliarsi se con una rude pedata lo sciopero la rimuove?».

Dal 20 ottobre lo sciopero dei ferrovieri si propagò così rapidamente che in pochissimi giorni le ferrovie russe, polacche, circaucasiche, transcaucasiche e siberiane erano bloccate, l’intero esercito delle ferrovie, 750.000 uomini, era sceso in lotta. Allo sciopero dei ferrovieri diedero ben presto il loro appoggio gli operai delle fabbriche e delle officine ed anche, dato che il movimento si ergeva contro l’assolutista regime zarista, le stesse "unioni sindacali" dell’intelligenza, giudici, avvocati, medici chiudevano i loro uffici cercando di seguire la tumultuosa marcia del proletariato industriale. Da Mosca e Pietroburgo, lo sciopero si estese alle più lontane regioni del paese, coinvolgendo tutti i settori del proletariato.

Nel corso dello sciopero, che minacciava di divenire generale – gli scioperanti furono stimati in 1 milione e 750 mila – si giunse ancora una volta alla lotta armata aperta, gli scioperanti eressero barricate, s’impadronirono di armi, si armarono ed opposero una resistenza se non sempre vittoriosa certo eroica. Combattimenti di barricate si ebbero a Charkov, Ekaterinoslav, Odessa e in tante altre città e centri proletari, lotta che però non era ancora la resa finale dei conti fra il movimento rivoluzionario e l’assolutismo zarista. Trotski giustamente, nel suo "1905", notò: «Le giornate di ottobre rimasero nel complesso uno sciopero politico, una rassegna generale di tutte le forze di combattimento, le grandi manovre della rivoluzione: in ogni caso non una rivolta armata», una rivolta armata che gli avvenimenti ponevano come prossima ed a cui i bolscevichi si preparavano.


Prime lezioni del potente sciopero

Prendiamo dall’articolo di Lenin "L’ultima parola della tattica iskrista" del 17 ottobre una lunga significativa citazione:

     «Insurrezione è una grande parola. L’appello all’insurrezione è un appello estremamente serio. Quanto più complessa diventa la struttura sociale, quanto più elevata l’organizzazione del potere statale, quanto più perfezionata la tecnica militare, tanto più inammissibile è avanzare avventatamente questa parola d’ordine. E noi abbiamo detto più volte che i socialdemocratici rivoluzionari da tempo si sono preparati ad avanzarla, ma l’hanno avanzata come appello diretto solo allorquando non potevano sussistere incertezze sulla serietà, l’ampiezza e la profondità del movimento rivoluzionario, nessuna incertezza sul fatto che le cose si avviavano verso l’epilogo, nel vero senso della parola. Con le grandi parole bisogna andar cauti. Immense sono le difficoltà per trasformarle in grandi fatti. Ma proprio per questo sarebbe imperdonabile eludere queste difficoltà con frasi vuote, sottrarsi a compiti gravi con congetture maniloviste, vedere attraverso rosee finzioni le possibili "trasformazioni naturali" che portano a questi difficili compiti.

     «Esercito rivoluzionario: anche questa è una grande parola. La sua costituzione è un processo difficile, complesso e lungo. Ma quando vediamo che il processo è cominciato e che a strappi, frammentariamente, procede dovunque; quando sappiamo che senza tale esercito è impossibile l’effettiva vittoria della rivoluzione, dobbiamo formulare con energia e chiarezza questa parola d’ordine, dobbiamo propagandarla, farne la pietra di paragone per i problemi più attuali della politica. Sarebbe errato pensare che quando la rivoluzione, per le condizioni dello sviluppo economico-sociale, è del tutto matura le classi rivoluzionarie abbiano sempre la forza sufficiente per compierla. No, la società umana non è costruita in modo tanto razionale e "comodo" per gli elementi d’avanguardia. La rivoluzione può essere matura, e la forza dei suoi protagonisti può non essere sufficiente per realizzarla; allora la società imputridisce, e il suo stato di putrefazione si protrae talvolta per interi decenni.

     «È indubbio che la rivoluzione democratica in Russia è matura, ma hanno le classi rivoluzionarie le forze sufficienti per compierla? Lo deciderà la lotta, il cui momento critico si sta avvicinando con enorme rapidità se non ci ingannano numerosi indizi diretti e indiretti. La superiorità morale è indubbia, la forza morale è già grandissima; se mancasse naturalmente non si potrebbe nemmeno parlare di rivoluzione. È una condizione necessaria, ma non ancora sufficiente. Si trasformerà essa in una forza materiale capace di spezzare la resistenza estremamente seria (e non dobbiamo chiudere gli occhi su tale fatto) dell’autocrazia? Lo dimostrerà l’esito della lotta.

     «La parola d’ordine dell’insurrezione è la parola d’ordine che decide del problema della forza materiale, e la forza materiale nella civiltà europea moderna è soltanto la forza militare. Questa parola d’ordine non può essere avanzata fin quando non sono mature le condizioni generali per l’insurrezione, fin quando non si sono manifestati in modo preciso il fermento delle masse e la loro preparazione all’azione, fin quando le circostanze esteriori non hanno portato a una crisi palese. Ma poiché tale parola d’ordine è stata posta, sarebbe vergognoso tirarsi indietro, ritornare alla forza morale, ritornare ancora ad una delle condizioni dello sviluppo della base per l’insurrezione, tornare ancora ad una delle "trasformazioni possibili", ecc. ecc. No, poiché il dado è tratto bisogna abbandonare tutte le scappatoie, bisogna esplicitamente e chiaramente spiegare alle più larghe masse quali sono ora le condizioni pratiche per una rivoluzione vittoriosa».

Lenin deve chiarire subito che il rivoluzionario non ha da escogitare motivi per stimolare o suscitare l’insurrezione, che questa deve nascere e svilupparsi per profondi processi all’interno stesso della struttura economica e sociale, che nessuna parola d’ordine o tattica può suscitare le condizioni dell’insurrezione, ma che al Partito spetta il compito di prepararsi gettando nella mischia il suo fondamentale apporto di volontà, chiarezza e prospettiva tattica e politica. A questo compito immenso il Partito deve prepararsi non certo con una ginnastica particolare fatta in casa, immaginando moti sociali che non si manifestano, ma partecipando al processo reale che si svolge indipendentemente da chicchessia, con la sua inevitabile zavorra di illusioni.

Non una "trasformazione naturale" porterà all’estremo e vittorioso assalto finale, decideranno fattori di forza e di decisione e chiarezza alla lotta, deciderà l’esercito rivoluzionario, cioè la forza militare del popolo rivoluzionario (Lenin non dimentica che si tratta di una rivoluzione antiassolutista) costituito dal proletariato e dai contadini armati, dai distaccamenti d’avanguardia organizzati formati dai rappresentanti di queste due classi, ed infine dai reparti dell’esercito zarista pronti a passare dalla parte del popolo. È questo per Lenin l’esercito rivoluzionario antizarista che deciderà della lotta che è oramai improcrastinabile, di fronte alla quale ogni esitazione e tentennamento è delittuoso e vero e proprio tradimento.

Lenin sa bene che, anche se le condizioni dello sviluppo economico e sociale suonano condanna al regime zarista, le classi rivoluzionarie (classi al plurale, il moto popolare vedrà il proletariato come uno e non unico protagonista) potrebbero anche non avere la forza sufficiente per adempiere al loro compito storico. Lenin vedeva chiaramente che il movimento antizarista aveva la simpatia della maggioranza delle classi medie ed intellettuali e anche di un non trascurabile numero di proprietari terrieri e di industriali che, cautamente, non osteggiavano le dimostrazioni operaie, di professionisti studenti e impiegati che approvavano ordini del giorno poco meno radicali di quelli degli operai industriali. Il carattere largamente popolare del movimento gli conferiva portata e slancio inusitati, il che faceva vacillare il governo zarista che si sentiva frantumare il terreno sotto i piedi, ma questa situazione storica significava anche che enormi sarebbero state le difficoltà per la piena affermazione del programma e dell’azione del proletariato rivoluzionario che da lì in avanti avrebbe scontato le debolezze e la fiacchezza delle mezze classi che, per la vittoria della stessa rivoluzione antizarista, avrebbe dovuto controllare e spingere sulla via della lotta armata.

Trotski ricorda che Plekhanov a Parigi nel 1889 aveva esclamato: «Il movimento rivoluzionario russo o trionferà come movimento operaio o non trionferà affatto» e l’ardente Leone lo citava a sostegno delle sue tesi sulla "rivoluzione in permanenza". Lenin ed i bolscevichi dialetticamente non negavano tale prospettiva, ma anche previdero la possibilità di una rivoluzione interclassista nella quale senza l’apporto del movimento operaio l’atteggiamento antizarista delle altre classi sarebbe stato infecondo, che quindi la rivoluzione avrebbe visto in prima fila il movimento operaio ma insieme alla classe contadina, cioè la borghesia radicale, con l’obiettivo di distruggere l’ordinamento feudale e costruire capitalismo, le "basi del socialismo", distruzione che in qualsiasi modo sarebbe stato un far girare in avanti la ruota della storia.

Le giornate dell’ottobre videro ancora la massa variopinta del popolo muoversi con tutte le sue fallaci illusioni e debolezze, il malcontento antizarista contagiava l’operaio come l’avvocatuccio di tendenze liberali, il contadino, i soldati e i marinai che reclamavano cibo migliore e una disciplina più mite. Fu la forza dell’ottobre ma anche la sua intrinseca debolezza, che poneva al Partito di classe il compito difficile di reggere nella difesa del programma, di non accodarsi alle ideologie liberali, di mantenere integra la sua prospettiva di svolgere fino in fondo, nella maniera la più radicale possibile la rivoluzione borghese, trampolino per quella proletaria internazionale.

(continua)

 

 

 

 




La tattica della Rivoluzione doppia nell’esperienza Russa
(continua dal numero 19)


(Esposto alla riunione di Firenze nel gennaio 1986)


La questione tattica

A ben pensare tutta la questione della tattica si risolve in senso storico-filosofico nella corretta impostazione del rapporto fra fini da raggiungere e mezzi per ottenerli. È solo con l’affermarsi alla scala storica del feticcio merce, attraverso il quale predomina l’interesse privato su quello collettivo, che nella mente degli uomini i rapporti sociali si stravolgono per cui la loro falsa coscienza li porta a credere che per ottenere l’obiettivo desiderato "tutti i mezzi siano buoni", oppure, come si sente dire nei bar, o nei consigli di amministrazione, "in amore o in affari tutto è lecito", "il fine giustifica i mezzi".

I mezzi per ottenere gli scopi sono quelli che i marxisti chiamano tattica. Un esempio spicciolo per chiarire il concetto. Devo andare in Asia, pensava Colombo, mi è più vantaggioso circumnavigare l’Africa o tentare la via diretta attraverso l’Atlantico? (sappiamo che allora non sapeva di trovare fra l’Europa e l’Asia un altro continente): ecco due strade diverse che sembravano ottenere il medesimo fine.

Ma se gli interessi del mercato internazionale costringevano Colombo a porsi il problema di raggiungere l’Asia nel più breve tempo possibile, i comunisti non sono vincolati al principio del minimo sforzo per l’ottenimento del massimo risultato. Non a caso un vecchio adagio di partito ci ammonisce che non sempre la via più breve è la migliore, talvolta è preferibile prendere quella più lunga, anche se irta e tortuosa. Questo perché siamo dei masochisti? Semplicemente perché la conferma fondamentale e originale che abbiamo tratto dalla più grave tragedia che abbia mai colpito il partito dal 1848 in poi, la controrivoluzione staliniana, è che non tutti i mezzi sono leciti per ottenere gli scopi socialisti. Quindi le strade che dobbiamo battere devono essere chiare, corrette e consone agli obiettivi che ci siamo prefissati, devono corrispondere necessariamente a tali obiettivi. Se ciò non avviene le nostre tesi, condensato dell’esperienza storica di tutto il movimento proletario, ci spiegano che prima il partito si indebolisce, poi si lacera, successivamente degenera e si sfascia. Deve essere perciò nostra grande preoccupazione non solo salvaguardare i nostri obiettivi ma anche i mezzi per raggiungerli. Non solo i fini, non solo i principi, ma anche la tattica, la strada per raggiungerli.


Invarianza del programma

La base su cui poggia la nostra scienza del comunismo è la teoria materialista dialettica, metodo scientifico applicato alla società umana, la quale è parte integrante della natura e come tale ha leggi di moto proprie. Da quando l’uomo uscì dal comunismo primitivo la società è scossa dalla lotta fra le classi.

Sappiamo abbastanza bene cosa sarà il socialismo, benché ne diamo definizioni tratte dalla dialettica negazione dell’odierno stato di cose. Abolizione delle classi, abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e dei mezzi di distribuzione, cioè dell’appropriazione privata delle merci. Non più mercato, salario, moneta, ma distribuzione sociale pianificata attraverso la gestione collettiva dell’economia, del lavoro, della cultura, del divertimento, e così via... Questi, brevemente, i nostri fini.

Intende raggiungere il fine ultimo del modo di produzione comunista superiore, passando attraverso una fase inferiore, che chiamiamo anche socialismo. Possiamo fare delle ipotesi su quella che sarà la struttura economica e sociale, o su come si organizzerà la vita nel comunismo pieno o superiore. I nostri maestri, non confondendosi con utopisti o con anarchici, ci hanno lasciato delle formule che spiegano il contenuto della futura società di specie che sarà collettiva e organizzata in una rotazione delle funzioni sociali. Marx afferma e Lenin ripete:

     «Nella fase superiore della società comunista potremo scrivere nelle nostre bandiere il principio "da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni", il che vuol dire che i geni daranno per mille e avranno per uno, mentre gli incapaci daranno per uno e avranno per mille.»

Chiamiamo principi i mezzi per ottenere i fini. I nostri principi sono dunque: la dittatura del proletariato, che per essere tale non dovrà aborrire la violenza ma la userà secondo necessità. È dalla nozione di proletariato come classe per sé, per i suoi fini, e non in sé, per i fini della borghesia, che deduciamo la nozione di partito politico: il proletariato si organizza in classe, quindi in partito. La dittatura del proletariato è sinonimo di dittatura del partito comunista. L’esperienza della rivoluzione russa è venuta a confermare ciò che già era codificato nei testi marxisti dal 1848 in poi. Per i comunisti è un principio la necessità della presa violenta del potere. Fanno parte dei principi le nozioni che la rivoluzione comunista la fa solo il proletariato e che essa è questione internazionale, che a tal fine occorre il partito, che deve essere organicamente centralizzato, unico e mondiale, così come centralizzata unica e mondiale è la classe borghese che deve essere sconfitta. Sappiamo che, una volta giunto al potere attraverso la violenza rivoluzionaria, il proletariato gestirà dittatorialmente lo Stato, il quale si estinguerà solo dopo un lungo periodo nel quale le classi scompariranno.

I fini, i principi e i lineamenti generali del piano tattico per le diverse aree geo-storiche li troviamo già espressi di getto fin dal 1848 nel Manifesto dei Comunisti, sono gli stessi per Marx ed Engels, per i bolscevichi, per la III Internazionale, risultato dell’opera di Lenin e della Sinistra italiana di restaurazione teorica e tattica, e per la piccola compagine odierna del Partito Comunista Internazionale.


Previste e codificate fasi tattiche

Il nostro invariabile programma comprende un piano tattico storicamente articolato.

La tattica varia secondo le grandi aree storico-politiche e le epoche in cui si svolge la lotta di classe. La tattica di Marx ed Engels per la Germania del 1848 è la stessa di Lenin per la Russia del 1905: la rivoluzione ininterrotta. Questo perché le fasi dello sviluppo della lotta fra le classi erano simili nella Germania del 1848 e nella Russia del 1905: abbattimento del potere feudale e impianto del capitalismo. Essendo mutate le condizioni storiche e sociali la tattica di Engels al 1890 in Germania non è più quella del 1848; così come la tattica della III Internazionale non è più quella del 1890. La nostra tattica pei paesi industrializzati non è più quella messa in pratica allora dai nostri maestri, anche dello stesso Lenin, che pur visse la fase ultima dell’evoluzione imperialista del capitalismo. È tesi di partito che queste fasi storiche non sono avvengono a caso ma corrispondenti al reale trasformarsi della situazione dell’epoca storica, lucidamente prevista dal marxismo. Tutte queste variazioni vanno di pari passo con l’evoluzione delle condizioni sociali, dello sviluppo del modo di produzione capitalistico, seguono l’evoluzione dei rapporti fra le classi e fanno riferimento a un particolare periodo storico dello scontro fra le classi e con lo Stato, sia esso borghese o pre-borghese.

Dunque noi deduciamo il tipo di tattica dall’affermazione del nostro programma nella realtà storica e quotidiana; dall’analisi teorica di tale realtà; dalle esperienze passate del movimento. L’analisi della situazione è perciò questione di applicazione della teoria a una fase storica. Il saper catalogare la situazione in una di quelle previste non è frutto di mestiere, di scaltrezza o di fortuna, ma è il normale risultato di un corretto maneggio del nostro immenso bagaglio dottrinale, teorico e di principio; non certo da parte di individui prescelti e illuminati, ma da parte dell’organo partito.

Da questo deriviamo la tesi che quando ci troviamo in presenza di differenti soluzioni tattiche ad uno stesso problema o si parte da diversi principi o si fanno differenti analisi della situazione storica. Marx e Bakunin, divergendo sui principi, deducevano atteggiamenti tattici diversi (sciopero generale espropriatore o organizzazione del proletariato in partito). Lo stesso dicasi nel partito russo delle divergenze fra bolscevichi e menscevichi intorno ai rapporti fra lotta economica e lotta politica.

Sempre per questioni di principio nella II Internazionale i rivoluzionari intendevano la tattica parlamentare diversamente dai riformisti: rafforzamento del proletariato in vista dell’attacco finale alla borghesia o riforme per la trasformazione graduale dello Stato borghese.

Ma, pur concordando sui principi e sul generale piano tattico, si possono tenere atteggiamenti diversi a causa di diverse analisi della situazione storica. Un partito saldo sui principi deve poter risolvere eventuali divergenze od errori tattici contingenti. Lo strumento è il corretto funzionamento organico del partito, che solo permette la correzione dell’errore alla luce dell’esperienza e del percorso nel frattempo svolti dal movimento.

Ma determinante è l’analisi delle grandi fasi storiche perché uno sbaglio di fase inverte la direzione dello sviluppo della rivoluzione. L’esecutivo dell’Internazionale Comunista e la Sinistra italiana, pur concordando sui principi, divergevano sulla tattica da attuare in Occidente (parlamentarismo rivoluzionario o astensionismo; fronte unico politico o solo fronte unico sindacale; governo operaio o dittatura del proletariato). La Sinistra italiana e Trotski dettero indicazioni diverse sull’atteggiamento da tenere nei confronti della guerra in Spagna e della Seconda Guerra mondiale, non concordando sull’analisi della situazione storica e, specialmente, sulla funzione dello stalinismo (Stato operaio degenerato o controrivoluzione borghese).

Di minore peso la valutazione della situazione contingente. Nell’immediato secondo dopoguerra si ebbero due interpretazioni degli effetti della crisi postbellica sulla ripresa rivoluzionaria: evidentemente quella che giudicava più favorevole la situazione per una ripresa rivoluzionaria aveva un’attitudine più marcata all’attività di propaganda, e si rispolverò anche il parlamentarismo rivoluzionario alla Lenin.

Ora se in periodi fetidi di ristagno sociale le situazioni imputridiscono – la nostra fase, se vogliamo, è ferma alla sconfitta del 1914 – durante i periodi rivoluzionari le situazioni si evolvono con travolgente rapidità. Può accadere in un mese o in un giorno quello che attendiamo da decenni. Nelle rivoluzioni doppie addirittura le grandi fasi storiche non solo si sviluppano rapidamente, ma spesso si accavallano, arrivano a sovrapporsi, oggi maturano domani rinculano per poi svilupparsi nuovamente ad un livello superiore, le classi rivoluzionarie contro il feudalesimo sono sempre più di una, gli obiettivi da raggiungere sono anch’essi più di uno. Leggiamo su "Struttura economica e sociale della Russia d’oggi":

     «Capisaldi di Aprile. Tutto quello che Lenin grida ed incide sulla carta di quelle storiche tesi è terribilmente contro quello che in Russia facevano, oltre ai partiti borghesi e piccoli-borghesi, anche quelli operai e lo stesso suo partito. Ma nello stesso tempo è ferocemente conforme a tutto quello che stava scritto, alla rotta data da Marx ed Engels nel 1848 e in cento svolti ribadita, e alla rotta tracciata da Lenin stesso dal 1900 in poi circa la Russia. I frettolosi che basiscono ogni volta che sentono parlare di una nuova, moderna direttiva, devono capire solo questo: noi difendiamo l’immutabilità della rotta, ma non la sua rettilineità.

      «Essa è piena di difficili svolti. Ma non nascono nella testa e nel capriccio del capo, del leader, come dice Trotski. Leader significa infatti guidatore. Il capo del partito non ha nelle mani un volante e davanti a sé l’arbitrio dell’angolazione dello sterzo, è il conducente di un treno o di un tranvai. La sua forza è che egli sa che il binario è determinato, ma non certo rettilineo ovunque, sa le stazioni dove passa e la meta dove conduce, le curve e le pendenze.

     «Non è certo solo a saperlo. Il tracciato storico appartiene non ad una testa pensante, ma ad una organizzazione che va oltre gli individui soprattutto nel tempo, fatta di storia vissuta e di dottrina (a voi la parola dura) codificata.

     «Se questo è smentito, siamo tutti fuori combattimento e nessun nuovo Lenin ci salverà mai. Andremo al macero stringendo i manifesti, i libri, le tesi in una non spartibile bancarotta.

     «Aprile dunque tratta una data e grandiosa situazione storica, che involge un anno cruciale e il fremere di centocinquanta milioni di uomini. Non la tratta come imprevista e nuova, e che imponga accostate di fortuna, ma la inchioda sulle linee deterministiche che la dottrina unitaria, e gittata di blocco, della storia e della rivoluzione, anzi delle rivoluzioni, ha scoperto. Le scoperte non evolvono o migliorano. Sono o non sono.

     «Perciò appare che Lenin giunga come quegli che dissolve e fracassa tutto. Distruggere è il mezzo solo marxista di condurre e di costruire. Per la melma borghese e piccolo borghese, per tutte le classi che defungono, la sapienza è follia, la verità rivoluzionaria si tratta con la cicuta. Una volta almeno, agli scandalizzati ben pensanti fu fatto ingozzare il contenuto del bicchiere. Sceso dalla macchina ferma, il meccanico rimosse l’ostacolo opportunista con pochi e tremendi colpi di scure. Il convoglio della storia proseguì inesorabile. Quella era la sola strada su cui poteva e doveva passare».



La rivoluzione di febbraio

Un esempio cristallino di come il partito debba comportarsi nei periodi di ebollizione sociale è quello del partito bolscevico di fronte alla rivoluzione del 1917. Seguiremo come dalla primavera all’estate la situazione storica muti, come lo Stato si trasformi da borghese rivoluzionario a borghese antioperaio e controrivoluzionario e, così come era previsto dalla tattica del partito fin dal 1905, i bolscevichi si adeguino prontamente fino alla vittoria finale.

Le rivolte spontanee del febbraio 1917, causate dalle ripetute sconfitte militari, dalla fame e dal freddo, avevano rovesciato lo zar. Era stato lo stesso soviet a delegare il potere ad un governo provvisorio – espressione della Duma di Stato zarista. Ne facevano parte il principe L’vov (presidente del consiglio dei ministri e ministro degli interni); Miljukov (capo del partito cadetto, il partito della borghesia liberale); Gučkov (leader del partito monarchico costituzionale; gli ottobristi); Kerenskij (socialista rivoluzionario di destra).

Fin dalla fine di febbraio si era formato il soviet dei deputati degli operai di Pietrogrado, fenomeno questo già verificatosi nella rivoluzione del 1905. Il soviet ebbe come primo presidente il menscevico Čcheїdze. Si dichiarò organo rappresentante tutti gli operai, i contadini e i soldati di tutta la Russia e tale rimase fino alla convocazione del Primo Congresso Panrusso dei Soviet, nel giugno 1917. Soviet significa consiglio, Lenin lo paragonerà alla Comune parigina del 1871; la sua caratteristica principale era quella di essere l’assemblea del popolo in armi e, se vogliamo, ricalcava anche quella forma di partecipazione popolare plebea che caratterizzò la Comune espressa dalla Grande Rivoluzione del 1789.

Le forze politiche che controllavano il soviet erano i menscevichi e i socialisti rivoluzionari. I bolscevichi, solo autentico partito proletario e comunista, erano un’esigua minoranza. Menscevichi e socialrivoluzionari nella rivoluzione democratica russa rappresentano, rispettivamente, sia gli interessi della piccola borghesia cittadina, vessata dall’apparato repressivo dell’autocrazia, sia quelli del contadiname affamato dai grandi proprietari fondiari. L’oscillazione della piccola borghesia fra borghesia e proletariato è di fondamentale importanza nel segnare le sorti delle rivoluzioni borghesi. I marxisti sanno che una volta abbattuta l’autocrazia la borghesia radicale non avrà il coraggio di essere conseguentemente rivoluzionaria. Sentirà l’alito del proletariato sul collo e cercherà di fermare la rivoluzione, ritornando così in braccio alla borghesia, la quale ha tutto l’interesse a trasformare la società nel modo più graduale possibile.

     «Per la borghesia è più vantaggioso che le necessarie trasformazioni sulla via della democrazia borghese si compiano più lentamente, più gradualmente, più prudentemente, meno risolutamente, mediante riforme e non con una rivoluzione; che con queste riforme si proceda nel modo più cauto possibile verso "rispettabili" istituti del feudalesimo (la monarchia, ad esempio); che queste trasformazioni contribuiscano il meno possibile a sviluppare l’azione rivoluzionaria, l’iniziativa e l’energia della plebe, ossia dei contadini e, soprattutto, degli operai. Perché, altrimenti, sarebbe tanto più facile per gli operai "passare il fucile da una spalla all’altra", come dicono i francesi, ossia rivolgere contro la borghesia stessa le armi che la rivoluzione borghese fornirebbe loro, la libertà che essa darebbe, gli istituti democratici sorti sul terreno sbarazzato dal feudalesimo» ("Due Tattiche").

Nonostante che la direzione del soviet fosse venuta a trovarsi nelle mani degli opportunisti, il soviet, espressione stessa della pressione popolare nella rivoluzione, seppe attuare una serie di iniziative rivoluzionarie, l’arresto di alcuni rappresentanti del vecchio regime, la liberazione dei detenuti politici e, soprattutto, subordinò la guarnigione militare della città alle proprie disposizioni e dette origine ad una milizia di popolo, col compito di vigilare i tentativi futuri della reazione feudale. Il soviet rappresenta la forma che ha preso la rivoluzione plebea democratica russa, il suo carattere fondamentale è quello di essere di larga rappresentanza popolare e decisamente contro lo zar e sono questi i requisiti che i bolscevichi richiedevano fin dal 1905 ad un eventuale governo rivoluzionario provvisorio.

     «Il governo rivoluzionario provvisorio è l’organo della lotta per la vittoria immediata della rivoluzione, per la repressione immediata dei tentativi controrivoluzionari».

Di altra natura era il governo provvisorio L’vov, un governo borghese, che aveva il compito preciso di passare dallo zarismo al nuovo regime borghese nel modo più indolore possibile. La continuità col vecchio regime era dimostrata dal fatto che tale governo provvisorio voleva continuare la guerra. Di fatto il soviet aveva assunto un atteggiamento di delega rispetto al governo borghese, anche se sostanzialmente il governo poggiava esclusivamente sul potere del soviet o meglio, sulla tacita alleanza fra menscevichi e socialisti rivoluzionari da una parte e il partito cadetto dall’altra. Tutto ciò in funzione di superiori interessi nazionali, che trovavano il loro riscontro negli impegni presi dal governo con francesi e inglesi per riprendere l’offensiva, impegni che collimavano con gli interessi dei grandi pescecani borghesi che si arricchivano con la guerra di rapina.


Lo sbandamento del partito

I dirigenti bolscevichi erano parte in Siberia parte in Svizzera. Con le prime misure prese dal soviet i confinati in Siberia poterono tornare a Pietroburgo. Più difficile per la direzione del partito esiliata in Svizzera attraversare le linee di guerra, per cui ebbe origine il tanto vituperato dai rinnegati accordo tra Lenin e il Kaiser. La politica del partito nei primi giorni della rivoluzione risentì di un tale smembramento, la pubblicazione della Pravda fu ripresa il 5 marzo sotto la direzione di Molotov che sostenne nella prima settimana, specialmente sulla guerra, le giuste posizioni della direzione di Zurigo. Successivamente, dopo l’arrivo dei dirigenti da poco liberati dalla Siberia, furono prese posizioni vicine a quelle mensceviche, soprattutto sulla questione del difesismo:

     «La rivoluzione russa – si scrisse – non indietreggerà di fronte alle baionette degli aggressori».

Era accaduto che i bolscevichi avevano scambiato il governo L’vov per quel governo rivoluzionario provvisorio di cui si parlava nella risoluzione sulla tattica del 1905. In essa si ipotizzava l’appoggio ad un governo rivoluzionario provvisorio dall’esterno o dal basso, fino a non escludere un’eventuale partecipazione diretta dei bolscevichi anche in minoranza. Secondo le risoluzioni sulla tattica del 1905, la vittoria della rivoluzione borghese, che si poneva storicamente all’ordine del giorno in Russia, sarebbe stata la "Dittatura Democratica Rivoluzionaria degli operai e dei contadini". I compiti di una tale dittatura sarebbero stati quelli di attuare il programma minimo della socialdemocrazia: assemblea costituente, repubblica democratica, libertà di associazione, giornata lavorativa di otto ore, ecc. Allo stesso tempo si riteneva che la rivoluzione radicale borghese in Russia avrebbe contribuito ad estendere l’incendio rivoluzionario in Europa. L’aiuto dei fratelli di classe occidentali avrebbe permesso la trasformazione successiva della rivoluzione borghese in rivoluzione socialista.

     «La dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini, come tutto ciò che esiste al mondo, ha un passato e un avvenire. Il suo passato è l’autocrazia, la servitù della gleba, la monarchia, il privilegio. Nella lotta contro questo passato, nella lotta contro la controrivoluzione, è possibile "l’unità di volontà" del proletariato e dei contadini, perché esiste tra loro un’unità di interessi. Il suo avvenire è la lotta contro la proprietà privata, è la lotta del salariato contro il padrone, è la lotta per il socialismo. In questo caso la volontà unica è impossibile».

 

La giusta previsione tattica si conferma

Quello che vogliamo dimostrare è che la tattica proposta da Lenin al suo ritorno in Russia agli inizi di aprile del 1917 è quella già prevista dal partito, che aveva tratto le giuste lezioni dalla rivoluzione del 1905. Come dire, Lenin ritorna in patria e riconosce nella forma soviet i contenuti di ciò che si era inteso, a suo tempo, per "Dittatura democratica rivoluzionaria degli operai e contadini". Del resto si potrebbe dimostrare che anche di fronte ai soviet del 1905 si era presa la stessa posizione. Il contenuto di classe di tali organismi è nell’aprile allo stesso tempo borghese, piccolo borghese e proletario. Non ci scordiamo mai che in Russia queste classi sono rivoluzionarie nei confronti dello zar, ed è compito del partito tentare di spingere le prime due ad un radicalismo conseguente, senza paura di sporcarsi le mani in alleanze, fino a quelle di tipo governativo. Tutto ciò era codificato nella Risoluzione sul governo rivoluzionario del 1905. Certamente ci sono delle novità nella situazione sociale russa rispetto al 1905. La più importante non è tanto la presenza quanto la forza del soviet nella rivoluzione nazionale. Quest’organismo, dice Lenin, rappresenta una forma di democrazia superiore rispetto alla repubblica parlamentare richiesta dal programma del 1905.

Ma la rivoluzione non è questione di forme d’organizzazione, semmai di forze politiche: mai come durante le rivoluzioni i partiti rappresentano le classi! Ecco perché i soviet, così come sono nell’aprile, anche senza la preponderanza dei bolscevichi, sono "la democrazia rivoluzionaria che ha abbattuto lo zar".

     «Il pazzo di Aprile. Ai resoconti di stampa del discorso del 3 aprile fece seguito il generale sbalordimento: ma non fu solo degli avversari, bensì dei quadri del partito bolscevico; e questo seguitò quando alla riunione indetta per il 4 successivo Lenin fece una più ampia esposizione, disinteressandosi del tutto dei temi e delle soluzioni che erano state predisposte, e seduta stante buttò giù le notissime Tesi, sulle quali lo stalinismo ha tentato una falsificazione gigante, mentre gli stessi trotskisti sbagliano l’impostazione sostenendo che con esse Lenin rivoluzionava la "vecchia" tattica bolscevica del 1905. È giusto invece che Lenin riporta a Mosca il tema delle “Due tattiche” senza nulla mutarvi, solo che Trotski finalmente ne afferra la potenza rivoluzionaria (al suo di poco tardato arrivo): il falso è questo, che non si tratta affatto di passare dalla rivoluzione borghese alla "trasformazione socialista" bensì esattamente di passare dalla "tattica menscevica nella rivoluzione democratica" alla "tattica rivoluzionaria" e comunista sempre nella rivoluzione democratica.

     «Questa dimostrazione viene data in modo cristallino dal testo delle tesi del 4 e dai rapporti di Lenin alla conferenza del 24 e seguenti, in cui come vedremo Lenin dice ad ogni passo: «non si tratta ancora di instaurare il socialismo, bensì di non comportarsi da opportunisti nella rivoluzione borghese» ("Struttura").

 

 

La non nuova tattica di Aprile

Per facilità di esposizione, seguiamo l’opuscolo “I compiti del proletariato nella nostra rivoluzione”, scritto da Lenin il 10 aprile, in previsione della Conferenza del Partito del 20, in cui vengono ripresi e ampliati i capisaldi delle famose tesi del giorno 4.

     «L’attuale momento storico è contraddistinto in Russia dai seguenti caratteri principali:
     «CARATTERE DI CLASSE DELLA RIVOLUZIONE COMPIUTA
     «1. Il vecchio potere zarista, che rappresentava soltanto un pugno di grandi proprietari feudali e dirigeva tutta la macchina statale (esercito, polizia, burocrazia), è vinto e rovesciato, ma non ancora distrutto. Formalmente la monarchia non è stata abolita. La banda dei Romanov prosegue i suoi intrighi monarchici. L’immensa proprietà terriera dei grandi signori feudali non è stata liquidata.

     «2. In Russia il potere statale è passato nelle mani di una classe nuova: cioè della borghesia e dei grandi proprietari fondiari imborghesiti. In questo senso, la rivoluzione democratica borghese è già compiuta in Russia.
     «Giunta al potere, la borghesia ha fatto blocco (si è alleata) con elementi apertamente monarchici, che si sono distinti, tra il 1906 e il 1914, per aver appoggiato con zelo incredibile Nicola il Sanguinario e Stolypin l’Impiccatore (Gučkov e altri, politicamente più a destra dei cadetti). Il nuovo governo borghese di L’vov e soci ha tentato di allacciare e ha poi allacciato trattative con i Romanov per la restaurazione della monarchia in Russia.
     «Questo governo, che fa un gran chiasso con le frasi rivoluzionarie, chiama ai posti di comando i fautori del vecchio regime. Si sforza di riformare il meno possibile la macchina dello Stato (esercito, polizia, burocrazia), consegnandola alla borghesia. All’iniziativa rivoluzionaria delle masse e alla presa del potere da parte del popolo dal basso – che è l’unica garanzia di vittoria effettiva della rivoluzione – il nuovo governo ha già cominciato a frapporre ostacoli di ogni sorta.
     «Non ha ancora fissato la data di convocazione dell’Assemblea Costituente. Non tocca la grande proprietà fondiaria, che è la base materiale dello zarismo feudale. Non pensa neppure a esaminare, a rendere pubblica, a controllare l’attività delle organizzazioni finanziarie monopolistiche: grandi banche, sindacati e cartelli di capitalisti, ecc. (...)

     «3. Nel campo della politica estera, che le condizioni oggettive mettono oggi in primo piano, il nuovo governo è deciso a proseguire la guerra imperialistica, a fianco delle potenze imperialistiche, Inghilterra, Francia, ecc., per la spartizione del bottino capitalistico, per lo strangolamento dei popoli piccoli e deboli (...)
     «Esso non ha pubblicato neppure i trattati segreti di carattere palesemente brigantesco (sulla spartizione della Persia, sul saccheggio della Cina, sul saccheggio della Turchia, sulla spartizione dell’Austria, sull’annessione della Prussia orientale e delle colonie tedesche, ecc.), che, com’è noto, legano la Russia ai pirati del capitale imperialistico anglo-francese (...)».

     «Levarsi subito dalla testa che il governo L’vov abbia qualcosa a che fare con quello che nel 1905 abbiamo chiamato Governo Rivoluzionario Provvisorio. Se è certamente provvisorio, i bolscevichi lo sperano, non è certo rivoluzionario. Altra nozione importante: la rivoluzione borghese è già stata fatta dal popolo alla data del febbraio 1917. Non si tratta ancora di passare alla rivoluzione proletaria, ma solamente far sì che la vittoria democratica borghese del febbraio si consolidi, non torni indietro come Marx ed Engels ci hanno insegnato analizzando le lotte di classe del 1848. E perché ciò accada l’unica garanzia è la presa del potere del popolo dal basso. Il concetto è questo: bisogna trasformare la rivoluzione borghese nella "Dittatura democratica rivoluzionaria degli operai e dei contadini". Questa è la fase storica. Dal punto di vista tattico ciò significa la necessità che il soviet non spartisca il potere con nessun altro organismo che non abbia i connotati di classe della democrazia rivoluzionaria.

     «Le rivoluzioni in Lenin – e nella storia – non sono né due autonome storicamente e socialmente, né una a lungo sviluppo: esse sono tre. Rivoluzione antifeudale, condotta dalla borghesia con l’aiuto degli opportunisti piccolo-borghesi – rivoluzione democratica ma condotta contro i primi, dal proletariato rivoluzionario – rivoluzione anticapitalista coincidente con la rivoluzione proletaria "pura" nell’occidente.

     «Il secondo punto di Lenin, politicamente e quanto al potere, contiene già un lato della rivoluzione socialista e costituisce la sola via al socialismo. Il terzo punto solo conduce alla trasformazione socialista dell’economia europea e russa» ("Struttura").

Lenin ci dice che in questo schema la rivoluzione russa ha concluso la prima fase e si è fermata a cavallo fra la prima e la seconda. Compito del partito è di far giungere la rivoluzione alla seconda fase, ma non è ancora maturo il salto alla terza. Continua l’opuscolo:

     «5. La particolarità essenziale della nostra rivoluzione, quella che si impone alla riflessione nel modo più imperioso, è il dualismo del potere determinatosi nei primi giorni dopo la vittoria della rivoluzione.

     «Questo dualismo del potere si manifesta nell’esistenza di due governi: il governo principale, il vero, effettivo governo della borghesia, il "Governo provvisorio" di L’vov e soci, che detiene tutti gli organi del potere, e il governo supplementare, collaterale, "di controllo", rappresentato dal Soviet dei deputati degli operai e dei soldati di Pietrogrado, che non detiene gli organi del potere statale, ma si appoggia direttamente sulla maggioranza incontestabile del popolo, sugli operai in armi e sui soldati.

     «L’origine di classe di questo dualismo del potere e il suo significato di classe consistono nel fatto che la rivoluzione russa del marzo 1917 non ha soltanto spazzato via la monarchia zarista e consegnato tutto il potere alla borghesia, ma è giunta fin quasi alla dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini. Proprio questa dittatura (cioè il potere che poggia non solo sulla legge, ma sulla forza immediata delle masse armate della popolazione), che è la dittatura delle due classi indicate, è rappresentata dal Soviet pietrogradese e dagli altri Soviet locali dei deputati degli operai e dei soldati».

Altro che salto repentino nella tattica del partito, altro che visione illuminata del genio della rivoluzione, altro che trasformismo tattico col mutare della situazione. Qui siamo in presenza della piena riproposizione della tattica del 1905.

     «6. Un’altra particolarità molto importante della rivoluzione russa è che il Soviet dei deputati degli operai e dei soldati di Pietrogrado, che, secondo tutti gli indizi, gode della fiducia della maggioranza dei Soviet locali, consegna volontariamente il potere statale alla borghesia e al suo Governo provvisorio, cede volontariamente a quest’ultimo la priorità, stipulando con esso un accordo per sostenerlo, limitandosi a osservare e controllare che venga convocata l’Assemblea Costituente (la cui data di convocazione non è stata ancora resa pubblica dal Governo provvisorio).

     «Questa situazione estremamente originale, che, in questa forma, non ha precedenti nella storia, ha creato la compenetrazione, l’intreccio di due dittature: la dittatura della borghesia (poiché il governo L’vov e soci è una dittatura, cioè un potere che poggia non sulla legge e sulla preliminare espressione della volontà popolare, ma sulla conquista del potere, con la forza, da parte di una classe determinata, cioè da parte della borghesia); e la dittatura del proletariato e dei contadini (il Soviet dei deputati degli operai e dei soldati).

     «Non c’è il minimo dubbio che questa "compenetrazione" non può durare a lungo. Non ci possono essere due poteri in uno Stato. L’uno dei due deve scomparire, e tutta la borghesia della Russia già lavora con tutte le sue forze, con tutti i mezzi e in tutti i luoghi per metter da parte, indebolire e distruggere i Soviet di deputati degli operai e dei soldati, per creare il suo potere unico.

     «Il dualismo del potere riflette soltanto il periodo transitorio dello sviluppo della rivoluzione, il periodo in cui essa ha già oltrepassato la fase democratica borghese ordinaria, ma non è ancora giunta ad una dittatura del proletariato e dei contadini allo "stato puro"».

Il dualismo del potere espresso dal governo L’vov e dal soviet non è dunque fra dittatura borghese e dittatura del proletariato, ma fra dittatura borghese e dittatura democratica degli operai e dei contadini. È una fase particolare dello sviluppo della rivoluzione, una fase instabile, o si risolve a favore della borghesia (come poi a luglio accadrà) o si risolve a favore del proletariato e dei contadini. Compito del partito è spostare i partiti piccolo borghesi dall’area della borghesia a quella del proletariato, sfruttando la pressione delle masse. In una situazione di questo tipo sarebbe follia per il partito tentare di abbattere il governo L’vov, perché questo ha la fiducia del soviet. Le condizioni storiche e sociali ma anche politiche non sono mature nell’aprile per la presa del potere da parte dei bolscevichi, il che sarebbe la dittatura del proletariato. La rivoluzione deve svilupparsi e le classi esprimere il loro contenuto rivoluzionario fino in fondo. Abbiamo qui di fronte un governo borghese che fa a mezzo con un governo piccolo borghese rivoluzionario; finché ci viene concessa la libertà di organizzazione e di agitazione, dobbiamo usare questo periodo relativamente pacifico per rafforzarci, in attesa dello scontro finale, che sappiamo ci sarà.

Il nostro movimento è solito individuare l’invarianza del marxismo non nella ripetizione pedissequa di formulette ma nella capacità del partito indagatore dei fatti sociali di dare la medesima risposta teorico-tattica di fronte ad una stessa situazione di classe. Così come Lenin ripropone per la Russia del 1905 la tattica di Marx del 1848, dimostrando che le condizioni sociali russe sono le stesse all’inizio del nostro secolo di quelle tedesche della metà del secolo scorso, di nuovo Lenin, finita la fase della prima rivoluzione borghese, si rifà alla lezione dei suoi grandi maestri.

Nella prefazione alle "Lotte di classe in Francia" Engels, pur emendato dai suoi compagni di partito troppo innamorati della legalità, aveva trovato il modo di trasmetterci una analisi della situazione significativamente rivoluzionaria. La borghesia ha compiuto con Bismarck la sua rivoluzione dall’alto ed oggi la Germania è pienamente capitalista; compito del proletariato è quello di rafforzarsi, sfruttando tutti i mezzi che può strappare alla borghesia, in attesa dello scontro decisivo: «non saremo certo noi per primi a sparare». Ebbene Lenin, tornato in Russia, pur trovandosi in una situazione che egli stesso definisce originale, a cavallo di due rivoluzioni, dice le stesse cose: «cara borghesia, so che spareremo, ma non saremo noi a farlo per primi». Imbroccata di genio in campo tattico? No, perfetta analisi della situazione! La fase dello sviluppo storico è la stessa per Engels e per Lenin, poco importa se quella tedesca dura da 20 anni e quella russa da 20 giorni, la tattica non si inventa giorno per giorno ma scaturisce dall’affermazione dei nostri principi in una data fase storica. Se la fase è la stessa la tattica è la stessa, qui, in Russia, o in Cina.

     «7. L’originalità della tattica da seguire nel momento presente deriva per il marxista – obbligato a tener conto dei fatti oggettivi, delle masse e delle classi, e non degli individui, ecc. – dall’originalità della situazione reale che abbiamo delineato più sopra.

     «Quest’originalità impone, prima di tutto, di versare "un po’ d’aceto e di fiele nell’acqua inzuccherata delle frasi democratiche rivoluzionarie".

     «Lavoro di critica, spiegazione degli errori commessi dai partiti piccolo-borghesi socialista-rivoluzionario e socialdemocratico; preparazione e raggruppamento degli elementi di un partito proletario cosciente, comunista, disintossicazione del proletariato dalla "generale" contaminazione piccolo-borghese.

     «Si tratta, in apparenza, "soltanto" di un lavoro di propaganda. In realtà, questo lavoro è più di ogni altro un lavoro pratico rivoluzionario, perché non è possibile far progredire una rivoluzione che si è fermata, che è soffocata dalle frasi, che "segna il passo" non a causa di ostacoli esterni, non a causa delle violenze della borghesia, ma a causa della credula inconsapevolezza delle masse».

Questo il commento della nostra "Struttura" a questi passi:

     «Quale la consegna di questa dura campagna? La notissima parola: tutto il potere di Stato ai Soviet. Tutto significa che il Soviet non riconosce altri organi del potere politico da lui non emanati; che non accetta spartizioni di poteri, in quanto tali spartizioni sono pure rinunzie ad ogni potere.

     «Quindi (dialettica!) noi riconosciamo il Soviet perché sola forma possibile di governo rivoluzionario. Lo riconosciamo in principio anche quando la sua maggioranza è contro di noi, e non lo dichiariamo nemico. Non gli diciamo: o passi nelle nostre mani, o ti attacchiamo. Gli diciamo: purché si governi solo col Soviet noi riconosceremo questo governo anche come minoranza, e anche se in maggioranza saranno i menscevichi e populisti. Ma esso deve reclamare tutto il potere, e quindi sconfessare il comitato della Duma e il gabinetto L’vov, rompere i ponti con esso e non negoziare il potere con partiti a base non esclusivamente di lavoratori. I menscevichi e i socialisti rivoluzionari hanno una scelta: o coi borghesi nel governo provvisorio, o con noi nel Soviet che abbia tutto il potere, e stia alla testa dello Stato. Questo lo capiranno bene le masse dirette dai socialisti destri».

Non a caso la famosa Risoluzione sul governo rivoluzionario provvisorio del 1905 si esprimeva in questi termini:

      «A seconda del rapporto di forze e di altri fattori, che è impossibile determinare anticipatamente con precisione, è ammissibile la partecipazione dei rappresentanti del nostro partito al governo rivoluzionario provvisorio per una lotta implacabile contro tutti i tentativi controrivoluzionari e la difesa degli interessi specifici della classe operaia.

     «Le condizioni necessarie per questa partecipazione sono: un severo controllo del partito sui suoi rappresentanti e la salvaguardia continua dell’indipendenza della socialdemocrazia, che aspira a una completa rivoluzione e perciò appunto è irriducibilmente ostile a tutti i partiti borghesi.

     «Indipendentemente dalla possibilità o meno di una partecipazione della socialdemocrazia a un governo provvisorio, occorre propagandare tra gli strati più vasti del proletariato l’idea della necessità di una pressione costante sul governo provvisorio da parte del proletariato armato e diretto dalla socialdemocrazia, per salvaguardare, consolidare ed estendere le conquiste della rivoluzione» ("Due Tattiche").

Quali benefici potrà trarre il partito dall’attuazione della giusta tattica? Certamente non solo quelli di farsi carico di una rivoluzione altrui. La mente e il cuore del marxista in ogni epoca sono sempre tesi al risultato massimo; che comunque si esprime tangibilmente non tanto negli obiettivi raggiunti, quanto nel rafforzamento del partito stesso.

E in una rivoluzione il rafforzamento del partito può significare anche la presa del potere.

Il partito conosce già il comportamento dei compagni di strada.

     «Lenin sa bene che cosa gli opportunisti sceglieranno: il governo provvisorio e non un governo del Soviet coi bolscevichi; un compromesso per cui non il Soviet sia il solo organo di potere, ma restino i ministeri borghesi, e non la denegazione di ogni mandato di potere a uomini politici designati fuori del Soviet. Quando questa scelta sarà chiara, la maggioranza dei Soviet abbandonerà come traditori gli opportunisti, e questi, insieme ai borghesi, saranno sbaragliati, in quanto non essi saranno di mezzo al momento dell’inevitabile scontro in forza tra organi del potere borghese e Soviet» ("Struttura").

 

La forma Soviet

Le Tesi di aprile fanno i conti una volta per tutte con la forma soviet. La repubblica parlamentare era considerata nel 1905 la forma politica nella quale si sarebbe svolto lo scontro decisivo fra proletariato e borghesia. Tutto ciò è oggi superato, dice Lenin, dal fatto che la rivoluzione ha espresso i soviet. Essi sono la forma che ha preso la rivoluzione borghese russa. Come dire: noi avevamo previsto i contenuti e li riconosciamo nella forma soviet. La rivoluzione in questo caso si è spinta oltre le nostre più ottimistiche previsioni, fessi saremmo se, avendo a disposizione i soviet, tornassimo indietro alla repubblica democratica.

     «Non repubblica parlamentare – il ritorno a questa forma di governo, dopo il Soviet dei deputati operai, sarebbe un passo indietro – ma Repubblica dei Soviet dei deputati operai, salariati agricoli e contadini, nell’intero paese, dal basso in alto.

     «Crediamo che fu qui che scoppiò la bomba atomica. Eppure, nessuno meglio di Lenin lo ha provato, sono le parole classiche marxiste dal 1848, anche se queste con l’anticipo di settant’anni descrivono tassativamente solo le forme da distruggere e non ancora quelle che le verranno a surrogare. Chi dalle prime battute non ha capito che il marxismo culmina nella distruzione del parlamentarismo democratico, non è tipo di marxista, ma modello di pezza da piedi.

     «Veniamo tuttavia nella contingenza storica (...) Qui si scorge la grandezza di Lenin. I Soviet sono non l’organo di lotta della rivoluzione, ma molto di più: la forma del potere statale rivoluzionario. Essi sono quello che era contenuto nelle parole: dittatura democratica. Il proletariato assume il potere nel corso della rivoluzione antifeudale, attua la trasformazione sociale che in sostanza è creazione di capitalismo, ma in questo tempo non toglie solo il potere alla borghesia e ai grandi terrieri, ma lo organizza in una forma che li esclude del tutto anche dal diritto di rappresentanza.

     «Sola delegazione politica sarà quella nel seno della rete dei Soviet dalla periferia al centro; su questa trama poggerà lo Stato; la borghesia non solo non avrà il potere ma non figurerà nemmeno come un partito di opposizione.

     «Eccola la tremenda bestemmia. La forma propria della rivoluzione antifeudale russa non sarà un’assemblea parlamentare come nella rivoluzione francese, ma un organo diverso, fondato solo sulla classe dei lavoratori della città e della campagna.

     «Non solo cade il pretesto di aspettare le elezioni della Costituente, ma cade la necessità di questa: il ciclo si chiuderà a suo tempo con la dissoluzione coatta. Si tratta di una tutta diversa strada: conquistare nel Soviet una maggioranza bolscevica, lavorando legalmente (1848: organizzare il proletariato in partito politico), poi conquistare tutto il potere al Soviet (organizzare il proletariato in classe dominante) evidentemente abbattendo con la forza il potere del governo provvisorio.

     «Nella rivoluzione socialista il proletariato abbatterà il potere del governo stabile parlamentare e comunque borghese e organizzerà la dittatura dei soli salariati condotta dal partito comunista.

     «Qui – non dimenticarlo mai – la storia cerca ancora le forme del potere proletario nella tardiva rivoluzione democratica» ("Struttura").

Di fatto la prospettiva dello sviluppo "legale" si realizzò solo in parte. La presa del potere in ottobre non avvenne attraverso un pacifico scontro nel soviet, ma al di fuori. La piccola borghesia invece di liquidare il governo provvisorio, fece macchina indietro, rinculando verso il partito borghese. Dopo luglio, toccò al proletariato assumersi il compito di sbaragliare il Governo borghese. Ma per ora si tratta di fase pacifica dello sviluppo della rivoluzione, anche se già diciamo che questa fase non è eterna, intendiamo appunto fase senza uso della violenza da parte del partito. Essa è nel nostro interesse, perché se agiamo correttamente possiamo rafforzarci, aspettando, quando si presenterà, lo scontro fra proletariato e il fronte formato dalla borghesia e dalla piccola borghesia. Se non possiamo sapere quando scatterà la nuova fase sappiamo però che la nostra vittoria definitiva dipenderà dal grado di sviluppo della rivoluzione in Europa. Oggi noi leggiamo la storia alla luce di quello che è accaduto in seguito, ma Lenin non aveva la palla di vetro, si limitava solo a far collimare il corretto piano tattico, previsto, con una situazione di doppia rivoluzione e siccome la tattica prevista era corretta, gli avvenimenti che si svilupparono non colsero mai il partito di sorpresa.

 

Il programma agrario

Il partito sapeva di dover fare i conti con la rivoluzione contadina, l’analisi della situazione storica aveva da tempo chiarito ai marxisti russi che la rivoluzione borghese russa avrebbe portato a degli sconvolgimenti nei rapporti di proprietà delle campagne. La rivendicazione del partito era quella della nazionalizzazione della terra, ossia l’espropriazione dei baroni e dei latifondisti da parte del potere centrale rivoluzionario, la forma la più radicale per abbattere le vecchie e nuove classi proprietarie della terra e per sviluppare il capitalismo in agricoltura. Negli scritti di aprile leggiamo praticamente le stesse cose previste nel Programma agrario della socialdemocrazia del 1907.

     «13. Nel momento attuale non possiamo sapere con esattezza se nel prossimo futuro una poderosa rivoluzione agraria si svilupperà nelle campagne russe. Non possiamo misurare precisamente la profondità della differenziazione di classe, che si è indubbiamente accentuata negli ultimi tempi, dei contadini in salariati agricoli, operai stagionali e contadini poveri ("semiproletari"), da una parte, e in contadini agiati e medi (capitalisti e piccoli capitalisti), dall’altra. Soltanto l’esperienza può risolvere e risolverà questi problemi.

     «Ma, come partito del proletariato, noi abbiamo l’assoluto dovere di presentare fin da ora un programma agrario e soprattutto di proporre le misure pratiche immediatamente realizzabili nell’interesse della rivoluzione agraria contadina in Russia.

     «Noi dobbiamo esigere la nazionalizzazione di tutte le terre, cioè il passaggio di tutte le terre del paese in proprietà del potere statale centrale. Questo potere deve stabilire le dimensioni, ecc. del fondo di colonizzazione, definire le leggi per la tutela del patrimonio forestale, per la bonifica, ecc., vietare rigorosamente ogni mediazione fra il proprietario del suolo – lo Stato – e il suo locatario, cioè il coltivatore (divieto di subaffittare il suolo).

     «Pertanto solo i Soviet regionali e locali dei deputati contadini, e non i burocrati e funzionari, avranno facoltà di disporre interamente delle terre e di determinare le condizioni locali di possesso e godimento».

 

 

Il controllo operaio

Sempre nell’ottica della rivoluzione borghese democratica deve essere inteso il problema del controllo sulla produzione. È lo sfacelo a cui ha condotto la politica dello zar e a cui il governo provvisorio non sa opporsi concretamente che impone ai soviet, qualora siano in grado di prendere tutto il potere, di giungere a misure drastiche per sollevare immediatamente le condizioni di vita delle masse. Ma per far ciò il soviet deve controllare le leve, borghesi, dell’organizzazione economica della società. Ne deriva la necessità della nazionalizzazione delle banche, come del resto quella della terra, le quali di per sé non sono certo misure socialiste.

     «15. Il partito del proletariato non può proporsi in alcun modo di "introdurre" il socialismo in un paese di piccoli contadini, fino a quando l’immensa maggioranza della popolazione non avrà preso coscienza della necessità di una rivoluzione socialista.

     «Ma solo dei sofisti borghesi, che si trincerino dietro formulette "pseudo marxiste", possono dedurre da questa verità la giustificazione di una politica che rimanda le misure rivoluzionarie urgenti, praticamente mature, spesso realizzate durante la guerra da vari Stati borghesi, soprattutto indispensabili per combattere il totale dissesto economico e la fame.

     «È assolutamente necessario propugnare e, nei limiti del possibile, realizzare per via rivoluzionaria misure come la nazionalizzazione della terra, di tutte le banche e dei sindacati capitalistici o, quanto meno, la istituzione di un controllo immediato dei Soviet dei deputati operai, ecc. su questi istituti, anche se tali misure non significano la "introduzione" del socialismo. Senza queste misure, che sono soltanto i primi passi verso il socialismo e che sono perfettamente realizzabili sul piano economico, è impossibile guarire le ferite causate dalla guerra e prevenire la catastrofe che ci minaccia. E il partito del proletariato rivoluzionario non esiterà mai a colpire i favolosi profitti dei capitalisti e dei banchieri, che si sono arricchiti "con la guerra" in modo particolarmente scandaloso».


L’Internazionale comunista

Se dunque aprile rappresenta il riarmo del partito verso la prevista rivoluzione borghese radicale mai per un attimo viene meno il respiro internazionalista che caratterizza qualsiasi corretto marxista. La Seconda Internazionale è morta, Viva la Terza! Questo è il grido di battaglia che si leva dal programma di aprile.

     «Spetta proprio a noi, e proprio in questo momento, di fondare senza indugi una nuova Internazionale rivoluzionaria, proletaria, o, per meglio dire, non dobbiamo aver paura di affermare apertamente che essa è già fondata e lavora.

     «È l’Internazionale degli "internazionalisti di fatto" (...) Essi, ed essi soltanto, rappresentano le masse internazionalistiche rivoluzionarie e non i loro corruttori.

     «Questi socialisti sono ancora pochi. Ma ogni operaio russo si domandi: erano forse molti i rivoluzionari coscienti in Russia alla vigilia della rivoluzione del febbraio-marzo 1917?

     «Non si tratta di essere in molti, ma di esprimere fedelmente le idee e la politica del proletariato realmente rivoluzionario. L’essenziale non è di "proclamare" l’internazionalismo, ma di saper essere, anche nei momenti più difficili, internazionalisti di fatto».

La rotta è sempre fissa alla terza fase della rivoluzione che speriamo sarà, ma essa poteva vincere a condizione che non rimanesse chiusa nella sola Russia.

 

Fine del dualismo del potere

In aprile, dopo la diffusione di una nota del governo che manifestava il proposito di riprendere l’offensiva, violente manifestazioni popolari costringono alle dimissioni il ministro della difesa, con le conseguenti dimissioni del governo stesso. La nuova coalizione, sempre presieduta dal principe L’vov, ha ora sei ministri "socialisti". Di fronte ad un tale governo la tattica bolscevica rimane immutata. Col passare dei giorni il governo provvisorio è sempre meno disposto a sopportare anche la semplice agitazione pacifica bolscevica. Giugno è caratterizzato dalla convocazione del Primo Congresso Panrusso dei Soviet, che si tiene a Pietroburgo dal 3 al 27. Il partito bolscevico aveva indetto una manifestazione pubblica per il 10 luglio. In essa si intendeva far pressione dal basso allo scopo di ottenere "la pace, il pane e la libertà", attraverso un potere unicamente sovietico.

Il Soviet proibisce tale manifestazione con la giustificazione che si avevano notizie di agenti provocatori che avrebbero approfittato di tale manifestazione per agire in senso controrivoluzionario. Il Comitato Centrale del Partito bolscevico discute se obbedire o no al divieto del Soviet. Lenin si pronuncia per la revoca della manifestazione e ciò suscita proteste da parte di alcuni bolscevichi. La giustificazione che dà Lenin è la seguente: il fatto che il governo provvisorio per bocca della presidenza del Soviet proibisca la manifestazione, sebbene costretto ad inventare la questione degli agenti provocatori, è la dimostrazione più evidente che il Governo Provvisorio e la maggioranza del Soviet cominciano a non tollerare più nemmeno la propaganda pacifica svolta dai bolscevichi ed è la dimostrazione più evidente dell’efficacia di tale propaganda. Ciò non significa però ancora che il Governo Provvisorio usa la violenza contro le masse.

La posizione di Lenin si spiega solo alla luce delle Tesi d’Aprile. Il soviet rappresenta di per sé la Dittatura Rivoluzionaria Democratica degli operai e dei contadini. Noi, partito rivoluzionario del proletariato, non possiamo scontrarci col soviet sul terreno della forza perché o faremmo gli interessi della controrivoluzione feudale o non verremmo capiti dalle masse. Finché il soviet avrà anche solo parvenza di quel Governo Rivoluzionario Provvisorio che prevedemmo nel 1905 noi saremo ad esso disciplinati.

È la fase storica della pressione esterna, del tentativo di conquista attraverso la propaganda e l’agitazione "pacifica". Sappiamo che la fase storica durerà fino a quando la borghesia e i suoi lacchè socialrivoluzionari e menscevichi non scenderanno direttamente su quel terreno della violenza, sul quale solo si decidono i destini delle rivoluzioni. A questo scontro noi partito ci prepariamo e prepariamo il proletariato.

Il 12 luglio si ristabilì la pena di morte al fronte contro i disertori, le sentenze avevano esecuzione immediata, avvenendo quello che si era previsto.

Il partito ebbe dai fatti di luglio insegnamenti decisivi per il futuro della rivoluzione. Immediatamente venne inteso il mutamento repentino di fase, il mutare della situazione storica, la necessità di passare, dalla parola d’ordine del passaggio "pacifico" alla "Dittatura rivoluzionaria democratica", a quella successiva dello scontro diretto con la borghesia e la piccola borghesia. Nel 1905 si pensava che la piena attuazione della Dittatura rivoluzionaria democratica degli operai e dei contadini avrebbe posto successivamente lo scontro fra piccola borghesia e proletariato.

     «In altre parole, quando la borghesia democratica o la piccola borghesia saranno salite ancora di un gradino, quando non solo la rivoluzione, ma la vittoria completa della rivoluzione sarà diventato un fatto reale, allora "sostituiremo" alla parola d’ordine della dittatura democratica quella della dittatura socialista del proletariato, ossia della rivoluzione socialista integrale» ("Due Tattiche").

Sarebbe sciocco obiettare che la piena attuazione della dittatura democratica non fu mai.

Anche se il soviet non si era imposto nel febbraio era solo su esso che si reggeva il potere del governo provvisorio. Ora il soviet rinculava verso il governo borghese, cioè la piccola borghesia si alleava con la borghesia, il dualismo del potere si risolveva a favore della borghesia, la rivoluzione che si era fermata a cavallo fra dittatura borghese e dittatura democratica rivoluzionaria rinculava verso la prima.

Storicamente la rivoluzione borghese, anche radicale, era ormai chiusa. Unica strada da seguire era ormai il passaggio di tutto il potere al proletariato, cioè al partito, come primo atto della rivoluzione internazionale. È scritto nel nostro programma che è compito del partito lottare contro la borghesia controrivoluzionaria per abbattere il suo Stato. In Russia si era bruciata in sei mesi una fase storico-politica che in Europa era durata una cinquantina d’anni, la cosiddetta fase di sviluppo "graduale e pacifico" della democrazia liberalborghese. Non abbiamo mille volte scritto che i periodi rivoluzionari accelerano enormemente la storia?

Ma se era il proletariato a prendere il potere non poteva che prenderlo per sé, anche se alleato coi contadini poveri. Ciò significa che la Dittatura Democratica Rivoluzionaria del Proletariato e dei Contadini si sarebbe realizzata nella forma politica più favorevole alla rivoluzione mondiale di dittatura del proletariato e dei contadini poveri e senza terra; mentre restavano immutati i compiti economici da svolgere in Russia: sviluppo del capitalismo.

Cambia la tattica? No, cambia la fase storica! L’azione del partito si adegua a ciò che era stato previsto. Chi non capisce questo non può che sostenere la tesi che Lenin inventa la tattica giorno per giorno. Questa tesi, stranamente, trova concordi due opposte interpretazioni della rivoluzione russa, quella ufficiale del Cremlino e quella trotskista. Ambedue affermano che il partito dopo luglio cambia tattica. Secondo Stalin Lenin decide di chiudere la prima tappa è passare alla seconda, secondo Trotski Lenin capisce finalmente che si tratta di fare la rivoluzione socialista, cosa che egli sosteneva fin dal 1905.

Va detto che sul terreno politico le posizioni di Lenin e di Trotski si assomigliano, nel senso che ambedue si chiudono con la rivoluzione comunista internazionale. Quella di Stalin vuol invece dimostrare come con la seconda tappa, socialista, si pensasse all’instaurazione del socialismo nella sola Russia. Se vogliamo lo stesso Trotski rimane abbacinato dalle presunte conquiste politiche, sociali ed economiche della rivoluzione d’ottobre, continuando anche dopo il 1926 a vedere una qualche sorta di retaggio socialista in Russia, parlerà di “Stato operaio degenerato” e non di controrivoluzione borghese internazionale.


Lezioni per tutto il partito

La "Struttura" così commenta la "svolta" di luglio:

     «Il primo articolo enuncia quella che nella Storia ufficiale viene sbandierata come geniale innovatrice nuova consegna data da Stalin: la parola d’ordine Tutto il potere ai Soviet, su cui abbiamo lottato da Aprile a Giugno, va liquidata. Lenin si rese da allora conto di quanto sarebbe accaduto. In questi casi si ha il malvezzo di dire: si sbagliò e fece male ad Aprile a dare quella parola, che produsse effetti deleteri (disfatta a Luglio). Ed in questo stesso senso il giudizio popolare sbaglierà quando in Settembre si darà di nuovo la stessa parola d’ordine del potere ai Soviet, inducendo che si fosse risbagliato in Luglio a metterla via... È un ragionare come quello di moderne opinioni fasulle sul tipo dell’americana: la politica è l’arte di inventare e lanciare appropriati slogan della forza di quelli: Meglio del Brill non c’è che il Brill, oppure: Non è risotto se non c’è l’otto. Chi li imbrocca guadagna la grande partita politica ed il successo, poiché le masse, incitrullite, prendono a danzare su questi ritmi il can-can della storia...

     «Ben altra dialettica c’è nelle posizioni di Lenin, come ad esempio nella critica del blanquismo che, come ricordammo, gli serve in Aprile contro i cosiddetti sinistri, e nella difesa del blanquismo, ossia della marxista definizione di arte dell’insurrezione, in Ottobre, contro i disfattisti-pacifisti.

     «Le apparenti contraddizioni nella mente del fessame si lasciano invece collocare magnificamente sul cammino di una stessa visione dottrinale, ne confermano l’unità e continuità potente, invitano gli apportatori di nuove concezioni, passate o postume, generose o tendenziose, a risparmiarsi il disturbo.

     «L’esposizione di Lenin chiarisce che, mentre nella prima fase era possibile prevedere il passaggio del potere ai Soviet in maniera pacifica, nella successiva l’abbandono del potere da parte del governo borghese è impossibile senza lotta. Ora la parola di questa lotta violenta non può essere quella del passaggio del potere dal vinto governo al Soviet, perché gli attuali Soviet (Luglio) sono "montoni condotti al mattatoio" in quanto stanno nelle mani dei menscevichi e socialrivoluzionari, la cui azione ha, sola, permesso il passaggio del potere alla borghesia controrivoluzionaria.

     «Già in questa concezione è contenuto il futuro obiettivo che, quando i Soviet dalle mani degli opportunisti verranno in quelle dei rivoluzionari (i bolscevichi), si avanzerà la rivendicazione che sia ad essi dato il potere dello Stato. È un caso di negazione della negazione. Ma non nel senso di un ripentimento, che annulla il primo pentimento, bensì nel senso dialettico del passaggio su un piano superiore: in Ottobre non si tratterà più di passaggio pacifico del potere ai Soviet, bensì di passaggio violento, insurrezionale, condizionato dal rovesciamento armi alla mano del potere borghese».

 

L’arte della insurrezione

Proseguiamo nello svolgimento dei fatti. All’offensiva russa del Giugno seguì la controffensiva tedesca del Luglio. Per i russi fu la disfatta, i soldati non volevano più combattere e passavano in massa, sotto l’influenza degli agitatori bolscevichi, alle posizioni del partito che, nonostante la sconfitta di Luglio è in grado di rafforzarsi notevolmente. Riesce a tenere il congresso alla metà di Luglio, anche se semiclandestino, al quale parteciparono 157 delegati in rappresentanza di 240.000 iscritti, mentre alla precedente conferenza di aprile gli iscritti erano solo 50-60 mila.

Intanto i fatti previsti non tardarono a verificarsi. Le esigenze materiali spingevano le masse popolari a porsi contro il Governo Provvisorio. Il 12 agosto a Mosca ci fu uno sciopero ancora spontaneo. Sul giornale menscevico "Novaia Gizn" del 17 agosto apparve una notizia secondo la quale il 14 agosto a Mosca sarebbero circolate delle voci di preparazione di un complotto reazionario e sarebbero stati presi accordi tra tutti i partiti "rivoluzionari", bolscevichi compresi.

Su questa questione Lenin scrive un articolo il 18-19 agosto in cui prende nettamente posizione contro eventuali accordi con altri partiti ed esprime la necessità che il Partito si ponga concretamente il problema di dirigere un eventuale altro movimento come quello del 3-4 luglio verso l’abbattimento violento del Governo Provvisorio e la conquista del potere in nome della pace subito, della terra ai contadini, della immediata convocazione dell’assemblea costituente. Un movimento del genere potrebbe riuscire alla sola condizione che venga diretto da chi non si è mischiato con altri partiti: è necessario sconfiggere tutti i partiti opportunisti.

Anzi, se è vero che vi sono stati dei bolscevichi che hanno realizzato dei blocchi con altri partiti, Lenin raccomanda di allontanarli dalle cariche direttive, in quanto il movimento avrà bisogno di una guida sicura e decisa, che abbia ben compreso la necessità di cambiare parola d’ordine dopo i fatti di luglio: «non ha compreso proprio ciò, cioè l’essenziale, chi cerca blocchi con altri partiti» ("Voci di complotto").

In questo clima il 25 agosto matura il tentativo controrivoluzionario di Kornilov, il comandante in capo dell’esercito. Lo scopo dell’azione era quello di marciare con alcuni reparti ostili alla rivoluzione su Pietroburgo, per schiacciare definitivamente la rivoluzione e sedare i disordini. La reazione degli operai dei soldati e dei marinai fu spontanea. In varie regioni si formano comitati rivoluzionari di autodifesa e reparti di guardie rosse guidati dai bolscevichi. Il movimento di truppe di Kornilov fu così sconfitto, anche grazie all’agitazione disfattista dei bolscevichi. Kornilov fu arrestato.

L’ammutinamento di Kornilov sposta per un attimo (un giorno, due, una settimana) la fase storica dello sviluppo della rivoluzione.


Sui Compromessi

Si parlerà molto in seguito, nei Congressi dell’Internazionale Comunista, del fronte unico anti-Kornilov che avrebbe aperto ai bolscevichi la strada verso la vittoria di ottobre. In effetti il fronte unico è contenuto nel concetto della Dittatura democratica rivoluzionaria degli operai e dei contadini, così come il Governo operaio sta in quello di Governo rivoluzionario provvisorio. Abbiamo a più riprese detto come esse fossero strade da battere necessariamente in quest’area di tarda rivoluzione borghese. L’alleanza temporanea con la borghesia e la piccola borghesia poteva condurre anche a governi pluri-classisti, che non ci fanno certo schifo per principio, del tipo del Governo operaio e contadino. L’errore stava, in primo luogo, nell’aver trasportato queste parole d’ordine in aree di sola rivoluzione anticapitalista, ove perdono la loro aderenza con la realtà storica monorivoluzionaria, finendo per indebolire lo stesso partito. In secondo luogo, si intendevano queste parole d’ordine eccessivamente in senso tatticistico, come se la rivoluzione fosse frutto più di abili artifizi che di scontri storici di classi.

Che il partito si alleasse coi partiti piccolo borghesi per respingere un vero tentativo controrivoluzionario delle vecchie classi spodestate dalla rivoluzione di febbraio era previsto fin dal 1848. Lo strano, se vogliamo l’imprevisto, era che dopo luglio menscevichi e socialrivoluzionari avessero sempre la forza di opporsi alla reazione, avessero un "rigurgito" rivoluzionario. Ecco l’eccezione.

Su questa positiva inerzia Lenin fa leva per riproporre la tattica della fase storica pre-Luglio, la quale rappresenta il normale sviluppo della rivoluzione nazionale russa. L’Ottobre, in un certo senso, fu una trascrescenza eccezionale di tale rivoluzione borghese nazionale. Se impostiamo così le questioni possiamo capire il perché si prese il potere politico in Ottobre mentre i rapporti economici e la struttura della società continuavano ad essere borghesi o, addirittura, pre-borghesi.

E allo stesso tempo si capisce perché, esauritosi lo slancio del proletariato occidentale, la rivoluzione socialista iniziatasi in Russia rinculò verso l’unica concreta acquisizione storica e strutturale, la rivoluzione nazionale borghese, quella che i marxisti si attendevano dalla fine del secolo scorso. La rivoluzione democratica borghese in Ottobre sarà portata a termine in maniera così radicale da trascrescere, come previsto da Marx nel 1848, in rivoluzione socialista.

Lenin spiega la necessità del momentaneo compromesso in un articolo del 1° settembre.

     «Il nostro partito, come ogni altro partito politico, aspira a conquistare il dominio politico per sé. Il nostro scopo è la dittatura del proletariato rivoluzionario. Sei mesi di rivoluzione hanno confermato con straordinaria chiarezza, forza ed efficacia, che tale rivendicazione è giusta e necessaria nell’interesse, appunto, di questa rivoluzione, perché diversamente il popolo non potrebbe ottenere né la pace democratica, né la terra per i contadini, né la libertà completa (...)

     «Oggi è sopraggiunta una svolta così repentina e originale della rivoluzione russa che noi, come partito, possiamo proporre un compromesso volontario, certo non alla borghesia, al nostro nemico diretto e principale, ma ai nostri avversari più prossimi, ai partiti piccolo-borghesi democratici "dominanti", ai socialisti-rivoluzionari ed ai menscevichi.

     «Soltanto eccezionalmente, soltanto in considerazione di una situazione particolare, che sarà indubbiamente di brevissima durata, possiamo proporre un compromesso a questi partiti e, mi pare, dobbiamo proporlo.

     «Un compromesso, da parte nostra, sta nel tornare alla rivendicazione del periodo precedente le giornate di Luglio: tutto il potere ai Soviet, formazione di un governo di socialisti-rivoluzionari e di menscevichi responsabile di fronte ai Soviet.

     «Oggi e soltanto oggi – e forse solo per qualche giorno o per una o due settimane – un governo simile potrebbe formarsi e insediarsi pacificamente. Esso potrebbe garantire con immense probabilità di successo il progresso pacifico di tutta la rivoluzione russa e possibilità straordinariamente grandi di notevoli progressi del movimento mondiale verso la pace e verso la vittoria del socialismo.

     «Soltanto per questo sviluppo pacifico della rivoluzione – possibilità estremamente ed eccezionalmente rara nella storia ed estremamente preziosa – soltanto per questa possibilità i bolscevichi, fautori della rivoluzione mondiale, fautori dei metodi rivoluzionari, possono e devono addivenire, secondo la mia opinione, a tale compromesso.

     «Il compromesso consisterebbe in questo: i bolscevichi, pur non pretendendo di partecipare al governo (cosa impossibile per un internazionalista senza che siano effettivamente assicurate le condizioni della dittatura del proletariato e dei contadini poveri), rinunzierebbero alla rivendicazione del passaggio del potere al proletariato e ai contadini poveri e ai metodi rivoluzionari nella lotta per questa rivendicazione. La condizione del compromesso – di per sé evidente e non nuova per i socialisti-rivoluzionari e per i menscevichi – consisterebbe nella piena libertà di agitazione e nella convocazione dell’Assemblea Costituente senza nuovi ritardi e nel più breve termine.

     «I menscevichi e i socialisti-rivoluzionari, come blocco governativo, consentirebbero (supponendo che il compromesso si faccia) a formare un governo in tutto e per tutto responsabile esclusivamente davanti ai Soviet, e a trasmettere, anche alla periferia, tutto il potere ai Soviet. Questa sarebbe la "nuova" condizione.

     «Penso che i bolscevichi non ne porrebbero altre, presumendo che una libertà di agitazione effettivamente completa, e l’immediata instaurazione di una nuova democraticità nella composizione dei Soviet (nuove elezioni) e nel loro funzionamento, basterebbero ad assicurare il progresso pacifico della rivoluzione, il superamento pacifico della lotta dei partiti in seno ai Soviet.

     «Questo, forse, è già impossibile? Forse. Ma anche se vi fosse una sola probabilità su cento, varrebbe la pena di compiere il tentativo di tradurla in atto».

In questi passi si ripropongono dunque i normali contenuti politici ed economici della Dittatura democratica rivoluzionaria degli operai e dei contadini. In alcuni momenti sembra di leggere la risoluzione sul Governo Rivoluzionario del 1905. Per lo sviluppo delle forze produttive e per le necessità sociali in Russia nel 1917 si poneva la rivoluzione democratica-borghese non quella socialista. Quest’ultima, rivoluzione internazionale per eccellenza, presuppone uno sviluppo capitalistico adeguato, che a quell’epoca non esisteva. Ma la storia aveva decretato l’impotenza della piccola borghesia ad essere elemento radicale della propria rivoluzione, perciò il compromesso non venne accettato.


Sul "cretinismo parlamentare"

La risposta dei partiti menscevico e socialrivoluzionario non si fa attendere e consiste nel rimettere in libertà Kornilov. Da questo momento diventa necessario preparare materialmente l’insurrezione. Cominciano infatti fin dai primi di settembre le lettere di Lenin al Comitato Centrale del Partito che indicano la necessità di "considerare l’insurrezione come un’arte". Il non avventurismo dell’Aprile diventa il non tentennamento dell’Ottobre e l’importante è capire che si tratta della stessa identica posizione, cioè la volontà e la capacità di far uscire il proletariato vincitore e non vinto dalla lotta.

Seguiremo ora gli avvenimenti che porteranno alla vittoria di Ottobre. La tendenza ad estendere la sua influenza tra le masse degli operai, dei contadini e dei soldati era già cominciata prima dell’avventura di Kornilov. Nelle elezioni alle Dume di quartiere di Pietrogrado i bolscevichi erano passati dal 20% dei voti delle elezioni del 27 maggio al 33% delle elezioni di agosto. Dopo Kornilov i bolscevichi risultano in maggioranza in importanti votazioni al Soviet di Pietrogrado e di Mosca. Trotski, nel frattempo confluito nel partito bolscevico, liberato il 3 settembre, diventa presidente del Soviet di Pietrogrado al posto del menscevico Čcheїdze.

Nelle elezioni di Mosca dei primi di settembre 14.000 soldati su 17.000 votano per i rappresentanti bolscevichi e la popolazione contadina della periferia vota per i bolscevichi nella misura del 47%.

Anche se nel resto della Russia la maggioranza dei soviet è ancora saldamente nelle mani di menscevichi e socialrivoluzionari, questi sono dati più che sufficienti per dimostrare la necessità di non perdere altro tempo e di preparare tecnicamente e materialmente l’insurrezione per la presa del potere. Si doveva evitare di perdere altro tempo sia perché una situazione così favorevole ai bolscevichi nelle due capitali non poteva durare a lungo, sia perché un’eventuale resa di Pietrogrado ai tedeschi avrebbe complicato notevolmente le cose.

Nell’articolo "Il marxismo e l’insurrezione", scritto il 13 settembre, Lenin sostiene che sempre gli opportunisti hanno accusato di blanquismo i marxisti (Bernstein). La verità è che i marxisti, a differenza sia degli opportunisti socialdemocratici sia dei blanquisti, si sono sempre posti la questione dell’insurrezione armata, trattandola sì come un’arte, ma legandola strettamente alla situazione immediata della lotta di classe. È dovere elementare del marxismo organizzare l’insurrezione non sempre, ma date certe condizioni. Tali condizioni necessarie per organizzare l’insurrezione sono così schematizzate da Lenin sulla base di quanto Marx ed Engels avevano precedentemente affermato:
- l’insurrezione deve fondarsi sulla classe di avanguardia, cioè del proletariato;
- l’insurrezione deve fondarsi sullo slancio rivoluzionario di tutto il popolo (tale condizione ha evidentemente valore per le aree a doppia rivoluzione);
- l’insurrezione deve saper cogliere quel punto critico in cui l’attività delle schiere più avanzate della rivoluzione è massima e in cui più forti sono le esitazioni nelle file dei nemici.

Tali condizioni erano tutte presenti nella Russia dal settembre in poi, per cui rifiutarsi ancora di considerare l’insurrezione come un’arte significava tradire il marxismo e la rivoluzione.

Prima ancora dell’affare Kornilov, il Governo provvisorio, preoccupato del continuo aumento dell’influenza dei bolscevichi nei Soviet, aveva convocato il cosiddetto Preparlamento o "Conferenza democratica", composta da circa 2.000 membri eletti in rappresentanza di tutti gli organismi pubblici e non solo dei Soviet. Lo scopo era chiaro: da un lato annullare la crescente influenza dei bolscevichi nei Soviet, dall’altro quello di continuare ad illudere le masse sulla vocazione "democratica" del Governo, che in qualche modo doveva giustificare il continuo rinvio delle elezioni per l’Assemblea Costituente, temendo, forse a torto, che avrebbe precipitato gli avvenimenti in senso rivoluzionario. Comunque – e questo era il risultato più importante per il Governo provvisorio – le interminabili discussioni al Preparlamento bloccavano per il momento le possibilità di organizzare materialmente l’insurrezione, in quanto gli stessi bolscevichi vi dedicavano molto del loro tempo.

Lenin sostiene immediatamente il boicottaggio del Preparlamento proponendo ai delegati bolscevichi il seguente comportamento, sostenuto, nel Comitato Centrale, dal solo Trotski:
- i bolscevichi dovevano fare in tale assemblea una dichiarazione «breve, netta e precisa» sull’assoluta necessità di rompere con la borghesia;
- dovevano proclamare la destituzione dell’attuale Governo complice di Kornilov;
- dovevano proclamare il passaggio immediato di tutto il potere ai Soviet;
- dovevano pretendere la pace immediata senza annessioni.

Dopo aver fatto tale breve dichiarazione i componenti del gruppo bolscevico sarebbero dovuti andare tra gli operai e i soldati a propagandare o l’accettazione immediata da parte della Conferenza democratica di quei punti o l’immediata insurrezione armata contro il Governo sempre per l’immediata realizzazione di quei punti: «Posta così la questione, concentrato tutto il gruppo bolscevico nelle officine e nelle caserme, sceglieremo il momento opportuno per l’insurrezione».

Anche in quel torno decisivo si rilevò poco incisiva la tattica parlamentare. Benché fossimo in presenza della forma più rivoluzionaria possibile di parlamentarismo, l’Assemblea Costituente nella rivoluzione borghese, tale forma, di fatto, si dimostrò d’impaccio alla dittatura rivoluzionaria del proletariato. I bolscevichi, protesi verso la conquista di tutto il potere, intuirono subito che il "cretinismo parlamentare" faceva perdere tempo prezioso alla rivoluzione; mentre lo faceva guadagnare alla borghesia e ai proprietari fondiari, rimasti momentaneamente scornati dal fallimento di Kornilov.

Menscevichi e socialrivoluzionari, edotti dall’esperienza occidentale, giocavano al tira e molla delle promesse parlamentari e delle smentite successive. In occidente, tali metodi venivano praticati con maggior raffinatezza ormai da più di mezzo secolo, con buon successo della borghesia. I bolscevichi, se seppero infischiarsi della Conferenza Democratica prima e dell’Assemblea Costituente dopo, purtroppo non riconobbero al Secondo Congresso del Comintern nella Sinistra italiana le stesse posizioni che essi stessi avevano sostenuto tre anni prima, nel settembre del 1917. Se in un’area di doppia rivoluzione l’Assemblea Costituente ancora prima di nascere risultava un impedimento alla rivoluzione, a maggior ragione nell’area euro-americana la tattica di servirsi dei parlamenti, ormai in fase di putrefazione, doveva essere accantonata una volta per tutte, se si voleva stendere definitivamente borghesi e opportunisti.

 

Conquistare la maggioranza?

Sempre per riferirci agli storici dibattiti dei Congressi dell’Internazionale Comunista, siamo qui in presenza del principio tattico se il partito debba necessariamente conquistare la maggioranza prima di decidere l’attuazione pratica e tecnica della presa del potere. Notiamo che i bolscevichi non nascondono mai a chicchessia che intendono prendere da soli il potere. Anche nel cosiddetto periodo pacifico della rivoluzione, fino ai fatti del luglio, la questione è sempre quella di portare, coi mezzi consoni alla situazione storica data, il proletariato sulle corrette posizioni rivoluzionarie. Durante il Primo Congresso Panrusso dei Soviet, nel giugno, Lenin, benché in evidente minoranza, aveva, fra l’ilarità generale, risposto al quesito se ci fosse in Russia un partito pronto a prendere il potere nelle sue mani:

     «C’è! Nessun partito può rifiutarsi di far questo, e il nostro partito non si rifiuta: esso è pronto, in ogni momento, a prendere tutto il potere nelle sue mani».

Altra affermazione di principio, che attraversa tutti gli scritti di Lenin prima e durante la rivoluzione, è che qualora in Russia il partito prenda il potere si tratta sempre e comunque della Dittatura del proletariato. Bisogna intendere quindi la conquista della maggioranza da parte del partito non tanto come la democratica acquisizione numerica del cinquanta per cento più uno (nozione così cara ai democratici per principio), quanto come la conquista di una decisiva influenza sul proletariato e sui contadini della Russia tale da permettere la presa e il mantenimento del potere da parte del partito. Altrimenti non si capisce come mai, non appena nel soviet di Pietroburgo le risoluzioni bolsceviche iniziarono ad essere approvate a maggioranza – e ciò si verificò per la prima volta il 31 agosto su una risoluzione che respingeva ogni politica di collaborazione con la borghesia – i bolscevichi si posero tecnicamente il problema della conquista del potere. Avevano il 31 agosto i bolscevichi la maggioranza della popolazione dietro di loro? Certamente no.

Diremo di più, nemmeno il 25 ottobre la maggioranza della popolazione era favorevole alla politica bolscevica: non a caso l’Assemblea Costituente, in cui i bolscevichi erano minoritari, fu sciolta. Non si tratta perciò di sola questione numerica, né tanto meno del rispetto delle regole democratiche di cui i comunisti da sempre si strafottono. La questione è di forza e sta nel cogliere la tendenza dello sviluppo storico per inserirvisi attivamente, rendendo manifeste quelle che sono le reali aspirazioni e le necessità delle masse. Se ciò non è, non c’è maggioranza o minoranza che tenga. Il partito dovrà dunque rispondere a questa domanda: abbiamo la forza di mantenere il potere una volta conquistato il potere di Stato? Se la risposta è affermativa allora si pone obiettivamente la preparazione tecnica dell’insurrezione.

 

Come conservare il potere?

Nell’opuscolo "I Bolscevichi conserveranno il potere statale?" Lenin risponde ai menscevichi, che attraverso "Novaia Gizn" ponevano al partito 6 quesiti storicamente insoluti.

Queste le questioni da risolvere:
 «1) il proletariato è isolato dalle altre classi del paese;
 «2) è isolato dalle forze veramente vive della democrazia;
 «3) non potrà impadronirsi tecnicamente dell’apparato statale;
 «4) non potrà mettere tale apparato in movimento;
 «5) la situazione è straordinariamente complicata;
 «6) il proletariato non potrà resistere a tutta la pressione delle forze avversarie, le quali spazzeranno via non soltanto la dittatura del proletariato, ma per giunta anche tutta la rivoluzione».

Ai primi due quesiti si risponde dimostrando come le masse contadine si stanno ormai orientando contro la coalizione con la borghesia, il che è dimostrato dalla spaccatura del partito socialrivoluzionario in due tronconi, dei quali quello di sinistra è disposto a seguire i bolscevichi.

Al terzo si risponde affermando che lo Stato di tipo nuovo, su cui poggerà la rivoluzione proletaria vittoriosa, già si è formato, sono i Soviet la forma di Stato antiparlamentare e antielettorale della vittoria della rivoluzione.

     «I Soviet costituiscono un nuovo apparato statale il quale in primo luogo crea la forza armata degli operai e dei contadini, non staccata dal popolo come il vecchio esercito permanente, ma strettamente legata al popolo, incomparabilmente più potente del vecchio esercito dal punto di vista militare e insostituibile dal punto di vista rivoluzionario. In secondo luogo, questo apparato stabilisce con le masse, con la maggioranza del popolo, un legame così stretto, così indissolubile, così facilmente incontrollabile e rinnovabile che si cercherebbe invano qualcosa di simile nel vecchio apparato statale. In terzo luogo, questo apparato, grazie al fatto che i suoi funzionari sono elettivi e revocabili, secondo la volontà popolare e senza formalità burocratiche, è infinitamente più democratico di tutti i precedenti. In quarto luogo, esso garantisce un solido legame con le professioni più diverse, facilitando così l’applicazione delle riforme più varie e più profonde senza alcuna burocrazia. In quinto luogo, esso è la forma di organizzazione dell’avanguardia dei contadini e degli operai – cioè della parte più cosciente, più energica, più progressiva delle classi oppresse – e permette perciò a tale avanguardia di elevare, di educare e di trascinare nella propria scia tutta la massa gigantesca di queste classi, che fino ad oggi sono rimaste completamente fuori della vita politica e della storia. In sesto luogo, esso permette di unire i vantaggi del parlamentarismo con quelli della democrazia diretta e immediata, cioè di riunire nella persona dei rappresentanti eletti dal popolo il potere legislativo e il potere esecutivo».

Attraverso i soviet si organizzerà il "controllo operaio", possibile sotto la dittatura del proletariato, e si organizza il "censimento generale, completo, esatto e minuzioso della produzione e della distribuzione dei prodotti". Le prime misure che il nuovo Stato prenderà saranno la associazione obbligatoria al controllo dei soviet delle banche, dei cartelli, del commercio.

Al quarto quesito si risponde facendo notare come lo Stato sia una questione di classe, che una dittatura presuppone l’uso della forza e della coercizione contro chi non intenda pacificamente assoggettarsi.

     «Il proletariato, quando avrà vinto farà così: incaricherà economisti, ingegneri, agronomi e altri specialisti – sotto il controllo delle organizzazioni operaie – di elaborare un "piano", di controllarlo, di ricercare i mezzi per economizzare il lavoro con la centralizzazione e così pure i provvedimenti atti ad assicurare il controllo più semplice, meno costoso, più comodo e universale.

     «Noi, a tal fine, pagheremo bene gli economisti, gli statistici, i tecnici, ma... non daremo loro niente da mangiare se non adempiranno coscienziosamente e pienamente il loro compito nell’interesse dei lavoratori.

     «Siamo favorevoli alla centralizzazione e al "piano", ma alla centralizzazione e al piano dello Stato proletario, alla disciplina proletaria della produzione e della distribuzione nell’interesse dei poveri, dei lavoratori e degli sfruttati, contro gli sfruttatori.

     «Per "piano statale generale" noi intendiamo soltanto quello che spezza la resistenza dei capitalisti, che dà tutto il potere alla maggioranza del popolo, cioè ai proletari e semiproletari, agli operai e ai contadini più poveri».

Al quinto argomento non è il caso di rispondere, perché esso rappresenta solo il lamento di coloro che la rivoluzione attrista e terrorizza. Se la situazione non fosse eccezionalmente complicata come faremo a fare la rivoluzione?

Al sesto quesito si risponde, notando come esso si ponga solo alle false verginelle piccolo borghesi. Bisogna avere anche fede nella nuova classe emergente, fede nella rivoluzione mondiale, quando mai si è visto un comunista peccare di audacia?.

     «La nostra rivoluzione è invincibile – a condizione che non abbia paura di se stessa, che dia tutto il potere al proletariato – perché abbiamo con noi le forze incomparabilmente maggiori, più sviluppate e più organizzate del proletariato mondiale, temporaneamente frenate ma non distrutte, anzi, moltiplicate dalla guerra.

     «Temere che il potere dei bolscevichi, cioè il potere del proletariato, al quale è assicurato l’appoggio incondizionato dei contadini poveri, possa essere "spazzato via" dai signori capitalisti? Quale miopia, quale paura vergognosa del popolo, quale ipocrisia! Coloro che manifestano questa paura appartengono alla società cosiddetta "superiore" (superiore secondo il concetto capitalista, ma in realtà putrida) la quale pronuncia la parola "giustizia" senza credervi essa stessa, per abitudine, come un puro suono, senza attribuirle nessun contenuto».

Ormai i fatti storici giungono alla loro decantazione, se tutte le condizioni sono mature bisogna cogliere il frutto di tanto buon lavoro. Sarebbe sciocco non prendere fisicamente il potere, anche lo stesso atto di arrestare il governo e proclamare la repubblica dei soviet, che di per sé non richiede tanto spargimento di sangue, significa qualitativamente lo svolto definitivo della rivoluzione. E, soprattutto, va fatto. Se il proletariato ci segue, se anche una larga fetta del popolo è con noi (ricordarsi sempre che siamo in una area di doppia rivoluzione), bisogna come partito prendere il potere. Tutto ciò, è ormai chiaro, passa attraverso la riproposizione della parola d’ordine: "tutto il potere ai soviet", che alla data di Ottobre significa "tutto il potere ai bolscevichi". Lenin, rifugiato in Finlandia, all’inizio di ottobre scrolla di dosso ai bolscevichi rimasti a Pietroburgo le ultime remore, le ultime paure di chi non crede ancora possibile "l’attacco al cielo", la vittoria definitiva della rivoluzione comunista.

     «Che tutto il potere deve passare ai Soviet, è chiaro. Egualmente indiscutibile deve essere per ogni bolscevico che la massima simpatia e l’appoggio senza riserve di tutti i lavoratori e di tutti gli sfruttati del mondo intero, nei paesi belligeranti in particolare, dei contadini russi in modo speciale, sono assicurate al potere proletario rivoluzionario (oppure bolscevico, questo è ora lo stesso).

     «Non vale la pena di soffermarsi su queste verità conosciute da tutti e dimostrate da lungo tempo. Bisogna soffermarsi su ciò che con ogni probabilità non è completamente chiaro a tutti i compagni, ossia sul fatto che il passaggio del potere ai Soviet significa oggi praticamente l’insurrezione armata. Sembrerebbe una cosa evidente, ma non tutti vi hanno riflettuto e vi riflettono. Rinunciare oggi all’insurrezione armata significherebbe rinunciare alla parola d’ordine principale del bolscevismo (tutto il potere ai Soviet) e a tutto l’internazionalismo proletario rivoluzionario in generale.

     «Ma l’insurrezione armata è una forma particolare di lotta politica, sottoposta a leggi particolari sulle quali bisogna meditare con attenzione. Karl Marx espresse quest’idea con eccezionale vigore quando scrisse: "L’insurrezione armata è un’arte, come la guerra" (...) Il successo della rivoluzione russa e della rivoluzione mondiale dipende da due o tre giorni di lotta» ("Consigli d’un assente").

 

La rivoluzione d’ottobre risultato storico per la specie umana

La dialettica concatenazione fra fini - teoria - principi - programma - tattica - organizzazione ha una luminosa verifica alla luce della rivoluzione russa del 1917. Sosteniamo che fu solo grazie all’innesto del corretto uso dei principi comunisti e della giusta tattica su una situazione storica di rivoluzione borghese, in ritardo rispetto all’Occidente, che fu possibile la dittatura rossa d’Ottobre. Allo stesso modo solo grazie all’innesto del corretto uso dei principi e della giusta tattica comunista nella futura situazione storica che ha da aprirsi nel mondo sarà possibile la dittatura rossa internazionale di cui consideriamo la rivoluzione d’Ottobre il primo atto, in un’epoca storica non ancora giunta a compimento.

     «Tutto quello che il proletariato russo e il partito russo potevano fare da soli, alla data della vittoria civile del 1920-21, era fatto. E tutto quanto dare si poteva era stato dato. L’avvento del socialismo esigeva la scesa in campo del proletariato internazionale. A questo non fu data la consegna, che si seppe dare all’Esercito Rosso, fin dalla difficilissima e tormentata fase della sua formazione: Andare allo stesso titolo contro tutti i nemici, e tutti tentare senza discriminazioni ruffiane di trafiggere al cuore.

     «Come questa doppia posizione si spiega? Imbroccata sul terreno militare, e sbaglio di manovra su quello politico ed estero? Sarebbe cosa banale. Non sono capi, dirigenti, governi e partiti che hanno nelle mani simili scelte. È la forza della storia stessa che li determina a prendere le posizioni che sorgono dai rapporti fisici della sottostruttura. In Russia la fase rivoluzionaria era matura per urgere in breve ciclo di forze nuove e disgregarsi di morte forme; fuori in Europa la situazione era falsamente rivoluzionaria e lo schieramento non fu decisivo, l’incertezza e mutevolezza di atteggiamento fu effetto e non causa della deflessione della storica curva del potenziale di classe.

     «Se errore vi fu e se di errore di uomini e di politici è sensato discorrere, esso non consistette nell’aver perduto autobus storici che si potevano agguantare, bensì nell’aver colto, nella lotta in Russia, la presenza della situazione suprema, e nell’aver creduto in Europa di poterle sostituire l’effetto di illusionisti soggettivi abilismi, nel non aver avuto, da parte del movimento, la forza di dire che l’autobus del potere proletario in occidente non era passato e quindi era menzogna segnalare in arrivo quello dell’economia socialista in Russia. La storia per noi non la fanno gli Eroi: ma i Traditori nemmeno.

     «Il momento e il periodo felice fu avvertito invece in Russia dai sismografi del sottosuolo sociale. I diagrammi furono decifrati dagli occhi di un Lenin che urlò l’urgenza di ore dell’assalto di Ottobre, che vigilò dal centro di una rete di fili telegrafici la dinamica unitaria dello strozzarsi e dell’allentarsi del capestro unico intorno alla gola della rivoluzione, cui cento mani traenti davano un’unica tensione (...)

     «La storia non si fa, una volta ancora, ed è già saltuaria fortuna decifrarla: lasciamo che ogni giorno aumentino di una unità i fessi che ciò non intendono, e scussi scussi si mettano a farla loro, a colpi di solitario pollice... Anzi non se ne decifra nemmeno la via sicura, il che potrebbe concludere al fatalismo, che inorridisce l’impotente nato... Se ne stabiliscono solo alcuni legami tra date condizioni e corrispondenti sviluppi.

     «Non si era in un periodo analogo di fremiti storici nell’Europa centro-occidentale in quegli anni e nei successivi: si andò a tentoni, si sbandò più volte e alla fine, come l’organismo di Lenin cedette dopo aver tutto dato (il confronto è solo di valore didattico), cedette quello del partito russo, e il comunismo internazionale andò alla deriva» ("Struttura").


(continua n.24)

 
 

 

 



Origini e Storia della Classe Operaia Inglese
Esposto alla riunione del gennaio 1986

[ È qui ]

 

 

 



Appunti per la storia della Sinistra

(continua dal numero 19)

Il Congresso di Lione
Esposto alla riunione del gennaio 1986
 

Al V Congresso dell’Internazionale Comunista, celebrato nel giugno-luglio 1924, la Sinistra si era guardata dall’esultare per la apparente sterzata a sinistra impressa al movimento comunista mondiale dopo i disastrosi eventi del 1923 tedesco. L’Internazionale aveva rifiutato di trarre da quella disfatta un bilancio serio e sereno della sua tattica, al contrario aveva trovato molto più facile far cadere le teste dei ”colpevoli” (fedelissimi e portati ad esempio fino al giorno precedente) accusati di deviazionismo di destra.

La Sinistra italiana fu la sola a lanciare, con coerenza, questo grido di allarme mentre l’Internazionale intensificava, giorno dopo giorno, quel metodo che pretendeva di reagire agli insuccessi subìti con misure organizzative e disciplinari. Fino agli anni 1923/24 avevamo condannato l’eclettismo tattico del Comintern, nel quadro di una strategia le cui linee generali rimanevano tuttavia immutate; da tale data in poi ci si trovò in presenza di un pericolo sempre più marcato di deviazione nel campo dell’opportunismo che, con l’inizio del 1926, prese nettamente il sopravvento.

Le prove di questo orientamento ormai dilagante e consolidato non mancavano:

1) Il riavvicinamento alla Socialdemocrazia, sia con il progetto di scioglimento dell’Internazionale Sindacale Rossa e successiva sua fusione con l’Internazionale di Amsterdam, emanazione della Società delle Nazioni, sia con la teorizzazione del ”governo di sinistra” quale tappa intermedia favorevole allo sviluppo rivoluzionario. A tale proposito nelle Tesi di Lione si legge:

     «Questione sindacale. L’Internazionale ha mutato successivamente la concezione dei rapporti tra organismi politici ed economici nel quadro mondiale, ed in questo è un esempio importante del metodo che, anziché derivare dai principi le azioni contingenti, improvvisa teorie nuove e diverse per giustificare azioni suggerite da apparenti comodità e facilità di esecuzione e di successo immediato.

     «Si sostenne dapprima l’ammissione dei sindacati nell’Internazionale Comunista, in seguito si costituì una Internazionale Sindacale Rossa affermando che, mentre il partito comunista deve lottare per la unità dei sindacati, nella quale si realizza la più adatta zona di contatto con le vaste masse, e non deve tendere a foggiarsi sindacati suoi propri scindendo anche quelli diretti dai gialli, nel campo internazionale però l’ufficio dell’Internazionale di Amsterdam andava considerato e trattato non come un organismo delle masse proletarie ma come un organo politico controrivoluzionario della Società delle Nazioni. Ad un certo punto, per considerazioni certo importanti ma limitate soprattutto ad un progetto di utilizzazione del movimento sindacale inglese di sinistra, si è preconizzata la rinuncia alla Internazionale Sindacale Rossa e l’unità sindacale internazionale con Amsterdam organicamente intesa. Non vale a giustificare così gravi svolte nessuna considerazione sul mutamento delle situazioni, essendo la questione dei rapporti tra organismi internazionali politici e sindacali una questione di principio in quanto si riduce a quella dei rapporti tra partito e classe per la mobilitazione rivoluzionaria».

Riguardo poi agli approcci in campo politico le tesi di Lione non erano meno esplicite:

     «Questioni della ”nuova tattica”. Il fronte unico ed il governo operaio venivano giustificati su questo terreno: per la nostra vittoria non basta avere i partiti comunisti, ma bisogna conquistare le masse. Per conquistare queste occorre battere l’influenza dei socialdemocratici sul terreno delle rivendicazioni comprensibili da tutti i lavoratori. Oggi si fa un altro passo e si pone il pericoloso problema: per la nostra vittoria occorre prima ottenere che la borghesia governi in un determinato modo più largo e più arrendevole, oppure che governino classi medie tra borghesia e proletariato, in modo da consentire la nostra preparazione. La seconda concezione, ammettendo un possibile governo originale delle classi medie, cade in pieno nel revisionismo della dottrina di Marx ed equivale alla piattaforma controrivoluzionaria del riformismo (...) La ”libertà” data al proletariato sarà sostanzialmente maggiore libertà agli agenti controrivoluzionari di agitarlo ed organizzarlo. La sola libertà per il proletariato è nella sua dittatura (...) Ogni preparazione del proletariato a distinguere in questo fronte i suoi anche involontari favoreggiatori, sarà un coefficiente di sconfitta».

2) Il ritorno a formule equivoche di fronte unico esteso anche ai partiti borghesi, come nel caso dell’adesione all’opposizione aventiniana in Italia.

3) La sopravvalutazione delle frazioni di ”sinistra” nei partiti e nei sindacati, socialdemocratici e borghesi.

4) La tendenza ad attenuare fino a fare scomparire ogni differenziazione tra i partiti comunisti, i partiti contadini ed i partiti nazional-democratici, sia nelle aree coloniali (al VI Esecutivo Allargato un rappresentante del Kuomintang partecipò in qualità di rappresentante di un ”partito simpatizzante”), sia nel cuore dell’Europa occidentale.

Al congresso di Lione i centristi tra i compiti del partito mettevano quello di sviluppare, nella Venezia Giulia

     «una speciale attività in seno ai partiti nazionali (clericale e liberale), esponenti del movimento nazionalista sloveno e croato. Scopo della azione dei comunisti – recitava la teorizzazione centrista – deve essere quello di suscitare in tali partiti un movimento di sinistra che si opponga all’opportunismo dei dirigenti, che sottragga le masse alla influenza della borghesia e sostenga l’alleanza col proletariato rivoluzionario. Si deve cercare di portare questi movimenti ed organizzarsi sul terreno della lotta rivoluzionaria, ed in quanto hanno una base di massa tra i contadini lavoratori, portarli nell’orbita d’azione dell’Associazione di Difesa dei Contadini» ("Il 3° Congresso del PCd’I", bollettino fuori commercio, pag. 25).

Il passo che segue, tratto dalle tesi proposte dalla Sinistra, può darci l’idea di quanto cammino in campo opportunistico era stato fatto dai fiduciari dell’Internazionale:

     «Questione agraria (...) L’Internazionale deve evitare gli errori della applicazione della tattica agraria già delineatasi ad esempio nel partito francese, tendenti a concepire una rivoluzione originale dei contadini che si ponga sullo stesso livello di quella degli operai, oppure nel credere che la mobilitazione rivoluzionaria degli operai possa essere determinata da una insurrezione nata nelle campagne, mentre il rapporto esatto è il contrario. Il contadino reso cosciente del programma dei comunisti, divenuto suscettibile di organizzazione politica, deve divenire un membro del partito comunista; solo in questo senso si combatterà il sorgere di partiti di soli contadini influenzabili inevitabilmente dalla controrivoluzione (...) Anche la tattica dei negoziati politici, fronte unico, costituzione di frazioni interne nei partiti contadini, anche al fine di disgregarli, deve essere respinta».

5) Il metodo con cui venivano risolte le questioni interne dei vari partiti con rimpasti alla loro direzione tipici del più consumato metodo democratico-borghese.

6) Il rifiuto di portare nell’Internazionale la discussione sulla questione russa. Affermavano le nostre Tesi di Lione:

     «È pacifica nell’Internazionale Comunista l’importanza della nuova politica economica dello Stato russo (...) Date le premesse dell’economia russa ed il fatto che negli altri paesi permane al potere la borghesia, non si poteva porre in altro modo marxisticamente la prospettiva dello sviluppo della rivoluzione mondiale e della costruzione dell’economia socialista. Le gravi difficoltà della politica statale russa nei rapporti interni delle forze sociali, nei problemi della tecnica produttiva e nei rapporti con l’estero, hanno dato luogo a successive divergenze nel seno del partito comunista russo. Su tali divergenze va anzitutto deplorato che il movimento comunista internazionale non abbia avuto modo di pronunciarsi più profondamente e autorevolmente (...) I riflessi del dibattito nel seno del partito furono inadeguati e artificiali a causa del noto metodo di porre in primo piano una intimidazione antifrazionista e peggio ancora, antibonapartista, campata assolutamente nel vuoto.

     «Quanto alla recentissima discussione deve anzitutto avvertirsi che essa verte su problemi di natura internazionale e che il fatto del pronunciato su di essa della maggioranza del partito comunista russo non può essere allegato come argomento contro la discussione e il pronunciato in merito dell’Internazionale, essendo del tutto indifferente che a tale richiesta si rinunci da parte della opposizione sconfitta. Come in altri casi la questione di procedura e di disciplina soffoca quella di sostanza. Non si tratta di una difesa dei diritti violati di una minoranza, la quale almeno nei suoi capi condivide la stessa responsabilità dei molti errori internazionali, ma si tratta di vitali questioni del movimento mondiale (...)

     «Si tratta soprattutto di assicurare alla Russia proletaria e al partito comunista russo il sostegno attivo ed energico dell’avanguardia proletaria soprattutto nei paesi imperialisti, non solo nel senso che vengano impedite le aggressioni e si eserciti una pressione in materia di rapporti degli Stati borghesi con la Russia, ma soprattutto perché occorre che il partito russo sia assistito nella risoluzione dei suoi problemi dai partiti fratelli, i quali non posseggono, è vero, una esperienza diretta dei problemi di governo, ma ciò malgrado contribuiranno alla risoluzione di essi apportandovi un coefficiente classista e rivoluzionario derivato direttamente dalle realtà della lotta di classe in atto nei loro paesi».

7) Il sistema di umiliazione e corruzione con cui dai ”reprobi” si pretendevano confessioni ed abiure mentre, parallelamente, ai vecchi arnesi del menscevismo russo e dell’opportunismo internazionale erano accordati attestati di leninismo.

Il V Congresso dell’Internazionale, con un nuovo rimpasto stabilito da una risoluzione sulla questione italiana, era addivenuto alla nomina definitiva di una centrale ordinovista in sostituzione di quella eletta nel congresso di Roma del 1922. Operato un opportuno aggiustamento nell’apparato di partito, utilizzando a tale scopo l’avvenuta fusione con i ”terzini”, la direzione iniziò gli assaggi per la crociata contro la Sinistra con una serie di ordini del giorno fatti presentare dai funzionari ai congressi federali. Attaccarne lealmente ed apertamente le posizioni politiche, rispettare le garanzie date al V Congresso dell’I.C., aprire una seria discussione sarebbe stato il dovere di una direzione preoccupata del partito e della soluzione della sua crisi. Ma non questo volevano gli ordinovisti che, consci che con tali sistemi non avrebbero potuto ottenere lo sperato spostamento interno del partito, il che formava il pegno di non poche relazioni dell’Esecutivo italiano al C.E. dell’Internazionale, scelsero la strada che meglio assicurava loro il successo.

Agli organi di base del partito, alle assemblee dei militanti non si chiedeva quale orientamento politico ritenessero meglio corrispondente alle esperienze accumulate nella dura lotta rivoluzionaria, se quella centrista o quella della Sinistra, ma si chiedeva loro di votare ordini del giorno per l’entrata dei dirigenti della Sinistra nella centrale. Ottenuti in tal modo i primi consensi ed assicurotisi uno stato d’animo generale del partito più disponibile nei loro confronti, i dirigenti aprirono la ”discussione” per il III congresso del partito nella quale diedero libero sfogo alla campagna contro la Sinistra definita frazionista e scissionista.

I procedimenti di voto furono tali che la Sinistra non esitò a definirli giolittiani. Si presagiva già che il congresso si sarebbe tenuto, non sullo sfondo di un conflitto ideologico tra due tendenze del partito, ma sulla soffocante alternativa della scissione od unità, della frazione o disciplina.

Il C.E. dell’Internazionale, in vista del III congresso del partito comunista italiano, scatenò fin dall’aprile 1925 il suo attacco contro la Sinistra italiana.

Il V Esecutivo Allargato approvava infatti una ”risoluzione sulla questione italiana” in cui si affermava: «Oggi è manifesto che l’ostacolo principale alla bolscevizzazione del partito è costituito dalla ideologia bordighista e che pertanto il massimo sforzo deve essere rivolto alla eliminazione di tale ostacolo». Nessuna indicazione vi era, in tale risoluzione, sui compiti e sulla tattica che il partito avrebbe dovuto porsi e realizzare, essa era unicamente costituita da un attacco alla ”ideologia” della Sinistra dichiarata: ”sottoprodotto della Seconda Internazionale” ed in contrasto con il ”leninismo” su tre punti fondamentali: "1) astensionismo, 2) ruolo del partito, 3) tattica”.

La sinistra italiana, si legge nel documento, benché al 2° congresso avesse ”lasciato cadere il suo astensionismo parlamentare”, aveva tuttavia mantenuto questa sua caratteristica; caratteristica che avrebbe sospinto il partito alla inerzia politica rifiutando la conquista delle masse, gli avrebbe impedito di comprendere la natura del fenomeno fascista, avrebbe infine sclerotizzato la sua tattica in contrasto con il ”leninismo” che «rappresenta una tattica duttile, che si adatta di continuo alla mutevole situazione economica e politica del mondo, pronto a modificare rapidamente le sue parole d’ordine e il suo atteggiamento al fine di rimanere in contatto con le masse».

Il 4 settembre il C.E. del Comintern inviava una lettera alla direzione del PCd’I. In questa lettera, che verrà pubblicata sull’Unità il 7 ottobre 1925, il C.E. dell’Internazionale riprendeva ed ampliava le accuse già rivolte alla Sinistra. Due sono gli aspetti caratteristici di questa lettera, ormai apertamente dichiarati, e che fanno già presagire la vittoria della controrivoluzione staliniana sebbene, ironia della sorte, venissero scritti da coloro che sarebbero poi stati le vittime dello stalinismo: la lotta antifascista e la concezione del carattere del partito.

La Sinistra ha più volte affermato di aver ritenuto il fascismo un nefasto evento soprattutto perché esso, con il suo strascico di violenze e persecuzioni, avrebbe generato l’antifascismo democratico e legalitario. La Sinistra aveva quindi ritenuto più opportuno scagliarsi con maggiore forza contro la democrazia e la socialdemocrazia che contro il fascismo stesso. Erano stati democrazia e socialdemocrazia a generare, ad allevare e a fiancheggiare il movimento fascista. La Sinistra non aveva mai smesso di smascherare le complicità e la natura di classe delle cosiddette opposizioni legalitarie.

Questa netta posizione classista veniva decisamente condannata dall’ I.C., ormai in fregola di successi immediati, che accusava la Sinistra di non aver fatto «un’analisi dei diversi stati sociali che formavano la base del fascismo, dei loro interessi e dei loro contrasti». La Sinistra «non avverte che un governo socialdemocratico o borghese di sinistra e un governo fascista non sono la stessa cosa» e che quindi il partito, non potendosi assumere «davanti al proletariato la responsabilità di mantenere il fascismo al potere se avesse la possibilità di provocare la sostituzione di esso con l’Aventino», avrebbe dovuto intervenire anche «con le sue forze elettorali in favore dell’uno o dell’altro degli avversari borghesi».

È ancora una volta la Sinistra che, nelle tesi di Lione, scioglie in modo magistrale il falso problema tanto caro ai rinnegati di tutte le risme e tempi:

     «La situazione italiana (...) Non è possibile una identificazione sistematica di una differenza sociale tra proprietari terrieri e capitalisti e tra grande e piccola borghesia nelle antitesi politiche su cui sono schierati storicamente i partiti in lotta, come la destra e la sinistra storica, il clericalismo e la massoneria, la democrazia e il fascismo. Il movimento fascista deve interpretarsi come un tentativo di unificazione politica dei contrastanti interessi dei vari gruppi borghesi a scopo controrivoluzionario. Con tale obiettivo il fascismo, direttamente alimentato e voluto da tutte le classi alte, fondiarie, industriali, commercianti, bancarie al tempo stesso, sorretto soprattutto dall’apparato statale tradizionale, dalla dinastia, dalla chiesa, dalla massoneria, ha realizzato una mobilitazione degli elementi sociali disgregati delle classi medie, che ha scagliati in una alleanza stretta con tutti gli elementi borghesi contro il proletariato (...) I liberali, i democratici, Giolitti e Nitti, sono i protagonisti di una fase di lotta controrivoluzionaria dialetticamente collegata a quella fascista e decisiva agli effetti della sconfitta del proletariato (...)

     «Il fascismo (...) ha poi attuata una sostituzione completa del vecchio personale politico borghese, ma questo fatto non deve ingannare e tanto meno servire a riabilitare partiti e raggruppamenti falliti non perché realizzatori di condizioni favorevoli alla classe operaia, ma solo per aver esaurito ormai tutta una fase del loro compito contro di essa (...) L’aggruppamento che dette luogo alla formazione del partito comunista si mosse con questi criteri: rottura dei dualismi illusori presentati dalla scena politica borghese e parlamentare e impostazione del dualismo classista rivoluzionario; distruzione nel seno del proletariato della illusione che le classi medie siano capaci di produrre uno stato maggiore politico, di assumere il potere e di avviare alle sue conquiste il proletariato; fiducia della classe operaia nel proprio compito storico acquisita in una preparazione poggiata su successive posizioni critiche, politiche e tattiche originali e autonome, solidamente connesse tra loro nel succedersi delle situazioni».

Torniamo però ora alla lettera del C.E. dell’Internazionale i cui estensori bene o male dovevano fare i conti con il rigore delle analisi della Sinistra, basate non su opinioni ma su precise basi materiali e sociali, e risolvevano quindi il problema nel classico modo con cui da sempre l’opportunismo cerca di risolverlo: distinguendo tra programma e tattica, tra teoria e pratica.

     «Nella prospettiva generale - scriveva il C. E. dell’Internazionale - dello sviluppo storico i socialisti sono legati al fascismo. Essi hanno dato prova di ciò con tutto il loro atteggiamento (...) nei confronti del fascismo a cominciare dalla tregua firmata tra il partito socialista e il partito fascista (...) fino alle recenti dichiarazioni fatte da D’Aragona e Baldesi a un giornale fascista, le quali provano che un anno dopo l’assassinio Matteotti i capi socialriformisti (...) cercano un terreno di collaborazione e di intesa con il fascismo, e deplorano la ostilità che la classe operaia nutre contro di esso (...) I socialisti ed i massimalisti sono legati al fascismo per la difesa dell’ordine e degli interessi capitalistici contro la rivoluzione proletaria. Considerati in una prospettiva storica generale essi formano dunque anche l’ala sinistra del fascismo, ma la tattica del nostro partito, pur non perdendo di vista questa prospettiva generale, non può nella sua azione quotidiana trascurare le differenze esistenti tra le diverse correnti della borghesia per cercare di opporle le une alle altre e strappare alla loro influenza le masse operaie momentaneamente disorientate». La Sinistra «non vide - continuava il testo - che la prospettiva generale, non comprese che la tattica del partito doveva utilizzare le opposizioni esistenti nel campo stesso della borghesia e del fascismo».

Queste erano le bestemmie cui era arrivata l’Internazionale non ancora controrivoluzionaria. Queste bestemmie serviranno da base teorica a tutta l’opera controrivoluzionaria dell’abbraccio democratico, compreso l’appello ai fascisti onesti, che trovò la sua più alta espressione nei blocchi partigiani e che ancora oggi tiene il proletariato incatenato. Il fronte unico non veniva quindi più usato come strumento tattico per smascherare il tradimento dei capi socialdemocratici e strappare loro le masse operaie, ma come forza di pressione per fare pendere da una parte e dall’altra i piatti della bilancia dei gruppi borghesi in contrasto tra loro. Niente allora da stupirsi se Gramsci al congresso di Lione affermava che «l’azione che il partito ha condotto verso Miglioli [del partito popolare] è stata condotta appunto allo scopo di aprire la via della alleanza tra gli operai e i contadini per la lotta contro il capitalismo e contro lo Stato borghese».

L’altro punto su cui si basavano le critiche dell’Internazionale era la concezione del partito e della sua organizzazione espressa nella "Piattaforma della Sinistra". La Sinistra vi aveva affermato che «il partito è l’organo che sintetizza e unifica le spinte individuali e di gruppi provocate dalla lotta di classe. In quanto tale il tipo di organizzazione del partito deve essere capace di porsi al di sopra delle particolari categorie e perciò raccogliere in sintesi gli elementi che provengono dai proletari delle diverse categorie, dai contadini, dai disertori della classe borghese, ecc. ecc.”. Questa formulazione, che aveva fatto gridare allo scandalo la centrale italiana, provocò lo stesso effetto nei dirigenti dell’I.C. che, ad onor del vero con un po’ più di serietà degli epigoni italiani, vollero vedere in ciò indubbi sintomi di menscevismo. Scriveva l’Esecutivo dell’I.C.:

     «Se la composizione sociale fa posto ai disertori della borghesia, senza dubbio i più gravi pericoli minacciano (il partito). Esso non può di conseguenza essere organizzato se non in modo che assicuri nel seno stesso del partito la egemonia del proletariato e subordini ad esso gli elementi che possono venire da altri ambienti sociali. Porre (...) i contadini, i disertori della borghesia sullo stesso piano del proletariato è voler togliere al partito la sua base di classe, e commettere l’errore di fondo degli intellettuali menscevichi i quali non hanno fiducia nella classe operaia e vedono la funzione e l’organizzazione del partito come una sintesi delle aspirazioni di diversi gruppi sociali». I centristi italiani, molto più semplicemente, accusavano la Sinistra di voler trasformare il partito in «una organizzazione interclassista, una sintesi di interessi che non possono invece sintetizzarsi in alcun modo» ("L’Unità", 7 luglio 1925).

Nella loro sporca guerra contro la Sinistra i centristi non si curano di confutarne le posizioni sulla base della dottrina e della tattica, non contrappongono le loro tesi a quelle della Sinistra ma, forti del possesso del monopolio dei mezzi di informazione e degli organi dirigenti del partito, la combattono usando la più spudorata falsificazione e denigrazione. Nei loro articoli ricorrono spessissimo frasi di questo genere, riferite ai documenti della Sinistra: 

     «È un cumulo di errori e di affermazioni abbastanza ridicole»; «un mucchio di corbellerie senza senso comune e senza fondamento di prospettiva teorica»; «una farragine di luoghi comuni, conditi con una dose notevole di malafede, di ciarlataneria e di demagogia».

Una perla è la seguente:

     «Alla analisi oggettivata delle forze in lotta e della direzione che esse assumono contraddittoriamente in rapporto allo sviluppo delle forze materiali della società, la opposizione sostituiva la affermazione di essere in possesso di uno speciale e misterioso "fiuto" secondo il quale il partito dovrebbe essere diretto. Strana aberrazione che autorizzava il congresso a giudicare estremamente pericoloso e deleterio per il partito un tale metodo che porterebbe solo a una politica di improvvisazione e di avventure» (Bollettino citato, pag. 11).

Questa accusa è senza dubbio la più assurda di tutte quelle rivolte alla Sinistra colpevole, si era soliti sentire, di fissismo politico. Ma l’importante era, come abbiamo visto, falsificare.

Non era certo una trovata della Sinistra italiana, né era dettata da sfiducia verso la classe operaia o da "menscevismo" rivendicare per i transfughi della classe borghese pieno diritto di cittadinanza nel partito, come per chiunque a qualsiasi classe appartenga. Era stato Marx a dichiarare che:

     «Come già da tempo una parte della nobiltà passò dalla parte della borghesia, così ora una parte della borghesia si unisce al proletariato, e segnatamente una parte degli ideologi borghesi, che sono arrivati ad intendere teoricamente tutto il movimento storico».

La posizione dei centristi a questo riguardo era che il partito come lo intendeva la Sinistra sarebbe potuto andare bene al tempo di Marx ed Engels, quando «si limitava a registrare i progressi della classe operaia e a fare opera di propaganda ideologica», ma non certo nell’epoca del ”leninismo”, quando «il partito guida le masse, dirige la lotta di classe e non si limita a fare il notaio». Stando così le cose, continuavano i centristi, nessuna funzione potevano svolgere gli intellettuali all’interno del partito comunista, partito proletario composto da proletari.

Se si fosse solo trattato di confronto di idee tra tendenza di centro del partito e quella di sinistra, facile sarebbe stato a questa ultima controbattere che se fosse stato vero che è dalla base sociale che si giudica un partito, non solo non si sarebbe potuto affermare che la socialdemocrazia era l’ala sinistra della borghesia (e avrebbe quindi avuto ragione Tasca) ma addirittura che essa era un partito proletario e rivoluzionario. Sarebbe stato anche altrettanto facile, cifre alla mano, dimostrare che dal 1923 in poi, sotto la direzione ordinovista, il numero degli operai nei posti di dirigenza, sia a livello locale sia ai vertici del partito, era notevolmente calato rispetto a quanti ve ne erano stati precedentemente.

Il problema di salvaguardare il partito dal pericolo opportunista non stava certo nell’assicurare l’”egemonia” numerica del proletariato all’interno del partito con il boicottaggio degli intellettuali e tanto meno con il ”bolscevizzarlo”. La soluzione stava altrove, e in modo corretto la espose la Sinistra al VI Esecutivo Allargato:

     «Ci si dirà, quello che voi chiedete lo chiedono anche tutti gli elementi di destra; voi volete le organizzazioni territoriali nelle cui assemblee gli intellettuali dominano con i loro lunghi discorsi l’intera discussione. Ma questo pericolo della demagogia e dell’inganno da parte dei capi esisterà sempre, esiste da quando esiste un partito proletario; eppure né Marx né Lenin, che si sono occupati a fondo di questo problema, hanno mai pensato di risolverlo mediante un boicottaggio degli intellettuali o dei non proletari. Hanno anzi sottolineato ripetutamente il ruolo storicamente necessario dei disertori della classe dominante nella rivoluzione.

     «È noto che, in generale, l’opportunismo e il tradimento penetrano nel partito e nelle masse attraverso certi capi; ma la lotta contro questo pericolo deve essere condotta in altro modo. Se anche la classe operaia potesse fare a meno di capi, agitatori, giornalisti, ecc. non le resterebbe altro che andarli a cercare nelle file degli operai. Ma il pericolo della corruzione e della demagogia di questi operai divenuti capi non si distingue da quello della corruzione e della demagogia degli intellettuali. In certi casi sono stati proprio degli ex operai quelli che hanno recitato il ruolo più sporco nel movimento operaio, è un fatto universalmente noto. E infine il ruolo degli intellettuali è forse eliminato dall’organizzazione per cellule d’azienda come è praticata oggi? È vero il contrario. Sono gli intellettuali che, insieme con ex operai compongono l’apparato del partito. Il ruolo di questi elementi sociali non è cambiato; anzi, è divenuto ancora più pericoloso.

     «Se ammettiamo che questi elementi possono essere corrotti dalla loro posizione di funzionari, questa difficoltà sussiste, perché abbiamo conferito loro una posizione di gran lunga più responsabile che in passato: infatti nelle piccole riunioni di cellula di azienda, gli operai non hanno in pratica nessuna libertà di movimento, non hanno una base sufficiente per influire sul partito con il loro istinto di classe. Il pericolo contro il quale mettiamo in guardia risiede dunque non nella diminuzione dell’influenza degli intellettuali, ma, al contrario nel fatto che gli operai di cellula non si interessano che dei bisogni immediati della loro azienda e non vedono i grandi problemi dello sviluppo rivoluzionario della loro classe».

Nelle intenzioni dei centristi il III Congresso del partito «doveva chiudere tutta una epoca della vita del (...) partito»; e così fu.

Perfino la scelta di Lione come sede del congresso fu una mossa non tanto dovuta ad una questione di sicurezza, quanto ad una manovra politica. Al riguardo è bene ricordare una cosa accuratamente taciuta dalla storiografia ufficiale e cioè che, come ha ricordato Fortichiari, «la federazione di Milano, la cui organizzazione era ancora efficiente e della quale alcuni dirigenti erano elementi dell’Ufficio I del partito [l’apparato illegale del partito, n.d.r.], offerse al centro di assicurare una sede adatta in Milano per una riunione clandestina, garantita e difesa. Il centro rifiutò l’offerta senza controllarne la serietà. Aveva deciso la sede di Lione anche o anzi proprio perché era più facile ”filtrare” i delegati che avrebbero dovuto recarvisi clandestinamente. Rifiutare la convocazione in una metropoli di grande movimento in ogni suo quartiere, con scambio costante di migliaia di persone in transito anche dall’estero, disponendo inoltre di decine di ambienti adatti a riunioni controllabili e di centinaia di compagni allenati e fidati (...) era una prova di sovrana inettitudine o cautela appropriata ad un fine evidente».

I delegati dovettero raggiungere clandestinamente la Francia, riunirsi clandestinamente e spostarsi in vari locali perché la polizia francese era sulle loro tracce, quindi altrettanto illegalmente dovettero tornarsene in Italia. Come si vede, la percentuale di rischio non fu certamente minore, ma ciò permise alla centrale di avere il controllo totale dei partecipanti al congresso.

Lo stesso Giuseppe Berti, notoriamente idrofobo nei confronti della Sinistra di cui era transfuga, è costretto ad affermare: «Obiettivamente (...) bisogna dire che se la Conferenza di Como fu preparata poco, anzi per nulla, e diede, quindi, i risultati ben noti, il Congresso di Lione (...) fu, forse, preparato un po’ troppo nel senso che preliminarmente la Conferenza di dicembre separò il grano dal loglio e fece in modo che a Lione l’estrema sinistra (...) venisse rappresentata in maniera non adeguata alle forze che ancora essa contava nel partito».

Un chiaro esempio di come il partito fosse stato ”preparato” per sconfiggere la Sinistra è dato dall’articolo apparso sul "L’Unità" del 12 giugno 1925 intitolato: ”Democrazia Interna e Libertà di Discussione”. Esso è la prova più chiara ed evidente del gesuitismo dei centristi. In poche parole vi si annunciava, con più di sei mesi di anticipo, che, qualunque fosse stato il responso del partito al congresso, i centristi avrebbero comunque vinto, perché essi stavano nella linea dell’Internazionale.

     «I compagni del ”Comitato d’Intesa” sono partiti evidentemente da questo ragionamento: il principio del centralismo democratico vale soltanto nel periodo da un congresso all’altro (...) Nel periodo precongressuale però le cose cambiano (...) Il Comitato Centrale resta in carica per il disbrigo degli affari correnti, per assicurare la continuità del funzionamento del partito, ma esso non ha nessun diritto di valersi della sua posizione, dei mezzi ”del potere” a vantaggio della corrente di pensiero di cui è l’esponente. Esso dovrebbe mettersi su un terreno di ”libera competizione” con le altri correnti, a parità di condizioni (...) Questa concezione è profondamente errata. Lo possiamo affermare senza peccare di ”giolittismo” di partito. La tesi da noi combattuta sarebbe giusta se il programma e le direttive di un partito comunista non avessero altra fonte che la libera discussione e competizione delle idee e il C.C. altra investitura che quella del responso elettorale della massa del partito (...). In un partito comunista le cose stanno diversamente (...) la massa di un singolo partito non è unico arbitro e non decide sovranamente della bontà e giustezza delle varie opinioni e correnti. Vi è sempre una opinione e corrente che si trova in una situazione di ”privilegio”, che deve prevalere e deve essere fatta prevalere. Ed è quella della Internazionale Comunista, accettata e sancita dai congressi mondiali di tutte le sezioni della Internazionale».

Innanzi tutto l’articolo è una palese confessione che la frazione centrista si trovava, all’interno del partito, in netta minoranza. A parte questo, il metodo gesuitico è evidentissimo: i centristi tirano in ballo un concetto apparentemente corretto, da sempre sostenuto dalla Sinistra, secondo cui non è ammissibile che un partito comunista svolga, a livello locale, una politica contraria a quella sancita dai congressi dell’Internazionale. Era stata la Sinistra che aveva ripetutamente affermato questa necessità, aggiungendo che a capo di un partito nazionale dovessero starci i rappresentanti di quella corrente che meglio si armonizzava con le direttive del Comintern. Sarebbe bastato questo per rendere del tutto inutile l’articolo del "L’Unità". D’altra parte la prova di massima coerenza con quanto affermato la Sinistra la aveva data nel 1923 quando lasciò spontaneamente (dopo sue insistenti richieste) la direzione del partito malgrado l’adesione alla sua politica della totalità della base del partito.

La Sinistra non ha mai richiesto garanzie democratiche come non ha mai riconosciuto al metodo democratico una taumaturgica funzione. I comunisti hanno sempre considerato la democrazia come uno strumento di inganno attraverso il quale la classe dominante esercita la sua dittatura. Che il metodo democratico possa venire utilizzato anche dal partito della classe operaia, in una fase del suo sviluppo, non significa certo che i comunisti lo riconoscono per principio, cercano anzi di superarlo quanto prima e meglio possibile.

Già nel 1922 la Sinistra aveva affermato

     «Non è il caso di elevare a principio questo impiego del meccanismo democratico. A fianco di un compito di consultazione analogo a quello legislativo degli apparati di Stato, il partito ha un compito esecutivo che corrisponde addirittura nei momenti estremi di lotta a quello di un esercito, che esige il massimo della disciplina gerarchica (...) Non possiamo concepire una designazione di maggioranza del partito come aprioristicamente tanto felice nelle scelte quanto quella di un giudice infallibile (...) Perfino in un organismo nel quale, come il partito, la composizione della massa è il risultato d’una selezione, attraverso la spontanea adesione volontaria, e il controllo del reclutamento, il pronunciato della maggioranza non è per sé stesso il migliore (...) Il criterio democratico è per noi fin’ora un accidente materiale per la costruzione della nostra organizzazione interna e la formulazione degli statuti di partito: esso non ne è l’indispensabile piattaforma. Ecco perché noi non eleveremo a principio la nota formula organizzativa del ”centralismo democratico”. La democrazia non può essere per noi un principio».

E la Sinistra già dal 1922 auspicava il superamento del centralismo democratico, proponendo «di dire che il partito comunista fonda la sua organizzazione sul "centralismo organico"».

È chiaro che ciò avrebbe dovuto essere un punto di arrivo, quando con la giusta tattica fosse stata raggiunta nel partito la completa omogeneità al di sopra delle correnti e delle frazioni.

Rifiutare il meccanismo democratico e l’esistenza delle frazioni, mantenendo solo nella forma la consultazione democratica e lo scontro di opinioni al congresso rappresenta un puro esempio di frazionismo dall’alto e l’adozione del peggiore metodo democratico; quello giolittiano appunto.

Le manovre della centrale falsarono in modo clamoroso la maggioranza della Sinistra, sempre dominante nel partito per ammissione stessa dei centristi, sfruttando l’impossibilità di molte organizzazioni a far pervenire i voti. Malgrado tutte le pastette della centrale del partito, a Lione la Sinistra fu ancora in maggioranza, e quanto alla famosa base malamente la si poté, in Italia, consultare per la nota situazione di dominio del fascismo e quindi le riunioni di sezione malamente erano state fatte e ancora meno i congressi di federazione provinciali, dovendo tutta l’attività essere clandestina. Ebbene, molto elegante fu la trovata dei dirigenti centristi del partito: si stabilì che tutte le tessere di iscritti per cui non risultava il voto né per la centrale né per la opposizione di sinistra si sarebbero dovute calcolare a favore delle tesi della centrale. Fu perfino negata la facoltà di astenersi, perché i voti degli astenuti vennero considerati come ai centristi. Dato che la consultazione si fece cominciando alla fine del 1925 le tessere teoricamente considerate furono quelle del 1925; se per la Sinistra i votanti effettivi a Lione furono il 10% di quella cifra di un anno prima, fu facile far dare al centro il 90% oggi vantato. Il meccanismo del voto fu così raffinato che perfino il voto di Amadeo risultò a favore delle tesi della centrale.

La Sinistra venne inoltre costretta ad entrare nella direzione del partito, minacciata di espulsione in caso di rifiuto. Il rappresentante dell’Internazionale, Humbert-Droz, minacciò i compagni della Sinistra: «dovranno lavorare nel partito pienamente, in modo attivo, ai posti in cui saranno chiamati (...) altrimenti si andrà diritti ad una espulsione». Avvenne così che due elementi di quella corrente accusata di menscevismo, anarchismo, sindacalismo, opportunismo, furono obbligati ad entrare nel C.C. del partito.

Alla Sinistra non rimase altro che ricorrere alla Commissione di Controllo dell’Internazionale contro i sistemi usati ed i risultati ottenuti in maniera del tutto truffaldina. La Commissione di Controllo

     «si rifiutò di fare oggetto del suo esame le accuse della Sinistra contro la centrale del PCd’I ed invitò la Sinistra ad un gesto di riconciliazione. Il nostro rappresentante che fu invitato a baciare Palmiro rise sopra la cosa, eseguendo l’amplesso, e disse che i sinistri sapevano bene di aver trovato nei centristi i professori di democrazia, cosa di cui si fottevano del tutto. Rise anche il vecchio formidabile bolscevico Piatnitsk, capo dei servizi illegali, che conosceva tutti i suoi polli, e del reclamo burocratico nulla si seppe più, come da gergo sempre valido fu archiviato» ("Il Programma Comunista", n.1, 1961).

Lione si chiuse con una dichiarazione della Sinistra (pubblicata in appendice) che mise in mora i traditori in marcia, non per la pastetta dei voti, ma per la pretesa ipocrita e pretesca di mettere due della Sinistra nella nuova centrale.

Il congresso di Lione seguì «di pochi mesi quel XIV congresso del partito russo che aveva visto la quasi totalità della vecchia guardia bolscevica, a cominciare da Kamenev e Zinoviev, insorgere in una rovente quanto improvvisa impennata sia contro "l’abbellimento della Nep" e il "contadini arricchitevi" dei "professori rossi" e di Bucharin, sia contro il soffocante regime interno di partito instaurato da Stalin; precede di appena un mese quel VI Esecutivo Allargato dell’I.C. che puntando tutti i cannoni di una retorica di ufficio contro l’unica forza internazionale levatasi a denunciare la crisi profonda del Comintern – appunto la Sinistra italiana – e mettendola al bando, spianava anche la strada alla condanna della Opposizione russa nel novembre–dicembre.

      «Il movimento internazionale comunista era giunto al suo fatale crocevia e, come al XVI congresso del P.C.R. i Kamenev, gli Zinoviev, la Krupskaia, avevano avuto coscienza di esprimere nelle loro parole l’insorgere di forze sociali e materiali in lotta nell’ambito dello Stato sovietico contro altre forze sociali e materiali obiettive mille volte più potenti degli individui alternatisi alla tribuna, così sul piano internazionale la Sinistra, nel redigere come sempre un corpo di tesi riguardanti non l’angusto confine della "questione italiana", ma l’intero, mondiale campo della tattica comunista, sapeva di dar voce a un corso storico che, nel giro di pochi mesi, avrebbe avuto nome Cina e, per una rara e per molti anni unica convergenza di circostanze obiettive, l’Inghilterra – dunque un paese semicoloniale e la metropoli imperialista per eccellenza. Era l’anno della prova suprema, giacché dall’esito della titanica lotta degli operai e contadini cinesi e dei proletari britannici sarebbe dipeso, in ultima istanza, il destino della Russia sovietica e della Internazionale. L’Opposizione russa sentirà nel corso di quell’anno la terribile urgenza dei nodi venuti al pettine della storia e, superando antichi dissapori, Trotski e Zinoviev faranno disperatamente blocco contro le forze incalzanti della controrivoluzione; il primo in particolare muoverà, fino a tutto il 1927, una splendida battaglia, e ne uscirà battuto. Uscirà battuta, con la Opposizione russa, la rivoluzione cinese e, sconfitto il grandioso sciopero britannico, uscirà distrutto l’intero movimento internazionale comunista» ("In Difesa della Continuità del Programma Comunista", pag.75/76).



(continua)
 

 
 

  
  
  
  


Dall’Archivio della Sinistra


Terzo Congresso, Lione, gennaio 1926
Mozioni e interventi della Sinistra
 
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